AGOSTINO
La città di Dio
Edizione Acrobat
a cura di
Patrizio Sanasi
(www.bibliomania.it)
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Premessa
[DALLE RITRATTAZIONI 2, 43]
Frattanto Roma fu messa a ferro e fuoco con l’invasione dei Goti che militavano sotto il re Alarico;
l’occupazione causò un’enorme sciagura. Gli adoratori dei molti falsi dèi, che con un appellativo in uso
chiamiamo pagani tentarono di attribuire il disastro alla religione cristiana e cominciarono a insultare il Dio vero
con maggiore acrimonia e insolenza del solito. Per questo motivo io, ardendo dello zelo della casa di Dio 1, ho
stabilito di scrivere i libri de La città di Dio contro questi insulti perché sono errori. L’opera mi tenne occupato
per molti anni. Si frapponevano altri impegni che non era opportuno rimandare e che esigevano da me una
soluzione immediata. Finalmente questa grande opera, La città di Dio, fu condotta a termine in ventidue libri. I
primi cinque confutano coloro i quali vogliono la vicenda umana così prospera da ritenere necessario il culto dei
molti dèi che i pagani erano soliti adorare. Sostengono quindi che avvengano in grande numero queste sciagure in
seguito alla proibizione del culto politeistico. Gli altri cinque contengono la confutazione di coloro i quali
ammettono che le sciagure non sono mai mancate e non mancheranno mai agli uomini e che esse, ora grandi ora
piccole, variano secondo i luoghi, i tempi e le persone. Sostengono tuttavia che il politeismo e relative pratiche
sacrali sono utili per la vita che verrà dopo la morte. Con questi dieci libri dunque sono respinte queste due
infondate opinioni contrarie alla religione cristiana. Qualcuno poteva ribattere che noi avevamo confutato gli
errori degli altri senza affermare le nostre verità. Questo è l’assunto della seconda parte dell’opera che comprende
dodici libri. Tuttavia all’occasione anche nei primi dieci affermiamo le nostre verità e negli altri dodici
confutiamo gli errori contrari. Dei dodici libri che seguono dunque i primi quattro contengono l’origine delle due
città, una di Dio e l’altra del mondo; gli altri quattro, il loro svolgimento o sviluppo; i quattro successivi, che sono
anche gli ultimi, il fine proprio. Sebbene tutti i ventidue libri riguardino l’una e l’altra città, hanno tuttavia
derivato il titolo dalla migliore. Perciò è stata preferita l’intestazione La città di Dio. Nel decimo libro non doveva
esser considerato un miracolo il fatto che in un sacrificio che Abramo offrì, una fiamma venuta dal cielo trascorse
tra le vittime divise a metà 2, perché gli fu mostrato in una visione. Nel libro decimosettimo si afferma di Samuele
che non era dei figli di Aronne 3. Era preferibile dire: Non era figlio di un sacerdote. Infatti era piuttosto costume
garantito dalla legge che i figli dei sacerdoti succedessero ai sacerdoti defunti; tra i figli di Aronne si trova
appunto il padre di Samuele, ma non fu sacerdote. Né si deve considerare tra i figli, nel senso che discendesse da
Aronne, ma nel senso che tutti gli appartenenti al popolo ebraico son detti figli di Israele. L’opera comincia così:
Gloriosissimam civitatem Dei.
Lettera 212/A. Scritta nel 426. Agostino invia a Firmo i XXII ll. de La città di Dio con un riassunto generale e uno particolare
a ciascun libro, indicandogli a chi darli a copiare.
AGOSTINO INVIA CRISTIANI SALUTI A FIRMO, SIGNORE EGREGIO E DEGNO D’ONORE OLTRE CHE VENERABILE FIGLIO
Come ti avevo promesso, ti ho inviato i libri su La città di Dio, che mi avevi chiesti con immensa premura,
dopo che li ho riletti; cosa questa che ho fatto sì con l’aiuto di Dio, ma dietro le preghiere di Cipriano, tuo fratello
germano e figlio mio, così insistenti come io avrei desiderato mi fossero rivolte. Sono ventidue quaderni ch’è
difficile ridurre in un solo volume; se poi vuoi farne due volumi, devi dividerli in modo che uno contenga dieci
libri e l’altro dodici. Eccone il motivo: nei primi dieci sono confutati gli errori dei pagani, nei restanti invece è
dimostrata e difesa la nostra religione, quantunque ciò sia stato fatto anche nei primi dieci, dov’è parso più
opportuno, e l’altra cosa sia stata fatta anche in questi ultimi. Se invece preferisci farne non solo due ma più
volumi, allora è opportuno che tu ne faccia cinque volumi, di cui il primo contenga i primi cinque libri nei quali si
discute contro coloro i quali sostengono che, alla felicità della vita presente, giova il culto non proprio degli dèi
ma dei demoni; il secondo volume contenga i seguenti altri cinque libri i quali confutano coloro che credono
debbano adorarsi, mediante riti sacri e sacrifici, numerosissimi dèi di tal genere o di qualunque altro genere, in
grazia della vita che verrà dopo la morte. Allora i seguenti altri tre volumi dovranno contenere ciascuno quattro
dei libri seguenti. Da noi infatti, la medesima parte è stata distribuita in modo che quattro libri mostrassero
l’origine della Città di Dio e altrettanti il suo progresso, o come abbiamo preferito chiamarlo, sviluppo, mentre i
quattro ultimi mostrano i suoi debiti fini. Se poi, come sei stato diligente a procurarti questi libri, lo sarai anche a
leggerli, comprenderai, per la tua esperienza personale, anziché per la mia assicurazione, quanto aiuto potranno
arrecare. Ti prego di degnarti volentieri di dare, a coloro che li chiedono per copiarli, i libri di quest’opera su La
città di Dio, che i nostri fratelli di costì a Cartagine ancora non hanno. A ogni modo non li darai a molti, ma solo a
uno o al massimo a due; questi poi li daranno a tutti quanti gli altri. Inoltre, il modo con cui darli, non solo ai
fedeli cristiani tuoi amici che desiderano istruirsi, ma anche a quanti siano legati a qualche superstizione, dalla
quale potrà sembrare che possano essere liberati per mezzo di questa nostra fatica in virtù della grazia di Dio,
veditelo da te stesso. Io farò in modo – se Dio lo vorrà – di scriverti spesso per chiederti a quale punto sei giunto
nel leggerli. Istruito come sei, non ignori quanto giovi una lettura ripetuta per comprendere quel che si legge. In
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realtà non v’è alcuna difficoltà di comprendere o è certo minima quando esiste la facilità di leggere, la quale
diventa tanto maggiore quanto più la lettura è ripetuta, di modo che mediante la continua ripetizione [si capisce
chiaramente quello che, per mancanza di diligenza], era stato duro da intendere. Mio venerabile figlio Firmo,
signore esimio e degno d’essere onorato, ti prego di rispondermi per farmi sapere in qual modo sei arrivato a
procurarti i libri Sugli Accademici scritti da me poco dopo la mia conversione, poiché in una lettera precedente
l’Eccellenza tua mi ha fatto credere che ne era a conoscenza. Quanti argomenti poi comprenda l’opera scritta nei
ventidue libri lo indicherà il sommario che ti ho inviato.
1 - Sal 68, 10; Gv 2, 17.
2 - De civ. Dei 10, 8.
3 - De civ. Dei 17, 5.
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Libro I
SOMMARIO
Premessa. L’intenzione e l’argomento dell’opera
1. I barbari nel saccheggio di Roma in onore a Cristo hanno risparmiato gli avversari del nome di Cristo.
2. Non si sono mai avute guerre in cui i vincitori in onore agli dèi dei popoli sconfitti hanno risparmiato i vinti.
3. Con poca avvedutezza i Romani credettero di essere protetti dagli dèi penati che non furono capaci di
difendere Troia.
4. Il luogo di rifugio dedicato a Giunone in Troia non scampò alcuno dei Greci, mentre le basiliche degli
Apostoli scamparono dai barbari tutti coloro che vi si rifugiarono.
5. Il parere di Catone sulla generale usanza che i nemici demolissero le città vinte.
6. Anche i Romani, dopo aver preso le città, non risparmiavano i vinti rifugiati nei templi.
7. Nel saccheggio di Roma le azioni efferate derivarono dall’usanza della guerra, quelle miti dal potere del
nome di Cristo.
8. Vantaggi e svantaggi che spesso sono comuni a buoni e cattivi.
9. Le ragioni delle prove da cui buoni e cattivi sono afflitti.
10. Nella perdita dei beni terreni i santi non perdono nulla.
11. Il fine della vita terrena più lunga o più breve.
12. L’impedimento alla sepoltura dei cadaveri non toglie nulla ai cristiani.
13. Il motivo per cui si devono seppellire i corpi dei cristiani.
14. Il conforto divino non mancò mai ai cristiani in prigionia.
15. In Regolo si ha un esempio della sopportazione volontaria della prigionia per la religione, ma non poté
essergli di aiuto, sebbene adorasse gli dèi.
16. Se la virtù della coscienza ha potuto esser violata senza il consenso della volontà dagli stupri che
eventualmente le vergini consacrate hanno subito in prigionia.
17. La morte volontaria per timore della pena o del disonore.
18. La violenza e la libidine che la coscienza subisce contro volere nel corpo sottomesso con la forza.
19. L’episodio di Lucrezia che si uccise per lo stupro subito.
20. Non v’è passo della Scrittura che consenta ai cristiani il diritto a una morte volontaria.
21. Le uccisioni che non rientrano nel reato di omicidio.
22. Se è possibile che la morte volontaria esprima in qualche caso la grandezza d’animo.
23. . Come giudicare l’esempio di Catone che si uccise perché non sopportava la vittoria di Cesare.
24. I cristiani si distinguono nel coraggio per cui Regolo fu superiore a Catone.
25. Il peccato non si deve evitare col peccato.
26. Quale giustificazione si può attribuire ad azioni illecite quando si viene a conoscere che sono state compiute
da uomini santi.
27. Se si può incontrare una morte volontaria per evitare il peccato.
28. Con quale giudizio di Dio è stata permessa la libidine dei nemici nel corpo di individui consacrati alla
continenza.
29. Che cosa deve rispondere la famiglia di Cristo agli infedeli quando obiettano che Cristo non l’ha difesa dalla
barbarie dei nemici.
30. La obbrobriosa prosperità di chi vorrebbe abbondare chi si lamenta della civiltà cristiana.
31. La graduale immoralità con cui crebbe fra i Romani la passione del potere.
32. L’istituzione degli spettacoli.
33. L’immoralità dei Romani che la rovina della patria non ha eliminato.
34. La bontà di Dio ha reso più sopportabile la strage di Roma.
35. Figli della Chiesa nascosti tra gli infedeli e falsi cristiani nella Chiesa.
36. Gli argomenti da discutersi in seguito.
LIBRO PRIMO
LE SVENTURE UMANE E LA PROVVIDENZA
Premessa
Nell’ideare questa opera dovuta alla promessa che ti ho fatto 1, o carissimo figlio Marcellino, ho inteso
difendere la gloriosissima città di Dio contro coloro che ritengono i propri dèi superiori al suo fondatore, sia
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mentre essa in questo fluire dei tempi, vivendo di fede 2, è esule fra gli infedeli, sia nella quiete della patria celeste
che ora attende nella perseveranza 3, finché la giustizia non diventi giudizio 4 e che poi conseguirà mediante la
supremazia con la vittoria ultima e la pace finale. È una grande e difficile impresa ma Dio è nostro aiuto 5. So
infatti quali forze si richiedono per convincere i superbi che è molto grande la virtù dell’umiltà. Con essa appunto
la grandezza non accampata dalla presunzione umana ma donata dalla grazia divina trascende tutte le altezze
terrene tentennanti nel divenire del tempo. Infatti il re e fondatore di questa città, di cui ho stabilito di trattare,
nella scrittura del suo popolo ha rivelato un principio della legge divina con le parole: Dio resiste ai superbi e dà
la grazia agli umili 6. Anche il tronfio sentimento dell’anima superba vuole presuntuosamente che gli si riconosca
fra le glorie il potere, che è di Dio, di usare moderazione con i soggetti e assoggettare i superbi 7. Perciò anche nei
confronti della città terrena la quale, quando tende a dominare, è dominata dalla passione del dominare anche se i
cittadini sono soggetti, non si deve passare sotto silenzio, se si presenta l’occasione, ciò che richiede la tematica
dell’opera in progetto.
Legge di guerra sospesa in onore a Cristo (1-7)
1. Da essa infatti provengono nemici, contro i quali deve essere difesa la città di Dio. Di costoro tuttavia
molti, rinunciando all’errore d’empietà, divengono in essa cittadini ben disposti. Molti invece sono infiammati
contro di lei da odio così ardente e sono ingrati ai benefici tanto evidenti del suo Redentore che oggi non
parlerebbero male di lei se nel fuggire il ferro dei nemici non avessero salvato nei luoghi sacri la vita, di cui oggi
sono arroganti. Non sono forse contrari al nome di Cristo anche quei Romani che i barbari per rispetto a Cristo
hanno risparmiato? Ne fanno fede i sepolcri dei martiri e le basiliche degli apostoli che accolsero nel saccheggio
di Roma fedeli ed estranei che in essi si erano rifugiati 8. Fin lì incrudeliva il nemico sanguinario, qui si arrestava
la mano di chi menava strage, là da nemici pietosi venivano condotti individui risparmiati anche fuori di quei
luoghi affinché non s’imbattessero in altri che non avevano eguale umanità. Altrove erano spietati e incrudelivano
come nemici. Ma appena giungevano in quei luoghi, in cui era proibito ciò che altrove era lecito per diritto di
guerra, veniva contenuta l’efferatezza dell’uccidere e il desiderio di far prigionieri. Così molti scamparono. Ed ora
denigrano la civiltà cristiana e attribuiscono a Cristo i mali che la città ha subito. Al contrario, non attribuiscono al
nostro Cristo ma al loro destino il bene che in onore a Cristo si è verificato a loro vantaggio. Dovrebbero piuttosto,
se fossero un po’ saggi, attribuire le crudeltà e le sventure che hanno subito dai nemici alla divina provvidenza.
Essa di solito riforma radicalmente con le guerre i costumi corrotti degli individui ed anche mette alla prova con
tali sventure la vita lodevolmente onesta degli uomini e dopo averla provata o l’accoglie in un mondo migliore o
la conserva ancora in questo mondo per altri compiti. Dovrebbero invece attribuire alla civiltà cristiana il fatto
che, fuori dell’usanza della guerra, i barbari li abbiano risparmiati, o dovunque per rispetto al nome di Cristo o nei
luoghi particolarmente dedicati al nome di Cristo, molto spaziosi e quindi scelti per una più larga bontà di Dio a
contenere molta gente. Perciò dovrebbero ringraziare Dio e divenire con sincerità seguaci del nome di Cristo per
sfuggire le pene del fuoco eterno, mentre molti lo hanno adoperato con inganno per sfuggire le pene dello
sterminio nel tempo. Infatti moltissimi di essi che si vedono insultare insolentemente e sfrontatamente i servi di
Cristo son proprio quelli che non sarebbero sfuggiti alla morte e alla strage se non avessero finto di essere servi di
Cristo. Ed ora per ingrata superbia ed empia follia si oppongono al suo nome con cuore malvagio per esser puniti
con le tenebre eterne; e allora avevano invocato quel nome con parole sia pure false per continuare a godere della
luce temporanea.
2. Sono state tramandate tante guerre prima e dopo la fondazione e la dominazione di Roma. Leggano ed
esibiscano o che una città sia stata occupata da stranieri con la garanzia che i nemici occupanti risparmiassero
coloro che avessero trovati rifugiati nei templi dei loro dèi o che un condottiero di barbari avesse ordinato nel
saccheggio di una città di non uccidere chi fosse stato trovato in questo o quel tempio. Al contrario Enea vide
Priamo che imbrattava di sangue i fuochi sacri che egli stesso aveva consacrato 9. E Diomede ed Ulisse, uccisi i
custodi del tempio posto sulla rocca, afferrarono la statua di Pallade e con le mani insanguinate osarono toccare
le bende verginali della dea. Ma non è vero quel che segue: Da quel fatto la speranza dei Greci fu ricacciata
definitivamente in alto mare 10. Al contrario dopo quel fatto vinsero, distrussero Troia a ferro e fuoco, trucidarono
Priamo che si era rifugiato presso l’altare 11. E Troia non fu distrutta perché perdé Minerva. Ancor prima che cosa
aveva perduto Minerva stessa per andare perduta? Forse i custodi? Ma proprio questo è vero perché con la loro
uccisione fu possibile trafugarla. Dunque non gli uomini erano difesi dalla statua ma la statua dagli uomini.
Perché allora era venerata per custodire la patria e i cittadini se non riuscì a custodire i propri custodi?.
3. Eppure i Romani si rallegravano di avere affidata la propria città alla protezione di questi dèi. O errore
degno di tanta commiserazione! E si adirano con noi quando parliamo così dei loro dèi e non si arrabbiano con i
propri scrittori. Pagano anzi per pubblicarli e per di più hanno ritenuto degni di compenso da parte dello Stato e di
onori gli stessi insegnanti. Adduciamo come esempio Virgilio. I fanciulli lo leggono appunto perché il grande
poeta, il più illustre e alto di tutti, assimilato dalle tenere menti non sia dimenticato con facilità, secondo il detto di
Orazio: Il vaso di creta conserverà a lungo il profumo con cui è stato riempito appena modellato 12. Presso
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Virgilio dunque Giunone, ostile ai Troiani, è presentata mentre dice ad Eolo, re dei venti, per istigarlo contro di
loro: Una gente a me nemica naviga il mar Tirreno per portare in Italia i vinti penati di Troia 13. Ma davvero sono
stati tanto prudenti da affidare Roma perché non fosse vinta a codesti penati vinti? Giunone però parlava così da
donna arrabbiata senza sapere quel che diceva. Ma Enea, chiamato tante volte pio, così narra: Panto di Otreo,
sacerdote del tempio di Apollo, con la mano consacrata sostiene i dèi vinti e conduce il nipotino e fuori di sé di
corsa si avvicina alle porte 14. Ed Enea fa capire che a lui gli dèi, giacché non dubita di chiamarli vinti, sono stati
affidati e non lui agli dèi, quando gli si dice: Troia ti affida le cose sacre e i propri penati 15. Dunque Virgilio
dichiara vinti gli dèi e affidati a un uomo affinché, sebbene vinti, in qualche modo siano salvati. È pazzia dunque
il pensare che è stato saggio l’affidare Roma a tali difensori e che è stato possibile saccheggiarla soltanto perché li
ha perduti. Anzi l’onorare dèi vinti come validi difensori significa soltanto conservare non buoni numi ma cattivi
nomi. Non è saggio dunque credere che Roma non sarebbe giunta a tanta sconfitta se prima non fossero andati
perduti ma piuttosto che da tempo sarebbero andati perduti se Roma non li avesse conservati finché le è riuscito.
Ciascuno può notare, purché rifletta, con quanta leggerezza si sia presupposto che essa sotto la protezione di
difensori vinti non poteva essere vinta e che è andata perduta perché ha perduto gli dèi custodi. Piuttosto sola
causa del perdersi ha potuto essere l’aver voluto dèi difensori che sarebbero andati perduti. Non è dunque che i
poeti si divertivano a mentire quando venivano scritti in versi quei fatti sugli dèi vinti, ma la verità costringeva
uomini saggi a parlar così. Tuttavia questi concetti si devono esporre diligentemente e diffusamente in altra parte.
Ora per un po’ sbrigherò, come posso, l’argomento già iniziato sugli uomini ingrati. Essi attribuiscono
bestemmiando a Cristo i mali che meritatamente hanno subito a causa della propria perversità. Non si degnano di
riflettere che sono risparmiati, anche se non credenti, in onore del Cristo. Usano inoltre contro il suo nome per
frenesia di empia perversità quella stessa lingua con cui mentitamente adoperarono il medesimo nome per salvare
la vita o per timore la fecero tacere nei luoghi a lui dedicati. Così pienamente sicuri in quei luoghi, sono scampati
dai nemici per uscirne fuori a lanciare maledizioni contro di lui.
4. Come ho detto, la stessa Troia, madre del popolo romano, non poté difendere nei templi degli dèi i propri
cittadini dal fuoco e ferro dei Greci che onoravano gli stessi dèi. Anzi Fenice e il fiero Ulisse, guardie scelte,
sorvegliavano il bottino nel tempio di Giunone. In esso vengono raccolti gli oggetti preziosi di Troia sottratti alle
case bruciate, gli altari, i vasi d’oro massiccio e le vesti sacre. Stanno attorno in lunga fila fanciulli e madri
tremanti 16. Fu scelto dunque il tempio sacro a una dea sì grande non perché si ritenne illecito sottrarre di lì i
prigionieri ma perché si era deciso di chiuderveli. Ed ora confronta con i luoghi eretti in memoria dei nostri
Apostoli quel tempio non di un qualsiasi dio subalterno o della turba degli dèi inferiori ma della stessa sorella e
moglie di Giove e regina di tutti gli dèi. In esso veniva trasportato il bottino trafugato ai templi incendiati e agli
dèi non per esser donato ai vinti ma diviso fra i vincitori. Nei nostri templi invece veniva ricondotto con onore e
rispetto religioso ciò che pur trovato altrove si scoprì appartenesse ad essi. Lì fu perduta la libertà, qui conservata;
lì fu ribadita la schiavitù, qui proibita; là venivano stipati per divenire proprietà dei nemici che divenivano
padroni, qua perché rimanessero liberi venivano condotti da nemici pietosi. Infine il tempio di Giunone era stato
scelto dall’avarizia e superbia dei frivoli Greci, le basiliche di Cristo dalla liberalità e anche umiltà dei fieri
barbari. Ma forse i Greci nella loro vittoria risparmiarono i templi degli dèi che avevano in comune e non osarono
uccidere o far prigionieri i miseri Troiani vinti che ci si rifugiavano. Virgilio, secondo l’usanza dei poeti, avrebbe
mistificato quei fatti. Al contrario egli ha narrato l’usanza dei nemici che saccheggiavano le città.
5. Ma anche Cesare, come scrive Sallustio, storico di sicura veridicità, non teme di ricordare tale usanza nel
discorso che ebbe al senato sui congiurati: Furono fatti prigionieri ragazze e fanciulli, strappati i figli dalle
braccia dei genitori, le madri hanno subito ciò che i vincitori si son permessi, sono stati spogliati templi e case, si
sono avute stragi e incendi, infine tutto era in balia delle armi, dei cadaveri, del sangue e della morte 17. Se avesse
taciuto i templi, potevamo pensare che i nemici di solito risparmiavano le dimore degli dèi. E i templi romani
subivano queste profanazioni non da nemici di altra stirpe ma da Catilina e soci, nobili senatori e cittadini romani.
Ma questi, si dirà, erano uomini perduti e traditori della patria.
6. Perché dunque il nostro discorso dovrebbe volgersi qua e là ai molti popoli che fecero guerra gli uni contro
gli altri e non risparmiarono mai i vinti nei templi dei propri dèi? Esaminiamo i Romani stessi, riferiamoci e
consideriamo, dico, i Romani, a cui lode singolare fu detto risparmiare i soggetti e assoggettare i superbi 18, anche
per il fatto che, ricevuta una ingiuria, preferivano perdonare che vendicarsi 19. Giacché, per estendere il proprio
dominio, hanno saccheggiato dopo l’espugnazione e la conquista tante e grandi città, ci si mostri quali templi
avevano usanza di esentare perché chiunque vi si rifugiasse rimanesse libero. Forse essi lo facevano ma gli
scrittori di quelle imprese non ne hanno parlato? Ma davvero essi che andavano in cerca principalmente di fatti da
lodare avrebbero omesso questi che per loro erano nobilissimi esempi di rispetto? Marco Marcello, uomo illustre
nella storia di Roma, occupò la ricchissima città di Siracusa. Si narra che prima la pianse mentre stava per cadere
e che alla vista della strage versò lagrime per lei. Si preoccupò anche del rispetto al pudore col nemico. Infatti
prima che da vincitore desse l’ordine d’invadere la città, stabilì con editto che non si violentassero persone libere
20. Tuttavia la città fu distrutta secondo l’usanza delle guerre e non si legge in qualche parte che sia stato
comandato da un condottiero tanto pudorato e clemente di considerare inviolabile chi si fosse rifugiato in questo o
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quel tempio 21. Non sarebbe stato omesso certamente giacché non sono stati taciuti il suo pianto e l’ordine del
rispetto al pudore. Fabio che distrusse la città di Taranto è lodato perché si astenne dal saccheggio delle statue. Il
segretario gli chiese cosa disponesse di fare delle molte immagini degli dèi che erano state prese. Ed egli abbellì la
propria morigeratezza anche con una battuta scherzosa. Chiese come fossero. Gli risposero che erano molte,
grandi e anche armate. Ed egli: Lasciamo gli dèi irati ai Tarentini 22. Dunque gli storiografi di Roma non poterono
passare sotto silenzio né il pianto del primo né l’umorismo di quest’ultimo, né la pudorata clemenza del primo né
la scherzosa morigeratezza del secondo. Quale motivo dunque di passar sotto silenzio se per rispetto di qualcuno
dei propri dèi avessero risparmiato degli individui proibendo in qualche tempio la strage o la riduzione in
schiavitù?
7. E tutto ciò che nella recente sconfitta di Roma è stato commesso di rovina, uccisione, saccheggio, incendio
e desolazione è avvenuto secondo l’usanza della guerra. Ma si è verificato anche un fatto secondo una nuova
usanza. Per un inconsueto aspetto degli eventi la rozzezza dei barbari è apparsa tanto mite che delle spaziose
basiliche sono state scelte e designate per essere riempite di cittadini da risparmiare. In esse nessuno doveva
essere ucciso, da esse nessuno sottratto, in esse molti erano condotti da nemici pietosi perché conservassero la
libertà, da esse nessuno neanche dai crudeli nemici doveva esser condotto fuori per esser fatto prigioniero. E
chiunque non vede che il fatto è dovuto al nome di Cristo e alla civiltà cristiana è cieco, chiunque lo vede e non lo
riconosce è ingrato e chiunque si oppone a chi lo riconosce è malato di mente. Un individuo cosciente non lo
attribuisca alla ferocia dei barbari. Animi tanto fieri e crudeli ha sbigottito, ha frenato, ha moderato fuori
dell’ordinario colui che, mediante il profeta, tanto tempo avanti aveva predetto: Visiterò con la verga le loro
iniquità e con flagelli i loro peccati ma non allontanerò da loro la mia misericordia 23.
I mali della storia e la Provvidenza (8-28)
8. 1. Qualcuno dirà: Perché questo tratto della bontà di Dio è giunto anche a miscredenti e ingrati? Perché?
Certamente perché lo ha compiuto colui che ogni giorno fa sorgere il suo sole sopra buoni e cattivi e fa piovere su
giusti e ingiusti 24. Alcuni di loro riflettendo con ravvedimento su questi fatti si convertono dalla loro miscredenza;
altri invece, come dice l’Apostolo, disprezzando la ricchezza della bontà e longanimità di Dio a causa della
durezza del loro cuore e di un cuore incapace di ravvedimento, mettono a profitto lo sdegno nel giorno dello
sdegno e della manifestazione del giusto giudizio di Dio che renderà a ciascuno secondo le sue azioni 25. Tuttavia
la pazienza di Dio invita i cattivi al ravvedimento, come il flagello di Dio istruisce i buoni alla pazienza. Allo
stesso modo la misericordia di Dio abbraccia i buoni per proteggerli, come la severità di Dio ghermisce i cattivi
per punirli. È ordinamento infatti della divina provvidenza preparare per il futuro ai giusti dei beni, di cui non
godranno gli ingiusti, e ai miscredenti dei mali, con cui non saranno puniti i buoni. Ha voluto però che beni e mali
nel tempo siano comuni ad entrambi affinché i beni non siano cercati con eccessiva passione, poiché si vede che
anche i cattivi li hanno, e non si evitino disonestamente i mali, poiché anche i buoni spesso ne sono colpiti.
8. 2. Inoltre differisce molto la condizione tanto di quella che si considera prosperità come di quella che si
considera avversità. L’individuo onesto non si inorgoglisce dei beni e non si abbatte per i mali temporali; il cattivo
invece è punito dalla sorte sfavorevole appunto perché abusa della favorevole. Tuttavia Dio manifesta abbastanza
chiaramente la sua opera spesso anche nel dispensare tali cose. Se una pena palese colpisse ogni peccato nel
tempo, si potrebbe pensare che nulla è riservato all’ultimo giudizio. Se al contrario un palese intervento di Dio
non punisse nel tempo alcun peccato, si potrebbe pensare che non esiste la divina provvidenza. Lo stesso è per la
prosperità. Se Dio non la concedesse con evidente munificenza ad alcuni che la chiedono, diremmo che queste
cose non sono di sua competenza. Allo stesso modo se la concedesse a tutti quelli che la chiedono, supporremmo
che si deve servirlo soltanto in vista di tali ricompense. Il servizio a lui non ci renderebbe devoti ma interessati e
avari. Stando così le cose, buoni e cattivi sono egualmente tribolati, ma non ne consegue che non siano diversi
perché non è diversa la sofferenza che gli uni e gli altri hanno sopportato. Resta la differenza di chi soffre anche
nella eguaglianza della sofferenza e, sebbene sia comune la pena, non sono la medesima cosa la virtù e il vizio.
Come in un medesimo fuoco l’oro brilla, la paglia fuma, come sotto la medesima trebbia le stoppie sono triturate e
il grano è mondato e la morchia non si confonde con l’olio per il fatto che è spremuto dal medesimo peso del
frantoio, così una unica e medesima forza veemente prova, purifica, filtra i buoni, colpisce, abbatte e demolisce i
cattivi. Quindi in una medesima sventura i cattivi maledicono e bestemmiano Dio, i buoni lo lodano e lo pregano.
La differenza sta non nella sofferenza ma in chi soffre. Infatti anche se si scuotono con un medesimo movimento,
il fetidume puzza disgustosamente, l’unguento profuma gradevolmente.
9. 1. Dunque nella desolazione degli avvenimenti passati, se si valutano con la fede, che cosa hanno sofferto i
cristiani che non è riuscito a loro vantaggio? Prima di tutto possono riflettere umilmente sui peccati, a causa dei
quali Dio sdegnato ha riempito il mondo di tante sventure. E sebbene essi siano ben lontani dagli scellerati,
disonesti e miscredenti, tuttavia non si ritengono così immuni dalle colpe da non giudicarsi degni di dover
sopportare, a causa di esse, mali nel tempo. Si fa eccezione per il caso che un individuo, pur vivendo onestamente,
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cede in alcune circostanze alla concupiscenza carnale, sebbene non fino all’enormità della scelleratezza, non fino
al gorgo della disonestà e all’abbominio dell’immoralità, ma ad alcuni peccati o rari o tanto più frequenti quanto
più piccoli. Eccettuato dunque questo caso, è forse facile trovare chi tratti come devono esser trattati coloro, per la
cui tremenda superbia, lussuria, avarizia ed esecrande ingiustizie e immoralità, Dio, come ha predetto con
minacce, distrugge i paesi 26? Chi tratta con essi come devono esser trattati? Il più delle volte infatti colpevolmente
si trascura di istruirli e ammonirli e talora anche dal rimproverarli e biasimarli o perché rincresce l’impegno o
perché ci vergogniamo di affrontarli o per evitare rancori. Potrebbero ostacolarci e nuocerci nelle cose del mondo
o perché la nostra avidità desidera ancora di averne o perché la nostra debolezza teme di perderle. Certamente ai
buoni dispiace la condotta dei cattivi e pertanto non incorrono assieme ad essi nella condanna che è riservata ai
malvagi dopo questa vita. Tuttavia, dato che sono indulgenti con i loro peccati degni di condanna perché si
preoccupano per i propri sebbene lievi e veniali, giustamente sono flagellati con i malvagi nel tempo, quantunque
non siano puniti per l’eternità. Ma giustamente, quando vengono per disposizione divina tribolati assieme ai
cattivi, sentono l’amarezza della vita perché, amandone la dolcezza, hanno preferito non essere amari con i
malvagi che peccavano.
9. 2. Ma se qualcuno si astiene dal rimproverare e biasimare coloro che agiscono male o perché aspetta un
tempo più opportuno o perché teme per essi che da ciò non diventino peggiori o perché potrebbero scandalizzarsi,
importunare e allontanare dalla fede individui deboli, che devono essere educati alla bontà e alla pietà, allora
evidentemente non si ha l’interesse dell’avidità ma la prudenza della carità. È da considerarsi colpa il fatto che
coloro i quali vivono onestamente e detestano le azioni dei malvagi, sono tuttavia indulgenti con i peccati degli
altri che dovrebbero redarguire o rimproverare. Lo fanno per evitare le loro reazioni perché non nuocciano loro
nelle cose che i buoni usano lecitamente e onestamente ma con desiderio più intenso di quanto sarebbe opportuno
per chi è esule in questo mondo e professa la speranza di una patria superiore. Or vi sono individui più deboli che
menano vita coniugale, hanno figli o desiderano averli, posseggono casa e famiglia. L’Apostolo si volge loro nelle
varie chiese insegnando e istruendo come le mogli devono comportarsi con i mariti e i mariti con le mogli, i figli
con i genitori e i genitori con i figli, i servi con i padroni e i padroni con i servi 27. Costoro con piacere conseguono
molti beni temporali e terreni e con dolore li perdono, quindi per mantenerli non osano affrontare coloro la cui vita
peccaminosa e delittuosa, a loro avviso, è reprensibile. Ma anche quelli che hanno raggiunto un grado più perfetto
di vita, non sono intralciati dai legami coniugali e si limitano nel vitto e nel vestito, nel temere le macchinazioni e
la violenza dei malvagi contro il proprio buon nome e incolumità, per lo più si astengono dal riprenderli.
Certamente non li temono al punto da giungere a compiere simili azioni a causa delle intimidazioni e perversità
dei malvagi. Tuttavia spesso non vogliono rimproverare le azioni, che non compiono assieme ai disonesti, sebbene
potrebbero col rimprovero correggerne alcuni, perché, se non riuscissero, la loro incolumità e buon nome
potrebbero subire un grave danno. Non lo fanno perché considerano il loro buon nome e la vita indispensabili
all’educazione degli uomini, ma piuttosto per debolezza perché fanno piacere le parole lusinghiere e la vita serena
28 e si temono il giudizio sfavorevole del volgo, la sofferenza e la morte fisica, cioè a causa di certi legami della
passione e non dei doveri della carità.
9. 3. Non mi sembra una ragione di poco rilievo che anche i buoni siano colpiti con i cattivi dal momento che
Dio vuole punire la immoralità anche con la calamità delle pene nel tempo. Sono puniti insieme non perché
conducono insieme una vita cattiva ma perché amano insieme la vita nel tempo, non in maniera eguale, comunque
insieme. I buoni dovrebbero averla in minor conto affinché i malvagi efficacemente ammoniti conseguano la vita
eterna. E se non volessero esser compagni nel conseguirla, dovrebbero esser sopportati e amati come nemici,
giacché finché vivono, non si sa mai se non muteranno in meglio il proprio volere. In proposito, non certamente
eguale ma di gran lunga più grave responsabilità hanno coloro ai quali per mezzo del profeta si dice: Egli morrà
nel suo peccato, ma io chiederò conto del suo sangue dalla mano della sentinella 29. Le sentinelle, cioè i capi delle
comunità sono stati costituiti nelle chiese proprio perché non si astengano dal rimproverare i peccati. Tuttavia non
è del tutto immune da colpa chi, sebbene non sia posto a capo, conosce e trascura di biasimare e correggere molti
fatti in coloro, ai quali è unito da particolare condizione di vita, se vuole evitare fastidi in vista di quei beni che in
questa vita usa onestamente ma da cui ritrae piacere più del dovuto. Inoltre per i buoni si ha un’altra ragione della
loro soggezione ai mali temporali. È il caso di Giobbe. La coscienza dell’individuo nella prova si rende
consapevole del disinteressato sentimento di pietà con cui ama Dio.
10. 1. Considerati attentamente secondo ragione questi fatti, rifletti se ai credenti e devoti sia avvenuto
qualche male che non si sia mutato per loro in bene. A meno di pensare eventualmente che è vuoto di significato il
detto dell’Apostolo: Sappiamo che a coloro che amano Dio tutte le cose si volgono in bene 30. Hanno perduto tutto
ciò che avevano. Ma anche la fede? anche la pietà? anche il bene della coscienza ricca davanti a Dio 31? Queste
sono le ricchezze dei cristiani. E l’Apostolo che ne era ricco diceva: È un grande guadagno la pietà con quanto
basta. Non abbiamo portato nulla in questo mondo ma non possiamo portar via nulla. Se abbiamo di che
mangiare e coprirci, contentiamoci. Coloro che vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, nello
scandalo e in vari desideri stolti e dannosi che infossano l’uomo nella rovina e perdizione. Radice infatti di tutti i
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mali è l’amore del denaro ed alcuni che in esso sono incorsi si sono allontanati dalla fede e si sono impigliati in
molti dolori 32.
10. 2. Torniamo a quelli che hanno perduto le ricchezze nel saccheggio di Roma. Se le consideravano come
hanno udito da questo uomo povero nel corpo ma ricco nella coscienza, cioè se usavano del mondo come se non
ne usassero 33, han potuto dire come Giobbe gravemente tentato ma non vinto: Sono uscito nudo dal grembo di
mia madre e nudo tornerò alla terra. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, è avvenuto come è piaciuto al
Signore; sia benedetto il nome del Signore 34. Da buon servo dovette considerare come grande ricchezza lo stesso
volere del suo Signore, obbedendogli si arricchì nello spirito, non si addolorò perché da vivo fu abbandonato da
quelle cose che, morendo, in breve avrebbe abbandonato. I più deboli poi che con una certa avidità si erano
attaccati ai beni terreni, sebbene non li preponessero a Cristo, hanno esperimentato perdendoli fino a qual punto
peccavano amandoli. Infatti sono stati tanto addolorati quanto si erano impigliati in dolori, secondo il detto
dell’Apostolo che dianzi ho citato. Era infatti necessario che intervenisse l’insegnamento delle prove per
individui, da cui a lungo era stato trascurato quello delle parole. Infatti quando l’Apostolo dice: Coloro che
vogliono diventar ricchi incorrono nella tentazione, eccetera, certamente riprova nelle ricchezze l’amore
disordinato, non la facoltà di averle perché in un altro passo ha ordinato: Comanda ai ricchi di questo mondo di
non atteggiarsi a superbia e di non sperare nelle ricchezze fallibili, ma nel Dio vivo che generosamente ci dà a
godere tutte le cose; agiscano bene, siano ricchi nelle opere buone, diano con facilità, condividano, mettano a
frutto un buon stanziamento per il futuro allo scopo di raggiungere la vera vita 35. Coloro che trattavano così le
proprie ricchezze hanno compensato lievi danni con grandi guadagni e si sono più rallegrati delle ricchezze che
dando con facilità hanno conservato più sicuramente che contristati di quelle che tenendo strette per timore hanno
perduto con tanta facilità. È avvenuto che è stato perduto sulla terra ciò che rincresceva trasferire altrove. Vi sono
alcuni che hanno accolto il consiglio del loro Signore che dice: Non accumulatevi tesori sulla terra perché in essa
la tignola e la ruggine distruggono e i ladri scassano e rubano, ma mettete a frutto per voi un tesoro nel cielo
perché in esso il ladro non arriva e la tignola non distrugge. Dove infatti è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore
36. Costoro nel tempo della sventura hanno provato quanto furono saggi nel non disprezzare il maestro più veritiero
e il custode più fedele e insuperabile del proprio tesoro. Perché se molti si son rallegrati di avere le proprie
ricchezze dove per puro caso il nemico non giunse, quanto più tranquillamente e sicuramente poterono rallegrarsi
coloro che per consiglio del proprio Dio le hanno trasferite là dove non poteva assolutamente giungere. Per questo
il nostro Paolino, vescovo di Nola, da uomo straordinariamente ricco divenuto volontariamente poverissimo e
santo di grande ricchezza, quando i barbari saccheggiarono anche Nola, fatto prigioniero, così pregava in cuor
suo, come abbiamo appreso da lui personalmente: O Signore, fa’ che non mi affligga per l’oro e l’argento; tu sai
dove sono tutte le mie cose. Aveva tutte le sue cose in quel luogo, in cui gli aveva insegnato ad accumularle e
metterle a frutto colui il quale aveva preannunciato che simili mali sarebbero avvenuti nel mondo. E per questo
coloro che avevano obbedito al consiglio del proprio Signore sul luogo e il modo con cui dovevano riporre il
tesoro, nelle incursioni dei barbari non perdettero neanche le ricchezze della terra. Ma quelli che han dovuto
pentirsi di non avere ascoltato che cosa si doveva fare dei beni terreni, hanno imparato se non in base alla
saggezza che doveva precorrere, certamente in base all’esperienza che ne seguì.
10. 3. Alcuni buoni, anche cristiani, si dirà, sono stati sottoposti a torture perché consegnassero i propri beni
ai nemici. Ma costoro non han voluto né consegnare né perdere il bene, di cui essi stessi erano buoni. Se poi han
preferito essere torturati che consegnare l’iniquo mammona, non erano buoni. Individui che sopportavano pene
tanto grandi per l’oro dovevano essere educati a sopportarne più gravi per il Cristo, per imparare ad amarlo perché
arricchisce della felicità eterna chi soffre per lui. Non dovevano dunque amare l’oro e l’argento, poiché fu grande
miseria soffrire per essi, sia che fossero occultati con la menzogna o palesati con la verità. Difatti non è stato
perduto il Cristo rendendogli testimonianza fra i tormenti e si è conservato l’oro soltanto affermando di non
averlo. Quindi erano forse più utili le torture che insegnavano ad amare un bene incorruttibile che quei beni i
quali, per farsi amare, facevano torturare i loro possessori senza alcun vantaggio.
10. 4. Ma alcuni, si dice, anche se non avevano che consegnare, sono stati torturati perché non creduti. Ma
anche costoro forse desideravano di avere e non erano poveri in virtù di una scelta santa. A loro si doveva far
capire che non le ricchezze ma gli stessi desideri disordinati sono degni di tali sventure. Se poi non avevano
riposto oro e argento per un impegno di vita più perfetto, non so se a qualcuno di loro avvenne di essere torturato
perché si è creduto che l’avesse. Ma anche se è avvenuto, certamente chi, fra le torture testimoniava una santa
povertà, testimoniava Cristo. Pertanto anche se non è riuscito a farsi credere dai nemici, tuttavia un testimone
della santa povertà non poté essere torturato senza la ricompensa del cielo.
10. 5. [11.] Ma una fame prolungata, dicono, ha fatto morire anche molti cristiani. I buoni fedeli hanno volto
anche questo fatto a proprio vantaggio sopportando con fede. La fame, come la malattia, ha sciolto dai mali di
questa vita coloro che ha estinto e ha insegnato a vivere più morigeratamente e a digiunare più a lungo coloro che
non ha estinto.
10
11. Ma, soggiungono, molti cristiani sono stati uccisi, molti sono stati sterminati da varie forme di morte per
contagio. Se il fatto è penoso, è comunque comune a tutti quelli che sono stati generati alla vita sensibile. Questo
so che nessuno è morto se non doveva morire una volta. Il termine della vita eguaglia tanto una lunga come una
breve vita. Quello che non è più, non è né migliore né peggiore né più lungo né più breve. Che differenza fa con
quale genere di morte si termina la vita se colui, per il quale è terminata, non è più soggetto a morire?
Innumerevoli tipi di morte minacciano in un modo o nell’altro ciascun uomo nelle condizioni di ogni giorno della
vita presente, finché è incerto quale di esse sopravverrà. Chiedo dunque se è peggio subirne una morendo o
temerle tutte vivendo. E so bene che senza indugio si sceglie vivere a lungo sotto l’incubo di tante morti anziché
non temerne più alcuna morendo una sola volta. Ma un discorso è ciò che l’istinto atterrito per debolezza rifugge
ed un altro ciò che la riflessione diligentemente liberata dal timore dimostra come vero. Non si deve considerare
cattiva morte quella che è preceduta da una buona vita. E non rende cattiva una morte se non ciò che segue alla
morte. Coloro che necessariamente moriranno non devono preoccuparsi molto di ciò che avviene per farli morire
ma del luogo dove saranno costretti ad andare dopo morti. I cristiani sanno che è stata di gran lunga migliore la
morte del povero credente tra i cani che lo leccavano che quella del ricco miscredente nella porpora e nella batista
37. Dunque in che cosa quel ripugnante genere di morte ha danneggiato i morti vissuti bene?.
12. 1. Inoltre, dicono, in una strage così grande non si poté seppellire i cadaveri 38. Ma la fede sincera neanche
di questo si preoccupa eccessivamente perché ricorda che le bestie divoratrici non impediranno che risorgano i
corpi, di cui non andrà perduto neanche un capello 39. La Verità stessa non avrebbe detto: Non temete coloro che
uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima 40, se nuocesse alla vita futura ciò che i nemici hanno deciso
di fare dei corpi degli uccisi. A meno che un tizio sia tanto irragionevole da sostenere che coloro i quali uccidono
il corpo non si devono temere che prima della morte uccidano il corpo, ma si devono temere che dopo la morte
non lascino inumare il corpo ucciso. È falso allora, se hanno tanto potere da esercitare sui cadaveri, ciò che ha
detto il Cristo: Essi uccidono il corpo ma dopo non possono fare altro 41. Ma è impossibile che sia falso ciò che la
Verità ha detto. È stato detto appunto che fanno qualche cosa quando uccidono perché vi è sensibilità nel corpo da
uccidere, ma poi non hanno che fare perché non vi è sensibilità nel corpo ucciso. La terra dunque non ha ricoperto
molti corpi dei cristiani. Nessuno però ha posto fuori del cielo e della terra alcuno di loro, giacché li riempie con
la presenza di sé colui che sa da che cosa risuscitare ciò che ha creato. Si dice nel salmo: Han posto i cadaveri dei
tuoi servi come cibo agli uccelli del cielo e le carni dei tuoi santi alle belve della terra; hanno versato come
acqua il loro sangue alla periferia di Gerusalemme e non vi era chi li seppellisse 42. Ma è stato detto più per
evidenziare la crudeltà di coloro i quali compirono tali azioni che la mala sorte di coloro i quali le subirono. E
sebbene agli occhi degli uomini questi fatti siano intollerabili e atroci, tuttavia preziosa alla presenza del Signore
è la morte dei suoi santi 43