Dialogo tra A. e D.
D. - Fino a Zurigo? A. - Che volete! Si viaggia per
acquistare idee. D. - Sì che a quest'ora devi averne piene le tasche. A. - Vuoi dire i taccuini.
Eccone qui uno ancor tutto bianco, che m'aiuterai a riempire. Cosa
sono questi libri? D. - Arturo Schopenhauer. A. - Chi è costui? D. - Il filosofo dell'avvenire. In Germania ci sono i
grandi uomini del presente e i grandi uomini dell'avvenire,
gl'incompresi. Fra questi è Schopenhauer. A. - Non ho mai inteso questo
nome. D. - Lo intenderanno i tuoi nipoti. La verità cammina a
piè zoppo, ma pur giunge. A. - E tu studii tutta questa
roba? D. - Da tre mesi, mio caro. Ho promesso un articolo alla
Rivista contemporanea. A. - E per un articolo studii
tre mesi? Sei troppo semplice. più studii un autore e più ti
s'intenebra. E fosse qualcosa di sodo! Un trattato di filosofia! D. - Dispregi la filosofia? A. - Un giorno ebbi anch'io un
certo ticchio. Studiai filosofia, poesia, storia; mi pareva che ad
esser Platone bastasse impararlo a mente; feci inni, novelle,
dissertazioni; mi si batterono parecchie volte le mani; credevo di
divenire un Cantú o per lo meno un Prati. Ma un bel dí che mi sfiatavo
a dimostrare l'idea, quel brutto ceffo di Campagna D. - Sicché alla filosofia ci credono i ragazzi. A. - I ragazzi ed i pazzi. Come
oggi ridiamo delle puerili spiegazioni che gli antichi filosofi davano
del mondo, così rideranno i posteri di tutto questo fracasso che si fa
attorno all'idea. La teologia e la filosofia sono destinate a sparire
innanzi al progresso delle scienze naturali, com'è sparita
l'astrologia, la magia, ecc. Più s'avanza l'osservazione, e più si
restringe il cerchio della speculazione. Molte cose appartenevano alla
teologia ed alla filosofia, che ora appartengono alla fisica, alla
chimica, all'astronomia, alle matematiche. Il sole un giorno era
Apollo, e faceva parte della mitologia; poi con Pitagora entrò in
filosofia, e diventò musico e ballerino. Un buon telescopio ha posto
fine a tutte queste sciocchezze. Quando una cosa io non la so, in
luogo di almanaccare e stillarmi il cervello, in luogo di spiegare un
mistero con altri misteri più tenebrosi, teologici o filosofici, io
dico alla buona: non la so. Se tutto il tempo che si è perduto in
queste fantasie si fosse speso a coltivar le scienze naturali, saremmo
più innanzi. Sei divenuto pensoso. D. - Eppure questo secolo cominciò con tanta fede, con
tanto fervore; appena è varcata la metà, e la più parte pensano come
te. A. - Segno che facciamo senno.
Mi viene a ridere quando penso a tutti quei professoroni con i loro
sistemi. Due buone cannonate hanno fatto fuggire le idee. Chi vuoi che
ci creda più? Per me, quando nomino l'idea, mi par di vedere Campagna
con le forbici. È stata una rivoluzione di professori e di scolari.
Chi vuoi che creda più a' professori? E vedi un po'. Le idee ci hanno
piantato e si sono messe a' servigi dei vincitori, che le fanno sbucar
fuori, questa o quella, secondo che loro torna. Si fa guerra alla
Russia, ed ecco uscir fuori la civiltà. Si fa un colpo di Stato, ed il
progresso lo copre della sua ombra. Si fa la caccia agli emigrati, ed
ecco l'ordine che ti saluta. Siamo burattini fatti ballare a grado
altrui, e, vedi ironia!, in nome delle idee difese, messe su da noi
stessi. Qual credito possono avere più queste idee, una volta si
belle, ora fatte vecchie e mezzane? D. - Arturo Schopenhauer è proprio il fatto tuo. A. - Ancora con questo Arturo
Schopenhauer! Ti ho detto già in qual conto ho filosofi e filosofie.
L'idea non me la fa più. D. - Ma Schopenhauer è nemico dell'idea. A. - Una filosofia senza
l'idea! Mi pare impossibile. Comincio a stimare Schopenhauer. D. - Non solo; ma è d'accordo con te in molte cose; così
la filosofia, secondo lui, non si dee occupare di quello che è al di
là dell'esperienza, come che cosa è il mondo, onde viene, dove va,
ecc. La sua materia non è il che, ma il come: quello
solo è conoscibile che è osservabile. A. - Bravo, san Tommaso. Vedere
e toccare. Siamo già in piena storia naturale. Ma Dio, con qual
telescopio osserverà Dio? D. - Ma Dio va con tutte le cose che sono fuori della
esperienza. Schopenhauer dice: ragioniamo sulle cose di cui possiamo
avere esperienza, e tutto il resto lasciamolo in pace: ché è un perder
tempo. Proudhon è anche di questo avviso. A. - Bravissimo Cosi staremo in
pace co' preti. La filosofia dopo tante millanterie batte in ritirata.
Cosa è il mondo, onde viene, dove va, ce lo diranno i preti. Il giorno
che i filosofi sottoscriveranno quest'atto di abdicazione, vorrá esser
una gran festa a Roma. Bene sta. Lasciamo che il padre Curci ci
spieghi il catechismo, e noi occupiamoci di fisica, di chimica,
d'astronomia: ché non si corre pericolo. Schopenhauer comincia a
piacermi. D. - Poiché debbo fare l'articolo, e dobbiamo pur
chiacchierare di qualche cosa, ti voglio esporre il sistema di
Schopenhauer. A. - Caro mio, tu mi tenti.
Infine è una filosofia. E ti vo' fare un'osservazione Tutti questi
filosofi moderni s'accapigliano, si fanno il viso dell'arme, ma in
sostanza s'accordano in certe massime che odorano di patibolo.
Robespierre, o chi altro, scoperse il segreto con la sua dea Ragione.
Hanno fatto della Ragione una specie di governatore: la Ragione
governa il mondo. Questa è la mala radice da cui è germogliata la
teorica del progresso, il mondo divinizzato, il trionfo dell'idea, il
tutto per lo meglio del dottor Pangloss, l'inviolabilità e la dignità
umana, la libertà e simili spaventi. E dire ch'io ho creduto a tutto
questo, e sono stato lì lì per metterci la pelle. Dimenticavo la
teorica del sacrificio e come qualmente l'individuo deve lasciarsi
ammazzare a maggior gloria e prosperità della specie. Spremi, spremi,
e dimmi se non è questo il succo di tutte le filosofie moderne. Chi te
lo dice sfacciatamente; chi ti adduce de' temperamenti; chi vien fuori
con l'ente possibile; chi con l'ente creato, chi con l'ente logico,
chi con l'intuizione, chi con la dimostrazione, chi col processo
dialettico; l'uno è ontologo e l'altro è psicologo; questi è realista,
quegli è idealista; signori filosofi, guardatevi pure in cagnesco, ma
non mi ci cogliete: siete tutti d'una pasta. D. - E non vedi che questo è appunto il maggior titolo di
lode che dar si possa al nostro secolo, questa unanimità di dottrina
sotto la corteccia di tante differenze, professata da filosofi,
rappresentata dall'arte, infiltratasi nella scienza, entrata nella
storia, attestata dal martirio, sicché è divenuta in certo modo la
religione, la fede, il carattere, e, direi, l'anima del nostro tempo?
I posteri non potranno ricusare ammirazione ad un secolo che ha
professata una filosofia così nobile, che l'ha vivificata con la fede,
e l'ha suggellata col sangue. È difficile trovare due generazioni di
uomini così eroiche, operose e credenti, come quelle dell'Ottantanove
e del Trenta. A. - Veggo che i fumi del
Quarantotto non ti sono sgombri dal capo. Avresti avuto bisogno di un
par di forbici. D. - Anzi. Debbo questo servigio al tenente duca di San
Vito, uno de' più istrutti e cortesi tenenti e duchi del regno A. - Non credo che i tenenti ed
i duchi sieno tenuti ad esser cortesi ed istrutti. Veggo che sei d'una
guarigione disperata. E sì che avresti dovuto col tuo esempio capire
che quello che governa il mondo non è la ragione, ma il duca di San
Vito. Bella governatrice ch'è la ragione, o, come si dice, l'idea! La
quale fa la sua apparizione come una cometa, ed alle prime busse se la
batte, lasciando tra guai i suoi fedelissimi sudditi. Dicono che le
busse sono un accidente; quello che non sanno spiegare con l'idea lo
chiamano l'accidente, e l'accidente non ha ragion di essere, gli è
come non avvenuto. Consoliamoci dunque; gl'impiccamenti,
gl'imprigionamenti, le mazzate e le forbiciate non hanno esistito, o,
per dir meglio, sono esistite, ma non dovevano esistere. Accidenti a
questi filosofi! I posteri, poiché mi parli di posteri, dovranno fare
le grandi rise, quando penseranno che per una buona metà di secolo si
è creduto all'identità del pensiero e dell'essere, onde sono germinate
tutte queste belle dottrine. Come se tutte le corbellerie che mi vanno
pel capo, perchè le penso, debbono esistere, e come se tutte le cose
che succedono, se non le penso, non esistono, non hanno diritto di
esistere, e sono l'accidente. Ma non si è detta mai una simile
assurdità. Le idee voi potete come pallottole balzarle qua e là a
vostra guisa, perchè non hanno cannoni per difendersi e si contengono
le une e le altre, sì che basta cavarne fuori una perchè tutte seguano
a modo di processione. I sistemi filosofici mi sembrano de' castelli
di ciottoli, fatti, disfatti, rifatti in mille guise da' fanciulli. E
fin qui non c'è niente di male, perchè, come il cervello ci è e non si
può dargli congedo, è buono che si prenda questo passatempo. Ma lo
scherzo diventa serio quando si confondono le idee con le cose, e si
mette le mani a queste, e si vuol ripetere il giuoco. perchè le cose
hanno i cannoni, e non si lasciano fare; e se ti ci ostini, n'esci col
capo rotto. E finché si tratta di mettere in carta, è fattibile,
giacché ciascuna cosa ti si porge sotto diversi aspetti, e tu puoi
tirarla a dritta e a sinistra e metterla sotto quell'idea che ti
piace; ond'è che i fatti sono come quei poveretti che capitavano sul
letto di Procuste, storpiati, stiracchiati; leggi i filosofi, e lo
stesso fatto lo troverai sotto le più diverse idee, secondo il bisogno
de' sistemi; e dove non entra, accidente. Bellissimo a scrivere; ma
quando volete venire a' fatti... È tanto chiaro; e non so capire come
non si è trovato un uomo di polso, un uomo di buon senso che l'avesse
detto. È stato un tempo di una illusione, o piuttosto di una
imbecillità generale. D. - Ma quest'uomo di polso, quest'uomo di giudizio ci è
stato; ed è Arturo Schopenhauer. Ti maravigli? Credi tu che Arturo sia
nato l'altro ieri? Arturo è nato nel 1788, ed ha pubblicata la sua
opera principale, questi due volumi qua, nel 1819 in Lipsia A. - E ne abbiamo vedute delle
belle. Se avessi avuto il suo giudizio, a quest'ora avrei anch'io il
borsellino pieno. Quanto tempo ho perduto con questi Schelling ed
Hegel, con questi Gioberti e Rosmini, con questi Leroux, Lamennais e
Cousin. E come fantasticavo! Come mi pareva facile capovolgere il
mondo con la bacchetta dell'idea! Vorrei aver vent'anni di meno col
giudizio d'ora. Se i giovani potessero leggere nell'avvenire! D. - Ma Arturo, giovine ancora, vi lesse con molta
chiarezza, e, disprezzando il disprezzo de' contemporanei, si appellò
all'avvenire. E questo avvenire, dopo tanti disinganni, sembra sia
giunto oramai, se debbo giudicarne da te e da molti altri che pensano
allo stesso modo. A. - Destino singolare
dell'uomo, che non comprende il vero se non quando è troppo tardi. . . . . . . E quando Metastasio è una penna d'oro, e il suo buon senso val più che
l'intuizione e la dialettica. Fossi rimaso col mio Metastasio che mi
pose in mano un dabben zio! Ma sai cosa è. I propagatori del falso
sono animati da un genio direi infernale, e sanno a maraviglia l'arte
di menar pel naso i gonzi, che sono i più; laddove l'amico della
verità è modesto, semplice e non ha fortuna. D. - È proprio il caso. Senti in che modo Schopenhauer
stesso spiega il perchè del lungo obblio in che lo hanno tenuto i
contemporanei Si sono scritte tante storie di filosofia, ed in tutte
trovi fatta menzione di mediocrissimi, e di Schopenhauer non una
parola: diresti che ne abbiano paura. E ti vien sospetto che sotto ci
giaccia una cospirazione, la più formidabile che possa uccidere un
uomo, quella del silenzio. D'altra parte in tutte si fa molto strepito
intorno a Fichte, Schelling, Hegel vantati come gli educatori del
genere umano. A. - O piuttosto i carnefici.
perchè sono loro la causa prima per la quale tanta gente si è ita a
fare ammazzare. Ed io, mentre parlavo dell'assoluto, ci ho perduta la
barba. D. - Ciarlatani e sofisti, dice Schopenhauer A. - Diavolo! Non rimane dunque
che battezzare questa cosa in sé? D. - Certo; e quest'ultima pietra l'ha posta Schopenhauer.
Ma senti. Poiché Kant chiuse la porta, ed ebbe l'imprudenza di
annunziare che al di dentro ci stava la cosa in sé, il trascendente,
l'inconoscibile, tutti si posero attorno a quella porta col desiderio
in gola del frutto proibito. Ed eccoti ora i ciarlatani. Fichte, non
discepolo, ma caricatura di Kant, si fa per il primo innanzi, e dice:
Sciocchi! Lasciate stare quella porta; Kant ha scherzato; dentro non
ci è nulla. La cosa in sé, il vero reale, non esiste; tutto è prodotto
del cervello, dell'io . E fu Fichte che introdusse nella filosofia le
formole, gli oracoli, tutto l'apparato della ciarlataneria, condotto a
perfezione da Hegel. Ma il nocciolo era troppo grosso, e non si poteva
ingozzare. Ed ecco la gente da capo a picchiare a quella porta e a
dire: Dateci il reale. Allora Schelling, più furbo, disse: È inutile
che picchiate, là dentro non ci è nulla. Il reale c'è, e non è bisogno
di andar là entro a cercarlo. Il reale sta innanzi a voi, e non lo
vedete, e fate come chi ha il cappello in capo e lo va cercando a
casa. Ma quello che voi chiamate l'ideale, è quello appunto che
cercate, il reale; il pensiero e l'essere sono una cosa. A. - Eccoci con l'identità del
pensiero e dell'essere, la mala pianta. E fosse a]meno cosa nuova! Il
mio maestro mi citava queste parole di Spinoza: Substantia
cogitans et substantia extensa una eademque est substantia; mens et
corpus una eademque est res. D. - Ma vedi il furbo, dice Schopenhauer. Kant oppone il
fenomeno alla cosa in sé; ed egli per disviare il pubblico dalla cosa
in sé vi sostituisce a poco a poco il pensiero e l'essere; e ti cambia
le carte in mano. Ma la gente se ne accorse, ed andavano cercando il
reale nell'ideale, e non lo trovavano. Io lo veggo, io, diceva egli,
perchè io ho un buon cannocchiale, che si chiama l'intuizione
intellettuale; e se voi non lo vedete, strofinatevi gli occhi. Hegel
ebbe pietà di quei poveri occhi, e disse: Aspettate, ve lo voglio far
vedere anche ad occhi chiusi . E propose il processo dialettico. Vale
a dire tolse il pensiero dal cervello, e ne fece la cosa in sé,
l'assoluto, l'idea, dotata di una irrequietezza interna, che non le
lascia mai requie, un essere vero e vivo, che per proprio impulso e
secondo le sue leggi evolutive cammina, cammina attraverso i secoli.
così predicata con isfacciataggine, creduta con melensaggine, fu
accreditata la dottrina dell'idea. Hegel diede al mondo tutte le
qualità, compresa l'onniscienza, che si attribuivano a Dio; e,
confondendo la metafisica con la logica, fece dell'universo una logica
animata. A. - Che i governi hanno
dispersa a colpi di bombe, di fucili, di forbici. D. - Fichte fu la caricatura di Kant; Hegel fu il buffone
di Schelling, e lo ha fatto ridicolo con quell'idea che si move da sé,
con quei concetti che diventano, con quelle contraddizioni che
generano. Volete istupidire un giovane, renderlo per sempre inetto a
pensare? Mettetegli in mano un libro di Hegel. E quando leggerá che
l'essere è il nulla, che l'infinito è il finito, che il generale è il
particolare, che la storia è un sillogismo, finirá con l'andare nello
spedale dei pazzi... A. - O nella Vicaria a fare un
sillogismo co' ladri; che per poco non ci capitai io. Dagli, dagli,
Schopenhauer. D. - Hegel è il gran peccatore, e Schopenhauer ce l'ha con
lui principalmente. Il peccato di Fichte A. - Ma pure! D. - Poiché sei curioso, ricordati l'epiteto che Dante
appicca alle unghie di Taide, ed avrai un equivalente. «Oh ammiratori,
grida Schopenhauer, il disprezzo dei posteri vi attende, e già ne
sento il preludio! E tu, pubblico, tu hai potuto per trent'anni tener
le mie opere per niente, e per meno che niente, mentre onoravi,
divinizzavi una filosofia malvagia, assurda, stupida, vigliacca! L'uno
degno dell'altra. Andate dagli imbecilli e fatevi lodare. Furbi,
stupidi venduti, ignoranti ciarlatani, senza spirito e senza merito,
ecco quello che è tedesco; non uomini come me. Questa è la
testimonianza che innanzi di morire vi lascio. È una disgrazia, dice
Wieland, l'esser nato tedesco; Bürger, Mozart, Beethoven ed altri
avrebbero detto lo stesso; anche io: Il n'y a que l'esprit, qui
sent l'esprit». Il che significa: voi siete degli imbecilli, e
non potete comprendere me, Arturo Schopenhauer . A. - Per Dio, mi sento far
piccolo, mi sento divenir imbecille. D. - Comprendi ora perchè nessuno ha pensato a lui per lo
spazio di trent'anni: i contemporanei non erano à sa hauteur.
Preferivano i sofisti e i ciarlatani. La nuova generazione, più
intelligente, ha gittato via Hegel come un cencio, e si fa intorno ad
Arturo. Se vai a Francfort, entra nel grande albergo, e vedrai quanti
uffiziali austriaci stanno li con la bocca aperta a sentire: è Arturo
che predica. A. - Schopenhauer dev'essere un
testone; ha capito una gran verità, che a propagare una dottrina
bisogna innanzi tutto render filosofica la spada. Ha operato più
conversioni la sciabola di Maometto, che il nostro gridacchiare in
piazza. Una buana piattonata mi farebbe subito gridar: Viva
Schopenhauer! D. - Ma Schopenhauer ha ancora altri seguaci. In prima
tutti gli uomini dell'avvenire, i malcontenti, gl'incompresi, gli
insoddisfatti, che si tengono fratelli carnali del grand'uomo, e
dicono: Anche verrá il tempo nostro. A. - Seguaci formidabili,
perchè costoro, impazienti del silenzio che li circonda, parlano essi
per cento. D. - Aggiungi le donne, soprattutto dopo che Arturo le ha
chiamate de' fanciulloni miopi, privi di memoria e di previdenza,
viventi solo nel presente, dotate dell'intelletto comune agli animali,
con appena appena un po' di ragione, bugiarde per eccellenza, e nate a
rimaner sotto perpetua tutela A. - Non sono mica
confetti. D. - Ma oggi, caro mio, la donna non vuole essere più
trattata a confetti: la galanteria è uscita di moda. Vuol sentire la
forza; e più gliene dici e gliene fai, e più ti vuol bene. E se te le
stai innanzi timido e rispettoso, in cuor suo ti battezza subito per
imbecille e comincia a farti la lezione. Hai da far la bocca rotonda,
atteggiarti a grand'uomo, animare il gesto e la voce, tenerti in serbo
tre o quattro paradossi, il più efficace solletico dell'attenzione, e
sputarli fuori a tempo in modi brevi e imperatorii. Poi, oggi la donna
vuol esser tenuta una persona di spirito, anzi uno spirito forte, e ti
fa l'atea, come un tempo faceva la divota. Vuol anche lei poter
filosofare e teologizzare; e come si fa? Mettile avanti Hegel e gli
altri sofisti, ed errando tra quelle formole e quelle astrazioni, si
vede mancar sotto i piè il terreno e le viene il capogiro. Vuole la
scienza, ma la vuole a buon mercato, e ci vuol mettere del suo il meno
che si possa. A. - Ed ha ragione. E credo che
anche per noi uomini sarebbe meglio così. Ti par egli che un povero
galantuomo debba sudar mezza la vita con questi filosofi? E ci fosse
almeno certezza di cavarne qualcosa! Ne leggi uno, e quando cacci un
grosso sospiro e dici: finito -, ne prendi un altro, e ti trovi da
capo: nuovo linguaggio, nuove formole, nuovo metodo, nuove opinioni;
sicché ti par d'avanzare e stai sempre lí. Una filosofia dovrebbe
farsi leggere volentieri fino dalle donne. D. - Che è il caso di Schopenhauer. Il quale, avendo fatti
frequenti viaggi, e tenutosi lontano dall'insegnamento, non ha niente
di professorale e scolastico. Scrive alla buona, bandite le formole ed
ogni apparato scientifico, con linguaggio corrente e popolare. Come vi
è di quelli che hanno l'intendimento duro, ti ripete la stessa cosa a
sazietà. Dopo d'aver filosofato un poco, per non ti stancare, varia lo
spettacolo, come se volesse dirti: Andiamo ora a prendere il thè .
Allora, in luogo di ragionare, ti fa un po' di conversazione, ed esce
in contumelie, invettive, paragoni, aneddoti, citazioni spagnuole,
greche, latine, italiane, inglesi, francesi, che sono come la salsa
della scienza. Sicché è un piacere a leggere, soprattutto per i
dilettanti e le dilettanti di filosofia. Si vanta di chiarezza e di
originalità, e, se non te ne accorgi, te lo annunzia lui a suon di
tromba. Non si contenta d'esser chiaro, ma vuole che tu lo sappia, e
perciò ha la civetteria della chiarezza, girando e rigirando la stessa
cosa in molti modi. Dice delle cose spesso più vecchie di Adamo, ma le
pensa col suo capo, le dice alla sua maniera; l'originalità è
nell'abbigliamento. Di sotto al mantello del filosofo trasparisce
l'uomo bilioso, appassionato, sicuro di sé, provocatore, dispettoso,
sicché ti par di vederlo con una mano occupato a dare dei pugni e con
l'altra a lisciarsi e ammirarsi. Ti solletica, ti diverte, ti
riscalda. Pensa, dunque, quanti dovranno essere i seguaci, soprattutto
in Italia, dove questa volta non potranno ripetere la vecchia canzone
delle nebbie germaniche. Questa filosofia è cosa solida, tutta carne
ed ossa. A. - E che è più, nemica
dell'idea. Sarebbe un gran bene a tradurla fra noi. Ma son curioso di
sapere in che modo ha potuto formare il mondo senza l'idea; perchè
l'idea mi fa paura, e ben vorrei cacciarla via, e non so. D. - Schopenhauer l'ha cacciata via con un tratto di
penna: cosa facilissima. Senti un po'. Kant avea detto che tutto è
ideale, un fenomeno del cervello. Il mondo è la mia immagine: io non
conosco il sole, né la terra, ma solo un occhio che vede il sole, una
mano che sente la terra; tutto quello che io conosco, l'intero mondo,
non è per sé, ma per un altro; è un oggetto per il soggetto, la
visione di colui che vede; in una parola, immagine, fenomeno. È il
diventare di Eraclito, le ombre di Platone, l'accidente di Spinoza, il
velo ingannevole di Maia degl'indiani, simile ad un sogno, o a quella
luce di sole sull'arena che di lontano si scambia per acqua. Togliete
il soggetto, colui che vede, e il mondo non esisterebbe più. A. - A questo modo noi siamo
de' burattini, ed il mondo è una commedia. D. - Certo; ma dietro le scene c'è il vero reale, la cosa
in sé, fuori de' nostri occhi. Ora, come gli uomini non si contentano
d'essere chiamati burattini, anche quelli che sono, e vanno pescando
la scienza da molti secoli, era cosa troppo crudele dir loro: La
scienza è dietro le scene, e non la vedrete mai; ciò che vedete è
apparenza. I tre sofisti, volendo contentare il genere umano, dissero:
Consolatevi; l'apparenza è il medesimo che l'essenza; dietro le scene
non c'è nulla . E andarono scribacchiando volumi, quando dopo Kant non
restava a fare che la cosa più semplice del mondo. A. - Cosa? D. - Spingere un'occhiatina dietro le scene. Ecco la
gloria di Schopenhauer. Ha schiusa la porta e ci ha trovato il reale,
la cosa in sé, il Wille. A. - Cosa vuol dir
Wille? D. - Il volere. A. - Ci volea molto a trovar
questa! D. - È l'uovo di Colombo. Ora pare cosa facile; e ciascuno
dice: Anch' io l'avrei trovato . La scoperta di Schopenhauer è più
importante ancora che la scoperta dell'America, perchè, come dice con
giusto orgoglio l'inventore, è la verità delle verità, l'ultima
scoperta, la sola cosa che restava a fare in filosofia. Eppure, da
tanto tempo s'era intravveduta questa verità. I Cinesi e gl'Indiani
l'avevano alzata a principio religioso; il cristianesimo non ha voluto
intendere che questo con la sua storia del peccato originale; la
troviamo in bocca al popolo, quando dice che il tempo non
vuol piovere, attribuendo in tutte le lingue la volontà non
solo agli uomini, ma alle universe cose: il che dice non per figura
poetica, ma per un sentimento confuso del vero. Anche i filosofi
greci, che stavano più vicini all'antica sapienza braminica e
buddistica, vi s'accostano: sicché ci hai proprio il consensus
gentium. Tra gli altri Empedocle si può chiamar proprio il
precursore di Schopenhauer: perchè il filosofo agrigentino, che Arturo
chiama ein ganzer Mann, un uomo compiuto, mette a capo del
mondo non l'intelletto, ma amore e odio, vale a dire il volere,
l'attrazione e la repulsione, la simpatia e l'antipatia A. - La mia maraviglia è che
Kant, a due dita dalla scoperta, non l'abbia veduta. D. - Kant, mio caro, una volta caduto nel fenomeno, non ne
potea più uscire. E la mia maraviglia è piuttosto, come non abbia
conchiuso a rigor di logica, che tutto è fenomeno. Poiché se è vero
che il fenomeno suppone il noumeno o la cosa in sé, è vero anche che,
secondo il suo sistema, questa necessità è tutta subbiettiva, fondata
sulla legge di causalità, anch'essa forma dell'intelletto. E credo non
gli mancasse la logica, ma il coraggio. perchè, cominciato a
filosofare per fondare la scienza, e trovatosi da ultimo nel vuoto,
come si afferrò per la morale al categorico imperativo, così per la
metafisica salí alla cosa in sé. Ma era un infliggere agli uomini il
castigo di Tantalo, un dir loro: La cosa in sé c'è, ma non la
conoscerete mai, perchè trascende l'esperienza . Ora Schopenhauer ha
fatto un miracolone, ha detto all'esperienza: Dammi la cosa in sé -; e
l'esperienza glie l'ha data. I filosofi si sono tanto assottigliato il
cervello intorno a questa faccenda, e non c'era che da farsi una
piccola interrogazione. Cosa son io? Io sono un fenomeno, come tutto
il resto, perchè mi considero nello spazio e nel tempo, forme
necessarie del mio intelletto; il mio corpo è un oggetto tra gli
oggetti; i suoi moti, le sue azioni mi sono così inesplicabili, come i
mutamenti di tutti gli altri oggetti. Kant s'è fermato qui, e per
questa via non si va a Roma, voglio dire non si va al reale. Dovea
replicar la dimanda: Cosa son io?. Ed avrebbe avuto la risposta: io
sono il Wille. Mi muovo, parlo, opero, perchè voglio. Né tra
il mio corpo e il mio volere ci è già relazione di causa e di effetto,
perchè così cadremmo nella legge di causalità: l'atto della volontà e
il moto corrispondente del corpo non sono due stati obbiettivamente
diversi, ma la stessa cosa in due modi diversi, una volta come
immediata, e un'altra come immagine offerta all'intelletto. Così il
moto del corpo non è altro che l'atto della volontà obbiettivato,
fatto immagine, come dice Arturo; il volere è la conoscenza a
priori del corpo, e il corpo è la conoscenza a
posteriori del volere A. - Conoscenza! conoscenza!
Adunque anche il volere cade sotto la conoscenza; e tutto ciò che si
conosce abbiamo pur detto che è un fenomeno del cervello. Conosco
così, perchè il cervello è fatto così. D. - Ma il volere è una conoscenza immediata,
indimostrabile, fuori delle forme dell'intelletto, non logica, non
empirica, non metafisica, e non metalogica, che sono le quattro classi
a cui Schopenhauer riduce tutte le verità; è una conoscenza di un
genere proprio, e si potrebbe chiamare per eccellenza la Verità
filosofica. A. - Mi pare una sottigliezza.
Immediata o mediata, è sempre una conoscenza; e mi pare che quel
maledetto cervello ci entri un po' anche qui. D. - Mi pare e non mi pare! Tu stai col parere, e qui si
tratta di una verità, che anche i fanciulli la veggono. Ora, quello
che vale del tuo corpo, vale di tutti gli altri; sicché il
Wille è il reale o la cosa in sé dell'universo, e la materia è lo
stessoWille fatto visibile. A. - M'immagino che, una volta
oltrepassato il fenomeno e afferrato il vero reale, Schopenhauer debba
navigare a vele gonfie nel mare dell'essere. D. - T'inganni; Schopenhauer apre un po' la porticina di
Kant, e guarda il Wille. Kant avea detto: niente si sa. A questo i tre
impostori risposero: tutto si sa. Schopenhauer ha piantato le tende
tra quell'ignoranza assoluta e quell'assoluto sapere, e ha conchiuso:
una sola cosa si sa e si può sapere, il Wille. Ma non appena saputo il
venerato nome, s'è affrettato a chiuder la porta. Cosa è il Wille in
sé stesso, fuori del mondo? Cosa fa? Come se la passa? C'è un altro
ordine di cose diverso dal nostro? Altri mondi? E questo mondo, qual è
la sua origine? Quale la sua destinazione? Quale il suo perchè? Non
domandare, mio caro; ché la porta è chiusa. Schopenhauer non l'hai da
confondere con quei ciarlatani, che pare si facciano ogni giorno una
conversazione con Domeneddio, e ne scoprano tutti i segreti. Ti dá una
filosofia modesta e seria. A. - Una filosofia che non è
filosofia, perchè ti lascia in bianco tutt'i problemi che la
costituiscono. D. - È già un gran merito l'aver dimostrato l'insolubilità
di questi problemi, l'impossibilità della metafisica. Finora s'è
creduto che l'intelletto c'è stato dato per conoscere; e quando un
dabben filosofo ti ammonisce che la natura è inconoscibile, si suole
replicare: perchè dunque abbiamo la ragione? A che serve
l'intelletto?. Serve a mangiare e bere, a far danari, agli usi pratici
della vita, risponde Schopenhauer. La natura dá a ciascun essere
quello che gli è bisogno a vivere, e niente di più. L'intelletto può
attingere le relazioni, e non la sostanza delle cose A. - Bravo! Non possiamo noi
vivere senza la metafisica? Anzi la metafisica è stata sempre nemica
dello stomaco, lasciando stare i conti che ti tocca a fare con
Campagna, se la prendi sul serio. D. - L'intelletto può intendere ciò che è nella natura, ma
non essa natura. A. - Mi pare che a poco a poco
ti stai dimenticando del Wille, e ti stai innamorando della
natura. D. - È vero. Succede anche a Schopenhauer. Volevo dire che
l'intelletto non può conoscere il Wille, la cosa in sé, e tanto meno
quello che ci sta più su… A. - Roba da lasciarla a'
teologi. Mi par di udir predicare un santo Padre sull'insufficienza
della ragione, e quindi sulla necessità della rivelazione. Ma ti
confesso che più parli e meno ti capisco. Dici che non possiamo
conoscere il Wille, e prima hai detto che Schopenhauer l'ha
conosciuto, senza però l'intervenzione del cervello, a quel che
pare. D. - Con un distinguo tutto si chiarisce. Ci è
Wille e Wille. Il Wille assoluto è inconoscibile; perchè conoscere
l'assoluto è una contraddizione ne' termini. Tutto ciò che si conosce,
come conosciuto, cade sotto la forma del nostro intelletto, e quindi è
un relativo. Il Wille, come libero, può stare in riposo, e può
prendere tutte le forme che gli piace, oltre della nostra; e fin qui
sappiamo che c'è, ma non sappiamo cosa è. Il Wille che conosciamo è il
Wille in noi, un Wille relativo sottoposto alle forme dello
spazio e del tempo, e alle leggi di causalità, perciò accessibile
all'intelletto A. - Vale a dire, è un fenomeno
come tutti gli altri. D. - Il primo fenomeno che ci può dar ragione degli
altri. A. - Ma allora non mi stare a
predicare che Schopenhauer ha scoperta la cosa in sé! Gran cosa in sé
codesta che è un relativo! Ci sento un odore di ciarlataneria. D. - Schopenhauer non è ciarlatano, perchè ti ha limitata
egli stesso la conoscenza del Wille. A. - Ma allora questo Wille
potrebbe essere non il primo, ma un prodotto egli medesimo di
qualcos'altro che non sappiamo e che sarebbe la vera cosa in sé. D. - Potrebbe. Ma che importa a noi? Quello che c'importa
è che il Wille si trova al di sotto di tutti i fenomeni, ed è la cosa
in sé per noi: così è spiegato il mondo. A. - Ma neppur questo mi entra.
Non è strano il dire che nella pietra ci stia il Wille? Concepirei più
che ci stesse l'idea, se Campagna non fosse lí. D. - Gli è che sei avezzo a vedere il Wille o il volere
con l'occhio volgare. I filosofi plebei non sanno concepire il volere
che a' servigi dell'intelligenza. Ora tu devi con uno sforzo
d'astrazione scindere dall'intelletto il volere; e cosa rimane? Uno
stimolo cieco, inconscio, che sforza a operare. Ecco il Wille di
Schopenhauer. A. - Dunque il principio di
tutte le cose è uno stimolo cieco, inintelligente? Non mi va. D. - Altrimenti dái di muso nell'idea, o piuttosto in
Campagna. A. - Dunque... D. - Dunque guarda un po' intorno, e dimmi se non trovi
dappertutto il Wille. In un mondo dove tutto è fenomeno, è lui il vero
reale che dá alle cose la forza di esistere e di operare. E non solo
gli atti volontarii degli animali, ma l'intero organismo, la sua forma
e condizione, la vegetazione delle piante, e nel regno inorganico la
cristallizzazione, ed insomma ciascuna forza primitiva che si
manifesta ne' fenomeni chimici e fisici, la stessa gravità,
considerata in sé e fuori dell'apparenza è identica con quel volere
che troviamo in noi stessi. Egli è vero che negli animali il volere è
posto in moto da' motivi, nella vita organica dell'animale e della
pianta dallo stimolo, nella vita inorganica da semplici cause nel
senso stretto della parola; ma questa differenza riguarda il fenomeno,
lascia intatto il Wille. Apri ora le orecchie, che viene il meglio.
L'intelletto è stato generalmente tenuto come il principio della vita,
l'essenza delle cose; vedi che ci accostiamo all'idea. Di qui l'ordine
e l'armonia universale, il progresso, la libertà, e quel tale
divinizzare il mondo. Ma, poiché Schopenhauer ha preso l'umile Wille,
creduto una semplice funzione dell'intelletto, e te lo ha sollevato al
primo gradino, l'intelletto è divenuto affatto secondario, un fenomeno
che accompagna il Wille; ma che gli è inessenziale, che mette il capo
fuori solo quando il Wille apparisce nella vita organica, quindi un
organo del Wille, un prodotto fisico, un essere non metafisico.
L'intelletto può andare a spasso senza che il Wille vada via: anzi
nella vita vegetale e inorganica non c'è vestigio d'intelletto, e
perciò non è il volere condizionato alla conoscenza, come tutti
sostengono, ma la conoscenza è condizionata al volere, come sostiene
Schopenhauer A. - Capisco, capisco. Finora
ti confesso che ridevo tra me e me del Wille e dicevo: È infine una
parola, il nome di battesimo della cosa in sé, che Schopenhauer ha
aggiunto alla dottrina kantiana . Ma l'amico è fino, e veggo dove va.
Celebriamo i funerali dell'idea. D. - In effetti, il Wille, operando alla cieca, non è
legato da alcuna necessità come l'idea, o come la sostanza di Spinoza.
Assolutamente libero, può starsene con le mani in saccoccia, nella
maestà della quiete. Quando sente un prurito, un pizzicore, esce dalla
sua immobilità e genera le idee. A. - E dálli; lui pure con
l'idea! D. - Rassicurati. Non è l'idea di Hegel, ma sono le idee
di Platone, species rerum, tipi e generi, fuori ancora dello
spazio e del tempo. A. - Sono dunque concetti. D. - Adagio. Le forbici non ti hanno potuto ancora cavar
di capo la filosofia. Hai da sapere che per Schopenhauer i concetti
sono semplici astrazioni cavate dal mondo fenomenico, come l'essere,
la sostanza, la causa, la forza, ecc.; hanno un valore logico, non
metafisico; sono un pensato, non un contemplato. Stringi e premi, il
concetto non ti può dare che il concetto. E ci volea la sfacciataggine
di Hegel per fondare la filosofia sopra i concetti. Le idee al
contrario sono il primo prodotto del Wille; non generano, anzi sono
generate, e sono, per dir così, l'abbozzo o l'esemplare del mondo,
perfettamente contemplabili A. - Allora Schopenhauer è
panteista. D. - Che importa? A. - Bagattella! Hai
dimenticato, debbo tornare in Italia. L'idea puoi avventurarla qualche
volta, con certe cautele, perchè anche i Governi sanno le loro idee;
soprattutto se la pronunzii in plurale, volendo ciascun ministro
averne parecchie a suo uso. Ma col panteismo non c'è scappatoia. D. - Consolati dunque. Schopenhauer non è panteista,
perchè il suo mondo rassomiglia piuttosto al diavolo che a Dio.
Panteista, dice Arturo, è colui che divinizza il mondo, trasformando
l'idea in sostanza o in assoluto, e facendo della ragione il suo
organo. L'idea come sostanza opera fatalmente e ragionevolmente... A. - Credevo che il panteismo
consistesse nell'ammettere una sostanza unica, immanente, quale si
fosse il suo nome, sostanza, idea, o Wille; ma poiché Schopenhauer
m'assicura il contrario, come dovrò chiamarlo? D. - Chiamalo monista A. - Hai messo il dito nella
piaga. Bel Dio è codesto mondo, un misto di follia e di sciocchezza e
di birberia. L'idea quando l'ha concepito si doveva trovare
nell'ospedale dei pazzi. D. - Schopenhauer perciò ha congedato l'idea, e ci ha
messo il Wille, cieco e libero, che fa bene e male, come porta il
caso. Il quale, se se ne stesse quieto, sarebbe un rispettabile Wille;
ma come ha de' ghiribizzi, gli viene spesso il grillo di uscire dalla
sua generalità e farsi individuo. Questo è il suo peccato: di qui
scaturisce il male. È il Principium individuationis, quello
che i cattolici chiamano la materia o la carne, che genera il male.
Potrebbe dire: non voglio vivere, e sarebbe Dio; ma quando gli viene
in capo di dire: voglio vivere, diventa Satana. La vita è opera
demoniaca. A. - Veggo che questo Wille dee
essere un asino, un buffone ed un briccone; oh, sì che avevo ragione
quando dissi che la vera idea del mondo, colui che lo governa, è
Campagna; più ci accostiamo a questo tipo, e più ci accostiamo alla
verità. D. - Il Wille è essenzialmente asino finché non produce il
cervello. A. - E come tutt'a un tratto
diviene dottore? Voglio dire: se non ha conoscenza, come può produrre
la conoscenza? D. - Da padre asino non può nascere un figlio dotto? A. - Lasciamo lo scherzo.
Perchè? D. - Perchè vuole. Il Wille può tutto, e quando vuol
conoscere, ti forma un cervello. Non l'ho io detto che il Wille ama la
vita? E finché vuol vivere come pietra o come pianta, non gli viene in
capo il cervello, perchè può farne senza. Ma quando gli si presenta
l'idea dell'animale, e dice: Voglio essere un animale , ti forma il
cervello, essendo l'intelletto, come ti ho detto, necessario alla vita
animale. Ed il Wille maritato all'intelletto è quello che dicesi
comunemente anima. A. - Un intelletto che nasce da
un Wille inintelligente è un miracolone più grosso che quello di san
Gennaro. D. - Non più grande che quello che trovi ne' fatti più
ordinarii. Una pietra che cade in virtú della legge di gravità è un
miracolo così grosso, come che l'uomo pensi. Tutti queste miracoli li
fa il Wille perchè vuole così. A. - Cioè a dire, che se la
pietra cade, gli è che vuol cadere? D. - Certamente. A. - E s'io ti gittassi dalla
finestra, vorresti andar giú a fracassarti il cranio? D. - Io sono un essere complesso. Il mio corpo vorrebbe,
perchè sottoposto anche lui alla legge di gravità. A. - Avevo creduto finora che
nella vita inorganica il movimento venga dal di fuori; e che se, per
esempio, la pietra cade, gli è perchè io le do la spinta... D. - Non solo, ma perchè ella è pietra e non uccello. Cade
perchè la sua natura porta così; e in questo senso diciamo che vuol
cadere. A. - Ma allora questo Wille non
lo capisco più. Se siegue certe leggi nell'ordine fisico, potrebbe
seguirle pure nell'ordine morale; e se opera secondo leggi fisse, non
è più Wille, ma idea, è un Wille intelligente. D. - Pensa a Campagna. A. - Qui non ci sente. Credevo
questo Wille un asino ed un buffone; ora mi parli di leggi. D. - Il Wille è libero finché non vuol niente; ma quando
vuole qualche cosa... A. - Fermiamoci qui. Un Wille
che non vuole è una contraddizione ne' termini; perchè l'essenza del
Wille è il volere. D. - Ma, come libero, può anche volere non volere. A. - È una sottigliezza. Ma
lasciamo star questo. Che cosa lo spinge a volere? D. - Un pizzicore interno. A. - È una facezia. Il volere è
un desiderio che suppone il bisogno; il bisogno suppone una mancanza;
e la mancanza presuppone un'essenza, un essere con certe
determinazioni, con una propria natura. Il Wille dunque non può essere
un primo, perchè presuppone l'essere, e quindi l'idea. D. - Pensa a Campagna. A. - Rispondi così quando non
hai che rispondere. D. - Se m'interrompi sempre, non la finiremo più. Dicevo
che quando vuole qualche cosa, il Wille non è più libero, dovendo
adoperare tutti i mezzi che vi conducono: allora è sottoposto a leggi,
le quali perciò riguardano il Wille fenomenico, non il Wille in sé
stesso. A. - Ma dunque, volendo qualche
cosa, il Wille si propone un fine e vi applica i mezzi. E mi vuoi dare
a credere che sia un asino, che non adoperi ragionevolmente, che non
sia intelligente? D. - Ma questo lo fa inconsapevolmente, a modo di uccello
che, volendo sgravarsi delle uova, comincia a raccogliere delle
pagliuzze e si costruisce il nido. L'uccello non sa neppure a qual uso
è destinato il nido. Fa tutto questo non perchè lo pensa, ma perchè lo
vuole. A. - È un giochetto di parole.
Manca la coscienza, non l'intelligenza Non basta volere, bisogna
sapere, con coscienza o no, poco importa. Il tuo Wille, se è cieco,
può volere quanto gli piace, che non sará buono a nulla, neppure a
formare la pietra. In ogni formazione si suppone convenienza di mezzi
col fine; e questo è opera dell'intelligenza. Un Wille cieco che ti
forma il mondo! Il volere, mio caro, non basta; ci vuole il sapere.
Voglio andare a Parigi, e, se non so la via e ci giungo, sará per
caso: ma tra le cento, novantanove volte non ci giungerò. D. - Ma il Wille è cieco non perchè sia propriamente un
asino, ma perchè non si può dire che pensi e rifletta; opera senza
coscienza. A. - Ma chi ti ha detto che
l'idea opera con coscienza, e pensi e rifletta? Sappiamo che la Natura
opera spontaneamente e inconsapevolmente; se ne dee cavar per
conseguenza che operi irragionevolmente? E quando Hegel vede l'idea
nella pietra, credi tu che l'idea la rifletta e pensi? Se il Wille fa
quello che si richiede allo scopo propostosi, è un essere ragionevole,
è l'idea. Non m'interrompere. Qui non c'è a rispondere altro che un:
Pensa a Campagna! D. - Se vuoi vedere qual differenza corra tra il Wille e
l'idea, pon mente alle conseguenze. Dall'idea nasce un mondo
irragionevole, e perciò pessimo. A. - Il che non prova che il
Wille non sia un'idea: prova solo che sia un briccone. Chi vuole una
cosa cattiva e vi adopera i mezzi, lo chiamiamo malvagio, ma non
irragionevole. D. - La vita per l'idea è il suo medesimo svolgersi
progressivo secondo le sue leggi costitutive. Per il Wille la vita è
un peccato; maledetto il momento che dice: Io voglio vivere!. Vivendo,
cessa di esser libero, s'imprigiona nello spazio e nel tempo, entra
nella catena delle cause e degli effetti, diviene un individuo, si
condanna al dolore ed alla miseria, scendendo con le proprie gambe in
questa valle di lagrime, come Empedocle ed il Salve Regina chiamano il
mondo. A. - E perchè mo' tutto
questo? D. - Perchè il Wille come infinito non può appagare sé
stesso sotto questa o quella forma, dove trova sempre un limite.
Prendere dunque una forma è la sua infelicità; il suo peccato, la sua
miseria è nel dire: Io voglio vivere. A. - Farebbe dunque meglio a
dire: io voglio morire. D. - Certamente. La morte è la fine del male e del dolore,
è il Wille che ritorna sé stesso, eternamente libero e felice. Vivere
per soffrire è la più grande delle asinità. Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura? La vita è un fenomeno, un'apparenza,
pulvis et umbra, vanità delle vanità; dove non ci è altro di
reale che il dolore; e se ne togli il dolore, rimane la noia. A. - Mi pare che ti sii
distratto; e che da Schopenhauer sii caduto in Leopardi. D. - Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello
stesso tempo l'uno creava la metafisica e l'altro la poesia del
dolore. Leopardi vedeva il mondo così, e non sapeva il perchè.
Arcano è tutto fuorché il nostro dolor. Il perchè l'ha
trovato Schopenhauer con la scoperta del Wille. A. - Forseché Leopardi non ti
parla di un brutto poter, che ascoso a comun danno impera, e
forse non gli appicca subito dopo l'infinita vanità del
tutto? Mi par che questo sia propriamente il Wille, giacente
sotto tutta quella serie di vane apparenze che dicesi mondo. D. - Con questa differenza, che il poter del Leopardi è la
materia eterna dotata di una o più forze misteriose; laddove il potere
di Schopenhauer è una forza unica, il Wille, e la materia è il velo di
Maia, una sua apparenza. L'uno è materialista, e l'altro è
spiritualista. A. - Come dunque hanno potuto
riuscire nelle stesse conseguenze? Che dalla materia nasca un mondo
cattivo, si concepisce; il materialismo è una di quelle parole che mi
fa tanto paura quanto il panteismo; ma lo spiritualismo è una parola
che suona così bene all'orecchio, l'arca santa della religione, il
palladio della civiltà cattolica, una specie di passaporto che ti fa
entrare senza sospetto in Napoli ed in Torino, in Austria ed in
Francia, e fino in Pietroburgo, il vero Verbum, la parola
delle parole, a cui battono le mani con ugual compiacenza la santa
fede e la vera libertà, gli assolutisti e i liberali... D. - I liberali di Napoli... A. - I liberali ben pensanti, i
liberali onesti di tutt'i paesi. - Cosa sei tu?- Sono spiritualista.-
E con questo talismano l'onestà ti spunta sulla fronte, e ti si fa
lieta accoglienza in tutta l'Europa civile. Sono spiritualista, e
Ferdinando II mi fará una lettera di raccomandazione al Papa, Luigi
Napoleone mi fará girar Parigi senza accompagnamento, e Cavour mi fará
cavaliere di San Maurizio. Non ridere, ché parlo da senno. D. - Vedi dunque ch'io ti ho raccomandato una buona
filosofia, perchè Schopenhauer è spiritualista. A. - E s'accorda con Leopardi
che è materialista! non credevo più alla filosofia, ma credevo alla
logica: ora non credo più nemmeno alla logica. D. - Leopardi, sotto nome di un filosofo greco, dice: la
materia è ab æterno; e dal seno della materia vede germinare
l'appetito irrazionale, e quindi l'ignoranza, l'errore, le passioni,
in una parola il male. Schopenhauer ha detto: la materia non esiste, è
un concetto, un'astrazione; ciò solo che esiste è l'appetito, il
Wille. Tutti e due dunque ammettono lo stesso principio, ma l'uno lo
profonda nella materia, e l'altro gli fa della materia un semplice
velo. Il Wille di Schopenhauer è quasi l'anima dei cristiani, che
scende nel corpo come in un carcere, costretta a convivere con lui, ma
tenendosene distinta e lontana per tema di contagio, e sospirando al
momento della separazione, che dicesi morte ed è la vera vita. Salvo
che nella dottrina religiosa l'anima è il bene, ed il male è nel
corpo; laddove per Schopenhauer il male è nello spirito, nel Wille, e
la materia è lo stesso Wille quando si degna di comparire, il suo
fantasma. Ecco perchè Leopardi e Schopenhauer si accordano nelle
conseguenze, ponendo a principio del mondo lo stesso Potere cieco e
maligno; e poco rileva che nell'uno sia una forza della materia, e
nell'altro una forza che si manifesta sotto aspetto di materia: ne
nasce lo stesso ergo. A. - Capisco. Lo spiritualismo
comincia ad entrarmi in sospetto. E Schopenhauer m'ha guastata questa
bella parola. È il destino di tutte le parole che al primo entrare nel
mondo sono belle e festeggiate, e poi, tira tu e tira io, si
sconciano, s'invecchiano, s'imbruttiscono, fanno paura. E so molte
parole che molti anni fa ti riempivano le scarselle ed ora te le
vuotano. Lo spiritualismo era una delle poche parole rimase a galla in
tanti naufragi; ed eccoti ora costui che me lo sconcia. E come oggi
non basta più dire: Son liberale ; ma hai da spiegare se la tua
libertà è la vera o la falsa, quella degli onesti o quella de'
bricconi; così ora ci sará il vero e il falso spiritualismo. Il vero e
l'onesto spiritualismo presuppone l'opposizione, la guerra accanita
tra lo spirito e il corpo; dove nel falso spiritualismo spirito e
materia sono fratelli cugini. D. - Anzi germani; anzi la stessa cosa sotto due diversi
aspetti. perchè secondo Schopenhauer l'opposizione tra materia e anima
è un antico pregiudizio filosofico, introdotto da Cartesio, e
accreditato da' ciarlatani sotto l'altro nome di natura e spirito. La
sola, la vera distinzione è tra fenomeno e noumeno, o cosa in sé. Il
Wille è il Wille, ed il mondo è il suo fenomeno, la sua ombra, i suoi
occhi. Tutto è vanità; il Wille, lo spirito solo, è. A. - Un'empietà sotto
linguaggio cristiano. perchè qui lo spirito non è la ragione, ma il
cieco appetito, origine del peccato; è lo spirito del male. D. - Precisamente. Il Wille non solo è peccatore, ma è il
solo peccatore. Tutt'i nostri peccati è lui che li fa. A. - E noi siamo
impeccabili? D. - Impeccabili. A. - Schopenhauer comincia di
nuovo a piacermi, non ostante il suo falso spiritualismo. Mi sento già
correr pel sangue l'innocenza di un bambino. Se arriva a dimostrare
che l'uomo non pecca, faremo per innanzi tutto quello che
vogliamo. D. - Come se finora avessimo fatto quello che non
vogliamo! A. - Ti so ben dire che finora
ho fatto molte cose che non avrei voluto fare. D. - È una illusione. Tu sei un fenomeno del Wille, e
quello che hai fatto gli è che il tuo Wille lo ha voluto. A. - Spesso mi è venuto il
ticchio di gridare in piazza: Viva la libertà! . D. - E perchè non lo hai fatto? A. - Per paura di Campagna. D. - Vale a dire che, se non avessi avuto paura, l'avresti
fatto. Tutti facciamo secondo la nostra natura. Il Wille prendendo
forma d'individuo non è più libero, ma è questo o quello, cioè
condizionato così o così, col tale e tale carattere. E, datosi un
carattere, opera secondo quello. Ora, operare secondo il carattere, è
fare quello che si vuole. A. - Un abuso di linguaggio.
perchè fare quello che si vuole è in sostanza fare quello che si può.
Ma in certi casi di due cose io posso farle tutte e due; e se fo
l'una, so che poteva fare anche l'altra, e non l'ho voluta. Sono
dunque perfettamente libero. D. - Un abuso di linguaggio, una illusione del cervello.
perchè hai fatto così e non così? A. - Per la tale e tale
ragione. D. - E questa tale ragione ti ci ha indotto con la stessa
fatale necessità con cui la legge di gravità opera nella pietra. La
pietra cadendo non fa peccato, perchè ubbidisce alla sua natura; il
ladro rubando non fa peccato, perchè ubbidisce al suo carattere. A. - Ma la pietra non può non
cadere, dove il ladro può non rubare. D. - Non capisci ancora. Supponi che il ladro prima di
rubare esiti, e gli si affacci l'inferno, i comandamenti di Dio, il
disonore, la carcere, ecc.; cosa farà? Se non ruba, non è virtú, ma
effetto necessario del suo carattere; ha un carattere tale che quelle
immagini gli facciano effetto. E se ruba, non è peccato, perchè, posto
il suo carattere, potea così poco tenersi dal furto, come la pietra
dal cadere. Uomo libero è contradictio in adiecto; perchè
uomo è un essere condizionato e determinato; in modo che basta
conoscer bene il carattere di uno per indovinare quello ch'egli fará.
Capisci ora perchè l'uomo è impeccabile? A. - E la morale? E il
dovere? D. - Il dovere, dice Schopenhauer, è un'altra astrazione;
nessuno ha il dritto di dire: tu devi; ed uno dei difetti di Kant è
l'esser venuto fuori col suo categorico imperativo. Dovere e non
dovere suppone una libertà di scelta che contraddice al concetto
dell'uomo. Dimmi pure: non devi ammazzare; io ammazzerò, se il mio
carattere porta così, e non farò peccato. A. - E se t'impiccano? D. - M'impiccano giustamente. A. - Come? Comincio a dubitare
che il tuo cervello se ne vada passeggiando. E perchè m'hanno da
impiccare? Dove non ci è colpa, non ci è pena. Di che dovrò rispondere
io? D. - Non della tua azione, ma del tuo carattere. perchè
sei fatto così? A. - Oh bella! e che c'entro
io? È il Wille, quel birbone del Wille che m'ha fatto così. D. - E se t'impiccano, non è te che impiccano, ma il
Wille. A. - Anche questa! il dolore lo
sento io. D. - Vale a dire lo sente il Wille; perchè quello che ci è
in te di vero reale è il Wille; tutto l'altro è fenomeno. A. - Ma il Wille che è in me è
lo stesso Wille che è in colui che m'impicca. D. - Sicuro. A. - Allora il Wille che
impicca è lo stesso che il Wille ch'è impiccato. D. - Sicuro. A. - Comincia a venirmi il
capogiro. D. - Anzi è questa la base della morale. Quando saremo
persuasi che in tutti è un solo e medesimo Wille, ci sentiremo
fratelli, attirati l'uno verso l'altro da reciproca simpatia. E poiché
lo stesso Wille è pure negli animali, anzi nelle universe cose, ci si
accenderá nel cuore una simpatia universale... A. - Anche per l'asino... D. - Nostro fratello, come tutto il resto. La qual
simpatia diventerá una profonda compassione quando penseremo che tutti
per colpa del Wille, siamo infelici, tutti condannati
irremissibilmente al dolore. Ed in luogo di farci guerra l'un l'altro,
ci compatiremo a vicenda e ce la prenderemo con l'empia Natura che ci
ha fatto così. A. - Come dice Leopardi. D. - Bene osservato. Per Leopardi il principio etico o
morale è la compassione... A. - Anche verso i
birbanti! D. - Sicuro, anzi un po' più di compassione ancora, perchè
non sono loro i colpevoli, ma l'empia Natura; non possono fare
altrimenti di quello che fanno; e sono da compiangere come i malati ed
i pazzi. Se gli uomini si guardassero a questo modo, non ci sarebbe
più né invidia, né sdegno, né gelosia, né ambizione, né odio; il
vocabolario sarebbe ridotto ad una sola parola, la compassione. A. - Veggo un giovine ricco,
pieno d'ingegno e di dottrina, amato dalle donne, onorato,
festeggiato; e gli dovrei dire: Ho compassione di te! . Mi sfiderebbe
a duello, credendo mi beffi di lui. D. - E sarebbe uno stupido. Ma se avesse un dito di
cervello avrebbe compassione di sé e di te e di tutti gli altri. Il
piacere è negativo, incapace di soddisfare il Wille infinito; ed
attendi, e di sotto i più desiderati piaceri vedrai scaturire la noia
e il dolore. Il piacere è un'apparenza labile, sotto la quale sta
inesorabile il solo e il vero reale, il dolore. E dimmi in fede tua,
se la ricchezza, la bellezza, l'ingegno, la gloria sia altra cosa che
larva ed illusione. A. - Mi sembri un S. Paolo. D. - Spesso a sentir parlare Leopardi e Schopenhauer ti
par di udire un santo Padre. A. - Un santo Padre in
maschera. Guardali bene in viso, e vedrai spuntare le corna del
diavolo. D. - Infine una filosofia nemica dell'idea, nemica della
libertà, nemica del progresso, credevo dovesse piacerti. A. - Sissignore. Vado a Napoli,
prendo Campagna sotto il braccio, e gli dico: Ho compassione di te!
Sei sì contento: misero, di che godi? Sei così baldanzaso: misero, di
che insuperbisci? Tu e l'ultimo lazzarone di Napoli siete la
stessa cosa. Campagna m'accarezza la barba, se me la lascia, e mi fa
certi occhi, come volesse dirmi: eppure finirai con la forca. Ed io
allora: bello mio, e cosa ci guadagni? Non sai, Campagna mio dolce,
che, secondo la nuova filosofia, impiccando me, impicchi te stesso. E
se mi dái uno schiaffo, quello schiaffo ritorna sulla tua faccia, e se
mi bastoni, io prendo un'aria di compassione, e dico: povero Campagna,
non sai che bastoni te stesso D. - Questo pare una caricatura, ed è la verità. A. - Il difficile è che ci si
creda. D. - La verità, dice Schopenhauer, citando un antico, è
nel pozzo; e come vuol mettere il capo fuori, le si dá sulle dita. Ma
finisce col farsi largo. E vedi un altro vantaggio. Con questa
filosofia non solo l'idea e la libertà va via, ma la patria, la
nazionalità, l'umanità, la filosofia della storia, la rivoluzione. A. - Sei un furbo. Quando sto
per tirare un calcio a Schopenhauer, hai l'arte d'ingraziarmelo
un'altra volta. D. - Finirai con un: Viva Schopenhauer! A. - Eppure Kant, suo maestro,
predisse la rivoluzione, e ti parla sempre di dritto, di patria, di
libertà. La sua morale fa perdonare alla sua metafisica. D. - Il contrario, uomo contraddittorio. A. - perchè mi chiami
contraddittorio? D. - perchè ora parli secondo il pensiero, ed ora secondo
la paura. A. - Hai ragione. Qualche volta
mi dimentico di Campagna. D. - In Kant avvenne l'opposto, come nota l'arguto
discepolo. perchè, insino a che stette a costruir la metafisica,
ragionò col cervello; ma come si vide innanzi l'edifizio bello e
compiuto, si spaventò e si ricorda di Campagna, vale a dire
dell'antico e del nuovo Testamento, e ragionò con la paura e col
pregiudizio. Così, perchè ne' Comandamenti della legge di Dio trovi
una litania di devi e non devi, immaginò un dovere assoluto o
categorico, lui che aveva prima considerato l'assoluto come
trascendente ed ipotetico. E col dovere venne fuori l'immortalità
dell'anima, il premio ed il castigo, fondamento egoistico della morale
volgare, la libertà congiunta col concetto di un Dio creatore, come se
esser creato ed esser libero non fosse una contraddizione, e
disconoscendo la massima che operari sequitur esse, vale a
dire che ciascuno fa così perchè è così. A questo modo Kant, credendo
di filosofare, non ha fatto che teologizzare, ed ha perduto ogni
merito e credito, quando a corona dell'opera ti fa comparire in ultimo
una teologia speculativa A. - La paura è un gran
filosofo. D. - Schopenhauer ha gittata giú questa filosofia della
paura, ed attenendosi alla metafisica, ed aggiungendovi il Wille, ha
creato, come a buona ragione si vanta, la sola filosofia che dar ti
possa una morale ed una teoria politica. Io debbo rispondere delle mie
azioni, perchè son io che le fo; il mio torto è d'esser io e non tu, e
non qualsiasi altro A. - E che colpa ci ho io
d'esser nato così? D. - La colpa è del Wille che, facendo un uomo cattivo, ha
avuto un cattivo capriccio. A. - E tocca a me pagarne la
pena? Questo mi ricorda quel maestro che, volendo castigare un
marchesino, e non osando toccare i magnanimi lombi, sferzava i suoi
compagni di scuola. D. - Uno sciocco paragone. Hai dimenticato che tutto è
Wille e che tu stesso sei Wille; onde la pena la porta sempre il
Wille. Ecco un fondamento incrollabile di morale, che non ha trovato
né il giudaismo, né il cattolicismo, né il panteismo, né il
materialismo: la gloria è tutta e solo di Schopenhauer. Il quale,
assicurata la morale, pensa a darti una ricetta anche per la politica.
Sta' attento. A. - Son tutt'orecchie. Qui sta
il nodo. Una filosofia per me è vera o falsa, benedetta o maledetta,
secondo che mi accosta o mi discosta da Campagna. D. - Immagina che Campagna ci senta, e vedi se non
batterebbe lui prima le mani. Senti prima quello che dice de' liberali
d'oggigiorno. Costoro, nota Schopenhauer A. - Campagna dice che lo ha
detto tante volte lui. D. - A intenderli, parlano di umanità e di progresso; in
sostanza pensano al ventre. Immaginano che lo Stato abbia una
missione: che sia l'organo, l'istrumento del progresso; il che
significa, nel loro linguaggio, dispensiero d'impieghi e di quattrini
per loro. Ma ecco la verità. Gli uomini sono di natura bricconi e
violenti, e sarebbe la terra popolata di assassini e di ladri, se lo
Stato non fosse lí ad assicurare le proprietà e la vita. Questa è la
sua missione; e quando un Governo ti protegge da' ladri e dagli
omicidi, sei un briccone tu se gli contendi l'autorità, e gli dici:
Dammene una parte anche a me . E perciò tutt'i Governi presenti
d'Europa sono ottimi, perchè tutti provvedono alla sicurezza, e noi,
volevo dire i demagoghi, sono i veri turbatori della quiete
pubblica. A. - Merita la croce di s.
Gennaro , mi dice Campagna. D. - Ora, siccome gli uomini sono inchinevoli al male ed
alla violenza, e si fanno regolare nelle loro azioni non dalla
ragione, ma dal Wille, cioè dagl'istinti e dalle passioni, lo Stato
non dee a reggerli adoperare la persuasione, ma la violenza. perchè
gli uomini, quanto sono violenti tanto sono codardi, e non ubbidiscono
che alla paura: fatti temere, e sarai ubbidito. A. - Campagna dice che la
logica dovrebbe ridursi a questo solo argomento. D. - La forza dev'essere nelle mani di un solo uomo;
perchè dove il potere è diviso tra più persone, ivi la forza è
sparpagliata e meno efficace. D'altra parte lo Stato monarchico è più
conforme al Wille. Prima di tutto, un solo Wille c'è. Poi guarda
intorno. Vedrai le api, le formiche, gli elefanti, i lupi e gli altri
animali, quando sono in processione, aver sempre innanzi un solo di
loro, come re. Una società industriale, un esercito, un battello a
vapore non ha che un solo capo. L'organismo animale è monarchico,
perchè il cervello solo è il re. Anche il sistema planetario è
monarchico. Il re è l'incarnazione del popolo, e può ben dire: Il
popolo son io A. - Campagna dice che si
dovrebbe farlo direttore della cassa a sovvenzione de'
giornalisti. D. - Non m'interrompere. Un re, un capo dello Stato, che
mantenesse la giustizia per tutti, è però un semplice ideale, e
l'ideale è di natura eterea e facile a svaporare. A dargli perciò un
po' di consistenza, come in certe sostanze chimiche, che non istanno
mai pure ed isolate, ma commiste con altre sostanze, è pur forza che
nello Stato s'introducano altri elementi, come la nobiltà, il clero, i
privilegi. Tutto questo sente un po' d'arbitrio e di violenza; ma è
meglio così, che uno Stato regolato dalla pura ragione; perchè non
rompi con le consuetudini e ti assicuri maggiore stabilità. Vedi al
contrario gli Stati Uniti, dove domina il diritto puro, astratto,
sciolto da ogni elemento arbitrario. Ivi il più abbietto materialismo
con la sua compagna indivisibile, l'ignoranza: ivi la stupida
bigotteria anglicana, una brutale rozzezza congiunta con la più
sciocca venerazione della donna. Aggiungi la crudeltà contro i neri,
gli omicidii spessi ed impuniti, i duelli brutali; disprezzo del
diritto e della legge, cupidigia delle terre de' vicini, scorrerie e
spedizioni a modo di assassini, corruzione ed immoralità. Tal frutto
ti dà la repubblica. La quale dovrebbe esser rifiutata specialmente
dagli uomini d'ingegno, che sono sempre sopraffatti da' molti
ignoranti; dal monarca al contrario prediletti e festeggiati. La
monarchia è conforme al Wille; la repubblica è una costruzione
artificiosa, un frutto della riflessione, un'eccezione nella storia,
non pure poco curabile, ma contraria a civiltà, veggendo come in tutti
i tempi e presso tutt'i popoli le arti e le scienze non sono fiorite
che nelle monarchie. Non ti pare? A. - In me ci è lotta fra il
Wille ed il cervello. Il Wille vuol dir sì; ed il cervello fa
boccacce, e susurra: Grecia, Roma, Italia. D. - La Grecia fu un'apparizione efimera; Roma è tutta nel
secolo di Augusto; e l'Italia fu una vera, una lunga barbarie, come
tutto il medio evo. Del resto, se vuoi che il tuo Wille la vinca, non
hai che a studiare Schopenhauer. A. - E sará il meglio. Ma non
consideri che la monarchia oggi non basta ad assicurarti il collo; che
ci si è infiltrato il veleno della costituzione. E di qual monarchia
parla Schopenhauer? D. - Fa buon animo, ché Arturo ha pensato anche al tuo
collo. Un re costituzionale, egli dice, è ridicolo, come gli Dei di
Epicuro, che pensano ad ingrassare in cielo, e non si prendono cura di
quaggiú. Se lo tenga l'Inghilterra, che lo ha caro, ché s'affá alla
sua natura. Ma noi siamo veramente buffoni, quando ci poniamo addosso
il frack inglese. Una delle più stupide istituzioni è quella
de' giurati, perchè nelle grossolane teste del volgo non può entrare
che un calculus probabilium, e non sa distinguere
verosimiglianza da certezza, e pensa sempre alla bottega ed a' figli.
Lo lodano d'imparzialità; imparziale il malignum vulgus! La
libertà della stampa può esser tenuta come una valvola di sicurezza
contro le rivoluzioni, vero sfogatoio dei mali umori; ma d'altra parte
è come la libertà di vender veleno. perchè tutti gli spropositi che si
stampano, si imprimono facilmente nel cervello de' gonzi; e di che non
è capace uno sciocco quando si è fitta una cosa in capo? A. - Cari giurati, cara libertà
della stampa, cara costituzione, vi fo un addio. Mi sento i peli più
tranquilli sul mento. Ma ci resta la patria, la nazionalità, che è
qualcosa di peggio. Non ci avevo pensato. D. - Ma ci ha pensato Schopenhauer. Il Wille esiste solo
negl'individui; patria, popolo, umanità, nazionalità sono astrazioni,
concetti vuoti. Pensano altrimenti gli spinosisti moderni, e sopra
tutti quel corrompiteste di Hegel, la cui mediocrità avrebbero potuto
i tedeschi legger nella volgarità della sua fronte, se avessero
studiato la scienza della fisonomia; la natura aveva scritto sulla sua
faccia: uomo ordinario A. - Chiudiamo dunque le
università e le scuole, ed aboliamo tutte le storie. D. - Non dico questo. La storia non è del tutto inutile,
perchè un popolo che non conosce la propria storia è come un uomo che
non abbia memoria della vita passata, legato al presente come un
animale. A. - Ma nell'individuo c'è il
Wille; il Wille ti dá il carattere; e il carattere ti dá la necessità
e la subordinazione de' fatti. Il popolo è una finzione poetica; non
ci è il Wille, non ci è carattere; la sua storia è un ammasso di
nuvole a diverse figure; e non so che partito se ne può cavare. D. - Un tantino d'esperienza sempre se ne cava. Una
donnicciuola che ha fatto sperimento di una medicina in un caso, dove
se ne ricordi, può farne uso in un caso simile. A. - Vale a dire che la storia
è un medico empirico. D. - Credi tu che ci sia veramente una medicina ai tanti
mali che travagliano l'umanità? Sono mali incurabili, inerenti alla
nostra natura. A. - E la monarchia co' nobili,
i preti ed i privilegi? D. - Serve solo ad assicurare il diritto. A. - E questo ti par piccola
cosa? D. - Ma, come il piacere è una negazione, ed il solo
dolore è, così il diritto non ha niente di affermativo; l'affermazione
è nel torto A. - Gran testa! il no vuol dir
sì, ed il sì vuol dir no. Questa invenzione merita il primo premio; ed
il secondo lo daremo ad Hegel, che dice che il sì ed il no è la stessa
cosa. D. - Se non esistesse il torto, non esisterebbe il
diritto. Il diritto è la negazione del torto. Lo Stato è il custode
del diritto, perchè mi difende da chi mi vuol far torto. Perciò è un
commissario di polizia, e non un medico. Non può guarirci da' nostri
mali; e non sarebbe neppur desiderabile che ci guarisse. A. - Questa è una vera
scoperta: ché nessuno l'ha detto ancora. Fin qui dicevo tra me e me:
Anche Leopardi l'ha detto . perchè Leopardi non crede al progresso, si
ride della filosofia della storia, e reputa insanabili i nostri mali.
Solo quella faccenda del diritto e del torto non ce la trovo; ma me la
ricordo nel padre Bartoli. Ma né in Leopardi, né in Bartoli, né in
nessuno trovo che la nostra guarigione sia cosa poco desiderabile. D. - Perchè, se sei guarito dal dolore, ti rimane non il
piacere, che è una negazione, ma un nemico ancor più molesto, la noia;
e perchè, ove tutti fossimo felici, ne verrebbe un accrescimento di
popolazione, le cui spaventevoli conseguenze atterriscono ogni più
ardita immaginazione A. - Perdona Gioberti. Bisogna
concedere il primato al cervello di Schopenhauer. Il tuo cervello non
avrebbe saputo trovar questa: e sì che ne ha trovate tante. E che
razza di mondo è dunque cotesto? La patria è un'astrazione; l'umanità
è una finzione; la storia è un giochetto di nuvole; l'individuo è
condannato immedicabilmente al dolore ed alla noia. perchè viviamo
dunque? uccidiamoci. Bella, adorabile, pietosa morte. Chiudi alla luce omai D. - Leopardi si è troppo affrettato a tirar la
conseguenza. Schopenhauer da questo inferno, che chiamasi vita, ha
saputo cavar fuori il paradiso: e qui è veramente che spicca un volo
d'aquila. A. - Sfido Schopenhauer a
tirare altra conseguenza che il suicidio. D. - Valga. Senti ed impara. Gl'indiani ed i cristiani
hanno trovata la vera medicina. Bisogna morire, ma senza cessar di
vivere. A. - Che è il mezzo più comodo
a contentare la vita e la morte. D. - Il Wille desidera di vivere, corre sempre alla vita;
la vita è il suo eterno presente. E vivere significa abbandonarsi alla
satisfazione di tutt'i desiderii ed i bisogni. Dapprima opera come
cieco stimolo, senza conoscenza, e dice: Voglio vivere . Poi si dá un
cervello dotato d'intelletto, riconosce sé stesso nella immagine
cosmica, e dice ancora: Voglio vivere . Nell'uomo si dá non solo un
intelletto, come negli animali, ma una ragione; e dice sempre: Voglio
vivere . E come la vita, cioè a dire la satisfazione de' bisogni e de'
desiderii, gli è più difficile nella forma d'uomo, si è costruito un
cervello più artificioso, sì che l'intelletto è più acuto e rapido, e
vi ha aggiunta la ragione, la facoltà dell'assoluto secondo i tre
ciarlatani, e che in sostanza è stata dal Wille messa in compagnia
dell'intelletto per i suoi bisogni. perchè l'intelletto provvede solo
al presente; laddove la ragione, facoltà dei concetti, astrae,
generalizza, coordina, subordina, lega il presente al passato e
predice l'avvenire. Armato di queste due arme potentissime, il Wille
sotto forma d'uomo s'abbandona al piacere di vivere; ed è qui la fonte
della sua infelicità: perchè di desiderio pullula desiderio, bisogno
genera bisogno, e non ci è verso che si appaghi e vive agitato. A. - Bisogna trovargli un
calmante. D. - E questo sedativo glielo dá la ragione. Perchè, fatta
dolorosa esperienza della vita, in qualche uomo di giudizio la ragione
parla così: Non t'accorgi che gli individui sono sogni fuggevoli, che
tutto passa, che il piacere è un'apparenza, che il voglio vivere,
l'amore della vita è la radice de' tuoi mali? E non puoi uscirne
altrimenti che facendo guerra al Wille, cioè a' desiderii, alle
passioni, considerando tutte le cose a cui gli uomini tengon dietro,
piaceri, onori, ricchezze, come vuoti fantasmi, uccidendo in te la
volontà di vivere o di godere. Sustine et abstine: segui
questo principio, e ricovererai la pace dell'anima. A. - La pace della
sepoltura. D. - Capisci ora cosa vuol dir morire senza cessar di
vivere. Vivi, ma rinunziando a' godimenti della vita, come cosa vana;
il che è dato di fare solo all'uomo fornito di ragione. Gli animali e
tutte le cose vogliono vivere; tu solo ti puoi mettere al di sopra
della vita; perchè, fatto esperto dalla ragione, che non si arresta
agl'individui, ma con la memoria del passato e l'anticipazione
dell'avvenire ti dá come in uno specchio la conoscenza universale,
puoi farti questa domanda: a che serve la vita? e da tanto affannarsi
e correrle appresso qual guadagno se ne cava? le jeu vaut-il bien
la chandelle? E quando ti persuaderai che la vita non vale la
pena che un galantuomo si dá per lei... A. - Cosa farò? D. - Ucciderai il Wille che t'alletta alla vita. A. - Cioè il Wille uccide sé
stesso. D. - Certo. Il WiIle si afferma e si nega, come libero ed
onnipotente. Per mezzo della ragione arriva alla sua negazione. E come
l'atto generativo è il centro del Wille quando vuol vivere, hai per
prima cosa ad astenerti da' piaceri carnali, e poi castigare la carne
con digiuni, cilizii, astinenze. A. - Come sant'Antonio nel
deserto. D. - I bramini ed i santi saranno il tuo esemplare; e la
ricetta si può ridurre in queste tre celebri parole: castità, povertà,
ubbidienza. così vivere è morire, senza che debba aver ricorso al
suicidio, rifugio degli animi deboli. A. - E questo mentre gli altri
si divertono, e mi danno la baia? D. - Anzi tu a loro. perchè da tutta l'altezza della tua
calma guarderai come da sicuro porto gli uomini in tempesta. E farai
come Schopenhauer, il quale, mentre nel quarantotto gli uomini
correvano come impazzati gli uni contro gli altri, se ne stava
osservandoli con un cannocchiale, e se la rideva sotto i baffi, e
diceva: Fatevi ammazzare voi, ch'io me ne sto qui a contemplare il
Wille . In effetti, se gli uomini si rendessero persuasi che la
libertà, l'umanità, la nazionalità, la patria e tutte le altre cose
per le quali si appassionano, sono astrazioni ed apparenze, ciascuno
se ne starebbe quieto a casa sua, si appiglierebbe alla vita
contemplativa così in privato, come in pubblico, ed in luogo di
correre in piazza e affaticarsi e tormentare sé e gli altri, sdraiato
su di un canapé e fumando saporitamente a modo di un turco, vedrebbe a
poco a poco evaporare tra' vortici del fumo la sua individualità e si
sentirebbe puro Wille. A. - Il canapé e la pipa ci è
di soverchio: ché, chi vuol morire vivendo, dovrebbe far senza anche
di questo. M'immagino il povero Schopenhauer come un monaco della
Trappa, martire della castità, della povertà, della ubbidienza, dolce
come un agnello, e il corpo tutto piaghe per i cilizii. D. - Schopenhauer mangia divinamente, si prende tutt'i
piaceri che gli sono ancora possibili, e grida e schiamazza sempre,
tiranneggiato dal Wille. Se gli nomini Hegel, diviene una tempesta, e
per calmarlo gli devi fare un elogio della sua chiarezza e della sua
originalità. A. - A che serve dunque la
filosofia? D. - La filosofia è una conoscenza teoretica, che non ha
niente a fare con la pratica. È la ragione così poco atta a renderti
virtuoso, come è l'estetica a renderti artista. Ciascuno fa secondo
sua natura; né puoi essere santo, se non ci hai vocazione, vale a dire
se il Wille non ti ha dato carattere da ciò. Come si nasce poeta, così
si nasce santo: Velle non discitur; perciò Schopenhauer non
ti dá un precetto, non dice: tu devi uccidere in te il desiderio di
vivere. Nessun divieto, nessun categorico imperativo. Descrive le
azioni degli uomini, non le impone. La conoscenza del mondo come
fenomeno opera qual motivo, e ti lega alla vita; la conoscenza del
mondo come essenza opera qual sedativo, e ti distacca dalla vita. La
quale conoscenza non è necessario che te la dia la filosofia; basta
che la sia immediata. Quello che è necessario, è che tu abbi la
predisposizione a santità, la grazia A. - Abbiamo cominciato con
Kant e terminiamo con S. Agostino. A me credo che mi manca la grazia;
perchè quella faccenda della castità, della povertà e dell'ubbidienza
non mi entra. Io voglio vivere allegramente; e quando si dee crepare,
creperemo. O se caso incontra, per il quale la vita mi torni
incomportabile, amo meglio ritornare in grembo al Wille tutto a un
tratto, che avvicinarmici lentamente con una lunga morte sotto nome di
vita. Preferisco Leopardi a Schopenhauer. D. - Hai torto. Leopardi s'incontra ne' punti sostanziali
della sua dottrina con Schopenhauer; ma gli sta di sotto per molti
rispetti. Primamente Leopardi è poeta; e gli uomini comunemente non
prestano fede ad una dottrina esposta in versi; ché i poeti hanno voce
di mentitori. A. - Ma Leopardi ha filosofato
anche in prosa. D. - Non propriamente filosofato; ché a filosofare si
richiede metodo. E questo è una delle glorie di Schopenhauer. Si sono
tenute tante controversie sull'analisi e sulla sintesi, sulla
psicologia e sulla ontologia. Non si era letto Schopenhauer, la cui
opera sarebbe stata nella bilancia la spada di Brenno. Analisi e
sintesi, dice Arturo, sono vocaboli improprii, e dovrebbe dirsi
induzione e deduzione. Ora, il metodo filosofico non è per niente
diverso da quello di tutte le scienze empiriche, e dee essere
analitico, che è quanto dire induttivo, prendere a fondamento
l'esperienza e da quella cavare i giudizi: al che si richiede una
facoltà apposita, ch'egli chiama la facoltà del giudizio, posta di
mezzo fra l'intelletto e la ragione, l'intelletto che vede e la
ragione che forma i concetti. Il filosofo vede e non dimostra. E te lo
prova la stessa parola evidenza, la quale è derivata manifestamente
dal verbo vedere. Ma per un antico pregiudizio è invalso che la
filosofia debba partire dal generale e scendere al particolare; il che
si chiama dedurre, e si fa per via di dimostrazione. E ne è nata
l'opinione che senza dimostrazione non ci è vera verità. Ma dimostrare
è cosa facilissima, e non vi si richiede che il senso comune; laddove
per cavare la verità dagli oggetti si richiede quella tal facoltà del
giudizio, che è conceduta a pochissimi. perchè a questa operazione è
necessario conoscere bene i due procedimenti di cui parla Platone e
Kant, l'omogeneità e la specificazione, cioè a dire, cogliere negli
oggetti quello che hanno di simile e quello che hanno di proprio,
coordinare e subordinare, non andare a salti, non lasciar lacune,
rispettare ogni differenza ed ogni somiglianza. Aggiungi che il metodo
dimostrativo è noiosissimo, perchè, come nel generale sono contenuti
tutt'i particolari, alla prima pagina sai già quello che viene
appresso, e gli è come un aggirarti ogni dí nella piazza S. Marco;
laddove ne' libri di Schopenhauer trovi una varietà infinita che
solletica la curiosità e ti fa come viaggiare di una città in
un'altra. Oltre a questo, una filosofia fondata sopra concetti
generali, come assoluta sostanza, Dio, infinito, finito, identità
assoluta, essere, essenza, è come campata in aria e non può mai
cogliere la realtà. E qui, pieno il petto di santo sdegno, Arturo fa
fuoco addosso a Schelling, ad Hegel ed a tutt'i moderni fabbricatori
di concetti A. - È vero almeno? D. - Lasciamo da banda lo scherzo. È vero. Schopenhauer è
un ingegno fuori del comune; lucido, rapido, caldo e spesso acuto;
aggiungi una non ordinaria dottrina. E se non puoi approvare tutt'i
suoi giudizii, ti abbatti qua e là in molte cose peregrine, acquisti
svariate conoscenze, e passi il tempo con tuo grande diletto: ché è
piacevolissimo a leggere. Leopardi ragiona col senso comune, dimostra
così alla buona come gli viene, non pensa a fare effetto, è troppo
modesto, troppo sobrio. Lo squallore della vita che volea
rappresentare si riflette come in uno specchio in quella scarna prosa;
il suo stile è come il suo mondo, un deserto inamabile dove invano
cerchi un fiore. Schopenhauer, al contrario, quando se gli scioglie lo
scilinguagnolo, non sa tenersi; è copioso, fiorito, vivace, allegro;
gode annunziarti verità amarissime, perchè ci è sotto il pensiero: La
scoperta è mia ; distrae e si distrae; e quando ragiona, ti pare
alcuna volta che si trovi in una conversazione piacevole, dove, tra
una tazza di thé ed un bicchier di champagne, declami sulla vanità e
la miseria della vita. Sicché leggi con piacere Schopenhauer e stimi
Leopardi. A. - Capisco. Leopardi morí
giovine, martire delle sue idee; Schopenhauer continua ancora a morire
senza cessar di vivere. D. - Tu fai come i fanciulli, co' quali si è fatto troppo
a fidanza; ché questo è un'insolenza bella è buona. A. - Tu vuoi il monopolio dello
scherzo. Viva Schopenhauer molti e molti anni ancora, e ci regali un
nuovo trattato sul Wille. Anzi ti prometto che mi porrò a studiare
davvero, e voglio fare una traduzione della sua opera principale e
propagarla nel regno di Napoli. perchè penso che dee piacere molto a
Campagna che i fedelissimi sudditi si dedichino alla vita
contemplativa, facciano voto di castità, di povertà e di ubbidienza, e
lasciando lui vittima della vita, passino il tempo a fare una
meditazione sulla morte. D. - Ma se vuoi che la tua edizione faccia frutto, hai da
bruciare innanzi tutti gli esemplari del Leopardi. A. - Mi pare che Schopenhauer
ti abbia inoculata la malattia del paradosso. Abbiamo detto che tutt'e
due pensano allo stesso modo. D. - perchè Leopardi produce l'effetto contrario a quello
che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non
crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la
gloria, la virtú, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E
non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi
accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti,
perchè non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa
credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la
patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma
a nobili fatti. Ha così basso concetto dell'umanità, e la sua anima
alta, gentile e pura l'onora e la nobilita. E se il destino gli avesse
prolungata la vita infino al quarantotto, senti che te l'avresti
trovato accanto, confortatore e combattitore. Pessimista od
anticosmico, come Schopenhauer, non predica l'assurda negazione del
Wille, l'innaturale astensione e mortificazione del cenobita:
filosofia dell'ozio che avrebbe ridotta l'Europa all'evirata
immobilità orientale, se la libertà e l'attività del pensiero non
avesse vinto la ferocia domenicana e la scaltrezza gesuitica. Ben
contrasta Leopardi alle passioni, ma solo alle cattive; e mentre
chiama larva ed errore tutta la vita, non sai come, ti senti stringere
più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande. L'ozio
per Leopardi è un'abdicazione dell'umana dignità, una vigliaccheria;
Schopenhauer richiede l'occupazione come un mezzo di conservarsi in
buona salute. E se vuoi con un solo esempio misurare l'abisso che
divide queste due anime, pensa che per Schopenhauer tra lo schiavo e
l'uomo libero corre una differenza piuttosto di nome che di fatto;
perchè se l'uomo libero può andare da un luogo in un altro, lo schiavo
ha il vantaggio di dormire tranquillo e vivere senza pensiero, avendo
il padrone che provvede a' suoi bisogni A. - Finora abbiamo scherzato.
Ora mi fai una faccia tragica. D. - Aggiungi che la profonda tristezza con la quale
Leopardi spiega la vita, non ti ci fa acquietare, e desìderi e cerchi
il conforto di un'altra spiegazione. Sicché se caso, o fortuna, o
destino volesse che Schopenhauer facesse capolino in Italia,
troverebbe Leopardi che gli si attaccherebbe a' piedi come una palla
di piombo, e gl'impedirebbe di andare innanzi. A. - L'ora è tarda; e
Schopenhauer mi ha fatto venire un grande appetito; e come non ho la
grazia, non posso vincere il Wille. Addio. D. - E mi lasci così? Tutto questo discorso rimarrá senza
conclusione? A. - La conclusione la tirerò
io. Se leggi Leopardi, t'hai da ammazzare; se leggi Schopenhauer,
t'hai da far monaco; se leggi tutti questi altri filosofi moderni,
t'hai da fare impiccare per amor dell'idea. D. - Intendo. Una giovine dicea a Rousseau: Giacomo,
lascia le donne e studia le matematiche . A. - Vuoi dire che per me è il
contrario. Lascio le matematiche e studio le donne. Voglio tornarmene
in Napoli, bruciare tutt'i libri di filosofia, amicarmi Campagna;
l'inviterò a pranzo, e faremo una conversazione filosofica sulle belle
ragazze. Addio. D. - Ed io mi metto a scrivere l'articolo per la
Rivista contemporanea. [Nella «Rivista contemporanea», a. VI, 1858, vol. XV,
pp. 369-408] NOTE Bibliografia di
riferimento Precedenti pubblicazioni a stampa del testo, oltre a
quelle apparse nelle "Opere" di De Sanctis, sono:
[1][2], già qui nessuno ci sente, mi fece una
contro-dimostrazione. E quando vidi per terra, miserabile vista!, la
mia con tante cure coltivata barba, parvemi che insieme coi peli si
dileguassero ad una ad una tutte le mie idee. Miracolose forbici che
operarono la mia conversione. Ero un ragazzo; divenni un uomo. Alla
filosofia non ci credo più, e mi son fatto astronomo. De Gasparis l'ha
indovinata: cavaliere, professore, e quattrini assai. Parliamo delle
stelle, e lasciamo stare la terra. La filosofia mena diritto un
galantuomo a farsi impiccare.[3].[4]. E quest'opera fu come la profezia di Cassandra.
Regnavano allora sulla scena Fichte, Schelling, Hegel; il mondo era
come sotto un fascino; nessuno badò a lui. Arturo, gravido
d'indignazione, si strinse nelle spalle; e con un riso sardonico si
pose a fare il mercante ed il banchiere, e diceva: aspettate e
vedrete.
Del vergognoso errore
A pentir
s' incomincia, allor si muore.[5], e non filosofi, perchè volevano parere, non essere, e
cercavano non il vero, ma impieghi da' governi e quattrini dagli
studenti e da' librai: eccellenti nell'arte di burlare il pubblico e
far valere la loro merce: il che è senza dubbio un merito, ma non
filosofico. Ora si danno l'aria della passione, ora della persuasione,
ora della severità, oscuri, irti di formole, vendevano parole che si
battezzavano per pensieri. Invano cerchi in loro quella tranquilla e
chiara esposizione che è la bellezza del filosofo. Guardano
all'effetto; voglion sedurre, trascinare, prendon tuono da oracolo per
darla ad intendere. Kant avea mostrato che il mondo è un fenomeno del
cervello, ma che sotto al fenomeno ci è pure una cosa in sé, fuori
della conoscenza. Qui fu il suo torto; se avesse battezzato questa
cosa in sé, avrebbe posta l'ultima pietra al tempio della
filosofia.[6] è di essersi spacciato discepolo di Kant, ed Arturo se
la piglia col pubblico, che non può pronunziare mai Kant senza
appiccargli sul dosso Fichte, pubblico dalle orecchie di Mida, indegno
di Kant, inetto a mai comprenderlo, che gli pone allato, anzi al di
sopra, Fichte, come colui che ha non pur continuato, ma recato a
perfezione quello che Kant ha cominciato. così è avvenuto che oggi si
dice Kant e Fichte, e si dovrebbe dire Kant e Schopenhauer: il primo
gran peccato del secolo. Il secondo peccato lo ha fatto Schelling. La
filosofia avea trovate le sue fondamenta, grazie a Locke e Kant,
riposando sull'assoluta differenza del reale e dell'ideale; ed eccoti
Schelling che ti fa proprio il rovescio, e confonde bianco e nero, e
ti gitta reale e ideale nell'abisso della sua assoluta identità. Di
qui errori sopra errori; sparsa la mala semenza, n'è nata la
corruzione, il pervertimento della filosofia. Il peccato di Schelling
è grosso, ma, come ti dicevo, Hegel è il gran peccatore, perchè
l'intuizione intellettuale difficilmente sarebbe andata in capo al
pubblico; dove Hegel col suo processo dialettico ha dato un'apparenza
di armonia a questo mostro filosofico, ne è stato l'ordinatore e
l'architetto, ha reso curabile il peccato. E Schopenhauer te lo concia
per le feste. Ciarlatano, insipido, stupido, stomachevole, ignorante,
la cui sfacciataggine è stata gridata saggezza da' suoi codardi
seguaci, vero autore della corruzione intellettuale del secolo. E qui
Schopenhauer non può contenere la sua indignazione: O ammiratori di
questa filosofia.... Come ti dirò? Non ti posso tradurre l'energico
epiteto che Arturo appicca a questa filosofia; la lingua italiana è
pudica...[7].[8]. E poiché Empedocle è tenuto da molti un pitagorico,
si dee credere che questa verità l'abbia rubata a Pitagora; e se
Gioberti avesse saputo questo, tenero com'era della filosofia
pitagorica, si sarebbe fatto il più caldo propugnatore di questa
dottrina, nata, come filosofia, in Italia, e avrebbe accresciuto con
un altro ingrediente il nostro primato. Ma Gioberti non ci ha pensato,
e la gloria rimane intera a Schopenhauer; perchè il vero inventore non
è colui che trova una verità, ma colui che la feconda, l'applica, ne
cava le conseguenze, come dice non so più qual francese citato da
Schopenhauer, un momento che temeva gli si contrastasse il brevetto
d'invenzione.[9].[10].[11].[12].[13]. Così in questa teoria trovi raccolte le più grandi
verità della filosofia, la cosa in sé di Kant, le idee di Platone, e
l'unità o il monismo immanente di Spinoza. Uno è il Wille, immanente
nelle cose, anzi le cose non sono che esso medesimo il Wille, messo in
movimento, la luce è l'apparenza del Wille.[14], e ti tirerai d'impaccio. L'idea dunque, come ti
dicevo, opera fatalmente, perchè opera ragionevolmente; onde
l'ottimismo, quell'andar sempre di bene in meglio secondo leggi
immutabili, che dicesi progresso. Ma se è così, dice Schopenhauer,
come spiegare il male e l'errare?[15].[16].[17].[18].[19], si chiamano ottimisti, credono che il mondo abbia il
suo scopo in sé stesso, e che noi navighiamo diritto verso la
felicità. E perchè veggono la terra travagliata da ogni maniera di
mali, ne accaggionano i Governi e predicano che, tolti questi, si
avrebbe il paradiso in terra, si raggiungerebbe lo scopo del mondo. Il
quale scopo del mondo, a tradurlo nel giusto linguaggio, non è che il
loro scopo, quello di mangiare e ubbriacarsi, crescere e
moltiplicarsi, senza darsi una pena al mondo.[20].[21]. Ora, costui e con esso i ciarlatani moderni
sostengono che ultimo scopo dell'esistenza è la famiglia e la patria;
che il mondo è ordinato armonicamente secondo leggi prestabilite; che
la storia è perciò una scienza, ed i fatti de' popoli e non quelli de'
singoli individui hanno un interesse filosofico. Se avessero letto
Schopenhauer, avrebbero veduto che solo i fatti dell'individuo hanno
unità, moralità, significato e realtà, perchè il Wille solo è cosa in
sé. Il moltiplice è apparenza, i popoli e la loro vita sono
astrazioni, come nella natura è astrazione il genere; e perchè solo
l'individuo, non l'umanità, ha reale unità, la storia dell'umanità è
una finzione. I fatti storici sono il lungo e confuso sogno
dell'umanità; e volerli spiegare seriamente ti fa simile a colui che
vede nelle figure delle nuvole gruppi d'uomini e d'animali [22]. La storia dunque non è scienza, ma un accozzamento
di fatti arbitrarii, dove ci può essere coordinazione, non
subordinazione. Ed ha più interesse una biografia che tutta la storia
della umanità; perchè là trovi la eterna pagina del Wille, egoismo,
odio, amore, timore, coraggio, leggerezza, stupidezza, scaltrezza,
spirito, genio; e nella storia trovi un preteso spirito del mondo, una
pura larva, fatti labili e senza significato, usciti spesso dalle più
futili cause, come nuvole agitate da' venti. Gli sciocchi, mal
contenti dell'oggi, confidano nel dimani; e non veggono che il tempo è
un fenomeno; che l'avvenire è simile al passato; che niente accade di
nuovo sotto il sole; che la superficie muta, ed il fondo rimane lo
stesso; e che il mondo rassomiglia a certe commedie italiane, dove,
sotto diversi intrecci di fatti, trovi che Pantalone è sempre
Pantalone, e Colombina è sempre Colombina. Poniamo pure che un
progresso intellettuale ci sia; non perciò gli uomini saranno mutati;
e né istruzione, né educazione varranno a renderli men cattivi e meno
infelici; il progresso morale è un sogno.[23].[24].
Questi occhi tristi, o dell'età reina.[25].[26]. Costoro ti danno una filosofia di parole, dove egli
ti dá una filosofia di cose. perchè dal suo osservatorio guarda ben
bene gli oggetti, vede il simile ed il diverso, e con la sua
potentissima facoltà del giudizio ne sa tirare delle verità così
nuove, che tu ne rimani muto di maraviglia. E come si arrabatta a
ficcartele in capo! Come sa maneggiarle in guisa che ciascuna prenda
la forma di paradosso e alletti la tua attenzione! E se ti addormenti,
è lui che ti sveglia e ti dice: Guarda che erudizione! E ve' questo
che è un paradosso! Attendi e vedrai con quanta chiarezza ti spiegherò
Kant! Sappi che io non leggo storie di filosofia, ma sempre le opere
originali! e t'assicuro che penso sempre col capo mio![27]; la qual sentenza se avesse letta Leopardi, avrebbe
arrossito di essere come Wille della stessa natura di
Schopenhauer.
[1]
Tutto quello che D. dice di Schopenhauer, opinioni, invettive,
argomenti, paragoni, fino nei più minuti particolari, è tolto
scrupolosamente dalle sue opere: per brevità si appongono citazioni
solo nei punti più importanti.
[2]
Famoso birro del governo borbonico. Il dialogo è scritto a Zurigo il
1858. D. è l'autore. A. è un suo antico discepolo che viene da
Napoli.
[3]
Custode del carcere dove fu rinchiuso l'autore.
[4]
Die Welt als Wille und Vorstellung.
[5]
Appendice al suo Schizzo di una storia della teoria del reale e
dell'ideale.
[6]
Altre spiegazioni sulla filosofia di Kant.
[7]
Parerga und Paralipomena. Capitolo sulle Donne, e l'altro
sulla Politica.
[8]
Ueber den Willen in der Natur - Fragmente zur Geschichte der
Philosophie.
[9]
Die Welt als Wille und Vorstellung, I vol., par. 18.
[10]
Sull'intelletto vedi l'opera principale, II, 287-89.
[11]
Idem, II, 634-36.
[12]
Ueber den Willen in der Natur. Prefaz.
[13]
Sulle idee, vedi l'opera principale, I, libro terzo, dove
trovi un'esagerata teoria estetica.
[14]
Parerga, II, capo V.
[15]
Die beiden Grundprobleme der Ethik, p. 212.
[16]
Die Welt als Wille und Vorstellung, 1, par. 63.
[17]
Die Welt als Wille und Vorstellung, I, 586. - Die
beiden Grundprobleme der Ethik, 119-26.
[18]
Die beiden Grundprobleme der Ethik, pag. 91 e seg. -
Parerga und Paralipomena, vol. I, par. 9.
[19]
Parerga und Paralipomena, vol. XI, cap. IX. - Die Welt
als Wille und Vorstellung, vol. II, cap. XVII.
[20]
La parte politica è tolta quasi a parola dal cap. IX. Parerga
und Paralipomena.
[21]
Parerga und Paralipomena, cap. XXIX.
[22]
Die Welt als Wille und Vorstellung, XI, 422.
[23]
Die Welt als Wille und Vorstellung, I, par. 62.
[24]
Die Welt als Wille und Vorstellung, I, par. 395.
[25]
Die Welt als Wille und Vorstellung, I, 321.
[26]
Parerga und Paralipomena, I, 122. - Die Welt als Wille
und Vorstellung, II, 121; II, 83.
[27]
Parerga und Paralipomena, par. 125. [*]
Como-Pavia, Ibis, 1992 (II ed 1996, II
ed 1998), 94 p., 17 cm. ISBN 88-7164-079-9
Milano, Feltrinelli, p. 19 e pp.
162-176.