Dostoevskij, La teoria di Raskolnikov

Presentiamo in questa lettura la famosa teorie di Raskolnikov sugli uomini straordinari, che si pongono al di sopra delle leggi della morale, e gli uomini ordinari, che invece le devono rispettare.

 

F. M. Dostoevskij, Delitto e castigo

 

In una parola, se ben ricordate, si allude al fatto che al mondo esistono certi individui i quali possono... cioè, non è che possano soltanto, ma hanno pieno diritto di compiere ogni specie di iniquità e di delitti, e la legge per loro, è come se non fosse mai stata scritta.”

Raskòlnikov sorrise a quella voluta deformazione del suo pensiero.

“Come? Ma che dite? Diritto al delitto? Forse perché ‘l’ambiente corrompe’?” s’informò Razumíchin addirittura sgomento.

“No, no, non proprio per questo,” rispose Porfirij. “Nel suo articolo tutto sta nel fatto che gli uomini si dividono in ‘ordinari’ e ‘straordinari’. Quelli ordinari, devono vivere nell’obbedienza e non hanno diritto di violare la legge, perché essi, vedete un po’, sono appunto ordinari. Quelli straordinari, invece, hanno il diritto di compiere delitti d’ogni specie e di violare in tutti i modi la legge, per il semplice fatto d’essere straordinari. È questo che voi dite, se non mi sbaglio?”

“Come sarebbe? Non può essere!” borbottava Razumíchin interdetto.

Raskòlnikov sorrise di nuovo. Aveva capito subito come stavano le cose e dove volevano portarlo; e ricordava il suo articolo. Decise di accettare la sfida.

“Quel che dice il mio articolo non è precisamente questo,” prese a dire in tono semplice e modesto. “D’altronde, riconosco che ne avete esposto il contenuto quasi fedelmente e perfino, se volete, del tutto fedelmente...” era come se gli facesse piacere ammettere quest’ultima possibilità. “L’unica differenza è che io non sostengo affatto che gli uomini straordinari debbano necessariamente o siano costretti a compiere iniquità d’ogni specie, come voi dite. Fra l’altro, credo che un articolo del genere non l’avrebbero nemmeno lasciato pubblicare. Io ho semplicemente formulato l’ipotesi che un uomo ‘straordinario’ abbia il diritto... non un diritto ufficiale, beninteso... di permettere alla propria coscienza di scavalcare certi... certi ostacoli, e ciò esclusivamente nel caso in cui l’esecuzione di un suo progetto (talvolta, magari, salutare per l’intera umanità) lo richieda. Voi avete detto che il mio articolo è poco esplicito; sono pronto a chiarirvelo per quanto posso. Forse non sbaglio nel supporre che è appunto ciò che desiderate. Bene, ecco qua. Secondo me, se per un insieme di circostanze le scoperte di Keplero o di Newton non avessero potuto esser rese note agli uomini se non mediante il sacrificio della vita di una, dieci, cento o piú persone, che a tali scoperte si fossero opposte o che, comunque, fossero state di ostacolo sul loro cammino, ebbene, essi avrebbero avuto il diritto, e perfino il dovere... di eliminare queste dieci o cento persone, per far conoscere le loro scoperte a tutta l’umanità. Da ciò, tuttavia, non deriva che Newton avesse il diritto di uccidere chiunque gli fosse saltato in mente di uccidere, a destra e a sinistra, o di rubare ogni giorno al mercato. Piú avanti nel mio articolo, a quel che ricordo, io formulo l’idea che tutti... be’, diciamo, se non altro i legislatori e i fondatori della società umana, a partire dai piú antichi sino ai vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e via discorrendo, tutti sino all’ultimo siano stati dei delinquenti, già per il semplice fatto che ponendo una nuova legge, per ciò stesso infrangevano la legge antica, venerata dalla società e trasmessa dai padri; inoltre, certamente non si arrestarono nemmeno dinanzi al sangue, quando il sangue (talora del tutto innocente, e valorosamente versato in difesa della legge antica) poté essere loro d’aiuto. Vale anzi la pena di osservare che la maggior parte di questi benefattori e fondatori della società umano furono dei terribili spargitori di sangue. Insomma, io dimostro che tutti gli uomini, e non solamente i grandi, ma anche quelli che escono sia pur di poco dalla comune carreggiata, che sono cioè, in qualche misura, capaci di dire qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la loro stesso natura, essere (piú o meno, s’intende) dei criminali. Altrimenti sarebbe loro difficile uscire dalla carreggiata, nella quale non possono acconsentire a rimanere non solo a causa della loro natura, ma anche, secondo me, per senso del dovere. In una parola, vedete da voi che sin qui non c’è davvero nulla di particolarmente nuovo. Tutte cose già stampate e lette infinite volte. Quanto poi alla mia divisione degli uomini in ordinari e straordinari, devo ammettere che è un po’ arbitraria: ma non è che io insista su una delimitazione precisa. Mi limito a credere nella mia idea fondamentale; cioè appunto che gli uomini, per legge di natura, generalmente si dividono in due categorie: una inferiore che è quella degli uomini ordinari, cioè, per cosí dire, materiali che serve unicamente a procreare altri individui simili, e un’altra che è quella degli uomini veri e propri, i quali, cioè, hanno il dono o il talento di dire, in seno al loro ambiente, una parola nuova. Esistono, si capisce, infinite sfumature, ma i tratti caratteristici delle due categorie sono abbastanza netti: la prima categoria, vale a dire il ‘materiale’, è composta in linea di massima da persone per loro natura conservatrici e per bene, che vivono nell’obbedienza e amano obbedire. Secondo me, costoro hanno anche il dovere di essere obbedienti, perché questo è il loro compito e non v’è in esso assolutamente nulla di umiliante per loro. Quelli della seconda categoria, invece, violano tutti la legge, sono dei distruttori, o per lo meno sono portati ad esserlo, a seconda delle loro attitudini. I delitti di questi uomini, naturalmente, sono relativi e assai disparati: per lo piú essi chiedono, con le formule piú svariate, la distruzione del presente in nome di qualcosa di meglio. Ma se a uno di loro occorre, per realizzare la sua idea, passare anche sopra un cadavere, sopra il sangue, secondo me egli, nel suo intimo, in coscienza, può permettersi di farlo: ciò, notate bene, a seconda anche dell’idea e della sua importanza. Ed è soltanto in questo senso che nel mio articolo io parlo di un loro diritto a delinquere. (Se ben ricordate, eravamo partiti da una questione giuridica). Del resto, non è il caso di allarmarsi troppo: quasi mai la massa riconosce loro questo diritto, ma dal piú al meno li fa giustiziare e impiccare, e con ciò assolve in modo perfettamente giusto la propria missione conservatrice. Senonché, poi, nelle generazioni seguenti questa stessa massa colloca i giustiziati sul piedistallo e, dal piú al meno, si inchina davanti a loro. La prima categoria è signora del presente, la seconda dell’avvenire. I primi conservano il mondo e lo moltiplicano numericamente, i secondi fanno avanzare il mondo e lo guidano verso la meta. Sia gli uni sia gli altri hanno uguale diritto ad esistere. Per farla breve, per me tutti hanno pari diritto... e vive la guerre éternelle – fino alla Nuova Gerusalemme, s’intende!”

[...]

Vedi, io mi chiedevo sempre: perché sono cosí stupido? Perché, se sono stupidi gli altri e io so di sicuro che sono stupidi, non cerco di essere piú intelligente di loro? Poi ho capito, Sònja, che se si vuol aspettare che tutti diventino intelligenti, ci vorrà troppo tempo... E ho capito anche che questo non accadrà mai, che gli uomini non cambieranno, che non c’è nessuno in grado di cambiarli, e non val la pena di perderci il tempo! Proprio cosí! È la legge... Una legge, Sònja! È cosí!... Adesso so che chi è forte di mente e di spirito domina il suo prossimo! A chi osa molto, si dà sempre ragione. Chi è capace di sputare sulle cose grandi, diventa il loro legislatore, e chi osa piú di tutti, piú di tutti ha ragione! Cosí è stato finora e cosí sempre sarà! Solo un cieco non lo vede!”

Nel dire questo, Raskòlnikov, pur guardando Sònja, non si preoccupava piú se lei capiva o no. Era completamente in preda alla febbre, a una specie di tetro entusiasmo. È vero: da troppo tempo non parlava con nessuno! Sònja capí che quel cupo catechismo era diventato la sua fede e la sua legge.

“Allora Sònja, finalmente capii,” proseguí Raskòlnikov in tono esaltato, “che il potere spetta solo a chi osa chinarsi per raccoglierlo. C’è una cosa sola da fare: osare! E allora mi venne un’idea, per la prima volta in vita mia, un’idea che nessuno mai aveva avuto prima di me! Nessuno! A un tratto, vidi chiaro come il sole che nessuno, finora, passando accanto a tante assurdità, aveva osato né osava prendere tutto bellamente per la coda e mandarlo a quel paese! Io... io ho voluto osare, e ho ucciso.... Volevo soltanto osare, Sònja; eccola qui, tutta la verità!”

“Oh, tacete, tacete!” esclamò Sònja, congiungendo le mani. “Vi siete allontanato da Dio, e Dio vi ha punito, vi ha abbandonato al diavolo!...”

[...]

“Ecco come stanno le cose. Un giorno mi domandai: se al mio posto, ad esempio, si fosse trovato Napoleone, e per cominciare la sua carriera non avesse avuto né Tolone, né l’Egitto, né il passaggio del Monte Bianco, ma invece di tutte queste cose belle e monumentali gli fosse capitata semplicemente una ridicola vecchietta, vedova di un impiegato del registro, da uccidere per poterle rubare i soldi dal forziere (per la carriera, capisci?) – ebbene, si sarebbe deciso a farlo, se non avesse avuto via d’uscita? Non si sarebbe sentito male all’idea di un’azione cosí poco monumentale e... peccaminosa? Be’, ti dirò che con questa ‘domanda’ mi sono tormentato per molto tempo, tanto che mi vergognai terribilmente quando, alla fine, compresi (quasi all’improvviso) che non solo Napoleone non si sarebbe sentito male, ma che non gli sarebbe nemmeno passato per il cervello che l’azione non fosse monumentale... E non avrebbe neanche lontanamente capito che cosa ci fosse, da sentirsi male... Se non avesse avuto nessun’altra strada, l’avrebbe strozzata, la sua vecchietta, senza nemmeno darle il tempo di emettere un grido, senza la minima esitazione!... E cosí, anch’io... non stetti piú a pensarci... e l’ho strozzata... seguendo un esempio tanto autorevole... È andata proprio cosí, capisci? Ti fa ridere? Sí, Sònja, la cosa piú ridicola è che, forse, è andata proprio cosí...”

[...]

“È una storia lunga, Avdòtja Romànovna. Si tratta, per cosí dire, d’una specie di teoria: come se io, per esempio, trovassi che un delitto è lecito se il movente è buono. Un solo male e cento azioni buone! Inoltre, naturalmente, un giovanotto con molte doti e con un amor proprio sconfinato, si impazientisce al pensiero che se avesse, per esempio soltanto tremila rubli, tutta la sua carriera, il suo avvenire e lo scopo della sua esistenza prenderebbero tutt’altro corso, e che questi tremila rubli, invece, non ci sono. Aggiungete poi l’esasperazione dovuto alla fame, all’abitazione troppo stretta, agli abiti stracciati, alla chiara consapevolezza della sua tutt’altro che brillante posizione sociale, nonché di quella di sua sorella e di sua madre. Ma soprattutto la vanità, l’orgoglio e la vanità, forse – soltanto Iddio può dirlo – accompagnati da ottime inclinazioni... Io infatti non lo accuso, non ci penso nemmeno lontanamente, mi dovete credere; e poi non sono affari miei... In piú c’era anche una sua teoria personale – una teoria sui generis – secondo la quale gli uomini si dividono, badate bene, in materiale grezzo e in individui d’una specie particolare, per i quali, data la loro natura elevata, la legge è come se non fosse mai stata scritta; al contrario, sono loro che fanno le leggi per gli altri uomini, per il materiale grezzo, per i rifiuti. Non c’è male, no? come teoria; une théorie comme une autre. Napoleone lo ha affascinato terribilmente, cioè, per essere precisi, lo ha affascinato il fatto che molti uomini di genio non abbiano tenuto nessun conto di una singola azione malvagia e ci sian passati sopra senza pensarci troppo. Se non sbaglio, egli deve aver immaginato di essere un uomo di genio, anzi, per un certo periodo, dev’essere stato sicuro. Ha sofferto molto, e soffre ancora, all’idea di aver saputo formulare la teoria ma di non esser stato capace di superare l’ostacolo senza pensarci troppo, e quindi di non essere un vero uomo di genio, cosa che per un giovanotto ambizioso è molto umiliante, soprattutto nel nostro secolo.”

 

F. M. Dostoevskij, Delitto e castigo, Garzanti, Milano, 1978, vol. I, pagg. 289-292 e vol. II, pagg. 466-467, 469-470 e 554-555