SENECA, LICEITA' DEL SUICIDIO

 

Non consoleremo una prigionia tanto triste, non esorteremo ad accettare il dominio dei carnefici: mostreremo una strada di libertÓ aperta a tutti gli schiavi. Se l'animo Ŕ malato e miserabile, a causa della sua sofferenza, gli Ŕ possibile farla finita con se stesso e il suo dolore. Dir˛, sia a colui che si Ŕ imbattuto in un re che prendeva di mira con le sue frecce i petti degli amici, sia a colui il cui padrone sazia i padri con i visceri dei suoi figli: 'Di che gemi, pazzo? PerchÚ aspetti che qualche nemico venga a liberarti, distruggendo il tuo popolo, o che un re potente accorra da terre lontane? Da qualunque parte guardi, c'Ŕ la fine dei tuoi mali. Vedi quel precipizio? Da quello, si scende alla libertÓ. Vedi quel mare, quel fiume, quel pozzo? La libertÓ siede lÓ, sul fondo. Vedi quell'albero basso, rinsecchito, malaugurato? La libertÓ Ŕ appesa a quello. Vedi il tuo collo, la tua gola, il tuo cuore? Sono vie di scampo alla servit¨. Ti mostro forse uscite troppo laboriose e che richiedono molto coraggio e molta forza fisica? Chiedi qual Ŕ il sentiero della libertÓ? Qualunque vena del tuo corpo.

 

(Seneca, De ira, XV, 3-4)