Löwith, Il rapporto di Nietzsche con il cristianesimo

Secondo Löwith la caratteristica principale di Nietzsche è il suo anticristianesimo. In questa lettura lo storico tedesco mette in evidenza il fatto che, nonostante tutto, la cultura cristiana lo aveva condizionato cosí profondamente che egli non riuscí mai a liberarsene fino in fondo.

 

K. Löwith, Friedrich Nietzsche, sessant’anni dopo

 

Il suo Zarathustra è, sotto ogni rispetto, un vangelo anti-cristiano, sia per il linguaggio che per il contenuto. Troppo profondamente segnato dalla sua coscienza cristiana, egli non fu in grado di revocare altrimenti il “rovesciamento di tutti i valori”, con il quale il cristianesimo si era imposto sul paganesimo, se non rovesciandolo novamente. Nietzsche era tanto profondamente cristiano e anticristiano, tanto polemico e protestante, moderno e teso nel volere che divenne suo unico movente un solo problema: il desiderio assetato dell’avvenire e la volontà di crearlo. Zarathustra vuole essere il “vincitore di Dio e del nulla”, sorto dalla morte di Dio; egli è il “futuro redentore”. L’intera filosofia di Nietzsche voleva essere il “prologo di una filosofia dell’avvenire”. Nessun greco pensava tanto esclusivamente nell’orizzonte del futuro da volerlo persino determinare. Tutti i miti, le genealogie e le storie antiche rappresentano il passato come una fondazione perenne. La “volontà di potenza” è tanto lontana dal pensiero greco, perché in quanto volontà di qualcosa mira al futuro, mentre il ciclo eterno del sorgere e del perire si trova al di qua della volontà, dell’intenzione e del fine. Per i Greci il movimento circolare visibile delle sfere celesti, rivelava un logos cosmico e una divina perfezione; per Nietzsche l’eterno ritorno dell’identico è “il piú terribile” di tutti i pensieri e la “realtà piú greve”, essendo in contrasto con la sua volontà di una redenzione futura. Nietzsche ha voluto superare il tempo in vista dell’eternità; i Greci non movevano dalla temporalità del tempo, bensí dal perenne, e pensavano il tempo transeunte come una copia inferiore dell’eterno presente. Per i Greci l’eterno ritorno del sorgere e del recedere spiegava il continuo mutamento nella natura e nella storia; per Nietzsche il riconoscimento dell’eterno ritorno richiede un luogo “al di là dell’uomo e del tempo”. I Greci provavano paura e timore di fronte al fato; Nietzsche compí lo sforzo sovrumano di volerlo e di amarlo e di identificarsi con esso, come se il fato potesse mai diventare il nostro. Incapace di sviluppare la sua visione dell’eterno ritorno come un ordine supremo dell’essere di tutto l’essente, dapprima egli presentò questa sua idea come un imperativo etico. La “teoria” greca dell’eterno ritorno divenne per lui un postulato pratico, che gli serviva da “martello” per imprimere negli uomini l’idea di una responsabilità assoluta, e per sostituire quel sentimento di responsabilità, vivo finché Dio era ancora presente nell’esistenza umana.

 

K. Löwith, Critica dell’esistenza storica, Morano, Napoli, 1967, pagg. 182-183