PARTE SECONDA
CAPITOLO
XVIII
Seguito del
disastro di Candido. Com'egli trovò la sua amante. La fine.
- Oh Pangloss,
dicea Candido, gran danno che siate perito miseramente! voi
non siete stato testimone che di una parte delle mie disgrazie;
io speravo di farvi lasciare quell'insussistente opinione che
avete sostenuta fino alla morte. Non v'è uomo sulla terra che
abbia sofferto più calamità di me, nè ve n'è uno solo che non
abbia maledetta la sua esistenza, come ce lo diceva energicamente
la figlia di papa Urbano. Che sarà di me, mio caro Cacambo?
- Non lo so, rispose Cacambo: quel ch'io so è che non vi abbandonerò
mai. - E Cunegonda mi ha abbandonato, disse Candido. Ah, un
amico bastardo val più d'una donna!
Candido e Cacambo così parlavano in carcere Furono tratti di
là, per essere condotti a Copenaghen. Là dovea il nostro filosofo
sapere il suo destino. Ei non s'aspettava che l'orribile prigione,
ed i nostri lettori pur se l'aspettano, ma Candido s'ingannava,
ed i nostri lettori pure s'ingannano. A Copenaghen l'aspettava
la felicità. Appena vi fu arrivato, seppesi la morte di Volhall.
Quel barbaro non fu compianto da alcuna persona e ciascheduno
s'interessò per Candido. Furono rotti i suoi ferri, e la libertà
fu tanto più lusinghiera per lui, inquantochè gli procurò i
mezzi di ritrovar Zenoide. Corse da lei, stettero un pezzo senza
parlare, ma il lor silenzio diceva tutto: piangeano, s'abbracciavano,
volevan parlare, e piangevan ancora. Cacambo godeva di quello
spettacolo, così tenero per un essere che è sensiblle; dividevano
la gioja col loro amico, ed egli era quasi in uno stato simile
al loro. - Caro Cacambo, adorabile Zenoide; grida Candido, voi
cancellate dal mio cuore la traccia profonda de' mali miei:
l'amore e l'amicizia mi preparano giorni sereni e momenti preziosi.
Quante prove ho passato, per giungere a questa felicità inaspettata!
Tutto è dimenticato, cara Zenoide; io vi veggo, voi m'amate,
tutto va per lo meglio per me; tutto è bene nella natura
La morte di Volhall avea lasciata Zenoide padrona della sua
sorte. La corte gli aveva assegnata una pensione sopra i beni
di suo padre, che erano stati confiscati; ella la ripartì con
Candido e Cacambo; li tenne in casa, e fece dire per la città
che aveva ricevuto servizi sì importanti da que' due forastieri,
che la obbligavano a procurar loro tutti i beni della vita,
e a riparare alla ingiustizia della fortuna verso di loro. Vi
fu chi penetrò il motivo de' suoi benefici, ed era ben facile,
poichè la sua corrispondenza con Candido aveva dato malamente
nell'occhio. Il maggior numero la biasimò, e non fu approvata
la sua condotta che da qualche cittadino che sapea pensare.
Zenoide che facea un certo caso della stima de' pazzi, soffriva
di non esser nel caso di meritarla. La morte di Cunegonda, che
i corrispondenti de' negozianti gesuiti sparsero in Copenaghen,
procurò a Zenoide i mezzi di conciliare ogni cosa. Ella fece
fare una genealogia per Candido, e l'autore, che era un uomo
abile, lo fe' discendere da una delle più antiche case d'Europa;
pretese che il suo vero nome fosse Canuto, che porta uno de'
re di Danimarca, il che è verosimilissimo. Dido in uto non è
una sì gran metamorfosi, e Candido, per mezzo di questo leggier
cambiamento, divenne un grandissimo signore.
Sposò Zenoide in facie Eccelesiæ, ed essi vissero sì tranquillamente
quanto lo è possibile. Cacambo fu loro amico comune, e Candido
diceva spesso.
- Tutto non va sì bene quanto in Eldorado, ma non va neppur
tanto male.