Quinto Settimio Fiorente Tertulliano

Apologetico


A cura di Diego Fusaro

L'Apologetico, una delle opere più famose di Tertulliano, spiega bene come si cadesse in una ben strana contraddizione. 'O i Cristiani erano colpevoli: in tal caso perché non si dovevano ricercare? O non lo erano: perché allora si dovevano condannare?'. Nel 197 (imperatore Settimio Severo) in Cartagine la persecuzione aveva preso a infierire. Le prigioni erano piene di Cristiani. Tertulliano, dopo averli rincorati con lo scritto Ad martyras e avere composto il trattato Ad nationes, per difendere la religione cristiana di fronte ai pagani, scrisse l'Apologetico, che vuole essere un'arringa diretta ai governatori e ai giudici, i quali il diritto di difesa non concedevano ai Cristiani tradotti davanti a loro. Quello, pertanto, che i Cristiani accusati non potevano dire, dice in questo discorso Tertulliano, passando in rassegna la massa delle accuse a loro rivolte. Sennonché l'oratore non si limita a confutare le accuse, a difendere gli accusati: ma le accuse ritorce, ma gli accusatori provoca e sfida, mettendo a nudo l'assurdità della loro religione, la disonestà dei loro costumi, provando che proprio essi sono rei delle nefandezze che attribuiscono ai Cristiani, la loro stessa impotenza, se i Cristiani un brutto giorno, invece di rispondere alle ingiuste persecuzioni col perdono, si contassero e reagissero. E codesto fa, non invocando l'autorità di un partito, di una dottrina filosofica ma in nome della Verità, della sua persona stessa, che espone alla vendetta; in nome della sua altezza morale, in una parola, della sua superiorità intellettuale e spirituale. Onde il fascino, che da questo scritto emana, e l'ammirazione, di cui fu per tutti i secoli circondato. Indubbiamente, anche per quel che concerne le argomentazioni dell'Apologetico, ad apprezzarle al loro giusto valore, si dovrà non prescindere dal criterio storico. Per esempio la parte che riguarda le assurdità e la insostenibilità della religione e ideologia pagana, è certo roba sorpassata. Anche: sopra tutto nelle ritorsioni, la logica non è sempre serrata; talora tradisce lo sforzo. Nè mancano ingenuità, come certe operazioni attribuite ai demoni. Ma giudicato nel suo complesso, l'Apologetico è un modello di argomentazione forense. La conclusione di Tertulliano che semenza sarebbe stato il sangue dai martiri versato, ebbe la consacrazione del tempo futuro. Venendo a toccare della forma dell'opera tertullianea, avrebbe torto chi volesse giudicarne lo stile e la lingua con i criteri della prosa ciceroniana e quintilianea. Egli se ne discosta molto: non tanto per quanto concerne i costrutti sintattici, quanto per il significato assunto da molte parole, lontanissimo ormai dall'originario, vuoi per una evoluzione naturalmente subita, vuoi per una decisa volontà dello scrittore, che a quel significato le piega. Indubbiamente il suo scrivere risente, più che della scuola di retorica, da cui egli proveniva, e della regione, ov'era nato, della sua forte personalità. Per questo il suo periodo torna spesso difficile e oscuro dovuto al suo temperamento, ardente e aggressivo, sprezzatore del puro formalismo ed alla sua fede ardente e sincera.

13. - Fatto insolito e, forse, unico nella tradizione delle opere letterarie, per l'Apologetico abbiamo due tradizioni manoscritte distinte, nel senso che in esse si rilevano divergenze e differenze sostanziali, da non potersi spiegare che con l'ipotesi di una edizione nuova, ritoccata dallo stesso scrittore. L'una tradizione è rappresentata da una trentina di manoscritti; l'altra da un manoscritto unico, quello che fu per molti anni conservato nel monastero benedettino di Fulda fino al dodicesimo secolo.

L'APOLOGETICO

CAPO 1

Si mette in rilievo l'illogico e ingiusto procedere dei giudici, che condannano quello che non conoscono e non vogliono conoscere.

1. Se a voi, dell'Impero romano magistrati, che in luogo pubblico ed eminente, direi quasi proprio al sommo della città presiedete ai giudizi, palesemente investigare e dinanzi a tutti esaminare non è permesso che cosa chiaramente nella causa dei Cristiani si contenga: se per questa unica specie di processi l'autorità vostra di inquisire in pubblico, come esige una giustizia accurata, o teme o arrossisce: se, in una parola, com'è recentemente in processi di casa nostra accaduto, l'ostilità contro questa setta, soverchiamente accanitasi, la bocca chiude alla difesa, sia lecito alla verità arrivare alle orecchie vostre almeno per l'occulta via di uno scritto silenzioso.

2. Essa in favore della propria causa punto non prega, perché della propria condizione nemmeno si meraviglia. Sa essa che straniera vive su la terra, che fra estranei facilmente trova dei nemici: che, del resto, la sua famiglia, la sua sede, la sua speranza, il suo credito, la sua dignità l'ha nel cielo. Un'unica cosa frattanto brama: di non essere, senza essere conosciuta, condannata.3. Che ci perdono qui le leggi, che nel proprio regno signoreggiano, se essa viene ascoltata? Forse che per questo maggiormente n'avrà del loro potere gloria, perché la verità, pur senza averla udita, condanneranno?. Ma qualora senza averla udita la condannino, oltre l'odio per l'ingiusto procedere, anche il sospetto si attireranno di nutrire qualche preconcetto, ascoltare non volendo quello che, ascoltato, condannare non avrebbero potuto.

4. Orbene, questa prima accusa noi contro di voi formuliamo: l'ingiusto odio verso il nome cristiano. La quale ingiustizia dimostra e aggrava lo stesso titolo che sembra scusarla, vale a dire, l'ignoranza. Che infatti di più ingiusto, che dagli uomini venga odiato quello che essi ignorano, pur se la cosa l'odio meriti? Ché allora lo merita, quando viene conosciuto se lo merita.

5. Ma se la conoscenza manca di codesto merito, onde dell'odio la legittimità si difende, la quale, non in base ai fatti, ma in base a un preconcetto deve trovare approvazione? Quando, dunque, gli uomini per questo odiano, perché ignorano quale sia la causa che odiano, perché non potrebbe questa esser tale che odiare non la dovrebbero? Perciò noi l'un fatto in base all'altro impugniamo: il fatto che essi ignorano, mentre odiano, e il fatto che ingiustamente odiano, mentre ignorano.

6. Prova dell'ignoranza, che l'ingiustizia condanna, mentre vorrebbe scusarla, si è che tutti coloro, che per l'addietro odiavano, perché ignoravano, appena di ignorare cessano, anche cessano di odiare. E da costoro provengono dei Cristiani veramente con cognizione di causa, e quello che erano stati a odiare prendono, e quello che odiavano a professare; e sono tanti, quanti anche siamo accusati.

7. Gridano che la città ne è assediata; che Cristiani si trovano nei campi, nei castelli, nelle isole. Che persone di ogni sesso, età, condizione, anche di famiglia distinta passano a questo nome, come di un danno, si attristano.

8. Nè tuttavia proprio per questo fatto a sospettare la presenza di un qualche bene nascosto si spingono. Sospettare più dirittamente non lice; sperimentare più da presso non piace. Solo su codesto punto l'umana curiosità torpida si mostra. Amano ignorare, mentre altri di avere conosciuto gode. Quanto maggiormente costoro avrebbe Anacarsi accusati, che, senza sapere, giudicano di chi sa!

9. Non sapere preferiscono, perché ormai odiano. A codesta maniera anticipano il giudizio che quello che non sanno è tale che, se lo sapessero, odiarlo non potrebbero: dal momento che, se nessun giusto motivo di odio si scoprisse, il meglio certo sarebbe cessare di odiare ingiustamente; se, invece, che quell'odio è meritato constasse, non solo nulla all'odio non si detrarrebbe, ma, anzi, maggior ragione si acquisterebbe a perseverarvi, anche autorizzati dalla sua giustizia.

10. 'Ma - dice - non per questo una cosa si giudica anticipatamente un bene, per il fatto che molti a sè converte: quanti, infatti, non si pervertono al male, quanti transfughi alla rovescia!' - Chi lo nega? Sennonché, ciò che è veramente male, nemmeno coloro, che sono da esso trascinati, osano sostenere che è bene. Ogni male la natura o di paura cosparge o di rossore. 11. In somma i malfattori di nascondersi bramano, di mostrarsi evitano, colti tremano, accusati negano, nemmeno posti alla tortura facilmente o sempre confessano; certo condannati si attristano, gli assalti enumerano del tristo carattere contro se stessi, o al fato o agli astri lo imputano. Che il fatto appartenga a loro non vogliono, perché lo riconoscono male. 12. Fa invece il Cristiano qualche cosa di simile? Nessun Cristiano si vergogna, nessuno si pente, se non proprio di non essere stato tale prima; se è denunciato, se ne gloria; se accusato, non si difende; interrogato, o anche spontaneamente, confessa; condannato ringrazia.

13. Che male è codesto, che i caratteri naturali del male non presenta, paura, vergogna, irresolutezza, pentimento, deplorazione? Che male è codesto, del quale accusato, uno gode, l'esserne accusato risponde a un desiderio, l'esserne condannato felicità? Non puoi chiamare follia, quello che vieni convinto di ignorare.

CAPO 2

Si critica più particolareggiatamente il procedimento dei giudici nei processi contro i Cristiani: ai quali non è concessa facoltà di difendersi, è usato un trattamento che non si applica a nessun criminale, contrariamente a quanto la loro qualità di criminali imporrebbe.

1. In verità, se è certo che noi siamo quanto mai colpevoli, perché proprio da voi trattati veniamo diversamente dai nostri pari, vale a dire, gli altri colpevoli, mentre, della stessa colpevolezza trattandosi, uno stesso trattamento intervenire dovrebbe?

2. Checché sia quello che di noi si dice, quando si dice degli altri, costoro e si servono della propria bocca e di un avvocato mercenario per far valere la propria innocenza: è loro concessa facoltà di rispondere, di replicare, dal momento che condannare non è lecito affatto, senza che uno sia stato ascoltato e difeso.

3. Invece ai Cristiani soli nulla si permette di dire che l'accusa confuti, la verità difenda, il giudice faccia non ingiusto; ma soltanto quello si aspetta che è necessario all'odio pubblico: la confessione del nome, non già l'inchiesta sul delitto;

4. quando, se un colpevole processate, non vi contentate, per sentenziare, che egli il suo nome abbia confessato di omicida o sacrilego o incestuoso o nemico pubblico (per parlare delle imputazioni che fate a noi), se anche le circostanze non esaminate e la qualità del fatto, il numero, il luogo, il tempo, i testimoni, i complici.

5. Nulla di ciò quando si tratta di noi, mentre ugualmente strapparci bisognerebbe quello che con falsità si blatera: di quanti infanticidi uno avesse già assaggiato, quanti incesti fra le tenebre compiuti, quali i cuochi, quali i cani presenti. Quale gloria per quel governatore, che a scovare qualcuno fosse riuscito, il quale avesse già mangiato carni di cento bambini!

6. Invece noi troviamo che anche la ricerca di noi è stata proibita. E invero Plinio Secondo, quando era al governo della provincia, dopo aver condannato alcuni Cristiani, altri indotti ad apostatare, tuttavia turbato dallo stesso gran numero, l'imperatore d'allora, Traiano, consultò circa il modo di condursi in seguito, allegando (toltone l'ostinato rifiuto a sacrificare) di non aver altro scoperto riguardo ai loro riti, se non delle riunioni antelucane per cantare in onore di Cristo, come di un dio, e per rinsaldare la loro disciplina, che l'omicidio vietava, l'adulterio, la frode, la slealtà e gli altri delitti.

7. Allora Traiano rispose che persone di codesta sorta ricercare non si dovevano; ma, se deferite, doveansi punire.

8. O sentenza per necessità confusa! Dice che non si devono ricercare, come innocenti, e che siano puniti ordina, come colpevoli. Risparmia e infierisce, fa finta di non sapere e sa. Perché da te stessa nella censura ti avvolgi? Se condanni, perché anche non ricerchi? Se non ricerchi, perché anche non assolvi? Per la ricerca dei briganti si assegna per tutte le province un distaccamento militare; contro i rei di lesa maestà e i nemici pubblici ogni uomo è soldato: l'inquisizione fino ai complici e ai testimoni si estende.

9. Solo il Cristiano ricercare non lice: lice deferirlo, quasi che la ricerca fosse per avere altro effetto dal deferimento. Pertanto condannate un deferito, che nessuno avrebbe voluto venisse ricercato; il quale, penso, non per questo meritò il castigo, perché è colpevole, ma perché fu scoperto, mentre essere ricercato non doveva.

10. Sennonché nemmeno in codesto verso di noi agite secondo le forme dei processi contro i criminali: in codesto, dico, che con gli altri, se negano, la tortura adoperate per farli confessare, invece con i soli Cristiani per costringerli a negare; mentre, se si trattasse di un male, noi certo negheremmo, voi, invece, con la tortura a confessare ci spingereste. E invero non per questo riterreste di non dover inquisire con processi su i delitti, per il fatto, dico, di esser certi che essi sono ammessi con la confessione del nome: voi che oggi, pur sapendo che cosa sia un omicidio, nondimeno all'omicida confesso il modo estorcete del suo misfatto.

11. Quello che è più strambo, mentre la realtà dei nostri delitti dalla confessione del nome presumete, con la tortura ci costringete a ritrarci dalla confessione, talché, negando il nome, noi si neghi contemporaneamente anche i delitti, la cui realtà voi dalla confessione del nome avevate presunto.

12. Ma, penso, non volete che noi si perisca, noi che pur reputate pessimi. Difatti a un omicida voi solete dire: 'Nega'; e un sacrilego lo fate dilaniare, se persista a confessare! Se non è così che agite nei riguardi dei colpevoli, allora noi ci giudicate innocentissimi quando, come innocentissimi, che si persista non volete in quella confessione, che reputate di dovere per necessità, non per giustizia, condannare.

13. Grida un uomo: 'Sono cristiano'. Dice quello che è: tu vuoi udire quello che non è. O governatori costituiti per estorcere la verità, solo da noi vi sforzate di udire la menzogna. 'Sono - dice - quello che tu domandi se sono. Perché mi torturi alla rovescia? Confesso e mi torturi: che faresti, se negassi?' - Quando negano gli altri, certo non facilmente credete loro: a noi, se neghiamo, subito credete.

14. Siavi sospetto codesto pervertimento: che alle volte qualche forza occulta non vi si nasconda, che di voi contro le forme, contro la natura del giudicare si valga, contro anche le stesse leggi. Ché, se non m'inganno, le leggi che si scoprano i rei ordinano, non che si nascondano; che i rei confessi si condannino, non che vengano assolti prescrivono. Codesto le deliberazioni del senato, codesto i mandati dei principi stabiliscono. Codesto potere, di cui siete ministri, è un dominio civile, non un dominio tirannico.

15. Sotto i tiranni, infatti, la tortura era usata anche come castigo: tra voi al servizio è messa del solo processo. Osservate nei riguardi di essa la vostra legge, che la vuole necessaria fino a che si arrivi alla confessione; se è prevenuta dalla confessione, si renderà inutile, bisogna pronunciare la sentenza. Alla pena dovuta il colpevole dev'essere sottoposto, non sottratto.

16. In fine nessuno brama di assolverlo: non è lecito volerlo. Perciò nessuno viene nemmeno costretto a negare. L'uomo cristiano, reo di tutte le sceleratezze tu lo ritieni, nemico degli dei, degli imperatori, delle leggi, dei buoni costumi, della natura tutta: e lo costringi a negare, per assolvere uno, che non potrai assolvere se non avrà negato.

17. Tu tradisci le leggi. Vuoi dunque che neghi di essere colpevole, per farlo innocente e, contro sua voglia, senz'altro non più colpevole del suo passato. Onde codesta stramberia, che voi nemmeno a codesto pensiate, che a chi spontaneamente confessa s'ha da credere più che a colui che nega per forza: o che alle volte, costretto a negare, abbia insinceramente negato e, assolto, lo stesso, dietro il tribunale vostro, della vostra inimiciza rida, novellamente cristiano?.

18. Orbene, poiché in tutto voi diversamente dagli altri colpevoli ci trattate, a un unico intento adoperandovi, a escluderci da questo nome (ne veniamo in verità esclusi, se quello facciamo che fanno i non cristiani), potete comprendere che non un qualche delitto è in causa, ma un nome, cui una forma di ostile attività persegue, che a codesto anzi tutto si adopera, che gli uomini si rifiutino di sapere con certezza quello che con certezza di non sapere sanno.

19. Perciò sul conto nostro cose credono, che non sono provate; e che s'indaghi non vogliono, affinché non venga provato non esistere quelle che preferiscono avere credute, affinché quel nome, a quella ostile attività nemico, in base a delitti presunti, non provati, su la sola sua confessione sia condannato. Perciò alla tortura sottoposti veniamo, se confessiamo; veniamo puniti, se persistiamo, assolti se neghiamo, perché la guerra è condotta contro un nome.

20. In fine, perché, leggendo su la tavoletta, dichiarate quell'uomo 'cristiano'? perché non anche 'omicida', se omicida è il Cristiano? perché non anche 'incestuoso' o quella qualunque altra cosa che credete che noi si sia? Solo se si tratta di noi, vergogna vi prende o rincrescimento di sentenziare, i nomi facendo propri dei delitti? Se 'cristiano' non è il nome di nessun delitto, è ben sciocco che vi sia un delitto di solo nome.

CAPO 3

Illogicità e incongruenza di un odio professato contro la setta dei Cristiani unicamente a causa del loro nome.

1. Che dire del fatto che molti, così a occhi chiusi a odiare questo nome si spingono, che, pur rendendo a uno buona testimonianza, l'insulto del nome vi mescolano? 'Un onest'uomo è Gaio Seio: soltanto... è cristiano'. - Del pari un altro: 'Mi meraviglio che Lucio Tizio, persona saggia, a un tratto sia divenuto cristiano'. - Nessuno considera se onesto Gaio e persona seria sia Lucio, perché cristiano, o se cristiano sia, perché persona seria e onesta.

2. Lodano quello che sanno, vituperano quello che non sanno; e quello che sanno con ciò che non sanno attaccano, mentre più giusto sarebbe l'occulto a priori giudicare in base a quello che è manifesto, piuttosto che quello che è manifesto a priori condannare in base a quello che è occulto.

3. Altri, coloro che per l'addietro, prima che portassero questo nome, avevano conosciuti quali vagabondi, vili, disonesti, di ciò stesso, che essi biasimano, li lodano: accecati dall'odio, si spingono a un tale elogio. 'Che donna, quanto galante, gioviale! Che giovine, quanto buontempone, donnaiolo! Si sono fatti cristiani!'. - Così la colpa di un nome viene imputata al loro ravvedimento.

4. Alcuni, pur nei riguardi del loro tornaconto, vengono con questo odio a patti, contenti del danno, pur di non avere in casa quello che odiano. Un marito, ormai non più geloso, caccia di casa la moglie ormai pudica; un padre, costretto per l'addietro a tollerare, il figlio scaccia ormai sottomesso; un padrone, un tempo mite, il servo ormai fedele dai suoi occhi allontana: come uno per questo nome si corregge, offende. Il bene non vale tanto, quanto l'odio contro i Cristiani.

5. Orbene, se l'odio è contro un nome volto, qual è il reato di un nome? Quale accusa si può fare a dei vocaboli, se non quella che o suona barbara la voce di qualche nome, o infausta, o offensiva, o sconveniente? Invece 'cristiano', stando al significato, deriva da 'unzione'. Ma anche quando si pronunzia da voi malamente crestiano (nemmeno la conoscenza esatta del nome c'è tra di voi), risulta da parola che 'soavità' o 'bontà' significa. Pertanto in uomini innocenti perfino il nome innocente si odia. 6. Sennonché è la setta, appunto, che nel nome si odia del suo fondatore. Che novità, se una dottrina nei suoi seguaci una denominazione induce derivata dal maestro? Non si denominano forse i filosofi dal loro fondatore, Platonici, Epicurei, Pitagorici? anche dai luoghi di loro riunioni e dimore, Stoici, Academici? e del pari i medici da Erasistrato, i grammatici da Aristarco, i cuochi anche da Apicio?. 7. Né tuttavia offende nessuno la professione di un nome, con la instituzione trasmesso da colui che l'ha istituita. Certo se uno prova che una setta è cattiva e, per tal modo, cattivo anche il fondatore, costui proverà che pure il nome è cattivo, degno di odio, in seguito alla colpevolezza della setta e del suo autore. Perciò, prima di odiare il nome, riconoscere bisogna dall'autore la setta, o dalla setta l'autore. 8. Ora, invece, l'indagine e il conoscimento dell'una e dell'altro trascurando, ci si attacca a un nome, s'impugna un nome; e una setta non conosciuta e un autore non conosciuto una parola soltanto, a priori, condanna, perché così sono nominati, non perché siano di reità convinti.

CAPO 4

Quando le leggi hanno il diritto di esigere l'obbedienza; e in qual modo devono essere applicate.

1. Così, dopo avere quasi a mo' di prefazione detto codesto, per bollare l'ingiustizia dell'odio pubblico contro di noi, a trattare senz'altro mi fermerò la causa della nostra innocenza. Né soltanto quanto a noi si imputa confuterò, ma anche contro coloro lo ritorcerò che ce lo imputano, affinché da ciò sappiano inoltre gli uomini che fra i Cristiani non si trova quello che essi trovarsi tra di loro non ignorano, e insieme perché arrossiscano di accusare, non dico essi, pessimi, delle persone ottime, ma così senz'altro, com'essi vogliono, dei loro uguali.

2. Ai singoli delitti risponderò, che si dice commettiamo occultamente, che essi, invece, scopriamo commettere palesemente, in cui scelerati ci si giudica, sciocchi, degni di condanna, risibili. 3. Ma poiché, quando la nostra verità ogni loro affermazione ha fronteggiato, alla fine a quella viene opposta l'autorità delle leggi, talché o si afferma che non c'è più luogo a considerazioni dopo le leggi, o, pur contro voglia, la necessità dell'obbedienza viene alla verità anteposta, mi scontrerò con voi prima sul fatto delle leggi, come con tutori delle leggi. 4. Anzi tutto, quando duramente stabilite dicendo: 'A voi non è lecito esistere', - e codesto senza alcuna più umana considerazione prescrivete, voi di violenza fate professione, di dominio tirannico ingiusto, se affermate che per questo non è lecito, perché voi così volete, non perché deve non essere lecito. 5. Che se per questo non volete che sia lecito, perché non deve essere lecito, senza dubbio codesto essere lecito non deve, perché si agisce male; e appunto con ciò stesso si presume che sia lecito l'agir bene. Se io avrò scoperto essere bene quello che la tua legge ha vietato, non è vero che in base a quella presunzione essa vietare non mi può ciò che a buon diritto mi vieterebbe, se fosse male? Se la tua legge ha sbagliato, essa, penso, da un uomo è stata concepita: non è caduta giù dal cielo. 6. Vi meravigliate che un uomo o abbia potuto sbagliare nel creare una legge, o ravvedersi nel condannarla? Non forse anche le leggi dello stesso Licurgo, per essere state dagli Spartani corrette, tanto dolore produssero nel loro autore, che egli si ritirò e fece giustizia di sè, lasciandosi morire d'inedia?.

7. Non forse anche voi tutti i giorni, a mano a mano che l'esperienza le tenebre dell'antichità rischiara, tutta quella vecchia ed incolta selva di leggi con la scure di nuovi rescritti ed editti emanati dai principi, troncate e recidete?

8. Non forse ieri Severo, il più conservatore dei principi, dopo tanta autorevole vecchiaia, annullò quelle futilissime leggi Papie, che a mettere al mondo figliuoli costringono prima che le leggi Giulie a contrarre matrimonio?.

9. Ma anche per l'addietro era legge che i debitori condannati fossero dai creditori fatti a pezzi. Tuttavia per pubblico consenso la disposizione crudele fu in seguito cancellata. La pena capitale fu mutata in una nota d'infamia: col ricorso al sequestro dei beni si preferì far salire il sangue umano al viso, piuttosto che versarlo.

10. Quante leggi ancora da ripulire vi rimangono, senza che voi lo sappiate! Le leggi non il numero degli anni né la dignità dei loro autori, ma la giustizia sola raccomanda: e perciò, quando vengono riconosciute ingiuste, meritamente vengono condannate, anche se condannino.

11. Come le diciamo ingiuste? - Anzi, anche stolte, se puniscono un nome; se, invece, le azioni, perché in base al solo nome puniscono azioni che, quando si tratta degli altri, reprimono dopo averle provate in base ai fatti, non in base al nome? - Sono un incestuoso. - Perché non s'indaga? - Un infanticida. - Perché non me lo strappano con la tortura? - Compio un'azione contro gli dei, contro i Cesari. - Perché non sono ascoltato io che ho come scolparmi? 12. Nessuna legge vieta che si esamini ciò che proibisce di commettere, perché né il giudice punisce, se non ha conosciuto essere stato commesso quello che non è lecito, né il cittadino fedelmente alla legge ubbidisce, se la qualità delle azioni ignora, che la legge punisce.

13. Nessuna legge a sé sola deve la consapevolezza della sua giustizia, ma a coloro, dai quali l'obbedienza attende. Invece sospetta è una legge, se non vuole essere controllata: malvagia, se, senza essere controllata, s'impone.

CAPO 5

Coloro che hanno perseguitato i Cristiani sono stati sempre degli empi e dei tristi, per vostra stessa confessione.

1. Per dire una parola sull'origine di tali leggi, esisteva un vecchio decreto, che nessun dio fosse da un capitano consacrato, se l'approvazione del senato ottenuto questo dio non avesse. Lo sa Marco Emilio del suo dio Alburno. Anche questo fa alla nostra causa, che tra di voi l'accoglimento di una divinità dall'arbitrio degli uomini viene fatto dipendere. Se un dio dell'uomo il gradimento non avrà incontrato, non sarà dio: sarà ormai l'uomo, che dovrà mostrarsi propizio al dio.

2. Dunque Tiberio, al tempo del quale il Cristianesimo entrò nel mondo, i fatti annunziatigli dalla Siria Palestina, che colà la verità avevano rivelato della Divinità stessa, sottomise al parere del senato, votando egli per primo favorevolmente. Il senato, poiché quei fatti non aveva esso approvati, li rigettò. Cesare restò del suo parere, pericolo minacciando agli accusatori dei Cristiani.

3. Consultate le vostre memorie: vi troverete che Nerone per la prima volta con la spada imperiale contro questa setta infierì, che proprio allora sorgeva in Roma. Di un tale iniziatore della nostra condanna anche ci gloriamo. Chi infatti costui conosce, può comprendere che non poté non essere un qualche gran bene quello che fu da Nerone condannato.

4. Aveva tentato di farlo anche Domiziano, una porzione di Nerone quanto a crudeltà: ma per la porzione in cui era uomo, facilmente l'inizio represse, restituendo in patria per di più coloro che aveva relegati. Tali sempre furono i nostri persecutori, ingiusti, empi, turpi, cui voi anche siete soliti condannare, i cui condannati siete soliti riabilitare.

5. Ma di tanti principi da quel tempo ad oggi, intenditori di cose umane e divine, indicatene uno che abbia mosso guerra ai Cristiani.

6. Noi, al contrario, indichiamo un protettore, se la lettera si ricerca di Marco Aurelio, imperatore particolarmente saggio, nella quale attesta come quella famosa sete di Germania fu dissipata in seguito a una pioggia impetrata dalle preghiere di soldati per avventura cristiani. Se da tali uomini con un atto pubblico il provvedimento di un castigo non rimosse, in altra forma tuttavia publicamente lo annullò, un castigo per di più aggiungendo per gli accusatori, anche più severo.

7. Che leggi sono dunque codeste, che contro di noi applicano soltanto empi, ingiusti, turpi, truci, stolti, pazzi, leggi che Traiano in parte frustrò, vietando di ricercare i Cristiani, leggi che nessun Vespasiano, pur debellatore dei Giudei, nessun Adriano, pur indagatore di tutte le curiosità, nessun Pio, nessun Vero applicò? In verità dei pessimi soggetti dagli ottimi tutti, come da loro avversari, avrebbero dovuto essere giudicati degni di sterminio, piuttosto che dai loro compagni.

CAPO 6

Non ai Cristiani va rivolta l'accusa di violare le prescrizioni del costume romano, ma ai Romani stessi, che sono tanto degenerati dall'austerità e dalla disciplina degli antichi, sia per quanto concerne la virtù, sia per quanto riguarda la religione.

1. Ora io vorrei che gli scrupolosissimi protettori e vindici delle leggi e delle instituzioni patrie mi rispondessero nei riguardi della loro fede, onore, ossequio prestato alle prescrizioni dei maggiori: se da nessuna di esse si sono allontanati, se in nessuna hanno deviato, se le prescrizioni tutte più adatte e necessarie alla disciplina lasciate non hanno cadere in dimenticanza.

2. Dove sono andate a finire quelle leggi intese a frenare il lusso e l'ambizione, che prescrivevano fossero permessi per un pranzo cento assi e non più, e non fosse imbandita più di una gallina e, per giunta, non ingrassata: che dal senato un patrizio allontanavano, per avere posseduto dieci libbre d'argento, indizio grave di ambizione, che i teatri sorgenti per corrompere i costumi immediatamente abbattevano, che i distintivi di dignità e natali onorevoli non lasciavano capricciosamente e impunemente usurpare?

3. Vedo, infatti, ormai pranzi, che si dovrebbero chiamare centenari dai cento mila sesterzi che ciascuno costa, e miniere d'argento in piatti impiegate - poco male se in piatti di senatori, e non di liberti e perfino di gente che spezzano ancora gli staffili. Vedo anche che non basta più un teatro per città, né scoperto. Infatti a impedire che anche l'impudica voluttà d'inverno patisse il freddo ... primi gli Spartani inventarono per gli spettacoli il mantello. Vedo che tra le matrone e le prostitute nessuna differenza, circa il vestire, è rimasta più. 4. Nei riguardi delle donne, in verità, anche sono cadute quelle istituzioni dei maggiori, che la modestia e la sobrietà tutelavano, quando nessuna conosceva l'oro tranne che in un solo dito, quello che il fidanzato con il pronubo anello avesse impegnato; quando le donne dal vino a tal punto si astenevano, che una matrona per avere disuggellato la cassetta dov'eran le chiavi della cantina, fu fatta dai suoi morire d'inedia; e sotto Romolo, per vero, una tale che aveva toccato vino, fu dal marito Metennio impunemente trucidata. 5. Pertanto anche era un obligo per le donne baci offrire ai congiunti, affinché venissero dall'alito giudicate.

6. Dov'è quella felicità dei matrimoni, prosperata, appunto, in seguito ai buoni costumi, per cui durante circa seicento anni dalla fondazione di Roma nessuna casa un divorzio registrò? Ora, invece, nelle donne nessun membro a causa dell'oro è liscio, a causa del vino nessun bacio è senza preoccupazione, il divorzio, in verità, è ormai anche il loro voto, quasi un frutto del matrimonio.

7. Anche nei riguardi dei vostri stessi dei, quei provvedimenti che saggiamente avevano i padri vostri decretato, voi medesimi? gli ossequentissimi, avete rescisso. Il padre Libero con i suoi misteri i consoli, per decreto del senato, non solo dall'urbe, ma da tutta l'Italia eliminarono. 8. Serapide e Iside e Arpocrate con il loro Cinocefalo i consoli Pisone e Gabinio, non certo cristiani, impedirono che recati fossero sul Campidoglio: vale a dire, dalla curia degli dei respinsero e, rovesciatine anche gli altari, li allontanarono, disordini di turpi e oziose superstizioni arrestando. Restituendoli al culto, voi a questi dei conferito avete la maestà più alta.

9. Dove il religioso rispetto, dove la venerazione da voi dovuta ai maggiori? Nel vestire, nel modo di vivere, nelle suppellettili, nei sentimenti, nel linguaggio stesso in fine voi avete gli antenati vostri ripudiato. Sempre l'antichità lodate: e ogni giorno delle novità nella vostra vita introducete. Onde si dimostra che, mentre dai buoni costumi dei maggiori vi allontanate, voi quello ritenete e custodite che non avreste dovuto, mentre quello che avreste dovuto, non avete custodito.

10. Quello che avete l'aria di custodire ancora fedelissimamente, tramandatovi dai padri, in cui principalmente avete preso di mira i Cristiani, come rei di averlo trasgredito, voglio dire lo zelo del culto divino, intorno al quale sopra tutto l'antichità errò (sebbene a Serapide, ormai romano, abbiate ricostruito gli altari, sebbene a Bacco, ormai italico, le vostre furie immoliate), dimostrerò a suo luogo che è del pari da voi trascurato e negletto e abolito contro l'autorità dei maggiori.

11. Per ora risponderò a quell'accusa infamante di scelleratezze occulte, per aprirmi la via a quelle più palesi.

CAPO 7

L'accusa di delitti turpi e infamanti sparsa contro i Cristiani è falsa: prova n'è l'impossibilità in cui sempre gli accusatori si sono trovati di dimostrarne la fondatezza, e il modo come si procede con i Cristiani durante il processo.

1. Ci si dice scelleratissimi a motivo di un rito d'infanticidio e del cibo di qui preso e dell'incesto compiuto dopo il banchetto, incesto che dei cani lenoni, si capisce, delle tenebre, agevolano, i lumi rovesciando, per stendere un velo di verecondia su l'empie libidini. Lo si dice, tuttavia, di noi, sempre: né voi quello che da tanto tempo di noi si dice, di metterlo in chiaro vi curate. Perciò o mettetelo in chiaro, se ci credete, o non credeteci, se non lo mettete in chiaro.

2. Da codesta vostra trascuranza si eccepisce contro di voi che non esiste quello che neppur voi mettere in chiaro osate. Un ben diverso ufficio al carnefice imponete nei riguardi dei Cristiani: a far si che essi, non già quello che fanno, dicano, ma che quello che sono, neghino. 3. L'origine di questa dottrina, come già abbiamo esposto, risale al tempo di Tiberio. La verità ha avuto origine insieme con l'odio contro di essa: appena appare, è nemica. Tanti sono i suoi nemici, quanti gli estranei: e propriamente i Giudei per ostilità, i soldati per ricatto, quelli stessi di casa nostra, anche, per natura.

4. Tutti i giorni siamo assediati, tutti i giorni traditi, spessissimo nelle nostre stesse riunioni e adunanze veniamo sorpresi. 5. Chi mai sopravvenne mentre un bimbo, trattato al modo che voi dite, vagiva? Chi le bocche cruente di questi Ciclopi e Sirene custodi, come trovate le aveva, per mostrarle al giudice? Chi pur nella propria sposa qualche immondo vestigio colse? Chi tali misfatti, avendoli scoperti, tenne nascosti o vendette, trascinando davanti ai tribunali gli autori stessi? Se sempre nascosti rimaniamo, quando quello che commettiamo è stato rivelato?

6. Anzi, da chi poté essere rivelato? Dagli stessi rei non certo, essendo di regola in tutti i misteri dovuto pure un fedele silenzio. Su i misteri Samotraci ed Eleusini si conserva il silenzio: quanto più si conserverebbe su tali misteri, che, rivelati, provocheranno, nel frattempo, anche la punizione degli uomini, mentre è riservata loro quella di Dio? 7. Se, dunque, non essi, i rei, si tradiscono da se stessi, ne segue che lo fanno gli estranei. Ma onde agli estranei la conoscenza, dal momento che sempre le iniziazioni, anche pie, i profani allontanano e dai testimoni si guardano? A meno che gli empi usino meno riguardo. 8. La natura della diceria è nota a tutti. è roba vostra: La diceria un malanno, di cui non v'è altro più veloce. Perché un malanno la diceria? perché veloce, perché rivelatrice, oppure perché è il più spesso menzognera? Essa che, nemmeno quando reca qualche cosa di vero, è senza difetto di mendacio, togliendo, aggiungendo, in parte mutando la verità.

9. E che dire del fatto che tale è la sua condizione, che, solo a patto di mentire, persevera, e tanto a lungo vive, quanto a lungo non prova? E invero, quando ha provato, cessa di esistere; e adempiendo, in certo modo, l'ufficio di messaggera, consegna una realtà; e da allora è una realtà che si possiede, una realtà che si riferisce. 10. Nessuno dice, per esempio, 'Dicono che a Roma sia avvenuto codesto'; oppure 'Corre la diceria che quello abbia avuto in sorte la provincia'; si, invece, 'Colui ha avuto in sorte la provincia'; 'Codesto è avvenuto a Roma'.

11. La diceria, denominazione dell'incertezza, non ha luogo dove è la certezza. Forse che alla diceria potrebbe credere se non uno sbadato? E invero il saggio all'incerto non presta fede. Tutti constatare possono che, per quanto grande l'ampiezza sia in cui è diffusa, per quanto grande l'assicurazione, con cui è stata costruita, essa diceria necessariamente una volta da un unico autore è nata.

12. Di qui per i canali delle lingue e delle orecchie serpeggia, e così il piccolo vizioso seme le altre voci oscura al punto, che nessuno riflette se, per avventura, quella prima bocca la menzogna non abbia seminato: il che spesso avviene o per la natura propria dell'ostilità o per l'arbitrarietà propria del sospetto o per il gusto non occasionale, ma ingenito in qualcuno, di mentire. 13. Fortuna che il tempo tutto mette in luce (ne fanno testimonianza anche vostri proverbi e sentenze) per disposizione della natura, che ha ordinato in modo che nulla a lungo nascosto rimane, nemmeno quello che la diceria non ha propalato. 14. è pertanto naturale che la diceria sia da tanto tempo consapevole essa sola dei delitti dei Cristiani. Questa, quale delatrice, contro di noi producete: la quale ciò che una volta ha blaterato e per tanto spazio di tempo nell'opinione rafforzato, non è fino ad oggi riuscita a provare.

CAPO 8

Il delitto, di cui si accusano i Cristiani, è di tal natura, che non c'è uomo che si sentirebbe capace di commetterlo. Né vale obiettare l'ignoranza o la paura in chi lo commette.

1. Per invocare la testimonianza della natura stessa contro coloro, che presumono che tali cose si debbano credere, ebbene, si, la ricompensa vi prospetto di tali delitti: essi ripromettono la vita eterna. Credetelo per ora. Intorno a codesto, infatti, domando: se tu, che anche vi hai creduto, pensi che valga la pena di pervenirvi con una tale consapevolezza. 2. Vieni, il ferro affonda nel bimbo nemico di nessuno, colpevole di nulla, figlio di tutti; o, se codesto ufficio appartiene ad altri, tu soltanto sta da presso a un uomo che muore prima di essere vissuto; attendi che l'anima novella si fugga, il sangue giovinetto raccogli, di esso il tuo pane imbevi, mangiane con gusto.

3. Frattanto seduto a tavola conta i posti, dove si trova tua madre, dove tua sorella: contali diligentemente, affinché, quando calate saranno le tenebre canine, non sbagli. Ché commetterai un sacrilegio, se non commetterai un incesto.

4. Iniziato a tali riti e contrassegnato, tu vivi in eterno. Desidero che tu risponda, se vale tanto una vita eterna; e, se non vale, se nemmeno, per questo, si debba credervi. Anche se tu vi creda, dico che non vorresti saperne; anche se tu voglia saperne, dico che non ne saresti capace. Perché, dunque, ne sarebbero capaci altri, se non ne siete capaci voi? Perché non ne sareste capaci voi, se capaci ne sono altri?

5. Si capisce, noi siamo di altra natura, siamo dei Cinopeni o degli Sciapodi: altri filari di denti, altri nervi per un piacere incestuoso. Tu che codesto di un uomo credi, anche sei capace di farlo: uomo sei tu pure, come il Cristiano. Se non sei capace di farlo tu, non devi crederlo di altri. Uomo è infatti anche il Cristiano, come te.

6. 'Ma lo si suggerisce e impone a gente che non sa'. - Si capisce, nulla sapeva codesta gente, che tali atti sul conto dei Cristiani si affermavano: era loro certamente necessario osservare e con ogni vigilanza investigare per venirne a conoscenza.

7. Eppure a chi essere iniziato vuole, è costume, penso, prima al padre dei misteri presentarsi, quello che deve esser preparato descrivergli. Quello dirà: 'Ti è necessario un bimbo, ancor tenero, che il morire ignori, che sotto il tuo coltello sorrida; parimenti del pane, sul quale il flusso del sangue raccolga; inoltre candelabri e lucerne e qualche cane e bocconi, che li facciano tendersi fino a spegnere il lume. Sopra tutto venire dovrai con tua madre e con tua sorella'.

8. E se queste non vogliono? o non hanno essi nessuna di costoro? Quanti Cristiani, in somma, che vivono soli! Non ci sarà, penso, nessun Cristiano legittimo, se non sarà fratello o figlio. 'E se tutto ciò viene preparato, senza che gli iniziandi lo sappiano?' - Ma almeno dopo vengono a conoscerlo: e sopportano e lasciano andare?

9. 'Temono di essere puniti, se lo rivelano'. - Essi, che meriteranno di essere da voi, difesi? Essi che preferirebbero morire perfino spontaneamente, piuttosto che vivere sotto una tale consapevolezza? Orsù; ammettiamo che abbiano paura di essere puniti: perché anche vi perseverano? Segue, infatti, che tu non voglia ulteriormente essere quello che, se l'avessi conosciuto, prima, non saresti stato.

CAPO 9

Non i Cristiani meritano di essere accusati d'infanticidio e di pasti nefandi, ma essi, i Pagani. Altrettanto dicasi dell'incesto.

1. Per riuscire a maggiormente confutare l'accusa di questi delitti, dimostrerò che da voi, parte apertamente, parte occultamente, essi vengono compiuti: per cui forse anche sul conto nostro l'avete creduta.

2. Bambini in Africa venivano sacrificati a Saturno publicamente fino al proconsolato di Tiberio, che i medesimi sacerdoti, appesi agli alberi stessi del loro tempio, con l'ombra loro quei delitti ricoprenti, come su croci votive espose: testimoni soldati del padre mio, che proprio quell'ufficio a quel proconsole adempirono.

3. Ma tuttora in questo rito esecrando occultamente si persevera. Non sono solo i Cristiani a non tener nessun conto di voi: non v'è delitto che venga sradicato per sempre, né dio alcuno che i suoi costumi cambi. 4. Non avendo Saturno i propri figli risparmiato, a non risparmiare gli altrui naturalmente perseverava, che, in verità, i loro genitori stessi gli offrivano e volentieri promettevano in voto, e i bimbi accarezzavano, perché senza pianto sacrificare si lasciassero. E tuttavia il parricidio dall'omicidio molto differisce. 5. Adulti presso i Galli a Mercurio vengono sacrificati. Lascio i drammi Taurici al loro teatro. Ecco, in quella religiosissima città dei pii Eneadi v'è un Giove, che, durante gli spettacoli in suo onore celebrati, di sangue umano aspergono. 'Ma col sangue d'un bestiario', voi dite. - Si capisce, codesto è meno grave, penso, che col sangue di un semplice uomo. O non è, invece, più turpe, per il fatto che un dio spruzzate col sangue di un uomo malvagio? Almeno tuttavia ammetterete che quel sangue in seguito a un omicidio si versa. O Giove cristiano e figlio di suo padre soltanto in quanto a crudeltà! 6. Ma poiché per l'infanticidio non c'è differenza se per un rito sacro venga compiuto o per capriccio, sebbene fra il parricidio e l'omicidio ci sia differenza, mi rivolgerò al popolo. Fra costoro che ci stanno d'intorno e avidamente dei Cristiani al sangue anelano, anche tra voi stessi governatori giustissimi e severissimi con noi, di quanti volete che io bussi alla coscienza, i quali i figli loro nati uccidono?

7. Che se c'è una differenza anche intorno al modo dell'uccisione, certo agite più crudelmente voi nell'acqua soffocandoli o al freddo esponendoli, alla fame, ai cani: non c'è adulto che morire di ferro non preferirebbe.

8. Quanto a noi, essendoci l'omicidio una volta per tutte interdetto, anche la creatura concepita nel grembo, mentre tuttora il sangue le deriva a formare l'uomo, dissolvere non lice. è un omicidio affrettato impedire di nascere, né importa se una vita nata uno strappi, o mentre sta nascendo la dissipi. E' uomo anche chi è per diventarlo; anche ogni frutto già nel seme esiste. 9. Quanto al pasto di sangue e alle consimili portate da tragedia, leggete se in qualche luogo non si trovi riferito - si legge, credo, in Erodoto - come certe nazioni il sangue versato dalle braccia dell'una e dell'altra parte e gustato - facevano servire alla conclusione di un patto. Non so qual bevanda del genere fu gustata anche per ordine di Catilina. Dicono anche che presso alcuni Gentili di fra gli Sciti, ogni defunto viene dai suoi mangiato. 10. Ma mi allontano di troppo. Qui oggi il sangue della coscia tagliata raccolto nella mano e dato a bere, i seguaci di Bellona inizia. Del pari coloro, che durante lo spettacolo, nell'arena, il sangue caldo dei criminali sgozzati, scorrente dalla gola raccogliendo, con avida sete bevono per guarire dal morbo comiziale, dove si trovano?

11. E del pari coloro che di vivande ferme si cibano raccolte dall'arena, che domandano un pezzo di cinghiale, di cervo? Quel cignale nella lotta il sangue lambì di colui che esso dilaniò; quel cervo nel sangue giacque di un gladiatore. Perfino le viscere degli orsi si appetiscono, piene ancora di umane viscere non digerite. Erutta, perciò, uomo, carne pasciutasi di uomo.

12. Voi che simili vivande mangiate, quanto siete distanti dai banchetti dei Cristiani? E meno fanno anche coloro, che, da libidine selvaggia sospinti, bramosi anelano a membra umane, per il fatto che divorano dei viventi?. Meno con sangue umano vengono all'ignominia consacrati, perché lambiscono quello che diverrà sangue? Non mangiano bimbi, senza dubbio, ma piuttosto degli adulti.

13. Arrossisca l'error vostro di fronte ai Cristiani, che nemmeno il sangue degli animali abbiamo a tavola tra le vivande in uso, che per questo anche dagli animali soffocati e morti di malattia ci asteniamo, per non venire in qualche modo contaminati dal sangue pur nascosto entro le viscere.

14. In fine fra le tentazioni adoperate con i Cristiani, voi anche delle salsicce accostate loro gonfie di sangue, sicurissimi - è chiaro - essere tra loro illecito quello con cui farli deviare volete. Or dunque che è mai codesto vostro credere che bramose di umano sangue siano persone, che siete convinti aborrire il sangue di animali? A meno che essere quello più gustoso per avventura sperimentato non abbiate.

15. Il sangue anch'esso adoperare ugualmente si sarebbe dovuto, quale mezzo di indagare i Cristiani, come il braciere e l'incensiere: in tal guisa, infatti, appetendo il sangue umano si sarebbero rivelati, allo stesso modo che rifiutandosi al sacrificio; altrimenti si sarebbe dovuto negare che fossero cristiani, se non ne avessero gustato, al modo stesso che se avessero sacrificato. E certo non sarebbe mancato a voi sangue umano nell'ascoltare e condannare i detenuti. 16. Inoltre chi è più incestuoso di coloro, cui Giove stesso istruì?. Ctesia riferisce che i Persiani con le loro madri si uniscono. Ma anche i Macedoni sono sospetti, perché, avendo per la prima volta assistito alla tragedia Edipo, ridendosi del dolore dell'incestuoso 'Si gettava - dicevano - su sua madre!'. 17. Riflettete fin d'ora quanto sia permesso alle confusioni per compiere unioni incestuose, là dove le occasioni fornisce la promiscuità della lussuria. Prima di tutto voi esponete i figliuoli, perché siano da qualche pietà estranea, che passi loro vicino, raccolti; o li emancipate, perché adottati siano da genitori in condizioni migliori. è inevitabile che il ricordo della famiglia divenuta estranea, un momento o l'altro svanisca. E appena la possibilità di confusione avrà preso piede, da allora subito se ne avvantaggerà la propaggine dell'incesto, e la famiglia si estenderà delittuosamente.

18. Allora, quindi, in qualunque luogo, in patria, fuori, al di là dei mari vi è compagna la libidine, le cui deviazioni, dovunque compiute, possono facilmente in qualche luogo procrearvi, senza che lo sappiate, figliuoli anche da una qualche porzione della vostra semenza; talché la discendenza dispersa attraverso le relazioni umane, con i suoi consanguinei venga a incontrarsi, senza che l'ignaro del sangue incestuoso li riconosca. 19. Noi da codesta eventualità difende una diligentissima e costantissima castità; e quanto dagli stupri e da ogni eccesso dopo il matrimonio, altrettanto anche dall'eventualità dell'incesto siamo sicuri. Alcuni, molto più sicuri, ogni pericolo di questo errore allontanano con una continenza verginale, vecchi fanciulli.

20. Se codesto stato di cose consideraste esistere in voi, vedreste che altrettanto non esiste fra i Cristiani: gli stessi occhi vi avrebbero fatto palese l'una e l'altra realtà. Ma di cecità ve n'è due specie, che vanno facilmente insieme: quelli che non vedono quello che è, di vedere credono quello che non è. Così proverò essere in tutto. Ora parliamo dei misfatti palesi.

CAPO 10

Confutazione delle accuse concernenti i delitti manifesti d'irreligiosità, di empietà. Tertulliano dimostra che non sono dei quelli che dai Pagani sono ritenuti tali. Anche secondo la credenza loro, essi furono un tempo uomini.

1. Voi dite: 'Non onorate gli dei e i sacrifici non offrite per i nostri imperatori'. - Ne segue che noi non sacrifichiamo per gli altri per il fatto che nemmeno sacrifichiamo per noi stessi, una volta per tutte non onorando gli dei. Perciò veniamo processati come rei di empietà e lesa maestà. Questo è il punto capitale della nostra causa, anzi tutta la causa: in verità degna di essere conosciuta, se non è la presunzione o l'ingiustizia che giudica, l'una disperando, l'altra rifiutandosi di mettere in chiaro la verità. 2. Noi di onorare gli dei vostri abbiamo smesso da quando abbiamo conosciuto quelli non essere dei. Codesto pertanto esigere dovete, che noi si provi non essere dei quelli, e perciò non degni di essere onorati, per il fatto che solo allora avrebbero dovuto essere onorati, se fossero stati dei. Allora anche dovrebbero i Cristiani essere puniti, se quelli che essi non onorano, perché non li ritengono dei, constasse che sono dei. 3. 'Ma per noi - voi dite - sono dei'. - Ci appelliamo da voi ricorrendo alla vostra coscienza: quella ci giudichi, quella ci condanni, se negare potrà che tutti codesti vostri dei sono stati degli uomini. 4. Se essa pure negherà, confutata verrà in base ai suoi documenti attinti all'antichità, dai quali essa la loro conoscenza derivò. Di ciò testimonianza rendono, fino al dì d'oggi, le città in cui quegli dei sono nati, le regioni nelle quali di qualche loro operazione vestigi lasciarono, in cui anche si dimostra che sono stati sepolti.

5. Or dunque dovrei io passare in rassegna uno per uno tanti e svariati dei, nuovi e antichi, barbari e greci, romani e forestieri, captivi e adottivi, propri e comuni, maschi e femmine, rustici e urbani, nautici e militari?

6. Un perditempo sarebbe enumerarne anche solo le denominazioni. Per riassumere in breve - e codesto non per farvelo conoscere, ma per richiamarvelo a mente, ché certo la figura fate degli smemorati: - prima di Saturno non c'è tra voi nessun dio; da lui l'inizio perfino di ogni più importante e più nota divinità. Perciò quello che risulterà nei riguardi dell'origine, anche si converrà alla discendenza.

7. Dunque di Saturno, stando a quanto i monumenti letterari attestano, né il greco Diodoro o Tallo, 'né Cassio Severo o Cornelio Nepote, né alcun trattatista di antichità del genere publicarono altro, se non che fu un uomo; quanto alle prove dei fatti, in nessun luogo ne trovo di migliori che in Italia stessa, nella quale Saturno, dopo molte spedizioni e il soggiorno ospitale nell'Attica, si stabilì, accolto da Giano, o Giane, come vogliono i Salii. 8. Il monte, che egli aveva abitato, fu detto Saturnio, la città, che egli aveva fondato, è Saturnia, fino al dì d'oggi; in fine l'Italia tutta, dopo essere stata chiamata Enotria, aveva l'appellativo di Saturnia. Da lui primamente la tavoletta per scrivere e la moneta con impressa un'immagine: e perciò presiede all'erario.

9. Pertanto, se Saturno fu un uomo, certo da un uomo la sua origine: e poiché da un uomo, certo non dal cielo e dalla terra. Ma un uomo, i cui genitori erano sconosciuti, fu facile chiamarlo figlio di coloro, di cui anche tutti possiamo sembrare figli. Chi, infatti, il cielo e la terra non chiamerebbe padre e madre a motivo di venerazione e di onore, o per conformarsi a una consuetudine umana, per cui esseri sconosciuti o comparsi tutto a un tratto si dicono essere arrivati dal cielo?

10. Perciò a Saturno, che repentinamente da per tutto compariva, di essere chiamato figlio del cielo toccò: e invero anche figli della terra chiama il volgo coloro, la cui origine è incerta. Taccio il fatto che gli uomini erano così rozzi ancora, da commuoversi alla vista di qualunque uomo nuovo, come di un essere divino: mentre oggi, ormai civili, fra gli dei coloro consacrano, di cui pochi giorni prima con pubblico lutto hanno confessato la morte.

11. Ma basta ormai di Saturno, se pur poco. Anche Giove essere stato dimostreremo tanto uomo, quanto nato da uomo; e in seguito tutto lo sciame della famiglia tanto mortale, quanto pari al suo capostipite.

CAPO 11

Illogicità e contraddizioni multiformi per chi ammetta che gli dei siano diventati tali da uomini.

1. Ora poiché, come negare non osate che coloro furono uomini, così avete presa l'usanza di affermare che dei sono stati fatti dopo la morte, esaminiamo le cause che codesto hanno richiesto. 2. Anzi tutto è necessario che concediate che esiste un qualche dio più alto, e, per così dire, in possesso della divinità, che da uomini li ha fatti dei. E invero né essi assumersi una divinità, che non possedevano, avrebbero da sè potuto, né altri a chi non la possedeva, fornirla, se non uno che la possedesse in proprio. 3. Del resto, se nessuno ci fosse che gli dei creasse, inutilmente pretendete che quelli siano stati fatti dèi, togliendo di mezzo il fattore. Certo si è che, se farsi dei da se stessi avessero potuto, non sarebbero mai stati uomini, avendo la facoltà di crearsi, è chiaro, una condizione migliore. 4. Dunque, se v'è chi gli dei crea, ritorno all'esame delle cause, per cui da uomini si creano dei: e non ne trovo alcuna, tranne che quel dio grande il bisogno sentisse di ministri e di aiuti per i suoi uffici divini. Prima di tutto è sconveniente che egli il bisogno sentisse dell'opera di qualcuno, per di più di un morto, mentre più degno sarebbe stato ch'egli dall'inizio un dio facesse, egli che dell'opera di un morto doveva aver bisogno.

5. Ma nemmeno vedo che ci fosse posto per quest'opera. E invero tutto il corpo di questo mondo o non nato e increato, stando a Pitagora, o nato e creato, stando a Platone, è certo che in codesta costruzione e disposizione e ordinamento con ogni razionale reggimento, una volta per sempre venne a trovarsi. Imperfetto non potè essere l'essere, che ogni cosa con perfezione creò.

6. Nulla un Saturno attendeva o una gente saturnia. Sciocchi saranno gli uomini, se certi non si terranno che fin dai primordi cadde dal cielo la pioggia e le stelle raggiarono e la luce fiorì e i tuoni muggirono e che Giove stesso paura ebbe dei fulmini, che nella sua mano collocate; che, del pari, ogni frutto prima di Libero e Cerere e Minerva, anzi prima di quel qualche primo uomo, dalla terra in abbondanza uscì; poiché nulla di quanto per il sostentamento e la conservazione dell'uomo fu provveduto, dopo l'uomo essere introdotto potè.

7. In fine si dice che gli dei abbiano scoperto, non instituito codeste cose necessarie alla vita. Or quello che scoperto viene, c'era; e quello che c'era, non si riterrà di colui che l'ha scoperto, ma di colui che l'ha instituito: infatti esisteva prima di essere scoperto. 8. Del resto, se Libero per questo fu fatto dio, perché la vite fece conoscere, male si agì con Lucullo, che, primo, le ciliege provenienti dal Ponto all'Italia rese comuni, per non averlo per questo divinizzato quale autore del nuovo frutto, in quanto rivelatore. 9. Perciò, se fin dall'inizio l'universo di tutto risultò provveduto e ordinato secondo determinati modi di adempiere ai propri uffici, vien meno per codesto rispetto il motivo di associare l'umanità alla divinità: poiché quegli uffici e quei poteri, che avete tra quegli dei distribuito, furono fin dall'inizio; a quel modo che sarebbero esistiti, anche se voi codesti dei creati non aveste.

10. Ma voi vi volgete a un'altra causa, rispondendo che il conferimento della divinità fu una maniera di ricompensare delle benemerenze. Dopo di che voi concedete - credo bene - che quel dio creatore di dei si distingua per giustizia, così che non a caso né indegnamente né senza misura un tanto premio abbia dispensato.

11. Voglio, pertanto, questi meriti passare in rassegna, se siano tali da averne elevati gli autori al cielo o non piuttosto nell'imo Tartaro sprofondati, che affermate, quando volete, essere il carcere delle pene dell'inferno. 12. Colà infatti essere cacciati sogliono tutti gli empi contro i genitori e gl'incestuosi con le sorelle e gli adùlteri con le spose e i rapitori di vergini e i corruttori di fanciulli e quelli che inferociscono e quelli che uccidono e quelli che rubano e quelli che ingannano e quanti sono simili a qualcuno dei vostri dei, nessuno dei quali puro da delitto o da vizio potrete provare, a meno che non neghiate che sia stato un uomo.

13. Sennonché a mettervi in condizione di non poter negare che quelli siano stati uomini, si aggiungono ancora le seguenti osservazioni, che nemmeno di credere permettono che siano stati fatti dei in seguito. Se, infatti, voi presiedete alla punizione di persone tali, se quanti siete onesti il commercio rifiutate, il colloquio, la convivenza dei tristi e dei disonesti, se dei pari a costoro quel dio alla partecipazione associò della sua maestà, perché allora coloro condannate, dei quali i colleghi adorate?.

14. è un marchio d'infamia per il cielo la vostra giustizia. Fate piuttosto dei tutti i più grandi criminali, per piacere agli dei vostri: è un onore per essi la divinizzazione dei loro uguali.

15. Ma per lasciar da parte l'esame di questa indegnità, che siano stati probi ammettiamo, integri, buoni: quanti uomini di essi più eccellenti nell'Inferno non avete tuttavia lasciati: un Socrate per la sapienza, un Aristide per la giustizia, un Temistocle per la bravura militare, un Alessandro per la grandezza d'animo, un Policrate per la felicità, un Creso per la ricchezza, un Demostene per l'eloquenza.

16. Chi fra quei vostri dei più autorevole e saggio di Catone, più giusto e valoroso di Scipione? Chi di Pompeo più grande, di Silla più felice, di Crasso più opulento, di Tullio più eloquente? Quanto più degnamente quel dio avrebbe aspettato costoro per associarseli come dei, preconoscendo certo i migliori! Ebbe fretta, penso, e il cielo chiuse una volta per sempre; ed ora certamente arrossisce che i migliori all'inferno mormorino.

CAPO 12

I vostri dei sono materia inerte, insensibile. Voi stessi mostrate di riconoscerlo nel modo con cui li fabricate.

1. Ma la smetto su codesto punto, ché so bene che, quando dimostrato avrò che cosa i vostri dei sono, in base appunto a questa verità, dimostrerò che cosa non sono. Orbene, quanto ai vostri dei, vedo che sono soltanto nomi di certi antichi morti; e ascolto delle favole e da queste favole generato ne riconosco il culto.

2. Quanto poi ai loro stessi simulacri, null'altro avverto se non che la materia, onde risultano, è a quella dei vasi e degli arnesi comuni sorella, o dai medesimi vasi e arnesi proviene, mutando in certo modo destino con la consacrazione, per opera dell'arte, che liberamente li trasfigura, per di più, nel modo più ingiurioso e sacrilego durante l'opera stessa: talché particolarmente per noi, che proprio a causa di essi dei veniamo puniti, può essere veramente un conforto nel castigo il fatto che essi pure, per venire all'esistenza, lo stesso nostro trattamento patiscono.

3. Su croci e su pali voi i Cristiani ponete. Quale simulacro l'argilla non forma sovrapposta prima su una croce o un palo?. Sopra un patibolo il vostro dio viene in un primo tempo consacrato. 4. Con unghie voi i fianchi dei Cristiani dilaniate. Ma su gli dei vostri, per tutte le membra, con più forza accette lavorano e pialle e lime. Noi veniamo decapitati. Ma prima del piombo, della colla, dei perni, senza testa sono i vostri dei. Noi veniamo alle belve esposti. Certo a quelle che voi accanto a Libero e a Cibele e a Celeste collocate. 5. Siamo dalle fiamme arsi. Codesto essi pure in verità patiscono, mentre ancora si trovano nella massa primiera. Siamo alle miniere condannati. Da queste traggono i vostri dei origine. Veniamo in isole relegati. Anche qualche vostro dio in un'isola nascere o morire suole. Se per queste vie un qualche carattere divino risulta, allora coloro che vengono puniti, vengono divinizzati, e i suppliziati chiamarsi dei dovranno.

6. Ma certo queste ingiurie e contumelie della loro fabricazione i vostri dei non sentono, come nemmeno gli atti di ossequio. 'O parole empie! o oltraggi sacrileghi!' rispondete voi. Ebbene, digrignate i denti, schiumate. Siete gli stessi che un Seneca con più numerose e amare parole a discorrere della vostra superstizione cogliete.

7. Perciò se le statue e le immagini fredde noi non adoriamo, somigliantissime ai morti che esse rappresentano, cui sparvieri e topi e ragni mostrano di comprendere, non meriterebbe lode, piuttosto che castigo, il rifiuto di un errore riconosciuto? Possiamo infatti aver l'aria di offendere coloro che siamo certi non esistono affatto? Ciò che non esiste, nulla patisce da nessuno, per il fatto che non esiste.

CAPO 13

L'inesistenza dei vostri dei mostrate di riconoscere anche dal trattamento che loro usate, mettendone in vendita le immagini, equiparandoli nelle onoranze ai morti.

1. 'Ma per noi sono dei' dici. - Come mai allora, per contro, voi vi fate cogliere empi e sacrileghi e irreligiosi verso gli dei vostri, voi che dei trascurate, dei quali l'esistenza presumete, voi che distruggete dei che temete, voi che anche dei deridete, di cui vi fate vindici?

2. Esaminate, se dico il vero. Anzi tutto, quando chi l'uno chi l'altro dio onorate, indubbiamente fate torto a quello che non onorate. La preferenza di uno non può andare senza offesa di un altro, ché non ha luogo scelta di una delle parti senza rifiuto dell'altra.

3. Senz'altro, dunque, voi disprezzate quelli che rifiutate, in quanto, rifiutandoli, non esitate a offenderli. E invero, come sopra abbiamo accennato, la condizione di ogni divinità dall'apprezzamento del senato dipendeva. Non era dio quello, che un uomo, consultato, non avesse voluto e, non volendo, avesse condannato.

4. Gli dei domestici, che chiamate Lari, trattate in base all'autorità domestica, impegnandoli, vendendoli, mutando talora in una pentola un Saturno, talora in una ciotola una Minerva, secondo che ciascuno per il lungo culto è consumato o ammaccato, secondo che ciascun padrone di casa ha più venerabile riscontrato la necessità domestica. 5. Ugualmente in base all'autorità publica gli dei pubblici profanate, che considerate come tributari mettendoli nel protocollo dei pubblici appalti. Così al Campidoglio, così al mercato dei legumi si accede: sotto la medesima voce del banditore, sotto la stessa asta, sotto la stessa registrazione di un questore la divinità viene appaltata e aggiudicata. 6. Sennonché i terreni da un tributo gravati meno sono apprezzati, le persone, all'imposta del capo soggette, meno sono stimate, ché codeste sono note di servitù. Gli dei, invece, più pagano di tributo, più sono venerabili. Anzi, più sono venerabili, più pagano di tributo. La maestà diventa oggetto di lucro: per le bettole gira la religione mendicando. Esigete un compenso per l'accesso, per la dimora nel tempio. Conoscere gratis gli dei non lice: sono in vendita.

7. Che altro assolutamente fate per onorare gli dei, che interamente non compiate anche per i vostri morti? Ugualmente templi, ugualmente altari. Lo stesso abbigliamento, le stesse insegne nelle statue: quale fu l'età, l'arte, l'attività del morto, tale è, una volta divenuto nume. In che differisce dal banchetto di Giove quello funerario, la libazione sacrificale da quella fatta per il morto, il becchino dall'aruspice?. E invero anche l'aruspice è al servizio dei morti.

8. Ma opportunamente agli imperatori morti l'onore attribuite della divinità, ai quali l'attribuite pure da vivi. L'avranno a guadagno i vostri dei, anzi si dimostreranno lieti vedendo a sè parificati i loro padroni.

9. Ma quando tra le Giunoni, le Cereri, le Diane adorate una Larentina, publica meretrice (preferirei almeno una Laide o una Frine): quando a un Simone mago una statua consacrate con un'inscrizione al dio Santo, quando non so quale giovinetto, proveniente dal collegio dei paggi di corte, partecipe fate del concilio degli dei, gli dei più antichi, se pur non siano più nobili, tuttavia vi conteranno come una ingiuria che sia stato concesso anche ad altri l'onore che ad essi soli l'antichità conferì.

CAPO 14

Il modo stesso come vengono i vostri dei rappresentati nelle tradizioni letterarie e trattati nei loro riti, ne dimostra la inesistenza.

1. Anche i vostri riti voglio passare in rassegna. Non dico come vi comportate nel sacrificare, quando solo animali mezzi morti e putrefatti e rognosi immolate, quando di quelli ben grassi e sani non troncate che tutte le parti inutili, teste e unghie, che in casa vostra anche avreste destinati agli schiavi o ai cani; quando della decima, sacra ad Ercole, nemmeno la terza parte collocate sul suo altare. Loderò anzi, piuttosto, il vostro buon senso, che almeno una parte sottraete a quello che va perduto.

2. Ma se mi volto alla letteratura vostra, da cui alla saggezza e al compimento dei doveri liberali venite educati, che specie non trovo di ridicolaggini! Dei che, a causa di Troiani e Achei, come paia di gladiatori, sono venuti a zuffa tra loro e a combattimento; Venere dalla saetta di un uomo ferita, perché il figlio suo Enea, in procinto di essere ucciso, al medesimo Diomede sottrarre voleva;

3. Marte quasi morto durante tredici mesi di prigionia, Giove, liberato dal subire la stessa violenza per parte degli altri Celesti, per opera di un mostro: ed ora in atto di piangere la morte di Sarpedone, ora vergognosamente in fregola verso la sorella, mentre le amiche precedenti ricorda non così ardentemente amate.

4. Continuando, quale poeta, di su l'esempio del suo capo, disonoratore non si rivela degli dei? Questo Apollo al servizio mette del re Admeto, per pascolarne le greggi; quello il lavoro da muratore di Nettuno al salario pone di Laomedonte.

5. V'è anche un famoso fra i lirici (voglio dire Pindaro), che Esculapio canta giustiziato col fulmine per colpa d'ingordigia, perché la medicina disonestamente esercitava. Malvagio Giove, se a lui il fulmine appartiene; empio verso il nipote, invidioso verso il professionista.

6. Codesto nè essere tramandato doveva, se fosse vero, nè, se falso, inventato tra persone religiosissime. Nemmeno i tragici o i comici di raccontare omettono nei prologhi le disgrazie o gli errori di qualche membro della famiglia di un dio.

7. Mi taccio dei filosofi, e mi accontento di Socrate, che, in disprezzo degli dei, per la quercia giurava, per il capro, per il cane. 'Ma Socrate per questo fu condannato, perché distruggeva gli dei'. - Certo da un pezzo, voglio dire da sempre, la verità è odiata.

8. Vero è che avendo gli Ateniesi, pentiti della sentenza, gli accusatori di Socrate più tardi punito e una statua di lui in bronzo in un tempio collocato, l'annullamento della condanna all'incolpabilità di Socrate rese testimonianza. Ma anche Diogene si prende non so qual gioco di Ercole, e il cinico romano, Varrone, trecento Giovi introduce o Giuppitri, se così s'ha da dire, senza testa.

CAPO 15

Lo scempio e la profanazione della divinità si compie anche nel modo più ripugnante su la scena e nell'interno degli stessi templi.

1. Anche le altre licenziose fantasie servono al vostro divertimento attraverso al dileggio degli dei. Considerate le arguzie dei Lentuli e degli Ostilii e, vedete un po' se ridete dei mimi, oppure degli dei vostri in quegli scherzi e burle: un Anubi adultero, una Luna maschio, una Diana staffilata, la lettura del testamento di Giove morto, i tre Ercoli affamati burlati.

2. Ma pur le parti degli attori esprimono tutta la sconcezza degli dei. Piange il figlio precipitato giù dal cielo il Sole, mentre voi vi divertite; Cibele per un pastore sospira, che non vuol saperne di lei, senza che voi ne arrossiate; e sopportate che le birbanterie si declamino di Giove, e che Giunone, Venere e Minerva giudicate siano da un pastore. 3. Col fatto stesso che una testa ignominiosa e famigerata la figura di un vostro dio rivesta, che un corpo impuro e a codesta arte educato con una vita effeminata una Minerva o un Ercole rappresenti, non si viola e contamina, tra i vostri applausi, la maestà divina?

4. Più religiosi senza dubbio siete nell'anfiteatro, dove sopra il sangue umano, sopra i cadaveri di sozzi giustiziati ugualmente i vostri dei istrioneggiano, argomenti di storie somministrando a dei criminali, se pur spesso i criminali proprio la figura degli dei vostri non rivestono.

5. Ho veduto io stesso una volta un Atti evirato, quel famoso dio di Pessinunte, e uno il quale aveva la parte di Ercole assunto e ardeva vivo. Ho riso, assistendo anche agli svaghi atroci dei ludi meridiani, davanti a un Mercurio, che i morti col cauterio esaminava; ho veduto anche il fratello di Giove che, armato di martello, i cadaveri dei gladiatori trascinava via.

6. Tutti codesti fatti, e quanti altri ancora avrebbe uno potuto investigare, se l'onore scuotono della divinità, se gli attributi della maestà divina disonorano, hanno certo origine dal disprezzo in cui sono tenuti tanto gli dei che li compiono; quanto gli spettatori, per il cui divertimento li compiono.

7. Ma sia pure: codesti sono passatempi. - Ma se io aggiungessi quello che la coscienza di tutti non meno riconoscerà vero, cioè che nei templi si combinano adulteri, che fra gli altari ruffianerie si compiono, che spesso proprio nelle celle dei custodi e dei sacerdoti, proprio sotto le bende e i berretti e le porpore, tra il fumo degli incensi si dà sfogo alla libidine, non so se gli dei vostri, più che dei Cristiani, abbiano di che lamentarsi di voi. Certo i sacrileghi sempre tra i vostri sono còlti: ché i Cristiani i templi nemmeno di giorno conoscono. Li spoglierebbero, forse, anch'essi, se anch'essi li venerassero. 8. Orbene, che è quello che onorano coloro che tali cose non onorano? è facile senz'altro intendere che della verità sono cultori coloro che non sono cultori della menzogna, che più non errano in ciò, in cui riconoscendo di avere errato, hanno cessato di errare. Codesto prima comprendete; e di qui tutto il seguito del nostro culto apprendete, dopo, per altro, che confutate saranno le false opinioni vostre in merito.

CAPO 16

Stupida e falsa è l'accusa che i Cristiani adorino una testa d'asino. Adoriamo una croce? Non sono forse di croci e sopra croci fabricati i vostri dei?

1. E invero, come ha scritto un tale, avete sognato che una testa d'asino è il nostro dio. Codesto tale sospetto l'ha introdotto Cornelio Tacito.

2. Costui, infatti, nel libro quinto delle sue Storie, prendendo a raccontare la guerra giudaica dall'origine della gente, dopo aver anche congetturato quello che ha voluto, tanto su l'origine stessa, quanto sul nome e la religione della gente, narra che i Giudei, liberati dall'Egitto o, com'egli credette, banditine, trovandosi nelle vaste località dell'Arabia, quanto mai prive di acqua, tormentati dalla sete, su l'indizio di onagri, che si credeva si recassero, per avventura, dopo il pasto, a bere, poterono far uso di sorgenti; e per questo beneficio la figura di una bestia simile consacrarono. Così di qui si presunse, penso, che anche noi, come parenti della religione giudaica, all'adorazione della medesima immagine venissimo iniziati. Vero è che il medesimo Cornelio Tacito, pur essendo quel gran chiacchierone di menzogne, nella stessa Storia racconta che Gneo Pompeo, presa Gerusalemme ed entrato perciò nel tempio allo scopo di osservare gli arcani della religione giudaica, nessun simulacro colà trovò.

3. E in verità, se si onorava cosa, che per via di qualche figura era rappresentata, in nessun luogo, meglio che nel suo sacrario, avrebbe potuto essere esposta, tanto più che quel culto, pur vano, presenza di estranei non temeva. Infatti solo ai sacerdoti era lecito entrare; anche la vista ne era impedita agli altri da un velo disteso.

4. Tuttavia voi non negherete di adorare tutte le razze di giumenti e muli tutt'interi con la loro Epona. Ma forse per questo ci si muove rimprovero, perché tra gli adoratori di bestiame e di belve d'ogni sorta, di asini soltanto adoratori siamo.

5. Ma anche chi ci crede adoratori di una croce, sarà nostro correligionario. Quando si adora un legno, poco importa il suo aspetto, essendo la stessa la qualità della materia; poco importa la forma, quando proprio codesto legno sia il corpo di un dio. E tuttavia quanto poco si differenzia dal legno di una croce Pallade attica e Cerere faria, che senza figura si presentano, rozzo palo e legno informe!

6. Parte di una croce è ogni legno, che piantato viene in posizione verticale. Noi, se mai, adoriamo un dio intero e completo. Ho detto che, quale forma iniziale degli dei vostri, i modellatori abbozzano una croce. Ma anche le Vittorie adorate nei trofei, mentre dei trofei le croci formano le parti interiori.

7. Tutta la religione romana degli accampamenti venera le insegne, giura per le insegne, le insegne antepone a tutte le divinità. Tutta quella congerie di immagini su le insegne, sono monili apposti a croci; quei veli degli stendardi e delle bandiere, di croci sono rivestimento. Lodo la vostra diligenza: consacrare non avete voluto delle croci disadorne e nude. 8. Altri, indubbiamente con un concetto di noi più umano e verisimile, credono che il sole sia il nostro dio. Se mai, saremo messi fra i Persiani, sebbene non il sole dipinto in un lenzuolo adoriamo, avendolo, esso proprio, dovunque, nel suo disco.

9. Di qui in fin dei conti un tale sospetto: è noto che noi si prega rivolti dalla parte d'oriente. Ma anche molti di voi, affettando di adorare qualche volta pur cose celesti, le labbra muovete volti dove sorge il sole.

10. Del pari, se il giorno del sole concediamo alla gioia per un ben altro motivo che per il culto del sole, veniamo al secondo posto dopo coloro che il giorno di Saturno all'ozio e alla crapula dedicano, differenziandosi essi pure dal costume giudaico, che ignorano. 11. Ma una nuova rappresentazione del dio nostro è stata già recentemente in codesta città divulgata, dacché un criminale, assoldato per frustrare l'assalto delle bestie, espose un dipinto con una scritta di questo tenore: 'il dio dei Cristiani, razza di asino'. Questo dio aveva orecchie d'asino e un piede munito di zoccolo e recava un libro e la toga. Ridemmo e del nome e della figura.

12. Sennonché essi, gl'inventori della rappresentazione, senz'altro adorare avrebbero dovuto il nume biforme, dacché dei con testa di cane e di leone, con corna di capro e di ariete, becchi a partire dai lombi, serpenti nell'ima parte e alati nelle piante e nel tergo promiscuamente accolsero. Tutto codesto per abbondare, al fine di non aver omesso, in certo modo scientemente, nessuna diceria, senza averla confutata. Di tutto ciò ci scolperemo nuovamente, volgendoci senz'altro alla esposizione della religione nostra.

CAPO 17

Il Dio dei Cristiani.

1. Ciò che noi adoriamo, è un Dio unico, che tutta codesta mole, insieme a tutto il corredo di elementi, corpi, spiriti, con la parola con cui comandò, con la ragione con cui dispose, con la virtù con cui potè, dal nulla trasse fuori a ornamento della sua maestà; onde anche i Greci all'universo dettero il nome di "kòsmos".

2. Esso è invisibile, sebbene si veda; inafferrabile, sebbene per grazia si renda presente; incomprensibile, sebbene si lasci dalle facoltà umane comprendere: per questo è vero e così grande. Il resto che comunemente si può vedere, afferrare, comprendere, minore è degli occhi da cui è abbracciato, della mano con cui viene a contatto, dei sensi da cui viene scoperto.

3. Invece ciò che è incommensurabile, solo a se stesso è noto. Questo è ciò che Dio fa comprendere, il fatto che di essere compreso non cape; così l'immensità della sua grandezza agli uomini lo presenta noto e ignoto. E in questo sta la colpa principale di coloro che riconoscere non vogliono Colui, che ignorare non possono.

4. Volete che lo proviamo dalle di Lui opere, tante e tali, onde siamo circondati, sostentati, allietati, spaventati anche? Volete che lo proviamo in base alla testimonianza dell'anima stessa?

5. La quale, pur nel carcere del corpo serrata, pur da insegnamenti pravi circondata, pur da passioni e concupiscenze svigorita, pur a false divinità asservita, tuttavia, quando ritorna in sè come dopo l'ubriachezza o un sonno o qualche malattia, e il possesso riprende della sua condizione sana, fa il nome di Dio, con questa sola parola, poiché è propria del Dio vero: e 'Dio buono e grande', e 'quello che a Dio piacerà' sono le parole di tutti. 6. Anche quale giudice lo attesta: 'Dio vede' e 'a Dio mi affido' e 'Dio me lo renderà'. O testimonianza dell'anima naturalmente cristiana! In fine, pronunciando queste parole, non al Campidoglio, ma al cielo volge lo sguardo. Conosce infatti la sede del Dio vivente: da Lui e di là essa è discesa.

CAPO 18

Divina missione dei profeti del popolo ebreo; e della Santa Scrittura.

1. Ma, affinché più completamente ed a fondo sia alla conoscenza di Lui, che delle sue disposizioni e volontà arrivassimo, il mezzo Egli aggiunse del documento scritto, qualora uno intorno a Dio indagare voglia e, indagatolo, trovarlo e, trovatolo, credere e, credutolo, servirlo. 2. E invero fin dai primordi uomini mandò nel mondo per la loro intemerata giustizia degni di conoscere e manifestare Dio, di spirito divino inondati, affinché predicassero che un Dio unico esiste, il quale l'universo creò e l'uomo fabricò di terra (questo infatti è il vero Prometeo che il mondo con determinate disposizioni e successioni di stagioni ordinò);

3. inoltre, quali segni della maestà sua giudicatrice abbia con piogge e fulmini manifestato, quali leggi fissate per bene meritare di Lui, quali retribuzioni destinate all'ignoranza, al disconoscimento e all'osservanza di queste: come Colui che, compiuta codesta età, sarà per giudicare i suoi cultori, retribuendoli con la vita eterna, gli empi con il fuoco ugualmeate perpetuo e continuo, dopo avere risuscitati, rinnovati e passati in rassegna tutti, quanti dall'inizio del mondo sono morti, per valutarne il merito e il demerito.

4. Anch'io ho riso un tempo di ciò. Provengo dai vostri. Cristiani si diventa, non si nasce.

5. Quei predicatori, di cui ho parlato, dal loro ufficio di predire si chiamano profeti. Le parole loro e, del pari, i prodigi che compivano per far fede della loro missione divina, si conservano nel deposito della letteratura; nè questa è nascosta. Il più erudito dei Tolomei, quello che sopranominano Filadelfo, perspicacissimo conoscitore di ogni letteratura, emulando, penso, Pisistrato nella passione delle biblioteche, fra gli altri documenti storici, con cui veniva raccomandata alla fama o l'antichità o qualche curiosità, per suggerimento di Demetrio Falereo, fra i grammatici di allora lodatissimo, al quale aveva affidato un governo, richiese libri anche ai Giudei, documenti letterari propri e scritti nella loro lingua, che essi solo possedevano.

6. Da essi, infatti, provenendo, ad essi, anche, sempre i profeti avevano parlato, vale a dire, come a un popolo della Casa di Dio, per grazia ottenuta dai loro padri. Prima d'ora si chiamavano Ebrei, quelli che ora Giudei; perciò ebrea la letteratura e la parlata.

7. Orbene, perché non mancasse di quei libri la conoscenza, codesta anche fu dai Giudei a Tolomeo accordata, con la concessione di settantadue interpreti, cui anche Menedemo filosofo, assertore della Provvidenza, per la comunanza delle idee ammirò. Affermò a voi codesto anche Aristeo.

8. Così quei documenti in lingua greca tradotti, nella biblioteca di Tolomeo oggi si esibiscono nel Serapeo, insieme con gli originali ebraici.

9. Ma i Giudei anche li vanno publicamente leggendo. Libertà pagata con un'imposta: tutti comunemente vi si recano il sabato. Chi ascolterà (quella lettura) troverà Dio; chi anche si studierà di comprendere, si sentirà costretto a credere.

CAPO 19

L'autorità della Santa Scrittura è provata dalla sua antichità: maggiore di qualsivoglia documento pagano.

1. A questi documenti l'autorità rivendica anzi tutto la somma loro antichità. Anche tra voi il lungo tempo, assunto a sostenere la credibilità, tien luogo di un valore religioso.

2. Pertanto tutta la sostanza e tutti i materiali, le origini, le date, le fonti di qualsivoglia vostra antica scrittura, la più parte anche delle nazioni e città famose nella storia e le memorie vetuste: in fine, le forme stesse dell'alfabeto, indici e custodi dei fatti, e - credo di dire ancora poco - gli stessi vostri dei, i templi stessi, dico, e gli oracoli e i riti sorpassa, pur di secoli lo scrigno racchiudente alle volte, un solo profeta, nel quale collocato si vede il tesoro di tutta la religione giudaica e, in seguito, pur della nostra. 3. Se mai avete sentito, talora, nominare un Mosè, esso è dell'argivo Inaco contemporaneo: precede di quasi 400 anni (ne mancano 7) lo stesso Danao, anch'esso tra voi antichissimo; e precede di circa mille anni la rovina di Priamo: potrei pure aggiungere, di più di 500 anni anche Omero, avendo autori cui attenermi.

4. Anche gli altri profeti, sebbene a Mosè posteriori, tuttavia gli ultimissimi di loro non si scoprono forse anteriori ai vostri primi sapienti, legislatori e storici?

5. In base a quali dati tutto ciò possa provarsi non è tanto difficile per me esporlo, quanto fuor di proposito; non tanto arduo, quanto, per ora, lungo. Bisognerebbe su molti documenti, con gesti calcolatorii delle dita, intrattenersi, inoltre gli archivi dischiudere delle genti più antiche, degli Egiziani, dei Caldei, dei Fenici;

6. fare intervenire i loro connazionali, per opera dei quali la notizia è stata somministrata: un Manetone egiziano e un Beroso caldeo e, inoltre, Ieromo fenicio, re di Tiro; ed anche altri che li seguirono, Tolomeo di Mendes e Menandro di Efeso e Demetrio Falereo e il re Giuba e Apione e Tallo e il giudeo Giuseppe, che costoro approva o confuta, delle antichità giudaiche rivendicatore indigeno.

7. E s'avrebbero pure a confrontare i cronografi greci, e quello che è avvenuto e quando, per scoprire le concatenazioni dei tempi e, per mezzo di queste, le date storiche mettere in luce: si dovrebbe peregrinare attraverso la storia e la letteratura mondiale. Tuttavia abbiamo già recato in certo modo una parte della dimostrazione, avendo accennato con quali mezzi la dimostrazione si possa ottenere.

8. Ma è meglio differire, per non correre pericolo di esporre, per la fretta, meno di quanto si dovrebbe, o di vagabondare troppo lontano per volerlo compiutamente esporre.

CAPO 20

Divinità della Scrittura Santa, provata in base all'avverarsi delle profezie in quella contenute.

1. Io offro ora di più in compenso di questa dilazione: la maestà delle Scritture, se non la loro antichità; le provo divine, se se ne pone in dubbio l'antichità. Né codesto più tardi o da altra fonte apprenderlo occorre: davanti a noi sta quello che ce lo dimostrerà, il mondo, la generazione e il compiersi degli eventi. 2. Quanto si fa, era preannunziato, quanto si vede si udiva: il fatto che le terre divorano le città, che i mari involano le isole, che guerre esterne e interne dilaniano, che i regni contro i regni cozzano, che la fame, la peste e tutte le calamità locali e le mortalità spesso frequenti la devastazione recano, il fatto che gli umili il posto prendono dei sublimi, i sublimi quello degli umili; 3. che la giustizia si fa rara, l'iniquità frequente, l'amore per tutte le buone discipline s'intorpidisce; il fatto che gli uffici pure delle stagioni e le funzioni degli elementi sgarrano, che da fatti mostruosi e prodigi l'aspetto della natura è sconvolto: tutto ciò è stato scritto prevedendolo. Mentre lo subiamo, lo si legge; mentre ne prendiamo conoscenza, ne abbiamo la prova. Testimonianza sufficiente, penso, di carattere divino l'avverarsi della profezia. 4. Da ciò pertanto tra noi anche sicura diviene la credenza dell'avverarsi del futuro, ormai - è chiaro - provato, in quanto predetto veniva insieme con quei fatti che quotidianamente si verificano: le stesse voci risuonano, la stessa scrittura lo annota, la stessa inspirazione lo pervade: uno solo è il tempo per la profezia di predire il futuro; 5. tra gli uomini, se mai, viene distinta, man mano che si avvera, mentre dal futuro il presente, indi dal presente si separa il passato. Che torto abbiamo - domando a voi - se nel futuro anche crediamo, noi che attraverso due gradi abbiamo già imparato a credervi?

CAPO 21

In che la religione cristiana differisce dalla giudaica, con cui pure ha tanto in comune: Cristo, il Verbo e Figlio di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza.

1. Ma poiché ho esposto che cotesta nostra setta - che i più sanno essere alquanto recente, come quella che è del tempo di Tiberio (e noi anche lo ammettiamo) - su gli antichissimi documenti dei Giudei si appoggia, forse la sua condizione potrebbe essere messa in discussione con questo pretesto, che essa sotto l'ombra, per così dire, di una religione quant'altra mai insigne, certamente permessa, una parte di credenze sue proprie nasconde: 2. o perché, a parte l'età, né sul conto delle astinenze dal mangiare, né dei giorni solenni, né dello stesso contrassegno del corpo, né della comunanza del nome abbiamo nulla che fare con i Giudei, mentre tutto codesto dovrebbe in verità essere comune, se al servizio del medesimo Dio fossimo. 3. Oltre a ciò il volgo ormai conosce Cristo come un uomo, quale i Giudei lo giudicarono; onde più facilmente qualcuno di un uomo adoratori ritenerci potrebbe. Sennonché né arrossiamo di Cristo, quando, invece, essere accusati e condannati nel suo nome ci torna gradito; né sul conto di Dio avere un'opinione differente da quella dei Giudei pretendiamo. è necessario dunque che poche parole io dica di Cristo, come Dio. 4. Sotto ogni rispetto i Giudei grazia godevano presso Dio, tra i quali una insigne giustizia perdurava e la fede dei primi fondatori: onde tra essi la grandezza della razza fiorì e la potenza del regno e tanto felice condizione, da essere preammoniti dalle voci di Dio, dalle quali erano istruiti circa i mezzi per meritarsi il favore di Dio e per non offenderlo. 5. Ma in quante colpe essi siano caduti, dalla fiducia nei loro padri gonfiati a sviarsi, in modo empio dalla legge allontanandosi, anche se essi nol confessassero, la riuscita loro odierna lo proverebbe. Dispersi, errabondi, dal suolo e dal cielo loro banditi, errando vanno per il mondo, senza un uomo, senza Dio per loro capo; nemmeno a titolo di stranieri ad essi salutare è permesso, sia pure per un istante, la patria terra. 6. Mentre a loro codeste sventure le sante voci preannunciavano, del pari tutte sempre aggiungevano che verso l'estremo scorcio dell'età Dio da ogni gente e popolo e luogo ormai degli adoratori si sceglierebbe molto più fedeli, nei quali la sua grazia trasferirebbe in misura in vero più abbondante, per la loro capacità di accogliere una legge più completa. 7. Venne dunque Colui che era da Dio preannunciato che venuto sarebbe a rinnovare e illustrare quella legge, quel Cristo, figlio di Dio. Dunque l'arbitro di questa grazia e maestro di questa legge, illuminatore e guida del genere umano, come figlio di Dio era annunziato; in verità non così generato, da dover arrossire del nome di figlio o del seme del padre. 8. Non sopportò quale padre, tale divenutogli in seguito a un incesto compiuto su la sorella o la fornicazione con la figlia o con una moglie altrui, un dio squamoso o cornuto o pennuto o, come l'amante di Danae, mutato in oro. Codeste sono prodezze del vostro Giove. 9. Invece il Figlio di Dio non ha nessuna madre in seguito a un atto impudico: anche quella che vediamo ch'Egli ha, non era sposata. Ma prima ne esporrò la natura, e così la qualità si comprenderà del suo nascere. 10. Già ho esposto come Dio questo mondo universo con la parola, la ragione, la potenza sua creò. Anche presso i vostri Sapienti consta che il "L¢gos", vale a dire la parola e la ragione, quale artefice appare dell'universo. Questo infatti Zenone stabilisce essere il creatore, che ogni cosa formò e dispose; e che esso si chiama anche fato e dio e anima di Giove e necessità di tutte le cose. Questo concetto Cleante raccoglie nell'idea di spirito, che afferma permeare l'universo. 11. Noi pure alla parola e ragione e del pari virtù, per cui abbiamo detto avere Dio creato ogni cosa, attribuiamo una sostanza spirituale propria, in cui è la parola quando pronunzia, cui assiste la ragione, quando dispone, guida la virtù, quando attua. Questa parola abbiamo compreso essere stata da Dio proferita e, nel proferirla, generata; e perciò Figlio di Dio e Dio essere stata chiamata per l'unità della sostanza. Ché anche Dio è spirito. 12. Or quando il raggio viene emesso dal sole, è parte di un tutto; ma nel raggio ci sarà il sole, ché al sole appartiene il raggio, né la sostanza subisce una separazione, ma si estende. Così da spirito spirito e da Dio Dio, come lume acceso da lume. Integra rimane e senza perdite la materia matrice, sebbene più di una propaggine qualitativa tu di li tragga. 13 Così ciò che è partito da Dio è Dio e Figlio di Dio e un Dio unico entrambi: secondo nell'ordine, costituì numero per grado, non per condizione, e dalla matrice non si distaccò, ma emanò. 14. Orbene questo raggio di Dio, come per l'addietro era sempre preannunziato, in una vergine disceso e presa nel suo grembo forma di carne, nasce uomo unito a Dio. La carne, plasmata di spirito, si nutre, cresce, parla, ammaestra, opera: è Cristo. Accettate per ora questa leggenda (è simile alle vostre), mentre vi dimostro come Cristo si provi; e chi siano coloro che tra voi hanno in precedenza leggende del genere, ostili a questa, somministrato, per distrugger di questa la verità. 15. Anche i Giudei sapevano che sarebbe nato Cristo, come quelli ai quali parlavano i profeti. E invero anche ora la sua venuta aspettano; né v'è altro contrasto fra noi e loro più grande di questo, che essi non credono che Egli sia già venuto. Infatti essendo state annunziate due sue venute, una, che già s'è verificata nell'umiltà della condizione umana, l'altra, che alla chiusura del mondo sovrasta, nella sublimità della divinità manifestantesi, non comprendendo la prima, attendono la seconda, che, più chiaramente predetta, hanno creduto unica. 16. Che non comprendessero la prima (vi avrebbero creduto, se l'avessero compresa, e la salvezza avrebbero conseguito, se vi avessero creduto) fu delle loro colpe conseguenza. Essi leggono scritto codesto: che essi sono stati puniti nel senno, nell'intelligenza, nel bene degli occhi e delle orecchie. 17. Colui, pertanto, che essi unicamente uomo, per la sua umiltà, avevano presunto, ne segui che essi lo stimassero un mago per la sua potenza: ché egli con la parola i demoni cacciava dagli uomini, la vista ai ciechi riaccendeva, i lebbrosi purificava, i paralitici rinvigoriva, in fine con la sola parola i morti alla vita restituiva, gli elementi stessi a servirlo costringeva, le procelle arrestando, camminando sul mare, di essere dimostrando quel Verbo primordiale di Dio, primogenito, da potenza e ragione accompagnato e dallo Spirito sorretto, quello stesso che con la parola tutto creava e aveva creato. 18. In presenza della sua dottrina, da cui venivano soprafatti, i maestri e i maggiorenti dei Giudei si esasperavano al punto (tanto più che un'immensa moltitudine piegava a lui), che alla fine davanti a Ponzio Pilato lo trassero, il quale allora la Siria per parte dei Romani governava; e con la violenza dei loro consensi gli estorsero che fosse loro consegnato per essere crocifisso. Lo aveva predetto egli pure che così avrebbero fatto: questo sarebbe poco, se predetto non lo avessero precedentemente anche i profeti. 19. E tuttavia, confitto in croce, molti prodigi, propri di quella morte, manifestò. Ché lo spirito emise da sé con la parola, l'ufficio prevenendo del carnefice. Nello stesso istante il giorno, mentre il sole a mezzo il suo giro segnava, fu sottratto. è vero, la stimarono un'eclisse coloro che non seppero che codesto, anche, sul conto di Cristo era stato predetto. Con tutto ciò quell'avvenimento mondiale registrato lo trovate nei vostri archivi. 20. Allora i Giudei, calatolo e ripostolo in un sepolcro, di una forte guardia di soldati anche lo circondarono, diligentemente custodendolo: affinché, avendo egli predetto che da morte il terzo giorno sarebbe risorto, i discepoli, furtivamente il cadavere sottraendo, non deludessero i loro sospetti. 21. Ma ecco il terzo giorno improvvisamente la terra si scuote, la pietra pesante, che il sepolcro chiudeva, viene rovesciata, la guardia per lo spavento si disperde; e senza che nessun discepolo si mostrasse, nient'altro fu entro il sepolcro trovato che le spoglie di un sepolto. 22. Con tutto ciò i maggiorenti, cui a cuore stava divulgare la presenza di un delitto, e il popolo, loro tributario e soggetto, distogliere dal credere, la voce sparsero che era stato dai suoi discepoli sottratto. E invero nemmeno egli uscì tra la moltitudine, affinché gli empi non si liberassero dall'errore, e perché la fede, a un non piccolo premio destinata, costasse difficoltà. 23. Ma con alcuni discepoli visse in Galilea, regione della Giudea, circa quaranta giorni, loro insegnando quello che insegnare avrebbero essi dovuto. Quindi, dopo averli delegati all'ufficio di predicare per il mondo, da una nube circonfuso, fu accolto in cielo, molto più veracemente di quanto tra voi i Proculi di Romolo affermare sogliono. 24. Tutti questi avvenimenti riguardanti Cristo, Pilato, egli pure dentro di sè cristiano, al Cesare di allora, Tiberio, annunziò. Ma anche i Cesari avrebbero in Cristo creduto, se o i Cesari non fossero necessari al mondo, o i Cesari essere anche cristiani avessero potuto. 25. Inoltre i discepoli, sparsisi per il mondo, in conformità del comando del maestro Dio, obbedirono; e dopo aver molto sofferto essi pure per parte dei Giudei, che li perseguitavano, da ultimo, a causa della crudeltà di Nerone, per la fede nella Verità ben volentieri in Roma sangue cristiano seminarono. 26. Ma vi mostrerò dei testimoni degni di Cristo proprio in coloro, che voi adorate. Gran cosa è se, per farvi credere ai Cristiani, mi valgo di quelli, per opera dei quali ai Cristiani non credete. Per ora questa è la cronologia della nostra instituzione, questa della setta l'origine e del nome, che insieme col suo autore vi ho dichiarato. 27. Nessuno più ci diffami, nessuno ad altra cosa pensi, chè a nessuno mentire è lecito sul conto della propria religione. E invero col fatto che egli dice di adorare altro da quello che adora, rinnega quello che adora; e l'adorazione e il culto trasferisce in altro, e, in altro trasferendolo, non adora più quello che ha rinnegato. 28. Lo diciamo e apertamente lo diciamo; e dilaniati e insanguinati a voi che ci torturate lo gridiamo: 'adoriamo Dio per mezzo di Cristo'. - Ritenetelo pure un uomo: per mezzo di Lui e in Lui Dio essere conosciuto e adorato vuole. 29. Per rispondere ai Giudei, affermo che essi pure ad adorare il Signore per mezzo di un uomo appresero, Mosè; per fronteggiare i Greci, dico che Orfeo nella Piena, Museo in Atene, Melampo in Argo, Trofonio in Beozia gli uomini obligarono per mezzo di iniziazioni; per guardare anche a voi, dominatori dei popoli, fu un uomo, Numa Pompilio, che i Romani gravò di penosissime superstizioni. 30. Può essere stato lecito anche a Cristo inventare una divinità, come sua proprietà: non per disporre a umanità uomini zotici e ancora barbari, sbalordendoli con una moltitudine di tanti dei da doversi propiziare, come fece Numa; ma per illuminare con essa divinità e condurre alla conoscenza della verità uomini ormai civilizzati e dalla stessa loro civiltà ingannati. Cercate, dunque, se codesta divinità di Cristo è vera. 31. Se è tale che uno, conosciutala, si rinnova alla pratica del bene, ne segue che si palesi e dichiari con ogni ragione falsa, anzi tutto, quella che, nascondendosi sotto nomi e immagini di morti, per via di certi segni e miracoli e oracoli la credenza produce nella sua divinità.

CAPO 22

Origine, natura e attività dei demoni.

1. Appunto noi affermiamo esistere certe sostanze spirituali. Il nome non n'è nuovo: i filosofi conoscono i demoni, chè Socrate stesso in attesa stava della volontà di un demone. Come no? dal momento che si dice che anche a lui un demone fin dalla fanciullezza si fosse messo ai fianchi, per dissuaderlo, è chiaro, dal bene. 2. Tutti i poeti sanno che i demoni esistono; anche il volgo indotto entrare li fa sovente nell'uso delle maledizioni. E invero anche il nome di Satana, principe di questa mala genia, con la voce stessa pronuncia dell'esecrazione, come per una consapevolezza propria dell'anima. Quanto anche agli angeli, nemmeno Platone ne negò l'esistenza. L'uno e l'altro nome perfino i Maghi sono lì ad attestarlo. 3. Ma come da certi angeli, per loro volontà corrotti, la gente più corrotta dei demoni sia derivata, da Dio condannata insieme con gli autori della loro razza e con quel loro principe che ho nominato, per ordine si conosce nella Scrittura santa. 4. Per ora parlare basterà intorno alla loro attività. L'attività loro è dell'uomo il pervertimento: così di quegli spiriti la perversità fin dai primordi s'iniziò, a rovina dell'uomo. Pertanto ai corpi malattie invero arrecano e casi dolorosi; all'anima, invece, turbamenti repentini e straordinari, violentandola. Li soccorre, per arrivare all'una e all'altra sostanza dell'uomo, la loro sottigliezza e tenuità. 5. Molto lice a delle forze spirituali, talché, invisibili e impercettibili, piuttosto nei loro effetti si rivelano, che nei loro atti: qualora i frutti o le biade non so quale vizio dell'aria occulto distrugga in fiore o uccida in germe o ferisca nel loro sbocciare; e qualora un'aria viziata in maniera inesplicabile dei suoi soffi pestilenziali li investa. 6. Orbene con la medesima forma occulta di contagio, dei demoni-angeli l'inspirazione anche le corruttele produce della mente, con furori e follie sconce o libidini crudeli accompagnate da errori vari, dei quali il principale è questo, con cui alle menti ingannate e soprafatte degli uomini il culto raccomanda di codesti vostri dei, per procurare a sè il pasto loro proprio, vale a dire il profumo delle vittime e il sangue offerti ai simulacri e alle immagini. 7. E quale pasto più squisito v'è per essi, che la mente dell'uomo dal pensiero della vera divinità stornare con fallacie ingannatrici? Come codeste appunto riescano a compiere, esporrò. 8. Ogni spirito è alato: codesta qualità possiedono gli angeli-demoni. Perciò in un istante sono da per tutto. Tutto il mondo è per essi un luogo solo: quanto e dove si compia, con la stessa facilità sanno, con cui lo annunziano. Questa velocità loro si ritiene divina, perché se ne ignora la natura. Così talora anche apparire vogliono autori di quanto annunziano. 9. E indubbiamente autori sono di mali, talora: di beni, però, mai. Anche le disposizioni di Dio colsero un tempo, quando i profeti le rivelarono al pubblico, e colgono ora, quando si leggono ad alta voce. Così di qui certi pronostici desumendo del tempo futuro, di emulare tentano la divinità, mentre rubano la divinazione. 10. Con quale abilità, poi, negli oracoli le ambiguità adattino agli eventi, lo sanno i Cresi, lo sanno i Pirri. Del resto che si stava cuocendo una testuggine con carne di agnello, il Pitio lo annunziò nel modo sopra detto: in un attimo era stato in Lidia. Hanno anche mezzo di conoscere le condizioni del cielo, per via del loro abitare nell'aria, del trovarsi in vicinanza degli astri e in contatto con le nubi, così da promettere piogge, di cui già hanno sentore. 11. è vero, benefici anche sono nei riguardi delle cure delle malattie. Infatti in un primo tempo danneggiano, poi, per ottenere il miracolo, rimedi strani o contrari prescrivono: dopo di che di danneggiare cessano e che abbiano guarito si crede. 12. Che dire, dunque, delle altre ingegnosità o anche capacità di questi spiriti fallaci? dei fantasmi dei Castori, dell'acqua recata entro uno staccio e della nave fatta avanzare con un cinto e della barba fatta rossa col contatto, affinché delle pietre fossero credute numi e il Dio vero non fosse cercato?

CAPO 23

Demoni sono gli dei adorati dai Pagani, come confessano quegli stessi dei, quando vi sono costretti dallo scongiuro dei Cristiani

1. Inoltre, se anche i Maghi creano dei fantasmi e le anime dei defunti perfino disonorano, se bimbi trucidano, per trarre la rivelazione di un responso, se con fallacie ingannatrici molti miracoli si divertono a operare, se anche sogni inspirano, in loro assistenza avendo il Potere degli angeli-demoni, una volta per tutte invitati, per opera dei quali capre e mense hanno per costume di divinare: quanto più quel potere per proprio conto e per proprio interesse non dovrebbe con tutte le forze studiarsi di operare quello che al servizio mette di un interesse altrui! 2. Oppure, se gli angeli-demoni quello stesso operano che anche i vostri dei, dov'è in tal caso la superiorità della divinità, che certamente credere si deve essere superiore ad ogni potere? Non sarà dunque più conveniente presumere essere essi, i demoni, che si fanno dei, quando le medesime cose operano che li fanno passare per dei, piuttosto che ritenere che gli dei pari siano agli angeli-demoni? 3. Si fa distinzione e differenza, penso, fra i luoghi, di modo che nei templi ritenete dei quelli, che altrove dei non chiamate; talché diversamente sembri fare il pazzo uno che le sacre torri trasvola, e diversamente quello che i tetti dei vicini attraversa; e che un'altra potenza si riveli in colui che i genitali o le braccia, e in colui che la gola si sega. Pari le conseguenze della pazzia furiosa, uno è il genere dell'instigazione. 4. Ma basta con le parole. D'ora in avanti dimostrazione proprio di fatti, con cui vi proverò essere la stessa la qualità di entrambi i nomi. Si mostri qui, proprio davanti ai vostri tribunali, uno che sotto l'azione di un demone essere risulti: all'imposizione di parlare, fattagli da un cristiano qualsivoglia, quello spirito veracemente confesserà di essere un demone, come altrove falsamente confessò di essere un dio. 5. Ugualmente si conduca innanzi uno di quelli che sono ritenuti subire l'influenza di un dio, di coloro che, sopra le are alitando, la divinità aspirano dal profumo, coloro, che a furia di rutti guariscono, che ansimando profetizzano. 6. Codesta stessa vergine Celeste, di pioggia promettitrice, codesto stesso Esculapio, di rimedii rivelatore, somministratore della vita a un Socordio, a un Tenatio, a un Asclepiodoto, destinati a morire l'indomani: se di essere demoni non confesseranno, a un cristiano mentire non osando, lì stesso il sangue di quel cristiano sfrontatissimo versate. 7. Che di più chiaro di un tale procedimento? Che di più fedele di una tale prova? La verità semplice è nel mezzo, la sua virtù l'assiste: non sarà permesso aver sospetti. Direte che codesto per virtù di magia avviene o per un imbroglio del genere, se i vostri occhi o le vostre orecchie ve lo permetteranno. 8. Ma che si può obiettare contro ciò che nella nuda sincerità si mostra? Se, d'altra parte, sono veramente dei, perché di essere demoni, mentendo, dicono? Forse per fare piacere a noi? Allora senz'altro la vostra divinità ai Cristiani è soggetta. Ma non è da stimarsi divinità quella che a un uomo è soggetta e, ciò che torna a disdoro, a un suo nemico. 9. Se, d'altra parte, sono vuoi demoni, vuoi angeli, perché altrove di agire in qualità di dei rispondono? E invero, come quelli che sono ritenuti dei chiamarsi demoni non avrebbero voluto, se veramente fossero dei - è chiaro, per non rimetterci della loro maestà -, così anche questi, che positivamente conoscete essere demoni, altrove agire in qualità di dei non oserebbero, se effettivamente degli dei esistessero, dei cui nomi abusano: avrebbero, infatti, timore di abusare della maestà di esseri a loro senza dubbio superiori, e tali da doversi paventare. 10. Così non esiste affatto codesta divinità, che ritenete esistere; perché, se esistesse, né i demoni confesserebbero di simularla, né gli dei la rinnegherebbero. Poiché dunque l'una e l'altra parte in una confessione si accordano, l'esistenza negando degli dei, riconoscete che esiste un'unica genia, quella dei demoni, dall'una parte e dall'altra realmente. 11. Ora cercate degli dei: ché quelli che tali avevate presunti, conoscete essere demoni. Ugualmente per opera mia, per bocca dei medesimi dei vostri rivelanti, non solo non essere dei essi e nemmeno nessun altro, ma anche codesto contemporaneamente verrete a conoscere, chi sia veramente Dio, se quello e unico che i Cristiani confessano; e se creduto e adorato essere debba così, come la fede dispone e la disciplina dei Cristiani. 12. Diranno in pari tempo anche chi sia quel Cristo con la sua leggenda: se un uomo di condizione comune, se un mago, se dopo la morte dai discepoli sottratto al sepolcro; se ora finalmente si trovi tra gl'inferi, se non piuttosto in cielo, destinato a venire di là tra il sommovimento di tutto l'universo, tra l'orrore del mondo, tra il pianto universale, non però dei Cristiani; quale possanza di Dio e spirito di Dio e parola e sapienza e ragione e figlio di Dio. 13. Si provino a ridere anch'essi con voi di tutto quanto ridete voi; si provino a negare che Cristo ogni anima restituita dall'inizio dei tempi al corpo giudicherà; si provino a dire davanti a questo tribunale se per avventura codesto ufficio Minosse e Radamanto hanno sortito, secondo la concorde opinione di Platone e dei poeti. 14. Si provino almeno a respingere il marchio della loro vergognosa condanna; neghino di essere spiriti immondi, cosa che anche dalle loro pasture si sarebbe dovuta comprendere, dal sangue e dal fumo e dai puzzolenti roghi degli animali e dalle lingue impurissime degli stessi vati; neghino di essere stati per la loro malizia in precedenza condannati per il giorno medesimo del giudizio con tutti i loro adoratori e le loro operazioni. 15. Sennonché tutto codesto dominio e potestà nostra su di loro la sua forza trae dal pronunciare il nome di Cristo e dal ricordare quello che secondo il volere di Cristo loro da parte di Dio sovrasta e attende. Cristo temendo in Dio e Dio in Cristo, ai servi di Dio e di Cristo si assoggettano. 16. Così per il solo contatto e soffio nostro, dalla vista afferrati e dalla rappresentazione di quel fuoco, al nostro comando anche si allontanano dai corpi, di malavoglia e dolenti e vergognosi per la vostra presenza. Credete loro, quando sul proprio conto il vero parlano, voi che loro credete quando mentiscono. 17. Nessuno a proprio disdoro mentisce; sì bene, invece, per averne onore. Più manifesta è la credibilità in coloro che a proprio danno confessano, che in coloro che a proprio vantaggio negano. 18. In fine codeste testimonianze dei vostri dei sogliono creare dei Cristiani; il più spesso credendo ad essi, crediamo in Cristo Signore. Essi la fede accendono nelle nostre Scritture, essi la fiducia in quello che speriamo costruiscono. 19. Voi li onorate a quanto mi consta, anche col sangue dei Cristiani. Non vorrebbero, dunque, perdere voi tanto utili, tanto servizievoli verso di essi - non fosse altro, per non essere un giorno messi in fuga da voi divenuti Cristiani -, se ad essi, davanti a un Cristiano che vuole provare a voi la verità, mentire fosse lecito.

CAPO 24

Non dunque meritano i Cristiani di essere accusati di lesa religione per non adorare dei demoni. Inoltre è ingiusto negare ai Cristiani quella libertà religiosa, che è concessa a tutti i popoli.

1. Tutta codesta confessione di quei demoni, con cui di essere dei negano e con cui rispondono non esservi altro dio tranne quell'unico, cui noi serviamo, è sufficientemente idonea a respingere l'accusa di lesa religione, specialmente romana. E invero, se non esistono per certo dei, nemmeno esiste per certo una religione; se una religione non esiste, perché non esistono dei, per certo nemmeno noi, per certo, rei siamo di lesa religione. 2. Per contro, invece, su di voi la rampogna rimbalzerà, che, di culto la menzogna onorando, e la vera religione del vero Dio non solo trascurando, ma per di più impugnando, commettete contro la verità un delitto di vera irreligiosità. 3. Orbene, ammesso che risultasse essere quelli dei, non concederete, in base all'opinione comune, esservi un dio più alto e potente, come dire un dio principe dell'universo, di assoluta maestà? E invero così anche molti la divinità stabiliscono, da volere che l'impero e la dominazione somma presso uno solo si trovi, e i suoi uffici presso molti. Così Platone un Giove grande nel cielo descrive, da un esercito accompagnato di dei, e, in pari tempo, di demoni: 4. doversi perciò venerare del pari anche i suoi procuratori e prefetti e governatori. E tuttavia qual colpa commette chi l'opera sua, in cui spera, indirizza a guadagnarsi piuttosto il favore del Cesare, e l'appellativo di dio, come quello di imperatore, ad altri non attribuisce che a chi tiene il primo posto, giudicandosi delitto capitale altri, tranne Cesare, chiamare tale e obbedirgli come tale? 5. Uno onori Dio, un altro Giove; uno le mani supplici verso il cielo tenda, altri verso l'ara della Fede; uno, se credete, conti, pregando, le nuvole, un altro le travi del soffitto; uno al proprio Dio voti l'anima propria, altri quella di un caprone. 6. Badate, infatti, che non concorra anche questo al delitto di irreligiosità, togliere la libertà di religione e la scelta interdire della divinità, così che non mi sia permesso onorare chi voglio, ma sia costretto a onorare chi non voglio. Nessuno vorrà essere onorato da chi non vuole farlo, nemmeno un uomo. 7. E per vero agli Egiziani è data la facoltà di praticare una così vana superstizione, col divinizzare uccelli e bestie e condannare nel capo chi qualcuno di questi dei abbia ucciso. Inoltre ogni provincia e città ha un suo dio, come la Siria Astarte, l'Arabia Dusare, il Norico Beleno, l'Africa Celeste, la Mauritania i suoi principi. 8. Ho nominato, credo, province romane, né tuttavia sono romani i loro dei; ché non sono in Roma onorati più che non siano quelli, che anche attraverso l'Italia stessa hanno il loro riconoscimento per un culto municipale: Deluentino fra quei di Cassino, Visidiano fra quei di Narni, Ancaria fra quelli di Ascoli, Norzia fra quelli di Volsinio, Valenzia fra quelli di Ocricoli, Ostia fra quelli di Sutri, tra i Falisci Giunone, che in onore del padre Curis anche ne prese l'appellativo. 9. Invece a noi soli di professare è impedito una religione propria. Offendiamo i Romani e non siamo ritenuti Romani, noi che una divinità non propria dei Romani onoriamo. 10. Per fortuna che c'è un Dio di tutti, a cui tutti, si voglia o non si voglia, apparteniamo. Ma tra voi onorare di culto è lecito qualunque cosa, tranne il Dio vero: quasi che questo non sia piuttosto il Dio di tutti, a cui tutti apparteniamo.

CAPO 25

Non all'opera degli dei è debitrice Roma della sua grandezza, ché l'origine di quelli è posteriore alla origine di Roma. La quale, inoltre, distrusse le città, dove vigeva il culto di quelli.

1. Ma abbastanza prove della falsa e della vera divinità sembrami avere addotto, dimostrando come le prove non solo su ragionamenti si fondino, né solo su argomenti, ma anche su testimonianze di quelli stessi, che ritenete dei; talché di ritornare non c'è bisogno più sopra questa questione. 2. Ma poiché interviene la menzione particolarmente della gente romana, non tralascerò la discussione provocata dalla presunzione di coloro, che affermano i Romani per merito della loro religiosità diligentissima essere tanto in alto saliti, da occupare il mondo; ed essere tanto vero che gli dei esistono, che più degli altri prosperano coloro, che più degli altri sono verso di essi riguardosi. 3. Già: codesta ricompensa è stata alla gente romana per gratitudine pagata dagli dei romani! è stato Sterculo e Mutuno e Larentina ad estendere l'Impero! Ché non vorrei credere che degli dei forestieri abbiano voluto che codesto a una gente straniera capitasse, piuttosto che alla propria; e che il patrio suolo, in cui sono nati, cresciuti, nobilitati e sepolti abbiano ceduto a gente d'oltremare. 4. Se la veda Cibele, se alla città romana si è affezionata, in ricordo della gente troiana, da essa protetta contro le armi degli Achei, in quanto, si capisce, del suo paese: voglio dire, se provvide a passare dalla parte dei vendicatori, cui sapeva che avrebbero la Grecia soggiogato, debellatrice della Frigia. 5. Essa, dunque, trasportata nell'urbe, una grande prova della sua maestà anche ai nostri giorni rivelò: quando, essendo stato Marco Aurelio strappato allo Stato a Sirmio il 17 marzo, quell'archigallo veneratissimo il 24 dello stesso mese, in cui di sangue impuro faceva libagioni, incidendosi anche le braccia, i soliti ordini di pregare ugualmente diede per la salute dell'imperatore Marco, già morto. 6. O messi tardi, o dispacci sonnolenti, per cui colpa Cibele la morte dell'imperatore prima non conobbe, per impedire che i Cristiani di una tale dea ridessero! 7. Ma nemmeno Giove avrebbe dovuto senz'altro permettere che la sua Creta dei fasci romani il colpo subisse, dimenticando quell'antro dell'Ida e i bronzi dei Coribanti e quel dolcissimo odore colà della sua nutrice! Non avrebbe egli dovuto preferire quel suo sepolcro a tutto il Campidoglio, affinché sul mondo quella terra piuttosto dominasse, che le ceneri coperse di Giove? 8. Avrebbe mai potuto Giunone volere che distrutta fosse la città punica, da lei amata e preposta a Samo, proprio dal popolo degli Eneadi?. Che io sappia, " Là erano le sue armi. Là il suo cocchio: che qui l'impero fosse sopra le genti, Se i fati lo permettessero, già fin d'allora essa tendeva e si sforzava ". Quella povera sposa e sorella di Giove forza non ebbe contro i destini. è vero: Giove stesso sottostà al fato. - 9. Ma tuttavia i Romani non attribuirono ai fati, che loro consegnarono Cartagine contro la decisione e i desideri di Giunone, tanto onore, quanto a quella prostitutissima meretrice di Larentina. 10. è sicuro che parecchi dei vostri dei furono re. Orbene, se il potere possiedono di conferire un regno, quando regnarono essi, da chi quel beneficio ricevettero? Chi Saturno e Giove avevano venerato? Uno Sterculo, penso. Sennonché questa divinità, insieme con le relative formule di preghiere, venne in Roma più tardi. 11. Ma anche se alcuni non furono re, tuttavia erano sotto il regno di altri non ancora loro adoratori, dapoiché non ancora dei erano essi ritenuti. Dunque ad altri si appartiene concedere il regno, giacché molto prima si regnava che di questi dei si scolpissero le immagini. 12. Ma quanto vano non è mai la grandezza della gente romana attribuire al merito della religiosità, dal momento che dopo la costituzione dell'impero - o meglio tuttora del regno - si sviluppò la religione! Infatti, sebbene da Numa la mania delle pratiche superstiziose sia stata concepita, tuttavia il culto tra i Romani non ancora di simulacri o di templi risultava. 13. Religione frugale e riti poveri e nessun Campidoglio dagli edifici in gara di toccare il cielo; ma altari casuali, fatti di zolle, e vasi ancora di Samo e un fumo sottile: in nessun luogo la persona stessa del dio. Non ancora infatti a quel tempo ingegni di Grecia e di Toscana avevano l'urbe inondata con la fabrica di loro simulacri. Perciò i Romani non furono religiosi prima che grandi; perciò non per questo grandi, perché religiosi. 14. Anzi come mai grandi per la loro religiosità essi, cui per la loro irreligiosità derivò la grandezza? Se non m'inganno, infatti, ogni regno o impero con le guerre si conquista e con le vittorie si estende. D'altra parte guerre e vittorie di città prese e abbattute per lo più risultano. Codesta faccenda senza offesa degli dei non torna: le stesse le distruzioni di mura e di templi, pari di cittadini e di sacerdoti le stragi, e non dissimili delle ricchezze sacre e profane le rapine. 15. Pertanto tanti i sacrilegi dei Romani, quanti i trofei; tanti i trionfi sopra gli dei, quanti sopra i popoli; tante le prede, quanti i simulacri, che tuttora rimangono, degli dei tratti in prigionia. 16. Orbene, tollerano di essere dai loro nemici adorati, anzi un impero senza termine concedono a coloro, di cui le offese, più che le adulazioni, avrebbero dovuto rimunerare? Vero è che esseri, i quali nulla sentono, altrettanto impunemente offendere si lasciano, quanto inutilmente adorare. 17. Certo non si può convenientemente prestar fede che appaiano essere per merito di loro religiosità cresciuti coloro, che, come abbiamo esposto, offendendo la religione crebbero o crescendo la offesero. Anche quei popoli, i cui regni nel complesso dell'impero romano confluirono, quando questi regni perdettero, senza instituzioni religiose non erano.

CAPO 26

Chi i regni dispensa è Dio, che fu prima di tutti i tempi e alla cui volontd tutto è sottoposto.

1. Vedete dunque se i regni non dispensi Colui, a cui si appartiene anche il mondo, sul quale regna, e l'uomo stesso, che regna; se non abbia nei tempi le successioni delle dominazioni ordinato nel mondo Colui, che prima di ogni tempo fu, e il mondo, quale corpo fatto di tempi, creò; se non sia Colui, che le città inalza o deprime, sotto il quale si trovò un tempo, senza città, il genere umano. 2. Perché vivete nell'errore? La Roma delle selve prima viene di alcuni suoi dei; prima regnò che costruisse tanta ampiezza di Campidoglio. Avevano i Babilonesi regnato prima che ci fossero i pontefici, e i Medi prima che ci fossero i quindecemviri; e gli Egiziani, prima che ci fossero i Salii, e gli Assiri, prima che ci fossero i Luperci, e le Amazoni, prima che ci fossero le vergini Vestali. 3. In fine, se sono le religioni romane che dànno i regni, mai per l'addietro non avrebbe regnato la Giudea, di codeste divinità comuni sprezzatrice; la Giudea, il cui Dio, anche, di vittime e il tempio di doni e il popolo di patti voi Romani avete per qualche tempo onorato: su la quale mai dominato non avreste, se, da ultimo, colpevole davanti a Dio resa non si fosse, mettendosi contro Cristo.

CAPO 27

I Cristiani potrebbero fingere di prestarsi ai riti pagani. Non lo fanno perché non vogliono rinnegare nemmeno apparentemente la loro fede; e sacrificandosi per essa riportano sul potere demoniaco la vittoria più splendida.

1. Ma basti codesto contro l'accusa intentataci di lesa divinità, per difenderci dalla parvenza di offendere una divinità, che abbiamo dimostrato non esistere. Perciò invitati a sacrificare, ci rifiutiamo per serbar fede alla nostra coscienza, in base alla quale con sicurezza sappiamo a chi codesti servizi arrivino sotto le immagini esposte e sotto nomi di uomini deificati. 2. Ma alcuni reputano pazzia il fatto che, potendo per il momento sacrificare e andarcene illesi, il nostro proposito nell'animo conservando, l'ostinazione preferiamo alla salvezza. 3. Voi, è chiaro, un consiglio ci date, con cui illudervi; ma noi conosciamo onde codesti inviti provengano, chi tutto codesto diriga: e come, ora con l'astuzia del persuadere, ora con la durezza dell'incrudelire, lavori per abbattere la nostra costanza. 4. è chiaro: è quello spirito di costituzione demoniaca e, a un tempo, angelica, che, divenuto nostro nemico per la sua rivolta, e invidioso per la grazia di Dio a noi concessa, contro di noi lotta servendosi delle vostre menti, con occulta inspirazione regolandole e subornandole ad ogni perversità di giudizio e iniquità di sevizie, come da principio abbiamo premesso. 5. E invero, sebbene sia a noi sottoposta totalmente la potenza dei demoni, voglio dire di tali spiriti, tuttavia, come servi tristi, talvolta alla paura mescono la ribellione e di offendere bramano quelli, che in altri momenti temono. Ché anche la paura inspira l'odio. 6. Senza dire che la loro condizione disperata, in seguito alla condanna in precedenza pronunciata, considera un conforto quello di trarre frattanto un profitto maligno dall'indugio del castigo. E tuttavia, messi alle strette, soggiogare si lasciano e soggiacciono alla loro condizione: e quelli, che da lontano combattono, da vicino supplicano. 7. Pertanto, quando a mo' di quello che negli ergastoli ribellantisi avviene o nelle carceri o nelle miniere o in stati di schiavitù penale del genere, irrompono contro di noi, in cui potere si trovano, pur sicuri di essere impari e perciò maggiormente disperati, di mala voglia resistiamo loro come uguali, e per forza lottiamo persistendo in quello che essi attaccano; ma di essi mai maggiormente trionfiamo, come quando per la nostra fermezza nella fede veniamo condannati.

CAPO 28

Il culto prestato per costrizione, quale si esige dai Cristiani, è un non senso.

1. Ma poiché sembrerebbe facilmente ingiusto che uomini liberi venissero costretti a sacrificare contro lor voglia - ché anche in altri casi si prescrive un animo volonteroso per compiere un rito divino: certo sarebbe ritenuto sciocco, se uno costringesse un altro a onorare quegli dei, che il dovere avrebbe di placare spontaneamente nel proprio interesse; se non vuole, com'è naturale, sentirsi dire in nome della libertà: 'Non voglio che Giove mi sia propizio; tu chi sei? Giano mi si rivolga, adirato, con la faccia che vuole: che hai tu da fare con me?' -, è certo che per influsso dei medesimi spiriti voi siete indotti a costringerci a sacrificare per la salute dell'imperatore; ed è stata a voi imposta la necessità di costringerci, come a noi l'obligo di affrontare la prova. 2. Eccoci dunque alla seconda imputazione arrivati, quella di offendere una maestà più augusta, dacché con maggiore paura e più astuto timore rispettosi vi mostrate verso Cesare, che verso Giove stesso dell'Olimpo. E giustamente, se siete in grado di capire. Chi, infatti, qualsiasi fra i vivi, non è a un morto preferibile? 3. Ma voi nemmeno questo in seguito a un ragionamento fate: sì, piuttosto, per un riguardo a un potere di efficacia immediata. Così anche in questo vi fate cogliere irreligiosi verso i vostri dei, dal momento che un timore maggiore a un padrone umano dedicate. In somma tra voi più facilmente per tutti quanti gli dei si spergiura, che per il solo Genio di Cesare.

CAPO 19

Gli dei non sono in grado di proteggere l'imperatore. Sono essi, invece, e il loro culto alle dipendenze dell'imperatore.

1. Risulti, dunque, prima, se questi dei, cui si fa sacrificio, di largire siano in grado la salute all'imperatore o a qualsiasi uomo; e poi sotto accusa metteteci di lesa maestà; se vuoi angeli, vuoi demoni, sostanze spirituali pessime, un qualche beneficio operano; se degli esseri perduti conservano, se degli esseri dannati liberano, se, in fine, per quanto siete consci, dei morti proteggono dei vivi. 2. E invero non v'è dubbio che le loro statue e immagini e templi anzi tutto gli dei proteggerebbero, la cui incolumità, penso, garantiscono invece i soldati di Cesare con le loro guardie. Se non erro, poi, quegli stessi materiali dalle miniere di Cesare provengono, e i templi per volontà di Cesare interamente sussistono. 3. In fine molti dei Cesare adirato ebbero: fa al mio proposito anche se l'hanno favorevole, quando usa ad essi qualche liberalità o privilegio. Così coloro che in potere sono di Cesare, al quale anche interamente appartengono, come avranno la salute di Cesare in loro potere, così da apparire di poterla garantire, mentre, invece, essi più facilmente da Cesare la ottengono? 4. Per questo, dunque, noi verso la maestà degl'imperatori colpevoli ci rendiamo, perché non li mettiamo al di sotto delle cose loro, perché non ci prendiamo gioco dell'obligo di pensare alla loro salute, che non crediamo si trovi in mani saldate col piombo?. 5. Voi, invece, irreligiosi siete, che quella salute cercate dove non è, domandate a chi darla non la può, da parte lasciando Colui, in cui potere quella si trova: e per di più coloro perseguitate, che la sanno domandare, che in grado sono anche d'impetrarla, mentre sanno domandarla.

CAPO 30

I Cristiani soli pregano davvero per la salute dell'imperatore, in quanto lo collocano al di sotto di Dio, e Dio pregano nel modo come va pregato.

1. Noi, infatti, per la salute degli imperatori il Dio eterno invochiamo, il Dio vero, il Dio vivo che anche gli imperatori stessi a sè propizio preferiscono piuttosto che tutti gli altri dei. Sanno essi chi l'impero ha dato loro; sanno, in quanto uomini, chi loro ha dato anche la vita; sentono che esso è il solo Dio, nella cui potestà, soltanto, essi si trovano, a partire dal quale sono essi secondi, dopo il quale primi: davanti a tutti e sopra tutti gli dei. E come no? dal momento che sono sopra tutti gli uomini, i quali in verità vivono e sono sopra i morti. 2. Ripensano fino a che punto le forze valgano del loro impero, e così comprendono Dio; per opera di Colui conoscono essi di valere, contro il quale valere essi non possono. O in somma, si provi l'imperatore a debellare il cielo, a condurre nel suo trionfo prigioniero il cielo, a mandare sue guardie al cielo, a imporre tributi al ci