Nato a Roma
nel 1904. Laureatosi nel 1925 in filosofia nell'università romana, con Gentile (con una tesi che sarà pubblicata nel 1927 col titolo I fondamenti della logica aristotelica),
manterrà con il filosofo del regime rapporti di cordialità e di amicizia,
diventando presto uno dei collaboratori più assidui dell'Enciclopedia Treccani e
assumendo poi una sorta di responsabilità del settore filosofico. Calogero
diceva sempre di sì alle richieste di collaborazione di Gentile, anche se il
superlavoro e i frequenti soggiorni di studio in Germania lo costringevano a
qualche ritardo. Ma i contatti fra i due erano tutt'altro che burocratici. Si
basavano su una vera confluenza di idee e di interessi teorici. Via via che il
discepolo chiarì la sua opposizione al fascismo, la questione politica venne
tenuta in disparte; mai appannerà l'affetto reciproco. Fin dal 1929, a
venticinque anni, Calogero è schedato dalla polizia politica come antifascista.
Fatica a farsi rinnovare il passaporto, e senza gli interventi di Gentile non ci
riuscirebbe: occorre che ogni anno il Senatore faccia " una telefonata agli
Interni ". Gentile stesso si confiderà con Calogero, dicendogli di evitare
gli autori filosemiti (Cassirer), sebbene le leggi razziali non fossero ancora
state promulgate. Quella di Calogero diventerà una firma consueta del Giornale
critico della filosofia italiana. Non riuscì a dividerli neppure l'incombente
presenza di Benedetto Croce nel quadro culturale italiano. In una lettera del
1935, Calogero chiarì a Gentile senza dar adito a dubbi che i suoi maestri erano
due: lui e Croce. Calogero, chiamato fin dal 1934 alla cattedra di Storia della
filosofia alla Normale, svolgeva dentro e fuori la Scuola attività antifascista
clandestina, a partire dai tardi anni Trenta. Strinse amicizia con Bobbio, il
quale disse: " lo conobbi nel 1933 a un congresso hegeliano.
M´impressionarono lo sguardo e la bravura ". Ottenuta successivamente la
cattedra di filosofia all'Istituto Magistrale di Firenze, tornava spesso a Roma,
dove manteneva contatti, abilmente nascosti, con gruppi di opposizione liberale.
In Toscana conobbe e frequentò Aldo Capitini, con il quale nacque un forte
sodalizio politico. I due si conobbero, prima che di persona, attraverso le
proprie opere. Capitini aveva letto La filosofia e la vita , il libro che
Calogero aveva pubblicato nel '36 per la casa editrice Sansoni, e ne apprezzava
la dottrina del ' moralismo assoluto ', che, con quel saggio, cominciava
a svilupparsi, come elemento autonomo, dall'idealismo gentiliano. A sua volta,
Calogero aveva letto, tra i primi, Elementi di un'esperienza religiosa ,
trovando forti consonanze con la moralità coniugata all'antifascismo che
traspariva dalle pagine del libretto. Dalla collaborazione strettissima tra i
due pensatori nacque il manifesto del liberalsocialismo, nel 1937. Anche il nome
del movimento nacque da questa collaborazione, in cui era difficile anche per i
due teorici distinguere i singoli apporti. Calogero stesso non sapeva attribuire
ad uno dei due la paternità del nome: " nome che non ricordo più se sia stato
usato per la prima volta da Aldo Capitini o da me, e che volevamo riecheggiasse
quello scelto da Carlo Rosselli ". Ricordando che Capitini non conosceva
l'opera di Rosselli, prima della Liberazione, possiamo noi attribuire la
paternità del nome a Calogero. Calogero difese poi strenuamente la denominazione
del movimento, in una lunga polemica con Croce, svoltasi prima, dal 1940 al
1943, oralmente, poi per iscritto, e continuata anche dopo la Liberazione.
Attorno a loro si venivano stringendo le nuove leve dell'antifascismo nazionale,
i giovani che si stavano aprendo all'opposizione per reazione alla guerra di
Spagna. Si trattava, quindi, di un antifascismo etico-politico, distinto
rispetto all'antifascismo sociale delle classi subalterne, che basavano la
propria opposizione sull'insostenibilità delle proprie condizioni di vita.
Mentre queste ultime si rivolgevano di preferenza, scelto l'antifascismo, ai
partiti marxisti, i giovani intellettuali trovavano molto più vicina
l'opposizione etico-culturale di Capitini e degli antifascisti laici borghesi.
Aderirono al movimento tra i più noti esponenti del liberalsocialismo toscano,
basti ricordare Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola (figlio di Ernesto,
l'ex gentiliano passato all' opposizione), Luigi Russo, Piero Calamandrei,
Ranuccio Bianchi Bandinelli, Carlo Furno, Alberto Carocci, Carlo Francovich a
Firenze. Nel triennio che precedette l'entrata in guerra dell'Italia, l'attività
principale del gruppo liberalsocialista consistette nel reclutamento di nuovi
adepti. I canali di reclutamento furono di due tipi, Calogero e i
liberalsocialisti toscani, inseriti nelle strutture della cultura nazionale
(Calogero aveva ottenuto, nel 1937, la cattedra di Storia della Filosofia
nell'Università di Pisa, Codignola e Enriques Agnoletti occupavano posti
direttivi nella casa editrice La Nuova Italia, Calamandrei era professore di
Procedura Civile all'Università di Firenze), le sfruttavano per la propaganda
antifascista; Capitini e i suoi amici perugini (insieme a Ragghianti, che a
Bologna seguiva la via capitiniana), preferivano, invece, evitare ogni
collaborazione con il regime, basandosi su una propaganda diretta. L'entrata in
guerra dell'Italia non modificò l'azione dei liberalsocialisti, che era
orientata verso un'unione, sempre più stretta, con i gruppi dell'antifascismo
borghese. Mentre la collaborazione con cattolici e comunisti era limitata ai
contatti individuali, con i giellisti operanti in Italia si giunse presto ad una
collaborazione organica. L'assonanza tra il nome del movimento di Capitini e
Calogero ed il titolo del libro di Rosselli che diede la base teorica a
Giustizia e Libertà non deve far credere ad una coincidenza fra i due gruppi.
Come abbiamo visto, il movimento liberalsocialista, dalla nascita, fu privo di
influssi rosselliani diretti, e, dedicandosi principalmente all'attività
interna, evitò di proposito contatti con l'emigrazione giellista. Altra
differenza tra liberalsocialismo e Giustizia e Libertà, sottolineata da Mario
Delle Piane, era che " il socialismo liberale di Rosselli […] è una delle
eresie del socialismo, mentre il liberalsocialismo è un'eresia del
liberalismo ". Rosselli partiva, infatti, dalle posizioni di Bernstein e De
Man, per svilupparle fino all'accettazione completa del metodo liberale:
Calogero nasceva invece da una costola di Croce, giungendo fino alla riproposta
delle istanze socialiste. In questo modo, i due movimenti erano giunti, da punti
di partenza opposti, a conclusioni simili. Fu facile, quindi, trovare punti
comuni per una collaborazione organica, in un convegno tenuto ad Assisi, nei
primi mesi del '40, nella casa di Alberto Apponi, e cui parteciparono Calogero,
Capitini, Norberto Bobbio, Apponi, Luporini, Codignola, Giuriolo per il
movimento liberalsocialista, e Giorgio Agosti, Antonio Zanotti, Francesco Flora
ed altri per Giustizia e Libertà. Il movimento raccoglieva sempre nuove
adesioni, allentando le pressioni che l'avevano tutelato per quattro anni
dall'intervento della polizia. Il primo a cadere nella rete dell'OVRA fu il
gruppo pugliese, che venne sgominato quasi completamente all'inizio del 1942. Le
indagini si estesero poi a Firenze, dove il 27 gennaio 1942 la polizia politica
arrestò Calogero, Enriques Agnoletti, Codignola, Francovich e altri, insieme a
Capitini a Perugia e a Ragghianti a Bologna, trasferiti tutti presso le carceri
fiorentine delle Murate. Le indagini, molto accurate, durarono quattro mesi. Gli
imputati resistettero con fermezza, negando ogni addebito e trasferendo ogni
contatto con gli altri accusati sul piano culturale (Capitini portò come
elemento di difesa il suo libro, Elementi di un'esperienza religiosa ,
che passò, dato il titolo, per un'innocua pubblicazione religiosa). In tal modo,
la polizia non poté attribuire con certezza agli arrestati i documenti
sequestrati e li condannò a pene minime. Capitini fu rilasciato dopo aver
ricevuto una diffida. Le pene più gravi furono comminate ad Enriques Agnoletti e
al tipografo Bruno Niccoli, condannati a cinque anni di confino perché in
contatto anche con i giellisti. Codignola fu condannato a tre anni di confino,
Calogero a due anni di confino a Scanno, in Abruzzo, gli altri se la cavarono
con diffide e ammonizioni. Già nei mesi precedenti l'arresto del gruppo toscano
e di Capitini erano iniziati i contatti tra liberalsocialisti e giellisti, da
una parte, e democratici moderati, dall'altra. Soprattutto il gruppo milanese
che faceva capo a Ugo La Malfa, Ferruccio Parri e Adolfo Tino premeva per
l'unione degli antifascisti non socialisti e non cattolici in un partito che
fosse in grado di esplicare un'azione antifascista adeguata al rapido tracollo
del regime. Queste pressioni si scontravano con le perplessità di molti
esponenti dei due movimenti, tra cui Capitini, nei confronti di una
collaborazione organica con gruppi " piuttosto democratici repubblicani che
socialisti ". A questo punto caddero l'arresto e la detenzione dei
liberalsocialisti, che li tolsero dal dibattito politico per sei mesi, dal
gennaio al giugno. In tal modo rimase campo libero per l'impostazione che La
Malfa, il migliore politico del gruppo milanese, intendeva dare al partito: una
formazione che si collocasse al centro dello schieramento politico, come partito
di governo, espressione della borghesia piccola e media e dei suoi desideri di
stabilità. La riunione che decise la nascita del partito, si tenne nella casa
romana di Federico Comandini il 4 giugno 1942. Il giorno precedente erano stati
inviati al confino i liberalsocialisti arrestati, mentre Capitini subiva la
diffida e rientrava a Perugia controllato dalla polizia. Secondo De Luna alla
riunione parteciparono La Malfa, Federico Comandini (cognato di Calogero,
liberalsocialista ma vicino alle posizioni dei moderati), Mario Vinciguerra ed
Edoardo Volterra (amici e collaboratori di Parri, in quel periodo fermato dalla
polizia), il liberalsocialista perugino Franco Mercurelli, Vittorio Albasini
Scrosati e Alberto Damiani, due giellisti milanesi amici di La Malfa, e due
rappresentanti, non meglio identificati, per Italia meridionale e Sicilia. La
rappresentanza dei liberalsocialisti era dunque fortemente minoritaria, sia sul
piano quantitativo, sia su quello qualitativo. Di fronte ad uno dei più abili
politici dell'antifascismo, si trovava, a difendere le ragioni dei
'movimentisti', solo una figura di secondo piano. D'altronde, anche la riunione
preliminare tenutasi a Milano una settimana prima, nella quale erano stati
definiti i 'sette punti' programmatici del futuro partito, aveva visto la
presenza del solo Giuriolo, tra i collaboratori di Capitini e Calogero. I 'sette
punti', elaborati da Ragghianti riflettendo le opinioni dei vari gruppi,
avanzavano, nel campo economico, le prospettive di "economia a due settori" già
teorizzate dai liberalsocialisti e dai giellisti. Sul piano giuridico, si
riproponeva la pregiudiziale repubblicana. Mentre su quest'ultimo punto si
registrava una completa unanimità, i progetti di nazionalizzazione erano
concessioni fatte, per motivi puramente tattici, da La Malfa e dai suoi amici,
poco convinti che spettasse al Partito d'Azione realizzare riforme di tipo
socialista. Quando i confinati e i diffidati poterono, pur tra mille cautele,
riprendere l'attività politica, si trovarono, così, di fronte alla scelta sul
cornportamento da tenere nei confronti della nuova formazione politica. La
maggioranza dei liberalsocialisti decise, individualmente, di aderire al nuovo
partito. Tra questi, i nomi più famosi erano quelli di Calogero, Codignola,
Enriques Agnoletti, Delle Piane, Fiore, Cifarelli (oltre a quelli non arrestati,
come Apponi, Albertelli, Umberto Morra, Luigi Russo). Prima di accettare,
Calogero chiese ed ottenne, da La Malfa, delle Precisazioni , che
ribadissero l'importanza delle nazionalizzazioni previste.Nell'aprile e nel
maggio del 1943 un'ondata di arresti e di denunce al Tribunale speciale colpì
severamente il Partito d'Azione: a Milano furono arrestati Mario Vinciguerra e
Antonio Zanotti; a Firenze Carlo Furno, a Siena Mario Delle Piane; a Ferrara
Giorgio Bassani, a Modena Ragghianti, a Roma Federico Comandini, Sergio
Fenoaltea, Bruno Visentini, a Bari Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Tommaso
Fiore. Arrestato dalla polizia fascista, Calogero fu condannato al confino a
Scanno, in Abruzzo. Qui, nel settembre del '43, dopo l'armistizio, ritrovò il
discepolo Carlo Azeglio Ciampi, che anche per la sua influenza aderì al Partito
d'Azione. Nel dopoguerra, Calogero proseguì la sua battaglia per l'affermarsi
delle idee liberalsocialiste. Mise al centro della propria riflessione il valore
della libertà, ma, riprendendo criticamente i filosofi precedenti quali Hobbes,
Hume, Locke e Smith, sosteneva che la libertà individuale non deve essere intesa
egoisticamente. Calogero elaborò quindi un'etica dell'altruismo " tesa ad
assumere in chiave laica il messaggio di solidarietà della morale cristiana
".Fu importante anche il suo rapporto con Norberto Bobbio. Rispondendo a
Calogero, che nel novembre del '45 lo invitava a collaborare alla sua nuova
rivista "Liberalsocialismo", Norberto Bobbio scriveva: " mi interessa e mi
piace il programma della tua rivista ( .. ) per quanto l'esperienza ci abbia
insegnato che le premesse per una politica 'liberalsocialista' in Italia non ci
sono, o ci saranno tra due secoli. Faremo i predicatori nel deserto, come del
resto abbiamo sempre fatto... ". Dopo lo scioglimento del Partito d'Azione,
alle elezioni del '48, Calogero si schierò con il Fronte Popolare, insieme ad un
folto gruppo di intellettuali e di personalità di grande prestigio, da Corrado
Alvaro a Salvatore Quasimodo, da Renato Guttuso a Giorgio Bassani. Dal '49
collaborò con una rubrica fissa a "Il Mondo" di Mario Pannunzio, dalle cui
colonne si battè per la scuola laica. Negli anni Cinquanta fu di nuovo al fianco
di Capitini, a sostegno dell'azione che Danilo Dolci svolgeva in Sicilia contro
la mafia. Da Norberto Bobbio a Carlo Levi, da Elio Vittorini ad Ignazio Silone,
da Giulio Einaudi a Riccardo Bauer, forte e convinto venne il sostegno a Dolci.
Nel dicembre del 1955 fu tra i fondatori del Partito radicale, inizialmente
denominato Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani, insieme a
Leo Valiani, Francesco Compagna, Giovanni Ferrara, Felice Ippolito, Franco
Libonati, Alberto Mondadori, Arrigo Olivetti, Marco Pannella, Mario Pannunzio,
Leopoldo Piccardi, Rosario Romeo, Ernesto Rossi, Nina Ruffini, Eugenio Scalfari,
Paolo Ungari. Nel '58, fece parte della lista repubblicana-radicale per la
Camera dei deputati, insieme a Pacciardi e a Luigi Delfini. Nel 1962 fu anche
proposto come segretario del partito radicale(al suo posto venne poi eletto
Leone Cattani), ma rifiutò per motivi personali. In seguito uscì dal partito, ma
rimase vicino ai radicali. Il 30 ottobre del 1966, insieme ad alcuni ex
azionisti (Bruno Zevi, Norberto Bobbio, Manlio Rossi Doria), aderì al partito
socialista unificato, che riuniva il Psi e il Psdi. Diventato direttore di
"Panorama", nel 1972 rilanciò il tema della doppia tessera (quella radicale e
quella degli altri partiti) quale fattore di evoluzione dei partiti verso la
costruzione di uno stato moderno a democrazia bipartitica, poiché " i suoi
veri partiti sono sempre e soltanto due, la destra e la sinistra, il partito
della conservazione e il partito delle riforme ". Morì nel 1986.
" Allora mi è tornato in mente che, negli anni trenta, quando il problema fondamentale era quello di vincere il falso storicismo e di svegliare gli animi alla lotta per la libertà, il discorso che si faceva era apparentemente l'opposto, ma in realtà lo stesso, di quello che ancora oggi mi sembra necessario fare qui. Anche allora il problema era quello del rapporto tra il futuro e l'eterno, tra ciò che può cambiare domani e ciò che non può cambiare mai. In una famosa pagina dell'epilogo della sua "Storia d'Europa nel secolo decimonono", Croce, a chi si domandava se alla libertà fosse riservato l'avvenire, aveva risposto che essa aveva qualcosa di meglio che l'avvenire, perché aveva l'eterno. Era una formula potente ed era, in fondo, anche una verità. Ma noi allora contestavamo in essa quanto in essa era certamente da combattere: cioè il convincimento, conforme al vecchio storicismo vichiano e hegeliano, che certi valori fossero assicurati provvidenzialmente dalla storia, la quale si serbava razionale al di là di ogni personale tragedia degli individui. Di fronte a questo, noi ricordavamo che i valori sono le cose per cui si trepida, non le cose che sono garantite da una eterna necessità. Ci premeva la sorte del futuro, non l'immobile volto dell'eterno. E distinguevamo, giustamente, tra la libertà che non viene meno mai, quella che ciascuno di noi ha per se stesso e che nessuna prigione gli può togliere (la libertà di consentire o di non consentire, di approvare o disapprovare nell'intimo, per quanto ostacolato possa essere il proprio potere di esprimersi) e la libertà di questo stesso esprimersi, in ogni manifestazione e forma e attività della vita: quella libertà che può essere sempre ampliata o decurtata, garantita o messa in pericolo, ed al cui paritetico sviluppo è dedicata ogni struttura della civiltà. Quest'ultima libertà era, allora, a rischio mortale [...]. Oggi piuttosto che morire per mancanza di libertà noi sembriamo quasi soffrire di una malattia inversa, cioè del timore che ogni norma decada in arbitrio e che ogni stabilità si dissolva nel contingente, è necessario non già fare il discorso opposto, ma considerere l'opposto aspetto dì quella medesima verità. Se allora difendevamo il rischio e l'impegno del futuro contro la contemplazione dell'eterno, oggi, al fine di non lasciarci travolgere dalle sole incertezze del presente, non dobbiamo dimenticare che c'è anche l'eterno ".
"Ma quale è questo eterno?" E' questa la nuova domanda che si pone Calogero.
Egli ravvisa nella " filosofia del dialogo " lo strumento idoneo per
riconoscere l'eterno. Si spiega con un esempio. Ove vi fossero scienziati di
gran lunga superiori ai Newton, agli Einstein, ai Fermi, capaci di trovare una
interpretazione del mondo tanto soddisfacente da far credere che dopo non resti
nient'altro da fare, salvo che " gioire e contemplare di tale siffatta finale
verità ", e dicessero una cosa simile ai loro colleghi, si escluderebbero da
soli dalla comunità della scienza. E ciò perché " anche nella scienza c'è un
indiscutibile: ed è l'assoluto della discutibilità ". Chi non accetta questa
regola di fondo, questo assoluto, consistente nel diritto di mettere qualsiasi
conquista scientifica in discussione, in quel momento egli si pone fuori della
comunità della scienza: " ogni universo scientifico può mutare, non già la
libertà del discuterlo ". Con tale esempio egli indica, nel progredire della
scienza, il futuro, e nel permanente diritto alla discutibilità, la continuità
assoluta e quindi l'eterno. Un eterno, e questo va sottolineato per la sua
importanza, non derivante da una condizione divina ma da una premessa
condizionante, di origine umana, in base alla quale la scienza e il suo universo
possono essere posti "sempre" in discussione. Si tratta di una premessa che
esprime il diritto a disporre di una personale opinione sugli eventi
scientifici, diritto alla cui base è posto perentoriamente un atteggiamento di
tolleranza condiviso ed accettato da tutti. E proprio in questo atteggiamento
sta il presupposto della filosofia o della " legge del dialogo ", come in
altri punti del suo scritto la definisce Calogero. Filosofia o legge del
dialogo, che allora costituiva un impegno al quale si debbono aperture
inconsuete tra i diversi punti di vista religiosi, politici e filosofici. E
proprio a quel periodo risale una prima apertura della Chiesa cattolica nei
confronti delle chiese protestanti e finanche nei confronti della Massoneria.
Egli prosegue ricercando il massimo profitto nell'esempio portato: " vediamo
allora che la perenne regola del dialogo scientifico non è altro che la
universale norma del mutuo intendersi, la quale è poi il fondamento di ogni
etica, di ogni sistema di diritti, e quindi di ogni organizzazione civile ".
E la legge del capire gli altri, così come si vuole essere capiti e di
comportarsi in conseguenza: il ché, egli aggiunge maliziosamente, " è
qualcosa di più che il semplice fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto
a sé, perché, alla stregua di questa seconda norma, noi potremmo imporre agli
altri le nostre preferenze, e quindi sentirei dire da George Bernard Shaw che
non dobbiamo fare agli altri quel che vorremmo fosse fatto a noi, in quanto essi
potrebbero avere gusti diversi dai nostri ". " Nel suo spirito ",
egli continua, " anche quella legge evangelica non è che la legge del dialogo
come lo è la legge socratica del 'nemo sua sponte peccat' e quindi della perenne
doverosità dell'intendere le altrui ragioni e del chiarire agli altri le
proprie ". Calogero rafforza tale tesi aggiungendo che il valore di questa
norma non dipende da chi l'ha scoperta o rivelata, dalla firma che porta: "
nessuno ha il diritto d'autore su quello che è il fondamento di ogni diritto.
Come diceva il re buddista Asoka: importa molto rispettare la propria
filosofia,e religione, ma ancora più importa rispettare la religione degli
altri. I discorsi possono essere compatibili o incompatibili, ma la regola del
dialogo dei discorrenti trascende qualsiasi loro discorso [...]. Alla legge del
dialogo noi possiamo conformarci o non conformarci, ma non possiamo mai evadere
dal suo radicale dilemma. Possiamo anche gettare nel cestino il libro coi
dilemmi di Zenone, quando non ci interessino quelle discussioni sulla unità e
molteplicità. Ma non possiamo mai sfuggire a questa alternativa: o essere soli o
essere con altri. O voglio intendere altri, oppure voglio restare solo con me
stesso, cioè considerare l'universo come semplice strumento del mio volere
[...]. La morale è una scelta per cui non è dato non scegliere: qualunque cosa
si faccia si sceglie sempre una delle due alternative. Ogni moralità è sempre
un'opzione, ma essa si esercita nel quadro di una dilemmatica che non è
un'opzione perché è sempre e assolutamente e trascendentalmente necessaria
". Da questo ragionamento egli fa discendere quella che chiama "la bussola
morale dell'universo": in ogni situazione cosmica possibile è sempre fermo il
dilemma radicale del collaborare con gli altri o al suo contrario.Dopo tali
indicazioni aggiunge altre considerazioni e altre domande:" che cosa importa
allora chiedersi se la moralità sia del passato o dell'avvenire? La vera Morale
è sempre la stessa per la eccellente ragione che è la legge di convivenza di
tutti con gli altri, nella loro volontà di capirsi, di rispettarsi a vicenda.
Tutti sono uguali di fronte a questa legge, quale che ne sia la stirpe o la
chiesa: il prossimo, non colui che è figlio dello stesso padre, ma colui che è
fatto prossimo dalla volontà di capirlo. Non c'è neppure bisogno che sia
propriamente un uomo: può essere anche il lupo di Gubbio, come un Angelo o
Dio. " Dopo aver accennato polemicamente alla facilità con cui i critici si
gettano sulle novità stracciandosi le vesti per gridare al miracolo di una nuova
estetica o di una nuova morale, Calogero li esorta ad una maggiore ponderatezza,
ricordando che " quel che occorre è tener ben ferma la solidità dei criteri
di fondo, perché c'è una eterna estetica, così come c'è una eterna morale."
Mentre appare limpidamente espresso il pensiero di Calogero relativamente alla
storicità ed alla eternità della morale, sicché se ne deduce che sebbene gli
atteggiamenti possano mutare a causa del mutare delle circostanze, resta
tuttavia un aspetto che non può mai mutare - il dilemma: Io con gli altri o Io
da solo - viene da domandarsi se sia riuscito ad indicare con altrettanta
chiarezza i presupposti di un possibile giudizio su ciò che è morale e ciò che
morale non è. E' su questo punto che vale la pena di svolgere qualche ulteriore
riflessione. Calogero individua nel dilemma dell'Io con gli altri o dell'Io da
solo, e nella scelta ineludibile che esso porta con sé, l'eterno, ciò che non
muta, che resta sempre uguale a se stesso. Che vi sia comunque e sempre un
dilemma e che su questo dilemma si debba scegliere, è indubitabile ed
inevitabile. E' tuttavia al senso della scelta, allorquando l'Io avrà deciso di
stare con gli altri o di restare solo, che viene rinviata la comprensione del
significato morale da attribuire al gesto compiuto, perché è solo nel momento
della scelta che tale gesto potrà essere classificato o buono o cattivo. E se è
incontestabile il contenuto morale del dilemma "Io con altri o da solo",
altrettanto incontestabile appare l'osservazione che vede tale contenuto
estrinsecarsi soltanto nel momento in cui i fatti si svolgono, ovvero quando
avviene la scelta, ed è perciò giudicabile. Calogero non possedeva probabilmente
la foga, né tantomeno la retorica, del predicatore, tantoché piuttosto che
affermare, preferiva argomentare. Un più sottile modo di esprimersi, magari meno
incisivo, ma certamente più convincente. Nel suo articolo Calogero non si
dilunga molto per dire quale è la scelta giusta da fare, tuttavia lo fa con
molta chiarezza e senza equivoci. E non solo perché lo ha dimostrato con la sua
vita coerentemente condotta "con gli altri" e non da solo, sicché pochi possono
vantare più di lui una partecipazione ai problemi di tutti, ma perché dalla sua
indicazione discende l'eternità dei valori morali che egli intende condividere
con gli altri, con tutte le conseguenze che ne derivano sul terreno della
comprensione reciproca, su quello dei diritti, su quello dei doveri. A questo
punto, c'è solo da prendere atto della coincidenza dei valori morali da lui
indicati, con i valori che sono propri della Massoneria. Non c'è bisogno di
spendere molte parole: l' Io con gli altri", ricordato da Calogero, è esaltato
dalla Massoneria con la scelta dei valori della Fraternità, della Libertà, della
Uguaglianza. Valori che sono i cardini di un sistema morale che dichiara
esplicitamente la solidarietà e la comprensione tra tutti gli uomini della
terra.