SENECA: De brevitate
vitae
A cura di
I. La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la
cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di
tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così
velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri
nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come
credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d’animo
suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa
esclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l’arte lunga; di
qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell’esigente Aristotele con la
natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli
animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un
tempo tanto più breve all’uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non
disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga
abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi
imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello
spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti
alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci
siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma
l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e
regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate
in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si
incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa
bene gestirla. II. Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Essa si è
comportata in maniera benevola: la vita è lunga, se sai farne uso. C’è chi è
preso da insaziabile avidità, chi dalle vuote occupazioni di una frenetica
attività; uno è fradicio di vino, un altro languisce nell’inerzia; uno è
stressato da un’ambizione sempre dipendente dai giudizi altrui, un altro è
sballottato per tutte le terre da un’avventata bramosia del commercio, per tutti
i mari dal miraggio del guadagno; alcuni tortura la smania della guerra,
vogliosi di creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; vi sono altri
che logora l’ingrato servilismo dei potenti in una volontaria schiavitù; molti
sono prigionieri della brama dell’altrui bellezza o della cura della propria; la
maggior parte, che non ha riferimenti stabili, viene sospinta a mutar parere da
una leggerezza volubile ed instabile e scontenta di sé; a certuni non piace
nulla a cui drizzar la rotta, ma vengono sorpresi dal destino intorpiditi e
neghittosi, sicché non ho alcun dubbio che sia vero ciò che vien detto, sotto
forma di oracolo, nel più grande dei poeti: "Piccola è la porzione di vita che
viviamo". Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono
ed assediano da ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi a
discernere il vero, ma li schiacciano immersi ed inchiodati al piacere. Giammai
ad essi è permesso rifugiarsi in se stessi; se talora gli tocca per caso un
attimo di tregua, come in alto mare, dove anche dopo il vento vi è
perturbazione, ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. Pensi che io
parli di costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli, alla cui buona sorte
si accorre: sono soffocati dai loro beni. Per quanti le ricchezze costituiscono
un fardello! A quanti fa sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione
del proprio ingegno! Quanti sono pallidi per i continui piaceri! A quanti non
lascia un attimo di respiro l’ossessionante calca dei clienti! Dunque, passa in
rassegna tutti costoro, dai più umili ai più potenti: questo cerca un avvocato,
questo è presente, quello cerca di esibire le prove, quello difende, quello è
giudice, nessuno rivendica per se stesso la propria libertà, ci si consuma l’uno
per l’altro. Infòrmati di costoro, i cui nomi si imparano, vedrai che essi si
riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello, quello di quell’altro;
nessuno appartiene a se stesso. Insomma è estremamente irragionevole lo sdegno
di taluni: si lamentano dell’alterigia dei potenti, perché questi non hanno il
tempo di venire incontro ai loro desideri. Osa lagnarsi della superbia altrui
chi non ha tempo per sé? Quello almeno, chiunque tu sia, benché con volto
arrogante ma qualche volta ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue
parole, ti ha accolto al suo fianco: tu non ti sei mai degnato di guardare
dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò di rinfacciare ad alcuno
questi servigi, poiché li hai fatti non perché desideravi stare con altri, ma
perché non potevi stare con te stesso. III. Per quanto siano concordi su questo
solo punto gli ingegni più illustri che mai rifulsero, mai abbastanza si
meraviglieranno di questo appannamento delle menti umane: non tollerano che i
propri campi vengano occupati da nessuno e, se sorge una pur minima disputa
sulla modalità dei confini, si precipitano alle pietre ed alle armi: permettono
che altri invadano la propria vita, anzi essi stessi vi fanno entrare i suoi
futuri padroni; non si trova nessuno che sia disposto a dividere il proprio
denaro: a quanti ciascuno distribuisce la propria vita! Sono avari nel tenere i
beni; appena si giunge alla perdita di tempo, diventano molto prodighi in
quell’unica cosa in cui l’avarizia è un pregio. E così piace citare uno dalla
folla degli anziani: "Vediamo che sei arrivato al termine della vita umana, hai
su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio della tua vita. Calcola quanto
da questo tempo hanno sottratto i creditori, quanto le donne, quanto i patroni,
quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei servi,
quanto le visite di dovere attraverso la città; aggiungi le malattie, che ci
siamo procurati con le nostre mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato:
vedrai che hai meno anni di quanti ne conti. Ritorna con la mente a quando sei
stato fermo in un proposito, quanti pochi giorni si sono svolti così come li
avevi programmati, a quando hai avuto la disponibilità di te stesso, a quando il
tuo volto non ha mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso,
che cosa di positivo hai realizzato in un periodo tanto lungo, quanti hanno
depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di cosa stavi perdendo, quanto ne
ha sottratto un vano dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una
piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo: capirai che muori
anzitempo". Dunque qual è il motivo? Vivete come se doveste vivere in eterno,
mai vi sovviene della vostra caducità, non ponete mente a quanto tempo è già
trascorso; ne perdete come da una rendita ricca ed abbondante, quando forse
proprio quel giorno, che si regala ad una certa persona od attività, è l’ultimo.
Avete paura di tutto come mortali, desiderate tutto come immortali. Udirai la
maggior parte dire: "Dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni mi
ritirerò a vita privata". E che garanzia hai di una vita tanto lunga? Chi
permetterà che queste cose vadano così come hai programmato? Non ti vergogni di
riservare per te i rimasugli della vita e di destinare alla sana riflessione
solo il tempo che non può essere utilizzato in nessun’altra cosa? Quanto tardi è
allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che sciocca mancanza della
natura umana differire i buoni propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi
voler iniziare la vita lì dove pochi sono arrivati! IV. Vedrai sfuggire di bocca
agli uomini più potenti e più altolocati parole con le quali aspirano al tempo
libero, lo lodano e lo antepongono a tutti i loro beni. Talvolta desiderano
scendere giù da quel loro piedistallo, se la cosa potesse avvenire in tutta
sicurezza; infatti, anche se niente preme e turba dall'esterno, la fortuna
crolla su se stessa. Il divo Augusto, al quale gli dei concessero più che a
chiunque altro, non cessò di augurarsi il riposo e di chiedere di essere
sollevato dagli impegni pubblici; ogni suo discorso ricadeva sempre su questo,
la speranza del tempo libero: alleviava le sue fatiche con questo conforto, per
quanto illusorio tuttavia piacevole, che un giorno sarebbe vissuto per se
stesso. In una lettera inviata al senato, dopo aver promesso che il suo riposo
sarebbe stato non privo di decoro ne in contrasto con la sua gloria passata, ho
trovato queste parole: "Ma queste cose sarebbe più bello poterle mettere in
pratica che prometterle. Tuttavia il desiderio di quel tempo tanto desiderato mi
ha condotto, poiché finora la gioia della realtà si fa attendere, a pregustare
un po' di piacere dalla dolcezza delle parole." Così grande cosa gli sembrava il
tempo libero, che, poiché non poteva goderne, se lo pregustava con
l'immaginazione. Colui che vedeva tutto dipendere da lui solo, che stabiliva il
destino per gli uomini e i popoli, pensava a quel felicissimo giorno in cui
avrebbe abbandonato la propria grandezza. Conosceva per esperienza quanto sudore
costano quei beni rifulgenti per tutta la terra, quante nascoste fatiche celano.
Costretto a combattere con armi dapprima con i concittadini, poi con i colleghi,
infine con i parenti, versò sangue per terra e per mare: dopo essere passato in
guerra attraverso la Macedonia, la Sicilia, l'Egitto, la Siria e l'Asia e quasi
tutte le coste, volse contro gli stranieri gli eserciti stanchi di strage
romana. Mentre pacificava le Alpi e domava i nemici mischiati in mezzo alla pace
e all'impero, mentre spostava i confini oltre il Reno, l'Eufrate ed il Danubio,
proprio a Roma si affilavano contro di lui i pugnali di Murena, di Cepione, di
Lepido, di Egnazio e di altri. Non era ancora sfuggito alle insidie di costoro e
la figlia e tanti giovani nobili legati dal vincolo dell'adulterio come da un
giuramento ne atterrivano la stanca età e ancor più e di nuovo una donna era da
temere con un Antonio. Aveva tagliato via queste ferite con le stesse membra:
altre ne rinascevano; come un corpo pieno di troppo sangue, sempre si crepava in
qualche parte. E così anelava al tempo libero, nella cui speranza e nel cui
pensiero si placavano i suoi affanni: questo era il voto di colui che poteva
render gli altri paghi dei loro voti. V. Marco Cicerone, sballottato tra i
Catilina e i Clodii e poi tra i Pompei e i Crassi, quelli avversari manifesti,
questi amici dubbi, mentre fluttuava assieme allo Stato e lo sorreggeva mentre
andava a fondo, alla fine sopraffatto, non calmo nella buona sorte e incapace di
sopportare quella cattiva, quante volte impreca contro quel suo stesso
consolato, lodato non senza ragione ma senza fine! Che dolenti parole esprime in
una lettera ad Attico, dopo aver vinto Pompeo padre, mentre in Spagna il figlio
rimetteva in sesto le armate scompaginate! "Mi domandi" dice "cosa faccio qui?
Me ne sto mezzo libero nel mio podere di Tuscolo". Poi aggiunge altre parole,
con le quali rimpiange il tempo passato, si lamenta del presente e dispera del
futuro. Cicerone si definì semilibero: ma perdiana giammai un saggio si spingerà
in un aggettivo così mortificante, giammai sarà mezzo libero, sarà sempre in
possesso di una libertà totale e assoluta, svincolato dal proprio potere e più
in alto di tutti. Cosa infatti può esserci sopra uno che è al di sopra della
fortuna? VI Livio Druso, uomo rude ed impulsivo, avendo rimosso le nuove leggi e
i disatri dei Gracchi, pressato da una grande aggregazione dell'Italia intera,
non prevedendo l'esito degli avvenimenti, che non poteva gestire e ormai non era
libero di abbandonarli una volta iniziati, si dice che maledicendo la sua vita,
irrequieta fin dagli inizi, abbia detto che solo a lui neppure da bambino erano
toccate vacanze. Infatti osò ancor minorenne e poi adolescente raccomandare gli
imputati ai giudici e interporre i suoi buoni uffici nel foro con tanta
efficacia che alcune sentenze siano risultate da lui estorte. Dove non sarebbe
sfociata una così prematura ambizione? Capiresti che una così precoce audacia
sarebbe andata a finire in un grave danno sia pubblico che privato. Perciò tardi
si lamentava che non gli fossero state concesse vacanze fin da piccolo,
litigioso e di peso per il foro. Si discute se si sia tolto la vita; infatti,
ferito da un improvviso colpo all'inguine, si accasciò, e vi è chi dubita che la
sua morte sia stata volontaria, ma nessuno che essa sia stata opportuna. È del
tutto inutile ricordare i tanti che, pur apparendo felicissimi agli occhi degli
altri, testimoniarono in se stessi il vero ripudiando ogni azione della loro
vita; ma con tali lamentele non cambiarono né gli altri né se stessi: infatti,
una volta che le parole siano volate via, gli affetti ritorneranno secondo il
consueto modo di vivere. Perdiana, ammesso pure che la vostra vita superi i
mille anni, si ridurrebbe ad un tempo ristrettissimo: questi vizi divoreranno
ogni secolo; in verità questo spazio che, benché la natura faccia defluire, la
ragione dilata, è ineluttabile che presto vi sfugga: infatti non afferrate né
trattenete o ritardate la più veloce di tutte le cose, ma permettete che vada
via come una cosa inutile e recuperabile. VII. Tra i primi annovero senz'altro
coloro che per nessuna cosa hanno tempo se non per il vino e la lussuria;
nessuno infatti è occupato in maniera più vergognosa. Gli altri, anche se sono
ossessionati da un effimero pensiero di gloria, tuttavia sbagliano con garbo;
elencami pure gli avari, gli iracondi o coloro che perseguono ingiusti rancori o
guerre, tutti costoro peccano più virilmente: la colpa di coloro che sono dediti
al ventre e alla libidine è vergognosa. Esamina tutti i giorni di costoro, vedi
quanto tempo perdano nel pensare al proprio interesse, quanto nel tramare
insidie, quanto nell'aver timore, quanto nell'essere servili, quanto li tengano
occupati le proprie promesse e quelle degli altri, quanto i pranzi, che ormai
sono diventati anch'essi dei doveri: vedrai in che modo i loro mali o beni non
permettano loro di respirare. Infine tutti convengono che nessuna cosa può esser
ben gestita da un uomo affaccendato, non l'eloquenza, non le arti liberali, dal
momento che un animo intento a più cose nulla recepisce più in profondità, ma
ogni cosa respinge come se fossa introdotta a forza. Nulla è di minor importanza
per un uomo affaccendato che il vivere: di nessuna cosa è più difficile la
conoscenza. Dappertutto vi sono molti insegnanti delle altre arti, e alcune di
esse sembra che i fanciulli le abbiano così assimilate da poterle anche
insegnare: tutta la vita dobbiamo imparare a vivere e, cosa della quale forse ti
meraviglierai, tutta la vita dobbiamo imparare a morire. Tanti uomini illustri,
dopo aver abbandonato ogni ostacolo e aver rinunziato a ricchezze, cariche e
piaceri, solo a questo anelarono fino all'ultima ora, di saper vivere; tuttavia
molti di essi se ne andarono confessando di non saperlo ancora, a maggior
ragione non lo sanno costoro. Credimi, è tipico di un uomo grande e che si eleva
al di sopra degli errori umani permettere che nulla venga sottratto dal suo
tempo, e la sua vita è molto lunga per questo, perché, per quanto si sia
protratta, l'ha dedicata tutta a se stesso. Nessun periodo quindi restò
trascurato ed inattivo, nessuno sotto l'influenza di altri; e infatti non trovò
alcunché che fosse degno di essere barattato con il suo tempo, gelosissimo
custode di esso. Perciò gli fu sufficiente. Ma è inevitabile che sia venuto meno
a coloro, dalla cui vita molto tolse via la gente. E non credere che essi una
buona volta non capiscano il proprio danno; certamente udirai la maggior parte
di quelli, sui quali pesa una grande fortuna, tra la moltitudine dei clienti o
la gestione delle cause o tra le altre dignitose miserie esclamare di tanto in
tanto: "Non mi è permesso vivere." E perché non gli è permesso? Tutti quelli che
ti chiamano a sé, ti allontanano da te. Quell'imputato quanti giorni ti ha
sottratto? Quanti quel candidato? Quanti quella vecchia stanca di seppellire
eredi? Quanti quello che si è finto ammalato per suscitare l'ingordigia dei
cacciatori di testamenti? Quanti quell'influente amico, che vi tiene non per
amicizia ma per esteriorità? Passa in rassegna, ti dico, e fai un bilancio dei
giorni della tua vita: vedrai che ne sono rimasti ben pochi e male spesi.
Quello, dopo aver ottenuto le cariche che aveva desiderato, desidera
abbandonarle e ripetutamente dice: "Quando passerà quest'anno?" Quello
allestisce i giochi, il cui esito gli stava tanto a cuore e dice: "Quando li
fuggirò?" Quell'avvocato è conteso in tutto il foro e con grande ressa tutti si
affollano fin oltre a dove può essere udito; dice: "Quando verranno proclamate
le ferie?" Ognuno consuma la propria vita e si tormenta per il desiderio del
futuro e per la noia del presente. Ma quello che sfrutta per se stesso tutto il
suo tempo, che programma tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né
lo teme. Cosa vi è infatti che alcuna ora di nuovo piacere possa apportare?
Tutto è noto, tutto è stato assaporato a sazietà. Per il resto la buona sorte
disponga come vorrà: la vita è già al sicuro. Ad essa si può aggiungere, ma
nulla togliere, e aggiungere così come del cibo ad uno ormai sazio e pieno, che
non ne desidera ma lo accoglie. Perciò non c'è motivo che tu ritenga che uno sia
vissuto a lungo a causa dei capelli bianchi o delle rughe: costui non è vissuto
a lungo, ma è stato in vita a lungo. E così come puoi ritenere che abbia molto
navigato uno che una violenta tempesta ha sorpreso fuori dal porto e lo ha
sbattuto di qua e di là e lo ha fatto girare in tondo entro lo stesso spazio, in
balia di venti che soffiano da direzioni opposte? Non ha navigato molto, ma è
stato sballottato molto. VIII. Mi stupisco sempre quando vedo alcuni chiedere
tempo e quelli, a cui viene richiesto, tanto accondiscendenti; l’uno e l’altro
guardano al motivo per il quale il tempo viene richiesto, nessuno dei due alla
sua essenza: lo si chiede come se fosse niente, come se fosse niente lo si
concede. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte; (il tempo) invece li
inganna,poiché è qualcosa di incorporeo, perché non cade sotto gli occhi, e
pertanto è considerato cosa di poco conto, anzi non ha quasi nessun prezzo. Gli
uomini accettano assegni annui e donativi come cose di caro prezzo e in essi
ripongono le loro fatiche, il loro lavoro e la loro scrupolosa attenzione:
nessuno considera il tempo: ne fanno un uso troppo sconsiderato, come se esso
fosse (un bene) gratuito. Ma guarda costoro (quando sono) ammalati, se il
pericolo della morte incombe molto da vicino, avvinghiati alle ginocchia dei
medici, se temono la pena capitale, pronti a sborsare tutti i loro averi pur di
vivere: quanta contraddizione si trova in essi. Che se si potesse in qualche
modo mettere davanti (a ciascuno) il numero di anni passati di ognuno, così come
quelli futuri, come trepiderebbero coloro che ne vedessero restare pochi, come
ne risparmierebbero! Eppure è facile gestire ciò che è sicuro, per quanto
esiguo; si deve invece curare con maggior solerzia ciò che non sai quando
finirà. E non v’è motivo che tu creda che essi non sappiano che cosa preziosa
sia:: sono soliti dire, a coloro che amano più intensamente, di essere pronti a
dare parte dei loro anni. Li danno e non capiscono: cioè li danno in modo da
sottrarli a se stessi senza peraltro incrementare quelli. Ma non si accorgono
proprio di toglierli; perciò per essi è sopportabile la perdita di un danno
nascosto. Nessuno (ti) restituirà gli anni, nessuno ti renderà nuovamente a te
stesso; la vita andrà per dove ha avuto principio e non muterà né arresterà il
suo corso; non farà alcun rumore, non lascerà nessuna traccia della propria
velocità: scorrerà silenziosamente; non si estenderà oltre né per ordine di re
né per favor di popolo: correrà così come ha avuto inizio dal primo giorno, non
cambierà mai traiettoria, mai si attarderà. Cosa accadrà? Tu sei tutto preso, la
vita si affretta: nel frattempo si avvicinerà la morte, per la quale, volente o
nolente, bisogna avere tempo. IX. Cosa potresti immaginare di più insensato di
quegli uomini che menano vanto della propria lungimiranza? Sono affaccendati in
modo molto impegnativo: per poter vivere meglio organizzano la vita a scapito
della vita. Fanno progetti a lungo termine; d’altra parte la più grande sciagura
della vita è il suo procrastinarla: innanzitutto questo fatto rimanda ogni
giorno, distrugge il presente mentre promette il futuro. Il più grande ostacolo
al vivere è l’attesa, che dipende dal domani, (ma) perde l’oggi. Disponi ciò che
è posto in grembo al fato e trascuri ciò che è in tuo potere. Dove vuoi mirare?
Dove vuoi arrivare? Sono avvolti dall’incertezza tutti gli avvenimenti futuri:
vivi senza arrestarti. Ecco, grida il sommo poeta [Virgilio, Georgiche] e come
ispirato da bocca divina eleva un carme salvifico: "I primi a fuggire per gli
infelici mortali sono i giorni migliori della vita." Dice: "Perché esiti? Perché
indugi? Se non te ne appropri, (i giorni migliori) fuggono." E pure quando te ne
sarai impossessato, essi fuggiranno: pertanto bisogna combattere con il farne
rapidamente uso (lett.: la rapidità del farne uso) contro la velocità del tempo
e attingerne rapidamente come da un torrente impetuoso e che non scorre per
sempre. Anche ciò è molto bello, che per rimproverare un indugio senza fine,
dica non "il tempo migliore", ma "i giorni migliori." Perché tu, tranquillo e
indifferente in tanto fuggire del tempo prefiguri per te una lunga serie di mesi
e di anni, a seconda che appaia opportuno alla tua avidità? (Virgilio) ti parla
di un giorno e di un giorno che fugge. Vi è dunque dubbio che i migliori giorni
fuggano ai mortali sventurati, cioè affaccendati? Sui loro animi ancora
infantili preme la vecchiaia, alla quale giungono impreparati ed indifesi; nulla
infatti fu previsto: improvvisamente e senza aspettarselo si imbatterono in
essa, non si accorgevano che essa si avvicinava giorno dopo giorno. Allo stesso
modo che un discorso o una lettura o un pensiero alquanto intenso trae in
inganno chi percorre un cammino e si accorge di essere giunto prima di essersi
avvicinato (alla meta), così questo viaggio della vita, costante e velocissimo,
che percorriamo con la stessa andatura da svegli e da addormentati, non si
manifesta agli affaccendati se non alla fine. X Se volessi dividere ciò che ho
esposto e le argomentazioni, mi verrebbero in aiuto molte cose attraverso le
quali posso dimostrare che la vita degli affaccendati è molto breve. Soleva
affermare Fabiano [Papirio Fabiano, filosofo neopitagorico, molto stimato da
Seneca], il quale non fa parte di questi filosofi cattedratici ma di quelli
genuini e vecchio stampo, che contro le passioni bisogna combattere d'istinto,
non di sottigliezza, e respingerne la schiera (delle passioni) non con piccoli
colpi ma con un assalto: infatti esse devono essere pestate, non punzecchiate.
Tuttavia, per rinfacciare ad esse il loro errore, bisogna non tanto
rimproverarle ma ammaestrarle. La vita si divide in tre tempi: passato, presente
e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro.
Solo su quest'ultimo, infatti, la fortuna ha perso la sua autorità, perché non
può essere ridotto in potere di nessuno. Questo perdono gli affaccendati:
infatti non hanno il tempo di guardare il passato e, se lo avessero, sarebbe
sgradevole il ricordo di un fatto di cui pentirsi. Malvolentieri pertanto
rivolgono l'animo a momenti mal vissuti e non osano riesaminare cose, i cui vizi
si manifestano ripensandole, anche quelli che vengono nascosti con qualche
artificio del piacere presente. Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito
secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al
passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha sprezzato con superbia,
si è imposto senza regola né freno, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con
cupidigia, ha sprecato con leggerezza, ha paura della sua memoria. Eppure questa
è la parte del nostro tempo sacra ed inviolabile, al di sopra di tutte le
vicende umane, posta al di fuori del regno della fortuna, che non turba né la
fame, né la paura, né l'assalto delle malattie; essa non può essere turbata né
sottratta: il suo possesso è eterno e inalterabile. Soltanto a uno a uno sono
presenti i giorni e momento per momento; ma tutti (i giorni) del tempo passato
si presenteranno quando tu glielo ordinerai, tollereranno di essere esaminati e
trattenuti a tuo piacimento, cosa che gli affaccendati non hanno tempo di fare.
È tipico di una mente serena e tranquilla spaziare in ogni parte della propria
vita; gli animi degli affaccendati, come se fossero sotto un giogo, non possono
piegarsi né voltarsi. La loro vita dunque precipita in un baratro e come non
serve a nulla, qualsiasi quantità tu possa ficcarne dentro, se non vi è sotto
qualcosa che la raccolga e la contenga [come un recipiente senza fondo], così
non importa quanto tempo è concesso, se non vi è nulla dove posarsi: viene fatto
passare attraverso animi fiaccati e bucati. Il presente è brevissimo, tanto che
a qualcuno sembra inesistente; infatti è sempre in corsa, scorre e si precipita;
smette di esistere prima di giungere, e non ammette indugio più che il creato o
le stelle, il cui moto sempre incessante non rimane mai nello stesso luogo.
Dunque agli affaccendati spetta solo il presente, che è così breve da non poter
essere afferrato e che si sottrae a chi è oppresso da molte occupazioni. XI.
Vuoi dunque sapere quanto poco tempo (gli affaccendati) vivano? Vedi quanto
desiderano vivere a lungo. Vecchi decrepiti mendicano con suppliche l'aggiunta
di pochi anni: fingono di essere più giovani; si lusingano con la bugia e
illudono se stessi così volentieri come se ingannassero al tempo stesso il
destino. Però quando qualche infermità (li) ammonisce del loro stato mortale,
come muoiono terrorizzati, non come uscendo dalla vita, ma come se ne fossero
tirati fuori! Van gridando di essere stati stolti, tanto da non aver vissuto e
se in qualche modo vengono fuori da quella malattia, di voler vivere in pace;
allora pensano a quante cose si siano procurate invano, e delle quali non
avrebbero fatto uso, come nel vuoto sia caduta ogni loro fatica. Ma per chi la
vita trascorre lungi da ogni faccenda, perché non dovrebbe essere di lunga
durata? Nulla di essa è affidato (ad altri), nulla è sparpagliato qua e là,
nulla perciò è affidato alla fortuna, nulla si consuma per noncuranza, nulla si
dissipa per prodigalità, nulla è superfluo: tutta (la vita), per così dire,
produce un reddito. Per quanto breve, dunque, è abbondantemente sufficiente, e
perciò, quando che venga il giorno estremo, il saggio non esiterà ad andare
incontro alla morte con passo fermo. XII. Chiedi forse chi io definisco
affaccendati? Non pensare che io bolli come tali solo quelli che soltanto cani
aizzati riescono a cacciar fuori dalla basilica [il centro degli affari], quelli
che vedi esser stritolati o con maggior lustro nella propria folla [di clienti]
o più vergognosamente il quella [dei clienti] altrui, quelli che gli impegni
spingono fuori dalle proprie case per schiacciarli con gli affari altrui, o che
l'asta del pretore fa travagliare con un guadagno disonorevole e destinato un
giorno ad incancrenire [si riferisce alla vendita all'asta dei bottini di guerra
e degli schiavi, il cui commercio era ritenuto disonorevole]. Il tempo libero di
alcuni è tutto impegnato: nella loro villa o nel loro letto, nel bel mezzo della
solitudine, benché si siano isolat da tutti, sono fastidiosi a se stessi: la
loro non deve definirsi una vita sfaccendata ma un inoperoso affaccendarsi. Puoi
chiamare sfaccendato chi dispone in ordine con minuziosa pignoleria bronzi di
Corinto, pregiati per la passione di pochi, e spreca la maggior parte dei giorni
tra laminette rugginose? Chi in palestra (infatti, che orrore!, neppur romani
sono i vizi di cui soffriamo) siede come spettatore di ragazzi che lottano? Chi
divide le mandrie dei propri giumenti in coppie di uguale età e colore? Chi
nutre gli atleti (giunti) ultimi? E che? Chiami sfaccendati quelli che passano
molte ore dal barbiere, mentre si estirpa qualcosa che spuntò nell'ultima notte,
mentre si tiene un consulto su ogni singolo capello, mentre o si rimette a posto
la chioma in disordine o si sistema sulla fronte da ambo i lati quella rada?
Come si arrabbiano se il barbiere è stato un po' disattento, come se tosasse un
uomo! Come si irritano se viene tagliato qualcosa dalla loro criniera, se
qualcosa è stato mal acconciato, se tutto non ricade in anelli perfetti! Chi di
costoro non preferisce che sia in disordine lo Stato piuttosto che la propria
chioma? Che non sia più preoccupato della grazia della sua testa che della sua
incolumità? Che non preferisca essere più elegante che dignitoso? Questi tu
definisci sfaccendati, affaccendati tra il pettine e lo specchio? Quelli che
sono dediti a comporre, sentire ed imparare canzoni, mentre torcono in
modulazioni di ritmo molto modesto la voce, di cui la natura rese il corretto
cammino il migliore e il più semplice, le cui dita cadenzanti suonano sempre
qualche carme dentro di sé, e di cui si ode il silenzioso ritmo quando si
rivolgono a cose serie e spesso anche tristi? Costoro non hanno tempo libero, ma
occupazioni oziose. Di certo non annovererei i banchetti di costoro tra il tempo
libero, quando vedo con quanta premura dispongono l'argenteria, con quanta cura
sistemano le tuniche dei loro amasi [giovani che si vendevano per libidine],
quanto siano trepidanti per come il cinghiale vien fuori dalle mani del cuoco,
con quanta sollecitudine i glabri [schiavi che si facevano depilare per assumere
un aspetto femmineo] accorrono ai loro servigi ad un dato segnale, con quanta
maestria vengano tagliati gli uccelli in pezzi non irregolari, con quanto zelo
infelici fanciulli detergano gli sputi degli ubriachi: da essi si cerca fama di
eleganza e di lusso e a tal punto li seguono le loro aberrazioni in ogni recesso
della vita, che non bevono né mangiano senza ostentazione. Neppure annovererai
tra gli sfaccendati coloro che vanno in giro sulla portantina o sulla lettiga e
si presentano all'ora delle loro passeggiate come se non gli fosse permesso
rinunziarvi, e che un altro deve avvertire quando si devono lavare, quando
devono nuotare o cenare: e a tal punto illanguidiscono in troppa fiacchezza di
un animo delicato, da non potersi accorgere da soli se hanno fame. Sento che uno
di questi delicati - se pure si può chiamare delicatezza il disimparare la vita
e la consuetudine umana - , trasportato a mano dal bagno e sistemato su una
portantina, abbia detto chiedendo: "Sono già seduto?". Tu reputi che costui che
ignora se sta seduto sappia se è vivo, se vede e se è sfaccendato? Non è facile
dire se mi fa più pena se non lo sapeva o se fingeva di non saperlo. Certamente
di molte cose soffrono in realtà la dimenticanza, ma di molte anche la simulano;
alcuni vizi li allettano come oggetto di felicità; sembra che il sapere cosa fai
sia tipico dell'uomo umile e disprezzato; ora va e credi che i mimi inventano
molte cose per biasimare il lusso. Certo trascurano più di quanto rappresentano
ed è apparsa tanta abbondanza di vizi incredibili in questo solo secolo, che
ormai possiamo dimostrare la trascuratezza dei mimi. Vi è qualcuno che si
consuma a tal punto nelle raffinatezze da credere ad un altro se è seduto!
Dunque costui non è sfaccendato, dagli un altro nome: è malato, anzi è morto;
sfaccendato è quello che è consapevole del suo tempo libero. Ma questo semivivo,
a cui è necessaria una spia che gli faccia capire lo stato del suo corpo, come
può costui essere padrone di alcun momento? XIII. Sarebbe lungo enumerare uno ad
uno coloro la cui vita consumarono gli scacchi o la palla o la cura del corpo
con il sole. Non sono sfaccendati quelli i cui piaceri costano molta fatica..
Infatti di essi nessuno dubiterà che non fanno nulla con fatica, che si tengono
occupati in studi di inutili opere letterarie, le quali ormai anche presso i
Romani sono un cospicuo numero. Fu malattia dei Greci questo domandarsi quanti
rematori abbia avuto Ulisse, se sia stata scritta prima l'Iliade o l'Odissea e
inoltre se fossero dello stesso autore, e poi altre cose di questo genere che,
se le tieni per te per nulla sono utili ad una silenziosa conoscenza, se le
divulghi non sembrerai più istruito ma più importuno. Ecco che ha invaso anche i
Romani un vano desiderio di apprendere cose superflue. In questi giorni ho
sentito un tizio che andava dicendo quali cose ognuno dei generali romani ha
fatto per primo: per primo Duilio vinse in una battaglia navale, per primo Curio
Dentato introdusse gli elefanti nella sfilata del trionfo. Ancora queste cose,
anche se non mirano ad una vera gloria, almeno trattano esempi di opere civili:
questa conoscenza non sarà di utilità, perlomeno è tale da tenerci interessati
dalla splendida vanità delle cose. Perdoniamo anche ciò a chi si chiede chi per
primo convinse i Romani a salire su una nave - è stato Claudio, proprio per
questo chiamato Codice ["caudica" era una barca, ricavata in un tronco, detto
"caudex"], perché l'aggregato di parecchie tavole era chiamato "codice" presso
gli antichi, per cui i pubblici registri si dicono "codici" e anche ora le navi,
che trasportano le derrate lungo il Tevere, per antica consuetudine vengono
chiamate "codicarie" - ; certamente anche ciò ha importanza, che Valerio Corvino
per primo debellò Messina e fu il primo della gente Valeria ad esser chiamato
Messana, avendo trasferito nel suo nome quello della città conquistata, e poi fu
detto Messalla avendone il popolo poco alla volta alterato le lettere: ma
permetterai anche che qualcuno si occupi del fatto che Lucio Silla per primo
presentò nel circo leoni sciolti, quando normalmente venivano esibiti legati,
essendo stati inviati dal re Bocco [re della Mauritania] degli arcieri per
ucciderli? E si perdoni pure questo: forse che serve a qualcosa di buono che
Pompeo per primo abbia allestito nel circo una battaglia di diciotto elefanti
opposti come in combattimento a dei condannati? Il primo della città e tra i
primi degli antichi, come si tramanda, di eccezionale bontà, considerò un genere
di spettacolo degno di esser ricordato il far morire degli uomini in una maniera
nuova. "Combattono all'ultimo sangue? È poco. Sono dilaniati? È poco: vengano
schiacciati dall'enorme mole degli animali!". Era meglio che queste cose
andassero nel dimenticatoio, affinché in seguito nessun potente imparasse ed
invidiasse una cosa del tutto disumana. Quanta nebbia mette avanti alle nostre
menti una grande fortuna! Egli allora ritenne di essere al di sopra della
natura, esponendo a bestie nate sotto un cielo straniero tante schiere di
infelici, organizzando combattimenti tra animali tanto dissimili, spandendo
molto sangue al cospetto del popolo Romano, che presto lo avrebbe costretto a
versarne di più [si riferisce alla guerra civile di Pompeo contro Cesare]; ma
poi, ingannato dalla perfidia alessandrina [il tradimento del faraone Tolomeo,
fratello di Cleopatra], si offrì per essere ucciso dall'ultimo schiavo [l'eunuco
Achillas, che pugnalò Pompeo a tradimento], capendo solo allora l'inutile
vanagloria del proprio soprannome [Magno]. Ma per tornar lì da dove principiai e
per dimostrare nella stessa materia il vacuo zelo di certuni, quello stesso
narrava che Metello, dopo aver sconfitto in Sicilia i Cartaginesi, fu il solo
tra quelli che ottennero il trionfo tra tutti i Romani ad aver condotto davanti
al cocchio centoventi elefanti prigionieri; che Silla fu l'ultimo dei Romani ad
aver ampliato il pomerio [spazio di terreno, consacrato e lasciato libero,
all'interno e all'esterno della cinta muraria di Roma], che mai fu esteso, per
antica consuetudine, con l'acquisizione di terreno provinciale, ma italico.
Sapere ciò è più utile (che sapere) che il monte Aventino si trova fuori dal
pomerio, come quegli asseriva, per uno dei due motivi: o perché la plebe da lì
aveva fatto la secessione [nel 494 a.C.], o perché mentre in quel luogo Remo
prendeva gli auspici, gli uccelli non avevano dato buoni presagi, e via dicendo
altre cose innumerevoli, che o sono farcite di bugie o sono simili a bugie.
Infatti, anche ammesso che essi dicano tutto ciò in buona fede, che scrivano
cose che sono in grado di dimostrare, tuttavia di chi queste cose faranno
diminuire gli errori? Di chi freneranno le passioni? Chi renderanno più saldo,
chi più giusto, chi più altruista? Talora il nostro Fabiano diceva di dubitare
se fosse meglio non accostarsi a nessuno studio piuttosto che impelagarsi in
questi. XIV Soli tra tutti sono sfaccendati coloro che si dedicano alla
saggezza, essi soli vivono; e infatti non solo custodiscono bene la propria
vita: aggiungono ogni età alla propria; qualsiasi cosa degli anni prima di essi
è stata fatta, per essi è cosa acquisita. Se non siamo persone molto ingrate,
quegli illustrissimi fondatori di sacre dottrine sono nati per noi, per noi
hanno preparato la vita. Siamo guidati dalla fatica altrui verso nobilissime
imprese, fatte uscire fuori dalle tenebre verso la luce; non siamo vietati a
nessun secolo, in tutti siamo ammessi e, se ci aggrada di venir fuori con la
grandezza dell'animo dalle angustie della debolezza umana, vi è molto tempo
attraverso cui potremo spaziare. Possiamo discorrere con Socrate, dubitare con
Carneade, riposare con Epicuro, vincere con gli Stoici la natura dell'uomo,
andarvi oltre con i Cinici. Permettendoci la natura di estenderci nella
partecipazione di ogni tempo, perché non (elevarci) con tutto il nostro spirito
da questo esiguo e caduco passar del tempo verso quelle cose che sono immense,
eterne e in comune con i migliori? Costoro, che corrono di qua e di là per gli
impegni, che non lasciano in pace se stessi e gli altri, quando sono bene
impazziti, quando hanno quotidianamente peregrinato per gli usci gli tutti e non
hanno trascurato nessuna porta aperta, quando hanno portato per case
lontanissime il saluto interessato [del cliente verso il patrono, ricompensato
in cibarie], quanto e chi hanno potuto vedere di una città tanto immensa e
avvinta in varie passioni? Quanti saranno quelli di cui il sonno o la libidine o
la grossolanità li respingerà! Quanti quelli che, dopo averli tormentati a
lungo, li trascureranno con finta premura! Quanti eviteranno di mostrarsi per
l'atrio zeppo di clienti e fuggiranno via attraverso uscite segrete delle case,
come se non fosse più scortese l'inganno che il non lasciarli entrare! Quanti
mezzo addormentati e imbolsiti dalla gozzoviglia del giorno precedente, a quei
miseri che interrompono il proprio sonno per aspettare quello altrui, a stento
sollevando le labbra emetteranno con arroganti sbadigli il nome mille volte
sussurrato! Si può ben dire che indugiano in veri impegni coloro che vogliono
essere ogni giorno quanto più intimi di Zenone, di Pitagora, di Democrito e
degli altri sacerdoti delle buone arti, di Aristotele e di Teofrasto. Nessuno di
costoro non avrà tempo, nessuno non accomiaterà chi viene a lui più felice ed
affezionato a sé, nessuno permetterà che qualcuno vada via da lui a mani vuote;
da tutti i mortali possono essere incontrati, di notte e di giorno. XV. Nessuno
di essi ti costringerà a morire, tutti (te lo) insegneranno; nessuno di essi
logorerà i tuoi anni o ti aggiungerà i propri; di nessuno di essi sarà
pericoloso il parlare, di nessuno sarà letale l'amicizia, di nessuno sarà
dispendiosa la considerazione. Otterrai da loro qualsiasi cosa vorrai; non
dipenderà da essi che tu non assorba quanto più riceverai. Che gioia, che serena
vecchiaia attende chi si rifugia in seno alla clientela di costoro! Avrà con chi
riflettere sui più piccoli è sui più grandi argomenti, chi consultare ogni
giorno su se stesso, da chi udire il vero senza oltraggio, da chi esser lodato
senza servilismo, a somiglianza di chi conformarsi. Siamo soliti dire che non
era in nostro potere scegliere i genitori che ci sono toccati in sorte: ma ci è
permesso nascere secondo la nostra volontà. Vi sono famiglie di eccelsi ingegni:
scegli in quale (di esse) vuoi essere accolto; non solo sarai adottato nel nome,
ma anche negli stessi beni, che non dovranno essere custoditi né con avarizia né
con grettezza: (i beni) diverranno più grandi quanto a più li distribuirai.
Costoro ti indicheranno il cammino verso l'eternità e ti eleveranno in quel
luogo dal quale nessuno viene cacciato via. Questo è il solo modo di estendere
lo stato mortale, anzi di mutarlo in stato immortale. Onori, monumenti, tutto
ciò che l'ambizione ha stabilito con decreti o ha costruito con le opere, presto
va in rovina, nulla non distrugge e trasforma una lunga vecchiaia; ma non può
nuocere a quelle cose che la saggezza ha consacrato; nessuna età (le) cancellerà
o (le) sminuirà; quella seguente e poi quelle sempre successive apporteranno
qualcosa in venerabilità, poiché appunto da vicino domina l'invidia, più
schiettamente ammiriamo quando (l'invidia) e situata in lontananza. Dunque molto
si estende la vita del saggio, non lo angustia lo stesso confine che (angustia)
gli altri: lui solo è svincolato dalle leggi della natura umana, tutti i secoli
gli sono soggetti come a un dio. Passa un certo tempo: lo tiene legato col
ricordo; è pressante: se ne serve; sta per arrivare: lo anticipa. Gli rende
lunga la vita la raccolta di ogni tempo in uno solo. XVI. Molto breve e
travagliata è la vita di coloro che sono dimentichi del passato, trascurano il
presente, hanno timori sul futuro: quando saranno giunti all’ultima ora, tardi
comprendono, infelici, di essere stati a lungo affaccendati, pur non avendo
combinato nulla. E non vi è motivo di credere che si possa provare che essi
abbiano una lunga vita col fatto che invochino spesso la morte: li tormenta
l’ignoranza in sentimenti incerti, che incorrono in quelle stesse cose che
temono; perciò invocano spesso la morte, perché (la) temono. Non è neppure prova
credere che vivano a lungo il fatto che spesso il giorno sembri ad essi eterno,
che mentre arriva l’ora convenuta per la cena si lamentino che le ore scorrano
lentamente; difatti, se talora le occupazioni li abbandonano, ardono abbandonati
nel tempo libero e non sanno come disporne e come impiegarlo. E così si
rivolgono a qualsiasi occupazione e tutto il tempo che intercorre è per essi
gravoso, proprio così come, quando è stato fissato un giorno per uno spettacolo
di gladiatori, o quando si attende il momento stabilito di qualche altro
spettacolo o piacere, vogliono saltare i giorni di mezzo. Per essi è lungo ogni
rinvio di una cosa sperata: ma è breve e rapido quel tempo che amano, e molto
più breve per colpa loro; infatti passano da un posto all’altro e non possono
fermarsi in un’unica passione. Per essi non sono lunghi i giorni, ma odiosi; ma
invece come sembrano brevi le notti che trascorrono nel vino o nell’amplesso
delle meretrici! Dsi qui anche la follia dei poeti, che alimentano con le (loro)
favole gli errori umani: secondo loro pare che Giove, sedotto dall’amplesso
[lett.: addolcito dal piacere], abbia raddoppiato (il tempo di) una notte [è il
mito di Alcmena, cui Giove si era presentato sotto le sembianze del marito
Anfitrione: raddoppiò la durata della notte, frutto della quale sarebbe stato
poi Ercole]. Cosa altro è alimentare i nostri vizi che attribuire ad essi gli
dei quali autori e dare al male giustificata licenza mediante l’esempio della
divinità? Possono a costoro non sembrare brevissime le notti che acquistano a
caro prezzo? Perdono il giorno nell’attesa della notte, la note per paura del
giorno. XVII. Gli stessi loro piaceri sono ansiosi ed inquieti per vari timori e
subentra l'angosciosa domanda di chi è al massimo del piacere [lett.: di chi
massimamente gioisce]: "Fino a quanto ciò (durerà)?". Da questo stato d'animo
dei re piansero la propria potenza, né li consolò la grandezza della propria
fortuna, ma li atterrì la fine imminente. Avendo dispiegato l'esercito
attraverso enormi spazi di territori e non abbracciandone il numero ma la
dimensione, l'orgogliosissimo re dei Persiani [Serse] versò lacrime, perché di
lì a cento anni nessuno di tanta gioventù sarebbe sopravvissuto: ma ad essi
stava per affrettare il destino proprio lui che (li) piangeva e che ne avrebbe
perduti altri in mare, altri in terra, altri in battaglia, altri in fuga ed in
breve tempo avrebbe portato alla rovina quelli per i quali temeva il centesimo
anno. E pure le loro gioie non sono forse ansiose? Non appoggiano infatti su
solide basi, ma sono turbate dalla stessa nullità dalla quale traggono origine.
Quali perciò credi che siano i periodi tristi per loro stessa ammissione, quando
anche questi (periodi), nei quali si inorgogliscono e si pongono al di sopra
dell'umanità, sono poco veritieri? Tutti i beni più grandi sono ansiogeni e non
bisogna fidarsi di nessuna fortuna meno che di quella più favorevole: è
necessaria nuova felicità per preservare la felicità e si devono fare voti
proprio per i voti che si sono esauditi. Infatti tutto quel che avviene per caso
è instabile; ciò che assurgerà più in alto, più facilmente (cadrà) in basso.
Certamente le cose caduche non fanno piacere a nessuno: è dunque inevitabile che
sia penosissima e non solo brevissima la vita di coloro che si procacciano con
grande fatica cose da possedere con fatica maggiore. Faticosamente ottengono ciò
che vogliono, ansiosamente gestiscono ciò che hanno ottenuto; mentre nessun
calcolo si fa del tempo che non tornerà mai più: nuove occupazioni subentrano a
quelle vecchie, una speranza risveglia la speranza, un'ambizione l'ambizione.
Non si cerca la fine delle sofferenze, ma si cambia la materia. Le nostre
cariche ci hanno tormentato: ci tolgono più tempo quelle altrui; abbiamo smesso
di penare come candidati: ricominciamo come elettori; abbiamo rinunziato al
fastidio dell'accusare: cadiamo (in quello) del giudicare; ha cessato di essere
giudice: diventa inquisitore; è invecchiato nell'amministrazione a pagamento dei
beni altrui: è tenuto occupato dai propri averi. Il servizio militare ha
congedato Mario: (lo) affatica il consolato. Quinzio [Cincinnato] si affanna ad
evitare la carica di dittatore [lett.: la dittatura]: sarà richiamato
dall'aratro. Scipione marcerà contro i Cartaginesi non ancora maturo per tanta
impresa; vincitore di Annibale [a Zama, nel 202 a.C.], vincitore di Antioco [re
di Siria, a Magnesia nel 190 a.C.], orgoglio del proprio consolato, garante di
quello fraterno [Lucio], se non vi fosse stata opposizione da parte sua, sarebbe
collocato accanto a Giove [Scipione rifiutò che la sua statua fosse posta nel
tempio di Giove Capitolino]: sommosse civili coinvolgeranno (lui) salvatore dei
cittadini e dopo gli onori pari agli dei, rifiutati da giovane, ormai vecchio
(lo) compiacerà l'ostentazione di un orgoglioso esilio. Non mancheranno mai
motivi lieti o tristi di preoccupazione; la vita si trascinerà attraverso le
occupazioni: giammai si vivrà il tempo libero, sempre verrà desiderato. XVIII.
Allontànati dunque dalla folla, carissimo Paolino, e ritirati alfine in un porto
più tranquillo, spintovi non a causa della durata della vita. Pensa quanti
flutti hai affrontato, quante tempeste private hai sopportato, quante (tempeste)
pubbliche ti sei attirato; già abbastanza il tuo valore è stato dimostrato
attraverso faticosi e pesanti esempi: sperimenta cosa (il tuo valore) può fare
senza impegni. La maggior parte della vita, di certo la migliore, sia pur stata
dedicata alla cosa pubblica: prenditi un pò di tempo pure per te. E non sto ad
invitarti ad una pigra ed inerte inattività, non perché tu immerga quanto c'è in
te di vigorosa indole nel torpore e nei piaceri cari al volgo: questo non è
riposare; troverai attività più importanti di tutte quelle finora valorosamente
trattate, che portai compiere appartato e tranquillo. Tu di certo amministrerai
gli affari del mondo tanto disinteressatamente come (di) altri, tanto
scrupolosamente come tuoi, con tanto zelo come pubblici. Ti guadagni la stima in
un incarico in cui non è facile evitare il malvolere: ma tuttavia, credimi, è
meglio conoscere il calcolo della propria vita che (quello) del grano statale.
Allontana questa vigoria dell'animo, capacissima delle cose più grandi, da un
ufficio sì onorifico ma poco adatto ad una vita serena e pensa che non ti sei
occupato, fin dalla tenera età, di ogni cura degli studi liberali perché ti
fossero felicemente affidate molte migliaia (di moggi) di grano: avevi aspirato
per te a qualcosa di più grande e di più elevato. Non mancheranno uomini di
perfetta sobrietà e di industriosa attività: tanto più adatte a portar pesi sono
lente giumente che nobili cavalli, la cui generosa agilità chi mai ha oppresso
con una gravosa soma? Pensa poi quanto affanno sia il sottoporti ad un onere
così grande: ti occupi del ventre umano; il popolo affamato non sente ragioni,
non è placato dalla giustizia né piegato dalla preghiera. Or ora, entro quei
pochi giorni in cui morì Caio Cesare [Caligola] - se vi è una qualche
sensibilità nell'aldilà, sostenendo ciò con animo molto grato, perché calcolava
che al popolo Romano superstite rimanessero certamente cibarie per sette o otto
giorni -, mentre egli congiunge ponti di navi [Caligola fece costruire un ponte
di navi da Baia a Pozzuoli, come ci tramanda Svetonio] e gioca con le risorse
dell'impero, si avvicinava il peggiore dei mali anche per gli assediati, la
mancanza di viveri; consistette quasi nella morte e nella fame e, conseguenza
della fame, la rovina di ogni cosa e l'imitazione di un re dissennato e
straniero e tristemente orgoglioso [il re Serse, che costruì un porto sullo
stretto dei Dardanelli per la sfortunata spedizione in Grecia]. Che animo ebbero
allora quelli a cui era stata affidata la cura del grano pubblico, soggetti alle
pietre, al ferro, alle fiamme, a Gaio? Con enorme dissimulazione coprivano un
male così grande nascosto tra le viscere e a ragion veduta; infatti alcuni mali
vanno curati all'insaputa degli ammalati: per molti causa di morte è stato il
conoscere il proprio male. XIX. Rifugiati in queste cose più tranquille, più
sicure, più grandi! Credi che sia la stessa cosa se curi che il frumento venga
travasato nei granai integro sia dalla frode che dall'incuria dei trasportatori,
che non sia madido di umidità accumulata e non fermenti, che sia conforme alla
misura e al peso, o se ti accosti a queste cose sacre e sublimi per conoscere
quale sia la materia di Dio, quale la volontà, la condizione, la forma; quale
condizione attenda il tuo spirito; dove la natura ci disponga una volta usciti
dai (nostri) corpi; cosa sia che sostenga ogni cosa più pesante al centro di
questo mondo, sospenda al di sopra quelle leggere, sollevi il fuoco in cima,
ecciti gli astri nei loro percorsi; e via via le altre cose colme di
strabilianti fenomeni? Vuoi, una volta abbandonata la terra, rivolgere
l'attenzione a queste cose? Ora, finché il sangue è caldo, pieni di vigore
dobbiamo tendere a cose migliori. Ti aspettano in questo genere di vita molte
buone attività, l'amore e la pratica delle virtù, l'oblio delle passioni, il
saper vivere e il saper morire (lett.: la conoscenza del vivere e del morire),
una profonda quiete delle cose. XX. Certamente miserevole è la condizione di
tutti gli affaccendati, ma ancor più misera (quella) di coloro che non si danno
da fare nemmeno per le loro faccende, dormono in relazione al sonno altrui,
camminano secondo il passo altrui, a cui viene prescritto (come) amare e odiare,
cose che sono le più spontanee di tutte. Se costoro vogliono sapere quanto sia
breve la loro vita, considerino quanto esigua sia la loro quota parte. Perciò
quando vedrai una toga pretesta già più volte indossata o un nome famoso nel
foro, non provare invidia: queste cose si ottengono a scapito della vita.
Affinché un solo anno si dati da loro, consumeranno tutti i loro anni [gli anni
si datavano dal nome dei consoli]. Prima di inerpicarsi in cima all'ambizione,
alcuni la vita abbandonò mentre si dibattevano tra le prime (difficoltà); ad
alcuni, essendo passati attraverso mille disonestà per il raggiungimento della
posizione, venne in mente l'amara considerazione di essersi dannati per
l'epitaffio; di certuni venne meno l'estrema vecchiaia, mentre come la gioventù
attendeva a nuove speranze, indebolita tra sforzi enormi e gravosi. Vergognoso
colui che il fiato abbandonò in tribunale, in età avanzata, difendendo litiganti
del tutto sconosciuti e cercando l'assenso di un uditorio ignorante; infame
colui che stanco del vivere più che del lavorare, crollò tra i suoi stessi
impegni; infame colui che l'erede, a lungo trattenuto, deride mentre egli muore
dedicandosi ai suoi conti. Non posso tralasciare un esempio che mi sovviene:
Sesto Turranio è stato un vecchio di accurata coscienziosità, che dopo i
novant'anni, avendo ricevuto inaspettatamente da Caio Cesare [Caligola]
l'esonero dalla procura, diede disposizioni di essere composto sul letto e di
esser pianto come morto dalla famiglia attorno a lui. Piangeva la casa
l'inattività del vecchio padrone e non cessò il lutto prima che gli fosse
restituito il suo lavoro. A tal punto è piacevole morire affaccendato? Lo stesso
stato d'animo ha la maggior parte: in essi vi è più a lungo il desiderio che la
capacità del lavoro; combattono contro la decadenza del corpo, la stessa
vecchiaia giudicano gravosa e con nessun altro nome, perché li mette da parte.
La legge non chiama sotto le armi a partire dai cinquant'anni, non convoca il
senatore dai sessanta: gli uomini ottengono il riposo più difficilmente da se
stessi che dalla legge. Nel frattempo, mentre sono rapinati e rapinano, mentre
vicendevolmente si tolgono la pace, mentre sono reciprocamente infelici, la vita
è senza frutto, senza piacere, senza nessun progresso dello spirito: nessuno ha
la morte davanti agli occhi, nessuno non proietta lontano le speranze, alcuni
poi organizzano pure quelle cose che sono oltre la vita, grandi moli di sepolcri
e dediche di opere pubbliche e giochi funebri (lett.: presso il rogo) ed esequie
sfarzose. Ma sicuramente i funerali di costoro, come se avessero vissuto
pochissimo, devono celebrarsi alla luce di fiaccole e ceri.
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