CICERONE

DE OFFICIIS




LIBRO I
LIBRO II
LIBRO III


LIBRO I

È vero che tu, o figlio Marco, già da un anno scolaro di Cratippo, ed in Atene, devi essere di gran lunga fornito di precetti a principi filosofici per la grande rinomanza del maestro a della città, 1'uno dei quali ti può arricchire col suo sapere, 1'altra con i suoi esempi. Tuttavia, come io congiunsi sempre per mio profitto le lettere latine alle greche, non solo nello studio della filosofia, ma anche nell'esercizio dell'eloquenza, così penso che lo debba fare la stessa cosa, per essere ugualmente esperto nell'uso dell'una a dell'altra lingua. Nel che penso di avere arrecato grande giovamento ai nostri connazionali, così che non solo gli inesperti del greco, ma anche gli esperti ritengono d'avere conseguito un qualche profitto nel parlare a nel pensare. 2 Tu apprenderai dunque dal principe dei filosofi contemporanei, e apprenderai fintanto che vorrai; e dovrai volerlo fintanto che non sarai scontento del tuo profitto; ma tuttavia, leggendo le cose mie, che non discordano gran che dai Peripatetici, giacché gli uni e gli altri vogliamo essere Socraticí e Platonici, tu, quanto alle dottrine, userai liberamente del tuo giudizio (io non voglio impedirtelo affatto), ma, leggendo le cose mie, renderai certamente più forte e più ricco il tuo stile latino. E non vorrei che questa mia affermazione ti suonasse arrogante. Pur concedendo a molti la scienza del filosofare, se io rivendico a me ciò che è proprio dell'oratore, cioè il parlare con proprietà, con chiarezza, con eleganza, credo di poterlo fare in certo qual modo con pieno diritto, giacché, in quello studio, io ho consumato tutta la mia vita. 3 Perciò, mio Cicerone, ti esorto vivamente a leggere con attenzione non solo le mie orazioni, ma anche questi libri di filosofia, che quasi a quelle sono pari per numero: in quelle v'è maggior vigore oratorio, ma deve essere anche coltivato questo modo di parlare uniforme a temperato. E mi sembra che a nessuno dei Greci sia finora riuscito di ottenere buon successo nell'uno e nell'altro genere, coltivando il genere forense a la discussione piana; a meno che non mettiamo in questo numero Demetrio Falereo, ragionatore sottile, oratore di poco nerbo, garbato tuttavia, così che puoi riconoscere in lui il discepolo di Teofrasto5. Altri giudichi quali progressi io abbia fatto nell'uno a nell'altro genere: ma li ho coltivati entrambi. 4 Per parte mia, io credo che Platone, se avesse voluto trattare il genere forense, sarebbe diventato un potentissimo ed eloquentissimo oratore, e che Demostene se avesse ritenuto le dottrine apprese da Platone, e avesse voluto esporle, l'avrebbe fatto con molta eleganza e splendore; e lo stesso giudizio io faccio di Aristotele e di Isocrate; se non che l'uno e l'altro, innamorato della propria disciplina, tenne in poco conto quella dell'altro. Avendo ora deliberato di scrivere per lo alcune cose, e 2 molte altre in seguito, ho voluto innanzi tutto cominciare da ciò che fosse maggiormente conveniente alla tua età ed alla mia autorità. Sebbene infatti molte siano le questioni filosofiche importanti ed utili accuratamente ed ampiamente discusse dai filosofi, credo che abbiano grandissima estensione i precetti tramandati da quelli intorno ai doveri. Nessuna azione della nostra vita, si tratti di atti pubblici a privati, forensi a domestici, di rapporti con noi stessi a con altri, è esente dal dovere; anzi nell'osservanza a nella trascuratezza di questo si pone tutta 1'onorevolezza a la infamia della vita. 5 Anzi, come nell'adempimento del dovere consiste tutta l'onestà della vita, cosi nell'inosservanza di che ardisca chiamarsi filosofo, senza dare alcun precetto d'ordine morale? Ma ci sono alcune scuole che, con la loro definizione del sommo bene e del sommo male, sovvertono ogni moralità. Chi definisce il sommo bene come affatto disgiunto dalla virtù, e lo misura non col criterio dell'onestà, ma con quello del proprio vantaggio, costui, se vuol esser coerente a se stesso, e non è vinto talora dalla bontà della propria indole, non potrà coltivare né l'amicizia, né la giustizia, né la liberalità: certo non può essere in alcun modo forte, giudicando sommo male il dolore, né temperante, ponendo come sommo bene il piacere. 6 Le quali cose altrove ho trattato, sebbene esse siano chiare a non abbiano bisogno d'essere discusse.Queste filosofie dunque, se vogliono essere coerenti a se stesse, non ragionino intorno al dovere; sul quale non si possono dare precetti saldi, stabili, conformi alla natura, se non da quelli che dicono che solo ciò che è moralmente onorevole deve essere ricercato, per se stesso a sopra ogni altra cosa. Agli stoici, agli accademici, ai peripatetici spetta di diritto il dare precetti sui doveri, poiché già da tempo è stata confutata 1'opinione di Aristone, di Pirrone a di Erillo. Anche questi tuttavia avrebbero diritto di parlare sui doveri, se avessero mantenuto un qualche criterio di scelta fra le cose che lasciasse adito a determinare 1'idea del dovere. Seguirò dunque in questa circostanza ed in questo argomento soprattutto gli stoici, non come espositore, ma attingerò, come sono solito, alle loro fonti, liberamente quanto a come riterrò opportuno. 7 Ora, poiché tutto il mio ragionamento si aggirerà intorno al dovere, mi piace definir prima l'essenza del dovere; e mi meraviglio che Panezio abbia trascurato questo punto. Ogni trattazione, infatti, che s'imprenda metodicamente su qualche argomento, deve partire dalla definizione, perché ben si comprenda qual è l'oggetto di cui si discute. La dottrina del dovere abbraccia due punti: uno riguarda teoricamente il sommo bene, 1'altro i precetti, con i quali si può regolare praticamente la vita. Appartengono al primo queste questioni: se vi sono doveri assoluti, se ve ne sono più importanti di altri, ed altre questioni del medesimo genere. Sebbene questi doveri, dei quali si danno precetti, riguardino anch'essi il sommo bene, tuttavia ciò non appare chiaro, perché sembra the essi abbiano attinenza piuttosto alla condotta pratica della vita: a di questo secondo punto io tratterò in questi libri. 8 Ma c'è anche un'altra divisione del dovere. C'è infatti il cosi detto dovere mezzano o comune e c'è quello che si chiama assoluto. Il dovere assoluto possiamo anche chiamarlo, se non erro, perfetto, poiché i Greci lo chiamano Katorthoma, mentre chiamano Kathekon il dovere comune. E dei due doveri danno questa definizione: definiscono 3 dovere assoluto l'assoluta rettitudine, mentre chiamano dovere mezzano quello del cui adempimento si può dare una plausibile ragione. 9 Tre dunque, secondo Panezio, sono i casi che si presentano, quando si deve prendere una deliberazione. Riflettere cioè se sia onorevole o turpe a farsi ciò che è argomento di deliberazione: nella quale considerazione spesso gli animi ondeggiano in opposti pensieri. Ricercare poi ed esaminare se 1'argomento preso in considerazione possa arrecare o no le comodità a le giocondità della vita, gli averi, il benessere, il credito a il potere, con i quali portiamo giovamento a noi stessi ed ai nostri; la quale deliberazione rientra nel campo dell'utile. Si è infine incerti nel deliberare, quando ciò the sembra utile contrasta con ciò che è moralmente onorevole: mentre infatti 1'utilità ci trascina verso di sé a 1'onestà anche ci chiama a sé, avviene che il nostro animo vacilli nel prendere una decisione a rimanga perplesso fra opposti pensieri. 10 Ora, questa divisione, benché sia gravissimo difetto trascurar qualche cosa nel dividere un argomento, trascura ben due elementi. Giacché non si suol già deliberare soltanto se un partito sia onesto o disonesto, ma anche, postici innanzi due partiti onesti, quale dei due sia più onesto; e, allo stesso modo, postici innanzi due partiti utili, quale dei due sia più utile. Si trova cosi che quella materia, che Panezio reputò triplice, deve invece distribuirsi in cinque parti. Prima di tutto, adunque, si dovrà ragionare dell'onestà, ma sotto due aspetti; poi, con lo stesso metodo, dell'utile; infine si dovranno confrontare tra loro questi due principi. 11 Anzitutto a tutti gli esseri viventi la natura ha dato l'istinto di conservare se stessi, la vita ed il corpo, di evitare tutto ciò che può nuocere, a di ricercare a procacciare le cose necessarie al sostentamento della vita, come il cibo, il ricovero ed altre cose dello stesso genere. Ugualmente comune a tutti è l'istinto di procreare a la cura della prole. Ma fra 1'uomo a la bestia v'è grandissima differenza. La bestia, solo in quanto è stimolata dal senso, conforma le sue attitudini a ciò che è vicino a presente, poco affatto curandosi del passato o del futuro. L'uomo invece, poiché è dotato di ragione a per mezzo di quella è in grado di cogliere le concatenazioni, vede le cause delle cose, non ne ignora i prodromi a per così dire gli antecedenti, confronta le cose simili a congiunge intimamente le cose future alle presenti, può facilmente vedere tutto il corso della vita a preparare le cose necessarie per viverla. 12 Oltre a ciò la natura, con la forza della ragione, concilia l'uomo all'uomo in comunione di linguaggio e di vita; soprattutto genera in lui un singolare e meraviglioso amore per le proprie creature; spinge la sua volontà a creare e a godere associazioni e consorzi umani, e sollecita il suo ardore a procacciarsi tutto ciò che occorre al sostentamento e all'affinamento della vita, non solo per sé, ma anche per la moglie, per i figli e per tutti gli altri a cui porta affetto e a cui deve protezione. Ed è appunto questa sollecitudine che rinfranca pur lo spirito e lo fa più forte e più pronto all'azione. 13 Ed è soprattutto propria dell'uomo la diligente ricerca del vero. Tanto che, non appena siamo liberi da faccende ed occupazioni, allora desideriamo vedere, ascoltare, conoscere cose nuove e, per condurre una vita piena di soddisfazioni, riteniamo necessaria anche la conoscenza dei fatti segreti a delle meraviglie della natura. Da ciò si comprende che ciò che è vero, semplice a sincero, è soprattutto conveniente alla natura dell'uomo. Una certa brama di preminenza è congiunta al desiderio di conoscere il vero, in modo che un animo ben nato a nessuno vuole essere soggetto, se non a chi dà precetti, a chi insegna, e a chi nell'interesse comune è investito di giusta e legittima autorità; dal che nasce la grandezza d'animo e il disprezzo delle cose umane. 14 E non è davvero piccolo privilegio della ragionevole natura umana il fatto che l'uomo, unico fra tutti gli esseri viventi, sente quale sia il valore dell'ordine, della decenza e della misura negli atti e nei detti. Ecco perché, perfino in quelle cose che cadono sotto il senso della vista, nessun altro animale sente la bellezza, la grazia, l'armonia; solo la ragionevole natura dell'uomo, trasferendo per analogia questo sentimento dagli occhi allo spirito, pensa che a maggior ragione la bellezza, la costanza e l'ordine si abbiano a conservare nei disegni e nelle azioni; e mentre essa si guarda dal commettere cosa contraria al decoro e alla dignità dell'uomo, anche si studia, in ogni pensiero e in ogni azione, di non fare e di non pensare nulla obbedendo al capriccio. Ora, dall'intrinseca unione di questi quattro elementi sorge quello che andiamo cercando, cioè l'onesto, il quale, anche se non gode di molta fama tra gli uomini, non cessa pertanto d'esser onesto; e anche se nessuno lo loda, noi diciamo con verità che esso, per sua propria virtù, è ben degno di lode. 15 Tu vedi appunto, o figlio Marco, la immagine a quasi il vero sembiante dell'onesto, il quale, come dice Platone, se si potesse vedere con gli occhi, susciterebbe un ardente amore del sapere. Ma tutto 1'onesto nasce da una di queste quattro fonti: o si trova infatti nella diligente ricerca del vero; o nel proteggere la società umana, nel dare a ciascuno il suo a nell'attenersi agli impegni assunti; o nella grandezza a fortezza di un animo sublime ed invitto; o nell'ordine a nella misura di tutte le cose che si fanno a si dicono, nella moderazione quindi a nella temperanza. Queste quattro parti sono collegate fra di loro e sono unite l’una all'altra. Ma da ciascuna di esse si originano determinate categorie di doveri: così la ricerca a la conoscenza del vero è propriamente ufficio di quella parte, che nella nostra divisione abbiamo trattata per prima, e nella quale facciamo consistere la sapienza a 1'accortezza. 16 Difatti, chi più si addentra con gli occhi della mente nella segreta verità delle cose; chi con più acume e con più prontezza può non solo penetrarne, ma anche spiegarne le intime ragioni, questi di solito e giustamente tenuto per più prudente e per più sapiente. Costui perciò ha in suo potere la verità, quasi come materia ch'egli debba trattare e foggiare col suo lavoro. 17 Le altre tre virtù si propongono di provvedere a conservare le cose che riguardano la vita pratica, affinché si tuteli il vincolo della umana società, a risplenda la sublimità a la grandezza dell'animo nell'accrescimento delle ricchezze a dei vantaggi a per noi stessi a per i nostri, a molto più nel disprezzo di tali cose. Ugualmente l'ordine, la 4 costanza a la moderazione ed altre simili virtù sono tali, che richiedono azione pratica a non soltanto attività della mente. Usando infatti una certa misura ed ordine nella condotta della vita conserveremo 1'onestà ed il decoro. 18 Delle quattro parti, nelle quali abbiamo suddiviso la natura a 1'essenza dell'onesto, la prima, che consiste nella cognizione del vero, è quella che più da presso riguarda la natura umana. Tutti infatti siamo tratti a guidati dal desiderio di conoscere a di sapere, nel che riteniamo sia bello eccellere sugli altri; giudichiamo invece turpe e vergognoso parlare a sproposito, errare, ignorare ed illudersi. Ma in questo naturale ed onorevole desiderio bisogna evitare due difetti: uno, di credere di sapere quello che non sappiamo a di accettarlo alla leggera: chi vorrà evitare questo errore (e tutti debbono volerlo) dovrà usare tempo a diligenza nel considerare le cose. 19 Un altro difetto è che taluni pongono troppo studio e troppa fatica in cose oscure e astruse, e, per giunta, non necessarie. Scansati questi due difetti, tutto lo sforzo e tutta la cura che si porrà in questioni oneste e proficue, avrà giusta e meritata lode: così fece, per esempio, nell'astronomia come ho sentito raccontare Gaio Sulpicio; nella matematica come so di mia scienza Sesto Pompeo; e così fecero molti nella dialettica, più altri ancora nel diritto civile: discipline tutte che hanno per oggetto la ricerca del vero. Ma se l'ardore di questa ricerca ci distoglie dai pubblici affari, noi manchiamo al nostro dovere: tutto il pregio della virtù consiste nell'azione. Un azione tuttavia ci consente spesso qualche svago, e molte occasioni ci si offrono per tornare ai nostri studi; inoltre, l'attività della mente, che non conosce riposo, vale di per sé a trattenerci nelle indagini speculative, anche senza nostro deliberato proposito. Ma ogni atto della mente, ogni moto dell'animo deve avere per oggetto, o le sagge e oneste deliberazioni che conferiscono alla moralità e felicità della vita, o gli studi scientifici e speculativi. E così ho parlato della prima fonte del dovere. 20 Delle altre tre quella che opera più estesamente riguarda 1'umana società a quasi il consorzio sociale. Due sono le sue parti: la giustizia, nella quale massimamente risplende la virtù, per cui gli uomini sono chiamati buoni ed a cui è congiunta la beneficenza, che possiamo anche chiamare generosità a liberalità. Primo dovere della giustizia è di non offendere alcuno, se non si è provocati da ingiuria; poi di usare delle cose comuni come comuni e delle cose private come proprie. 21 Beni privati, poi, non esistono per natura, ma tali diventano, o per antica occupazione, come nel caso di coloro che un tempo vennero a stabilirsi in luoghi disabitati, o per diritto di conquista, come nel caso di coloro che s'impadronirono di un territorio per forza d'armi, o infine per legge, per convenzione, per contratto, per sorteggio. Per questo noi diciamo che il paese d'Arpino è degli Arpinati, e quel di Tuscolo, dei Tusculani; e allo stesso modo avviene la ripartizione dei possessi privati. Ora, poiché diventa proprietà individuale di ciascuno una parte dei beni naturalmente comuni, quella parte che a ciascuno toccò in sorte, ciascuno tenga per sua; e se qualcuno vi stenderà la mano per impadronirsene, violerà la legge della convivenza umana. 22 Ma egregiamente Platone ha scritto che noi non siamo nati soltanto per noi soli, ma che della nostra esistenza una parte richiede la patria, una parte gli amici; ed egregiamente ritengono gli stoici che i prodotti della terra sono stati tutti creati ad uso degli uomini, a questi sono stati generati per gli uomini, perché possano giovarsi 1'un 1'altro. Dobbiamo seguire come guida la natura, mettere a beneficio comune ciò che è utile a tutti con lo scambio dei servigi, col dare a col ricevere, stringere fra gli uomini i legami sociali con i prodotti delle arti, la nostra attività e le nostre risorse. 23 Fondamento poi della giustizia è la fede, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti. Perciò, ma forse la cosa parrà a taluni alquanto forzata, oserei imitare gli Stoici, che cercano con tanto zelo l'etimologia delle parole, e vorrei credere che fides (fede) sia stata chiamata così perché fit (si fa) quel che è stato promesso. Vi sono, poi, due maniere d'ingiustizia: l'una è di quelli che fanno ingiuria; l'altra, di quelli che, pur potendo, non la respingono da coloro che la patiscono. Invero, colui che, spinto dall'ira o da qualche altra passione, assale ingiustamente qualcuno, fa come chi mette le mani addosso a un suo compagno; ma chi, pur potendo, non ributta e non contrasta l'ingiuria, non è meno colpevole di chi abbandonasse senza difesa i suoi genitori, i suoi amici, la sua patria. 24 Ed è ben vero che quelle ingiurie che si fanno per deliberato proposito di nuocere, hanno spesso origine dalla paura, quando, cioè, colui che medita di recare danno a un altro, teme che, non facendo così, abbia a subire lui qualche malanno. Ma la maggior parte degli uomini si accinge a fare ingiuria per conquistare ciò che l'infiamma di desiderio. E in questa colpa ha grandissima parte l'avidità del denaro. 25 Le ricchezze si desiderano per le necessità della vita e per godere i piaceri. Ma quelli il cui animo mira a grandi cose, le desiderano per divenire potenti ed acquistare popolarità tramite le elargizioni. Marco Crasso diceva che non è abbastanza ricco colui che, volendo primeggiare nello Stato, non può mantenere un esercito a sue spese. Piacciono anche il lusso a le raffinatezze della vita elegante ed agiata: da cui si origina un insaziabile desiderio di denaro. In verità non è da riprovare l'accrescimento del patrimonio familiare, quando non si nuoce ad alcuno; ma si deve sempre evitare di commettere ingiustizia. 26 Ma i più perdono ogni senso e ogni ricordo della giustizia, quando incappano nel desiderio dei comandi, degli onori e della gloria. Certo, quella sentenza di Ennio: “La brama del regno non conosce né santità di affetti né integrità di fede”, ha un suo ben più vasto dominio. In verità, ogni stato e ogni grado che non ammetta supremazia di più persone, diventa per lo più il campo di così aspre contese che è assai difficile osservare “la santità degli affetti”. Chiara dimostrazione ne ha dato di recente il temerario ardire di Gaio Cesare, che sovverti tutte le leggi divine e umane per quel folle ideale di supremazia che egli s'era foggiato nella mente. E a questo riguardo è assai penoso vedere che sono gli animi più grandi e gl'ingegni più splendidi quelli in cui per lo più si accendono desideri d'onore, di comando, di potenza e di gloria. Tanto maggior cautela bisogna dunque usare per non commettere errori a questo riguardo. 27 Ma in ogni ingiustizia è molto importante considerare se 1'ingiuria nasce da un qualche turbamento dell'animo, che per lo più è breve a passeggero, o è a bella posta premeditata. Più Nevi sono infatti le offese causate da un improvviso eccitamento, di quelle studiate e meditate. Ma sul fare offesa ho già detto abbastanza. 28 Diversi sono poi i motivi per cui si tralascia la difesa e si manca al proprio dovere. C'è infatti chi non vuole attirarsi inimicizie a sobbarcarsi a fatiche ed a spese; oppure chi è impedito dalla trascuratezza, pigrizia ed indolenza, così da sopportare che siano abbandonati quelli che dovrebbe aiutare. Non può quindi soddisfare quanto dice Platone a proposito dei filosofi, che sono giusti in quanto si occupano della ricerca del vero a disprezzano e per nulla stimano quelle cose che i più desiderano ardentemente, disputandosele con accanimento. Mentre infatti adempiono il primo dovere della giustizia, col non fare male ad alcuno, trascurano 1'altro: attirati infatti dall'amore della ricerca, non curano quelli che dovrebbero proteggere. Del resto Platone pensa che essi non dovrebbero neppure accedere alle cariche dello Stato, se non costretti. Sarebbe più giusto che ciò si facesse spontaneamente: poiché ciò che si fa rettamente, allora è giusto, quando è volontario. 29 Vi sono anche di quelli che, o per desiderio di ben custodire le proprie sostanze, o per una tal quale avversione contro gli uomini, dichiarano di attendere soltanto ai loro affari, senza credere perciò di far torto ad alcuno. Costoro, se sono esenti da una specie d'ingiustizia, incorrono però nell'altra; disertano l'umana società, perché non conferiscono ad essa né amore, né attività, né denaro. 30 È vero che Cremete, personaggio di Terenzio, “non ritiene estraneo a sé niente di quanto è umano”; ma poiché comprendiamo a sentiamo le fortune a le sventure che capitano a noi più di quelle che capitano agli altri, a consideriamo le cose altrui da una grande distanza, noi giudichiamo diversamente su noi a sugli altri. Perciò insegnano bene quelli che sconsigliano di intraprendere una azione, quando non si sa se sia giusta o ingiusta. La giustizia infatti riluce per se stessa; il dubbio lascia trapelare 1'ingiustizia. 31 Ma vi sono determinate circostanze in cui le cose che sembrano soprattutto degne di un uomo giusto, di un uomo saggio, si mutano a diventano anzi l'opposto; come restituire un deposito o adempiere una promessa a ciò che attiene alla verità a alla buona fede: talvolta è giusto trasgredirle a non darsene pensiero. Bisogna infatti sempre attenersi a quelle massime fondamentali della giustizia che ho prima stabilito: non nuocere ad alcuno, a contribuire all'utilità comune. Cambiando le circostanze, cambiano i doveri che non possono essere sempre gli stessi. 32 Può darsi infatti che qualche promessa o convenzione sia di tal natura che il mandarla ad effetto rechi danno, o a chi è stata fatta o a chi l'ha fatta. In verità, se Nettuno, come raccontano le favole, non avesse mantenuto la promessa fatta a Teseo, Teseo non avrebbe perduto il figlio Ippolito. Di quelle tre grazie che il dio, come si narra, gli aveva promesse, gliene restava a chiedere una, la terza, ed ecco che, accecato dall'ira, chiese la morte d'Ippolito: ottenuta la grazia, egli piombò nei più atroci dolori. Dunque non si debbono mantenere quelle promesse che son dannose alle persone a cui son fatte; e se quelle promesse recano maggior danno a chi le ha fatte che vantaggio a chi le ha ricevute, non è contrario al dovere anteporre il più al meno. Così, per esempio, se tu avevi promesso a qualcuno di recarti in tribunale per assisterlo in giudizio, e nel frattempo un tuo figliolo fosse caduto gravemente malato, non sarebbe contrario al dovere non mantenere la parola, anzi mancherebbe ben di più l'altro al dover suo, se si lamentasse d'abbandono. Inoltre, chi non vede che non si deve stare a quelle promesse che si son fatte o costretti da paura o tratti in inganno? E appunto la maggior parte di queste obbligazioni è annullata dal diritto pretorio; alcune di esse anche dalle leggi. 33 Vi sono poi ingiustizie che traggono origine da una certa cavillosità a da una troppo sottile, ma maliziosa, interpretazione delle leggi. Di qui quel proverbio sulla bocca di tutti: giustizia ferrea, ingiustizia somma. Sotto questo aspetto si commettono ingiustizie anche nella vita politica; come colui che, avendo patteggiato col nemico una tregua di trenta giorni, saccheggiava di notte le campagne, perché la tregua era stata pattuita per il giorno e non per la notte. Né deve essere elogiato quel nostro concittadino, Quinto Fabio Labeone, se la cosa è vera, o qualche altro (ne parlo solo per averlo sentito), nominato dal Senato arbitro per i Nolani a Napoletani sulla controversia dei confini. Giunto sul luogo, parlò separatamente con gli uni a con gli altri, perché non si comportassero da avidi a preferissero piuttosto retrocedere che avanzare. Avendo questo fatto gli uni a gli altri, restò nel mezzo un pezzo di terreno. E così egli fissò i loro confini come essi avevano detto; a aggiudicò al popolo romano lo spazio rimasto in mezzo. Ma questo è ingannare, non giudicare. In ogni atto, quindi, bisogna evitare tale sottigliezza. Devono essere rispettati certi doveri anche verso coloro che ci abbiano offesi. V'é infatti una misura nella vendetta a nel castigo: direi anzi che debba bastare che 1'offensore si penta d'avere agito male, perché egli stesso non faccia più la stessa cosa a gli altri siano meno pronti all'ingiustizia. 34. Ma quando si tratta degli interessi dello Stato bisogna scrupolosamente rispettare le leggi di guerra. Poiché due sono i modi di combattere, 1'uno per via di discussione, 1'altro con la forza, ed il primo è proprio dell'uomo, il secondo delle bestie; bisogna ricorrere a questo se non è possibile usare il primo. 35 Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che, durante la guerra, non furono né crudeli né spietati. Cosi, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, ai Volsci, ai Sabini, agli Ernici; ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre. A mio parere, bisogna procurare sempre una pace che non nasconda insidie. E se in ciò mi si fosse dato ascolto, noi avremmo, se non un ottimo Stato, almeno uno Stato, mentre ora non ne abbiamo nessuno. E se bisogna provvedere a quei popoli che sono stati pienamente sconfitti, tanto più si devono accogliere e proteggere quelli che, deposte le armi, ricorreranno alla fede dei capitani, anche se l'ariete abbia già percosso le loro mura. E a questo riguardo 6 i Romani furono cosi rigidi osservatori della giustizia che quegli stessi capitani che avevano accolto sotto la loro protezione città o nazioni da loro sconfitte, ne divenivano poi patroni, secondo il costume dei nostri maggiori. 36 La giustizia poi della guerra è stata religiosamente prescritta dal diritto feziale del popolo romano. Ne deriva quindi che nessuna guerra è giusta se non quella che si intraprenda dopo regolare domanda di soddisfazione a sia stata prima minacciata a dichiarata.Il generale Popilio occupava una provincia a nel suo esercito militava il figlio di Catone. Avendo Popilio giudicato opportuno di congedare una legione, congedò anche il figlio di Catone che militava in quella. E poiché egli, per desiderio di combattere, era rimasto nell'esercito, Catone scrisse a Popilio che, se gli permetteva di trattenersi nell'esercito, gli facesse prestare un secondo giuramento poiché sciolto il primo non poteva combattere legittimamente col nemico. 37 Tanto rigorosa era l'osservanza del diritto anche nella condotta della guerra].C'è una lettera del vecchio Catone al figlio Marco, nella quale scrive d'aver saputo che egli era stato congedato dal console, mentre si trovava come soldato in Macedonia, nella guerra contro Perseo. Ammonisce dunque di guardarsi bene dall'entrar in battaglia: “Non è giusto”, dice, “che chi non è soldato, combatta col nemico”. E vorrei anche osservare che colui, che con vocabolo appropriato dovrebbe chiamarsi perduellis [nemico di guerra], mitigandosi con parola più dolce la gravità della cosa, fu chiamato hostis [forestiero]. Presso i nostri antenati infatti era detto hostis quello che noi oggi chiamiamo forestiero. Lo dicono le dodici tavole: “Il giorno stabilito con un forestiero”, a così: “Contro un forestiero c'è sempre il diritto di azione giuridica”. Quale maggiore dolcezza, chiamare con nome così mite colui col quale si è in guerra? II trascorrere del tempo ha ormai dato un significato più ingrato a tale nome. La parola si è allontanata dal significato di forestiero ed è rimasta per colui che porta guerra. 38 E' ben vero che ormai il lungo tempo trascorso ha reso questo vocabolo assai più duro: esso ha perduto il significato di forestiero per indicare propriamente colui che ti viene contro con le armi in pugno. Quando, poi, si combatte per la supremazia, e con la guerra si cerca la gloria, occorre che anche allora il conflitto sia promosso da quelle stesse ragioni che, come ho detto poc'anzi, sono giuste ragioni di guerra. Queste guerre, però, che hanno per scopo la gloria del primato, si devono condurre con meno asprezza. Come, con un cittadino, si contende in un modo, se è un nemico personale, in un altro, se è un competitore politico (con questo la lotta è per l'onore e la dignità, con quello per la vita e il buon nome), così coi Celtiberi e coi Cimbri si guerreggiava come con veri nemici, non per il primato, ma per Pesistenza; per contro, coi Latini, coi Sabini, coi Sanniti, coi Cartaginesi, con Pirro si combatteva per il primato. Fedifraghi e spergiuri furono i Cartaginesi, crudele fu Annibale; più giusti gli altri. Splendida fu davvero la risposta che Pirro diede ai nostri legati sul riscatto dei prigionieri: “Io non chiedo oro per me, e voi a me non offrirete riscatto. Noi non facciamo la guerra da mercanti, ma da soldati Non con l'oro, ma col ferro decidiamo della nostra vita e della nostra sorte. Sperimentiamo col valore se la Fortuna, arbitra delle cose umane, conceda a voi o a me l'impero; o vediamo che altro ci arrechi la sorte. E ascolta anche queste altre parole: è mio fermo proposito lasciar la libertà a tutti quelli, al cui valore la fortuna delle armi lasciò la vita. Ecco, riprendeteli con voi: io ve li do in dono col favore del cielo”. 39 Parole veramente regali e degne di un Eacida. Chi poi, costretto dalle circostanze, ha fatto promesse al nemico, deve anche mantenervi fede. Così nella prima guerra punica Regolo, catturato dai Cartaginesi ed inviato a Roma per trattare dello scambio dei prigionieri, appena arrivò, disse in Senato che non si dovevano consegnare i prigionieri; poi, sebbene trattenuto da parenti ed amici, preferì andare al supplizio piuttosto che mancare alla parola data al nemico. 40 Nella seconda guerra punica, poi, dopo la battaglia di Canne, quei dieci giovani che Annibale mandò a Roma, vincolati dal giuramento che avrebbero fatto ritorno, se non avessero ottenuto il riscatto dei prigionieri, tutti, finché ciascuno di loro visse, furono lasciati dai censori, appunto perché spergiuri, fra i tributari; e non meno degli altri, colui che era caduto in colpa di eluso giuramento. Uscito questi dal campo col permesso di Annibale, vi ritornò poco dopo, col pretesto d'aver dimenticato non so che cosa; poi, uscito di nuovo dal campo, si teneva prosciolto dal giuramento; e lo era, a parole, ma non di fatto. Quando si tratta di lealtà, bisogna guardar sempre, non alla lettera, ma allo spirito della parola. Il più grande esempio di lealtà verso il nemico fu dato dai nostri padri, quando un disertore di Pirro offri al senato di uccidere A re col veleno. Il senato e Gaio Fabrizio consegnarono il disertore a Pirro. Così, neppure di un nemico potente e aggressore si approvò la morte, se questa doveva comportare un delitto. E dei doveri di guerra ho parlato abbastanza. 41 Ma sui doveri di guerra ho detto abbastanza. Dobbiamo poi ricordare che bisogna osservare la giustizia anche verso gli infimi. Certamente la condizione e la sorte più umile è quella degli schiavi, che alcuni giustamente propongono di considerare come mercenari, esigendo il lavoro a ridando loro in cambio il giusto. Due poi sono i modi con i quali si fa ingiustizia: con la violenza a con la frode; la frode è propria della volpe, la violenza del leone; sia l'una che l'altra è contraria alla natura umana, ma la frode desta maggior repulsione. Ma di tutte le ingiustizie nessuna è più deprecabile di quella di coloro, i quali, quando più ti ingannano, allora appunto fanno in modo di sembrare uomini onesti. Ma sulla giustizia basti ormai. 7 42 Come mi ero proposto, parlerò ora della beneficenza e della liberalità, della quale nulla è più consentaneo alla natura umana; vuole però parecchie cautele. Bisogna infatti fare attenzione che la liberalità non riesca dannosa a quelli che si vorrà beneficare, ed agli altri; poi, che essa non sia superiore ai nostri mezzi; infine, che sia corrispondente ai meriti di ciascuno: questo è infatti il fondamento della giustizia, alla quale si devono riferire questi precetti. Coloro infatti che donano ciò che è dannoso a chi essi vogliono beneficare, non devono essere considerati né benefici né liberali, ma pericolosi adulatori. Quelli poi che danneggiano gli uni per essere liberali con altri commettono la stessa ingiustizia di chi si appropria delle cose altrui a proprio vantaggio. 43 Ci sono poi molti, e proprio fra quelli più avidi di onore e di gloria, i quali tolgono agli uni per largheggiare con altri; e credono di passare per benefici verso i loro amici, se li arricchiscono in qualunque maniera. Ma ciò è tanto lontano dal dovere che nulla è più contrario al dovere. Si cerchi dunque di usare quella liberalità che giova agli amici e non nuoce a nessuno. Perciò l'atto con cui Lucio Silla e Gaio Cesare tolsero ai legittimi possessori i loro beni per trasferirli ad altri, non deve sembrare liberale: non c'è liberalità dove non è giustizia. 44 La seconda cautela da prendere in considerazione è che la liberalità non sia superiore ai nostri mezzi; poiché quelli, che vogliono essere più benefici di quanto possono, commettono in primo luogo ingiustizia verso i familiari: trasferiscono infatti ad altri quelle sostanze, che sarebbe più giusto concedere a lasciare a quelli della propria famiglia. In tale liberalità c'è inoltre la cupidigia di rapire a di togliere 1'altrui per avere modo di fare elargizioni. Si può anche osservare come i più non sono liberali per natura ma per amore della gloria; e, per sembrare benefici, fanno molte cose che sembrano derivate da ostentazione più che da sincerità. Tale ostentazione poi è più vicina alla impostura che alla liberalità o alla onestà. 45 Terza cautela da osservare è che, nella beneficenza, si faccia un'avveduta scelta dei meriti; bisogna, cioè, considerare bene il carattere della persona che si vuol beneficare, la disposizione dell'animo suo verso di noi, i rapporti sociali che tra noi intercedono e, infine, i servigi che essa ci ha resi: è desiderabile che tutte queste ragioni concorrano insieme; se no, le più numerose e le più importanti dovranno prevalere. 46 E poiché si vive non già con uomini perfetti e del tutto saggi, ma con gente in cui è già molto se c'è un'ombra di virtù, bisogna anche persuadersi (io credo) che non si deve assolutamente trascurare nessuno, da cui trasparisca un qualche indizio di virtù; anzi, con tanta maggior cura si deve coltivare una persona, quanto più essa è adorna di certe virtù più miti, come la moderazione, la temperanza e questa stessa giustizia di cui si è già tanto parlato. Invero, un animo forte e grande, in un uomo non perfetto e non saggio, è per lo più troppo fervido; quelle virtù, invece, sembrano convenire piuttosto al comune uomo dabbene. E questo valga per ciò che riguarda il carattere. 47 Venendo poi a parlare della benevolenza che altri può avere verso di noi, è nostro primo dovere che doniamo di più a colui che più ci ama, valutando però la benevolenza non da un affetto passeggero, come possono fare i ragazzetti, ma dalla stabilità a costanza dell'affetto. Se invece saremo stati obbligati, in modo che non si tratti di beneficare, ma di essere riconoscenti, dovremo usare maggiore impegno. Nessun dovere infatti è più necessario della gratitudine. 48 E se Esiodo consiglia di rendere in maggior misura, solo che tu possa, quello che hai avuto in prestito, che cosa non dobbiamo noi fare se altri ci previene nel beneficio? Non dobbiamo forse imitare i campi fertili, che rendono assai più di quel che ricevono? Invero, se non esitiamo a prestare i nostri servigi a coloro dai quali ci ripromettiamo vantaggi futuri, quale riconoscenza non dobbiamo avere verso coloro che vantaggi ce n'hanno già dati? Ci sono due maniere di liberalità: quella che fa e quella che rende il beneficio. Ora, se il farlo o il non farlo è in nostra facoltà, il non renderlo non è lecito a un uomo dabbene, pur che possa far ciò senza commettere un'ingiustizia. 49 Fra i benefici ricevuti bisogna poi fare delle distinzioni ed è fuori di dubbio che tanto più dobbiamo essere riconoscenti, quanto più grande è stato il beneficio ricevuto. E prima di tutto bisogna considerare quale fu 1'animo, 1'inclinazione, 1'affetto del benefattore. Molti infatti operano alla leggera, senza discernimento, spinti verso gli altri come da una malattia o da improvviso impeto dell'animo, come da una raffica di vento: questi benefici non debbono essere considerati alla pari con quelli che si fanno a ragion veduta, con ponderazione a costanza. Inoltre, nel fare a ricambiare un beneficio, è nostro dovere, a condizioni pari, soccorrere soprattutto chi ha più bisogno. Spesso invece accade il contrario: tanto più gli uomini si mostrano servizievoli con alcuni, anche se questi non ha bisogno di loro, quarto più sperano di trarne vantaggio. 50 Manterremo più saldi i legami sociali se saremo soprattutto generosi verso chi ci è più strettamente legato. Ma bisogna rifarsi più da lontano, per esaminare quali sono i principi naturali della comunità umana. Il primo è quello che appare nella stessa universale famiglia degli uomini collegati dalla ragione a dal linguaggio, che con 1'insegnare avvicinano fra loro gli uomini tutti riunendoli in un'associazione naturale. Né per altro ci differenziamo maggiormente dalle bestie, nelle quali spesso diciamo di trovare il coraggio, come nei cavalli a nei leoni, ma non troviamo la giustizia, 1'equità a la bontà, poiché sono privi di ragione a di linguaggio. 51 Questa, dunque, è la più ampia forma di società che esista, in quanto comprende e unisce tutti gli uomini con tutti gli uomini: in essa, quei beni che le leggi e il diritto civile assegnano ai privati, siano dai privati tenuti e goduti come appunto le leggi dispongono; ma tutti quegli altri beni che la natura produce per il comune vantaggio degli uomini siano tenuti e goduti dagli uomini come patrimonio di tutti e di ciascuno, così come raccomanda il proverbio greco: “Gli amici hanno tutto in comune con gli amici”. E comuni a tutti gli uomini sono evidentemente quei beni che appartengono a quel genere che, simboleggiato da Ennio in un singolo esempio, può facilmente estendersi a moltissimi altri casi: 8 “L'uomo che mostra cortesemente la via a un viandante smarrito, fa come se dal suo lume accendesse un altro lume. La sua fiaccola non gli risplende meno, dopo che ha acceso quella dell'altro”. Con un solo ed unico esempio il poeta ci insegna che, quanto possiamo concedere senza nostro danno, tutto dobbiamo accordare anche a uno conosciuto. 52 Di qui le massime: non vietare ad alcuno di attingere acqua dal fiume, permettere di prendere il fuoco dal fuoco, dare un buon consiglio a chi deve decidere: cose che sono utili a chi le riceve, a non dannose a chi le dà. Dobbiamo perciò attenerci a questi principi e contribuire al comune benessere. Ma poiché i mezzi dei singoli sono modesti ed infinita è la moltitudine di quelli che hanno bisogno, la liberalità verso gli altri deve restringersi a quel termine indicato da Ennio, “né il suo lume splende meno”, perché vi sia modo di esser liberali verso chi ci è più vicino. 53 Diversi sono poi i gradi della società umana. Per non parlare infatti di quella società universale che unisce tutti gli uomini, ci riguarda più da vicino quella costituita fra gli uomini della stessa stirpe, nazione a lingua, che sono i vincoli più importanti. Ancora più intima è quella fra uomini dello stesso Stato; poiché i cittadini hanno molte cose in comune, le piazze, i templi, i portici, le leggi, i diritti, i tribunali, i voti, le consuetudini inoltre a le amicizie, i molteplici impegni ed i contratti d'affari. Società più stretta è poi quella della propria famiglia: infatti dalla grande società del genere umano si restringe ad un cerchio più piccolo. 54 In verità, tutti gli esseri viventi tendono per naturale istinto alla procreazione, e perciò la prima forma di società si attua nell'accoppiamento sessuale; la seconda, nella prole, e quindi nell'unita della casa e nella comunanza di tutti i beni. Ed è questo il primo principio della città e, direi quasi, il semenzaio dello Stato. Seguono le unioni tra fratelli e sorelle, poi tra cugini e biscugini, i quali, quando una sola casa non può più contenerli, escono a fondare nuove case, quasi come colonie. Seguono i matrimoni e le affinità, per cui si moltiplicano le parentele; e in questo propagarsi e pullulare della prole è appunto l'origine degli Stati. Or bene, la comunanza del sangue avvince gli uomini di benevolenza e d'amore. 55 Ed è proprio gran cosa avere gli stessi ricordi di famiglia, le cerimonie religiose agli stessi sepolcri. Ma di tutte le società nessuna è più apprezzabile a più sicura di quella fra gli uomini simili nei costumi a legati da amicizia; poiché 1'onesto, come spesso ho detto, quando lo vediamo anche in altri, allora ci fa impressione a ci rende amici di colui nel quale crediamo di vederlo. 56 E benché ogni virtù ci attragga a sé e ci faccia amare coloro nei quali sembra che essa risieda, tuttavia la giustizia e la liberalità producono più specialmente questo effetto. E niente è più atto a destare amore e a stringere i cuori che la somiglianza dei costumi nelle persone dabbene: quando due uomini hanno le stesse inclinazioni e le stesse aspirazioni, allora avviene che ciascuno dei due prende piacere dell'altro come di se stesso, e si avvera quello che Pitagora vuole nell'amicizia, che, cioè, di più anime si faccia un'anima sola. Grande è ancora quella unione che nasce da vicendevole scambio di benefici: finché questi sono reciproci e graditi, una salda alleanza avvince tra loro benefattori e beneficati. 57 Ma quando avrai ben considerato ogni cosa con la mente e col cuore, vedrai che fra tutte le forme di società la più importante e la più cara è quella che lega ciascuno di noi allo Stato. Cari sono i genitori, cari i figlioli, cari i parenti e gli amici; ma la patria da sola comprende in sé tutti gli affetti di tutti. E quale buon cittadino esiterebbe ad affrontare la morte per lei, se il suo sacrificio dovesse giovarle? Tanto più esecrabile, dunque, è la crudeltà di codesti facinorosi che, con ogni sorta di scelleratezze, fecero strazio della loro patria, e a nient'altro furono e sono intenti che a distruggerà dalle fondamenta. 58 Ma, se si vuole far questione e confronto per sapere a chi dobbiamo rendere maggior ossequio e miglior servigio, abbiamo il primo posto la patria e i genitori, ai quali noi dobbiamo i più grandi benefici; vengano subito dopo i figlioli e tutta la famiglia, che tiene fisso lo sguardo in noi soli e in noi soli trova il suo unico rifugio; seguano poi i parenti che sono in buona armonia con noi, i parenti coi quali noi abbiamo per lo più in comune anche la sorte. Perciò gli aiuti necessari a sostentare la vita si devono principalmente a questi che ho nominato; ma la comunanza e l'intimità del vivere, i consigli, i colloqui, le esortazioni, i conforti, talora anche, rimproveri, hanno il loro massimo vigore e valore nell'amicizia, e amicizia dolcissima è quella che conformità di carattere annoda. 59 Ma nell'adempimento di tutti questi doveri bisogna avere riguardo a ciò di cui uno ha soprattutto bisogno ed a quello che può ottenere o no senza di noi. Perciò non identici sono i gradi delle relazioni a delle circostanze a vi sono riguardi che si debbono più agli uni che agli altri; e così nella raccolta dei prodotti dovrai aiutare con più sollecitudine il vicino che non il fratello o 1'amico; ma, se vi è un processo, aiuterai il parente a 1'amico piuttosto del vicino. In ogni dovere dunque bisogna considerare tali cose ed acquistare senso pratico per poter essere buoni contabili dei doveri e, sommando a sottraendo, vedere dal risultato quanto si debba a ciascuno. 60 Ancora. Come i medici, i generali, gli oratori, per bene imparate che abbiano le regole della teoria, non possono conseguire nulla che meriti gran lode senza l'esperienza e la pratica, così, regole e precetti, sulla rigorosa osservanza dei doveri, se ne impartiscono di certo, come appunto sto facendo io, ma la vastità e la varietà della cosa richiedono anche esperienza e pratica. E così credo d'aver chiarito abbastanza in che modo, da quei principi che si fondano sul diritto dell'umana convivenza, deriva l'onesto, da cui dipende a sua volta il dovere. 61 Bisogna comprendere, una volta proposti i quattro generi da cui scaturiscono ciò che è moralmente onorevole a il dovere, che ad apparire il più splendido è quello che comporta un animo grande ed elevato, che disprezza le cose umane. Perciò negli insulti ciò che è più a portata di mano è dire, se è possibile, qualche cosa come: “Voi, o giovani, avete un animo di donna, a quella fanciulla ha un animo da eroe” ; ed anche: “O Salmacide, spoglie senza sudore a sangue”. Al contrario, lodiamo con voce, non si sa come, quasi più piena a più forte le azioni compiute da un animo 9 valoroso a fermo. Di qui nascono i luoghi comuni dei retori su Maratona, Salamina, Platea, Leuttra, sulle Termopili, e, fra i nostri, ecco Coclite, i Decii, Gneo a Publio Scipione, Marcello a tanti altri; a soprattutto lo stesso popolo romano eccelle per magnanimità. L'entusiasmo per la gloria militare si rivela anche dal vedere non generalmente le statue in tenuta militare. 62 Ma questa elevazione d'animo, che si fa notare nei pericoli a nelle fatiche, se è disgiunta dalla giustizia a non combatte per la comune prosperità, ma per il proprio vantaggio, è colpevole; non solo infatti non è virtù, ma è proprio contraria ad ogni sentimento di umanità. Molto bene quindi gli stoici definiscono la fortezza come virtù che lotta per 1'equità. Perciò nessuno che meritò la fama di forte con malizie a con insidie, s'acquistò mai la lode: poiché nulla che sia contrario alla giustizia può essere onesto. 63 Bellissima, dunque, quella sentenza di Platone: “Non solo quel sapere, che è disgiunto da giustizia, va chiamato furfanteria piuttosto che sapienza, ma anche il coraggio che affronta i pericoli, se è mosso non dal bene comune, ma da un suo proprio interesse, abbia il nome di audacia piuttosto che di fortezza”. Noi vogliamo pertanto che gli uomini forti e coraggiosi siano, nel medesimo tempo, buoni e schietti, amanti della verità e alieni da ogni impostura: qualità queste che scaturiscono dall'intima essenza della giustizia. 64. Ma ciò che è veramente biasimevole è che in questa elevatezza e grandezza d'animo facilmente nascono le caparbietà allo smodato desiderio di predominio. Si legge in Platone che lo spirito degli Spartani era sempre infiammato dal desiderio di vincere”; a così, quanto più uno eccelle per grandezza d'animo, tanto più vuole essere il primo fra tutti o piuttosto il solo. È difficile poi che, chi desidera a tutti sovrastare, rispetti la equità, che è praticamente inseparabile dalla giustizia. Per cui avviene che non si lascia vincere né dal confronto di idee né dall'autorità del diritto a delle leggi; ed ecco sorgere allora nello Stato corruttori a faziosi per poter raggiungere la massima potenza ed essere superiori con la forza piuttosto che pari con la giustizia. Ma quanto più conservare 1'equità è difficile, tanto più è apprezzabile: non v'è infatti nessuna circostanza, nella quale non si debba operare secondo giustizia. 65 Forti e magnanimi, adunque, si devono stimare non quelli che fanno, ma quelli che respingono l'ingiustizia. E la vera e sapiente grandezza d'animo giudica che quell'onestà, a cui tende sopra tutto la natura umana, sia riposta non nella rinomanza, bensì nelle azioni, e perciò non tanto vuol parere quanto essere superiore agli altri. In verità, chi dipende dal capriccio d'una folla ignorante, non deve annoverarsi fra gli uomini grandi. D'altra parte, l'animo umano, quanto più è elevato, tanto più facilmente è spinto a commettere azioni ingiuste dal desiderio della gloria; ma questo è un terreno assai sdrucciolevole, perché è difficile trovare uno che, dopo aver sostenuto fatiche e affrontato pencoli, non desideri, come ricompensa delle sue imprese, la gloria. 66 La fortezza e la magnanimità si manifestano soprattutto in due cose: nel disprezzo dei beni terreni, persuaso che uno sia che 1'uomo non deve ammirare o ricercare nulla che non sia 1'onesto a il decoro a che non deve lasciarsi vincere dalle passioni a dalla fortuna. Poi, dato uno stato d'animo così disposto, nell'intraprendere cose grandi a massimamente utili, ma che siano piene di difficoltà, di fatiche a di pericoli a mettano a rischio la vita stessa a molte cose che interessano la vita. 67 Di questi due modi, tutto lo splendore e tutta la magnificenza, aggiungo anche tutta l'utilità, è nel secondo; ma la vera causa efficiente della grandezza d'animo è nel primo: in questo risiede l'intima ragione che fa gli animi veramente grandi e superiori alle cose umane. E appunto questa forza morale si riconosce, dicevo, per due contrassegni: lo stimare buono solo ciò che è onesto e l'esser liberi da ogni passione. In verità, se il giudicare meschine quelle cose che ai più sembrano straordinarie e magnifiche, e perciò il disprezzarle con fermo e costante proposito, è proprio d'un animo forte e grande, senza dubbio il sopportare quelle cose che sembrano penose, quelle che, molte e varie, accadono nella travagliata e tempestosa vita umana, in modo che tu non ti discosti per nulla dallo stato naturale dell'uomo, per nulla dalla dignità del sapiente, questo è proprio di un animo vigoroso e di una grande fermezza. 68 Non è coerente che chi non si lascia vincere dal timore, si faccia vincere dalla cupidigia;a che chi non cede alle fatiche, ceda ai piaceri. Perciò bisogna tener conto di queste cose a rifuggire dalla avidità del denaro; niente è tanto indizio di un animo meschino a gretto quanto 1'amore delle ricchezze; niente al contrario è più bello a più nobile che disprezzare il denaro, se non ce n'è, o impiegarlo in beneficenza a liberalità, se ce n'è. Bisogna anche guardarsi dal desiderio della gloria, come già ho detto: sopprime infatti la libertà, per ottenere la quale gli uomini magnanimi devono affrontare ogni sforzo. Né si devono desiderare i comandi militari o, piuttosto, bisognerà ogni tanto non accettarli. 69 Sia l'animo tuo sgombro da ogni passione, non solo dalla cupidigia e dalla paura, ma anche, e specialmente, dalla tristezza, dalla soverchia allegria e dalla collera, perché tu abbia quella tranquilla serenità che porta con sé fermezza e soprattutto dignitosa coscienza. Molti sono e molti furono quelli che, aspirando a questa tranquillità di cui parlo, rinunziarono ai pubblici uffici per cercare un rifugio nella pace d'una vita appartata: fra questi troviamo celebratissimi filosofi, veri principi del sapere, e certi uomini austeri e autorevoli che non seppero acconciarsi ai capricci del popolo o dei potenti; e non pochi di essi passarono la vita in campagna, trovando il loro piacere nell'attendere ai loro privati interessi. 70 Tutti costoro non ebbero altro ideale che questo: “vivere da re”, vale a dire, non aver bisogno di nulla, non obbedire a nessuno e godere di quella libertà, che consiste nel vivere come si vuole. Questi si prefissero il medesimo scopo dei re: non avere bisogno di nulla, non obbedire a nessuno, a godere della libertà, che consiste essenzialmente nel vivere secondo i propri desideri. Questo scopo è comune a quelli che desiderano il potere a quelli che desiderano la vita tranquilla; ma gli uni ritengono di poterlo conseguire con molte ricchezze, gli altri accontentandosi del poco che possiedono. Non si può dare torto né agli uni né agli altri, con la differenza che la vita 10 dei secondi è più tranquilla, più sicura, meno fastidiosa a molesta agli altri; mentre la vita di coloro che si dedicano alla vita pubblica a alle imprese di guerra è più utile al genere umano a più adatta a dare splendore e dignità. 71 Perciò si può forse concedere di non occuparsi dello Stato a quelli che, dotati di singolare ingegno, si dedicano agli studi, e a quelli che, impediti o dalla malferma salute o da qualche altra più grave cagione, si ritraggono dalle cure dello Stato, cedendo ad altri il potere e la gloria di amministrarlo; ma a quelli che non hanno nessun motivo di tal genere, credo che non si debba ascrivere a lode, bensì a colpa, se adducono il pretesto d'avere in dispetto quelle cose che i più ammirano, cioè i comandi militari e le cariche civili. E' vero che sarebbe difficile non approvare il loro proposito, in quanto dichiarano di non tenere in nessun conto la gloria; ma il male è che essi hanno tutta l'aria di temere, nonché le fatiche e le noie, anche i contrasti e gl'insuccessi, come una specie di disonore e d'infamia. Ci sono alcuni che, in casi del tutto opposti, non eccellono per troppa coerenza: disprezzano con estremo vigore il piacere e nel dolore si accasciano: non si curano della gloria e si fiaccano per l'infamia e anche nell'incoerenza sono incoerenti. 72 Ma quelli che hanno per natura le qualità necessarie per svolgere le attività politiche, senza alcuna esitazione devono cercare di ottenere le magistrature a amministrare lo stato; altrimenti né la società può essere retta, né la grandezza d'animo essere manifesta. Quelli poi che si dedicano alla vita politica, non meno che i filosofi, a forse più, devono essere forti d'animo ed avere disprezzo per le cose umane, a sicurezza a tranquillità, se vogliono non essere ansiosi per 1'avvenire a vivere con fermezza a costanza. 73 Il che riesce tanto più facile ai filosofi, quanto meno essi, nella loro vita, offrono aperto il fianco ai colpi di fortuna, e quanto minori sono i loro bisogni; e anche perché, se qualche avversità li assale, non possono cadere con tanta rovina. Perciò, non senza ragione, più vigorosi slanci dell'animo e più generoso desiderio d'operare si accendono in colui che sta al governo che non negli uomini appartati e tranquilli; e perciò tanto più l'uomo di Stato deve armarsi di grandezza d'animo e serbarsi libero da ogni affanno. D'altra parte, chiunque s'accosta agli affari pubblici, si guardi bene dal considerare soltanto l'onore che gliene possa derivare, ma guardi anche d'aver le forze adatte a eseguire i suoi disegni. E anche in questa considerazione, si guardi da due pericoli: dal disperare senza ragione per fiacchezza d'animo e dall'aver troppa fiducia in se stesso per smaniosa ambizione. Del resto, in ogni sorta d'impresa, prima di mettersi all'opera, occorre una diligente preparazione. 74. Nonostante il fatto che molti ritengono che le imprese militari abbiano maggiore importanza delle civili, bisogna combattere questa opinione. Molti infatti ricercano le guerre per desiderio di gloria; a questo avviene per lo più in animi forti a grandi ingegni, a tanto più se sono adatti alle imprese di guerra a desiderosi di guidare eserciti. Ma se vogliamo giudicare rettamente, molte azioni civili sono più importanti a più onorevoli delle imprese di guerra. 75 Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più radioso che quel di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una splendidissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areòpago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sol volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi. E mentre Temistocle non potrebbe vantarsi d'aver giovato in nulla all'Areòpago, Solone avrebbe invece ogni ragion di dire che egli giovo a Temistocle, in quanto la guerra fu condotta per consiglio di quel senato che Solone aveva istituito. 76 Si potrebbero dire le stesse cose di Pausania a di Lisandro perché, sebbene si ritenga che con le loro opere la potenza degli Spartani sia aumentata, tuttavia queste non sono minimamente da paragonarsi con le leggi a gli ordinamenti di Licurgo; anzi proprio grazie a questi ebbero eserciti più preparati a più forti. Secondo poi il mio parere, né al tempo della mia fanciullezza Marco Scauro era inferiore a Gaio Mario, né al tempo della mia partecipazione alla vita politica Quinto Catulo a Gneo Pompeo; poco infatti contano le armi al di fuori dei confini, se non v'è saggezza in patria. Né 1'Africano, uomo a generale eccellente, giovò più alla sua patria con la distruzione di Numanzia, the in quello stesso tempo il privato cittadino Publio Nasica, quando fece uccidere Tiberio Gracco; quel fatto, si potrà dire, non piu' soltanto civile, ma anche militare, poiché fu compiuto con la forza a con le armi; ma tuttavia fu un atto di politica interna senza intervento dell'esercito. 77 Ottima è quella mia sentenza, contro la quale, a quel ch'io sento, si scagliano di solito i maligni e gl'invidiosi: “Cedano l'armi alla toga, ceda l'alloro del capitano alla gloria del cittadino”. E invero, per tacere d'altri, quando io reggevo il timone dello Stato, non cedettero forse le armi alla toga? Mai lo Stato corse più grave pericolo e mai godette più sicura pace. Con tanta prontezza, in virtù dei miei provvedimenti e della mia vigilanza, caddero da se stesse le armi dalle mani di temerari e facinorosi cittadini. Quale impresa dunque fu mai compiuta così grande in guerra? Quale trionfo di capitano può paragonarsi con questo di magistrato? 78 Lascia, Marco, lascia, figliolo mio, che io me ne vanti con te, poi che a te spetta di ereditare questa mia gloria e di emulare queste mie azioni. Certo è che un uomo, colmo di gloria militare, Cneo Pompeo, mi fece l'onore di affermare alla presenza di molti che invano egli avrebbe riportato il suo terzo trionfo, se, per le mie benemerenze patriottiche, egli non avesse avuto una patria, ove trionfare. Le prove di fortezza che si danno in pace non sono dunque inferiori alle prove che si danno in guerra; ché anzi quelle richiedono maggior lavoro e maggior zelo di queste. 79. Insomma quell'onesto, che noi cerchiamo in un animo nobile a grande, proviene dalle forze dell'animo a non del corpo. Anche il corpo tuttavia deve essere esercitato ad obbedire alla saggezza a alla ragione nel compimento delle attività a nel sopportare le fatiche. L'onesto dunque, che noi cerchiamo, consiste nell'attività dell'animo e nella riflessione; ed in questo riguardo non minore utilità apportano quelli che in tempo di pace governano lo stato di quelli che fanno la guerra. Spesso infatti per i Toro consigli le guerre non furono intraprese, o vennero condotte a termine, 11 talvolta anche dichiarate; come fu la terza guerra punica, deliberata per consiglio di Marco Catone, la cui autorità anche dopo la morte fu grandissima. 80 Si preferisca, dunque, la saggezza di un buon decreto alla prodezza di una fiera battaglia; con questa riserva però, che si anteponga il deliberare al combattere non già per paura della guerra, ma solo per riguardo dell'utile comune. A ogni modo, quando è necessaria, si intraprenda pure una guerra, ma sempre e solo con l'evidente scopo di procurare la pace. In verità, l'uomo forte e costante si riconosce in questo: le avversità non lo turbano, la lotta non lo sgomenta e non l'abbatte; sempre presente a se stesso e sempre padrone del suo spirito, egli non si discosta mai dalla ragione che lo guida. 81 E se questo è privilegio d'un animo forte, è poi segno di grande ingegno presagire con la forza del pensiero le cose future, a anche all'occorrenza stabilire quello che può accadere in bene ed in male, a che cosa si debba fare, quando qualcosa sia accaduto, né fare in modo che poi si debba dire: “Non lo credevo”. Queste sono le opere di un animo grande ed elevato a che fa affidamento nella assennatezza a nella riflessione: gettarsi invece alla cieca nel combattimento e combattere corpo a corpo col nemico è selvaggio e brutale. Ma quando la circostanza a la necessità lo richiedono bisogna prendere le armi a preferire la morte alla schiavitù a al disonore. 82 Quanto poi alla distruzione a al sacco delle città non si proceda a caso a con crudeltà. È dovere di un uomo grande punire i colpevoli nelle agitazioni, rispettare la moltitudine, non allontanarsi mai in qualsiasi condizione dalla rettitudine a dall'onestà. E come vi sono molti, 1'ho già detto, che antepongono le azioni militari alle civili, cosi si trovano molti, ai quali le risoluzioni affrettate e pericolose sembrano più nobili a più splendide di quelle tranquille e meditate. 83 E' ben vero che noi, col fuggire il pericolo, non dobbiamo mai correre il rischio di passare da imbelli e da codardi; ma è anche vero che dobbiamo rifuggire dal buttarci allo sbaraglio senza ragione, che è la cosa più dissennata del mondo. Perciò, nell'affrontare i pericoli, dobbiamo seguire il metodo dei medici, che, ai malati leggeri, porgono blandi rimedi, riservando di necessità alle malattie più gravi le cure pericolose e incerte. Nella bonaccia, pertanto, invocare la tempesta è gran demenza; ma superare la tempesta in qualunque modo, è vera saggezza, tanto più se il vantaggio di una pronta risoluzione supera il danno di un'incerta e dubbiosa esecuzione! D'altra parte, le pubbliche imprese sono pericolose tanto per coloro che le affrontano, quanto per lo Stato. 84 Vi sono poi molti i quali non esitano a sacrificare per la patria non solo le ricchezze, ma anche la vita, ma non farebbero il minimo sacrificio della loro fama, neppure se lo riehiedesse lo stato. Cosi Callicratida che, comandante degli Spartani nella guerra del Peloponneso, dopo molte egregie imprese, alla fine mandò tutto in rovina, non volendo obbedire all'ordine di quelli the volevano fosse richiamata la flotta dalle Arginuse a non si combattesse con gli Ateniesi". Ad essi Callicratida rispose che gli Spartani, perduta una flotta, potevano allestirne un'altra ma che egli non poteva fuggire, senza suo disonore. Questo poi non fu un colpo troppo grave per gli Spartani, ma fu molto grande quello ricevuto per colpa di Cleombroto che, temendo 1'impopolarità, diede temerariamente battaglia ad Epaminonda; a la potenza degli Spartani fu travolta. Quanto si comportò meglio Quinto Massimo, del quale Ennio disse: “Un sol uomo temporeggiando ha rimesso in piedi lo stato. Non anteponeva le dicerie alla salvezza della patria. Perciò sempre e ora più che mai rifulge la sua gloria”. Questo errore deve essere evitato anche nelle azioni civili. Vi sono infatti di quelli che, per timore della impopolarità, non osano dire ciò che pensano, anche se è giusto. 85 In generale coloro che si dispongono a reggere lo stato abbiano sempre presenti questi due precetti di Platone: primo, salvaguardare il bene dei cittadini, di modo che, qualunque cosa facciano, quello soprattutto abbiano di mira, dimentichi del loro utile; poi, curare tutto il corpo dello stato, per non trascurare le altre parti, mentre ne curano una. Infatti 1'amministrazione dello stato, come la tutela privata, deve avere di mira 1'utilità di quelli che sono stati affidati, non di quelli ai quali è stata affidata. Quelli che curano soltanto una parte dei cittadini, ed una parte ne trascurano, introducono nello stato un gravissimo malanno: la sedizione a la discordia; ed avviene che alcuni parteggiano per il popolo, altri per gli ottimati e pochi per tutti quanti. 86 Di qui nacquero in Atene grandi discordie; di qui scoppiarono nella nostra repubblica, non solo sedizioni, ma anche rovinose guerre civili; mali, questi, che un cittadino austero e forte, degno di primeggiare nello Stato, fuggirà con orrore: consacrandosi interamente allo Stato, senza cercare per sé né ricchezze né potenza, egli lo custodirà e lo proteggerà tutto quanto, in modo da provvedere al bene di tutti i cittadini. Inoltre, con false accuse, egli non ecciterà né odio né disprezzo contro alcuno; anzi si atterrà così strettamente alla giustizia e all'onestà che, pur di mantenerle ferme e salde, affronterà i più gravi insuccessi e incontrerà anche la morte, piuttosto che tradire quelle norme che ho detto. 87 Biasimevole è poi 1'ambizione a la caccia agli onori, sulla quale molto bene ha detto Platone: quelli che lottano fra di loro per avere l'amministrazione dello stato fanno come dei nocchieri che si contendessero il comando della nave”. Ed anche ci consiglia di giudicare nostri nemici quelli che portano le armi contro di noi, non quelli che vogliono avere cura dello stato secondo il loro senso politico: sia d'esempio il disaccordo, senza alcuna asprezza, fra Publio Africano e Quinto Metello. 88 E invero non bisogna dare ascolto a coloro i quali credono che dobbiamo adirarci fieramente coi nostri nemici, e anzi vedono appunto nell'adirarsi il carattere distintivo dell'uomo magnanimo e forte: no, la virtù più bella, la virtù più degna di un uomo grande e nobile è la pacata e mansueta clemenza. Invero, negli Stati liberi, ove regna l'eguaglianza del diritto, bisogna anche dar prova di una certa arrendevolezza, e di quella che suol chiamarsi padronanza di sé, per non incorrere nella taccia d'inutile e odiosa scontrosità, se ci accada di adirarci con importuni visitatori o con sfrontati sollecitatori. E tuttavia la mite e mansueta clemenza merita lode solo a patto che, per il bene superiore dello Stato, si adoperi anche la severità, senza la quale nessun governo è possibile. Ogni punizione e ogni riprensione, però, 12 dev'essere scevra d'oltraggio, e mirare, non alla soddisfazione del punitore o del riprensore, ma solo al vantaggio dello Stato. 89 Anche bisogna cercare che la pena non sia maggiore della colpa, e non avvenga che, per le medesime cagioni, alcuni siano duramente colpiti, altri né pur richiamati al dovere. Soprattutto è da schivare la collera nell'atto stesso del punire: chi si accinge al castigo in preda alla collera, non terrà mai quella giusta via di mezzo, che corre fra il troppo e il poco, via che piace tanto ai Peripatetici, e a ragione piace, solo che poi non dovrebbero lodare l'ira, dicendo che essa è un utile dono della natura. No, l'ira è da tenere lontana in tutte le cose, e bisogna far voti che i reggitori dello Stato assomiglino alle leggi, le quali s'inducono a punire non per impeto d'ira, ma per dovere di giustizia. 90 Anche nella prosperità a nella fortuna favorevole procuriamo di evitare la superbia, 1'alterigia a 1'arroganza. È segno di leggerezza infatti il non sapere essere moderati nella prospera a nella avversa sorte; è lodevolissima invece la serenità in ogni contingenza della vita ed il non mutare mai il volto a la fronte, come si racconta di Socrate a di Gaio Lelio. È vero che Filippo, re dei Macedonia, fu superato dal figlio nelle imprese a nella gloria; ma nella affabilità a socievolezza gli fu superiore; così 1'uno fu sempre grande, l'altro spesso fu turpissimo: giustissimo è quel detto che ci ammonisce ad essere tanto più miti, quanto più siamo in alto. Racconta Panezio che 1'Africano, discepolo ed amico suo, soleva dire: “ Come i cavalli esuberanti a focosi per il tumulto di troppe battaglie si sogliono affidare a domatori, perché diventino più docili, così è necessario che gli uomini, resi superbi dalla buona fortuna a troppo fiduciosi in se stessi, siano disciplinati a guidati dalla ragione, per rendersi conto della debolezza delle cose umane a della instabilità della fortuna”. 91 Anzi, quanto più sono favorevoli le nostre sorti, tanto più noi dobbiamo ricorrere al consiglio degli amici, concedendo loro anche maggiore autorità che nel passato. E in tale stato felice, guardiamo di non prestare l'orecchio agli adulatori e di non lasciarci lusingare da essi: bevendo le loro parole, è facile cadere in inganno, perché noi ci crediamo cosi brave persone da meritare ogni più alta lode. E da questo smarrimento, nascono innumerevoli guai, quando gli uomini, gonfi della lor presunzione, si avvolgono nei più grandi errori e restano infine col danno e con le beffe. Ma di ciò basti. 92 Bisogna poi considerare che le cose di più grande importanza a di gran conto sono compiute da quelli che reggono lo stato, perché 1'amministrazione dello stato ha un campo vastissimo a si estende a moltissimi; a che vi sono a vi furono uomini di grande animo anche nella vita privata, i quali o si sono dedicati agli studi o hanno intrapreso qualcosa di grande mantenendosi sempre nei limiti delle proprie occupazioni; o, in posizione intermedia tra i filosofi a gli uomini di stato, si sono occupati delle proprie sostanze, non aumentandole con ogni mezzo, né tenendole solo per sé, ma favorendo anzi gli amici allo stato, qualora fosse necessario. Le sostanze devono essere in primo luogo bene acquistate, non provenire da turpe a disonesto guadagno; poi siano accresciute con 1'operosità, la diligenza e la parsimonia; infine siano utili a molti, purché degni, né servano ai capricci, ma alla liberalità ed alla beneficenza. Osservando questi precetti si potrà vivere con magnificenza, dignità a fierezza ed al tempo stesso con franchezza, sincerità a vera amicizia verso gli altri uomini. 93 Resta a trattare 1'ultima parte dell'onestà, nella quale consiste il rispetto e, quasi come ornamenti della vita, la temperanza, la modestia, la padronanza sui moti dell'animo a la giusta misura di ogni cosa. In questa parte è compreso anche quello che in latino si chiama decorum e che in greco si dice prepon. 94 Essa è tale per sua intima natura che non può separarsi dall'onesto: poiché ciò che è decoroso è onesto e ciò che è onesto è decoroso; e la differenza che passa tra l'onestà e il decoro, è più facile a intendere che a spiegare. In verità, tutto ciò che ha il carattere del decoro, non appare se non quando lo precede l'onestà. Ecco perché, non solo in questa parte dell'onestà, della quale dobbiamo ora trattare, ma anche nelle tre precedenti si manifesta il decoro. Invero, il far sapiente uso della ragione e della parola, il meditare ogni azione, e in ogni cosa cercare e osservare la verità, e ad essa attenersi, è decoroso, mentre al contrario l'ingannarsi e l'errare, il cadere in fallo e il lasciarsi gabbare è altrettanto indecoroso quanto l'uscir di strada e l'essere fuor di senno; e così ogni azione giusta è decorosa, e ogni azione ingiusta, com'è disonesta, così è anche indecorosa. Allo stesso modo si comporta la fortezza: tutte le azioni generose e magnanime appaiono degne dell'uomo e informate al decoro; le azioni contrarie, invece, come sono disoneste, così offendono il decoro. 95 Quindi questo decoro riguarda tutte le parti dell'onestà e le riguarda in modo che non si vede solo per via di ragionamenti reconditi, ma balza agli occhi. Vi è un qualche cosa di decoroso che si presuppone in ogni virtù; ma questo può essere separato dalla virtù più in teoria che in pratica. Allo stesso modo che la grazia a la bellezza del corpo non possono essere disgiunte dalla buona salute, così il decoro è strettamente congiunto con 1a virtù, a può esserne disgiunto solo per astrazione a teoricamente. 96 Ora, il decoro è di due specie, giacché per decoro intendiamo tanto un carattere generale che risiede in tutto l'onesto, quanto un carattere particolare, a quello subordinato, che appartiene alle singole parti dell'onesto. Del primo si suol dare pressappoco questa definizione: “E' decoro ciò che è conforme all'eccellenza dell'uomo, in quanto la sua natura differisce da quella degli altri esseri viventi”; la parte speciale, invece, è definita così: “Decoro è ciò che è conforme alla particolare natura di ciascuno, sempre che in esso appaia moderazione e temperanza con un certo aspetto di nobiltà”. 97 E che così debba intendersi lo possiamo rilevare dal decoro poetico, del quale è consuetudine trattare più ampiamente altrove. E noi diciamo che i poeti osservano il decoro, quando ciò che avviene a che si dice corrisponde al carattere dei singoli personaggi. Così se Eaco o Minosse dicesse: “ Mi odino, purché mi temano”, oppure: “ Il padre stesso è tomba ai figli”, sembrerebbe indecoroso, poiché sappiamo che quelli furono giusti; male stesse cose dette da 13 Atreo sollevano il plauso, perché il discorso è degno del personaggio. Ma i poeti vedranno, secondo il personaggio, ciò che a ciascuno è appropriato; a noi la natura stessa ha assegnato una pane, dotandoci di superiorità a preminenza sugli altri esseri viventi. 98 Perciò i poeti, nella grande varietà dei caratteri, vedranno essi quale condotta e quale linguaggio convengano propriamente anche ai personaggi viziosi; noi, invece, non dobbiamo che osservare la legge della natura; la natura ci assegna le parti della coerenza, della moderazione, della temperanza e della discrezione; e ancora e sempre la natura ci insegna a considerare attentamente come dobbiamo comportarci in rapporto agli altri uomini; ebbene, da tutto questo appare in chiara luce quanto vasto sia il campo su cui si estende il decoro, sia quello generale che riguarda l'onestà tutta quanta, sia quello particolare che si manifesta in ogni singola virtù. Invero, come la bellezza del corpo, per l'armonica disposizione delle membra, attira gli sguardi e infonde piacere, appunto perché tutte le parti si accordano tra loro con una tal qual leggiadria, così quel decoro, che risplende nella vita, suscita l'approvazione di coloro coi quali viviamo, in virtù dell'ordine, della coerenza e della temperanza che informano ogni nostro detto e ogni nostro atto. 99 Si deve dunque avere un certo rispetto non solo per gli uomini migliori, ma anche per tutti gli altri. È infatti proprio dell'uomo non solo arrogante ma anche completamente trascurato il non tener conto dell'opinione altrui intorno a loro. Vi è poi una certa differenza, sotto questo riguardo, fra giustizia a rispetto: è ufficio della giustizia non danneggiare gli uomini; è dovere del rispetto non urtarne la sensibilità; ed in questo è soprattutto riposta la natura del decoro. E da quanto ho detto, credo che si possa ormai capire cosa sia il decoro. 100 Ora la prima strada che si presenta al dovere derivante dal decoro, è quella che conduce a una piena e stabile armonia con le leggi della natura: poiché, se prenderemo la natura per guida, noi non ci partiremo mai dalla retta via, e conseguiremo quelle tre virtù che abbiamo già esaminate: la naturale perspicacia ed acutezza della mente, una condotta adeguata alla convivenza civile, la forza e il vigore del carattere. Ma la maggior forza del decoro risiede in questa parte della quale ragioniamo, cioè nella temperanza. Perché, se sono da lodare i movimenti del corpo, quando sono conformi a natura, tanto più sono da lodare quelli dell'animo, quando egualmente si accordano con la natura. 101 Due sono, invero, le potenze naturali dell'animo: l'una è riposta nell'istinto (i Greci la chiamano orme = impulso), e trascina ciecamente l'uomo qua e là; l'altra risiede nella ragione, che insegna e dimostra quello che è da fare e quello che è da evitare. Onde avviene che la ragione comanda e l'istinto obbedisce. 101. Due sono gli elementi naturali dell'animo: 1'uno è posto nell'istinto, detto dai Greci óp~t~ ~ [impulso], che trascina l'uomo qua a là; 1'altro è posto nella ragione, che insegna a rivela all'uomo cosa si debba fare ed evitare. In tal modo la ragione comanda a 1'istinto obbedisce. Ogni azione deve andare esente da temerità a negligenza, né si deve fare alcuna cosa di cui non si possa dare motivo plausibile: questa è press' a poco la definizione del dovere. 102 Anzitutto bisogna fare in modo che gl'istinti obbediscano alla ragione: non le corrano innanzi e non disertino da essa per fiacchezza o per viltà, ma se ne stiano tranquilli, liberi e franchi da ogni turbamento. Per tal modo risplenderanno in tutta la loro luce la fermezza e la temperanza. Difatti, quegl'istinti che vanno fuor di strada e, come cavalli imbizzarriti per eccesso di bramosia o di paura, non sono tenuti abbastanza a freno dalla ragione, oltrepassano senza dubbio il limite e la misura: abbandonano e rigettano l' obbedienza, ribellandosi alla ragione, a cui sono pure sottoposti per legge di natura; si che questi sfrenati istinti turbano non solo l'animo, ma anche il corpo. Basta osservare l'aspetto degli uomini adirati, o di quelli che sono sconvolti da qualche passione o da qualche timore, o di quelli che si esaltano per soverchio piacere: tutto in loro si muta il volto, la voce, l'andare, lo stare. 103 Si comprende quindi, per tornare al concetto di dovere, che si devono frenare e sedare tutti gli appetiti, a tenere desta 1'attenzione a la solerzia per non fare niente a caso a temerariamente, con sconsideratezza a negligenza. Noi non siamo stati generati dalla natura per dedicarci ai divertimenti a agli scherzi, ma per dedicarci a cose serie, ad occupazioni più gravi e più importanti. È lecito divertirsi a celiare ma, come per il sonno a per gli altri riposi, quando avremo soddisfatto alle nostre serie ed importanti occupazioni. Il modo stesso poi di celiare non deve essere né eccessivo, né sguaiato, ma degno di persona ammodo, a garbato. Allo stesso modo come non diamo ai fanciulli licenza sconfinata nei giochi, ma quella che non offenda l'onestà, così nelle stesse celie deve trasparire la rettitudine dell'animo. 104 Ci sono, insomma, due specie di scherzi: l'uno volgare, aggressivo, scandaloso, turpe; l'altro elegante, garbato, ingegnoso, fine. Di questa seconda specie sono pieni non solo il nostro Plauto e l'antica commedia degli Attíci, ma anche i libri dei filosofi socratici; e di questa specie sono molte facezie di molti, come, per esempio, quelle che furono raccolte dal vecchio Catone e che vanno sotto il titolo di apophthegmata. E' facile, dunque, distinguere lo scherzo nobile dal volgare. Uno è degno anche dell'uomo più austero, se è fatto a tempo debito, come, per esempio, quando lo spirito si allenta; l'altro non è né pur degno di un uomo libero, se all'indecenza dei pensieri si aggiunge l'oscenità delle parole. Anche nei divertimenti, dobbiamo osservare una certa misura, per non prorompere in eccessi e, inebriati dal piacere, scivolare in qualche sconcezza. Offrono esempi di onesti divertimenti il nostro Campo di Marte e gli esercizi della caccia. 105 In qualsiasi investigazione sul dovere, si deve tenere presente quanto la natura dell'uomo è superiore a quella degli animali domestici a di tutte le altre bestie. Queste non sentono che il piacere a verso di quello si lasciano trascinare con forza irresistibile; la mente dell'uomo invece si nutre con 1'imparare a con il pensare, a sempre ricerca a medita ed è guidata dal diletto di vedere a di udire. Anzi, se uno è alquanto incline ai piaceri, purché non sia simile agli animali (vi sono infatti uomini solo di nome a non di fatto), ma sa andare con la testa un po' più alta, se anche si lascia prendere dal piacere, nasconde e dissimula per pudore questi suoi istinti. 106 Da ciò si comprende che il piacere dei sensi non è troppo degno della nobiltà umana e che anzi conviene disprezzarlo e rigettarlo; se c'è però qualcuno che conceda qualche cosa al piacere, ponga ogni cura nell'usare con 14 sapiente moderazione. Perciò il vitto e la cura della persona abbiano per fine non il piacere, ma la buona salute e il buon vigore. Anzi, sol che vogliamo riflettere un poco sopra l'eccellenza e la dignità della natura umana, comprenderemo (-111antO Síá tUF1)C Una \Ita C13C IMOta FM ILISSO e si sprofonda nelle mollezze, e per contro quanto sia bella una vita modesta e Ci-ii(,ale, austera e sobria. 107 Bisogna anche considerare che la natura ci ha quasi assegnato due ruoli: 1'uno è comune a tutti, in quanto tutti siamo partecipi della ragione a di quella superiorità, per la quale ci distinguiamo dalle bestie; da cui deriva 1'onesto a il decoro ed al quale risale la conoscenza del dovere; 1'altro è attribuito a ciascuno in modo particolare. Come infatti nei corpi ci sono grandi differenze (alcuni sono valenti nella corsa, altri nella lotta, in certe fattezze vi è dignità, in altre leggiadria), così negli animi vi sono varietà anche maggiori. 108 Lucio Crasso e Lucio Filippo avevano molto spirito; anche più spirito, e più raffinato, aveva Gaio Cesare, figlio di Lucio; d'altra parte, nel medesimo tempo, Marco Scauro e il giovane Marco Druso avevano una straordinaria serietà, Gaio Lelio molta festevolezza, l'intimo amico suo Scipione più grande ambizione e più austera vita. Fra i Greci, poi, sappiamo che Socrate era affabile e gioviale e piacevole conversatore, e, in ogni discorso, maestro in quella particolare finzione che i Greci chiamano eirona, per contro, Pitagora e Pericle conseguirono somma autorità, pur senz'ombra di buon umore. Astuto fu (com'è noto) tra i capitani cartaginesi Annibale, tra i nostri Quinto Massimo: aperti entrambi nell'arte di celare, tacere, dissimulare, tendere insidie, prevenire e sventare i disegni del nemico. Per questo rispetto i Greci antepongono Temistocle e Giàsone di Fere a tutti gli altri; ed esaltano in particolar modo lo scaltro e ingegnoso espediente di Solone, il quale, per meglio tutelare la sua vita e per più giovare alla sua patria, si finse pazzo. 109 Ben diversi da costoro vi sono altri, candidi e schietti, i quali credono che non si debba far nulla di nascosto, nulla per inganno, amanti della verità, nemici della frode; e altri ancora vi sono, disposti a sopportare qualunque affronto e a inchinare qualunque persona, pur di raggiungere il proprio intento, come vedevamo fare a Silla e a Marco Crasso. Per questo rispetto, insigne per scaltrezza e per pazienza fu (com'è noto) lo spartano Lísandro;' tutto l'opposto fu Callicratída, che successe a Lisandro nel comando dell'armata. Similmente, nel conversare familiare, taluno, per potente che sia, non ottiene altro effetto che di sembrare uno dei tanti. Abbiamo notato nei due Catuli, padre e figlio, e anche in Quinto Mucio Mancia. Ho sentito dire dai nostri vecchi che la stessa disinvoltura l'ebbe Publio Scipione Nasica;' al contrario, il padre di lui, quello che represse gli scellerati tentativi di Tiberio Gracco, non ebbe neppure un tratto di parlar cortese; come non l'ebbe neanche Senocrate, il più rigido e burbero dei filosofi, il quale, appunto per questa mancanza di affabilità, fu grande e famoso. Ci sono poi innumerevoli altre differenze psicologiche e morali, non però meritevoli di biasimo alcuno. 110 Ogni uomo deve accuratamente coltivare le sue qualità naturali (le buone, s'intende, non le cattive), per poter più facilmente conservare quel decoro di cui andiamo parlando. E il modo da tenere è questo: non dobbiamo far nulla contro l'universale natura umana e, nel pieno rispetto di essa, dobbiamo seguire la nostra particolare, in modo che, anche se altri abbiano altre attitudini maggiori e migliori, noi misuriamo le nostre alla stregua della nostra natura: non giova, invero, contrastare alla propria natura o inseguire quello che non si può raggiungere. Da ciò emerge più evidente la vera essenza del decoro, appunto perché nulla è decoroso a dispetto, come suol dirsi, di Minerva, cioè, nel caso nostro, della natura. 111 In generale, se c'è al mondo cosa decorosa, nessuna certamente è tale più della coerenza, così nella vita intera come nelle singole azioni; coerenza che noi non potremmo conservare a pieno, se, imitando l'altrui natura, ci spogliassimo della nostra. Invero, come noi dobbiamo far uso di quella lingua che ci è materna, per non essere giustamente derisi, come accade a taluni che vi cacciano dentro parole greche, così non dobbiamo introdurre nessuna dissonanza nelle nostre azioni e nella nostra vita. 112 Ora, questa diversità di nature ha in sé tanta forza che talvolta un uomo deve darsi la morte, mentre un altro, nelle stesse condizioni, non deve. Forse che Marco Catone si trovò in condizione diversa da quella di coloro che in Africa si arresero a Cesare? Eppure, mentre a costoro si sarebbe forse imputato a colpa se si fossero uccisi, perché meno austera era stata la loro vita e meno rigidi i loro costumi, a Catone, invece, che aveva avuto in dono dalla natura una straordinaria austerità, da lui rafforzata con una incessante fermezza, a Catone, ch'era sempre rimasto incrollabilmente fermo nel suo proposito, il dovere impose di morire piuttosto che veder la faccia del tiranno. 113 Quanti travagli sopportò Ulisse nelle sue lunghe avventure, quando fu costretto a servire delle donne, se donne si possono chiamare Circe a Calipso, e a mostrarsi affabile con tutti in ogni suo discorso! Nella sua casa sopportò perfino le ingiurie dei servi a delle ancelle per raggiungere una buona volta ciò che desiderava. Aiace invece, con quel carattere che gli viene attribuito, avrebbe mine volte preferito darsi la morte piuttosto che sopportare quelle offese. Consideriamo questi esempi; sarà opportuno che ciascuno esamini quali sono le sue naturali tendenze a quelle indirizzi a buon fine, senza sperimentare quanto le tendenze altrui gli si addicano; a ciascuno infatti conviene di più ciò che gli è proprio. 114 Ciascuno, adunque, ben conosca la propria indole, facendosi giudice attento e oculato delle sue virtù e dei suoi difetti, perché non sembri che gli attori hanno più discernimento di noi. Gli attori, infatti, scelgono non i drammi migliori, ma quelli più adatti alle loro forze: coloro che confidano nella voce, preferiscono gli Epigoni e il Medo, coloro che confidano nella mimica, la Melanippa e la Clitemestra; Rupílio, ben lo ricordo, recitava sempre l'Antiope, Esopo di rado l'Aiace. Un istrione, dunque, vedrà ciò che gli conviene sulla scena, e il sapiente non lo vedrà nella vita? Applichiamoci adunque con ogni maggior cura a quelle cose alle quali siamo più specialmente adatti. Che se talora la necessità, sviandoci dal nostro cammino, ci spingerà a cose non conformi all'indole nostra, ci converrà adoprare ogni 15 cura, ogni più meditata diligenza per poterle fare, se non proprio con decoro, almeno col minor disdoro possibile. Non tanto dobbiamo sforzarci di conseguire quelle doti che la natura ci ha negato, quanto piuttosto di fuggire quei difetti che essa ci ha dato. 115 Ma a questi due ruoli, dei quali ho parlato, se ne aggiunge un terzo, imposto dalle circostanze dal caso; ce n'è poi un quarto the noi ci scegliamo liberamente. Infatti i regni, i comandi, 1'appartenenza alla nobiltà, le ricchezze, gli onori la potenza tutte le cose a queste contrarie sono rette guidate dalle circostanze dal caso; ma lo scegliere il ruolo che vogliamo interpretare dipende dalla nostra volontà. E così alcuni si dedicano alla filosofia, altri al diritto civile, altri ancora all'eloquenza e, quanto alle stesse virtù, c'è chi preferisce distinguersi nell'una, chi nell'altra. 116 In verità, quelli i cui padri o antenati si segnalarono in qualche genere di gloria, si studiano per lo più di emergere in quel medesimo genere, come, per esempio, Quinto Mucio, figlio di Pubbo, nel diritto civile, e l'Africano, figlio di Paolo, nell'arte della guerra. Certuni, però, alle glorie ereditate dai padri, ne aggiunsero qualcuna tutta loro, come, per esempio, il medesimo Africano coronò la gloria dell'armi con quella dell'eloquenza; e lo stesso fece Tímoteo, figlio di Conone, il quale, non inferiore al padre nella gloria militare, vi aggiunse quella della cultura e dell'ingegno. Del resto, accade talvolta che alcuni, lasciando da parte l'imitazione dei loro maggiori, perseguano un loro particolare proposito, e per lo più pongono in ciò ogni diligenza soprattutto coloro che, nati da parenti oscuri, si prefiggono un alto e nobile ideale. 117 Quando cerchiamo in che cosa consiste il decoro dobbiamo tenere presenti tutte queste cose. Prima di tutto stabiliremo chi a quali noi vogliamo essere a quale genere di vita seguire, deliberazione fra tutte difficilissima. Nella età giovanile, infatti, quando minore è 1'assennatezza, ognuno decide di seguire quel genere di vita, che più gli piace; a si trova impegnato in un genere di vita a modo di vivere prima ancora di poter giudicare quale sia il migliore. 118 Racconta Prodico, come si legge in Senofonte, che Ercole, nella prima giovinezza, che è il temp o assegnato dalla natura per la scelta del cammino che ognuno percorrerà nella vita, giunse in un luogo solitario e che ivi sedendo (si aprivano innanzi a lui due Strade, una del Piacere, l'altra della Virtù) stette lungamente e intensamente riflettendo tra sé in quale delle due fosse meglio entrare. Ebbene, questa consapevole e libera elezione del proprio stato poté forse toccare in sorte a un Ercole, “nato dal seme di Giove”, ma non può certo capitare egualmente a noi, che di solito imitiamo coloro che attraggono il nostro spirito e che ci inducono a seguire ciecamente le loro occupazioni e il loro tenore di vita. Il più delle volte, poi, imbevuti dei precetti dei nostri genitori, noi siamo dolcemente condotti a prendere i loro costumi e le loro abitudini. Altri si lasciano trascinare dal giudizio della moltitudine e vagheggiano con più acceso desiderio quelle cose che alla maggior parte degli uomini sembrano infinitamente belle. Solo pochi, o per felicità di fortuna o per bontà di natura, seguono il retto cammino della vita, pur senza la scuola e la guida dei genitori. 119 Rarissimi sono poi quelli i quali, forniti di eccellente e grande ingegno o di vasta erudizione a dottrina, o del1'uno a dell'altra insieme, hanno avuto anche il tempo di deliberare quale genere di vita dovessero seguire: nella quale deliberazione ognuno deve regolarsi secondo le proprie disposizioni naturali. Se infatti in tutte le azioni deduciamo dalle attitudini naturali ciò che è conveniente, come abbiamo detto, con tanto maggior cura dovremo fissare la regola della vita, per poter esser coerenti nel corso di questa a non mancare a nessun dovere. 120 Poiché, in questa determinazione, la natura ha il maggior potere, e subito dopo viene la fortuna, dell'una e dell'altra bisogna certamente tener conto nella scelta dello stato, ma più della natura, che è molto più salda e costante, sì che talvolta pare che la fortuna, come mortale, venga a conflitto con l'immortale natura. Chi dunque avrà conformato il proprio tenore di vita alla propria natura, purché non viziosa, si mantenga ad esso coerente (in ciò consiste il maggior decoro), tranne che non s'accorga d'avere errato nella scelta della carriera. In questo caso, che facilmente può darsi, bisogna cambiare sistema di vita. E questo cambiamento sarà tanto più facile e agevole quando le circostanze aiutano; se no, lo si faccia a poco a poco e a passo a passo, a quel modo che le amicizie, che non ci garbano e non ci soddisfano, conviene, a giudizio dei savi, scucirle a poco a poco anziché troncarle d'un tratto. 121 Mutato poi il genere di vita, dobbiamo adoperarci in tutti i modi perché si possa dire che abbiamo agito con giusta ragione. Ma poiché poco prima ho detto che bisogna imitare i nostri antenati, si faccia prima questa limitazione, di non imitarne i difetti. Può darsi che la natura non ci permetta di imitare certe qualità, allo stesso modo che il figlio dell'Africano Maggiore, il quale adottò il figlio di Paolo, non poté per la malferma salute essere tanto simile al padre, quanto quegli era stato al proprio; se dunque uno non potrà difendere cause, tenere adunanze, fare guerre, dovrà tuttavia dar prova di quelle virtù che saranno in suo potere, come la giustizia, la fede, la liberalità, la modestia, la temperanza, perché si senta meno la mancanza di ciò che gli fa difetto. L'eredità migliore, che si possa trasmettere da padre in figlio, più preziosa di qualunque patrimonio, è la gloria delle virtù e delle azioni; a il macchiarla è colpevole empietà. 122 Siccome però i doveri che si assegnano alle diverse età non sono gli stessi, ma alcuni s'addicono ai giovani, altri ai vecchi, conviene dire qualcosa su tale distinzione. È compito dei giovani rispettare i più anziani, scegliere fra questi i migliori e i più stimati, ed essere guidati dal loro consiglio a dalla loro autorità; poiché 1'inesperienza della giovinezza dev'essere consolidata a governata dal senno degli anziani. Gli adolescenti devono soprattutto tenersi lontano dalle passioni, esercitarsi a tollerare le fatiche dell'animo come del corpo perché la loro operosità sia valida nell'assolvere i compiti di guerra a di pace. E quando vorranno ricreare 1'animo a concedersi degli svaghi, non siano intemperanti a non perdano di vista la verecondia; il che sarà tanto più facile, se non ricuseranno la presenza di qualche anziano. 123 Quanto ai vecchi, essi dovranno diminuire le fatiche del corpo e aumentare gli esercizi della mente; e dovranno adoperarsi ad aumentar di consiglio e di saggezza quanto più è possibile gli amici, la gioventù e, sopra tutto, la patria. D'altra parte, non c'è cosa da cui la vecchiezza debba più rifuggire che dall'abbandonarsi a una torpida inerzia; 16 e la lussuria, se è brutta in ogni età, nella vecchiezza è suprema vergogna; se poi vi si aggiunge anche l'intemperanza nel piaceri, doppio è il malanno, perché la vecchiezza, mentre disonora se stessa, rende più sfacciata l'intemperanza dei giovani. 124 Non è neppure fuori luogo parlare dei doveri dei magistrati, dei cittadini privati a dei forestieri. È precipuo dovere del magistrato rendersi conto che egli impersona lo stato, a deve sostenerne il prestigio a 1'onore, salvaguardarne le leggi, fissare le norme a ricordare che tutte queste cose sono affidate alla sua lealtà. È poi giusto che il privato viva a eguaglianza di diritti con gli altri cittadini, né sottomesso ed umile, né ostentando alterigia, e che desideri nello stato 1'ordine a la moralità; così noi siamo soliti concepire il buon cittadino. 125 Dovere, poi, del forestiere, o di passaggio o residente, è di badare soltanto ai fatti suoi, non immischiandosi negli affari degli altri e non ficcando il naso nella politica di uno Stato che non è il suo. Questi sono press'a poco i doveri che si ritrovano indagando quale sia l'essenza del decoro in rapporto alle persone, alle circostanze e alle età. Ma il sommo del decoro consiste pur sempre nel serbare la coerenza in ogni azione e in ogni risoluzione. 130 Due sono i generi di bellezza, 1'uno consiste nella grazia, 1'altro nella dignità; dobbiamo dedurre che la grazia é propria della donna a la dignità dell'uomo. Si allontani dunque dalla bellezza virile ogni ornamento che non sia degno dell'uomo a si eviti ogni vezzo nei gesti e nei movimenti. Poiché i movimenti imparati dal maestro dì ginnastica riescono spesso alquanto spiacevoli, ed alcuni gesti degli attori non sono privi di leziosaggine; in ambedue i casi meritano approvazione quegli atti che sono semplici a naturali. La dignità dell'aspetto deve essere conservata con la freschezza del colorito ed il colorito con le esercitazioni fisiche. Bisogna inoltre curare la pulizia, in modo che sia non troppo affettata a ricercata, ma tale che eviti la trascuratezza dei villani. La stessa norma si deve seguire nell'abbigliamento, dove, come nella maggior parte delle cose, la giusta misura é la migliore. 131 Anche nel camminare ci vuol misura: quando si va a diporto, non si tenga un passo troppo lento e molle, come chi va in processione, e quando si ha fretta, non si prenda la corsa, perché il respiro diventa affannoso, il volto si altera e la bocca si storce: segni evidenti che non c'è in noi fermezza di carattere. Ma assai più ancora dobbiamo studiarci che non discordino dalla natura i moti dell'animo; il che ci verrà fatto, se ci guarderemo dal cadere in turbamenti e smarrimenti, e se terremo l'animo sempre vigile e attento a conservare il decoro. 132 I movimenti dell'animo sono di due specie a consistono nel pensiero a nell'appetito: il pensiero si applica soprattutto alla ricerca del vero; l'appetito spinge all'azione. Faremo in modo dunque di rivolgere il pensiero alle cose migliori a di rendere 1'appetito obbediente alla ragione. Grande è 1'efficacia del discorso, che è di due tipi, il discorso oratorio a la conversazione: del primo si fa uso nei dibattiti processuali, nelle riunioni del popolo a del senato; la seconda si usa in società, nelle discussioni, nei colloqui con i familiari ed anche nei conviti. Vi sono precetti dei retori sul discorso oratorio, a non ve ne sono sulla conversazione, sebbene io creda che anche in questo campo se ne possono dare. Il fatto è che si trovano maestri, quando vi sono persone desiderose di apprendere: ma qui non vi sono scolari, mentre grande è la moltitudine dei retori; sebbene i precetti intorno alle parole ed alle idee si adattino anche alla conversazione. 133 Come strumento del discorso abbiamo la voce e nella voce dobbiamo cercare due pregi: la chiarezza e la dolcezza. L'uno e l'altro pregio lo si deve chiedere alla natura; ma l'uno si accrescerà cori l'esercizio e l'altro con l'imitazione di coloro che parlano con pronunzia scolpita e pacata. Non c'era nulla nei Càtulí che li facesse giudicare dotati di uno squisito gusto letterario; erano colti, sì, ma come tanti altri; eppure essi avevano fama di parlar magnificamente il latino: il tono della loro voce era dolce; le sillabe non erano né strascicate né smozzicate, sì che non c'era neppure un'ombra né di affettazione, né di oscurità; la voce usciva dalla loro bocca senza sforzo, né languida né cantante. Più ricco, e non meno piacevole, era il discorrere di Lucio Crasso; ma non minor fama di ben parlare ebbero i Càtuli. Nelle arguzie e nelle facezie, poi, Cesare, fratello di Càtulo padre, superò tutti, si che perfino nella eloquenza forense egli, col suo parlar familiare, vinceva il solenne parlare degli altri. In tutte queste cose, adunque, noi dobbiamo porre ogni studio, e vogliamo conseguire in tutto e per tutto il decoro. 134 Sia dunque il linguaggio della conversazione, nel quale soprattutto eccellono i socratici, piacevole a per niente polemico; abbia in sé dell'arguzia. Né colui che parla escluda gli altri dalla conversazione, quasi faccia da padrone; ma, come in tutte le altre cose, creda giusto che ognuno parli alla sua volta. Consideri in primo luogo quale sia l'argomento del discorso: se di cose serie, sia grave; se di cose scherzo se, sia spiritoso; badi massimamente che il discorso non riveli qualche difetto morale, il che avviene specialmente quando a bella posta si parla degli assenti per metterne in evidenza i difetti con maldicenze a calunnie, o per ischerzo o sul serio. 135 Offrono per lo più materia al conversare familiare gli affari privati, la politica, l'arte, la scienza. Se il discorso comincia a sviarsi verso altri argomenti, si cerchi di ricondurlo al tema, ma sempre in armonia col gusto dei presenti: poiché noi non ci compiaciamo né in ogni momento né in egual modo delle stesse cose. Anche bisogna osservare fino a qual punto il discorso riesca dilettevole e interessante, e, come ci fu una buona ragione per cominciarlo, così si trovi una bella maniera per finirlo. 136 E come giustamente si insegna che in tutte le circostanze della vita dobbiamo fuggire le perturbazioni, cioè i moti eccessivi dell'animo che non obbediscono alla ragione, così il nostro discorso deve evitare tali alterazioni, perché non non ne prorompa l'ira, o qualche altra passione, la accidia o 1'indolenza, o qualche cosa del genere non vi si manifesti; è specialmente degno di lode il mostrarsi deferenti a rispettosi verso quelli con i quali parliamo. Talvolta appaiono necessari anche i rimproveri, nei quali conviene forse alzare un po' la voce a usare una certa gravità di parole; a dobbiamo anche fare in modo di apparire adirati. Ma poiché solo nei casi estremi si ricorre alle cauterizzazioni a alle amputazioni, così noi ricorreremo a questo genere di reprimenda raramente e malvolentieri, a solo quando sarà 17 necessario, e non si sarà trovato altro rimedio; ma da noi sia lontana l'ira, con la quale non si può far nulla rettamente a ponderatamente. 137 Nella maggior parte dei casi basta fare un dolce rimprovero, non disgiunto da una certa sostenutezza, di modo che si adoperi la severità senza abbandonarsi all'ingiuria. E anche quel tanto di amaro che il rimprovero comporta, bisogna far capire che l'abbiamo adoperato per amor di colui che si rimprovera. E anche in quei contrasti, che sorgono tra noi e i nostri più fieri nemici, se pure ci accada di sentir cose indegne di noi, dobbiamo serbare tuttavia una dignitosa compostezza, reprimendo lo sdegno. Tutto ciò che si fa nell'impeto d'una passione, non può né informarsi alla coerenza né ottenere lode dai presenti. Gran brutta cosa è anche il decantare i propri meriti, soprattutto non veri, e imitare il soldato millantatore, provocando le risa di chi ci ascolta. 138 E poiché non vogliamo dimenticare nulla, questa è almeno la nostra intenzione, diremo anche quale debba essere la casa di un uomo che abbia una posizione elevata ed importante. Lo scopo della casa è 1'utilità pratica, alla quale deve corrispondere la disposizione delle parti, badando però anche alle comodità ed al prestigio. Sappiamo che a Gneo Ottavio, il primo della sua famiglia che fosse stato console, fu di grande onore 1'essersi costruito sul Palatino una casa imponente a signorile; ed essendo questa visitata da tutti, si riteneva che essa avesse giovato al padrone, uomo nuovo, per ottenere il consolato. Scauro la fece demolire a ne aggiunse 1'area alla propria casa. Pertanto quegli portò primo nella sua casa il consolato; questi, figlio di un uomo ragguardevole a famoso, portò nella propria, in tal modo ingrandita, non solo 1'insuccesso nelle elezioni, ma anche il disonore a la sventura. 139 E giustamente: poiché la dignità della persona deve trovare nella casa il suo ornamento, ma non deve cercare in essa la sua prima ed ultima ragione. Non la casa deve conferire decoro al padrone, ma il padrone alla casa. E come in tutte le cose si deve tener conto non solo di sé, ma anche degli altri, così trattandosi della casa di un personaggio illustre, nella quale bisogna ricevere molti ospiti e ammettere molta gente d'ogni sorta, si procuri che essa abbia una giusta ampiezza; se no, una casa troppo vasta, se rimane vuota e deserta, torna a disdoro del padrone, tanto più se, in altro tempo e con altro padrone, era di solito molto frequentata. Fa pena sentir dire dai passanti: “0 casa antica, in quali man cadesti!”. Cosa che in questi tempi si può dire a proposito di molti. 140 Bisogna poi badare, specialmente se fabbrichi la casa del tuo, di non esagerare nel lusso a nello sfarzo: in questo anche 1'esempio danneggia molto. Molti sono coloro i quali si studiano d'imitare particolarmente in questo campo gli atti dei grandi: chi, per esempio, imitò le virtù di Lucio Lucullo, uomo insigne? ma quanti ne imitarono il fasto delle ville! In questo campo ci vuole senz'altro misura a bisogna tenere presente il giusto mezzo, che deve essere applicato a tutte le necessità a comodità della vita. Ma di ciò basta. 141 Nell'intraprendere un'azione, qualunque sia, bisogna osservare costantemente tre norme: prima, che il sentimento obbedisca alla ragione (e questo è il miglior modo per adempiere i nostri doveri) poi, che si determini esattamente l'importanza della cosa che si vuole effettuare, per non assumersi cura e fatica maggiore o minore di quel che la cosa richiede; infine, procurare che tutto ciò che riguarda l'aspetto e la dignità di un uomo libero, non passi la giusta misura. E misura perfetta è mantenere rigorosamente quel decoro, del quale ho parlato innanzi, senz'andar tropp'oltre. Di queste tre norme, per altro, la più importante è che il sentimento obbedisca alla ragione. 142 Parleremo poi dell'ordine delle nostre azioni a del tempo opportuno per compierle. Queste qualità sono contenute in quella facoltà che i Greci chiamano aútaeía [buon ordine], non nel senso di “misura”, ov'è incluso il concetto di misurare, ma nell'altro senso di “opportunità”, con il quale si esprime la osservanza dell'ordine. A chiamarla anche moderazione ci autorizzano gli stoici, i quali la definis cono come la facoltà di collocare a tempo opportuno le cose che si fanno a che si dicono: a così sembra che i due termini, ordine a collocazione, si identifichino. In questo modo essi definiscono 1'ordine: disposizione delle cose in luogo adatto a appropriato; ora, il luogo dell'azione è, come essi dicono, 1'opportunità del momento: il tempo opportuno dell'azione si chiama in greco eúxaipía [opportunità], in latino occasio. In tal modo avviene che questa moderazione, giacché 1'ho chiamata così, è 1'arte di conoscere il momento opportuno per compiere un'azione. 143 Ma tale definizione può convenire anche a quella prudenza della quale abbiamo parlato nel principio del libro, mentre qui, in questo punto, noi andiamo esaminando la moderazione, temperanza e altre simili virtù. Perciò, se i caratteri e le proprietà della prudenza sono stati descritti al loro luogo, ora dobbiamo descrivere i caratteri e le proprietà di queste virtù delle quali già da tempo parliamo e che hanno attinenza con la verecondia e mirano ad ottenere l'approvazione di quelle persone con le quali viviamo. 144 Nelle nostre azioni 1'ordine deve essere tale che, come in un discorso ben concatenato, così nella vita gli atti siano armonicamente concordi. Sarebbe cosa turpe e oltremodo spiacevole mischiare in argomenti seri lazzi degni dei conviti, o discorsi frivoli. Bella fu la risposta di Pericle. Avendo egli per collega nella pretura il poeta Sofocle, si erano riuniti per le necessità del loro comune ufficio. Passando per caso un bel fanciullo, Sofocle disse: “Che bel ragazzo, o Pericle!”. E quello: “Un pretore, Sofocle, deve tenere a posto non solo le mani, ma anche gli occhi”. Eppure se Sofocle avesse detto questo in un esame d'atleti non sarebbe stato rimproverato. Tanta è l'importanza del luogo a del tempo. Così, se chi sta per trattare una causa, meditasse seco in viaggio o durante la passeggiata, o si concentrasse con grande attenzione su qualche altra cosa, non potrebbe essere biasimato; ma, se così facesse in un convito, apparirebbe ineducato per 1'ignoranza dell'opportunità. 145 Se non che quegli atti che discordano molto dalla buona educazione (come, per esempio, se uno si mettesse a cantare in piazza, o commettesse qualche altra grave sconcezza) saltano subito agli occhi, e non hanno gran bisogno di ammonimenti e di precetti; dobbiamo invece guardarci con maggior cura da quelle sconvenienze che sembrano piccole 18 e sono percepite da pochi. Come nel suono delle cetre o dei flauti, anche la più piccola stonatura è di solito avvertita dal buon intenditore, così noi dobbiamo cercare che nella nostra vita non vi sia mai dissonanza alcuna, anzi tanto più ne abbiamo il dovere quanto l'accordo delle azioni è più importante e più bello che non quello dei suoni. 146 E come nell''accordo della lira 1'orecchio dei musici avverte anche le più piccole sfumature, così noi, se vogliamo essere cauti a diligenti giudici ed osservatori dei difetti, sapremo spesso da piccoli indizi trarre importanti deduzioni. Dallo sguardo degli occhi, dalle sopracciglia spianate o contratte, dalla mestizia, dalla atletica, dal riso, dai discorsi, dai silenzi, dalla voce alta o bassa, a da altri atti simili facilmente potremo giudicare quale di questi atteggiamenti sia conveniente a quale invece discordante con il dovere a con la natura. E sotto questo aspetto non sarà inopportuno giudicare dagli altri quale valore abbiano questi atti, per evitarli noi stessi, se in essi vi è qualcosa di sconveniente; poiché non so come avviene che vediamo più facilmente i difetti altrui che i nostri. 147 E non è inopportuno, per fare una buona scelta tra casi dubbi, ricorrere al consiglio di persone dotte, o anche solo esperte della vita, cercando di conoscere il loro giudizio su ogni particolar dovere. [La maggior parte degli uomini, infatti, ha per guida il proprio naturale istinto.] In tutti costoro, dunque, giova osservare non solo le parole, ma anche i sentimenti di ciascuno, e, di questi sentimenti, le specifiche ragioni. Invero, come i pittori e gli scultori, e in realtà anche i poeti, sottopongono ciascuno l'opera sua al giudizio del volgo, nell'intento di correggere quei tratti in cui si accordano le critiche di molti, riservandosi d'esaminare poi tra sé e con altri in che consista il notato errore, cosi ci sono moltissime cose che noi dobbiamo fare o non fare, e anche mutare o correggere secondo il giudizio degli altri. 148 Non si possono invero dare precetti su queste cose che si fanno per consuetudine a secondo le istituzioni della città: esse sono di per se stesse precetti, né alcuno sarà tratto dalla falsa idea di credere che, se Socrate o Aristippo dissero o fecero qualche cosa contro il costume a gli usi cittadini, gli sia lecito fare altrettanto. Tali libertà essi si permettevano per le grandi e superiori loro qualità. Respingeremo quindi 1'opinione dei cinici; essa è infatti contraria al pudore, senza il quale non vi può essere nulla di retto ed onesto. 149 Quelli, poi, la cui vita si è rispecchiata in oneste e grandi azioni; quelli che sono animati da un vero amor di patria, e hanno acquistato e acquistano tuttora benemerenze, tutti questi noi li dobbiamo rispettare e riverire non meno che se fossero investiti di qualche carica militare o civile. Anche dobbiamo rendere omaggio alla vecchiezza, mostrare deferenza verso i magistrati, far distinzione tra cittadino e forestiero e, nel forestiero stesso, guardare se sia venuto come privato o in veste ufficiale. In una parola, per non entrare in troppi particolari, noi dobbiamo rispettare, difendere e mantenere tutto ciò che promuove e aiuta la fratellanza e l'armonia di tutto il genere umano. 150 Ed infine intorno alle professioni a alle fonti di guadagno, quali debbano ritenersi onorevoli a quali sordide, questa è più o meno la tradizione che abbiamo ricevuto. In primo luogo sono riprovevoli quei guadagni che attirano l'odio degli uomini, come quelli degli esattori a degli usurai. Indegni di un uomo libero a sordidi sono anche i guadagni di tutti i salariati, dei quali si compra il lavoro manuale, a non 1'abilità; poiché in essi il salario stesso è quasi prezzo di servitù. Sono poi uomini sordidi coloro che comprano dai commercianti all'ingrosso a rivendono subito: essi infatti guadagnano a furia di menzogne; né v'è alcuna cosa più turpe della menzogna. Anche gli artigiani tutti esercitano un mestiere sordido; una bottega infatti non può avere nulla di degno di un uomo libero. Del tutto ignobili sono poi quei mestieri, che servono a soddisfare i piaceri: “i venditori di pesce, i macellai, i cuochi, i pollaioli, i pescatori”, come dice Terenzio. Si possono anche aggiungere i profumieri, i ballerini, a coloro che dànno luogo ad ogni sorta di spettacoli poco decenti. 151 Tutte quelle professioni, invece, che richiedono maggior sapere e che arrecano inestimabile profitto, come la medicina, l'architettura e l'insegnamento delle arti liberali, sono onorevoli per coloro al cui ceto si addicono. Quanto al commercio, se è in piccolo, è da tenersi a vile; ma se è in grande, importando esso da ogni parte molte merci e distribuendole a molti senza frode, non e poi tanto da biasimarsi. Anzi, se il mercante, sazio o, per dir meglio, contento dei suoi guadagni, come spesso dall'alto mare si condusse in porto, così ora dal porto si ritira nei suoi possessi in campagna, merita evidentemente ogni lode. Ma fra tutte le occupazioni, da cui si può trarre qualche profitto, la più nobile, la più feconda, la più dilettevole, la più degna di un vero uomo e di un libero cittadino è l'agricoltura. Di essa ho parlato abbastanza nel mio Catone Maggiore; e tu potrai prendere da quel libro ciò che riguarda questo argomento. 152 Mi sembra di avere a sufficienza spiegato in qual modo i doveri derivino dalle quattro fonti dell'onesto. Fra le stesse cose oneste può spesse volte nascere un conflitto ed un confronto per stabilire quale fra due cose oneste sia più onesta: questo punto non è stato trattato da Panezio. Infatti, poiché ogni azione moralmente onorevole deriva da quattro elementi, dalla conoscenza, dalla socialità, dalla grandezza d'animo a dalla temperanza, è necessario che queste, nella scelta del dovere, siano spesso paragonate fra di loro. 153 Ora appunto io credo che siano più conformi alla natura quei doveri che derivano dalla socievolezza che non quelli che derivano dalla sapienza; e lo si può comprovare con quest'argomento, che, se il sapiente avesse in sorte una tal vita che, affluendogli in grande abbondanza ogni bene, potesse meditare e contemplare tra sé in santa pace le più alte e nobili verità, tuttavia, se la solitudine fosse cosi grande da non veder mai faccia d'uomo, finirebbe col rinunziare alla vita. Poi, quella sapienza, signora di tutte le virtù, che i Greci chiamano sophian (da non confondersi con la prudenza, che i Greci chiamano phronesin e che io definirei la conoscenza di ciò che si deve cercare o fuggire); quella sapienza, dunque, che ho chiamato signora, altro non è che la scienza delle cose divine e umane e in se comprende gli scambievoli rapporti tra gli dei e gli uomini e le relazioni degli uomini tra di loro. Ora, se questa virtù è, com'è senza dubbio, la maggiore fra tutte, ne viene di necessità che il dovere, che dall'umana convivenza deriva, è fra tutti il maggiore. E invero la conoscenza e la contemplazione dell'universo è, in certo qual modo, manchevole e imperfetta se 19 nessun'azione pratica la segue. Ma l'azione pratica si esplica soprattutto nella difesa dei beni comuni a tutti gli uomini; riguarda, dunque, la convivenza del genere umano. L'azione, pertanto, è da anteporre alla scelta. 154 Ogni uomo perbene pensa così dimostra col fatto. Chi è infatti cosi innamorato dello studio della natura che, annunziandogli, mentre è intento a studiare cose importantissime, che un gravissimo pericolo minaccia la patria, alla quale egli può portare soccorso, non trascuri a abbandoni ogni cosa, anche se pensi di poter numerare tutte le stelle a misurare la grandezza della terra? Ed altrettanto sarebbe, trattandosi del1'interesse o del pericolo del padre suo, o di un amico. 155 Da tutto ciò si comprende che agli studi e ai doveri della scienza si devono anteporre i doveri della giustizia, i quali hanno per fine la fratellanza umana, che dev'essere il supremo ideale dell'uomo. Nemmeno coloro che dedicarono la vita a gli studi alla scienza si disinteressarono della utilità a della felicità degli uomini; poiché insegnarono a molti a divenire cittadini migliori a più utili alla patria, come il pitagorico Liside al tebano Epaminonda, Platone a Dione di Siracusa e così molti altri; quanto a me, tutto il contributo che io ho recato allo stato, qualunque esso sia, è dovuto all'essere io entrato nella vita politica, indirizzato a preparato da dei maestri a dal loro insegnamento. 156 E questi uomini, non solo finché son vivi e presenti, istruiscono e ammaestrano gli spiriti avidi di sapere, ma anche dopo morti ottengono il medesimo effetto con le loro immortali scritture. E invero essi non tralasciarono nessuna questione che riguardasse le leggi, la morale, il buon governo dello Stato, sì che può dirsi che consacrarono i loro studi privati al bene della nostra vita pubblica. Così anche quei sapienti, dediti agli studi scientifici e filosofici, arrecano principalmente al bene comune il contributo del loro ingegno e della loro saggezza. E per la stessa ragione, anche l'eloquenza, purché illuminata dal pensiero, val più di una speculazione quanto mai acuta, ma che non sa esprimersi; perché la speculazione si chiude in se stessa, mentre l'eloquenza abbraccia tutti coloro che un comune vincolo unisce e affratella. 157 E come gli sciami delle api non si uniscono fra loro per formare favi, ma li costruiscono perché sono per natura portati a radunarsi, così gli uomini, e a maggior ragione, riuniti per natura con vincoli socievoli, impiegano la loro ingegnosità di pensiero a di azione. La conoscenza quindi, se non è congiunta alla virtù costituita dall'obbligo di proteggere gli uomini, cioè da quella che risulta dalla socialità del genere umano, sarà cosa povera a fine a se stessa; allo stesso modo che la grandezza d'animo, che non si proponga il bene dell'umanità, sembra quasi bestialità a mostruosità. Così avviene che i doveri verso la società umana sono superiori all'amore del sapere. 158 E non è vero quel che dicono certi filosofi: “La società umana ha avuto origine dalle necessità della vita, perché noi, senza l'aiuto degli altri, non potremmo né ottenere né provvedere quel che la natura richiede. E se, come suol dirsi, una bacchetta magica ci procurasse tutte quelle cose che servono ai bisogni e agli agi della vita, ogni uomo di più felice ingegno lascerebbe da parte ogni altro affare per dedicarsi tutto alla speculazione e alla scienza”. Ma no, non è così: costui fuggirebbe la solitudine e si cercherebbe un compagno di studio; vorrebbe insegnare e imparare, vorrebbe ascoltare e parlare. Ogni dovere, adunque, che valga a preservare la società e la fratellanza degli uomini è da anteporsi a quel dovere che è inerente all'attività del pensiero. 159 Si potrebbe forse chiedere se questa comunità sociale che è massimamente conforme alla natura, sia sempre da anteporsi anche alla misura a alla moderazione. Non potrei ammetterlo: poiché vi sono certe azioni in parte cosi turpi, in parte così infamanti, che il saggio non le farebbe neppure per salvare la patria. Di esse Posidonio raccolse molti esempi, ma alcuni sono così ripugnanti o obbrobriosi, che è turpe anche parlarne. Queste cose il saggio dunque non commetterà neppure per amore della patria, a nemmeno la patria vorrà che per lei siano commesse. Ma 1'argomento non presenta difficoltà, perché non può mai darsi il caso che giovi alla patria che il saggio faccia qualcuna di queste azioni. 160 Resti perciò ben fermo questo principio: nella scelta dei doveri, prevalga quella specie di doveri che è intrinseca alla società umana. [E razionale sarà quell'azione che seguirà conoscenza e saggezza; solo così avverrà che l'azione razionale valga più dell'accorto pensiero]. Ma di ciò basta. Il punto essenziale è chiarito, sì che non è difficile, indagando la legge morale, vedere la gerarchia dei doveri. Ma anche nell'ambito della convivenza umana c'è una gradazione di doveri, dalla quale si può comprendere la loro rispettiva preminenza. Così, i primi doveri sono verso gli dei immortali, i secondi verso la patria, i terzi verso i genitori, e gli altri, a grado a grado, verso gli altri. 161 Da questa breve trattazione si può comprendere che gli uomini non sono soliti soltanto dubitare se un'azione è onesta o turpe, ma anche quale fra due azioni oneste sia la più onesta. Questo punto, come già dissi, è stato trascurato da Panezìo. Ma passiamo ormai a ciò che segue.

LIBRO II

Marco, figliolo mio, io credo d'aver spiegato con sufficiente chiarezza nel libro precedente in che modo i singoli doveri derivino dall'onesto o, meglio, da ognuna di quelle virtù onde l'onesto è formato. Tratterò ora, seguitando, di quei doveri che riguardano il raffinamento della vita, cioè il modo di procacciarsi non soltanto quelle cose di cui l'uomo ha stretto bisogno, ma anche la potenza e la ricchezza; e a questo proposito ho già detto che si pongono due problemi: prima, che cosa sia l'utile e il dannoso, poi, fra dite o più cose utili, quale sia la più utile. Ma prima di cominciare a svolgere il mio tema, credo opportuno dir qualche cosa dei miei propositi e dei miei criteri. 2 I miei libri hanno acceso in molti, è vero, il desiderio non solo di leggere, ma anche di scrivere; tuttavia, mi prende qualche volta il timore che certa brava gente, a cui non suona gradito il nome di filosofia, si meravigli forte che io spenda in essa tanta fatica e tanto tempo. Ma io, a mia volta, rispondo che, fino a quando la repubblica fu amministrata da coloro ai quali ella s'era liberamente affidata, io dedicavo ad essa tutte le mie cure e tutti i miei pensieri; ma quando vidi che il dispotismo di un uomo signoreggiava su tutto, e non c'era più luogo ad autorevole consiglio (intanto, avevo perduto quei grandi e nobili amici che m'erano stati compagni nella difesa dello Stato), non mi abbandonai né alla malinconia, che m'avrebbe distrutto, se non vi avessi opposto resistenza, né ai piaceri, indegni di un uomo colto. 3 E volesse il cielo che la nostra repubblica fosse rimasta diritta e salda come s'era atteggiata da principio, e non fosse caduta in balia di uomini ansiosi non tanto di riformare quanto di sovvertire lo Stato! Prima di tutto, io, com'ero solito fare quando la repubblica era ancora in piedi, darei più attività all'operare che allo scrivere; poi, anche alla scrittura affiderei non già questa materia filosofica, ma, come spesso facevo nel passato, le mie orazioni. Se non che lo Stato, a cui si volgeva per solito ogni mia sollecitudine, ogni mio pensiero, ogni mia fatica, non esisteva più; onde quella mia eloquenza, che risuonò nel senato e nel foro, si ridusse pur troppo al silenzio. 4 Ma lo spirito non conosce riposo. Innamorato, fin dalla prima giovinezza, di questi studi, ho creduto che il modo più dignitoso per deporre ogni tristezza fosse di ricondurre l'animo alla filosofia. A questa, adolescente, io dedicai molto tempo, per amor del sapere; ma quando cominciai a sollecitare gli onori e mi consacrai tutto alla vita pubblica, per la filosofia non c'era altro tempo se non quel poco che mi avanzava dalla tutela degli amici e dello Stato; e anche quel poco mi si consumava tutto nel leggere: agio di scrivere, io non ne avevo alcuno. 5 Ora, in mezzo a tante e così gravi sciagure, mi sembra d'aver raggiunto almeno quest'unico bene: affidare alla scrittura quelle dottrine che, non abbastanza note ai miei concittadini, erano pur degnissime d'esser conosciute. In verità, che cosa c'è al mondo di più desiderabile e di più nobile che la sapienza? Che cosa c'è di più utile all'uomo e di più degno dell'uomo? Ora, quelli che aspirano a questa sapienza, si chiamano appunto filosofi; e la filosofia, se vuoi tradurre esattamente il vocabolo, altro non è che amor di sapienza. E la sapienza, come fu ben definita dagli antichi filosofi, è la scienza delle cose divine e umane, e delle loro ultime cagioni. Perciò, chi biasima lo studio di questa scienza, io non comprendo davvero a che cosa riservi la sua lode. 6 In verità, se si cerca il diletto dello spirito e il conforto degli affanni, quale diletto e quale conforto può paragonarsi con quelli di coloro i quali con assiduo fervore ricercano qualche cosa che tenda e valga a raggiungere la suprema felicità della vita? E se si vagheggia l'incrollabile fermezza nei propositi, cioè la virtù, o è questa la via per conseguirla, o non ce n'è alcun'altra. Il dire che non c'è nessun metodo per i problemi maggiori, quando non c'è problema minore che non abbia un metodo suo, è da gente che parla senza riflettere e che si smarrisce nelle questioni più importanti. Ora, se c'è una scienza che insegna la virtù, dove andrai a cercarla, quando ti sarai allontanato dallo studio della filosofia? Ma questi argomenti, noi li discutiamo per solito con più accurata diligenza quando esortiamo allo studio della filosofia; cosa che ho fatto anch'io in un altro mio libro. Li questo momento io dovevo soltanto spiegare le ragioni per cui, spogliato dei pubblici uffici, ho cercato un rifugio principalmente in questa disciplina. 7 Se non che mi si muove un'obiezione, e questa volta da gente colta e dotta, la quale mi domanda: “Credi tu di dar prova di piena coerenza, tu che affermi non potersi avere assoluta certezza di nulla, e poi discorri continuamente di tante e tante questioni, e in questo stesso momento, vai snocciolando precetti morali?”. Rispondo: “Vorrei che aveste voi una così piena conoscenza della nostra dottrina! ”. Ma no, noi non siamo di quelli il cui pensiero va vagando smarrito e confuso, senza una meta a cui tendere. Quale intelletto, o piuttosto quale vita sarebbe la nostra, se mancasse non solo un metodo nel ragionare, ma anche una norma nel vivere? No, questo non è il caso nostro: come gli altri dicono: “Questo è certo, questo è incerto”, così noi, dissentendo da loro, diciamo: “Questo è probabile, questo è improbabile”. Che cosa c'è dunque che m'impedisca di perseguire ciò che mi par probabile e di rigettare il suo contrario? 8 E così, mentre io cerco di evitare quell'affermare reciso che è segno d'arroganza, che cosa mi vieta di fuggire quel parlare avventato, che tanto discorda dalla vera sapienza? E se la nostra scuola affronta e discute ogni opinione, è perché appunto questo probabile non potrebbe apparire in chiara luce se non si facesse un rigoroso confronto fra le opposte ragioni. Ma questi principi sono stati da me esposti con assai diligenza, credo, nei miei Accademici. Tu, figliolo mio, hai la fortuna di spaziare in un'antica e gloriosa filosofia, sotto la sapiente guida di un Cratippo,' tanto simile a coloro che fondarono codesta nobilissima scuola; tuttavia, ho voluto che questi nostri principi, così vicini ai vostri, non ti fossero ignoti. Ma ormai è tempo di tornare al nostro argomento. 9 Una compiuta trattazione del dovere implica, come ho detto al principio dell