29
Della Bellezza, segnal del bene, oggetto d'amore.
1 L'Amor essenzial, cui son radici
2 Senno e Valor nativi, donde in terzo
3 s'integra ogni esser, si conserva e chiama
4 bontà, verità e vita: a grande scherzo,
5 in voglie accidental, diffonditrici
6 dell'essere, come arbor, si dirama,
7 o perché in sé l'ha a perdere, o per mostra
8 di suo' beni a bear altri chi s'ama.
9 Talché un Cupido in Ciel di Copia nasce
10 gioiendo; e con ambasce
11 qui d'Inopia un, che pasce
12 pur letizia di vincere la giostra
13 contra il morire in questa bassa chiostra.
14 Or fra le cose ancor, che tutte buone
15 a sé, al mondo e a Dio, perché salute
16 sono all'altre o fatal destruzione,
17 puose un gran segno la Prima Virtute.
18 Bellezza dunque è l'evidente segno
19 del bene, o proprio all'ente in cui risiede,
20 o di ben ch'indi può avvenire a cui
21 par bello, o d'ambi, e d'altri può far fede.
22 Ecco, la luce del celeste regno,
23 beltà semplice e viva, mostra a nui
24 gran valor, che ci avviva e giova a tanti:
25 sol brutta all'ombra, bel degli enti bui.
26 Di serpi e draghi il fischio e la bravura
27 e la varia pittura
28 a noi ci fan paura,
29 gli rendon brutti, e tra lor belli e santi.
30 L'umiltà di cavalli e di elefanti,
31 segnal di servitù e di poco ardire,
32 fa brutta a loro, ma a noi bella vista
33 del poter nostro e ben di lor servire.
34 L'altrui virtù al tiranno è brutta e trista.
35 Bella ogni casa è dove serve e quando,
36 e brutta dov'è inutile o mal serve,
37 e più s'annoia; e pur l'altrui bruttezze
38 bello è vedere, e guerra in mar che ferve,
39 perché tua sorte o virtù vai notando,
40 impàri a spese altrui mire prodezze.
41 Brutto è, s'augura a noi male o rimembra,
42 vedere infermi, povertà ed asprezze.
43 Il bianco, che del nero è ognor più bello,
44 più brutto è nel capello,
45 ché addita testé avello;
46 pur bello appar, se prudenza rassembra.
47 Belle in Socrate son le strane membra,
48 note d'ingegno nuovo; ma in Aglauro
49 sarìan laide. E negli occhi il color giallo,
50 di morbo indicio, è brutto; e bel nell'auro,
51 ch'ivi dinota finezza e non fallo.
52 S'ella nota ogni ben, strano o natìo,
53 e prìncipi son Senno, Amor e Forza,
54 giocondi sempre ed utili ed onesti,
55 cui le virtù son figlie e gli altri scorza;
56 chi più senno, alta possa ed amor pio
57 mostra, è beltà più illustre: ond'i gran gesti,
58 spontanee morti e cortesie d'eroi
59 paion sì belli, e mai non son infesti.
60 Di savi le dottrine, leggi e carmi
61 (ond'io posso eternarmi
62 e l'altrui glorie e l'armi,
63 e far gli altri prudenti a viver poi)
64 son le più ampie bellezze fra noi.
65 Bello è la nave o il cavalier armato
66 veder, in cui più forze addoppia l'arte;
67 ma più Archimede saggio opporsi al Fato,
68 franger le navi e trasvolar, di Marte.
69 L'arte divina negli enti rinchiusa,
70 che natura appelliam, gli esempi prende
71 da Dio per farli; e la nostra da lei.
72 Però il soggetto brutti o bei non rende
73 nostri artifìci; lo imitar gli accusa.
74 Così degli aurei li marmorei dèi
75 più bei puon dirsi, arte maggior mostrando,
76 e più Tersite in scena che gli Atrei.
77 E di Dante l'Inferno più bel pare,
78 ch'e' più 'l seppe imitare,
79 che 'l Paradiso. E care
80 voci e sensi traslati enno, ampliando
81 l'ingegno e 'l ben incognito illustrando;
82 se no, fien vane, o bei drappi in Gabrina,
83 che segnalano il mal del bene in loco,
84 e fan bruttezza doppia tanto fina,
85 quanto il papato a chi deve esser cuoco.
86 Or, se beltade è di bontà apparenza,
87 sarà oggetto a quei sensi sol, che lungi
88 scorgono, come all'occhio ed all'udito,
89 cui la ragione e i sensi interni aggiungi.
90 Ma del gusto e del tatto alla potenza,
91 e d'ogni senso, in quanto è [a] tatto unito,
92 il bello è bene, e se, com'ella aspira,
93 Sofia s'accoppia al Senno suo marito.
94 Così beltà di ninfa, al vago in atto
95 d'amor ristretta affatto,
96 di dì o di notte fatto,
97 passa in giocondo ben. Donde ella aspira
98 bontà fruisce Amor, bellezza ammira.
99 Bell'è la melodia, ma, quando s'ode
100 dentro al mobile spirto, si fa dolce,
101 se quel moto amplia, ond'e' vive e gode;
102 ma il strano offende, e lo sbatte, e non molce.
103 D'ogni ben che conserva in qualche foggia
104 l'essere in sé, ne' figli o nella fama,
105 beltà il segno si dice: ma la forma
106 per più propria beltà si pregia ed ama,
107 perché la virtù scuopre, ch'intra alloggia,
108 come la mole agli usi suoi conforma,
109 l'avviva e tempra con arte e possanza.
110 Ma, se mal serve all'uso di chi informa,
111 come goffo giubbon, fa laido volto,
112 segnal d'ingegno stolto,
113 o di poter non molto,
114 chi non poté o non seppe ben sua stanza
115 formar, onde è di vita rea speranza.
116 Ma, s'ella è brutta fuori e bella dentro,
117 come in Esopo, industria asconde e vita.
118 Peggio è, se è bello il cerchio e brutto il centro;
119 pessima è, quando è d'ambi mal fornita.
120 Beltà composta ne' corpi ricerca
121 procerità e di membri simmetria,
122 gagliarda agilitate e color vivi
123 di moti e gesti a tempo leggiadria.
124 Più i maschi che le femmine Dio merca
125 con ta' segni, onde son più belli e divi;
126 però più amati, e quelle amanti piue.
127 Dunque nani, egri, tronchi e goffi, privi
128 son parte di bellezza, e vecchi e smorti,
129 grossi, deboli e storti,
130 e pigri, male accorti.
131 Se brutto in nulla alcuno al mondo fue,
132 tenner tutte virtù le celle sue.
133 Pur ogni bello è fior di qualche bene,
134 e d'alcun bello è fior la venustate.
135 Di tutti quella e questa a mentir viene,
136 ché sta in note all'altrui gusto formate.
137 Giovane bella, sugosa e valente
138 promette lunga vita, e nutrimento
139 al seme, ed a noi gioia, onde può tanto.
140 Se poi non truovi sì dolce il contento,
141 com'ella addita, par brutta repente;
142 e se fraude, fierezza e stranio ammanto
143 l'infetta sì, che più nuoce che giuova,
144 par brutta come un simulato santo.
145 Ricchezze e onor, di virtù testimoni,
146 son be', ma più i demòni,
147 che que' dati a' non buoni,
148 ché di commun rovina son gran pruova.
149 Bello è il mentir, se a far gran ben si truova.
150 Or, s'ogni cosa in noi può, al mal soggetti,
151 bella in qualch'uso farsi, a Dio ed al mondo,
152 dove ha infiniti ognuna usi e rispetti,
153 quanto fien belle, e più l'Autor giocondo!
154 Guerre, ignoranze, tirannie ed inganni,
155 mortalità, omicidii, aborti e guai
156 son begli al mondo, come a noi la caccia,
157 giuochi di gladiatori e pazzi gai;
158 arbor uccider per far fuoco e scanni,
159 uova e polli onde il corpo si rifaccia;
160 far vigne, selve ed api, e tôr lor frutti,
161 reti, qual ragno che le mosche allaccia;
162 finger tragedia, se in vita anch'allegra,
163 passando ogni morte egra,
164 più parti al mondo allegra.
165 Ma più bello è che paian mali e brutti;
166 se non, in caos torneremmo tutti.
167 Alfin questa è comedia universale;
168 e chi filosofando a Dio s'unisce,
169 vede con lui ch'ogni bruttezza e male
170 maschere belle son, ride e gioisce.
171 Canzon, se volontario ogn'ente onora
172 bellezza per natura e non per legge,
173 di' ch'ella sia di quel, che 'l tutto regge,
174 trasparente splendor, ch'ogni bontate
175 derivamento è di divinitate,
176 che bea col bene e col bello innamora.
177 Ond'eretica invidia e stolta accora
178 gli sprezzator di quella,
179 ch'al gran Dio ne rappella
180 da' morti ed a man fatti simolacri,
181 mostrando in tutte cose
182 di Dio immaggini vive e tempii sacri,
183 quanto Senno e Possanza in farle puose.
30
Canzon del sommo bene, oggetto d'amor naturale.
1 Ogni cosa si dice bella o brutta,
2 in quanto bene o male rappresenta.
3 Ogni cosa si dice mala o buona,
4 in quanto causa, dispone a fomenta
5 immortal vita a morte, in parte o tutta.
6 Ché sommo bene o sommo mal consona:
7 quello oggetto final di tutti amori,
8 e questo tutti gli odii muove e sprona.
9 Ogni altro bello e ben or s'ama e prezza,
10 ed or s'odia e disprezza,
11 e par malia e bruttezza,
12 o al medesmo o a diversi amatori,
13 ch'al ben sommo ora spine ed or son fiori;
14 che a nullo ente unqua annoia e sempre rape
15 tutti, ch'è per sé buono sempre e solo.
16 Quanto s'opra, si può, s'ama e si sape,
17 s'indrizza a lui, sì come fuoco al polo.
18 Cercar il cibo e prepararlo al ventre,
19 Palla seguire e Venere in gran pena,
20 e la propria sostanza in lei deporre;
21 città abitar, che tanti gusti affrena;
22 pugnar per lei, e ben far ad altri; mentre
23 sommo ben non movesse il senno a tôrre
24 tante briglie, vorria prenderle nullo.
25 Ma il viver sempre, ch'indi viensi a côrre,
26 in sé o nella fama o nelli figli,
27 dolzor diede a' perigli
28 ed agli agi scompigli.
29 Così noi or la sferza, or il trastullo,
30 perch'egli impari, usiamo col fanciullo.
31 Palla dunque non ha, Venere a Bacco
32 gioie per sé, ma a questo fin più altero:
33 onde attuffan, s'è vòto a colmo il sacco;
34 e spesso è lor preposto il dolor fiero.
35 Se, di vivere in scambio, alcun s'uccide,
36 se stesso o i figli a l'opre sue famose,
37 lo fa per migliorar di vita, essendo
38 il viver nostro e delle nostre cose
39 morir continovo, che mai non side
40 senza mutarsi, a mancando o crescendo
41 ed ogni mutamento è qualche morte,
42 una stato acquistando, altro perdendo
43 d'atto, o di quale, o di quanto, o di essenza.
44 E se con violenza
45 si fa, reca doglienza;
46 e gioia, fatto con natural sorte.
47 Quel che fu o sarà a ciascun par forte
48 e l'esser sol presente è certo e piace;
49 e se repente a forza il muta, duolsi,
50 sì che il morir comun manco gli spiace
51 che 'l proprio; ch'è 'l mutar, com'io raccolsi.
52 La servitute all'anima gentile
53 morte propria è, che d'uom lo cangia in bruto,
54 e i suoi studi ed azioni in pecorine.
55 E per men mal Caton s'ammazza; e Bruto
56 moria ne' figli tralignanti, vile
57 fatto il suo gran sembiante; onde lor fine
58 diè, qual Marone al suo libro dar volle,
59 pieno d'error, di sua fama rovine.
60 Viver per fama infame è vita amara,
61 morte all'alma preclara,
62 che, sprezzando, ripara
63 più vera vita in gloria. Ove il Nil bolle
64 s'uccise un elefante, e Neron molle,
65 e di Siam le donne non volenti
66 sopravivere al vago. A tai più propia
67 par morte mutar stato che elementi.
68 Pensa altri in fama o in Ciel vivere a copia.
69 Ma nullo annicchilarsi unquanche intese,
70 se non alcuni stolti di Narsinga,
71 che solo in "niba" credono posarse
72 senza affanni. Sentenza che lusinga
73 chi sommo mal la doglia esser contese,
74 che a noi guardiana della vita apparse,
75 e di natura medicina e sferza.
76 Così, se non si mangia per gustarse,
77 né Venere per sé natura fece,
78 ma per servar la spece,
79 a noi stimar non lece
80 la voluttà bontà prima, ma terza,
81 che segue all'esser bene, e pria anche scherza
82 con tal presagio il ben dell'universo,
83 perch'ogni ente si serbi a lui e propaghi.
84 Nel che, non d'arte errante, al buio immerso,
85 ma di natura ogni senso n'appaghi.
86 Ricchezze, sangue, onor, figli e vassalli
87 per ben dà il Fato; e pur rovina a molti
88 son al nome, alla patria ed al composto;
89 e fan gli animi ansiosi, vili e stolti.
90 Del corpo i ben, che 'l Ciel per meglio dàlli,
91 sanità, robustezza e beltà, tosto
92 si perdon anche, o perdon chi l'abusa,
93 quando il ben grande al piccolo è posposto.
94 Fra tutti beni le virtù dell'alma
95 ottengono la palma;
96 onde in corso ed in calma
97 regge gli altri, e di mal mai non si accusa.
98 D'esser virtute ogni potenza è esclusa
99 senza il senno, di lor guida e misura;
100 né il suo senno tien l'ente che ha l'idea,
101 specifica bontà, in più e manco impura;
102 onde è a sé malo e strutto, e non si bea.
103 Il ben ch'all'altrui vivere s'applìca,
104 in sé o ne' discendenti, utile è detto
105 dall'uso; e dall'onore in fama, onesto.
106 D'essi appresi esce l'allegria, il diletto,
107 il ricco danno, e dolce la fatica.
108 S'alcun atto è nocivo e disonesto
109 e par giocondo, avvien ch'ivi fu misto
110 più ben con male; e quel nasconde questo.
111 Dunque ogn'onesto ed utile è gioioso
112 in che serba, e doglioso
113 in che strugge; e dir oso
114 che senz'essi piacer mai non fu visto.
115 Se piace l'acqua all'egro, onde è più tristo,
116 giova al spirto, o alla lingua ove ha angoscia;
117 ma, perché enno assai parti, se a più nòce,
118 s'ammalan tutte per consenso poscia;
119 ond'essa perde d'utile la voce.
120 La dolorosa vita non si fugge,
121 se non in quanto è morte: ch'essa doglia
122 senso è del mal, ch'almen morte minaccia,
123 o fa alla parte dov'è, benché soglia
124 tutte serbar, se 'l mal qui unito strugge.
125 Onde i dolori il senno accorto abbraccia
126 per gioire, e molto mal per più gran bene:
127 e 'l ben par mal, se più di mal procaccia.
128 Viver dunque secondo il senno insegna
129 felicità si tegna;
130 per cui saper convegna
131 tutte le cose che 'l manda contiene,
132 quanto fan di timor, quanto di spene.
133 Ma, perché manca ogni conservamento,
134 ché noi siam parti per lo tutto fatte,
135 e per Dio il tutto, il sennoamante, intento,
136 per farsi divo, a quanto può, combatte.
137 Canzon, dirai che l'uom sol fa beato
138 il senno, senza cui gli ben son mali,
139 né si sente il gioir; ma seco pure
140 il mal fia ben. Né senso han l'alme impure,
141 ma veggon con gli occhiali
142 le cose in altra guisa ch'elle stanno.
143 Né purità può aver chi non è nato
144 per sé, ma ad uso di que' che più sanno;
145 talché si fa felice
146 sol oprando quel che 'l saggio ci dice.
147 Assai sa chi non sa, se sa obbedire.
148 Tutto infelice fia chi non ascolta,
149 ma nacque per servire
150 in quel mal che ben fia di gente molta.
151 Forse fia in altre parti puro poi,
152 ché in varie forme s'occulta e rinasce,
153 e sol d'eternità l'esser si pasce;
154 ché il bene e 'l mal son dolci a' denti suoi.
31
Del sommo bene metafisico.
1 L'essere è il sommo ben, che mai non manca,
2 e di nulla ha bisogno, e nulla pave.
3 Amanlo tutti sempre; e' sol se stesso,
4 perché non ha maggior né più soave.
5 S'egli è infinito, noi di morte affranca,
6 ché fuor non ha, né dentro a lui framesso
7 puote il niente star. Né dunque alcuna
8 cosa s'annulla, ma si cangia spesso.
9 Lo spazio immenso all'esser d'ogni cosa
10 è base in lui nascosa,
11 che solo in sé riposa,
12 da cui, per cui e in cui son tutte in una;
13 e da cui lontanissima è ciascuna
14 da infinito finita; e perché incinta
15 e cinta, è vicinissima anche, stante
16 in lui viva e per lui, s'è per noi estinta,
17 come pioggia nel mar mai non mancante.
18 Come lo spazio tutti enti penètra,
19 locando, e d'essi insieme è penetrato;
20 così Dio gli enti interna, e 'l spazio, e passa,
21 non come luogo, né come locato,
22 ma in modo preeminente; donde impetra
23 lo spazio d'esser luogo, e 'l corpo massa,
24 e l'agenti virtù d'esser attive,
25 e gli composti in cui l'idea trappassa
26 E perch'egli è, ogni ente è per seguela,
27 qual splendor per candela;
28 ma si occulta e rivela
29 in varie fogge, in cui sempre si vive,
30 come atomi nell'aria. In fiamme vive
31 spiace a' legni mutarsi, e d'esser vampe
32 godan poscia, ch'amor, virtute e senso
33 dell'esser proprio han tutte le sue stampe,
34 per quanto è d'uopo, dall'Autor immenso.
35 L'uom fu bambino, embrione, seme e sangue,
36 pane, erba ed altre cose, in cui godeva
37 d'esser quel ch'era, e gli spiacea mutarsi
38 in quel ch'è mo: e quel ch'ora gli aggreva,
39 di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,
40 poi piaceralli; e crederà bearsi
41 in quel che fia, ché in tutti enti riluce
42 la idea divina, e pel dimenticarsi.
43 Dunque nullo ama quel che amar gli pare:
44 altro patire o fare,
45 che 'l suo esser sa dare.
46 Ch'un sia due, osta il tutto; e chi esser duce
47 vuole, è, in quanto è simile, o produce
48 imago, onde tal si ama; e non è, in quanto
49 guastarsi in quel ch'è duca abborre, ed anco
50 v'è quell'altro, talch'egli è un altro tanto;
51 e 'l savio è tutti, ancor di morte franco.
52 Non fece gli enti per vivere in loro,
53 qual padre in figli o maestro ne' scolari;
54 né per far mostra altrui delle sue pompe,
55 ch'altri non vi era, e gli architetti rari
56 non mostran a una polce un gran lavoro,
57 né cerca onor chi in sé non si corrompe.
58 Or chi dirà perché, se 'l Senno Eterno
59 di tanto arcano il velame non rompe?
60 S'e' fu sempre, il niente non fu mai;
61 e tutti enti son rai
62 del Primo, in cui trovai
63 mondi, virtuti e idee, nel suo interno
64 fatti e rifatti in più fogge ab aeterno,
65 nuove agli enti rifatti, a' fatti antiche;
66 figure ed ombre di sacre esistenze,
67 chi nella Prima son una ed amiche,
68 quantunque abbian tra lor varie apparenze.
69 Se 'l fuoco fosse infinito, la terra
70 non vi sarìa, o cosa confine e strana.
71 Se Dio è infinito ben, non si può dire
72 che vi sia morte o male o Stigia tana,
73 se non per ben di chi e' per meglio serra.
74 Rispetto è, non essenza, il mal, se mire
75 dolce al capro, a noi amara la ginestra
76 Se ta' rispetti averan da finire,
77 il caos sol d'ogni gioia poi s'imbeve,
78 come ferro riceve
79 il fuoco, e 'l freddo neve.
80 E questo è bello alla virtù maestra,
81 com è bel che 'l distingua la sua destra.
82 Che maraviglia s'alcuno s'ammazzi?
83 Lo guida il Fato con occulto incanto
84 per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi
85 semitoni e metafore al suo canto.
86 L'alme, in sepolcri portatili ed adri
87 chiuse, dubbie di morte fa ignoranza
88 d'esser futuro e del passato obblio.
89 Così più galeotti, per sconfidanza
90 di miglior vita, e 'n prigion servi e ladri
91 contentarsi, che uscir odian, vidi io.
92 Or l'alma, che nel corpo opaca alberga,
93 se stessa ignora, e l'altre vite, e Dio;
94 onde per buchi stretti affaccia, e spia
95 che cosa essa alma sia,
96 come ivi e perché stia.
97 Regge ella il corpo e nutre, e con sua verga
98 guida; né sa in che modo il quieti e l'erga,
99 ch'e' non traspare; ed essa è breve luce.
100 Così chi opera al buio, sé non vede
101 né l'opra sua; onde al balcon l'adduce,
102 e mira in altri, argomenta e rivede.
103 Se di piante e di bruti e gli uman spirti
104 formano al buio ospizi tanto adorni,
105 e gli reggon con arte a loro ignota,
106 è forza che tu, Dio, che in lor soggiorni,
107 gli guidi, e gli enti sien, per obbedirti,
108 come penna a scrittor, ch'è cieca, e nota;
109 o come è il corpo all'alma, e l'alme all'Ente
110 Primo, senza di cui non si fa iota.
111 Esser, poter, saper, amar, far, sono
112 passioni in noi e dono,
113 ed azioni in Dio buono,
114 che, amandose e sentendose, ama e sente
115 tutte cose, che 'n lui son conoscente.
116 Gode di lor comedia, ché la festa
117 fan dentro a lui; e da lor gioia non prende;
118 ma e', gioiendo, a lor la dona, e presta
119 senso ed amor, mentr'e' s'ama e s'intende.
120 Ma noi, finiti, anzi in prigion, prendiamo
121 di fuor, da chi ci batte le pareti,
122 ov'entra per vie strette, il saper corto
123 e falso, onde voi, falsi amor, nasceti.
124 Quinci aer, terra e sol morti stimiamo,
125 chi han libera il sentir, non, qual noi, morto;
126 e però amiam chi in carcere ci serba,
127 e chi ci rende al Cielo odiamo a torto.
128 Burle, onde 'l Fato i nostri e i solar fuochi
129 ritiene in stretti luochi,
130 quanto è uopo a' suoi giuochi.
131 Mai non si muore: godi, alma superba!
132 l'obblio d'antica ti fa sempr'acerba.
133 Oh, felice colui, che sciolto e puro
134 senso ha, per giudicar di tutte vite!
135 Che, unito a Dio, per tutto va sicuro,
136 senza temer di morte né di Dite.
137 Canzon, riconosciamo contra gli empi
138 l'Autor dell'Universo, confessando
139 belle, buone e felici l'opre sue
140 tutte, in quanto [ed] a lui sono ed al tutto
141 parti, rispetti e frutto
142 sì giusto, ch'un sol atomo mutando,
143 girìa in scompiglio. E sempre fia chi fue;
144 dal che farsi contento,
145 più che non sa volere, ogn'ente io sento:
146 come tutti direm con stupor, quando
147 di Lete aperto fia il gran sacramento.
32
Della nobiltà e suo' segni veri e falsi.
1 In noi dal senno e dal valor riceve
2 esser la nobiltade; e frutta e cresce
3 col ben oprare; e questa sol riesce
4 di lei testimon ver, com'esser deve.
5 Ma la ricchezza è assai fallace e lieve,
6 se a luce da virtù propria non esce.
7 Il sangue è tal, che a dirlo me n'incresce:
8 ignorante, falsario, inerte e greve.
9 Gli onor, che dar dovrebbon più contezza,
10 con le fortune tu, Europa, misuri,
11 con gran tuo danno, che 'l nemico apprezza.
12 Giudicar l'arbor da' frutti maturi,
13 non d'ombre, frondi e radici, sei avvezza:
14 poi, perché tanta importanza trascuri?
33
Della plebe.
1 Il popolo è una bestia varia e grossa,
2 ch'ignora le sue forze; e però stassi
3 a pesi e botte di legni e di sassi,
4 guidato da un fanciul che non ha possa,
5 ch'egli potria disfar con una scossa:
6 ma lo teme e lo serve a tutti spassi.
7 Né sa quanta è temuto, ché i bombassi
8 fanno un incanto, che i sensi gli ingrossa.
9 Cosa stupenda! e' s'appicca e imprigiona
10 con le man proprie, e si dà morte e guerra
11 per un carlin quanti egli al re dona.
12 Tutto è suo quanto sta fra cielo e terra,
13 ma nol conosce; e, se qualche persona
14 di ciò l'avvisa, e' l'uccide ed atterra.
34
Che la malizia in questa vita e nell'altra ancora è danno,
e che la bontà bea qua e là.
1 Seco ogni colpa è doglia, e trae la pena
2 nella mente o nel corpo o nella fama:
3 se non repente, a farsi pian pian mena
4 la robba, il sangue o l'amicizia, grama.
5 Se contra voglia seco ella non pena,
6 vera colpa non fu: e se 'l tormento ama,
7 ch'è amaro a Cecca e dolce a Maddalena,
8 per far giustizia in sé, virtù si chiama.
9 La coscienza d'una bontà vera
10 basta a far l'uom beato; ed infelice
11 la finta ed ignorante, ancor ch'altera.
12 Ciò Simon Piero al mago Simon dice,
13 quando volessim dir che l'alma pèra,
14 ch'altre pur vite e sorti a sé predice.
35
Che 'l principe tristo non è mente della repubblica sua.
1 Mentola al comun corpo è quel, non mente,
2 che da noi, membra, a sé tutte raccoglie
3 sostanze e gaudi, e non fatiche e doglie:
4 ch'esausti n'ha, come cicale spente.
5 Almen, come Cupido, dolcemente
6 ci burlasse, che 'n grembo della moglie
7 getta il sangue e 'l vigor, che da noi toglie,
8 struggendo noi, per far novella gente.
9 Ma, con inganno spiacevole, in vaso
10 li sparge o in terra, onde non puoi sperare
11 alcuna ricompensa al mortal caso.
12 Corpo meschin, cui mente ha da guidare
13 piccola in capo piccolin, c'ha naso,
14 ma non occhi, né orecchie, né parlare.
36
Agl'Italiani, che attendono a poetar con le favole greche.
1 Grecia, tre spanne di mar, che, di terra
2 cinto, superbia non potea mostrare,
3 solcò per l'aureo vello conquistare
4 e Troia con più inganni e poca guerra;
5 poi tutto 'l mondo atterra
6 di favole, e di lui succhia ogni laude.
7 Ma Italia, che l'applaude,
8 contra se stessa e contra Dio quant'erra!
9 Ella, che mari e terra, senza fraude,
10 con senno ed armi in tutto il mondo ottenne,
11 e del Cielo alle chiavi alfin pervenne!
12 Cristoforo Colombo, audace ingegno,
13 fa fra due mondi a Cesare ed a Cristo
14 ponte, e dell'oceano immenso acquisto.
15 Vince di matematici il ritegno,
16 de' poeti il disegno,
17 de' fisici e teologi, e le prove
18 d'Ercol, Nettunno e Giove.
19 E pur vil Tifi in ciel gli usurpa il regno,
20 né par che a tanto eroe visto aver giove
21 e corso più con la corporea salma,
22 che col pensier veloce altri dell'alma.
23 A un nuovo mondo dài nome, Americo,
24 nato nel nido de' scrittori illustri,
25 che tu, vie più che gli altri, adorni e illustri;
26 né pur poeta hai di tua gloria amico.
27 Ché 'l favoloso intrico
28 de' falsi greci dèi e mentiti eroi
29 tutti gli ha fatti suoi.
30 Caton predisse questo velo antico
31 che Grecia oppone, o Italia, agli occhi tuoi,
32 che assicura gli barbari a predarne
33 l'arme, la gloria, lo spirto e la carne.
34 I gran dottor della legislatura
35 Giano, Saturno, Pitagora e Numa,
36 Vertunno, Lucumon, la dea di Cuma,
37 Timeo e altri infiniti chi gli oscura?
38 Italia, sepoltura
39 de' lumi suoi, d'esterni candeliere;
40 ond'oggi ancor non chiere
41 il Consentin, splendor della natura,
42 per amor d'un Schiavone; e sempre fere
43 con nuovi affanni quel di cui l'aurora
44 gli antichi occùpa, e Stilo ingrato onora.
45 Privata invidia ed interesse infetta
46 Italia mia; né di servir si smaga
47 chi d'ignoranza e discordia la paga,
48 e la propria salute le ha interdetta:
49 virtù ascosta e negletta
50 a te medesma, e nota a tutto 'l mondo
51 sotto 'l bello e giocondo
52 latino imperio, che di gente eletta
53 fu in lettere ed in arme più fecondo
54 che l'universo tutto quanto insieme
55 con verità, ch'or sotto 'l falso geme.
56 Locri, Tarento, Sibari e Crotone,
57 Sannio, Capua, Firenze, Reggio e Chiuse,
58 Genova e l'altre, di gloria deluse,
59 fa da sé ognuna a Grecia paragone;
60 Roma no, che s'oppone
61 a tutto 'l mondo insieme, a tutte cose:
62 ma pur le favolose
63 o vere laudi greche a sé pospone
64 Venezia, onor di virgini e di spose:
65 nuota in mar, rugge in terra e vola in cielo,
66 pesce, leon alato col Vangelo.
67 Ercole e Giove rubba e gli altri dèi
68 Grecia e lor gesti d'Assiria e d'Egitto:
69 e poi l'imprese e nomi anc'have ascritto
70 a vil Tebani, Cretensi ed Achei.
71 Tu, che verace sei,
72 Platon, ciò affermi; e le scienze, ch'ella
73 falsamente sue appella,
74 confusi i tempi e l'istorie da lei
75 falsificate ammira; e sé, novella,
76 mentir non dubbia aver principio e nome
77 dato alle genti di canute chiome.
78 Se l'altre nazion, con più vergogna
79 spesso Italia a tal favole soscrisse;
80 cui legge ed arti e sacrifici disse
81 Noè, che Giano fu senza menzogna.
82 Chi più intender agogna,
83 sien Fabi o Scipi o altri, ecco una sola
84 romulea famigliola
85 di numero e virtude, a quanti sogna
86 eroi Grecia cantando, sapravola.
87 Generosi Latini, i vostri esempi
88 sien vostra téma contra i falsi e gli empi.
37
D'Italia.
1 La gran donna, ch'a Cesare comparse
2 sul Rubicon, temendo a sé rovina
3 dall'introdotta gente pellegrina,
4 onde 'l suo imperio pria crescer apparse:
5 sta con le membra sue lacere e sparse
6 e co' crin mozzi, in servitù meschina.
7 Né già si vede per l'onor di Dina
8 Simeone o Levi più vergognarse.
9 Or, se Gierusalemme a Nazarette
10 non ricorre, o ad Atene, ove ragione,
11 o celeste o terrestre, prima stette,
12 non fiorirà chi 'l primo onor le done;
13 ché ogni Erode è straniero, e mal promette
14 serbar il seme della redenzione.
38
A Venezia.
1 Nuova arca di Noè, che, mentre inonda
2 l'aspro flagel del barbaro tiranno
3 sopra l'Italia, dall'estremo danno
4 serbasti il seme giusto in mezzo all'onda,
5 qui di discordia e di servitù immonda
6 inviolata, eroi chi ponno e sanno
7 produci sempre: onde a ragion ti fanno
8 vergine intatta e madre alma e feconda.
9 Maraviglia del mondo, pia nepote
10 di Roma, onor d'Italia e gran sostegno,
11 de' prencipi orologio e saggia scuola,
12 per mai non tramontar se', qual Boote,
13 tarda in guidare il tuo felice regno
14 di libertà portando il pondo, sola.
39
A Genova.
1 Le ninfe d'Arno e l'adriatica dea
2 Grecia, che tenne l'insegne latine,
3 le contrade siriache e palestine,
4 e l'onda eusina e la partenopea,
5 l'audace industria tua regger dovea,
6 che superolle; e d'Asia ogni confine,
7 d'Africa e d'America le marine,
8 e ciò che senza te non si sapea.
9 Ma tu, a te strana, le vittorie lasci
10 per piccol premio ad altri, però c'hai
11 debole il capo e le membra possenti;
12 Genoa, del mondo donna, se rinasci
13 di magnanima scuola, e non avrai
14 schiave a' metalli le tue invitte genti.
40
A Polonia.
1 Sopra i regni, ch'erede fan la sorte
2 di lor dominio, tu, Polonia, t'ergi,
3 che, mentre 'l morto re di pianto aspergi,
4 dal figlio ad altri lo scettro trasporte,
5 dubbiosa che non sia quel saggio e forte;
6 ma in più cieca fortuna ti sommergi,
7 scegliendo, incerta s'aduni o dispergi,
8 prencipe di ventura e ricca corte.
9 Deh! cerca fuor di zelo in umil tende
10 Caton, Minoi, Pompili e Trismegisti;
11 ché Dio a tal fin non cessa mai di farne.
12 Questi fan poche spese e molti acquisti,
13 immortali intendendo che gli rende
14 virtù e gran gesti, non gran sangue e carne.
41
A Svizzeri e Grisoni.
1 Se voi più innalza al cielo, o ròcche alpestre,
2 libertà, don divin, che sito altero,
3 perché occupa e mantien d'altri l'impero
4 ogni tiranno con le vostre destre?
5 Per un pezzo di pan di ampie finestre
6 spargete il sangue, senza far pensero
7 se a dritto o a torto uscite all'atto fero;
8 onde il vostro valor poi si calpestre.
9 Ogni cosa è de' liberi; alli schiavi
10 nobile veste e cibo, come a voi
11 la croce bianca e 'l prato, si contende.
12 Deh! gite a liberarvi con gli eroi;
13 gite omai, ritogliendo a' signor pravi
14 il vostro, che sì caro vi si vende.
42
Sonetto cavato dalla parabola di Cristo in san Luca,
e da san Giacomo dicente: "Fides sine operibus mortua est"
, ecc., e da sant'Augustino: "Ostende de mihi fidem tuam,
ostendam tibi opera mea".
1 Da Roma ad Ostia un pover uom andando
2 fu spogliato e ferito da' ladroni:
3 lo vider certi monaci santoni
4 e 'l cansâr, sul breviaro recitando.
5 Passò un vescovo e, quasi nol mirando,
6 sol gli fe' croci e benedizioni:
7 ma un cardinal, fingendo affetti buoni,
8 seguitò i ladri, lor preda bramando.
9 Alfin giunse un Tedesco luterano,
10 che nega l'opre ed afferma la fede:
11 l'accolse, lo vestìo, lo fece sano.
12 Chi più merita in questi? chi è più umano?
13 Dunque al voler l'intelligenza cede,
14 la fede all'opre, la bocca alla mano;
43
Contra sofisti e ipocriti, eretici e falsi miracolari.
1 Nessun ti venne a dir: - Io son tiranno -,
2 né il sa dir; né dirà: - Son Anticristo -;
3 ma chi è più fino, scelerato e tristo,
4 per santità ti vende il proprio danno.
5 Ma il baro, la puttana e 'l saccomanno,
6 d'astuzie sì divote mal provvisto,
7 si crede esser peggior, ché agli altri è visto;
8 e poco è il male, in cui poco è l'inganno.
9 Ti puoi guardar: son facili a piegarsi
10 questi, e i Samaritani a' Farisei,
11 che sé ingannano e gli altri, Dio prepose.
12 Né a voce, né a' miracoli provarsi
13 bontà si dèe, ma in fatti: tanti dèi
14 questa falsa misura in terra pose.
44
De' medesimi.
1 Nessun ti verrà a dire: - Io son sofista -;
2 ma di perfidie la scuola più fina
3 larve e bugie sottil dà per dottrina,
4 e vuol esser tenuta evangelista.
5 Ma l'Aretino con sua setta trista,
6 che bevetter di cinici in cantina,
7 di sue ciarle mostrando fiori e spina,
8 di bene e mal ci fa tutto una lista,
9 per giuoco, non per fraude; ed ha a vergogna
10 parer men tristo degli altri, c'han doglia
11 che di tant'arte si scuopra la fogna;
12 onde serran le bocche altrui, e si spoglia
13 ognor il libro, e veste di menzogna,
14 citato in testimon contro lor voglia.
45
Contra gli ipocriti.
1 Gli affetti di Pluton portan al cuore,
2 il nome di Giesù segnano in fronte,
3 perché non siano lor malizie c˘nte
4 a chi gli guarda dalla scorza in fuore.
5 O Dio, o Senno e sacrosanto Ardore,
6 d'ogni possanza larghissimo fonte,
7 dammi le forze, c'ho le voglie pronte,
8 onde ognun vegga a chi fa tanto onore.
9 Lo zel ch'io porto al tuo benigno nome
10 ed alla verità sincera e pura,
11 questo veggendo, fa ch'io mi dischiome.
12 Chi può più comportar tanta sciagura,
13 che sacrosanto e divino si nome
14 chi spoglia pur gli morti in sepoltura?
46
Il "Pater noster".
Orazione di Giesù Cristo
1 Padre, che stai nel Ciel, santificato
2 perché sia il nome tuo, venga oramai
3 il regno tuo; che in terra sia osservato
4 il tuo voler, sì come in Ciel fatto hai.
5 E 'l cibo all'alma ed al corpo pregiato
6 danne oggi; e ci perdona obblighi e guai,
7 come noi perdoniamo agli altri ancora.
8 Né ci tentar; ma d'ogni mal siam fuora.
47
Sonetto trigemino sopra il "Pater noster".
1 Vilissima progenie, con che faccia
2 del Padre, che sta in Ciel, vi fate figli,
3 se, schiavi a' vizi, a' can sète, a' conigli,
4 c'han scorza d'uom a guisa di lumaccia?
5 Ché 'l pecoreccio per virtù si spaccia
6 dagli astuti sofistici consigli,
7 ché di tal bestie son gli aurati artigli,
8 ciò al Sommo Padre insegnando che piaccia.
9 Mira ben, ignorante, qual buon padre
10 soggetta i figli a peggior, né a simìle;
11 né pur al capro le caprigne squadre.
12 Se angeli non avete, il vostro ovile
13 regga il senno comun: perché idoladre
14 dall'uom scorrete ad ogni cosa vile?
48
Sonetto secondo del medesimo soggetto.
1 Dov'è la libertà e 'l valor gentile,
2 ch'a tanta figliolanza si conviene?
3 Dell'uom figlio non è pulce, se bene
4 nasce da lui, ma chi animo ha virile.
5 Se Principe di grande o basso stile
6 cosa comanda opposta al Sommo Bene,
7 chi di voi la ricusa? o non si tiene
8 felice a farla, e dimostrarsi umìle?
9 Dunque, agli uomini, a' vizi ed a' metalli
10 con l'animo e col sangue voi servendo,
11 ma a Dio solo in parole e per usanza,
12 siete d'idolatria nel golfo orrendo.
13 Ahi! s'ignoranza indusse tanti falli,
14 tornate al Senno per la figliolanza.
49
Sonetto de l'istesso.
1 Allor potrete orar con ogni istanza
2 che venga il regno, ove il divin volere,
3 come si fa nelle celesti sfere,
4 si faccia in terra e frutti ogni speranza.
5 Ché i poeti vedran l'età ch'avanza
6 ogn'altra, come l'òr tutte minere;
7 e 'l secolo innocente, che si chere
8 ch'Adam perdéo, darà la pia possanza.
9 Goderanno i filosofi quel stato
10 che d'ottima repubblica han descritto,
11 che in terra ancora mai non se trovato;
12 e i profeti in Sion, fuor di dispitto
13 lieto Israel da Babilon salvato,
14 con più stupor che l'esito d'Egitto.
50
Sonetto primo profetale.
1 Mentre l'aquila invola e l'orso freme,
2 rugge il leon e la cornacchia insana
3 insulta l'agno, in cui si transumana
4 nostra natura, e la colomba geme;
5 mentre pur nasce la zizzania insieme
6 col buon frumento nella terra umana,
7 nutricasi la setta empia e profana,
8 che 'l ben schernisce della nostra speme;
9 ché 'l giorno vien che gli fieri giganti,
10 famosi al mondo, tinti di sanguigno,
11 a cui tu applaudi con finti sembianti,
12 rasi di terra al Tartaro maligno
13 fien chiusi teco negli eterni pianti,
14 cinti di fuoco e d'orrido macigno.
51
Sonetto secondo profetale.
1 - La scuola inimicissima del vero,
2 dal principio divino tralignante,
3 pasciuta d'ombre e di menzogne tante
4 sotto Taida, Sinon, Giuda ed Omero,
5 - dice lo Spirto - a riveder l'impero
6 tornando in terra il Senno trionfante,
7 l'ampolla del quinto angelo, versante
8 giusto sdegno, terribile e severo,
9 di tenebre fia cinta; e l'impie labbia,
10 le lingue disleal co' fieri denti
11 stracceransi l'un l'altro per gran rabbia.
12 In Malebolge gli animi dolenti,
13 per maggior pena, dall'arsiccia sabbia
14 vedran gli spirti pii, lieti e contenti. -
52
Sonetto terzo profetale.
1 Se fu nel mondo l'aurea età felice,
2 ben essere potrà più ch'una volta,
3 ché si ravviva ogni cosa sepolta,
4 tornando 'l giro ov'ebbe la radice.
5 Ma la volpe col lupo e la cornice
6 negano questo con perfidia molta:
7 ma Dio che regge, e 'l ciel che si trasvolta
8 la profezia e 'l comun desir lo dice.
9 Se, infatti, di "mio" e "tuo" sia 'l mondo privo
10 nell'util, nel giocondo e nell'onesto,
11 cangiarsi in Paradiso il veggo e scrivo,
12 e 'l cieco amor in occhiuto e modesto,
13 l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,
14 e 'n fratellanza l'imperio funesto.
53
Invitato a scriver comedie,
rispose con questo sonetto pur profetico.
1 Non piaccia a Dio che di comedie vane
2 siam vaghi noi, ne' tragici lamenti
3 studiosi, e nelle scuole di tormenti,
4 del fine instante delle cose umane.
5 Il giorno vien che le sètte mondane
6 batte e riversa, e mette gli elementi
7 sottosopra per far lieti e contenti
8 gli spirti, vòlti alle rote sovrane.
9 Vien l'altissimo Sire in Terrasanta
10 a tener corte e sacro consistoro,
11 come ogni salmo, ogni profeta canta.
12 Ivi spander di grazie il suo tesoro
13 vuol nel suo regno, proprio seggio e pianta
14 del divin culto e dell'età dell'oro.
54
Sopra i colori delle vesti.
1 Convien al secol nostro abito negro,
2 pria bianco, poscia vario, oggi moresco,
3 notturno, rio, infernal, traditoresco,
4 d'ignoranze e paure orrido ed egro.
5 Ond'ha a vergogna ogni color allegro,
6 ché 'l suo fin piange e 'l viver tirannesco,
7 di catene, di lacci, piombo e vesco,
8 di tetri eroi ed afflitte alme intègro.
9 Dinota ancòra la stoltizia estrema,
10 che ci fa ciechi, tenebrosi e grami,
11 onde 'l più oscuro il manco par che prema
12 Tempo veggo io ch'a candidi ricami,
13 dove pria fummo, la ruota suprema,
14 da questa feccia, è forza ne richiami.
55
Sonetto secondo sopra i medesimi colori.
1 Veggo in candida robba il Padre santo
2 venir a tener corte, e i senatori
3 con lui di simili abiti e colori,
4 e 'l bianco Agno immortal sedergli a canto.
5 E finir di Giovanni il lungo pianto,
6 avendo il gran Leon giudeo gli onori
7 d'aprir il fatal libro, uscendo fuori
8 il bianco corridor del primo canto.
9 Le prime anime belle in bianche stole
10 incontran lui, che, su la bianca nube,
11 vien cinto da' suo' bianchi cavalieri.
12 Taccia il popol moresco, che non vuole
13 udir il suon delle divine tube.
14 L'alba colomba scaccia i corbineri.
56
Sonetto sopra la congiunzion magna,
che sarà l'anno 1603 a' 24 di dicembre.
1 Già sto mirando i primi erranti lumi,
2 sopra il settimo e nono centenario
3 dopo alcuni anni, insieme in Sagittario
4 raccozzarsi, a mutar legge e costumi.
5 E te, Mercurio, che l'impresa assumi
6 di promulgar, qual pronto segretario,
7 quel che poi leggi nell'eterno armario
8 già statuirsi ne' possenti numi;
9 sul merigge d'Europa, nel tuo giorno,
10 nella decima casa, eccovi in corte;
11 e 'l sol vosco consente in Capricorno.
12 Oh, voglia Dio ch'i' arrivi a sì gran sorte,
13 di veder lieto quel famoso giorno
14 c'ha a scompigliare i figli della morte!
57
La congiunzione magna cade nella
revoluzione della natività di Cristo.
1 Del spazio immenso a siti originali
2 del ciel stellato i cardini congiunti
3 (donde or per molti gradi son disgiunti)
4 eran di Cristo nelle ore natali;
5 mutava l'anno e i secoli mortali
6 Febo, di Capricorno ne' due punti,
7 dov'ora il veggo; e, nel primo raggiunti
8 trigono, i lumi erranti principali
9 in mobil segni han l'assidi; e 'n consiglio
10 seco han Mercurio; e presto vien più grande
11 a lor poi Marte a ponere scompiglio.
12 Ecco ceder le sètte empie e nefande
13 al Primo Senno; e, s'io fuor di periglio
14 sarò, predicherò cose ammirande.
58
Sonetto cavato dall'"Apocalisse" e santa Brigida.
1 Molti secoli son, che l'uman germe,
2 vinto dal rio costume, al mondo diede
3 genti doppie di sesso e doppia fede,
4 pronti agl'inganni, alle virtuti inferme.
5 In mezzo a tanti mali io per vederme,
6 stavo piangendo, ed ecco che s'avvede
7 Europa in parte, dove men possiede
8 ambo gli porti di lussuria il verme.
9 Quel che aspettavan tutti vati insieme,
10 veggo più venti correre a vendetta
11 contra la belva onde natura geme.
12 Un destrier bianco il suo cammino affretta,
13 di nostra redenzion verace speme:
14 l'adultera il destin, temendo, aspetta.
59
Sopra la statua di Daniele.
1 Babel disfatta, che fu l'aurea testa,
2 venne l'argenteo petto, Persia; a cui
3 ventre e cosce di rame siete vui,
4 Macedoni; a cui Roma ultima resta.
5 Fûr due gambe di ferro note in questa;
6 ma le dita han di terra i piedi sui,
7 significando i regni or sparti e bui,
8 di chi fu schiava, ed or donna funesta.
9 Ahi, terra arsiccia, donde sempre fuma
10 vanagloria, superbia e crudeltate,
11 che infetta, acceca, annegrica e consuma!
12 Ma voi la Bibbia e Daniel negate
13 per schifar questo: ch'è vostra costuma
14 coprirvi di menzogna e falsitate.
60
Al carcere.
1 Come va al centro ogni cosa pesante
2 dalla circonferenza, e come ancora
3 in bocca al mostro che poi la devora,
4 donnola incorre timente e scherzante;
5 così di gran scienza ognuno amante,
6 che audace passa dalla morta gora
7 al mar del vero, di cui s'innamora,
8 nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
9 Ch'altri l'appella antro di Polifemo
10 palazzo altri d'Atlante, e chi di Creta
11 il laberinto, e chi l'Inferno estremo
12 (ché qui non val favor, saper, né pièta),
13 io ti so dir; del resto, tutto tremo,
14 ch'è ròcca sacra a tirannia segreta.
61
Di se stesso.
1 Sciolto e legato, accompagnato e solo,
2 gridando, cheto, il fiero stuol confondo:
3 folle all'occhio mortal del basso mondo,
4 saggio al Senno divin dell'alto polo.
5 Con vanni in terra oppressi al Ciel men volo,
6 in mesta carne d'animo giocondo;
7 e, se talor m'abbassa il grave pondo,
8 l'ale pur m'alzan sopra il duro suolo.
9 La dubbia guerra fa le virtù c˘nte.
10 Breve è verso l'eterno ogn'altro tempo,
11 e nulla è più leggier ch'un grato peso.
12 Porto dell'amor mio l'imago in fronte,
13 sicuro d'arrivar lieto, per tempo,
14 ove io senza parlar sia sempre inteso.
62
Di se stesso, quando, ecc.
1 D'Italia in Grecia ed in Libia scorse,
2 bramando libertà, Catone il giusto;
3 né potendo saziarsene a suo gusto,
4 sino alla morte volontaria corse.
5 E 'l sagace Annibàl, quando s'accorse
6 che schifar non potea l'imperio augusto,
7 l'anima col velen svelse dal busto.
8 Onde anche Cleopatra il serpe morse.
9 Fece il medesmo un santo Maccabeo;
10 Bruto e Solon furor finto coperse,
11 e Davide, temendo il re geteo.
12 Però, là dove Iona si sommerse
13 trovandosi, l'Astratto, quel che feo
14 al santo Senno in sacrificio offerse.
63
A certi amici uficiali e baroni, che,
per troppo sapere, o di poco governo
o di fellonia l'inculpavano.
1 Non è brutto il demòn quanto si pinge:
2 sta ben con tutti, a tutti, cortesia:
3 la più sentenza eroica è la più pia:
4 un piccol vero gran favola cinge.
5 Il paiuol della pentola più tinge;
6 nera chiamarla dunque non dovria.
7 Libertà bramo, e chi non la desia?
8 ma il viver sporca chi per viver finge.
9 - Chi si governa mal, spesso si duole. -
10 Se pur lo dite a me, ditelo a tanti
11 gran profeti e filosofi ed a Cristo.
12 Né il saper troppo, come alcun dir suole,
13 ma il poco senno degli assai ignoranti
14 fa noi meschini e tutto il mondo tristo.
64
A consimili.
1 Ben seimila anni in tutto 'l mondo io vissi:
2 fede ne fan l'istorie delle genti,
3 ch'io manifesto agli uomini presenti
4 co' libri filosofici ch'io scrissi.
5 E tu, marmeggio visto ch'io mi ecclissi,
6 ch'io non sapessi vivere argomenti,
7 o ch'io fossi empio; e perché il sol non tenti,
8 se del Fato non puoi gli immensi abissi?
9 Se a' lupi i savi, che 'l mondo riprende,
10 fosser d'accordo, e' tutto bestia fôra;
11 ma perché, uccisi, s'empi eran, gli onora?
12 Se 'l quaglio si disfà, gran massa apprende;
13 e 'l fuoco, più soffiato, più s'accende,
14 poi vola in alto e di stelle s'infiora.
65
Orazione a Dio.
1 Tu, che, forza ed amor mischiando, reggi
2 e muovi gli enti simili e diversi
3 ordinati a quel fine, ond'io scoversi
4 il Fato, l'armonia di tutte leggi;
5 s'è ver che i prieghi di cosa correggi
6 non decretata negli eterni versi,
7 ma solo i tempi prosperi e perversi
8 d'affrettar o tardar ne privileggi;
9 così prego io, che tant'anni mi truovo
10 di sciocchi e d'empi favola e bersaglio,
11 e nuove ingiurie e pene ognora pruovo:
12 allevia, abbrevia, Dio, tanti travagli;
13 ché tu pur non farai consiglio nuovo,
14 se a libertà antevista quinci saglio.
66
A Dio.
1 Come vuoi ch'a buon porto io mi conduca,
2 se de' compagni dati io veggio a prova
3 altri infedeli, e chi fede ha, si trova
4 che senno in lui pochissimo riluca?
5 e 'l fido e saggio, come lepre in buca,
6 timor nasconde, o fugge, e non mi giova;
7 e, se l'audacia in tal virtù si cova,
8 cattività ed inopia le manuca?
9 L'onor tuo, l'util mio, la ragion sprezza
10 vaneggiante l'aiuto, che m'invii,
11 per cui m'annunzi libertà e grandezza.
12 Credo e farò, se gli empi vuoi far pii:
13 ma vorrei, per alzarmi a tanta altezza,
14 ch'io m'intuassi, come tutt'immii.
67
Ad Annibale Caracciolo,
detto Niblo, scrittor d'egloche.
1 Non Licida, né Driope, né Licòri
2 pôn mai, Niblo gentil, farti immortale,
3 se d'amor infinito oggetto eguale
4 l'ombre non son, né gli cadenti fiori.
5 La bellezza, che in altri ammiri e adori,
6 nell'anima tua diva più prevale;
7 per cui lo Spirto mio spiega anche l'ale
8 verso le note degli eterni ardori.
9 Illustra dunque quel che 'n te risplende
10 con l'amor di virtù che mai non manca,
11 e laudi immense da Dio solo attende.
12 Di far conto con gli uomini omai stanca
13 l'anima mia, la tua richiama, e rende
14 alla scuola di Dio con carta bianca.
68
Al Telesio cosentino.
1 Telesio, il telo della tua faretra
2 uccide de' sofisti in mezzo al campo
3 degli ingegni il tiranno senza scampo;
4 libertà, dolce alla verità, impetra.
5 Cantan le glorie tue con nobil cetra
6 il Bombino e 'l Montan nel brettio campo:
7 e 'l Cavalcante tuo, possente lampo,
8 le ròcche del nemico ancora spetra.
9 Il buon Gaieta la gran donna adorna
10 con diafane vesti risplendenti,
11 onde a bellezza natural ritorna;
12 della mia squilla per li nuovi accenti,
13 nel tempio universal ella soggiorna:
14 profetizza il principio e 'l fin degli enti.
69
A Ridolfo di Bina.
1 Senno ed Amor, innanzi a primavera
2 degli anni tuoi, t'han dato, o Bina, l'ale
3 a volar con Adam, guida fatale,
4 per molti spazi della nostra sfera.
5 Così s'arriva alla virtute intiera,
6 virtù ch'a voi dà gloria, e morte al male:
7 mal, che gran tempo te, Germania, assale:
8 Germania, che de' suoi figli dispera.
9 Ma in te grazie divine, eroica prole,
10 leggendo il cielo, scorge il senno mio;
11 deh! lascia al volgo errante ciance e fole.
12 Tu, con animo ardente, altiero e pio,
13 bandisci guerra alle falsarie scuole,
14 ch'io vincitor ti veggo, e veggo in Dio.
70
A Tobia Adami filosofo.
1 Portando in man la cinica lucerna,
2 scorri, Tobia, l'Europa, Asia ed Egitto;
3 finché i piedi d'Ausonia in luogo hai fitto,
4 dov'io, nascosto in ciclopea caverna,
5 fatal brando a te tempro in luce eterna
6 contra Abaddon, ch'oscura il vero e 'l dritto,
7 di quanto in nostra scuola già s'è scritto
8 a gloria di chi noi fece e governa.
9 Contra sofisti, ipocriti e tiranni
10 d'armi del Primo Senno ornato vai
11 la patria a liberar di tanti inganni.
12 Mal, se torci; gran ben, s'indrizzerai
13 virtute, diligenza, ingegno ed anni
14 verso l'aurora degli eterni rai.
71
Sonetto nel Caucaso.
1 Temo che per morir non si migliora
2 lo stato uman; per questo io non m'uccido:
3 ché tanto è ampio di miserie il nido
4 che, per lungo mutar, non si va fuora.
5 I guai cangiando, spesso si peggiora,
6 perch'ogni spiaggia è come il nostro lido;
7 per tutto è senso, ed io il presente grido
8 potrei obbliar, com'ho mill'altri ancora.
9 Ma chi sa quel che di me fia, se tace
10 Omnipotente? e s'io non so se guerra
11 ebbi quand'era altro ente, ovvero pace?
12 Filippo in peggior carcere mi serra
13 or che l'altrieri; e senza Dio nol face.
14 Stiamci come Dio vuol, poiché non erra.
72
Lamentevole orazione profetale
dal profondo della fossa dove stava incarcerato.
1 A te tocca, o Signore,
2 se invan non m'hai creato,
3 d'esser mio salvatore.
4 Per questo notte e giorno
5 a te lagrimo e grido.
6 Quando ti parrà ben ch'io sia ascoltato?
7 Più parlar non mi fido,
8 ché i ferri, c'ho d'intorno
9 ridonsi e fanmi scorno
10 del mio invano pregare,
11 degli occhi secchi e del rauco esclamare.
12 Questa dolente vita,
13 peggior di mille morti,
14 tant'anni è sepelita,
15 che al numero io mi trovo
16 delle perdute genti,
17 qual, senza aiuto, uom libero, tra morti,
18 di morte e non di stenti:
19 a' quali il mio composto
20 sol vive sottoposto,
21 nel centro ad ogni pondo
22 di tutte le rovine, ahimè, del mondo.
23 Gli uccisi in sepoltura,
24 dati da te in oblio,
25 de' quai non hai più cura,
26 de' sotterranei laghi
27 nell'infimo rinchiuso
28 di morte fra le tenebre sembro io.
29 Qui un mar di guai confuso,
30 pien di mostri e di draghi,
31 ...........................
32 sopra di me si aduna,
33 e 'l tuo furor spirando aspra fortuna.
34 Dagli amici disgiunto
35 sono, e opprobrio al mio sangue,
36 di scorni e d'orror punto,
37 che fiutar non mi vuole
38 né potrebbe, volendo,
39 me abbominato qual pestifero angue;
40 e 'l tradimento orrendo
41 lor fai apparir sole
42 verso cotanta mole
43 di paure e di affanni,
44 perch'io mendìco sol qui pianga gli anni.
45 Signor, a cui son figlie
46 le pietose preghiere,
47 le tue gran maraviglie
48 e grazie in me non mostri;
49 faraile a' morti note?
50 o il fisico a cantar tue glorie altere
51 risuscitar gli puote?
52 o fia ne' ciechi chiostri,
53 chi narri gli onor vostri?
54 o qui al buio alcun scerne,
55 tra obblio e perdizion, tue pruove eterne?
56 Quinci io pur sempre esclamo,
57 sera e dì ti prevengo:
58 - Libertà, Signor, bramo -
59 e tu pur non m'ascolti,
60 ma volgi gli occhi altrove.
61 Povero io nacqui, e di miserie vengo
62 nutrito in mille prove;
63 poscia, tra i saggi e stolti
64 alzato, mi trasvolti
65 con terribil prestezza
66 nella più spaventevole bassezza.
67 Sopra me si mostrâro
68 tutti gli sdegni tuoi,
69 tutti mi circondâro,
70 come acqua tutti insieme;
71 ahi come stansi fermi!
72 né che m'aiuti alcun permetter vuoi.
73 ......................
74 La gente del mio seme
75 m'allontanasti, e preme
76 duro carcer gli amici;
77 altri raminghi vanno ed infelici.
78 Va', amaro lamento,
79 tratto di salmodia,
80 ch'è d'altri profezia,
81 ma di me troppo assai vero argomento.
82 Vanne allo Spirto Santo,
83 di cui se' parto santo:
84 forse avrà per sua figlia alcun contento,
85 che non merta il mio accento.
73
Orazioni tre in salmodia
metafisicale congiunte insieme.
Canzone prima
1 Omnipotente Dio, benché del Fato
2 invittissima legge e lunga pruova
3 d'esser non sol mie' prieghi invano sparsi,
4 ma al contrario esauditi, mi rimuova
5 dal tuo cospetto, io pur torno ostinato,
6 tutti gli altri rimedi avendo scarsi.
7 Che s'altro Dio potesse pur trovarsi,
8 io certo per aiuto a quel n'andrei.
9 Né mi si potria dir mai ch'io fosse empio,
10 se da te, che mi scacci in tanto scempio,
11 a chi m'invita mi rivolgerei.
12 Deh, Signor, io vaneggio; aita, aita!
13 pria che del Senno il tempio
14 divenga di stoltizia una meschita.
15 Ben so che non si trovano parole
16 che muover possan te a benivolenza
17 di chi ab aeterno amar non destinasti;
18 ché 'l tuo consiglio non ha penitenza,
19 né può eloquenza di mondane scuole
20 piegarti a compassion, se decretasti
21 che 'l mio composto si disfaccia e guasti
22 fra miserie cotante ch'io patisco.
23 E se sa tutto 'l mondo il mio martoro,
24 il ciel, la terra e tutti i figli loro,
25 perché a te, che lo fai, l'istoria ordisco?
26 E s'ogni mutamento è qualche morte,
27 tu, Dio immortal, ch'io adoro,
28 come ti muterai a cangiar mia sorte?
29 Io pur ritorno a dimandar mercede,
30 dove il bisogno e 'l gran dolor mi caccia.
31 Ma non ho tal retorica né voce,
32 ch'a tanto tribunal poi si confaccia.
33 Né poca carità, né poca fede,
34 né la poca speranza è che mi nuoce.
35 E se, com'altri insegna, pena atroce,
36 che l'anima pulisca e renda degna
37 della tua grazia, si ritrova al mondo,
38 non han l'Alpe cristallo così mondo,
39 ch'alla mia puritade si convegna.
40 Cinquanta prigioni, sette tormenti
41 passai, e pur son nel fondo;
42 e dodici anni d'ingiurie e di stenti.
43 Stavamo tutti al buio. Altri sopiti
44 d'ignoranza nel sonno; e i sonatori
45 pagati raddolcîro il sonno infame.
46 Altri vegghianti rapivan gli onori,
47 la robba, il sangue, o si facean mariti
48 d'ogni sesso, e schernian le genti grame.
49 Io accesi un lume: ecco, qual d'api esciame,
50 scoverti, la fautrice tolta notte
51 sopra me a vendicar ladri e gelosi,
52 e que' le paghe, e i brutti sonnacchiosi
53 del bestial sonno le gioie interrotte:
54 le pecore co' lupi fûr d'accordo
55 contra i can valorosi;
56 poi restâr preda di lor ventre ingordo.
57 Deh! gran Pastor, il tuo can, la tua lampa,
58 da' lupi omai difende e da' ladroni.
59 Fa noto il tutto all'ignorante gregge;
60 ché se mia luce e voce, pur tuoi doni,
61 lasci spacciare per peccato in stampa,
62 più dannato fia il sole e la tua legge.
63 Ma, s'altra colpa è pur che mi corregge,
64 sai che non può volarsi senza penne
65 della tua grazia; né, senza, io le merto.
66 Pur sempr'ho l'occhio al tuo splendor aperto;
67 che fallo è il mio, se dentro egli non venne?
68 Ma sciogli Bocca, e fai tuo messaggero
69 Gilardo; e con qual merto?
70 Màncati la ragion forse o l'impero?
71 Parlo teco, Signor, che mi comprendi,
72 e dell'accuse altrui poco mi cale.
73 Io ben confesso che del mondo hai cura
74 e ch'a nulla Sua parte vogli male;
75 quantunque, a ben del tutto che più intendi,
76 senza annullarle, le muti a misura:
77 in che consiste proprio la natura;
78 e tal mutanza male e morte noi
79 di qualità o di essenza sogliam dire,
80 ch'è del tutto alma vita e bel gioire,
81 bench'alle parti tanto par ch'annoi.
82 Così del corpo mio più morti e vite
83 veggo andare e venire,
84 di parti a ben del tutto in vita unite.
85 Il mondo, dunque, non ha male; ed io
86 di mali innumerabili sto oppresso
87 per letizia del tutto e d'altre parti.
88 Ma, se alle particelle hai pur concesso
89 d'invocar chi l'aiuta "proprio Dio",
90 ché a tutti gli enti il tuo valor comparti
91 e le mutanze lor con segrete arti
92 addolcisci, amoroso temperando
93 Necessitate, Fato ed Armonia,
94 Possanza, Senno, Amor per ogni via;
95 m'è avviso, ch'a pregarti ritornando,
96 truovi rimedio alcun, che rallentarmi
97 possa la pena ria,
98 o 'l dolce crudo amor di vita trarmi.
99 Cosa il mondo non ha che non si muti,
100 né che del suo mutarsi non si doglia,
101 né che del suo dolersi Dio non preghi.
102 Fra' quali molti son cui avvenir soglia,
103 che, come tu ab aeterno vuoi, l'aiuti;
104 e molti ancora, a cui l'aiuto neghi.
105 Come dunque io saprò per cui ti pieghi,
106 s'io presente non fui al consiglio antico?
107 Argomento verace alfin m'addita
108 che quella orazion sia esaudita,
109 che con ragione e puramente io dico.
110 Così spesso, non sempre, nel tuo volto
111 sentenza è diffinita,
112 che 'l campo frutti ben, s'egli è ben c˘lto.
113 Del mio contrito e ben arato suolo
114 la coltura mi reca gran speranza,
115 ma più lo sol del Senno che 'l feconda,
116 che molte stelle forse sopravanza,
117 esser predestinato sopra il polo,
118 che la preghiera mia non si confonda,
119 e ch'abbia il fine, a cui di mezzi abbonda
120 pur da te infusi e previsti ab aeterno.
121 Con condizion pregò Cristo, sapendo
122 che schivar non potea il calice orrendo.
123 E l'angel suo rispose: al gran governo
124 convenir ch'egli muoia. Io senza prego,
125 risposta ricevendo
126 dal mio diversa, che sovente allego.
127 Canzon, di' al mio Signor: - Chi per te giace
128 tormentato in catena intra una fossa,
129 dimanda come possa
130 volar senza ale. O manda, o tu insegna
131 come la ruota fatale è ben mossa,
132 e se si truova in Ciel lingua mendace. -
133 Ma parrai troppo audace,
134 senza l'altra, ch'or teco uscir disegna.
74
Canzone seconda della medesima salmodia.
1 Se ha' destinato ch'io ben sparga il seme,
2 avrai forse voluto che ben mieta:
3 perché dunque si tarda il giusto fine?
4 Perché le stelle fai e più d'un profeta,
5 i tuo' doni e sc‹enze vani insieme?
6 Perché le forze e le voglie divine
7 il nemico schernisce? e le rovine,
8 ch'a lui si converrian, a me rivolve?
9 Perché tra 'l Fato un'animata terra
10 bestemmia e nega Dio, s'egli non erra,
11 e me che t'amo in tante pene involve?
12 Quando ignorai e negai, molto impetrai
13 con chi il tuo nome atterra;
14 or ch'io t'adoro, vo traendo guai.
15 Se tu già m'esaudisti peccatore,
16 perch'or non m'esaudisci penitente?
17 Perch'a Bocca, il tuo Nume dispregiante,
18 le porte apristi, e me lasci dolente
19 preda al nemico e riso al traditore?
20 Così m'hai dato il corridor volante?
21 Ogni tiranno è contra i tuoi costante,
22 e 'n ben trattar chi a' suo' piaceri applaude;
23 e tu gli amici tuoi sempre più aggravi,
24 e nel lor sangue l'altrui colpe lavi.
25 Che maraviglia se cresce la fraude
26 moltiplicano i vizi e le peccata?
27 Ché, ad onta nostra, i pravi
28 si vantan, che dài lor vita beata.
29 Io con gli amici pur sempre ti scuso
30 ch'altro secolo in premio a' tuoi riserbi;
31 e che i malvagi in sé sieno infelici,
32 sempre affliggendo gli animi superbi
33 sdegno, ignoranza e sospetto rinchiuso;
34 e che di lor fortune traditrici
35 traboccan sempre al fine. Ma gli amici,
36 se, quelli dentro e noi di fuor, siamo
37 tutti meschini, chieggon la cagione,
38 che fa nel nostro mal tue voglie buone;
39 che se gli altri enti e noi, figli d'Adamo,
40 doveamo trasmutarci a ben del tutto
41 di magione in magione,
42 perché non fai tal muta senza lutto?
43 Senza lutto se fosse, senza senso
44 sarian le cose e senza godimento,
45 né l'un contrario l'altro sentirebbe,
46 né ci sarìa tra lor combattimento,
47 né generazione, e 'l caos immenso
48 la bella distinzione assorbirebbe.
49 E pur nel punto che mutar si debbe
50 la cosa, uopo è che senta, perch'all'altra
51 resista e faccia ch'ella si muti anco,
52 secondo il Fato vuol, né più né manco,
53 chi regge il mondo. Or qui tuo Senno scaltra.
54 Io, teco disputando, vinto e lasso
55 cancello, e metto in bianco
56 le mie ragioni; in altro conto passo.
57 Solevo io dir fra me dubbiando: - Come
58 d'erbe e di bruti uccisi per mia cena
59 non curo il mal, né a' supplicanti vermi
60 dentro a me nati do favor, ma pena;
61 anzi il sol padre e terra madre il nome
62 struggon de' figli e i lor composti infermi;
63 così Dio non sol pare che s'affermi
64 che del mal nostro pietade nol punga,
65 ma ch'egli sembri il tutto; onde ne goda
66 trarci di vita in vita, con sua loda
67 che fuor del cerchio suo mai non si giunga. -
68 O pur, che in Dio fosse divario dolce,
69 dissi ragion men soda,
70 come in Vertunno è, che 'l nostro soffolce.
71 Or ti rendo, Signor, fermezza intègra:
72 ché i prieghi e 'l variar d'ogni ente fue
73 da te antevisto, e non ti è un iota nuovo,
74 ch'un tuo primo voler possa or far due.
75 D'essere e di non essere s'intègra:
76 per l'un la fermo, per l'altro la muovo;
77 che da te sia, da sé non sia, la truovo;
78 per sé si muta, e per te non s'annulla
79 la creatura; e stassi, te imitando;
80 e mutasi, tua idea rappresentando,
81 ché in infinite fogge la trastulla,
82 per non poterla tutta in un mostrare;
83 infinità mancando
84 a questa, nel cui male il tuo ben pare.
85 Le colpe di natura (ancor dichiaro),
86 in cui si fondan l'altre del costume,
87 per la continoa guerra, ch'indi avviene
88 che l'un l'altro non è, non dal tuo Nume,
89 ma dal niente origine pigliâro.
90 Né toglier la discordia a te conviene,
91 né far che l'un sia l'altro, perché 'l bene
92 di tanti cangiamenti sarìa spento,
93 né la tua gloria nota in tante forme
94 gioiose mentre stanno a te conforme,
95 dogliose mentre vanno al mutamento,
96 dove il niente le chiama. Ond'io veggio
97 che il tuo Senno non dorme;
98 ma io, in niente assorbito, vaneggio.
99 Sì come il ferro, di natura impuro,
100 sempre s'arruggia e 'l fabbro invita all'opra,
101 così le cose, dal niente nate,
102 tornan sempre al niente; e Dio sta sopra,
103 ché non s'annullin, ma di quel che fûro
104 in altro essere e vita sien recate.
105 S'e' fregia nostra colpa e nullitate,
106 Dio ringraziar debbiam, non lamentarci;
107 ed io, vie più che gli altri, che son meno,
108 onde di guai mi truovo sempre pieno.
109 Ma, se de' pannilini i vecchi squarci
110 carta facciam, che noi di morte rape
111 d'eternitade al seno,
112 che fia di me, se Dio di noi più sape?
113 - Ma perché più degli altri io fui soggetto
114 alle doglienze della vita nostra?
115 - Ché in questa o in altra aspetti miglior sorte,
116 e in quelli forza e in te saper Dio mostra.
117 - Ma perché l'una e l'altro io non ho stretto?
118 - Ché se' parte e non tutto. - E perché forte
119 fu e savio chi a Golia donò la morte?
120 - Quel ch'era in lui, in te non è or bisogno.
121 - Perché così? - Ché l'ordine fatale
122 ottimo il volle, che Dio fece tale.
123 Miser, so men quanto saper più agogno!
124 Miserere di me, Signor, se puoi
125 far corto e lieve il male,
126 senza guastar gli alti consigli tuoi!
127 Canzon, di' al mio Signor, ch'io ben conosco
128 ch'ogni cosa esser puote
129 migliore a sé, ma non all'universo;
130 ch'e' già sarìa disperso,
131 se uguali al sol fussero l'altre ruote
132 del mio desir non vòte.
133 Ma più ho da dirli. Aspetta
134 la tua terza sorella, che non tarda;
135 sarai in mezzo eletta
136 e più a grazia impetrar forse gagliarda.
75
Canzone terza della medesima salmodia.
1 Vengo a te, potentissimo Signore,
2 sapientissimo Dio,
3 amorosissimo Ente Primo ed Uno:
4 miserere del nostro antico errore;
5 cessi omai l'uso rio;
6 non sia più l'uno all'altro uomo importuno;
7 tornin, dove io gli aduno,
8 alla Prima Ragion tua; donde errando,
9 siamo trascorsi a diverse menzogne,
10 talché ognun par ch'agogne
11 farsi degli altri dio, gli occhi abbagliando
12 al popol miserando,
13 già di cieca paura
14 sforzato a perseguir chi ben gli adduce;
15 ond'io sto in sepoltura,
16 perché lor predicai la prima luce.
17 Per l'Unità ti priego viva e vera,
18 per cui disfarsi stimo
19 la discordia, la morte e l'empio inganno;
20 per la Possanza universal primera,
21 e per lo Senno primo
22 e per lo primo Amor, ch'un ente fanno:
23 togliene omai quel danno,
24 che da valor, da senno e d'amor finti,
25 tirannide, sofismi, ipocrisia,
26 spande pur tuttavia;
27 che l'alme e i corpi a pugna cieca ha spinti
28 fra lacci e laberinti,
29 ove par che sia meglio
30 non veder l'uscio a chi forza non have;
31 e me n'hai fatto speglio,
32 quando senz'arme m'hai dato la chiave.
33 Per le medesme eminenze ch'io soglio
34 dir di se stesse oggetti,
35 essenza, verità e bontade insieme,
36 ti prego, s'io di maschere le spoglio,
37 quella colpa rimetti,
38 che tôrre i falsi dèi dall'uman seme
39 vantansi, e più ci preme.
40 Chi vide ch'unquanco in terra si faccia
41 il tuo voler, sì come si fa in Cielo?
42 chi d'ignoranza il velo,
43 chi il giogo sotto gli empi, che n'allaccia,
44 in fatti rompe o straccia?
45 Sol libertà può farci
46 forti, sagaci e lieti. E 'l suo contrario
47 valere a consumarci
48 di sei milia anni mostra il gran divario.
49 Poi ti prego, ti supplico e scongiuro
50 per l'influenze magne,
51 Necessità, Fato, Armonia, che 'l regno
52 dell'universo mantengon sicuro,
53 tue figlie, non compagne;
54 per lo spazio, ch'è base al tuo disegno;
55 per la mole all'ingegno,
56 pel caldo e per lo freddo, d'elementi
57 gran fabbri, e per lo cielo e per la terra,
58 pe' frutti di lor guerra;
59 pel tempo e per le statue tue viventi,
60 stelle, uomini ed armenti
61 per tutte l'altre cose;
62 per Cristo, Senno tuo, Prima Ragione,
63 che dalle sorti ascose
64 spezzi la crudel mia lunga prigione.
65 Se mi sciogli, io far scuola ti prometto
66 di tutte nazioni
67 a Dio liberator, verace e vivo,
68 s'a cotanto pensier non è disdetto
69 il fine a cui mi sproni;
70 gl'idoli abbatter, far di culto privo
71 ogni dio putativo
72 e chi di Dio si serve e a Dio non serve;
73 pôr di ragione il seggio e lo stendardo
74 contra il vizio codardo;
75 a libertà chiamar l'anime serve,
76 umiliar le proterve.
77 Né a' tetti, ch'avvilisce
78 fulmine o belva, dir canzon novelle,
79 per cui Siòn languisce.
80 Ma tempio farò il cielo, altar le stelle.
81 Deh! risorga a pietà l'Amor eterno,
82 e l'infinito Senno
83 proponga l'opra al gran Valor immenso,
84 che il duro scempio del mio lungo inferno
85 vede senza il mio cenno:
86 sei e sei anni, che 'n pena dispenso
87 l'afflizion d'ogni senso,
88 le membra sette volte tormentate,
89 le bestemmie e le favole de' sciocchi,
90 il sol negato agli occhi,
91 i nervi stratti, l'ossa scontinoate,
92 le polpe lacerate,
93 i guai dove mi corco,
94 li ferri, il sangue sparso, e 'l timor crudo,
95 e 'l cibo poco e sporco;
96 in speme degna di tua lancia e scudo.
97 Farsi scanni gli uman corpi a' giganti,
98 gli animi augei di gabbia,
99 bevanda il sangue, e di lor prave voglie
100 le carni oggetto, e le fatiche e i pianti
101 giuoco dell'empia rabbia,
102 maniche a' ferri usati a nostre doglie
103 l'ossa, e le cuoia spoglie;
104 de' nostri sensi, testimoni e spie
105 false contra noi stessi; e ch'ogni lingua
106 l'altrui virtute estingua,
107 e fregi i vizi lor con dicerie,
108 vedrai da queste arpie
109 più dal tuo tribunale.
110 Che pel tuo onor, mia angoscia se non basta,
111 ti muova il comun male,
112 a cui la providenza più sovrasta.
113 Se favor tanto a me non si dovea
114 per destino o per fallo,
115 sette monti, arti nuove e voglia ardente
116 perché m'hai dato a far la gran semblea,
117 e 'l primo albo cavallo,
118 con senno e pazienza tanta gente
119 vincere? Dunque, mente
120 tanto stuol di profeti che tu mandi?
121 ed ogn'anima santa, che già aspetta
122 veder la tua vendetta,
123 falsa sarà per gloria di nefandi?
124 Più prodigi e più grandi
125 il tuo Nume schernito,
126 qual muto idolo, agogna oggi, che quei
127 ch'i mostri han sovvertito
128 di Samaria, d'Egitto e di Caldei.
129 Tre canzon, nate a un parto
130 da questa mia settimontana testa,
131 al suon dolente di pensosa squilla,
132 ch'ostetrice sortilla,
133 ite al Signor, con facce e voce mesta
134 gridando miserere
135 del duol, che 'l vostro padre ange e funesta.
136 Né sia chi rieda a darmi altra novella
137 dal Rettor delle sfere
138 che 'l fin promesso dell'istoria bella
139 (sia stato falso o vero il messaggiere),
140 cantando: - Viva, viva Campanella! -
76
Canzone prima del dispregio della morte.
1 Anima mia, a che tanto disconforto?
2 forse temi perir tra immensi guai?
3 Tema il volgo. Tu sai
4 dirsi morir chi fuor del suo ben giace.
5 Se nulla in nulla si disfà giammai,
6 non può altronde, chi a sé pria non è morto,
7 morte patir o torto,
8 né temer guerra chi a se stesso ha pace.
9 Non ti muova argomento altro fallace.
10 Se nativa prigion te non legasse,
11 legar non ti potria l'empio tiranno,
12 ch'e' non può far tal danno
13 a' sciolti venti, agli angeli, alle stelle.
14 Solo a lui male i tuoi tormenti fanno,
15 ma a te ben, come se ti liberasse,
16 o ti risuscitasse,
17 chi da sepolcro o da prigion ti svelle;
18 ché l'uno e l'altro son l'umane celle.
19 Dentro il gran spazio, in cui lo mondo siede
20 tutto consperso di serena luce,
21 che 'l sommo Ente produce,
22 e di vive magion lucenti adorno,
23 dove han gli spirti repubblica e duce,
24 in libertà felice: sol si vede
25 nera la nostra sede.
26 Dunque, de' regni bianchi, ch'ella ha intorno,
27 fu a' peccatori esilio e rio soggiorno.
28 Il centro preme in sempiterna notte
29 sotto ogni pondo i più rubbelli; e 'l giro
30 or letizia, or martiro,
31 or tenebra ed or lume al mondo apporta,
32 che i proprii dal comun carcer sortîro;
33 né, quindi uscendo, in nulla son corrotte.
34 Ma chi scende alle grotte,
35 tornar non può, perché ivi al doppio è morta;
36 e chi va in alto, al carcer odio porta.
37 Se lo spirto corporeo, che 'l calore
38 ne' bruti e pur negli uomini ha produtto,
39 sempre esala al suo tutto,
40 né riede a noi, quantunque esca a dispetto,
41 ignorando ch'a gaudio va dal lutto:
42 vie più la mente, che di lui men muore
43 tornando al suo Fattore,
44 poi, saggia e sciolta, fugge il nostro tetto:
45 avviso che non erri al coro eletto.
46 E` tutto opaco il corpo che ti cinge,
47 e sol ha due forami trasparenti;
48 né in lor le cose senti,
49 ma sol le specie, e non qua' son, ché l'onda
50 le fa, il cristallo e 'l corno differenti,
51 che 'l lume che le porta àltera e tinge.
52 Né pur tuo specchio attinge
53 a veder l'aria sottil che 'l circonda,
54 né gli angeli, né cosa più gioconda.
55 Indebolite luci e moti e forze
56 delle cose, che batton la muraglia
57 del carcer che n'abbaglia,
58 sentiamo noi, non le possenti o dive;
59 perché sfarìan la nostra fragil maglia.
60 Né virtù occulta ammetton le sue scorze,
61 che per noi non si ammorze:
62 poche sembianze e di certezza prive
63 solo ha chi meglio tra noi parla e scrive.
64 Qual uomo a volo non vorria levarsi,
65 o più saltar a giugner? Ma nol lascia
66 questa di morti cascia.
67 Va col pensiero a più parti del mondo,
68 dove esser brama; ma la grossa fascia
69 non vuol che vada, né possa internarsi
70 [di tutte cose a infarsi].
71 Dunque tien l'alma il tenebroso pondo,
72 l'allegrezza, i desiri e i sensi in fondo.
73 Di': come al buio hai tu distinto l'ossa?
74 i nervi soprasteso alle giunture?
75 tante varie testure
76 di vene, arterie e muscoli formasti,
77 le viscere, le fibre e legature?
78 come il bodel si piega, stringe e ingrossa?
79 come, di carne rossa
80 vestendo il tutto, la testa scarnasti?
81 come il caldo obbedia? come il frenasti?
82 Non mi risponder quel ch'impari altronde
83 e nell'anatomia, ché non è tuo
84 cotal saper, ma suo,
85 di chi t'avvisa: e pur t'inganni spesso,
86 come n'hai sperimenti più che duo.
87 Or, se [in] te ignori ciò che 'l corpo asconde
88 e in altri spii, risponde
89 non essere, a chi al buio sta, concesso
90 veder che fa, né il luogo, né se stesso.
91 Pur, se 'l vario nutrir t'ha fatto porre
92 la fabbrica in obblio, di' mo: in che modo
93 il nutrimento sodo
94 all'ossa tiri, ed a' nervi il viscoso,
95 ed agl'impuri vasi feccia e brodo?
96 Come odi, e vedi, e pensi, quando a scôrre
97 ten vai nell'alta torre?
98 Di': il respirar, e 'l polso stretto e ondoso
99 come dài al spirto, fatica e riposo?
100 Tu non sai quel che fai, ch'altri ti guida,
101 come al cieco chi vede apre 'l cammino.
102 Il tuo carcer sì fino
103 per tu' avviso e suo gioco il Sir compose.
104 Libera hai volontà sol, don divino,
105 per meritar, pigliando scorta fida,
106 no' Macon, Cinghi o Amida,
107 ma chi formò tua stanza e l'altre cose;
108 e perché prezzi il ben, tra guai ti pose.
77
Canzone seconda del medesimo tema.
1 Quante prende dolcezze e meraviglie
2 l'anima, uscendo dal gravante e cieco
3 nostro terreno speco!
4 Snella per tutto il mondo e lieta vola,
5 riconosce l'essenze, e vede seco
6 gli ordini santi e l'eroica famiglia,
7 che la guida e consiglia,
8 e come il Primo Amor tutti consola,
9 e quanti mila n'ha una stella sola.
10 Questo, ch'or temi di lasciar, albergo
11 tanto odierai, che, se: - Di ferro e vetro
12 per non sentir ferètro
13 né scurità né doglia, - Dio dicesse -
14 tel renderò, ed in lui torna; - a tal metro,
15 crucciata, del voler voltando il tergo:
16 - In pianto mi sommergo -
17 risponderesti; salvo se 'l rendesse
18 tutto celeste, qual Cristo s'elesse.
19 Mirando 'l mondo e le delizie sacre
20 e quanti onor a Dio fan gli almi spirti,
21 comincerai stupirti
22 come egli miri pur la nostra terra
23 picciola, nera, brutta e, più vo' dirti,
24 dove ha tante biastemme orrende ed acre,
25 che par che si dissacre;
26 dove sta l'odio, la morte e la guerra,
27 e l'ignoranza troppo più l'afferra.
28 Vedrai pugnar contro la terra il cielo
29 e 'l caldo bianco e la freddezza oscura,
30 e che d'essi natura,
31 per trastullo de' superi, ne forma
32 vento, acqua, pianta, metal, pietra dura;
33 del ciel scordarsi il caldo, e contra 'l gelo
34 vestirsi terren velo,
35 e come a suo' bisogni lo conforma;
36 e che doglia e piacer gli enti trasforma.
37 Possanza, Senno, Amor da Dio vedrai
38 participar il tutto ed ogni parte;
39 ed usar la Prima Arte
40 Necessitade, Fato ed Armonia,
41 per cui tanta comedia orna e comparte,
42 a Dio rappresentando giuochi gai;
43 e divin fiati e rai
44 (che son l'anime umane) a' corpi invia
45 per far le scene con più leggiadria.
46 Fia aperto il dubbio, che torce ogn'ingegno:
47 perché i più savi e buoni han più flagelli,
48 e fortuna i più felli?
49 Ché Dio a que' die' le parti ardue del gioco,
50 per trarli a maggior ben da' lordi avelli;
51 e del suo mal goder lascia chi è degno.
52 E n'ho visto pur segno,
53 più indotti e schiavi e impuri amar non poco
54 l'error, la prigionia e l'infame loco.
55 Il giuoco della cieca per noi fassi:
56 ride natura, gli angeli e 'l gran Sire,
57 vedendo comparire
58 della primera idea modi infiniti,
59 premiando a chi più ben sa fare e dire.
60 Se i nostri affanni son divini spassi,
61 perché vincer ti lassi?
62 Miriamo i spettator, vinciam le liti
63 contra prìncipi finti, stravestiti.
64 Il carcere, che 'n tre morti mi tieni
65 con timor falso di morir, dispreggio.
66 Vanne al suolo, tuo seggio,
67 ch'io voglio a chi m'è più simile andarmi.
68 - Né tu se' quel che prima ebbi io, ma peggio,
69 che sempr'esali, e rifatto altro vieni
70 da quel che prandi e ceni:
71 onde lo spirto tuo nuovo ognor parmi.
72 Or perché temo in tutto io di sbrigarmi?
78
Canzone terza del medesimo tema.
1 Piangendo, dici: - Io ti levai, - mia testa;
2 le man: - Scrivemmo -; i piè: - T'abbiam portato.
3 Dispregiarne è peccato.
4 Di più, te il dolor stringe e 'l riso spande;
5 ti prende obblio ed inganno, ché se' un fiato,
6 e la puzza greva, odor cresce e desta,
7 che sparso in aere resta;
8 perché noi, gloria, Venere e vivande
9 sprezzi, ove certo vivi, e molto, e grande?
10 - Compagno, se in obblio le doglie hai posto,
11 quando di terra in erba e in carne sei
12 fatto di membri miei
13 pur questa obblierai, ch'or ti martìra,
14 di farti terra; e poi godrai di lei.
15 Per farne altri lavori ha Dio disposto
16 disfare il tuo composto;
17 ma in tutto il Primo Amor dolcezza spira.
18 Poi sarai mio, se 'l tutto al tutto aspira.
19 S'or debbo a ciò che fosti e sarai mio,
20 porterò un monte: ma l'arte soprana
21 quanto ti trasumana,
22 staremo insieme: né pensar ch'io tema
23 disfarmi in nulla, o in cosa da me strana.
24 L'animal spirto, in cui involto sono io,
25 prende inganno ed obblio,
26 ed io per lui: quando egli cresce e scema,
27 patisco anch'io, ma non mutanza estrema.
28 Desir immenso delle cose eterne
29 e 'l vigor, per cui sempre alto più intendo
30 e terra e ciel trascendo,
31 se nulla eccede di sue cause il fine,
32 mostran che d'aria e dal sol non dipendo,
33 né di cose caduche, ma superne.
34 Ecco che mi discerne
35 da te, ch'ami e sai solo il tuo confine;
36 e pur gran pruove d'altre alme divine.
37 La morte è dolce a chi la vita è amara;
38 muoia ridendo chi piangendo nasce;
39 rendiam queste atre fasce
40 al Fato omai, ch'usura tanta esige,
41 ch'avanza il capital con tante ambasce.
42 L'udito, i denti vuol, la vista cara.
43 Prendi il tuo, terra avara,
44 perché me teco ancor non porti a Stige.
45 Beato chi del tempo si transige!
46 Tu, morte viva, nido d'ignoranza,
47 portatile sepolcro e vestimento
48 di colpa e di tormento,
49 peso d'affanni e di error laberinto,
50 mi tiri in giù con vezzi e con spavento,
51 perch'io non miri in Ciel mia propria stanza,
52 e 'l ben ch'ogn'altro avanza:
53 onde, di sua beltà invaghito e vinto,
54 non sprezzi e lasci te, carbone estinto.-
79
Canzone quarta del dispregio della morte.
1 Filosofia di fatti il Senno vuole,
2 che l'ultime due tuniche or mi spoglia,
3 ch'è del viver la voglia
4 e d'aver laude scrivendo e parlando.
5 Doglia è lasciarle. Ma smorza ogni doglia
6 chi nella mente sua il gran Senno cole,
7 seco vuole e disvòle,
8 di lui se stesso in se stesso beando.
9 Onor non ha chi d'altri il va cercando.
10 Se fusse meglio a tutto l'universo,
11 alla gloria divina ed a me ancora,
12 ch'io di guai fosse fuora,
13 liberato m'avria l'Omnipotente;
14 ch'astuzia e forza contra lui non fôra.
15 Tiranno, incrudelisci ad ogni verso;
16 sbrani e mangi il perverso:
17 ché non è mal là dove Dio consente.
18 Non doni legge al medico il languente.
19 Empio colui non sol, ma ancora stolto,
20 che, 'n croce giubilar Piero ed Andrea
21 veggendo, e che si bea
22 Attilio ne' tormenti e Muzio e Polo,
23 non sa avanzar la setta epicurea,
24 che sol piacer ha del piacer raccolto
25 traendo gaudio molto,
26 pur come fan gli amanti, anche dal duolo;
27 ché 'l Primo Amor ci leva a tanto volo.
28 Fuggite, amici, le scuole mondane;
29 alto filosofar a noi conviensi.
30 Or, c'han visto i miei sensi,
31 non più opinante son, ma testimonio,
32 né sciocche pruove ho de' secreti immensi.
33 Già gusto quel che sia di Cristo il pane.
34 Deh! sien da noi lontane
35 quelle dottrine, che il celeste conio
36 non ha segnato; ch'io vidi il Demonio.
37 Credendosi i demòn malvagi e fieri
38 indiavolarmi con l'inganni loro,
39 benché con mio martoro,
40 m'han fatto certo ch'io sono immortale
41 che sia invisibil più d'un consistoro;
42 che l'alme, uscendo, van co' bianchi e neri,
43 e co' fallaci e veri,
44 a cui più simil le fe' il bene e il male,
45 che più studiâro in questa vita frale.
46 Altri spinge a servir Dio vil temenza,
47 altri ambizione di Paradiso,
48 altri ipocrito viso;
49 ma noi, ch'è Primo Senno e Sommo Bene
50 amabile per sé, tenemo avviso,
51 a cui farci conformi è preminenza,
52 bench'avessim scienza
53 che n'abbia scritti alle tartaree pene.
54 Nel Primo Amor null'odio por conviene.
55 Chi dagli effetti Dio conoscer brama
56 per seco unirsi e lodarlo, sia certo,
57 come in me sono esperto,
58 delle sue colpe segreto perdono
59 conseguisce e scienza dell'incerto.
60 Dio osserva la pariglia: ama chi l'ama,
61 e risponde a chi il chiama.
62 Odia, disprezza il mal, sendo uno e buono;
63 chi a lui si dona, lo guadagna in dono.
64 Se mai fia ch'uomo ascolte
65 queste sotterra ed in silenzio nate
66 rime mie sventurate,
67 pria che nascan, sepolte,
68 pensier muti e costume;
69 ch'io non ragiono a caso,
70 ma sper‹enza e Nume
71 e legge natural m'hanno persuaso.
80
Canzone a Berillo, di pentimento,
desideroso di confessione, ecc.,
fatta nel Caucaso.
1 Signor, troppo peccai, troppo, il conosco;
2 Signor, più non m'ammiro
3 del mio atroce martiro.
4 Né le mie abbominevoli preghiere
5 di medicina, ma di mortal tosco
6 fûr degne. Ahi, stolto e losco!
7 Dissi: - Giudica, Dio, - non - Miserere. -
8 Ma l'alta tua benigna sofferenza,
9 per cui più volte non mi fulminasti,
10 mi dà qualche credenza
11 che perdonanza alfin mi riserbasti.
12 Quattordici anni invan patisco (ahi lasso!),
13 sempre errore accrescendo
14 a me stesso, ed agli altri persuadendo
15 ch'io per difender verità e giustizia
16 da Dio, c'ho sconosciuto, sia qua basso,
17 qual Cristo, eletto sasso
19 Or ti vorrei pregar che, per discolpa
20 di tanti errori, accetti tante pene;
21 se non è nuova colpa
22 chieder ch'agli empi guai segua alcun bene.
23 Io merito in niente esser disfatto,
24 Signor mio, quando penso
25 l'opere prave mie e 'l perverso senso.
26 Poi, mirando ch'io son pur tua fattura,
27 che tocca riconciarla a chi l'ha fatto,
28 ch'io bramo esser rifatto
29 nel tuo cospetto nuova creatura,
30 questa sola ragion sola mi resta.
31 Onde sol fine al mio lungo tormento
32 chieggio, non quella festa,
33 né del prodigo figlio il gran contento.
34 Io mi credevo Dio tener in mano,
35 non seguitando Dio,
36 ma l'argute ragion del senno mio,
37 che a me ed a tanti ministrâr la morte.
38 Benché sagace e pio, l'ingegno umano
39 divien cieco e profano,
40 se pensa migliorar la comun sorte,
41 pria che mostrarti a' sensi suoi, Dio vero,
42 e mandarlo ed armarlo non ti degni,
43 come tuo messaggiero,
44 di miracolo e pruove e contrassegni.
45 Altri il Demonio, altri l'astuzia propia
46 spinse a far cose nuove,
47 permettente colui che 'l tutto muove,
48 per ragion parte chiare e parte oscure.
49 Laonde chi di senso ha maggior copia,
50 spesso sente più inopia,
51 empiendosi di false conghietture,
52 che i divi ambasciator sien anche tali;
53 e la bontà di Dio, che condescende
54 e si mostra a' mortali,
55 disconosce, discrede e non intende.
56 Osserva, uomo, osserva quella legge,
57 nella qual nato sei:
58 prencipe e sacerdoti sienti dèi,
59 e i lor precetti divini, quantunque
60 paiano ingiusti a te ed a tutto il gregge;
61 se Dio, per cui si regge,
62 diluvi, incendi e ferro usa quandunque
63 par giusto, e così que' ministri d'ira.
64 Dove Dio tace e vuole, taci e vogli;
65 con voti al porto aspira,
66 schifando via, non offendendo, i scogli.
67 Chi schernisce i decreti, ovvero ammenda,
68 o col peccato scherza,
69 o di quel gode, o per la prima sferza
70 da errar non fugge più che dal colùbro,
71 o l'occulta giustizia non gli è orrenda:
72 costui misero intenda
73 ch'è preso all'ami; e que' ch'al lido rubro
74 ostinati perîr, giungi al mio esempio.
75 Quanto ha il peccato in sé bruttezza e puzza
76 pria non conosce l'empio,
77 che, qual Antioco, inverminisce e puzza.
78 Ma tu quei miri, che peccano impune,
79 lieti e tranquilli sempre;
80 ma non penètri le segrete tempre
81 dell'uomo interior, e però sparli;
82 ché forse è di quel mal, che pensi, immune;
83 o pene ha più importune,
84 sdegno, sospetto, zelo, interni tarli;
85 né guardi il fin, né le divine ire,
86 quanto più tarde, tanto più gagliarde.
87 O ciò ne forza a dire:
88 - Necessario è l'Inferno, che sempre arde. -
89 Tardi, Padre, ritorno al tuo consiglio,
90 tardi il medico invoco;
91 tanto aggravato, il morbo non dà loco.
92 Quanto più alzar vo' gli occhi al tuo splendore,
93 più mi sento abbagliar, gravarmi il ciglio.
94 Poi con fiero periglio
95 dal lago inferior tento uscir fuore
96 con quelle forze che non ho, meschino.
97 Meschino me, per me stesso perduto,
98 ché l'aiuto divino,
99 che sol salvarmi può, bramo e rifiuto!
100 Desio di desiar tue grazie tengo:
101 certa, evidente vita,
102 quando voglia possente a te m'invita,
103 e quando è fiacca, avaccio sento il danno;
104 su l'ale del voler non mi sostengo
105 rotte e bagnate. Vengo
106 a que' favor, che sì pregar mi fanno:
107 - Deh! pregate per me voi, ch'io non posso,
108 voi, Piero e Paolo, luminar del Cielo,
109 Radamante e Minosso
110 della celeste legge e del Vangelo.
111