Pascal, I sofismi delle polemiche teologiche

Le Lettere Provinciali, opera composta da diciotto lettere, apparve anonima negli anni 1656-1657; giudicata sovversiva dalle autorità francesi dell'epoca, fu condannata al rogo nel 1657, e nello stesso anno fu inserita nell'Indice dei libri proibiti. Per i termini della “discussione” teologica ai tempi di Pascal. Questo scritto “sovversivo”, che rivela le doti artistiche di Pascal e la sua verve polemica, fu concepito in difesa di Antoine Arnauld (1612-1694) massimo teologo del gruppo dei giansenisti di Port Royal.

 

B. Pascal, Provinciali, 1

 

Prima Lettera scritta a un provinciale da uno dei suoi amici

Parigi, 23 gennaio 1656

 

Signore,

 

Ci eravamo ben ingannati. Io [...] avevo creduto che l'oggetto delle discussioni della Sorbona fosse molto importante, e grave di conseguenze per la religione. [...]

Pure, resterete assai stupito quando saprete, da questo mio racconto, a che si riduce tanto chiasso: ed è quel che vi dirò in poche parole, dopo essermene accuratamente istruito.

Si discutono due questioni: l'una di fatto, l'altra di diritto.

Oggetto della prima è di sapere se il signor Arnauld sia temerario per aver affermato, nella sua seconda lettera, che ha letto con gran cura il libro di Giansenio, ma non vi ha trovato le proposizioni condannate dal defunto papa; e che, nondimeno, siccome condanna tali proposizioni dovunque si trovino, le condanna anche in Giansenio, se ci sono.

Si tratta di sapere se egli abbia potuto, senza temerità, significare cosí che dubita che quelle proposizioni siano di Giansenio, dopo che i vescovi hanno sentenziato che lo sono.

La questione viene deferita alla Sorbona. Settantun dottori prendon le difese del signor Arnauld, e sostengono che, a coloro che con tanti scritti gli domandavano se pensasse che quelle proposizioni siano in quel libro, egli non ha potuto dare altra risposta fuor che non ve le aveva vedute, ma che, qualora vi si trovino, ve le condanna.

[...] Ecco quanto è accaduto da questa parte.

Dall'altra, si son trovati ottanta dottori secolari e una quarantina di frati mendicanti che han condannato la proposizione del signor Arnauld, senza voler esaminare se quel che aveva detto fosse vero o falso: dopo aver dichiarato, anzi, che si trattava non già della verità della sua proposizione, ma della sua temerità.

Ve ne son stati, infine, quindici che non si sono dichiarati per la censura, e che vengon chiamati “indifferenti”. Ecco com'è terminata la questione di fatto. [...]

Ma, se non temessi di esser anch'io temerario, seguirei, credo, l'opinione della maggior parte delle persone che frequento: che, avendo creduto sin qui, sulla fede pubblica, che tali proposizioni sono in Giansenio, cominciano ora a sospettare il contrario, a cagione del bizzarro rifiuto di mostrarvele: che è tale che non ho ancora trovato nessuno il quale mi abbia detto di avercele vedute. Temo, pertanto, che la censura faccia piú male che bene, e susciti in chi ne conosca la storia un'impressione affatto opposta alla conclusione. [...]

Molto piú considerabile sembra la questione di diritto, giacché concerne la fede. [...]

Si tratta di esaminare quello che il signor Arnauld ha detto nella medesima lettera: “la grazia, senza la quale nulla si può, mancò a san Pietro nella sua caduta”. A tal proposito si pensava, voi e io, che si dovesse prender in esame i piú grandi princípi della grazia: se sia concessa a tutti gli uomini oppure se sia efficace. Sbagliavamo. [...] Per sapere come stavano veramente le cose, mi recai a consultare il signor N, dottore di Navarra, che abita vicino a me ed è, come sapete, uno dei piú zelanti contro i giansenisti; e, poiché la curiosità mi rendeva ardente quasi quanto lui, gli domandai [prima di tutto] se non avrebbero deciso formalmente che “la grazia è data a tutti gli uomini”, in modo che non si avesse piú a dubitarne. Ma egli mi respinse con rudezza, dicendomi che non si trattava di ciò; che tra i teologi della sua parte ce n'erano alcuni che stimavano che la grazia non sia largita a tutti; che persino gli esaminatori avevan detto in piena Sorbona che tale opinione è “problematica” e che anche lui era dello stesso avviso. E me lo confermò con questo testo, secondo lui famoso, di sant'Agostino: “Noi sappiamo che la grazia non vien data a tutti gli uomini”.

Gli chiesi scusa di aver frainteso la sua opinione; e lo pregai di dirmi se non avrebbero condannato almeno quest'altra tesi dei giansenisti, che fa tanto strepito: che “la grazia è efficace, e determina la nostra volontà a compiere il bene”. Ma in questa seconda domanda non fui piú fortunato che nella prima. “Non ne capite nulla;” mi rispose “codesta non è un'eresia, ma un'opinione ortodossa: tutti i tomisti la professano, e anch'io l'ho sostenuta”.

Non osai piú manifestargli i miei dubbi; [...] lo supplicai di dirmi in che consistesse, allora, l'eresia della proposizione del signor Arnauld. “In questo:” mi disse “che non riconosce che i giusti hanno il potere di adempiere i comandamenti di Dio nel modo in cui l'intendiamo noi”.

Dopo questa spiegazione lo lasciai; e, orgoglioso di aver inteso il nodo della questione, mi recai dal signor N, che gode ogni giorno piú di ottima salute: tanto che poté condurmi da suo cognato, il quale è un giansenista, se mai ve ne furono, e, nondimeno, un gran brav'uomo. Per essergli meglio accetto, finsi di essere de' suoi e gli dissi: “È mai possibile che la Sorbona introduca nella Chiesa questo errore: che tutti i giusti hanno sempre il potere di adempiere i comandamenti?”. “Che dite?” mi replicò il mio dottore “Chiamate errore una dottrina perfettamente cattolica, impugnata soltanto dai luterani e dai calvinisti?”. “Come! non è codesta la vostra opinione?”. “No: noi l'anatematizziamo come empia ed eretica”.

Stupito di tale risposta, mi accorsi di aver fatto troppo il giansenista, come prima ero stato troppo molinista. Ma, non fidandomi interamente della sua risposta, lo pregai di dirmi in confidenza se stimasse proprio che “i giusti hanno sempre un potere effettivo di osservare i comandamenti”. Il mio uomo allora si scaldò, ma di uno zelo devoto, e mi disse che per nessuna ragione avrebbe mai dissimulato le proprie convinzioni: che era la sua fede; e che lui e tutti i suoi amici l'avrebbero difesa sino alla morte, come quella che era la pura dottrina di san Tommaso e di sant'Agostino, loro maestro.

Egli me ne parlò con tanta serietà da non lasciarmi ombra di dubbio. Forte di questa certezza, me ne tornai dal mio primo dottore e gli dissi, tutto soddisfatto, che ero sicuro che la pace sarebbe presto tornata nella Sorbona; che anche i giansenisti ammettevano il potere dei giusti di osservare i comandamenti; che me ne portavo garante io e che glielo avrei fatto sottoscrivere con il loro sangue. “Piano!” mi disse “Bisogna esser teologo per vederne la fine. La differenza che c'è tra noi è talmente sottile che noi stessi riusciamo a mala pena a scorgerla: voi fareste troppa fatica a intenderla. Accontentatevi perciò di sapere che i giansenisti ammettono bensí che tutti i giusti hanno sempre il potere di osservare i comandamenti (non di questo disputiamo), ma non che questo potere sia prossimo. Qui sta il punto”.

Quella parola mi tornò nuova e sconosciuta. Sino allora avevo capito di che si trattava, ma quel termine di prossimo mi gettò nell'oscurità: e credo che sia stato inventato solo per imbrogliar le cose. Gli domandai perciò di spiegarmelo; ma egli me ne fece un mistero e mi rinviò, senz'altra soddisfazione, ai giansenisti, a domandar loro se ammettessero tale potere prossimo. [...] Mi recai immediatamente dal mio giansenista, al quale, dopo le prime cortesie, chiesi senz'indugio: “Ditemi, vi prego, se ammettete il potere prossimo”. Egli si mise a ridere, e mi disse freddamente: “Ditemi voi in qual senso lo intendete, e poi vi dirò quel che ne penso io”. Poiché le mie cognizioni non arrivavano a tanto, mi vidi nell'impossibilità di rispondergli; tuttavia, perché la mia visita non fosse inutile, gli dissi a caso: “Lo intendo nel senso dei molinisti”. A che il mio uomo, senza scomporsi: “A quali molinisti mi rinviate?”. Glieli offersi tutti in un mazzo, come costituenti un solo corpo e conducentisi secondo il medesimo spirito.

Ma egli mi disse: “Siete assai poco informato. Costoro son tanto poco della stessa opinione che ne hanno anzi di affatto contrarie. Ma, essendo tutti uniti nel proposito di rovinare il signor Arnauld, han pensato di accordarsi sul termine di prossimo, da pronunziare gli uni e gli altri insieme, pur intendendolo in maniera diversa, cosí da parlare uno stesso linguaggio e da costituire, grazie a quest'apparente conformità, un corpo considerabile e da ottenere la maggioranza, per abbatterlo a colpo sicuro”.

Tale risposta mi fece stupire; ma - senz'accogliere le insinuazioni sui cattivi disegni dei molinisti [...] - mi preoccupai soltanto di conoscere i diversi significati ch'essi attribuiscono a questa misteriosa parola: prossimo. Ma egli mi disse: “Ve li chiarirei ben volentieri; ma vi vedreste tale difformità e tante contraddizioni che stentereste a credermi. Vi riuscirei sospetto. Ne sarete piú sicuro apprendendolo da loro stessi [...]”. Ne conoscevo, infatti, qualcuno. [...] Mi recai prima di tutto da un discepolo del signor Le Moine. Lo supplicai di spiegarmi che cosa significhi “avere il potere prossimo di fare una cosa”. “È facile” mi rispose. “Significa avere tutto quello che è necessario per compierla, cosí che nulla manchi per agire”. “Cosí” gli dissi “avere il potere prossimo di passare un fiume, significa avere una barca, dei barcaioli, dei remi e tutto il resto, in guisa che non manchi nulla”. “Appunto”. “E avere il potere prossimo di vedere significa avere una buona vista e trovarsi in pieno giorno. Perché, chi avesse la vista buona, ma si trovasse al buio, secondo voi non avrebbe il potere prossimo di vedere, dacché gli mancherebbe la luce senza la quale nulla si può vedere”. “Dottamente”. “Di conseguenza, quando dite che tutti i giusti hanno sempre il potere prossimo di osservare i comandamenti, intendete dire che hanno tutta la grazia necessaria per adempierli, di guisa che da parte di Dio non manca loro nulla”. “Aspettate: hanno sempre tutto ciò che è necessario per osservarli o, quanto meno, per pregare Dio”. “Capisco; hanno tutto ciò che è necessario per pregare Dio di assisterli, senza che per pregare debbano ricevere qualche nuova grazia di Dio”. “Appunto”. “Ma per pregare Dio non occorre una grazia efficace?”. “Secondo il signor Le Moine, no”.

Per non perder tempo, mi recai dai giacobini; domandai di parlare con coloro che mi erano noti come nuovi tomisti, e li pregai di spiegarmi che cosa significhi potere prossimo. “Non è quello” aggiunsi “a cui nulla manca per agire?”. “No” mi risposero. “Come! se gli manca qualche cosa, perché lo chiamate prossimo? Secondo voi, per esempio, di notte e senz'alcuna luce un uomo avrebbe il potere prossimo di vedere?”. “Sí, lo avrebbe: salvo che non fosse cieco”. “Ammettiamolo pure; ma il signor Le Moine intende la cosa in tutt'altra maniera”. “È vero, ma noi non la intendiamo cosí”. “E sia pure” replicai “perché io non disputo mai intorno ai nomi, purché conosca qual significato si attribuisce loro. Ma dalla vostra risposta arguisco che, quando dite che i giusti hanno sempre il potere prossimo necessario per pregare Dio, voi intendete che per pregare han bisogno di un altro ausilio, senza il quale non pregheranno mai. “Cosí va bene” mi risposero i miei Padri, abbracciandomi “Cosí va bene! A essi, infatti, occorre inoltre una grazia efficace, la quale non è concessa a tutti e che determina la loro volontà a pregare. E negarne la necessità, è un'eresia”. “Benissimo” replicai a mia volta “allora, secondo voi, i giansenisti sono cattolici e il signor Le Moine eretico: infatti, i giansenisti dicono che i giusti hanno, sí, il potere di pregare, ma han tuttavia bisogno di una grazia efficace: che è quel che sostenete voi; mentre il signor Le Moine afferma che, per pregare, i giusti non han bisogno di alcuna grazia efficace: opinione che voi condannate”. “Sí” mi risposero. “Ma quel potere il signor Le Moine lo chiama potere prossimo”. “E che! miei Padri, non è giocar con le parole dire che siete d'accordo con lui perché usate gli stessi termini, quando poi differite nel modo d'intenderli?”.

Essi non risposero verbo. Sennonché, proprio in quel momento capitò lí il mio discepolo del signor Le Moine [...]. Dissi allora a costui: “Conosco un uomo il quale sostiene che tutti i giusti hanno sempre il potere di pregare Dio, ma che, nondimeno, non pregheranno mai senza una grazia efficace che li determini a farlo, e che Dio non concede sempre a tutti i giusti. È eretico”. “Piano” mi disse il mio dottore “voi potreste intrappolarmi. Procediamo, dunque, passo passo. Distinguo: se costui chiama tale potere potere prossimo, è tomista e, quindi, cattolico; altrimenti, è giansenista e, quindi eretico”. “Non lo chiama né prossimo, né non prossimo”. “Allora è eretico: domandatelo a questi buoni Padri”. Io non li presi per giudici, perché essi annuivano già. Ma dissi loro: “Quel tale si rifiuta di ammettere la parola prossimo, perché gli si rifiuta di spiegargliela”. Allora, uno di quei Padri fece per darne la sua definizione; ma fu interrotto dal discepolo del signor Le Moine, il quale gli disse: “Volete, dunque, che ricomincino le nostre dispute? Non siamo forse rimasti d'accordo di non spiegare questo termine di prossimo, e di pronunziarlo gli uni e gli altri senza precisarne il significato?”. Al che il giacobino annuí.

Compresi allora le loro intenzioni; e, alzandomi per lasciarli: “In verità” dissi “miei Padri, ho una gran paura che tutto ciò sia pura sofisticheria; e, comunque vadano a finire le vostre adunanze, oso predirvi che, anche se la censura sarà pronunziata, la pace non verrà ristabilita. Poiché, una volta stabilito che bisogna proferire le sillabe pros, si, mo, chi non vede che, non essendo state spiegate, ciascuno di voi vorrà godere della vittoria? I giacobini diranno che vanno intese nel loro senso, il signor Le Moine nel suo; e cosí vi saranno molte piú dispute per chiarire il termine che per introdurlo. A rigore, non si correrebbe un gran rischio ad accoglierlo senz'attribuirgli nessun significato, dacché esso può nuocere soltanto per il senso che gli vien attribuito; ma sarebbe indegno della Sorbona e della teologia far uso di termini equivoci e capziosi, senza spiegarli. Comunque sia, ditemi, vi prego, miei Padri, per l'ultima volta, che cosa debbo credere per esser cattolico. “Bisogna” mi risposero tutti in coro “che diciate che tutti i giusti hanno il potere prossimo, facendo astrazione da qualsiasi significato: abstrahendo a sensu Thomistarum et a sensu aliorum theologorum”. “Cioè” dissi loro accomiatandomi “bisogna proferire codesta parola con le labbra, per paura di esser eretico di nome. Giacché, infine, la parola deriva forse dalle Scritture?”. “No”. “È, allora, dei Padri, o dei Concili, o dei Papi?”. “No”. “È, dunque, di san Tommaso?”. “Neppure”. “Che necessità c'è, allora, di dirla, dato che non ha autorità, né, per se stessa, alcun senso?”. “Siete ben testardo” mi dissero “La direte, o sarete eretico, e messer Arnauld anche. Perché noi siamo la maggioranza; e, se sarà necessario, faremo venire tanti cordiglieri [frati minori conventuali] che la spunteremo”.

Su questa solida ragione li ho lasciati, per scrivervi questa relazione, dalla quale vedrete che non è in discussione nessuno dei seguenti punti, che non sono condannati né da una parte né dall'altra: 1) che la grazia non è concessa a tutti; 2) che tutti i giusti hanno sempre il potere di osservare i comandamenti di Dio; 3) che, tuttavia, per adempierli, come per pregare, essi hanno bisogno di una grazia efficace, la quale determini la loro volontà; 4) che tale grazia non è data sempre a tutti i giusti, e dipende soltanto dalla misericordia di Dio. Solo la parola prossimo senza alcun senso determinato corre ancora pericolo.

Felici i popoli che la ignorano! felici quelli vissuti prima della sua nascita! Perché io non ci vedo piú rimedio, salvo che i signori dell'Accademia non bandiscano, con un atto di autorità, quella barbara parola di Sorbona, causa di tante discussioni. Altrimenti, la censura sembra sicura. Ma vedo che non produrrà altro male che quello di screditare la Sorbona, per un modo di procedere che la priverà dell'autorità che le è necessaria in altri casi.

Vi lascio, intanto, libero di parteggiare o no per la parola prossimo, perché amo troppo il mio prossimo per perseguitarlo con simile pretesto. Se questo racconto non vi spiace, continuerò a tenervi informato di tutto quello che succederà.

 

(B. Pascal, Le Provinciali, Laterza, Bari, 1963, pagg. 3-14)