PARTE PRIMA
CAPITOLO
XXV
D'una cena che
Candido e Martino fecero con sei forestieri, e chi erano.
Una sera
che Candido, seguitando Martino andava a porsi a tavola co'
forestieri che alloggiavano nella stessa osteria, un uomo col
viso color di fuliggine, gli andò di dietro, e gli disse:
- Siate pronto a partir con noi; non mancate.
Ei si voltò, e vide Cacambo. Non v'era che la vista di Cunegonda,
che potesse stupirlo d'avvantaggio; ei fu sul punto d'impazzire
dall'allegrezza: abbraccia il caro amico.
- Cunegonda è qui senza dubbio; dove è ella? menatemi da lei,
ond'io con lei muoja di gioja.
- Cunegonda non è qui, rispose Cacambo; ella è a Costantinopoli.
- Cielo! a Costantinopoli! ma foss'ella anche nella China, io
vi volo, partiamo.
- Partiremo dopo cena, ripigliò Cacambo, non posso dirvi di
più: io sono schiavo, il mio padrone mi aspetta, bisogna ch'io
vada a servirlo a tavola; non fate parola, e tenetevi pronto.
Candido, fra l'allegrezza ed il dolore, felice d'aver riveduto
il suo fedele agente, stupito di vederlo schiavo, pieno dell'idea
di ritrovare la sua amata, col cuore agitato, coll'animo scomposto,
si mette a tavola con Martino (il quale non si scompose a tutte
quelle avventure) e co' sei forestieri che eran venuti a passare
il carnevale a Venezia.
Cacambo, che dava da bere ad uno di que' tre forestieri, s'avvicina
all'orecchio del suo padrone sul fin della tavola, e gli dice:
- Sire, vostra maestà partirà quando le piace; il bastimento
e pronto.
Dette queste parole esce. Stupiti i convitati si guardavano
l'un l'altro, senza far parola; quando un altro domestico, avvicinandosi
all'altro suo padrone, gli dice:
- Sire, la sedia di Vostra Maestà è a Padova, e la barca è pronta.
Il padrone fa un cenno e il domestico parte; i convitati tornano
a guardarsi, e raddoppia lo stupore di tutti. Un terzo servo,
avvicinandosi pure a un terzo forestiero gli dice: - Sire, vostra
maestà faccia a mio modo, non si trattenga di più: io vado a
preparare il tutto.
Tosto sparisce
Candido e Martino non ebbero più dubbio allora che quella non
fosse una mascherata da carnevale. Viene un quarto domestico,
e dice a un quarto padrone:
- Vostra maestà partirà quando vorrà; e parte. - Un quinto domestico
dice altrettanto a un quinto padrone; ma il sesto servo parla
direttamente al sesto forestiero, che era accanto a Candido
e gli dice: - In fede mia, sire, non si vuol dar credenza a
vostra maestà, e neppure a me, ed io e voi potremmo esser benissimo
carcerati in questa notte: io vado a provvedere a' miei affari:
addio.
Spariti tutti i domestici, i sei forestieri, Candido e Martino,
restarono in un profondo silenzio; infine, proruppe Candido:
- Signori, questa è una burla singolare: perché farvi tutti
re? per me io vi confesso che nè io, nè Martino non lo siamo.
Il padrone di Cacambo prese allora a parlare gravemente, e disse
in italiano: - Per me non è punto una burla. Io mi chiamo Acmet
III; sono stato gran sultano per più anni; levai dal trono mio
fratello; e mio nipote ne ha levato me; si tagliò la testa a'
miei visiri; io termino i miei giorni nel vecchio serraglio:
mio nipote il gran sultano Mahmud mi permette di viaggiare qualche
volta per mia salute, e son venuto a passare il carnevale a
Venezia.
Un altro uomo giovine, che era accanto ad Acmet, parlò dopo
di lui, e disse: - Io mi chiamo Ivan; sono stato imperatore
di tutte le Russie; fui detronizzato in cuna; mio padre e mia
madre furono rinserrati; io allevato in prigione; qualche volta
ho la permissione di viaggiare accompagnato da coloro che mi
guardano, e son venuto a passare il carnevale a Venezia.
Il terzo disse: - Io son Carlo Odoardo re d'Inghilterra: mio
padre mi ha ceduti i suoi diritti al regno; ho combattuto per
sostenerlo; è stato strappato il cuore a ottocento de' miei
partigiani e si è tolta loro ogni speranza; sono stato in carcere;
or vado a Roma a fare una visita al re mio padre, detronizzato
come me, e come mio nonno, e son venuto a passare il carnevale
a Venezia.
Indi il quarto prese a parlare, e disse: - lo son re de Polacchi:
la sorte della guerra mi ha privato de' miei stati ereditari;
mio padre provò le stesse avversità; io mi rassegno a]la Provvidenza
come il sultano Acmet l'imperator Ivan, e il re Carlo Odoardo,
che Dio conceda lor lunga vita; e son venuto a passare il carnevale
a Venezia.
Disse il quinto: - Sono ancor io re de' Polacchi: ho perduto
due volte il mio regno ma la Provvidenza mi ha dato un altro
stato, nel quale ho fatto miglior fortuna di quella che han
fatta tutti insieme i re de' Sarmati sulle sponde della Vistola;
io ancora mi rassegno alla Provvidenza, e son venuto a passare
il carnevale a Venezia.
Restava a, parlare il sesto monarca: - Signori, diss'egli io
non sono sì gran signore come voi, ma finalmente fui re al pari
d'ogni altro; sono Teodoro, eletto re in Corsica; fui chiamato
maestà, e presentemente mi si dà appena del signore; feci batter
moneta., ed ora non possiedo un danaro; ebbi due secretari di
Stato, ed ora ho appena un servitore; mi vidi sul trono, e poi
per lungo tempo in prigione a Londra sulla paglia; temo d'esser
trattato egualmente qui, benchè io sia venuto come le maestà
vostre a passare il carnevale a Venezia.
I cinque altri re ascoltarono questo discorso con una nobile
compassione; ciascuno di essi dette venti zecchini al re Teodoro
per comprarsi degli abiti e delle camicie, e Candido gli regalò
un diamante di due mila zecchini. - Chi è dunque, diceano gli
altri cinque re, questo semplice particolare che è in istato
di dare cento volte più di ciascuno di noi, e che lo dà?
Nell'istante in che s'usciva da tavola, ecco nell'osteria quattro
altezze serenissime che avean pure perduti i lor Stati per la
sorte della guerra, e che venivano a passare il resto del carnevale
a Venezia: ma Candido non ci badò nemmeno, non pensando ad altro
che di andare a trovar la sua cara Cunegonda a Costantinopoli.