MATERIA

E

COSCIENZA

A cura di Pinko Pallino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa che deve fare un lavoratore che vuole collaborare alla liberazione della sua classe è di non lasciare che siano gli altri a pensare al suo posto.

J. Dietzgen
MATERIA E COSCIENZA

 

Introduzione. Il materialismo per l’uomo moderno

1. Lo stato della scienza e della filosofia della scienza

2. Le basi del soggettivismo metodologico

3. Perché il materialismo

4. I limiti della teoria del riflesso

5. Materialismo e dialettica

6. Sintesi della ricerca

 

I. Conoscenza come coevoluzione

1. Materia e coscienza

2. L’evoluzione

3. L’evoluzione delle teorie

4. I tre mondi

 

II. Riflessione e riproduzione

1. Riflessione e riproduzione

2. Teorie di classe

3. Teorie e progresso umano

4. La riproduzione come conoscenza astratta

5. La teoria dell’astrazione determinata

6. Valore e astrazione

7. Il rapporto tra riflessione e riproduzione. L’economia politica

8. Una nota sulla storia di riflessione e riproduzione: Hume e Kant

 

III. La coscienza come risultato dello sviluppo sociale ed economico dell’uomo

1. Il dibattito sulla coscienza

2. La nascita della coscienza

3. Che significa essere coscienti

4. A che serve la coscienza

 

Conclusione. Coscienza e pianificazione

1. Il posto dell’uomo nella natura

2. Il posto della coscienza nella storia dell’uomo e del processo produttivo

3. Le strutture di azione della coscienza sociale

4. Affinità

 

Bibliografia

 


Introduzione. Il materialismo per l’uomo moderno

 

 

1. Lo stato della scienza e della filosofia della scienza

 

Il secolo che si sta concludendo ha visto il più consistente sviluppo della scienza di tutta la storia umana e quindi di tutta la storia di questo pianeta. Possiamo affermare che l’uomo, e dunque la materia vivente nel suo complesso, ha capito, del mondo che lo circonda, più negli ultimi cento anni che nei precedenti cento milioni. È fin troppo facile prevedere che nei prossimi cento anni la scienza farà passi avanti talmente colossali, da rendere insignificante il corpus di conoscenze orgogliosamente conquistato fin qui. Eppure c’è un aspetto dell’impresa scientifica che non sembra affatto progredire: il suo metodo. Le rivoluzioni che hanno attraversato la scienza l’hanno trasformata radicalmente. Si può dire altrettanto dell’epistemologia? Le diverse scuole e diverse concezioni che si sono succedute hanno condotto a un avanzamento nella nostra analisi della scienza? Occorre in realtà constatare che la scienza ha tratto scarso beneficio dalle varie filosofie della scienza che si sono succedute nell’ultimo secolo. Spesso è stata da esse ostacolata e mal interpretata. Tolta la teoria di Kuhn, che è una semplice descrizione di quello che fanno gli scienziati, che cosa, di interessante, comunica l’epistemologia a chi si interessa dell’impresa scientifica? D’altra parte perché uno scienziato dovrebbe interessarsi alla filosofia, che spesso nega l’esistenza oggettiva della materia prima del lavoro dello scienziato, la realtà? In fondo, se tutti credessero che le malattie scompaiono quando non ci si pensa, i medici sarebbero disoccupati. Eppure l’epistemologia moderna, con le dovute eccezioni e nelle ovvie diversità di toni e di accenti, non è che la riproposizione dell’idealismo soggettivo di Berkeley e Mach, secondo cui è il soggetto a determinare l’esistenza dell’oggetto della ricerca, come se le malattie le creassero i medici (in modo da poter lavorare, si potrebbe credere). Come detto, non tutte le scuole filosofiche accettano una visione idealista della realtà, o meglio non apertamente, perché poi, se si scava sotto un realismo di facciata, si trova l’idea di sempre che la crescita della conoscenza è solo un’illusione e che non c’è nessun vero progresso scientifico, ovvero, l’idealismo soggettivo, nella sua applicazione allo sviluppo della scienza.

La maggior parte degli scienziati si occupa, per propria fortuna, assai poco di epistemologia e va avanti con un sano realismo, ovvio per tutti gli uomini che fanno un mestiere normale, ma assai raro tra i filosofi. Sarebbe difficile trovare un contadino, incolto finché si vuole, che dubiti dell’esistenza del mondo che lavora con tanta fatica. Invece l’idea che il mondo sia un “fascio di sensazioni” create da chi pensa è pressoché universale tra i filosofi. E questi dovrebbero essere quelli che insegnano a ragionare! È francamente sconfortante vedere come la filosofia della scienza proceda su basi fragili quando non del tutto mistiche, nel proprio cammino. Ma, come diceva un vero filosofo, né ridere né piangere ma capire; occorre capire il perché di tale stato pietoso, quali basi filosofiche e sociali ha e come porvi rimedio.

 

 

2. Le basi del soggettivismo metodologico

 

Le filosofie sono interpretazioni del mondo. Un uomo disperato fa gesti disperati, una società in crisi produce tipicamente due tipi di filosofie: una ottimista, secondo cui la crisi è solo un’illusione o una congiura delle forze del male e si sta bene se solo si sanno capire le cose importanti della vita; e una pessimista secondo cui il giorno del giudizio è dietro l’angolo e ormai non c’è più nulla da fare[1]. Il modo con cui ondate contrapposte dei due filoni si alternano e si intrecciano è la materia di studio di chi voglia indagare i periodi di transizione nella storia dell’umanità. Il nostro secolo è uno di questi periodi. Non è dunque strano assistere alla ricomparsa di saghe e leggende sotto forma di teorie scientifiche. Sembra curioso, oggi che molti uomini credessero che nell’anno Mille sarebbe finito il mondo. È però ancora più strano che nel paese più sviluppato del pianeta una raccolta di leggende mediorientali composte qualche millennio fa, la Bibbia, sia la base per l’insegnamento di molte scienze. Non c’è una regione del mondo dove il fondamentalismo religioso non accampi sempre più pretese sulla scienza e sulla vita. Che si tratti di far tornare le donne alla schiavitù “familiare”, che si tratti di negare gli avanzamenti della scienza in nome della religione, la razionalità, a oltre due secoli dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, è veramente nei guai. Le scienze naturali sfuggono, in parte, al misticismo, perché trattano di temi neutrali. Ma quando affrontano questioni scottanti, cadono sotto gli attacchi di ogni tipo di mistica (creazionismo, big bang ecc.). Le scienze sociali sono decisamente ottimiste. In particolar modo l’economia, che è la più sviluppata di esse, almeno matematicamente, è la scienza dell’armonia e della felicità. Più si sviluppa e più le sue teorie considerano i problemi reali della società fenomeni curiosi, shock momentanei, degenerazioni inspiegabili da una retta via fatta di letizia e di candore. Che poi l’economia moderna non abbia alcun rapporto con il mondo che ci circonda, questo non sembra preoccupare gli economisti.

Abbiamo affermato che la scienza ha fatto passi avanti enormi nell’ultimo secolo. Per quanto riguarda le scienze naturali, nonostante le recrudescenze oscurantiste, il progresso è palese. Nelle scienze sociali, invece, il progresso è puramente tecnico, gli economisti del 1990 sono tecnici migliori di quelli del 1890. Ma le teorie economiche del 1990 non spiegano più di quelle del 1890 o persino di quelle del 1790. È evidente che in questo quadro la filosofia della scienza è elemento di ulteriore decadenza per le scienze sociali, anche perché per l’economista tipico la filosofia della scienza “vera” è quella delle scienze naturali e i contributi originali dell’economia alla filosofia della scienza sono molto rari.

 

 

3. Perché il materialismo

 

Ritengo che ancora oggi la filosofia e la scienza debbano porsi il problema che l’uomo si pone da quando ha cominciato a ragionare: che legame c’è tra la materia e la coscienza, che legame c’è tra il mondo in cui viviamo e l’intelligenza con cui lo rappresentiamo. La decisione sulla natura di questo rapporto è quanto distingue alla radice le filosofie, le teorie e i metodi. Non credo che vi sia nessun modo per dimostrare la superiorità di una posizione sull’altra. Un filosofo una volta propose questa idea: “tira un calcio a una pietra, se ti fai male significa che la pietra esiste e la posizione realista sarà confermata”[2]. Purtroppo le cose non si pongono così facilmente, soprattutto nelle scienze sociali. Per mio conto l’idea che esista un mondo esterno indipendente dall’uomo, che tale mondo fisico esista da sempre e che l’uomo sia un risultato dell’evoluzione, come le piante e gli altri animali, mi sembra una ovvietà. Occorre però rassegnarsi all’idea che la maggior parte della scienza non la pensa così. Nell’epoca delle reti telematiche e dell’esplorazione spaziale l’esistenza della realtà al di fuori da noi è messa in dubbio da coloro che dovrebbero più di tutti aiutare a comprenderla. Come ho detto, non ritengo possibile “dimostrare” una posizione filosofica. In genere, non ritengo possibile dimostrare alcunché. Nemmeno ci si può cullare nella facile idea che lo sviluppo scientifico-sociale, automaticamente, elimini le teorie dei ciarlatani. Quando una società entra in una fase di declino storico, riemergono tutte le stolide leggende del passato, moltiplicate dallo sviluppo intercorso nel frattempo. Questo significa che occorre agire attivamente per difendere la scienza dal misticismo, la storia, da sola, non lo eliminerà per noi. Che gli azzeccagarbugli della filosofia protestino perché la scelta per il materialismo non ha nessuna base “logica”, le scelte fondamentali che l’umanità ha fatto non si sono mai basate su qualche micragnoso calcolo logico, sono le necessità immanenti dello sviluppo storico, oggettive come le pietre e i pianeti, a spingere gli uomini ad agire e lottare, a prendere in mano il proprio destino e a scegliere i migliori strumenti per farlo. Questo è il significato del materialismo nell’epoca che attraversiamo.

 

 

4. I limiti della teoria del riflesso

 

Da millenni il materialismo viene applicato alla teoria della conoscenza con la teoria classica del riflesso. Essa ha, come vedremo, un grave limite nella sua incapacità di spiegare la dimensione sociale delle teorie. L’evidente esistenza di tale dimensione viene utilizzata dai relativisti come scusa per negare il materialismo tout court. Sebbene questo limite sia indubbio, tenterò di mostrare come non sia affatto intrinseco a una teoria della conoscenza materialista, al contrario la sua permanenza impedisce al materialismo di essere completo, reale. Succede un po’ come succedeva nell’Ottocento con il meccanicismo. Essendo allora la forma dominante di materialismo, spingeva di fatto molti scienziati verso una qualche forma di scetticismo e di idealismo con la sua incapacità di spiegare le vere leggi di sviluppo della scienza e del reale.

La teoria del riflesso sostiene che la conoscenza è un riflesso della realtà esterna. Questa affermazione generale è in sé vaga e metterebbe d’accordo filosofi molto diversi tra loro. Il punto è la natura di questa riflessione. Sosterremo che occorre distinguere tra fonte della riflessione e conseguenze della riflessione per non rinunciare agli aspetti chiave di una filosofia materialista. La fonte della conoscenza rimane il mondo esterno e nient’altro. Qualsiasi forma di conoscenza cosiddetta a priori non è altro che conoscenza a posteriori divenuta a priori nel corso dell’evoluzione. Il legame tra il mondo esterno e la teorizzazione umana è la pratica. La pratica è il vero criterio con cui l’umanità ha sempre accettato o respinto le varie teorie. Questo per il semplice fatto che le teorie sono una generalizzazione della pratica, sono uno strumento della pratica. Se le teorie fisiche non ci aiutassero a costruire i ponti e le strade, le navi e gli aerei, a che servirebbero? D’altra parte è proprio questo loro utilizzo che ne decreta il successo o l’abbandono. A questo punto sembra che il materialismo debba accettare la concezione filosofica nota come “strumentalismo” secondo cui una teoria è solo, appunto, uno strumento e che non ci deve interessare il suo rapporto con la realtà. Si potrebbe allo stesso modo dire che un martello è solo una teoria e che ci disinteressiamo al suo rapporto con i suoi usi pratici, dato che uno strumento fisico e uno strumento teorico sono, in ultima analisi, uno strumento. Il punto è, ovviamente, che uno strumento ha un certo ruolo in base alle sue caratteristiche oggettive. Con un martello fatto di gelatina non si potrebbe battere nessun chiodo e il martello è uno strumento proprio perché ha delle caratteristiche fisiche ben determinate. Lo stesso principio vale per una teoria: una teoria è uno strumento perché rappresenta più o meno bene la realtà di cui è un’astrazione approssimata. Lo strumentalismo, e le scuole neopositiviste in genere, rifiutano l’aspetto ontologico del metodo. Per loro, l’esistenza del mondo esterno fa parte delle nebbie metafisiche da cui la scienza dovrebbe rifuggire. Viceversa un metodo che non chiarisca le proprie basi ontologiche non concluderà nulla in nessun altro campo.

D’altra parte la teoria del riflesso, che si dimostra ontologicamente salda, incorre in una critica “sociologica”: se le teorie rappresentano la realtà, come possono esserci teorie false? Come può progredire la scienza se tutte le sue conoscenze riflettono il mondo? A questo aspetto, che è decisivo, è dedicata buona parte di questa ricerca. In realtà, non c’è nulla di nuovo nelle spiegazioni che daremo su questa diatriba, dato che, secondo noi, il problema è già stato risolto circa un secolo e mezzo fa. Tuttavia questa sembra un’epoca in cui le lezioni del passato, siano esse filosofiche, politiche, storiche o sociali, sembrano perdersi facilmente e prosperano guru di varia tendenza, tutti con novità dell’ultima ora con cui seppellire il vecchiume filosofico e teorico del passato. Per fortuna, la storia in questo si comporta bene e mentre nel 2050 ci saranno studi su Aristotele, su Kant e sui problemi della teoria del riflesso, di questa gente non se ne sentirà più parlare fra qualche anno. Se con questa ricerca daremo un aiuto alla storia, ma soprattutto agli uomini di questo tempo, a riprendere il dibattito su punti fondamentali della filosofia e della scienza, avremo raggiunto i suoi obiettivi.

 

 

5. Materialismo e dialettica

 

Per la scienza ordinaria e anche per il buon senso di tutti i giorni le contraddizioni sono un aspetto negativo della nostra conoscenza. Se guardiamo le previsioni del tempo è per sapere se domani pioverà o farà bel tempo, se il meteorologo dicesse che pioverà e farà bel tempo insieme, lo riterremmo un incompetente o un tipo bizzarro. In effetti, la logica dicotomica aristotelica ci aiuta ad affrontare molti casi della vita e a cavarcela egregiamente. Così se vediamo un semaforo rosso ci fermiamo, se è verde avanziamo e se è rosso e verde insieme significa che è rotto e occorre agire con molta cautela. In filosofia c’è però una lunga tradizione di pensiero che mostra la parzialità e, in ultima analisi, l’erroneità di questa logica. Eraclito, che ne fu il primo critico occidentale, ha attaccato la logica ancora prima che Aristotele la compendiasse nei suoi scritti. Così, Eraclito faceva notare, ogni volta che ci si immerge in un fiume, dato che l’acqua scorre, non si tocca lo stesso fiume. Quello è ma insieme non è lo stesso fiume. Allo stesso modo, secondo il noto paradosso, se si toglie un capello alla volta dalla testa di un uomo, arriverà il momento in cui quest’uomo sarà completamente calvo, ma nessun capello avrà causato, da solo, la calvizie. Nel momento di togliere i capelli, quell’uomo sarà e non sarà calvo. In questi esempi si vede come la logica aristotelica abbia difficoltà ad analizzare i processi, che, svolgendosi nel tempo, non si lasciano incasellare da un semplice sì o no. La filosofia ha dibattuto a lungo questi problemi. Kant ed Hegel costituiscono i due apici della filosofia classica occidentale. Kant fornì la sintesi più organica e mirabile delle scuole gnoseologiche precedenti. Hegel propose, di questo “razionalismo critico”, una critica dialettica basata sul rifiuto della logica del tutto o niente. La dialettica in Hegel è il modo di procedere della materia nelle sue varie forme, ma lo sviluppo della materia viene interpretato in forma capovolta, come la conseguenza dello sviluppo dello spirito, dell’Idea. Il modo mistico con cui Hegel utilizzava la dialettica, e le conseguenze antiscientifiche a cui portò questo uso, allontanarono e allontanano moltissimi scienziati da questo concetto[3]. Anch’essi pensano e teorizzano in modo eminentemente dialettico, solo, senza che ne siano consapevoli. Ma l’uso mistico che Hegel fa della dialettica non toglie la sua importanza per una comprensione più profonda dei processi reali, naturali e sociali.

Marx ed Engels furono tra i pochi ad afferrare il significato scientifico della dialettica hegeliana. In una famosa lettera al compagno e amico, Marx nota che, se fosse avanzato del tempo, avrebbe voluto scrivere un riassunto materialista della Scienza della logica. Che ciò significasse che Marx volesse scrivere un’opera “sul metodo”, sulla teoria della conoscenza ecc., mi sembra assai dubbio. Marx non ha voluto lasciarci una “Logica”, essa invece traspare dai suoi lavori (è Il Capitale, come nota Lenin nei suoi appunti filosofici). Questo perché Marx considerava ovvia l’idea che non esistesse un metodo staccato dal reale procedere della scienza, un’ideale, un imperativo categorico a cui attenersi. Qualsiasi considerazione di puro metodo è in qualche modo idealista, perché, se si considera la scienza una riproduzione del mondo esterno, anche il metodo non sarà che l’astrazione delle leggi del divenire della realtà, la logica del movimento della materia in tutte le sue forme. A questo punto scrivere “sul metodo” diventa solo un esercizio di sintesi dello sviluppo concreto della ricerca scientifica, qualcosa di poco “metodologico”. Scrivere sulla teoria della conoscenza è dunque un’operazione rischiosa per chi si basi sulla concezione materialistica della storia e della scienza. In questo scritto però, affronteremo anche questi temi per spiegare che cosa si debba intendere per teoria del riflesso e come si possa arricchire questa teoria grazie anche ad alcuni sviluppi che la scienza ha avuto in questo secolo. La teoria del riflesso, che pure è la base razionale di ogni ricerca scientifica, è stata spesso interpretata, anche da alcuni materialisti, in modo banale, meccanico, quasi sensista, dando adito a confusione e spesso all’allontanamento da essa di validi scienziati e filosofi che rifiutavano la visione piatta che se ne dava. Come detto, si può fornire un’alternativa a queste malinterpretazioni. D’altra parte, nelle opere di molti famosi studiosi ci sono teorie validissime riguardo a questi temi, che però rimangono “pezzi” fecondi in un mare di confusione, oppure soffrono di una mancanza di chiarezza generale, di una mancanza di una visione complessivamente dialettica, che le condanna alla parzialità, all’unilateralità. Studiandole, si prova quasi dispiacere per la collocazione infelice riservata a simili gioielli della scienza.

Quando si compie uno studio estensivo di questo tipo, si corre il rischio di creare una specie di minestrone teorico sintetizzando le buone idee di tante persone. Si evita questo dannoso eclettismo se si possiede una teoria salda e flessibile per la valutazione delle altre teorie e in genere dei contributi alla conoscenza umana. Marx la possedeva e per questo è potuto essere insieme un grande dialettico e un feroce antihegeliano, un assertore di una teoria del valore oggettiva e un avversario dell’economia politica classica. Questa teoria, molto semplice e quasi banale può essere sintetizzata come segue: l’interpretazione che lo scienziato[4] dà della propria scoperta non ha nessun carattere necessario rispetto alla scoperta stessa. Le due cose sono su un piano gnoseologico e concreto diverso e sottostanno a valutazioni del tutto disparate. Si obietterà, con Popper, che ogni “fatto” è denso di teoria e che dunque una simile divisione è di fatto impossibile. Rispondiamo che ogni fatto è denso di teoria, non di interpretazione. Ma, obietterebbe il nostro ipotetico critico, la teoria è proprio un’interpretazione dei fatti. A questo punto siamo costretti, per affrontare questa inevitabile critica, a dividere la risposta in due. La vera risposta la affronteremo solo quando si spiegherà che cosa si intende per riproduzione scientifica. Qui invece si faranno solo alcuni esempi che paiono particolarmente illuminanti per spiegare questa tesi. Il primo esempio viene dalla paleontologia ed è il noto caso dei fossili ritrovati a Burgess shale[5]. In questo sito si sono trovati una serie di “strani” animali estinti da milioni di anni. Il loro scopritore originario, Walcott, ne diede un’interpretazione ortodossa poi rilevatasi del tutto inesatta. Ora, possiamo noi ammettere che a Burgess shale sono stati trovati veramente animali “nuovi” e “strani” rifiutando l’interpretazione classica di Walcott? Ovviamente, e infatti molti lo hanno fatto, arrivando a un’analisi più veritiera di quelle forme di vita. Qui la differenza tra scoperta e interpretazione è perfino banale. Un esempio molto simile è la scoperta del continente americano ad opera della spedizione di Colombo. Tutti ritengono naturalmente che Colombo ha scoperto l’America senza dover accettare la sua interpretazione errata. In esempi del genere la scoperta esiste di per sé, non dipende affatto dall’interpretazione che ne viene data. Gli animali del giacimento fossile stavano lì da milioni di anni e non aspettavano certo che un curioso mammifero bipede li andasse a scovare. Lo stesso dicasi per l’ossigeno, scoperto oggettivamente da Priestley, ma da costui interpretato secondo una teoria errata. Ma con altre teorie la cosa si fa più difficile. La “scoperta” del valore in economia, o della dialettica in filosofia è cosa ben più controversa. La mia proposta è semplicemente questa: lo status gnoseologico della dialettica, del continente americano, degli animali estinti, o del valore, è lo stesso. Hegel ha scoperto la dialettica come Colombo ha scoperto l’America, Newton la gravità, Priestley l’ossigeno ecc. Proprio come possiamo accettare gli animali del giacimento di Burgess e non l’interpretazione di Walcott, possiamo accettare la dialettica e non l’idealismo di Hegel, il valore e non il riduzionismo di Ricardo e così via. Dire dunque che Marx è un hegeliano è come dire che Whittington e Gould sono dei “walcottiani” perché hanno studiato molto a lungo i fossili scoperti da Walcott o che tutti gli americani sono seguaci di Colombo perché vivono nel continente in cui è approdato Colombo. Abbiamo dunque la facoltà di separare le scoperte oggettive, i progressi della scienza, dalle visioni che di essi si danno, fossero anche gli stessi scopritori a fornirne l’interpretazione. Non bisogna negare che alla scoperta facilmente rimane attaccata, in parte o totalmente, l’interpretazione originale, e che dunque il rischio di eclettismo non è facilmente superabile. Solo una visione generale coerente permette di organizzare ogni scoperta secondo una struttura valida e utile.

Chiarito questo punto non dovrebbe sorprendere l’utilizzo di autori e teorie che paiono in così forte contrasto tra loro. È come se questi studiosi avessero fatto delle foto al colpevole di un delitto, ma essendo poco pratici di fotografia, avessero immortalato solo un pezzo del soggetto. Sta a noi connettere tutti questi particolari, che, isolati, non hanno senso o sono addirittura svianti, per arrivare a un’analisi sensata. È un compito un po’ pericoloso. Per questo si adatta bene allo spirito del nostro tempo.

 

 

6. Sintesi della ricerca

 

Nella prima parte, Conoscenza come coevoluzione, tracceremo una teoria del rapporto tra conoscenza e sviluppo evolutivo, cercando di mostrare che lo sviluppo delle varie forme di materia segue le stesse leggi.

Nella seconda parte, Riflessione e riproduzione, discuteremo quali novità ha comportato nella rappresentazione del mondo esterno, la nascita della materia cosciente, cercando di sviluppare la teoria del riflesso oltre l’interpretazione meccanicista.

Nella terza parte, La coscienza come risultato dello sviluppo economico e sociale dell’uomo, affronteremo, da un punto di vista storico e analitico, la nascita della coscienza, cercando di evidenziare il suo ruolo nella conoscenza e nella vita dell’uomo.


I. Conoscenza come coevoluzione

 

 

1. Materia e coscienza

 

In ogni lavoro scientifico si parte dando alcuni assunti per scontati. Ogni scienza, ogni teoria deve partire da qualcosa di non dimostrato, per evitare un regresso infinito nella spiegazione, e in questo senso ha in sé un intrinseco tratto di convenzionalismo. Questo non significa che riteniamo valido il convenzionalismo come filosofia, ma solo che, come è ovvio, ci sono cose che non occorre spiegare senza che chi ascolta o legge si senta smarrito. Non c’è nulla di scorretto nel fare assunzioni senza dimostrarle, purché, però, si sia disposti a mettere in discussione successivamente anche questi assunti, perché vengono anch’essi da un confronto con la realtà e non sono innati. Per inciso, ritengo che la dimostrazione in sé costituisca un ben misero scopo della ricerca e anzi ritengo, con Gödel, che non sia possibile nessuna dimostrazione nella scienza, come si è notato nell’introduzione.

Il mio punto di partenza è semplice e molto generale: tutto ciò che “esiste” (dove esiste va interpretato in senso molto lato) è una parte della materia che costituisce l’universo, in una fase data del suo sviluppo. Nel corso dei suoi mutamenti, la materia si è sviluppata in tre forme: materia inanimata, materia organica e materia cosciente. Ogni cosa che ha la ventura di appartenere a questo universo esiste in una di queste forme. Lo sviluppo delle varie forme della materia segue le stesse leggi. A grandi linee questa è la base che noi consideriamo necessaria per ogni riflessione filosofica e scientifica e che storicamente è stata definita, molto semplicemente, materialismo[6]. Quanto affermato finora, non significa negare un’esistenza reale a quello che c’è nella nostra testa, alle nostre teorie ecc. Al contrario, significa dare pari dignità a ciò che esiste in senso puramente fisico e a ciò che è una conseguenza del mondo fisico. Pari dignità non vuol dire che, fisicamente, un albero e una teoria siano la stessa cosa, ma che la teoria trae il proprio contenuto dal mondo fisico e che non esistono altre fonti della conoscenza se non la materia stessa nelle sue forme concrete di esistenza[7]. Dire che la materia in ogni sua forma si trasforma in base alle stesse leggi non significa avere una pietra magica che ci fa comprendere tutto ciò che accade. La famosa affermazione di Marx ed Engels: “la storia è storia della lotta di classe” non è la panacea dello storico, non permette a questo di analizzare tutte le società in quattro e quattr’otto in base a questa regola universale. Piuttosto gli permette di avere un quadro generale, un elemento organizzatore della propria ricerca, ma la ricerca deve andare molto più a fondo, analizzando le forme concrete con cui quella verità opera in una data epoca. Come scrisse Marx, “le leggi della natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono”[8]. Allo stesso modo la “legge universale” che abbiamo esposto non è l’alfa e l’omega della scienza, ma solo il quadro generale necessario, e per noi ovvio, senza cui ogni ricerca rischia di perdersi in un oceano di fenomeni disparati.

Inoltre quella legge non impedisce affatto che succedano “cose nuove”, lo richiede anzi, perché si basa su una trasformazione continua di tutte le forme della materia, una trasformazione che non si ripete sempre uguale, ma che anzi crea in continuazione fenomeni nuovi, inauditi. Per fare un’analogia: tutti gli animali si evolvono attraverso le stesse leggi, ciò non significa che tutti gli animali sono uguali o che non nascono mai nuove specie, tutto al contrario! Gli animali sono diversissimi e la natura non cessa mai di tirare fuori soluzioni strabilianti dal cilindro dell’evoluzione. Ai fini di questa ricerca mi interessa studiare quali “novità” ha prodotto la nascita della materia cosciente, dell’uomo insomma, quali risultati ha dato il raggiungimento di questa nuova tappa del divenire. Già i filosofi presocratici spiegavano che tutto è in relazione con tutto e che l’uomo interagisce in ogni istante con tutto ciò che lo circonda. La nascita di una forma vivente e poi cosciente di vita non ostacola ma moltiplica queste interazioni, creandone un’infinità di nuove. Sostengo che la conoscenza è una di queste interazioni, creata per necessità da una certa specie, durante il corso del suo sviluppo.

Nella storia dell’umanità alla conoscenza è stato sempre dato un posto speciale, quasi magico. L’idealismo inteso come il rifiuto di accettare che il nostro pensare è un’attività naturale che convive con tutte le altre e che anzi è in fondo tutto ciò che esiste, è il filo conduttore quasi necessario della filosofia. E non è affatto così strampalato. In fondo, se una giraffa dovesse dare un posto speciale a qualcosa ci metterebbe il suo collo, una tartaruga ci metterebbe magari il suo scudo osseo e un virus chissà, la propria resistenza al freddo. Il fatto è che solo l’uomo, per vie fortemente contingenti[9], ha dovuto sviluppare un organo che gli ha fornito la coscienza e la conoscenza cosciente. Per affermare una posizione equilibrata non bisogna trascurare nessuno dei due aspetti: la coscienza si è sviluppata esattamente seguendo le stesse leggi della proboscide dell’elefante, delle ali di un gabbiano o della mole di una balena. Ma è anche vero che la coscienza segna una nuova tappa nello sviluppo della materia. Anche se storicamente parlando è la stessa cosa, non è la stessa cosa gnoseologicamente. È equivalente e insieme non lo è, ai denti dello squalo o alla tela del ragno. Vedendo una balena da vicino non si può non rimanere affascinati e colpiti dalla sua enormità. Passandole accanto si ha paura che con una piccola scrollata ci elimini da questo pianeta come i bambini dispettosi fanno con le formiche. Eppure non c’è niente di inspiegabile in questa enormità, come non c’è niente di misterioso nella piccolezza di un insetto. In questo senso non c’è nulla di misterioso neanche nella coscienza. Ma, dato che essa è la nostra arma, la nostra salvezza evolutiva, è naturale che ce ne interessiamo e, come un felino si affila le unghie contro un albero, così noi ci facciamo domande sulla natura e la struttura di questa coscienza e sugli effetti che essa produce. Molti filosofi sono andati anche oltre, attribuendo alla coscienza ogni sorta di qualità mistiche. Ma su ciò dopo.

 

 

2. L’evoluzione

 

Descriverò qui, dell’evoluzione, quanto serve per comprendere come i rapporti che l’animale ha con la conoscenza si modifichino con il suo divenire biologico. La teoria della selezione naturale venne concepita da Darwin come lo specchio della propria epoca: una lenta e inesorabile marcia verso lo sviluppo, verso il meglio. Già ai tempi di Darwin c’erano sostenitori dell’evoluzione che rifiutavano l’interpretazione gradualista e ‘liberale’ fornita da Darwin (Huxley per esempio). Anche qui la scoperta non c’entra nulla con l’interpretazione che ne diede l’autore, Darwin. Negli ultimi decenni S. J. Gould e altri hanno dimostrato come la concezione gradualista sia una incrostazione ideologica che nulla ha a che vedere con il vero modo di sviluppo della natura. I due punti più interessanti della teoria di Gould sono questi: innanzitutto non è vero che la selezione si svolge modificando in ogni momento un pezzetto di struttura dell’animale. Piuttosto le specie animali attraversano lunghissimi periodi in cui non c’è virtualmente cambiamento e poi bruschi momenti di transizione in cui, per una serie di ragioni ambientali, una piccola popolazione si trasforma rapidamente in una nuova specie. In secondo luogo non è vero che la vita parte da una specie o da un phila per arrivare a una ramificazione. È invece il contrario: l’esplosione di forme di vita iniziale, quella fissata nei fossili del Cambriano, non ha eguali nella storia. Da allora gli animali si sono andati differenziando all’interno di pochi piani anatomici definiti, i quali piani erano stati selezionati a partire da un vasto numero iniziale. Per fare un esempio: tutte le centinaia di migliaia di specie di insetti che si conoscono sono molto più simili tra loro di due specie animali del periodo Cambriano. È come se la natura avesse indetto una gara iniziale e ricompensato i vincitori permettendo la loro differenziazione fino al turno seguente ovvero fino alla distruzione di massa successiva. Questo è il vero modo con cui le specie si sono evolute[10]. Prima che Darwin, prendendo a prestito dall’economia la metafora maltusiana, spiegasse che è la sopravvivenza del più adatto e la lotta per questa sopravvivenza a decidere chi si evolverà e dunque come si svolge la selezione, Lamarck aveva sostenuto una teoria per cui l’adattamento avviene per via diretta: una fissazione delle esperienze dell’individuo nel suo patrimonio genetico e dunque nella specie. Il figlio del muratore avrà i calli alle mani. Dopo Darwin, per decenni la teoria di Lamarck è stata sbeffeggiata e considerata come una superstizione. Sicuramente è intrisa dell’ambiente meccanicistico dell’epoca, ma non è così insensata come sembra[11]. Per quanto ci riguarda consideriamo la teoria di Darwin e quella di Lamarck come i due estremi del rapporto tra evoluzione e conoscenza. Tutta l’evoluzione degli animali si svolge all’interno di questa dialettica tra caso e necessità. A livello di animale domina il caso, ma a livello di specie il caso è stemperato dalla regolarità e dominano le necessità dell’ambiente. Il caso singolo veicola i processi necessari complessivi. Se l’evoluzione “normale” è un’interazione in cui il caso, la contingenza giocano un ruolo fondamentale, la coscienza di fatto rende l’evoluzione completamente lamarckiana. Per spiegare questa affermazione dobbiamo trattare il rapporto tra conoscenza ed evoluzione. Nel lungo periodo l’evoluzione plasma qualsiasi forma vivente secondo le esigenze dell’ambiente. Ma anche l’ambiente si trasforma e spesso in modo da rendere controproducenti gli adattamenti avutisi fino ad allora. Comunque l’adattamento è una risposta genetica a uno stimolo esterno. La teoria classica dice: è una risposta casuale. La genetica propone e la lotta per la vita dispone quale cambiamento sia buono e dunque vincente. Rifiutiamo questa visione perché il patrimonio genetico di ogni animale non è la somma di caratteri slegati che cambiano ognuno isolato dall’altro, ma un insieme di proprietà che si muove in una certa direzione. I geni non sono impermeabili all’ambiente[12]. Comunque è un fatto che nel lungo periodo le strutture dell’animale rispondono all’ambiente. Gli adattamenti dell’animale rispecchiano le esigenze di vita le quali sono legate al funzionamento oggettivo fisico, chimico, biologico del mondo. Dunque gli adattamenti incorporano conoscenza in modo incosciente. Noi abbiamo alcune teorie che ci permettono di costruire aerei, elicotteri e deltaplani. Nelle ali degli uccelli queste teorie si sono cristallizzate lungo i milioni di anni della loro evoluzione. L’adattamento è dunque una forma di conoscenza lenta e inconsapevole che pure riproduce nelle strutture dell’animale le leggi oggettive della natura[13]. È normale che gli scienziati studino le strutture degli animali per capire qualcosa sul mondo, perché queste strutture rappresentano proprio questo mondo. L’idrodinamicità di un pesce o di un cetaceo, la forma delle ossa di un uccello, il letargo degli orsi, tutte le strutture e i comportamenti animali riflettono il modo di essere della realtà, ovviamente in modo approssimato. Non c’è mai una perfetta corrispondenza, altrimenti non esisterebbe evoluzione. Gli animali sono sempre entità in movimento che si portano dietro un retaggio di svariati passati. Le loro strutture riflettono non la realtà di oggi, o non solo, ma anche la realtà di tutti i periodi storici che la specie e i suoi antenati hanno attraversato. Per questo le balene hanno le braccia e l’uomo la coda (atrofizzate). Gould ha ricordato che la ridondanza è una caratteristica essenziale dell’evoluzione, è la riserva a cui gli animali attingono quando occorre. Un certo organo può sembrare del tutto inutile, ma in base a certe circostanze si può modificare, nel corso del tempo, salvando la vita al suo possessore. Quello che comunque è l’aspetto basilare di questo processo è che gli animali incorporano la conoscenza come una coevoluzione. Si adattano in modo ovviamente non cosciente al mondo. Ha ragione dunque Lorenz quando sostiene che gli esseri viventi e il mondo sono di fronte gli uni all’altro come due specchi, che si rimandano continuamente la rappresentazione di sé. Il sistema Terra nel suo complesso si evolve tramite l’interazione di mondo fisico e mondo biologico. Questa coevoluzione, che è largamente accettata nelle scienze biologiche, ha una conseguenza gnoseologica importantissima e purtroppo poco considerata. Spetta a Lorenz il merito di aver esplorato tra i primi questa conseguenza che si può sintetizzare così: la coevoluzione fornisce una nuova base, granitica, alla teoria gnoseologica del riflesso. La coevoluzione spiega che le strutture cognitive di ogni animale sono il mondo, sono la realtà obiettiva organizzata e sviluppata da millenni di evoluzione. Il nostro cervello ha come unica fonte della conoscenza il mondo perché esso stesso è il mondo, ne è una rappresentazione biologica evolutasi nell’interazione tra specie e ambiente. Esso è il risultato oggettivo dell’incontro di “strati” di materia che a un diverso livello di sviluppo e di esistenza, interagiscono combinandosi. Con la coevoluzione dunque, il materialismo acquisisce una fondazione storica e biologica: la nostra conoscenza riflette la realtà perché si cristallizza in qualcosa che a sua volta rappresenta la realtà, in strutture che si sono formate sulla base della realtà stessa. Come è noto Lorenz ha tentato di utilizzare questa teoria per appoggiare la teoria della conoscenza di Kant. Sebbene a mio giudizio non riesca in questa operazione, arriva a una conclusione del tutto condivisibile: dato che la conoscenza si svolge sempre nell’interazione di realtà e strutture cognitive dell’animale, in ogni singolo momento esistono una sorta di a priori, che però evolvono anch’essi nel tempo. Considerando un certo istante nel tempo, fotografiamo lo sviluppo di un certo animale in una certa fase. Le strutture che l’animale ha in quella fase sono ovviamente innate, nel senso che le ali o le zampe o un sistema nervoso fatto in un certo modo ecc., sono in quel momento un dato, un qualcosa di immodificabile. Le strutture e i comportamenti degli animali sono dunque, in un certo momento, veramente innati[14]. Per quanto riguarda la teoria della conoscenza questo significa che il cervello non è una tabula rasa. Meno che mai quello dell’uomo. Poiché queste strutture si evolvono in altre strutture, in ogni singolo momento il cervello non è mai una tabula rasa. Ma se consideriamo tempi significativamente lunghi, anche la struttura più longeva è plasmabile e l’animale torna ad essere in un certo senso una tabula rasa che l’ambiente modella a piacimento. Tutto questo dovrebbe eliminare alla radice la diatriba tra empiristi e razionalisti o tra aprioristi e behavioristi. È ovvio che il cervello umano non è una tavoletta di cera molle che le esperienze riempiono di contenuti, ma le strutture cognitive generalizzano, organizzano l’esperienza che proviene dal contatto con il mondo fisico e poi sociale.

L’evoluzione si svolge in base alle esigenze che l’animale ha di sopravvivere. Queste necessità, che derivano direttamente o indirettamente dalle leggi oggettive del mondo fisico, si fissano in strutture, comportamenti. Prima, del tutto inconsapevolmente, provocando un adattamento puramente genetico. Poi sempre più creando non dei comportamenti istintivi ma piuttosto la capacità di comportarsi in modo corretto rispetto all’ambiente. Nell’uomo questa flessibilità raggiunge il grado di coscienza e l’adattamento diviene razionale, volontario. Ma non bisogna dimenticare che anche oggi il processo produttivo umano consiste in ultima analisi in un adattamento, altamente sofisticato certo, ma pur sempre un adattamento al mondo in cui viviamo, a un mondo che pian piano riusciamo a trasformare, spesso in peggio, ma che pur sempre ci domina. Gli aerei riflettono la stessa realtà incorporata nelle ali degli uccelli. Lo stesso dicasi per i palazzi e gli alberi, per il morso del serpente e per le armi chimiche. La differenza del ritmo dell’evoluzione è però evidente. L’antenato dei delfini, che, stanco della grama vita sulla terra ferma, si è rituffato in acqua e ha assunto la forma di un pesce, ha impiegato, per compiere questa eccellente trasformazione, milioni di anni. L’uomo, in qualche migliaio, è passato dalla canoa al sommergibile. Anche qui sottolineiamo con forza come occorre bilanciarsi per evitare due schematismi estremi. Un estremo è la piatta identificazione di ogni forma di sviluppo, per cui il computer è un adattamento, il movimento dell’ameba è un adattamento, A=A e l’uomo si adatta come l’ameba. D’altro canto va evitata una posizione idealista, di insensato libero arbitrio per cui l’uomo, in quanto animale cosciente, potrebbe creare da sé le leggi di funzionamento del mondo, addirittura esse non esisterebbero se lui non le pensasse, come se il mondo avesse atteso, trepidante, miliardi di anni che venissimo noi a comandare, a fare i Soloni dell’intero universo.

La conoscenza è dunque una coevoluzione. Questo significa che siamo liberi solo nella misura in cui la nostra mente riflette il divenire della realtà e lo organizza in teorie adatte allo scopo.

 

 

3. L’evoluzione delle teorie

 

L’epistemologia si è sviluppata come disciplina autonoma relativamente tardi nella storia del pensiero. In questo ha seguito le orme dell’economia politica, che ha potuto diventare scienza solo quando il processo produttivo capitalistico ha preso corpo, e assumendo questo processo come eterno. Ovviamente profonde riflessioni epistemologiche percorrono tutta la storia della scienza e della filosofia, come succede per l’economia. Aristotele ha dato una serie di contributi all’una e all’altra, ma non poteva essere un economista né un filosofo della scienza. Fino alla comparsa della teoria di Kuhn, l’epistemologia venne impostata come una teoria normativa, che prescriveva, in base a certi assunti, come lo scienziato doveva comportarsi. Venivano esecrati alcuni comportamenti e venivano esposti gli standard di onestà scientifica. Come sempre i sistemi normativi sono un’unione di dati di fatto dei processi reali (per esempio la proprietà privata dei mezzi di produzione) con la necessità di conservare questi dati di fatto contro comportamenti ad essi contrari (per esempio la lotta alla proprietà privata che può darsi a ogni livello, dal furto alla rivoluzione). Lo stesso valeva per l’epistemologia, perché naturalmente nessun criterio normativo è mai frutto veramente di una pura deduzione. Comunque lo stesso Popper, che si attribuisce il merito, invero eccessivo, di aver affossato il neopositivismo, non faceva che sostituire alle regole metafisiche degli empiristi logici, delle sue regole, che costituivano certo un miglioramento, ma si basavano comunque sull’idea di fondo che il filosofo debba spiegare allo scienziato con che metodo operare. Secondo questa impostazione, prima si impara il metodo, e poi lo si applica alla ricerca, come fa un giudice con la legge. Perciò “la teoria deve offrire il collo alla mannaia” ecc. Kuhn fu tra i primi filosofi della scienza a esporre una teoria descrittiva della crescita della conoscenza. Nel suo libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche Kuhn espone le modalità con cui la scienza evolve. Non staremo qui a spiegare queste modalità (paradigma, scienza normale, puzzle-solving, ecc.) che sono ben note, passeremo invece direttamente alla critica e all’approfondimento di questa concezione. Se è grande il merito di Kuhn nell’aver proposto un’epistemologia descrittiva, è una debolezza decisiva della sua teoria il fatto che si mantenga sempre a livello di una semplice descrizione, non arrivando mai alla spiegazione dei nessi causali, al perché l’evoluzione della scienza segua certi percorsi[15]. Lasciata senza una base causale, la teoria kuhniana è inevitabilmente preda di una deriva soggettivista che ha i suoi esiti in Feyerabend e nella sociologia della conoscenza. Lo stesso Kuhn, nel tempo, si spostò verso un’interpretazione sempre più soggettivista delle proprie scoperte[16]. Come sempre, ci disinteressiamo di quello che pensa lo scopritore della propria scoperta, e ci occupiamo della scoperta stessa. In questo caso la cosa eclatante è che la teoria di Kuhn sembra la trasposizione della teoria marxista dello sviluppo storico applicata alla scienza. O, se vogliamo, della teoria di Gould sull’evoluzione animale applicata alle teorie[17]. Lunghi periodi di evoluzione graduale in cui si accumulano contraddizioni che alla fine portano a una rivoluzione che da vita a una nuova formazione sociale (a un nuovo paradigma, a una nuova specie). Il problema è che mentre è chiaro che cosa faccia sviluppare la società (e anche gli animali, ma è un altro discorso), le forze produttive, e quali siano i due poli attorno a cui si svolge lo sviluppo (rapporti di produzione e forze produttive), non è chiaro quale sia l’equivalente nella scienza. Questo in Kuhn manca e occorre cercarlo altrove. In ultima analisi, dato che lo sviluppo della scienza partecipa dello sviluppo della società nel suo complesso, le determinanti dello sviluppo e delle rivoluzioni sociali, sono anche le determinanti dello sviluppo e delle rivoluzioni scientifiche. Di questo si ha ampiamente prova nella storia della scienza. Anzi, questo condizionamento di lungo periodo vale ancora di più per la sovrastruttura in senso proprio (religione, ideologie, sistemi giuridici, ecc.). Nel breve periodo è banale e riduttivo andare a cercare nelle svolte dell’economia una spiegazione delle varie teorie scientifiche (a meno che queste teorie non trattino, appunto, dell’economia). Guardando la storia nel suo complesso, possiamo agevolmente riconoscere una coevoluzione e compresenza di rivoluzioni sociali e scientifiche, dell’affermarsi di nuove visioni del mondo e di fare scienza quando una nuova classe sociale si è fatta avanti e ha condotto una trasformazione radicale del modo di produzione o di aspetti fondamentali di questo. In questo modo superiamo le debolezze della teoria originale di Kuhn, il quale non poteva spiegare perché le stesse anomalie fossero insignificanti in una certa epoca e distruttive in un’altra; o perché nessuno scienziato per decenni avesse elaborato anomalie poi risultate ovvie. La teoria di Kuhn ha un altro punto debole nel concetto di paradigma che risulta indefinito, vago[18]. Alla concezione di Kuhn manca una stratificazione del paradigma, ovvero un’analisi di come esso si organizzi in livelli gerarchizzati che riproducono i problemi della lotta tra paradigmi su scala minore. L’idea che ogni paradigma non sia un monolite ma piuttosto un contenitore squassato al suo interno da lotte tra indirizzi, scuole e interpretazioni diverse potrebbe dedursi semplicemente da uno studio empirico sulla scienza[19], ma è interessante notare come questa stratificazione ripercorre alla lettera quello che accade nell’evoluzione animale. Si è descritto questo processo parlando della teoria di Gould e ora possiamo trasporlo in termini della crescita della conoscenza. Le teorie evolvono nel tempo in modo dialettico, come le specie, il che significa alternando periodi di rivoluzione, in cui, in modo violento e repentino, i paradigmi vengono distrutti e sostituiti con altri paradigmi, a periodi di lento sviluppo di scienza normale che accumula le anomalie, le contraddizioni, che forniranno la base per la nuova rivoluzione. Queste contraddizioni non sono una conseguenza di anomalie logiche della teoria, o lo sono in misura trascurabile nel confronto tra paradigmi, sono invece il risultato dell’inadeguatezza della teoria a spiegare la realtà, e soprattutto ad affrontare le situazioni nuove. In questo senso le teorie si estinguono come le specie, quando non riescono più ad assimilare le sfide dell’ambiente attraverso le proprie strutture. Questo parallelo tra teoria dell’evoluzione in natura e nella scienza non è nuovo. Ne parlò, per esempio, Popper e lo usò per tentare di convalidare una visione opposta a quella appena trattata. Questo è successo anche in economia e perfino nel marxismo. “La natura non fa salti” è il grido di battaglia di tutti i gradualisti, in biologia (Darwin), in economia (Marshall per esempio), in epistemologia (appunto Popper), e in politica (Kautsky, che tentò una combinazione di marxismo e darwinismo). Queste visioni vengono colpite alla radice da quanto qui esposto proprio perché si immaginano un’evoluzione naturale che non esiste. Il fatto che la teoria della selezione di Gould sia corretta non implica naturalmente che l’analogia testé provata sia di per sé corretta. Ma non può lasciare indifferenti vedere un evidente e stretto parallelo tra il modo di sviluppo della materia a ogni livello. La natura procede per salti, come le società e la scienza. Le rivoluzioni sono eventi rari ma necessari, nella società, nella scienza e nell’evoluzione animale (e bisognerebbe dire anche nell’universo, ma il discorso ci porterebbe lontano). E l’analogia può essere estesa ancora. Per esempio già Popper notava che anche gli animali conoscono, seppur a loro modo, attraverso il metodo del “trial and error”, anche se il risultato di questo metodo, che fa sì che tra l’ameba e Einstein ci sia solo un passo, conduce l’ameba alla morte e noi a nuove teorie. Sebbene tra l’ameba e Einstein ci siano molti passi, l’idea di fondo è giusta, l’uomo non ha nessun privilegio epistemologico particolare, solo per il fatto di essere l’unico animale che pensa: anche i suoi metodi devono basarsi su come funzionano la natura e il mondo. E proprio come le teorie sono su palafitte, sempre per usare una metafora popperiana, nel senso che potrebbero essere rovesciate in ogni momento, così gli animali sono su palafitte, sempre a rischio che un improvviso cambiamento (il ricongiungimento dei continenti, una trasformazione climatica) li spazzi via. Sempre continuando l’analogia dobbiamo rilevare come un eccesso antiempiristico, in parte anche una reazione alle posizioni neopositiviste, ha condotto Popper a negare un ruolo all’induttivismo, solo perché l’induttivismo non ha nessuna base logica sicura. Come ha spiegato bene Lorenz, questa “mancanza” non limita affatto la funzione dell’induttivismo nelle esperienze animali e umane. Il fatto che non è logicamente fondato dire che “tutti i corvi sono neri”, non significa affatto che nelle strutture delle prede del corvo l’evoluzione non faccia entrare questa caratteristica. Se poi comparisse un corvo bianco, farebbe stragi delle prede che non saprebbero come difendersi. L’induttivismo come raccolta di dati da cui generalizzare è il modo normale con cui la materia vivente fa esperienze e in base a cui agisce (inconsciamente o, nell’uomo, secondo raziocinio). Poi si può arrivare alla conclusione che l’induttivismo è pericoloso, perché la realtà si trasforma incessantemente e le verità di ieri diventano mezze verità oggi e sbagli clamorosi domani. Gli animali hanno invece un induttivismo genetico o al più un rapporto rozzo con l’ambiente che non permette loro, ovviamente, simili sottigliezze. Ma una teoria è sempre una guida per l’azione, per la trasformazione del reale, e nessuna inesattezza logica vale più del ruolo pratico di una teoria. L’errore dell’empirismo e del materialismo meccanicistico è quello di vedere nella raccolta dei dati già la loro strutturazione. Mentre ogni animale e ogni teoria hanno, in un istante nel tempo, certe strutture con le quali conoscono.

Veniamo adesso al lato dell’analogia che tratta del paradigma. Il paradigma ha un parallelo nei tre livelli della materia vivente: è una forma di organizzazione biologica (la specie), della coscienza (le strutture cognitive) e della conoscenza (il paradigma scientifico). Come ci sono battaglie tra paradigmi e dentro i paradigmi, ci sono lotte tra specie e dentro la specie e in entrambi i casi è questa dialettica intestina a creare le condizioni per una trasformazione. La teoria degli equilibri punteggiati infatti spiega che sono piccole popolazioni isolate di una certa specie ad evolversi velocemente verso qual cos’altro, proprio come alcune scuole eterodosse di un paradigma. Infine la situazione preparadigmatica, di magma teorico, ha un corrispondente nella situazione fluida che segue a una distruzione di massa, quando l’esplosione della varietà della natura fornisce la base per una selezione che sospinge i phila fortunati verso la differenziazione (quella che nella struttura della scienza è la stratificazione del paradigma). Questa evoluzione parallela non va presa con timore di un appiattimento biologico della scienza. Non ha implicazioni morali o metafisiche. Ha però un significato molto profondo e, a mio giudizio, ben difficilmente trascurabile: la coevoluzione della natura, della coscienza e della conoscenza non significa solo che, cosa ovvia, esse sono parte di una stessa realtà di cui costituiscono momenti diversi di sviluppo, ma, soprattutto, che hanno le stesse leggi di sviluppo in considerazione del fatto che sono elementi di una stessa totalità, poli di una dialettica senza fine. Questo permette una nuova fondazione, quanto mai storica e perfino “naturale” del materialismo. Il materialismo, la concezione che si può sintetizzare così: le teorie riproducono per approssimazione i processi reali del mondo (fisico, biologico, cognitivo, sociale ecc.), appare corretto perché è esso stesso frutto dello sviluppo di questo mondo: il materialismo è la presa di coscienza di come procede la realtà, di come si sviluppa il mondo.

 

 

3. I tre mondi

 

La coevoluzione acquista ora un senso concreto. Con questo concetto possiamo riassumere l’interazione che c’è tra le forme della materia. Abbiamo prima fatto riferimento a tre livelli della materia: l’esistenza fisica come parte del mondo fisico, la coscienza e la conoscenza. Questi sono anche i tre mondi della omonima e famosa teoria popperiana. Da quanto detto finora risulta chiaro perché l’analisi di fondo che con questa teoria si propone, è accettabile, mentre l’interpretazione che Popper stesso ne da è inadeguata[20]. Qui ci interessa comprendere lo status gnoseologico dei due mondi frutto dell’evoluzione della materia vivente sulla terra. Che rapporto sussiste tra la realtà e la coscienza che di questa realtà è frutto e insieme giudice.

La coscienza interviene sui dati fenomenici acquisiti già “in sede di formazione”, perché la coscienza si accompagna a una certa struttura cognitiva da cui essa stessa fu originata. Ciò significa che il fluire del mondo oggettivo dentro di noi non si accumula casualmente attendendo una successiva cernita e interpretazione. La coscienza analizza e interpreta il mondo circostante in ogni momento, come un radar segnala in ogni istante quello che le sue strutture gli permettono di vedere. In questo “intervento” costante non c’è nessun pericolo di soggettivismo, purché si accetti di fare un’analisi storica, evolutiva e non deduttiva, formale, della coscienza. Gli empiristi vecchio stampo non potevano accettare che le strutture cognitive dessero un’organizzazione già nella fase induttiva del conoscere, e con ciò riducevano l’uomo a meno di un’ameba, dato che perfino nell’ameba c’è una seppur minima forma di organizzazione cognitiva. Il fatto che un animale possa conoscere solo tramite certe strutture non ha nessun rapporto con l’idea che sia il soggetto a creare quanto si conosce, perché un qualsiasi animale, di qualsiasi epoca, non ha nessun potere sulle modalità di funzionamento delle strutture cognitive della sua specie, più di quanto ne abbia sulle forme di locomozione, di riproduzione o di comunicazione. L’evoluzione fornisce a ogni animale le strutture che gli permettono di assimilare le esperienze. Le esperienze sono l’impatto dei processi oggettivi su queste strutture. Un‘eruzione vulcanica può avere come spettatori una pietra, che si limita a scaldarsi al passaggio della lava, una lumaca, che sentendo il calore della lava tenta di allontanarsi, e un uomo che vede la lava e riflette su cosa sta succedendo (magari interpreta l’eruzione come l’ira degli dei ma questo è un altro discorso e lo riprenderemo in una parte successiva del lavoro). Lo stesso fenomeno naturale ha effetti diversi su forme di vita diverse. Questo è ovvio e non va confuso con una visione soggettivista che invece risponde a tutt’altra logica. Il mondo della conoscenza umana è ovviamente formato da certe esperienze basate sulla vita dell’uomo (in senso lato: anche la lettura di libri, lo studio di trattati scientifici e l’ascolto di cassette musicali sono tali esperienze). Ci interessa capire la natura di queste esperienze per poter comprendere il rapporto tra reale e soggetto e dunque tra mondo 1 e 3 (secondo la terminologia originale). La teoria classica del riflesso parlava di copie. In sé il termine non è eccellente, perché ricorda un processo tecnico, un’immagine fotografica, una fotocopia. Ma non ne faccio certamente una questione di termini. Una volta stabilita la natura di queste copie sarà risolto il problema gnoseologico che stiamo affrontando. Per il materialismo queste copie sono una rappresentazione dei fenomeni e dei processi reali nel cervello dell’uomo. Sono l’organizzazione che la mente umana fa dei dati sensibili. Questa organizzazione ha dunque una fonte (i dati sensibili e, in ultima analisi, la realtà), e una forma di sistemazione (le strutture cognitive ma non solo, e su questo non solo tornerò). Bisogna notare che non c’è nessuna divisione assoluta tra i dati sensibili e la loro strutturazione. Tanto l’occhio che il cervello che la mente sono il risultato degli stessi processi evolutivi, anzi ogni parte della catena della conoscenza coevolve con le altre. Dunque anche le strutture della conoscenza vengono dall’evoluzione, non hanno un qualcosa di sovrastorico. Fin qui il processo descritto è simile in tutti gli animali: le strutture cognitive servono, e a tal scopo sono evolute in quel modo, a organizzare la conoscenza. La conoscenza che in un dato momento un animale ha è dunque esperienza organizzata. Significa questo che questa conoscenza è, per usare una formulazione classica, l’unione di oggetto e soggetto? Quest’idea è accettabile solo se si parte dal presupposto che lo stesso soggetto è parte del mondo oggettivo in una certa fase di sviluppo. Ovviamente possiamo ben distinguere tra uno scienziato e un elettrone, ma il cervello e la mente dello scienziato non vengono da un’altra dimensione. Il modo con cui lo scienziato “vede” e conosce l’elettrone dipendono dall’evoluzione che l’uomo ha avuto. Quindi sì, l’esperienza organizzata e immagazzinata nel cervello è in questo senso l’unione di oggetto e soggetto, di un processo oggettivo e di una struttura che permette a questo processo di essere significativo per l’animale che lo esamina. A questo punto niente di più facile, per un idealista, che arrivare alla conclusione che è allora il soggetto a creare il processo, o comunque che quel processo esiste solo tramite l’esperienza e la strutturazione che ne dà chi lo esperisce. Questa conclusione non deriva certo dall’analisi fin qui vista. Per tornare all’esempio che si faceva, l’eruzione vulcanica non ha nessun rapporto necessario con l’uomo o la lumaca. Infatti ci sono state eruzioni prima della nascita dell’uomo e ce ne sarebbero anche se non ci fossero più uomini sulla terra. Ovviamente quando l’uomo non era ancora comparso, le eruzioni non esistevano “per lui”. Ma questo è irrilevante per l’esistenza del fenomeno. Se uno arriva in ritardo al cinema si accorge che il film è cominciato anche senza di lui, che esiste anche senza di lui. Per fortuna, altrimenti, se avessero ragione gli idealisti, per vedere un film bisognerebbe aspettare sempre lo spettatore più ritardatario!

La conoscenza perviene dunque a organizzarsi nelle strutture cognitive delle rappresentazioni dei vari processi che avvengono realmente[21]. I sostenitori della teoria del riflesso adoperano usualmente in modo intercambiabile i termini di copia, riflesso, rappresentazione o riproduzione. A mio giudizio, mentre i termini di copia e rappresentazione indicano una connessione generica, i termini riflessione e riproduzione indicano due momenti diversi del processo e per questo meritano la particolare attenzione che gli daremo[22].

 

 


II. Riflessione e riproduzione

 

 

1. Riflessione e riproduzione

 

La conoscenza viene elaborata nella mente e nel sistema nervoso di ogni animale. Questa elaborazione è frutto del funzionamento dei vari organi e della loro interazione. Nell’uomo questo funzionamento include anche le teorie, la cultura, la coscienza di classe ecc. Le strutture della conoscenza nell’uomo non sono solo “hardware”, nel senso di strutture fisiche, ma sempre più “software” nel senso di strutture cognitive apprese (teorie ecc.). Le due strutture funzionano comunque allo stesso modo e non c’è una divisione così netta tra loro, per via del processo spiegato precedentemente: l’evoluzione trasforma costantemente l’esperienza in adattamento. È come succede per i sistemi operativi dei computer: includono continuamente nuove funzioni, che all’inizio sono programmi indipendenti, nel loro operare. Nonostante questa somiglianza, propongo di distinguere tra riflessione e riproduzione come momenti storicamente e gnoseologicamente diversi del processo della conoscenza. Questa distinzione mi sembra essenziale per spiegare il processo dello sviluppo della conoscenza.

La riflessione è quel processo per cui il mondo esterno, la realtà obiettiva in tutte le sue forme, entra nell’esperienza di ogni animale, compreso l’uomo, in modo obbligato, come l’aria dalle finestre, senza che il soggetto possa impedire il processo se non interrompendo l’esperienza stessa (come quando ci tappiamo le orecchie per non sentire parole sgradevoli). La riflessione è il rapporto tra le strutture cognitive dell’essere vivente e la realtà. Ovviamente l’oggetto che tali strutture stanno riflettendo non dipende da loro. Le stelle c’erano anche prima che l’uomo le identificasse e le chiamasse in quel modo. La riflessione dunque è un processo che crea nella mente delle immagini fedeli, relativamente parlando, del fenomeno esperito. È un processo comune a tutte le specie viventi. In un certo senso non distingue nemmeno tra animali e piante, perché in una qualche misura anche le piante riflettono l’ambiente (si pensi al movimento fotosensibile dei girasoli). L’uomo però, per le ragioni discusse in precedenza, ha avuto un’evoluzione che lo ha condotto alla coscienza. La riproduzione è connessa alla coscienza come essa è connessa alla produzione. Così come la coscienza viene dallo sviluppo delle forze produttive (costruzione di strumenti), così essa crea la riproduzione, ovvero il pensiero astratto[23].

La riproduzione è il processo per cui la riflessione diventa una generalizzazione cosciente, conoscenza astratta dei fenomeni e dei processi. La riproduzione è un’attività esclusivamente umana, perché ha a che vedere con l’elaborazione sociale della riflessione. L’uomo elabora le immagini esterne esperite fenomenicamente in base, non solo alle strutture a lui intrinseche per via evolutiva, ma anche e soprattutto in base alle scienze, alle teorie, ai modelli, ai paradigmi scientifici, alle ideologie, insomma alle strutture sociali evolutesi storicamente. Giustamente Piaget e Lorenz hanno sostenuto che nessuna conoscenza è possibile senza certe strutture evolutesi nel tempo. Tali strutture sono state create per permettere all’uomo di utilizzare la conoscenza, di organizzarla. Negli altri animali l’organizzazione è svolta a livelli molto bassi, nell’uomo le strutture biologiche riguardano solo la riflessione e non già la riproduzione del reale. Ogni animale conosce per agire, la conoscenza ha sempre a che fare con l’azione, con una trasformazione del reale. Come ha osservato Piaget: “Il conoscere non consiste infatti nel copiare la realtà, ma nell’agire su di essa per trasformarla”. Chiaramente ciò ha effetti diversi a seconda che la conoscenza sia un rapporto meccanico tra ambiente e animale, o sia inserita in un rapporto tra materia e coscienza. Anche nell’uomo la conoscenza parte con la riflessione della realtà nelle strutture cognitive, ma non termina qui. Questo perché, per quanto esposto, la conoscenza umana si basa su una nuova attività: l’astrazione. L’astrazione non è un processo soggettivo in senso assoluto, come pensano la maggior parte degli scienziati. Certo, possiamo “astrarre” da ogni cosa, possiamo fare teorie astraendo dal fatto che siamo mortali, che abbiamo capacità intellettive limitate, che siamo animali sociali e non isolati[24], ma il risultato di queste “astrazioni” non aiuta certo a capire la realtà. Tuttavia sarebbe un errore sostenere che tali astrazioni siano “false”, irreali. Occorre invece capire la natura della loro falsità: perché astraggono da alcune condizioni piuttosto che da altre. Analizzando questo, si afferrerà la natura socialmente determinata della riproduzione scientifica[25]. Una teoria non è un riflesso immediato della realtà. Se così fosse, se questa concezione meccanicista fosse corretta, non potrebbero esistere teorie false o sbagliate se non per una frode cosciente del ricercatore (per altro possibile). Invece la teoria riflette la realtà solo mediatamente, solo come riproduzione sociale, astratta della riflessione del reale nella mente. Il modo con cui riproduce il reale non è meno oggettivo della riflessione stessa. Non si sta proponendo una concezione dualistica: riflessione oggettiva, riproduzione soggettiva. Tanto la riproduzione che la riflessione sono processi oggettivi. Solo che la riflessione è un processo che accomuna tutti gli esseri viventi e in quanto tale non spiega come la teoria riproduce il reale. Essa indica solo la fonte, l’unica fonte, della conoscenza. La riproduzione è un processo esclusivamente umano ed è legato alle condizioni storiche in cui la mente umana si trova a esistere. L’oggettività della riflessione è dunque fisica, biologica (sensistica verrebbe da dire). L’oggettività della riproduzione è sociale, è legata alla storia evolutiva e sociale dell’uomo e alle condizioni concrete della società.

 

 

2. Teorie di classe

 

La diatriba, che dura da sempre, sulla natura di “classe” di una teoria, acquista in tal modo una base concreta. La scienza e l’epistemologia dominanti hanno sempre rifiutato quest’idea. La sociologia della conoscenza e le altre scuole soggettiviste la accettano nell’ambito del relativismo: come l’evoluzionismo non è più vero del creazionismo, così le scienze sociali hanno vari paradigmi che lo studioso sceglie per ragioni psicologiche, politiche ecc. Mai è stato spiegato, né dai “realisti” né dai relativisti il perché esistano e il perché si evolvano teorie diverse e opposte concernenti una stessa realtà. Un logico aristotelico proporrebbe un semplice rimedio: poiché o è vero A o è vero non-A, confrontiamo le teorie e eliminiamo quella che contiene l’errore. Feyerabend o un suo consimile risponderebbero che non esiste l’errore in senso oggettivo e dunque non c’è nessun metodo per scegliere razionalmente una certa teoria. La soluzione a questo vicolo cieco è la distinzione tra riflessione e riproduzione. L’oggettività viene preservata e così anche il carattere sociale della conoscenza.

Come affermato, la riproduzione è legata all’astrazione. Solo l’uomo riproduce e solo l’uomo astrae. La capacità unica dell’uomo di astrarre non ha nulla di metafisico, non significa che l’uomo può librarsi nello spazio spezzando le catene delle leggi oggettive della natura, ma che può generalizzare socialmente le proprie conoscenze in modo da scoprire queste leggi che sono appunto modi comuni di essere della materia e che dunque noi possiamo percepire solo astraendo dai mille singoli casi concreti. Laddove ogni altro animale incorpora queste leggi in modo meccanico nel corso del suo sviluppo[26], l’uomo può conoscerle e riprodurle in modo approssimato nel proprio ambito: le teorie scientifiche. Una teoria scientifica non è dunque direttamente una copia della realtà. Come ricordato, se ci fosse questo passaggio diretto, non si spiegherebbe l’esistenza di teorie false, del ruolo sociale e di classe della conoscenza, delle rivoluzioni scientifiche.

Tanto la riflessione che la riproduzione attengono alla mente, alla conoscenza. Mentre però la riflessione è un processo comune a tutte le forme di vita, è la conseguenza dell’interazione tra animale e ambiente, il risultato dell’agire dell’animale, la riproduzione è la conseguenza dell’interazione tra uomo, ovvero animale cosciente, e ambiente. L’animale può solo adattarsi, l’uomo può sintetizzare le proprie esperienze e farci una teoria. Tanto l’uomo che ogni altro animale devono rispettare le leggi oggettive della natura per poter vivere. Ma l’animale soccombe a queste leggi, che incorpora nel proprio comportamento senza nessuna consapevolezza, noi, conoscendole, ce ne serviamo a nostro favore. Come scrisse Popper:

 

«Il metodo per prove ed errori non viene applicato soltanto da Einstein, ma anche, in maniera più dogmatica, dall’ameba. La differenza non sta tanto nelle prove, quanto in un atteggiamento critico e costruttivo di fronte agli errori».[27]

 

In ultima analisi questo “atteggiamento critico” non è altro che il prodotto dello sviluppo delle forze produttive. Questo sviluppo ha creato la coscienza, la conoscenza astratta e dunque ha permesso all’uomo un rapporto diverso con il suo ambiente.

Come spiegheremo meglio nella prossima sezione, la coscienza è il risultato della necessità di una riproduzione razionale dei propri mezzi di sostentamento, e dunque la possibilità di una progressiva creazione di questi mezzi di produzione. Ma la riproduzione non riguarda solo la ricostituzione fisica delle risorse utilizzate, riguarda anche e sempre di più la riproduzione del modo con cui l’uomo vive nel suo complesso. L’uomo riproduce se stesso non solo avendo figli e sfamandosi, perché l’uomo non è solo un transito di cibo, un ponte genetico tra due generazioni. È anche altro. Ma questo essere “più” che un semplice animale non ha nulla di metafisico: l’uomo non è un “super-animale”, figlio di qualche ente supremo. Le sue peculiarità sono un risultato abbastanza casuale dell’evoluzione di cui possiamo prendere atto solo ex post. La vita cosciente non era iscritta nella storia della Terra, anche se il grado di probabilità della sua nascita non è calcolabile[28]. Per quanto ne sappiamo, possono esistere miliardi di pianeti pieni di animali ma senza forme di vita cosciente. La riproduzione segnala dunque una nuova forma di vita sulla Terra e un nuovo modo di essere della materia. La differenza tra riflessione e riproduzione è essenziale perché rappresenta il salto di qualità della nascita della coscienza.

I due processi, riflessione e riproduzione, sebbene distinti da un punto di vista storico e gnoseologico, non è detto che operino, nella crescita della conoscenza, in modo successivo, anzi una distinzione nel loro funzionamento concreto, quotidiano è molto difficile. Questo perché in ogni momento lo scienziato, e l’uomo in genere, si pone di fronte alla realtà con tutte le strutture non solo cognitive ma anche culturali ereditate per via evolutiva e per via sociale. In questo senso è ovvia l’osservazione di Popper che i fatti sono “densi” di teoria. L’attività di ricerca non è mai puramente passiva, perché ricercare è una conseguenza delle necessità di esistenza della specie e dunque delle necessità di conoscere la realtà per trasformarla secondo le nostre esigenze. Questo ruolo inevitabile delle teorie nel sistematizzare la conoscenza non implica però che i fatti di per sé non esistano, che essi esistano solo in quanto chi li osserva possiede una certa teoria[29]. Questo è un argomento basilare nell’analisi delle rivoluzioni scientifiche. Come si è osservato, la teoria di Kuhn si deve arrendere di fronte alle obiezioni soggettiviste alle concezione di paradigma e di anomalia. Se veramente i fatti esistono solo in quanto c’è una teoria che li rende visibili, come è possibile che una teoria subisca un attacco dai “suoi” fatti? Il passo successivo è perciò quello di negare qualsiasi rapporto necessario tra teorie e realtà e concepire la storia della scienza come una lotta di fazioni avverse o una semplice ricaduta delle trasformazioni sociali. Per esempio tutto Contro il metodo, oltre 300 pagine[30], è dedicato a dimostrare che la concezione galileiana vinse contro l’astronomia tradizionale solo perché Galileo era più furbo, più scaltro, più bravo a vendere la propria merce. Che la sua teoria riproducesse più correttamente la realtà è del tutto secondario per Feyerabend, e in ultima analisi non ha senso porsi una simile domanda in questa prospettiva filosofica. Per chi accetti una concezione materialista della scienza il problema principale è proprio difendere una visione oggettiva della scienza e della crescita della conoscenza, pur accettando la prospettiva discontinuista e rivoluzionaria di Kuhn. La conoscenza nel lungo periodo è sostanzialmente cumulativa, ma nell’arco dei decenni e anche di secoli, può tranquillamente procedere di distruzione in distruzione, spazzando via ogni volta quanto veniva considerato valido fino a quel momento. La distinzione tra riflessione e riproduzione è necessaria perché non si perdano le due caratteristiche fondamentali della scienza: la sua oggettività e il suo carattere di approssimazione relativa. Purtroppo è invece molto facile che gli epistemologi, anche quelli materialisti, schiaccino una delle due caratteristiche, perdendo la bussola. Se si dimentica che la scienza è la riproduzione astratta e socialmente valida dei processi oggettivi, si perde di vista qualsiasi criterio razionale di giudizio della crescita della conoscenza e in genere dei progressi scientifici (non per niente per Feyerabend la teoria della relatività, il nazismo, la teoria di Galileo, il creazionismo o il darwinismo sono concezioni parimenti scientifiche e oggettive). Ma se si trascura che questa riproduzione è un’approssimazione relativa si perde la connessione tra scienza e società. Questa seconda caratteristica è molto più chiara se si considerano le scienze sociali. Infatti le scienze naturali, in quanto si occupano di processi del tutto indifferenti alle trasformazioni che la società attraversa, vedono riflessione e riproduzione come due processi molto più omogenei fra loro. Molti filosofi hanno attaccato l’idea del rapporto tra teorie e società, parlando delle scienze naturali. Colletti una volta ironizzò sull’idea di scienza di classe sostenendo che le bombe atomiche sovietiche erano costruite con le stesse teorie di quelle dell’America capitalista. Sebbene molti scienziati, anche validi, si portino dentro il laboratorio pezzi di filosofie, visioni delle cose, ideologie che sono deprecabili rottami, e arrivino a giudicare in base a questi brandelli di pensiero morto e sepolto la propria attività, è indubbio che il legame tra una teoria fisica, per dire, e la forma di produzione dominante è molto più blanda del medesimo legame nelle scienze sociali. La società condiziona le scienze naturali in altro senso: creando le risorse umane e tecnologiche sulla base di cui queste scienze possono procedere, obbligando spesso le direzioni della ricerca per certi scopi (bellici, industriali ecc.) e infine usando tali risultati in un modo che lascia atterriti i ricercatori stessi. Ma comunque, se tralasciamo casi di un legame diretto e malsano tra una certa teoria e certe esigenze di una classe sociale, possiamo sostenere che almeno nel medio e lungo periodo i risultati delle scienze naturali sono una riproduzione socialmente poco significativa della realtà[31]. Diversa è la situazione per le scienze sociali. Innanzitutto qui non ci può essere mai una accumulazione del sapere di lungo periodo, perché ogni epoca segue, tranne poche tendenze comuni, leggi diverse e perfino opposte. Ma soprattutto la funzione sociale delle scienze sociali è assolutamente diversa. Le scienze naturali servono a far comprendere alla società che fare per appropriarsi, nel modo migliore possibile, della natura e del mondo. Le scienze sociali servono anch’esse a spiegare il mondo, ma avendo come funzione principale di permettere alla classe in quel momento dominante di mantenere il proprio dominio. Le scienze sociali in quanto tali sono nate solo da qualche secolo, pressappoco appena la borghesia come classe ha cominciato a ragionare su come prendere il potere e conservarlo. Abbiamo notato che buona parte della filosofia del passato parla della società, perciò possiamo dire in un certo senso che Aristotele, San Tommaso o Platone furono anche grandi scienziati sociali. Ma l’economia politica, che è inevitabilmente l’unica disciplina sociale sviluppata, ha i suoi veri fondatori in intellettuali europei del Settecento. Non è escluso che in una società senza classi le scienze sociali diventino simili alle altre. Per ora è impossibile. Dobbiamo comunque chiederci se anche le teorie economiche o sociologiche riproducano processi oggettivi. La risposta a questa domanda dipende dalla distinzione fatta tra riflessione e riproduzione. Se le teorie riflettessero la realtà, dovremmo ammettere o che anche le teorie più incredibili e screditate riflettono la realtà (peggio ma la riflettono, però resterebbe inspiegato perché riflettono peggio), oppure dovremmo ammettere che esistono teorie che non riflettono la realtà, che sono una libera creazione dello scienziato ma in questo caso non si capirebbe quali, invece, non sono creazioni libere e ritorneremmo al peggior relativismo. Nella prospettiva qui delineata c’è una soluzione che evita l’irrazionalismo. Tutte le teorie riflettono indirettamente la realtà, anche le teorie più, mistiche, irrazionaliste. Non c’è nessun modo per creare una teoria, qualunque essa sia, senza partire dall’interazione che la nostra mente ha con i processi oggettivi. Ma una teoria è sempre e solo una riflessione indiretta, mediata. Tra i processi oggettivi e la teoria c’è in mezzo la coscienza dell’uomo. L’uomo conosce la realtà che si riflette nella sua testa, ma questa realtà viene astratta, generalizzata e sistematizzata sia all’atto della sua “entrata” (nel senso cognitivo), sia della sua “uscita” (nel senso scientifico). Tra l’input della riflessione e l’output della riproduzione astratta c’è in mezzo l’umanità giunta a un certo grado del suo sviluppo. Come ogni animale conosce attraverso gli organi che l’evoluzione gli ha fornito nel tempo, così l’uomo riproduce i processi oggettivi attraverso le strutture cognitive e sociali che l’evoluzione umana, ovvero lo sviluppo sociale, hanno creato. Gli occhi e le orecchie della conoscenza umana sono le concezioni, le ideologie, le idee, i paradigmi che chi conosce ha appreso dal contesto sociale in cui vive. Per questo un terremoto, che è un processo oggettivo che si riflette nell’identico modo nella testa di uomo di centomila anni fa e di oggi, pone capo a una riproduzione del tutto diversa: il nostro antenato poteva riprodurre questo processo come l’ira degli dei e noi come lo scontro tra due continenti. Eppure il terremoto è sempre lo stesso, un processo che è ovviamente indifferente all’organizzazione sociale umana, e il processo che conduce il terremoto, dal suolo che vibra al nostro cervello impaurito, non cambia in nessun modo nel corso del tempo e dello spazio[32]. Se potessimo monitorare questo processo di riflessione nel corso del tempo, sullo schermo apparirebbe la stessa cosa, nell’uomo primitivo, in un ateniese del tempo di Pericle, in un contadino del medioevo e in noi. La riflessione, per sintetizzare, è un legame oggettivo tra quello che succede e l’immagine che viene proiettata dentro di noi di questi processi. Una volta che questi processi sono giunti a noi, comincia la fase della riproduzione scientifica. A questo punto le strade della conoscenza si dividono, perché si dividono le situazioni concrete in cui cade la riflessione. Il livello di sviluppo sociale e dunque tecnologico del nostro antenato lo costringe a considerare il terremoto, che per lui è inspiegabile altrimenti, come qualcosa di soprannaturale. È comunque necessario per lui trovare una spiegazione, dato che questo evento ha delle conseguenze sulla sua vita, ma lo sviluppo delle forze produttive non gli permette di andare oltre la collera divina. Noi possiamo fare un po’ meglio e parliamo di scosse telluriche e tettonica a zolle. I nostri pronipoti non mancheranno di fare molto meglio di noi. Anche allora, quando magari viaggeremo nello spazio a velocità incredibili, il processo che conduce dal movimento del terreno al nostro cervello sarà identico a quello che si svolge ora, ma la riproduzione di questa esperienza sarà molto diversa e migliore.

 

 

3. Teorie e progresso umano

 

Le teorie scientifiche hanno dunque un valore oggettivo? Non si può rispondere con un sì o con un no a questo problema. La loro oggettività è in continuo movimento, come la società. In un certo senso il tempo lavora a loro sfavore, rendendole riproduzioni sempre più inadatte delle esperienze umane. A un certo momento l’incapacità diventa eccessiva e vengono sostituite. Il loro valore oggettivo dunque c’è, è ineliminabile, ma è relativo. È relativo per due ragioni che però si possono ricondurre al detto eracliteo: tutto scorre. La materia si trasforma incessantemente e così la natura e questo crea di continuo nuovi fenomeni, processi mai visti che devono essere spiegati. Ma soprattutto si muove la società, cambiano le sue esigenze e i suoi bisogni e migliorano le sue risorse, permettendo alla conoscenza nuovi passi in avanti (e, a volte, costringendola a umilianti passi indietro). La visione di una approssimazione asintotica delle teorie alla realtà è dunque accettabile nel lungo periodo, proprio come è vero che nel lungo periodo la società migliora e che fra mille anni vivremo incomparabilmente meglio di adesso. Ma per una certa epoca il processo può essere frenato e perfino invertito. Qualsiasi visione di marcia ininterrotta verso il meglio si scontra con i casi concreti della vita. E questo vale per la società e per la scienza. Solo da qualche centinaio di anni gli europei hanno capito che la Terra è quasi una sfera e non un enorme campo piatto come hanno pensato per secoli. Eppure Eratostene, oltre duemila anni fa, aveva scoperto non solo che la Terra è una sfera, ma ne aveva calcolato le dimensioni con una precisione che, dati gli strumenti di cui disponeva, lascia a bocca aperta. Sembra dunque che ai tempi di Eratostene la scienza fosse più avanzata che nel medioevo. In realtà, in alcuni campi, la scienza dell’antichità ha dovuto aspettare la nostra epoca per venire superata e ci sono campi in cui la si considera ancora valida (per esempio la logica aristotelica). Questo è un esempio di ripiegamento della conoscenza. Per quanto riguarda la società possiamo fare l’esempio del lavoro. Sebbene nell’Ottocento il tempo di lavoro necessario si fosse ridotto a ritmi che non avevano precedenti nella storia umana, il tempo di lavoro effettivo si allungò in misura inaudita. Nelle piantagioni di cotone americane gli schiavi lavoravano anche 60-70 ore a settimana, ma nell’Inghilterra della rivoluzione industriale c’erano bambini che ne lavoravano più di 90-100! E questo nel paese che era all’avanguardia dello sviluppo economico e tecnologico. Gli orrori della rivoluzione industriale vengono oggi dimenticati e ci si compiace solo dell’inventiva di chi ideò la macchina a vapore, il telaio meccanico e la locomotiva. È difficile sostenere che una società che costringeva persone di dieci anni a lavorare quindici ore al giorno fosse migliore di una tribù antica di cacciatori in cui si lavorava in media forse meno di quattro ore al giorno. Eppure questo era un passaggio obbligato. Proprio come i secoli bui del medioevo sono stati le forche caudine in cui la scienza è dovuta passare per giungere al suo sviluppo attuale e soprattutto a quello che avrà in futuro. Anche qui, come nel resto di questo lavoro, osserviamo ai due lati della corda tesa su cui camminiamo, i due campi in cui si dividono la maggior parte delle filosofie moderne. Da un lato ottimisti senza cervello, per cui ogni atrocità è un neo insignificante nel corso della via che porta magicamente l’uomo dal peggio al meglio, dimenticando, per esempio, che ci sono stati più morti per le guerre di questo secolo che nei precedenti venti (senza contare i campi di concentramento o le centinaia di milioni di disoccupati che vagano per il pianeta). Dall’altra parte ci sono reazionari parimenti senza cervello che ripetono senza sosta che non cambia mai niente, che la storia si ripete sempre, che per l’umanità in generale vale sempre che si stava meglio quando si stava peggio, non capendo che lo stesso fatto che possano dire che la storia si ripete è una conseguenza dello sviluppo storico, una implicita negazione del loro assunto[33]. Le meraviglie create dallo sviluppo umano stanno di fronte a noi. Possiamo immaginare quali incredibili risultati otterremo con esse, ma non basta compiacersi di questa visione che riguarda il futuro perché per ora queste meraviglie è come se appartenessero a un nemico che le usa contro di noi. È come se fosse atterrato un ufo carico di nuove tecnologie, teorie scientifiche, materiali e medicine mai visti, i rimedi per ogni cosa, e avesse annunciato alla Terra che se lo sconfiggeremo potremo prenderci tutto. Per ora il marziano campeggia vincitore sul nostro cammino, però conserviamo una piena fiducia nella nostra vittoria finale.

 

 

4. La riproduzione come conoscenza astratta

 

Avendo esposto quale differenza esiste, a mio giudizio, tra riflessione e riproduzione, si può discutere in specifico del processo della riproduzione, ovvero di quanto c’è di specificamente umano, cosciente, nel rapporto tra il soggetto che conosce e la realtà oggettiva. Anche se le questioni terminologiche devono restare ai margini della scienza, mi sembra che il termine riproduzione sia il più adatto ad esprimere questo processo. Infatti esso si riferisce in primo luogo a un processo naturale in cui la specie alimenta la propria evoluzione interagendo tra i suoi membri. Col tempo la riproduzione entra sempre più nella sfera del complessivo processo produttivo e riproduttivo dell’uomo e cessa di mantenersi come attività meramente animale di riproduzione sessuata in senso biologico. Nel processo di riproduzione l’uomo modifica la natura secondo i propri bisogni e in accordo con le leggi del mondo reale. La riproduzione come conoscenza astratta è sempre legata alla riproduzione concreta, pratica. Essa è scienza ma anche tecnologia, la quale rappresenta, cristallizzata in strumenti, congegni ecc., una conoscenza complessiva della società in una data epoca. La riproduzione ha dunque un carattere estremamente concreto. La riproduzione scientifica nella mente umana è sempre stata solo il primo passo verso un ritorno alla prassi a un livello superiore. Le teorie servono sempre a capire meglio il mondo per trarne di più. Ma oggi la riproduzione scientifica avviene in senso concreto, anche nel mondo fisico. I laboratori nei quali si fanno esperimenti ripetibili, “riproducibili”, rappresentano proprio la fase visiva, fisica, della riproduzione. L’astrazione che il pensiero compie per arrivare a teorie e leggi è sempre basata su un’astrazione che realmente si dà nel mondo, un processo comune a vari fenomeni che noi possiamo cogliere grazie alla coscienza astraente ma che mai possiamo creare noi, al più possiamo anticipare. La riproduzione ha dunque queste fasi “mentali” e poi “fisiche”. Per questo possiamo dire che in un certo senso invenzione e scoperta sono due momenti dello stesso processo. Non c’è una barriera invalicabile tra loro. Certamente Colombo non ha “inventato” l’America, ma nelle scienze moderne l’invenzione è l’anticamera della scoperta e viceversa. Questo non significa affatto che le teorie sono invenzioni e dunque sottoposte all’arbitrio di chi le mette insieme, ma al contrario che anche le invenzioni sono riproduzioni di una realtà oggettiva. Sono riproduzioni creative perché l’uomo ha la capacità di astrarre dai singoli fenomeni per giungere a una comprensione astratta, generale del funzionamento della natura. La locomotiva a vapore è un’invenzione nel senso che rappresenta la capacità dell’uomo di mettere a proprio servizio le leggi della fisica. Lo stesso vale per ogni altra invenzione. Dunque il treno o la teoria della relatività sono due tipi di astrazioni relativamente corrette delle leggi oggettive della natura. E hanno anche lo stesso fato: servire all’uomo finché permettono uno sviluppo della sua vita, e diventare un ostacolo e dunque venire abbandonate quando lo sviluppo umano complessivo arriverà a nuove e superiori astrazioni. Questo parallelo rende bene lo status gnoseologico delle teorie. Un battello a vapore non perde la sua oggettività perché esistono le navi a propulsione atomica, viene semplicemente superato. Lo stesso vale per le teorie scientifiche. Astrazioni relativamente corrette un tempo e oggi sorpassate dallo sviluppo della società e della scienza. Il fatto che le teorie, come un prodotto tecnologico, siano costruzioni umane non diminuisce di un grammo la loro oggettività, anzi la rende concreta. L’uomo conosce la realtà sempre secondo modalità date storicamente, specifiche e pratiche perché l’atto del conoscere è ed è sempre stato propedeutico a una pratica di trasformazione. Quando dunque diciamo che nessuna dimostrazione deduttiva può provare alcunché e che la verità delle teorie è un fatto pratico, intendiamo proprio questo[34].

Le teorie derivano dallo sviluppo delle forze produttive. La coscienza è la riproduzione razionale dei propri mezzi di sostentamento. Per questo la conoscenza dell’animale uomo non è più solo riflessiva, passiva, ma riproduttiva. L’uomo riproduce se stesso coscientemente, elevandosi al di sopra della mera sopravvivenza, e quindi riproduce, trasformandolo attivamente, il proprio mondo. Riproduzione significa dunque coevoluzione, dove riflessione significa solo evoluzione dell’animale. L’animale, come abbiamo visto, incorpora le leggi naturali semplicemente sopravvivendo o meno al proprio ambiente. Solo l’uomo conosce.

 

 

5. La teoria dell’astrazione determinata

 

Abbiamo accennato alla questione del rapporto tra astrazioni reali e astrazioni scientifiche. È una questione dibattuta da sempre nell’ambito della teoria della conoscenza, in specie materialista. La teoria dell’astrazione determinata è la sintesi, in campo materialista, di queste ricerche. Marx la espose nella celebre Introduzione del ‘57 che non volle includere nel suo primo libro importante di economia perché troppo “metodologica”, preferendole quella breve nota bio-bibliografica nota come Prefazione. La teoria dell’astrazione determinata può sintetizzarsi come segue: l’astrazione come capacità umana è legata, per il suo sorgere, alla nascita della coscienza e, per il suo funzionamento, allo svolgersi dei processi reali di cui essa si occupa. Così come la capacità di astrarre è venuta all’uomo nel corso dell’evoluzione, così l’evoluzione attuale della realtà permette all’uomo di compiere astrazioni scientifiche[35]. È l’uomo che con la sua mente astrae, ma questa astrazione non avviene nel vuoto, è frutto di un processo reale che fornisce non solo il materiale ma anche e soprattutto le modalità con cui si compie l’astrazione stessa. Che la scienza sia astrazione è ovvio, del resto “ogni teoria sarebbe superflua se l’apparenza delle cose coincidesse esattamente con la loro essenza” (Marx). Il fatto è che, solitamente, l’epistemologia considera questa astrazione una libera operazione umana. Ogni scienziato astrae a modo suo e questo dà vita alle varie teorie. In questo modo, sebbene si dia per scontata l’esistenza di una realtà oggettiva, si nega che esistano rapporti necessari tra essa e la conoscenza, rendendo la scienza un’impresa del tutto soggettiva. Questo è quanto discrimina il materialismo dal semplice ‘realismo’, e in fondo il materialismo da tutte le correnti filosofiche.

Quando abbiamo esposto la differenza tra riflessione e riproduzione intendevamo proprio evidenziare questo punto. Dando per scontata l’esistenza della realtà oggettiva, del mondo esterno, si tratta di analizzare il rapporto tra la produzione scientifica e questo mondo. Per il materialismo non solo la realtà oggettiva esiste, ma soprattutto essa ha uno sviluppo che si riflette in un modo oggettivo, necessario nella scienza. Le rivoluzioni che avvengono nel mondo 1, come lo chiamerebbe Popper, determinano, non immediatamente e direttamente ma comunque necessariamente, le rivoluzioni nella scienza e nella coscienza. Quando la scienza arriva a concepire una nuova astrazione essa non è che la riproduzione di un’astrazione che si è prodotta nel reale.

La concezione qui esposta è difficile da essere accettata perché di solito viene confrontata con lo sviluppo delle scienze naturali, in specie la fisica. Quali cambiamenti ha subìto l’universo e il nostro pianeta dai tempi di Aristotele? Praticamente nessuno, eppure la fisica ha fatto molti passi avanti. Che cambiamenti biologici hanno subìto le specie animali negli ultimi tre secoli? Eppure tre secoli fa l’evoluzione animale era negata da tutti, ecc. È indubbio che nelle scienze sociali l’idea che abbiamo proposto, sul rapporto astrazione reale-astrazione scientifica è ben più chiaro, come vedremo. Tuttavia lo stesso rapporto sussiste nelle scienze naturali. Si tratta solo d’intendere correttamente i “cambiamenti del mondo” di cui parlavamo. Per tali cambiamenti non intendiamo solo modificazioni del mondo inanimato, siano esse il collasso di una stella o la deriva dei continenti, ma anche del mondo 2, sempre secondo la terminologia popperiana, ovvero il mondo proprio della materia cosciente. Lo sviluppo della coscienza su questo pianeta è un processo altrettanto oggettivo quanto la rotazione dei pianeti. La nostra specie ha trasformato il suo rapporto con la natura e l’universo a partire dal modo con cui essa vive e riproduce la propria esistenza. Lo sviluppo delle forze produttive ha modificato il rapporto tra l’uomo e la natura. Questo sviluppo oggettivo è la fonte dello sviluppo della scienza.

Questo punto è importante perché fornisce una spiegazione al modello kuhniano di crescita della conoscenza. Come si è ricordato, tale modello è molto efficace nel descrivere come si svolge la storia della scienza, ma in nessun modo spiega questa storia. La spiegazione è da ricercarsi nello sviluppo delle forze produttive. Direttamente, questo sviluppo mette a disposizione nuove risorse, nuovi materiali, nuovi strumenti per capire il mondo. Indirettamente, lo sviluppo delle forze produttive permette la nascita di nuove filosofie, nuove epistemologie, che rappresentano lo sviluppo oggettivo e permettono di superare i limiti delle vecchie concezioni. La fisica moderna è migliore di quella aristotelica perché le forze produttive sono enormemente più sviluppate e questo ha permesso telescopi e acceleratori di particelle, nonché i paradigmi e i modelli con cui si fa scienza oggi. Ripetiamo l’ovvia osservazione che questo sviluppo non ha nulla di lineare. Inoltre lo sviluppo delle forze produttive non implica di per sé un miglioramento qualitativo né della scienza né della vita. Le fabbriche che producevano i carri armati, durante la seconda guerra mondiale, erano un segno di enorme sviluppo delle forze produttive rispetto a una lancia di un aborigeno, ma che ciò costituisse un “miglioramento” è ben difficile dirlo. L’importante è mettere in evidenza il collegamento tra sviluppo delle teorie scientifiche e sviluppo reale. Nelle scienze naturali i processi reali sono spesso talmente lenti, o talmente rapidi (si pensi alla deriva dei continenti da una parte e alla vita brevissima di alcune particelle dall’altra) che spesso la filosofia della scienza nega la relazione di questi processi con le novità scientifiche. Perché trascura lo sviluppo altrettanto oggettivo delle condizioni in cui si svolge la scienza. Nelle scienze sociali invece la cosa è più chiara.

Si possono in ogni caso, proporre chiari legami tra le due astrazioni. Prendiamo un esempio dalla medicina: la sostanza chimica nota come endorfina. Quando gli scienziati videro gli effetti delle sostanze oppiacee (morfina, ecc.) sul cervello si chiesero: come possono esserci recettori intracerebrali per sostanze artificiali esterne, sostanze create dall’uomo? Il cervello infatti reagiva in modo sorprendente a queste sostanze, evidenziando una forte affinità tra prodotto artificiale e recettori naturali. L’endorfina è la risposta. È una morfina endogena, autoprodotta. Il nostro cervello risponde così fortemente alle droghe artificiali perché il nostro organismo recepisce una riproduzione di quanto è in noi; la cosa artificiale non può funzionare se non ripercorrendo la realtà, essendone uno sviluppo consono. Le droghe come la morfina e l’eroina sono così efficaci proprio perché sono una riproduzione artificiale di una sostanza prodotta naturalmente dall’uomo. Questo è un esempio “in negativo” molto chiaro. Lo sviluppo delle forze produttive ha creato le condizioni perché la chimica giungesse a riprodurre qualcosa che esisteva indipendentemente da noi da milioni di anni. Questo è quanto la tecnologia fa, in generale, con i processi oggettivi.

Un altro esempio viene dallo sviluppo della chimica. Anche qui vi è un’interazione tra scoperta e invenzione. Quelli che setacciano torrenti e cave alla ricerca dell’oro vengono definiti “cercatori d’oro”, un termine molto simile a quello di “ricercatore”, inteso come esperto di laboratorio. Non a caso. L’oro setacciato e i polimeri inventati dall’uomo costituiscono due livelli diversi del rapporto tra l’uomo e l’ambiente. In un certo senso l’oro è una semplice “riflessione” ovvero una semplice scoperta, mentre il polimero, e qualsiasi materiale artificiale, è una “riproduzione”. In questo esempio si evidenzia la differenza tra riflessione e riproduzione. Un materiale plastico può esistere solo perché l’uomo sfrutta le leggi oggettive della chimica e le utilizza a proprio favore, dove trovando una miniera d’oro compie una semplice operazione di contatto con l’ambiente. Lo stesso vale nella teoria della conoscenza. Dove la riflessione è una semplice presa di contatto con il mondo, la riproduzione è un’astrazione, una generalizzazione cosciente dei processi di tale mondo.

 

 

 

 

6. Valore e astrazione

 

L’esempio più chiarificante della teoria dell’astrazione determinata nelle scienze sociali è il concetto di lavoro astratto. Tale concetto venne introdotto da Marx nell’analisi della teoria del valore. Marx fu il primo a distinguere esplicitamente tra lavoro concreto e lavoro astratto, ma tale distinzione, anche se non chiaramente, è insita in ogni teoria del valore oggettiva e dunque anche nell’economia politica classica. Essa è spesso considerata come la risultante di un processo di astrazione puramente soggettivo, in cui l’economista riconosce nei vari lavori concreti la stessa sostanza del lavoro sociale[36]. Questo processo mentale c’è, naturalmente, perché senza l’astrazione dell’uomo non ci sarebbe scienza, ma occorre interrogarsi sulla fonte di questa astrazione. Per esempio, se entriamo in un negozio di sedie, ne vediamo di svariati tipi: in legno, in ferro, piccole, grandi, costose, economiche, e non abbiamo difficoltà ad astrarre dai vari caratteri specifici per riconoscere in tutte esse l’attributo generale di sedia. Ma la sedia astratta, un tipo ideale di sedia che sintetizzi tutte le caratteristiche delle varie sedie, non esiste. Soprattutto non esiste, almeno a nostra conoscenza, un processo immanente che rende le sedie sempre più simili tra loro. In questo caso è ovvio che l’astrazione è un processo solo cosciente, che l’uomo impone ai vari tipi di sedie concrete perché il suo cervello funziona necessariamente per astrazioni. Ma nel caso del lavoro il processo non è affatto solo mentale. Il lavoro diventa sempre più generale, sociale nella realtà. Più la produzione capitalistica si espande e si approfondisce e più i lavoratori sono intercambiabili tra loro, più erogano lavoro generico, lavoro che è astratto non perché l’economista riconosce in esso i tratti comuni del lavoro sociale, ma perché è immediatamente sempre più lavoro sociale, generale e generico. Naturalmente questo processo non è concluso, ma è una tendenza immanente del processo produttivo contemporaneo[37]. Solo l’operare di questa tendenza ha permesso a Marx di concettualizzare il lavoro astratto e quindi di concepire la propria teoria del valore e del plusvalore. Le condizioni moderne in cui si svolge l’erogazione di lavoro salariato sono state la chiave con cui Marx ha potuto comprendere l’erogazione di lavoro sociale in tutte le epoche. L’astrazione reale, il processo per cui il lavoro diviene veramente sempre più astratto, permette l’astrazione scientifica, la comprensione di cosa sia il lavoro astratto. Quando lo sviluppo economico ha evidenziato questo processo, la scienza lo ha colto. Nessuno studioso medievale avrebbe potuto concepire il lavoro astratto vedendo la produzione corporativa e artigianale del suo tempo. Allo stesso modo l’assunto che la storia è storia di lotte di classi non poteva essere elaborato quando la lotta di classe era ancora nascosta nei veli delle guerre religiose o etniche. Solo quando essa è venuta allo scoperto ha permesso di capire anche le epoche passate. Per usare la famosa metafora di Marx: “l’anatomia dell’uomo è la chiave per l’anatomia della scimmia” (che è biologicamente imprecisa ma teoreticamente molto profonda). L’astrazione scientifica del lavoro astratto o del valore, è dunque una conseguenza di tendenze reali del processo produttivo, che si riflettono nella mente degli uomini e vengono riprodotte nelle teorie economiche. È dunque l’astrazione reale che viene riprodotta nell’astrazione scientifica, nella conoscenza astratta della teoria. Le concezioni dell’uomo, che sono sempre un tipo di conoscenza astratta, ripercorrono nel pensiero le tendenze del reale. Questo è quanto intendiamo per riproduzione. In sintesi, dunque, le teorie sono riproduzioni scientifiche di riflessioni cognitive del mondo.

 

 

7. Il rapporto tra riflessione e riproduzione. L’economia politica

 

Riflessione e riproduzione sono momenti gnoseologicamente differenti ma sempre compresenti. Storicamente la riproduzione è un processo molto successivo e più limitato della riflessione, che riguarda invece ogni forma di vita. Concretamente, in ogni singolo istante, riflessione e riproduzione procedono insieme, anche se producono risultati diversi. La riflessione è un processo continuo che conduce, in certe condizioni, alla riproduzione del reale in forma di vere e proprie astrazioni. La distinzione tra i due processi mi sembra reale e, dal punto di vista della teoria della conoscenza, fondamentale. Nei lavori di molti filosofi materialisti spesso la distinzione viene appena abbozzata, o viene semplicemente definita in altro modo. Nelle scuole moderne di epistemologia invece, si cassa sempre una delle due parti del processo conoscitivo. Gli empiristi di varia estrazione vedono solo la riflessione, la percezione, e non riescono a spiegare perché le stesse percezioni possano portare a teorie opposte. I “razionalisti” di varia estrazione hanno buon gioco a disfarsi di questo meccanicismo gnoseologico, facendo notare che i fatti vengono collezionati a partire da una teoria, che bisogna sapere come e cosa osservare prima di osservare ecc. La teoria della tabula rasa non solo è errata come concezione della crescita della conoscenza, ma perfino come metafora. Una tabula rasa infatti non è affatto indifferente rispetto all’oggetto della conoscenza, è una struttura adatta a organizzare un certo tipo di conoscenza. Il fatto che sia stata scelta dimostra che gli empiristi la consideravano il massimo possibile di neutralità. Il punto è proprio che non esiste tale neutralità. Gli strumenti della conoscenza sono il risultato di una lunga evoluzione, prima animale e poi anche tecnologica. Senza i milioni di anni che hanno condotto i primati a divenire coscienti, non si sarebbe mai vista una “tabula rasa” sulla Terra. Già questo basterebbe a scartare l’empirismo come concezione gnoseologica.

Dall’altra parte i relativisti (sociologi della conoscenza ecc.) vedono solo la riproduzione sociale e dimenticano che essa riflette in modo socialmente significativo il mondo reale. Non è un invenzione del ricercatore. Indubbiamente i due processi non sono fissi nel tempo. Abbiamo spiegato come le strutture cognitive (sia “hardware” che “software” e queste molto più velocemente) evolvano nel tempo. Questo significa che lo sviluppo dell’uomo ha condotto la sua conoscenza a essere sempre più conoscenza astratta perfino immediatamente, anche se i sensi devono ovviamente avere a che fare con oggetti concreti, da cui ci si può staccare sempre solo con un processo cosciente (che però ha una componente innata, nel senso di fornita dall’evoluzione precedente), sociale di sintesi e astrazione[38]. Tutte le analisi sullo sviluppo della scienza, sulla lotta tra varie teorie e paradigmi, non potrebbero avere una base razionale senza la distinzione qui esposta. Come attribuire un carattere oggettivo a teorie che sostengono cose opposte? La logica formale suggerirebbe di inorridire. La sociologia della conoscenza di negare il legame tra mondo reale e teoria. A mio giudizio questi consigli si possono rifiutare. Prendiamo l’esempio più chiaro e completo, l’economia politica. Come scienza l’economia politica è legata più di ogni altra allo sviluppo del capitalismo, alle sue svolte e alle esigenze che la classe dominante ha rispetto alla gestione del processo produttivo. Ma l’economia politica degli ultimi decenni è sempre più irreale, quasi impalpabile. Da quando si è imposto il paradigma neoclassico, l’economia politica si è indirizzata verso la descrizione di un mondo che, si direbbe superficialmente, non esiste, è una favola bella e buona, un non senso. Ma in questo caso che ne sarebbe del processo di riflessione? Bisognerebbe ammettere che esiste una fonte della conoscenza al di fuori della riflessione (il mondo iperuranio, la divinità, il subconscio?). D’altronde potremmo mettere sullo stesso piano la teoria neoclassica, la teoria classica, la teoria marxista come ideologie che qualcuno sceglie per una serie di ragioni e che non sono migliori o peggiori, sono come i gusti del gelato, non si può certo obiettare se qualcuno preferisce uno o l’altro. Infine si può concedere che tutte queste teorie sono una riproduzione che ha certe determinanti sociali dei processi reali che si svolgono nella società. È il processo descritto da Marx per quanto riguarda lo sviluppo che l’economia politica aveva avuto al suo tempo. Se Ricardo poteva permettersi di analizzare i rapporti di produzione reali del capitalismo, già dopo gli anni ‘30, per le ragioni che ora vedremo, ciò non è più possibile:

 

«Prendiamo l’Inghilterra. La sua economia politica classica cade nel periodo in cui la lotta fra le classi non era ancora sviluppata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fa infine, consapevolmente, dell’opposizione fra gli interessi delle classi, fra salario e profitto, fra il profitto e la rendita fondiaria, il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma in tal modo la scienza borghese dell’economia era anche arrivata al suo limite insormontabile. […] L’età seguente, dal 1820 al 1830, è contraddistinta in Inghilterra dalla vivacità scientifica nel campo dell’economia politica. Fu il periodo tanto della volgarizzazione e diffusione della teoria ricardiana, quanto della sua lotta contro la vecchia scuola. Si celebrarono splendidi tornei. […] Il carattere spregiudicato di quella polemica - benché la teoria ricardiana vi serva già, eccezionalmente, anche come arma offensiva contro l‘economia borghese - si spiega con le circostanze del tempo. Da una parte, anche la grande industria sta appena uscendo dall'infanzia, com'è provato già dal fatto che essa apre il ciclo periodico della sua vita moderna soltanto con la crisi del 1825. Dall’altra parte, la lotta delle classi fra capitale e lavoro era respinta nello sfondo, politicamente per la discordia fra i governi e l'aristocrazia feudale schierati attorno alla Santa Alleanza, e la massa popolare guidata dalla borghesia, economicamente per la contesa fra capitale industriale e proprietà fondiaria aristocratica […]. Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte.

La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta fra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morto. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica. […] La rivoluzione continentale del 1848 ebbe il suo contraccolpo anche in Inghilterra. Uomini che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti, cercarono di mettere l’economia politica del capitale d’accordo con le rivendicazioni del proletariato, che ormai non potevano essere ignorate più a lungo. Di qui il sincretismo esanime, come è rappresentato, meglio che da altri, da John Stuart Mill»[39]

 

È importante capire che l’analisi fatta da Marx di come la natura sociale della riproduzione scientifica cambi nelle varie fasi del capitalismo, è la descrizione di un processo oggettivo. Come l’arrivo dei coloni bianchi portò allo sterminio degli indiani americani, così il maturare delle condizioni del conflitto di classe nell’epoca moderna ha modificato il modo con cui l’economia riproduce la realtà. Ciò non ha nulla a che vedere con il rapporto tra l’uomo e la realtà: la riflessione non è affatto cambiata. La mente umana riflette la società nello stesso modo in cui lo faceva cento e mille anni fa. Ma è invece mutato come la società rappresenta e organizza questa riflessione, ovvero come si fa scienza. Il feticismo di cui parla Marx c’era anche in Smith, ma allora era semplicemente il fatto che l’economia politica, per divenire scienza, doveva eternare le condizioni capitalistiche di produzione, considerandole naturali, “normali”. Questo procedimento era ingiustificato da un punto di vista epistemologico, ma aveva una base sociale nel fatto che la funzione storica del capitalismo era progressiva e i teorici del capitalismo potevano legittimamente disinteressarsi ai modi di produzione futuri per analizzare la propria epoca, dato che una trasformazione non era all’ordine del giorno. Diversa è la situazione da quando il capitalismo è diventato un sistema che limita lo sviluppo economico e sociale. Il ruolo dell’economia politica è cambiato con il capitalismo. L’esempio dell’economia è molto evidente, ma lo stesso processo vale per tutte le scienze.

Riflessione e riproduzione segnano due stadi del rapporto tra la materia vivente e la realtà. La nascita della coscienza ha prodotto un nuovo rapporto tra animale e ambiente sia in termini di evoluzione che in termini di conoscenza. Non c’è nessun aspetto di questo rapporto che non sia stato profondamente trasformato da questa “novità”. Ma, come si è cercato di dimostrare, queste trasformazioni si svolgono attraverso le stesse leggi che valgono per ogni altro animale. Se un aereo vuole decollare deve rispettare le stesse leggi scientifiche a cui sottostà il volo degli uccelli o delle api. Le leggi di sviluppo della società, della scienza, dell’industria sono le stesse che vigono nello sviluppo delle specie animali. L’uomo ha un solo vero privilegio rispetto alle altre specie: ne è cosciente.

 

 

8. Una nota sulla storia di riflessione e riproduzione: Hume e Kant

 

Tradizionalmente la teoria materialistica della conoscenza si è basata sulla teoria del riflesso. I vari filosofi e le varie scuole hanno dato a tale teoria connotazioni ben diverse. Molte scuole hanno anticipato, anche compiutamente, la distinzione che abbiamo proposto tra riflessione e riproduzione. Essa si trova, più o meno esplicitamente esposta, lungo tutto il corso della storia della filosofia, specialmente delle correnti di pensiero materialiste, ma non solo. In un certo senso tutte le filosofie hanno tale distinzione, che non è altro che il rapporto tra l’uomo e il mondo sub specie della gnoseologia. Di solito sono stati usati indifferentemente i termini che qui invece designano processi diversi. Così si parla indistintamente di riflessione, copia, riproduzione, rappresentazione, immagine (a volte rovesciando il significato di riflessione e riproduzione rispetto all’uso che ne abbiamo fatto qui ecc.). Dalla millenaria discussione su questi temi ci interessa estrarre quello che è forse il tema più discusso e controverso e che ha preso tradizionalmente il nome di “problema di Hume”. Gli empiristi riducevano la teorizzazione umana alla constatazione di una ripetizione di eventi: ogni giorno il Sole sorge, ergo il Sole sorge tutte le mattine. Hume, più incisivamente di altri, fece notare che la semplice ripetizione di fenomeni non conduceva a una teoria. Infatti noi oggi sappiamo che verrà un giorno in cui il Sole non sorgerà più. Inoltre la scienza non può descrivere la semplice congiunzione di due eventi, ma deve trovare un nesso causale. Se si osserva ogni mattina il passaggio di un treno proprio allo spuntare del Sole, applicando meccanicamente il metodo baconiano, si potrebbe concludere che il passaggio del treno è legato al sorgere del Sole, anzi si potrebbe concludere che il treno fa sorgere il Sole, “post hoc ergo propter hoc”. Questa asserzione è ovviamente un non senso e non occorre il falsificazionismo per capire che una qualsiasi obiezione la farebbe crollare, ma il punto rimane. Come trovare delle relazioni causali in mezzo a semplici concatenamenti di fenomeni. La giusta critica che Hume fece all’empirismo sfociò purtroppo in un abbandono del concetto di causa e, in ultima analisi, all’abbandono del razionalismo. Alla fine il filone che partì con quel filosofo e che continua oggi nelle varie sette neopositiviste nega la possibilità di conoscere nessi oggettivi, relegando tali nessi a concetti estrinseci che la natura umana impone alla materia grezza. Il problema di Hume si impose al dibattito filosofico della sua epoca e fu al centro del tentativo kantiano di difendere le conquiste scientifiche newtoniane dalle pretese della metafisica. Kant si concentrò su un aspetto particolare del problema di Hume: il problema della conoscenza dei concetti astratti, i noumeni[40]. Secondo Kant possiamo ben conoscere i fenomeni, il mondo che ci circonda nel suo livello più concreto, ma non possiamo conoscere le cose in sé, che pure esistono. Le categorie, senza le quali la conoscenza non è possibile, sono solo dentro di noi, noi le imponiamo a quella mole di dati inerte che proviene dall’esperienza. In un certo senso l’intelletto umano ha una funzione maieutica: tira fuori dalla natura quello che essa ha in sé in forme approssimate, confuse. Il punto della discussione è, ancora una volta, la natura delle astrazioni scientifiche: i noumeni sono conoscibili o sono inconoscibili, restando le categorizzazioni, un processo soggettivo? Accantoniamo l’aspetto evolutivo che Kant non tratta e che è invece importante (le categorie come effetto dell’evoluzione biologica e sociale dell’uomo, l’astrazione come modo oggettivo di procedere del pensiero umano per via della coscienza ecc.) e che vari studiosi più o meno vicini a Kant hanno già approfondito in modo egregio. Il punto centrale nel problema dell’astrazione è il concetto di causa. L’esistenza di cause oggettive che producono determinati fenomeni permette all’astrazione di avere una base oggettiva. Le rotative che producono mille copie di una certa rivista producono oggetti materialmente tutti diversi. Con un microscopio si potrebbe facilmente verificare l’esistenza di piccole differenze, tra le mille copie, dovute a una quantità di fattori. Nondimeno nessuno avrebbe difficoltà ad astrarre da queste piccole sbavature per identificare tutte le copie come diverse concretazioni di un’unica rivista identica. Questa astrazione è compiuta dal soggetto ma è basata su un processo oggettivo: una stessa causa produce uno stesso effetto. L’astrazione in questo caso si basa su una causa oggettiva inserita in un processo produttivo creato dall’uomo e quindi è sotto il nostro controllo. Nessun filosofo può dubitare che la copia della rivista che uscirà come 300° sarà uguale alla 299°, e se un redivivo Hume ne dubitasse, qualsiasi tipografo potrebbe facilmente smentirlo. Questo esempio chiarisce la natura dell’astrazione. Chiarisce anche come la possibilità di astrarre dipenda dalle specifiche qualità dei singoli elementi concreti che compongono l’insieme soggetto ad astrazione. Per esempio le piccole differenze tra le copie della rivista sono così insignificanti che non si notano, ma se per una qualsiasi ragione il processo di stampa andasse male, la copia sarebbe inutilizzabile, la quantità diverrebbe qualità e quella copia verrebbe buttata. Anche in questo caso l’astrazione non viene decisa liberamente dal soggetto, piuttosto è l’unico modo di operare che ha la mente umana sui processi oggettivi. Questo lo ammetteva lo stesso Kant. La sua negazione della possibilità di conoscere la cosa in sé entra però qui in crisi, infatti la “cosa in sé” da cui scaturiscono tutte le copie della rivista esiste veramente ed è ben conoscibile, essendo l’insieme dei contenuti della rivista con i quali verranno poi riempite tutte le copie[41].

Concludendo: la critica antimeccanicista che Hume e Kant, tra gli altri, hanno portato alle teorie empiriste va accolta come un contributo di primo piano alla gnoseologia. La soluzione che però essi prospettano allontana la scienza dalla possibilità di afferrare il ruolo dell’astrazione. La dialettica è la soluzione a questo dilemma. La teoria della conoscenza deve basarsi sullo sviluppo evolutivo umano in tutte le sue fasi, sul ruolo della coscienza nel processo conoscitivo e dunque nella distinzione tra riflessione e riproduzione, nata con la nascita dell’uomo, della materia cosciente.

 


III. La coscienza come risultato dello sviluppo economico e sociale dell’uomo

 

 

1. Il dibattito sulla coscienza

 

Che l’uomo sia una specie animale evolutasi con tutte le altre è stato accettato dalla scienza solo negli ultimi secoli e c’è ancora qualche cialtrone che lo rifiuta. In ogni caso, quando si cerca di evidenziare che cosa divide l’uomo dagli altri animali, ed escludendo attributi mistici come l’anima, ci si riferisce alla coscienza, a quella sensazione di esserci che sembra unica dell’uomo. Data l’importanza dell’argomento non c’è da stupirsi che gli studiosi siano fortemente divisi. Possiamo trovare a tal proposito le posizioni più diverse. La scuola comportamentista, che ha dominato la psicologia per buona parte del secolo, negava semplicemente che esistesse qualcosa come la coscienza o la mente[42]. Tutta l’attività dell’uomo sarebbe, secondo questa concezione, una risposta meccanica a stimoli ambientali. I cani di Pavlov darebbero il modello per ogni attività umana. Un altro estremo è rappresentato dai teorici della intelligenza artificiale “forte”, una sorta di moderno panpsichismo secondo cui presto i computer diverranno coscienti, o, secondo frange estreme della scuola, lo sarebbero già (il che spiegherebbe come mai qualcuno insulti il proprio pc che non funziona come dovrebbe). Vi è anche chi sostiene che la coscienza sia una caratteristica di ogni animale, ma in diverso grado e che dunque l’uomo avrebbe solo la massima intensità di una dote universale. Il problema è che non si ha accordo nemmeno su che cosa sia la coscienza. Non solo ogni disciplina ha una definizione diversa, ma anche ogni scuola fornisce una propria versione. Quando dunque si leggono analisi della coscienza, si stanno in realtà leggendo materiali su argomenti differenti. Per alcuni la coscienza è semplicemente la consapevolezza di sé, per altri è una specie di guida morale, per alcuni una sorta di capacità motoria ecc. Molti studi hanno affrontato il problema da un punto di vista storico ed evolutivo (la nascita della coscienza), ma anche qui i dissidi sono profondi. Si va da chi vede la coscienza come una fedele alleata dell’uomo da milioni di anni a chi addirittura sostiene che essa è sorta non più di qualche migliaio di anni fa. Questa babele di teorie e definizioni è difficilmente appianabile con qualche tipo di prova. Lucy, l’esemplare di australopiteco trovato da Johanson, o le famose impronte di Laetoli, hanno potuto illustrare il bipedismo umano come una caratteristica molto atavica dello sviluppo degli ominidi e questo ha portato alla vittoria di una teoria del bipedismo anteriore alla encefalizzazione. Ma sicuramente non si trovano “resti” della coscienza. Certo, ci sono le produzioni umane (armi, pitture, costruzioni ecc.), ma anche qui ripiombiamo in una selva di teorie contrastanti. L’altro approccio che tipicamente viene seguito a proposito della coscienza è quello funzionale: a che cosa serve la coscienza? In questo modo si tenta di chiarire, per prove ed esclusioni, il vero ruolo della coscienza nella vita umana. Proveremo ad affrontare la coscienza in entrambe le prospettive: prima nell’atto della sua nascita e del suo sviluppo, successivamente per appurare la sua funzione nella nostra specie. Una cosa comunque appare certa: la coscienza ha un ruolo fondamentale per la teoria della conoscenza che stiamo sviluppando.

 

 

2. La nascita della coscienza

 

Mi occuperò qui principalmente degli aspetti generali e gnoseologici del problema e si faranno solo alcuni riferimenti al processo fisiologico, anatomico che ha permesso la coscienza[43]. Sembra ormai abbastanza sicuro che la spaccatura geologica in due aree distinte di una zona dell’Africa in cui vivevano popolazioni di primati, dividendo questi animali in due ambienti, abbia prodotto in una certa specie il bipedismo stabile, come reazione alla deforestazione. Questa variante dello sviluppo ha dato origine a una coevoluzione dialettica di straordinaria velocità, quella tra mano e cervello. Le mani potevano fare sempre più cose, soprattutto cominciavano a creare strumenti, ma necessitavano di un coordinamento sempre migliore. Il cervello forniva questo coordinamento sviluppandosi e aggiungendo dunque al proprio operare sempre nuove funzionalità. La coevoluzione in sé non ha nulla di particolare, anzi l’evoluzione non esiste mai per organi o parti separate, ma opera sempre nell’organismo e perfino nella specie come una totalità. La particolarità di questa coevoluzione è che ha portato allo sviluppo di facoltà che permettevano di aumentare le risorse a disposizione della specie. Il cervello e le mani, tramite il lavoro, potevano costruire utensili, armi, creare cose nuove, sempre più elaborate. Lo sviluppo volontario di risorse vitali segna il nodo decisivo. Se un branco di leoni arriva, girovagando per il proprio territorio, in una valle piena di mandrie di erbivori grassi e lenti, avrà accresciuto enormemente le proprie risorse vitali, ma questo sviluppo resterà sempre legato alla sorte, che potrebbe girare le spalle ai poveretti in ogni istante. Momenti di abbondanza e carestia sono normali in natura, ma la situazione dell’uomo in fieri era diversa. Esso cominciava a rendersi indipendente dalla natura, cominciava a guardare la natura come qualcosa da cui attingere e da dominare piuttosto che qualcosa da cui si è dominati. La nascita della coscienza è dunque legata indissolubilmente allo sviluppo delle forze produttive[44]. A un certo punto l’uomo è riuscito a rendersi relativamente indipendente dalle condizioni immediatamente naturali della propria esistenza. L’evoluzione della specie ha raggiunto allora la possibilità di ridurre il tempo di lavoro socialmente necessario. Con esso intendo la quantità di lavoro sociale medio che, moltiplicata per il numero di lavoratori produttivi attivi, è necessaria a creare le risorse che permettono di sfamare tutta la popolazione. Questo processo è totalmente nuovo nella storia. Molti animali “lavorano” poche ore a settimana e in periodi favorevoli non fanno quasi nulla per mesi, ma in ogni caso la quantità di lavoro erogato non è un fattore su cui abbiano il minimo controllo. Se i tempi sono magri, devono vagare senza sosta in cerca di cibo. L’uomo cominciò a staccarsi da queste condizioni, cominciando a creare le proprie risorse. Questo è il processo che ha dato il via alla nascita della coscienza. Le precondizioni fisiologiche si erano formate nel corso della coevoluzione mano-cervello. Inoltre questa coevoluzione aveva portato nelle strategie della sopravvivenza la conoscenza. Tutti gli animali anche minimamente sviluppati imparano dall’esperienza, e si trasmettono entro certi limiti questa esperienza. L’uomo fu costretto dalle circostanze a mettere la produzione e la circolazione delle informazioni al primo posto tra le strategie di sopravvivenza (non potendo correre, o volare, o fare paura o cavarsela in nessun altro modo). Questo veniva permesso dalla presenza di strutture cognitive idonee; soprattutto poneva lo sviluppo di simili strutture come la priorità fondamentale nell’evoluzione della specie. Ma ancora più rilevante è il fatto che il meccanismo di reinforzo della selezione avveniva qui a velocità molto maggiore, perché l’evoluzione non si rifletteva semplicemente nella costruzione di organi e comportamenti idonei, ma veniva introiettata in queste strutture stesse. Da qui l’aumento vertiginoso nella velocità dell’evoluzione. Sintetizzando quanto detto finora: la coscienza venne creata dallo sviluppo delle forze produttive, dalla produzione ragionata, volontaria delle proprie risorse e dalle spinte all’organizzazione di strutture cognitive sempre più sviluppate. A un dato momento la coscienza divenne una necessità per l’ulteriore sviluppo della specie. Questo per entrambi i fattori fin qui considerati. Per quanto riguarda le forze produttive, la produzione volontaria delle proprie risorse richiedeva la coscienza allo stesso modo con cui la originava. Senza avere coscienza di sé era ed è impossibile coordinare il lavoro sociale (e l’uomo esplica solo lavoro sociale, economicamente parlando) a fini razionali di sfruttamento delle risorse naturali. Inoltre la riduzione del tempo di lavoro necessario permetteva a livello individuale e sociale di dedicare sempre più spazio alla conoscenza astratta, alla teoria. Ogni azione necessita e insieme produce conoscenza e ogni conoscenza necessita e si esplica con un’azione. Ma riducendo il tempo di lavoro necessario, creando così un surplus sociale, nella società si creava un fondo con cui sfamare chi si dedicava alla conoscenza astratta. Questo è un processo che si può analizzare sia in un uomo che nella società. Riducendo il tempo di lavoro necessario, ogni uomo può dedicare una quota della propria vita a ragionare su quello che vede, scambiarsi informazioni con gli altri su quello che ha fatto, su quello che ha imparato e trasmetterlo alle generazioni successive. A livello sociale si può creare una quota di persone che fanno di questa attività il proprio lavoro. All’origine questo è un favoloso avanzamento, in seguito provoca la divisione sociale del lavoro, la divisione in classi ecc. Qui ci interessa far notare come il punto decisivo sia sempre la questione dello sviluppo delle forze produttive. È questo a modificare i rapporti dell’uomo con la natura e degli uomini tra loro. Anzi si può dire che lo sviluppo delle forze produttive crea i rapporti dell’uomo con la natura. È infatti la presa di coscienza di sé come soggetto che crea la relazione dell’uomo con la natura, mentre ogni altro animale ha una relazione meramente biologica con gli altri animali e con l’ambiente biologico nel suo complesso. Ma veniamo alla conoscenza. Conoscenza superiore significa conoscenza organizzata, un processo di generalizzazione dell’esperienza. Tutto ciò in una parola è: flessibilità della conoscenza (e dunque della specie). Ma anche qui la coscienza viene ad essere necessaria: solo distinguendo tra sé e il mondo, solo arrivando a concepire sé come soggetto altro dal mondo, solo dunque arrivando alla presa di coscienza si può arrivare alla conoscenza astratta. Nessun animale può dire “nessun animale”! Con ciò intendo dire che “nessun animale” è un’affermazione astratta, generale, frutto del tipo di evoluzione che solo l’uomo ha avuto. Gli animali hanno una conoscenza sempre particolare, specifica e immediata, che si fissa nella propria specie solo per mezzo dell’evoluzione biologica[45]. Così se domani comparisse un nuovo animale alato che mangia le formiche, un “formichiere volante”, nessuna formica scampata a una strage, potrebbe riferire alle altre che i formichieri volanti arrivano dal cielo e costituiscono un tremendo pericolo. Dovrebbe, poveretta, attendere che le formiche casualmente più attente e resistenti ai formichieri alati sopravvivessero e avessero una discendenza fino a rendere insito in ogni formica il pericolo. Anche questa è conoscenza, anche questo rappresenta un riflesso del reale nel modo di essere dell’animale. Evidentemente però è una conoscenza puramente meccanica, che può modificare l’animale solo se lo modifica fisicamente. Ed è dunque lentissima. L’uomo possiede la capacità di astrarre, ovvero di sintetizzare l’elemento comune nei vari fenomeni. Questa capacità è stata una necessità nello sviluppo della specie, dovuta appunto alle necessità della creazione cosciente delle proprie risorse. Solo l’uomo è un “tool-making animal”, perché solo l’uomo può progettare la conoscenza prima che questa si esplichi, può immaginare il bastone, o la casa nel cervello prima di vederla con gli occhi. Solo l’uomo produce perché solo la conoscenza umana è una riproduzione della realtà, dove la conoscenza animale è solo una riflessione di questa realtà. La conoscenza astratta, è perfino superfluo notarlo, ha retroagito notevolmente sullo sviluppo delle forze produttive. Un uomo poteva spiegare a un altro che tutti gli animali di quella specie sono commestibili, poteva insegnare a usare il fuoco, le armi ecc. Lo stesso linguaggio altro non è che conoscenza astratta[46]. E come sempre l’interazione aumenta la rapidità del processo: il linguaggio permette il passaggio della conoscenza astratta e la stessa creazione della conoscenza astratta. La coscienza, la sensazione di “esserci” e di essere un soggetto separato dal mondo e dagli altri soggetti, è un risultato della specifica strada che ha preso l’evoluzione umana. È un processo che riguarda naturalmente lo sviluppo della specie nel suo complesso[47]. Quando parliamo dunque di “coscienza di sé” non ci riferiamo all’individuo come a una monade che per proprio conto si rende cosciente. La coscienza si è prodotta nella specie come risultato del lavoro combinato dell’intero gruppo. E ancora oggi la coscienza è individuale solo nel senso che ogni individuo sa distinguere (a partire da una certa età[48]), tra sé e gli altri, ma sa anche che esiste come individuo solo in quanto partecipa di un consesso, di un entità sociale di cui è parte. A questo proposito la filosofia ha spesso eliminato metà del processo reale interpretando la società come la somma di atomi autonomi, oppure gli individui come semplici appendici di una presupposta entità sovraumana, come fossero cellule. Invece l’uomo è individuo in quanto è individuo sociale. Solo per ipotesi possiamo pensare a un uomo isolato. I Robinson Crusoe, intesi come forme di vita umana, non esistono, essi sono invece un frutto letterario (e purtroppo scientifico) di una certa società e, a ben guardare, dimostrano che la natura dell’uomo è una natura di animale sociale, cosciente e astraente, in qualsiasi situazione. L’ultimo aspetto che mi interessa trattare, discutendo della nascita della coscienza e del pensiero astraente, è il rapporto tra soggetto e realtà, ovvero tra animale e ambiente. Tutti gli animali conoscono per mezzo dei propri sensi, ovviamente. La differenza sta nell’elaborazione del dato fenomenico, della percezione. Più l’animale è sviluppato a livello di strutture cognitive, e più il dato fenomenico è solo il punto di partenza del conoscere. Fisiologicamente parlando questo si riflette nella presenza di un sistema nervoso sempre più complesso e ramificato. Nell’uomo si può dire che la conoscenza avviene con i sensi solo al livello più banale della immissione di dati. È ovvio che per scambiare informazioni bisogna parlare e ascoltare, il che significa che bisogna avere orecchi e bocca. Ma i sensi sono, nell’uomo, solo il canale di accesso della conoscenza. Canale per altro sempre più ininfluente, nel senso che orienta sempre meno anche il come della nostra attività sensibile. Per fare un esempio, un uomo privo di vista può leggere un libro con gli altri sensi, avendo le stesse identiche informazioni di chi legge il libro con gli occhi. Abbiamo sempre meno bisogno di percepire direttamente e d’altra parte possiamo farlo sempre meno. Se solo duemila anni fa tutto ciò che uno scienziato studiava lo aveva letteralmente sotto gli occhi, un fisico di oggi non “vede” certo gli atomi. Per non parlare degli scienziati sociali che hanno sempre dovuto far ricorso alla “forza dell’astrazione” (come scrisse Marx). Se parliamo della conoscenza come attività, è palese riconoscere che conosciamo con la nostra mente nel suo complesso, il conoscere è un’attività della nostra mente e del nostro corpo in generale. Non bisogna mai dimenticare che i dati da cui la nostra conoscenza parte, quello che arriva al cervello, hanno un’unica fonte: il mondo, la materia che ci circonda. Al contempo occorre osservare che la riflessione di questa fonte nel cervello è solo l’inizio della conoscenza e non avviene affatto in un vuoto, in modo casuale. Come visto, in prima battuta la nostra conoscenza è una riflessione del mondo esterno. In questo senso la teoria del rispecchiamento è vera se la si considera il lato fenomenico, sensoriale-biologico, di una teoria della conoscenza complessiva.

 

 

3. Che significa essere coscienti

 

Questo ha tutta l’aria di essere un complesso problema filosofico. Qui ci interessa analizzare la coscienza da un punto di vista dell’evoluzione dell‘uomo e della funzione che essa ha avuto sulle capacità cognitive umane. La religione e spesso anche la filosofia parlano della coscienza con un accento mistico. L’anima, il soffio vitale che una divinità conferisce a un pezzo di creta per trasformarlo in uomo. Questa posizione particolare della coscienza è il riflesso della consapevolezza che l’uomo ha, da millenni, del ruolo speciale che l’essere cosciente ha nella sua vita. Gli Egizi avevano divinizzato il gatto perché, distruggendo i topi che vivevano nei granai, evitava disastrose carestie. La coscienza ha lo stesso ruolo per tutti gli uomini. Non bisogna cadere nell’errore opposto a questa divinizzazione, considerando in modo riduttivo, fisiologico, la mente umana. La mente umana è il risultato del funzionamento del cervello il quale è composto da miliardi di cellule, connessioni ecc. Questo non significa in nessun modo che la coscienza si riduce al funzionamento fisiologico di queste cellule[49]. Questo riduzionismo è assurdo come il suo speculare opposto: l’ipostatizzazione. In entrambi i casi vediamo una incapacità di concepire l’uomo e la mente come totalità organizzate e in continua trasformazione. Se contro la posizione divinizzatrice non si può che ricordare l’intrinseca debolezza e inutilità di una filosofia mistica, contro la posizione riduzionista occorre notare che l’uomo è, geneticamente parlando, simile a uno scimpanzé per circa il 98%, ma questo non significa nulla, perché ogni essere vivente non è la somma dei propri organi o dei propri geni, ma un’entità unitaria. Una conseguenza del riduzionismo è che l’evoluzione viene vista come un risultato secondario delle variazioni microgenetiche, fino alla visione ridicola e mistica del “gene egoista”[50]. È altrettanto mistica la visione dell’anima soffiata nell’uomo quanto quella di un pezzo di Dna, un gene, che “compete” con altri pezzi di Dna come fosse una multinazionale che tenta di fare le scarpe ai propri concorrenti. Ma lasciamo queste religioni biologiste al loro destino e concentriamoci sulla domanda iniziale. Partiamo dalla affermazione: “la libertà è una necessità di cui si è coscienti”. Questa spiega bene che cos’è la coscienza: è la capacità, più o meno estesa, di superare i limiti naturali della propria esistenza, la capacità di sfruttare le modalità di funzionamento dell’universo per scopi razionali. In un certo senso è l’intelligenza o la capacità di analisi. Si può dire che è la capacità di coordinare le funzioni del cervello e della mente in modo da poter utilizzare il proprio corpo per trasformare il mondo. In realtà non c’è un modo sintetico di definire formalmente la coscienza. Possiamo studiare il suo sviluppo storico e biologico. Possiamo studiare le sue funzioni nell’attuale organizzazione cognitiva umana, ma risulta difficile definirla “in sé” (come se fosse un noumeno kantiano!). Probabilmente perché come ogni altra cosa la coscienza “in sé” non esiste, esiste solo la coscienza “per noi”, ovvero la coscienza come concreto modo di essere dell’uomo.

Essere coscienti significa avere un nuovo tipo di rapporti con la natura e l’universo. Questo non significa che l’uomo cessa di essere un animale o che ha un posto speciale nella storia biologica di questo angolo di universo. Ha però delle capacità nuove che gli permettono di fare cose nuove e in un certo senso gli danno dei doveri nuovi. La coscienza è nata dalla riduzione del tempo di lavoro necessario, ovvero dalla possibilità di creare le proprie risorse vitali. È superfluo ricordare che questa possibilità è esplosa nel corso dei millenni e oggi la quantità di uomini che muore per motivi legati alla selezione naturale è del tutto trascurabile. Anche il tempo di lavoro necessario si è ridotto in modo straordinario e una sua ragionevole stima per la fine di questo millennio è di forse 1-2 ore al giorno[51]. Anche le nostre conoscenze si sono evidentemente espanse in modo notevolissimo e la cosa interessante, cui abbiamo già accennato, è che lo sviluppo della conoscenza umana segue le stesse leggi dell’evoluzione animale, pedissequamente. Ma tornando alla coscienza: ci si potrebbe chiedere perché “è stato scelto” l’uomo. Perché l’uomo ha avuto così tanto “successo”[52]. Non c’è nessun perché particolare. Sicuramente nessuna ragione misteriosa legata al nostro presunto posto speciale nell’universo (che è una conseguenza culturale della nascita della coscienza e non la sua causa!). L’ipotesi che mi sembra accettabile è che la coevoluzione di mano e cervello ha avuto una natura particolare in termini di velocità e di compenetrazione. Per una serie di ragioni, in parte ancora ignote e che comunque non discuterò qui, il rapporto di sviluppo tra mano - e dunque costruzione di strumenti, lavoro - e di cervello - ovvero elaborazione di informazioni generalizzazione, pensiero - è stato molto stretto e molto veloce. Il ritmo di trasformazione della materia aveva già compiuto un evidente accelerazione con la comparsa degli esseri viventi. Con la nascita della coscienza lo sviluppo ha subìto un’ulteriore accelerazione colossale slegandosi completamente dal ritmo dell’evoluzione genetica (l’uomo del 2000 è assolutamente identico, geneticamente parlando, a quello di 50mila anni fa). Sembra che si arrivi alla conclusione che il successo dell’uomo, ovvero la nascita della coscienza, sia un caso. Un caso? Anche qui si cammina sul filo del rasoio. Da un lato una mistica della lotteria, in cui ogni gene dorme in attesa che venga estratto il suo nome; dall’altro una mistica della predestinazione per cui l’uomo si è fatto strada attraverso tutta l’evoluzione a partire dagli animali unicellulari per via di una specie di logica intrinseca alla natura. Ma anche qui il formalismo del tertium non datur possiamo lasciarlo riposare in pace: c’è la possibilità di rifiutare queste visioni rigide e unilaterali e arrivare a una comprensione profonda dell’evoluzione[53].

In conclusione: essere coscienti significa fare parte di un corpo sociale di produttori, essere inseriti in un processo produttivo orientato allo sviluppo delle forze produttive e significa anche la possibilità di comprendere tutto questo, di afferrare il funzionamento del mondo circostante anche se in modo approssimato.

 

 

4. A che serve la coscienza

 

Alcune correnti filosofiche riducono il ruolo della coscienza, fino a negarlo, paragonando in modo formale l’attività dell’uomo a quella degli animali. La coscienza non serve a sopravvivere, dato che le piante sopravvivono da milioni di anni senza; non serve a comunicare, dato che gli animali comunicano benissimo senza, e così via. Se si riflette per un attimo alla vita di tutti i giorni si rimane stupiti di quante cose intelligenti ognuno di noi fa “senza pensarci”. La stragrande maggioranza delle azioni vengono eseguite come routine in cui il cervello è impegnato a livello quasi vegetativo. Infatti nella maggioranza del tempo si pensa ad altro. Si lavora, ci si prepara da mangiare, si guida, addirittura si parla senza ragionarci molto e con la mente rivolta altrove. Tutto questo dimostra che la coscienza serve a poco? È proprio il contrario. Dimostra che essa svolge benissimo la sua funzione all’interno della vita dell’uomo. Quando si impara a guidare, ogni gesto viene eseguito in piena coscienza e con estrema attenzione e cautela. Data la novità di ogni sensazione, il soggetto presta la massima attenzione a ogni singolo dettaglio. Ma pian piano l’attenzione si rivolge all’ambiente complessivo in cui l’auto si muove. Le mani e i piedi si muovono da soli, o così sembra. Non si presta più attenzione a come muovere il volante, a come cambiare le marce, ma si osserva il comportamento degli altri veicoli. Questo è un processo comune a ogni lavoro. La coscienza, in quanto fa comprendere per astrazione la generalità dei processi che l’uomo ha di fronte, serve proprio a rendere abituali la stragrande maggioranza delle azioni. Se vogliamo, la coscienza utilizza il principio di causalità più banale che dice che a una stessa causa corrisponde sempre uno stesso effetto, date le stesse condizioni. Così, tornando all’esempio precedente, ognuno sa esattamente cosa fare quando vede la fila di veicoli davanti a sé rallentare, non ha bisogno che intervenga la coscienza a dire di cambiare marcia e spingere sul pedale del freno perché essa è intervenuta all’origine, permettendo di introiettare questi movimenti. Gli animali più semplici hanno già la quasi totalità dei comportamenti iscritti nei propri geni e agiscono anche senza apprendimento. L’uomo ha la coscienza come capacità di apprendere. Ma questa capacità di apprendere si basa, seppur inconsapevolmente, su ben determinati principi filosofici. Se per esempio la nostra coscienza non agisse deterministicamente, occorrerebbe essere consapevoli di ogni singolo gesto. Per esempio per frenare occorrerebbe fare movimenti diversi tutte le volte e questo richiederebbe un’attenzione ben maggiore. Invece, nella realtà, si frena sempre allo stesso modo e mentre si guida la nostra mente vaga su pensieri di altro tipo. La coscienza serve dunque ad apprendere tramite un innato determinismo, che poi nel corso dell’evoluzione scientifica viene espresso anche consapevolmente. Vediamo dunque quanto essa sia legata tanto alla conoscenza quanto al lavoro. La coscienza è, ripetiamo, la capacità di astrarre e dunque di riprodurre il reale nella nostra mente. Ma dopo aver riprodotto il reale nella nostra mente, occorre riprodurlo nel mondo fisico. Così, dopo aver appreso come si frena, si riproduce questa conoscenza astratta centinaia e migliaia di volte. Questo è il vero ruolo della coscienza. Riproduzione fisica e riproduzione mentale vanno di pari passo. La coscienza ne costituisce il legame concreto. Molti animali hanno visto incendi e fulmini. La loro mente ha dunque riflesso, con la vista, con l’olfatto, con l’udito, il fenomeno della combustione. Ma l’uomo dopo aver riflesso il fuoco lo ha anche riprodotto. Lo ha riprodotto fisicamente, probabilmente prima utilizzando incendi naturali e poi imparando ad accenderlo, e perciò mentalmente. Come poteva l’uomo accendere un fuoco senza capire, anche se rozzamente, le cause che provocavano l’incendio?

Lo stesso vale per gli strumenti. Molti animali utilizzano strumenti naturali per modificare l’ambiente (si pensi alle dighe del castoro), ma l’uomo crea strumenti che prima non c’erano, li riproduce[54]. Possiamo dire che la mente umana sta a quella di uno scimpanzé come la costruzione degli strumenti sta al loro semplice utilizzo. Questa riproduzione fisica segnala il distacco dell’uomo dalle condizioni biologiche della propria esistenza, la nascita del processo di sviluppo delle forze produttive. La riproduzione fisica e gnoseologica fanno parte di uno stesso processo. L’astrazione concettuale può sorgere solo dalla costruzione, dalla produzione. L’uomo riusciva a ricreare il fuoco, questo fenomeno naturale, per mezzo del proprio lavoro e della propria intelligenza. In una frase: l’uomo riproduce con la mano e quindi con la mente[55].

 


Conclusione. Coscienza e pianificazione

 

 

1. Il posto dell’uomo nella natura

 

Il paternalismo tipico di molta parte della cultura occidentale, rispetto alla natura ha una connotazione chiaramente giustificativa nei confronti dei disastri che la società stava, e sta compiendo, contro le altre forme di vita e soprattutto contro una sua parte. Molte religioni razionalizzavano, e razionalizzano, la confusa percezione della diversità umana dichiarando apertamente l’origine differente di questa, il suo contatto speciale con la divinità, da cui il suo ovvio dominio sul mondo e su tutte le altre forme di vita.

Ogni sorta di antropocentrismo deve essere rigettata. Non ha ovviamente nessuna base scientifica. L’uomo condivide la storia di tutti gli altri animali, ha gli stessi progenitori e non c’è nessuna ragione per cui si debba considerare padrone di alcunché. D’altronde è ovvio che in una società divisa in classi, in una società in cui la produzione vede uomini che lavorano e altri che li comandano, schiavi e faraoni, servi e nobili, operai e capitalisti, il rapporto dell’uomo con la natura non possa che riflettere questa forma di dominio. Se nella società umana ci sono gli schiavi, a maggior ragione saranno schiavi tutti gli altri animali[56]. Non per nulla le teorie razziste sostengono che quei particolari uomini (poveri, neri, donne, ebrei ecc.) sono delle bestie, sono come bestie e così via. Tutto questo è senz’altro ciarpame, ma non bisogna per questo disconoscere il particolare ruolo che l’uomo si trova ad avere nel mondo. Senza nessuna predestinazione, sostanzialmente per caso, questa specie di mammifero è divenuta cosciente. A questo punto il rapporto con gli altri animali è cambiato radicalmente. La selezione naturale cessa di applicarsi all’uomo, l’uomo cessa di essere un anello della catena alimentare, cessa di rientrare nel mondo animale inteso come lotta preda-predatore. Questo innalzamento dell’uomo è innegabile e non ha nulla di misterioso né di mistico, è una conseguenza dell’evoluzione. Pur ammettendo questo, ci si potrebbe chiedere che cosa comporti tale differenza, questo salto qualitativo che ha creato la coscienza. Abbiamo già detto che in nessun modo questo dà all’uomo uno speciale posto biologico nell’universo, o gli dà la possibilità di superare le leggi naturali solo perché le capisce. Gli dà però una responsabilità oggettiva. Finora questa responsabilità è stata usata, nei fatti, in senso puramente negativo: potendo l’uomo distruggere gli altri animali e la natura, lo ha fatto con conseguenze devastanti. Potendo aggirare la legge della selezione biologica, l’uomo si è trovato armi che nessun altro animale possedeva e a tuttora ne ha malamente abusato. La notizia positiva è che però quest’epoca sta per finire. La lunga notte di sviluppo incosciente e irrazionale sta terminando e si apre la possibilità di uno sviluppo armonico, in cui l’uomo torni a sentirsi parte della natura a un livello superiore, dopo che per un tratto della sua storia lo ha negato, abusandone.

 

 

2. Il posto della coscienza nella storia dell’uomo e del processo produttivo

 

La coscienza è stata una conseguenza della possibilità dell’uomo di riprodurre le proprie condizioni di vita. Una volta sorta dal primo sviluppo delle forze produttive, ha permesso a questo sviluppo di accelerare enormemente. La storia dell’umanità può vedersi come una lunga marcia verso la presa di coscienza di sé, delle proprie possibilità, del proprio mondo. Da quando l’uomo ha cominciato a riprodurre materialmente il reale, accendendo fuochi e scheggiando dei sassi, è nato il cammino verso il dominio delle leggi che controllano il processo produttivo (leggi prima esclusivamente naturali come le stagioni e le carestie, poi sempre più basate sui rapporti di produzione specifici di ogni epoca). I progressi che la società ha fatto sono stati ragguardevoli, ma nonostante tutta la sua scienza, l’uomo ancora non controlla la propria vita. Il processo produttivo, il motore della società, da cui essa viene in ultima analisi modellata, è governato da leggi che sfuggono al controllo umano. Abbiamo visto che lo sviluppo della produzione ha creato la coscienza e che la coscienza è l’effetto dei primi cambiamenti nell’organizzazione produttiva e nella divisione del lavoro, avutisi all’inizio della storia sociale della nostra specie. Nel corso dello sviluppo di questi millenni, la coscienza è stata il tramite tra lo sviluppo oggettivo delle forze produttive e la rappresentazione teorica di tale sviluppo, (la scienza, la tecnologia ecc.). Il lavoro ha creato l’uomo come lo conosciamo e ha fornito le risorse per il suo sviluppo, la coscienza ha permesso di comprendere questi avanzamenti, rendendoli infinitamente più rapidi. Il lungo cammino verso la consapevolezza delle leggi che regolano la nostra vita, siano esse le leggi della fisica, della biologia e dell’economia[57] non è però ancora concluso, anzi non si è ancora conclusa la sua preistoria. Fino a che l’uomo non si libererà dalla necessità di procurarsi ciò che gli necessita per vivere, tutta la sua esistenza sarà condizionata e subordinata a questo. Per prendere il controllo sulla propria vita l’uomo dovrebbe regolare la produzione ai propri bisogni e non regolarsi alle esigenze della produzione. In una parola la società dovrebbe sostituire all’anarchia delle leggi economiche che la dominano, il dominio di queste leggi tramite una pianificazione cosciente delle risorse sociali. Sebbene questa pianificazione avrebbe giovato l’umanità in tutte le fasi del suo sviluppo, l’arretratezza delle forze produttive la rendeva un’utopia antistorica prima che la rivoluzione industriale e lo sviluppo del capitalismo creassero una unica economia mondiale integrata.

La pianificazione non è altro che la presa di coscienza del funzionamento del processo produttivo. Come un bambino comincia a riconoscere se stesso e gli altri, così la società, tramite la pianificazione, riuscirà a prendere coscienza delle proprie reali esigenze e avrà i mezzi per soddisfarle. Come l’evoluzione degli altri animali si svolge nella lotta incosciente per sopravvivere, così l’uomo finora ha subito le leggi di funzionamento dell’economia come fossero castighi divini, qualcosa di incontrollabile e immutabile. In ultima analisi questo rifletteva il basso livello di sviluppo delle forze produttive. La pianificazione sta all’anarchia del capitalismo come la scienza sta alla magia o, semplicemente, come la conoscenza sta all’ignoranza. La conoscenza scientifica è la conseguenza di una pratica ragionata e di una ricerca teorica, interagenti tra loro, di migliaia di menti e, alla fine, è l’effetto dello sviluppo delle forze produttive. Benché sia ovvia la considerazione che la conoscenza sia meglio dell’ignoranza e che la fisica newtoniana sia meglio dei riti sciamanici, pure questa comparazione non è del tutto valida per il semplice fatto che la società non ha potuto scegliere né le une né gli altri, essendo essi venuti come risultato dello sviluppo economico e complessivo della vita umana. Allo stesso modo, la spinta verso il dominio sul processo produttivo è immanente allo sviluppo economico e anche se può essere ritardata per decenni, da risvolti storici contingenti, ha un esito scontato. Un esempio valga a chiarire questo punto. Il periodo che va dal 1946 al 1973 è stata l’epoca di crescita più intensa della storia umana. Un boom intenso, durato venticinque anni. Queste erano le condizioni migliori per lo sviluppo del capitalismo, eppure anche in questa ascesa il ruolo della pianificazione cosciente è stato sempre maggiore. La creazione dello stato sociale, l’intervento dello Stato in sempre più settori dell’economia ecc. Tutto questo, seppur in forma distorta, mostra l’esigenza di utilizzare socialmente e razionalmente le risorse create dall’immenso sviluppo produttivo degli ultimi due secoli. Si obietterà che a quel periodo fa ora seguito un ritorno a un capitalismo più “normale” in cui lo stato sociale e lo stato imprenditore vengono pian piano emarginati. Questo è vero e dipende dalla crisi che questa società attraversa in questa epoca. Il paradosso è che, nel capitalismo, la forma che prende la socializzazione delle risorse non avvantaggia lo sviluppo economico, ma anzi può addirittura frenarlo. Questo non è un lavoro di analisi economica e dunque non approfondiremo questi aspetti. Il nocciolo è, comunque, che come lo sviluppo della nostra specie, tramite la coscienza, è legato allo sviluppo del processo produttivo, così esso determina anche il rapporto tra la società e le leggi economiche, ovvero determina se questo rapporto debba essere di mera subordinazione o di interazione e di conoscenza.

La maggior parte delle scuole economiche nega ovviamente queste tesi. Esse lo fanno in due modi. Il primo è quello di dimostrare la sostanziale identità di pianificazione e mercato[58]. La seconda è quella di sostenere che il mercato crea delle informazioni che con la pianificazione andrebbero perse. I prezzi, fissati dall’autorità, anziché dal libero operare di forze irrazionali, cadrebbero nel libero arbitrio. Il lato sensato di questa opinione è che esistono delle leggi oggettive di funzionamento dell’economia, il che è indiscutibile. Il lato mistico è che si nega la natura storica e transeunte di queste leggi. Si nega che ogni fase della storia umana veda leggi nuove legate allo sviluppo della produzione sociale. Soprattutto si nega che la conoscenza di queste leggi possa fornire un vantaggio: l’uomo dovrebbe conoscere e restare in contemplazione delle leggi, perché sussumerle sotto il suo controllo significherebbe rompere l’equilibrio magico di qualcosa che funziona da solo. Per nostro conto la funzione della coscienza nella storia dell’uomo è proprio questo: essa non serve per contemplare, rapiti, i fenomeni della natura e della società, la coscienza è nata dall’intervento attivo dell’uomo sulla natura. La sua stessa esistenza nega di per sé, la possibilità di un ruolo passivo dell’uomo nei confronti della realtà esterna. Ma ciò ovviamente non viene negato dai teorici dell’anarchia della produzione. Nessuno di loro “lascerebbe fare” a una malattia che li colpisse, o a un cane che tentasse di addentarli. In quei casi lo sviluppo sociale della coscienza e della conoscenza li soccorrerebbe fornendo loro gli strumenti idonei ad affrontare i problemi. Ma guai ad avvicinarsi al processo produttivo, il cui libero operare può essere descritto, magnificato, magari moderatamente criticato, ma mai messo in discussione.

 

 

3. Le strutture di azione della coscienza sociale

 

Abbiamo detto che lo sviluppo del processo produttivo ha avuto come conseguenza lo sviluppo delle teorie scientifiche, di nuovi modi di vedere e di agire sul mondo, e in ultima analisi la possibilità di intervenire razionalmente sul proprio futuro. I primi risultati di questi progressi, la coscienza, il linguaggio, hanno contribuito ai successivi. Molti di questi progressi sono stati ottenuti inconsapevolmente, come effetto quasi automatico del processo, così come il traboccamento di un vaso è ottenuto dal semplice gocciolare dell’acqua dentro di esso. Il punto è che il controllo sul processo produttivo non potrà essere ottenuto nella stessa maniera. Non verrà mai un giorno in cui l’economia verrà regolata coscientemente come semplice conseguenza dello sviluppo economico. Questa regolazione sarà invece l’esito finale di un processo sociale cosciente che è già cominciato e che durerà nei decenni a venire. Il primo passo di questo processo sarà la presa di coscienza da parte della stragrande maggioranza della società che il processo produttivo gestito anarchicamente sta producendo disastri. Questa presa di coscienza si rifletterà nelle organizzazioni dei lavoratori, che questa stragrande maggioranza dovrebbero rappresentare, che verranno scosse da cima a fondo e trasformate radicalmente. Alla fine emergerà un partito rivoluzionario che rappresenta il punto più alto di cristallizzazione della coscienza delle esigenze della classe lavoratrice e in ultima analisi dello sviluppo storico. Una cristallizzazione non perfetta, una riproduzione imprecisa, proprio come le teorie scientifiche.

 

4. Affinità

 

La conoscenza scientifica è la presa di coscienza del funzionamento oggettivo del mondo reale. Il fine di questa ricerca è stato descrivere il processo di sviluppo della materia nelle sue tre fasi fondamentali: materia inorganica, materia organica, materia cosciente, a cui corrispondono i 3 mondi. Ovviamente il processo ha evoluzioni e salti rivoluzionari (la comparsa della vita sulla Terra, la nascita dell’uomo, ecc.).

La selezione naturale è l’inevitabile meccanismo inconscio che domina lo sviluppo della natura, ma anche della società, nel senso che finora l’economia ha funzionato incontrollata come e peggio della natura. Come la nascita della coscienza segnala un passaggio a una vita pienamente razionale, così la pianificazione segnerà il passaggio a una coscienza immediatamente sociale del mondo che ci circonda e del suo funzionamento.

L’uomo è una nuova forma di organizzazione della materia, è materia cosciente. Nel corso del suo sviluppo creerà una nuova forma di organizzazione della produzione: un’organizzazione cosciente.

L’analisi dei problemi epistemologici che ha attraversato questa ricerca ha mostrato come la materia si sviluppi secondo le stesse leggi e come le diverse forme di materia coevolvano in uno sviluppo complessivo. È toccato in sorte all’uomo sviluppare la coscienza che ci ha fornito la possibilità di riprodurre nelle nostre menti i processi oggettivi, prima fisici e biologici, e poi anche sociali, in cui si svolge la nostra esistenza. Se con la nascita dell’uomo è nata la possibilità di prendere coscienza di questi processi, con la fine dell’attuale modo di produzione nascerà la possibilità di controllare, tramite la coscienza collettiva, la nostra vita.

 


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[1] «The new age economic thinkers come in two flavours. A brave few look forward to a new golden age of prosperity; most, however, predict some form of economic Armaggedon»

(The Economist, 18-9-1996).

[2] Lorenz ha scritto:

«Ogni persona sana di mente è convinta che i mobili di camera sua rimangano al loro posto anche dopo che essa è uscita dalla porta.»

(L’altra faccia dello specchio, pag. 39)

 

Dunque, occorrerebbe constatare, molti filosofi non rientrano nella categoria dei sani di mente.

[3] Purtroppo la dialettica ha subito per decenni un destino tragico, perché, dopo le sue origini reazionarie con Hegel, è stata legata ai regimi stalinisti dell’Est, politicamente e filosoficamente reazionari, che si servivano del cosiddetto “diamat” per giustificare la propria posizione bonapartista sulla società. Sebbene molti scienziati sovietici abbiano dato importanti contributi alla scienza moderna, il metodo marxista non è stato sviluppato in nessun modo in questi regimi “socialisti”, è stato invece ossificato, svuotato della sua natura rivoluzionaria e in questo modo è risultato chiaramente indigeribile per molti scienziati occidentali.

[4] Lo stesso discorso vale, mutatis mutandis, per l’artista nei confronti della sua opera d’arte, ma il discorso ci porterebbe lontano. Basti citare chi riporta questa stessa teoria per il campo dell’arte: Northrop Frye nella sua Introduzione polemica (in Anatomia della critica). Anche nel campo dell’arte c’è solo una cosa peggiore dell’aperto idealismo: un “realismo” piatto e triviale che sfocia sempre in una giustificazione della superficialità. Nella Russia staliniana questa teoria arrivava a vette di sublime abominio, come si può per esempio evincere dal trattamento riservato a un artista come S. Ejzenstejn.

[5] Per una approfondita analisi in materia Cfr. S. J. Gould, La vita meravigliosa.

Ci sono scienziati che lavorano in campi particolari nei quali negare la distinzione tra scoperta e sua interpretazione sarebbe al limite del ridicolo. Per esempio tutti coloro che si occupano di fossili afferrano intuitivamente questa distinzione e per lo più la considerano un’ovvietà. Il famoso scopritore di fossili umani R. Leakey disse una volta: “Io mi limito a trovare i fossili. Lascio agli esperti il compito di dar loro un nome” (citato in Lucy, pag. 133). Lo stesso dovrebbe valere in tutte le scienze. Sfortunatamente invece, la distinzione non appare ovvia quasi a nessuno.

[6] Nella storia il materialismo ha avuto molte varianti e molte scuole. Buona parte del materialismo è del tutto antiscientifico. Per questo la concezione che qui stiamo esponendo ha un nome, materialismo, e un cognome, storico/dialettico. Tuttavia nella scienza contemporanea i materialisti “metafisici” ci sembrano molto rari, mentre sono le varie scuole dell’idealismo soggettivo a farla da padrone. Non ci sembra dunque particolarmente pericoloso non specificare ogni volta di che materialismo parliamo.

[7] Ovviamente esistono fonti derivate dalla materia (un libro). Ma le fonti chiamiamole ‘indirette’ sono sempre una riproduzione delle fonti dirette, come tenteremo di dimostrare. Spiegata la natura della riproduzione, risulterà spiegata anche questa eventuale obiezione.

[8] Lettere a Kugelmann, pag. 92.

[9] Sulla contingenza della coscienza ci sarebbe molto da discutere. Per quanto mi riguarda considero la posizione di S. J. Gould (come espressa in La vita meravigliosa) leggermente estremista per il semplice fatto che le cose altamente improbabili non succedono mai o quasi mai (e questa è la ragione per cui chi vince la lotteria fa un sacco di soldi). Perché mai l’uomo avrebbe dovuto essere il vincitore del lotto cosmico sulla coscienza? Andare troppo oltre sulla coscienza significa dare spazio a una visione necessaria in senso distorto della nascita dell’uomo, qualcosa come “dio creò l’uomo”. Un passo classico e largamente condivisibile a proposito è questo:

 

«Il fatto che la materia abbia sviluppato dal suo interno il cervello pensante dell’uomo è, per esso, un puro caso, seppure, quando accada, necessariamente condizionato passo per passo. In realtà però è nella natura della materia progredire verso lo sviluppo di esseri pensanti e ciò accade perciò anche sempre necessariamente, quando ne sussistano le condizioni.»

(F. Engels, Dialettica della natura, pag. 221).

[10] Vi è da notare che la teoria dell’evoluzione ha dovuto aspettare la concezione di Gould per superare il gradualismo di Darwin, ma tale concezione era stata rifiutata già a suo tempo. Per esempio Huxley, come detto, era molto più coerente e “rivoluzionario” di Darwin su questo punto. Non a caso fu Huxley a prendersi il compito di difendere la nuova teoria in pubblico, mentre Darwin fu sempre così titubante che pubblicò solo molto dopo L’Origine delle specie la sua opera sull’evoluzione dell’uomo. Ma Marx ed Engels, che pure stimavano moltissimo Darwin, tanto che Marx voleva dedicargli Il Capitale, capirono subito il limite continuista della sua teoria. Lo dimostra tra l’altro, la discussione epistolare che i due ebbero su di un testo sconosciuto, Origine et transformations de l’homme et des autres etres, di P. Tremaux. Questo libro, che è anche pieno di pregiudizi, supera il gradualismo di Darwin, supera la sua teoria delle “lacune dei fossili” ecc., e anticipa tutto il contenuto positivo della teoria degli equilibri punteggiati di oltre un secolo. In questo caso si vede chiaramente la funzione positiva di un metodo corretto. Marx ed Engels poterono anticipare la scienza “ufficiale” di quasi 110 anni grazie al materialismo dialettico.

[11] Queste considerazioni sulla teoria di Lamarck hanno ben poco a che vedere con le idee elaborate dalla scuola di Lysenko. Per altro questa scuola poteva anche fornire un contributo in qualche modo utile alla scienza, come ha mostrato per esempio Gould. Il punto è che aveva metodi di condurre le battaglie scientifiche reazionari e alquanto poco costruttivi, come l’abitudine di far fucilare i propri avversari.

[12] Su questo feedback Cfr. J. Piaget, Biologia e conoscenza. Spesso si leggono di pietose e comiche “scoperte” sul “gene dell’omosessualità” il “gene dell’intelligenza” ecc. Sono convinto che il progetto Genoma, purché sviluppato in modo decente, dimostrerà che queste “scoperte” meritano di tornare nella discarica scientifica da cui provengono. È perfino superfluo ricordare che “scoprendo” il gene di ogni problema sociale si evita di doverlo risolvere. Attendiamo dunque con ansia la scoperta il “gene del disoccupato”, un gene, che, a giudicare dalle statistiche, è molto comune tra i giovani d’oggi.

[13] Ha scritto Lorenz:

 

«Per il naturalista l'uomo è un essere le cui caratteristiche e le cui prestazioni, compresa l’alta capacità del conoscere, sono un prodotto dell’evoluzione, di quel processo svoltosi per epoche intere nel corso del quale tutti gli organismi viventi si sono trovati a confronto con gli elementi del reale e durante il quale hanno dovuto adattarsi ad essi. Questo evento filogenetico è un processo della conoscenza»

(K. Lorenz, L’altra faccia dello specchio, pag. 25).

[14] Anche se, come spiega Piaget, persino il comportamento più innato si svolge solo in presenza di certe condizioni esterne e certe esperienze. C’è dunque sempre un’interazione, anche se di grado ben diverso.

[15] In questo senso non saprei dire meglio di M. Cini:

 

«La lettura del celebre libro di Kuhn mi affascinò, e mi fornì al tempo stesso una serie di argomenti, di carattere storico ed epistemologico per articolare meglio le mie idee. Con una riserva però: che a me interessava soprattutto ciò che in Kuhn mancava, cioè l’analisi del nesso fra il contesto sociale e culturale nel quale le rivoluzioni scientifiche si verificano e i mutamenti, apparentemente improvvisi, delle regole del gioco che le caratterizzano.»

(M. Cini, Un paradiso perduto, pag. 207) (per inciso, condivido del tutto anche la critica che Cini muove a Feyerabend. Non parlo estesamente dell’anarchismo metodologico solo perché mi sembra una filosofia troppo vacua per dilungarcisi).

Per altro lo stesso Kuhn ammette la propria mancanza nella prefazione al suo libro:

 

«non ho detto nulla, fatta eccezione per brevi cenni casuali, sul ruolo del progresso tecnologico e delle condizioni economiche, sociali e intellettuali per lo sviluppo delle scienze. Eppure, non è necessario andare al di là di Copernico e del calendario per scoprire che le condizioni esterne possono contribuire a trasformare una semplice anomalia in una fonte di crisi acuta.»

(La struttura delle rivoluzioni scientifiche, pag. 12)

[16] Si dice che un filosofo americano, H. Field, una volta chiese a Kuhn: “Sei un realista?”, “naturalmente” fu la risposta. “ma credi che quando la teoria cambia, cambi anche tutto il mondo?”, “naturalmente” rispose divertito. Questo passo denota tutta la sua confusione filosofica. Questo non toglie che Kuhn sia da considerare tra i più grandi filosofi della scienza di questo secolo. Per quanto riguarda invece il cosiddetto anarchismo metodologico occorre ricordare solo che esso non è altro che la filosofia dei sofisti greci riproposta dopo due millenni. Il cinismo, la spregiudicatezza e il relativismo di Gorgia e Protagora sono simili a quelli di Feyerabend, solo che quest’ultimo avrebbe dovuto avvantaggiarsi di venti secoli di sviluppo del pensiero filosofico.

[17] Da un punto di vista temporale Kuhn ha preceduto Gould di qualche anno e Marx ha preceduto entrambi di poco più di un secolo. Ma poiché, naturalmente, le loro teorie descrivono processi che hanno preceduto tutti e tre di millenni, è inutile dare un merito a questo o a quello. Vi è poi da rilevare quanto segue: sebbene Kuhn sia stato il primo epistemologo a fornire una descrizione dello sviluppo evolutivo della scienza in generale, in economia era stato preceduto da J. Schumpeter.

Schumpeter ha anche il merito di aver approfondito, non sempre nel verso giusto per altro, l’idea di Marx sull’evoluzione dei settori industriali. Marx ha parlato di una legge di tendenza del capitalismo alla concentrazione del capitale in sempre meno imprese sempre più grandi. Questo significa che quando un settore industriale nasce, è tipicamente composto da moltissime piccole imprese. Il tempo seleziona una serie di imprese che con fusioni, accordi, e guerre commerciali arrivano a controllare il mercato. Alla fine un pugno di giganti domina il settore. Questo modello di evoluzione dovrebbe, a questo punto della presente esposizione, essere familiare. Infatti è talmente simile al modello evolutivo delle specie animali o dei paradigmi che gli stessi economisti industriali se ne sono accorti. Fioriscono infatti i modelli di economia industriale che prendono a esempio la biologia e la teoria della selezione naturale. Un’altra conferma che l’evoluzione è un processo che si svolge a qualsiasi livello con le medesime leggi, che si parli di animali, di teorie, di aziende. È curioso notare come anche l’evoluzione delle aziende segue un modello gouldiano e non strettamente darwiniano di sviluppo. La teoria degli equilibri punteggiati, lunghi periodi di calma seguiti da bruschi cambiamenti, spiega bene non solo l’evoluzione dei settori industriali ma anche la diffusione delle innovazioni nel processo produttivo, a maggior riprova della natura universale della concezione dialettica dell’evoluzione. Gli studiosi di economia dell’evoluzione chiamano “modello logistico” (dal nome della curva logistica) la specifica applicazione di tale concezione a questo caso.

Che la tendenza dei settori industriali sia verso la concentrazione mi sembra impossibile da negare. Basta leggere una rivista economica per trovare ogni giorno notizie di fusioni, accordi e incorporazioni. La citazione che darò ora quindi, è quasi una curiosità che colpisce perché parla di un settore che sembrerebbe, superficialmente, il meno adatto a tale trend:

 

«Big business interests lie behind America’s $15-billion-a-year funeral industry. For now, it is still largely family-owned: of America’s 22.000 funeral homes, more than 85% are independent. But a handful of large companies have been snapping up many of them, along with related businesses…»

(The Economist 28/9/96, pag. 87).

[18] Ho trattato questi temi in un saggio dal titolo Sulla struttura del paradigma scientifico, e non potrò qui riprendere tutte le argomentazioni esposte in quella sede. Accennerò solo a quello che è necessario.

[19] Nel saggio citato ho trattato due casi esemplari a riguardo: il marxismo e la teoria economica neoclassica. Questa mancanza nel vedere le differenze fra le rivoluzioni epocali e quelle difficilmente distinguibili dalla scienza normale viene mossa a Kuhn da varie parti. Cfr. per esempio L. Geymonat Riflessioni critiche su Kuhn e Popper.

[20] Per esempio, Popper esponendo la teoria dei tre mondi, sostiene di essere più che un dualista, un ‘pluralista’ e che potrebbero esistere anche più di tre mondi, solo che, per ora, ne ha pensati solo tre. Questo è doppiamente scorretto. Il fatto che esistano tre mondi non implica nessuna forma di dualismo o pluralismo. L’esistenza oggettiva della materia vivente e poi di quella cosciente, crea nuovi mondi che derivano dal primo, ne rispecchiano le leggi e si sviluppano allo stesso modo. Dunque da un lato, non possono che esistere tre mondi, perché tre sono le modalità di esistenza della materia a tutt’oggi, dall’altro il dualismo filosofico non ha nessun rapporto necessario con i tre mondi.

[21] Come ha scritto K. Lorenz:

 

«tutta la conoscenza umana si fonda su di un processo interattivo mediante il quale l'uomo, in quanto sistema vivente assolutamente reale ed attivo e in quanto soggetto conoscente, si confronta con i dati di un altrettanto reale mondo circostante, che sono l’oggetto del suo conoscere.»

(L’altra faccia dello specchio, pag. 18)

[22] Marx, nel Poscritto alle seconda edizione del Capitale, si esprime così:

 

«per me il fattore ideale è solamente il fattore materiale trasferito e tradotto nella mente degli uomini»

(Il Capitale I, pag. 43)

 

Ritengo, che la scelta di Marx di adoperare due verbi, trasferire e tradurre, (übersetzen e umsetzen, in tedesco), non sia casuale. Questa distinzione è la stessa che viene adottata in questo lavoro. Il ‘trasferimento’ è la riflessione e la ‘traduzione’ è la riproduzione. Da tale passaggio di Marx viene la distinzione gnoseologica che proponiamo in questo lavoro come un aspetto fondamentale di una teoria della conoscenza materialista.

[23] Lenin esprime questo concetto come segue:

 

«La conoscenza è il rispecchiamento della natura da parte dell’uomo. Ma questo non è un rispecchiamento semplice, immediato, totale, è invece il processo di una serie di astrazioni, il processo della formulazione dei concetti delle leggi, ecc., i quali concetti leggi, ecc. (pensiero scienza = “idea logica”) abbracciano anche in modo condizionato e approssimativo le leggi universali della natura che è in eterno movimento e sviluppo. Qui si danno realmente, oggettivamente tre termini: 1) la natura; 2) la conoscenza umana = cervello dell’uomo (come prodotto più alto della stessa natura); 3) la forma di rispecchiamento della natura nella conoscenza dell’uomo, questa forma sono anche i concetti, le leggi, le categorie, ecc. L’uomo non può afferrare = rispecchiare = riflettere la natura intera, completamente, nella sua “totalità immediata”, ma può solo avvicinarsi eternamente a questo, creando astrazioni, concetti, leggi, un’immagine scientifica del mondo, ecc.»

(Quaderni filosofici, pag. 168-169).

 

Con il termine rispecchiamento s’intende riflessione. Lenin non pensa a un altro termine per parlare di riproduzione. Parla invece di rispecchiamento non immediato, non semplice ecc. Nel corso di questo scritto ho spiegato perché mi sembra meglio utilizzare i termini di riflessione e riproduzione, ma ovviamente si tratta di distinzioni terminologiche, non concettuali. D’altronde, in un altro passo parla proprio di riproduzione:

 

“[i seguaci di Mach] Non riconoscono la realtà oggettiva, indipendente dall’uomo, come fonte delle nostre sensazioni. Non vedono in queste la riproduzione esatta di questa realtà oggettiva”

(Materialismo ed empiriocriticismo, pag. 96).

[24] Per chi non conosce la teoria economica moderna rendiamo espliciti i modelli che incorporano simili prodi astrazioni: il modello dell’equivalenza ricardiana con ipotesi di orizzonte di vita infinito, (ma ci sono molti modelli che ipotizzano questa follia); il modello delle aspettative razionali (previsione perfetta e immediata di ogni cambiamento economico ovunque avvenga, quando perfino il computer più potente ha bisogno di un certo lasso di tempo per fare i calcoli. In realtà questa ipotesi va perfino contro la teoria della relatività e i principi più elementari della termodinamica, ma non è questa la sede per discuterne); i modelli alla Robinson Crusoe in cui si analizzano domanda e offerta sul mercato pur esistendo una sola persona, evidentemente schizofrenica che vende e compra le merci da se stesso.

[25] Ne ho parlato nella mia tesi, con specifico riferimento all’economia: Cfr. Il valore come categoria analitica e come realtà storico-sociale, capitoli IX e X.

[26] Il che comunque non è poco, perché studiando queste “incorporazioni” si può dimostrare l’oggettività delle leggi naturali. Se non esistessero leggi oggettive della natura, perché i pesci sarebbero simili ai siluri? (o meglio, perché l’uomo imiterebbe i pesci per fare i siluri?) Se l’idrodinamica fosse una libera invenzione umana vedremmo pesci o uccelli di ogni forma, il che, ovviamente, non è. Ma per quanto gli animali dimostrino, con la propria evoluzione, che queste leggi esistono e sono ferree e spietate, resta il fatto che è del tutto fuori dalla loro portata afferrarle. Gli animali le riflettono quando percepiscono i fenomeni, esperiscono la realtà, ma il passo che conduce dal concreto all’astratto è tuttora esclusivo dell’uomo. Anche qui comunque non c’è una divisione assoluta e rigida. Se l’uomo è l’unico animale cosciente, vi è però una evidente differenza tra uno scimpanzé e una mosca per quanto attiene il rapporto col funzionamento oggettivo del mondo. Non per niente l’uomo e i primati a noi più vicini, hanno percorso milioni e milioni di strada comune. Il tratto finale però, ha fatto la differenza.

[27]Congetture e Confutazioni, pag. 93.

[28] Come ho detto nella prima parte mantengo una posizione più “ottimista” di studiosi come Gould, ma questo non mi sembra comunque un problema rilevante.

[29] In questo contesto si spiega perché i fatti sono, e allo stesso tempo non sono, densi di teoria. Lo sono, come riproduzione, ma non lo sono in quanto riflessione. Formalmente questa affermazione è molto critica, perché va contro la logica formale classica, eppure mi sembra che la storia della scienza la confermi appieno. Altro discorso va fatto per quanto riguarda l’accennata distinzione tra teoria e interpretazione. Anche se a volte esse si assomigliano, noi intendiamo per interpretazione una ricostruzione a posteriori dei fatti che essa non ha in nessun modo contribuito a trovare (a differenza della teoria). Questa ricostruzione è ovviamente legata a condizioni sociali e politiche contingenti. Una vera teoria dovrebbe anche andare oltre. Così l’evoluzione è una teoria e il gradualismo è un’interpretazione. I pregiudizi gradualisti di Darwin non lo facilitarono affatto nello scoprire l’evoluzione. Essi le furono appiccicati per ben altre ragioni. Infatti l’evoluzione può sopravvivere senza di esso. Ne risulta, anzi, grandemente approfondita come spiegazione dello sviluppo animale.

[30] Contro il metodo è il più importante e famoso libro di P. Feyerabend. In altre opere le esagerazioni relativiste, le “provocazioni” di Feyerabend toccano vette di insensatezza anche più alte.

[31] Fra i casi che fanno eccezione citiamo due teorie che hanno però uno status assai diverso. La prima è il principio d’indeterminazione. Esso venne scoperto da Heisenberg e da questi interpretato, per proprie convinzioni sociali e politiche di estrema destra, in modo soggettivista. Ma quel principio ha una validità propria, tanto è vero che moltissimi fisici lo hanno estratto dal mondo delle ombre in cui lo teneva il suo scopritore e ne hanno fatto ben altro uso. Anche qui si vede che differenza c’è tra teoria e interpretazione, cosa che nelle scienze naturali è abbastanza facile da dimostrarsi. Diverso è il caso della teoria del big bang. Questa teoria, per la sua intima costituzione, è un tentativo di imporre una visione mistica sulle origini dell’universo per far accettare, sotto banco, il creazionismo come interpretazione del mondo. Mentre il principio di Heisenberg riproduce un processo reale e poi viene adoperato come strumento per far rientrare il misticismo nella fisica, la teoria del big bang, senza che molti scienziati se ne rendano conto, è un tentativo di far spiegare le infinite vastità dello spazio dalle pagine della Genesi. Poiché non è la riproduzione di niente di reale, la teoria del big bang non spiega nulla. Sebbene qualsiasi esperimento serio porti alla sua confutazione, questa cosmogonia travestita da teoria resiste da decenni. Ma queste cadute deprecabili non sono così diffuse. Per tutto questo si veda E. J. Lerner Il big bang non c’è mai stato. Di che cos’è riflessione tale teoria? Non certo di processi fisici, ma piuttosto di processi sociali e precisamente dei sentimenti religiosi che poco hanno a che fare con le galassie e molto con la preistoria del genere umano.

[32] Questa affermazione non ha comunque validità soprastorica, perché se l’evoluzione umana creasse un organo che “sente” le scosse telluriche, avvertiremmo i terremoti molte ore prima, come fanno i cani. Ma i tempi dell’evoluzione biologica sono talmente lenti che possiamo tralasciare questa ipotesi.

[33] Tipicamente gli esponenti della prima scuola presentano dati e considerano queste cifre abbastanza eloquenti. Gli esponenti della seconda scuola usano di solito analogie biologiche. Tipici esponenti della scuola “ottimista” sono gli economisti di praticamente ogni tendenza. Tipici esponenti della seconda scuola sono antropologi come Desmond Morris, storici come Spengler e anche molti psicologi.

[34] Bisogna peraltro evitare l’eccesso di empirismo e di atteggiamenti “pratici”. Il fatto che le teorie siano guide per l’azione non implica che la loro realtà sia legata a tale azione, soprattutto nelle scienze naturali. Nelle scienze sociali le leggi scientifiche non possono che essere leggi tendenziali per via dell’azione cosciente dell’uomo. In ogni caso non si può dedurre la verità gnoseologica di una teoria esclusivamente dai risultati pratici che con essa si conseguono, altrimenti si arriva allo strumentalismo: l’idea che la verità non esista e le teorie siano utili solo in quanto strumenti validi. Una sorta di strumentalismo pervade le riflessione gnoseologica del Marx delle famose Tesi su Feuerbach. Nel periodo in cui Marx stava scrivendo questi brevi commenti, egli stava superando la fase idealista del proprio pensiero e, come spesso capita, prima di giungere alla concezione corretta, si lasciava trasportare all’estremo opposto. Può così affermare:

 

«La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è una questione meramente scolastica.”(II tesi).

 

Queste esagerazioni non tolgono che nelle Tesi siano contenute intuizioni brillanti, come la famosa frase che le conclude “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, si tratta invece di trasformarlo».

[35] Il ruolo e la natura dell’astrazione per la conoscenza sono stati dibattuti praticamente da ogni filosofo. L’empirismo e il razionalismo sono imperniati su questo. Il famoso problema di Hume non è altro che un tentativo di mostrare come l’astrazione non derivi direttamente dalla ripetizione dello stesso fenomeno. Il tentativo kantiano di sintetizzare il meglio dei metodi precedenti attraverso il suo razionalismo critico può vedersi come il punto più alto raggiunto dalla filosofia classica in tema di astrazione scientifica. La teoria dell’astrazione determinata di Marx deriva da questi sforzi, uniti alle riflessioni di Hegel, meno sistematiche ma altrettanto profonde. Torneremo su questo.

[36] Nell’esempio che si sta facendo viene data per nota la teoria del valore di Marx. Il lavoro astratto entra in tale teoria perché la valutazione del tempo di lavoro necessario contenuto socialmente in ogni merce è possibile solo se il lavoro di tutti i singoli produttori è comparabile. Ma la comparazione è possibile solo tra lavori uguali. Per questo Marx, come i classici, basa la teoria del valore su un lavoro sociale generale, un lavoro appunto astratto. Il punto è quale sia la natura del lavoro astratto, se esso è frutto di un’astrazione dello scienziato o se veramente questo processo si dia nel corso della storia.

[37] La distinzione tra lavoro astratto e lavoro concreto non potrà ovviamente mai eliminarsi, perché le modalità di applicazione del lavoro sociale sono comunque molteplici. Il punto è che due operai dell’Ottocento di due rami diversi o che semplicemente facevano un mestiere diverso, erano del tutto impossibilitati a intercambiarsi. Lo sviluppo del capitalismo incorpora in continuazione la professionalità della forza-lavoro nelle macchine, eliminando tendenzialmente ogni qualifica del lavoratore. Questo processo reale è alla base della teoria marxista del lavoro astratto. Ovviamente il lavoro astratto in sé, il ‘noumeno lavoro astratto’ non si può trovare in nessuna fabbrica reale.

[38] A nostro modo di vedere il tentativo di sintesi che Kant compie nella Critica della ragion pura è incentrato su questo problema. Da dove vengono le asserzioni universali (e dunque i noumeni e le cose in sé), se i sensi possono percepire solo aspetti singolari (fenomeni) del mondo? Se d’altra parte l’astrazione viene ad essere una attività soggettiva, scompare ogni forma necessaria della conoscenza. Questa “preoccupazione” di Kant è fondamentale e ci sembra che trovi una sua soluzione nell’analisi dell’astrazione che stiamo portando avanti.

[39] Poscritto alla seconda edizione del I libro del Capitale, pagg. 39-40.

[40] Naturalmente Kant si è occupato di molti altri aspetti della teoria della conoscenza che qui non trattiamo.

[41] In concreto potrebbe essere un insieme di file in un computer o delle lastre ecc. Il fatto che da uno stesso file o da una stessa lastra derivino tutte le copie della rivista in questione dimostra, oltre ogni dubbio scettico, che l’astrazione ha sempre una base oggettiva. Dimostra anche che è solo l’attività umana di trasformazione, produttiva, fisicamente e scientificamente, che fa emergere questa astrazione.

[42] «[coscienza] è il nome di una non-entità e non ha alcun diritto a un posto tra i principi primi. Coloro che ancora le si aggrappano, si attaccano in realtà a una pura eco» , disse William James, la cui posizione filosofica lo conduceva verso le stesse deformazioni del comportamentismo.

[43] Inutile dire che abbiamo largamente attinto dall’eccellente scritto di Engels Il ruolo avuto dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia. Le ipotesi in esso contenute, sono peraltro state ampiamente confermate in seguito dallo sviluppo della paleoantropologia.

[44] Come notarono Marx ed Engels:

 

«Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che vuole: ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza»

(L’Ideologia tedesca pag. 8)

[45] A tal proposito non possiamo non ricordare la celeberrima osservazione di Marx sull’ape e l’architetto. Scrive Marx:

 

«Noi supponiamo il lavoro in una forma nella quale esso appartenga esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente»

(Il Capitale, I, pag. 212).

 

A tal proposito c’è da notare che anche i paleoantropologi riconoscono implicitamente il rapporto tra coscienza e sviluppo delle forze produttive. Essi infatti indicano con homo tutti i progenitori diretti dell’uomo che hanno costruito strumenti, mentre tutti gli altri progenitori, ancora non coscienti, sono definiti australopitecine, ovvero scimmie.

[46] «Il linguaggio è antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche per altri uomini, e che dunque è la sola esistente anche per me stesso, e il linguaggio come la coscienza sorge dal bisogno, dalla necessità di rapporti con altri uomini»

(L’ideologia Tedesca, pag. 21).

[47] «La coscienza è dunque fin dall’inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono uomini»

(ibidem)

[48] Se si studia la presa di coscienza di un bambino si scopre per altro che, anche in questo campo, l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. Come dimostrano gli studi di Piaget e di Vygotsky, lo sviluppo psichico dei bambini ha molti tratti di somiglianza con lo sviluppo storico della coscienza avuto dall’umanità.

[49] Questo è l’errore tipico di molti neuroscienziati e filosofi i quali partono sempre dallo studio biologico del cervello per dedurre le proprie concezioni filosofiche. Ma questo è ovviamente un’assurdita riduzionista. Lo sviluppo degli elementi che compongono il cervello non è avvenuto e non avviene per sezioni separate, per compartimenti stagni. Il cervello, come ogni altro organo, si sviluppa nell’ambito dell’evoluzione complessiva dell’animale, la cui sopravvivenza è l’unico banco di prova di tale sviluppo. Anche capendo come funziona una cellula si capirebbe, in sé, ben poco della coscienza. Già analizzando le proporzioni relative delle varie parti del cervello si potrebbe capire di più sull’evoluzione umana.

[50] Un gene è un filamento composto da alcuni elementi (azoto, fosfato, carbonio ecc.) e da zucchero. Dato che risulta difficile pensare che l’ossigeno o l’azoto siano egoisti, non ci rimane che credere, per essere dei veri riduzionisti fino in fondo, che l’egoista sia lo zucchero. Indubbiamente è difficile desumerlo dal contatto che abbiamo con esso quotidianamente. D’altronde la natura nasconde tanti di quei segreti! Forse lo zucchero che conserviamo in un barattolo nella dispensa è veramente egoista! e forse determina le azioni di tutti gli esseri viventi, come ritiene Dawkins. Senz’altro fa male ai denti. Che si esprima anche in questo il suo inveterato egoismo?

[51] Lo scarto, chiaramente notevole, che esiste tra tempo di lavoro necessario e tempo di lavoro effettivo, o le carestie che affliggono l’umanità, sono questioni che evidentemente nulla hanno a che fare con lo sviluppo puramente biologico dell’uomo. Sono conseguenze del processo produttivo di questa epoca, come il rogo delle streghe era frutto del processo produttivo medievale, la schiavitù frutto del processo produttivo dominante venti secoli fa ecc.

[52] C’è chi nega che l’uomo abbia avuto più successo di altri animali. S. J. Gould per esempio, vede con orrore questa idea perché la reputa sciovinista. Sostiene così che il vero “filone” di successo sono gli artropodi o i batteri che sono svariati ordini di grandezza più numerosi dell’uomo (ci sono più batteri nell’intestino di un solo uomo che uomini sulla Terra):

 

«Non accettate la tradizione sciovinista che designa il nostro tempo come l’epoca dei mammiferi: questa è l’epoca degli artropodi. Essi ci sovrastano di gran lunga in numero da ogni punto di vista: per specie, per individui, per prospettive di proseguire sul cammino dell’evoluzione.»

(La vita meravigliosa, pag. 103)

 

Anche se è ammirevole la posizione di Gould, che è una difesa della vita e della scienza contro le pretese mistiche e antropocentriche di filosofi e religiosi, temo che in questo caso Gould si sia fatto intrappolare da una visione riduzionista. Il successo non è un fatto puramente quantitativo, ma soprattutto di qualità della vita. Successo significa riduzione del tempo di lavoro necessario, un successo qualitativo, un miglioramento delle condizioni di vita, non una semplice diffusione della specie. Certo, se una specie si diffonde significa che si è ben adattata e che dunque ha “successo”, ma come ho cercato di spiegare questo successo è sempre suscettibile di mutarsi nel suo contrario perché dipende da fattori che l’animale non controlla. I dinosauri hanno dominato la Terra per decine di milioni di anni, un grande successo, eppure non hanno potuto evitare di venire sterminati da nuove condizioni climatiche e da nuove specie. Il successo dell’uomo ha chiaramente un’altra natura. A dimostrazione che il successo dell’uomo è di altra natura da quello per esempio di formiche e topi, notiamo qui alcune cose. L’uomo condiziona più di tutti gli altri animali la propria sopravvivenza. L’uomo non ha nemici naturali. Quando la terra verrà arrostita dall’espansione del Sole morente, noi con ogni probabilità saremo partiti e si può prevedere che avremo approntato una bella Arca-astronave di Noè per tutti i coinquilini del moribondo pianeta. Ma allora solo gli animali che noi decideremo (speriamo tutti), potranno vivere. Insomma mi sembra evidente che la natura del successo dell’uomo è completamente diversa dal pur mirabile adattamento di insetti e altri ordini e specie. Questo significa forse che c’è, lassù nei cieli, un qualche essere che veglia su di noi? Ovviamente no. D’altra parte, non si sfugge alle eventuali pretese dei creazionisti esaltando il caso e i batteri. Semplicemente si ipotizza che la divinità abbia più a cuore i batteri o forse che, essendo i suoi figli fatti a sua immagine e somiglianza, sia una sorta di divinità batterica.

[53] Sarebbe anche interessante studiare come, accanto alla coscienza sia nato l’inconscio. Come già il termine sottintende, solo un animale cosciente ha due livelli di comportamento, uno conscio e uno inconscio. Mentre ogni altro animale “segue l’istinto”, ovvero degli schemi di comportamento innati, qualcosa di necessario, rispetto a cui l’essere non ha scelta, l’uomo eredita dalla sua evoluzione delle pulsioni che spingono a certi comportamenti ma vengono mediate dall’organizzazione sociale. Per altro il rapporto tra animali e istinto non è uguale per tutte le specie. È ovvio che i mammiferi, soprattutto i primati, sebbene non coscienti, hanno una plasticità e un’adattabilità di comportamento infinitamente superiori a un pesce, per non parlare di un insetto. Tuttavia la coscienza fa sì che ci sia più differenza tra uomo e scimpanzé, che pure condividono il 98% di patrimonio genetico e si sono staccati dal ramo evolutivo comune un attimo fa, su scala biologica, di quanta ce ne sia tra lo scimpanzé ed ogni altro animale. Il fatto che tra pulsioni e modo di soddisfacimento vi sia un legame sociale e non biologico è un processo di lunga data ed è legato a tutta l’organizzazione sociale umana da millenni. Non è un caso che le femmine di homo sapiens sono le uniche tra i primati a non avere un estro visibile. Un estro visibile non serve a nulla ad animali coscienti. Lo stesso vale per altri simboli esteriori che costringono l’animale a certi comportamenti. Che poi vi siano tratti comuni nel comportamento dell’uomo e di altri animali è ovvio, l’uomo deve soddisfare le stesse condizioni. È il modo con cui lo fa, conseguenza della sua evoluzione, che lo distingue dagli altri animali. L’inconscio è una questione spinosa perché non è un concetto accettato da tutte le scuole psicologiche, né è inteso nella stessa maniera da quelle che pure lo accettano. Non si può evidentemente entrare in questa sede in tali diatribe. Mi interessa solo segnalare due problemi interessanti:

a) il legame tra inconscio e processo produttivo: come la coscienza è legata allo sviluppo delle forze produttive, l’inconscio è legato, anche se molto meno direttamente, allo sviluppo sociale umano;

b) l’idea di un inconscio collettivo, un “mare” di esperienze, atteggiamenti, comportamenti, un legame inconsapevole tra gli uomini. Anche se spesso questa idea è utilizzata ideologicamente per difendere filosofie mistiche, ha un nocciolo razionale. Anche la coscienza è sociale, perché essendo legata allo sviluppo delle forze produttive, è legata a una certa organizzazione sociale. Vi è infine da notare come l’idea di una conoscenza innata comune a tutti gli uomini è diffusa in molte discipline, basti pensare alla teoria degli universali di Chomsky per quanto attiene allo sviluppo del linguaggio nelle diverse popolazioni umane.

[54] Come scrisse Engels:

 

«L’animale arriva al massimo a raccogliere; l’uomo produce, allestisce i mezzi necessari all’esistenza nel senso più vasto della parola, che la natura senza di esso non avrebbe prodotto.»

(Dialettica della natura , pag. 316)

[55] Questa è la ragione per cui ho proposto il termine di riproduzione insieme a quello di riflessione come i due poli del processo conoscitivo. Anche se rappresentazione è forse più generale, riproduzione è molto più legato al modo con cui concretamente la specie umana è giunta alla coscienza e alla conoscenza.

[56] Anche se il processo non è così meccanico. Spesso i peggiori sfruttatori e carnefici riflettono il fatto che sono pur sempre esseri umani con un insospettabile buon cuore per alcuni aspetti della vita. Hitler per esempio, amava enormemente gli animali, e mentre si apprestava a massacrare milioni di persone con guerre, torture e lager, faceva passare leggi in difesa degli animali migliori di quelle in vigore oggi. Una forma estrema di alienazione: odiare gli ebrei e amare i cani.

[57] Questo cammino non assomiglia certo al cammino che Hegel espone nelle sue opere e che ha come protagonista un’entità astratta, l’Idea, che sviluppandosi arriva all’autocoscienza. È semplicemente la presa d’atto, a posteriori, dello sviluppo della società in tutte le sue forme materiali e ideologiche.

[58] Il famoso scritto di E. Barone “Il ministro della produzione nello stato collettivista”, del 1908, è il classico scritto in cui con le equazioni al posto di una analisi concreta, e con un po’ di astuzia algebrica, si può trarre qualsiasi conclusione. In particolar modo, qui il punto centrale è la dimostrazione che, da un punto di vista analitico, un’economia pianificata e un’economia di mercato, sotto certi assunti, si comportano allo stesso modo. Perché dunque trasformare la società? Ci si accontenti di far funzionare al meglio quella che c’è.


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