A cura di
PREFAZIONE DI VOLTAIRE
Esistono già quattro edizioni di questo Dizionario, ma tutte incomplete e
informi; non avevamo potuto curarne alcuna. Pubblichiamo infine questa, che si fa
preferire a tutte le altre per la correttezza, per l'ordine e per il numero di voci. Le
abbiamo tutte tratte dai migliori autori europei né ci siamo fatti scrupolo di copiare
talvolta una pagina da un libro conosciuto, quando tale pagina si è dimostrata necessaria
alla nostra collezione. Vi sono intere voci di persone tuttora viventi, fra le quali si
contano alcuni dotti pastori. Questi pezzi sono da tempo alquanto noti agli eruditi, come
le voci APOCALISSE, CRISTIANESIMO, MESSIA, MOSÈ, MIRACOLI ecc. Ma, nella voce MIRACOLI,
abbiamo aggiunto un'intera pagina del celebre dottor Middleton, bibliotecario di
Cambridge.
Si troveranno anche diversi passaggi del dotto vescovo di Glocester, Warburton. I
manoscritti del signor Dumarsais ci sono stati molto utili; ma abbiamo unanimemente
respinto tutto ciò che sembrava favorire l'epicureismo. Il dogma della Provvidenza è
così sacro, così necessario alla felicità del genere umano, che nessun uomo onesto deve
indurre i propri lettori a dubitare di una verità che non può in alcun caso fare del
male e che può sempre produrre un gran bene.
Non consideriamo affatto questo dogma della Provvidenza universale come un sistema,
bensì come una cosa dimostrata a tutti gli spiriti raziocinanti; al contrario, i diversi
sistemi sulla natura dell'anima, sulla grazia, su opinioni metafisiche, che dividono tutte
le comunioni religiose, possono essere sottoposti all'analisi: poiché, essendo in
discussione da millesettecento anni, è evidente che non portano affatto con sé il
carattere di certezza; sono enigmi che ciascuno può divinare secondo la portata della
propria intelligenza.
La voce GENESI è di un uomo di grandi capacità, che gode della stima e della fiducia
di un gran principe: gli domandiamo scusa per aver tagliato questa voce. I limiti che ci
siamo imposti non ci hanno permesso di stamparla per intero: avrebbe riempito quasi la
metà di un volume.
Quanto agli argomenti di pura letteratura, si riconosceranno facilmente le fonti cui
abbiamo attinto. Abbiamo cercato di unire l'utile al dilettevole, non avendo altro merito
né altra parte in quest'opera che la scelta. Le persone di ogni ceto troveranno di che
istruirsi divertendosi. Questo libro non esige una lettura conseguente; ma, in qualsiasi
punto lo si apra, si trova di che riflettere. I libri più utili sono quelli dei quali una
metà è fatta dagli stessi lettori: essi ampliano i pensieri dei quali viene loro
presentato il germe; correggono ciò che sembra loro difettoso e rafforzano con le proprie
riflessioni ciò che sembra loro debole.
Soltanto da persone illuminate può essere letto questo libro: l'uomo volgare non è
fatto per simili conoscenze; la filosofia non sarà mai suo retaggio. Chi afferma che vi
sono verità che devono essere nascoste al popolo non può in alcun modo allarmarsi; il
popolo non legge affatto; lavora sei giorni la settimana e il settimo va al cabaret. In
una parola, le opere di filosofia non son fatte che per i filosofi, e ogni uomo onesto
deve cercare di essere filosofo, senza vantarsi di esserlo.
Concludiamo facendo le nostre umilissime scuse alle stimabili persone che ci hanno
elargito il favore di alcune nuove voci, per non aver potuto utilizzarle come avremmo
desiderato: sono arrivate troppo tardi. Non siamo per questo meno sensibili alla loro
bontà e al loro lodevole zelo.
A
ABATE
«Dove andate, Signor abate?» ecc. Vi rendete conto che abate significa padre? Se voi
lo diverrete, renderete un servizio allo Stato; e senza dubbio compirete l'opera più alta
che possa compiere un uomo: nascerà da voi un essere che pensa. C'è qualcosa di divino
in quest'azione.
Ma se siete il signor abate solo per il fatto che avete la chierica e portate un
collarino e una mantellina, e ve ne state lì alla posta di qualche beneficio, il nome
d'abate non lo meritate. Gli antichi monaci chiamarono così il superiore che essi
eleggevano. L'abate era il loro padre spirituale. Quanti significati diversi assumono, col
passare del tempo, gli stessi nomi! L'abate spirituale era un povero a capo di tanti altri
poveri; ma i poveri padri spirituali giunsero poi ad avere duecento, quattrocentomila
franchi di rendita; e ci sono, oggi, in Germania, dei poveri padri spirituali che
posseggono un reggimento di guardie.
Un povero che ha fatto giuramento d'essere povero e che, di conseguenza, diventa
sovrano! Già lo si è detto; e va ridetto mille volte: questo è intollerabile. Le leggi
protestano contro questo abuso, la religione se ne indigna, e i veri poveri, nudi e
affamati, assordano il cielo di lamenti davanti alla porta del signor abate.
Li sento rispondere, i signori abati d'Italia, di Germania, delle Fiandre, della
Borgogna: «E perché non dovremmo accumulare anche noi ricchezze ed onori? Perché non
dovremmo essere principi? I vescovi lo sono. Una volta erano poveri come noi, e poi si
sono arricchiti, si sono innalzati; uno di loro è ora più in alto dei re; lasciate che
li imitiamo per quel che ci è possibile.»
Avete ragione, signori; invadete la terra; essa appartiene ai forti e ai furbi che se
ne impossessano. Avete approfittato dei tempi dell'ignoranza, della superstizione, della
demenza per spogliarci delle nostre eredità e calpestarci; per ingrassarvi con le
sostanze degli sventurati: tremate, chissà che non arrivi il giorno della ragione.
ABRAMO
Abramo è uno di quei nomi celebri in Asia minore e nell'Arabia, come Thoth fra gli
egiziani, l'antico Zoroastro in Persia, Ercole in Grecia, Orfeo in Tracia, Odino presso i
popoli del settentrione e tanti altri noti più per la loro fama che per una storia ben
accertata. Parlo solo della storia profana, giacché, per la storia degli ebrei, nostri
maestri e nostri nemici, in cui crediamo e che detestiamo, poiché la storia di questo
popolo è stata manifestamente scritta dallo stesso Spirito Santo, noi nutriamo i
sentimenti che dobbiamo nutrire. Qui ci rivolgiamo soltanto agli arabi; essi si gloriano
di discendere da Abramo, attraverso Ismaele; credono che questo patriarca abbia fondato la
Mecca e sia morto in questa città. Il fatto è che la stirpe d'Ismaele fu infinitamente
più favorita da Dio di quella di Giacobbe. L'una e l'altra, per la verità, non hanno
prodotto che dei ladri; ma i ladri arabi sono stati straordinariamente superiori ai ladri
ebrei: i discendenti di Giacobbe conquistarono solo un minuscolo territorio, che poi
perdettero; mentre i discendenti di Ismaele hanno conquistato una parte dell'Asia,
dell'Europa e dell'Africa, hanno fondato un impero più vasto di quello dei romani e hanno
cacciato gli ebrei dalle loro caverne che chiamavano Terra promessa.
A voler giudicare le cose sulla sola base degli esempi delle nostre storie moderne,
sembrerebbe piuttosto difficile che Abramo sia stato il padre di due popoli così diversi;
c'è stato detto che era nato in Caldea, figlio di un povero vasaio che si guadagnava da
vivere facendo dei piccoli idoli di terracotta. Non è molto verosimile che il figlio di
un vasaio sia andato a fondare la Mecca trecento leghe più in là, sotto i tropici,
affrontando deserti impraticabili. Se fu un conquistatore, si volse senza dubbio verso il
bel paese dell'Assiria; e se non fu che un pover'uomo, come ci viene dipinto, non può
aver fondato regni così lontani dalla sua terra.
Il Genesi narra che aveva settantacinque anni quando lasciò il paese di Aram,
dopo la morte di suo padre Terah, il vasaio; ma sempre il Genesi narra anche che
Terah, avendo generato Abramo all'età di settant'anni, visse fino a duecentocinque anni e
che Abramo se ne andò via da Haran solo dopo la morte di suo padre. È chiaro, dunque, da
quel che dice il Genesi stesso, che Abramo aveva centotrentacinque anni quando
lasciò la Mesopotamia. Egli dunque lasciò un paese idolatra per andare in un altro paese
idolatra chiamato Sichem, in Palestina. Perché proprio lì? Perché abbandonò le fertili
rive dell'Eufrate per una regione così lontana, così sterile e pietrosa come quella di
Sichem? La lingua caldea doveva essere assai diversa da quella di Sichem, che non era un
paese di commerci. Sichem dista più di cento leghe dalla Caldea; per arrivarci bisogna
attraversare dei deserti; ma Dio voleva che Abramo facesse questo viaggio, voleva
mostrargli la terra che avrebbero dovuto occupare i suoi discendenti, molti secoli dopo di
lui. L'intelligenza umana stenta a comprendere le ragioni di un tale viaggio.
Appena Abramo giunge nel piccolo paese montagnoso di Sichem, la carestia lo costringe a
uscirne. Allora va in Egitto con sua moglie, a cercar di che vivere. Menfi dista duecento
leghe da Sichem; è naturale che si vada a cercar grano tanto lontano, e in un paese di
cui non si conosce affatto la lingua? Incredibili viaggi, intrapresi all'età di quasi
centoquarant'anni.
Conduce a Menfi la moglie Sara, tanto più giovane di lui, quasi una bimba; non aveva
che sessantacinque anni. E poiché era molto bella, egli si risolse a trar partito dalla
sua bellezza: «Fingi d'esser mia sorella,» le disse, «affinché mi si faccia del bene
in grazia tua.» Avrebbe dovuto dirle, ci pare: «Fingi d'essere mia figlia.» E così il
re si innamorò della giovane Sara, e regalò al sedicente fratello tante pecore, buoi,
asini, asine, cammelli, servi e serve, il che prova che l'Egitto d'allora era un regno
molto potente e civile, e di conseguenza molto antico, in cui si ricompensavano
munificamente i fratelli che venivano ad offrire le sorelle ai re di Menfi. La giovane
Sara aveva novant'anni, secondo la Scrittura, quando Dio le promise che Abramo, che ne
aveva allora centosessanta, le avrebbe regalato un bambino entro lo stesso anno.
Abramo, che adorava viaggiare, se ne andò nell'orribile deserto di Cades con la moglie
incinta, sempre giovane e sempre leggiadra. Un re di quel deserto non mancò di
innamorarsi di Sara, né più né meno di quanto se ne era innamorato il re d'Egitto. E il
padre dei credenti ripeté la menzogna detta in Egitto; fece passare la moglie per sua
sorella, e ricavò dall'affare altre pecore, buoi, servi e serve. Si può ben dire che
quest'Abramo divenne ricchissimo grazie alla famiglia della moglie. I commentatori hanno
messo insieme un numero incredibile di volumi per giustificare la condotta di Abramo, e
per conciliare la cronologia; rinviamo dunque il lettore a questi commenti, tutti composti
da spiriti sottili e raffinati, eccellenti metafisici, gente libera da pregiudizi e niente
affatto pedante.
Del resto questo nome (Bram-Abram) era celebre in India e in Persia: molti dotti
pretendono perfino ch'egli fosse lo stesso legislatore che i greci chiamarono Zoroastro.
Altri asseriscono che fosse il Brahma degli indiani: il che però non è dimostrato.
Quello che sembra invece più che ragionevole a molti dotti è che quest'Abramo fosse
caldeo o persiano: gli ebrei, in seguito, si vantarono di discendere da lui, come i
franchi da Ettore e i bretoni da Tubal. È certo che la nazione ebraica fu una comunità
nomade molto recente; che si insediò vicino alla Fenicia solo molto tardi; che era
circondata da popoli antichi: ne adottò la lingua, e prese da loro perfino il nome
d'Israele, che è caldeo, come attesta proprio un ebreo, Flavio Giuseppe. Sappiamo che
prese dai babilonesi perfino il nome degli angeli; infine, che chiamò Dio, come avevano
fatto i fenici, con i nomi di Elohim o Eloah, Adonài, Jehovah o Jao.
È probabile che gli ebrei abbiano appreso il nome di Abraham o Ibrahim dai babilonesi,
perché l'antica religione di tutte le terre, dall'Eufrate fino all'Oxo, era chiamata Kish-Ibrahim,
Milat- Ibrahim. Lo confermano tutte le ricerche fatte sul posto dallo studioso Hyde.
Gli ebrei fecero dunque con la storia e le antiche favole quel che i loro rigattieri
fanno con gli abiti vecchi: li rivoltano e li vendono come nuovi al prezzo più alto
possibile.
Ed è un singolare esempio della stupidità umana il fatto d'aver considerato per tanto
tempo gli ebrei come il popolo che aveva insegnato tutto agli altri, mentre il loro stesso
storico Giuseppe confessa il contrario.
È difficile scrutare nelle tenebre dell'antichità; ma è evidente che tutti i regni
dell'Asia erano fiorentissimi prima che quell'orda di arabi chiamati ebrei possedesse un
pezzetto di terra, avesse una città, delle leggi e una religione costituita. Quando
perciò sappiamo di un antico rito, di una antica credenza stabilita in Egitto o
nell'Asia, e insieme presso gli ebrei, è ben più che naturale pensare che quel piccolo
popolo nuovo, incolto, rozzo, da sempre e per sempre ignorante in materia di arti belle,
abbia copiato, quanto più poté, la nazione più antica, fiorente e industriosa.
È in conformità con questo principio che vanno giudicate la Giudea, la Biscaglia, la
Cornovaglia, Bergamo, il paese d'Arlecchino ecc.: senza dubbio la trionfante Roma non
imitò niente dalla Biscaglia, dalla Cornovaglia, né da Bergamo; e bisogna essere un
grande ignorante o avere una gran faccia tosta per sostenere che gli ebrei insegnarono
qualcosa al greci.
(Articolo tratto dal signor Fréret)
ADAMO
La pia signora Bourignon era sicura che Adamo fosse ermafrodito, come i primi uomini
del divino Platone. Dio le aveva rivelato questo grande segreto. Ma io, che non ho avuto
simili rivelazioni, non ne parlerò affatto. I rabbini ebrei hanno letto le opere di
Adamo; sanno il nome del suo precettore e della sua seconda moglie; ma, poiché non ho
letto questi libri del nostro primo padre, non ne farò parola. Certe dottissime teste
vuote restano sbigottite quando, leggendo i Veda degli antichi brahmani, apprendono che il
primo uomo fu creato in India ecc.; che si chiamava Adimo, che significa il generatore; e
che sua moglie si chiamava Procriti, che significa la vita. Costoro asseriscono che la
setta dei brahmani è incontestabilmente più antica di quella degli ebrei; che solo molto
più tardi gli ebrei poterono scrivere in lingua cananea, perché fu solo molto più tardi
che si stabilirono nel piccolo paese di Canaan; dicono che gli indiani furono sempre
inventori e gli ebrei sempre imitatori; gli indiani sempre ricchi di ingegno e gli ebrei
sempre rozzi; dicono che è ben difficile che Adamo, il quale era rosso e aveva i capelli,
sia il padre dei negri, che son neri come l'inchiostro e sulla testa hanno della lana
nera. Ma quante non ne dicono costoro? Io, per me, non dico niente: lascio queste ricerche
al reverendo padre Berruyer, della compagnia di Gesù; egli è l'uomo più innocente che
io abbia mai conosciuto. Hanno bruciato il suo libro come opera di un miscredente che vuol
mettere in ridicolo la Bibbia; ma io posso assicurare che quel che ha scritto è
assolutamente privo di malizia.
(Tratto da una lettera del cavaliere di R.)
AMICIZIA
È un tacito contratto fra due persone sensibili e virtuose. Dico «sensibili»,
perché un monaco, un solitario, possono non essere affatto insensibili, e tuttavia vivere
senza conoscere l'amicizia. Dico «virtuose», perché i malvagi non possono avere che dei
complici; i dissoluti, dei compagni di bagordi; le persone interessate, dei soci; i
politici si circondano di partigiani faziosi; la massa degli sfaccendati ha delle
conoscenze; i principi hanno attorno a loro dei cortigiani: solo gli uomini virtuosi hanno
amici. Cetego era il complice di Catilina; e Mecenate, il cortigiano di Ottaviano; ma
Cicerone era amico di Attico.
Cosa comporta questo contratto fra due anime sensibili e virtuose? Gli obblighi sono
più o meno forti o deboli, a seconda del grado di sensibilità dei contraenti e il numero
dei servizi resi ecc.
La passione dell'amicizia è stata più forte presso i greci e gli arabi che non da
noi. I racconti che questi popoli hanno immaginato sull'amicizia sono ammirevoli; noi non
ne abbiamo di simili, noi siamo un po' aridi in tutto.
L'amicizia, presso i greci, era oggetto di religione e di legislazione. I tebani
avevano la legione degli amanti: magnifica legione! Certuni l'hanno scambiata per una
legione di sodomiti; s'ingannano: hanno scambiato l'accidente per la sostanza. L'amicizia,
presso i greci, era prescritta dalla legge e dalla religione; la pederastia era purtroppo
tollerata dal costume; ma non dobbiamo imputare alla legge abusi vergognosi. Ne parleremo
ancora.
AMORE
Amor omnibus idem. Qui bisogna ricorrere a ciò che è fisico; è la stoffa
della natura, su cui l'immaginazione ha ricamato. Vuoi avere un'idea dell'amore? guarda i
passeri del tuo giardino, osserva i colombi; contempla il toro che viene portato alla tua
giovenca; guarda quel fiero cavallo che due stallieri conducono alla cavalla che lo
attende placida, e solleva la coda per riceverlo; guarda come i suoi occhi scintillano;
ascolta i suoi nitriti, osserva quei salti, quegli scambietti, quelle orecchie drizzate,
quella bocca che s'apre con piccoli tremiti, quelle froge che si gonfiano, quel soffio
ardente che ne esce, la criniera che si drizza e si agita, quel movimento imperioso con
cui si lancia sull'oggetto che la natura gli ha destinato. Ma non esserne geloso e pensa
ai vantaggi della specie umana; essi compensano, in amore, tutto quel che la natura ha
largito agli animali: forza, bellezza, leggerezza, rapidità.
Ci sono anche animali che non conoscono il piacere. I pesci a scaglie son privati di
questa dolcezza: la femmina depone sul fondo milioni di uova, e il maschio che le trova
passa su di loro e le feconda col proprio seme, senza preoccuparsi di sapere a quale
femmina appartengono.
La maggior parte degli animali che si accoppiano gustano il piacere con un solo senso;
e appena quest'appetito è soddisfatto, tutto finisce. Nessun animale, all'infuori
dell'uomo, conosce gli amplessi; tutto il tuo corpo è sensibile; soprattutto le tue
labbra godono con una voluttà che niente stanca, e questo piacere appartiene solo alla
nostra specie; infine tu puoi abbandonarti in qualsiasi momento all'amore, mentre gli
animali hanno un tempo determinato.
Se rifletti su questi privilegi, ti verrà da dire col conte di Rochester: «L'amore in
un paese di atei farebbe adorare la Divinità.»
Poiché gli uomini han ricevuto il dono di perfezionare tutto quel che la natura
concede loro, hanno perfezionato anche l'amore. La pulizia, la cura di sé, rendendo più
delicata la pelle, aumenta il piacere del tatto, mentre la cura della propria salute rende
gli organi della voluttà più sensibili.
Tutti gli altri sentimenti entrano in quello dell'amore, come i metalli che si
amalgamano con l'oro: l'amicizia, la stima, vengono in suo aiuto: le doti del corpo e
della mente sono nuove catene.
Nam facit ipsa suis interdum foemina factis,
Morigerisque modis, et mundo corpore cultu,
Ut facile insuescat secum vir degere vitam.
(Lucrezio, De rerum natura, libro IV)
L'amor proprio, soprattutto, rafforza questi legami. Ci si congratula della propria
scelta e mille illusioni adornano quest'opera, di cui la natura ha posto le fondamenta.
Ecco ciò che ti distingue dagli animali; ma se tu godi tanti piaceri che essi
ignorano, quanti dolori, anche, di cui le bestie non hanno la minima idea! Quel che v'è
d'orribile, per te, è che la natura, nei tre quarti della terra, ha avvelenato i piaceri
dell'amore e le fonti della vita con una malattia spaventevole, alla quale soltanto l'uomo
è soggetto, e che solo in lui infetta gli organi della generazione.
E non è che tale peste, come altre malattie, sia la conseguenza dei nostri eccessi.
Non fu la dissolutezza a introdurla nel mondo. Le Frini, le Laidi, le Flore, le Messaline
non ne furono affatto colpite; essa è nata nelle isole ove gli uomini vivevano
nell'innocenza, e di là si è diffusa nel vecchio mondo.
Se mai si è potuta accusare la natura di disprezzare la sua opera, di contraddire i
suoi disegni, di agire contro i suoi fini, è in tale occasione. È proprio questo il
migliore dei mondi possibili? Ma come! se Cesare, Antonio, Ottaviano non furono colpiti da
questa malattia, non era possibile che essa non facesse morire Francesco I? «No,» ci
dicono, «le cose erano così preordinate per il meglio.» Voglio crederlo, ma è ben
duro.
AMORE COSIDDETTO SOCRATICO
Com'è possibile che un vizio, distruttore del genere umano se fosse praticato da
tutti, che un attentato, infame contro la natura, sia tuttavia così naturale? Sembra
l'estremo grado della corruzione cosciente, eppure è condizione comune di quanti non
hanno ancora il tempo d'essere corrotti. È penetrato in cuori inesperti che non hanno
conosciuto ancora né l'ambizione, né la frode, né la sete di ricchezza; è la cieca
gioventù che, per un istinto ancora confuso, precipita in questo disordine all'uscir
dall'infanzia.
L'inclinazione dei due sessi l'uno per l'altro si manifesta molto presto; ma checché
si sia detto delle donne africane o dell'Asia meridionale, tale inclinazione è
generalmente più forte nell'uomo che nella donna; è una legge che la natura ha stabilito
per tutti gli animali. È sempre il maschio che assale la femmina.
I giovani maschi della nostra specie, allevati insieme, sentendo quest'impulso che la
natura comincia a manifestare in loro e non trovando l'oggetto naturale di tale istinto,
ripiegano su quello che più gli somiglia. Spesso un giovinetto, per la freschezza della
carnagione, lo splendore del colorito, la dolcezza degli occhi, somiglia per due o tre
anni a una bella ragazza; se lo si ama, è perché la natura s'inganna; si rende omaggio
al bel sesso, affezionandosi a chi ne ha le bellezze; e, quando l'età ha fatto svanire
tale somiglianza, l'equivoco cessa.
Citraque juventam
Aetatis breve ver et primos carpere fiores.
(Ovidio, Metamorfosi, X, 84-85)
È abbastanza noto che questo equivoco della natura è molto più comune nei climi
dolci che fra i ghiacci del settentrione, perché il sangue vi è più acceso e
l'occasione più frequente: così quel che nel giovane Alcibiade sembra una pura
debolezza, in un marinaio olandese o in un vivandiere moscovita è una disgustosa
depravazione.
Non posso sopportare che si pretenda che i greci abbiano autorizzato questa licenza. Si
cita il legislatore Solone, perché disse in due brutti versi:
Amerai un bel ragazzo
finché non gli cresca la barba.
Ma, in buonafede, Solone era legislatore quando scrisse questi due ridicoli versi? A
quel tempo era giovane, e quando il dissoluto diventò saggio, non mise certo una simile
infamia tra le leggi della sua repubblica; è come se accusassimo Teodoro di Beza di aver
predicato la pederastia nella sua chiesa perché, nella sua giovinezza, scrisse versi per
il giovane Candido, e disse:
Amplector hunc et illam.
Si travisano le parole di Plutarco, che nelle sue chiacchiere, nel Dialogo
sull'amore, fa dire a un interlocutore che le donne non sono degne del vero amore;
mentre un altro interlocutore sostiene la parte delle donne, come è giusto.
È certo, per quanto può esserlo la nostra conoscenza dell'antichità, che l'amore
socratico non era affatto un amore infame: a trarre in inganno è stata la parola
«amore»: i cosiddetti «amanti di un giovinetto» erano precisamente quello che sono fra
noi i paggi dei nostri principi, quello che erano i damigelli d'onore: giovani addetti
all'educazione di un giovinetto di nobile famiglia, compagni dei suoi studi e dei suoi
esercizi militari: istituzione guerriera e sacra di cui si abusò, come accadde delle
feste notturne e delle orge.
La legione degli amanti, istituita da Laio, era una legione invincibile di giovani
guerrieri impegnati da un giuramento a dare la vita gli uni per gli altri: la disciplina
antica non ebbe mai nulla di più bello.
Sesto Empirico e altri hanno un bel dire che la pederastia era raccomandata dalle leggi
della Persia. Citino il testo della legge; mostrino il codice dei persiani; e anche se lo
mostrassero, non lo crederei lo stesso: direi che non è vero, perché non è possibile.
No, non è nella natura umana fare una legge che contraddice e oltraggia la natura, una
legge che annienterebbe il genere umano, se fosse osservata alla lettera. Quanti hanno
scambiato certe usanze vergognose e tollerate in un paese per le leggi di quel paese!
Sesto Empirico, il quale dubitava di ogni cosa, avrebbe dovuto dubitare di tale
giurisprudenza. Se vivesse ai tempi nostri e vedesse due o tre giovani gesuiti abusare di
qualche loro allievo, avrebbe il diritto di dire che questo è permesso dalle Costituzioni
di Ignazio di Loyola?
A Roma l'amore dei giovinetti era così comune, che nessuno pensava a punire una
stupidaggine a cui tutti si lasciavano andare. Ottaviano Augusto, quell'assassino
depravato e vile, che osò esiliare Ovidio, trovò bellissimo che Virgilio cantasse Alessi
e che Orazio scrivesse piccole odi per Ligurino; ma l'antica legge Scantinia, che
proibiva la pederastia, era sempre in vigore: l'imperatore Filippo la ripristinò e
cacciò i ragazzi che facevano il mestiere. Insomma, non credo che ci sia stata nessuna
nazione bene ordinata che abbia fatto leggi contro il buon costume.
AMOR PROPRIO
Uno straccione dei dintorni di Madrid chiedeva con gran dignità l'elemosina; un
passante lo apostrofò: «Non vi vergognate di fare questo mestiere ignobile, mentre
potreste lavorare?» «Signore,» rispose il mendicante, «io vi ho chiesto del denaro,
non dei consigli»; poi gli voltò le spalle conservando tutta la sua dignità
castigliana. Era uno straccione orgoglioso, questo signore, e la sua vanità veniva ferita
per un nonnulla. Chiedeva l'elemosina per amor di se stesso e, sempre per amor di se
stesso, non tollerava rimproveri.
Un missionario, viaggiando in India, incontrò un fachiro carico di catene, nudo come
una scimmia, sdraiato bocconi, che si faceva frustare per i peccati dei suoi compatrioti,
i quali gli gettavano qualche soldo. «Che rinuncia a se stesso!» diceva uno degli
spettatori. «Rinuncia a me stesso?» ribatté il fachiro. «Sappi che io mi faccio
frustare il deretano in questo mondo solo per fare altrettanto con voi nell'altro, quando
voi sarete cavalli e io cavaliere.»
Quanti hanno detto che l'amore di sé è la base di tutti i nostri sentimenti e di
tutte le nostre azioni hanno dunque avuto pienamente ragione, in India, in Spagna, e in
tutta la terra abitabile: e come nessuno scrive per dimostrare agli uomini che hanno una
faccia, non c'è bisogno di provar loro che hanno dell'amor proprio. Questo amor proprio
è lo strumento della nostra conversazione; assomiglia allo strumento che ci serve a
perpetuare la specie: ci è necessario, ci è caro, ci procura piacere, ma bisogna tenerlo
nascosto.
ANGELO
Angelo, in greco, «inviato»; non si sarà molto più edotti in proposito quando si
saprà che i persiani avevano dei peri, gli ebrei dei malakim, i greci i
loro daimonoi.
Ma quel che forse ci istruirà di più sarà il sapere che una delle prime idee degli
uomini fu sempre quella di porre, tra la Divinità e noi, degli esseri intermedi; sono
questi dèmoni, questi geni che l'antichità inventò; l'uomo fece sempre gli dei a
propria immagine. Come i principi comunicavano i loro ordini per mezzo di messaggeri, si
pensò che anche la Divinità mandasse i suoi corrieri: Mercurio, Iride, erano dei
corrieri, dei messi.
Gli ebrei, il solo popolo guidato dalla Divinità stessa, non diedero sulle prime
nessun nome agli angeli che Dio si degnava di mandare loro; adoperarono i nomi che davano
loro i caldei quando la nazione giudaica fu schiava in Babilonia; Michele e Gabriele sono
nominati per la prima volta da Daniele, schiavo di quei popoli. L'ebreo Tobia, che viveva
a Ninive, conobbe l'angelo Raffaele che viaggiò con suo figlio per aiutarlo a recuperare
il denaro che gli doveva l'ebreo Gabaele.
Nelle leggi degli ebrei, ossia nel Levitico e nel Deuteronomio, non c'è
il minimo accenno all'esistenza degli angeli, né tanto meno al loro culto; così i
sadducei non credevano agli angeli.
Ma nelle storie degli ebrei se ne parla molto. Quegli angeli erano corporei; avevano
ali sulla schiena, come i gentili avevano immaginato che Mercurio le avesse ai piedi;
qualche volta nascondevano le ali sotto le vesti. E come non avrebbero avuto un corpo,
dato che mangiavano e bevevano e gli abitanti di Sodoma tentarono di commettere il peccato
di pederastia con gli angeli che andarono da Loth?
L'antica tradizione giudaica, secondo Ben Maimon, ammette dieci gradi o ordini di
angeli: 1) i caios acodesh, puri, santi; 2) gli ofamin, rapidi; 3) gli oralim,
forti; 4) i chasmalim, fiamme; 5) i serafim, scintille; 6) i malakim,
angeli, messi, deputati; 7) gli elohim, iddii o giudici; 8) i ben elohim,
figli degli iddii; 9) i cherubim, immagini; 10) gli ychim, gli animati.
La storia della caduta degli angeli non si trova nei libri di Mosè; la prima
testimonianza che ne abbiamo è quella del profeta Isaia, il quale, apostrofando il re di
Babilonia, esclamò: «Cosa è diventato l'esattore dei tributi? I pini e i cedri si
rallegrano della sua caduta; come sei caduto dal cielo, o Hellel, stella del mattino?»
Questo Hellel venne tradotto con la parola latina Lucifer; in seguito, si
dette, in senso allegorico, il nome di Lucifero al principe degli angeli che fecero la
guerra in cielo; e finalmente questo nome, che significa «fosforo» e «aurora»,
diventò il nome del diavolo.
La religione cristiana è fondata sulla caduta degli angeli. Quelli che si ribellarono
furono precipitati dalle sfere celesti, dove risiedevano, nell'inferno, al centro della
terra, e si mutarono in diavoli. Un diavolo tentò Eva sotto la figura del serpente, e
dannò il genere umano. Gesù venne a riscattare il genere umano e a trionfare sul
diavolo, che ancora ci tenta. Tuttavia questa tradizione fondamentale si trova solo nel
libro apocrifo di Enoch, e per giunta in una forma del tutto diversa da quella della
tradizione accettata.
Sant'Agostino, nella sua lettera CIX, non ha nessuna difficoltà ad attribuire ai buoni
e ai cattivi angeli dei corpi sciolti ed agili. Papa Gregorio II ridusse a nove cori, a
nove gerarchie o ordini i dieci cori degli angeli riconosciuti dagli ebrei; sono i
serafini, i cherubini, i troni, le dominazioni, le virtù, le potenze, gli arcangeli e
infine gli angeli che danno il nome alle altre otto gerarchie.
Gli ebrei avevano nel tempio due cherubini, ciascuno con due teste, una di bue e
l'altra di aquila, e con sei ali. Oggi, quando li dipingiamo diamo loro l'immagine d'una
testa volante, con due alucce sotto le orecchie; dipingiamo gli angeli e gli arcangeli in
figura di giovinetti, con due ali sul dorso. Quanto ai troni e alle dominazioni, nessuno
s'è ancora azzardato a dipingerli.
San Tommaso, alla questione CVIII, art. 2, dice che i troni sono tanto vicini a Dio
quanto lo sono i cherubini e i serafini, perché è su di loro che Dio è assiso. Scoto ha
contato mille milioni di angeli. Una volta passata in Grecia e a Roma l'antica mitologia
dei buoni e dei cattivi geni, abbiamo consacrato questa credenza, ammettendo per ciascun
uomo un angelo buono e uno cattivo, l'uno per assisterlo, l'altro per nuocergli, dalla
nascita alla morte; ma ancora non si sa se questi buoni e cattivi angeli volino
continuamente da questo a quel posto di guardia, o si diano il cambio con altri angeli.
Nessuno sa con precisione dove si trovano gli angeli, se nell'aria, nel vuoto, o nei
pianeti: Dio non ha voluto che ne fossimo edotti.
ANIMA
Come sarebbe bello vedere la propria anima. «Conosci te stesso» è un ottimo
precetto, ma sta soltanto a Dio il metterlo in pratica: chi altri se non Lui può
conoscere la propria essenza?
Noi chiamiamo anima quello che anima. Non ne sappiamo di più, dati i limiti della
nostra intelligenza. I tre quarti del genere umano sono chiusi nei propri limiti e non si
preoccupano dell'essere pensante; l'altro quarto, invece, cerca; nessuno ha trovato, né
troverà.
Povero filosofo, tu vedi una pianta che vegeta e dici «vegetazione», o anche «anima
vegetativa». Noti che i corpi hanno e comunicano moto e dici «forza»; vedi il tuo cane
da caccia imparare, guidato da te, il suo mestiere, e gridi «istinto», «anima
sensitiva»; hai delle idee composte, e dici «spirito».
Ma, di grazia, che vuoi dire con queste parole? Sì, questo fiore vegeta, ma c'è un
essere reale che si chiama «vegetazione»? Questo corpo ne spinge un altro, ma possiede
in sé un essere distinto che si chiama «forza»? Questo cane ti porta una pernice, ma
c'è un essere che si chiama «istinto»? Non rideresti di un loico (fosse pur stato il
maestro di Alessandro) che ti dicesse: «Tutti gli animali vivono, e dunque c'è in essi
un essere, un'energia sostanziale che è la vita?»
Se un tulipano potesse parlare e ti dicesse: «La mia vegetazione ed io siamo due
esseri evidentemente congiunti insieme,» non daresti dell'imbecille a quel tulipano?
Vediamo anzitutto quel che sai, e di che cosa sei certo: che cammini coi piedi,
digerisci con lo stomaco, senti con tutto il corpo e pensi con la testa. Vediamo se la tua
sola ragione ha potuto illuminarti abbastanza da farti concludere, senza un intervento
soprannaturale, che hai un'anima.
I primi filosofi, caldei o egiziani che fossero, dissero: «Bisogna che ci sia in noi
qualcosa che produce i nostri pensieri; questo quid deve essere molto sottile: un
soffio, un fuoco, un etere, una quintessenza, un lieve simulacro, un'entelechia, un
numero, un'armonia.» Infine, secondo il divino Platone, si tratterebbe di un composto
dell'«identico» e del «diverso». «Sono degli atomi che pensano in noi,» disse
Epicuro, seguendo Democrito. Ma, amico mio, come può, un atomo, pensare? Confessa che non
ne sai niente.
L'opinione cui senza dubbio dobbiamo attenerci è che l'anima è un ente immateriale;
ma è certo che non riusciremo a concepire cosa sia questo ente immateriale. «No,»
rispondono i sapienti, «ma sappiamo che la sua natura è quella di pensare.» «E come lo
sapete?» «Lo sappiamo perché essa pensa.» O sapienti, temo che siate ignoranti quanto
Epicuro! La natura di una pietra è quella di cadere, perché essa cade; ma io vi chiedo
che cos'è che la fa cadere.
«Noi sappiamo,» proseguono costoro. «che una pietra non ha anima.» Bravi, la penso
come voi. «Sappiamo che una negazione e un'affermazione non sono divisibili, non sono
parte della materia.» Sono anch'io del vostro parere. Ma la materia (che d'altronde ci è
ignota) possiede qualità che non sono materiali, che non sono divisibili: per esempio, la
gravitazione verso un centro, che Dio le ha dato. Ora questa gravitazione non ha parti,
non è divisibile. La forza motrice dei corpi non è un ente composto di parti. La
vegetazione dei corpi organici, la loro vita, i loro istinti non sono neanch'essi enti a
parte, enti divisibili: non potete tagliare in due la vegetazione di una rosa, la vita di
un cavallo, l'istinto di un cane, come del resto non potete certo dividere in due una
sensazione, una negazione, un'affermazione. Il vostro bell'argomento, tratto
dall'indivisibilità del pensiero, non prova assolutamente niente.
Cos'è dunque che chiamate la vostra anima? Quale idea ne avete? La sola cosa che
possiate ammettere in voi, senza rivelazione, è un potere, a voi ignoto, di sentire, di
pensare.
E adesso ditemi, in buona fede: questo potere di sentire e di pensare è lo stesso che
vi fa digerire e camminare? Voi rispondete di no perché il vostro intelletto avrebbe un
bel dire al vostro stomaco: «Digerisci!» Quello, se è malato, non farà niente; e
invano il vostro ente immateriale comanderà ai vostri piedi di camminare: se hanno la
gotta, non muoveranno un passo.
I greci si resero conto che spesso il pensiero non ha niente a che fare con l'azione
dei nostri organi; essi ammisero per questi organi un'anima animale, e, per i pensieri,
un'anima più fine, più sottile, un $íï(tm)ò$.
Ma ecco che quest'anima del pensiero esercita, in mille occasioni, una giurisdizione su
quella animale. L'anima pensante ordina alle mani di prendere, ed esse prendono. Essa
però non dice al cuore di battere, al sangue di scorrere, al chilo di formarsi; tutto
questo avviene senza di lei: ecco due anime negli impicci e ben poco padrone a casa loro.
Ora, quella prima anima animale sicuramente non esiste: essa non è altro che il moto
dei nostri organi. Ma bada, uomo! Grazie alla tua debole ragione, non hai maggiori prove
che l'altra anima esista. Puoi saperlo solo grazie alla fede. Sei nato, vivi, agisci,
pensi, vegli, dormi senza sapere come. Dio t'ha dato la facoltà di pensare, come t'ha
dato tutto il resto; e se non fosse venuto lui ad insegnarti, nel momento fissato dalla
sua provvidenza, che tu hai un'anima immateriale e immortale, non ne avresti nessuna
prova.
Vediamo adesso i bei sistemi che la tua filosofia ha fabbricato su queste anime.
Uno dice che l'anima dell'uomo è parte della sostanza; un altro, che essa è una parte
del gran Tutto; un terzo, che è creata ab aeterno; un quarto, che è fatta e non
creata; altri assicurano che Dio forma le anime via via che ce n'è bisogno, e che esse
arrivano nel momento della copulazione. «Esse abitano negli animalucoli seminali,» grida
l'uno. «No,» sostiene un altro, «vanno ad abitare nelle trombe di Falloppio.» «Avete
torto tutti e due,» interviene un terzo, «l'anima attende sei settimane che il feto sia
formato, e allora prende possesso della ghiandola pineale; ma se trova un falso germe, se
ne torna via, in attesa di un'occasione migliore.» L'ultima opinione è che la sua dimora
sia nel corpo calloso: tale è il posto che le assegna La Peyronie; bisogna essere proprio
il primo chirurgo del re di Francia per disporre così della dimora dell'anima. Comunque,
quel corpo calloso non ha fatto la stessa fortuna di quel chirurgo.
San Tommaso, nella questione LXXV e seguenti, dice che l'anima è una forma subsistante
per se, che è tutta in tutto, che la sua essenza differisce dalla sua potenza; che vi
sono tre anime vegetative, ossia la nutritiva, l'accrescitiva, la generativa; che la
memoria delle cose spirituali è spirituale, e quella delle cose corporee è corporea; che
l'anima ragionevole è una forma «immateriale quanto alle operazioni, materiale quanto
all'essere». San Tommaso scrisse duemila pagine di tanta potenza e chiarezza: per questo
fu detto l'Angelo della Scuola.
Non meno numerosi sono i sistemi sul modo in cui quest'anima sentirà, quando avrà
lasciato il suo corpo mediante il quale sentiva: come udrà senza orecchi, odorerà senza
naso, e toccherà senza mani; quale corpo riprenderà: quello che aveva a due anni o a
ottanta; come sussisterà l'io, l'identità della stessa persona; come l'anima di
un uomo rinscemito a quindici anni e morto scemo a settanta, riprenderà il filo delle
idee ch'essa aveva al tempo della pubertà; grazie a quale gioco di prestigio un'anima cui
sia stata amputata una gamba in Europa e abbia perduto un braccio in America, ritroverà
gamba e braccio, i quali, trasformati in ortaggi, saranno nel frattempo passati nel sangue
di qualche altro animale. Non la finiremmo più se volessimo render conto di tutte le
stravaganze che questa povera anima umana ha inventato intorno a se stessa.
Quello che è assai strano è che nelle leggi del popolo di Dio non è detta una parola
sulla spiritualità e l'immortalità dell'anima; niente nel Decalogo, niente nel Levitico,
niente nel Deuteronomio.
È certissimo, è indubbio, che in nessun luogo Mosè allude, con gli ebrei, a
ricompense o a castighi in una vita futura; che non parla mai dell'immortalità delle loro
anime; che non fa mai sperare loro il cielo, non minaccia mai l'inferno: tutto è
temporale.
Prima di morire, dice loro nel suo Deuteronomio:
«Se dopo aver avuto figli e figli dei vostri figli, voi prevaricherete, sarete
sterminati dal paese, e ridotti a un piccolo numero tra le nazioni.
«Io sono un Dio geloso, che punisce l'iniquità dei padri fino alla terza e alla
quarta generazione.
«Onorate il padre e la madre, e vi sarà permesso di vivere a lungo.
«Voi avrete di che mangiare, senza mancarne mai.
«Se servirete dei stranieri, sarete distrutti.
«Se mi obbedirete, avrete la pioggia in primavera; e in autunno, frumento, olio, vino
e fieno per il vostro bestiame, perché mangiate e siate sazi.
«Ponete queste parole nel vostro cuore, nell'anima, nelle mani, tra gli occhi;
scrivetele sulle vostre porte, e i vostri giorni saran moltiplicati.
«Fate quel che vi ordino, senza aggiungere né omettere niente.
«Se sorge un profeta che predica prodigi; se la sua predizione si avvera, e avverrà
quel che ha predetto; se vi dice: "Andiamo, serviamo dei stranieri", mettetelo
subito a morte, e tutto il popolo lo colpisca dopo di voi.
«Quando il Signore avrà dato in vostro potere le nazioni, sgozzate tutti senza
risparmiare un sol uomo: non abbiate pietà di nessuno.
«Non mangiate uccelli impuri: l'aquila, il grifone, l'issione ecc.
«Non mangiate animali che ruminino e la cui unghia non sia spartita, come il cammello,
la lepre, il porcospino ecc.
«Se osservate tutti i comandamenti, sarete benedetti nelle città e nelle campagne; i
frutti delle vostre viscere, della vostra terra, del vostro bestiame saranno benedetti...
«Se non osservate tutti i comandamenti e tutte le cerimonie, sarete maledetti nelle
città e nelle campagne... Soffrirete la carestia, la povertà; morirete di miseria, di
freddo, di indigenza, di febbre; avrete la rogna, la lebbra, la fistola... Avrete ulcere
nelle ginocchia e nella parte grassa delle gambe.
«Lo straniero vi presterà denaro a usura, e voi non potrete prestargli a usura...
perché non avrete servito il Signore.
«E mangerete il frutto del vostro ventre, e la carne dei vostri figli e delle vostre
figlie ecc.»
È evidente che in tutte queste promesse e in tutte queste minacce non c'è niente che
non sia temporale, e che non si trova parola sull'immortalità dell'anima o la vita
futura.
Molti illustri commentatori hanno creduto che Mosè fosse perfettamente al corrente di
questi due grandi dogmi, e lo provano con le parole di Giacobbe, il quale, credendo che
suo figlio fosse stato divorato dalle fiere, diceva nel suo dolore: «Scenderò con mio
figlio nella fossa, in infernum, nell'inferno»; ossia, morirò, poiché mio figlio
è morto.
Lo provano anche con passi di Isaia e di Ezechiele, ma gli ebrei cui si rivolgeva Mosè
non potevano aver letto né Ezechiele né Isaia, i quali vennero solo molti secoli dopo.
È assolutamente inutile disputare sulle segrete convinzioni di Mosè. Il fatto è che,
nelle leggi pubbliche, egli non ha mai parlato di una vita futura, che egli limita tutti i
castighi e le ricompense al tempo presente. Se conosceva la vita futura, perché non
palesò esplicitamente questo grande dogma? E se non la conosceva, qual era lo scopo della
sua missione? È un quesito che si pongono molti grandi personaggi, i quali rispondono che
il Signore di Mosè e di tutti gli uomini si riservava il diritto di spiegare a suo tempo,
agli ebrei, una dottrina che non sarebbero stati in grado di comprendere fintanto che
fossero restati nel deserto.
Se Mosè avesse annunziato il dogma dell'immortalità dell'anima, una grande scuola
ebraica non l'avrebbe sempre combattuto; quella grande scuola dei sadducei non sarebbe mai
stata ammessa nello Stato; i sadducei non avrebbero occupato le più alte cariche; non
sarebbero stati tratti, dal loro seno, grandi sacerdoti.
Sembra che solo dopo la fondazione di Alessandria gli ebrei si siano divisi in tre
grandi sette: i farisei, i sadducei e gli esseni. Lo storico Giuseppe, che era fariseo, ci
fa sapere, nel libro XIII delle sue Antichità, che i farisei credevano nella
metempsicosi; i sadducei credevano che l'anima morisse con il corpo; e gli esseni, dice
sempre Giuseppe, la consideravano immortale: le anime, secondo loro, scendevano in forma
aerea nei corpi, dalla più alta regione dell'aria; esse vi sono riportate da una violenta
attrazione e, dopo la morte, quelle che sono appartenute ai buoni dimorano al di là
dell'oceano, in un paese dove non c'è né caldo né freddo, né vento né pioggia. Le
anime dei malvagi vanno invece in un paese dal clima completamente opposto. Tale era la
teologia degli ebrei.
Colui che, solo, doveva istruire tutti gli uomini, condannò tutte e tre quelle sette;
ma senza di lui noi non avremmo mai potuto saper niente della nostra anima, poiché i
filosofi non ne ebbero mai un'idea precisa, e Mosè, il solo vero legislatore del mondo
prima del nostro, Mosè, che parlava faccia a faccia con Dio, lasciò gli uomini in una
profonda ignoranza su questo punto capitale. Dunque, solo da millesettecento anni si è
certi dell'esistenza dell'anima e della sua immortalità.
Cicerone non aveva che dubbi; suo nipote e sua nipote poterono conoscere la verità dai
primi galilei che vennero a Roma.
Ma prima di quel tempo e dopo, in tutto il resto della terra dove gli apostoli non
giunsero, ognuno doveva dire alla propria anima: «Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Dove
vai? Tu sei un non so che, che pensa e sente, e quand'anche tu continuassi a sentire e a
pensare per cento milioni di anni, non ne sapresti di più su te stessa, con i tuoi lumi,
senza l'aiuto di un Dio.»
O uomo, quel Dio ti ha dato l'intelletto perché tu possa condurti bene, non per
penetrare nell'essenza delle cose che ha creato.
È così che ha pensato Locke e, prima di Locke, Gassendi, e prima di Gassendi, un gran
numero di saggi; ma noi abbiamo dei baccellieri che sanno tutto ciò che quei grandi
uomini ignoravano.
Alcuni crudeli nemici della ragione hanno osato dar contro a queste verità
riconosciute da tutti i saggi. Essi hanno spinto la malafede e l'impudenza fino a imputare
agli autori di quest'opera la tesi che l'anima è materiale. Ma voi, persecutori
dell'innocenza, sapete benissimo che abbiamo detto proprio il contrario.
Sapete bene che in fondo a pagina ..., ci sono queste precise parole contro Epicuro,
Democrito e Lucrezio: «Amico mio, come può un atomo, pensare? Confessa che non ne sai
niente.» Voi siete, evidentemente, dei calunniatori.
Nessuno sa cos'è l'essere chiamato «spirito», cui anche voi date questo nome
materiale, che significa «soffio». Tutti i primi padri della Chiesa credettero che
l'anima fosse corporea. È impossibile, a noi esseri limitati, sapere se la nostra
intelligenza è una sostanza o una facoltà: noi non possiamo conoscere a fondo né
l'essere esteso, né l'essere pensante, né il meccanismo del pensiero.
Noi vi gridiamo, con i rispettabili Gassendi e Locke, che, con tutta la nostra
intelligenza, nulla sappiamo dei segreti del Creatore. Siete dunque degli dei, voi che
sapete tutto? Vi ripetiamo che possiamo conoscere la natura e la destinazione dell'anima
soltanto per mezzo della Rivelazione. Come? Questa non vi basta? È allora evidente che
siete nemici di questa rivelazione che noi invochiamo, dato che perseguitate coloro che
tutto si attendono da essa e non credono che in essa.
Noi - diciamo - ci rimettiamo alla parola di Dio e voi, nemici della ragione e di Dio,
voi che bestemmiate l'una e l'altro, trattate l'umile dubbio e l'umile sottomissione del
filosofo come il lupo tratta l'agnello nelle favole di Esopo; voi gli dite: «Tu hai detto
male di me, l'anno passato, e io adesso mi bevo il tuo sangue.» Eccola, la vostra
condotta. Avete perseguitato la saggezza perché avete creduto che il saggio vi
disprezzasse. Avete capito ciò che vi meritavate, e vi siete voluti vendicare. Ma la
filosofia non si vendica; se la ride, imperturbabile, dei vostri vani sforzi; essa
illumina serena gli uomini, che volete abbrutire per renderli simili a voi.
ANTITRINITARI
Per far conoscere le loro idee, basterà dire che essi sostengono che nulla è più
contrario alla retta ragione di quanto viene insegnato fra i cristiani intorno alla
trinità delle persone in una sola essenza divina, delle quali la seconda è generata
dalla prima, e la terza procede dalle altre due.
Che questa dottrina inintelligibile non si trova in alcun passo della Scrittura.
Che non è possibile produrne nessun passo che l'autorizzi, e al quale non si possa,
senza minimamente scostarsi dallo spirito del testo, dare un significato più chiaro, più
naturale, più conforme alle nozioni comuni e alle verità prime e immutabili.
Che il sostenere, come fanno i loro avversari, che nell'essenza divina ci sono più persone
distinte, e che l'Eterno non è il solo e vero Dio, ma che bisogna aggiungergli il Figlio
e lo Spirito Santo, significa introdurre nella Chiesa di Gesù Cristo l'errore più
grossolano e pericoloso, perché così si favorisce apertamente il politeismo.
Che implica contraddizione dire che non c'è che un solo Dio, e tuttavia ci sono tre persone,
ciascuna delle quali è veramente Dio.
Che questa distinzione, uno in essenza e trino nelle persone, non c'è mai stata nella
Scrittura.
Che essa è manifestamente falsa, perché è certo che non ci sono meno essenze
che persone, né meno persone che essenze.
Che le tre persone della Trinità sono o tre sostanze differenti, o accidenti
dell'essenza divina, o questa essenza stessa senza distinzione.
Che nel primo caso si ammetterebbero tre dei.
Che nel secondo, facciamo un Dio composto di accidenti, adoriamo degli accidenti, e
trasformiamo questi accidenti in persona.
Che nel terzo si divide inutilmente e senza fondamento un soggetto indivisibile e si
distingue in tre quel che in sé non è distinto.
Che se diciamo che le tre persone non sono né sostanze diverse nell'essenza
divina, né accidenti di tale essenza, faticheremo parecchio a persuaderci che esse siano
qualcosa.
Che non bisogna credere che i trinitari più rigidi e decisi abbiano essi stessi
qualche idea chiara del modo in cui le tre ipostasi sussistono in Dio, senza
dividere la sua sostanza, e per conseguenza senza moltiplicarla.
Che lo stesso sant'Agostino, dopo aver avanzato su questo tema mille ragionamenti tanto
falsi quanto tenebrosi, fu obbligato a confessare che, su di esso, nulla si poteva dire
d'intelligibile.
Gli antitrinitari riferiscono, poi, anche un passo, in realtà è assai curioso, di
quel Padre della Chiesa: «Quando ci si domanda che cosa sono i tre, il linguaggio
degli uomini è insufficiente, e mancano i termini per esprimerlo: tuttavia si è detto tre
persone non per dire qualcosa, ma perché bisogna parlare e non restare muti. «Dictum
est tamen tres personae, non ut aliquid diceretur, sed ne taceretur» (De Trinit.,
libro V, cap. IX).
Che i teologi moderni non han chiarito meglio questo problema.
Che quando si domanda loro cosa intendono con questa parola «persona», essi non la
spiegano se non dicendo che si tratta di una certa distinzione incomprensibile che fa sì
che si distingua, in una natura unica per numero, un Padre, un Figlio e uno Spirito Santo.
Che la spiegazione che danno dei termini «generare» e «procedere» non è più
soddisfacente, poiché si riduce a dire che questi termini designano certe relazioni
incomprensibili fra le tre persone della Trinità.
Che da ciò si può concludere che lo stato della questione fra gli ortodossi e loro
consiste nel sapere che ci sono in Dio tre distinzioni, di cui non si ha alcuna idea, e
fra le quali ci sono certe relazioni su cui parimenti non si hanno idee.
Da tutto questo concludono che sarebbe più saggio attenersi all'autorità degli
apostoli, i quali non nominarono mai la Trinità, e bandire per sempre dalla religione
tutti i termini che non si trovano nella Scrittura, come Trinità, Persona,
Essenza, Ipostasi, Unione ipostatica e personale, Incarnazione, Generazione, Processione,
e tanti altri simili che, essendo assolutamente vuoti di senso, poiché non corrispondono
a nessun essere reale rappresentabile, non possono suscitare nella nostra mente che delle
nozioni vaghe, oscure e incomplete.
(Tratto in gran parte dalla voce «Unitaire» dell'Encyclopédie)
Aggiungiamo a quest'articolo quel che dice don Calmet nella sua dissertazione su quel
passo dell'epistola di Giovanni l'evangelista: «Tre sono le verità che rendono
testimonianza in terra: lo Spirito, l'acqua e il sangue; e questi tre sono uno.» Don
Calmet riconosce che questi due passi non si trovano in nessuna Bibbia antica; e infatti
sarebbe molto strano che san Giovanni avesse parlato della Trinità in una lettera e non
ne avesse detto nemmeno una parola nel suo Vangelo. Non si trova traccia di questo dogma
né nei vangeli canonici né in quelli apocrifi.
Tutte queste ragioni, e molte altre, potrebbero scusare gli antitrinitari, se i concili
non avessero già deciso contro di loro. Ma siccome gli eretici non fanno nessun conto dei
concili, non si sa più come fare per confonderli.
ANTROPOFAGI
Abbiamo parlato dell'amore. È duro passare dalla gente che si bacia a quella che si
mangia. Ma è fin troppo vero che ci sono stati degli antropofagi; ne abbiamo trovati in
America; forse ce ne sono ancora, e nell'antichità i ciclopi non erano i soli a cibarsi
talvolta di carne umana. Giovenale riferisce che presso gli egiziani, quel popolo così
saggio, così rinomato per le sue leggi, quel popolo così pio che adorava i coccodrilli e
le cipolle, i tintiriti mangiarono uno dei loro nemici caduto nelle loro mani; e non fa
questo racconto per sentito dire: fu un delitto commesso quasi sotto i suoi occhi; egli
era allora in Egitto e a poca distanza da Tintiro. Giovenale cita, in quest'occasione, i
guasconi e i saguntini, che si nutrirono un tempo delle carni dei loro compatrioti.
Nel 1725 quattro selvaggi del Mississippi vennero condotti a Fontainebleau, e io ebbi
l'onore di intrattenerli; c'era fra loro una donna di laggiù, alla quale chiesi se avesse
mai mangiato uomini: mi rispose con grande ingenuità che ne aveva mangiati. Le sembrai un
po' scandalizzato, e lei si scusò dicendo che è meglio mangiare il proprio nemico morto
che lasciarlo divorare dagli animali, e che i vincitori meritavano di avere la preferenza.
Noi ammazziamo in battaglia, campale o meno, i nostri vicini e per la più misera
ricompensa lavoriamo per fornire il pasto a corvi e vermi. Questo è l'orrore, questo il
delitto; che importa, quando si è uccisi, se si viene mangiati da un soldato o da un
corvo o da un cane?
Noi rispettiamo più i morti che i vivi. Dovremmo rispettare gli uni e gli altri. Le
nazioni cosiddette civili hanno avuto ragione a non mettere allo spiedo i loro nemici
vinti, perché, se fosse permesso mangiare i propri vicini, non tarderemmo a mangiare i
nostri compatrioti; il che sarebbe un grosso inconveniente per le virtù sociali. Ma le
nazioni civili non sempre sono state tali; tutti i popoli furono a lungo selvaggi; e
nell'infinito numero di rivoluzioni che questo globo ha subito, il genere umano fu ora
numeroso, ora assai scarso. È successo degli uomini quello che succede oggi degli
elefanti, delle tigri e dei leoni, la cui specie è molto diminuita. Nei tempi in cui una
contrada era poco popolata d'uomini, essi avevano poche arti, erano cacciatori.
L'abitudine di nutrirsi di quel che avevano ucciso li portò facilmente a trattare i
nemici al pari dei loro cervi o dei loro cinghiali. Fu la superstizione a far immolare
vittime umane, e la necessità a farle mangiare.
Qual è il delitto più grande: riunirsi piamente per piantare un coltello nel cuore di
una giovinetta ornata di bende, in onore della Divinità, o mangiare un soldataccio ucciso
per caso?
Tuttavia abbiamo molti più esempi di giovinette e giovani sacrificati che non di
giovinette e giovani mangiati: quasi tutti i popoli conosciuti ne sacrificarono. Ne
immolarono anche gli ebrei: questo si chiamava l'«anatema»: era un vero e proprio
sacrificio, e nel ventinovesimo capitolo del Levitico è prescritto di non
risparmiare le anime viventi che siano state consacrate; ma in nessun luogo è prescritto
di mangiarle, lo si minaccia soltanto; e Mosè, come abbiamo visto, dice agli ebrei che,
se non osserveranno le sue cerimonie, non solamente avranno la rogna, ma le madri
mangeranno i propri figli. È vero che ai tempi d'Ezechiele i giudei dovevano avere
l'usanza di mangiare carne umana, perché egli predice, nel capitolo XXXIX, che Dio farà
loro mangiare non solo i cavalli dei loro nemici, ma anche i cavalieri e i loro guerrieri.
Questo è certo. E, d'altra parte, perché gli ebrei non avrebbero dovuto essere
antropofagi? Sarebbe stata la sola cosa che mancava al popolo di Dio per essere il più
abominevole popolo della terra.
Ho letto in alcuni aneddoti della storia d'Inghilterra dei tempi di Crornwell che una
candelaia di Dublino vendeva ottime candele fatte con il grasso degli inglesi. Qualche
tempo dopo uno dei suoi clienti si lamentò con lei perché le sue candele non erano più
così buone. «Ahimè!» rispose quella, «il fatto è che questo mese ci sono venuti a
mancare gli inglesi.» Io mi domando chi era più colpevole: se quelli che sgozzavano gli
inglesi o questa donna che con il loro grasso faceva candele.
API
Il bue Api era adorato a Menfi come dio, come simbolo o come bue? C'è da credere che i
fanatici vedessero in lui un dio, i saggi un semplice simbolo e che il popolo ignorante
adorasse il bue. Fece bene Cambise, quando, conquistato l'Egitto, l'uccise di sua mano? E
perché no? Fece così vedere agli imbecilli che si poteva mettere il loro dio allo
spiedo, senza che la natura si scatenasse a vendicare tale sacrilegio. Gli egiziani sono
stati molto celebrati. Io non conosco popolo più spregevole; deve esserci sempre stato
nel loro carattere e nel loro governo un vizio radicale che ne ha fatti sempre dei vili
schiavi. Ammetto che in tempi a noi quasi ignoti essi abbiano conquistato la terra; ma,
nei tempi storici, essi furono soggiogati da tutti coloro che se ne vollero prendere la
briga: dagli assiri, dai persi, dai greci, dai romani, dagli arabi, dai mamelucchi, dai
turchi, da quasi tutti insomma, meno che dai nostri crociati, giacché questi erano più
malaccorti di quanto gli egiziani fossero vili. Fu la milizia dei mamelucchi a battere i
francesi. In questa nazione non ci sono forse che due cose passabili: la prima, che coloro
che adoravano un bue non vollero mai obbligare quelli che adoravano una scimmia a cambiare
religione; la seconda, che hanno sempre covato le uova di gallina nei forni.
Si vantano le loro piramidi, ma sono monumenti di un popolo di schiavi. Certo fu
necessario farvi lavorare l'intera nazione: altrimenti non si sarebbe mai riusciti ad
innalzare quelle rozze moli. E a che servivano, poi? A conservarvi in una celletta la
mummia di qualche principe o governatore o intendente, che la sua anima avrebbe fatto
rivivere dopo mille anni. Ma, se speravano in questa resurrezione dei corpi, perché
togliergli il cervello prima d'imbalsamarli? Dovevan risuscitare senza cervello, gli
egiziani?
APOCALISSE
Giustino martire, che scriveva verso l'anno 170 della nostra era, è il primo che abbia
parlato dell'Apocalisse; egli l'attribuisce all'apostolo Giovanni, l'evangelista:
nel suo dialogo con Trifone, questo ebreo gli domanda se non crede che Gerusalemme debba,
un giorno, essere ricostruita.
Giustino risponde che lo crede, insieme a tutti i cristiani che pensano rettamente.
«Ci fu tra noi, un certo personaggio chiamato Giovanni, uno dei dodici apostoli di Gesù;
egli predisse che i fedeli passeranno mille anni in Gerusalemme.» Questa, del regno di
mille anni, fu un'opinione a lungo accreditata fra i cristiani. Tale periodo di tempo era
in gran credito anche fra i gentili. Le anime degli egiziani riprendevano i loro corpi
dopo mille anni; le anime del purgatorio, in Virgilio, venivano tormentate per lo stesso
spazio di tempo, et mille per annos. La nuova Gerusalemme millenaria doveva avere
dodici porte, in memoria dei dodici apostoli; la sua forma doveva essere quadrata; la sua
lunghezza, la sua larghezza e la sua altezza dovevano essere di dodicimila stadi, ossia di
cinquecento leghe, di modo che le case dovevano avere anch'esse un'altezza di cinquecento
leghe. Sarebbe stato piuttosto scomodo abitare all'ultimo piano; ma, che volete, così
dice l'Apocalisse nel capitolo XXI.
Se Giustino fu il primo ad attribuire l'Apocalisse a san Giovanni, taluni hanno
rifiutato la sua testimonianza, perché in quello stesso dialogo con l'ebreo Trifone,
Giustino dice che secondo il racconto degli apostoli, Gesù Cristo scendendo nel Giordano,
ne fece ribollire le acque e le infiammò: il che però non si ritrova in nessuno scritto
degli apostoli.
Lo stesso san Giustino cita fiduciosamente gli oracoli delle Sibille; in più, pretende
di aver visto i resti delle celle dove, nel faro d'Egitto, furono rinchiusi i settantadue
interpreti, ai tempi di Erode. La testimonianza di uno che ebbe la sventura di vedere
quelle celle sembra indicare che l'autore dovette esservi rinchiuso.
Sant'Ireneo, che viene dopo, e che credeva anche lui nel regno di mille anni, dice di
aver saputo da un vegliardo che l'autore dell'Apocalisse era san Giovanni. Ma a
sant'Ireneo fu rimproverato di aver scritto che non ci devono essere più di quattro Vangeli,
perché non ci sono solo che quattro parti del mondo e quattro punti cardinali, e perché
Ezechiele non vide che quattro animali. Egli chiama questo ragionamento una
«dimostrazione». Bisogna ammettere che il modo con cui Ireneo dimostra equivale a quello
con cui Giustino ha veduto.
Clemente d'Alessandria, nei suoi Electa, parla soltanto di un'Apocalisse
di san Pietro, di cui si faceva grandissimo conto. Tertulliano, uno dei più accesi
sostenitori del regno di mille anni, non solo assicura che san Giovanni predisse questa
resurrezione e questo regno di mille anni della città di Gerusalemme, ma pretende che
questa Gerusalemme cominciava già a formarsi nell'aria; che tutti i cristiani della
Palestina, e anche i pagani, l'avevan vista quaranta giorni di fila, ad ogni finir della
notte; disgraziatamente la città dileguava, appena spuntava il giorno.
Origene, nella sua prefazione al Vangelo di san Giovanni, e nelle sue Omelie,
cita gli oracoli dell'Apocalisse; e cita egualmente gli oracoli delle Sibille. Ma
san Dionigi di Alessandria, che scriveva verso la metà del III secolo, dice, in uno dei
suoi frammenti conservati da Eusebio, che quasi tutti i dottori respingevano l'Apocalisse
come un libro del tutto privo di senso; che questo libro non è stato affatto scritto da
san Giovanni ma da un tal Cerinto, il quale si era servito di un gran nome per dare
maggior peso alle sue fantasie.
Il concilio di Laodicea, tenuto nel 360, non comprese affatto l'Apocalisse fra i
libri canonici. È ben curioso che Laodicea, una delle chiese cui l'Apocalisse si
rivolgeva, respingesse un tesoro ad essa destinato; e che il vescovo di Efeso, presente al
concilio, respingesse anche lui questo libro di san Giovanni, sepolto in Efeso.
Era visibile a tutti che san Giovanni si rivoltava di continuo nella sua fossa, facendo
di continuo sollevare e abbassare la terra. Pure, gli stessi personaggi che erano sicuri
che san Giovanni non fosse morto, erano altrettanto sicuri che egli non aveva scritto l'Apocalisse.
Ma quelli che credevano nel regno di mille anni furono inflessibili nella loro opinione.
Sulpicio Severo, nella sua Storia sacra, libro IX, tratta da empi e insensati
coloro che non riconoscevano l'Apocalisse. E infine, dopo molti dubbi, dopo
opposizioni perpetuatesi di concilio in concilio, l'opinione di Sulpicio Severo prevalse.
Chiarita la questione, la Chiesa decise che l'Apocalisse è incontestabilmente di
san Giovanni: decisione inappellabile.
Ogni confessione cristiana s'è attribuita le profezie contenute in questo libro: gli
inglesi vi hanno trovato le rivoluzioni della Gran Bretagna; i luterani, i disordini della
Germania; i riformati di Francia, il regno di Carlo IX e la reggenza di Caterina de'
Medici: e tutti hanno egualmente ragione. Bossuet e Newton commentarono entrambi l'Apocalisse;
ma, tutto sommato, le eloquenti declamazioni dell'uno e le sublimi scoperte dell'altro han
fatto loro più onore che non quei commentari.
ARIO
Ecco un problema incomprensibile che ha messo alla prova, per più di sedici anni, la
curiosità, la sottigliezza sofistica, l'acredine, lo spirito d'intrigo, la bramosia del
dominio, il furore di persecuzione, il fanatismo cieco e sanguinario, la barbara
credulità, e che ha provocato più orrori che non l'ambizione dei principi, la quale ne
ha pur provocati tantissimi. Gesù è il Verbo? E se è il Verbo, è emanato da Dio nel
tempo o prima del tempo? E se è emanato da Dio, è coeterno e consustanziale con lui, o
è di una sostanza simile? È distinto da lui o no? È creato o generato? Può generare a
sua volta? Ha la paternità o la virtù produttiva senza paternità? E lo Spirito Santo,
è creato o generato, o prodotto o procedente dal Padre o procedente dal Figlio, o
procedente da tutti e due? Può generare, può produrre? E la sua ipostasi è
consustanziale con l'ipostasi del Padre e del Figlio? E in qual modo, avendo precisamente
la stessa natura e la stessa essenza del Padre e del Figlio, può non fare le stesse cose
di quelle due persone, che sono lui stesso?
Io non ci capisco assolutamente niente; nessuno ci ha mai capito niente: e questa è la
ragione per la quale ci si è scannati.
Si sofisticò, si disquisì, ci si odiò, ci si scomunicò fra cristiani per qualcuno
di questi dogmi inaccessibili all'intelletto umano, prima dei tempi d'Ario e d'Atanasio. I
greci d'Egitto erano gente assai abile, capace di spaccare un capello in quattro; ma
questa volta lo spaccarono soltanto in tre. Alessandro, vescovo di Alessandria, ritenne di
dover predicare che, essendo Dio necessariamente individuale, semplice, una monade in
tutto il rigore della parola, questa monade è trina.
Il prete Arios o Arius, che noi chiamiamo Ario, restò scandalizzato dalla monade di
Alessandro; egli spiega la cosa in modo diverso; ragiona, in parte, come il prete
Sabellio, che aveva ragionato a sua volta come il frigio Prassea, grande loico. Alessandro
riunisce in fretta un piccolo concilio di gente della sua opinione, e scomunica il prete
Ario. Eusebio, vescovo di Nicomedia, prende le difese di Ario: ecco così tutta la Chiesa
in fiamme.
L'imperatore Costantino era uno scellerato, lo ammetto, un parricida che aveva
soffocato la moglie in un bagno, sgozzato il figlio, assassinato il suocero, il cognato e
il nipote, non lo nego; un uomo gonfio d'orgoglio e immerso nei piaceri, lo concedo; un
odioso tiranno, come i suoi figli, transeat; ma non era privo di buon senso. Non si
arriva all'impero, non si sottomettono tutti i rivali se non si sa ragionare.
Quando vide accendersi quella guerra civile di cervelli scolastici egli inviò, alle
due parti belligeranti, il celebre vescovo Osio con lettere dissuasorie: «Siete dei gran
pazzi,» dice loro senza ambagi nella sua lettera, «a litigare per cose che non capite.
È indegno della gravità dei vostri ministeri fare tanto chiasso per una questione così
poco importante.»
Per «questione così poco importante» Costantino non intendeva alludere al tema della
Divinità, ma al modo incomprensibile con cui ci si sforzava di spiegarne la natura. Il
patriarca arabo che scrisse la Storia della Chiesa d'Alessandria fa parlare così
Osio, mentre presenta la lettera dell'imperatore:
«Fratelli miei, il cristianesimo comincia appena a godere della pace, e voi volete
travolgerlo in una eterna discordia. L'imperatore ha fin troppa ragione di dirvi che voi
litigate per una questione "così poco importante". Certo, se l'oggetto della
disputa fosse essenziale, Gesù Cristo, che tutti riconosciamo per nostro legislatore, ne
avrebbe parlato: Dio non avrebbe mandato suo figlio sulla terra per non farci conoscere il
nostro catechismo. Tutto quel che non ci ha detto in modo esplicito è opera degli uomini,
e l'errore è il retaggio. Gesù vi ha comandato di amarvi, e voi cominciate col
disobbedirgli odiandovi, e suscitando la discordia nell'impero. È solo l'orgoglio che
genera le dispute, e Gesù, vostro signore, vi ha comandato d'essere umili. Nessuno di voi
può sapere se Gesù fu creato o generato. E che v'importa della sua natura, purché la
vostra sia d'essere giusti e ragionevoli? Che cos'ha di comune una vana scienza di parole
con la morale che deve guidare le vostre azioni? Voi sovraccaricate la dottrina di
misteri: voi che siete stati creati per confermare la religione con la virtù. Volete che
la religione cristiana sia soltanto un ammasso di sofismi? È per questo che il Cristo è
venuto sulla terra? Finitela di disputare: adorate, edificate, umiliatevi, nutrite i
poveri, placate le discordie nelle famiglie, invece di scandalizzare tutto l'impero con le
vostre discordie.»
Osio parlava a dei cocciuti. Si riunì il concilio di Nicea, e nell'impero romano ci fu
una guerra civile di trecento anni. Quella guerra ne provocò altre, e di secolo in
secolo, fino ai giorni nostri, ci si è perseguitati a vicenda.
ATEO, ATEISMO
I
In passato, chiunque possedesse un segreto in un'arte correva il rischio d'esser
considerato uno stregone; ogni nuova setta era accusata di sgozzare i bambini nei suoi
misteri; e qualsiasi filosofo non osservasse alla lettera il gergo delle scuole era
accusato d'ateismo dai fanatici e dai cialtroni e condannato dagli sciocchi.
Anassagora osa pretendere che a guidare il sole non è Apollo dall'alto di una
quadriglia? Lo chiamano ateo, ed è costretto a fuggire.
Aristotele viene accusato d'ateismo da un sacerdote e, non potendo far condannare il
suo accusatore, si ritira a Calcide. Ma la morte di Socrate è quanto la storia della
Grecia ha di più odioso.
Aristofane (quell'uomo che i commentatori ammirano perché era greco, senza pensare che
era greco anche Socrate), Aristofane fu il primo che abituò gli ateniesi a considerare
Socrate un ateo.
Da noi questo poeta comico, che non è né comico né poeta, non sarebbe stato ammesso
a rappresentar farse nemmeno alla fiera di Saint-Laurent; mi sembra molto più volgare e
spregevole di quanto non lo dipinga Plutarco. Ecco ciò che il saggio Plutarco dice di
questo buffone: «Il linguaggio di Aristofane è quello di un miserabile ciarlatano: tutto
battute oscene e ributtanti; non è nemmeno divertente per il volgo, ed è insopportabile
per l'uomo di giudizio e d'onore; la sua arroganza è intollerabile, e la sua malignità
detestata dalla gente perbene.»
Questo è dunque, sia detto di passata, il guitto che madame Dacier, ammiratrice di
Socrate, non si vergogna di ammirare; è questo l'uomo che preparò di lontano il veleno
con cui giudici infami fecero morire l'uomo più virtuoso della Grecia.
I conciapelli, i calzolai e le sarte di Atene applaudirono una farsa in cui si
rappresentava Socrate che, sollevato in aria dentro un paniere, annunciava che non c'era
nessun dio e si vantava d'aver rubato un mantello insegnando filosofia. Un popolo intero,
il cui cattivo governo autorizzava licenze tanto infami, si meritava proprio quel che gli
è accaduto, di finire schiavo dei romani, e di esserlo oggi dei turchi.
Saltiamo tutto il tempo che intercorre tra la repubblica romana e noi. I romani, assai
più saggi dei greci, non hanno mai perseguitato nessun filosofo per le sue idee. Non fu
così presso i popoli barbari succeduti all'impero romano. Non appena l'imperatore
Federico II si mise a disputare con i papi, lo si accusò di essere ateo, e per di più
autore, insieme al suo cancelliere Pier delle Vigne, del libro I tre impostori.
Il nostro gran cancelliere dell'Hospital si dichiara contro le persecuzioni, ed ecco
che subito lo accusano di ateismo. «Homo doctus, sed verus atheos.» Un gesuita tanto al
disotto di Aristofane quanto Aristofane è al disotto di Omero, un disgraziato il cui nome
è diventato ridicolo persino tra i fanatici, in breve il gesuita Garasse, scopre ovunque
degli «ateisti»: così chiama tutti coloro contro i quali si scatena. Garasse chiama
«ateista» Teodoro di Beza; è lui che ha indotto in errore la gente su Vanini.
La misera fine di Vanini non ci muove a sdegno e pietà come quella di Socrate, perché
Vanini non era che un pedante forestiero privo di meriti; ma non era affatto un ateo, come
si è voluto far credere; anzi, era esattamente il contrario. Era un povero prete
napoletano, predicatore e teologo di professione, portato a disputare all'eccesso sulle
quiddità e sugli universali, «et utrum chimera bombinans in vacuo possit comedere
secundas intentiones», ma nel quale non c'era nessuna tendenza all'ateismo. Il suo
concetto di Dio si ispirava alla teologia più sana e accreditata: «Dio è principio e
fine di se stesso, padre dell'una e dell'altra cosa, e niente affatto bisognoso né
dell'una né dell'altra; eterno senza essere nel tempo, presente dappertutto, senza essere
in nessun luogo. Non c'è per lui né passato né futuro; è dappertutto e fuori di tutto,
tutto governa, tutto ha creato, immutabile e indivisibile; il suo potere è la sua
volontà ecc.»
Vanini ambiva a rinnovare quella bella intuizione di Platone, accolta poi da Averroé,
che Dio avrebbe creato una catena di esseri, dal più piccolo al più grande, il cui
ultimo anello sarebbe congiunto al suo trono eterno; idea, in verità più sublime che
vera, ma tanto lontana dall'ateismo quanto l'essere dal nulla.
Egli si mise a viaggiare per far fortuna e disputare; ma disgraziatamente il disputare
è la via opposta a quella del fare fortuna; ci si fa tanti nemici mortali quanti sono i
sapienti o i pedanti contro i quali si disputa. Ecco la fonte delle disgrazie di Vanini:
il suo ardore e la sua rudezza nel disputare gli attirarono l'odio di alcuni teologi; ed
essendo venuto a lite con un certo Francon o Franconi, costui, amico dei suoi nemici, non
mancò di accusarlo d'essere ateo e di insegnare l'ateismo.
Questo Francon o Franconi, con l'appoggio di qualche testimone, ebbe la barbarie di
sostenere, in giudizio, l'accusa. Vanini, sul banco degli imputati, interrogato su quel
che pensasse dell'esistenza di Dio, rispose che adorava, con la Chiesa, un Dio in tre
persone. Raccolta da terra una pagliuzza, disse: «Basta questa festuca a provare che
esiste un creatore.» E pronunciò un bellissimo discorso sulla vegetazione e sul moto e
sulla necessità di un Essere supremo, senza il quale non ci sarebbe né moto né
vegetazione.
Il presidente Grammont, che si trovava allora a Tolosa, riferisce questo discorso nella
sua Storia di Francia, oggi così dimenticata; e questo stesso Grammont, per un
preconcetto inconcepibile, osa dire che Vanini disse tutto ciò «per vanità o per paura,
piuttosto che per intima convinzione».
Su che cosa si può fondare questo giudizio temerario e atroce del presidente Grammont?
E evidente che, dopo la sua risposta, Vanini doveva venir assolto dall'accusa di ateismo.
Ma che accadde, invece? Questo disgraziato prete straniero si occupava anche di medicina:
si trovò un grosso rospo vivo, che conservava in casa sua in un vaso pieno d'acqua; e
così non si mancò di accusarlo di stregoneria. Si sostenne che quel rospo era il dio che
adorava; si attribuì un significato empio a molti passaggi dei suoi libri - la qual cosa
è assai facile e comune - scambiando le obiezioni per affermazioni e interpretando
malignamente qualche frase ambigua, avvelenando qualche espressione innocente. Infine, la
fazione che lo perseguitava strappò ai giudici la sentenza che condannò l'infelice a
morte.
Per giustificare questa morte bisognava accusare il disgraziato dei più orrendi
crimini. Il minimo e minimissimo Mersenne spinse la demenza fino a far stampare che Vanini
«era partito da Napoli con dodici dei suoi apostoli, per andare a convertire tutte le
nazioni all'ateismo». Che miseria! E come avrebbe potuto avere, un povero prete, dodici
persone alle sue dipendenze? Come avrebbe potuto convincere dodici napoletani a viaggiare
insieme a lui con grande spesa per recarsi a diffondere dappertutto quell'abominevole e
rivoltante dottrina, a rischio della vita? Un re sarebbe abbastanza potente da pagare
dodici predicatori d'ateismo? Nessuno, prima del padre Mersenne, aveva mai detto una
simile assurdità. Ma, dopo di lui, la si è ripetuta, se ne appestarono i giornali, i
dizionari storici; e la gente, che ama le cose incredibili, ha creduto ad occhi chiusi a
questa favola.
Lo stesso Bayle, nelle sue Oeuvres diverses, parla di Vanini come di un ateo: si
serve di questo esempio per sostenere il suo paradosso «che una società d'atei può
sussistere». Egli assicura che Vanini era un uomo di ottimi costumi, e che fu il martire
della propria opinione filosofica. Ma si inganna su entrambi i punti; il prete Vanini ci
confessa nei suoi Dialoghi, fatti a imitazione di Erasmo, di aver avuto un'amante
di nome Isabella. Egli era libero nella sua condotta, come nei suoi scritti, ma non era
ateo.
Un secolo dopo la sua morte, il dotto La Croze e colui che prese il nome di Filalete,
tentarono di giustificarlo; ma siccome nessuno si interessa della memoria di un
disgraziato napoletano, pessimo scrittore, quasi nessuno ha letto quelle apologie.
Il gesuita Hardouin, più dotto di Garasse, e non meno temerario, accusa di ateismo,
nel suo libro Athei detecti, uomini come Descartes, Arnauld, Pascal, Nicole,
Malebranche: fortunatamente, costoro non subirono la stessa sorte di Vanini.
Passo al problema morale agitato da Bayle, e cioè se una società d'atei possa
sussistere. Notiamo prima di tutto, a questo punto, in quali enormi contraddizioni gli
uomini possano incorrere disputando in proposito: coloro che sono insorti con maggiore
veemenza contro l'opinione di Bayle, che hanno negato con le più aspre ingiurie la
possibilità di una società d'atei, hanno poi sostenuto con altrettanta decisione che
l'ateismo è la religione di governo in Cina.
Certo han preso un bell'abbaglio riguardo al governo cinese; bastava che leggessero gli
editti degli imperatori di questo immenso paese, e avrebbero visto che quegli editti sono
dei sermoni, e che dovunque si parla dell'Essere supremo, governatore, vendicatore e
remuneratore.
Ma al tempo stesso non si sono meno ingannati sull'impossibilità di una società di
atei, e non so come Bayle abbia potuto non ricordarsi di un esempio sbalorditivo che
avrebbe potuto rendere vittoriosa la sua causa.
Per quale motivo sembra impossibile una società di atei? Perché si reputa impossibile
che uomini che non abbiano freni non potrebbero mai vivere insieme; che niente possono le
leggi contro i delitti segreti; che è indispensabile un Dio vendicatore che punisca in
questo o nell'altro mondo i malvagi sfuggiti alla giustizia umana.
È vero che le leggi di Mosè non parlavano affatto di una vita futura, non
minacciavano pene dopo la morte, non insegnavano ai primi ebrei l'immortalità dell'anima;
però gli ebrei, lungi dall'essere atei, lungi dal credere di potersi sottrarre alla
vendetta divina, erano gli uomini più religiosi della terra. Non solo credevano
all'esistenza di un Dio eterno ma lo credevano sempre presente tra loro; tremavano
d'essere puniti in loro stessi, nelle loro mogli, nei loro figli, nei loro discendenti,
fino alla quarta generazione, e questo freno era potentissimo.
Ma presso i gentili molte sette non avevano alcun freno; gli scettici dubitavano di
tutto; gli accademici sospendevano il giudizio su tutto; gli epicurei erano persuasi che
la divinità non potesse immischiarsi nelle faccende degli uomini e, in fondo, non
ammettevano alcuna divinità. Erano convinti che l'anima non è una sostanza ma una
facoltà che nasce e muore con il corpo: di conseguenza, non avevano altro giogo che
quello della morale e dell'onore. I senatori e i cavalieri romani erano autentici atei,
perché gli dei non esistevano per uomini che non temevano né speravano niente da loro.
Il senato romano era dunque realmente un'assemblea di atei al tempo di Cesare e di
Cicerone.
Questo grande oratore, nella sua arringa in difesa di Cluenzio, dice a tutto il senato
riunito: «Che male gli fa la morte? Noi respingiamo tutte le assurde favole sugli Inferi.
Che cosa dunque gli ha tolto la morte? Nient'altro che il sentimento dei dolori.»
E Cesare, l'amico di Catilina, volendo salvare contro lo stesso Cicerone la vita del
suo amico, non gli obietta che far morire un criminale non è punirlo, che la morte non è
niente, è soltanto la fine dei nostri mali, è un momento più felice che fatale? E
Cicerone e tutto il senato non si arrendono forse a queste ragioni? I vincitori e i
legislatori dell'universo conosciuto formavano dunque, in modo evidente, una società
d'uomini che non temevano niente dagli dei, che erano degli autentici atei.
Bayle esamina poi se l'idolatria sia più pericolosa dell'ateismo; se sia un delitto
più grande non credere alla divinità che avere su di essa opinioni indegne: in questo è
dello stesso parere di Plutarco: crede che sia meglio non avere nessuna opinione piuttosto
che una cattiva opinione; ma, non dispiaccia a Plutarco, è evidente che era infinitamente
meglio per i greci temere Cerere, Nettuno e Giove che non temere niente del tutto. È
chiaro che la santità dei giuramenti è necessaria, e che bisogna fidarsi maggiormente di
chi pensa che un giuramento falso sarà punito, che non di chi pensa di poter fare,
impunito, un falso giuramento. È indubitabile che, in una società civile, è
infinitamente più utile avere una religione (anche cattiva) che non averne nessuna.
Sembra dunque che Bayle avrebbe dovuto piuttosto esaminare se sia più pericoloso il
fanatismo o l'ateismo. Il fanatismo è indubbiamente mille volte più funesto, perché
l'ateismo non ispira passioni sanguinarie, ma il fanatismo ne ispira; l'ateismo non si
oppone al crimini, ma il fanatismo porta a commetterli. Supponiamo, con l'autore del Commentarium
rerum Gallicarum, che il cancelliere dell'Hospital non fece altro che leggi sagge, non
consigliò altro che la moderazione e la concordia; i fanatici commisero le stragi della
notte di San Bartolomeo. Hobbes passò per ateo: condusse una vita tranquilla e
morigerata; i fanatici del suo tempo inondarono di sangue l'Inghilterra, la Scozia e
l'Irlanda. Spinoza non solo era ateo, ma insegnò l'ateismo; non fu certamente lui a
prender parte all'assassinio giuridico di Barneveldt; non fu lui a fare a pezzi i due
fratelli De Witt e a mangiarseli arrosto.
Gli atei sono per lo più studiosi arditi e fuorviati che ragionano male e che, non
riuscendo a comprendere la creazione, l'origine del male, e altre difficoltà, ricorrono
all'ipotesi dell'eternità delle cose e della necessità.
Gli ambiziosi, i viziosi, non hanno tempo di ragionare e di abbracciare un cattivo
sistema: hanno altro da pensare che far confronti tra Lucrezio e Socrate. Così vanno le
cose tra noi.
Non andavano così nel senato di Roma, quasi tutto composto di atei per teoria e
pratica, ossia di gente che non credeva né alla provvidenza, né alla vita futura: quel
senato era un'assemblea di filosofi, di dissoluti e di ambiziosi, tutti pericolosissimi,
che portarono allo sfacelo la repubblica. L'epicureismo continuò a sussistere sotto
l'impero: gli atei del senato erano stati dei faziosi, ai tempi di Silla e di Cesare;
sotto Augusto e Tiberio, furono degli atei schiavi.
Io non vorrei avere a che fare con un principe ateo che avesse il suo interesse a farmi
pestare in un mortaio: sono sicurissimo che sarei pestato. Non vorrei, se fossi un
sovrano, avere a che fare con dei cortigiani atei, che avessero interesse ad avvelenarmi:
mi sentirei costretto a prendere del contravveleno tutti i giorni. È dunque assolutamente
necessario, per i principi e per i popoli, che l'idea di un Essere supremo, creatore,
reggitore, remuneratore e vendicatore, sia profondamente radicata negli animi.
Ci sono dei popoli atei, dice Bayle nelle sue Pensées sur les comètes. I
cafri, gli ottentotti, i tupinamba e molti altri piccoli popoli non hanno nessun dio;
questo può essere; non ne negano né ne affermano l'esistenza; è che non ne hanno mai
sentito parlare. Dite loro che ce n'è uno, lo crederanno facilmente; dite loro che tutto
accade in virtù della natura delle cose, vi crederanno ugualmente. Dire che sono atei è
come accusarli d'essere anticartesiani; non sono né pro né contro Descartes. Sono dei
veri bambini; un bambino non è né ateo ne deista: non è niente.
Che conclusione trarremo da tutto questo? Che l'ateismo è un mostro assai pericoloso
in coloro che governano; che lo è anche nelle persone colte, anche se la loro vita è
innocente, perché dal loro scrittoio essi possono arrivare fino a coloro che vivono in
piazza; che, se non è funesto quanto il fanatismo, è però quasi sempre fatale alla
virtù. Aggiungiamo soprattutto che oggi ci sono meno atei di quanti ce ne siano mai
stati, da quando i filosofi hanno riconosciuto che non c'è alcun essere vegetale senza un
germe, nessun germe senza uno scopo, e che il grano non nasce dalla putredine.
Alcuni geometri non filosofi hanno respinto le cause finali, ma i veri filosofi le
ammettono; e come ha detto un noto scrittore, un catechista annuncia Dio ai pargoli, e
Newton lo dimostra ai saggi.
II
Ma se vi sono degli atei, con chi prendersela se non con quei tiranni mercenari delle
anime, che, costringendoci a ribellarci contro le loro nefandezze, forzano gli spiriti
deboli a negare il Dio che quei mostri disonorano? Quante volte le sanguisughe di un
popolo hanno portato i cittadini oppressi a rivoltarsi contro il loro re?
Certi uomini, ingrassati con i nostri averi, ci gridano: «Mettetevi in testa che
un'asina ha parlato; credete che un pesce ha inghiottito un uomo e lo ha vomitato, tre
giorni dopo, sano e gagliardo, sulla riva; non dubitate che il Dio dell'universo abbia
ordinato a un profeta ebreo di mangiare della merda (Ezechiele) e a un altro profeta di
comperare due puttane e di far con loro dei figli di puttana (Osea) (sono le precise
parole che vengon fatte pronunziare dal Dio di verità e di purezza); credete a cento cose
evidentemente abominevoli o matematicamente impossibili: altrimenti, il Dio di
misericordia vi brucerà non solo per milioni di miliardi di secoli nel fuoco infernale,
ma per tutta l'eternità, sia che abbiate un corpo, sia che non l'abbiate.»
Queste inconcepibili idiozie rivoltano tanto le menti deboli e temerarie, quanto gli
spiriti fermi e saggi. Essi dicono: «I nostri maestri ci dipingono Dio come il più
insensato e il più barbaro di tutti gli esseri; dunque, Dio non esiste!» Mentre
dovrebbero dire: «Questi nostri maestri attribuiscono a Dio le loro assurdità e i loro
furori; dunque, Dio è il contrario di quello che essi annunciano, dunque Dio è tanto
saggio e buono quanto costoro lo dicono pazzo e malvagio.» Così parlano i saggi. Ma se
un fanatico li ode, li denuncia al braccio secolare, e questo li fa bruciare a fuoco
lento, credendo così di vendicare e imitare la maestà divina ch'egli oltraggia.
B
BABELE
La vanità ha sempre innalzato i grandi monumenti. Fu per vanità che gli uomini
costruirono la bella torre di Babele. «Su, eleviamo una torre la cui cima tocchi il cielo
e rendiamo famoso il nostro nome prima d'essere dispersi per tutta la terra.» L'impresa
fu compiuta ai tempi di un tal Faleg, che aveva per quinto avo il buon Noè.
L'architettura e tutte le arti ad essa connesse avevano fatto, come si vede, grandi
progressi in cinque generazioni. San Girolamo, colui che vide i fauni e i satiri, non
aveva visto la torre di Babele più di quanto non l'abbia vista io; ma assicura che era
alta ventimila piedi. Non è poi tanto. L'antico libro Jacult, scritto da uno dei
più dotti ebrei, dimostra che era alta ottantamila piedi giudaici, e tutti sanno che il
piede giudaico era pressappoco lungo quanto il piede greco. Questa dimensione è ben più
verosimile di quella di Girolamo. Questa torre esiste ancora; ma non è più così alta.
Molti viaggiatori, della cui parola non dubitiamo, dicono di averla vista; io, che non
l'ho vista, non ne parlerò più che di Adamo, mio avo, col quale non ho avuto l'onore di
conversare. Ma potete consultare il Rev. P. Calmet: è un uomo di sottile intelletto e
profonda filosofia: lui vi spiegherà la cosa. Io non so perché nel Genesi si dica
che Babele significa «confusione». Ba, nelle lingue orientali, significa
«padre», e Bel significa «Dio». Babele, dunque, è la città di Dio, la città
santa. Gli antichi davano questo nome a tutte le loro capitali. Però è incontestabile
che Babele vuol dire «confusione»: sia perché gli architetti furono confusi dopo aver
innalzato l'opera loro fino a ottantunmila piedi giudaici, sia perché le lingue si
confusero; ed evidentemente è da allora che i tedeschi non intendono più i cinesi;
poiché è chiaro, secondo il dotto Bochart, che originariamente il cinese e
l'alto-tedesco erano la stessa lingua.
BATTESIMO
Parola greca, che significa «immersione». Gli uomini, che si fan sempre guidare dai
sensi, immaginarono facilmente che quel che lavava il corpo, lavasse anche l'anima. Nei
sotterranei dei templi d'Egitto c'erano grandi tinozze per i sacerdoti e gli iniziati. Gli
indiani, da tempo immemorabile, si purificano nell'acqua del Gange, e tale cerimonia è
ancora in uso. Essa passò poi agli ebrei; i quali battezzavano tutti gli stranieri che,
pur abbracciando la legge giudaica, non volevano però sottomettersi alla circoncisione.
Soprattutto le donne, cui non si faceva tale operazione, e che non la subivano se non in
Etiopia, venivano battezzate; era una rigenerazione: essa dava una nuova anima come in
Egitto. Leggete, in proposito, Epifanio, Maimonide e la Gemara.
Giovanni battezzò nel Giordano, e battezzò anche Gesù, che non battezzò mai
nessuno, ma si degnò di consacrare quest'antica cerimonia. Ogni segno è di per sé
indifferente, e Dio attribuisce la sua grazia al segno che gli piace scegliere. Il
battesimo fu presto il primo rito e il suggello della religione cristiana. Tuttavia, i
primi quindici vescovi di Gerusalemme furono tutti circoncisi; non è invece sicuro che
fossero battezzati.
Nei primi secoli del cristianesimo, si abusò di questo sacramento; niente era più
comune che aspettare l'agonia per ricevere il battesimo. L'esempio dell'imperatore
Costantino ne è una prova abbastanza esplicativa. Ecco come si ragionava: «Il battesimo
purificava tutto: posso dunque scannare mia moglie, i miei figli e tutti i miei parenti;
dopo di che, mi farò battezzare e andrò in cielo.» Come difatti accade. Questo esempio
era pericoloso; a poco a poco la consuetudine di aspettare la morte per immergersi nel
bagno sacro, andò in disuso. I greci conservarono sempre il battesimo per immersione. I
latini, invece, verso la fine dell'VIII secolo, avendo esteso la loro religione nelle
Gallie e in Germania, e vedendo che l'immersione, nei paesi freddi, poteva far morire i
bambini, vi sostituirono la semplice aspersione: il che attirò loro, spesso, l'anatema
della Chiesa greca.
Fu domandato a san Cipriano, vescovo di Cartagine, se quelli che si erano fatti
innaffiare il corpo fossero effettivamente battezzati. Egli rispose, nella sua
settantaseiesima lettera, che «molte Chiese non credevano che quegli innaffiati fossero
cristiani; lui pensava, invece, che fossero tali, ma che avessero una grazia infinitamente
minore di coloro che erano stati immersi tre volte, secondo l'uso».
Un cristiano era iniziato dopo essere stato immerso: prima, era semplicemente
catecumeno. Per essere iniziati, bisognava avere dei garanti, dei mallevadori, che si
chiamavano con un nome che corrisponde a «padrini», affinché la Chiesa si assicurasse
della fedeltà dei nuovi adepti, e i suoi misteri non venissero divulgati. Ecco perché,
nei primi secoli, i gentili furono, in generale, assai male informati dei misteri dei
cristiani: proprio come questi lo erano dei misteri di Iside e di Eleusi.
Cirillo d'Alessandria, nel suo scritto contro l'imperatore Giuliano, dice: «Io
parlerei del battesimo, se non temessi che il mio discorso potrebbe pervenire ai non
iniziati.»
Nel II secolo si cominciò a battezzare i bambini; era naturale che i cristiani
desiderassero che i loro figli, i quali senza quel sacramento, sarebbero stati dannati, ne
fossero muniti. Si concluse infine che bisognava amministrarglielo dopo otto giorni dalla
nascita, perché i bambini ebrei venivano circoncisi a quest'età. La Chiesa greca segue
ancora tale uso. Tuttavia, nel III secolo, prevalse la consuetudine di non farsi
battezzare che in punto di morte.
Coloro che morivano nella prima settimana erano dannati, secondo i più rigidi fra i
Padri della Chiesa. Ma Pietro Crisologo, nel V secolo, immaginò il Limbo come una specie
di inferno mitigato, e, propriamente, orlo d'inferno, sobborgo d'inferno, dove vanno i
bambini morti senza battesimo e dove stavano i patriarchi prima della discesa di Gesù
Cristo: per cui prevalse poi l'opinione che Gesù fosse disceso nel Limbo e non
nell'inferno.
Si è discusso se nei deserti d'Arabia un cristiano potesse esser battezzato con della
sabbia; si è risposto di no; se si potesse battezzare con acqua di rose: e si è
stabilito che occorreva dell'acqua pura, ma che ci si poteva servire anche di acqua
fangosa.
È chiaro che tutta questa disciplina è dipesa dalla prudenza dei primi pastori che
l'hanno stabilita.
Idea degli unitari rigidi sul battesimo
«È evidente, per chiunque voglia ragionare senza pregiudizio, che il battesimo non è
un segno di grazia conferita, né un suggello d'alleanza, ma un semplice segno di
professione di fede.
«Che il battesimo non è necessario, né di necessità di precetto né di necessità
di mezzo.
«Che non fu istituito da Gesù Cristo e che il cristiano può farne a meno, senza che
possa risultarne per lui alcun inconveniente.
«Che non si devono battezzare né i bambini, né gli adulti, né, in genere, nessuno.
«Che il battesimo poteva essere in uso alle origini del cristianesimo per coloro che
uscivano dal paganesimo, per rendere pubblica la loro professione di fede, ed esserne il
segno autentico; ma che, al presente, è assolutamente inutile e del tutto indifferente.»
(Dal Dictionnaire encyclopédique, voce «Unitaire»)
Aggiunta importante
L'imperatore Giuliano, il filosofo, nella sua immortale satira I Cesari, mette
queste parole in bocca a Costanzo, figlio di Costantino: «Chiunque si senta colpevole di
stupro, di omicidio, di rapina, di sacrilegio e di tutti i più abominevoli delitti, sarà
mondo e puro non appena lo avrò lavato con quest'acqua.»
Ed infatti, proprio questa fatale dottrina indusse gli imperatori cristiani e tutti i
grandi dell'impero a differire il loro battesimo fino alla morte. Eran sicuri d'aver
trovato il segreto per vivere da criminali e morire da virtuosi.
(Tratto dal signor Boulanger)
Altra aggiunta
Che strana idea, tratta dal bucato, che una brocca d'acqua lavi tutti i delitti! Oggi
che si battezzano tutti i bambini, perché un'idea non meno assurda li suppose tutti
criminali, eccoli tutti salvati, finché non abbiano l'età della ragione e possano
diventare peccatori. Sgozzateli dunque al più presto per assicurare loro il paradiso!
Questa conclusione è così giusta che ci fu una setta devota che si dava la briga di
avvelenare o sgozzare tutti i bambini appena battezzati. Questi devoti ragionavano
perfettamente. Dicevano: «Noi facciamo a questi piccoli innocenti il più gran bene
possibile; impediamo loro d'essere cattivi e infelici in questa vita, e doniamo loro la
vita eterna.»
(Del signor abate Nicaise)
BELLO, BELLEZZA
Chiedete a un rospo cos'è la bellezza, il bello assoluto, to kalòn. Vi
risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla
piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno. Interrogate un
negro della Guinea: il bello è per lui una pelle nera, oleosa, gli occhi infossati, il
naso schiacciato.
Interrogate il diavolo: vi dirà che la bellezza è un paio di corna, quattro artigli e
una coda. Consultate infine i filosofi: vi risponderanno con argomenti senza capo né
coda; han bisogno di qualcosa conforme all'archetipo del bello in sé, al kalòn.
Assistevo un giorno a una tragedia, seduto accanto a un filosofo. «Quant'è bella!»,
diceva. «Cosa ci trovate di bello?» domandai. «Il fatto,» rispose, «che l'autore ha
raggiunto il suo scopo.» L'indomani egli prese una medicina che gli fece bene. «Essa ha
raggiunto il suo scopo,» gli dissi, «ecco una bella medicina!» Capì che non si può
dire che una medicina è bella e che per attribuire a qualcosa il carattere della bellezza
bisogna che susciti in noi ammirazione e piacere. Convenne che quella tragedia gli aveva
ispirato questi due sentimenti e che in ciò stava il kalòn, il bello.
Facemmo un viaggio in Inghilterra: vi si rappresentava la stessa tragedia,
perfettamente tradotta, ma qua faceva sbadigliare gli spettatori. «Oh, oh,» disse, «il kalòn
non è lo stesso per gli inglesi e per i francesi.» Concluse, dopo molte riflessioni,
che il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a
Roma e quel che è di moda a Parigi non lo è a Pechino; e così si risparmiò la pena di
comporre un lungo trattato sul bello.
BENE (SOMMO BENE)
Gli antichi han discusso molto sul sommo bene. Tanto valeva chiedersi cos'è il sommo
blu, o il sommo intingolo, il sommo camminare, il sommo leggere ecc.
Ciascuno pone il proprio bene dove può, e ne ha quanto può, a suo modo.
Quid dem? quid non dem? Renuis tu quod jubet alter...
Castor gaudet equis; ovo prognatus eodem
Pugnis...
Il massimo bene è quello che vi diletta con tanta forza da mettervi nella totale
impossibilità di sentire altro; come il male peggiore è quello che finisce col privarci
di qualsiasi sentimento. Ecco i due estremi della natura umana, e questi due momenti sono
brevi.
Non esistono né estreme delizie né estremi tormenti che possano durare tutta la vita:
il sommo bene e il sommo male sono chimere.
Abbiamo la bella favola di Crantore: la Ricchezza, il Piacere, la Salute e la Virtù si
presentano ai giochi olimpici, ciascuna pretendendo il premio. La Ricchezza dice: «Il
pomo tocca a me, perché con me si compra qualsiasi bene.» Il Piacere dice: «No, spetta
a me, perché si cerca la ricchezza solo per avermi.» La Salute afferma che senza di lei,
non può esserci piacere e che la ricchezza è inutile. Finalmente la Virtù dimostra che
essa è superiore alle altre tre, perché con l'oro, i piaceri e la salute ci si può
ridurre a uno stato ben miserabile, se ci si comporta male. E il pomo fu dato alla Virtù.
La favola è molto ingegnosa, ma non risolve l'assurda questione del sommo bene. La
virtù non è un bene, ma un dovere; è di un genere diverso, di ordine superiore. Non ha
niente a che fare con le sensazioni dolorose o piacevoli. L'uomo virtuoso, che abbia il
mal della pietra o la gotta, che sia senza appoggi, senza amici, privo del necessario,
perseguitato, messo in catene da un tiranno voluttuoso e in buona salute, è profondamente
infelice; mentre il suo insolente persecutore che accarezza una nuova amante sul suo letto
di porpora è felicissimo. Dite che il saggio perseguitato è preferibile al suo insolente
persecutore; dite che amate l'uno e detestate l'altro: ma ammettete che il saggio in
catene ha le furie nel cuore. Se il saggio non vuole ammetterlo, v'inganna, è un
ciarlatano.
BENE (TUTTO È BENE)
Ci fu un gran chiasso nelle scuole, ed anche fra le persone che ragionano, quando
Leibniz, parafrasando Platone, costruì il suo edificio del migliore dei mondi possibili,
immaginando che tutto vada per il meglio. Egli affermò, nel nord della Germania, che Dio
non poteva creare che un solo mondo.
Platone, almeno, aveva lasciato a Dio la libertà di farne cinque, per la ragione che
non ci sono che cinque solidi regolari: il tetraedro, il cubo, l'esaedro, il dodecaedro e
l'icosaedro. Ma siccome il mondo non ha la forma di nessuno dei cinque solidi di Platone,
questi avrebbe dovuto permettere a Dio una sesta maniera.
Lasciamo da parte il divino Platone. Leibniz, che era sicuramente miglior geometra di
lui e un più profondo metafisico, rese dunque al genere umano il servizio di mostrargli
che dobbiamo essere tutti contenti e che Dio non poteva fare di più per noi, poiché
aveva necessariamente scelto, tra tutti i partiti possibili, quello incontestabilmente
migliore.
«E il peccato originale, dove lo mettiamo?» gli dissero. «Dove sarà possibile
metterlo,» rispondevano Leibniz e i suoi amici. Ma, in pubblico, egli scriveva che il
peccato originale rientrava necessariamente nel migliore dei mondi possibili.
Come! essere cacciati da un luogo di delizie, dove si sarebbe potuto vivere per sempre
se non si fosse mangiata una mela; generare nella miseria dei figli miserabili che
soffriranno di tutto e di tutto faranno soffrire gli altri! Come! Patire tutte le
malattie, provare tutti i dispiaceri, morire nel dolore e, come rinfresco, venir bruciati
per l'eternità: questa sorte sarebbe proprio la migliore possibile? Per noi non è certo
una sorte invidiabile; in che modo può esserlo per Dio?
Leibniz capiva che non c'era niente da rispondere; così scrisse dei grossi libri che
son tutta una contraddizione.
Negare che il male esiste, potrà essere detto per scherzo da un Lucullo, che gode
ottima salute e che fa un buon pranzo con i suoi amici e la sua amante, nel salone di
Apollo; ma basta che metta il capo fuor della finestra e vedrà degli infelici; o che gli
venga la febbre, e sarà tale lui stesso.
Io non amo far citazioni; di solito, è una faccenda spinosa: si trascura ciò che
precede e segue il passo che si cita e ci si espone a mille contestazioni. Tuttavia
bisogna che citi Lattanzio, Padre della Chiesa, che nel capitolo XIII del suo De ira
Dei, fa così parlare Epicuro: «O Dio vuole togliere il male da questo mondo, e non
lo può; o lo può e non lo vuole; o non lo può né lo vuole; o, infine, lo vuole e lo
può. Se lo vuole e non lo può, è impotenza, il che è contrario alla natura di Dio; se
lo può e non lo vuole, è malvagità, il che non è meno contrario alla sua natura; se
non lo vuole né lo può, è al tempo stesso malvagità e impotenza; se lo vuole e lo può
(la sola ipotesi che si addica a Dio), donde viene il male sulla terra?»
L'argomento è arduo, e ad esso Lattanzio risponde nel peggiore dei modi, dicendo che
Dio vuole il male, ma che ci ha dotati della saggezza che ci permette di conseguire il
bene. Bisogna confessare che, in confronto con l'obiezione, questa è una risposta assai
debole. Suppone infatti che Dio non possa darci la saggezza se non creando il male; e poi,
che simpatica saggezza è la nostra!
L'origine del male è sempre stato un abisso di cui nessuno ha mai potuto vedere il
fondo. È questo che ha ridotto tanti antichi filosofi e legislatori a ricorrere a due
principi, uno buono e l'altro cattivo. Tifone era il principio del male presso gli egizi,
Arimane lo era presso i persiani. I manichei adottarono, come si sa, questa teologia; ma
poiché essi non parlarono mai né col principio buono né con quello cattivo, non bisogna
credere loro sulla parola.
Fra le assurdità di cui rigurgita questo mondo, e che possiamo annoverare tra i nostri
mali, la minore non è quella di aver supposto due esseri onnipotenti, che si combattono
per stabilire quale dei due dovrà mettere una maggiore quantità di sé nel mondo, e
fanno un accordo come i due dottori di Molière: concedetemi l'emetico, e io vi concederò
il salasso.
Basìlide, seguendo i platonici, pretese, fin dal primo secolo della Chiesa, che Dio
diede da fare il nostro mondo agli angeli della schiera più bassa, e che costoro, poco
abili, fecero le cose quali le vediamo. Ma questa favola teologica va in fumo davanti alla
tremenda obiezione che non è nella natura di un Dio onnipotente e saggio far costruire un
mondo da architetti che non sanno affatto il loro mestiere.
Simone, che intuì questa obiezione, tentò di prevenirla dicendo che l'angelo che
presiedeva alla fabbrica fu dannato per aver fatto così male il suo lavoro; ma le
scottature di quest'angelo non guariscono noi.
L'avventura di Pandora presso i greci non risponde meglio all'obiezione. Il vaso, nel
quale si trovavano rinchiusi tutti i mali, e al cui fondo resta la speranza, è invero una
graziosa allegoria; ma quella Pandora fu foggiata da Vulcano solo per vendicarsi di
Prometeo, che aveva fatto un uomo col fango.
Nemmeno gli indiani se la sono cavata meglio: Dio, creato l'uomo, gli diede una droga
che gli avrebbe assicurato la salute per sempre; l'uomo caricò la droga sul suo asino,
l'asino ebbe sete, e il serpente gl'insegnò una fontana; poi, mentre l'asino beveva, il
serpente gli portò via la droga.
I siriani immaginarono che l'uomo e la donna, creati nel quarto cielo, si azzardarono a
mangiare una focaccia, invece dell'ambrosia, che era il loro cibo naturale. L'ambrosia si
esalava attraverso i pori; mentre, dopo aver mangiato la focaccia, bisognava andare al
cesso. L'uomo e la donna pregarono un angelo d'insegnar loro dove si trovasse detto luogo.
«Vedete,» disse l'angelo, «quel piccolissimo pianeta laggiù a circa sessanta milioni
di leghe da qui? È il gabinetto dell'universo; andateci subito.» Essi ci andarono, e ci
restarono. E da allora il nostro mondo fu quel che è.
Si potrà sempre domandare ai siriani perché Dio permise che l'uomo mangiasse quella
focaccia e ne derivasse così per noi una quantità di mali tanto spaventosi.
Da questo quarto di cielo passo immediatamente a Lord Bolingbroke, tanto per non
annoiarmi. Quest'uomo, che era senza dubbio un grande ingegno, diede al celebre Pope il
piano del suo «Tutto è bene» che si ritrova, infatti, parola per parola, nelle opere
postume di Lord Bolingbroke e che Lord Shaftesbury aveva già inserito nelle sue Characteristics.
Leggete in Shaftesbury il capitolo sui moralisti: vi troverete queste parole:
«C'è molto da rispondere a queste lamentele sui difetti della natura. Come mai essa
è uscita così impotente e difettosa dalle mani di un essere perfetto? Ma io nego ch'essa
sia difettosa... La sua bellezza risulta dalle contrarietà, e la concordia universale
nasce da un perpetuo conflitto... È necessario che ogni essere sia immolato ad altri: i
vegetali agli animali, gli animali alla terra...; e le leggi del potere centrale e della
gravitazione, che danno ai corpi celesti il loro peso e il loro moto, non saranno certo
alterate per riguardo a un debole animale, che pur essendo protetto da queste stesse
leggi, sarà ben presto da esse ridotto in polvere.»
Bolingbroke, Shaftesbury e Pope, loro portavoce, non risolvono il problema meglio degli
altri. Il loro «Tutto è bene» vuol dire semplicemente che tutto è retto da leggi
immutabili; chi non lo sa? Non ci insegnate niente, quando osservate quel che sanno anche
i bambini: che le mosche sono nate per essere divorate dai ragni, i ragni dalle rondini,
le rondini dalle avèrle, le avèrle dalle aquile, le aquile per essere uccise dagli
uomini, e gli uomini per ammazzarsi a vicenda e per essere mangiati dai vermi e poi,
almeno mille su uno, dai diavoli.
Ecco un ordine chiaro e costante tra gli animali di ogni specie: dappertutto c'è
ordine. Quando nella mia vescica si forma una pietra, ciò avviene per effetto di una
meccanica ammirevole: degli umori calcarei passano a poco a poco nel mio sangue, si
infiltrano nei reni, passano per gli ureteri, si depositano nella mia vescica, vi si
riuniscono grazie ad un'eccellente attrazione newtoniana; si forma una pietruzza, si
ingrossa, io soffro mali milIe volte peggiori della morte, sempre grazie al più
bell'assetto del mondo; un chirurgo, che ha perfezionato l'arte inventata da Tubalcaino,
viene a piantarmi un ferro acuto e tagliente nel perineo, afferra la mia pietruzza con le
sue pinzette; quella si spezza sotto i suoi sforzi per effetto di un meccanismo necessario
e, in virtù di questo meccanismo, io muoio fra i tormenti più atroci. E «tutto questo
è bene», tutto questo è l'evidente conseguenza di principi fisici inalterabili: sono
d'accordo, ma lo sapevo, come del resto lo sapete anche voi.
Se fossimo insensibili, non ci sarebbe niente da dire su questa fisica. Ma non si
tratta di questo; noi vi chiediamo se vi sono o no dei mali sensibili, e da dove
provengono. «Non esistono mali,» dice Pope nella sua quarta epistola sul suo «Tutto è
bene», «o se ci sono dei mali particolari, essi compongono il bene generale.»
Ecco un singolare bene generale, che si compone della pietra, della gotta, di tutti i
crimini, di tutte le sofferenze, della morte e della dannazione.
La caduta dell'uomo è l'impiastro che applichiamo a tutte queste malattie particolari
dell'anima e del corpo, che voi chiamate salute generale; ma Shaftesbury e
Bolingbroke se ne infischiano del peccato originale; Pope, anzi, non ne parla affatto: è
chiaro che il loro sistema infirma alle basi la religione cristiana, e non ne spiega un
bel niente.
Tuttavia, questo sistema è stato di recente approvato da numerosi teologi, che
ammettono volentieri i contrari; alla buon'ora! Non bisogna invidiare a nessuno la
consolazione di ragionare come può sul diluvio di mali che ci inonda. È giusto concedere
ai malati senza speranza di mangiare quel che vogliono. Si è arrivati perfino a
pretendere che questo sistema è consolante: «Dio,» dice Pope, «vede con lo stesso
occhio morire l'eroe e il passero, disgregarsi un atomo o mille pianeti, formarsi una
bolla di sapone o un mondo.»
Ecco davvero una bella consolazione! non trovate un gran sollievo nella ricetta di
Shaftesbury, il quale dice che Dio non si metterà certo ad alterare le sue leggi eterne
per un animale così meschino com'è l'uomo? Bisogna ammettere almeno che questo meschino
animale ha ogni diritto di disperarsi umilmente e di cercar di comprendere, mentre grida,
perché mai quelle leggi eterne non sono fatte per il benessere d'ogni individuo.
Questo sistema del «Tutto è bene» rappresenta l'autore di tutta la natura come un re
potente e malefico, che resta impassibile se vede perire quattro o cinquecentomila uomini,
e gli altri trascinare la loro vita nella fame e nelle lacrime, purché egli possa venire
a capo dei suoi disegni.
Lungi dal consolarci, dunque, la teoria del migliore dei mondi possibili è
scoraggiante per i filosofi che la accolgono.
La questione del bene e del male resta, per coloro che cercano in buona fede, un caos
inestricabile; è solo un gioco intellettuale per coloro che amano disputare: sono dei
forzati che giocano con le loro catene. Quanto al volgo, che non pensa, esso somiglia a
quei pesci che da un fiume sono trasferiti in un vivaio; non sospettano d'essere lì per
venir mangiati durante la quaresima: così noi, con le nostre sole forze, non sappiamo
niente sulle cause del nostro destino. Mettiamo dunque, alla fine di quasi tutti i
capitoli di metafisica, le due lettere dei giudici romani, quando una causa rimaneva
oscura: N.L., non liquet, la cosa non è chiara.
BESTIE
Che pietà, che insipienza, aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza
e sentimento, che fan sempre le stesse cose allo stesso modo, che non imparano niente, non
perfezionano niente ecc.!
Come! Quell'uccello che fa il suo nido a semicerchio quando lo attacca a un muro; che
lo fa a quarto di cerchio quando è in un angolo e a cerchio su un albero, quell'uccello
fa tutto allo stesso modo? Quel cane da caccia che hai addestrato per tre mesi non ne sa,
forse, adesso, più di prima? E quel canarino cui insegni un'aria, te la ripete forse
subito? Non impieghi un tempo considerevole a insegnargliela? Non hai osservato che se si
sbaglia, poi si corregge?
Forse per il solo fatto che ti parlo, tu pensi ch'io abbia sentimento, memoria, idee?
Ebbene, non ti parlo: mi vedi rincasare con aria afflitta, cercare inquieto un foglio,
aprire lo scrittoio dove mi ricordo d'averlo chiuso, trovarlo, leggere con gioia. E così
concludi che io ho provato il sentimento dell'afflizione e quello del piacere, che ho
memoria e conoscenza.
Giudica adesso con lo stesso metro quel cane che ha perduto il padrone, che l'ha
cercato per tutte le strade con guaiti dolorosi, che rientra in casa agitato, inquieto,
che sale, scende, va di stanza in stanza e trova infine nel suo studio il padrone che ama,
e gli testimonia la propria gioia con la dolcezza dei suoi mugolii, saltando, e
leccandolo.
Dei barbari agguantano questo cane, che nel senso dell'amicizia supera in modo così
straordinario l'uomo, lo inchiodano su una tavola, e lo sezionano vivo per mostrarti le
vene mesenteriche. Scopri in lui gli stessi organi della sensibilità che sono in te.
Rispondimi, meccanicista: la natura ha dotato quest'animale di tutti gli impulsi del
sentimento perché non senta? Ha forse dei nervi perché resti impassibile? Non supporre
questa impertinente contraddizione nella natura.
Ma i maestri della scuola domandano che cos'è l'anima delle bestie. Io, questa
domanda, non la capisco. Un albero ha la facoltà di ricevere nelle sue fibre la linfa che
vi circola, di far sbocciare le gemme delle sue foglie e dei suoi frutti: mi domanderete
allora che cos'è l'anima di quest'albero? Esso ha ricevuto questi doni; e l'animale ha
ricevuto quelli del sentimento, della memoria, di un certo numero di idee. Chi gli ha dato
tutti questi doni? Colui che fa crescere l'erba dei campi e gravitare la terra intorno al
sole.
«Le anime delle bestie sono forme sostanziali,» disse Aristotele e, dopo di lui, la
scuola araba; e, dopo la scuola araba, la scuola angelica; e, dopo la scuola angelica, la
Sorbona; e, dopo la Sorbona, nessun altro.
«Le anime delle bestie sono materiali,» gridano altri filosofi. Costoro non hanno
avuto più fortuna degli altri. Invano si è chiesto loro che cos'è un'anima materiale:
devono ammettere che è una materia dotata della capacità di sentire. Ma chi le ha dato
questa capacità? Un'altra anima materiale: ossia sarebbe la materia a fornire la
capacità di sentire a un'altra materia: non escono da questo circolo.
Ascoltate altre bestie che ragionano sulle bestie: «La loro anima è un ente
spirituale che muore con il corpo.» Ma quale prova ne avete? Che concetto vi fate di
questo ente spirituale che, in effetti, è dotato di sentimento, di memoria, d'un certo
numero d'idee e di combinazioni di idee, ma che non potrà mai sapere quel che sa un
bambino di sei anni? Su quale fondamento immaginate che questo ente, che non è un corpo,
muoia con il corpo? Le bestie più grosse sono coloro che hanno sostenuto che quest'anima
non è né corpo né spirito. Ottimo sistema! Noi non possiamo intendere come spirito se
non qualcosa di ignoto, che non è corpo: e così il sistema di questi signori si riduce a
questo: che l'anima delle bestie è una sostanza che non è corpo e neppure è qualcosa
che non sia corpo.
Da dove possono derivare tanti errori così contraddittori? Dall'abitudine, che sempre
hanno avuto gli uomini, di esaminare che cosa sia una cosa, prima di sapere se essa
esiste. La linguetta, la valvola di un soffietto, viene chiamata «l'anima del
soffietto». E che cos'è quest'anima? È un nome che ho dato a questa valvola che, quando
faccio funzionare il soffietto, si abbassa, lascia entrare l'aria, si rialza e la spinge
attraverso un tubo.
Non c'è, in questo caso, un'anima distinta dalla macchina. Ma chi fa muovere il
soffietto degli animali? Ve l'ho già detto: colui che fa muovere gli astri. Il filosofo
che disse «Deus est anima brutorum» aveva ragione; ma doveva approfondire l'argomento.
C
CARATTERE
Dal greco, impressione, impronta. È ciò che la natura ha impresso in noi.
Possiamo cancellarlo? Che grosso problema. Se io ho il naso storto e due occhi da gatto,
potrò nasconderli con una maschera. Ma posso fare altrettanto con il carattere che la
natura mi ha dato? Un uomo nato violento, facile ad infuriarsi, si presenta davanti a
Francesco I, re di Francia, per protestare contro un sopruso; il volto del re, il contegno
rispettoso dei cortigiani, il luogo stesso in cui si trova, fanno una profonda impressione
su quest'uomo; macchinalmente abbassa gli occhi, addolcisce la sua rude voce, presenta
umilmente la sua richiesta; lo si crederebbe tanto mite quanto (almeno in quel momento) lo
sono i cortigiani fra i quali si trova, sconcertato; ma se Francesco I conosce le
fisionomie, scoprirà facilmente nei suoi occhi bassi, ma accesi da una cupa fiamma, nei
muscoli tesi del viso, nelle labbra serrate, che quell'uomo non è così mite com'è
costretto ad apparire. Quell'uomo lo segue a Pavia, vien fatto prigioniero con lui, e con
lui condotto in prigione a Madrid; la maestà di Francesco I non fa più su di lui la
stessa impressione; egli si familiarizza con l'oggetto del suo rispetto. Un giorno,
cavando gli stivali al re, e tirandoli male, fa arrabbiare Francesco I, inasprito dalla
sua sventura; il nostro uomo manda al diavolo il re e butta gli stivali dalla finestra.
Sisto V era nato petulante, testardo, altero, impetuoso, vendicativo, arrogante: questo
carattere sembra farsi più mite nelle prove del noviziato. Ma appena comincia a godere di
qualche credito nel suo ordine, s'infuria contro un guardiano e quasi lo accoppa a forza
di pugni; inquisitore a Venezia, esercita il suo incarico con insolenza; eccolo cardinale,
posseduto dalla «rabbia papale»; questa rabbia gli fa vincere la sua natura; seppellisce
nell'oscurità la sua persona e il suo carattere: si atteggia ad umile, si finge
moribondo. Viene eletto papa: questo restituisce alla molla, che la politica aveva
piegato, tutta la sua elasticità a lungo compressa: adesso è il più fiero e il più
dispotico dei sovrani.
Naturam expellas furca, tamen ipsa redibit.
La religione, la morale mettono un freno alla forza del naturale: non possono
distruggerla. L'ubriacone in un chiostro, ridotto a un mezzo bicchiere di sidro per pasto,
non si ubriacherà più, ma penserà sempre con desiderio al vino.
L'età indebolisce il carattere; è un albero che non produce più che qualche frutto
degenere, ma sempre della stessa natura: si copre di nodi e di musco, diventa tarlato, ma
resta sempre una quercia o un pero. Se potessimo cambiare il nostro carattere, ce ne
daremmo uno e saremmo padroni della natura. Ma possiamo, noi, darci qualcosa? Non
riceviamo tutto? Cercate di spingere un indolente ad una attività continua, di smorzare
con l'apatia l'animo bollente dell'impetuoso, d'ispirare il gusto per la musica e la
poesia a chi manca di gusto e d'orecchio: non riuscireste meglio che se tentaste di ridare
la vista a un cieco nato. Noi perfezioniamo, mitighiamo, nascondiamo quel che la natura ha
messo in noi; ma non ci mettiamo niente.
Si dice a un coltivatore: «Avete troppi pesci in questo vivaio; non potranno
prosperare; troppo bestiame nei vostri prati e troppa poca erba: dimagrirà.» Dopo questa
esortazione si arriva al fatto che i lucci mangiano metà delle carpe del nostro uomo, e i
lupi metà dei suoi montoni; quello che resta vivo ingrassa. Si rallegrerà della propria
economia? Questo campagnolo sei tu; una delle tue passioni ha divorato le altre, e tu
credi d'aver trionfato di te stesso. Non somigliamo quasi tutti a quel vecchio generale di
novant'anni che, incontrati alcuni giovani ufficiali mentre facevano un po' di chiasso con
delle donnine allegre, urlò loro infuriato: «Signori, è forse questo l'esempio che io
vi do?»
CATECHISMO CINESE, OVVERO DIALOGHI DI CU-SU, DISCEPOLO DI CONFUCIO, CON IL PRINCIPE KU,
FIGLIO DEL RE DI LU, TRIBUTARIO DELL'IMPERATORE CINESE GNEN-VAN, 417 ANNI PRIMA DELLA
NOSTRA ERA VOLGARE
(Tradotto in latino dal padre Fouquet, ex gesuita. Il manoscritto si trova nella
Biblioteca Vaticana, n. 42759)
Dialogo primo
KU
Che devo intendere quando mi si dice d'adorare il cielo (Shang-ti)?
CU-SU
Non d'adorare il cielo materiale, che vediamo; perché questo cielo non è che aria, e
quest'aria è composta da tutte le esalazioni della terra; sarebbe una follia ben assurda
l'adorare dei vapori.
KU
Tuttavia non ne sarei sorpreso. Mi sembra che gli uomini abbiano commesso follie anche
più grandi.
CU-SU
È vero; ma voi siete destinato a governare; perciò dovete essere saggio.
KU
Ci sono tanti popoli che adorano i cieli e i pianeti!
CU-SU
I pianeti non sono che terre come la nostra. La luna, per esempio, avrebbe tanta
ragione d'adorare la nostra sabbia e il nostro fango, quanto noi d'inginocchiarci davanti
alla sabbia e al fango della luna.
KU
E allora che significa quando diciamo: il cielo e la terra, salire in cielo, essere
degni del cielo?
CU-SU
Che diciamo un'enorme sciocchezza. Il cielo non c'è: ogni pianeta è circondato dalla
sua atmosfera come da un guscio, e ruota nello spazio attorno al suo sole. Ogni sole è
centro di molti pianeti che viaggiano continuamente attorno a lui: non c'è né alto né
basso, né salita né discesa. Voi capite che, se gli abitanti della luna dicessero che si
sale in terra, che bisogna rendersi degni della terra, direbbero una cosa insensata. Noi
pronunziamo una frase priva di senso, quando diciamo che bisogna rendersi degni del cielo;
è come se dicessimo: bisogna rendersi degni dell'aria, o della costellazione del dragone,
o dello spazio.
KU
Credo di capire. Bisogna adorare soltanto Dio, che ha fatto il cielo e la terra.
CU-SU
Senza dubbio: bisogna adorare soltanto Dio. Ma quando diciamo che egli ha fatto il
cielo e la terra, diciamo piamente una grande banalità. Perché se noi intendiamo per
cielo lo spazio prodigioso nel quale Dio ha acceso tanti soli e fatto ruotare tanti mondi,
è molto più ridicolo dire «il cielo e la terra» che dire «le montagne e un granello
di sabbia». Il nostro globo è infinitamente più piccolo di un grano di sabbia, a
paragone di quei miliardi di universi davanti ai quali noi scompariamo. Tutto quel che
possiamo fare è di unire la nostra debole voce a quella degli innumerevoli esseri che
rendono omaggio a Dio nell'abisso dello spazio.
KU
Ci han dunque ben ingannati quando ci hanno detto che Fo discese tra noi dal quarto
cielo, in forma di elefante bianco.
CU-SU
Sono favole che i bonzi raccontano ai bambini e alle vecchiette: noi dobbiamo adorare
solo l'eterno creatore di tutti gli esseri.
KU
Ma come ha potuto un essere crearne altri?
CU-SU
Guardate quella stella: essa è a millecinquecentomila milioni di li dal nostro
piccolo globo: da lei partono raggi che producono sui vostri occhi due angoli eguali al
vertice; essi producono gli stessi angoli negli occhi di tutti gli animali: non è questo
il segno di un piano deliberato? di una legge ammirevole? Ora, chi compie un'opera se non
un operaio? e chi emana leggi se non un legislatore? C'è dunque un operaio, un
legislatore eterno.
KU
Ma chi ha creato quest'operaio? E come è fatto?
CU-SU
Principe, passeggiavo ieri vicino a quel gran palazzo fatto costruire dal re vostro
padre; sentii due grilli che dicevano l'uno all'altro: «Che immane edificio!» «Sì,»
rispose il compagno, «per quanto orgoglioso io sia, confesso che chi ha compiuto questo
prodigio è qualcuno molto più potente dei grilli; ma non ho la minima idea di questo
essere: vedo che c'è, ma non so che cosa sia.»
KU
E io vi dico che siete un grillo più istruito di me; e quel che mi piace in voi è che
non pretendete di sapere quel che ignorate.
Dialogo secondo
CU-SU
Ammettete dunque che c'è un essere onnipotente, che esiste per se stesso, supremo
artefice di tutta la natura?
KU
Sì. Ma se egli esiste per se stesso, niente può limitarlo: dunque è dappertutto;
esiste dunque in tutta la materia, in tutte le parti di me stesso?
CU-SU
E perché no?
KU
Dunque io stesso sarei una parte della divinità?
CU-SU
Questa, forse, non è una conseguenza necessaria, Questo pezzetto di vetro è penetrato
da ogni parte dalla luce, ma è forse luce lui stesso? no, non è che sabbia, nient'altro.
Certo, tutto è in Dio: ciò che anima tutto deve essere dappertutto. Dio non è come
l'imperatore della Cina, che abita nel suo palazzo e manda i suoi ordini per mezzo dei
«Kolao». Per il fatto stesso che esiste, l'essere suo pervade