Eschilo Sette contro Tebe

traduzione di Ettore Romagnoli PERSONAGGI: Etèocle ARALDO CORO di Fanciulle Tebane Antìgone Ismène MESSAGGERO ESPLORATORE Popolo La scena rappresenta una piazza sopra la rocca di Tebe. In fondo il palazzo del re, sul davanti l'altare comune dei Numi che proteggono la città: Giove, Giunone, Posidóne, Pàllade, Apollo, Artèmide, Marte, Afrodite. Al principio dell'azione si vede il popolo affollato dinanzi alla reggia e implorante il re. Questi esce, ed arringa. PROLOGO Etèocle: Cittadini cadmèi, chi su la poppa de la città volge la barra, e regge lo stato, senza mai sopire il ciglio, parole acconce deve dir: ché quando ridon gli eventi ella è mercè dei Numi; ma se poi, deh!, non sia, male ne incolga, per la città solo sarebbe Etèocle con preludî d'obbrobrio altosonanti e con querele decantato - Giove che detto è salutar, salute arrechi alla città di Cadmo. - Or tutti voi, e quei che al fiore dell'età non giunge, e quei che lo mirò vizzo negli anni, riscotendo nei membri ogni vigore, volgendo alla piú acconcia opra la cura, date soccorso a Tebe, ed agli altari dei patrî Numi, che non mai d'onore sien privi, e ai figli, e a questa terra madre, carissima nutrice. Essa, reggendo dell'educarvi il peso tutto, pargoli repenti ancora, sul benigno suolo v'accolse e vi nutrí, ché cittadini fidi e fidi guerrieri, a tai frangenti un giorno foste. E insino ad oggi, il Nume a favor nostro s'inchinò: la guerra, mercè dei Numi, insino a qui, propizia volse, gran parte, a noi stretti d'assedio. Ed ora il vate educator d'augelli, che, senza fiamma, con l'orecchio, intende i fatidici alati, e col pensiero, e con la non mendace arte: costui, signor di tali vaticinî, annunzia che notturno concilio gli Achei tennero, e un grande assalto alla città si trama. Delle torri alle porte ed agli spalti dunque tutti affrettatevi, lanciatevi chiusi nell'arme, empiete i propugnacoli, piantate il pie' sui palchi de le torri, a cuor sicuro delle porte i valichi sbarrate: troppo una straniera turba non vi sgomenti: un Dio darà buon esito. Esploratori io già mandai, che spiino l'oste nemica: e spero bene ch'essi non indugin per via. Poscia che uditi li avrò, veruna insidia potrà cogliermi. (Il popolo si allontana. Dalla via che conduce fuor della rocca, entra un messaggero) MESSAGGERO: O dei Cadmèi signore ottimo, Etèocle, dal campo io giungo, e a te reco sicure notizie di laggiú: ché vidi io stesso. Sette guerrieri, impetuosi duci, sgozzato un toro dentro un negro ferreo scudo, e le man tuffando entro nel sangue, per la Strage, per Marte, pel sanguineo Terror, la rocca dei Cadmèi giurarono che diroccata avrebbero, spogliata la città con la forza; o che, trafitti, questa terra di sangue intriderebbero. E ciascuno appendea, versando lagrime, d'Adrasto al cocchio, per i suoi parenti, per la magione sua, pegni d'affetto. Né lagno uscia dai labbri. Pensier' ferrei spiravan l'alme, di valore ardevano, come leoni che negli occhi han guerra. Né tempo andrà che avrai di ciò contezza: io li lasciai che gittavan le sorti, a quale porta la sua schiera ognuno dovesse addurre. E tu, subito eleggi i migliori di Tebe, e delle porte ponili ai varchi: ché le schiere Argive, chiuse ne l'armi, avanzan già, di polvere si sollevano nembi; e di sue gocciole candida spuma la pianura spruzza dal pulmon dei cavalli. Or, come saggio nocchiero, tu provvedi ad ogni falla, pria che di Marte la procella infurî: ché mugghia il flutto del terrestre esercito. Quanto puoi prima, a ciò ripara. Ed io con diurna pupilla a te del resto sarò fida vedetta. E tu, sapendo ciò ch'oprano i nemici, illeso andrai. (Il messaggero esce) Etèocle: O Giove, o Terra, o Numi della patria, o del mio padre imprecatrici Erinni possenti, deh! questa città ch'effonde loquela ellèna, dalle sue radici non divellete, e i focolari aviti, preda agl'infesti, all'ultima rovina. Non sopponete a servil giogo questa libera terra e la città di Cadmo: siate sua forza: a comun bene io parlo: ché prospera città venera i Dèmoni. (Etèocle esce) CANTO D'INGRESSO (Irrompe nell'orchestra una schiera di fanciulle tebane, che simula con la danza una fuga disordinata e angosciata. Probabilmente questo primo brano era diviso fra piú corifei) CORO: Piango alti lagni d'orrore di doglia. Già già dal campo si sfrena l'esercito: rotola avanti l'esercito fitto dei cavalieri: l'eterea polvere si leva a dirmelo, muto palese veridico araldo. Orrido grido, fra rombe di zoccoli, dalla pianura mi sgomina e preme, come torrente che scrosci dal monte. Contro la rocca si lancia, già leva, chiuso nell'armi, l'esercito avverso, gli scudi bianchi, con orride grida. Chi mai dei Numi, chi mai delle Dive soccorso darà? A quali altari di Dèmoni innanzi debbo io cadere? Beati Signori, è questo il punto che stretta io mi tenga ai vostri simulacri. Nei troppi lagni che indugiasi? Udite o non udite fragore di scudi? Quando offrirò, se non ora, pepli corone e preghiere? Odi lo strepito? Tale frastuono sola una lancia non leva. Che fai? Marte Signore, l'antica tua terra cosí tradirai? Deh! queste mura, a te un giorno sí care, Nume elmo d'oro, proteggi proteggi! (Tutte le fanciulle si aggruppano intorno all'ara) PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA (Continuano le evoluzioni danzate, ma con carattere piú calmo) CORO: Strofe prima Dei della patria, qui tutti volgetevi, e questa schiera mirate di vergini, che del servaggio da voi schermo implorano. Un flutto d'uomini, d'elmi che ondeggiano di Marte ai soffî, precipita e mugghia. Deh!, Giove signore, che l'esito concedi, fa' tu che nei vincoli non piombi d'infesto dominio! Gli uomini argivi s'aggirano ai valli di Tebe attorno. Dall'armi sanguinëe spira terror: dalle fauci a' cavalli i freni strage stridono. E sette duci, nell'armi cospicui, disposti come li elesse la sorte, crollan le lancie di Tebe alle porte. Antistrofe prima Figlia di Giove, tu volgi, deh, Pàllade, Tebe a salvare, tua possa belligera. Equestre sire del mare, Posídone, col suo tridente di squali sterminio, da questo orrore tu affrancaci affrancaci! Tu Marte - oh noi miseri, oh miseri! - da cui questa rocca si nomina, tu veglia su noi, tu soccorrici. Tu, che a noi sei genitrice remota, stornali, o Diva di Cipro: ché origine da te traggiamo; e con prece devota presso il tuo Nume or vedici. E lupo adesso, re Licio, a lor móstrati, dei miei lamenti sii vindice. Affretta, figlia di Lato, su lor la saetta. Strofe seconda Ahi, ahi, ahi, ahi! D'intorno ai muri fragore di cocchi odo, Era venerabile! Degli assi onusti odi stridere i mozzi, dilettissima Artemide! Infuria l'etra squassato dai cuspidi! Qual doglia incombe su la mia città? A quale esito il Dio la condurrà? Ahi, ahi, ahi, ahi! Antistrofe seconda Ahi, ahi, ahi, ahi! Verberan sassi gli spalti alla cima, o Apollo dilettissimo! Di bronzei scudi alle porte è lo squillo! Onca, di Giove figlia beata, a cui concesso è nella mischia de la guerra guidar la sacra sorte, tu salva Tebe dalle sette porte! Ahi, ahi, ahi, ahi! Strofe terza Ahimè, potentissimi Superi, o Divi, o Giove, custodi ben vigili di queste mura, deh, preda non giaccia la città nostra cui guerra flagella di questa turba ch'estrania favella. Udite, è giusto, la prece che levano queste fanciulle, alte al cielo le braccia. Antistrofe terza Ahimè, dilettissimi Dèmoni, voi che la rocca cingete, a difenderla, mostrate adesso che Tebe v'è cara. Voi proteggete l'altare ed il tempio, lunge da loro tenete lo scempio. E vi sovvenga che a voi tante vittime ne l'orge sacre spruzzarono l'ara. PRIMO EPISODIO (Mentre piú alti si levano i lagni, irrompe sulla scena Etèocle) Etèocle: Insopportabil razza, a voi medesime lo chiedo, utile è questo, è salutare per la città, potrà coraggio infondere in chi combatte su le mura, urlare, piagnucolar, prostrate ai simulacri dei Numi della Patria? - Odio dei saggi! Mai nei malanni, mai nella fortuna non m'abbia in casa la donnesca razza! Impera, ella è protervia intollerabile: teme, piú grave è il mal per la sua casa, per la sua patria. - Ed or, tra i cittadini, con lo scompiglio delle vostre fughe, vociferate esanime viltà. Cosí vantaggio immenso hanno i nemici; e noi dai nostri fra le nostre mura siam cosí posti a sacco. Ecco il bel frutto del conviver con donne. Ora, se alcuno non ode il mio comando, o uomo o donna o chiunque egli sia, pena di morte sarà votata contro lui, dal popolo lapidato sarà; né questa sorte potrà sfuggire. Gli uomini al governo: donna non dia consiglio! E tu rimani in casa, e non far danno. Avete udito o non avete udito? O parlo a sorde? CORO: Strofe prima Figlio d'Edípo, m'invase terrore, rombare udendo il frastuono dei cocchi che turbinarono, i mozzi stridettero. E dalle fauci suonâr secchi i ferrei timoni equini, temprati alla fiamma. Etèocle: E che? Forse il nocchier, fuggendo a poppa, e lasciando la prua, troverà scampo, quando i marosi fiaccano la nave? CORO: Antistrofe prima Ai simulacri vetusti dei Dèmoni corsi a rifugio, fidente nei Superi, quando alle porte fu strepito e turbine di nevicante procella funerea. Esterrefatta mi volsi ai Celesti, che sovra noi la difesa protendano. Etèocle: Che dai nemici le torri schermiscano? CORO: Non forse ai Numi spetta ciò? Etèocle: Mi dicono che le vinte città lasciano i Dèmoni. CORO: Mai questo eccelso di Numi concilio, sin ch'io respiri, non fugga! Calpesta Tebe non sia dai nemici: il suo popolo, non sia soppresso dal fuoco omicida! Etèocle: Per invocar gli Dei, non appigliarti a mal consiglio. Obbedïenza è madre di salvezza: lo afferma antico detto. CORO: Sí, ma piú grande è il potere dei Numi: spesso chi giace nel mal senza scampo, quando già nubi sul capo gli pendono, da disperata sciagura redimono. Etèocle: Pria della pugna, sacrifici e vittime offrire ai Numi, cómpito è degli uomini: il tuo, tacere e rimanere in casa. CORO: Dei Numi è grazia, se Tebe non dòmasi, se l'urto ostile le torri schermiscono: di quale biasmo può l'odio colpirmi? Etèocle: Io non ti vieto che tu onori i Dèmoni: ma calma sii: non render pusillanimi i cittadini, troppo non sii pavida! CORO: Udendo a un tratto il frastuono confuso, nel tremebondo spavento, son corsa a questa rocca, onorato rifugio. Etèocle: Or, se udrete annunciar morti e ferite, non prorompete in ululi. Ché Marte di ciò, di stragi d'uomini, si pasce. CORO: Nitriti di cavalli alti odo fremere. Etèocle: Non prestar troppo orecchio, anche se li odi. CORO: Siamo strette! Dal suol geme la rocca! Etèocle: A provvedere a ciò non basto io forse? CORO: Tremo! Il fracasso alle porte si gonfia! Etèocle: Vorrai tacer, che la città non t'oda? CORO: Santo Concilio, non tradir le mura! Etèocle: Vuoi soffrire e tacere, in tua malora? CORO: Patrî Numi, deh!, schiava io mai non cada! Etèocle: Tu me fai schiavo, e tutta la città! CORO: Giove, contro i nemici il dardo volgi! Etèocle: Giove, che dono, il sesso delle femmine! CORO: Gramo è pur l'uomo, se la patria perde! (Con rinnovato impeto si prostrano innanzi alle immagini) Etèocle: Stringi ancora le imagini? Ancora ululi? CORO: Terror, contro il voler, tragge mia lingua. Etèocle: Lieve una grazia, io te lo chiedo, porgimi. CORO: Súbito parla, e súbito io la sappia. Etèocle: Taci! Non sbigottir gli amici, o misera! CORO: Taccio. Con gli altri il fato soffrirò. Etèocle: Piú che ogni altro tuo detto io questo ho caro. E adesso, poi, dai simulacri spíccati, e implora i Numi che agli amici arrida la miglior sorte. E, uditi i voti miei, leva il peana, l'ululo propizio, il grido sacro d'Ellade, compagno dei sacrifizî, che il terrore infesto sperda, e coraggio negli amici infonda. Ed io, frattanto, della patria ai Numi, a quei che il piano e che la rocca e l'àgora guardan custodi, e ai rivoli di Dirce, né pur taccio l'Ismeno, io qui prometto che, se fortuna a noi sorrida, e salva sia la città, molto sangue d'agnelli tingerà l'are, e sgozzeremo tauri, alzeremo trofei, d'infeste spoglie prese in battaglia, intrecceremo serti ai templi sacri. Tali preci ai Numi rivolgi, e cari non ti siano gli ululi né le vane selvatiche querele: al destino fuggir, tanto, non puoi. Or vado, e scelgo sei guerrieri - e settimo pongo me stesso, che alle sette porte contro i nemici di gran lena voghino, pria che affannati messaggeri giungano, e veloci sussurri si diffondano nella distretta, a conturbarci l'animo. (Etèocle parte. Le fanciulle si aggruppano di nuovo intorno all'ara) SECONDO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Strofe prima Taccio; ma, sbigottito, requie non trova il cuore nel sonno. Le finitime angosce in esso accendono il terrore dell'incombente esercito: cosí pei nidïacei teme i serpi, funerei compagni al loro talamo, la trepida colomba. Questi alle torri incalzano: sono turba, son popolo! Di noi che mai sarà? Quest'aspra furia scagliano di sassi, che su i miseri giú da ogni parte piomba. Di Giove o figli, o Superi, salvi mandate il popolo di Cadmo, e la città! Antistrofe prima Dove mai troverete piú devota una terra, se adesso in questo fertile campo lasciate infurïar la guerra, e su le scaturigini di Dirce, la purissima fra quante acque Posídone che il suol crolla, e di Tètide effondono i figliuoli. O Numi della Patria, or voi, questo sterminio su chi stringe le mura torcete, sí che gittino l'armi, e la vostra gloria alta per Tebe voli. A udir le patrie suppliche, restar su l'are piacciavi, nella patria sicura. Strofe seconda Tristo sarebbe, questa vetusta città, precipite preda alle cúspidi, piombar nell'Ade, conversa in cenere, distrutta schiava fra indegni vincoli, come gli Dei vollero, e oprarono gli uomini Achei. E trascinate le donne vedove, ahimè, le vecchie presso alle giovani, come cavalle, per la cesarie, fatte a brandelli le vesti. Ed ulula la città vuota, mentre esse vanno fra le commiste grida, a rovina. Io tutta tremo già per il grave futuro danno. Antistrofe seconda Ahi, quale pianto, pria delle nozze, le intatte vergini vederle muovere, per la cesarie tratte, a le case che ancora tenere le coglieranno! Per certo assevero che miglior sorte di questa s'ebbe chi trovò morte. Ahimè, ché orribili sciagure, orribili, sopra una vinta città s'aggravano. Questi trafigge, prigioni stràscica quegli, ed un altro le fiamme suscita. Sozza è di fumo la città tutta: ché, furïando, Marte ivi soffia, sterminatore, ch'entro nei cuori la pietà brutta. Strofe terza Tutto è fragor: di torri su la rocca alta una rete stendesi. Sotto i colpi dell'un l'altro trabocca: i cruenti belati alle mammelle suonano dei pargoli mo' nati: è della fuga il bottino fratello: carchi di preda, urtano questo in quello: quei che privo ancor n'è, l'un l'altro chiama partecipe al saccheggio: ché minor parte o ugual, nessuno brama. Qual presagio da ciò formare io deggio? Antistrofe terza Sparse le grasce d'ogni sorta al suolo vedi, e ne provi angoscia: sul viso alle custodi è amaro duolo. Senza cèrnita i frutti della terra disperdonsi confusi in vani flutti. E le novelle schiave a nuovi affanni esposte vedi. A chi ridono gli anni, dell'inimico il talamo le attende, a cui rise la sorte di guerra: e speme alle miserie orrende altra non han che il talamo di morte. SECONDO EPISODIO CORIFEA A: L'esplorator, mi sembra, a noi dal campo qualche novella, o amiche, reca: in fretta spinge i mozzi dei pie', che sí lo muovono. CORIFEA B: Ed in tempo opportuno ecco il signore figlio d'Edípo, a udir ciò ch'ei dirà: e scompone la fretta anche il suo piede. (Entrano Etèocle e l'esploratore) ESPLORATORE: Dei nemici dirò, ché ben lo vidi, quale porta ciascuno ebbe da sorte. Tidèo dinanzi alla porta di Preto freme di già; ma non consente il vate che le fluenti dell'Ismeno varchi: ché non secondi i sacrifici furono. Furïoso Tidèo la lotta agogna, e leva grida - sibili di drago a mezzo il giorno -, e l'indovino saggio figliuolo d'Oïclèo, batte d'ingiurie, ch'egli piaggia la morte e la battaglia, per difetto di cuore. Cosí grida: e tre pennacchi che il cimiero chiomano e gittano ombra, scuote; e tintinnaboli di bronzo clangore orrido risuonano sotto lo scudo; e su lo scudo, questa superba insegna effigïata: un cielo ardente d'astri; e, fulgida, la luna piena, chiara, degli astri il piú solenne, della notte pupilla, in mezzo splende. Irrequïeto nell'armi superbe, presso la riva del fiume urla, anelo di pugne, come destrïer che furia sbuffa contro le redini, e sobbalza, mentre lo squillo della tromba aspetta. A questo chi opporrai? Tolte le sbarre, chi garante sarà di questa porta? Etèocle: Mai tremar non mi fanno arnesi adorni, né fan piaga le insegne; e senza lancia morder non ponno e ciuffi e tintinnaboli. E quella notte scintillante d'astri, che, come dici, è su lo scudo, presto presagio diverrà, tale stoltezza. Che s'egli muore, sopra gli occhi a lui piombando, diverrà la notte simbolo giusto e verace, all'uom che insegne ostenta sí tracotanti; ed ei, contro se stesso, vaticinato questa ingiuria avrà. A Tidèo contro, a custodir le porte, io costui pongo: l'onorato figlio d'Àstato. È generoso: il trono venera di Verecondia, e aborre le parole millantatrici. A turpi opere tardo, non vuole esser codardo; e la sua stirpe vien dagli eroi che Cadmo seminò, che Marte risparmiò. Ben, parmi, indigeno è Melanippo. Al trar dei dadi, Marte giudicherà. Ma Dice consanguinea sospinge lui, che dalla madre terra lontana tenga l'inimica lancia. CORO: Strofe prima Deh!, buona sorte concedano i Numi al mio campione, poiché con Giustizia sorge a difesa di Tebe! Io pur temo vedere morti sanguinee di prodi sorti a difesa dei loro diletti! ESPLORATORE: Buona ventura ad esso i Numi diano. Capanèo sta contro le porte Elettre, gigante, questi, assai maggior del primo. Il vanto è piú che d'uomo. A queste torri minaccia orrori... Oh sorte, deh!, non compierli! Voglia il Nume, o non voglia, abbatterà la città, dice: né se piombi al suolo la stessa ira di Giove a lui dinanzi, potrà tenerlo; e i folgori ed il gitto della saetta paragona all'alido meridïano. Ha per insegna un uomo nudo che porta fuoco: a guisa d'arme tra le sue mani arde una face: e a lettere d'oro favella: Tebe incendierò. Manda contro quest'uomo... - Oh!, chi potrà stargli di fronte? Chi senza tremare quest'eroe tracotante aspetterà? Etèocle: Con ciò vantaggio addoppiasi a vantaggio: ché dei pensieri temerarî, agli uomini è la lingua verace accusatrice. Minaccia Capanèo, s'appresta all'opera offendendo i Celesti, e follemente sfrena la lingua, e al cielo, esso mortale, scaglia sonanti burrascosi detti. Bene io confido che col fuoco il folgore sopra lui piomberà, non punto simile ai calori del sol meridïano. Un uom si pianta contro lui, che tardo è di parole assai, ma il cuore sfolgora: Polifonte gagliardo, a noi presidio, a noi tutela: ché l'assiste Artèmide, benevolmente, e gli altri Numi tutti. Di' chi preposto all'altre porte fu. CORO: Antistrofe prima Pèra chi scaglia le orrende minacce su Tebe, il dardo lo colga del folgore, pria ch'egli possa piombar sul mio letto, e nelle ascose virginee camere balzando armato, mi tragga via schiava. ESPLORATORE: Dirò chi, dopo questo, ebbe dinanzi alle porte il suo posto. Etèocle terzo balzò fuor dal riverso elmo di bronzo, che alle porte Nistèe le schiere adduca. Cavalle agita in giro, che s'impennano sotto i frontali, di piombar bramose contro i valli; e con barbara melode le musoliere sibilano, piene del soffio delle nari, e del fragore. Né lo scudo d'insegna umil si fregia. Sale un oplita i gradi della scala, contro la torre dei nemici, e abbatterla vuole, ed anch'egli grida, con intrichi di lettere, che giú da quella torre neppure Marte rovesciarlo può. Anche contro costui manda chi libera dal servil giogo renda la città. Etèocle: Inviar con qualche arra di fortuna potrei costui... Sí, vada, ché suo vanto è il forte braccio, Megarèo, figliuolo di Creonte, che seme è degli Sparti. Non egli il suon dei rabidi nitriti paventerà, né lascerà la porta: o pagherà, morendo, il suo tributo alla nutrice terra: o i due guerrieri vinti, e la rocca su lo scudo impressa, la casa di suo padre adorneranno di spoglie. Or non tacere: un altro esaltane. CORO: Strofe seconda O difensore dei nostri penati, a noi sorrida benevola sorte, trista ai nemici, che vanti superbi scaglian su Tebe, con mente delira. Giove adirato li miri, e ci vendichi. ESPLORATORE: Con urli il quarto alle vicine porte d'Atene òncade sta: d'Ippomedonte l'immane mole e la figura. Un brivido, non lo posso negar, m'invase, quando il cerchio dello scudo, aia gigante, lo vidi rotear. Né vile artefice fu chi l'insegna dello scudo pinse. Tifone dalla bocca, alito fiammeo, scaglia negra fuliggine, sorella volubile del fuoco; e intorno intorno, della concava spera orlato è il cuoio con viluppi di serpi. Alto ei levava l'urlo di guerra: si lanciava, pieno di Marte, come furïosa Tïade, alla pugna: terror gli occhi spiravano. Ben dalle prove di quest'uomo guàrdati: ché terrore alle porte alto già grida. Etèocle: Òncade Palla, che alle porte presso siede, la tracotanza aborrirà di quest'uomo, lontano lo terrà, come dragone orribile, dal nido. Il nobil figlio d'Ènopo, l'eroe Iperbio, contro questo eroe fu scelto; e nella stretta di fortuna, vuole sperimentar la sorte. Ineccepibile nell'aspetto, nell'animo, nell'armi. Li pose a fronte Ermete a buon diritto, tale nemico contro tal nemico: e nemici saranno anche i due Numi sovra gli scudi. Ha quei Tifon, che avventa fiamme: d'Iperbio su lo scudo, saldo sta Giove, e gli arde tra le mani il folgore; né vide alcuno mai vinto ancor Giove. Questo Nume e quel Nume hanno essi amici. Noi dalla parte di chi vince, quelli di chi soccombe rimarran, se pure Giove Tifone supera. E se debito è che di questi guerrïeri cònsona sia la sorte alle insegne, a Iperbio, Giove ch'è nel suo scudo, salvezza darà. CORO: Antistrofe seconda Questi, che sovra lo scudo il terrigeno Dèmone infesto, rivale di Giove, ha impresso, insegna nemica ai mortali ed ai longevi Celesti, deh!, gitti la testa mozza dinanzi alle porte! ESPLORATORE: E sia cosí. Del quinto ora ti parlo, che alle porte Borrèe presso ha le schiere, al quinto posto, vicino alla tomba del rampollo di Giove, Anfíone. Giura per la sua lancia, in cui confida, e piú del Dio l'onora, e piú di sue pupille, che struggerà la rocca dei Cadmèi, a dispetto di Giove. Cosí grida questo germoglio di montana madre, uomo e fanciullo, vago volto, e or ora su le sue gote cresce la lanugine: fitta, ché il sevo dell'età la spinge, gèrmina. È il nome verginal; ma egli, animo crudo, truce sguardo, sta contro la porta, e non da vanto immune. L'infamïa di Tebe, la carnivora Sfinge, sovra il ritondo scudo, bronzeo baluardo del corpo, infitta in saldi chiovi, agitava, lucida figura impressa a sbalzo; e fra gli artigli serra un uom di Tebe, ché su lui ben fitte piombin le frecce. - E piccolo mercato non farà della guerra, e non vorrà sí lunga strada aver percorsa indarno, Partenopeo d'Arcadia. Ospite è d'Argo, e lauto scotto pagherà: minacce contro noi scaglia, oh Dei, che non s'avverino! Etèocle: Deh, sovra sé dai Numi ciò che bramano per noi, con l'empia lor iattanza attirino! Di miserrima morte infino all'ultimo perirebbero! - È già contro questo Arcade che dici, pronto un uom schivo di vanti, ma la sua mano sa ciò che far deve. È fratello di quel che ora ora dissi: Àttore: e non consentirà che senza fatti le ciance entro le porte scorrano a fecondar malanni, o ch'entri in Tebe chi su lo scudo impresso reca il mostro, l'infestissima Furia. Essa, percossa da mille colpi, a chi la vuol recare dai campi alla città, sarà di scorno. Se un Dio m'assista, avrò parlato il vero. CORO: Strofe terza In fondo al seno mi sceser quei detti: s'erge la treccia degl'irti capelli, le gran minacce, le grandi parole di questi iniqui ascoltando. Oh, se i Numi nel nostro suolo li vogliano spenti! ESPLORATORE: Il sesto eroe dirò: tutto saggezza, d'alto valor profeta: Anfïarào alle porte Omolèe schierato è presso. Aspre ingiurie a Tideo scaglia: omicida, sconvolgitor della città lo chiama, mastro supremo di sciagure in Argo, banditor de l'Erinni, sacerdote dello sterminio, autor del mal consiglio che mosse Adrasto. Gli occhi al cielo alzando, Polinice, anche, il fratel tuo, proverbia, in due smembrando il suo nome; e tai detti gli escon dal labbro: «Oh gesta ai Numi cara, e bella a udire, ed a narrarla ai posteri, mettere a sacco la città natale, e i Numi patrî, e sovra lei scagliare una caterva straniera! E chi con buon diritto inaridir la fonte della madre potrà? La terra patria a forza presa, con le lancie, come speri alleata averla? Io queste zolle impinguerò: sotto la terra ostile io, profeta, nascosto. Or si combatta: non senza onore il mio destino io spero». Ciò diceva il profeta. Un bronzeo scudo tondo reggeva, senza insegna alcuna: ché non vuole sembrar prode, ma essere. E del pensiero in un profondo solco, onde i saggi consigli hanno germoglio, i frutti spicca. A quest'uom contro, invia, credimi, forti antagonisti e saggi: ché ben possente è l'uom che i Numi venera. Etèocle: Ahi!, cieca sorte, come unisci gli uomini! Con gli empissimi il giusto. E in ogni evento danno peggior che mala compagnia non v'ha: frutto non dà che possa cogliersi: morte produce il campo della colpa. Se l'uomo pio con navichieri tristi, con l'opere empie, il legno ascende, anch'egli muore con quella gente invisa ai Numi. E se fra i cittadini ostili agli ospiti e immemori dei Numi, un giusto vive senza sua colpa, nella rete stessa, colto, percosso dal flagel che il Dio vibra su tutti, giace. Ugualemente questo indovino, figlio d'Oïclèo, uom saggio, e giusto, e buono e pio, profeta grande, con gli empî a suo mal grado è tratto, coi tracotanti, che la lunga via batteran presto del ritorno; e anch'egli travolto ivi sarà. Giove lo vuole. Ei non s'abbatterà, credo, sui valli: non perché vile o d'animo codardo; ma in questa mischia, il so, cadere ei deve, se pur frutto han gli oracoli d'Apollo, che sogliono tacere, o il vero parlano. Ma pure, contro lui, Làstene prode, ostile agli stranieri, io schiererò, che le soglie tuteli. Annosa mente, floride membra, rapida pupilla; e non trattiene la sua mano, quando deve ghermir la spada al lato manco. I Numi, poi, dan la fortuna agli uomini. CORO: Antistrofe terza Oh Numi, udendo le giuste preghiere, esaüditele, fate che Tebe corte abbia fausta: gli orror' della guerra sugli invasori torcete: col fulmine, fuor delle torri li stermini Giove. ESPLORATORE: Il settimo or dirò, che sta dinanzi alla settima porta, il fratel tuo, quali sciagure impreca alla città: di salir su le torri, ed acclamato re della terra dall'araldo, il canto della preda innalzare; ed azzuffandosi con te, cadere dopo averti ucciso, o in esilio cacciar chi l'oltraggiò, e punirlo col bando, al modo stesso. Questo egli grida; e i Numi della gente invoca, e i patrî Numi, che le suppliche di Poliníce a compimento adducano. Regge un rotondo scudo, di compagine nuova; e sopra v'è impresso un segno duplice: guida una donna saggiamente un uomo, e dice ch'essa è la Giustizia; e parlano cosí le impresse lettere: «Quest'uomo io guiderò: la patria terra avrà, avrà il possesso della casa avita». Questa la sua speranza. Or tu provvedi chi manderai contro costui. Ché biasimo a me dar non potrai pei miei messaggi. Per buona rotta ora tu guida Tebe. Etèocle: Oh dissennato, oh sommo odio dei Numi! O stirpe mia, d'Edípo o stirpe misera, quanto il padre imprecava oggi s'avvera. Ma non conviene piangere né gemere, ch'altro non sorga insopportabile ululo. E vedrem presto a che varrà l'insegna di Poliníce - oh nome all'opre cònsono! -: se le lettere d'oro che millantano sovra lo scudo, con insana mente, gli schiuderan le porte. Oh, se Giustizia, di Giove intatta figlia, e mente ed opere a lui guidasse, essere ciò potrebbe; ma né quando dal buio alvo materno balzò, né quando fu poppante o pubere, né quando al mento s'addensò la barba, di fargli motto si degnò Giustizia. Né or, credo io, che la rovina cerca della sua patria, presso a lui starà: o menzognero è di Giustizia il nome, se un uomo assiste ad ogni eccesso ardito. Tale fiducia io nutro; e contro lui io stesso moverò, starò. Piú adatto chi mai di me? Re contro re, fratello contro fratello ivi starò, nemico contro nemico. Su, schinieri e lancia e quanto giova a schermir pietre recami. CORO: Figlio d'Edípo, a me su tutti gli uomini diletto, deh! non renda te la collera pari a quel maledetto! E che s'azzuffino con gli Argivi i Cadmèi, basti: quel sangue espiar si potrà; ma se l'un l'altro si uccidon due fratelli, oh!, tale eccidio tempo non v'ha che ad invecchiarlo giovi. Etèocle: Senza obbrobrio almen sia l'ultimo danno: a chi muore, mercede unica è questa: ché gloria i vili e turpi atti non dànno. CORO: Strofe prima Figlio, che smanî? Con impeto rabido, te non travolga la furia belligera! Scrolla il dominio di brama funesta! Etèocle: Poi che gli eventi incalza un Dio, rapito dai venti sia di Laio il seme tutto, odio di Febo, sul fatal Cocito. CORO: Antistrofe prima Troppo col crudo suo morso la voglia t'eccita al sangue, a compire un eccidio che non si purga, che amaro dà frutto. Etèocle: Sta senza pianto, con aridi sguardi, del padre mio l'Erinni a me davanti. «Meglio - dice - morir presto che tardi!» CORO: Strofe seconda Non eccitarla, or tu! Dirti malvagio niuno potrà, se il tuo vivere è santo! Se di tue mani il sacrificio accetto giunga ai Celesti, fuggirà la livida dell'Erinrni procella dal tuo tetto. Etèocle: Negletti siamo dagli Dei: la morte sola, da noi gradiscono i Celesti. A che blandire ancor l'ultima sorte? CORO: Antistrofe seconda Or che t'è presso, blandirla dovresti: poi che, mutando insiem col tempo, il Dèmone voler potrebbe altro che pria non volle, e spirare su te con piú mite aura potrebbe forse: or tuttavia ribolle. Etèocle: Ribollono d'Edìpo i voti fieri! Gl'incubi, i sogni che i paterni beni fra noi partiano, troppo erano veri. CORO: Odi, se pur non m'ami, un mio consiglio. Etèocle: Dite possibil cosa. E siate brevi, CORO: Non ir tu stesso alla settima porta! Etèocle: Aguzzato è il cuor mio: tu non l'ottundi. CORO: Vinci, pur senza gloria, e il Dio t'onora. Etèocle: Gradire un guerrïer può tal consiglio? CORO: Mieter vuoi dunque del fratello il sangue? Etèocle: Se un Dio li manda, nessuno i mali èvita. (Etèocle esce. Le fanciulle si aggruppano di nuovo intorno all'ara) TERZO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Strofe prima Pavento io, che la Diva, a niuno eguale dei Celesti, che stermina le progenie, del male profetessa verace, l'imprecatrice Erine, del dissennato Edipo non effettui le fiere imprecazioni; e la discordia sospinge i figli a esizïale fine. Antistrofe prima Distributore dei dominî aviti è lo stranïero càlibo, colono degli Sciti, il crudo ferro, amaro compartitor di beni, che a ciascun d'essi tanta terra prodiga quanta la spenta loro spoglia n'empia, orbato ognun degli ampli suoi terreni. Strofe seconda Quando, con mutua strage, con mutuo scempio, essi trafitti cadano, e sorbito abbia la terrestre polvere il sangue sparso in livida compage, chi mai riscatto, espïazione, porgere potrebbe? Ahi, nuovi della casa affanni, commisti a quelli antichi ormai negli anni! Antistrofe seconda Parlo del fallo antico di Laio, a cui seguia la pena súbita, ma su la terza stirpe ancora indugia. Il Nume Apollo a lui, dall'umbilico della terra, ove surge il pitio oracolo, tre volte ripetea che la città, se muoia orbo di prole, ei salverà. Strofe terza Ma degli amici alle parole improvvide cede' poi vinto, e al suo fatal destino diede la vita: ad Èdipo, che fu del genitor suo l'assassino, che il campo seminando ond'ebbe origine, una progenie a sanguinosi eventi sacra die' a luce, innsania i due consorti strinse, ambi dementi. Antistrofe terza Un estuare di sciagure, simile ad un mar, li sospinge. Un flutto piomba, s'erge un altro, con triplice artiglio: un terzo avvolge con gran romba della città la poppa. A schermo tendesi poco la torre entro l'immensità. Ond'io nel cuore trepido che coi suoi re sprofondi la città. Sfrofe quarta Esito avran per essi le molteplici imprecazioni avite: e poi che giunsero, i rovinosi guai tardi dileguano. Allor che aggrava troppa dovizia il legno, debbono lunge scagliarla i nauti da la poppa. Antistrofe quarta Or, qual mortal mai tanto onorarono i Numi, o quelli che partecipavano le sacre are di Tebe, o le molteplici umane stirpi, quanto Edipo, che fe' libera la patria sua dall'omicida incanto? Strofe quinta Ma reso conscio il misero dei nefandi sponsali, con dissennato spirito, male reggendo l'impeto del cordoglio, due mali compiva. Con la man che il padre uccise, sé dalle care luci in bando mise; Antistrofe quinta e contro ai figli proprî, per martirio di fame, imprecazioni orribili avventò: che il retaggio con le omicide lame compartissero. Onde or n'empie sgomento che l'Erinni affrettar voglia l'evento. TERZO EPISODIO (Dal campo giunge un Araldo) ARALDO: Figlie di balde madri, or fate cuore! Scampata è la città dal servil giogo. La sonora iattanza è al suol piombata dei guerrieri fortissimi. Il sereno tornò su Tebe: i flutti non v'irruppero, la protesser le torri; ed eroi validi, uomo contro uomo, le porte sbarrarono. Felice fu l'evento per sei valichi: sopra il settimo stette il Nume Apollo, re venerando, che puní sui figli d'Edípo i falli dell'antico Laio. CORO: Qual novo male sopra Tebe incombe? ARALDO: Per man l'uno dell'altro eroi morirono... CORO: Chi mai? Chi dici? il terror mi dissenna! ARALDO: Sii calma, ascolta. I due figli d'Edìpo... CORO: Ahimè! Che il mal già presagisco, misera! ARALDO: Dubbio non v'ha: trafitti nella polvere... CORO: Giacquero là? Sebbene è duro, dillo. ARALDO: Sí, troppo. Con fraterne mani spentisi. CORO: Ugual fu dunque per entrambi il Dèmone! ARALDO: Questi or distrugge l'infelice stirpe: onde allegrarci insiem dobbiamo, e piangere. È salva Tebe, ma i suoi duci s'ebbero dal ferro scita cui die' tempra il màlleo, partiti i beni. Dagl'infesti voti del padre spinti, tanto avran di terra quanto sia la lor fossa. È salva Tebe; ma dei fratelli re, spenti con mutua strage, la negra terra il sangue beve. (L'araldo si ritira) QUARTO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Oh tu, Giove supremo, e voi, Dèmoni protettori di Tebe, che salve queste mura di Cadmo serbate, debbo adesso allegrarmi, e di giubilo levar grida, perché senza danno salva fu la città! Debbo piangere la sciagura dei miseri principi senza prole perduti. Or davvero i lor nomi convennero all'opere: ché perîr per l'insana follía. Strofe Ahi, della stirpe d'èdipo negra maledizione che omai compiesi! Un gelo tristo intorno al cuor mi piomba. Simile a Tíade, un cantico levo sopra la tomba, l'un corpo e l'altro udendo che di misero sangue stillava, spento. Ahi, con sinistro auspicio questo suonò di cuspidi concento. Antistrofe Non reluttante a compierlo s'adoperò del padre il triste augurio. Causa ne fu di Laio il mal consiglio. Volle che fosse principe di Tebe un proprio figlio: ma non furono mai vani gli oracoli. Ahi, quale orrida gesta compieste! - Ahimè, che d'opere, non di parole, è la doglia funesta. (Alcuni guerrieri trasportano sulla scena i cadaveri dei due fratelli) CORIFEA A: Ecco a te manifesto ciò che disse l'araldo. È ben visibile il doppio cruccio: il duplice male omicida è questo: questa la doglia amara compiuta già. Che posso io dire piú? Sventura su sventura in questi tetti seggono ospiti sopra l'ara. Amiche, amiche, orsú, dove spingono i venti dei lamenti, ora battano le mani su la fronte il tonfo del remeggio che giú per l'Acheronte sospinge ognor la barca, che, colma di querele, con negre vele, scende per il tramite che Apollo mai non varca, che il sol mai non illumina, verso la cieca terra, che a tutti si disserra. CORIFEA B: Ora vedi che al cómpito amaro s'avvicinano Antìgone e Ismène, al compianto dei loro fratelli. (Entrano Antìgone ed Ismène, e si collocano, quella presso il cadavere di Polinice, questa d'Etèocle) CORIFEA A: Ben credo io che dai cuori amorosi, dai bei petti, un cordoglio sincero, che s'addica a tal lutto, ora esprimano. Ma per noi pria convien che s'intoni la sgradita canzon dell'Erinni, l'inimico peana d'Averno. Oh sorelle, sorelle, fra quante vestan panni, le piu sventurate! Ecco io piango, ecco io gemo; e non fingo: dal cuor mio questi gemiti rompono. CORO: Strofe prima Ahimè, ahi! Dissennati e sordi ai mòniti, né pei guai rinsaviti, divider con le spade vollero i beni aviti. Miseri! Ed or li colse morte misera, e la casa nel danno ultimo cade. Antistrofe prima Ahimè, ahi! Ché le lor case abbatterono! Ben parve ad essi amara la volontà di regno! Col ferro ormai la gara compiuta avete. L'Erinni terribile, d'Edipo i voti addusse a certo segno. Strofe seconda Ora, colpiti al fianco, colpiti entro nei visceri fraterni al lato manco, ambi cadeano. Ahimè, furie divine, ahi, furie che imprecavano la reciproca fine! Ben fonda è la ferita che dici, onde i lor corpi offesi furono, e i tetti lor, con indicibile impeto; onde fra loro la imprecante Furia paterna ebber partita. Antistrofe seconda Per Tebe un urlo corre: i piani amici gemono tutti, geme ogni torre. Ai discendenti loro i beni andranno onde la gara ai miseri, onde il mortale danno sorgeva. Ugual retaggio con animo crudel si compartirono. Ma chi cosí li conciliava, il biasimo degli amici riscuote: non di grazia riscuote Ares omaggio. Strofe terza Cosí, punti dal ferro, entrambi giacciono: l'uno dell'altro sotto il ferro piomba. Or che li attende chiedi forse? Il termine della paterna tomba. E dalle case, con lunga eco, un ululo acuto li accompagna, che si accora, si lagna, che fuga ostile ogni letizia, e lagrime vere versa dal seno. Onde a me, che lamento i miei due principi, ogni forza vien meno. Antistrofe terza Dire ben puoi ai cittadini i miseri cagione fûr di gravi mali, e a tutti gli stranïeri che a gran file caddero nella pugna distrutti. Misera, ahimè!, fra quante donne vantano di bei figli decoro, la genitrice loro, che il figlio suo fece suo sposo, e il vivere diede a questi germani, che trovaron cosí morte reciproca dalle fraterne mani! Strofe quarta Eran fratelli! E pel dissidio infesto e per la furia dissennata, giunsero, nell'urto ultimo, a termine funesto. Or tregua ebbe la lite. Commiste nella polvere, di sangue intrisa, vedi ambe le vite. Or consanguinee son! Disciolse il nodo de le liti fra lor l'ospite Càlibo temprato al fuoco, in questo amaro modo: le sciolse il ferro. Con amare mani Marte partiva i beni: i voti d'Èdipo non volle, il tristo, che cadesser vani. Antistrofe quarta Miseri! La sua parte ognun riscosse di mali che ad ognun partiano i Superi. Ora un abisso è sotto le lor fosse di dovizia infinita. Ahimè, di quanti spasimi la stirpe vostra fu per voi fiorita! Intonava l'Erinni in su la schiatta l'ululo di vittoria, il fiero cantico, poi che fu spersa, all'ultima disfatta. Il trofeo d'Ate stette su le soglie, ove cadder colpiti. E quivi il dèmone desisté, poi che d'ambi ebbe le spoglie. LAMENTAZIONE Antìgone: Colpito colpisti. Ismène: Tu colpivi e moristi. Antìgone: Di lancia uccidesti. Ismène: Di lancia cadesti. Antìgone: Obbrobrî compivi. Ismène: Obbrobrî pativi. Antìgone: Rompa il pianto. Ismène: Rompa lo schianto. Antìgone ed Ismène: Uccideste, né siete piú vivi! Strofe Antìgone: Ahimè! Ismène: Ahimè! Antìgone: La mente delira fra i gemiti. Ismène: Il cuore sospira nel seno. Antìgone: A te ben si addicono lacrime. Ismène: A te, derelitto, non meno. Antìgone: Ucciso fosti da fraterne mani... Ismène: il fratello uccidendo. Antìgone: Doppio orrendo spettacolo. Ismène: Doppio racconto orrendo. Antìgone: Presso noi siamo a questi crucci immani. Ismène: Le due sorelle presso ai due germani. Antìgone ed Ismène: Ahimè, Parca, di prove miserande datrice! O venerando spettro d'Èdipo! Livida Erinni, la tua possa è grande! Antistrofe Antìgone: Ahimè! Ismène: Ahimè! Antìgone: Cordogli a mirare terribili... Ismène: costui mi mostrava, qui giunto. Antìgone: Percosso, esalava lo spirito. Ismène: Tornare e morire, un sol punto! Antìgone: Qui veramente lascia le sue spoglie. Ismène: E al fratello dà morte. Antìgone: Miserabil progenie! Ismène: Miserevole morte! Antìgone: Lutti di genti che un sol nome accoglie! Ismène: Tristi e tre volte rinnovate doglie! Antìgone ed Ismène: Ahi, Parca, ahimè, di prove miserande datrice! Oh venerando spettro d'Èdipo! Livida Erinni, la tua possa è grande! Antìgone: Tu lo sapesti, giunto qui presso, Ismène: tu l'apprendesti nel punto stesso, Antìgone: perché movevi vêr la tua terra, Ismène: contro il fratello piantato in guerra. Antìgone: Orrori a narrare! Ismène: Orrori a mirare! Antìgone: Ahimè! affanni... Ismène: Ahimè! danni... Antìgone: alla casa ed alla patria, Ismène: a me stessa innanzi tutto! Antìgone: Ahimè! Ahimè! dove la tomba avranno? Ismène: Ahimè! ahi! Dove piú onorato è il suolo? Antìgone ed Ismène: Ahi duolo, ahi duolo! Al par del padre è misero l'uno e l'altro figliuolo. FINALE ARALDO: Ciò che decise ed ordina il senato della città di Cadmo, annunciar devo. Onorato sepolcro Etèocle s'abbia, che questa terra amò, che di sé schermo facendole ai nemici, estinto cadde; pio verso l'are avite, e senza biasimo, morí dove morir bello è pei giovani. Tanto intorno a costui dire io vi debbo. - Ma il fratello di lui, ma il corpo spento di Polinice, sia gettato fuori, senza sepolcro, in preda ai cani: ch'egli distrutta avrebbe la città di Cadmo, se alcun dei Numi non si fosse opposto alla sua lancia. E dopo morto, ancora accatterà dei patrî Numi l'ira: ché li offendeva allor ch'ei, qui piombando, con accozzate genti, la città espugnare voleva. Or si decreta che senza onor, nel ventre degli alati trovi sepolcro, ad espiare il fallo. Né su la tomba sua libami cadano, né degli acuti lai l'onori il sonito, né s'abbia il fregio delle amiche esequie. Questo il senato dei Cadmèi v'impone. Antìgone: Ai patroni di Tebe io questo dico. Se niun altro costui vuol seppellire, io lo seppellirò, questo pericolo affronterò sola io. Non m'è disdoro, dando sepolcro al fratel mio, mostrarmi ribelle alla città. Troppa è la forza del comun sangue onde nascemmo: misera madre, da te, da te, padre infelice. Di buon grado i suoi mali ora partecipa, anche s'ei non lo voglia, anima mia! Le carni di costui non pasceranno i famelici lupi: oh!, niun lo speri! Io gli darò sepolcro: io scaverò la fossa, ancor che donna: io nelle pieghe d'un mantello di bisso, porterò il morto corpo, e gli darò sepolcro. Né pensi alcuno opporsi. Al mio volere sarà compagna l'opera mia scaltra. ARALDO: Non ribellarti a Tebe: io te lo impongo. Antìgone: Nulla dire oltre il bando: io te lo impongo. ARALDO: Aspro è, dai guai scampato appena, il popolo. Antìgone: Aspro sia pur: ma questi avrà sepolcro. ARALDO: L'odio di Tebe onorerai di tomba? Antìgone: Men lui che l'altro i Numi non pregiarono. ARALDO: No, sin che a rischio non gittò la patria. Antìgone: Torti soffrí, coi torti si difese. ARALDO: Ma contro tutti, e non contro uno, mosse. Antìgone: Contesa, ultima Dea, l'anime acceca. ARALDO: Pensa ciò che tu vuoi. L'opra io ti vieto. CORO: Ahimè, ahi!, struggitrici funeste delle genti, fatidiche Erinni, che d'Edípo cosí, fin dal ceppo distruggete la schiatta! Che cosa debbo fare? Che oprare o pensare? Potrà reggermi il cuore a non piangerti, a non esserti guida alla tomba? Pur m'assale sgomento, e m'astengo per timore dei miei cittadini. (Si volge al cadavere d'Etèocle) Almen tu molti avrai che ti piangano! Ma quel misero, privo d'esequie, solo avrà d'una suora le lagrime. Oh!, chi mai può chinarsi a tali ordini? SEMICORO A: Compia Tebe o non compia il suo bando contro chi piangerà Polinice, noi verrem tue compagne, e sepolcro gli daremo con te. Questo lutto anche a noi grava il cuore; e potrebbe tramutare il giudizio di Tebe. SEMICORO B (avviandosi dietro il corpo d'Etèocle): Noi con questo ne andremo, sí come la città, la giustizia ci esortano. Ché costui, dopo i Superi e Giove, fece salva la rocca di Cadmo, sicché capovolta non fosse ella, non fosse sommersa dal maroso di genti straniere. (Con lenti passi gli attori lasciano la scena e i coreuti l'orchestra)


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