IL BUON SENSO, Holbach
PREFAZIONE
Se si vogliono esaminare spassionatamente le credenze degli uomini, si rimane molto meravigliati nel constatare che, anche riguardo ai problemi che essi considerano come i più essenziali, niente càpita più di rado che di vederli far uso del buon senso, cioè di quella parte della capacità di giudizio che è sufficiente per conoscere le verità più semplici, per rifiutare le assurdità più manifeste, per rimanere colpiti da contraddizioni evidenti. Di ciò abbiamo un esempio nella teologia: una scienza altamente rispettata in ogni tempo, in ogni luogo, dalla maggioranza dei mortali: un oggetto che essi considerano come il più importante, il più utile, il più indispensabile per la felicità dei popoli. In realtà, basta darsi un po' da fare per mettere alla prova i principii sui quali si basa questa presunta scienza, e si sarà costretti a riconoscere che codesti principii, che erano giudicati incontestabili, non sono che ipotesi azzardate, immaginate dall'ignoranza, diffuse dallo stato d'animo esaltato o dalla malafede, adottate dalla pavida credulità, conservate dall'abitudine che non ragiona mai, riverite soltanto perché incomprensibili. «Gli uni - dice Montaigne - danno ad intendere alla gente di credere ciò che essi non credono; gli altri, più numerosi, lo danno ad intendere a se stessi, non sapendo concepire che cosa sia il credere.»
In breve, chiunque accetterà di consultare il buon senso sulle credenze religiose, e dedicherà a questo esame l'attenzione che di solito si dedica agli argomenti che si ritengono interessanti, si accorgerà facilmente che tali credenze non hanno alcun solido fondamento; che ogni religione è un castello in aria; che la teologia non è che l'ignoranza delle cause naturali ridotta a sistema, nient'altro che un vasto tessuto di chimere e di contraddizioni; che in ogni luogo essa presenta ai diversi popoli della terra solo dei romanzi privi di verosimiglianza, il cui eroe è, lui per primo, composto di qualità che non possono stare insieme. Il nome di questo eroe, capace di suscitare in tutti i cuori la venerazione e il terrore, si rivelerà una parola vaga che gli uomini pronunciano ogni momento senza poter collegare ad essa delle idee o delle qualità che non siano smentite dai fatti o non si trovino in palese contraddizione le une con le altre.
La nozione di quest'essere inconcepibile, o piuttosto il nome con cui lo si designa, sarebbe una cosa priva di ogni interesse se non causasse innumerevoli disastri nel nostro mondo. Schiavi del preconcetto che codesto fantasma sia una realtà importantissima per loro, gli uomini, invece di trarre saggiamente dalla sua incomprensibilità la conclusione che è inutile occuparsene, concludono, al contrario, che non è mai troppo il tempo speso a pensarci su, che bisogna dedicargli una meditazione incessante, discuterne senza posa, non perderlo mai di vista. L'invincibile ignoranza in cui essi si trovano a questo proposito, ben lungi dallo scoraggiarli, non fa altro che eccitare la loro curiosità: invece di metterli in guardia contro il rischio di abbandonarsi a mere fantasticherie, li rende perentorii, dogmatici, intolleranti, e li spinge a irritarsi contro chiunque opponga qualche dubbio alle chimere che i loro cervelli hanno partorito.
Quale perplessità quando si tratta di risolvere un problema insolubile! Meditazioni angosciose su un oggetto che è impossibile afferrare, e che tuttavia è considerato importantissimo per l'uomo, non possono che mettere di pessimo umore l'uomo stesso, e produrre nella sua testa pericolose sovreccitazioni. Basta soltanto che l'interesse personale, la vanità, l'ambizione vengano ad aggiungersi a quegli stati d'animo alterati, perché la società sia necessariamente sconvolta. Ecco perché tanti popoli sono spesso divenuti preda delle follìe di alcuni sognatori insensati, i quali, considerando in buona fede o spacciando in mala fede le loro vuote escogitazioni come verità eterne, hanno suscitato il fanatismo dei prìncipi e dei popoli, li hanno spinti a metter mano alle armi per delle credenze che essi facevano apparir loro come essenziali alla gloria della Divinità e alla prosperità degli Stati. Mille volte, in tutte le parti del nostro globo, si sono visti dei fanatici ebbri sgozzarsi a vicenda, dar fuoco ai roghi, commettere senza scrupoli e per senso del dovere i peggiori delitti, fare scorrere fiumi di sangue umano. E perché? Per far prevalere, per conservare o diffondere le ipotesi insensate di alcuni invasati, o per accreditare le furberie di alcuni impostori su un Essere che non esiste se non nella loro immaginazione e che si è fatto conoscere soltanto attraverso i disastri, le controversie e le follìe che ha causato nel mondo.
In origine, i popoli selvaggi, feroci, perpetuamente in guerra fra loro, hanno adorato, sotto nomi diversi, qualche Dio conforme alle loro idee, cioè crudele, carnivoro, egoista, avido di sangue. In tutte le religioni della terra troviamo un «Dio degli eserciti», un «Dio geloso», un «Dio vendicativo», un «Dio sterminatore», un Dio che si rallegra delle carneficine e che i suoi adoratori si sono fatti un dovere di servire secondo i suoi gusti. A lui vengono immolati agnelli, tori, fanciulli, uomini, eretici, gente di altra religione, re, popoli interi. I servitori zelanti di questo Dio così barbaro non arrivano forse fino a credersi obbligati a offrirglisi essi stessi come vittime espiatorie? Dappertutto vediamo dei forsennati che, dopo aver fatto fosche meditazioni sul loro terribile Dio, si convincono che, per piacergli, bisogna fare a se stessi tutto il male possibile e infliggersi in suo onore torture raffinate. In una parola, dappertutto le truci concezioni della Divinità, ben lungi dal consolare gli uomini per le disgrazie inerenti alla loro vita, hanno portato il turbamento negli animi e han fatto sorgere follìe distruttive per la loro stessa esistenza.
Come l'ingegno umano, infestato da spettri terrorizzanti e guidato da uomini interessati a perpetuare la sua ignoranza e le sue paure, avrebbe potuto fare dei progressi? Si costrinse l'uomo a vegetare nella sua stupidità primitiva; gli si parlò soltanto delle Potenze invisibili dalle quali si pensava che dipendesse la sua sorte. Completamente ossessionato dai propri terrori e dalle proprie fantasticherie incomprensibili, l'uomo fu sempre in balìa dei suoi preti, che si riservarono il diritto di pensare in vece sua e di prescrivergli la sua condotta.
Così l'uomo fu e rimase sempre un fanciullo privo di esperienza, un pavido schiavo, uno stupido che temeva di ragionare e che non sapeva uscire dal labirinto entro il quale lo avevano lasciato i suoi antenati. Si credette obbligato a gemere sotto il giogo dei suoi dèi, che egli conosceva solamente attraverso i racconti immaginari dei loro ministri. Costoro, dopo averlo imprigionato con le catene della superstizione, sono rimasti suoi padroni, oppure lo hanno consegnato, indifeso, al potere assoluto dei tiranni, non meno terribili degli dèi di cui essi divennero i rappresentanti su questa terra.
Schiacciati sotto il duplice giogo del potere spirituale e del potere temporale, i popoli non poterono istruirsi né lavorare per la propria felicità. Anche la politica e la morale, come la religione, divennero dei santuari nei quali non fu permesso ai profani di entrare. Gli uomini non ebbero altra morale che quella che i loro legislatori e i loro preti fecero discendere dalle plaghe sconosciute dell'empireo. Lo spirito umano, traviato dai pregiudizi teologici, disconobbe se stesso, dubitò delle proprie forze, diffidò dell'esperienza, temette la verità, disprezzò la propria ragione e la abbandonò per seguire ciecamente l'autorità. L'uomo fu soltanto una macchina in mano ai tiranni e ai preti, che ebbero, essi soli, il diritto di guidare i suoi movimenti; trattato sempre da schiavo, ebbe, in quasi tutti i tempi e in quasi tutti i luoghi, i vizi e il carattere dello schiavo.
Ecco le vere origini della corruzione dei costumi, alla quale la religione non contrappone mai nient'altro che barriere puramente ideali e prive di effetto. L'ignoranza e la schiavitù sono fatte per rendere gli uomini malvagi e infelici. Solo la scienza, la ragione, la libertà possono correggerli e renderli più felici; ma tutto cospira ad accecarli e a mantenerli fuori strada. I preti li ingannano, i tiranni li corrompono per renderli più schiavi. La tirannia è stata e sarà sempre la vera causa sia della depravazione morale, sia delle sciagure che di continuo si abbattono sui popoli. Essi, quasi sempre abbagliati da credenze religiose o da finzioni metafisiche, invece di scorgere le cause naturali e visibili della loro infelicità, attribuiscono i propri vizi all'imperfezione della natura umana e le loro disgrazie all'ira degli dèi: offrono al cielo voti, sacrifizi, doni per ottenere la cessazione delle loro sventure, che sono in realtà dovute alla negligenza, all'ignoranza, alla malvagità di chi li guida, alla follìa delle loro istituzioni, alle loro usanze insensate, alle loro false opinioni, alle loro leggi ben poco ispirate dalla ragione, e soprattutto al difetto di lumi. Si riempiano per tempo le menti di idee vere; si coltivi la ragione umana; la giustizia governi i popoli: e non ci sarà bisogno di contrapporre allo scatenamento delle passioni la barriera impotente del timore degli dèi. Gli uomini saranno buoni quando saranno ben istruiti, ben governati, puniti o disprezzati per il male, giustamente ricompensati per il bene che avranno fatto ai loro concittadini.
Invano si pretenderebbe di guarire i mortali dai loro difetti, se non si comincerà a guarirli dai loro pregiudizi. Mostrar loro la verità è l'unico mezzo perché essi possano conoscere i loro più schietti interessi e i motivi reali che devono portarli al bene. Troppo a lungo i maestri dei popoli hanno fissato gli occhi al cielo: li rivolgano una buona volta alla terra. Stanco di una teologia incomprensibile, di favole ridicole, di misteri impenetrabili, di cerimonie puerili, l'intelletto umano si occupi di cose naturali, di oggetti intelligibili, di verità accessibili ai sensi, di conoscenze utili. Si facciano scomparire le vane chimere che tengono imprigionati i popoli, e ben presto idee conformi a ragione verranno da sé a collocarsi in cervelli che si credeva fossero destinati per sempre all'errore.
Per annientare o scuotere i pregiudizi religiosi, non è sufficiente mostrare che quel che per l'uomo è inconcepibile non può giovargli? Non basta dunque il semplice buon senso per accorgersi che un essere incompatibile con le nozioni più evidenti, una causa in perpetuo dissidio con gli effetti che le vengono attribuiti, un essere del quale non si può dire una parola senza cadere in contraddizione, un essere che, ben lungi dallo spiegare gli enigmi dell'universo, non fa che renderli più inesplicabili, un essere al quale da tanti secoli gli uomini si rivolgono così inutilmente per ottenere la felicità e la cessazione delle loro pene, - non basta, ripeto, il semplice buon senso per accorgersi che l'idea d'un simile essere è un'idea senza un modello reale, e che quest'essere stesso è puramente fittizio? Ci vuole qualcosa di più che il senso comune più modesto per intuire almeno che è un delirio, una follìa odiarsi e tormentarsi a vicenda per delle credenze assurde su un essere di questa sorta? E infine, ogni cosa non dimostra forse che la morale e la virtù sono totalmente incompatibili con la concezione di un Dio che è stato raffigurato dai suoi stessi ministri e dai suoi interpreti come il più bizzarro, il più ingiusto, il più crudele dei tiranni, le cui presunte volontà, ciò nonostante, devono servire da regole e da leggi agli abitanti della terra?
Per mettere in chiaro i veri princìpi della morale, gli uomini non hanno bisogno né di teologia, né di rivelazione, né di divinità: hanno bisogno solamente del buon senso. Rientrino in sé, riflettano sulla loro propria natura, consultino i loro interessi evidenti, considerino lo scopo della società e di ciascuno dei membri che la compongono, e riconosceranno facilmente che la virtù è il vantaggio e il vizio è il danno degli esseri della loro specie. Diciamo agli uomini di essere giusti, benèfici, moderati, socievoli, non perché i loro dèi lo esigono, ma perché bisogna piacere agli uomini; diciamo loro d'astenersi dal vizio e dal delitto, non perché verremo puniti nell'altro mondo, ma perché sconteremo la punizione nel mondo di qua. «Ci sono - dice un grand'uomo - dei mezzi per impedire i delitti: sono le pene. Ce ne sono altri per mutare la condotta degli uomini: sono i buoni esempi».
La verità è semplice; l'errore è complicato, malsicuro nel suo cammino, pieno di andirivieni. La voce della natura è intelligibile, quella della menzogna è ambigua, enigmatica, misteriosa. La via della verità è diritta, quella dell'impostura è tortuosa e tenebrosa; la verità, sempre necessaria all'uomo, è fatta per essere intesa da tutte le menti sane; gli insegnamenti della ragione son fatti per essere seguiti da tutte le anime oneste. Gli uomini sono infelici solo perché sono ignoranti; sono ignoranti solo perché tutto congiura a impedir loro d'illuminare le loro menti; sono cattivi solo perché la loro ragione non è ancora sviluppata a sufficienza.
1 • Apologo
C'è un vasto impero dominato da un monarca la cui condotta è particolarmente adatta a confondere le idee dei suoi sudditi. Egli vuole essere conosciuto, amato, rispettato, obbedito; ma non si fa mai vedere, e tutto contribuisce a rendere incerta l'immagine che ci si potrebbe fare di lui. I popoli sottomessi al suo potere hanno, sul carattere e sulle leggi di questo sovrano invisibile, soltanto le idee che ad essi comunicano i suoi ministri. Costoro, tuttavia, ammettono di non avere neanch'essi alcuna idea del loro signore; riconoscono che le sue vie sono imperscrutabili, che i suoi disegni e le sue qualità sono totalmente incomprensibili. D'altra parte, questi ministri non sono minimamente d'accordo tra loro quanto agli ordini che sarebbero emanati dal sovrano del quale essi si dichiarano rappresentanti. Essi comunicano ordini diversi alle varie province dell'impero; si screditano a vicenda e si dànno reciprocamente di impostori e di falsari. Gli editti e le ordinanze che essi si prendono cura di promulgare sono oscuri; sono enigmi poco adatti a essere compresi o indovinati dai sudditi per il cui apprendimento sono destinati. Le leggi del monarca invisibile hanno bisogno di interpreti; ma quelli che le spiegano sono sempre in disaccordo sul vero modo di intenderle. Peggio ancora, essi non sono d'accordo nemmeno con se stessi: tutto ciò che raccontano riguardo al loro principe misterioso non è che un tessuto di contraddizioni; non riescono a dirne una sola parola che non si trovi ad essere sùbito smentita. Dicono che è supremamente buono; tuttavia non c'è nessuno che non si lagni dei suoi decreti. Sostengono che è infinitamente saggio, e nella sua maniera di governare tutto sembra contrario alla ragione e al buon senso. Vantano la sua giustizia, e i migliori dei suoi sudditi sono quasi sempre i meno favoriti. Assicurano che vede tutto, e la sua presenza non rimedia ad alcun male. Dicono che è amico dell'ordine, e tutto, nei suoi dominii, è in preda alla confusione e al disordine. Fa tutto secondo il suo volere, e di rado i fatti corrispondono ai suoi progetti. Si adira molto di essere offeso, e tuttavia mette ognuno in condizione di offenderlo. Ammirano la sua sapienza, la sua perfezione, che si rivela nelle sue opere; eppure le sue opere, piene d'imperfezioni, sono di breve durata. È continuamente occupato a fare, a disfare, poi a riparare quel che ha fatto, senza riuscire mai ad essere contento del suo lavoro. In tutte le sue imprese non si propone che la propria gloria; ma non riesce affatto a raggiungerla. Non lavora che per il benessere dei propri sudditi; e i suoi sudditi, in maggioranza, sono privi del necessario. Coloro che, a quanto pare, egli favorisce sono generalmente i meno soddisfatti della propria condizione: li vediamo quasi tutti perpetuamente in rivolta contro un signore di cui non cessano di ammirare la grandezza, di vantare la saggezza, di adorare la bontà, di temere la giustizia, di riverire gli ordini ai quali non obbediscono mai.
Questo impero è il mondo; il monarca è Dio; i suoi ministri sono i preti; i suoi sudditi sono gli uomini.
2 • Che cos'è la teologia?
C'è una scienza che ha per oggetto solamente cose incomprensibili. Al contrario di tutte le altre scienze, essa non si occupa che di ciò che non può essere percepito dai sensi. Hobbes la chiama «il regno delle tenebre». È un regno in cui tutto dipende da leggi opposte a quelle che gli uomini sono in grado di conoscere nel mondo che abitano. In questa strana regione, la luce non è altro che buio; l'evidente diviene dubbio o falso; l'impossibile diviene credibile; la ragione è una guida infedele, e il buon senso si trasforma in delirio. Questa scienza si chiama teologia, e questa teologia è un insulto continuo alla ragione umana.
3 • Continuazione
A forza di accumulare dei se, dei ma, dei chissà, dei forse, si è arrivati a formare un sistema informe e sconnesso, che riesce a confondere le idee agli uomini, fino al punto di far dimenticare ad essi le verità meglio dimostrate. Grazie a questo sistematico discorrere a vuoto, la natura è divenuta tutta quanta per l'uomo un enigma inesplicabile, il mondo visibile è scomparso per far posto a plaghe invisibili. La ragione è costretta a cedere all'immaginazione, l'unica capace di guidare verso il paese delle chimere che essa sola ha inventate.
4 • L'uomo non nasce affatto religioso o deista
I princìpi di ogni religione sono basati su idee riguardanti Dio. Ora, è impossibile agli uomini avere idee vere su un essere che non agisce su alcuno dei loro sensi. Tutte le nostre idee sono rappresentazioni di oggetti che suscitano in noi delle sensazioni: che cosa può rappresentare l'idea di Dio, che evidentemente è un'idea senza oggetto? Una simile idea non è altrettanto impossibile quanto lo sono degli effetti senza causa? Un'idea senza protòtipo, che cos'è se non una chimera? Eppure certi maestri ci assicurano che l'idea di Dio è «innata», o che gli uomini hanno questa idea fin da quando sono ancora in grembo alle loro madri! Ogni principio è un giudizio, ogni giudizio è effetto dell'esperienza; l'esperienza non si acquista che esercitando i propri sensi: da ciò consegue che i princìpi religiosi non si riferiscono evidentemente a nulla, e non sono affatto innati.
5 • Non è necessario credere in un Dio, e la cosa più ragionevole è di non pensarci
Ogni sistema religioso non può esser fondato che sulla natura di Dio e dell'uomo, e sui rapporti che tra essi sussistono. Ma, per dare un giudizio sulla realtà di tali rapporti, bisognerebbe aver qualche idea della natura di Dio. Ora, tutti ci dicono e ridicono che l'essenza di Dio è incomprensibile per l'uomo, e nello stesso tempo non cessano di assegnare degli attributi a codesto Dio incomprensibile, e di asserire con sicurezza che l'uomo non può esimersi dal riconoscere questo Dio impossibile a concepirsi.
La cosa più importante per gli uomini è quella che essi non sono assolutamente in grado di comprendere! Se Dio è incomprensibile per l'uomo, parrebbe ragionevole non pensarci mai; invece la religione sostiene che l'uomo non può smettere per un solo istante di fantasticarci sopra, altrimenti commette un delitto.
6 • La religione è basata sulla credulità
Ci dicono che le qualità di Dio non sono tali da poter essere capite da menti limitate: la logica conseguenza di questo principio dovrebb'essere che le qualità di Dio non sono fatte per interessare menti limitate; ma la religione ci assicura che menti limitate non devono mai perdere di vista un essere inconcepibile, le cui qualità non possono esser capite da esse. Da ciò si vede come la religione sia l'arte di tenere occupate le menti limitate degli uomini su ciò che esse non sono in grado di comprendere.
7 • Ogni religione è un'assurdità
La religione unisce l'uomo a Dio, o li mette in contatto fra loro. Tuttavia, non dite che Dio è l'infinito? Se Dio è infinito, nessun essere finito può avere né contatto né rapporti con lui. Là dove non ci sono rapporti, non può esserci né unione, né contatto, né doveri. Se non ci sono doveri tra l'uomo e il suo Dio, non esiste alcuna religione per l'uomo. Così, dicendo che Dio è infinito, voi annientate ipso facto ogni religione per l'uomo, che è un essere finito. L'idea dell'infinità è per noi un'idea senza modello, senza protòtipo, senza oggetto.
8 • Il concetto di Dio è impossibile
Se Dio è un essere infinito, non può esserci, né in questo mondo né in un altro, alcuna proporzione fra l'uomo e il suo Dio; quindi la nozione di Dio non entrerà mai nell'intelletto umano. Nell'ipotesi di una vita futura in cui l'uomo avrà maggiori capacità intellettive che in questa, l'infinità di Dio costituirà sempre una tale distanza fra la sua idea e la mente finita dell'uomo, che questi non potrà concepirlo nel cielo più di quanto lo concepisca sulla terra. Da ciò risulta con evidenza che l'idea di Dio non sarà più accessibile all'uomo nell'altra vita che nella vita presente. Ne risulta anche che intelligenze superiori all'uomo, come gli «angeli», gli «arcangeli», i «serafini», gli «eletti», non possono avere quanto a Dio delle idee più complete di quante ne abbia l'uomo, che non ne sa assolutamente nulla in questo mondo.
9 • Origine della superstizione
Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale? Perché sono stati fortemente terrorizzati; perché, quando si ha paura, si cessa di ragionare; perché sono stati esortati soprattutto a diffidare della loro ragione; perché, quando il cervello è turbato, si crede a tutto e non si esamina più niente.
10 • Origine di ogni religione
Ignoranza e paura, ecco i due sostegni di tutte le religioni. L'incertezza in cui l'uomo si trova in rapporto al proprio Dio è precisamente il motivo che lo tiene aggrappato alla sua religione. L'uomo ha paura nelle tenebre, sia in senso materiale, sia morale. La paura diviene in lui abituale e si tramuta in bisogno; egli si crederebbe privo di qualcosa se non avesse niente da temere.
11 • Con la religione, dei ciarlatani sfruttano l'insensatezza degli uomini
Colui che, fin dall'infanzia, ha preso l'abitudine di tremare ogni volta che sente pronunziare certe parole, ha bisogno di quelle parole e ha bisogno di tremare: per ciò stesso egli è più incline a dare ascolto a chi alimenta i suoi timori, che a chi tenta di rassicurarlo. Il superstizioso vuole aver paura, la sua immaginazione lo richiede; si direbbe che nulla teme quanto di non aver nulla da temere.
Gli uomini sono dei malati immaginari: dei ciarlatani bramosi di approfittarne si dànno da fare per mantenerli nella loro insensatezza, in modo da lucrare la ricompensa delle loro cure. Ai medici che ordinano un gran numero di medicine si dà molto più ascolto che a quelli che raccomandano un buon regime di vita, o che lasciano agire la natura.
12 • La religione seduce l'ignoranza suscitando la meraviglia
Se la religione fosse chiara, avrebbe molto meno attrattiva per gli ignoranti. Essi hanno bisogno di oscurità, di misteri, di terrori, di favole, di prodigi, di cose incredibili che li facciano sempre lavorare di fantasia. I romanzi, le leggende tenebrose, i racconti di fantasmi e di stregoni esercitano sulle menti del volgo ben più fascino che le storie vere.
13 • Continuazione
In fatto di religione, gli uomini non sono che dei grandi bambini. Più una religione è assurda e piena di stranezze, più acquista diritti su di loro. Il devoto si crede obbligato a non porre alcun limite alla propria credulità: più le cose sono inconcepibili, più gli sembrano divine; più sono incredibili, più egli s'immagina che il credervi sia un merito.
14 • Non ci sarebbe stata religione se non ci fossero mai state epoche di stupidità e di barbarie
L'origine delle credenze religiose risale, per lo più, ai tempi in cui i popoli selvaggi erano ancora in stato d'infanzia. Ad uomini grossolani, ignoranti e stupidi i fondatori di religioni si rivolsero, sempre, per dar loro degli dèi, dei culti, dei miti, delle leggende stupefacenti e terrificanti. Queste chimere, accolte senza riflessione dai padri, si sono trasmesse, con maggiori o minori modifiche, ai loro discendenti inciviliti, i quali spesso non ragionano meglio dei loro avi.
15 • Ogni religione è nata dal desiderio di dominio
I primi legislatori dei popoli si proposero di dominarli. Il mezzo più facile per giungere allo scopo fu di sbigottirli e di impedir loro di ragionare. Essi li condussero per sentieri tortuosi, in modo che i sudditi non si accorgessero delle mire delle loro guide; li costrinsero a guardare verso il cielo, per paura che guardassero a terra; strada facendo, li intrattennero con racconti: in una parola, li trattarono come fanno le balie, che usano cantilene e minacce per far addormentare i fanciulli, o per costringerli a stare zitti.
16 • Ciò che serve di base a qualsiasi religione è ciò che vi è di più incerto
L'esistenza di un Dio è la base di ogni religione. Pochi, a quanto pare, dubitano di tale esistenza. Ma questo fondamentale articolo di fede è appunto il più adatto a sbarrare il cammino ad ogni essere ragionante. La prima domanda di ogni catechismo fu e sarà sempre la più difficile a risolversi.
17 • È impossibile esser convinti dell'esistenza di Dio
Possiamo dirci sinceramente convinti dell'esistenza di un essere di cui ignoriamo la natura, che rimane inaccessibile a tutti i nostri sensi, di un essere le cui qualità - ce lo assicurano ad ogni istante - ci riescono incomprensibili? Per indurmi a credere che un essere esiste o può esistere, bisogna incominciare col dirmi che cos'è questo essere; per impegnarmi a credere nell'esistenza o nella possibilità d'un tale essere, bisogna dirmene cose che non siano contraddittorie e che non si annullino reciprocamente. Infine, per convincermi pienamente dell'esistenza di questo essere, bisogna dirmene cose che io possa comprendere, e dimostrarmi che è impossibile che l'essere al quale vengono attribuite queste qualità non esista.
18 • Continuazione
Una cosa è impossibile quando contiene due idee che si annullano reciprocamente, e che non si possono né concepire né metter d'accordo tra loro col pensiero. L'evidenza, per gli uomini, non può basarsi che sulla testimonianza costante dei nostri sensi, i soli che fanno sorgere in noi delle idee e ci consentono di dare un giudizio sulla loro coerenza o sulla loro incompatibilità. Ciò che esiste necessariamente è ciò la cui inesistenza implicherebbe una contraddizione. Questi princìpi, riconosciuti da tutti, vengono meno appena si tratta dell'esistenza di Dio. Tutto ciò che di Dio è stato detto finora o è inintelligibile, o si rivela del tutto contraddittorio, e per ciò stesso deve apparire impossibile a ogni persona dotata di buon senso.
19 • L'esistenza di Dio non è dimostrata
Tutte le conoscenze umane si sono, più o meno, chiarite e perfezionate. Per quale fatalità la scienza di Dio non è mai potuta giungere a chiarezza? In questo campo, i popoli più civili e i pensatori più profondi sono rimasti allo stesso livello dei popoli più selvaggi e dei bifolchi più ignoranti; e addirittura, indagando la questione più a fondo, ci accorgeremo che la scienza divina, a forza di fantasticherie e di cavilli, non ha fatto che diventare sempre più oscura. Finora, ogni religione si è basata soltanto su quelle che in logica si chiamano «petizioni di principio»: si fanno supposizioni arbitrarie, e poi si svolgono le dimostrazioni partendo dalle supposizioni che si sono fatte.
20 • Dire che Dio è uno spirito equivale a parlare senza dire niente
A forza di metafisicare, si è arrivati a fare di Dio un «puro spirito»; ma con ciò la teologia moderna ha fatto un passo in più che la teologia dei selvaggi? I selvaggi considerano signore del mondo un Grande Spirito. I selvaggi, come tutti gli ignoranti, attribuiscono a qualche «spirito» tutti gli effetti dei quali, per la loro inesperienza, non riescono a rintracciare le vere cause. Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi risponderà: «Uno spirito». Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere l'universo: vi risponderanno: «Uno spirito».
21 • La spiritualità è una chimera
Il selvaggio, quando parla di uno «spirito», attribuisce almeno qualche significato a questa parola: intende un agente simile al vento, all'aria agitata, al soffio, i quali producono in modo invisibile effetti visibili. A forza di sottilizzare, il teologo moderno diventa altrettanto incomprensibile a se stesso quanto agli altri. Domandategli che cosa intende per «spirito»: vi risponderà che è una sostanza sconosciuta, che è perfettamente semplice, che non ha alcuna estensione, che non ha nulla in comune con la materia. Siamo giusti: c'è qualche mortale che possa formarsi la minima idea d'una simile sostanza? Uno «spirito», nel linguaggio della teologia moderna, è dunque qualcosa di diverso da un'assenza di idee? L'idea della «spiritualità» è anch'essa un'idea senza modello.
22 • Tutto ciò che esiste è uscito dal grembo della materia
Non è forse più naturale e più intelligibile far derivare tutto ciò che esiste dal seno della materia, la cui esistenza è dimostrata da tutti i nostri sensi, i cui effetti proviamo ogni momento, della materia che vediamo agire, muoversi, comunicare il movimento e generare senza posa, - piuttosto che attribuire la formazione delle cose ad una forza sconosciuta, a un essere spirituale che non può trarre dal proprio seno ciò che esso stesso non possiede, e che, proprio per l'essenza spirituale che gli si attribuisce, è incapace di fare e di mettere in moto alcunché? Nulla di più evidente: l'idea dell'azione di uno spirito sulla materia, che si sforzano d'instillarci nella mente, non ci dà la rappresentazione di alcun oggetto, ovvero è un'idea senza modello.
23 • Che cos'è il Dio metafisico della teologia moderna?
Il Giove degli antichi, essere materiale, poteva muovere, comporre, distruggere e generare esseri analoghi a se stesso; ma il Dio della teologia moderna è un essere sterile. In conseguenza della natura che gli si attribuisce, non può né occupare alcun luogo nello spazio, né muovere la materia, né produrre un mondo visibile, né generare uomini o dèi. Il Dio metafisico è un artigiano senza mani; non è adatto che a produrre nebbie, sogni, follie e controversie.
24 • Sarebbe meno irragionevole adorare il Sole che un Dio spirituale
Dal momento che gli uomini avevano bisogno d'un Dio, perché non attenersi al Sole, a questo Dio visibile adorato da tanti popoli? Quale essere aveva più diritti agli omaggi dei mortali che l'astro del giorno, che illumina, riscalda, vivifica tutti gli esseri, l'astro la cui presenza rianima e ringiovanisce la natura, la cui assenza sembra immergerla nella tristezza e nel languore? Se qualche essere era adatto a promettere al genere umano potere, attività, felicità, durata, era senza dubbio il Sole: esso avrebbe potuto esser considerato dall'umanità come il padre della natura, come l'anima del mondo, come la Divinità. Almeno, non si sarebbe potuto negarne l'esistenza senza essere pazzi, né rifiutarsi di riconoscere il suo influsso e i suoi benefìci.
25 • Un Dio-spirito è incapace di volere e di agire
Il teologo grida che Dio non ha bisogno di mani o di braccia per agire: «agisce per propria volontà». Ma qual è questo Dio che ha il privilegio di una volontà? e quale può essere il soggetto di codesta volontà divina?
È più ridicolo o più difficile credere alle fate, ai silfi, ai fantasmi, ai maghi, ai lupi mannari, anziché all'azione magica o impossibile di uno spirito sul corpo? Una volta ammesso un Dio di questa fatta, non ci son più favole o fantasticherie che possano suscitare la nostra ripugnanza. I teologi trattano gli uomini come fanciulli, che non fanno mai obiezioni sulla veridicità dei racconti che ascoltano.
26 • Che cos'è Dio?
Per annientare l'esistenza d'un Dio, basta pregare un teologo di parlarne: appena egli ne dice una parola, la più semplice riflessione ci mostra che ciò che egli dice è incompatibile con l'essenza da lui attribuita al suo Dio. Che è, dunque, Dio? È una parola astratta, coniata per designare la forza occulta della natura; o è un punto matematico che non ha né lunghezza né larghezza né profondità. Un filosofo, parlando dei teologi, ha detto molto argutamente che «essi hanno trovato la soluzione del famoso problema di Archimede: un punto nel cielo, appoggiandosi al quale essi muovono il mondo».
27 • Evidenti contraddizioni della teologia
La religione mette gli uomini in ginocchio dinanzi a un essere senza estensione, e che ciò nonostante è infinito e riempie tutto con la sua immensità; davanti a un essere onnipotente, che non compie mai ciò che desidera; davanti a un essere sovranamente buono, che scontenta tutti; davanti a un essere amico dell'ordine, nel cui regno tutto è in disordine. Si indovini un poco, dopo tutto questo, che cos'è il Dio della teologia!
28 • Adorare Dio è adorare una finzione
Per evitare ogni imbarazzo, ci dicono che non è affatto necessario sapere che cos'è Dio, che bisogna adorarlo senza conoscerlo, che non ci è minimamente concesso di indagare con occhio temerario i suoi attributi. Ma, prima di sapere se bisogna adorare un Dio, non dovremmo esser sicuri che esista? Ora, come accertare che esiste, prima di avere esaminato se è possibile che le diverse qualità che gli vengono attribuite coesistano in lui? In verità, adorare Dio significa adorare le finzioni del proprio cervello, o, meglio ancora, non adorare nulla.
29 • L'infinità di Dio e l'impossibilità di conoscere l'essenza divina motivano e giustificano l'ateismo
Con lo scopo, certamente, di confondere meglio le cose, i teologi hanno stabilito di non dire affatto che cos'è il loro Dio; essi si limitano sempre a dirci che cosa esso non è. A forza di negazioni e di astrazioni, essi pensano di comporre un essere reale e perfetto, mentre può risultarne soltanto un «essere di ragione». Uno spirito è ciò che non è un corpo; un essere infinito è un essere che non è finito; un essere perfetto è un essere che non è imperfetto. In buona fede, c'è qualcuno che possa farsi un'idea reale di un simile ammasso di privazioni o di assenza d'idee? Ciò che esclude ogni idea, che altro può essere se non il nulla?
Sostenere che gli attributi divini sono al di sopra della portata dello spirito umano significa ammettere che Dio non è fatto per gli uomini. Se si afferma che in Dio tutto è infinito, si confessa che non può esserci nulla in comune tra Dio e le sue creature. Dire che Dio è infinito equivale ad annientarlo per l'uomo, o almeno a renderlo inutile per lui.
«Dio - ci obietteranno - ha fatto l'uomo intelligente, ma non onnisciente, cioè capace di sapere tutto». Da ciò la conclusione che non ha potuto dargli facoltà sufficientemente ampie per conoscere l'essenza divina. In tal caso, è dimostrato che Dio non ha potuto né voluto esser conosciuto dagli uomini. Con quale diritto, dunque, codesto Dio si adirerebbe contro degli esseri che per la loro stessa essenza non possono farsi alcuna idea dell'essenza divina? Dio sarebbe evidentemente il più ingiusto e il più bizzarro dei tiranni se punisse un ateo reo di non aver conosciuto ciò che, per la sua stessa natura, non era in grado di conoscere.
30 • Non è né meno sicuro, né più colpevole credere in Dio che non credervi
Per la maggioranza degli uomini, nulla rende un argomento più convincente che la paura. In conseguenza di questo principio, i teologi ci dicono che bisogna «prendere il partito più sicuro», che nulla è più colpevole dell'incredulità, che Dio punirà senza pietà tutti quelli che avranno l'audacia di dubitare della sua esistenza, che il suo rigore è giusto, dal momento che soltanto la follìa o la malvagità possono indurre a negare l'esistenza d'un monarca irato che si vendicherà crudelmente degli atei. Se esaminiamo pacatamente queste minacce, troveremo che esse presuppongono sempre come ammesso ciò che si tratta di porre in discussione. Bisognerebbe incominciare col dimostrare in modo soddisfacente l'esistenza d'un Dio, prima di venire a dirci che è più sicuro di credervi, e che è spaventoso metterla in dubbio o negarla. Inoltre, bisognerebbe dimostrare che è possibile che un Dio giusto punisca crudelmente degli uomini per essersi trovati in uno stato di demenza che ha impedito loro di credere nell'esistenza d'un essere che la loro ragione sconvolta non poteva concepire. In una parola, bisognerebbe dimostrare che un Dio che vien proclamato tutto giustizia potrà punire smisuratamente l'ignoranza invincibile e necessaria in cui l'uomo si trova riguardo all'essenza divina. Non è davvero strano il modo di ragionare dei teologi? Inventano dei fantasmi; li costruiscono mettendo insieme contraddizioni; dopo di che, assicurano che il partito più sicuro è di non dubitare dell'esistenza di questi fantasmi inventati da loro stessi! Seguendo questo metodo, non c'è alcuna assurdità a cui non sia più sicuro credere che non credere.
Tutti i bambini sono atei: essi non hanno alcuna idea di Dio. Sono dunque criminali a causa di tale ignoranza? A quale età incominciano ad essere in obbligo di credere in Dio? All'età della ragione, ci direte. In qual tempo questa età deve incominciare? D'altra parte, se i teologi più profondi si smarriscono dinanzi all'essenza divina che essi stessi non osano vantarsi di capire, quali idee possono averne le persone comuni, le donne, gli artigiani, insomma coloro che compongono la maggioranza del genere umano?
31 • La credenza in Dio non è che un'abitudine acquisita macchinalmente fin dall'infanzia
Gli uomini credono in Dio fidandosi soltanto di coloro che non ne sanno niente di più che essi stessi. Le nostre balie sono le nostre prime teologhe; esse parlano ai bambini di Dio, così come parlan loro dei lupi mannari; fin dalla più tenera età insegnan loro a congiungere macchinalmente le mani. Le balie hanno dunque, riguardo a Dio, idee più chiare di quelle dei bambini che esse costringono a pregarlo?
32 • È un pregiudizio che si è consolidato passando dai padri ai figli
La religione passa dai padri ai figli, come i beni di famiglia coi loro gravami. Ben pochi, nel mondo, avrebbero un Dio, se qualcuno non si fosse preso cura di darglielo. Ciascuno riceve dai suoi genitori e dai suoi maestri il Dio che essi hanno ricevuto a loro volta; ma, seguendo il suo carattere peculiare, ciascuno lo aggiusta, lo modifica, lo dipinge a modo suo.
33 • Origine dei pregiudizi
Il cervello dell'uomo è, soprattutto nell'infanzia, una cera molle, soggetta a ricevere tutte le impronte che vi si vogliono effettuare. L'educazione fornisce al bambino quasi tutte le sue credenze, in un periodo in cui egli è incapace di giudicare da sé. Noi crediamo di aver ricevuto dalla natura o di aver portato con noi fin dalla nascita le idee vere o false che, in tenera età, sono state introdotte nella nostra testa. E questa convinzione è una delle più gravi cause dei nostri errori.
34 • Come i pregiudizi si propagano e si ràdicano
Il pregiudizio contribuisce a consolidare in noi le credenze di quelli a cui è stata affidata la nostra istruzione. Noi li crediamo molto più bravi di noi; supponiamo che essi siano pienamente convinti delle cose che c'insegnano. Abbiamo in loro la massima fiducia: pensiamo alle cure che si sono presi di noi quando non eravamo in grado di aiutarci da soli, e quindi li giudichiamo incapaci di ingannarci consapevolmente. Ecco i motivi che ci fanno accogliere mille errori, senza altro fondamento che le parole dannose di chi ci ha allevato. Perfino la proibizione di discutere quel che ci dicono non diminuisce affatto la nostra fiducia, anzi contribuisce spesso ad aumentare il nostro rispetto per le loro opinioni.
35 • Gli uomini non avrebbero mai creduto ai princìpi religiosi della teologia moderna, se glieli avessero insegnati nell'età della ragione
I precettori del genere umano si comportano con molta avvedutezza, insegnando agli uomini i princìpi religiosi prima che essi siano in grado di distinguere il vero dal falso, o la mano sinistra dalla mano destra. Sarebbe difficile ammaestrare un uomo di quarant'anni fornendogli le nozioni incoerenti che ci vengono dette sulla divinità; altrettanto difficile quanto scacciare quelle nozioni dalla testa d'un uomo che ne sia imbevuto dalla più tenera infanzia.
36 • Le meraviglie della natura non dimostrano l'esistenza di Dio
Ci garantiscono che le meraviglie della natura bastano a suggerirci l'esistenza di un Dio e a convincerci pienamente di questa importante verità. Ma quante persone ci sono in questo mondo che abbiano la voglia, la capacità, le attitudini necessarie per contemplare la natura e meditare sui suoi processi? Gli uomini, in grande maggioranza, non vi badano affatto. Un contadino non è minimamente impressionato dalla bellezza del sole che ha visto tutti i giorni. Il marinaio non è affatto sorpreso dai movimenti regolari dell'Oceano; non ne trarrà mai induzioni teologiche. I fenomeni della natura dimostrano l'esistenza di Dio soltanto ad alcuni uomini prevenuti, ai quali si è mostrata in anticipo la mano di Dio in tutte le cose il cui meccanismo poteva imbarazzarli. Nelle meraviglie della natura, lo scienziato libero da pregiudizi non vede nient'altro che il potere della natura, le leggi costanti e molteplici, gli effetti necessari di diverse combinazioni di una materia straordinariamente diversificata.
37 • Le meraviglie della natura si spiegano mediante cause naturali
C'è qualcosa di più strano della logica di tanti profondi maestri, i quali, invece di confessare la loro scarsa conoscenza delle cause naturali, vanno a cercare fuori della natura, cioè nelle regioni dell'immaginario, un agente molto più sconosciuto di quanto sia la natura, della quale essi possono almeno farsi qualche idea? Dire che Dio è l'autore dei fenomeni che vediamo, non significa attribuirli ad una causa occulta? Che cos'è Dio? Che cos'è uno spirito? Sono cause di cui non abbiamo alcuna idea. Scienziati! Studiate la natura e le sue leggi, e quando potrete rintracciarvi l'azione di cause naturali, non ricorrete a cause soprannaturali che, lungi dal chiarirvi le idee, non faranno che confondervele sempre più, fino a mettervi nell'impossibilità di capire voi stessi.
38 • Continuazione
La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite affatto. Pretendete di chiarire ciò che è oscuro raddoppiando l'oscurità, credete di sciogliere un nodo moltiplicando i nodi. Scienziati in preda all'esaltazione! per dimostrarci l'esistenza di un Dio copiate pure interi trattati di botanica; inoltratevi in uno studio minuzioso delle parti del corpo umano; lanciatevi negli spazi celesti per contemplare le rivoluzioni degli astri; ritornate poi sulla terra per ammirare il corso delle acque; estasiatevi dinanzi a farfalle, insetti, polipi, atomi riuniti in organismi, nei quali voi credete di trovare la grandezza del vostro Dio. Tutto ciò non dimostrerà l'esistenza di Dio; dimostrerà soltanto che voi non avete l'idea che dovreste avere dell'immensa varietà delle sostanze e degli effetti che possono produrre le combinazioni, infinitamente diversificate, di cui l'universo è l'insieme. Dimostrerà che ignorate cos'è la natura; che non avete alcuna idea delle sue forze, quando la credete incapace di produrre una moltitudine di forme e di esseri di cui i vostri occhi, anche se armati di microscopii, non vedono mai che la minima parte. Infine, dimostrerà che, non conoscendo delle cause sensibili o conoscibili, voi preferite sbrigarvela col ricorso ad una parola con la quale designate un agente di cui non riuscirete mai a formarvi alcuna idea concreta.
39 • Il mondo non è stato creato e la materia si muove da sé
Ci dicono con tono grave che «non c'è effetto senza causa»; ci ripetono ogni momento che «il mondo non si è fatto da sé». Ma l'universo è una causa, non è per niente un effetto. Non è per niente un'opera, non è stato per niente «fatto», poiché era impossibile che lo fosse. Il mondo è sempre esistito; la sua esistenza è necessaria.
Il mondo è causa di se stesso. La natura, la cui essenza è evidentemente quella di agire e di produrre, non ha bisogno, per adempiere alle sue funzioni come essa fa sotto i nostri occhi, di un motore invisibile, molto più sconosciuto di quanto sia essa stessa. La materia si muove per la sua propria energia, per una conseguenza necessaria della propria eterogeneità; la diversità dei movimenti o dei modi di agire costituisce, essa sola, la diversità delle sostanze; noi non distinguiamo gli esseri gli uni dagli altri che per la diversità delle impressioni o dei movimenti che essi comunicano ai nostri organi.
40 • Continuazione
Vedete che tutto è in azione nella natura, e pretendete che la natura di per se stessa sia morta e senza energia! Credete che questo universo, che ha l'agire come propria essenza, abbia bisogno d'un motore! Eh! qual è dunque questo motore? è uno spirito, cioè un essere assolutamente incomprensibile e contraddittorio. Concludete dunque, io vi dirò, che la materia agisce da sé, e cessate di affannarvi a ragionare sul vostro motore spirituale che non ha niente di ciò che occorre per metterla in azione. Rientrate dalle vostre inutili evasioni; ritornate da un mondo immaginario al mondo reale; attenetevi alle «cause seconde»; lasciate ai teologi la loro «causa prima» di cui la natura non ha bisogno per produrre tutti gli effetti che vedete.
41 • Altre prove che il movimento è nell'essenza della materia e che, quindi, non è necessario supporre un motore spirituale
Soltanto in conseguenza della diversità delle impressioni o degli effetti che le sostanze producono su di noi, siamo in grado di sentirle, di averne percezioni e idee, di distinguerle le une dalle altre, di assegnar loro delle proprietà. Ora, per percepire o sentire un oggetto, bisogna che esso agisca sui nostri organi; esso non può agire su di noi senza suscitare qualche movimento in noi; non può produrre in noi tale movimento se non è in movimento esso stesso. Perché io veda un oggetto, è necessario che i miei occhi ne siano affetti: non posso concepire la luce e la visione senza un movimento nel corpo luminoso, esteso, colorato, che si comunichi al mio occhio o agisca sulla mia rètina. Perché io senta l'odore di un corpo, è necessario che il mio odorato sia irritato o messo in moto dalle particelle che si effondono da un corpo odoroso. Perché io oda un suono, è necessario che il timpano del mio orecchio sia colpito dall'aria messa in moto da un corpo sonoro che non agirebbe affatto se esso stesso non fosse mosso. Ne consegue evidentemente che, senza movimento, non posso né sentire, né percepire, né distinguere, né confrontare, né giudicare i corpi, né, addirittura, esercitare il mio pensiero su un argomento qualsiasi.
Dicono gli Scolastici che «l'essenza di un essere è ciò da cui derivano tutte le proprietà dell'essere». Ora, è evidente che tutte le proprietà dei corpi o delle sostanze sulle quali abbiamo qualche idea sono dovute al movimento, il solo che ci avverta della loro esistenza e ce ne dia i primi concetti. Io non posso essere avvertito o reso certo della mia propria esistenza che dai movimenti che provo al mio interno. Sono dunque costretto a concludere che il movimento è essenziale alla materia non meno che l'estensione, e che non si può concepire materia senza movimento.
Se ci si ostina a cavillare sulle prove evidenti che ci indicano che il movimento è essenziale e proprio ad ogni materia, non si potrà almeno rifiutare di ammettere che certe sostanze che sembrano morte o prive di ogni energia acquistano spontaneamente il movimento appena vengono messe in grado di agire le une sulle altre. Il piroforo, che, chiuso in una bottiglia o privo di contatto con l'aria, non può infiammarsi, non si accende appena lo si espone all'aria? La farina e l'acqua non entrano in fermentazione appena vengono mescolate? Così, sostanze morte generano da sé il movimento. La materia ha dunque il potere di muoversi; e la natura, per agire, non ha bisogno d'un motore che, per l'essenza stessa che gli si attribuisce, non sarebbe in grado di fare alcunché.
42 • L'esistenza dell'uomo non dimostra affatto l'esistenza di Dio
Donde viene l'uomo? Qual è la sua prima origine? È il risultato dell'accozzo casuale di atomi? Il primo uomo è uscito già compiuto dal fango terrestre? Non lo so. L'uomo mi sembra una produzione della natura, come tutte le altre che essa contiene. Io sarei egualmente imbarazzato se dovessi dirvi la provenienza delle prime pietre, dei primi alberi, dei primi leoni, dei primi elefanti, delle prime formiche, delle prime ghiande ecc., quanto lo sono nello spiegarvi l'origine della specie umana.
«Riconoscete», ci gridano senza posa, «la mano di Dio, di un artigiano infinitamente intelligente e potente, in un prodotto così meraviglioso com'è la macchina umana». Io non avrei difficoltà a riconoscere che la macchina umana mi sembra sorprendente. Ma, dal momento che l'uomo esiste nella natura, non mi credo in diritto di dire che la sua formazione è al di sopra delle forze della natura. Aggiungerò che riuscirò assai meno a capire la formazione della macchina umana quando, per spiegarmela, mi si dirà che un puro spirito, che non ha occhi né piedi né testa né polmoni né bocca né fiato, ha fatto l'uomo prendendo un po' di fango e soffiandoci sopra.
I selvaggi che abitano il Paraguay si considerano discendenti dalla Luna, e li consideriamo degli imbecilli. I teologi europei si considerano discendenti da un puro spirito. Questa pretesa è molto più ragionevole?
L'uomo è intelligente; e se ne trae la conclusione che non può essere che l'opera di un essere intelligente, non di una natura priva d'intelligenza. Sebbene nulla sia più raro che vedere l'uomo far uso di questa intelligenza di cui appare così orgoglioso, ammetterò che è intelligente, che i suoi bisogni sviluppano questa sua facoltà, che il vivere in società con gli altri uomini contribuisce soprattutto a perfezionarla. Ma nella macchina umana e nell'intelligenza di cui essa è dotata io non vedo nulla che denoti in modo ben preciso l'intelligenza infinita dell'artigiano al quale se ne attribuisce il merito. Vedo che questa macchina ammirevole è soggetta a guastarsi; vedo che, in tal caso, la sua meravigliosa intelligenza è turbata e qualche volta sparisce del tutto. Ne concludo che l'intelligenza umana dipende da una certa disposizione degli organi materiali del corpo, e che il sostenere che Dio dev'essere intelligente perché l'uomo è intelligente, ci autorizzerebbe con pari diritto a sostenere che Dio è materiale perché l'uomo è materiale. L'intelligenza dell'uomo non dimostra l'intelligenza di Dio più di quanto la malvagità dell'uomo non dimostri la malvagità di quel Dio di cui si pretende che l'uomo sia una creatura. Da qualsiasi lato la teologia affronti la questione, Dio sarà sempre una causa contraddetta dai suoi effetti, o di cui è impossibile dare un giudizio in base alle sue opere. Vedremo sempre scaturire il male, le imperfezioni, le follìe da una causa che ci dicono piena di bontà, di perfezioni, di saggezza.
43 • E tuttavia né l'uomo né l'universo sono minimamente effetti del caso
«Così», direte, «ecco che l'uomo intelligente, al pari dell'universo e di tutto ciò che esso contiene, è effetto del caso!». No, vi ripeterò, l'universo non è per niente un effetto: è la causa di tutti gli effetti; tutti gli esseri che esso racchiude in sé sono effetti necessari di questa causa, che talvolta ci mostra il suo modo di agire, ma che molto più spesso ci tiene nascosti i suoi procedimenti. Gli uomini si servono della parola «caso» per celare l'ignoranza delle vere cause, in cui essi si trovano: tuttavia, pur ignorate dagli uomini, tali cause non mancano di agire in base a leggi certe. Non vi sono effetti senza cause.
La natura è una parola di cui ci serviamo per designare l'insieme immenso degli esseri, delle sostanze diverse, delle infinite combinazioni, dei vari movimenti dei quali i nostri occhi sono testimoni. Tutti i corpi, organici o inorganici, sono i risultati necessari di determinate cause destinate a produrre necessariamente gli effetti che vediamo. Niente, nella natura, può avvenire a caso; tutto consegue da leggi fisse; tali leggi non sono che il legame necessario di certi effetti con le loro cause. Un atomo di materia non incontra fortuitamente o «per caso» un altro atomo; questo incontro è dovuto a leggi costanti, che fanno sì che ogni essere agisca necessariamente come agisce, e non possa agire altrimenti in determinate circostanze. Parlare di «concorso fortuito di atomi», o attribuire alcuni effetti al «caso», equivale a non dire nient'altro che ignoriamo le leggi in base alle quali i corpi agiscono, si incontrano, si combinano o si separano.
Tutto avviene «a caso» per coloro che non conoscono la natura, le proprietà degli esseri e gli effetti che devono necessariamente risultare dal concorso di certe cause. Non è affatto il caso che ha posto il sole al centro del nostro sistema planetario: è che, per la sua essenza stessa, la sostanza di cui il sole è composto deve occupare quel luogo, e di là effondersi poi per vivificare gli esseri che abitano i pianeti.
44 • L'ordine dell'universo non prova nemmeno l'esistenza d'un Dio
Gli adoratori di un Dio trovano soprattutto nell'ordine dell'universo una prova invincibile dell'esistenza di un essere intelligente e saggio che lo governa. Ma quest'ordine non è che un séguito di movimenti necessariamente prodotti da cause o da circostanze che sono talora favorevoli a noi, talaltra contrarie: noi approviamo le une e ci lamentiamo delle altre.
La natura segue costantemente lo stesso cammino: vale a dire che le stesse cause producono gli stessi effetti, fin tanto che la loro azione non sia modificata da altre cause che costringono le prime a produrre effetti diversi. Quando le cause delle quali noi sperimentiamo gli effetti sono modificate, nelle loro azioni o movimenti, da altre cause che, per il fatto di esserci ignote, non sono meno naturali e necessarie, noi rimaniamo stupefatti, gridiamo al «miracolo», e attribuiamo tali effetti ad una causa molto meno nota di tutte le altre che vediamo agire sotto i nostri occhi.
L'universo è sempre in ordine; per esso, non possono esserci disordini. Quando noi ci lamentiamo d'un disordine, è solo la nostra macchina che si trova in stato di sofferenza. I corpi, le cause, gli esseri contenuti in questo mondo agiscono necessariamente come li vediamo agire, sia che noi approviamo, sia che disapproviamo i loro effetti. I terremoti, i vulcani, le inondazioni, le epidemie, le carestie sono effetti altrettanto necessari - o altrettanto appartenenti all'ordine della natura - quanto la caduta dei gravi, il corso dei fiumi, i movimenti periodici dei mari, il soffiare dei venti, le piogge fecondatrici, gli eventi favorevoli per i quali lodiamo la Provvidenza e la ringraziamo dei suoi benefizi.
Essere meravigliati di veder regnare un determinato ordine nel mondo, significa essere sorpresi che le stesse cause producano costantemente gli stessi effetti. Rimanere turbati nel vedere del disordine, significa dimenticare che, se le cause mutano o subiscono interferenze nella loro azione, gli effetti non possono più essere gli stessi. Stupirsi alla vista di un ordine nella natura significa stupirsi che qualcosa possa esistere: significa meravigliarsi della propria esistenza stessa. Ciò che è ordine per un essere è disordine per un altro. Tutti gli individui malèfici trovano che tutto è in ordine quando possono impunemente metter tutto in disordine; trovano, al contrario, che tutto è in disordine quando incontrano ostacoli nel compimento delle loro iniquità.
45 • Continuazione
Supponendo Dio autore e motore della natura, non potrebb'esserci nessun disordine relativamente a lui. Tutte le cause da lui create agirebbero necessariamente in conseguenza delle proprietà, delle essenze e degli impulsi dati da lui a tali cause. Se Dio intervenisse a mutare il corso normale delle cose, egli non sarebbe immutabile. Se all'ordine dell'universo, nel quale si crede di riconoscere la prova più convincente dell'esistenza di Dio, accadesse di smentirsi, si potrebbe sospettare che Dio non esistesse o almeno accusarlo d'incoerenza, d'impotenza, di scarsa preveggenza e saggezza nel primo ordinamento da lui dato alle cose. Si sarebbe in diritto di accusarlo di errore nella scelta degli agenti e dei mezzi da lui creati, preparati o messi in azione. Insomma, se l'ordine della natura dimostrasse il potere e l'intelligenza della divinità, il disordine dovrebbe dimostrarne la debolezza, l'incostanza, l'irragionevolezza.
Dite che Dio è dappertutto, che riempie il tutto con la sua immensità, che nulla accade senza di lui, che la materia non potrebbe agire senza che egli ne fosse il motore. Ma, in questo caso, ammettete che il vostro Dio è l'autore del disordine, che è lui a turbare la natura, che è il padre della confusione, che è nell'uomo e muove l'uomo nel momento in cui questi pecca. Se Dio è dappertutto, è anche in me, agisce con me, sbaglia con me, offende Dio con me, combatte con me l'esistenza di Dio. O teologi, voi non v'intendete mai quando parlate di Dio!
46 • Un puro spirito non può essere intelligente; e adorare un'intelligenza divina, è una chimera
Per essere quel che chiamiamo «intelligente», bisogna avere idee, pensieri, volontà; per avere idee, pensieri, volontà, bisogna avere degli organi; per avere degli organi, bisogna avere un corpo; per agire su altri corpi, bisogna averne uno; per sperimentare il disordine, bisogna avere la facoltà di soffrire. Dal che consegue con tutta chiarezza che un puro spirito non può essere intelligente e non può reagire affettivamente a ciò che accade nell'universo.
«L'intelligenza divina, le idee divine, i disegni divini non hanno» voi dite «niente di comune con quelli degli uomini». Benissimo; ma, in questo caso, come possono degli esseri umani giudicare, in senso buono o cattivo, quei disegni, ragionare su quelle idee, ammirare quell'intelligenza? Giudicheremmo, ammireremmo, adoreremmo ciò di cui non saremmo capaci di sapere niente. Adorare i profondi disegni della saggezza divina non equivale a adorare ciò che non si è in grado di giudicare? Ammirare questi stessi disegni non equivale ad ammirarli senza sapere perché? L'ammirazione è sempre figlia dell'ignoranza. Gli uomini ammirano e adorano soltanto ciò che non capiscono.
47 • Tutte le qualità che la teologia attribuisce al suo Dio sono contrarie all'essenza stessa che essa postula per lui
Tutte le qualità che si attribuiscono a Dio non possono in alcun modo essere appropriate a un essere che, per la sua stessa essenza, è privo di ogni analogia con gli esseri della specie umana. È vero che si crede di cavarsela potenziando le qualità umane delle quali si è adornata la divinità; si ingrandiscono all'infinito - e da questo momento non intende più nulla. Che cosa risulta da questa combinazione dell'uomo con Dio, da questa «teantropìa»? Non ne risulta che una chimera sulla quale non si può asserire niente che non faccia sùbito svanire il fantasma che ci si era tanto affaccendati ad accozzare insieme.
Dante, nella sua cantica del Paradiso, racconta che la Divinità gli si era mostrata sotto forma di tre cerchi che formavano un'iride, i cui vivaci colori si generavano gli uni dagli altri; ma, avendo voluto fissare con lo sguardo la sua luce abbagliante, il poeta non vide più nient'altro che la sua propria immagine. Adorando Dio, l'uomo adora se stesso.
48 • Continuazione
La più tenue riflessione non dovrebbe bastare per dimostrarci che Dio non può avere alcuna delle qualità, delle virtù o delle perfezioni umane? Le nostre virtù e perfezioni sono conseguenze di modifiche del nostro temperamento. Dio ha dunque un temperamento come noi? Le nostre buone qualità sono delle disposizioni relative agli esseri coi quali viviamo in società. Dio, secondo voi, è un essere isolato; Dio non ha nessuno che gli assomigli; Dio non vive in società; Dio non ha bisogno di alcuno: gode una felicità che niente può alterare. Ammettete dunque, in base ai vostri stessi princìpi, che Dio non può avere quelle che noi chiamiamo virtù, e che gli uomini non possono essere virtuosi a suo giudizio.
49 • È assurdo dire che la specie umana è l'oggetto e il fine della creazione
L'uomo, invaghito dei propri meriti, s'immagina che, nella formazione dell'universo, Dio si sia proposto come oggetto e come scopo soltanto la specie umana. Su quale base l'uomo appoggia questa opinione così lusinghiera? Ci dicono: sul fatto che l'uomo è il solo essere dotato di un'intelligenza che lo mette in grado di conoscere la divinità e di renderle omaggi degni di lei. Ci assicurano che Dio ha creato il mondo soltanto per la sua propria gloria, e che la specie umana dovette far parte del suo progetto, affinché ci fosse qualcuno in grado di ammirare le sue opere e di glorificarlo per esse. Ma se Dio ha avuto questo intendimento, non è chiaramente fallito nel suo scopo? - 1) L'uomo, secondo voi stessi, si troverà sempre nella più completa impossibilità di conoscere il proprio Dio, e nell'ignoranza più invincibile della sua essenza divina. - 2) Un essere che non ha eguali non può essere oggetto di gloria; la gloria non può risultare che dal confronto della sua eccellenza con quella degli altri. - 3) Se Dio è di per sé infinitamente beato, se basta a se stesso, che bisogno ha degli omaggi delle sue deboli creature? - 4) Dio, nonostante tutto il suo darsi da fare, non si sente affatto glorificato: al contrario, tutte le religioni del mondo ce lo presentano come perpetuamente offeso; esse si propongono, tutte, di riconciliare l'uomo peccatore, ingrato e ribelle col suo Dio corrucciato.
50 • Dio non è fatto per l'uomo, né l'uomo per Dio
Se Dio è infinito, è ancor meno fatto per l'uomo di quanto l'uomo sia fatto per le formiche. Le formiche d'un giardino ragionerebbero assennatamente sul conto del giardiniere se si proponessero di occuparsi delle sue intenzioni, dei suoi desideri, dei suoi progetti? Avrebbero còlto nel segno se pretendessero che il parco di Versailles non sia stato piantato che per esse, e che la bontà d'un monarca amante del fasto non abbia avuto per scopo che di dar loro un alloggio magnifico? Ma, secondo la teologia, l'uomo è, in confronto a Dio, molto al di sotto di quanto l'insetto più insignificante sia in confronto all'uomo. Quindi, per confessione della teologia stessa, la teologia, che non cessa di occuparsi degli attributi e dei disegni della divinità, è la più assoluta follìa.
51 • Non è vero che lo scopo della formazione dell'universo sia di rendere felice l'uomo
Si vuole che, formando l'universo, Dio non abbia avuto altro scopo che di rendere felice l'uomo. Ma, in un mondo fatto apposta per lui e governato da un Dio onnipotente, l'uomo è effettivamente felice? I suoi godimenti sono durevoli? I suoi piaceri non sono misti a dolori? C'è molta gente soddisfatta della propria sorte? Il genere umano non è la vittima perpetua di mali fisici e morali? Questa macchina umana, che ci viene additata come un capolavoro dell'industria del creatore, non si guasta in mille modi? Rimarremmo ammirati dell'abilità d'un artigiano che ci facesse vedere una macchina complicata, pronta a incepparsi ad ogni istante, e destinata, dopo qualche tempo, a frantumarsi da sé?
52 • Quella che si chiama Provvidenza è solo una parola priva di senso
Si chiama «Provvidenza» la cura generosa che la Divinità dimostra provvedendo ai bisogni e vegliando per la felicità delle sue amate creature. Ma, appena si aprono gli occhi, si trova che Dio non provvede a nulla. La Provvidenza dorme riguardo alla parte più numerosa degli abitatori di questo mondo. Di contro a un piccolissimo numero di uomini che supponiamo felici, quale folla immensa di sventurati gemono sotto l'oppressione e languiscono nella miseria! Non vediamo interi popoli costretti a strapparsi il pane di bocca per alimentare le stravaganze di alcuni cupi tiranni, i quali non sono più felici degli schiavi che essi schiacciano?
Nel momento stesso in cui i nostri maestri ci sciorinano con enfasi gli atti di bontà della Provvidenza, nel momento in cui ci esortano a riporre in lei la nostra fiducia, li udiamo proclamare, dinanzi a catastrofi impreviste, che «la Provvidenza si prende gioco dei vani progetti degli uomini», che manda all'aria i loro propositi, che si ride dei loro sforzi, che la sua profonda saggezza si compiace di sconcertare le menti dei mortali! Ma come riporre fiducia in una Provvidenza maligna che si beffa, che si prende gioco del genere umano? Come si pretende che io ammiri i procedimenti ignoti di una sapienza arcana, il cui modo d'agire è per me inesplicabile? «Giudicatela dai suoi effetti», direte: è proprio da quelli che io la giudico, e trovo che codesti effetti sono talvolta utili per me, talvolta dolorosi.
Credono di giustificare la Provvidenza dicendo che in questo mondo ci sono più beni che mali per ciascuno degli individui della specie umana. Anche ammettendo che i beni che codesta Provvidenza ci fa godere siano agguagliabili a cento, e i mali a dieci, ne risulterà sempre che, di contro a cento gradi di bontà, la Provvidenza possiede un decimo di malvagità: il che è incompatibile con la perfezione che le si attribuisce.
Tutti i libri son pieni degli elogi più lusinghieri della Provvidenza, della quale si vantano le premurose cure. Sembrerebbe che, per vivere felice quaggiù, l'uomo non avrebbe alcun bisogno di darsi da fare. Eppure, senza il proprio lavoro, l'uomo rimarrebbe in vita appena un giorno. Per vivere, lo vedo costretto a sudare, a lavorar la terra, a cacciare, pescare, affaccendarsi senza posa; senza queste cause seconde, le cause prime (almeno nella maggior parte dei paesi) non provvederebbero ad alcuno dei suoi bisogni. Se rivolgo lo sguardo a tutte le parti del nostro globo, vedo l'uomo selvaggio e l'uomo civile in lotta perpetua con la Provvidenza. L'uomo è costretto a parare i colpi che la Provvidenza gli sferra mediante gli uragani, le tempeste, il gelo, la grandine, le alluvioni, le siccità, i vari incidenti che rendono così spesso inutili tutti questi lavori. In una parola, vedo la razza umana continuamente all'opera per salvarsi dai brutti tiri di questa Provvidenza che dicono impegnata nel prendersi cura della sua felicità.
Un bigotto ammirava la divina Provvidenza per aver fatto passare saggiamente dei fiumi dovunque gli uomini hanno costruito grandi città. Il modo di ragionare di costui è altrettanto insensato quanto quello di tanti dotti che non cessano di parlarci di «cause finali», o pretendono di scorgere chiaramente i benèfici disegni di Dio nella formazione delle cose.
53 • Questa presunta Provvidenza è meno occupata a conservare il mondo che a metterlo in disordine, è meno amica che nemica dell'uomo
Possiamo dunque dire che la divina Provvidenza si manifesti in un modo ben chiaro nel conservare le ammirevoli opere che costituirebbero il suo titolo d'onore? Se è lei che governa il mondo, noi la scorgiamo altrettanto occupata a distruggere quanto a creare, ad annientare quanto a produrre. Non fa perire ad ogni istante, a migliaia, quegli stessi uomini alla conservazione e al benessere dei quali si suppone che sia continuamente attenta? Ogni momento essa perde di vista la sua creatura prediletta: ora distrugge la sua casa, ora devasta le sue messi, ora invade con le acque i suoi campi, ora li rende sterili con un'ardente siccità. Arma la natura tutta quanta contro l'uomo; arma l'uomo stesso contro la propria specie; quasi sempre finisce col farlo morire tra le sofferenze. È questo, dunque, che si chiama «conservare l'universo»?
Se si indagasse senza preconcetti la condotta ambigua della Provvidenza verso la specie umana e tutti gli esseri sensibili, si troverebbe che, ben lungi dal somigliare ad una madre tenera e premurosa, essa somiglia piuttosto a quelle madri snaturate che, dimenticando sùbito i frutti sventurati dei loro lùbrici amori, abbandonano i loro figli appena nati, e, credendo che basti averli messi al mondo, li espongono privi di soccorso ai capricci della sorte.
Gli Ottentotti, molto più saggi, in questo, di altri popoli che li trattano come barbari, rifiutano, si dice, di adorare Dio, perché, «se fa spesso del bene, fa spesso del male». Questo ragionamento non è forse più giusto e più conforme all'esperienza di quello di tanti uomini che si ostinano a vedere nel loro Dio nient'altro che bontà, saggezza, preveggenza, e si rifiutano di vedere che i mali innumerevoli di cui questo mondo è la sede devono giungere dalla stessa mano che essi baciano con ardore?
54 • No, il mondo non è affatto governato da un essere intelligente
La logica del buon senso c'insegna che una causa può e deve essere giudicata soltanto in base ai suoi effetti. Una causa può essere reputata costantemente buona solo quando produce costantemente effetti buoni, utili, piacevoli. Una causa che produce ora del bene, ora del male è una causa talvolta buona, talvolta cattiva. Ma la logica della teologia viene a distruggere tutte queste deduzioni. Per essa, i fenomeni naturali o gli effetti che vediamo in questo mondo ci dimostrano l'esistenza di una causa infinitamente buona, e questa causa è Dio. Sebbene questo mondo sia pieno di mali, sebbene il disordine vi regni spessissimo, sebbene gli uomini gemano continuamente per la mala sorte che li opprime, noi dobbiamo esser convinti che questi effetti sono dovuti ad una causa benefica e immutabile. E molti lo credono, o fingono di crederlo!
Tutto ciò che avviene nel mondo ci mostra, nel modo più chiaro, che esso non è governato da un essere intelligente. Noi non possiamo giudicare l'intelligenza di un essere che in base alla conformità dei mezzi da lui usati per giungere al fine a cui mira. Il fine di Dio, dicono, è la felicità della nostra specie: eppure una stessa Necessità determina la sorte di tutti gli esseri sensibili, i quali non nascono che per soffrire molto, godere poco e morire. La coppa dell'uomo è piena di un misto di gioia e di amarezza; dappertutto c'è il bene, ma, accanto, il male; all'ordine sottentra il disordine; la generazione è seguita dalla distruzione. Se mi dite che i disegni di Dio sono dei misteri e che le sue vie non si possono discernere, vi risponderò che, in questo caso, mi è impossibile giudicare se Dio è intelligente.
55 • Dio non può essere considerato immutabile
Voi pretendete che Dio sia immutabile! Ma cos'è che produce una continua instabilità in questo mondo, che per voi è il suo regno? Esiste uno Stato soggetto a rivolgimenti più frequenti e più crudeli di quello su cui regna questo monarca ignoto? Come attribuire a un Dio immutabile, dotato di potenza sufficiente per dar solidità alle proprie opere, il governo d'una natura in cui tutto è un continuo cangiarsi? Se devo credere a un Dio dotato di costanza per tutto ciò che riguarda gli effetti vantaggiosi alla specie umana, quale Dio posso scorgere nelle disgrazie continue dalle quali la mia specie è oppressa? Voi mi dite che sono i nostri peccati che lo costringono a punirci; io vi risponderò che dunque, secondo ciò che voi stessi ammettete, Dio non è per niente immutabile, poiché i peccati degli uomini lo costringono a cambiar condotta verso di loro. Un essere che ora s'irrita e ora si placa, può serbarsi costantemente identico a se stesso?
56 • I mali e i beni sono effetti necessari di cause naturali; che cos'è un Dio che non può arrecarvi alcun mutamento?
L'universo non è altro che quello che può essere. Tutti gli esseri sensibili vi godono e vi soffrono, cioè subiscono movimenti che talvolta recano loro piacere, talaltra dolore. Questi effetti sono necessari: essi risultano necessariamente da cause che agiscono secondo le loro proprietà. Tali effetti mi piacciono o mi spiacciono necessariamente in conseguenza della mia particolare natura. Questa stessa natura mi costringe a evitare, ad allontanare, a combattere gli uni; a cercare, a desiderare, a procurarmi gli altri. In un mondo in cui tutto è retto dalla necessità, un Dio che non rimedia a nulla, che lascia andare le cose secondo il loro corso inevitabile, che è se non il «Destino», ossia la necessità personificata? È un Dio sordo, che non può apportare alcun mutamento a leggi generali a cui egli medesimo è sottomesso. Che m'importa la potenza infinita di un essere che non vuol fare che pochissime cose in mio favore? Dov'è la bontà infinita di un essere indifferente alla mia felicità? A che mi serve la benevolenza di un essere che, potendo farmi un bene infinito, non me ne fa nemmeno uno finito?
57 • Vanità delle consolazioni teologiche contro i mali di questa vita. La speranza d'un paradiso, d'una vita futura, non è che immaginaria
Quando chiediamo perché, sotto un Dio buono, si trovano tanti infelici, ci consolano dicendo che il mondo attuale non è che un passaggio destinato a condurre l'uomo a un mondo più felice. Ci assicurano che la terra sulla quale viviamo è un soggiorno per metterci alla prova. Infine, ci tappano la bocca dicendo che Dio non ha potuto comunicare alle sue creature né l'impassibilità né una felicità infinita, riservate a lui solo. Come accontentarsi di queste risposte? - 1) L'esistenza di un'altra vita non ha per garante null'altro che l'immaginazione degli uomini, i quali, supponendola, hanno semplicemente realizzato il loro desiderio di sopravvivere a se stessi, allo scopo di godere in séguito una felicità più durevole e più pura di quella di cui godono attualmente. - 2) Come si può concepire che un Dio che sa tutto, e che deve conoscere a fondo il carattere morale delle sue creature, abbia ancora bisogno di metterlo tanto alla prova per esserne sicuro? - 3) Secondo i calcoli dei nostri cronologi, la terra che abitiamo esiste da sei o settemila anni; da allora, i popoli hanno, sotto diverse forme, provato senza posa traversìe e calamità strazianti; la storia ci mostra la specie umana tormentata e desolata in ogni epoca da tiranni, conquistatori, eroi, da guerre, alluvioni, carestie, epidemie ecc. Prove così lunghe sono tali da ispirarci una grande fiducia nei disegni misteriosi della divinità? Tanti mali, sempre susseguentisi, ci danno un'alta idea della sorte futura che la sua bontà ci prepara? - 4) Se Dio è così ben disposto verso gli uomini come ci assicurano, non avrebbe potuto, pur senza darci una felicità infinita, elargirci almeno quel grado di felicità che gli esseri finiti sono capaci di godere in questo mondo? Per essere felici, abbiamo addirittura bisogno d'una felicità infinita e divina? - 5) Se Dio non ha potuto rendere gli uomini più felici di quanto non siano quaggiù, che cosa diventerà la speranza di un «paradiso» nel quale si sostiene che gli eletti gioiranno in eterno di una felicità ineffabile? Se Dio non ha potuto né voluto escludere il male dalla terra (il solo soggiorno che noi possiamo conoscere), quale motivo avremmo di supporre che egli potrà o vorrà escludere il male da un altro mondo del quale non abbiamo alcuna idea?
Sono più di duemila anni che, come riferisce Lattanzio, il savio Epicuro ha detto: «O Dio vuole impedire il male, e non può ottenerlo; o lo può, e non lo vuole; o non lo vuole né lo può; o lo vuole e lo può. Se lo vuole senza poterlo, è impotente; se lo può e non lo vuole, avrebbe una malvagità che non dobbiamo attribuirgli; se non lo può né lo vuole, sarebbe, insieme, impotente e malvagio, e quindi non sarebbe Dio; se lo vuole e lo può, donde viene dunque il male, e perché Dio non lo impedisce?». Da più di duemila anni le persone sensate aspettano una soluzione ragionevole di queste difficoltà; e i nostri sapienti c'insegnano che esse saranno rimosse soltanto nella vita futura!
58 • Altra fantasticheria non meno romanzesca
Ci parlano di una pretesa «scala degli esseri»: si suppone che Dio abbia raggruppato le sue creature in classi differenti, nelle quali ciascuna gode il grado di felicità che le è possibile. Secondo questa costruzione romanzesca, dall'ostrica fino agli angeli del cielo, tutti gli esseri godono un bene che è loro peculiare. L'esperienza contraddice nettamente questa sublime fantasia. Nel mondo in cui ci troviamo, vediamo tutti gli esseri senzienti soffrire e vivere insidiati da pericoli. L'uomo non può camminare senza ferire, tormentare, schiacciare una moltitudine di esseri sensibili che si trovano sul suo cammino; e nel frattempo egli stesso, ad ogni passo, è esposto a una folla di mali previsti o imprevisti che possono condurlo all'annientamento. L'idea stessa della morte non basta a turbarlo in mezzo ai piaceri più vivi? Durante tutto il corso della vita, è in preda ad afflizioni. Nemmeno per un momento egli è sicuro di conservare la propria vita, alla quale lo vediamo così fortemente attaccato, e che egli considera come il più gran dono della Divinità.
59 • Invano la teologia si sforza di liberare il proprio Dio dai difetti dell'uomo: o questo Dio non è libero, o è più cattivo che buono
«Il mondo», si dirà, «ha tutta la perfezione di cui era suscettibile; proprio perché il mondo non era Dio che lo ha creato, non poteva non avere, accanto a grandi qualità, grandi difetti». Ma noi risponderemo che, se era inevitabile che il mondo avesse grandi difetti, sarebbe stato più conforme alla natura di un Dio buono non creare affatto un mondo che egli non poteva rendere completamente felice. Se Dio, il quale, a vostro giudizio, era sovranamente beato prima della creazione del mondo, poteva continuare ad essere sovranamente beato senza crearlo, perché non è rimasto in riposo? Perché è necessario che l'uomo soffra? Perché è necessario che l'uomo esista? Che importa a Dio la sua esistenza? Non importa nulla o importa qualcosa? Se la sua esistenza non gli è affatto utile o necessaria, perché non l'ha lasciato nel nulla? Se la sua esistenza è necessaria alla sua gloria, egli aveva dunque bisogno dell'uomo; gli mancava qualcosa prima che l'uomo esistesse! Si può perdonare ad un artigiano inabile di aver fatto un lavoro imperfetto, poiché bisogna che egli lavori, bene o male, se non vuol morire di fame. Quell'artigiano è scusabile: il vostro Dio non lo è affatto. Secondo voi, Dio è autosufficiente; allora, perché crea degli uomini? Ha, secondo voi, tutto il necessario per rendere felici gli uomini; perché, dunque, non li fa felici? Dovrete concludere che il vostro Dio ha più malvagità che bontà, a meno che non ammettiate che Dio è stato costretto a fare ciò che ha fatto, senza poter fare altrimenti. Eppure, ci assicurate che il vostro Dio è libero; dite anche che è immutabile, anche se ha incominciato e cesserà in un dato tempo l'esercizio della sua potenza, come tutti gli esseri mutevoli di questo mondo. O teologi! Avete fatto vani sforzi per liberare il vostro Dio da tutti i difetti dell'uomo: a codesto Dio così perfetto è sempre rimasta «una sporgenza dell'orecchio» umano.
60 • Non si può credere a una Provvidenza divina, a un Dio infinitamente buono e onnipotente
«Dio non è depositario dei propri favori? Non è in diritto di disporre del bene che egli fa alle creature? Non può, questo bene, riprenderselo? La sua creatura non ha alcun diritto di chiedergli ragione della sua condotta; egli può disporre a suo piacimento del prodotto delle sue mani. Sovrano assoluto dei mortali, egli distribuisce la felicità o l'infelicità come a lui aggrada». Ecco le risposte che i teologi ci dànno, per consolarci dei mali che Dio ci fa. Noi replicheremo che un Dio che fosse infinitamente buono non sarebbe affatto «depositario dei propri favori», ma, per la sua stessa natura, sarebbe obbligato a elargirli alle sue creature. Replicheremo che un essere realmente benèfico non si crede in diritto di astenersi dal fare il bene. Replicheremo che un essere realmente generoso non si riprende ciò che ha donato, e che ogni uomo che si comportasse così, non potrebbe pretendere alcuna riconoscenza, né sarebbe in diritto di lagnarsi di essersi attirato ingratitudine.
Come conciliare la condotta arbitraria e bizzarra che i teologi attribuiscono a Dio con la religione che presuppone un patto o degli impegni reciproci fra codesto Dio e gli uomini? Se Dio non deve niente alle sue creature, esse dal canto loro non devono niente al loro Dio. Ogni religione è basata sulla felicità che gli uomini si ritengono autorizzati ad attendere dalla Divinità; si suppone che essa dica loro: «Amatemi, adoratemi, obbeditemi, ed io vi renderò felici». Gli uomini dal canto loro le dicono: «Rendici felici, sii fedele alle tue promesse, e noi ti ameremo, ti adoreremo, obbediremo alle tue leggi». Trascurando la felicità delle sue creature, distribuendo a capriccio i propri favori e le proprie grazie, riprendendosi i propri doni, Dio non rompe forse il patto che serve di base ad ogni religione?
Cicerone ha detto giustamente che «se Dio non si rende amabile all'uomo, non può essere il suo Dio». La bontà è l'essenza della Divinità. Tale bontà può rivelarsi all'uomo solo attraverso i beni che egli riceve; basta che egli sia infelice, e codesta bontà scompare e fa scomparire nello stesso tempo la Divinità. Una bontà infinita non può essere né parziale, né esclusiva. Se Dio è infinitamente buono, deve elargire la felicità a tutte le sue creature; un solo essere infelice basterebbe per annullare una bontà sconfinata. Sotto un Dio infinitamente buono e potente, è mai possibile concepire che un sol uomo possa soffrire? Un animale, il più piccolo essere vivente, che soffrono, forniscono argomenti inconfutabili contro la divina Provvidenza e la sua infinita bontà.
61 • Continuazione
Secondo i teologi, le afflizioni e i mali di questa vita sono castighi che gli uomini colpevoli si attirano da parte della Divinità. Ma perché gli uomini sono colpevoli? Se Dio è onnipotente, dire «Tutto in questo mondo si mantenga in ordine, tutti i miei sudditi siano buoni, innocenti, fortunati» gli costa di più che dire «Tutto esista»? Sarebbe stato più difficile per un tal Dio far bene la sua opera, che farla così male? C'era più distanza dalla non-esistenza degli esseri ad una loro esistenza saggia e felice, che dalla loro non-esistenza ad una loro esistenza insensata e miserabile?
La religione ci parla d'un «inferno», cioè d'una dimora spaventosa nella quale, nonostante la sua bontà, Dio riserva tormenti infiniti alla maggioranza degli uomini. Così, dopo aver reso i mortali infelicissimi in questo mondo, la religione fa intraveder loro che Dio potrà renderli ancor più infelici in un altro mondo! Se la sbrigano dicendo che, in quel caso, la bontà di Dio cederà dinanzi alla sua giustizia. Ma una bontà che cede dinanzi alla crudeltà più terribile non è una bontà infinita. D'altronde, un Dio che, dopo essere stato infinitamente buono, diviene infinitamente malvagio, può essere considerato come un essere immutabile? Un Dio pieno di furore implacabile è un Dio nel quale si possa ritrovare l'ombra della clemenza o della bontà?
62 • La teologia fa del proprio Dio un mostro di sragionevolezza, di ingiustizia, di malvagità e di atrocità, un essere sommamente odioso
La giustizia divina, quale la dipingono i nostri teologi, è davvero una qualità molto adatta a farci amare Dio! Secondo gli insegnamenti della teologia moderna, sembra evidente che Dio abbia creato il maggior numero di uomini solo allo scopo di metterli a rischio di esser condannati a eterni supplizi. Non sarebbe stato dunque più conforme alla bontà, alla ragionevolezza, all'equità, creare solamente delle pietre o delle piante, e nessun essere sensibile, anziché dar vita a uomini la cui condotta in questo mondo poteva procurar loro, nell'aldilà, castighi senza fine? Un Dio sufficientemente perfido e malvagio da creare anche un solo uomo, e da lasciarlo poi esposto al pericolo di dannarsi, non può essere considerato come un essere perfetto, ma come un mostro di sragionevolezza, di ingiustizia, di malvagità e di atrocità. Lungi dall'ideare un Dio perfetto, i teologi hanno escogitato il più imperfetto degli esseri.
Secondo i dettami della teologia, Dio somiglierebbe a un tiranno che, dopo aver fatto accecare i più dei suoi schiavi, li rinchiudesse in un'oscura prigione e, per divertimento, li osservasse, senza esser visto, attraverso una feritoia, in modo da cogliere l'occasione di punire crudelmente tutti quelli che, movendosi, si urtassero gli uni con gli altri: ricompensasse, invece, con munificenza i pochi a cui aveva lasciato la vista, riconoscendo loro il merito di essere stati così bravi da evitare di scontrarsi coi loro compagni. Tale è la raffigurazione della Divinità che il dogma della «predestinazione gratuita» ci suggerisce!
Benché gli uomini si affannino a ripetere che il loro Dio è infinitamente buono, è evidente che, in fondo al cuore, non possono crederci affatto. Come amare quel che non si conosce? Come amare un essere la cui immagine non serve ad altro che a gettarci nell'inquietudine e nell'angoscia? Come amare un essere di cui tutto ciò che si dice contribuisce a darci una raffigurazione sommamente odiosa?
63 • Ogni religione si sforza d'ispirare un timore vile e insensato della Divinità
Molti ci insegnano una distinzione sottile tra la vera religione e la superstizione. Ci dicono che la seconda non è che un timore vile e insensato della Divinità; che l'uomo veramente religioso ha fiducia nel suo Dio e lo ama sinceramente, mentre il superstizioso non vede in lui che un nemico, non ha in lui alcuna fiducia, se lo immagina come un tiranno sospettoso, crudele, restìo ad elargire i suoi benefìci, pronto a infliggere castighi. Ma, in fondo, ogni religione non ci dà questa stessa raffigurazione di Dio? Nello stesso tempo in cui ci dicono che Dio è infinitamente buono, non ci ripetono senza tregua che egli s'irrita facilissimamente, che non elargisce i suoi favori se non a pochi, che punisce con furore quelli ai quali non si è compiaciuto di mostrare la propria benevolenza?
64 • Non c'è vera differenza tra la religione e la più cupa e servile superstizione
Se ricaviamo il nostro concetto di Dio dalla natura delle cose in cui troviamo un misto di beni e di mali, questo Dio, stando al bene e al male che proveremo, dovrà logicamente apparirci capriccioso, incostante, ora buono, ora cattivo; e, per ciò stesso, invece di suscitare il nostro amore, dovrà far sorgere nei nostri cuori la diffidenza, la paura, l'insicurezza. Non c'è dunque alcuna vera differenza tra la religione naturale e la superstizione più cupa e servile. Se il teista non vede Dio che dal lato buono, il superstizioso lo vede dal lato più ripugnante. La follia dell'uno è lieta, la follia dell'altro è lugubre, ma tutti e due sono egualmente deliranti.
65 • In base alle idee che la teologia ci fornisce sulla Divinità, amare Dio è impossibile
Se attingo il mio concetto di Dio dalla teologia, Dio mi si mostra con le caratteristiche più adatte a stornare l'amore. I devoti che ci dicono di amare sinceramente il loro Dio sono o dei bugiardi o dei pazzi che vedono Dio solo unilateralmente. È impossibile amare un essere il cui concetto non è adatto che a suscitare il terrore, i cui giudizi fanno fremere. Come pensare senza angoscia a un Dio che riteniamo tanto barbaro da poterci dannare?
Non ci si venga a parlare di un timore «filiale» o rispettoso e commisto di amore, che gli uomini dovrebbero avere per il loro Dio. Un figlio non può in alcun modo amare suo padre se lo sa tanto crudele da infliggergli dei supplizi raffinati allo scopo di punirlo delle più lievi mancanze che egli possa aver commesso. Nessun uomo al mondo può avere la minima scintilla d'amore per un Dio che riserba al novantanove per cento dei suoi figli punizioni infinite per durata e per ferocia.
66 • Inventando il dogma dell'eternità delle pene infernali, i teologi hanno fatto del loro Dio un essere detestabile, più malvagio del più malvagio tra gli uomini, un tiranno perverso, crudele senza alcuno scopo e per mero suo piacere
Gli inventori del dogma dell'eternità delle pene dell'inferno hanno fatto di quel Dio che essi dicono così buono il più detestabile degli esseri. La crudeltà, negli uomini, è il risultato estremo della malvagità. Non esiste un animo sensibile che non sia turbato e sconvolto dal solo racconto dei tormenti che prova il peggior malfattore; ma la crudeltà produce un'indignazione di gran lunga maggiore quando la si giudica gratuita o immotivata. I tiranni più sanguinari, i Caligola, i Neroni, i Domiziani avevano almeno dei motivi, quali che essi fossero, per tormentare le loro vittime e per irridere alle loro sofferenze: questi motivi erano o la loro propria sicurezza, o il furore vendicativo, o lo scopo di spargere il terrore con terribili punizioni esemplari, o, forse, la vanità di mettere in mostra la loro potenza e il desiderio di soddisfare una curiosità barbarica. Un Dio può avere qualcuno di questi motivi? Tormentando le vittime della sua collera, punirebbe degli esseri che non hanno potuto né mettere davvero in pericolo il suo potere indistruttibile, né turbare la sua felicità che nulla può alterare. D'altra parte, i supplizi infernali sarebbero inutili ai viventi, che non possono esserne testimoni; sarebbero inutili ai dannati, poiché all'inferno non è più possibile convertirsi e il tempo della misericordia è passato. Ne consegue che Dio, nell'esercizio della sua eterna vendetta, non avrebbe altro scopo che di divertirsi e di irridere alla debolezza delle sue creature.
Me ne appello a tutto il genere umano: esiste in natura un uomo che si senta sufficientemente crudele per voler tormentare a sangue freddo, non dico un proprio simile, ma un qualsiasi essere sensibile, senza ricavarne alcun vantaggio, alcun profitto, senza nemmeno essere spinto dalla curiosità, senza aver niente da temere? Concludete dunque, o teologi, che, secondo i vostri stessi princìpi, il vostro Dio è infinitamente più cattivo del più cattivo degli uomini.
Mi direte, forse, che «offese infinite meritano castighi infiniti»: ed io vi dirò che è impossibile offendere un Dio la cui felicità è infinita. Vi dirò, per di più, che le offese degli esseri finiti non possono essere infinite. Vi dirò che un Dio che non vuole essere offeso non può consentire a far durare per tutta l'eternità le offese inflitte alle sue creature. Vi dirò che un Dio infinitamente buono non può essere infinitamente crudele, né concedere alle sue creature una durata infinita al solo scopo di procurarsi il piacere di tormentarle senza fine.
Soltanto la più efferata barbarie, soltanto la più insigne ribalderia, soltanto l'ambizione più cieca hanno potuto far immaginare il dogma dell'eternità delle pene. Se esistesse un Dio passibile di offesa o di bestemmia, non vi sarebbero al mondo bestemmiatori più infami di quelli che osano dire che questo Dio è un tiranno tanto perverso da godere, per tutta l'eternità, dei tormenti inutili inflitti alle sue deboli creature.
67 • La teologia non è che un susseguirsi di evidenti contraddizioni
Sostenere che Dio può offendersi per le azioni degli uomini, significa distruggere tutte le idee che, d'altro canto, ci si sforza di inculcarci riguardo a questo essere. Dire che l'uomo può turbare l'ordine dell'universo, accendere il fulmine nella mano del proprio Dio, sviarne i progetti, significa dire che l'uomo è più forte del proprio Dio, che è l'arbitro della sua volontà, che dipende da lui alterare la sua bontà e trasformarla in crudeltà. La teologia non fa che distruggere continuamente con una mano quel che costruisce con l'altra! Se ogni religione è basata su un Dio che s'irrita e si placa, ogni religione è basata su una contraddizione evidente.
Tutte le religioni sono concordi nell'esaltarci la saggezza e la potenza infinita della Divinità. Ma appena incominciano a descriverci la sua condotta, noi non vi troviamo che imprudenza, scarsa preveggenza, debolezza e follìa. Dio, ci dicono, ha creato il mondo in servigio di se stesso: eppure, finora non è mai riuscito a farsi onorare come si deve. Dio ha creato gli uomini allo scopo di avere nei suoi Stati dei sudditi che gli rendessero omaggio: e noi vediamo gli uomini ribellarglisi di continuo!
68 • Le cosiddette opere di Dio non dimostrano affatto l'esistenza di quelle che si chiamano le perfezioni divine
Non cessano di vantarci le perfezioni divine; e se ne chiediamo la dimostrazione, ci mostrano le opere di Dio, nelle quali, ci assicurano, tali perfezioni sono scritte in caratteri indelebili. Nondimeno, tutte queste opere sono imperfette e periture. L'uomo, che si persiste a considerare come il capolavoro, come la creazione più meravigliosa della Divinità, è pieno d'imperfezioni che lo rendono sgradevole allo sguardo dell'artefice onnipotente che l'ha creato. Quest'opera mirabile diventa spesso così ripugnante e così odiosa per il suo autore, che esso si trova costretto a gettarla tra le fiamme. Ma se la più preziosa opera della Divinità è imperfetta, in base a che potremmo dare un giudizio sulle perfezioni divine? Una creatura che suscita nel suo stesso autore tanta scontentezza, può farci ammirare l'abilità del suo artefice? L'uomo fisico è soggetto a mille infermità, a mali innumerevoli, alla morte; l'uomo morale è pieno di difetti; e intanto ci si affanna a ripetere che è l'opera più bella dell'essere più perfetto!
69 • La perfezione di Dio non brilla nemmeno nella pretesa creazione degli angeli, dei puri spiriti
Creando degli esseri più perfetti degli uomini, non sembra che Dio abbia fatto migliore riuscita, né abbia dato prove più forti della propria perfezione. Non apprendiamo forse, in molte religioni, che alcuni angeli, puri spiriti, si sono ribellati al loro Signore e hanno perfino preteso di deporlo dal trono? Dio si è proposto la felicità degli angeli e degli uomini, e non è mai riuscito a render felici né gli angeli né gli uomini: l'orgoglio, la malvagità, i peccati, le imperfezioni delle creature si sono sempre opposte ai voleri del creatore perfetto.
70 • La teologia predica l'onnipotenza del suo Dio, e lo mostra continuamente impotente
Ogni religione è chiaramente basata sul principio che «Dio propone e l'uomo dispone». Tutte le teologie del mondo ci mostrano una lotta ineguale fra la Divinità da un lato e le sue creature dall'altro. Dio non ne esce mai con onore: nonostante tutta la sua onnipotenza, non può riuscire a rendere gli esseri usciti dalle sue mani quali egli li vorrebbe. Per colmo d'assurdità, esiste una religione che sostiene che Dio stesso è morto per redimere la specie umana, e, nonostante questa morte, gli uomini sono tutto tranne ciò che Dio desidererebbe!
71 • Secondo tutti i sistemi religiosi della terra, Dio sarebbe il più capriccioso e il più insensato degli esseri
Nulla di più stravagante che la parte che in ogni paese del mondo la teologia fa recitare alla Divinità; se la cosa corrispondesse alla realtà, si sarebbe costretti a vedere in Dio il più capriccioso e insensato degli esseri. Si sarebbe obbligati a credere che Dio ha creato il mondo per farne il teatro delle proprie guerre ignobili contro le sue creature; che ha creato angeli, uomini, dèmoni, spiriti maligni, soltanto per avere degli avversari contro i quali potesse esercitare il suo potere. Egli li rende liberi di offenderlo, tanto malvagi da sviare i suoi progetti, tanto ostinati da non arrendersi mai: e tutto ciò per aver il piacere di adirarsi, di placarsi, di riconciliarsi e di porre riparo ai guasti che essi hanno commesso. Facendo fin dall'inizio le proprie creature quali dovevano essere per piacergli, quanti fastidi la Divinità si sarebbe risparmiati! O, almeno, da quanti imbarazzi avrebbe liberato i propri teologi!
Secondo tutti i sistemi religiosi della terra, Dio sembra occupato soltanto a far del male a se stesso: egli si serve del male come quei ciarlatani che si producono grandi ferite per avere occasione di mostrare al pubblico la bontà del loro unguento. Tuttavia non ci sembra che, finora, la Divinità abbia ancora potuto guarire radicalmente se stessa del male che si fa fare da parte degli uomini.
72 • È assurdo dire che il male non proviene da Dio
Dio è l'autore di tutto; eppure ci assicurano che il male non proviene da Dio. Donde proviene, allora? Dagli uomini. Ma chi ha fatto gli uomini? Dio. Dunque è da Dio che proviene il male. Se egli non avesse fatto gli uomini come sono, il male morale, il peccato, non esisterebbe nel mondo. Bisogna dunque prendersela con Dio se l'uomo è così perverso. Se l'uomo ha il potere di fare il male o di offendere Dio, siamo costretti a concludere che Dio vuol essere offeso; che Dio, che ha fatto l'uomo, ha deciso che il male venisse fatto dall'uomo. Altrimenti, l'uomo sarebbe un effetto contrario alla causa alla quale egli deve la sua esistenza.
73 • La prescienza che viene attribuita a Dio darebbe agli uomini colpevoli e da lui puniti il diritto di lagnarsi della sua crudeltà
Si attribuisce a Dio la facoltà di prevedere, cioè di sapere in anticipo tutto ciò che deve accadere nel mondo; ma questa prescienza non può affatto ridondare a sua gloria, né metterlo al riparo dai rimproveri che gli uomini potrebbero legittimamente rivolgergli. Se Dio ha la prescienza dell'avvenire, non ha potuto non prevedere la caduta delle creature che egli aveva destinate alla felicità. Se, nei suoi decreti, ha stabilito di permettere tale caduta, indubbiamente ha voluto che tale caduta avvenisse: altrimenti, essa non sarebbe avvenuta. Se la prescienza divina dei peccati delle creature fosse stata necessaria o frutto di costrizione, si potrebbe supporre che Dio sia stato costretto dalla propria giustizia a punire i colpevoli; ma Dio, godendo della facoltà di prevedere tutto e del potere di predeterminare tutto, non avrebbe potuto non imporre a se stesso delle leggi crudeli, o almeno non avrebbe potuto esimersi dal creare degli esseri che egli, in certi casi, sarebbe stato costretto a punire e a rendere infelici con un decreto successivo? Che importa se Dio abbia destinato gli uomini alla felicità o all'infelicità con un decreto anteriore, causato dalla sua prescienza, o con un decreto posteriore, causato dalla sua giustizia? La disposizione dei suoi decreti cambia forse qualcosa riguardo alla sorte degli infelici? Non saranno essi egualmente autorizzati a lagnarsi di un Dio che, potendo lasciarli nel nulla, ha dato loro l'esistenza, pur prevedendo benissimo che la sua giustizia lo avrebbe, prima o poi, costretto a punirli?
74 • Assurdità dei racconti teologici sul peccato originale e su Satana
«L'uomo», voi dite, «uscendo dalle mani di Dio, era puro, innocente e buono; ma la sua natura si è corrotta come punizione per il peccato». Se l'uomo ha potuto peccare, perfino appena uscito dalle mani di Dio, la sua natura non era dunque perfetta. Perché Dio ha permesso che egli peccasse e che la sua natura si corrompesse? Perché Dio l'ha lasciato sedurre, ben sapendo che egli sarebbe stato troppo debole per resistere al Tentatore? Perché Dio ha creato un Satana, uno spirito maligno, un Tentatore? Perché Dio, che voleva tanto bene al genere umano, non ha annientato, una volta per tutte, tanti cattivi genii che, per loro natura, sono nemici della nostra felicità? O piuttosto, perché Dio ha creato dei cattivi genii, dei quali doveva prevedere le vittorie e gli influssi terribili su tutta la razza umana? Infine, per quale fatalità, in tutte le religioni del mondo, il principio del male ha una preponderanza così forte sul principio del bene, cioè sulla Divinità?
75 • Il Diavolo, come la religione, è stato inventato per arricchire i preti
Si racconta una manifestazione di candore che è prova del buon cuore d'un monaco italiano. Questo buon uomo, un giorno, in occasione della prèdica, credette suo dovere di annunziare all'uditorio che, grazie al cielo, a forza di pensarci su, aveva trovato un mezzo sicuro per rendere felici tutti gli uomini. «Il Diavolo - disse - induce in tentazione gli uomini solo per avere, all'inferno, dei compartecipi della propria infelicità. Rivolgiamoci dunque al Papa, che possiede le chiavi del Paradiso e dell'Inferno; impegniamolo a pregare Iddio, seguìto da tutta la Chiesa, perché si riconcilii col Diavolo, lo riprenda a ben volere, lo ristabilisca nel suo rango originario: ciò non mancherà di metter fine ai suoi progetti malèfici contro il genere umano.» Il buon ecclesiastico non vedeva, forse, che il Diavolo è utile ai ministri della religione almeno quanto Dio. Costoro traggono troppi vantaggi dalla discordia fra Dio e il Diavolo, per aspirare a un accomodamento fra due nemici sulle cui lotte sono basate la loro esistenza e le loro rendite. Se gli uomini smettessero di esser tentati e di peccare, il ministero dei preti diverrebbe per essi inutile. Il manicheismo è evidentemente il sostegno di tutte le religioni; ma, per disgrazia, il Diavolo, inventato per stornare dalla Divinità il sospetto di cattiveria, ci mostra ogni momento l'impotenza o l'incapacità del suo avversario celeste.
76 • Se Dio non ha potuto rendere la natura umana esente dal peccato, non ha il diritto di punire l'uomo
La natura umana, dicono, si è necessariamente corrotta. Dio non ha potuto darle l'«impeccabilità», che è una parte inalienabile della perfezione divina. Ma se Dio non ha potuto rendere l'uomo impeccabile, perché si è dato la briga di creare l'uomo, la cui natura doveva per forza corrompersi, e, di conseguenza, doveva per forza offendere Dio? D'altra parte, se Dio stesso non ha potuto rendere impeccabile la natura umana, con quale diritto punisce gli uomini per i loro peccati? Ciò non può avvenire che per il diritto del più forte; ma il diritto del più forte si chiama violenza, e la violenza non può attribuirsi al più giusto degli esseri. Dio sarebbe sovranamente ingiusto se punisse gli uomini perché non condividono le perfezioni divine, o perché non possono essere degli dèi come lui.
Dio non avrebbe, almeno, potuto dare a tutti gli uomini quel tanto di perfezione che è compatibile con la loro natura? Se alcuni uomini sono buoni, o sanno propiziarsi il loro Dio, perché Dio non ha concesso la stessa grazia o dato le stesse disposizioni a tutti gli esseri della nostra specie? Perché il numero dei malvagi è tanto superiore a quello delle persone buone? Perché, di fronte a un amico, Dio constata la presenza di diecimila nemici in un mondo che spettava soltanto a lui di popolare di persone oneste? Se è vero che, in cielo, Dio si ripromette di formarsi una corte di santi, di eletti o di uomini che avranno vissuto sulla terra in conformità ai suoi voleri, non potrebbe avere una corte più numerosa, più sfarzosa, più onorifica per lui stesso, se l'avesse formata con tutti gli uomini, ai quali, creandoli, egli poteva concedere il grado di bontà necessario per giungere alla felicità eterna? E infine, non era più semplice non trar fuori dal Nulla l'uomo, anziché crearlo per farne un essere pieno di difetti, ribelle al suo creatore, perennemente esposto a dannarsi per un fatale abuso della propria libertà?
Invece di creare uomini, un Dio perfetto avrebbe dovuto creare soltanto angeli docili e sottomessi. Gli angeli, ci dicono, sono liberi; alcuni di essi hanno peccato; ma, almeno, non hanno peccato tutti; non hanno tutti abusato della loro libertà per ribellarsi al loro Signore. Dio non avrebbe potuto creare soltanto angeli della specie buona? Se Dio ha potuto creare angeli che non hanno peccato, non poteva creare uomini impeccabili, o che non abusassero mai della loro libertà per agire male? Se gli eletti in cielo non possono peccare, Dio non avrebbe potuto fare uomini impeccabili sulla terra?
77 • È assurdo dire che la condotta di Dio dev'essere un mistero per l'uomo, e che l'uomo non ha il diritto di esaminarla e di giudicarla
Non mancano di dirci che l'enorme distanza che separa gli uomini da Dio fa sì che, necessariamente, la condotta di Dio sia un mistero per noi, e che noi non abbiamo il diritto d'interrogare il nostro Signore. Quest'asserzione è soddisfacente? Dal momento che si tratta, secondo voi, della mia felicità eterna, non sono dunque in diritto di esaminare la condotta di Dio stesso? Gli uomini si sottomettono al volere di un Dio in vista della felicità che sperano da lui, non per altro. Un despota al quale gli uomini si sottomettessero solo per paura, un Maestro che non è lecito interrogare, un Sovrano totalmente inaccessibile, non può meritare l'omaggio degli esseri intelligenti. Se la condotta di Dio è un mistero per me, non è fatta per me. L'uomo non può né adorare, né ammirare, né rispettare, né imitare una condotta nella quale tutto è inconcepibile, o che spesso si è costretti a considerare ripugnante: a meno che non si pretenda che bisogna adorare tutte le cose che si è costretti a ignorare, e che tutto quello che non si capisce diventa per ciò stesso ammirevole!
Preti! Voi ci gridate senza posa che i disegni di Dio sono impenetrabili; che «le sue vie non sono le nostre», che «i suoi pensieri non sono i nostri», che è folle lagnarsi del suo modo di governare il mondo, i cui motivi e i cui scopi ci sono del tutto ignoti; che è temerario accusare i suoi giudizi di essere ingiusti, perché non possiamo comprenderli. Ma non vedete che, parlando su questo tono, distruggete con le vostre mani tutti i vostri profondi sistemi, che hanno l'unico scopo di spiegarci le vie della Divinità, quelle appunto che voi dite «impenetrabili»? Questi giudizi, queste vie, questi disegni, voi li avete dunque penetrati? Non osate dirlo; e, sebbene ne disputiate all'infinito, non li comprendete più di noi. Se per caso conoscete i progetti di Dio che volete farci tanto ammirare, mentre molti li trovano così poco degni di un essere giusto, buono, intelligente, ragionevole, non dite più che tali progetti sono «impenetrabili»! Se li ignorate al pari di noi, abbiate un po' d'indulgenza per chi confessa candidamente che non ci capisce nulla, o che non vi scorge nulla di divino. Cessate di perseguitare per opinioni sulle quali voi stessi non capite nulla; cessate di sbranarvi reciprocamente per sogni e ipotesi che sembrano contraddette da tutto. Parlateci di cose intelligibili e davvero utili all'uomo, non parlateci più delle vie «impenetrabili» di un Dio, sulle quali non fate altro che balbettare e contraddirvi.
Parlandoci continuamente delle immense profondità della saggezza divina, vietandoci di sondarne gli abissi, dicendoci che è un'insolenza citare Iddio al tribunale della nostra debole ragione, imputandoci a delitto la pretesa di giudicare il nostro Signore, i teologi non c'insegnano nient'altro che l'imbarazzo in cui si trovano quando si tratta di render conto della condotta di Dio, che essi trovano meravigliosa soltanto perché si trovano essi stessi nella totale impossibilità di comprenderne alcunché.
78 • È assurdo chiamare «Dio di giustizia e di bontà» un essere che fa cadere tutti i mali, senza distinzione, sui buoni e sui cattivi, sugli innocenti e sui colpevoli; è pazzesco pretendere che gli infelici si consolino della loro sventura tra le braccia di colui che ne è il solo responsabile
Il male fisico viene di solito considerato come la punizione del peccato. Le sciagure, le malattie, le carestie, le guerre, i terremoti sono mezzi dei quali Dio si serve per punire gli uomini perversi. Così non si trova difficoltà nell'attribuire questi mali alla severità di un Dio giusto e buono. Eppure, non vediamo queste disgrazie cadere, senza distinzione, sui buoni e sui cattivi, sugli empii e sui devoti, sugli innocenti e sui colpevoli? Come si presume che, dinanzi a un simile modo di procedere, noi ammiriamo la giustizia e la bontà d'un essere la cui idea sembra tanto consolante a tanti infelici? Bisogna, certo, che quegli infelici abbiano il cervello turbato dalle loro sventure, dal momento che si scordano che il loro Dio è l'arbitro di tutte le cose, l'unico dispensatore degli eventi di questo mondo. Non dovrebbero dunque prendersela con lui per i mali di cui vorrebbero consolarsi fra le sue braccia? Padre sventurato! Tu ti consoli in seno alla Provvidenza per la perdita d'un figlio amato o di una sposa che era la tua felicità! Ahimè! Non vedi che il tuo Dio li ha uccisi? Il tuo Dio ti ha reso infelice, e tu vuoi che il tuo Dio ti consoli dei colpi atroci che ti ha inferto!
Le concezioni irreali e soprannaturali della teologia sono riuscite talmente a sconvolgere nella mente umana le idee più semplici, più chiare, più naturali, che i devoti, incapaci di accusare Dio di malvagità, si abituano a considerare i più duri colpi della sorte come prove indubbie della bontà celeste. Se sono immersi nel dolore, si ordina loro di credere che Dio li ama, che Dio li protegge, che Dio vuol metterli alla prova. Così la religione è arrivata a mutare il male in bene! Un incredulo diceva giustamente: «Se il buon Dio tratta così quelli che ama, lo prego con tutto il cuore di non pensare a me».
Bisogna che gli uomini si siano formate delle concezioni molto cupe e crudeli del loro Dio, che essi dicono tanto buono, per convincersi che le disgrazie più terribili e le afflizioni più amare sono segni del suo favore! Un cattivo genio, un demonio riuscirebbe a tormentare i suoi nemici in modo più raffinato di quanto sappia fare talvolta il Dio della bontà, così spesso impegnato nel far sentire la sua ferocia ai suoi più cari amici?
79 • Un Dio che punisce i peccati che avrebbe potuto impedire è un folle che unisce l'ingiustizia alla stoltezza
Che diremmo d'un padre che - ci assicurano - veglia senza posa per la salvaguardia e il benessere dei suoi figli deboli e imprevidenti, e che ciò nonostante lascia loro la libertà di aggirarsi senza mèta fra rocce, precipizi e distese d'acque; che solo di rado li trattiene dal seguire le loro bramosie sregolate; che li lascia maneggiare senza alcuna precauzione armi micidiali, col rischio di ferirsi gravemente? Che penseremmo di questo stesso padre, se, invece di incolpare se stesso del male capitato ai suoi poveri bambini, li punisse nel modo più crudele per i loro errori? Diremmo, con ragione, che un tal padre è un pazzo che unisce l'ingiustizia alla stoltezza.
Un Dio che punisce i peccati che avrebbe potuto impedire è un essere privo di saggezza, di bontà, di equità. Un Dio previdente preverrebbe il male, e con ciò sarebbe esonerato dal punirlo. Un Dio buono non punirebbe debolezze inerenti - come egli ben sa - alla natura umana. Un Dio giusto, avendo creato l'uomo, non lo punirebbe per non averlo creato sufficientemente forte da resistere alle tentazioni. Punire la debolezza è il più iniquo degli atti tirannici. Si calunnia un Dio giusto se si dice che punisce gli uomini per i loro peccati, anche in questa vita. Come egli potrebbe punire degli esseri che soltanto da lui sarebbe dipeso di correggere, e che, non avendo ricevuto la «grazia», non possono agire altrimenti da come agiscono?
Secondo i principii dei teologi stessi, l'uomo nel suo attuale stato di corruzione non può fare che il male, giacché senza la grazia divina non ha mai la forza di fare il bene. Ora, se la natura dell'uomo, abbandonata a se stessa e priva del soccorso divino, lo induce necessariamente al male, o lo rende incapace di fare il bene, che cosa diventa il «libero arbitrio» dell'uomo? In base a tali principii, l'uomo non può né meritare né demeritare: ricompensando l'uomo per il bene che fa, Dio non farebbe altro che ricompensare se stesso: punendolo del male che fa, Dio lo punirebbe per non avergli dato la grazia, senza la quale l'uomo non poteva far niente di meglio.
80 • Il libero arbitrio è una chimera
I teologi ci dicono e ci ripetono che l'uomo è libero, mentre tutti i loro princìpi contribuiscono a distruggere la libertà dell'uomo. Volendo giustificare la divinità, la accusano in realtà della più nera ingiustizia. Essi sostengono che, senza la grazia, l'uomo deve per forza agire male, e assicurano che Dio lo punirà per non avergli dato la grazia di agire bene!
Per poco che si rifletta, si sarà costretti a riconoscere che l'uomo è necessitato in tutte le sue azioni e che il suo libero arbitrio è una chimera, anche nei sistemi dei teologi. Dipende dall'uomo di nascere o di non nascere dai tali o dai tali altri genitori? Dipende dall'uomo di assorbire o no le opinioni dei suoi genitori e dei suoi precettori? Se io fossi nato da genitori idolatri o maomettani, sarebbe dipeso da me diventare cristiano? Eppure dei maestri pieni di serietà ci assicurano che un Dio giusto condannerà senza misericordia tutti quelli a cui non avrà elargito la grazia di conoscere la religione cristiana!
La nascita dell'uomo non dipende in alcun modo da una sua scelta; nessuno gli ha chiesto se voleva venire al mondo o no. La natura non lo ha consultato quanto al luogo di nascita e ai genitori che gli ha dato. Le sue idee acquisite, le sue opinioni, le sue nozioni vere o false sono frutti necessari dell'educazione che ha ricevuto e che non ha deciso in alcun modo. Le sue passioni e i suoi desideri sono conseguenze necessarie del temperamento che la natura gli ha dato e delle idee che gli sono state inculcate. Durante tutto il corso della sua vita, le sue volizioni e le sue azioni sono determinate dai suoi rapporti con gli altri, dalle sue abitudini, dalle sue occupazioni, dai suoi piaceri, dall'ambiente in cui si trova, dai pensieri che gli si presentano senza che egli lo voglia: in una parola, da una moltitudine di eventi e di accidenti che sono estranei al suo potere. Incapace di prevedere l'avvenire, l'uomo non sa né quel che vorrà né quel che farà nell'istante che terrà dietro immediatamente all'istante in cui si trova. L'uomo arriva alla fine della vita senza che, dal momento della nascita fino a quello della morte, sia stato libero un solo momento.
Direte: «L'uomo vuole, delibera, sceglie, si autodetermina», e ne trarrete la conclusione che le sue azioni sono libere. È vero che l'uomo vuole, ma non è padrone della propria volontà o dei suoi desideri: non può desiderare e volere se non quello che egli giudica per lui vantaggioso; non può amare il dolore né detestare il piacere. Si dirà che l'uomo preferisce qualche volta il dolore al piacere; ma in questo caso preferisce un dolore passeggero, allo scopo di procurarsi un piacere maggiore o più durevole. L'idea di un bene maggiore lo determina necessariamente a privarsi di un bene meno considerevole.
Non è l'amante che dà alla sua amata le fattezze che ammira. Egli non è dunque padrone di amare o di non amare l'oggetto della sua tenerezza; non è padrone dell'immaginazione o del sentimento che lo dominano. Ne consegue, evidentemente, che l'uomo non è padrone delle volizioni e dei desideri che sorgono nella sua anima, indipendentemente da lui.
«Ma l'uomo - direte - può resistere ai propri desideri: dunque è libero». L'uomo resiste ai propri desideri quando i motivi che lo distolgono da un oggetto sono più forti di quelli che lo spingono verso quell'oggetto; ma allora la resistenza è necessitata. Un uomo che teme il disonore o la condanna più di quanto ami il denaro, resiste necessariamente al desiderio d'impadronirsi del denaro di un altro.
Non siamo dunque liberi quando deliberiamo? Ma siamo padroni di sapere o di non sapere, di essere incerti o sicuri? La deliberazione è un effetto necessario dell'incertezza in cui ci troviamo quanto alle conseguenze delle nostre azioni. Una volta che siamo o crediamo di essere sicuri di tali conseguenze, noi ci decidiamo necessariamente, e quindi agiamo necessariamente, seguendo il nostro giudizio giusto o errato. I nostri giudizi, veri o falsi, non sono liberi: sono determinati necessariamente dalle idee, quali che esse siano, che abbiamo ricevuto o che il nostro intelletto si è formato.
L'uomo non è affatto libero nelle sue scelte: è evidentemente necessitato a scegliere ciò che giudica più utile o più piacevole per lui. Quando sospende il proprio giudizio, non per questo è libero: è costretto a sospenderlo fino al momento in cui conosca o creda di conoscere le qualità degli oggetti che gli si presentano, o in cui abbia pesato le conseguenze delle proprie azioni. «L'uomo - direte - si decide ogni momento a compiere azioni che sa dannose a se stesso; l'uomo qualche volta si uccide; dunque è libero.» Io lo nego. È forse padrone, l'uomo, di ragionare bene o male? La sua ragione e la sua saggezza non dipendono sia dalle opinioni che si è formato, sia dalla struttura della sua macchina? Poiché né le une né l'altra dipendono dalla sua volontà, esse non possono minimamente dimostrare la sua libertà.
«Se io scommetto di fare o di non fare una cosa, non sono libero? Non dipende da me di farla o di non farla?». No, vi rispondo; il desiderio di vincere la scommessa vi determinerà necessariamente a fare o a non fare la cosa in questione. «Ma se accetto di perdere la scommessa?». Allora il desiderio di dimostrarmi che siete libero sarà diventato in voi un movente più forte del desiderio di vincere la scommessa; e questo movente vi avrà necessariamente determinato a fare o a non fare la cosa che era in questione tra noi.
«Ma - direte - io mi sento libero». È un'illusione che si può paragonare a quella della mosca della favola, che, posatasi sul timone di un pesante carro, si vantava di dirigere il cammino del veicolo che trasportava lei stessa. L'uomo che si crede libero è una mosca che crede di essere padrona di muovere la macchina dell'universo, mentre ne è trascinato a sua insaputa.
Il sentimento intimo che ci fa credere di esser liberi di fare o di non fare una cosa non è che mera illusione. Quando risaliremo al vero principio delle nostre azioni, troveremo che esse non sono nient'altro che conseguenze necessarie di nostre volizioni e di nostri desideri che non sono mai in nostro potere. Voi vi credete liberi perché fate ciò che volete; ma siete liberi di volere o di non volere, di desiderare o di non desiderare? Le vostre volizioni e i vostri desideri non sono necessariamente suscitati da oggetti o da qualità che non dipendono da voi in alcun modo?
81 • Dall'inesistenza del libero arbitrio non si deve dedurre che la società non abbia il diritto di punire i malvagi
«Se le azioni degli uomini sono necessarie, se gli uomini non sono liberi, con quale diritto la società punisce i malvagi che la infestano? Non è sommamente ingiusto castigare degli esseri che non hanno potuto agire diversamente da come hanno agito?». Se i malvagi agiscono necessariamente in séguito agli impulsi della loro natura cattiva, la società, punendoli, agisce a sua volta necessariamente per il desiderio di conservare se stessa. Certi oggetti producono necessariamente in noi un senso di dolore; di conseguenza, la nostra natura ci costringe a odiarli e ci invita ad allontanarli da noi. Una tigre, costretta dalla fame, si slancia sull'uomo volendolo divorare; ma l'uomo non è padrone di non temere la tigre, e cerca necessariamente i mezzi di sterminarla.
82 • Confutazione di vari argomenti in favore del libero arbitrio
«Se tutto è necessario, gli errori, le opinioni e le idee degli uomini sono fatali; e, in questo caso, come o perché pretendere di riformarli?». Gli errori degli uomini sono conseguenze necessa