CICERONE:
LA REPUBBLICA
LIBRO I
(Si sono perduti i quaderni I e II ed il primo foglio del quaderno III).
I
... né C. Duelio né A. Attilio né L. Metello avrebbero liberato Roma dal terrore di Cartagine, né i due
Scipioni avrebbero spento col loro sangue l'incendio della seconda guerra Punica già cominciata, né
quell'incendio, già alimentato da maggiori forze, sarebbe stato domato da Q. Massimo né soffocato da M.
Marcello; e dalle porte di questa città P. Africano non l'avrebbe potuto respingere entro le mura dei nemici.
Era bensì lecito a M. Catone, finché era ancora uomo nuovo ed ignoto, a quel M. Catone che tutti noi che
abbiamo le stesse responsabilità sovrasta come un incomparabile modello di saggezza e d'energia,
rimanersene piacevolmente ad oziare in Tuscolo, luogo salubre e vicino a Roma. Ed ecco che costoro lo
considerano un pazzo quando lo vedono, senza alcuna necessità, ormai arrivato all'estrema vecchiaia,
preferire le tempestose onde civili ad una vita perfettamente tranquilla e beatamente riposata. E non parlo
neppure degli innumerevoli personaggi che contribuirono alla salvezza di Roma e non voglio neppure
accennare a coloro che non sono lontani dalle memorie di questa nostra generazione, perché nessuno si lagni
né a nome proprio né a nome di qualche parente per qualche nostra omissione. Mi limito soltanto a precisare
che la virtù é talmente necessaria al genere umano per legge naturale e che tanto é l'amore che arde nei petti
umani per la comune salute, che tutte le blandizie del piacere e dell'ozio sono vinte da quell'impulso ge-neroso.
II
Né la virtù si può possedere come un'arte qualunque che, una volta imparata, si possa metter da parte:
bisogna ch'essa, per esistere, sia tutta in pratica; poiché un'arte, anche quando non la si eserciti, la si ritiene
per le sue nozioni tecniche, e la virtù invece esiste soltanto nell'uso che se ne fa; ed il più alto uso che si
possa farne é quello di governare un popolo e di perfezionarsi in quelle nobili pratiche di cui si fa gran
parlare dovunque. Ma, un perfezionarsi, intendiamoci, non puramente oratorio sibbene effettivo. Tutto quel
che di giusto e di bello dicano i filosofi, non é che l'effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati
legislatori dei popoli. Da chi infatti nasce il senso della devozione o la fede religiosa? Da chi emana il diritto
delle genti e quello stesso che si chiama diritto civile? Donde nascono la giustizia, la fede, l'equità? Donde il
pudore e la continenza e l'odio d'ogni turpitudine e il desiderio della bellezza e della gloria? Donde la
fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che, dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le
loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi. Si racconta persino che
Xenocrate, filosofo dei più generosi, essendogli stato chiesto in che cosa ai suoi alunni giovassero le sue
dottrine, rispondesse: "nel sapere essi fare spontaneamente quel che loro imporrebbero le leggi" . Quel
cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l'impero e la minaccia delle leggi a far quello che i
filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, é dunque da preferire a quegli
stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di
questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume? Come
infatti io trovo preferibili di gran lunga, per dirla con Ennio, "le città grandi e imperiose" ai villaggi e ai
castelli, così trovo preferibile, per la sicura conoscenza delle cose politiche, chi quelle città abbia governato
con saggezza e con autorità a chi sia sempre rimasto lontano dai pubblici affari. E, poiché ci entusiasma in
particolar modo l'idea d'accrescere le forze del genere umano, e volgiamo ogni nostro pensiero e ogni nostra
fatica ad accrescere la sicurezza e il benessere della vita umana, spinti a questo piacere dagli impulsi stessi
della nostra natura, procediamo sicuri per quella via che fu sempre cara ai nostri grandi, e non diamo retta a
coloro che vorrebbero suonarci la ritirata e far retrocedere quelli che si son già di buon tratto avanzati.
III
A queste ragioni, così solide e così chiare, i nostri avversari oppongono prima di tutto l'improba fatica
che ci vuole per reggere uno stato, ed é questo, certo, un impedimento ben lieve, per un uomo di vigilante
energia, un impedimento spregevole non solo in così alta materia ma anche in attività o in doveri o in
faccende del tutto mediocri. Aggiungono poi, i nostri avversari, i pericoli cui si espone la vita: e con questa
turpe paura della morte vorrebbero dissuadere i forti che considerano invece ben più misero lo spegnersi per
natura e per vecchiaia che cogliere l'occasione per consacrare alla Patria una vita cui si dovrebbe - pur
sempre un giorno rinunciare. E questi nostri avversari si credono poi addirittura irresistibili, quando ci
elencano le sciagure capitate agli uomini più illustri e i torti fatti loro dagli ingrati concittadini. E giù con gli
esempi famosi della storia greca: Milziade che, vincitore e domatore dei Persiani, non ancora sanate le ferite
ricevute nella vittoriosa battaglia in cui s'é gettato a corpo morto, deve perdere in un carcere cittadino quella
vita ch'é stata risparmiata dalle frecce nemiche: e Temistocle che, bandito e minacciato dalla Patria che
aveva liberata, deve rifugiarsi non nei porti della Grecia ch'egli ha salvata ma in seno della stessa barbarie
ch'egli ha contristata. E non mancano invero esempi della crudele leggerezza degli Ateniesi contro i loro più
grandi concittadini; e questi esempi, nati ed intensificatisi sul suolo greco, attecchirono, dicano gli avversari,
anche nella nostra serissima Rama; e si ricorda o l'esilio di Camillo o l'odio che perseguitava Ahala o
l'impopolarità di Nasica o l'espulsione di Lenate o la condanna di Opimio o la fuga di Metello o l'orribile
assassinio di C. Mario e le stragi dei principali cittadini o gli orribili malanni che ne seguirono. E non si
peritano di fare il mio nome e, poiché credo ch'essi si considerino debitori della loro vita e del loro ozio alla
nostra prudenza e ai nostri pericoli, si rammaricano per noi con ancor maggiore tristézza e simpatia. Ma io
non riesco a vedere come costoro che, per impararle: a vedere qualcosa, son pronti ad attraversare i mari...
(Manca l'ultimo foglio del quaderno III)
IV
...quando, all'uscire dal mio consolato, io potei giurare nell'assemblea popolare, insieme col popolo,
chi la repubblica era salva, io mi sentii ben ricompensato di tutte le mie cure e di tutte le mie fatiche. Eppure,
i nostri casi erano stati ben più onorevoli che penosi e la gloria aveva certo largamente compensato la
molestia, e avevamo avuto ben più grande letizia dal rammarico dei buoni che dolore dalla letizia dei
malvagi. Ma, come ho detto, anche se così non fosse stato, di che avrei potuto? Niente infatti mi accadeva
che non fosse stato preveduto o fosse più grave di quel ch'io mi aspettassi in ricompensa di tante mie fatiche.
Io ero infatti un uomo che, mentre avrebbe potuto trarre dal l'ozio più deliziosi piaceri d'ogni altro per la
ricca e delicata coltura in cui era vissuto fin da bimbo, o, se qualche malanno comune avesse colpito la città,
prenderne soltanto una parte eguale a quella di tutti gli soltanto una parte eguale a quella di tutti gli acerbe
lotte e quasi in un rovinoso torrente per salvare la vita dei concittadini e ricostituire la comune quiete a spese
del proprio pericolo. La nostra Patria non ci ha generati col patto che noi non pensiamo a sostentarla e,
servendo soltanto ai nostri piaceri, essa garantisca si cura protezione al nostro ozio, e tranquillo asilo; ma
perché riserbiamo a lei le più alte forze del nostro animo, del nostro ingegno e della nostra esperienza e la-sciamo
al nostro privato uso sol quanto sopravanza dopo aver a lei provveduto.
V
Quelle scappatoie cui ricorrono coloro che cercano scuse per vivere in un beato ozio, non devono
illudere nessuno: lasciate pur che dicano che la vita politica é piena di uomini che non son nulla di buono e
con cui sarebbe vergognoso lottare: e che lottare con la moltitudine, massime quando sia infuriata, sarebbe
misero e pericoloso. A sentirli dunque, prender le redini di uno Stato non sarebbe da uomo saggio; non
essendo possibile frenare la pazzia e gli, scatti del volgo, né degno d'un uomo libero il battersi con avversari
turpi e bestiali e lasciarsi coprire di contumelie, né d'un saggio l'aspettarle e il tollerarle; come se per gli
uomini onesti ed energici e generosi, potesse esserci più giusta ragione per entrar nella vita politica che
affrontare la canaglia e impedirle di lacerare lo Stato prima che sia troppo tardi per porgergli aiuto.
VI
E si può forse mandar buona loro l'eccezione ch'essi si degnano fare quando. dicono che l'uomo saggio
non dovrebbe mai avere alcuna parte nella vita pubblica a meno che le circostanze e la necessità non ve lo
costringessero? Come se avessero potuto presentarsi ad alcuno circostanze più imperiose di quelle che si
presentarono a noi. Che cosa avrei potuto fare io allora se non fossi stato console? E come avrei potuto
diventare console se, fino dalla puerizia, non avessi dato alla mia vita quell'indirizzo che solo poteva
permettere a me, nato da famiglia equestre, di pervenire al più alto degli onori? Non é dunque possibile
offrirsi alla repubblica d'improvviso, quando si voglia, qualunque sia la gravità del pericolo, se non si sia in
condizioni da poterlo fare. Quel che mi pare soprattutto stupefacente in questi discorsi di filosofi é che essi
che vorrebbero che gli uomini non prendessero il timone dello Stato, neppure in piena bonaccia, perché non
curanti di una simile esperienza, vorrebbero si avvicinassero poi al timone nell'ora della tempesta più
minacciosa. Questi filosofi si vantano infatti pubblicamente e molto si gloriano di non aver mai appreso né
insegnato alcuna arte di governo né per quel che riguardi le costituzioni né per quel che riguardi la difesa
dello Stato e dichiarano che una scienza di questo genere non possa essere concessa a gente veramente colta
ma soltanto a gente che s'interessi praticamente di cose simili. Ma, allora, perché permettere al saggio di
porger l'opera sua alla repubblica quando la necessità lo richieda, se, quando sarebbe assai più facile
governare, nel momento cioé in cui nessuna necessità lo incalza, egli debba ignorare ogni arte di governo?
Ma, anche se fosse vero che il saggio potesse scendere a suo beneplacito a regolare i conti della città quando
le circostanze lo vogliano, anche in un caso simile io troverei che l'uomo saggio non dovrebbe in alcun
modo sprezzare la scienza politica poiché egli avrebbe sempre l'obbligo d'aver quelle nozioni che, un giorno,
potrebbero essergli così necessarie.
VII
Ho insistito su questo perché, essendomi proposta ed avendo cominciato in quest'epoca una
discussione sullo Stato, perché questa servisse a qualche cosa, mi premeva anzitutto togliere ogni dubbio
sull'opportunità di darsi alla vita politica e, se qualcuno ci fosse incline a cedere all'autorità dei filosofi, esso
dovesse anche un po' volgersi ad ascoltare coloro che fra i più dotti seppero assicurarsi una somma autorità
e una somma gloria. E anche se questi non abbiano preso mai parte diretta ai pubblici affari, io amo
considerarli, essendosi essi molto informati e avendo essi molto scritto di pubbliche cose, come partecipanti
in qualche modo alla vita dello Stato. E vedo infatti che quei sette, che i Greci chiamarono per eccellenza i
sapienti, si occuparono quasi tutti dei pubblici affari. Non c'é infatti cosa in cui la virtù umana si avvicini
tanto alla potenza degli Déi quanto il creare nuove costituzioni o conservare le già create.
VIII
Per queste ragioni, essendoci accaduto di poter noi stessi, nel curare gli affari dello Stato, fare
qualcosa degna di memoria ed avendo una qualche possibilità di ragionare sulle teorie politiche non solo per
esperienza ma anche per amore d'apprendere e d'insegnare, noi saremmo consiglieri, se non erro, autorizzati,
mentre, di quelli che ci hanno preceduti, alcuni non erano che squisiti astrattori di quintessenza che non
avevano mai trattato il più lieve affare di Stato, ed altri invece avevano sì una praticaccia sicura ma erano nel
discutere ben grossolani. Né, veramente, noi abbiamo intenzione di prospettare qui alcuna nuova teoria
politica da noi inventata; ma solo di rinverdire il ricordo di una discussione fra i personaggi più illustri e più
sapienti del loro tempo e del nostro paese, che fu riferita da P. Rutilio Rufo a me e a te, che eri allora ancora
giovinetto, quando passammo insieme qualche giorno a Smirne, discussione in cui si può dire che nulla si
tralasciasse di quanto riguardi i fondamentali principii d'ogni vita politica.
IX
Infatti, sotto il consolato di Tuditano e Aquilio, avendo Publio Scipione l'Africano, figlio di Paolo
Emilio, deciso di passare le ferie latine. nella sua villa ed avendogli promesso i più intimi di visitarlo spesso
in quei giorni, ecco, nella prima giornata delle ferie, di buonissimo mattino, arrivare il figlio della sorella di
Scipione, Q. Tuberone. Ed avendolo accolto cori festosa cordialità: "qual buon vento, gli chiese Scipione, ti
porta, o Tuberone, così di buon mattino? Queste ferie ti davano pure un'ottima occasione per i tuoi studi
letterari". E allora Tuberone: "per i miei libri ogni stagione é buona poiché essi son sempre a mia
disposizione, ma é invece una gran cosa trovare disoccupato te, massime in tanta agitazione dello Stato". E
Scipione: "cogli nel segno, ma bada ch'io sono più disoccupato di faccende che di pensieri". E Tuberone:
"ma bisognerà pure che tu ti decida a riposare anche la mente; siamo in parecchi qui, pronti, come avevamo
deciso, se la cosa non t'annoia troppo, a profittare con te di questa vacanza". E Scipione: "ben volentieri, se
questo ci ricondurrà un po' ai nobili pensieri della scienza".
X
E allora Tuberone : "ti dispiacerebbe, dal momento che tu m'inviti a ciò in qualche modo e mi dai
speranza, di spiegarmi questo innanzi tutto, o Africano, prima che arrivino gli altri: che ci sia di vero in
questo secondo sole di cui s'é dato l'annunzio in Senato? C'é infatti non poca gente seria che afferma d'avere
visto i due soli, tanto che pare che non sia più questione di credere o no ma soltanto di rendersi ragione del
prodigio". E Scipione: "quanto vorrei aver qui il nostro Panezio che s'occupa col consueto studiosissimo
acume anche di questi fenomeni celesti! Ma io, o Tuberone - per dirti franco il mio pensiero - non sono in
questo del tutto d'accordo col nostro grande amico il quale, trattandosi di cose di cui é appena possibile
congetturare, ne parla proprio come se si potesse tutto veder con gli occhi e toccar con mano. In questo, mi
pare ben più saggio Socrate che ha rinunciato assolutamente ad ogni indagine di questo genere e ha
dichiarato, una volta per tutte, che questi problemi naturali o sono più alti dell'intelletto umano o non hanno
nessun interesse per la vita umana". E Tuberone : "non capisco, veramente, o Africano, come questa
tradizione sia nata che vuole Socrate nemico d'ogni questione di questo genere ed intento a discutere
soltanto della vita e dei costumi. Qual mai autore infatti é più pieno di Socrate che Platone? Ebbene,
nell'opera di Platone, in moltissimi luoghi Socrate parla non solo dei costumi e delle virtù e di tutto quel che
abbia attinenza alla vita pubblica, ma anche dei numeri e della geometria e dell'armonia delle sfere, come un
perfetto pitagorico". E Scipione: "é proprio così: ma credo, o Tuberone, che tu abbia sentito come Platone,
dopo la morte di Socrate, si recasse dapprima in Egitto per istudiare, e poi in Italia e in Sicilia per conoscere
le teorie di Pitagora, e come s'intrattenesse a lungo col Tarantino Archita e con il Locrese Timeo e come
raccogliesse le opere di Filoleo ed essendo in quei luoghi e in quei tempi in fiore il nome di Pitagora, si
desse completamente ai Pitagorici e alle loro dottrine. E, amando Socrate più d'ogni altro al mondo e
volendogli attribuire ogni onore, osò contessere all'arguzia e alla finezza del discorso Socratico i dogmi
oscuri e le gravi dottrine di Pitagora".
XI
Aveva Scipione appena detto ciò, quando vide arrivare in gran fretta L. Furio e, dopo averlo salutato,
lo prese per mano con grande affetto e lo fece sedere presso di sé; ed essendo nello stesso momento arrivato
quel P. Rutilio che ci riferì tutta questa discussione e avendo Scipione salutato anche lui, gli disse di sedersi
accanto a Tuberone. E allora Furio: "e di che state discutendo? Abbiano forse fatto finire col nostro arrivo
qualche vostro discorso?". "Tutt'altro, rispose l'Africano, perché quella intorno a cui Tuberone aveva
cominciato a interrogarmi é una di quelle questioni di cui anche tu vivamente ti appassioni; quanto poi al
nostro Rutilio, egli soleva persino sotto le mura di Numazia domandarmi qualcosa di quel genere". "Ma di
che si trattava infime?" domandò Filo. E Scipione: "di questi due soli su cui sono impaziente, o Filo, di
sentire il tuo parere".
XII
Aveva appena parlato, quando uno schiavo annunziò che stava per arrivare Lelio e che era già fuori di
casa. Allora Scipione, messi i calzari e le vesti, uscì dalla stanza e dopo aver per qualche istante passeggiato
per il portico, salutò Lelio che arrivava e quelli ch'eran venuti con lui, Spurio Mummio che gli era
particolarmente caro e C. Fannio e Quinto Scevola, generi di Lelio e coltissimi giovani e già nell'età della
questura. Salutati tutti, Scipione si volse per guidarli e mise nel mezzo Lelio poiché nella loro amicizia s'era
creata questa specie di diritto: che, sotto le armi, a causa dell'insigne gloria militare, Lelio venerasse
l'Africano come un Dio ed in Patria invece, essendo Lelio più anziano, fosse trattato rispettosamente come
un padre da Scipione. Essendosi poi scambiati qualche parola ed essendo quell'arrivo più che mai grato e
diletto a Scipione, si stabilì di sedere in quel punto del prato ch'era più esposto al sole, poiché era inverno. E,
mentre si accingevano a far ciò, ecco sopraggiungere un uomo di grande esperienza e a tutti infinitamente
caro, M. Manilio, che, salutato con grande cordialità da Scipione e dagli altri, sedette accanto a Lelio.
XIII
E Filo: "non mi pare, disse, dal momento che questi sono arrivati, che si debba mutare argomento ma
ci corra l'obbligo di trattarlo con maggior cura e di dire qualcosa che sia degna del loro orecchio". E Lelio:
"di che cosa stavate parlando quando siamo arrivati?" Filo: "Scipione mi aveva domandato quel ch'io
pensassi di questi due soli che oramai consta essere stati visti". Lelio: "ma dimmi un po', Filo, siamo noi a
tal punto eruditi circa le questioni che riguardano le nostre case e il nostro Stato da poterci interessare di
quel che stia accadendo in cielo?" E Filo: "e non credi tu che interessi anche le nostre case il sapere quel che
accada nel nostro paese? Ed il nostro paese non é soltanto chiuso fra le pareti domestiche ma é tutto questo
mondo che gli Déi ci hanno voluto dare come domicilio e come patria dividendolo con noi. E se noi
ignorassimo quel che qui accada, ci condanneremmo ad ignorare molte e grandi cose. E per me, e certo
anche per te, o Lelio, e per tutti gli avidi di sapienza, la scoperta e la contemplazione del vero sono già di per
se stesse una grande dolcezza". E Lelio: "non lo nego, massime quando si sia in ferie, ma possiamo anche
noi sentire qualcosa o siamo arrivati troppo tardi?" Filo: "non si é ancora neppure cominciato a discutere e
poiché l'argomento é ancora intatto, io ti cedo volentieri la parola, o Lelio". Lelio: "ma io vorrei invece
sentire te, a meno che per avventura Manilio non voglia tentare una transazione tra i due soli in lite, in modo
ch'essi possano dividersi il cielo d'amore e d'accordo". E allora Manilio : "quando la finirai dunque, o Lelio,
di prendere in giro quell'arte in cui tu stesso eccelli e senza di cui nessuno potrebbe mai nettamente distinguere fra il proprio e l'altrui? Ma basta di ciò; ora ascoltiamo Filo che vedo essere consultato su
materie ben più gravi di quelle su cui si soglia consultare me o P. Mucio".
XIV
E Filo: "non vi dirò niente di nuovo né cosa ch'io abbia meditata o inventata; mi ritorna soltanto alla
mente C. Sulpicio Gallo, uomo fra i più dotti, come ben sapete. In giorni in cui si diceva d'aver visto un
prodigio di questo genere, trovandosi egli a caso presso M. Marcello ch'era stato console con lui, ordinò che
si portasse la sfera che l'avo di M. Marcello aveva tratto, dopo la presa di Siracusa, da quella città
ricchissima ed ornatissima, sola preda ch'egli avesse voluto portare in patria. Di questa sfera di cui avevo
tanto sentito parlare, data la gloria di Archimede, io rimasi a prima vista un po' disilluso; era infatti ben più
appariscente ed insigne all'occhio del volgo quell'altra sfera di Archimede, che Marcello aveva fatto mettere
nel tempio della Virtù; ma non appena Gallo ebbe cominciato a spiegarci con la più profonda dottrina il
senso dell'opera, mi parve che in quel Siciliano fosse un ingegno ben più alto d'ogni altro ingegno umano.
Ci diceva infatti Gallo che quell'altra sfera, solida e piena, era un'invenzione anteriore di Archimede e che
Talete di Mileto ne aveva dato prìmo il modello che poi dal Cnidio Eudoxo, discepolo, corre si diceva, di
Platone, era stato ornato con la raffigurazione delle costellazioni, e che tutta questa ornamentazione
descrittiva, desunta da Eudoxo, era stata molti anni dopo esaltata in versi da Arato che non aveva alcuna
coltura astronomica ma solo un certo estro poetico. Seno.nché, una rotazione sintetica, comprendente il moto
del sole e della luna e delle cinque stelle che si chiamano erranti, e quasi vagabonde, non avreb= be, ci
spiegava Gallo, mai potuto essere riprodotta in quella primitiva sfera solida, e in ciò per l'appunto era il lato
mirabile dell'invenzione di Archimede: egli aveva trovato il modo di riprodurre in una rotazione unica gli
ineguagliabili moti delle stelle e la loro varia corsa. Mentre Gallo faceva muovere questa sfera, si vedeva la
luna succedere al sole nell'orizzonte terrestre ad ogni giro come gli succede anche in cielo e si verificava la
stessa scomparsa del sole dal cielo e lo stesso collocarsi della luna nell'ombra della terra non appena il sole
fosse dal lato opposto...
(Si sono perduti tre paia di fogli interni del quaderno VI all'infuori del solo foglio 59-60 che Angelo
Mai congetturò essere il quinto di quei sei fogli, di modo che quattro fogli anteriori a quello si sarebbero
perduti ed uno posteriore).
XV
Scipione: "ero io stesso molto affezionato all'uomo che sapevo essere stato stimato e prediletto anche
dal padre mio Paolo. Ricordo che, essendo îo ancora giovinetto ed essendo mio padre, console, in
Macedonia e trovandoci noi al campo, tutta l'armata fu d'improvviso presa da un sacro terrore perché nella
notte serena, d'improvviso, la luna candida e piena era scomparsa. E allora lui (Gallo), essendo nostro
generale un anno prima all'incirca d'essere eletto console, fu pronto, il giorno dopo, a spiegare
pubblicamente in campo come non ci fosse nessun prodigio e come quello ch'era avvenuto in quel momento
e che si sarebbe ripetuto sempre in futuro alla stessa data, fosse dovuto al fatto che il sole era in un punto in
cui non poteva più illuminare la luna". "Ma é proprio vero? Ma é straordinario!" esclamò Tuberone.
"Quell'uomo osava spiegar cose simili a gente grossa e osava dire cose simili a gente assolutamente ignara
di tutto". Scipione: "Proprio così e con una grande...
(Scipione): "nessuna vana ostentazione e nessuna parola indegna d'un nomo tanto serio; ed ottenne il
più grande successo perché riuscì a liberar quella gente angosciata da un infondato terrore religioso.
XVI
E qualcosa di simile capitò anche in quella grande guerra che Ateniesi e Spartani si fecero con così
disperato furore. Il famoso Pericle, primo della sua città per autorità, per eloquenza e per prudenza.
essendosi d'improvviso fatto buio per un oscurarsi del sole ed essendo stato invaso 1'animo degli Ateniesi
dal più cupo spavento, si vuol che dicesse ai suoi concittadini quel che egli aveva appreso da Anassagora, di
cui era stato alunno: che, cioè, quello accadeva per necessità di cose e a tempo determinato quando tutta la
luna si frappone fra il sole e noi, e che, benché la cosa non accadesse ad ogni nuova luna, doveva pur
avvenire in qualche novilunio. Avendo spiegato questo con tutti i debiti argomenti, liberò il suo popolo dal
terrore. Si trattava infatti allora di quella nuova e ancora ignota spiegazione che Talete di Mileto si dice aver
per il prime dato dell'eclissi di sole per interposizione della luna. La cosa non sfuggì poi neppure al nostro
Ennio poiché egli stesso scrive che, nell'anno 350 della fondazione di Roma, "il cinque di giugno, il sole f u
tolto agli uomini e al sole si oppose la luna e la notte". E questa osservazione é così giudiziosa e acuta che
da quel giorno, il cui ricordo troviamo registrato non solo da Ennio ma da tutti quei grandi annalisti, si
poterono calcolare anche le anteriori eclissi solari sino a quella avvenuta il sette di luglio sotto il regno di
Romolo, durante la quale oscurità lo stesso Romolo fu tolto ai vivi per una causa certo del tutto naturale ma
che il volgo amò attribuire al cielo".
XVII
E Tuberone: "ma guarda, o Africano, che, poco fa, tu dicevi diversamente...
(Manca il secondo foglio del VII quaderno)
(Scipione)... vedono gli altri. Chi mai dunque troverà alcunché di splendido nelle cose umane o
glorioso e durevole quando abbia conosciuto sia veramente 1'eterno e la gloria, quando che piccola cosa sia
la Terra, tutta la Terra nel suo complesso e poi specialmente quella piccola parte di essa che gli uomini
abitano? E benché sia così piccola, essendo noi del tutto ignoti a moltissimi popoli, qual speranza ci rimane
di veder il nostro nome volar lontano ali della gloria? Come si può chiamar fortunato colui che non
considera e non suole chiamare beni né le terre né i palazzi né i greggi né l'immenso cumulo dell'argento e
dell'oro perché scarso gli sembra il frutto di siffatte cose, esiguo l'uso, incerta la proprietà: e le vede spesso
in dominio anche degli uomini più malvagi? Chi solo può dirsi veramente felice se non colui che solo può
riconoscersi il padrone di tutto, non secondo il diritto dei Quiriti ma secondo il diritto dei sapienti, non
secondo un contratto civile ma secondo la legge comune della natura che nega che una cosa possa
appartenere ad alcuno se non a colui che sappia valersene? Chi può considerarsi felice se non colui che
considera i comandi e i consolati nostri non fra le cose necessarie, non fra le cose desiderabili, ma solo fra le
cose cui bisogna rassegnarsi. per il senso del dovere e senza alcuna speranza di premi o di gloria? Chi può
chiamarsi felice infine se non colui che, come Catone scrive fosse solito fare il mio avo Africano, possa
vantarsi di non far mai tanto come quando non faccia nulla, di non esser mai mena solo di quando sia solo?
Chi infatti potrebbe davvero credere che Dionisio, quando faceva tanti progetti a danno della libertà della
sua patria, facesse qualcosa più grande che il suo concittadino Archimede quando. avendo l'aria di non far
nulla, inventava quella sfera di cui or ora si parlava? E chi non vede che sono ben più soli quelli che nel
Foro e tra la folla non trovano uno con cui scambiare una parola, che colui che, senza testimoni, o parla con
se stesso o ascolta la parola degli uomini colti dilettandosi delle loro invenzioni e dei loro scritti? E chi potrà
mai esser considerato più ricco di colui cui non manca nulla di quel che occorra ai bisogni naturali, o più potente di colui che ottiene tutto quel che si desideri, o più beato di chi sia libero da ogni agitazione d'animo,
o più solidamente fortunato di chi non possieda che quel che porta seco o che, come si dice, abbia solo quel
tanto che si possa salvare in qualsiasi naufragio? Qual comando infatti, quale magistratura, quale regno
potrebb'essere più insigne di quello assicurato all'uomo che disprezza le cose umane ed, esaltando la sola
sapienza, non volge l'animo che al pensiero dell'eterno e del divino? Non sa egli forse che, benché anche gli
altri si chiamino tutti uomini, uomini veri sono soltanto quelli che la coltura ha innalzati e ingentiliti? Mi
pare, a proposito, squisitamente fine quel motto di Platone, o di qualsiasi altro filosofo che, gettato dalla
tempesta su ignote terre e su deserto lido, mentre tutti gli altri si sgomentano per l'ignoranza dei luoghi, nota
sulla sabbia alcune figure geometriche e, al vederle, esclama: "niente paura; vedo qui le sicure tracce
dell'uomo". Voleva dire com' egli riconoscesse l'uomo non dalla coltura della terra che ognuno avrebbe
potuto vedere - ma dalla coltura dello spirito. E per questo, o Tuberone, mi piacquero assai sempre la coltura
degli uomini eruditi e questi tuoi studi".
XVIII
E allora Lelio: "io non oso invero, disse, obiettare alcunché a queste tue parole, o Scipione, e ancor
meno trattandosi di voi, Filo e Manilio...
(Manca il settimo foglio del quaderno VII)
(Scipione)... "nel ramo paterno di Tuberone noi abbiamo avuto un amico degno di'servirgli da
modello,
Elio Sesto, uomo di gran cuore e di gran finezza
che fu veramente uomo di grande cuore e fine quale fu detto da Ennio e non perché cercasse quello
che non avrebbe mai potuto trovare ma perché dava risposte che consolavano e rassicuravano coloro che gli
chiedevan consiglio. Contro gli studi astronomici di Gallo, egli amava ripetere i versi di Achille
nell'Ifigenia:
studiano i movimenti delle loro costellazioni: ed é sempre questione della capra o dello scorpione o di
qualche altra bestia. Così scrutano le plaghe del cielo e non s'accorgono di quel che hanno davanti ai piedi.
Lo stesso Elio - che io solevo ascoltare con grande piacere - soleva dire che lo Zeto di Pacuvio gli pa-reva
troppo nemico della scienza e che gli piaceva assai più il Neoptolemo di Ennio, che dice di voler
filosofare ma con discrezione perché il troppo non gli piacerebbe. Se gli studi dei Greci vi piacciono tanto,
non dovete dimenticare per questo che ce ne sono altri più pratici e più spigliati che ci possono essere pur
buoni per la vita quotidiana e persino in materia di politica. Quanto alle altre scienze di cui parlavamo, se
valgono qualche cosa, valgono certamente in quanto stimolano ed acuiscono un po' 1'ingegno dei giovani,
perché possano darsi più facilmente a studi maggiori".
XIX
E allora Tuberone : "sono d'accordo con te, o Lelio, ma vorrei sapere quali, secondo te, sarebbero
questi studi maggiori". (Lelio): "te lo dirò, per Ercole, a costo d'essere disprezzato da te che proponi a
Scipione queste questioni celesti mentre io preferirei che si ragionasse di quel che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. É possibile che un discendente di Paolo Emilio, un nipote di Scipione l'Africano, il figlio di
una così nobile famiglia, il cittadino d'una 'così grande repubblica, vada domandando com'é che si sieno visti
due soli e non chieda invece com'é che in una sola repubblica si vedan due senati e quasi due popoli
contrastanti? Poiché, come vedete, la morte di Tiberio Gracco e tutto il suo modo di concepire il tribunato
han diviso il popolo, ch'era uno, in due parti. I nemici poi e gli invidiosi di Scipione, dopo aver seguito
dapprima P. Crasso ed Appio Claudio, dopo la morte di questi due continuano tuttavia a tener desta l'ostilità
del Senato contro di voi, avendo a capo Metello e Mucio. E così, dopo aver messo în agitazione gli alleati e i
latini, dopo aver violato i trattati, dopo che i tribuni sediziosi si son dati a quotidiane violenze, dopo che i
gentiluomini son minacciati nelle loro fortune, non si permette neppure all'unico uomo che lo potrebbe, di
porre rimedio ad una situazione così pericolosa. Se mi volete dunque dar retta, o giovani lasciate stare il
secondo sole perché o non esiste o, anche se esiste come sembra, purché non sia molesto, é perfettamente
inutile perdere tempo in problemi che sono assolutamente insolubili o, se si lasciano risolvere, non ci fanno
per questo né migliori né più lieti. Il ricostituire invece l'unità del Senato e del popolo é perfettamente
possibile, e dannosissimo sarebbe il non riuscirvi. Noi sappiamo e vediamo con perfetta sicurezza che,
raggiungendo un simile scopo, noi ne vivremmo in modo migliore e ben più lieto.
XX
E Mucio: "che cosa dunque, o Lelio, tu credi che noi dovremmo imparare per raggiungere lo scopo
che tu ci proponi?" (Lelio): "quelle dottrine che ci permettano di renderci utili al nostro paese. Io considero
questo il più insigne compito della scienza, il più grande segno della virtù e il primo dovere della vita.
Dunque, perché queste ferie possano essere utilizzate nella discussione più feconda di bene per lo Stato,
chiediamo a Scipione di spiegarci quale, secondo lui, sia la costituzione migliore. Poi tratteremo altre cose
ed io spero che, una volta impadronitici dell'argomento, arriveremo per agevole via alla difficoltà cui or ora
s'accennava, e ci renderemo perfettamente ragione delle cause che hanno condotto Roma a questo punto".
XXI
Avendo Filo, Manilio e Mummio approvato con molto calore...
(Manca il quarto foglio del quaderno VIII)
Non c'é modello cui ci paia preferibile confrontare la repubblica.
Vorremmo dunque che tu riconducessi questo tuo discorso dal cielo all'ima terra.
(Lelio): "mi sono rivolto a te non solo perché mi parve giusto che il più insigne dei cittadini parlasse a
preferenza d'ogni altro sulla repubblica, ma anche perché rammentavo che tu eri solito discutere su questa
materia con Panezio alla presenza di Polibio, coi due greci cioè più profondi conoscitori di questioni politi-che:
e che, dopo lunga riflessione, tu concludevi che la costituzione di gran lunga migliore era quella lascia-taci
dai padri nostri. In una discussione come la nostra, tu, che sei già così ben preparato, ci faresti per par-lare
a nome di tutti - il più grato favore se volessi spiegarci le tue idee sulla repubblica".
XXII
E Scipione: "veramente, non c'é argomento cui io mi sia dato con più studiosa passione di quello che
tu ora, o Lelio, mi proponi. E, infatti, mentre io vedo che non c'é artigiano che, eccellendo nel suo mestiere,
non penai e non si prepari ad un primato nella sua arte, io, fui dai genitori e dai maggiori miei fu lasciato quest'unico lavoro ch'é il rappresentare e 1'amministrare lo Stato, non dovrei considerarmi minore di
qualsiasi artigiano, se attendessi all'arte mia cosi grande con cura minore di quella con cui essi attendono ai
loro piccoli mestieri? Ed io sono ben lungi dall'esser soddisfatto di quello che su queste materie ci han
lasciato scritto i più colti uomini della Grecia e non oso, d'altra parte, anteporre alle loro le mie idee. Vi
chiedo dunque che mi ascoltiate non come un uomo ignaro degli scritti greci e neppure come un uomo che
voglia anteporli ad oggi costo, in questo genere sopratutto, ai nostri: ma come un romano che ha avuto dal
padre un'educazione liberale e che fin da ragazzo s'accese del desiderio di sapere, e, tuttavia, fu ammaestrato
dall'esperienza e dai domestici precetti molto più che dalle lettere
XXIII
E qui Filo: "io son ben sicuro, disse, o Scipione, che tu non la ceda ad alcuno per ingegno e che, per
l'esperienza dei grandi affari dello Stato, tu vinca di gran lunga ogni altro. E quali sieno stati sempre i tuoi
studi, noi ben sappiamo. Dunque, se, come dici, ti sei dato con così appassionata cura a questa materia cuore
alla più nobile delle arti, io non mi stancherò mai di ringraziare Lelio, perché spero che le idee che ci ver-ranno
da te, saranno molto più fecondi di quelle che ci sia dato trovare negli scrittori greci". E allora
Scipione "tu mi fai troppo credito, e questo é un peso troppo duro per chi si accinga a parlare su argomenti
di estrema importanza". E Filo: "per quanto grande sia l'aspettativa, tu la supererai secondo il tuo solito; e
non c'é davvero da temere che, nel ragionare sulla repubblica, possa mancar mai la parola ad un uomo come
te".
XXIV
E qui Scipione: "m'ingegnerò di contentarti e comincerò a discutere con quella norma che credo debba
valere in tutte le discussioni quando si vogliano evitare errori: che, cioé, quando si sia ,scelta la parola che dà
il tema alla discussione, si debba dare prima di tutto della casa significata la più precisa definizione: e sol
quando ci si sia messi ben d'accordo su questa definizione, sia conveniente entrare in argomento. Non si
riescirà mai infatti ad intendersi su ciò di cui si discute se non ci si sia prima bene intesi sulla sua entità; e,
poiché vogliamo occuparci della repubblica, dobbiamo, prima di tutto, vedere che 'cosa sia quello di cui ci
vogliamo occupare". E avendo Lelio approvato, "né per questo, aggiunse l'Africano, io intendo discutere su
d'una cosa così 'illustre e così nota, come se si dovesse ridurla ai suoi elementi costitutivi alla maniera dei
dotti in simile materia, in modo cioè da risalire alla prima congiunzione del maschio con la femmina e poi
scendere alla progenie e ai diversi gradi, di parentela. E non starò a dare la definizione di ognuna delle
parole e a registrarne minuziosamente tutti i possibili significati. Parlando con gente esperta, passata
attraverso i più grandi affari dello Stato col più grande onore (in guerra e in pace, non farò certo in modo che
la cosa di cui io ragioni sia ben più evidente per se stessa che per le parole con cui 'io voglia definirla. Né mi
sono proposto, come un maestro, d'illustrare ogni punto, ne vi prometto che non ci sarà particella di questa
materia che sarà da me trascurata". E Lelio: "é proprio questo metodo rapido che m'aspetto da te".
XXV
"É dunque" disse l'Africano "la repubblica la cosa del popolo. Non é popolo una qualsiasi riunione
d'uomini comunque messa insieme, ma quella riunione d'uomini che diventa società per il riconoscimento di
un diritto comune e di un comune pratico scopo. E la causa prima di questa riunione é non tanto la debolezza
dei singoli quanto una naturale inclinazione degli uomini a vivere insieme. Il genere umano non é fatto di solitari e di solivagi ma di esseri generati in modo che anche se avessero la più grande abbondanza di beni
....
(Manca il secondo foglio del quaderno IX)
e, in breve, la folla, diversa e vaga, era diventata, con la concordia, un popolo.
[Si son date diverse spiegazioni dell'origine dell'umana società. Gli uni vogliono elce gli uomini,
primogeniti della terra, conducendo una vita errante per selve e per campi, non fossero congiunti da alcun
vincolo di linguaggio o di diritto e si servissero di fronde e di erbe per giaciglio ed avessero spelonche ed
antri per abitare; che fossero preda alle belve e agli animali più forti. E allora, quelli che, azzannati, erano
riusciti a fuggire, o quelli che avevano visto i prossimi azzannati, spinti dal pericolo sarebbero corsi verso
altri uomini e avrebbero implorato aiuto e dapprima si sarebbero fatti intendere con cenni e poi avrebbero
tentato qualche primo elemento di linguaggio e così, a poco a poco, fissando un nome per ogni singola
cosa, avrebbero creato un perfetto linguaggio. E tutta la massa umana, al veder poi che aveva bisogno di
esser difesa contro le bestie, avrebbe cominciato anche a fortificar castelli o per assicurarsi la quiete della
notte o per tener lontani gli attacchi delle belve non a forza darmi ma con la sola difesa delle palizzate. Ma
tutto questo sembra immaginario ad altri e immaginario deus essere. S'é detto dunque che la causa vera del
coabitare degli uomini fossero non le zanne delle fiere ma piuttosto la stessa gentilezza umana, essendo la
natura umana nemica della solitudine ed ansiosa di comunione e di società. - Lattanzio. Istituzioni, 6, 10,
13-15. 18] .
XXVI
(Scipione): "tutte le cose eccellenti hanno un qualche fondamento naturale tanto che né le virtù né la
società riposano su d'una semplice convenzione. E quelle società, formatesi per le ragioni che ho già esposte,
si scelsero dapprima una sede fissa per il loro domicilio e questo luogo, fortificato dalla loro arte e dalla
natura e raggruppante insieme tutte le case, dopo averlo diviso con piazze e avervi costruiti i templi,
chiamarono castello o città. Ogni popolo dunque, cioè quella particolare riunione di gente ch'io vi ho già
definita: ogni Stato, cioè il particolare assetto politico d'un popolo: ogni Repubblica, effe com'ho detto, é del
popolo il bene comune, ha bisogno, se vuol durare, d'un governo intelligente. E questa intelligenza di
governo va riferita, innanzi tutto, alla causa cui lo Stato deve la sua origine.
Il governo dev'essere quindi affidato o ad uno solo o ad una scelta di cittadini o a tutta la moltitudine:
per cui, quando tutto il potere si riassume in un uomo solo, quell'unico governante noi chiamiamo "re" e
chiamiamo "regno" il suo Stato. Quando, invece, ci sia una scelta di governanti, allora si dice che quello é
retto da un'aristocrazia. Ed é, infine, uno Stato democratico - come si suol dire - quello in cui tutto il potere é
nelle mani del popolo. E ognuna di questi tre generi di costituzione, purché sappia mantenere il vincolo che
primo riunì gli uomini in una società politica, per quanto imperfetto esso genere sia e mai del tutto buono a
mio parere, può esser tuttavia tollerabile; e, a seconda dei tempi, una di queste costituzioni può anche essere
preferibile ad un'altra. Si tratti d'un re giusto e saggio 0 d'una oligarchia o dello stesso popolo (benché di
quest'ultimo ci sia da fidarsi meno che d'ogni altro), purché non ci sieno né ingiustizie né passioni, 1o Stato
può sempre continuare a reggersi.
XXVII
Ma nei regni, tutti, all'infuori del re, son troppo tenuti al buio del comune diritto e degli affari di Stato;
e nel governo aristocratico, il popolo non ha, si può dire, alcuna libertà perché non partecipa ai consigli e
non ha alcun potere; e quando, infine, é i1 popolo che tratta tutti gli affari, anche se sia giusto e moderato, la
stessa eguaglianza diventa un'ingiustizia, perché non può avere alcun riguardo per i grandi meriti. Dunque,
se Ciro, il famoso Persiano, fu il più giusto e il più saggio dei re, non trovo per questo che il suo popolo
avesse gran che da rallegrarsi d'un' simile reggimento, perché lo Stato, come abbiam detto, é un interesse
comune e là invece tutto dipendeva dal cenno d'un sol uomo. É vero che i nostri clienti marsigliesi sono
governati con la più alta giustizia da una scelta di cittadini potenti, ma un popolo in quelle condizioni ha
sempre una cert'aria di schiavitù; e se, infine, gli Ateniesi in una certa epoca, soppresso 1'Aeropago, non
governarono più se non attraverso plebisciti e decreti, non potendo far essi alcuna distinzione dei meriti dei
cittadini; lo Stato perse tutto il suo decoro.
XVIII
E quando parlo così di questi tre generi di costituzione politica, io presuppongo lo Stato non sconvolto
ne agitato ma in perfetto equilibrio. Questi generi hanno non solo ognuno in se quei vizi cui innanzi
accennavo ma ne hanno anche altri più pericolosi; perché ognuna di queste costituzioni é sempre prossima a
finire in qualche malanno insopportabile. A quel famoso re Ciro infatti, per nominare soprattutto lui ch'io
dirò tollerabile e, se voi voleste, direi persino amabile, succede, per guastarmi ogni cosa, il crudelissimo
Falaride, per il cui esempio il monarcato mostra a quali mostruosi eccessi possa facilmente trascendere. Dal
caso poi dei pochi e potenti amministratori della città di Marsiglia a quello che fu una volta, in Atene, la
fazione dei trenta tiranni, i1 passo é assai breve. E, per non citare altri popoli, nella stessa Atene, la
democrazia ha mostrato a quali eccessi scandalosi si possa abbandonare una folla che abbia perduto ogni
freno...
(Manca il settimo foglio del quaderno IX )
XXIX
(Scipione)... "orribile, e dall'anarchia esce il potere degli ottimati o una faziosa tirannia aristocratica o
la tirannide o, spessissimo, anche uno Stato popolare; e da questo, a sua volta, origina qualcuno degli Stati
cui s'é già accennato. E così pare che, nelle cose pubbliche, debba essere non so qual mirabile corso e
ricorso di vicende; e com'é proprio del saggio il meditare su queste rivoluzioni, é proprio d'un grande
cittadino e di uri uomo quasi divino il prevederle durante il governo e 1'impedirne o moderarne il violento
corso. Penso dunque che sia sopratutto da notare un quarto genere di costituzione che rappresenta un
miscuglio ed un moderante equilibrio di quei tre poteri cui dapprima accennai".
XXX
E qui Lelio : "so che questo é quel che tu preferisci, o Africano, e t'ho spesso sentito manifestar questa
preferenza; vorrei tuttavia, se non t'annoiasse troppo, sapere da te quale di quei tre generi di potere politico ti
sembri il migliore. Credi infatti e sarebbe utile sapere...
(Manca il primo foglio del quaderno X)
XXXI
(Scipione)... "e tale é ogni Stato, quale la natura o la volontà di colui che lo guida. In nessun'altra
costituzione dunque che non assicuri al popolo il più alto potere é possibile trovare la libertà vera e di questa
nulla certo può esservi di più dolce; e se non fosse anche giusta non sarebbe libertà vera. Ma come potrebbe
essere giusta, non dico in un regno in cui la servitù é palese e chiara, ma in questi Stati in cui a parole sono
tutti liberi? I liberi danno il loro voto, affidano il comando a generali e a magistrati, e sono per questo
corteggiati e supplicati e finiscono col dover concedere anche loro malgrado. Finiscono cioè col non avere
affatto le libertà che concedono, e non hanno infatti alcuna parte nei comandi, nei consigli dello Stato, nelle
decisioni affidate a giudici eletti, le quali restano privilegio delle famiglie patrizie o delle famiglie denarose.
Presso un popolo veramente libero, invece, in Rodi o in Atene, non c'é una dei cittadini che...
(Manca il terzo foglio del quaderno X)
(Scipione): "In mezzo ad un popolo, s'innalzi uno o parecchi ricchi e potenti, dicono i partigiani della
democrazia, ed ecco che dall'albagia e dalla superbia di costoro nascono posizioni privilegiate poiché i
poltroni e i deboli cedono e soccombono dinnanzi all'arroganza dei ricchi. Ma se, invece, dicono quei
sostenitori della democrazia, il popolo sa mantenere intatto il suo diritto, non c'é Stato che sia più forte, più
libero, più felice, perché il popolo resta arbitro delle leggi, delle decisioni, della guerra, della pace, dei
trattati della vita e della morte e del patrimonio di ognuno. Questa sola, essi dicono, può chiamarsi una
repubblica, cioè cosa del popolo. Si vede dunque spesso un popolo rivendicare la propria libertà contro i re o
contro un dominio aristocratico, ma non si é mai visto, da che mondo é mondo, che popoli liberi reclamino
un re o il potere e le forze degli ottimati. E questi sostenitori della democrazia dicono anche che non sarebbe
giusto, per qualche torto dovuto all'esuberanza d'un popolo, condannare tutto questo genere di popolare
libertà: che non c'é niente di più durevole e di più solido che la concordia d'un popolo che non pensi ad altro
che alla propria difesa e alla propria libertà; e che é facilissima la concordia in una repubblica in cui tutti
abbiano uno stesso interesse; e che le discordie infine, nascono dalla diversità degli interessi quando il
tornaconto dell'uno contrasti al tornaconto dell'altro. Dunque, secondo essi, quando i patrizi
s'impadroniscono del potere, lo Stato non ha più alcun solido fondamento; e molto meno nelle monarchie, in
cui, a detta di Ennio "non si conosce più né fede né legge". Dunque, se la legge é il vincolo della civile
società, e il diritto, garantito dalla legge é eguale per tutti, da qual diritto può più esser tenuta insieme la
società dei cittadini quando essi non abbiano più diritti eguali? Se non é possibile eguagliare le sostanze, se
non é possibile eguagliare gli ingegni, devono almeno rimaner pari i diritti di coloro che sono cittadini nella
stessa repubblica. Che cosa é infatti una società se non la partecipazione ad un diritto comune? ....
(Manca il sesto foglio del quaderno X)
XXXIII
(Scipione): "essi non vorrebbero neppure che le altre forme di governo si chiamassero come
dovrebbero esser chiamate. Perché infatti, essi dicono, chiamare col nome di re, ch'é il magnifico nome di
Giove, un uomo avido di dominio, geloso del suo dispotico potere, e oppressore quindi di tutto un popolo?
Perché non chiamarlo piuttosto tiranno? Un tiranno può essere così clemente quanto un re insopportabile. È ben diverso, certo, per un popolo il servire un padrone mite o un padrone duro, ma il giogo resta pur sempre
un giogo. In che modo Sparta, anche quando la sua costituzione era considerata come un modello, avrebbe
potuto assicurarsi di aver sempre buoni e giusti re, obbligata com'era ad accettare come re chiunque nascesse
dal re? Quanto agli ottimati, come sopportare questo loro nome se essi stessi se lo sono decretato senza
alcun consenso? E a qual titolo costui si pretende ottimo? Quando ha fatto le sue prove nelle scienze, nelle
arti, negli studi? ....
(Mancano l'ottavo foglio del quaderno X ed il primo dell'XI)
XXXIV
(Scpione)... "se una società sceglie a caso chi la debba guidare andrà ben presto in rovina, come la
nave in cui si sia messo a caso al timone qualcuno dei passeggeri. Un popolo libero sceglierà coloro cui
intenda affidarsi e, se ci tiene davvero alla propria salvezza, sceglierà i migliori. Poiché non c'é dubbio che
la salvezza dei popoli sia riposta tutta nel senno dei cittadini migliori, e questo. sopratutto, perché la natura
ha voluto che non solo i più dotati di virtù e di coraggio guidassero i deboli ma che questi, alla lor volta,
amassero obbedire a quei sommi. Si vuole che questa ottima forma di governo sia rovinata dalle aberrazioni
del giudizio popolare che, non riconoscendo la virtù vera, che é tanto rara in realtà quanto difficile ad esser
riconosciuta, considera il primo ricco spendaccione che capiti, o il primo nobile che abbia a portata di mano,
come il migliore degli uomini. E - a quando quest'errore del volgo ha fatto sì che la repubblica fosse
dominata non dalle virtù ma dalle ricchezze dei pochi, quei dominatori tengono assai forte al loro nome di
ottimati pur senza avere nulla di ottimo. Le ricchezze infatti, il nome e la potenza, privi di quella esperienza
ch'é la miglior maestra della vita e dell'arte di comandare agli altri, non son più che cose piene di turpitudini
e d'insolente superbia; né c'é forma di governo più brutto di quello in cui i più ricchi paesano per migliori. E
che ci potrebb'essere, invece, di più illustre di uno Stato governato dalla virtù, in cui, cioé, quello che
comanda agli altri non é servo egli stesso d'alcuna passione, ed ha per il primo fatto le cose cui invita ed
esorta i cittadini, e non impone al popolo leggi cui egli stesso non ubbidisca; ma propone come legge la
propria vita ai concittadini? E se quest'uno potesse agevolmente tutto concepire, non ci sarebbe certo
bisogno di più; e se tutti potessero vedere l'ottimo e in esso consentire, nessuno chiamerebbe al governo una
scelta di ottimati. La difficoltà di veder chiaro é quella che ha fatto passare lo Stato dal re ai grandi, e gli
errori e 1'audacia dei popoli dalla democrazia all'oligarchia. Così, tra l'impotenza di un solo e l'accecamento
della moltitudine, l'aristocrazia ha occupato il mezzo in funzione di perfetta moderatrice: e finché gli
aristocratici difendono davvero lo Stato, i popoli non possono essere che felicissimi, liberi da ogni cura e da
ogni pensiero, avendo affidato la cura della loro quiete ad altri che si sono assunti l'obbligo di difenderla e
che si guarderebbero bene dal far credere al popolo che i grandi trascurino i suoi interessi. L'eguaglianza
assoluta dei diritti che pretenderebbero i popoli liberi non esiste mai in pratica, prima di tutto perché quegli
stessi popoli, per quanto sciolti e sfrenati, accumulano sempre cariche su qualcuno e sanno ben scegliere
uomini e dignità, e poi anche perché quella che si chiama 1'eguaglianza sarebbe, in realtà, la cosa più iniqua
immaginabile. Quando i sommi e gli infimi di ogni popolo devono avere gli stessi onori, l'eguaglianza
diventa la più ingiusta delle cose, e non é possibile quindi che possa esistere un'eguaglianza di questo genere
in quegli Stati che son governati. veramente dai migliori. Ecco quanto, pressappoco, o Lelio, sogliono dire
quelli che ammirano il governo aristocratico".
XXXV
E allora Lelio: "ma tu, disse, o Scipione, quale di queste tre forme ami di più? o (Scipione): "hai
ragione di chiedermi quale delle tre perché, prese ad una ad una, io non approverei alcuna, e preferisco alle
singole forme quella che le riunisce tutte. Ma se fossi proprio obbligato ad approvarne una, approverei la monarchia... nel nome del re par di sentire qualche cosa di paterno e par ch'egli regga i sudditi come proprii
figli. Egli veglia con amore sul suo popolo... come se tutto fosse sostenuto dalla cura di un solo uomo ottimo
e sommo. Ma arrivano gli ottimati che si vantano di saper far ciò anche meglio e assicurano che c'é sempre
più giudizio nei pochi che in un solo e la stessa giustizia e la stessa fede. Ed ecco arrivare infine il popolo,
che, a gran voce, dichiara che non vuole ubbidire né all'uno né ai pochi e che anche per le belve non c'é nulla
di più dolce che la libertà e che la si perde tanto servendo un re quanto servendo l'aristocrazia. Dunque, i re
vorrebbero conquistarci col loro paterno affetto, gli aristocratici con la loro prudenza, il popolo con la sua
libertà; tanto che, dopo aver ben confrontato, non sai proprio che cosa vorresti scegliere". (Lelio): "lo credo
anch'io ma se tu lasciassi a mezzo l'esame già cominciato, come potrebbe proseguire la discussione?"
XXXVI
(Scipione)... "imitiamo dunque Arato che diceva, nel cominciare la sua grande opera, che bisogna
cominciare da Giove". (Lelio)... "che Giove? Che ci può essere di comune tra i versi di Arato e questo
discorso?" (Scipione)... "tanto" rispose "che il nostro rito vuole che da Giove si cominci, da Giove che tutti,
dotti ed indotti, riconoscono come il re di tutti gli Déi e di tutti gli uomini. "E perché?" chiese Lelio. E
Scipione: "ma il perché l'hai davanti agli occhi: infatti o i principi dei vari stati hanno, per ragioni di utilità
generale, fatto credere che ci sia un re in cielo, che, come dice Omero, col solo aggrottar le sopracciglia fa
tremar tutto l'Olimpo, e che convenga quindi adorarlo come re e padre di tutti gli esseri: (e, se così fosse,
sarebbe una grande prova ed una magnifica testimonianza a favore della monarchia, che la maggior parte
delle nazioni, se non tutte, entrando nello spirito dei loro principi, abbiano riconosciuto che nulla ci sia di
meglio d'un re, immaginando tutti gli Déi raccolti sotto lo scettro di Giove): o ai considerano queste cose
come un errore d'ignoranti e simili a favole, e allora dovremmo sentire il parere di quelli che sono i padri
comuni di tutta la gente colta, quegli uomini superiori che han quasi visto coi loro occhi quel che noi appena
conosciamo per sentito dire. "E chi mai, chiese Lelio, sarebbero costoro?" E Scipione: "quelli che,
investigando tutte le leggi della natura, sentirono che questo mondo é governato da un'intelligenza.
(Mancano il foglio ottavo del quaderno XI ed il primo del foglio XII).
[Sarebbe superfluo raccogliere qui quel che pensarono della suprema divinità Talete e Pitagora e
Anaximene dapprima o, più tardi, gli Stoici Cleante e Crisippo e Zenóne o, dei nostri, Seneca, seguace degli
stoici, e lo stesso Tullio; poiché tutti tentarono di definire quel che sia Iddio e affermarono che solo da Dio
il mondo sia governato e ch'Egli non s'assoggetta ad alcuna legge di natura essendo da lui stesso tutta la
natura generata - Lattanzio, Epitome, 4, 3] .
XXXVII
(Scipione)... "ma se tu vuoi, o Lelio, io ti recherò testimoni che non sono né troppo antichi né in alcun
modo barbari". (Lelio)... "ecco, disse, quel che ci vuole per me". (Scipione).... "ma non vedi tu dunque che
non sono neppure quattrocent'anni da che Roma non ha più i suoi re?" (Lelio)... "certo, neppure
quattrocento". (Scipione)... "ti pare dunque che, per una città o per uno Stato, quattrocent'anni sieno un
grande periodo di tempo?" (Lelio)... "oh, no! é poco più che una giovinezza". (Scipione)... "dunque,
quattrocent'anni fa, c'era a Roma un re?" (Lelio)... "e Superbo per giunta". (Scipione)... "e prima di lui?"
(Lelio): "il più giusto dei re, e così dicasi degli altri fino a Romolo che regnava seicento anni fa".
(Scipione)... "dunque, neppure lui si può considerare come antichissimo?" (Lelio)... "certo no, se la Grecia
stava già invecchiando". (Scipione)... "e fu dunque Romolo re di barbari?" (Lelio)... "se, come vogliono i
greci, a questo mondo o si é greci o si é barbari, io temo che sia stato un re di barbari, ma se questa parola debba essere riferita ai costumi e non alla lingua, io non considero i Greci meno barbari dei Romani". E
Scipione... "del resto, per il caso nostro noi non andiam cercando testimonianze di popoli ma solo di alti
ingegni. Se, dunque, anche uomini prudenti e di una età non antica vollero avere re, ecco che io ti ho portato,
coi nostri Romani, testimoni che non sono né troppo antichi né troppo selvaggi".
XXXVIII
E allora Lelio... "vedo, o Scipione, che sai trovarti abbastanza buoni testimoni, ma presso di me, come
presso ogni buon giudice, le prove valgono più dei testimoni" . E allora Scipione : "tu stesso, o Lelio, mi da-rai
le prove coi tuoi sentimenti". Lelio: "quali sentimenti?" (Scipione)... "non t'é mai accaduto di arrabbiarti
con qualcuno?" (Lelio) "più spesso di quel che non vorrei". (Scipione) "e allora, quando sei in collera, non
permetti tu forse all'ira di dominare l'anima tua?" (Lelio)... "niente affatto, rispose; io mi studio d'imitare il
famoso Archita tarantino che, arrivando in villa e trovando tutto diverso da quel ch'egli aveva ordinato, "ah,
disgraziato, gridò al villico, io ti ammazzerei ora di bastonate se non fossi in collera!"" . "Benissimo!
esclama Scipione. Archita condannava dunque l'ira, quella almeno che s'allontana dalla ragione,
condannabile come una sedizione interiore, e voleva ad ogni costo sedarla a forza di prudenza; ma aggiungi
l'avarizia, aggiungi la passioni del comando e della gloria, aggiungi le libidini, e tu vedrai che se nell'anima
umana é 1'unità regale del comando, uno solo sarà dominatore, il senno - ch'é la parte migliore dell'animo
nostro - e che, sotto lo scettro del senno, non c'é più posto né per libidini né per ira né per temerità".
(Lelio)... "é proprio così" . (Scipione)... "approvi dunque un animo così regolato?" (Lelio)... "trovo che non
ci potrebb'essere niente di meglio" . (Scipione)... "non approveresti dunque, se, cacciato il senno, le libidini,
che sono innumerevoli, e le passioni avessero l'assoluto impero di tutto?" (Lelio) "nessun animo, nessun
uomo mi parrebbe più disgraziato di questo". (Scipione)... "piace dunque che tutte le parti dell'animo sieno
sotto un re e che il re sia il senno?" (Lelio) "proprio così". (Scipione) "e come puoi dunque esitare quando
si tratti dello Stato? Anche in esso tu puoi ben capire che, se il potere é affidato a più, non c'é alcun vero
impero che o é uno o non esiste affatto".
XXXIX
Allora Lelio: "ma, di grazia, che gran differenza può esserci fra l'uno e i più se la giustizia é nei
più?"... E Scipione : "dal momento ch'io ho capito, o Lelio, che tu non ti lasci smuovere dai miei testimoni,
io continuerò a servirmi di te come testimonio per dare la miglior prova di quanto affermo". "Di mie!
esclamò Lelio, e in che modo?" (Scipione) "ho notato, qualche tempo fa, quand'eravamo insieme nel
Formiano, che tu ordinavi severamente ai tuoi schiavi di ubbidire agli ordini d'un solo". (Lelio) "ma certo:
del villico". (Scipione) "e che? in casa ci son forse parecchi che danno ordini?" (Lelio) "non c'é che uno".
(Scipione) "e che? Non c'é forse qualcun'altro, oltre te, che comanda in casa tua?" (Lelio) "niente affatto".
(Scipione) "e perché allora non mi vuoi concedere che anche nella vita dello Stato l'impero dei singoli,
purché giusti, é sempre il migliore?" (Lelio) "mi ci costringi, disse, e devo quasi consentire".
XL
E Scipione : "consentirai anche più volentieri, o Lelio, quando, mettendo da parte le similitudini della
nave e del malato ch'é meglio affidare, pur che sieno persone degne, ad un solo timoniere e ad un solo
medico, io verrò a considerazioni più elevate". (Lelio) "e sarebbero?" (Scipione) "ma come? Tu non vedi
ancora che il nome di re é venuto in odio al nostro popolo soltanto per la crudeltà e la superbia d'un solo
Tarquinio?" (Lelio) "questo lo vedo". (Scipione) "ma allora tu vedi anche quello, su cui io credo che più
avanti mi fermerò a lungo: che cioé, cacciato Tarquinio, il popolo esultò di non so quale insolente libertà e
che furono allora mandati in esilio innocenti, strappati i beni a molti, e creati i consoli annuali, e inclinati i
fasci innanzi al popolo, e il giudizio finale riservato al popolo, e s'ebbero le secessioni della plebe e infine
molte manifestazioni del dominio assoluto del popolo". (Lelio) "é proprio così". "Accadeva ciò, continuò
Scipione, in tempo di pace e di tranquillità; é lecito infatti far pazzie quando non ci sia nulla da temere, come
accade sulla nave, e speso anche in una lieve Malattia. Ma come colui che naviga, non appena il mare si faccia minaccioso, ed il malato appena il male rincrudisca, implorano l'aiuto d'uno solo, così il nostro popolo
in pace e in casa comincia a dar ordini e minaccia i suoi stessi magistrati, li respinge e s'appella contro le
loro decisioni e li accusa; Ma, non appena scoppi la guerra, obbedisce come se ci fosse il re. Per lui, infatti,
la salvezza val più della passione: e, alle guerre più importanti, i nostri han sempre voluto che tutto il
comando fosse in un solo capo senza collega, e a questo comandante supremo dettero un nome che esprime,
chiaro il suo supremo potere. Infatti "dictator" é titolo che il popolo gli dà perché é "detto", proclamato dal
console; ma nei nostri libri tu sai, o Lelio, ch'esso é chiamato addirittura il padrone del popolo". Lelio: "lo
so". E Scipione : "con molto giudizio dunque i nostri vecchi..."
(Manca l'ottavo foglio del quaderno XIII)
XLI
(Scipione) "quando un popolo resta privo del suo giusto re, i divini petti sono oppressi da rammarico"
come dice Ennio dopo la morte d'un ottimo re: e fra loro così lo ricordano: Romolo, o Romolo divino, qual
custode t'avevan fatto gli Déi! eri tu padre e genitore e degli Déi immortali il figliolo degnissimo!
Essi non chiamavano né eroi né padroni coloro cui avevano giustamente obbedito e, infine, neppure il
re ma custodi della Patria, ma padri, ma Déi. E non senza ragione: a che infatti essi aggiungono
tu ci hai dati alla luce in questa terra?
Essi consideravano dunque che la loro vita, che il loro onore, il loro decora emanassero dalla giustizia del re;
e se i re fossero rimasti sempre simili a questi del principio, anche il popolo avrebbe trasmesso ai posteri
questa sua devozione, ma tu sai che, per l'ingiustizia di uno, fu condannata per sempre quella forma di
governo". (Lelio) "lo so, e vorrei conoscere di siffatte mutazioni negli altri Stati non meno che nel nostro".
XLII
E Scipione: "mi farò un dovere, quando avrò detto quel che penso su nella costituzione ch'io sopra
tutte di parlarvi con la maggior cura di questi muta tanto, che il primo mutamento nella costituzione mo-narchica
é questo: non appena un re comincia ad essere ingiusto, la monarchia é senz'altro perduta ed egli
diventa tiranno: e così, il più vicino all'ottimo, diventa il peggiore, dei governi. Quando sono gli aristocratici
quelli che sopprimono la monarchia, come accade più spesso, lo Stato viene ad assumere la seconda delle tre
forme considerate: qualcosa di quasi regio, cioé un paterno consiglio di principi che provvedono per il bene
del popolo. Quando é invece il popolo che abbia ucciso o cacciato un tiranno, il popolo é più moderato
finché il senno lo assiste, e si rallegra dell'opera compiuta e vuole difendere il nuovo assetto che ha saputo
dare allo Stato. E se, invece, il popolo abbia fatto violenza ad un re giusto e lo abbia spogliato del regno o
anche, come avviene più spesso, abbia gustato il sangue degli ottimati e abbia stravolto tutto lo Stato con la
sua passione selvaggia - e sta sicuro che non c'é mare o incendio così vasto che non sia più facile calmare
che la sfrenata insolenza della folla -; accade allora quello ch'é magnificamente detto in Platone se mi sia
dato poterlo dire in latino: non sarà facile, ma mi proverò.
XLIII
- Una volta, egli dice, che le implacabili fauci del popolo si sieno accese per sete di libertà, e che,
traviato da perfidi coppieri, esso abbia vuotato sino alla feccia la coppa d'una libertà non temperata e
ubbriacante, s'accanisce contro magistrati e principi, se non sieno più che miti e docili e gli lascino la più
larga libertà e li chiama re e tiranni. - Ma immagino che tu conosca già questo passo. - "Lo conosco, dice
Lelio, assai bene". (Scipione) cosi prosegue dunque Platone: - quelli che obbediscono ai principi sono
insultati dal popolo e chiamati schiavi volontari. Quei magistrati, invece, che ostentano di eguagliare in
bonarietà i cittadini, e quei cittadini che sanno far credere che non ci sia alcuna differenza fra un privato e un
magistrato, sono coperti d'onori e portati al cielo, sì che é inevitabile che in uno Stato siffatto la libertà degeneri ovunque in licenza e che neppure la casa privata abbia più un reggitore e che questo male discenda
sino alle bestie e che, infine, il padre tema il figlio e il figlio neglega il padre, e ogni impacciante pudore
scompaia, e non ci sia più alcuna differenza fra il cittadino e il forestiero, e il maestro tema gli scolari e li
blandisca, e i discepoli disprezzino il maestro, e gli adolescenti si assumano l'autorità dei vecchi, e i vecchi
invece scendano ai giuochi degli adolescenti per non esser loro odiosi e importuni. Ne segue che anche gli
schiavi facciano il loro comodo, e le mogli abbiano gli stessi diritti dei mariti, e perfino i cani, i cavalli e gli
asini ruzzino con tanta libertà che gli uomini debbano cedere loro il passo. Dunque., di questa infinita
licenza - continua Platone - ecco il risultato : il carattere dei cittadini si fa così schifiltoso e delicato, che,
al minimo cenno di comando su di loro, protestano e s'infuriano; e cominciano anche a trascurare ogni legge
per sentirsi assolutamente liberi da ogni freno.
XLIV
E Lelio: "hai tradotto fedelmente, disse, le parole di Platone". (Scipione) "ma, per tornare al discorso
del mio autore, da questa soverchia licenza che quelli ormai considerano come la sola libertà, egli dice che il
tiranno nasce come per naturale generazione. Come infatti dall'eccessiva potenza dei grandi nasce la rovina
dei grandi, così la libertà stessa punisce questo troppo libero popolo con la schiavitù. Tutti gli eccessi, sia
nell'aria, sia nei campi, sia nei corpi, generano l'eccesso contrario, e ciò accade sopratutto in materia politica
in cui la troppa libertà tanto per i popoli quanto per i privati finisce col trasformarsi in troppa schiavitù. Da
questa massima libertà si genera dunque un tiranno e la più ingiusta e la più dura delle servitù. Da questo
popolo indomito o, meglio, da questo mostro é scelto, di solito, contro i grandi già abbattuti e cacciati, un
duce audace, impuro, che perseguita, protervo, i cittadini che han più meritato della patria e largheggia verso
il popolo con la ricchezza propria e con la ricchezza altrui. E potendo egli, come privato, aver qualche
timore, gli si affidano comandi: e i comandi restano e ben presto gli si concede una guardia del corpo, come
nel caso di Pisistrato in Atene: e così egli può diventare tiranno di quegli stessi che l'hanno innalzato. Se i
buoni cittadini riescono ad abbatterlo, come spesso accade, lo Stato é rigenerato ma se, invece, quella che lo
abbatte é un'audace fazione, non si ha che un nuovo genere di tirannia, ch'é lo stesso che nasce spesso da un
ottimo governo di aristocratici, quando qualche traviamento abbia messo i grandi fuor della buona via. Così
il potere é come una palla che i tiranni portano via ai re e gli aristocratici o il popolo ai tiranni, e le fazioni o
i tiranni al popolo, e non resta mai a lungo nelle stesse mani.
XLV
Stando così le cose, fra le tre forme fondamentali di governo, per me la monarchica é di gran lunga la
migliore. Ma la stessa monarchia la cede a quella costituzione in cui le tre forme predette sieno
contemperate e s'equilibrino perfettamente fra loro. É bene infatti che, in uno Stato, ci sia qualcosa di
sommo e di regale, e, d'altra parte, che si conceda equamente qualcosa all'autorità dei grandi e che, infine,
qualche materia sia riservata al giudizio e alla volontà della moltitudine. Questa costituzione ha, innanzi
tutto, una certa grandiosa imparzialità della quale non possono mai a lungo fare a meno i popoli liberi, ed ha
poi la stabilità, mentre tutte le altre forme cadono al più presto nell'eccesso contrario e da un re nasce un
tiranno, e dai grandi la fazione e dal .popolo la setta e la confusione. E tutte queste forme si alternano e si
succedono senza fine, cosa che, in questa costituzione mista e ben temperata, non potrebbe mai avvenire
senza gravi torti dei capi. Non ci potrebbe essere infatti ragione di mutamenti in una società in cui ogni parte
abbia il posto che le compete e non abbia sotto di sé alcunché su cui piombare.
XLVI
Ma non vorrei, o Lelio e voi, carissimi e giudiziosissimi amici, insistere troppo su questa costituzione
mista, come uno che volesse insegnarvi qualcosa e non volesse considerare bonariamente con voi questa materia. Comincerò dunque a parlare di ciò ch'é noto a tutti e che da gran tempo ormai ci siam proposti
d'esaminare. Io dichiaro dunque e affermo con la più profonda convinzione, che non ci fu mai al mondo
forma di governo che, per equilibrio di costituzione, per sapienza d'organizzazione e per vigoria di disciplina
sia paragonabile a quella che i padri nostri,- che l'avevano ereditata dai loro maggiori, ci hanno lasciata. E,
poiché volete proprio sentire da me quel che già voi stessi sapete, io vi mostrerò qual sia la nostra
costituzione e come sia ottima; e, presa a modello la nostra repubblica, riferirò a lei quanto più mi sarà
possibile tutto il discorso che farò sulla miglior forma di governo. E se potrò arrivare felicemente a questo,
se non m'inganno, io avrò ben largamente assolto il compito che Lelio mi aveva imposto".
XLVII
E Lelio: "importelo io! ma era un compito tuo per eccellenza, soltanto tuo; chi infatti, meglio di te,
avrebbe potuto parlare delle istituzioni dei nostri maggiori; quando tu stesso sei da essi disceso? E chi,
meglio di te, parlare della miglior forma di governo, che potremmo avere soltanto (non l'abbiamo ora)
quando tu fossi alla testa dello Stato? E chi potrebbe indicarci le buone vie per l'avvenire meglio di te che,
abbattute le due potenze più minacciose per Roma, le hai assicurato per sempre l'avvenire?
FRAMMENTI DEL PRIMO LIBRO LA CUI SEDE É INCERTA
I
Plinio. Storia naturale. Prefaz. 7. "C' é inoltre anche una certa pubblica repulsa di illustri eruditi e
se ne vale con molta sicurezza anche M. Tullio: e, quello che é più sorprendente, mentre colpisce uno,
s'appoggio ad un altro: "né dagli uomini più dotti. Cose simili non voglio sentirle dire da un Manio Persio,
ma voglio ben sentirle da un Giunio Congo". E se Lucilio, che primo creò lo stile arguto, si prese una
siffatta libertà, Cicerone ne fece largo uso massime nel trattato sulla repubblica, quanto saremo noi più
autorizzati ad appoggiarci.
II
Così, poiché la patria si colma di benefizi e c'é madre ben prima di quella che ci ha generati, si deve
certo più gratitudine a lei che alla stessa madre.
III
Cartagine non, sarebbe stata così fiorente durante quasi sei secoli, senza un governo avveduto ed una
disciplina.
IV
Sappi dunque, disse, ch'essi hanno l'abitudine e il guato di siffatti discorsi
V
Certo, tutte le idee di costoro, per quanto esse possano essere copiosissima fonte di virtù e di sapere;
paragonate con gli atti e con la piena vita degli uomini attivi io temo debban sembrare meno utili per gli af-fari
pubblici che piacevoli per le ore d'ozio.
VI
Di cui costoro richiamavano.
LIBRO II
I
Essendo già tutti gli amici presi dalla smania di sentire, Scipione cominciò: "quel che sto per dirvi é
un pensiero di Catone che, come sapete, io ho amato ed ammirato come nessun altro al mondo. A lui mi
consacrai fin dall'adolescenza tanto per giudizio del mio genitore e del mio padre adottivo quanto per mia in-clinazione.
Non mi sarei mai stancato di sentirlo parlare, tanta era la sua esperienza dei pubblici affari cui
aveva sempre atteso con mirabile successo così in pace come in guerra, tanta la sua moderazione nel parlare,
miscuglio di gravità ed arguzia, e tanto alto il suo amore per lo studio e per l'insegnamento. E la sua vita era
in perfetta armonia con i discorsi. Egli soleva dunque dire che la nostra costituzione era superiore a quella
d'ogni altra nazione perché, in quasi tutte quelle, le leggi e gli istituti eran dovuti all'opera d'un singolo
legislatore: Minosse, nel caso di Creta, Licurgo, di Sparta e, poiché là la costituzione era stata spessissimo
mutata, Teseo e Dracone e Solone e Clistene e molti altri per Atene sino a che lo Stato, esangue e già sfinito,
non fu risollevato dal dotto Demetrio Falereo. La nostra costituzione, invece, é opera non di singoli ma del
genio collettivo né s'é costituita durante una sola vita umana ma nel corso dei secoli e delle età. Catone
soleva dire infatti che non era mai vissuto ingegno tale cui nulla potesse sfuggire e che neppure l'opera
collettiva di molti ingegni potrebbe provvedere a tutto in una sola età né si potrebbe mai creare un'opera
perfetta senza una vetusta esperienza. Ripetiamo dunque con le nostre parole l'origine ch'egli soleva
attribuire al popolo romano; e ben spesso e volentieri ci serviremo delle parole stesse di Catone. Io
raggiungerò infatti il mio scopo, se potrò mostrarvi la nostra repubblica sul nascere e nel suo sviluppo e
nella sua salda e robusta maturità, più facilmente di quel che lo raggiungerei se, come Socrate presso
Platone, io mi servissi d'una repubblica immaginaria".
II
Avendo tutti approvato: "si potrebbe forse trovare - continuò - un più chiaro esempio della nascita
d'uno Stato che la fondazione di questa città per opera di Romolo, nato da Marte? Vogliamo rispettare una
pia tradizione non soltanto vetusta ma autorizzata con saggezza dai nostri vecchi, la quale vuole che ai
benemeriti dello Stato si attribuisca non solo divino ingegno ma anche divina nascita. Nato dunque da
Marte, si dice che Romolo col fratello Remo sia stato, per ordine del re Albano Amulio, che temeva di dover
perdere il regno, esposto sulle rive del Tevere. Essendo in quel luogo sostentato dalle mammelle d'una bestia
selvaggia, i pastori lo raccolsero e l'educarono al culto e alla fatica dei campi; ed egli crebbe così superiore
agli altri per robustezza di membra e fierezza d'animo, che tutti quelli che abitavano nei campi in cui é oggi
questa città, gli ubbidivano spontaneamente e volentieri. Ma per venire dalle favole ai fatti, fattosi duce di
quelle schiere, si narra ch'égli s'impadronisse di Albalonga, grande e forte città per quei tempi, e che
uccidesse il re Amulio.
III
Dopo questa gloriosa impresa, si vuole ch'egli cominciasse a pensare a porre le fondamenta d'una città
secondo i riti sacri e a darle una costituzione; e, come si conviene di fare con la maggior cura a chi voglia
fondare un durevole Stato, egli scelse per la città un luogo mirabilmente adatto. Non volle infatti andar verso
il mare, cosa che gli sarebbe stata ben facile, date le forze di cui disponeva, con l'avanzare nel territorio dei
Rutuli e degli Aborigeni o col fondare alla foce del Tevere una città in quel luogo in cui molti anni dopo il re
Anco fondò una colonia. Uomo di straordinaria prudenza, ben sentì e vide che i luoghi marittimi non sono
affatto i pîù convenienti a città fondate con la speranza di durevole vita e di durevole impero, prima di tutto
perché le città marittime sono esposte a pericoli non solo frequentissimi ma assolutamente imprevedibili. In
mezzo alla terra, infatti, l'arrivo d'inaspettati nemici, per quanto repentino, é sempre tradito da molti indizi e il suolo ci reca quasi il rumore dei loro passi. Non c'é nemico che possa piombare su d'una terra in modo
che nessuno sappia chi giunga e di dove. Quando si tratti invece d'un nemico marittimo e montato su navi,
egli può sempre arrivare quand'uno meno se l'aspetti, e non ha bisogno d'alcunché che possa preannunciare
il suo arrivo e far sapere chi egli sia e di dove vena e che cosa voglia, tanto che non si può neppure dalla
città discernere e giudicare se si avvicini un nemico o un alleato.
IV
S'aggiunga che nelle città marittime son facili la corruzione e il mutamento di costumi. In esse si
mescolano lingue e idee d'ogni paese e s'importano non soltanto le merci ma anche i costumi di chi le
manda, tanto che nulla può, nel costume nazionale, tener fermo. Inoltre, gli stessi cittadini di quelle città non
restano a casa ma da mutevoli speranze e da meditate imprese son tratti sempre lontano dalla patria o, anche
se vi rimangono col corpo, son sempre esuli e raminghi in spirito. Né ci fu mai causa che alla decadenza e
alla rovina di Cartaginese e di Corinto conducesse più di questo vagabondaggio e questa dispersione di
cittadini che, per smania di commercio e di navigazione, avevano del tutto abbandonato il culto dei campi e
delle armi. Il mare inoltre fornisce troppi pericolosi incentivi al lusso con le cose prese in terre lontane e
importate, e la stessa amenità delle spiagge induce ad una vita sontuosa e molle. E quel che ho detto di
Corinto, non so se non potrebbe dirsi con altrettanta verità di tutta la Grecia, poiché quasi tutto il
Peloponneso é sul mare e, eccettuato il paese di Fliunte, quasi tutti gli altri toccano il mare, e al di fuori del
Peloponneso, soli gli Eniani e i Dori e i Dolopi non toccano il mare. E che dire delle isole Greche?
Circondate dalle onde, par quasi che nuotino e insieme con esse nuotino le istituzioni e i costumi. Ma questa
é ancora, come dicevo sopra, la vecchia Grecia. Se guardate le colonie greche, all'infuori di quella di
Magnesia, ce n'é forse una fondata dai Greci in Asia, in Tracia, in Italia, in Sicilia, in Africa, che non sia ba-gnata
dall'onda? Par quasi che, tutt'intorno ai paesi dei barbari, sia stato constesto un orlo di grecità. Dei
barbari stessi infatti nessuno era marinaio prima, se si eccettuano gli Etruschi e i Cartaginesi: quelli per
ragioni di commercio, questi per ragioni di pirateria. Ed é questa la causa principale dei malanni e delle
rivoluzioni greche, a motivo di quei vizi delle città marittime cui poc'anzi fuggevolmente vi accennavo. Ma,
fra tanti vizi, bisogna pur riconoscere a codeste città un grande vantaggio: che ad esse può arrivare
qualunque cosa si produca di buono in tutti i paesi del mondo e, viceversa, esse possono esportare in
qualunque terra i prodotti del loro suolo.
V
E avrebbe forse Romolo potuto più divinamente assicurassi i vantaggi della città marittima ed
evitarne, nello stesso tempo, le debolezze, di quel che fece quando pose la città sulla riva d'un fiume perenne
e senza cascate e versantesi nel mare con una larga foce? E questo fece perché la città potesse ricevere 'dal
mare tutto quel che le bisognasse e rendere al mare tutto il sovrabbondante; e in modo che il fiume non solo
servisse per l'importazione delle cose necessarie alla vita e alla civiltà dal mare, ma ricevesse anche le cose
trasportate per terra. Tanto é perfetta la cosa che io oso perfino credere che Romolo prevedesse già che
questa città sarebbe stata un giorno la sede e il centro d'un immenso impero. Né nessun'altra parte d'Italia
una città avrebbe potuto assurgere a tanta potenza.
VI
E a chi mai, per quanto superficiale, possono essere sfuggite e rimanere ignote le difese naturali della
città stessa? Per la avvedutezza tanto di Romolo quanto degli altri re. la cinta delle 'mura, congiungendo da
ogni parte alture impervie, fu tale che l'unico passaggio che s'apriva, fra 1'Esquilino e il Quirinale, fosse
sbarrato da un'enorme muraglia cinta da un vasto fossato, e che la nostra rocca, circondata da precipizi e
quasi minacciosa per le sue rocce tagliate a picco, potesse rimanere incolume e intatta anche in un così
orribile frangente come l'invasione gallica. E il luogo scelto abbondava anche di sorgenti ed era salubre in una regione malsana. Ci sono infatti colli che facilitano il ricambio dell'aria e, nello stesso tempo, recano
l'ombra alle valli.
VII
E Romolo compì rapidamente questa sua opera perché fondò la città e volle che dal suo nome si
chiamasse Roma e, per rafforzare la nuova città, pensò ed attuò un progetto strano e un po' selvaggio forse,
ma degno d'un grand'uomo che voglia stabilire solidamente il proprio regno e il proprio popolo. Essendo le
nobili vergini sabine venute a Roma per i giochi celebranti nel Circo il primo anniversario, ordinò che
fossero rapite e che fossero unite .in matrimonio con uomini delle più nobili famiglie. Per questa ragione,
avendo i Sabini mosso guerra ai Romani ed essendo vario e dubbio l'esito, Romolo fece un trattato con Tito
Tazio, il re dei Sabini, per intercessione delle stesse donne ch'erano state rapite. Per questo trattato, Romolo
ammetteva nella città i Sabini a partecipare il culto dei Romani e divideva con essi il regno.
VIII
Ma, dopo la morte di Tazio, essendo di nuovo il potere tutto nelle mani di Romolo, benché egli
avesse, d'accordo con Tazio, formato un consiglio reale coi principali cittadini - che si chiamarono per la
loro affettuosa cura "Padri" - divise il popolo, in suo nome e in quello di Tazio e di Lucumone, caduto come
alleato di Romolo contro i Sabini, in trenta curie distinte coi nomi delle vergini sabine rapite e diventate poi
mediatrici della pace e del trattato. Ma benché tutte queste istituzioni fossero già decise quando Tazio era
ancora in vita, dopo la morte di lui Romolo regnò solo, più ché mai consigliato e sorretto dai Padri.
IX
Con ciò Romolo mostrò d'aver ben compreso quello che poco prima Licurgo aveva visto in Sparta:
ch'é assai meglio governare i popoli col comando d'un solo e con podestà regia, purché a quel forte potere
sia aggiunta come moderatrice l'autorità dei migliori cittadini. E quasi protetto e rafforzato dal consiglio dei
Padri, Romolo condusse molte felicissime guerre contro i popoli vicini, e, mentr'egli non condusse mai a
casa alcun bottino per sé, non cessò mai d'arricchire i cittadini. E Romolo mostrò sempre il più grande
ossequio agli auspicii, culto che noi conserviamo ancor oggi con grande vantaggio per la repubblica; poiché
Romolo, e fu questa l'origine sacra dello Stato, fondò la città sol dopo aver preso gli auspicii e poi, quando si
trattò di tutte le altre istituzioni, chiamò a sé da ogni tribù un augure perché lo aiutasse a prendere gli
auspicii e volle che la plebe fosse sotto la protezione dei grandi - vedremo poi quanto utile ciò fosse - e fissò
come pena ai delitti non la violenza dei supplizi ma ammende a base di pecore e di buoi - perché tutte le
fortune d'allora erano in bestiame e terre, per cui i possessori venivan chiamati "pecunioni" e "locupleti"".
X
Avendo regnato Romolo per trentasett'anni e avendo posto questi due ottimi fondamenti allo Stato, gli
auspicii e il Senato, scomparve durante un'improvvisa eclissi di sole e lo si considerò assurto alla divinità.
Nessuno mai dei mortali poté essere onorato da una simile leggenda senza un alto splendore di virtù. Ma
quel ch'é più ammirevole in Romolo é che, mentre tutti gli altri che si vollero assurti alla divinità vissero in
tempi assai meno colti, quando cioé una simile leggenda trovava nell'ignoranza comune un ben facile
fondamento, Romolo, vissuto a seicent'anni appena da noi, si trovò in un'età in cui le lettere e la scienza
avevano già un grande sviluppo e s'eran già dileguati da gran tempo dalla vita umana tutti gli antichi
pregiudizi. Se si confrontano infatti gli annali dei Greci, si trova che Roma fu fondata nel secondo anno della settima olimpiade e che, all'età di Romolo, la Grecia era già piena di poeti e di musicisti e ben poco disposta
a credere a favole se non trattandosi di pie tradizioni antichissime. La prima olimpiade s'ebbe cent'otto anni
dopo che Licurgo ebbe dato le sue leggi, benché alcuni, tratti in inganno dal nome, credano le olimpiadi
fondate dallo stesso Licurgo. Ma Omero é considerato anteriore per lo meno di trent'anni all'età di Licurgo, e
da questo si può ben capire come Omero sia vissuto moltissimi anni prima di Romolo. É chiaro dunque che
ai tempi di Romolo alla gente colta, data la diffusione degli studi, rimaneva ben poca possibilità d'inventare
qualcosa di nuovo. L'antichità aveva accettato favole d'invenzione perfino grossolana, ma quell'età invece,
già illuminata e pronta a ridere delle cose inverosimili, non poteva lasciarsi ingannare ...
... nepote di lui, come vollero alcuni, da parte della figlia. Ma, nell'anno stesso in cui egli morì, cioè
nell'olimpiade cìnquantasettesima, nacque Simonide e da questo ancor più facilmente si comprende come si
sia creduto all'immortalità di Romolo in un tempo in cui la vita umana era già ben provveduta e si sapeva
vivere e l'uomo conosceva già bene se stesso. Ma, incontestabilmente, Romolo dovette essere uomo di tale
genialità, di tale coraggio che i Romani credettero a Proculo Iulio, rude campagnolo, quando egli raccontò
loro una cosa che da molti secoli già sarebbe parsa loro inverosimile per qualsiasi altro mortale. Costui, per
istigazione dei Padri e forse perché essi volevano allontanare da se ogni sospetto dell'uccisione di Romolo, si
dice che raccontasse nell'assemblea popolare che Romolo gli era apparso su quel colle che si chiama ora
Quirinale; che lo aveva incaricato di chiedere al popolo che gli s'innalzasse un tempio su quel colle poiché
egli era divenuto un Dio e si chiamava Quirino.
XI
Non vedete dunque, che, per il senno d'un solo uomo, non solo é nato un nuovo popolo ma ch'esso é
nato non come un bambino che si lasci a vagire in cuna, ma sviluppato già e già quasi pubere?" . E Lelio:
"vediamo sì, e vediamo anche che tu sei entrato in una via del tutto nuova di ragionamento, di cui non s'ebbe
mai idea nei libri dei Greci. Poiché il loro sommo (Platone), di cui nessuno fu mai più elegante nello
scrivere, si scelse comodamente un'area per costruirvi una città a suo arbitrio e la costruì insigne forse ma
ben lontana dall'umana realtà e dai costumi storici: e gli altri poi dissertarono sulle costituzioni e la vita degli
Stati senza aver sott'occhio alcun concreto modello. Mi pare, invece, che tu stia seguendo l'uno e l'altro
metodo: hai cominciato infatti con l'attribuire ad altri le tue stesse vedute anziché, come fa Socrate in
Platone, esporle direttamente in tuo nome; e, a proposito del sito della città, cerchi di dare una spiegazione
razionale di quel che in Romolo fu soltanto effetto del caso e della necessità, e stai ragionando non in modo
astratto ma aderendo sempre allo stesso modello concreto di Stato. Continua dunque com'hai cominciato. Mi
pare infatti già di vedere che tu voglia spiegar la storia degli altri re sino a che la costituzione romana non ci
appaia nella sua forma perfetta " .
XII
Dunque, continuò Scipione, quando quel senato Romuleo composto di ottimati cui lo stesso re aveva
concesso che si chiamassero Padri e i loro figli patrizi, tentò, dopo la morte di Romolo, di governar lo Stato
senza alcun re, il popolo non sopportò questo e, rimpiangendo Romolo, non cessò d'agitarsi per avere un
nuovo re. I grandi allora, con molto giudizio, pensarono all'istituzione di un interré (cosa assolutamente
nuova a tutti gli altri popoli), in modo che, sino a che non si fosse nominato il re vero, la città non restasse
senza re né il popolo avesse, d'altra parte, perennemente un re e non accadesse che qualcuno, ormai
invecchiatosi nel potere, esitasse a deporlo o che si rafforzasse per mantenerselo. In questo tempo dunque, questo nostro popolo, così giovane, vide una cosa ch'era sfuggita allo spartano Licurgo che non pensava che
un re potesse essere scelto, dato che questo poi potesse essere in facoltà di Licurgo, ma che si dovesse
accettarlo ereditariamente, qualunque esso fosse, purché nato dalla stirpe di Ercole. I nostri invece, nella loro
agreste praticità, ben videro che occorreva cercarsi ogni volta il valore e la saggezza, non la progenie d'un re.
XIII
E poiché era fama che, per valore e senno, Numa Pompilio superasse ogni altro, messi da parte tutti i
concittadini, per consiglio dei Padri il popolo chiamò quel re di stirpe straniera e fece venire in Roma a
regnarvi quel Sabino da Cure. E non appena questi fu a Roma, benché il popolo l'avesse eletto re nei comizi
curiati, volle che gli stessi comizi sanzionassero con una legge il suo impero e quando vide che i Romani
alla scuola di Romolo avevano preso un po' troppo il gusto delle armi, pensò che fosse bene toglierli un po'
alla vita militare.
XIV
E cominciò col dividere per testa fra i cittadini le terre che Romolo aveva conquistate, e dimostrò ai
cittadini ch'essi avrebbero potuto fiorire d'ogni agio col coltivare la terra, senza saccheggi cioè e senza
prede. E ispirò loro l'amore della quiete e della pace da cui traggon sempre conforto la giustizia e la fede e
da cui sono in particolar modo avvantaggiati la coltura dei campi e il raccolto delle messi. Lo stesso
Pompilio, istituiti i grandi auspicii, aggiunse altri due Auguri al primitivo collegio di tre, ed il culto sacro
affidò a cinque pontefici scelti fra i grandi. Con quelle leggi che conserviamo ancora, seppe, mitigare, nella
dolcezza delle cerimonie religiose, gli animi accesi dalle abitudini e dagli istinti guerrieri. Aggiunse anche i
flamini Salii e le vergini Vestali e regolò con la più santa cura ogni parte della religione. Volle che le
cerimonie religiose fossero d'una rigorosa osservanza ma semplicissime di forme; poiché stabilì sì molte
regole sacre da apprendere e da osservare, ma evitò ogni rito dispendioso. Aggiunse molto alle pratiche
religiose ma ne eliminò ogni parte dispendiosa e aprì mercati e creò giochi e cercò infine tutti i mezzi perché
gli uomini avessero frequenti e fecondi contatti fra loro e, con tutte queste sue istituzioni, richiamò gli animi,
già fatti fieri e inumani dal gusto della guerra, alla gentilezza e alla dolcezza. E, avendo così regnato con
somma pace e concordia per trentanove anni vogliamo infatti attenerci scrupolosamente al nostro Polibio di
cui nessuno fu più preciso studioso di queste cose - egli se ne andò da questa vita, dopo aver assicurato due
grandi cose alla durevole vita dello Stato: la religione e l'umanità " .
XV
Scipione aveva appena finito di dire quando: "é vero" chiese Manilio "come la tradizione vuole, o
Africano, che questo re Numa sia stato egli stesso discepolo di Pitagora e certamente pitagorico? Abbiamo
spesso sentito ripetere ciò dai nostri vecchi e si sente che questa é una persuasione generale, ma ci pare che
della cosa non facciano abbastanza fede i nostri annali". E allora Scipione: "ma, Manilio, é tutto falso da
cima a fondo, e non solo é inventato ma é anche goffamente e balordamente inventato: ed io trovo
insopportabili quelle falsità che non solo sieno arbitrarie ma che non abbiano neppure una briciola di
verosimile. Si trova infatti che Lucio Tarquinio, il Superbo, era già al quarto anno del suo regno quando
Pitagora venne a Sibari e a Crotone e in quelle parti d'Italia. Nell'olimpiade sessantaduesima coincidono il
regno del Superbo e l'arrivo di Pitagora e da questo, fatto tutto il computo delle successioni dei re, si può
calcolare che Pitagora sia venuto in Italia quasi centoquarant'anni dopo la morte di Numa. E di questo non
hanno mai menomamente dubitato quelli che hanno studiato con la debita cura gli annali dei tempi". "Déi
immortali!" esclamò Manilio. "Com'é diffuso e inveterato quest'errore! ma sono ben contento, in fondo, che la nostra coltura non sia un'importazione d'oltremare ma ci venga soltanto dalle nostre schiette domestiche
virtù".
XVI
"E di questo tanto più facilmente ti accorgerai," disse l'Africano, quanto più vedrai la repubblica
progredire e arrivare alla sua perfezione per una strada e con un cammino assolutamente naturali, e mirabile
troverai il buon senso dei nostri vecchi quando vedrai anche le istituzioni importate da altri paesi diventare
cosa ben migliore nel nostro suolo di quel che non fossero presso i popoli che le avevano create e ce le
avevano prestate. E tu capirai allora come il popolo romano s'ingrandisse non a caso ma per il suo giudizio e
la sua disciplina, anche se favorito dalla fortuna.
XVII
Morto il re Pompilio, il popolo, su proposta dell'interré, creò re, nei comizi curiati, Tullo Ostilio e
questi, sull'esempio di Pompilio, volle confermato il suo potere dai comizi curiati. S'acquistò Tullo
un'eccellente fama di soldato e fece fortunate guerre. A lui si devono il Comizio e la Curia ch'egli circondò
con le spoglie dei vinti. Ed egli creò il diritto regolante le dichiarazioni di guerra, e questo istituto, per se
stesso giustissimo, sancì col culto dei Feciali in modo che ogni guerra, che non fosse dichiarata e promulgata
secondo le norme, si considerasse ingiusta ed empia. E perché vediate con che saggezza i nostri re capissero
fin da allora che bisognava lasciare qualche potere al popolo - molte cose avremo da dire a questo proposito
- Tullo non osò prendere le insegne regali se non autorizzato dal popolo; infatti perché dodici littori coi fasci
potessero precederlo...
(Manca il terzo foglio del quaderno XVII)
Di Tullo Ostilio che, a partire da Romolo, fu il terzo re e che fu anch'esso colpito dal fulmine, parla lo
stesso Cicerone nella stessa opera e dice che non si credette che anche questo con tale morte fosse assunto
fra gli Déí, perché forse i Romani temettero che l'onore accordato a Romolo potesse perdere pregio se essi
l'accordassero così facilmente anche ad un'altro. (S. Agostino Della città di Dio, 3, 15).
XVIII
(Lelio?) "La repubblica, in questo tuo discorso, non va lentamente ma vola verso la perfezione".
(Scipione) "Dopo la morte di Tullo Ostilio, il figlio d'una figlia di Numa Pompilio, Anco Marzio, fu eletto re
e anche a lui fu sancito il potere da una legge curiata. Vinti in guerra i Latini, li ricevette nella cittadinanza
romana e aggiunse alla città i colli Aventino e Celio. Divise i territori che aveva conquistati e concesse ad
uso comune le selve vicine al mare delle quali s'era impadronito e, alla foce del Tevere, fondò una città e vi
stabilì una colonia. E così, dopo aver regnato ventitré anni, morì". E Lelio: "anche questo re, dunque, merita
i suoi elogi; ma la storia romana é oscura perché, se conosciamo la madre di questo re, ne ignoriamo il
padre" . (Scipione) "Proprio così! disse, ma dei re di quei tempi ci s'é conservato appena il nome".
IX
"Ma a questo punto, per la prima volta, si vede Roma illuminata da qualche coltura straniera; quella
che vi fluì dalla Grecia non fu un tenue rivo ma un vero copiosissimo fiume d'idee e di studi. Si narra infatti
che ci fosse un Demarato di Corinto, il più grande personaggio della sua città per gli onori e l'autorità e le
ricchezze. Non avendo questi potuto sopportare il tiranno di Corinto, Cypselo, si vuole che se ne fuggisse
con gran quantità di denaro e si stabilisse in Tarquinia, città fiorentissima dell'Etruria. E quando apprese che
il potere di Cypselo si consolidava in Corinto, da uomo libero e forte, rinunciò per sempre alla patria e accettò la cittadinanza Tarquiniese e fissò in quella città il suo domicilio e la sua sede; ed avendo avuti da
una donna Tarquiniese due figli, volle che si istruissero in tutte le dottrine greche...
(Manca il sesto foglio del quaderno XVII)
XX
(Scipione)... "gli si concedette facilmente la cittadinanza. Per la gentilezza dei costumi e per la coltura
diventò intimo del re Anco, tanto da esser considerato partecipe di ogni suo disegno e quasi socio nel regno.
Erano in lui, inoltre, una squisita cortesia e una splendida generosità nell'aiutare tutti i cittadini can le proprie
sostanze e con l'autorevole appoggio. Morto dunque il re Marzio, con suffragi unanimi fu creato re L.
Tarquinio perché era questo il nome in cui egli aveva trasformato l'originario greco, per mostrare d'avere del
tutto assimilato i costumi e le idee della nuova patria. Quando il suo potere fu confermato dalla legge, egli
cominciò col raddoppiare il numero dei Padri e chiamò quelli che avevano già questo titolo "Padri delle
famiglie maggiori" (ed essi avevano diritto di precedenza nell'esprimere un parere) e quelli nominati da lui
si chiamarono invece "Padri delle famiglie minori ". Creò poi l'ordine dei cavalieri nel modo che si é ancora
conservato né, pur volendolo, poté cambiare i nomi di Tiziensi, Ramnensì e Luceri, perché il celeberrimo
augure Atto Navio lo sconsigliò. E vedo che anche i Corinzi avevano allora gran cura d'assegnare e di
mantenere cavalli per il servizio dello Stato, con i tributi imposti ai maritati senza figli e alle vedove. Ai
primi cavalieri Tarquinio aggiunse nuove schiere, ed il numero salì allora a mille e ottocento: e raddoppiò
così il loro numero. Sottomise poi in guerra gli Equi, grande e feroce popolazione e minacciosa per le sorti
di Roma, e, respinti i Sabini che eran già sotto le mura di Roma, li disperse con la cavalleria e li debellò.
Abbiamo anche per sicuro ch'egli primo fondasse i giochi massimi, che hanno il nome di Giochi Romani, e
che, durante la guerra sabina, nel vivo dell'azione, egli facesse voto di costruire un tempio in Campidoglio a
Giove Massimo, e che morisse dopo quarantott'anni di regno".
XXI
E allora Lelio: "questo conferma sempre più le parole di Catone secondo cui la nostra costituzione
non sarebbe l'opera né di una sola età né di un solo uomo. Si vede bene, infatti, come ogni singolo re
aggiungesse alla costituzione molti buoni ed utili istituti. Ma viene ora colui che mi pare abbia meglio d'ogni
altro veduto chiaro nelle necessità dello Stato". "Proprio così! disse Scipione, poiché a Tarquinio Prisco si
vuole che, primo senza ordine del popolo, succedesse Servio Tullio, che si dice nato da una schiava
tarquiniese e da un cliente del re. Educato con la servitù della casa reale al servizio della mensa, benché
ragazzo, il cui vivido ingegno non tardò a farsi conoscere, tanto era intelligente in ogni servizio e in ogni
parola. Tarquinio dunque, che aveva allora figliuoli in tenerissima età, aveva una tal predilezione per Servio
che tutti lo credevano suo figlio. E Tarquinio faceva dare al ragazzo la perfetta e squisita educazione greca
ch'egli stesso aveva avuta. Ma quando Tarquinio morì per tradimento dei figli di Anco, e Servio cominciò a
regnare come già ho detto, non per espressa legge ma per volontà e consenso dei cittadini perché s'era sparsa
la voce che Tarquinio soffrisse per le sue ferite ma non fosse ancor morto, Servio, in abiti regali,
amministrava la giustizia e liberava gli oppressi dai debiti col proprio denaro. Mostrandosi
straordinariamente affabile, diceva di amministrare a nome di Tarquinio e non volle mai affidarsi ai Padri.
Ma, sepolto Tarquinio, volle finalmente che il popolo decidesse e ricevette anch'esso il potere da una legge
curiata e suo primo pensiero fu vendicare con una guerra i danni fatti a Roma dagli Etruschi e poi...
( Manca il terzo foglio del quaderno XVIII)
XXII
(Scipione)... "creò diciotto centurie di cavalieri col censo massimo e poi, diviso nettamente questo
gran corpo di cavalieri dalla massa del popolo, divise il popolo stesso in cinque classi, distinguendo gli
anziani dal giovani. E distribuì le cinque classi in modo che i voti decisivi appartenessero alla ricchezza e non al numero, cosa cui sempre bisogna mirare in uno Stato perché il numero non prevalga sul senno. Io vi
spiegherei tutta la costituzione Serviana se voi non la conosceste già alla perfezione. Mi basta che teniate
ben presente questo: che le centurie dei cavalieri, aggiuntevi le sei centurie nuove, e la prima classe,
aggiuntavi la centuria dei carpentieri ch'é incorporata a lei per la loro estrema importanza per la città,
formano, riunite, ottantanove centurie: e se delle centoquattro centurie (tante infatti ne rimanevano) otto sole
si fossero aggiunte, si sarebbe costituita già una maggioranza che faceva legge per tutto il popolo. La
restante moltitudine, costretta in novantasei centurie, benché infinitamente maggiore nel numero, non era
esclusa dai voti (ché sarebbe stata cosa tirannica) ma non doveva essere pericolosa, cioè non doveva valere
troppo. Servio curò anche con straordinaria cura la nomenclatura delle classi e chiamò i ricchi assidui per il
loro obbligo di dare l'asse, e quelli invece che non avevano più di cinquecento assi o che non avevano
addirittura altro che la propria testa, li chiamò proletari come se da essi non ci fosse da aspettarsi che la prole
cioè la continuazione della città. In ognuna delle novantasei ultime centurie erano quasi più censiti che in
tutta la prima classe. Così, non si negava ad alcuno il diritto al suffragio, ma valeva soprattutto il suffragio di
colui che aveva il maggiore interesse alla prosperità dello Stato. Inoltre, i soldati sussidiari, le trombe e i
corni dell'armata e i proletari ....
(Mancano i fogli sesto e settimo del quaderno XVIII)
XXIII
"Affermo che la costituzione migliore è quella che contempera in un sapiente equilibrio la monarchia,
l'aristocrazia e la democrazia in modo da non irritare mai gli animi brutali e selvaggi..."
(Scipione)... "Cartagine era di sessant'anni più antica di Roma, perché era stata fondata trentanove
anni prima della prima olimpiade. Licurgo, ch'é assai più antico, aveva anch'esso le stesse vedute.
Quest'equilibrio dunque e questa riunione delle tre forme mi pare che ci fosse comune con quei popoli. Ma
io vorrei vedere con maggior precisione quel ch'é proprio della nostra costituzione e forma la sua
incontestabile originalità. Il miscuglio infatti di cui s'é parlato sin qui, lo si potrebbe trovare tanto in Roma
quanto a Sparta e a Cartagine ma non così 1'armonioso equilibrio. Quando infatti, in uno Stato, sia un solo
potere perpetue e sopra tutto sia un potere regio, avete un bel creare un Senato come accadde a Roma a
tempo dei re, come accadde a Sparta con le leggi di Licurgo, e avete un bell'accordare al popolo diritti, come
accade presso i nostri re: la monarchia resterà sempre prevalente né una costituzione di questo genere potrà
mai evitare d'essere e di chiamarsi regno. Ma la costituzione monarchica é estremamente mutevole perché
basta la colpa di uno a metterla sossopra. La monarchia in sé non solo non avrebbe niente di male, ma mi
parrebbe addirittura da anteporre alle altre forme semplici di governo se una qualche forma semplice di
governo potesse mai sembrarmi approvabile. Ma é approvabile la monarchia solo finché sappia rimaner
fedele a se stessa, poiché essa é in dovere di garantire l'integrità, l'eguaglianza e la quiete di tutti i cittadini
col perpetuo potere e la saggia giustizia d'un solo. Certo, a quel popolo ch'é sotto un re mancano molto cose,
e, prima di tutto, la libertà che non significa valersi d'un giusto padrone ma significa non averne nessuno ....
(Manca il secondo foglio del quaderno XIX)
(Scipione)... "raccontavano. Per qualche tempo infatti a questo padrone ingiusto e crudele la fortuna
fu favorevole nelle pubbliche imprese. Vinse infatti in guerra tutto il Lazio e s'impadronì di Suessa Pomezia,
città ricca e opima, e, arricchitosi con un'immensa preda d'oro e d'argento, sciolse il voto di suo padre ed
edificò il tempio sul Campidoglio e fondò colonie e, secondo 1'usanza dei suoi maggiori, mandò in Delfo ad
Apollo magnifici doni quasi primizie delle sue prede.
XXV
Ma la rivoluzione é già matura e ne dobbiamo seguire il naturale corso ed il giro fin dal principio,
perché scopo principale della scienza politica, di cui esclusivamente oggi ci occupiamo, é considerare la provenienza e l'evoluzione degli istituti in modo che, quando si conosca d'ogni istituto la storica
inclinazione, si possa rattenerne il corso o in qualche modo provvedere. Il re di cui parlo infatti, macchiato
dall'assassinio d'un ottimo re, non aveva la testa a segno e, mentre temeva di dover pagare il fio del suo
delitto, avrebbe voluto che lo si temesse. Poi, eccitato dalle vittorie e dalle ricchezze, s'abbandonava ad una
sfrenata insolenza e non sapeva più governare né i propri atti né i propri appetiti. Avendo il suo maggior
figliuolo fatto violenza a Lucrezia, figlia di Tricipitino e moglie di Collatino, ed essendosi questa casta e
nobile donna punita con la morte per l'ingiuria patita, un uomo d'ingegno e di virtù singolari, L. Bruto, liberò
i concittadini dall'ingiusto giogo di quella dura schiavitù. E non essendo che un privato, seppe reggere tutto
lo Stato e primo insegnò al nostro popolo come, quando si tratti di salvare la pubblica libertà, ognuno possa
diventare uomo pubblico. Per il suo consiglio, sotto la sua guida, la città fremente e per i lamenti del padre
di Lucrezia e dei parenti e per il ricordo della superbia di Tarquinio e delle molte offese sue e dei figli, volle
che il re stesso e I figli e tutta la razza dei Tarquini fossero cacciati in esilio.
XXVI
Non vedete dunque come dal re fosse uscito il tiranno e come, per colpa d'un solo, tutta la costituzione
politica da ottima fosse diventata pessima? Qui si ha infatti quel padrone del popolo che i Greci chiamano
tiranno. Poiché essi chiamano re soltanto colui che provvede come un padre al popolo e assicura a coloro cui
é proposto, un durevole benessere. Ed é questa, com'ho detto, una forma di governo buona certamente in se,
ma sempre inclinata e quasi prossima alla perdizione. Non appena il re infatti ha cominciato a scivolare
nell'ingiustizia, diventa immediatamente un tiranno di cui non si può immaginare mostro più orribile né più
turpe né più odioso agli uomini e agli Déi: un mostro che, benché abbia figura d'uomo, vince per la ferocia
dei costumi le più crudeli belve. Chi potrà riconoscere per un uomo costui che nega a se stesso ogni
eguaglianza di diritti coi propri concittadini non solo ma con tutto il genere umano? Ma avremo, per parlar
di questa forma di governo, un luogo più opportuno quando dovremo parlare contro quei cittadini che, in
uno Stato che sia già riuscito a liberarsi, ambiscono al potere.
XXVII
Avete dunque visto come nasca un tiranno poiché questo i greci vollero che fosse il nome d'un re
ingiusto. I nostri, invece, chiamarono re tutti quelli che ebbero da soli un perpetuo potere sul popolo: così
anche Spurio Cassio e M. Manlio e Spurio Melio furono accusati di voler diventare re ed anche
recentemente...
(Manca il foglio settimo del quaderno XIX)
XXVIII
Licurgo, a Sparta, chiamò "i Vecchi" quei ventotto, ancor pochi anch'essi, con cui formò un consiglio
con facoltà supreme di deliberazione, mentre il re restavi a al comando supremo. E, ispirandosi a ciò, i nostri
maggiori chiamarono anch'essi il nostro consiglio supremo "Senato" (da senex: vecchio) come Licurgo
aveva chiamato Vecchi i suoi consiglieri. E, come già dicemmo, anche Romolo aveva fatto qualcosa di
simile con la sua scelta dei Padri. Ma in una costituzione simile prevalgono sempre e s'impongono la forza,
il potere, il nome del re. Anche se si lasci qualche potere al popolo, come Licurgo e Romolo fecero, non é
questa la libertà di cui egli é avito; non servirà questo che ad accendere la sua brama di libertà di cui non gli
si concede che un piccolo saggio eccitante. Resterà sempre il timore che il re, ed é quello che capita più
spesso, diventi ingiusto. É dunque ben precaria la sorte d'un popolo la cui fortuna sia posta tutta in quel ch'io
dicevo poc'anzi "la volontà e i costumi d'un solo uomo".
XXIX
Abbiamo dunque visto quali fossero la prima forma ed il primo manifestarsi della tirannia in quello
Stato fondato da Romolo con i sacri auspicii e non in quello Stato che, come Platone ci narra, Socrate immaginò nel suo discorso. E abbiamo visto in qual modo Tarquinio facesse precipitare tutta la costituzione
monarchica, non per essersi assunto un nuovo potere ma per aver usato ingiustamente di quello che aveva
già. Opponiamo ora alla figura del tiranno l'altra del buono e saggio cittadino che ben conosce l'utilità e la
dignità civile ed é quasi tutore e procuratore della repubblica. E così, infatti, dovrebbe chiamarsi chiunque
sappia mettersi in simile occasione al timone del governo. Cercate di riconoscere l'uomo di cui vi parlo: si
tratta di colui per il cui consiglio e la cui opera, lo Stato ha potuto salvarsi; e se il suo nome nel nostro
discorso é stato appena pronunciato, dovremo parlare spesso, in seguito, del governo creato da un simile
uomo...
(Mancano sei fogli interni del quaderno XX)
XXX
(Scipione)... "secondo Platone, una perfetta giustizia dovrebbe regolare la distribuzione delle terre e il
sorgere delle case: ed egli vorrebbe restringere il più possibile la sua repubblica ch'é più desiderabile forse
che sperabile e non quale la realtà avrebbe potuto crearla ma soltanto schema teorico per poter veder chiaro
in tutte le questioni politiche. Ma io, se mi fosse possibile, vorrei studiare finalmente la scienza politica non
in uno schema immaginario di Stato ma nel più vasto Stato del mondo, per mettere in luce con la più
minuziosa precisione ogni causa tanto del male quanto del bene pubblico. Passati dunque quei
ducentoquarant'anni di potere monarchico e un po' più forse, dati gli interregni, e cacciato Tarquinio, il
popolo ebbe tanto odio contro il re quant'amore per esso aveva avuto dopo la morte o, meglio, la scomparsa
di Romolo. E come allora non aveva potuto fare a meno del re così, cacciato Tarquinio, non poté più
nemmeno sentir nominare il re.
(Manca il quaderno XXI)
XXXI
...Dunque, quella bella costituzione di Romolo, essendo rimasta intatta per quasi
ducentoquarant'anni...
[Da questo nacque che, non sopportando più il potere monarchico, si crearono comandi annuali
affidati a due comandanti che furono chiamati consoli da "consigliare", non re o domini da "regnare" o
"dominare"] . (S. Agostino. Della città di Dio, 5, 12).
(Scipione)... "questa legge fu del tutto abrogata. Con quest'animo allora i nostri maggiori cacciarono
anche Collatino benché innocente, perché sospetto per la sua parentela. E così dicasi di tutti gli altri
Tarquinii, tanto il loro nome era odiato. Con lo stesso animo, P. Valerio ordinò primo che s'abbassassero i
fasci quand'egli parlava nell'assemblea popolare e venne ad abitare ai piedi della Velia quando s'accorse che
il popolo s'insospettiva per averlo visto cominciare a fabbricare alla sommità della Velia, là dove aveva
abitato il re Tullo. Egli stesso poi, ed in questo fu sopratutto "Publicola" (cioè adoratore della plebe),
propose al popolo la prima legge votata dai comizi centuriati, perché nessun magistrato mettesse a morte o
facesse passar per le verghe un cittadino romano che si fosse appellato al popolo. E questo diritto d'appello
dimostrano i libri pontificali che esisteva già sotto i re e lo provano anche i nostri libri augurali. Ed anche da
molte leggi delle XII tavole risulta che, da ogni giudizio e condanna, era lecito appellarsi al popolo. Benché
ci sia stato tramandato che i decemviri, che dovevano dar le leggi a Roma, non avessero contro di loro
questo diritto d'appello., questa stessa eccezione dimostra che tutti gli altri magistrati dovettero sempre
riconoscere questo diritto. Lucio Valerio Potito e M. Orazio Barbato, popolari con giudizio, per amor di
concordia, con una legge consolare stabilirono che nessun magistrato mai fosse creato senza diritto d'appello
al popolo contro di lui. Le tre leggi Porcie che, come sapete, sono dovute a tre della famiglia Porcia, non
fecero che sanzionare quella vecchia legge. Publicola dunque, non appena approvata quella sua legge
sull'appello ai popolo, ordinò che dai fasci consolaci venissero tolte le scuri. E, il giorno dopo, si dette per
collega Sp. Lucrezio e volle che i propri littori passassero a lui ch'era maggiore d'età e ordinò che a turno,
mese per mese, gli stessi littori precedessero uno solo dei consoli perché non ci fossero più insegne d'impero
in un libero popolo di quel che non ci fossero state in un regno. Non fu davvero un uomo mediocre, io penso, questo console che, data una moderata libertà al popolo, conservò più facilmente l'autorità dei grandi.
E non senza ragione io vi decanto queste cose tanto vecchie ormai per voi e inconsuete: in queste insigni
persone e in questi tempi io trovo gli uomini e le cose che mi devono servir d'esempio per la dimostrazione
che vi sto preparando.
XXXII
A quei tempi dunque la repubblica era governata dal Senato tanto che, pur avendo il popolo la libertà,
ben poche cose egli faceva, poiché la più gran parte degli affari di Stato era decisa dall'autorità del Senato
secondo í suoi principi e le sue tradizioni, e i consoli avevano sì un potere limitato