KARL MARX
La Questione Ebraica

Un carteggio del 1843

Indice


 

Marx a Ruge

Sul battello verso D., marzo 1843

Sono in viaggio attraverso l’Olanda. A quanto posso vedere dai giornali locali e francesi, la Germania è sprofondata giù nel fango e vi sprofonderà ancor più. Le assicuro che, anche ad essere ben lontani dal provare l’orgoglio nazionale, senza dubbio si prova la vergogna nazionale, perfino in Olanda. Il più piccolo olandese è pur sempre il cittadino di uno Stato in confronto al più grande tedesco. E i giudizi degli stranieri sul governo prussiano! Domina in essi un accordo terrorizzante, nessuno s’inganna più su questo sistema e sulla sua natura semplice. A qualcosa, dunque, è pur servita la nuova scuola. L’abito di parata del liberalismo è caduto, e agli occhi di tutto il mondo sta, in tutta la sua nudità, il più repellente dispotismo.

Anche questa è una rilevazione, se pur a rovescio. È una verità, che se non altro c’insegna a conoscere la vuotezza del nostro patriottismo, la mostruosità del nostro Stato, e a nascondere la faccia. Lei mi guarderà sorridendo, e mi chiederà: che cosa ci si è guadagnato? Non per vergogna si fanno le rivoluzioni. lo rispondo: la vergogna è già una rivoluzione; essa è realmente la vittoria della Rivoluzione francese sul patriottismo tedesco, dal quale era stata vinta nel 1813. La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. E se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile al leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso. Ammetto che in Germania non esiste ancora neppure la vergogna; al contrario, questi miserabili sono tuttora patrioti. Ma quale altro sistema potrebbe far dileguare il loro patriottismo, se non questo ridicolo sistema del nuovo cavaliere? [1] La commedia del dispotismo che si rappresenta con noi, è per lui altrettanto pericolosa quanto lo fu un tempo la tragedia per gli Stuart e i Borboni. E anche se per un lungo periodo non si dovesse considerare questa commedia per ciò che essa realmente è, pure sarebbe già una rivoluzione. Lo Stato è una cosa troppo seria perché se ne faccia un’arlecchinata. Forse si potrebbe far camminare per parecchio tempo col favore del vento una nave carica di pazzi; ma essa andrebbe ugualmente incontro al suo destino, proprio perché i pazzi non ci crederebbero. Questo destino è la rivoluzione, quella rivoluzione che ci sovrasta.


 

Ruge a Marx

Berlino, marzo 1843

"È una dura sentenza, eppure la esprimo perché è la verità: non riesco a pensare nessun popolo più dilaniato dei tedeschi. Tu vedi artigiani, non uomini, pensatori, non uomini, signori e servi, giovani e anziani, ma non uomini. Non è forse questo un campo di battaglia, dove mani e braccia e tutte le membra giacciono sparse alla rinfusa, mentre il sangue versato scorre sulla sabbia"? Hölderlin nell’Iperione. Ecco il motto del mio umore, e questo purtroppo non è nuovo; di tempo in tempo il medesimo oggetto provoca negli uomini simili reazioni. La Sua lettera è un’illusione. Il Suo coraggio non fa che demoralizzarmi ancor più.

Noi vivremo dunque una rivoluzione politica? noi, i coetanei di questi tedeschi ? Amico mio, Lei crede ciò che desidera credere. Oh conosco bene queste cose! È molto dolce sperare, e molto amaro deporre ogni illusione. Ci vuole più coraggio per la disperazione che per la speranza. Ma è il coraggio della ragione, e noi siamo arrivati ad un punto in cui non è più lecito illudersi. Che cosa stiamo vivendo in questo momento? Una seconda edizione delle decisioni di Karlsbad[2], aumentata dall’abbandono della promessa libertà di stampa e migliorata dalla promessa della censura, un secondo fallimento dei tentativi di libertà politica, e questa volta senza Lipsia e senza Bellealliance[3]. senza fatiche dalle quali si abbia motivo di riposare. Ora riposiamo dal riposo; ed al riposo ci induce la semplice ripetizione dell’antica massima dispotica, la semplice trascrizione dei suoi titoli. Passiamo da una vergogna all’altra. Ho proprio lo stesso senso di oppressione e di degradazione del tempo delle conquiste napoleoniche, quando la Russia impose alla stampa tedesca una censura più rigida ; e se Lei trae un conforto dal fatto che oggi godiamo della stessa franchezza di allora, ciò non mi conforta affatto. Allorché a Erfurt, Napoleone rispose ai tedeschi che si congratulavano con lui chiamandolo notre prince: Je ne suis pas votre prince, je suis votre maître, venne accolto da un applauso scrosciante. E se le nevi russe non gli avessero dato una risposta, lo sdegno tedesco dormirebbe ancora. Non mi dica che quella frase impudente è stata sanguinosamente vendicata, non mi obbietti che la vendetta casuale sarebbe seguita necessariamente, che tutti i popoli si sarebbero distaccati dal nudo e crudo dispotismo non appena esso si fosse svelato appieno. lo voglio vedere un popolo che sente la sua onta indipendentemente da tutti gli altri popoli; io chiamo rivoluzione il rivoltarsi di tutti i cuori e l’innalzarsi di tutte le mani per l’onore dell’uomo libero, per il libero Stato che non appartiene ad alcun padrone, ma è l’Ente pubblico, che appartiene soltanto a se stesso. I tedeschi non giungeranno mai a tanto. Da tempo, ormai, sono storicamente rovinati. Che essi siano scesi dovunque in campo insieme con gli altri, non dimostra nulla. Ai popoli conquistati e soggiogati non viene risparmiato di battersi, ma essi non sono che gladiatori, che si battono per un fine estraneo e si sgozzano quando i loro padroni abbassano il pollice. " Vedete come il popolo si batte per noi! " disse nel 1813 il re di Prussia. La Germania non è l’erede sopravvissuto, ma l’eredità di cui impadronirsi. I tedeschi non contano mai secondo i partiti in lotta, ma secondo il numero delle anime da vendere.

Lei afferma che l’ipocrisia liberale è smascherata. È vero, ed è avvenuto anche qualcosa di più: gli uomini si sentono turbati e offesi, si odono amici e conoscenti ragionate insieme, dappertutto qui si parla del destino degli Stuart, e chi ha paura di dire parole imprudenti perlomeno scuote il capo, a significare come in lui qualche moto ci sia. Ma tutti parlano e parlano soltanto: c’è forse qualcuno che confida che il suo sdegno possa diventare generale? C’è qualcuno tanto folle da disconoscere i nostri borghesucci e la loro intramontabile pazienza ovina? Cinquant’anni sono trascorsi dalla Rivoluzione francese, e ora abbiamo vissuto il rinnovarsi di tutte le vergogne dell’antico dispotismo. E non mi dica che il secolo decimonono non lo sopporterà. I tedeschi hanno risolto questo problema. Non soltanto lo sopportano, ma lo sopportano con patriottismo; e noi, che ne arrossiamo, proprio noi sappiamo che se lo meritano. Chi non avrebbe pensato che questa impressionante ricaduta dalla parola al silenzio, dalla speranza alla disperazione, da una condizione quasi umana a una di totale schiavitù, non avrebbe ridestato tutti gli spiriti vitali, fatto montare il sangue al viso a chiunque, e suscitato un grido di sdegno generale? Il tedesco non aveva se non la libertà dello spirito, che anche l’uomo che sia schiavo di un altro può sempre avere, e anche questa, ora gli è strappata ; i filosofi tedeschi furono già prima servi degli uomini, essi parlavano e tacevano a comando, Kant ce ne ha fornito le prove; ma si sopportava l’ardimento con cui, in astratto, proclamavano libero l’uomo. Ora anche questa libertà, cosiddetta scientifica o di principio, che si rassegna a non venir realizzata, è soppressa, e naturalmente si è trovata molta gente che va predicando la fede del Tasso[4]:

................Non crediate
che l’impeto selvaggio della libertà mi gonfi il petto.
L’uomo non è nato per essere libero,
E per un nobile spirito non v’è felicità maggiore
che servire un principe che egli onora.

E se volessimo obbiettare: e se non lo onora? essi ripeterebbero: non è nato per essere libero. Si tratta del suo concetto, non della sua felicità. Si, Tasso ha ragione, un uomo che serve un altro uomo e che è chiamato schiavo può sentirsi felice, anzi può addirittura sentirsi nobile, la storia e la Turchia lo dimostrano. Ammesso dunque che non già uomo ed essere libero, ma uomo e schiavo siano un solo concetto, il vecchio mondo è giustificato.

Contro il fatto che gli uomini sono nati per servire ed essere proprietà dei loro signori naturali, venticinque anni dopo la Rivoluzione i tedeschi non hanno avuto nulla da obbiettare. I principi tedeschi si sono riuniti nella Confederazione germanica per ricostituire la loro proprietà privata sulla terra e sulle persone e per abrogare i "diritti dell’uomo". Ciò era antifrancese, ed essi furono applauditi. Ora a questo fatto segue la teoria, e perché la Germania non dovrebbe ascoltarla senza indignazione? Perché non consolarsi del proprio destino con il pensiero che così dev’essere, che l’uomo non è nato per essere libero?

E così è, in realtà questa generazione non è nata per essere libera. Trent’anni di desolazione politica e di un’oppressione così degradante che perfino i pensieri e i sentimenti degli uomini erano sorvegliati e regolati dalla polizia segreta della censura, hanno lasciato la Germania, dal punto di vista politico, più a zero di quanto non sia mai stata. Lei dice: la nave dei pazzi che è in balia del vento e delle onde non sfuggirà al suo destino, e questo destino è la rivoluzione. Ma non aggiunge: questa rivoluzione è la guarigione dei pazzi; al contrario, la Sua immagine conduce soltanto al pensiero della fine. Ma io non Le concedo neppure la fine, che sarebbe ancora augurabile. Fisicamente, questo utile popolo non perirà, e spiritualmente o nella sua esistenza di popolo libero, è finito da tanto tempo.

Se giudico la Germania dalla sua storia passata o da quella attuale, non mi vorrà obbiettare che tutta la sua storia è falsificata, e che tutta la sua odierna vita pubblica non rappresenta la vera situazione del popolo. Legga tutti i giornali che vuole, si persuaderà che non si smette - e mi vorrà concedere che la censura non impedisce ad alcuno di smettere - di glorificare la nostra libertà e felicità nazionale; e dica poi ad un inglese, ad un francese o anche soltanto a un olandese che questa non è cosa nostra, non è il nostro carattere.

Lo spirito tedesco, almeno quello che appare, è codardo, e non ho alcuno scrupolo di affermare che se non appare diverso la colpa è unicamente della sua natura codarda. Ovvero Lei vuole dar tanto credito alla sua esistenza privata, ai suoi meriti silenziosi, ai suoi inediti discorsi conviviali, al pugno che esso stringe nella tasca, da pensare che l’onta del suo aspetto attuale potrà forse un giorno essere lavata dalla dignità del suo futuro? Oh, questo futuro tedesco! Dove è seminata la sua semenza? Forse nella ignominiosa storia che abbiamo vissuto sin qui? Ovvero nella disperazione di coloro che hanno qualche concetto di libertà e di dignità storica? O addirittura nel dileggio che i popoli stranieri riversano su di noi, e che ci fanno sentire nel modo più acuto proprio quando hanno di noi la migliore opinione? Infatti essi non possono neppure immaginare il grado di insensibilità e di corruzione politica al quale siamo realmente discesi. Legga soltanto il Times intorno alla repressione della stampa in Prussia. Legga come parlano gli uomini liberi, legga quanto senso di dignità ci attribuiscono ancora, a noi che non ne possediamo affatto, e compianga la Prussia, compianga la Germania. Io so che appartengo ad esse; e non creda che mi voglia sottrarre all’onta generale. Mi rimproveri pure che non agisco meglio degli altri, mi stimoli a portare alla luce col nuovo principio un’epoca nuova e ad essere uno scrittore al quale seguirà un secolo libero, mi parli pure con tutta durezza, vi sono rassegnato. Il nostro popolo non ha futuro, che importa la nostra fama?


 

Marx a Ruge

Colonia, maggio 1843

La Sua lettera, carissimo amico, è una buona elegia, un canto funebre che toglie il respiro; ma politicamente non vale proprio nulla. Nessun popolo dispera, e anche se per lungo tempo dovesse sperare soltanto per stupidità, pure un giorno, dopo molti anni, per sùbita intelligenza adempirà tutti i suoi pii desideri.

Ma Lei mi ha contagiato, il Suo tema non è ancora esaurito, voglio aggiungervi il finale, e quando tutto sarà finito mi porga la mano per ricominciare da capo. Lasciate che i morti seppelliscano e piangano i loro morti. Al contrario, è invidiabile essere i primi ad entrare vivi nella nuova vita; questa dev’essere la nostra sorte.

È vero, il vecchio mondo appartiene ai filistei. Ma noi non dobbiamo trattarlo come uno spauracchio dal quale si torce via timorosamente lo sguardo. Al contrario, dobbiamo fissarlo direttamente negli occhi. Vale la pena studiare questo signore del mondo.

Senza dubbio, signore del mondo lo è unicamente in quanto lo riempie con la sua società, così come i vermi un cadavere. Perciò la società di questi signori ha bisogno soltanto di una schiera di schiavi, e i proprietari di schiavi non hanno bisogno di essere liberi. Se pure, a cagione della loro proprietà su terre e persone, vengono detti signori in senso elevato, non per questo sono meno filistei della loro gente.

Uomini, sarebbero esseri dotati di spirito, liberi repubblicani. Ma i borghesucci non vogliono essere né l’uno né l’altro. Che resta loro di essere e di volere?

Ciò che essi vogliono, vivere e moltiplicarsi (e più in là, dice Goethe, non ci va nessuno), lo vuole anche l’animale; al massimo un politicante tedesco potrebbe aggiungere che l’uomo sa di volerlo, e che il tedesco è tanto accorto da non volere altro.

Si dovrebbe prima ridestare nel petto di questi uomini l’autocoscienza umana, la libertà. Soltanto questo sentimento, che con i greci scomparve dal mondo e con il Cristianesimo si dissolse nell’azzurro etere del cielo, può fare nuovamente di una società una comunità di uomini per i loro fini supremi, uno Stato democratico.

Invece gli uomini che non si sentono uomini si moltiplicano per il loro signore, come un allevamento di schiavi o di cavalli. I signori ereditari sono il fine di questa società. Questo mondo appartiene ad essi. Essi lo prendono com’è, e come sente di essere. Essi prendono anche se stessi come si trovano, e si accomodano là dove son cresciuti i loro piedi, sulle spalle di questi animali politici, che non conoscono altra vocazione che di essere loro "sottoposti, affezionati e devoti".

Il mondo dei filistei è il mondo politico degli animali, e se ne dovessimo riconoscere l’esistenza non ci resterebbe che dar semplicemente ragione allo status quo. Secoli di barbarie lo hanno partorito e formato, ed ora esiste come sistema coerente, il cui principio è il mondo disumanizzato. Il più perfetto mondo di filistei, la nostra Germania, doveva dunque restare naturalmente assai indietro alla Rivoluzione francese, che restaurò l’uomo; e l’Aristotile tedesco che volesse dedurre la sua politica dalle nostre condizioni, dovrebbe apporvi in testa il motto: "L’uomo è un animale sociale ma totalmente impolitico", ma non potrebbe definire lo Stato più giustamente di quel che già abbia fatto il signor Zöpfl, autore del Diritto pubblico costituzionale in Germania. Esso è, secondo lui, una "associazione di famiglie", la quale, continuiamo noi, per eredità e per possesso appartiene ad una famiglia superiore a tutte che si chiama dinastia. Quanto più feconde si mostrano le famiglie, tanto più felice è la gente, tanto più grande lo Stato, tanto più potente la dinastia, e per questo appunto nella Prussia esemplarmente dispotica alla nascita del settimo figlio viene corrisposto un premio di cinquanta talleri.

I tedeschi sono realisti tanto cauti che tutti i loro desideri e i loro più alati pensieri non vanno oltre la nuda vita. E tale realtà, e non di più, accettano coloro che governano su di essi. Anche questi uomini sono realisti, sono ben lontani da ogni pensiero e da ogni grandezza umana, ufficiali e proprietari terrieri ordinari, ma non sbagliano, hanno ragione, così come sono, essi bastano pienamente per sfruttare e dominare questo regno di animali, perché dominio e sfruttamento sono un solo concetto qui come dovunque. E se si fanno adorare e se guardano oltre le brulicanti teste di questi esseri privi di cervello, che cosa è più consono ad essi del pensiero di Napoleone alla Beresina? Si racconta di lui che, accennando al brulicare di coloro che annegavano, abbia esclamato ai suoi accompagnatori: Voyez ces crapauds! Questa diceria molto probabilmente è una menzogna, e cionondimeno è vera. Il solo pensiero del dispotismo è il disprezzo per gli uomini, l’uomo disumanizzato, e questo pensiero ha il vantaggio, di fronte a molti altri, di essere contemporaneamente un fatto. Il desposta vede sempre gli uomini degradati. Essi annegano dinanzi ai suoi occhi e per lui nella melma della vita comune, dalla quale però, come le rane, riemergono sempre. Se questa opinione si impone perfino a uomini che furono capaci di raggiungere grandi fini, come Napoleone prima della sua follia dinastica, come potrebbe un comunissimo re in una tale realtà essere idealista?

Il principio della monarchia in generale è l’uomo disprezzato, spregevole, disumanizzato; e Montesquieu ha veramente torto a voler far credere che è l’onore. Egli cerca di cavarsela con la distinzione tra monarchia, dispotismo e tirannia. Ma questi non sono che nomi diversi di un solo concetto, al massimo una differenza morale nello stesso principio. Là dove il principio monarchico è in maggioranza gli uomini sono in minoranza, là dove esso non viene posto in discussione non vi sono uomini. Perché mai un uomo come il re di Prussia, che non ha alcuna ragione di ritenere problematica la sua esistenza, non dovrebbe seguire unicamente i suoi capricci? E, poiché lo fa, che cosa ne vien fuori? Forse propositi contraddittori? Macchè, non ne vien fuori nulla. Tendenze impotenti? Esse sono ancor sempre l’unica realtà politica. Vergogna e imbarazzo? Non v’è che una vergogna e un imbarazzo, lo scendere dal trono. Fino a che il capriccio resta al suo posto ha ragione. Sia pur esso volubile, stordito, spregevole quanto vuole; è sempre buono abbastanza per governare un popolo che non abbia conosciuto altra legge che l’arbitrio dei suoi re. Io non dico che un sistema stolto e la perdita del rispetto all’interno e all’estero resteranno senza conseguenze, non mi assumo l’assicurazione della nave dei pazzi; ma esserisco: il re di Prussia rimarrà un uomo del suo tempo finché questo mondo rovesciato sarà il mondo reale.

Lei sa che mi occupo molto di quest’uomo. Anche quando aveva come organo soltanto il Berliner Politische Wochenblatt, ne riconoscevo il valore e la missione. Già con il giuramento di Königsberg egli giustificò la mia previsione che ormai la questione sarebbe divenuta puramente personale. Egli dichiarò che il suo cuore e il suo sentimento sarebbero stati la futura costituzione dei domini prussiani, del suo Stato; e, di fatto, in Prussia il re è il sistema. Egli è l’unica persona politica. La sua personalità determina il sistema in un modo o nell’altro. Ciò che egli fa, o che gli si lascia fare, ciò che pensa o che gli si mette in bocca, è ciò che in Prussia pensa o fa lo Stato. Dunque, è realmente un merito che l’attuale re l’abbia dichiarato con tanta disinvoltura.

Su di un solo punto si è errato per molto tempo, cioè nel ritenere che fosse rilevante conoscere quali desideri e pensieri avrebbe palesato il re. Ciò non poteva mutare nulla alle cose, il filisteo è il materiale della monarchia, e il monarca è sempre soltanto il re dei filistei; egli non può liberare se stesso né la sua gente, farne uomini reali, finché ambedue le parti rimangano ciò che sono.

Il re di Prussia ha tentato di mutare il sistema con una teoria che realmente è assai diversa da quella di suo padre. Il destino di tale tentativo è noto. Esso è completamente fallito. È naturale. Quando si arriva al mondo politico degli animali, non vi sono reazioni, se non entro i suoi confini, e non è possibile alcun progresso se non si abbandona la sua base e non si passa al mondo umano della democrazia.

Il vecchio re non voleva nulla di stravagante, era un filisteo e non aveva alcuna pretesa di spiritualità. Egli sapeva che uno Stato di servi e il suo possesso hanno bisogno soltanto di un’esistenza prosaica, quieta. Il giovane re era più vivace e più sveglio, aveva idee più grandi sull’onnipotenza del monarca, che ha per soli confini il suo cuore e il suo intelletto. Il vecchio, fossilizzato Stato di servi e di schiavi gli ripugnava. Egli lo voleva rendere vivo e adeguarlo interamente ai suoi desideri, sentimenti e pensieri; poteva ben pretenderlo nel suo Stato, se gli fosse riuscito. Donde i suoi discorsi e le sue effusioni liberali. Non la morta legge, ma il pieno, vivo cuore del re doveva reggere tutti i suoi sudditi. Egli voleva mettere in moto tutti i cuori e gli spiriti per i desideri del suo cuore ed i suoi piani a lungo nutriti. Ne è seguito un certo movimento; ma gli altri cuori non battevano come il suo, e i governati non potevano aprir bocca senza parlare della soppressione dell’antica signoria. Gli idealisti, che hanno l’impudenza di voler fare dell’uomo un uomo, colsero al volo le parole, e mentre il re fantasticava in tedesco antico, essi pensarono di poter filosofare in tedesco moderno. Senza dubbio questa era una cosa inaudita per la Prussia. Per un istante, parve che l’antico ordine delle cose fosse capovolto, le cose cominciarono addirittura a trasformarsi in uomini, vi furono perfino uomini che avevano un nome proprio, sebbene l’appello nominale non sia permesso nelle Diete; ma presto i servi dell’antico dispotismo posero fine a questa attività antitedesca. Non fu difficile portare apertamente a conflitto i desideri del re, che sognava un grande passato pieno di cavalieri, preti e servi della gleba, con i propositi degli idealisti, che erano esclusivamente una conseguenza della Rivoluzione francese, dunque pur sempre repubblica ed un ordinamento di uomini liberi al posto di un ordinamento di cose morte. Quando questo conflitto fu divenuto sufficientemente acuto e scomodo, e il collerico re sufficientemente aizzato si presentarono a lui i servi che avevano prima guidato con tanta facilità il corso delle cose, e gli dichiararono che il re non agiva bene inducendo i suoi sudditi a discorsi inutili, che essi non avrebbero potuto governare una progenie di uomini parlanti. Anche il signore di tutti i russi di laggiù si era allarmato per il movimento nelle teste dei russi di quaggiù, ed esigeva il ristabilirsi dell’antico stato di quiete. E ne seguì una nuova edizione dell’antica proscrizione di tutti i desideri e pensieri degli uomini sui diritti e doveri dell’uomo, cioè il ritorno all’antico, fossilizzato Stato di servi nel quale lo schiavo serve in silenzio e il proprietario della terra e delle persone governa il più possibile in silenzio, esclusivamente attraverso una servitù ben allevata e quietamente arrendevole. Né gli uni né gli altri possono dire ciò che vogliono, gli uni che intendono diventar uomini, gli altri che nel paese non ci possono essere uomini. Perciò il silenzio è l’unica scappatoia: Muta pecora, prona et ventri oboedientia[5].

Questo è il fallito tentativo di elevare lo Stato dei filistei sulle sue stesse basi; esso ha avuto l’esito di rendere manifesta per il dispotismo di tutto il mondo la necessità di essere brutale e l’impossibilità di essere umano. Un rapporto brutale può essere mantenuto in piedi soltanto con la brutalità. E così ho finito con il nostro compito comune, di guardare negli occhi il filisteo ed il suo Stato. Non dirà che valuto troppo il presente; e se tuttavia non dispero di esso è soltanto perché la sua situazione disperata mi riempie di speranza. Non parlo affatto dell’incapacità dei signori e dell’indolenza dei servi e dei sudditi, i quali lasciano che tutto vada come piace a Dio; sebbene ambedue le cose sarebbero già sufficienti a provocare una catastrofe. Richiamo la Sua attenzione sul fatto che i nemici del filisteismo, in una parola tutti gli uomini che pensano e soffrono, sono giunti ad un’intesa per la quale in passato mancavano loro totalmente i mezzi, e che perfino il sistema passivo di moltiplicazione degli antichi suddetti arruola ogni giorno nuove reclute al servizio della nuova umanità. Il sistema dell’industria e del commercio, della proprietà e dello sfruttamento degli uomini, ancor più rapidamente dell’aumento della popolazione conduce però all’interno della società attuale ad una rottura che il vecchio sistema non può sanare, perché esso in generale non sana e non crea, ma unicamente esiste e gode. L’esistenza dell’umanità sofferente che pensa, e dell’umanità pensante che viene oppressa, deve di necessità diventare insopportabile e indigeribile per il mondo animale dei filistei, che gode passivamente e ottusamente.

Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al mondo il frutto che il presente porta in grembo.


 

Bakunin a Ruge

Peterinsel sul Bielersee, maggio 1843

Il nostro amico M. mi ha comunicato la Sua lettera da Berlino. Lei sembra molto scoraggiato riguardo alla Germania. Lei vede soltanto la famiglia e il filisteo, stabbiato tra le anguste quattro mura con tutti i suoi pensieri e desideri, e non vuol credere alla primavera che lo inviterà ad uscirne. Caro amico, non perda la fede, non Lei almeno. Pensi che io, il russo, il barbaro, non l’abbandono, non abbandono la Germania, e Lei che si trova in mezzo al suo movimento, Lei che ne ha vissuto gli inizi e venne sorpreso dal suo slancio, Lei vorrebbe ora condannare all’impotenza quelle stesse idee nelle quali prima confidava per intero, quando la loro forza non era ancora stata provata? Oh, ammetto senz’altro che passerà ancora molto tempo prima che spunti l’alba di un 1789 tedesco! Quando mai i tedeschi non sono rimasti indietro di secoli? Ma non per questo è tempo ora di restare con le mani in grembo e di disperare vilmente. Se uomini come Lei non credono più al futuro della Germania, se non vogliono lavorare più per esso, chi mai crederà, chi agirà? Scrivo questa lettera dalla roussoiana isola nel Bielersee[6]. Lei sa bene come io non viva di fantasie e di frasi; ma un fremito mi corre per le ossa al pensiero che proprio oggi che devo scrivere a Lei e su un tale argomento, io sia venuto in questo luogo. Oh, non v’è dubbio, la mia fede nella vittoria dell’umanità sopra i preti e i tiranni è la stessa fede che il grande esiliato riversò in tanti milioni di cuori, la stessa che egli aveva portato qui con sé. Rousseau e Voltaire, questi immortali, ridiventano giovani; essi celebrano la loro resurrezione nelle menti più ricche d’ingegno della Germania; un grande entusiasmo per l’Umanesimo e per lo Stato, il cui principio ora è finalmente e realmente l’uomo, un odio ardente contro i preti e la loro empia contaminazione di ogni grandezza e verità umane, di nuovo compenetra il mondo. La filosofia svolgerà ancora una volta quella funzione che tanto gloriosamente svolse in Francia; e non è un suo demerito il fatto che la sua potenza e la paura che essa ispira siano divenute chiare prima ai suoi nemici che ad essa stessa. Essa è ingenua, dapprincipio non si aspetta alcuna lotta e persecuzione, poiché ritiene tutti gli uomini esseri razionali, e si rivolge alla loro ragione come se questa fosse il loro signore assoluto. Rientra interamente nelle regole il fatto che i nostri avversari, i quali hanno la sfrontatezza di dichiarare: noi siamo irrazionali e tali vogliamo rimanere, con misure irrazionali abbiano aperto la lotta pratica, la resistenza contro la ragione. Questa situazione prova soltanto la forza superiore della filosofia, questo gridare contro di essa è già la vittoria. Disse una volta Voltaire: "Vous, petits hommes, revétus d’un petit emploi, qui vous donne une petite autorité dans un petit pays, vous criez contre la philosophie?". Per la Germania, noi viviamo nel secolo di Rousseau e di Voltaire, e "quelli tra noi che sono abbastanza giovani da poter godere i frutti del nostro lavoro, vedranno una grande rivoluzione ed un tempo in cui varrà la pena di essere nati". Noi possiamo ripetere anche queste parole di Voltaire, senza temere che la seconda volta vengano confermate nella storia meno della prima volta.

Oggi ancora i francesi sono i nostri maestri. Dal punto di vista politico essi hanno un vantaggio di secoli. E quante cose ne derivano! Questa potente letteratura, questa viva poesia e questa arte creatrice, questa educazione e spiritualizzazione di tutto il popolo, tutti rapporti che noi comprendiamo soltanto da lontano! Noi dobbiamo riguadagnare tempo, dobbiamo sferzare la nostra superbia metafisica che non riscalda il mondo, dobbiamo apprendere, dobbiamo lavorare giorno e notte, per giungere a vivere come uomini con uomini, per essere liberi e rendere liberi, dobbiamo -ritorno sempre a questo- impossessarci del nostro tempo con i nostri pensieri. Al pensatore ed al poeta è dato di anticipare il futuro e di costruire un nuovo mondo di libertà e bellezza in mezzo al caos di rovina e di marciume che ci circonda.

E dinnanzi a tutto questo, Lei iniziato al mistero delle eterne forze che il tempo partorirà dal suo grembo rinnovellate, vorrebbe disperare? Se Lei dispera della Germania, non dispera soltanto di se stesso, Lei rinunzia alla forza della verità alla quale sì è dedicato. Pochi uomini sono abbastanza nobili da dedicarsi interamente e senza riserve a tessere e costruire la verità liberatrice, pochi sono in grado di comunicare ai loro contemporanei questo moto del cuore e della mente; ma colui che ha saputo essere una volta la bocca della verità e soggiogare il mondo con il suono argentino della sua voce, ha una garanzia per la vittoria della sua causa, quale altri non possono raggiungere se non attraverso un pari lavoro ed un pari successo.

Ora, io ammetto che dobbiamo romperla con il nostro passato. Siamo stati battuti, e anche se fosse stata soltanto la forza bruta a ostacolare la via al movimento del pensiero e della poesia, questa stessa brutalità non sarebbe stata possibile se noi non avessimo condotto una vita astratta nel cielo della teoria erudita, se avessimo avuto il popolo dalla nostra parte. Noi non abbiamo portato dinnanzi ad esso la sua causa. Non così i francesi. Anche i loro liberatori sarebbero stati sopraffatti, se fosse stato possibile.

Io so che lei ama i francesi perché ne sente la superiorità. Per una volontà forte, in una causa così grande, ciò è sufficiente per emularli e raggiungerli. Quale sentimento! quale indicibile beatitudine questo sforzo e questa potenza! Oh, come La invidio per il Suo lavoro, anzi per la Sua ira, poiché anche questo è il sentimento di tutti gli spiriti nobili del Suo popolo. Potessi anch’io operare con voi! Il mio sangue e la mia vita per la sua liberazione! Mi creda, esso si solleverà e raggiungerà la luce solare della storia umana. Non sempre l’onta dei germani, di essere i migliori servitori di ogni tirannia, sarà il loro vanto. Lei rimprovera a questo popolo di non essere libero, di essere soltanto un popolo di privati. Ma Lei esprime soltanto ciò che è: come vorrebbe con ciò dimostrare ciò che sarà?

Forse che la Francia era in altre condizioni? E pure con quanta rapidità la Francia intera è diventata un ente pubblico e i suoi figli uomini politici. A noi non è lecito abbandonare la causa dei popolo, anche se esso stesso l’abbandona. Essi si staccano da noi, questi filistei, essi ci perseguitano; tanto più fedelmente i loro figli si daranno alla nostra causa. I loro padri cercano di assassinare la libertà, essi per la libertà andranno a morire.

E quale vantaggio abbiamo sugli uomini del XVIII secolo? Essi parlavano in un’epoca di desolazione. Noi abbiamo vivi dinnanzi agli occhi i giganteschi risultati delle loro idee, noi possiamo praticamente entrare in rapporto con essi. Se andiamo in Francia, se mettiamo il piede al di là del Reno, ecco ci troviamo di colpo in mezzo a quei nuovi elementi che in Germania ancora non sono neppure nati. La diffusione del pensiero politico in tutti gli strati della società, l’energia del pensiero e della parola, che anche nelle menti superiori si manifesta soltanto perché in ogni parola palpitante si sente il peso di tutto un popolo, tutto ciò oggi noi possiamo conoscere con una visione viva. Un viaggio in Francia e anche un abbastanza lungo soggiorno a Parigi sarebbe per noi del massimo giovamento.

La teoria tedesca ha ampiamente meritato di cadere così da tutti i suoi cieli, come ora le avviene, mentre rozzi teologhi e stolti proprietari terrieri la scrollano per le orecchie come un cane da caccia e le additano le strade da percorrere. Buon per lei se la sua caduta la guarirà della sua superbia. Dipenderà interamente da lei, se ora vorrà trarre dal suo destino un insegnamento, e cioè che restando sulle cime solitarie ed oscure essa è abbandonata, mentre soltanto nel cuore del popolo è al sicuro. Chi si guadagna il popolo, noi o voi? Ciò gridano ai filosofi questi oscuri castrati. Oh vergogna su questo fatto! Ma anche salute e onore ai valorosi che ora guidano vittoriosamente la causa dell’umanità.

Qui, qui soltanto incomincia la lotta, e così forte è la nostra causa che noi, pochi uomini dispersi e con le mani legate, soltanto con il nostro grido di guerra riempiamo di terrore le loro moltitudini. Ebbene, in piedi! voglio sciogliere i vostri ceppi, o germani che volete diventar i greci, io lo Scita! Mandatemi le vostre opere! Nell’isola di Rousseau le farò stampare, e ancora una volta vorrò scrivere nel cielo della storia a lettere di fuoco: morte ai Persiani!


 

Ruge a Bakunin

Dresda, giugno 1843.

Solo ora ho ricevuto la Sua lettera; ma il suo contenuto non invecchia tanto in fretta. Lei ha ragione. Realmente noi tedeschi siamo ancora tanto indietro che dobbiamo prima creare una nuova letteratura umana per guadagnare teoreticamente il mondo, affinché più tardi esso possieda idee secondo le quali operare. Forse potremo intraprendere una pubblicazione in comune in Francia, forse addirittura insieme ai francesi. Al riguardo voglio mettermi in comunicazione con i miei amici. Del resto Lei ha avuto torto a prendersela tanto a cuore per il fatto che a Berlino ero così scoraggiato. Tutti gli altri sono tanto più soddisfatti, ed è sufficiente che il primo berlinese, il re, soddisfi un solo desiderio, perché sia compensato un mondo pieno di malumore. Non creda che io disconosca questi vasti desideri. Il cristianesimo, ad esempio, per così dire, è tutto. Ora esso è ristabilito, lo Stato è cristiano, un vero convento, il re è molto cristiano, e gli impiegati regi sono i più cristiani di tutti. Ammetto che questa gente è pia soltanto perché non ne ha abbastanza di una sola servitù. Al servizio terreno di corte devono aggiungerne anche uno celeste; la servitù non dev’essere soltanto il loro ufficio, dev’essere anche la loro coscienza. E se i selvaggi nordamericani puniscono da sé, a frustate, i propri Peccati, spero che anche i popoli ancora una volta vorranno applicare a questi cani del cielo la stessa procedura. Ma, per il momento, chi non trova che tutto va bene nel regno di Dio? E certamente avrei preso la più viva parte alla sublimità generale, se non sospettassi che un malumore disingannato è sempre preferibile a una soddisfazione disingannata. Lei dirà ch’io avrei letto con profitto di Eulenspiegel, che in discesa era di malumore per la salita che sarebbe venuta poi; anche i berlinesi l’hanno letto, lo leggono sempre quando leggono la loro storia, ma senza profitto; e così rimangono dell’opinione che tutte le loro eulenspiegelerie siano buone spiritosaggini. Anche il loro cristianesimo li interessa soltanto come una buona spiritosaggine, come una frase geniale. È solleticante professare tutte le follie della superstizione e insieme indossare una tonaca sacra; è solleticante sentirsi ora appellare nello stile del Sacro Romano Impero, con "saluto e stretta di mano innanzi tutto", ovvero, in questo tempo irreligioso, sottoscrivere con la data di un qualsiasi giorno sacro, e poiché non è possibile datare anche da luoghi sacri, come S. Giovanni in Laterano o il Vaticano a Roma, è perlomeno solleticante promulgare dal castello dell’ateo Federico, la Bolla per la ricostituzione delle Suore di carità o per la fondazione della Cappella di S. Adalberto.

Ma non voglio correre ancora una volta il rischio di abitare sotto le palme, nemmeno nella fantasia. Addio, Berlino! Preferisco Dresda. Là tutto è raggiunto, là viene gustato tutto ciò che la Prussia, nonostante tutti gli sforzi del suo spirito ufficiale, non può riconquistare. Gli "stati", le corporazioni, le antiche leggi, il clero accanto al laicato, il prelato cattolico nella sala dei consiglieri di Stato, i calzoni e le calze nere anche per il clero cattolico, i divorzi con l’assistenza religiosa e la potenza del Concistoro in tali occasioni, le feste domenicali e la multa da 16 groschen a 5 talleri per ogni profanatore della festa, che faccia un lavoro rozzo, una società per la protezione degli animali ma nessuna per la protezione degli spazzacamini, nessuna contro la trascuratezza verso gli uomini ma no, per non essere ingiusti non si deve dimenticare che un vero cristiano che prendeva sul serio l’Umanesimo e cercò con mezzi assai ingegnosi di abolire i maltrattamenti ai bambini dei poveri, ha fatto naufragio non per la propria incapacità ma per l’eccellenza di ciò che già esisteva. La Sassonia reca in grembo, ringiovaniti, tutti gli splendori del passato; davvero non si studia abbastanza questo Eldorado dell’antica giurisprudenza e teologia, questo Sacro Romano Impero en miniature, i cui diversi uffici amministrativi e cariche amministrative distrettuali si dichiareranno ben presto indipendenti gli uni dagli altri, e la cui Università di Lipsia da tempo già era indipendente dal corso infruttuoso della cultura spirituale dell’ampia, desolata Germania, per tacer dell’Europa. Ma non affermo, no, che la Nazione sassone non faccia alcun progresso. Voglio raccontarLe una storia. Gli ebrei sono cattivi cristiani, perciò non partecipano di nessuna delle libertà del rimanente popolo sassone, non hanno diritti civili e politici, e non possono fare questa e quella cosa che invece uomini battezzati possono fare. Un tempo, la terrazza Brühl era il giardino Brühl. Accanto al ponte, dove ora è la scalinata, aveva una ripida muraglia, e dall’altro lato era chiusa. In molti giorni una sentinella non lasciava entrare nessuno, ma in nessun giorno un ebreo o un cane. Un giorno vi andò la moglie di un generale con un cane in braccio, e a motivo del cane venne respinta dalla sentinella. Indignata, la signora si lagnò presso il marito, il generale, e ne seguì un ordine che sopprimeva la consegna della sentinella contro i cani. Da allora, i cani entrarono di tanto in tanto nel giardino Brühl; ma gli ebrei? No, gli ebrei non ancora. Allora gli ebrei si appellarono e chiesero di essere equiparati ai cani. Il generale era nel più grande imbarazzo. Doveva ritirare il suo ordine, del quale non aveva previsto le conseguenze rivoluzionarie? La moglie sosteneva il diritto del suo cane e anche dei cani delle sue amiche. La cosa era ormai entrata nel costume, e gli ebrei, ciò era ben chiaro per il generale, avrebbero strillato orribilmente se nel secolo XIX non si fosse accordato ad essi il privilegio accordato ai cani, del quale pure avevano goduto per tutto il Medioevo. Il generale si decise dunque, sulla propria responsabilità, ad ammettere anche gli ebrei nel giardino Brühl, a meno che non fosse chiuso per la presenza della Corte. L’indignazione fu grande, ma il vecchio guerriero le tenne testa. Vennero poi i russi. Il governatore generale Repnin nel 1813 non trovò alcuna Corte. Certo egli pensò che neppure ne sarebbe tornata una, e trasformò il giardino Brühl nella terrazza Brühl, con la grande scalinata e il libero accesso che ha oggi. Ciò mosse ad ira il cuore di tutti i sassoni dabbene, e se i russi non fossero stati altrettanto popolari quanto i prussiani, sarebbe scoppiata una sommossa. Il popolo però non la pensò alla stesso modo, anzi arrivò fino ad ammazzare i magnifici fagiani del grande giardino, e si compiacque anche del fatto che i russi avessero aperto anche agli uomini questa passeggiata che nel passato era riservata ai fagiani. Ma uno, il più dabbene di tutti i sassoni, un consigliere segreto del principe elettore, tuttora in vita, non ha mai perdonato ai russi la loro sconveniente smania di innovazioni, perturbatrice di ogni cosa. Egli non riconobbe né la terrazza Brühl né il grande giardino. Egli non sale né scende mai la "scalinata russa", egli passa sempre per la legittima porticina del fu "giardino Brühl", giammai porta con sé un cane o un ebreo, e nella "fagianaia" non percorre se non il sentiero centrale, che anche nel buon tempo antico era aperto al pubblico a piedi, tranne che nel periodo della cova.

Senza dubbio, questo conservatore cristiano è ragionevole, e se tutti i tedeschi fossero sassoni dabbene, e se non vi fossero russi che di tempo in tempo vengono a inaugurare le loro passeggiate, o se non vi fossero francesi che a Jena tagliano loro il codino, o infine se non vi fossero neppure prussiani e nessuna smania di innovazioni nelle teste dei loro signori pagani e cristiani, in nessun luogo si vivrebbe più tranquilli che a Dresda. Così invece, la nostra patria sassone, con tutta la sua magnificenza interna, deve per sempre temere dall’esterno grandi sconquassi.

Il mondo è perfetto dappertutto
dove non giunge l’uomo col suo tormento[7]


 

Feuerback a Ruge

Bruckberg, giugno 1843

Le lettere e i piani letterari che mi comunica, mi han dato molto da pensare. La mia solitudine ha bisogno di queste cose, non trascuri di ripetere i Suoi invii. Il tramonto degli Annali tedeschi[8] mi ricorda il tramonto della Polonia. Gli sforzi di pochi uomini furono vani nel generale ristagno di una vita popolare imputridita.

In Germania non arriveremo tanto presto a cogliere i frutti. Tutto è marcio già nel terreno, l’una cosa in un modo, l’altra in un altro. Noi abbiamo bisogno di uomini nuovi. Ma questa volta essi non usciranno dalle paludi e dai boschi, come nelle trasmigrazioni dei popoli, dobbiamo generarli dai nostri lombi. E alla nuova stirpe il nuovo mondo dev’essere fatto conoscere attraverso i pensieri e la poesia. A tutto si deve dar fondo. Un lavoro gigantesco di molte forze unite. Nessun legame con l’antico regime deve più sussistere. Nuovo amore, nuova vita, dice Goethe; nuova dottrina, nuova vita, diciamo noi.

Non sempre la testa precede; essa è insieme la cosa più mobile e la più pesante. È nella testa che scaturisce il nuovo, ma è pure nella testa che il vecchio si aggrappa più a lungo. Alla testa si abbandonano con gioia mani e piedi. Dunque, essa dev’essere pulita e purgata prima di tutto. La testa è il teorico, è il filosofo. Essa deve portare soltanto l’aspro giogo della pratica al quale l’abbiamo sottoposta, e imparare a dimorare umanamente in questo mondo sulle spalle di uomini attivi. Questa non è che una differenza nel modo di vivere. Che cosa è teoria, che cosa è pratica? In che consiste la loro differenza? Teorico è ciò che ancor si cela soltanto nella mia testa, pratico ciò che appare nelle teste di molti. Ciò che unisce molte teste fa massa, si allarga e si fa posto nel mondo. Se è possibile creare un organo nuovo per il nuovo principio, è un’attività che non va trascurata.


 

Ruge a Marx

Parigi, agosto 1843

Il nuovo Anacarsi e il nuovo filosofo mi hanno persuaso. È vero, la Polonia è crollata, ma la Polonia non è ancora perduta, questa voce sale senza posa dalle rovine, e se la Polonia volesse trarre ammaestramento dal suo destino e gettarsi nelle braccia della ragione e della democrazia, ciò vorrebbe proprio dire cessare di essere la Polonia, e senz’altro la si potrebbe salvare. "Nuova dottrina, nuova vita". Proprio così! come la fede cattolica e la libertà aristocratica non salvano la Polonia, così la filosofia teologica e la scienza aristocratica non potrebbero darci la libertà. Noi non possiamo continuare il nostro passato se non rompendo decisamente con esso. Gli Annali sono tramontati, la filosofia di Hegel appartiene al passato. Noi vogliamo fondare qui, a Parigi, un organo nel quale giudicare del tutto liberamente e con inflessibile schiettezza noi stessi e l’intera Germania. Questo soltanto è un ringiovanimento reale, un principio nuovo, una posizione nuova, una liberazione dall’angusta essenza del nazionalismo e un netto contraccolpo alla brutale reazione dei brutti mostri popolari che insieme al tiranno Napoleone inghiottirono anche l’Umanesimo della Rivoluzione. Filosofia e ristrettezza nazionale, come fu possibile metter d’accordo ambedue le cose, sia pure nel nome e nel titolo di un giornale? Una volta ancora, la Confederazione germanica ha proibito, e con ragione, la ricostituzione degli Annali "tedeschi"; essa ci grida: nessuna restaurazione! Com’è ragionevole! Noi dobbiamo intraprendere qualcosa di nuovo se in generale vogliamo fare qualcosa. lo mi occuperò del lato commerciale della cosa. Contiamo su di Lei. Mi scriva qualcosa intorno al piano del nuovo giornale, che Le accludo.


 

Marx a Ruge

Kreuznach, settembre 1843

Mi rallegro che Lei si sia deciso e che dallo sguardo retrospettivo sul passato rivolga i suoi pensieri in avanti verso una nuova impresa. Dunque a Parigi, l’antica scuola superiore di filosofia, absit omen! e nuova capitale del mondo nuovo. Ciò che è necessario, si compie. Perciò non dubito che si possano rimuovere tutti gli ostacoli, dei quali non disconosco certo il peso.

Ma l’impresa può riuscire o no; in ogni caso, io sarò a Parigi alla fine di questo mese, perché l’aria di qui rende servi, e in Germania non ho assolutamente campo per una libera attività.

In Germania tutto viene oppresso con la violenza, è sopravvenuta una vera anarchia dello spirito, il regime stesso della stupidità, e Zurigo obbedisce agli ordini di Berlino; perciò diventa sempre più chiaro che si deve cercare un nuovo punto di raccolta per le menti che davvero pensano e sono indipendenti. Sono persuaso che il nostro piano corrisponde ad un bisogno reale, ed i bisogni reali devono essere realmente soddisfatti. Non dubito quindi dell’impresa, purché si faccia sul serio.

Quasi maggiori degli impedimenti esterni sembrano le difficoltà interne. Infatti, se non quanto al "donde", regna però tanto maggior confusione quanto al "verso dove". Ciascuno dovrà confessare a se stesso non soltanto che si è manifestata una anarchia generale tra i riformatori, ma che egli stesso non ha una visione esatta di ciò che si deve fare. Del resto, questo appunto è il vantaggio del nuovo indirizzo, per cui non anticipiamo dogmaticamente il mondo, ma dalla critica del mondo vecchio vogliamo trovare quello nuovo. Fino ad ora, i filosofi avevano bella e pronta sui loro tavoli la soluzione di tutti gli enigmi, e lo stupido mondo essoterico non aveva che da spalancare le fauci perché gli volassero in bocca le colombe arrostite della scienza assoluta. La filosofia si è mondanizzata, e la dimostrazione più schiacciante di questo fatto è che la coscienza filosofica è coinvolta non soltanto esteriormente ma anche interiormente nel tormento della lotta. Se la costruzione del futuro e il ritrovamento di una soluzione valida per tutti i tempi non è affar nostro, tanto più appare chiaro ciò che dobbiamo compiere al presente, e cioè la critica spregiudicata di tutto ciò che esiste, spregiudicata nel senso che in generale la critica non si atterrisce di fronte ai suoi risultati e nemmeno di fronte al conflitto con le forze esistenti.

Perciò non sono d’accordo nell’innalzare una bandiera dogmatica; al contrario. Noi dobbiamo cercare di venire in aiuto ai dogmatici, affinché rendano chiari a se stessi i loro principi. Così, soprattutto il comunismo è un’astrazione dogmatica, e con ciò ho in mente non un qualsiasi immaginario e possibile comunismo, ma il comunismo realmente esistente, quale lo predicano Cabet, Dézamy, Weitling, ecc. Questo stesso comunismo è soltanto una manifestazione particolare del principio umanistico, contaminata dal suo opposto, l’essenza privata. Soppressione della proprietà privata e comunismo, perciò, non sono affatto identici, e non a caso il comunismo ha visto sorgere dinnanzi a sé altre dottrine socialiste, come quelle di Fourier, Proudhon, ecc., ma necessariamente, perché esso stesso non è che una realizzazione particolare, unilaterale, del principio socialista.

E tutto il principio socialista, a sua volta, non è che uno degli aspetti, quello che concerne la realtà della vera essenza umana. Noi dobbiamo occuparci altrettanto dell’altro aspetto, dell’esistenza teorica dell’uomo, dunque far oggetto della nostra critica la religione, la scienza, ecc. Inoltre vogliamo influire sui nostri contemporanei, e specialmente sui nostri contemporanei tedeschi. Il problema è: come compiere tutto questo? Due fatti sono innegabili. In primo luogo la religione, e poi la politica sono gli oggetti che costituiscono l’interesse principale dei tedeschi d’oggi. Bisogna rifarsi ad essi quali sono realmente, e non offrir loro bell’e fatto un qualunque sistema, come ad esempio il Voyage en Icarie[9].

La ragione è sempre esistita, ma non sempre nella forma ragionevole. Il critico può dunque riannodarsi a qualunque forma della coscienza teorica e pratica, e dalle forme proprie della realtà esistente sviluppare la vera realtà come loro dovere e loro scopo finale. Quanto alla vita reale, proprio lo Stato politico, anche là dove non sia ancora consapevolmente compenetrato di esigenze socialiste, contiene in tutte le sue forme moderne, le esigenze della ragione. Né si ferma a questo. Dappertutto esso presuppone la ragione come realizzata. Ma parimenti, dappertutto esso incorre nella contraddizione tra la sua destinazione ideale e le sue premesse reali.

Da questo conflitto dello Stato politico con se stesso, si può sviluppare perciò dovunque la verità sociale. Come la religione è l’indice delle lotte teoriche degli uomini, lo Stato politico lo è delle loro lotte pratiche. Lo Stato politico esprime dunque all’interno della sua forma sub specie rei publicae tutte le lotte, i bisogni, le verità sociali. Non è dunque affatto al di sotto della hauteur des principes far oggetto della critica la questione politica più particolare, ad esempio, la differenza tra sistema degli stati e sistema rappresentativo. Infatti questa questione esprime soltanto in modo politico la differenza tra il dominio dell’uomo e il dominio della proprietà privata. Il critico dunque non soltanto può, egli deve entrare in questioni politiche (che, secondo l’opinione dei socialisti volgari sono al di sotto di ogni dignità). Illustrando i vantaggi del sistema rappresentativo su quello degli stati egli interessa praticamente un grande partito. Elevando il sistema rappresentativo dalla sua forma politica alla forma generale e dando risalto al significato vero che sta al fondo di esso, egli contemporaneamente costringe questo partito ad andare oltre se stesso, poiché la sua vittoria è insieme la sua perdita.

Nulla dunque ci impedisce di collegare la nostra critica con la critica della politica, con la partecipazione alla politica, quindi con lotte reali, e di identificarla con esse. Allora non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio: qui è la verità, qui inginocchiati! Noi illustreremo al mondo nuovi princìpi, traendoli dai princìpi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d’ordine della lotta. Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole.

La riforma della coscienza consiste soltanto nel fatto che si fa conoscere al mondo la sua coscienza, che lo si ridesta dal sogni su se stesso, che gli si spiegano le sue proprie azioni. Tutto il nostro fine non può consistere in altra cosa, così come risulta anche dalla critica della religione di Feuerbach, se non nel portare nella forma umana autocosciente tutte le questioni religiose e politiche.

Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza, non mediante dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza mistica oscura a se stessa, sia che si presenti in modo religioso sia in modo politico. Apparirà chiaro allora come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tirare una linea retta tra passato e futuro, bensì di realizzare i pensieri del passato. Si mostrerà infine come l’umanità non incominci un lavoro nuovo, ma porti a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro.

Possiamo dunque in una parola riassumere la tendenza del nostro giornale: chiarificazione con se stesso (filosofia critica) del nostro tempo rispetto alle sue lotte ed ai suoi desideri. Questo è un lavoro per il mondo e per noi. Esso può essere soltanto opera di forze unite. Si tratta di una confessione, e non d’altro. Per farsi perdonare le sue colpe, l’umanità non ha che da spiegarle per ciò che esse sono.

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Note

1. Il re di Prussia Federico Guglielmo IV.

2. A Karlsbad, nell’agosto del 1819 un convegno di ministri degli Stati tedeschi prese severe decisioni contro il movimento nazionale e liberale.

3. A Lipsia, nell’ottobre 1813, e a Bellealliance presso Waterloo, nel giugno 1815, i prussiani sconfissero gli eserciti Napoleonici.

4. Goethe: Tasso, Atto II, scena prima.

5. La frase esatta, in Sallustio, Congiura, di Catilina, I, 1, dice: Veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedentia finxit (come le bestie, che la natura ha fatto rivolte a terra e obbedienti agli stimoli del ventre).

6. Lago di Bienne, presso Berna, ai piedi del Giara, dove Rousseau, perseguitato dopo la pubblicazione del Contratto sociale e dell’Emilio, soggiornò nel 1765.

7. Dal dramma di Schiller Die Braut von Messina (La sposa di Messina) vv. 2590-91.

8. Deutsche Jahrbüscher für Literatur und Kunst (Annali tedeschi per la letteratura e l’arte) pubblicati da Arnold Ruge a Dresda dal I° luglio 1841.

9. Romanzo utopistico del socialismo francese. Etienne Cabet, (1788-1856).

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