Per la Critica dell'Economia Politica

A cura di

 

Prefazione

 

Considero il sistema dell'economia borghese nell'ordine seguente: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato; Stato, commercio estero, mercato mondiale. Nelle tre prime rubriche esamino le condizioni economiche d'esistenza delle tre grandi classi in cui si divide la moderna società borghese; il legame che unisce le altre tre rubriche salta agli occhi da sé. La prima sezione del libro primo, che tratta del capitale, consta dei seguenti capitoli: 1. la merce; 2. il denaro, la circolazione semplice; 3. il capitale in generale. I primi due capitoli formano il contenuto del presente fascicolo. Ho davanti tutto il materiale in forma di monografie da me buttate giù, a grande distanza di tempo l'una dall'altra, non per stamparle, ma per chiarire le cose a me stesso. La loro elaborazione complessiva, secondo il piano indicato, dipenderà dalle circostanze esteriori.

Sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perchè, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere a salire dal particolare al generale. Mi sembra invece che trovino qui il loro posto alcuni accenni al corso dei miei studi politico-economici.

La mia specialità erano gli studi giuridici, ma io non li coltivavo se non come disciplina subordinata, accanto alla filosofia e alla storia. Nel 1842-43, come redattore della Rheinische Zeitung, fui posto per la prima volta davanti all'obbligo, per me imbarazzante, di esprimere la mia opinione a proposito di cosiddetti interessi materiali. I dibattiti della Dieta renana sui furti forestali e sullo spezzettamento della proprietà fondiaria, la polemica ufficiale che il signor von Schaper, allora primo presidente della provincia renana, iniziò con la Rheinische Zeitung circa la situazione dei contadini della Mosella, infine i dibattiti sul libero scambio e sulla protezione doganale, mi fornirono le prime occasioni di occuparmi di problemi economici. D'altra parte, in un'epoca in cui la buona volontà di "andare avanti" era di molto superiore alla competenza, si era potuta avvertire nella Rheinische Zeitung una eco, leggermente tinta di filosofia, del socialismo e comunismo francese. Mi dichiarai contrario a questo dilettantismo, ma nello stesso tempo, in una controversia con la Augsburger Allgemeine Zeitung, confessai senza reticenze che gli studi che avevo fatto sino ad allora non mi consentivano di arrischiare un giudizio indipendente qualsiasi sul contenuto delle correnti francesi. Fui invece sollecito nell'approfittare dell'illusione dei gerenti della Rheinische Zeitung, i quali credevano di poter far revocare la condanna a morte caduta sul loro giornale dandogli una linea più moderata, per ritirarmi dalla scena pubblica nella stanza da studio.

Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una revisione critica della filosofia del diritto di Hegel, lavoro di cui apparve l'introduzione nei Deutsch-französische Jahrbücher pubblicati a Parigi nel 1844. La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l'esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di "società civile"; e che l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica. Avevo incominciato lo studio di questa scienza a Parigi, e lo continuai a Bruxelles, dove ero emigrato in seguito a un decreto di espulsione del sig. Guizot. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finchè non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perchè l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perchè, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.

Friedrich Engels, col quale, dopo la pubblicazione (nei Deutsch-französische Jahrbücher) del suo geniale schizzo di critica delle categorie economiche, mantenni per iscritto un continuo scambio di idee, era arrivato per altra via (si confronti la sua Situazione della classe operaia in Inghilterra), allo stesso risultato cui ero arrivato io, e quando nella primavera del 1845 si stabilì egli pure a Bruxelles, decidemmo di mettere in chiaro, con un lavoro comune, il contrasto tra il nostro modo di vedere e la concezione ideologica della filosofia tedesca, di fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica. Il disegno venne realizzato nella forma di una critica della filosofia posteriore a Hegel. Il manoscritto, due grossi fascicoli in ottavo, era da tempo arrivato nel luogo dove doveva pubblicarsi, in Vestfalia, quando ricevemmo la notizia che un mutamento di circostanze non ne permetteva la stampa. Abbandonammo tanto più volentieri il manoscritto alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di veder chiaro in noi stessi. Dei diversi lavori sparsi in cui esponemmo al pubblico in quel periodo, sotto questo o quell'aspetto, i nostri modi di vedere, menzionerò soltanto il Manifesto del Partito comunista, redatto in comune da Engels e da me, e un Discorso sul libero scambio da me pubblicato. I punti decisivi della nostra concezione vennero indicati per la prima volta in modo scientifico, benchè soltanto in forma polemica, nel mio scritto Miseria della filosofia, pubblicato nel 1847 e diretto contro Proudhon, ecc. La pubblicazione d'una dissertazione, scritta in lingua tedesca, sul Lavoro salariato, in cui raccoglievo le conferenze tenute da me su questo argomento nella Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles, venne interrotta dalla rivoluzione di febbraio e dalla mia espulsione dal Belgio che ne seguì.

La pubblicazione della Neue Rheinische Zeitung nel 1848 e nel 1849 e i successivi avvenimenti interruppero i miei studi economici, che poterono essere ripresi soltanto a Londra nel 1850. L'enorme quantità di materiali per la storia dell'economia politica che sono accumulati nel Museo britannico, il fatto che Londra è un punto favorevole per l'osservazione della società borghese, infine la nuova fase di sviluppo in cui questa società sembrava essere entrata con la scoperta dell'oro dell'Australia e della California, mi indussero a incominciare di nuovo dal principio, e a studiare a fondo, in modo critico, i nuovi materiali. Questi studi mi portavano da sé, in parte, a discipline in apparenza molto lontane, sulle quali dovetti indugiare per un tempo più o meno lungo. In particolare, però, il tempo di cui disponevo mi venne ridotto dalla necessità imperiosa di lavorare per un guadagno. La mia collaborazione, che dura ormai da otto anni, al primo giornale anglo-americano, la New York Tribune, provocò una straordinaria dispersione dei miei studi, dato che non mi occupo che per eccezione di giornalismo propriamente detto. Gli articoli che scrivevo sui principali avvenimenti economici in Inghilterra e sul continente formavano però una parte così importante del mio lavoro, che fui costretto a familiarizzarmi con dei particolari pratici che escono dal terreno della scienza dell'economia politica propriamente detta.

Questo schizzo nel corso dei miei studi nel campo dell'economia politica deve solamente servire a dimostrare che le mie concezioni, in qualsiasi modo si voglia giudicarle e per quanto coincidano ben poco con i pregiudizi interessati delle classi dominanti, sono il risultato di lunghe e coscienziose ricerche.

Sulla soglia della scienza, come sulla porta dell'inferno, si deve porre questo ammonimento:

Qui si convien lasciare ogni sospetto
Ogni viltà convien che qui sia morta.

Karl Marx

Londra, gennaio 1859

 

 

Capitolo primo

 

La merce

A un primo sguardo la ricchezza borghese appare come una enorme raccolta di merci e la singola merce come sua esistenza elementare. Ma ogni merce si presenta sotto il duplice punto di vista di valore d'uso e di valore di scambio.

La merce è in primo luogo, nel linguaggio degli economisti inglesi, "qualsiasi cosa necessaria, utile o gradevole alla vita", oggetto di bisogni umani, mezzo di sussistenza nel senso più ampio della parola. Questo esistere della merce come valore d'uso e la sua esistenza naturale tangibile coincidono. Il grano ad esempio è un valore d'uso particolare, differente dai valori d'uso cotone, vetro, carta, ecc. Il valore d'uso ha valore solo per l'uso e si attua soltanto nel processo del consumo. Un medesimo valore d'uso può essere sfruttato in modo diverso. La somma delle sue possibili utilizzazioni si trova però racchiusa nel suo esistere quale oggetto dotato di determinate qualità. Questo valore d'uso, inoltre, è determinato non solo qualitativamente, bensì anche quantitativamente. Valori d'uso differenti hanno misure differenti secondo le loro naturali peculiarità, ad esempio un moggio di grano, una libbra di carta, un braccio di tela, ecc.

Qualunque sia la forma della ricchezza, i valori d'uso costituiscono sempre il suo contenuto, che in un primo tempo è indifferente nei confronti di questa forma. Gustando del grano, non si sente chi l'ha coltivato, se un servo della gleba russo, un contadino particellare francese o un capitalista inglese. Sebbene sia oggetto di bisogni sociali e quindi si trovi in un nesso sociale, il valore d'uso non esprime tuttavia un rapporto di produzione sociale. Questa merce come valore d'uso sia ad esempio un diamante. Guardando il diamante, non si avverte che è merce. Là dove serve come valore d'uso, esteticamente o meccanicamente, al seno di una ragazza allegra o in mano a chi mola i vetri, è diamante e non merce. L'essere valore d'uso sembra presupposto necessario per la merce, ma l'essere merce sembra pel valore d'uso una definizione indifferente. Il valore d'uso in questa sua indifferenza verso la definizione della forma economica, ossia il valore d'uso quale valore d'uso, esula dal campo d'osservazione dell'economia politica. Vi rientra solo là dove è esso medesimo definizione formale. In modo immediato, il valore d'uso è la base materiale in cui si presenta un determinato rapporto economico, il valore di scambio.

Il valore di scambio appare in primo luogo come un rapporto quantitativo, entro il quale valori d'uso sono intercambiabili. Entro questo rapporto essi costituiscono la medesima grandezza di scambio. Così, un volume di Properzio e 8 once di tabacco da fiuto possono essere un medesimo valore di scambio, nonostante la disparità dei valori d'uso tabacco ed elegia. Come valore di scambio, un valore d'uso vale esattamente quanto l'altro, purchè sia presente nella dovuta proporzione. Il valore di scambio di un palazzo può essere espresso in un determinato numero di scatole di lucido da scarpe. Viceversa, i fabbricanti di lucido londinesi hanno espresso in palazzi il valore di scambio delle scatole sempre più numerose del loro prodotto. Astraendo quindi del tutto dal loro modo d'esistenza naturale e senza tener conto della natura specifica del bisogno per il quale sono valori d'uso, le merci si equivalgono in determinate quantità, si sostituiscono le une alle altre nello scambio, sono considerate equivalenti e in tal modo rappresentano la medesima unità malgrado la loro variopinta apparenza.

I valori d'uso sono direttamente mezzi di sussistenza. Ma viceversa questi mezzi di sussistenza sono essi stessi prodotti della vita sociale, sono risultato di forza umana spesa, sono lavoro oggettivato. In quanto materializzazione del lavoro sociale, tutte le merci sono cristallizzazioni di una medesima unità. Quello che ora dobbiamo considerare è il carattere determinato di questa unità, ossia del lavoro che si esprime nel valore di scambio.

Un'oncia d'oro, una tonnellata di ferro, un quarter di grano e venti braccia di seta siano, poniamo, valori di scambio uguali. In quanto sono tali equivalenti, in cui è cancellata la differenza qualitativa dei loro valori d'uso, essi rappresentano un volume uguale di uno stesso lavoro. Il lavoro che in essi uniformemente si oggettiva dev'essere esso stesso lavoro semplice, uniforme, indifferenziato, per il quale sia indifferente apparire nell'oro, nel ferro, nel grano, nella seta, allo stesso modo che è indifferente per l'ossigeno trovarsi nella ruggine del ferro, nell'atmosfera, nel succo dell'uva o nel sangue dell'uomo. Ma scavare oro, portar alla luce ferro, coltivare grano e tessere seta, sono tipi di lavoro che differiscono qualitativamente l'uno dall'altro. Infatti, ciò che oggettivamente appare come diversità dei valori d'uso, appare nel corso del processo come diversità dell'attività che produce i valori d'uso. Perciò, il lavoro che crea valore di scambio, in quanto è indifferente nei riguardi della particolare materia dei valori d'uso, lo è anche nei confronti della forma particolare del lavoro stesso. I differenti valori d'uso sono inoltre prodotti dell'attività di individui differenti, sono dunque il risultato di lavori individualmente differenti. Ma come valori di scambio rappresentano un lavoro uguale, indifferenziato, ossia lavoro in cui è cancellata l'individualità di chi lavora. Il lavoro che crea valore di scambio è quindi lavoro astrattamente generale.

Se un'oncia d'oro, una tonnellata di ferro, un quarter di grano e venti braccia di seta sono valori di scambio di uguale grandezza, ossia equivalenti, un'oncia d'oro, mezza tonnellata di ferro, tre bushel di grano e cinque braccia di seta saranno valori di scambio di grandezza del tutto differente, e questa differenza quantitativa è l'unica differenza di cui siano in genere suscettibili in quanto valori di scambio. Come valori di scambio di grandezza differente rappresentano un più o un meno, un quantitativo maggiore o minore di quel lavoro semplice, uniforme, astrattamente generale, il quale costituisce la sostanza del valore di scambio. Si tratta di vedere come misurare questi quantitativi. O piuttosto si tratta di vedere quale sia la esistenza quantitativa di quel lavoro stesso, poichè le differenze di grandezza delle merci come valori di scambio non sono che differenze di grandezza del lavoro in esse oggettivato. Allo stesso modo che il tempo è l'esistenza quantitativa del movimento, il tempo di lavoro è l'esistenza quantitativa del lavoro. La diversità della propria durata è l'unica differenza di cui sia suscettibile il lavoro, presupposta come data la sua qualità. Come tempo di lavoro esso ottiene la propria scala di misura nelle naturali misure del tempo, ora, giornata, settimana, ecc. Il tempo di lavoro è l'esistenza vivente del lavoro, indipendentemente dalla sua forma, dal suo contenuto, dalla sua individualità; ne è l'esistenza vivente come esistenza quantitativa, e insieme è la misura immanente di questa esistenza. Il tempo di lavoro oggettivato nei valori d'uso delle merci è la sostanza che fa dei valori d'uso valori di scambio e quindi merci, allo stesso modo che ne misura la determinata grandezza di valore. I quantitativi correlativi di valori d'uso differenti nei quali si oggettiva un medesimo tempo di lavoro, sono degli equivalenti, ossia tutti i valori d'uso sono degli equivalenti nelle proporzioni in cui contengono il medesimo tempo di lavoro consumato oggettivato. Come valori di scambio tutte le merci non sono che misure di tempo di lavoro coagulato.

Per comprendere la determinazione del valore di scambio in base al tempo di lavoro occorrerà tener fermi i seguenti punti di partenza principali: la riduzione del lavoro a lavoro semplice, per così dire privo di qualità; il modo specifico in cui il lavoro, che crea valore di scambio e quindi produce merci, è lavoro sociale; infine, la differenza che si ha fra il lavoro che ha per risultato valori d'uso e il lavoro che ha per risultato valori di scambio.

Per misurare i valori di scambio delle merci in base al tempo di lavoro in esse contenuto, i differenti lavori dovranno essi stessi essere ridotti a lavoro semplice, indifferenziato e uniforme, in breve al lavoro che qualitativamente è sempre uguale e si differenzia solo quantitativamente.

Questa riduzione sembra un'astrazione, ma è un'astrazione che nel processo sociale della produzione si compie ogni giorno. La riduzione di tutte le merci a tempo di lavoro è un'astrazione non maggiore, ma allo stesso tempo non meno reale, della riduzione di tutti i corpi organici in aria. Il lavoro, così misurato mediante il tempo, non appare infatti come lavoro di soggetti differenti, bensì i differenti individui che lavorano appaiono invece come semplici organi del lavoro. Ossia il lavoro, come si rappresenta in valori di scambio, potrebbe essere espresso come lavoro generalmente umano. Questa astrazione del lavoro generalmente umano esiste nel lavoro medio che ogni individuo medio può compiere in una data società, è un determinato dispendio produttivo di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani. E' lavoro semplice al quale ogni individuo medio può essere addestrato e che esso deve compiere in una forma o nell'altra. Il carattere di questo lavoro medio varia esso stesso in paesi differenti e in epoche di civiltà differenti, ma si presenta come dato in una società esistente. Il lavoro semplice costituisce la massa di gran lunga maggiore di tutto il lavoro delle società borghesi, come ci si potrà convincere da tutte le statistiche. Che A durante 6 ore produca ferro e durante 6 ore tela, e che B allo stesso modo produca durante 6 ore ferro e durante 6 ore tela, o che A produca durante 12 ore ferro e B durante 12 ore tela, è evidente che si tratta semplicemente di un uso differente di un medesimo tempo di lavoro. Ma come si fa per il lavoro complesso che si eleva al di sopra del livello medio in quanto lavoro di più alta intensità, di maggiore peso specifico? Questo tipo di lavoro si riduce a lavoro semplice messo insieme, a lavoro semplice a potenza più elevata, cosicchè ad esempio una giornata di lavoro complesso sarà uguale a tre giornate di lavoro semplice. Non è questo ancora il luogo di trattare delle leggi che regolano questa riduzione. Ma è chiaro che questa riduzione ha luogo: infatti, come valore di scambio, il prodotto del lavoro più complesso è in una determinata proporzione equivalente del prodotto del lavoro medio semplice, e quindi pari a un determinato quantitativo di questo lavoro semplice.

La determinazione del valore di scambio mediante il tempo di lavoro presuppone inoltre che in una determinata merce, ad esempio in una tonnellata di ferro, sia oggettivato lo stesso quantitativo di lavoro, non importa che sia il lavoro di A o di B o che individui differenti impieghino, per la produzione di uno stesso valore d'uso determinato qualitativamente e quantitativamente, un tempo di lavoro di uguale durata. In altre parole, si presuppone che il tempo di lavoro contenuto in una merce sia il tempo di lavoro necessario per la sua produzione, vale a dire il tempo di lavoro richiesto per produrre in date condizioni generali di produzione un nuovo esemplare di quella stessa merce.

Le condizioni del lavoro che crea valore di scambio, come risultano dall'analisi del valore di scambio, sono determinazioni sociali del lavoro oppure determinazioni del lavoro sociale, ma non sono sociali senz'altro, lo sono in un modo particolare. Si tratta di un modo particolare di socialità. In primo luogo la semplicità indifferenziata del lavoro è uguaglianza dei lavori di individui differenti, un reciproco riferirsi dei loro lavori l'uno all'altro come a lavoro uguale, e ciò mediante una reale riduzione di tutti i lavori a un lavoro di uguale specie. Il lavoro di ogni individuo, in quanto si presenta in valori di scambio, ha questo carattere sociale di uguaglianza, e si presenta nel valore di scambio solo in quanto è riferito al lavoro di tutti gli altri individui come a lavoro uguale.

Inoltre, nel valore di scambio, il tempo di lavoro del singolo individuo si presenta immediatamente come tempo di lavoro generale, e questo carattere generale del lavoro individuale si presenta come carattere sociale di quest'ultimo. Il tempo di lavoro rappresentato nel valore di scambio è tempo di lavoro del singolo, ma del singolo indifferenziato dall'altro singolo, da tutti i singoli in quanto compiono un lavoro uguale, e quindi il tempo di lavoro richiesto per la produzione di una determinata merce è il tempo di lavoro necessario, che ogni altro impiegherebbe per la produzione di quella stessa merce. E' il tempo di lavoro del singolo, il suo tempo di lavoro, ma solo come tempo di lavoro comune a tutti, per il quale è indifferente di quale singolo individuo esso sia il tempo di lavoro. Come tempo di lavoro generale, esso si esprime in un prodotto generale, in un equivalente generale, in un determinato quantitativo di tempo di lavoro oggettivato; e quest'ultimo, astraendo dalla forma determinata del valore d'uso in cui appare immediatamente come prodotto dell'uno, è traducibile a piacere in qualsiasi altra forma di valore d'uso in cui si esprima come prodotto di qualsiasi altro. E' grandezza sociale soltanto in quanto è una tale grandezza generale. Per risultare valore di scambio, il lavoro del singolo deve risultare equivalente generale, ossia rappresentazione del tempo di lavoro del singolo come tempo di lavoro generale o, ancora, rappresentazione del tempo di lavoro generale come tempo di lavoro del singolo. E' come se i diversi individui avessero messo insieme i loro tempi di lavoro e avessero espresso in valori d'uso diversi quantitativi diversi del tempo di lavoro a loro comune disposizione. Infatti, il tempo di lavoro del singolo è in tal modo il tempo di lavoro di cui la società ha bisogno per la espressione di un determinato valore d'uso, ossia per il soddisfacimento di un determinato bisogno. Ma qui si tratta soltanto della forma specifica in cui il lavoro acquisisce carattere sociale. Poniamo che un determinato tempo di lavoro del filatore si oggettivizzi per esempio in cento libbre di filato di lino; e che cento braccia di tela di lino, prodotte dal tessitore, rappresentino un quan- titativo uguale di tempo di lavoro. In quanto questi due prodotti rappresentano un quantitativo uguale di tempo di lavoro generale e sono quindi equivalenti per ogni valore d'uso che contenga un tempo di lavoro di uguale durata, essi sono equivalenti l'uno dell'altro. Solo per il fatto che il tempo di lavoro del filatore e il tempo di lavoro del tessitore si presentano come tempo di lavoro generale e i loro prodotti si presentano quindi come equivalenti generali, il lavoro del tessitore diventa qui per il filatore e il lavoro del filatore per il tessitore il lavoro dell'uno per il lavoro dell'altro, vale a dire per entrambi l'esistenza sociale dei loro lavori. Nell'industria contadina patriarcale invece, in cui filatore e tessitore abitavano sotto lo stesso tetto, in cui la parte femminile della famiglia filava e quella maschile tesseva, diciamo per il solo fabbisogno della famiglia, filato e tela erano prodotti sociali, filatura e tessitura erano lavori sociali entro i limiti della famiglia. Ma il loro carattere sociale non consisteva nel fatto che il filato si scambiava come equivalente generale con la tela come equivalente generale o entrambi reciprocamente come espressioni indifferenti ed equivalenti di uno stesso tempo di lavoro generale. Il nesso familiare, anzi, con la sua naturale e spontanea divisione del lavoro, imprimeva al prodotto del lavoro il suo peculiare timbro speciale. Oppure, prendiamo i servizi in natura e le prestazioni in natura del Medioevo. I determinati lavori dei singoli nella loro forma naturale, la particolarità, non la generalità del lavoro costituiscono qui il legame sociale. Oppure prendiamo infine il lavoro in comune nella sua forma naturale spontanea, come lo troviamo alle soglie della storia di tutti i popoli civili. Qui il carattere sociale del lavoro evidentemente non è dato dal fatto che il lavoro del singolo assume la forma astratta della generalità o che il suo prodotto assume la forma di equivalente generale. E' la comunità, il presupposto della produzione, ad impedire che il lavoro del singolo individuo sia il lavoro privato e il suo prodotto privato a far apparire invece il lavoro singolo direttamente come funzione di un membro dell'organismo sociale. Il lavoro che si esprime nel valore di scambio è presupposto come lavoro del singolo preso singolarmente: diventa sociale assumendo la forma del suo diretto opposto, la forma dell'astratta generalità.

Caratteristico del lavoro che crea valore di scambio è infine che il rapporto sociale delle persone si rappresenta per così dire rovesciato, cioè come rapporto sociale delle cose. Soltanto in quanto un valore d'uso si riferisce all'altro quale valore di scambio, il lavoro di persone diverse è riferito l'uno all'altro come a lavoro uguale e generale. Quindi, se è esatto dire che il valore di scambio è un rapporto fra persone, bisogna tuttavia aggiungere: un rapporto celato sotto il velo delle cose. Allo stesso modo che una libbra di ferro e una libbra d'oro rappresentano lo stesso quantitativo di peso malgrado le loro qualità fisiche e chimiche diverse, due valori d'uso di merci, in cui sia contenuto lo stesso tempo di lavoro, rappresentano lo stesso valore di scambio. Il valore di scambio appare in tal modo come determinazione naturale sociale dei valori d'uso, come determinazione che spetta a questo in quanto cose, e a causa della quale nel processo di scambio essi si sostituiscono a vicenda secondo determinati rapporti quantitativi, costituiscono equivalenti, allo stesso modo che le sostanze chimiche semplici si combinano secondo determinati rapporti quantitativi, costituendo equivalenti chimici. E' soltanto l'abitudine della vita quotidiana che fa apparire come cosa banale, come cosa ovvia che un rapporto di produzione sociale assuma la forma di un oggetto, cosicchè il rapporto fra le persone nel loro lavoro si presenti piuttosto come un rapporto reciproco fra cose e fra cose e persone. Nella merce questa mistificazione è ancor molto semplice. Tutti più o meno capiscono vagamente che il rapporto delle merci quali valori di scambio è piuttosto un rapporto fra le persone e la loro reciproca attività produttiva. Nei rapporti di produzione di più alto livello questa parvenza di semplicità si dilegua. Tutte le illusioni del sistema monetario derivano dal fatto che dall'aspetto del denaro non si capisce che esso rappresenta un rapporto di produzione sociale, se pure nella forma di una cosa naturale di determinate qualità. Presso gli economisti moderni i quali sdegnano sghignazzando le illusioni del sistema monetario, fa capolino questa medesima illusione, non appena essi maneggino categorie economiche superiori, ad esempio il capitale. Essa irrompe nella confessione di ingenuo stupore quando ora appare come rapporto sociale ciò che essi goffamente ritenevano di fissare come cosa, e ora li stuzzica di nuovo come cosa ciò che avevano appena finito di fissare come rapporto sociale.

Il valore di scambio delle merci, essendo infatti null'altro che il rapporto reciproco fra i lavori dei singoli individui come lavori uguali e generali, null'altro che l'espressione oggettuale di una forma specificamente sociale del lavoro, è una tautologia dire che il lavoro è l'unica fonte del valore di scambio e quindi della ricchezza in quanto consiste di valori di scambio. E la stessa tautologia è dire che la materia naturale come tale non contiene valore di scambio perchè non contiene lavoro e che il valore di scambio come tale non contiene materia naturale. Ma quando William Petty chiama "il lavoro il padre e la terra la madre della ricchezza", oppure quando il vescovo Berkeley domanda "se i quattro elementi e il lavoro dell'uomo applicato ad essi non siano la vera fonte della ricchezza", o quando l'americano Th. Cooper spiega volgarizzando: "Togli da una pagnotta il lavoro applicatovi, il lavoro del fornaio, mugnaio, affittuario, ecc., e che cosa rimane? Alcuni granelli di erbe che crescono allo stato selvatico, inservibili ad ogni uso umano" allora, in tutte queste vedute, non si tratta del lavoro astratto come fonte del valore di scambio, bensì del lavoro concreto come fonte di ricchezza materiale, in breve del lavoro in quanto produce valori d'uso. Pel fatto che il valore d'uso della merce sia presupposto, è presupposta la particolare utilità, la determinata finalità del lavoro consumato in essa, ma con ciò, dal punto di vista della merce, è allo stesso tempo esaurita ogni considerazione del lavoro come lavoro utile. Nel pane, come valore d'uso, ci interessano le sue qualità come mezzo alimentare, non ci interessano affatto i lavori dell'affittuario, del mugnaio, del fornaio. Qualora per mezzo di qualche invenzione i 19/20 di questi lavori venissero meno, la pagnotta farebbe lo stesso servizio di prima. Qualora cadesse bell'e pronta dal cielo, non perderebbe un atomo del suo valore d'uso. Mentre il lavoro che crea valore di scambio si attua nell'uguaglianza delle merci come equivalenti generali, il lavoro, come attività produttiva conforme al fine, si attua nell'infinita varietà dei suoi valori d'uso. Mentre il lavoro che crea valore di scambio è lavoro astrattamente generale e uguale, il lavoro che crea valore d'uso è lavoro concreto e particolare che si scinde in modi di lavoro infinitamente vari a seconda della forma e della materia.

E' sbagliato dire che il lavoro, in quanto produce valori d'uso, sia l'unica fonte della ricchezza da esso prodotta, ossia della ricchezza materiale. Siccome il lavoro è l'attività svolta per adattare il materiale a questo o a quello scopo, il lavoro ha bisogno della materia come presupposto. In valori d'uso differenti la proporzione fra lavoro e materia naturale è molto differente, pure il valore d'uso contiene un sostrato naturale. Come attività conforme allo scopo di adattare l'elemento naturale in una forma o nell'altra, il lavoro è condizione naturale dell'esistenza umana, è una condizione del ricambio organico fra uomo e natura. Il lavoro che crea valore di scambio è per contro una forma specificamente sociale del lavoro. Il lavoro del sarto ad esempio, nella sua proprietà materiale di particolare attività produttiva, produce l'abito, ma non il valore di scambio dell'abito. Quest'ultimo lo produce non in quanto lavoro di sarto, bensì in quanto lavoro astrattamente umano, e questo rientra in un nesso sociale che non è stato infilato dal sarto. In questo modo, nell'antica industria domestica le donne producevano l'abito, senza produrre il valore di scambio dell'abito. Il lavoro come fonte di ricchezza materiale era noto tanto a Mosè legislatore quanto all'impiegato di dogana Adam Smith.

Consideriamo ora alcune determinazioni più particolari che risultano dalla riduzione del valore di scambio a tempo di lavoro.

Come valore d'uso la merce agisce causalmente. Il grano ad esempio agisce come mezzo alimentare. Una macchina sostituisce il lavoro in determinate proporzioni. Quest'azione della merce, per la quale soltanto essa è valore d'uso, oggetto di consumo, può essere chiamata il suo servizio, il servizio che essa presta come valore di uso. Ma come valore di scambio la merce è sempre considerata soltanto dal punto di vista del risultato. Non si tratta del servizio che presta, bensì del servizio che è stato prestato alla merce stessa durante la sua produzione. Così dunque il valore di scambio di una macchina, ad esempio, non è determinato dal quantitativo di tempo di lavoro che viene da essa sostituito, bensì dal quantitativo di tempo di lavoro che è stato consumato nella sua produzione ed è perciò richiesto per produrre una nuova macchina dello stesso tipo.

Se quindi il quantitativo di lavoro richiesto per la produzione di merci rimanesse costante, il loro valore di scambio sarebbe invariabile. Ma la facilità e la difficoltà della produzione variano costantemente. Se la forza produttiva del lavoro cresce, essa produrrà lo stesso valore d'uso entro un tempo più breve. Se la forza produttiva del lavoro diminuisce, si richiederà un tempo maggiore per la produzione di quello stesso valore d'uso. La grandezza del tempo di lavoro contenuto in una merce, quindi il valore di scambio di questa, varia dunque, aumenta o diminuisce in proporzione inversa dell'aumento o della diminuzione della forza produttiva del lavoro. La forza produttiva del lavoro che è impiegata nell'industria manifatturiera a un grado prestabilito, è condizionata, nell'agricoltura e nell'industria estrattiva, da condizioni naturali incontrollabili. Uno stesso lavoro darà un prodotto maggiore o minore di metalli differenti, a seconda della presenza relativamente più rara e più frequente di questi metalli nella crosta terrestre. Uno stesso lavoro potrà oggettivarsi con il favore della stagione in due bushel di grano, con lo sfavore della medesima in un bushel di grano. Rarità o abbondanza come condizioni naturali sembrano qui determinare il valore di scambio delle merci poichè determinano la forza produttiva di un particolare lavoro reale, vincolata a condizioni naturali.

Valori d'uso differenti contengono, in volumi disuguali, lo stesso tempo di lavoro ossia lo stesso valore di scambio. Quanto minore è il volume del valore d'uso in cui, a paragone di altri valori d'uso, una merce contiene un determinato quantitativo di tempo di lavoro, tanto maggiore è il suo valore di scambio specifico. Se in epoche di civiltà differenti, lontane l'una dall'altra, troviamo che certi valori d'uso costituiscono tra di loro una serie di valori di scambio specifici i quali, se pur non conservano il rapporto numerico esattamente uguale, conservano tuttavia l'uno nei confronti dell'altro il rapporto generale della superiorità e della inferiorità, come ad esempio oro, argento, rame, ferro, o grano, segala, orzo, avena, ne consegue semplicemente che il progressivo sviluppo delle forze di produzione sociali agisce uniformemente o quasi sul tempo di lavoro richiesto per la produzione di quelle differenti merci.

Il valore di scambio di una merce non si manifesta nel valore d'uso di questa merce. Ma come oggettivazione del tempo di lavoro generalmente sociale, il valore d'uso di una merce è posto in rapporto con i valori di uso di altre merci. Il valore di scambio di una delle merci si manifesta in tal modo nei valori d'uso delle altre merci. Un equivalente è infatti il valore di scambio di una merce espresso nel valore d'uso di un'altra merce. Se dico per esempio che un braccio di tela vale due libbre di caffè, il valore di scambio della tela è espresso nel valore d'uso caffè, e cioè in un determinato quantitativo di questo valore d'uso. Data questa proporzione, potrò esprimere in caffè ogni quantitativo di tela. E' chiaro che il valore di scambio di una merce, ad esempio della tela, non si esaurisce nella proporzione in cui un' altra merce particolare, p. es. il caffè, costituisce il suo equivalente. Il quantitativo di tempo di lavoro generale, la cui espressione è il braccio di tela, è contemporaneamente attuato in volumi infinitamente diversi di valori d'uso di tutte le altre merci. Nella proporzione in cui il valore d'uso di ogni altra merce rappresenta un tempo di lavoro di uguale grandezza, esso costituisce un equivalente del braccio di tela. Il valore di scambio di questa singola merce è perciò espresso esaurientemente soltanto nelle infinite equazioni nelle quali i valori d'uso di tutte le altre merci costituiscono il suo equivalente. Soltanto nella somma di queste equazioni o nella totalità delle differenti proporzioni in cui una merce è scambiabile con qualsiasi altra merce, essa è espressa esaurientemente come equivalente generale. Ad esempio, la serie delle equazioni:

1 braccio di tela

=

1/2 libbra di tè,

1 braccio di tela

=

2 libbre di caffè,

1 braccio di tela

=

8 libbre di pane,

1 braccio di tela

=

6 braccia di cotone,

può essere espressa come: 1 braccio di tela = 1/8 libbra di tè + 1/2 libbra di caffè + 2 libbre di pane + 1 1/2 braccio di cotone.

Quindi, se avessimo dinanzi a noi l'intera somma delle equazioni nelle quali il valore di un braccio di tela è espresso esaurientemente, potremmo raffigurare il suo valore di scambio in forma di serie. In realtà questa serie è infinita, poichè l'ambito delle merci non è mai chiuso in via definitiva, bensì si allarga costantemente. Ma misurando così una data merce il proprio valore di scambio nei valori d'uso di tutte le altre merci, i valori di scambio di tutte le altre merci, viceversa, si misurano nel valore d'uso di questa data merce che si misura in essi. Se il valore di scambio di un braccio di tela si esprime in mezza libbra di tè o in due libbre di caffè o in sei braccia di cotone o in otto libbre di pane, ecc., ne consegue che caffè, tè, cotone, pane, ecc. sono uguali fra di loro nella proporzione in cui sono uguali a un terzo valore d'uso, alla tela, e che quindi la tela serve da misura comune dei loro valori di scambio. Ogni merce, come tempo di lavoro generalmente oggettivato, vale a dire come determinata quantità di tempo di lavoro generale, esprime il proprio valore di scambio in una serie di determinate quantità dei valori d'uso di tutte le altre merci, e i valori di scambio di tutte le altre merci si misurano, viceversa, nel valore d'uso di quest'unica merce esclusa.

Ma come valore di scambio, ogni merce è tanto la merce unica esclusa, che serve da misura comune dei valori di scambio di tutte le altre merci, quanto, d'altra parte, è semplicemente una delle numerose merci nel cui ambito complessivo ogni altra merce esprime in modo immediato il proprio valore di scambio.

La grandezza di valore di una merce non risente del fatto che all'infuori di essa esistano poche o molte merci di altra specie. Ma che la serie delle equazioni in cui il suo valore di scambio si attua, sia maggiore o minore, dipende dalla maggiore o minore varietà di altre merci. La serie delle equazioni in cui si esprime per esempio il valore del caffè esprime la sfera della sua scambiabilità, i limiti entro i quali funziona da valore di scambio. Al valore di scambio di una merce in quanto oggettivazione del tempo di lavoro generale sociale corrisponde l'espressione dell'equivalenza della merce in valori d'uso infinitamente differenti.

Abbiamo visto che il valore di scambio di una merce varia con il variare della quantità del tempo di lavoro contenuto in essa. Il suo valore realizzato, ossia espresso nei valori d'uso di altre merci, deve a sua volta dipendere dalla proporzione in cui varia il tempo di lavoro impiegato nella produzione di tutte le altre merci. Se ad esempio rimanesse uguale il tempo di lavoro necessario alla produzione di un moggio di grano, mentre il tempo di lavoro necessario alla produzione di tutte le altre merci raddoppiasse, il valore di scambio del moggio di grano, espresso nei suoi equivalenti, sarebbe diminuito della metà. Praticamente il risultato sarebbe uguale a quello che si avrebbe se il tempo di lavoro necessario alla produzione del moggio di grano fosse diminuito della metà e il tempo di lavoro necessario alla produzione di tutte le altre merci fosse rimasto invariato. Il valore delle merci è determinato dalla proporzione in cui possono essere prodotte entro il medesimo tempo di lavoro. Per vedere a quali possibili variazioni sia esposta questa proporzione, poniamo il caso di due merci, A e B. Primo: supponiamo che il tempo di lavoro richiesto per la produzione di B rimanga invariato. In questo caso il valore di scambio di A, espresso in B, diminuisce o aumenta nella stessa proporzione in cui diminuisce o aumenta il tempo di lavoro necessario per la produzione di A. Secondo: Il tempo di lavoro richiesto per la produzione di A rimanga invariato. Il valore di scambio di A, espresso in B, diminuisce o aumenta nella proporzione inversa della diminuzione o dell'aumento del tempo di lavoro richiesto per la produzione di B. Terzo: Il tempo di lavoro richiesto per la produzione di A e B diminuisca o aumenti nella medesima proporzione. In tal caso l'espressione di equivalenza di A in B rimarrà invariata. Se a causa di una circostanza qualsiasi la forza produttiva di tutti i lavori diminuisse nella stessa misura, di modo che tutte le merci richiedessero in ugual proporzione un aumento del tempo di lavoro necessario alla loro produzione, sarebbe salito il valore di tutte le merci, l'espressione reale del loro valore di scambio sarebbe rimasta invariata, e la ricchezza reale della società sarebbe diminuita, poichè quest'ultima avrebbe bisogno di un tempo di lavoro maggiore per creare la medesima massa di valori d'uso. Quarto: Il tempo di lavoro richiesto per la produzione di A e B aumenti o diminuisca per entrambi, ma in grado disuguale, oppure aumenti il tempo di lavoro necessario per A mentre diminuisca quello per B, o viceversa. Tutti questi casi possono essere ridotti semplicemente al fatto che il tempo di lavoro richiesto per la produzione di una merce rimane invariato, mentre quello delle altre aumenta o diminuisce.

Il valore di scambio di ogni merce si esprime nel valore d'uso di ogni altra merce, sia in unità di questo valore o in sue frazioni. In quanto valore di scambio, ogni merce è altrettanto divisibile quanto lo stesso tempo di lavoro che in essa è oggettivato. L'equivalenza delle merci è indipendente dalla loro divisibilità come valori d'uso, allo stesso modo che per l'addizione dei valori di scambio delle merci non ha importanza quale reale mutamento di forma subiscano i valori d'uso di queste merci nella loro rifusione in una sola merce nuova.

Finora la merce è stata considerata da un duplice punto di vista, come valore d'uso e come valore di scambio, entrambe le volte unilateralmente. Ma come merce essa è immediatamente unità di valore d'uso e di valore di scambio; allo stesso tempo è merce soltanto in relazione alle altre merci. L'effettiva relazione reciproca delle merci è il loro processo di scambio. E' questo un processo sociale che gli individui stabiliscono indipendentemente l'uno dall'altro, ma lo stabiliscono soltanto come possessori di merci; la loro vicendevole esistenza dell'uno per l'altro è l'esistenza delle loro merci, e perciò in realtà non si presentano che come titolari consapevoli del processo di scambio.

La merce è valore d'uso, grano, tela, diamante, macchina, ecc., ma come merce allo stesso tempo non è valore d'uso. Se pel suo possessore fosse valore d'uso, ossia mezzo immediato per il soddisfacimento dei suoi bisogni, non sarebbe merce. Per lui la merce è invece non valore d'uso, cioè semplicemente depositario materiale del valore di scambio ossia semplice mezzo di scambio; come depositario attivo del valore di scambio, il valore d'uso diventa mezzo di scambio. Per il possessore la merce, è ormai valore d'uso soltanto in quanto valore di scambio. Valore d'uso essa deve quindi cominciar a divenire, in primo luogo per altri. Siccome non è valore per il suo possessore, è valore d'uso per i possessori di altre merci. Se non lo è, il lavoro del possessore è stato inutile, il suo risultato quindi non è merce. D'altra parte, deve diventare valore d'uso per lui stesso, poichè al di fuori di essa, nei valori d'uso di merci altrui, esistono i suoi mezzi di sussistenza. Per diventare valore d'uso la merce deve trovarsi di fronte quel particolare bisogno pel quale essa è oggetto di soddisfacimento. I valori d'uso delle merci diventano quindi valori d'uso cambiando posto in tutte le direzioni, passando dalla mano in cui sono mezzi di scambio alla mano in cui sono oggetti d'uso. Solo mediante questa generale alienazione delle merci, il lavoro in esse contenuto diventa lavoro utile. In questo progressivo riferirsi delle merci l'una all'altra in quanto valori d'uso, esse non acquisiscono alcuna nuova determinazione di forma economica. Scompare, anzi, la determinazione formale che le caratterizzava come merci. Il pane, ad esempio, passando dalla mano del fornaio in quella del consumatore, non muta la propria esistenza come pane. Viceversa, il consumatore è il primo che vi si riferisca come a valore d'uso, come a quel determinato mezzo alimentare, mentre nella mano del fornaio il pane era l'espressione di un rapporto economico, una cosa sensibilmente extrasensibile. L'unico mutamento formale, che le merci subiscono nel loro divenire come valori d'uso, è dunque l'abolizione della loro esistenza formale, in cui erano non valore d'uso per il loro possessore, valore d'uso per il loro non-possessore. Il divenire delle merci come valori d'uso presuppone la loro generale alienazione, il loro entrare nel processo di scambio, ma la loro esistenza per lo scambio è la loro esistenza come valori di scambio. Per attuarsi quindi come valori d'uso, devono attuarsi come valori di scambio.

Se, dal punto di vista del valore d'uso, la singola merce in origine ci appariva come cosa autonoma, come valore di scambio era invece considerata fin da principio in relazione a tutte le altre merci. Questa relazione era però solo una relazione teorica, ideale. Solo nel processo di scambio essa si attua. D'altra parte, la merce è bensì valore di scambio in quanto in essa è consumata una determinata quantità di tempo di lavoro ed in quanto essa è quindi tempo di lavoro oggettivato. Ma, in modo immediato, è soltanto tempo di lavoro oggettivato individuale, di contenuto particolare, non è tempo di lavoro generale. Perciò non è valore di scambio in modo immediato, bensì deve divenire tale. In un primo tempo non può essere che oggettivazione del tempo di lavoro generale, alla maniera in cui esprime il tempo di lavoro in una determinata applicazione utile, dunque in un valore d'uso. Era questa la condizione materiale alla quale soltanto il tempo di lavoro contenuto nelle merci era presupposto come tempo di lavoro generale, sociale. Se dunque la merce può divenire, come valore d'uso, soltanto attuandosi come valore di scambio, d'altra parte può attuarsi come valore di scambio soltanto affermandosi come valore d'uso al momento della sua alienazione. Una merce può essere ceduta come valore d'uso solo a colui pel quale essa è valore d'uso, ossia oggetto di un particolare bisogno. D'altra parte la merce viene ceduta solo in cambio di un'altra merce, ossia, ponendoci dalla parte del possessore dell'altra merce, anche costui può alienare la sua merce, realizzata, soltanto mettendola in contatto con il particolare bisogno di cui essa sia l'oggetto. Nell'alienazione generale delle merci come valori d'uso, esse vengono riferite l'una all'altra a seconda della loro disparità materiale, in quanto cose particolari, le quali in virtù delle loro qualità specifiche soddisfano particolari bisogni. Ma in quanto tali semplici valori d'uso, le merci sono esistenze indifferenti l'una per l'altra, sono anzi prive di reciproche relazioni. In quanto valori d'uso possono essere scambiate soltanto in relazione a particolari bisogni. Ma sono scambiabili solo come equivalenti, e sono equivalenti solo come uguali quantitativi di tempo di lavoro oggettivato, cosicchè ogni considerazione delle loro qualità naturali come valori d'uso, e quindi del rapporto delle merci con particolari bisogni, è cancellata. Come valore di scambio una merce funziona invece sostituendo come equivalente una quantità comunque determinata di qualsiasi altra merce, non importa se pel possessore dell'altra merce essa sia valore d'uso o no. Ma per il possessore dell'altra merce essa diventa merce solo in quanto per lui è valore d'uso, e per il proprio possessore diventa valore di scambio solo in quanto è merce per l'altro. Questa relazione sarà quindi relazione delle merci in quanto grandezze essenzialmente uguali, differenti solo quantitativamente, sarà la loro equiparazione come materializzazione del tempo di lavoro generale e sarà allo stesso tempo la loro relazione come cose differenti qualitativamente, come valori d'uso particolari per bisogni particolari, in breve sarà la relazione che le differenzia come reali valori d'uso. Ma questa equiparazione e differenziazione si escludono a vicenda. Così appare non soltanto un circolo vizioso di problemi, presupponendo la soluzione dell'uno la soluzione dell'altro, bensì una somma di esigenze contraddittorie, essendo l'adempimento di una condizione vincolato immediatamente all'adempimento della condizione opposta.

Il processo di scambio delle merci deve essere sia lo svolgimento sia la soluzione di queste contraddizioni che in esso non possono tuttavia essere espresse in questo modo semplice. Abbiamo solo osservato come le merci stesse sono riferite reciprocamente l'una all'altra come valori d'uso, cioè come le merci entro il processo di scambio si presentano come valori d'uso. Il valore di scambio invece, come lo abbiamo considerato sin qui, era presente nella nostra astrazione soltanto, o, se si vuole, nell'astrazione del singolo possessore di merce che ha in magazzino la merce come valore d'uso e l'ha sulla coscienza come valore di scambio. Ma le merci stesse entro il processo di scambio devono esistere l'una per l'altra non soltanto come valori d'uso, bensì come valori di scambio, e questa loro esistenza apparirà come la loro propria relazione reciproca. La difficoltà in cui subito abbiamo inciampato era questa: per potersi esprimere come valore d'uso, come lavoro oggettivato, la merce deve prima essere alienata come valore d'uso, dev'essere spacciata a qualcuno, mentre la sua alienazione come valore d'uso presuppone viceversa la sua esistenza come valore di scambio. Ma poniamo che questa difficoltà sia risolta. Poniamo che la merce si sia disfatta del proprio particolare valore d'uso e alienandolo abbia adempiuto la condizione materiale di essere lavoro socialmente utile invece che lavoro particolare di un uomo singolo per se stesso. Così dovrà poi, nel processo di scambio, come valore di scambio diventare equivalente generale, tempo di lavoro generale oggettivato, per le altre merci ed in tal modo acquisire non più soltanto l'effetto limitato di un particolare valore d'uso, bensì l'immediata capacità di essere espressa in tutti i valori d'uso quali suoi equivalenti. Ma ogni merce è la merce che in questo modo, mediante l'alienazione del proprio particolare valore d'uso, deve presentarsi come materializzazione diretta del tempo di lavoro generale. Ma d'altra parte nel processo di scambio si trovano di fronte soltanto merci particolari, lavori di individui privati, incarnati in particolari valori d'uso. Lo stesso tempo di lavoro generale è un'astrazione che come tale non esiste per le merci.

Se consideriamo la somma delle equazioni in cui il valore di scambio di una merce trova la sua espressione reale, ad esempio:

1 braccio di tela

=

2 libbre di caffè,

1 braccio di tela

=

1/2 libbra di tè,

1 braccio di tela

=

8 libbre di pane, ecc.,

queste equazioni enunziano soltanto, è vero, che un tempo di lavoro sociale generale di uguale grandezza si oggettiva in un braccio di tela, 2 libbre di caffè, 1/2 libbra di tè, ecc. Ma in realtà i lavori individuali che si esprimono in questi particolari valori d'uso, diventano lavoro generale e, in questa forma, lavoro sociale, soltanto scambiandosi realmente reciprocamente in proporzione della durata del lavoro in essi contenuto. Il tempo di lavoro sociale esiste per così dire solo allo stato latente in queste merci e si manifesta soltanto nel processo del loro scambio. Non si parte dal lavoro degli individui in quanto lavoro comune, ma, viceversa, da lavori particolari di individui privati, lavori che soltanto nel processo di scambio, con l'abolizione dell'oro carattere originale, si affermano come lavoro sociale generale. Il lavoro generalmente sociale non è quindi il presupposto bell'e pronto, è bensì risultato in divenire. E così risulta la nuova difficoltà: da un lato le merci devono entrare nel processo di scambio come tempo di lavoro generale oggettivato, dall'altro lato l'oggettivazione del tempo di lavoro degli individui, come tempo di lavoro generale, è essa stessa null'altro che il prodotto del processo di scambio.

Mediante l'alienazione del proprio valore d'uso, quindi della originale esistenza, ogni merce deve acquisire la sua corrispondente esistenza come valore di scambio. Nel processo di scambio la merce deve dunque raddoppiare la propria esistenza. D'altra parte la sua seconda esistenza come valore di scambio, a sua volta, non può essere che un'altra merce, poichè nel processo di scambio si stanno di fronte soltanto merci. Come rappresentare una merce particolare quale tempo di lavoro generale oggettivato o, il che è la stessa cosa, come dare direttamente al tempo di lavoro individuale, oggettivato in una merce particolare, il carattere della generalità? L'espressione reale del valore di scambio di una merce, vale a dire di ogni merce in quanto equivalente generale, appare in una somma infinita di equazioni, come:

1 braccio di tela

=

2 libbre di caffè,

1 braccio di tela

=

1/2 libbra di tè,

1 braccio di tela

=

8 libbre di pane,

1 braccio di tela

=

6 braccia di cotone,

1 braccio di tela

=

ecc.

Questa espressione era teorica in quanto la merce era soltanto pensata come un quantitativo determinato di tempo di lavoro generale oggettivato. L'esistenza di una merce particolare come equivalente generale diventa per mera astrazione risultato sociale del processo di scambio stesso, mediante la semplice inversione della serie di equazioni sopra annotata. Quindi p. es.:

2 libbre di caffè

=

1 braccio di tela,

1/2 libbra di tè

=

1 braccio di tela,

8 libbre di pane

=

1 braccio di tela,

6 braccia di cotone

=

1 braccio di tela,

Mentre caffè, tè, pane, cotone, in breve tutte le merci, esprimono in tela il lavoro contenuto in esse, il valore di scambio della tela si manifesta, viceversa, in tutte le altre merci in quanto suoi equivalenti, e il tempo di lavoro oggettivato nella tela diventa immediatamente il tempo di lavoro generale che si esprime uniformemente in volumi differenti di tutte le altre merci. La tela diventa in questo caso equivalente generale in virtù dell'azione generale esercitata su di essa da tutte le altre merci. Come valore di scambio ogni merce è diventata misura dei valori di tutte le altre merci. Qui viceversa, misurando tutte le merci il proprio valore di scambio in una merce particolare, la merce esclusa diventa esistenza adeguata del valore di scambio, diventa l'esistenza di quest'ultimo quale equivalente generale. Per contro, la serie infinita ossia le equazioni infinite di numero, in cui si esprime il valore di scambio di ogni merce, si riducono a un'equazione unica di sole due componenti. 2 libbre di caffè = 1 braccio di tela, è ora l'espressione esauriente di valore di scambio del caffè, poichè la tela in questo momento appare direttamente come equivalente di un determinato quantitativo di ogni altra merce. Entro il processo di scambio le merci esistono dunque ora l'una per l'altra, o appaiono l'una all'altra come valori di scambio, nella forma della tela. Il fatto che tutte le merci siano riferite l'una all'altra come valori di scambio, semplicemente come quantità differenti di tempo di lavoro generale oggettivato, si presenta ora nel modo seguente: le merci, come valori di scambio, non rappresentano che quantità differenti di uno stesso oggetto, della tela. Il tempo di lavoro generale a sua volta quindi si esprime come una cosa particolare, una merce accanto e al di fuori di tutte le altre merci. Ma allo stesso tempo l'equazione, in cui una merce si rappresenta come valore di scambio di un'altra merce, p. es. 2 libbre di caffè = 1 braccio di tela, è ancora un'equiparazione da realizzarsi. Solo mediante la propria alienazione come valore d'uso, la quale dipende dal suo affermarsi come oggetto di un bisogno nel processo di scambio, la merce si trasforma realmente dalla sua esistenza come caffè nella sua esistenza come tela, assumendo così la forma di equivalente generale e diventando realmente valore di scambio per tutte le altre merci. Viceversa, trasformandosi tutte le merci, mediante la loro alienazione in quanto valori d'uso, in tela, quest'ultima diventa la esistenza trasformata di tutte le altre merci; e solo come risultato di questa trasformazione di tutte le altre merci in essa tela, quest'ultima diventa direttamente oggettivazione del tempo di lavoro generale, ossia prodotto dell'alienazione generale, superamento dei lavori individuali. Se in questo modo le merci raddoppiano la propria esistenza per apparire come reciproci valori di scambio, la merce esclusa in quanto equivalente generale raddoppia il proprio valore d'uso. Oltre al proprio valore d'uso particolare come merce particolare, acquisisce un valore d'uso generale. Quest'ultimo suo valore d'uso è esso stesso una determinatezza formale, vale a dire risulta dalla funzione specifica che essa esercita nel processo di scambio in virtù dell'azione generale esercitata su di essa dalle altre merci. Il valore d'uso di ogni merce, quale oggetto di un particolare bisogno, ha un valore differente in mani differenti, ad esempio ha valore differente in mano di colui che l'aliena da quello che ha in mano a colui che l'acquista. La merce esclusa in qualità di equivalente generale è ora oggetto di un bisogno generale derivante dallo stesso processo di scambio, e ha per ognuno il medesimo valore d'uso, di essere rappresentante del valore di scambio, cioè mezzo di scambio generale. Così, in quest'unica merce, è risolta la contraddizione racchiusa dalla merce come tale, di essere, come valore d'uso particolare, contemporaneamente equivalente generale e quindi valore d'uso per ognuno, di essere valore d'uso generale. Mentre dunque tutte le altre merci esprimono in un primo tempo il proprio valore di scambio come equazione ideale, non ancora realizzata, con la merce esclusa, in questa merce esclusa il valore d'uso, benchè reale, nel processo stesso appare come una esistenza meramente formale, la quale è da realizzarsi appena compiuta la trasformazione in valori d'uso reali. In origine la merce si presentava come merce in genere, come tempo di lavoro generale, oggettivato in un particolare valore d'uso. Nel processo di scambio tutte le merci si riferiscono alla merce esclusiva come merce in genere, come la merce, esistenza del tempo di lavoro generale in un valore d'uso particolare. Come merci particolari sono quindi in un rapporto antitetico con una merce particolare in qualità di merce generale. Il fatto che i possessori di merci si riferiscono a vicenda ai propri lavori come lavoro sociale generale, appare quindi così: essi si riferiscono alle proprie merci come valori di scambio, la reciproca relazione fra le merci, l'una con l'altra come valori di scambio nel processo di scambio, appare come la loro generale relazione con una merce particolare quale espressione adeguata del loro valore di scambio, il che, viceversa, appare a sua volta come relazione specifica di questa merce particolare con tutte le altre merci, e quindi come carattere sociale di una cosa, determinato e per così dire naturale e spontaneo. La merce particolare che in tal modo rappresenta l'esistenza adeguata del valore di scambio di tutte le merci, ossia il valore di scambio delle merci quale merce particolare, esclusiva, è - il denaro. E' una cristallizzazione del valore di scambio delle merci che esse determinano nello stesso processo di scambio. Quindi, mentre le merci, entro il processo di scambio, diventano l'una per l'altra, in quanto valori d'uso, liberandosi da ogni determinatezza di forma e riferendosi l'una all'altra nella loro figura materiale immediata, devono assumere una nuova determinatezza formale, devono procedere alla formazione di denaro per presentarsi reciprocamente come valori di scambio. Come non è un simbolo la esistenza di un valore d'uso come merce, così non è simbolo il denaro. Il fatto che un rapporto di produzione sociale si presenti come un oggetto presente al di fuori degli individui, e che le determinate relazioni che questi allacciano nel processo di produzione della loro vita sociale si presentino come qualità specifiche di una cosa, questo rovesciamento, questa mistificazione non immaginaria, bensì prosaicamente reale, caratterizza tutte le forme sociali del lavoro creatore di valore di scambio. Nel denaro questa mistificazione appare semplicemente più evidente che nella merce.

Le qualità fisiche necessarie della merce particolare, nella quale deve cristallizzarsi l'essere denaro di tutte le merci, per quanto derivino direttamente dalla natura del valore di scambio, sono la divisibilità a piacere, l'uniformità delle parti e la identicità in tutti gli esemplari di questa merce. Come materializzazione del tempo di lavoro generale, questa merce deve essere materializzazione uniforme e capace di esprimere differenze puramente quantitative. L'altra qualità necessaria è la durevolezza del suo valore d'uso poichè la merce deve durare entro il processo di scambio. I metalli nobili posseggono queste qualità in misura eminente. Siccome il denaro non è un prodotto di una riflessione o di un accordo, ma è formato quasi istintivamente nel processo di scambio, merci differentissime, più o meno inadatte, si sono alternate nella funzione di denaro. La necessità subentrante a un determinato grado dello sviluppo del processo di scambio, di distribuire polarmente sulle merci le determinazioni di valore di scambio e di valore d'uso in modo che una merce ad esempio figuri come mezzo di scambio, mentre l'altra è alienata come valore d'uso, comporta che dappertutto la merce o anche più merci del più generale valore d'uso abbiano in un primo momento per caso la funzione di denaro. Qualora non siano oggetto di un bisogno esistente direttamente, la loro esistenza come componente più importante della ricchezza dal punto di vista materiale, assicura ad esse un carattere più generale di quel che abbiano gli altri valori d'uso.

Il commercio di scambio immediato, forma spontanea del processo di scambio, rappresenta piuttosto l'iniziale trasformazione dei valori d'uso in merci che non quella delle merci in denaro. Il valore di scambio non acquisisce forma libera, è bensì ancora vincolato direttamente al valore d'uso. Questo risulta in due modi. La produzione stessa in tutta la sua costruzione è diretta al valore d'uso, non al valore di scambio, ed è quindi soltanto per l'eccedenza sulla misura in cui i valori d'uso sono richiesti per il consumo, che essi cessano qui di essere valori d'uso e diventano mezzi di scambio, merce. D'altra parte, diventano propriamente merci solo entro i limiti del valore d'uso diretto, sia pure distribuito polarmente, cosicchè le merci da scambiarsi dai possessori devono essere per entrambi valori d'uso, ma ognuna di esse dovrà essere valore d'uso per il suo non-possessore. In realtà, il processo di scambio delle merci in origine non si presenta in seno alle comunità naturali e spontanee, bensì là dove queste finiscono, ai loro confini, nei pochi punti in cui entrano in contatto con altre comunità. Qui ha inizio il commercio di scambio e da qui si ripercuote sull'interno della comunità, con un'azione disgregatrice. I particolari valori d'uso che nel commercio di scambio fra le diverse comunità diventano merci, come lo schiavo, il bestiame, i metalli, costituiscono quindi per lo più il primo denaro in seno alle comunità stesse. Abbiamo visto come il valore di scambio di una merce si esprima come valore di scambio in un grado tanto più elevato quanto più lunga è la serie dei suoi equivalenti o quanto maggiore è la sfera dello scambio per quella merce. La graduale estensione del commercio di scambio, l'aumento degli scambi e la moltiplicazione delle merci entranti nel commercio di scambio, evolvono quindi la merce in quanto valore di scambio, sollecitano la formazione del denaro e esplicano con ciò un'azione dissolvitrice sul commercio di scambio diretto. Gli economisti sono soliti derivare il denaro dalle difficoltà esterne in cui si imbatte il commercio di scambio ampliatosi, ma così facendo dimenticano che queste difficoltà derivano dallo sviluppo del valore di scambio e quindi risalgono al lavoro sociale quale lavoro generale. Per esempio: le merci, in qualità di valori d'uso, non sono divisibili a piacere, come devono esserlo in qualità di valori di scambio. Oppure, la merce di A può essere valore d'uso per B, mentre la merce di B non è valore d'uso per A. Oppure, i possessori delle merci possono aver bisogno delle loro merci indivisibili, da scambiarsi a vicenda, in proporzioni di valore ineguali. In altre parole, con il pretesto di considerare il commercio di scambio semplice, gli economisti si rendono conto di certi lati della contraddizione avvolta nell'esistenza della merce come unità immediata di valore d'uso e valore di scambio. D'altra parte tengono fermo, coerentemente, al commercio di scambio come forma adeguata del processo di scambio delle merci, il quale sarebbe semplicemente legato a certi disagi tecnici pei quali il denaro sarebbe una via d'uscita intelligentemente escogitata. Da questo punto di vista, del tutto superficiale, un intelligente economista inglese ha quindi sostenuto giustamente che il denaro è uno strumento puramente materiale, come una nave o una macchina a vapore, ma non è l'espressione di un rapporto di produzione sociale e quindi non è una categoria economica. Soltanto abusivamente è trattato quindi nella economia politica, la quale infatti non ha nulla in comune con la tecnologia.

Nel mondo delle merci è presupposta una sviluppata divisione del lavoro, ossia quest'ultima si esprime, piuttosto, direttamente nella molteplicità dei valori d'uso che si stanno dinanzi come merci particolari e nei quali sono incorporati modi di lavoro altrettanto molteplici. La divisione del lavoro, in quanto totalità di tutti i modi particolari dell'occupazione produttiva, è la figura complessiva del lavoro solidale considerato nel suo lato materiale, considerato come lavoro che produce valori d'uso. Ma come tale la divisione del lavoro esiste, dal punto di vista delle merci e entro il processo di scambio, soltanto nel suo risultato, nella particolarizzazione delle merci stesse.

Lo scambio delle merci è il processo entro il quale il ricambio sociale, ossia lo scambio dei particolari prodotti di individui privati, è allo stesso tempo creazione di determinati rapporti della produzione sociale, nei quali gli individui entrano in questo ricambio. Le relazioni progressive fra le merci nei confronti dell'una con l'altra si cristallizzano come determinazioni differenziate dell'equivalente generale, e in tal modo il processo di scambio è allo stesso tempo processo di formazione del denaro. L'insieme di questo processo, che appare come il decorso di processi differenti, è la circolazione.

 

 

  1. Notizie storiche sull'analisi della merce
  2. L'analisi della merce come lavoro in duplice forma, l'analisi del valore d'uso come lavoro reale o attività produttiva conforme allo scopo, l'analisi del valore di scambio come tempo di lavoro o lavoro sociale uguale, sono il risultato critico finale delle indagini compiute durante più di centocinquant'anni dall'economia classica, la quale ha inizio in Inghilterra con William Petty, in Francia con Boisguillebert e ha termine in Inghilterra con Ricardo, in Francia con Sismondi.

    Il Petty riduce il valore d'uso a lavoro, senza illudersi sulla determinatezza naturale del suo vigore creativo. Il lavoro reale, egli lo concepisce subito nella sua figura complessiva sociale, come divisione del lavoro. Questa concezione della fonte della ricchezza materiale non rimane, come accade ad esempio al suo contemporaneo, Hobbes, più o meno sterile, lo conduce bensì alla aritmetica politica che è la prima forma in cui l'economia politica si distacchi come scienza autonoma. Il valore di scambio egli lo interpreta però, così come si presenta nel processo di scambio delle merci, come denaro, e il denaro stesso egli lo interpreta come merce esistente, come oro e argento. Legato alle idee del sistema monetario, egli definisce il tipo particolare di lavoro reale con cui vengono acquisiti oro e argento, come lavoro creatore di valore di scambio. Egli ritiene infatti che il lavoro borghese non debba produrre un valore d'uso immediato, bensì merce, valore d'uso capace di esprimersi mediante la sua alienazione nel processo di scambio come oro e argento, ossia come denaro, ossia come valore di scambio, ossia come lavoro generale oggettivato. Ma il suo esempio mostra in modo lampante che la conoscenza del lavoro come fonte della ricchezza materiale non esclude affatto il disconoscimento della determinata forma sociale, entro la quale il lavoro è fonte del valore di scambio.

    Da parte sua, Boisguillebert riduce, anche se in modo inconsapevole, pure effettivamente, il valore di scambio di una merce in tempo di lavoro, determinando il "vero valore" (la juste valeur) mediante la esatta proporzione in cui il tempo di lavoro degli individui è ripartito sulle particolari branche industriali, e rappresentando la libera concorrenza come il processo sociale che creerebbe questa proporzione esatta. Ma allo stesso tempo e in contrasto con il Petty egli lotta fanaticamente contro il denaro, che con il suo intervento turberebbe il naturale equilibrio ossia la armonia dello scambio delle merci e, da fantastico Moloch, esigerebbe come sacrificio ogni ricchezza naturale. Ora, se da un lato questa polemica contro il denaro è connessa con determinate condizioni storiche, giacchè il Boisguillebert attacca la cieca e rovinosa bramosia d'oro della corte di un Luigi XIV, degli appaltatori delle sue finanze e della sua nobiltà, mentre il Petty celebra nella bramosia dell'oro l'impulso efficace che incita un popolo allo sviluppo industriale e alla conquista del mercato mondiale, risalta qui però allo stesso tempo l'antitesi di principio, più profonda, che si ripete come costante contrasto fra l'economia tipicamente inglese e quella tipicamente francese. Il Boisguillebert ravvisa infatti soltanto il contenuto materiale della ricchezza, il valore d'uso, il godimento, e considera la forma borghese del lavoro, la produzione dei valori d'uso come merci e il processo di scambio delle merci come la forma sociale naturale in cui il lavoro individuale raggiungerebbe quello scopo. Quindi là dove gli si fa contro il carattere specifico della ricchezza borghese, come accade nel denaro, egli è convinto si tratti di un'interferenza di elementi estranei usurpatori, e si inalbera contro il lavoro borghese nell'una delle due forme, mentre allo stesso tempo lo trasfigura utopisticamente nell'altra. Il Boisguillebert ci fornisce la dimostrazione del fatto che il tempo di lavoro può essere trattato quale misura della grandezza di valore delle merci, sebbene il lavoro oggettivato nel valore di scambio delle merci e misurato mediante il tempo venga scambiato per l'attività naturale diretta degli individui.

    La prima analisi consapevole, quasi banalmente chiara, del valore di scambio come tempo di lavoro, si trova in un uomo del mondo nuovo, dove i rapporti di produzione borghesi, importati insieme con i loro rappresentanti, si svilupparono con straordinaria rapidità su di un terreno che equilibrava la propria deficienza di tradizione storica con un'eccedenza di humus. Quest'uomo è Benjamin Franklin il quale, nel suo lavoro giovanile scritto nel 1719, passato alla stampa nel 1721, formulò la legge fondamentale dell'economia politica moderna. Egli ritiene sia necessario cercare una misura dei valori diversa dai metalli nobili. Questa misura sarebbe il lavoro. "Mediante il lavoro il valore dell'argento può essere misurato come quello di tutte le altre cose. Poniamo ad esempio un uomo che sia occupato nella produzione del grano mentre un altro scava e raffina l'argento. Alla fine dell'anno o dopo un qualsiasi altro determinato periodo di tempo, il prodotto pieno del grano e quello dell'argento saranno l'uno il prezzo naturale dell'altro, e se l'uno sarà di 20 bushels e l'altro di 20 once, in tal caso un'oncia d'argento avrà il valore del lavoro impiegato per la produzione di un bushel di grano. Ma se in virtù della scoperta di miniere più vicine, più accessibili e più ricche, un uomo potrà ora produrre 40 once d'argento con la stessa facilità con cui prima ne produceva 20, e se per la produzione di 20 bushels di grano rimarrà necessario il medesimo lavoro di prima, allora 2 once d'argento non avranno più lo stesso valore dello stesso lavoro impiegato nella produzione di 1 bushel di grano, e il bushel che prima valeva 1 oncia, ne varrà 2 ora, caeteris paribus. In tal modo la ricchezza di un paese sarà da stimarsi mediante la quantità di lavoro che i suoi abitanti sono in grado di comprare." Il tempo di lavoro si presenta in Franklin subito in modo economicisticamente unilaterale come misura dei valori. La trasformazione dei reali prodotti in valori di scambio s'intende allora da sé, e si tratta quindi solo di trovare una misura della loro grandezza di valore. "Siccome - dice Franklin - il commercio, in genere, non è altro che lo scambio di lavoro con lavoro, il valore di tutte le cose sarà stimato nel modo più esatto mediante il lavoro." Se qui poniamo al posto della parola lavoro il lavoro reale, scopriamo subito la mescolanza di lavoro in una forma con il lavoro nell'altra forma. Siccome il commercio per esempio consiste di uno scambio di lavoro di calzolaio, lavoro di miniera, lavoro di filatura, lavoro di pittura, ecc., il valore di stivali sarà stimato nel modo più esatto mediante il lavoro di pittura? Il Franklin riteneva viceversa che il valore di stivali, prodotti di miniera, filati, dipinti, ecc. è determinato mediante il lavoro astratto che non ha qualità particolare e quindi è misurabile mediante la semplice quantità. Ma siccome svolge il lavoro contenuto nel valore di scambio, non come il lavoro sociale generalmente astratto, derivante dall'universale alienazione dei lavori individuali, egli disconosce necessariamente il denaro, supponendo che esso sia la forma immediata di esistenza di questo lavoro alienato. Il denaro e il lavoro che crea valore di scambio non hanno quindi per lui alcuna connessione interna, il denaro è bensì piuttosto uno strumento immesso dal di fuori nello scambio per ragioni di comodità tecnica. L'analisi del valore di scambio fatta dal Franklin rimase senza influsso immediato sull'andamento generale della scienza, perchè egli non trattava che problemi singoli dell'economia politica in determinate occasioni pratiche.

    L'antitesi fra il lavoro realmente utile e fra il lavoro che crea valore di scambio agitava l'Europa durante il secolo XVIII nella forma del seguente problema: quale tipo particolare di reale lavoro è la fonte della ricchezza borghese? In tal modo si presupponeva che non ogni lavoro che si realizzi in valori d'uso o fornisca prodotti, per ciò stesso crei direttamente la ricchezza. Ma per i fisiocratici, come per i loro avversari, la questione scottante controversa non è tanto quale lavoro crei il valore, bensì quale lavoro crei il plusvalore. Perciò trattano il problema in una forma complessa prima di averlo risolto nella sua forma elementare, allo stesso modo che il corso storico di tutte le scienze conduce ai reali punti di partenza di queste solo attraverso una grande quantità di vie traverse e incrociate. A differenza di altri architetti, la scienza non soltanto disegna castelli in aria, ma costruisce qualche piano abitabile dell'edificio prima di gettarne le fondamenta. Non ci soffermeremo qui più a lungo sui fisiocratici e, tralasciando tutt'una serie di economisti italiani che, con idee più o meno calzanti, si avvicinano a una esatta analisi della merce, passeremo subito al primo economista britannico il quale abbia lavorato sul sistema complessivo dell'economia borghese, a Sir James Steuart. Allo stesso modo che in lui le categorie astratte dell'economia politica appaiono ancora nel processo di distacco dal loro contenuto materiale, e quindi sfumate e oscillanti, così anche quelle del valore di scambio. In un punto egli determina il valore reale mediante il tempo di lavoro (what a workman can perform in a day), ma accanto a questa definizione figurano in modo confuso anche il salario e le materie prime. In un altro punto la lotta con il contenuto materiale si manifesta in modo ancora più lampante. Egli chiama il materiale naturale contenuto in una merce, p. es. l'argento in un lavoro d'argento filigranato, il suo valore intrinseco (intrinsic worth), mentre chiama suo valore d'uso (useful value) il tempo di lavoro contenuto in essa. "Il primo - egli dice - è qualcosa di reale in sé... il valore d'uso invece deve essere stimato in base al lavoro che è costata la sua produzione. Il lavoro impiegato nella modificazione della materia rappresenta una porzione del tempo d'un uomo, ecc." Quel che fa eccellere lo Steuart fra i suoi predecessori e successori, è la rigorosa differenziazione che egli fa fra il lavoro specificamente sociale, raffigurantesi nel valore di scambio, e il lavoro reale che produce valori d'uso. "Il lavoro, - egli dice, - che mediante la propria alienazione (alienation) crea un equivalente universale (universal equivalent), io lo chiamo industria." Il lavoro come industria è da lui distinto non soltanto dal lavoro reale, bensì anche dalle forme sociali del lavoro. Esso è per lui la forma borghese del lavoro in antitesi con le sue forme antiche e medievali. In particolare lo Steuart s'interessa dell'antitesi fra lavoro borghese e lavoro feudale, il quale ultimo, nella fase del suo tramonto, era stato da lui osservato sia nella stessa Scozia sia nei suoi estesi viaggi sul continente. Lo Steuart sapeva naturalmente benissimo che il prodotto acquisisce la forma di merce, e la merce la forma di denaro anche in epoche preborghesi, ma egli dimostra con molti particolari che la merce come forma fondamentale, elementare della ricchezza, e l'alienazione, come forma dominante

    dell'appropriazione, appartengono al periodo della produzione borghese soltanto, che il carattere del lavoro creatore di valore di scambio è quindi specificamente borghese.

    Dopo che erano state proclamate vere fonti della ricchezza le forme particolari del lavoro reale, come l'agricoltura, la manifattura, la navigazione, il commercio, ecc., Adam Smith proclamò come fonte unica della ricchezza materiale, ossia dei valori d'uso, il lavoro in generale e cioè il lavoro nella sua figura complessiva sociale come divisione del lavoro. Mentre, dicendo questo, dimentica del tutto l'elemento naturale, questo lo persegue nella sfera della ricchezza puramente sociale, nella sfera del valore di scambio. Certo, Adam determina il valore della merce mediante il tempo di lavoro in essa contenuto, ma poi relega di nuovo la realtà di questa determinazione del valore nelle epoche preadamitiche. In altre parole, ciò che gli appare vero dal punto di vista della merce semplice, gli diventa oscuro non appena al posto di questa subentrino le forme più elevate e più complesse di capitale, lavoro salariato, rendita fondiaria, ecc. E questo lo esprime nel seguente modo: il valore delle merci veniva misurato mediante il tempo di lavoro in esse contenuto nel paradise lost della borghesia, quando gli uomini non stavano ancora l'uno di fronte all'altro come capitalisti, salariati, proprietari fondiari, affittuari, usurai, ecc., bensì come semplici produttori e scambiatori di merci. Egli scambia costantemente la determinazione del valore delle merci mediante il tempo di lavoro in esse contenuto, per la determinazione dei loro valori mediante il valore del lavoro, oscilla ovunque si tratti di chiarire i particolari e non si accorge dell'equiparazione obiettiva compiuta a forza dal processo sociale fra i lavori disuguali, allo scopo di creare la parità di diritti dei singoli lavori individuali. Il passaggio dal lavoro reale al lavoro che crea valore di scambio, vale a dire al lavoro borghese nella sua forma fondamentale, egli cerca di ottenerlo mediante la divisione del lavoro. Ora, per quanto sia esatto dire che lo scambio privato è divisione del lavoro, altrettanto sbagliato è dire che la divisione del lavoro presuppone lo scambio privato. Fra i peruviani p. es., il lavoro era diviso a un grado straordinario, benchè non avessero luogo scambi privati né scambi dei prodotti in qualità di merci.

    In contrapposizione ad Adam Smith, David Ricardo elaborò nettamente la determinazione del valore della merce mediante il tempo di lavoro, ed egli mostra che questa legge domina anche i rapporti di produzione borghesi che in apparenza più la contraddicono. Le indagini di Ricardo si limitano esclusivamente alla grandezza di valore, e in relazione a questa egli per lo meno sospetta che l'attuazione della legge dipenda da determinati presupposti storici. Infatti dice che la determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro vale soltanto per le merci, "che mediante l'industria possano essere aumentate a piacere e la cui produzione sia dominata da una concorrenza illimitata". In realtà ciò significa soltanto che la legge del valore, per giungere al suo pieno sviluppo, presuppone la società della grande produzione industriale e della libera concorrenza, ossia la moderna società borghese. Del resto Ricardo considera la forma borghese del lavoro come la forma naturale eterna del lavoro sociale. I primi pescatori e i primi cacciatori, secondo lui, si scambiano subito pesce e selvaggina in qualità di possessori di merci, e lo scambio avviene in proporzione del tempo di lavoro oggettivato in questi valori di scambio. In questo caso egli cade nell'anacronismo, poichè sembra che i primi pescatori e i primi cacciatori, per calcolare i loro strumenti di lavoro, consultino le tabelle degli interessi correnti per la Borsa di Londra nel 1817. I "parallelogrammi del signor Owen" sembrano essere l'unica formazione sociale che egli conoscesse al di fuori di quella borghese. Sebbene limitato entro questo orizzonte borghese, Ricardo seziona l'economia borghese, che nelle sue profondità ha un aspetto del tutto diverso da quello che presenta alla superficie, con tanto acume teorico che Lord Brougham poteva dire di lui: "Mr. Ricardo seemed as if he had dropped from an other planet". In diretta polemica con Ricardo, il Sismondi da un lato pone in rilievo il carattere specificamente sociale del lavoro che crea valore di scambio, dall'altro indica quale "carattere del nostro progresso economico" la riduzione della grandezza di valore a tempo di lavoro necessario, alla "proporzione tra il fabbisogno dell'intera società e la quantità di lavoro sufficiente a soddisfare questo fabbisogno". Il Sismondi non è più impigliato nell'idea del Boisguillebert secondo cui il lavoro creatore di valore di scambio viene falsato dal denaro, ma, come Boisguillebert denunzia il denaro, così egli denunzia il grande capitale industriale. Se Ricardo porta decisamente l'economia politica alle sue ultime conseguenze, e così facendo la conclude, Sismondi completa questa conclusione rappresentando i dubbi che l'economia politica nutre nei riguardi di sé stessa.

    Poichè Ricardo, portando a conclusione l'economia politica classica, ha formulato e svolto nel modo più netto la determinazione del valore di scambio mediante il tempo di lavoro, su di lui si concentra naturalmente la polemica sollevata da parte degli economisti. Prescindendo dalla forma per lo più goffa con cui essa è stata condotta, questa polemica può riassumersi nei seguenti punti:

    Primo. Il lavoro stesso ha valore di scambio, e lavori differenti hanno un valore di scambio differente. E' un circolo vizioso fare del valore di scambio la misura del valore di scambio, poichè il valore di scambio che misura ha a sua volta bisogno di una misura. Quest'obiezione si riduce al problema: dato il tempo di lavoro come misura immanente del valore di scambio, si svolga su questa base il salario. La teoria del lavoro salariato darà la risposta.

    Secondo: Se il valore di scambio di un prodotto è uguale al tempo di lavoro in questo contenuto, il valore di scambio di una giornata lavorativa sarà uguale al prodotto di essa. Oppure, il salario del lavoro dovrà essere uguale al prodotto del lavoro. Ma si verifica l'opposto. Ergo. Quest'obiezione si riduce al problema: come mai la produzione fondata sul valore di scambio determinato dal solo tempo di lavoro porta al risultato che il valore di scambio del lavoro è minore del valore di scambio del prodotto del lavoro? Questo problema lo risolveremo esaminando il capitale.

    Terzo: Il prezzo di mercato delle merci diminuisce al di sotto o aumenta al di sopra del loro valore di scambio con il variare della proporzione fra domanda e offerta. Il valore di scambio delle merci è determinato quindi dalla proporzione fra domanda e offerta e non dal tempo di lavoro contenuto in esse. In realtà, in questa strana deduzione viene semplicemente sollevata la questione del come sulla base del valore di scambio si sviluppi un prezzo di mercato diverso da questo o, meglio, del come la legge del valore di scambio si realizzi soltanto nel proprio opposto. Questo problema sarà risolto nella teoria della concorrenza.

    Quarto. Un'ultima contraddizione e apparentemente la più decisiva, a meno che non sia, come di consueto, proposta in forma di esempi strampalati: se il valore di scambio non è null'altro che il tempo di lavoro contenuto in una merce, com'è possibile che merci le quali non contengono lavoro abbiano valore di scambio o, in altre parole, di dove deriverebbe il valore di scambio di semplici forze naturali? Questo problema sarà risolto nella teoria della rendita fondiaria.

     

     

    Capitolo secondo

    Il denaro ossia la circolazione semplice

    In un dibattito parlamentare sulle leggi bancarie di Sir Robert Peel del 1844 e del 1845, Gladstone osservava che nemmeno l'amore aveva fatto impazzire tanti uomini quanti ne erano impazziti scervellandosi sulla natura del denaro. Parlava di inglesi a inglesi. Gli olandesi, invece, gente che, malgrado i dubbi del Petty, avevano da sempre posseduto uno "spirito celeste" per la speculazione monetaria, non hanno mai perso il loro spirito nella speculazione teorica sulla moneta.

    La difficoltà principale dell'analisi del denaro è superata non appena la sua origine è concepita partendo dalla merce stessa. Con questo presupposto si tratterà semplicemente di afferrare nettamente le sue peculiari proprietà formali, cosa che in un certo modo viene resa più difficile perchè tutti i rapporti borghesi appaiono dorati o argentati, appaiono come rapporti di denaro, e perchè la forma di denaro sembra quindi avere un contenuto infinitamente vario che è estraneo ad essa stessa.

    Nell'indagine che segue è da ricordare che si tratta solo di quelle forme del denaro che emergono direttamente dallo scambio delle merci, non però di quelle sue forme legate a uno stadio più elevato del processo di produzione, come ad esempio la moneta di credito. Per semplicità l'oro è sempre presupposto come la merce-denaro.

     

    I. Misura dei valori

    Il primo processo della circolazione è per così dire un processo teorico che prepara la reale circolazione. Le merci, esistenti come valori d'uso, si creano in un primo momento la forma nella quale appaiono l'una all'altra idealmente come valori di scambio, come determinati quantitativi di tempo di lavoro generale oggettivato. Il primo atto necessario di questo processo è, come vediamo, questo: le merci escludono una merce specifica, diciamo l'oro, quale materializzazione immediata del tempo di lavoro generale ossia quale equivalente generale. Ritorniamo per un momento alla forma nella quale le merci trasformano l'oro in denaro.

    1 tonnellata di ferro

    =

    2 once d'oro,

    1 quarter di grano

    =

    1 oncia d'oro,

    1 quintale di caffè

    =

    1/4 oncia d'oro,

    1 quintale di soda

    =

    1/2 oncia d'oro,

    1 tonnellata di legno brasiliano

    =

    1 1/2 once d'oro,

    Y merce

    =

    X once d'oro.

    In questa serie di equazioni, il ferro, il grano, il caffè, la soda, ecc. appaiono l'uno all'altro come materializzazione di lavoro uniforme, cioè di lavoro materializzato in oro, lavoro in cui siano cancellate in pieno tutte le particolarità dei reali lavori, rappresentati nei loro differenti valori d'uso. Come valore sono identiche, sono materializzazione del medesimo lavoro, ossia sono la medesima materializzazione del lavoro, oro. Come materializzazione uniforme dello stesso lavoro manifestano una sola differenza, di carattere quantitativo, ossia appaiono come grandezze di valore differenti, poichè nei loro valori d'uso è contenuto un tempo di lavoro disuguale. Come tali singole merci, esse sono in rapporto fra di loro anche come oggettivazione del tempo di lavoro generale, riferendosi al tempo di lavoro generale come a una merce esclusa, all'oro. Quella stessa relazione progressiva per la quale si presentano come valori di scambio l'uno per l'altro, esprime il tempo di lavoro contenuto nell'oro come tempo di lavoro generale, di cui un dato quantitativo si esprime in quantità differenti di ferro, grano, caffè, ecc., in breve, nei valori d'uso di tutte le merci, ossia si svolge direttamente nella serie infinita degli equivalenti-merci. Le merci esprimendo generalmente i propri valori di scambio in oro, l'oro esprime il proprio valore di scambio direttamente in tutte le merci. Le merci, dandosi reciprocamente la forma del valore di scambio, dànno all'oro la forma dell'equivalente generale ossia del denaro.

    Poichè tutte le merci misurano in oro i propri valori di scambio nella proporzione in cui una determinata quantità d'oro e una determinata quantità di merce contengono la medesima quantità di tempo di lavoro, l'oro diventa la misura dei valori; e in un primo momento è soltanto per questa sua definizione di misura dei valori per la quale il suo valore si misura direttamente nella cerchia complessiva degli equivalenti-merci, che l'oro diventa equivalente generale ossia denaro. D'altra parte, il valore di scambio di tutte le merci si esprime ora in oro. E in questa espressione occorre distinguere un elemento qualitativo e un elemento quantitativo. Il valore di scambio delle merci esiste come materializzazione di un medesimo e uniforme tempo di lavoro; la grandezza di valore della merce è rappresentata in modo esauriente poichè le merci sono equiparate l'una all'altra nella proporzione in cui si sono equiparate all'oro. Da un lato appare il carattere generale del tempo di lavoro contenuto in esse, dall'altro appare la quantità di questo nel suo equivalente aureo. Il valore di scambio delle merci, espresso in tal modo come equivalenza generale e allo stesso tempo come grado di questa equivalenza in una merce specifica, oppure in un'unica equazione fra le merci e una merce specifica, è il prezzo. Il prezzo è la forma mutata nella quale appare il valore di scambio delle merci in seno al processo di circolazione.

    Quindi, mediante il medesimo processo con cui esprimono i propri valori come prezzi in oro, le merci esprimono l'oro come misura dei valori e perciò come denaro. Se misurassero generalmente i propri valori in argento o grano o rame, e quindi li esprimessero come prezzi in argento, grano o rame, l'argento, il grano, il rame diventerebbero misura dei valori e con ciò diventerebbero equivalente generale. Per apparire come prezzi nella circolazione, le merci, rispetto alla circolazione, sono presupposte come valori di scambio. L'oro diventa misura dei valori soltanto perchè tutte le merci stimano il proprio valore di scambio in esso oro. La generalità di questo riferimento progressivo, dalla quale soltanto nasce il suo carattere di misura, presuppone però che ogni singola merce si misuri in oro in proporzione del tempo di lavoro contenuto in entrambi, che quindi misura reale fra merce e oro sia il lavoro stesso, ossia che merce e oro siano equiparati l'una all'altro come valori di scambio attraverso il diretto commercio di scambio. Come avvenga praticamente questa equiparazione non potrà essere discusso nella sfera della circolazione semplice. Ma è chiaro per lo meno che, in paesi produttori di oro e argento, un determinato tempo di lavoro si incorpora direttamente in una determinata quantità di oro e di argento, mentre in paesi che non siano produttori di oro e argento, questo stesso risultato viene raggiunto per via traversa, mediante lo scambio diretto o indiretto delle merci del paese, ossia di una determinata porzione del lavoro medio nazionale, con una determinata quantità del tempo di lavoro materializzato in oro e argento dei paesi possessori di miniere. Per poter servire da misura dei valori, l'oro deve essere virtualmente un valore variabile perchè soltanto come materializzazione del tempo di lavoro può diventare l'equivalente di altre merci, e perchè uno stesso tempo di lavoro si realizza però, variando le forze produttive del lavoro reale, in volumi ineguali dei medesimi valori d'uso. Come per l'espressione del valore di scambio di ogni merce nel valore d'uso di altra merce, così, nella valutazione di tutte le merci in oro, è semplicemente presupposto che l'oro in un dato momento esprima una data quantità di tempo di lavoro. Rispetto alla variazione del suo valore vale la legge dei valori di scambio che abbiamo svolta sopra. Se il valore di scambio delle merci rimane invariato, un aumento generale dei loro prezzi in oro sarà possibile soltanto se diminuirà il valore di scambio dell'oro. Se il valore di scambio dell'oro rimane invariato, un aumento generale dei prezzi in oro sarà possibile soltanto se aumenteranno i valori di scambio di tutte le merci. Il contrario accade nel caso di una diminuzione generale dei prezzi delle merci. Se il valore di un'oncia d'oro diminuisce o aumenta a causa di una variazione del tempo di lavoro richiesto per la sua produzione, il suo valore diminuirà o aumenterà uniformemente per tutte le altre merci, rappresenterà perciò ora come prima per tutte le merci un tempo di lavoro di grandezza data. Valori di scambio uguali si stimano ora in quantità d'oro maggiori o minori di prima, ma si stimano in proporzione delle loro grandezze di valore, essi conservano quindi l'uno rispetto all'altro la stessa proporzione di valore. La proporzione 2:4:8 rimane uguale a quella di 1:2:4 o 4:8:16. La mutata quantità d'oro in cui i valori di scambio si stimano con un valore-oro mutante, non impedisce la funzione dell'oro come misura dei valori, come il valore dell'argento, quindici volte minore di quello dell'oro, non impedisce all'argento di soppiantare l'oro in questa sua funzione. Siccome il tempo di lavoro è la misura fra oro e merce, e siccome l'oro diventa misura dei valori soltanto in quanto tutte le merci si misurano in esso, si tratta di semplice apparenza del processo di circolazione, se il denaro sembra rendere commensurabili le merci. E' invece semplicemente la commensurabilità delle merci quale tempo di lavoro oggettivato che rende l'oro denaro.

    La figura reale con cui le merci entrano nel processo di scambio è quella dei loro valori d'uso. Reale equivalente generale esse diventeranno soltanto mediante la loro alienazione. La determinazione del loro prezzo è la loro trasformazione meramente ideale nell'equivalente generale, equazione con l'oro che è ancora da realizzarsi. Ma siccome le merci, nei loro prezzi, sono trasformate in oro solo idealmente ossia in oro puramente immaginario, e siccome il loro essere denaro non è ancora realmente separato dal loro essere reale, l'oro ancora non è trasformato che in denaro ideale, è ancora semplice misura dei valori, e determinate quantità d'oro funzionano ancora, in realtà, semplicemente come denominazioni per determinate quantità di tempo di lavoro. Dal modo determinato in cui le merci esprimono l'una per l'altra il proprio valore di scambio, dipenderà ogni volta la determinatezza formale in cui l'oro si cristallizza come denaro.

    Le merci si contrappongono ora come duplici esistenze, realmente come valori d'uso, idealmente come valori di scambio. La duplice forma del lavoro contenuto in esse, la esprimono ora l'una per l'altra mediante la reale presenza del lavoro particolarmente reale quale loro valore d'uso, mentre il tempo di lavoro astratto generale acquisisce nel loro prezzo una presenza immaginaria, nella quale le merci sono materializzazioni uniformi e solo quantitativamente differenti di una medesima sostanza di valore.

    La differenza fra valore di scambio e prezzo appare da un lato come differenza soltanto nominale, così come Adam Smith dice che il lavoro è il prezzo reale delle merci e il denaro ne è il prezzo nominale. Invece di stimare un quarter di grano trenta giornate lavorative, ora lo si stima un'oncia di oro, qualora un'oncia d'oro sia il prodotto di trenta giornate lavorative. D'altra parte, la differenza è tanto poco una semplice differenza nominale che in essa sono concentrate invece tutte le intemperie che minacciano la merce nel reale processo di circolazione. Trenta giornate lavorative sono contenute nel quarter di grano ed esso non dovrà quindi essere espresso prima in tempo di lavoro. Ma l'oro è una merce diversa dal grano, e nella circolazione soltanto potrà effettivamente risultate se il quarter di grano diventa realmente un'oncia d'oro, come è stato anticipato nel suo prezzo. Questo dipenderà dal fatto che il quarter di grano si affermi o meno come valore d'uso, che la quantità di tempo di lavoro in esso contenuta si affermi o meno come la quantità di tempo di lavoro richiesta dalla società come necessaria per la produzione di un quarter di grano. La merce come tale è valore di scambio, ha un prezzo. In questa differenza fra valore di scambio e prezzo si vede che il lavoro individuale particolare, contenuto nella merce, deve essere espresso soltanto mediante il processo dell'alienazione come il proprio opposto, come lavoro privo di individualità, astrattamente generale, e sociale solo in questa forma, ossia come denaro. Sembra dipendere dal caso che il lavoro sia suscettibile di tale espressione o no. Quindi, sebbene il valore di scambio della merce acquisisca nel prezzo solo idealmente un'esistenza distinta dalla merce, e sebbene la duplice esistenza del lavoro in essa contenuto esista ormai soltanto come diverso modo di espressione, e d'altra parte la materializzazione del tempo di lavoro generale, l'oro, si contrapponga ormai alla merce reale solo come misura di valore immaginaria, nell'esistenza del valore di scambio come prezzo, o dell'oro come misura di valore, è contenuta in via latente la necessità dell'alienazione della merce in cambio di oro sonante, la possibilità della sua non-alienazione, in breve è contenuta in modo latente l'intera contraddizione; questa deriva dal fatto che il prodotto è merce, ossia che il lavoro particolare del singolo individuo, per avere effetto sociale deve esprimersi come il proprio immediato opposto, come lavoro astrattamente generale. Gli utopisti che vogliono la merce, ma non il denaro, che vogliono la produzione basata sullo scambio privato senza le condizioni necessarie di questa produzione, sono perciò coerenti quando "distruggono" il denaro, non soltanto nella sua forma tangibile, bensì già nella sua forma aerea ed arzigogolata di misura dei valori. Nella misura indivisibile dei valori sta in agguato la dura moneta.

    Presupposto il processo pel quale l'oro è diventato la misura dei valori, e il valore di scambio è diventato prezzo, tutte le merci nei loro prezzi ormai non sono che immaginarie quantità d'oro di grandezza diversa. In quanto tali quantità diverse di una medesima cosa, dell'oro, le merci si assomigliano, si raffrontano e si misurano l'una con l'altra, e in tal modo si sviluppa tecnicamente la necessità di riferirle a una determinata quantità d'oro come unità di misura, la quale è bene sviluppata ulteriormente fino a diventare una scala di misura mediante la sua suddivisione in parti aliquote e la suddivisione di queste, a loro volta, in altre parti aliquote. Ma le quantità d'oro come tali si misurano mediante il peso. La scala delle misure si trova quindi già presente nelle misure generali dei pesi dei metalli che in ogni circolazione metallica servono quindi realmente in origine da misure dei prezzi. Le merci non riferendosi più l'una all'altra come valori di scambio da misurarsi mediante il tempo di lavoro, bensì come grandezze di uguale denominazione, misurate in oro, l'oro da misura dei valori si trasforma in scala dei prezzi. Il confronto dei prezzi delle merci fra di loro come quantità diverse d'oro si cristallizza in tal modo nelle figurazioni che sono iscritte in una quantità immaginaria di oro e esprimono questa come scala di parti aliquote. L'oro, come misura dei valori e come scala di misura dei prezzi, ha una determinatezza formale del tutto distinta, e lo scambiare l'una con l'altra ha provocato il sorgere delle teorie più pazzesche. Misura dei valori l'oro è in quanto tempo di lavoro oggettivato, scala di misura dei prezzi l'oro è in quanto sia un determinato peso metallico. Misura dei valori l'oro diventa quando, come valore di scambio, è riferito alle merci come valori di scambio; nella scala di misura dei prezzi una determinata quantità di oro serve come unità per altre quantità d'oro. L'oro è misura di valore perchè il suo valore è variabile; è scala di misura dei prezzi perchè è fissato come unità di peso invariabile. Qui, come in tutte le determinazioni di misura di grandezze di uguale denominazione, la fissità e la determinatezza delle proporzioni di misura diventano decisive. La necessità di fissare una quantità d'oro come unità di misura e di fissare parti aliquote come suddivisioni di quest'unità, ha fatto nascere l'idea che una determinata quantità d'oro, che naturalmente ha valore variabile, sarebbe messa in un rapporto fisso di valore nei confronti dei valori di scambio delle merci; dicendo questo ci si dimentica però che i valori di scambio delle merci sono trasformati in prezzi, in quantità d'oro, prima che l'oro si sviluppi come scala di misura dei prezzi. Comunque varii il valore dell'oro, quantità diverse d'oro rappresentano l'una nei confronti dell'altra sempre lo stesso rapporto di valore. Se il valore dell'oro diminuisse del mille per cento, dodici once d'oro avrebbero pur sempre un valore dodici volte maggiore di quello di un'oncia d'oro, e nei prezzi si tratta soltanto del rapporto reciproco fra quantità di oro diverse. D'altra parte, siccome un'oncia d'oro non cambia affatto il proprio peso con la diminuzione o con l'aumento del proprio valore, non cambia nemmeno il peso delle sue parti aliquote, e in tal modo l'oro come scala fissa di misura dei prezzi compie sempre lo stesso servizio per quanto varii il suo valore.

    A un processo storico che spiegheremo più avanti risalendo alla natura della circolazione metallica, dobbiamo il fatto che per un peso costantemente variante e discendente di metalli nobili, nella loro funzione di scala di misura dei prezzi, venisse conservata la stessa denominazione di peso. Così la lira sterlina inglese esprime meno di un terzo del suo peso originario, la lira sterlina scozzese anteriore a l'Unione designa ora soltanto 1/36, la livre francese 1/74, il maravedi spagnuolo meno di 1/1000, il re portoghese designa una proporzione di gran lunga minore di quest'ultima. Così le denominazioni monetarie dei pesi metallici si sono scisse storicamente dalle loro denominazioni generali di peso. Siccome da una parte la determinazione dell'unità di misura, delle sue parti aliquote e delle loro denominazioni, è puramente convenzionale, e d'altra parte essa deve avere entro la circolazione il carattere della generalità e della necessità, essa dovette diventare determinazione legale. L'operazione puramente formale toccò quindi ai governi.

    Il metallo determinato che serviva da materiale del denaro era dato socialmente. In paesi diversi la scala di misura legale dei prezzi è naturalmente diversa. In Inghilterra p. es. l'oncia come peso metallico è suddivisa in pennyweights, grains e carats troy, ma l'oncia d'oro come unità di misura del denaro è suddivisa in 3 7/8 di sovereigns, il sovereign in venti scellini, lo scellino in dodici pence, così che cento sterline in oro a ventidue carati (1.200 once) sono pari a 4.672 sovereigns e dieci scellini. Sul mercato mondiale, tuttavia, dove scompaiono i confini nazionali questi caratteri nazionali delle misure del denaro scompaiono nuovamente e cedono il posto alle misure di peso generali dei metalli.

    Il prezzo di una merce, ossia la quantità d'oro in cui è idealmente trasformata, si esprime quindi ora nelle denominazioni monetarie della scala di misura dell'oro. Perciò, invece di dire che il quarter di grano è pari a un'oncia d'oro, in Inghilterra si direbbe che è pari a 3 lire sterline 17 scellini 10 1/2 pence. Tutti i prezzi si esprimono in tal modo nella stessa denominazione. La forma peculiare che le merci conferiscono al proprio valore di scambio è mutata in denominazioni monetarie con cui si dicono l'una all'altra quanto valgono. Il denaro a sua volta diventa moneta di conto.

    La trasformazione della merce in moneta di conto, fatta mentalmente, sulla carta, a voce, avviene tutte le volte che una qualsiasi specie di ricchezza viene fissata dal punto di vista del valore di scambio. Per questa trasformazione occorre il materiale dell'oro, ma soltanto come materiale immaginario. Per stimare il valore di mille balle di cotone in un determinato numero di once d'oro e per esprimere questo numero d'once a sua volta nelle denominazioni di conto dell'oncia, in lire sterline, scellini, pence, non occorre neanche un atomo di oro reale. Così, in Scozia prima delle leggi bancarie emanate da Sir Robert Peel nel 1845, non circolava alcuna oncia d'oro, benchè l'oncia d'oro, espressa come misura di conto inglese in 3 lire sterline 17 scellini 10 1/2 pence, servisse da misura legale dei prezzi. Così, l'argento serve da misura dei prezzi nello scambio delle merci fra Siberia e Cina, benchè il commercio sia in realtà commercio di scambio e nient'altro. E' quindi indifferente per il denaro come moneta di conto che la sua stessa unità di misura o le suddivisioni di questa siano realmente coniate. In Inghilterra, all'epoca di Guglielmo il Conquistatore, esistevano 1 lira sterlina, allora 1 libbra di argento puro, e lo scellino, 1/20 di una libbra, soltanto come moneta di conto, mentre il penny, 1/240 di libbra d'argento, era la moneta d'argento più grande che esistesse. Viceversa, nell'Inghilterra d'oggi, non esistono scellini e pence benchè siano denominazioni di conto legali per parti determinate di un'oncia d'oro. Il denaro come moneta di conto può in genere esistere solo idealmente, mentre il denaro esistente realmente è coniato secondo tutt'altra scala di misura. Così, in molte colonie inglesi dell'America del Nord fino al secolo XVIII inoltrato il denaro circolante consisteva di monete spagnuole e portoghesi, mentre la moneta di conto era dappettutto la stessa che si aveva in Inghilterra.

    Siccome l'oro, come scala di misura dei prezzi, si presenta nelle stesse denominazioni di conto dei prezzi delle merci, e dunque un'oncia d'oro è espressa in 3 lire sterline 17 scellini 10 1/2 pence, proprio come lo è una tonnellata di ferro, queste sue denominazioni di conto si sono chiamate il suo prezzo monetario. Perciò è nata la strana idea che l'oro sia stimato nel suo proprio materiale, e che riceva un prezzo fisso, a differenza di tutte le altre merci, per ragioni di Stato. La fissazione di denominazioni di conto per determinati pesi d'oro si riteneva erroneamente fosse la fissazione del valore di questi pesi. L'oro, là dove serve da elemento della determinazione del prezzo e quindi da moneta di conto, non soltanto non ha un prezzo fisso, ma in generale non ha prezzo alcuno. Per avere un prezzo, cioè per esprimersi come equivalente generale in una merce specifica, quest'altra merce dovrebbe avere nel processo di circolazione quella stessa funzione esclusiva che vi ha l'oro. Ma due merci che escludano tutte le altre merci si escludono a vicenda. Perciò, là dove l'oro e l'argento esistono l'uno accanto all'altro, legalmente, come denaro, cioè come misura del valore, si è sempre compiuto il vano tentativo di trattarli come una sola e medesima materia. Presupposto che il medesimo tempo di lavoro si oggettivi immutabilmente nella medesima proporzione di argento e oro, in realtà è presupposto che l'argento e l'oro siano la medesima materia, e che l'argento, metallo meno pregiato, sia una frazione invariabile di oro. Dal regno di Edoardo III all'epoca di Giorgio II, la storia delle finanze inglesi si smarrisce in una continua serie di perturbazioni derivanti dalla collisione fra la fissazione legale del rapporto di valore fra l'oro e l'argento e le reali oscillazioni del loro valore.Ora si stimava troppo alto l'oro, ora l'argento. Il metallo stimato troppo poco veniva sottratto alla circolazione, fuso ed esportato. Il rapporto di valore fra i due metalli veniva poi modificato di nuovo legalmente, ma il nuovo valore nominale ben presto entrava in conflitto con il rapporto reale del valore, come era accaduto per quello vecchio. Nell'epoca nostra, la lievissima e passeggera caduta del valore dell'oro in confronto a quello dell'argento, dovuto alla domanda d'argento da parte dell'India e della Cina, ha prodotto su scala massima quello stesso fenomeno in Francia, esportazione dell'argento e sua cacciata dalla circolazione da parte dell'oro. Durante gli anni, 1855, 1856, 1857 l'eccedenza dell'importazione di oro nei confronti dell'esportazione ammontava in Francia a 41.580.000 lire sterline, mentre l'eccedenza dell'esportazione d'argento nei confronti dell'importazione era di lire sterline 14.704.000. Infatti, in paesi come la Francia, nei quali tutte e due i metalli sono per legge misura di valore e devono essere accettati in pagamento entrambi, ma ognuno può a suo piacere pagare nell'uno o nell'altro dei due metalli, il metallo che aumenta di valore gode di un aggio e misura, come ogni altra merce, il proprio valore nel metallo sopravvalutato, mentre quest'ultimo soltanto serve da misura di valore. Tutte le esperienze storiche si riducono in questo campo al semplice fatto che là dove per legge due merci hanno la funzione di misura di valore, di fatto è sempre una sola che riesce a mantenersi.

     

  3. Teorie sull'unità di misura del denaro

 

Il fatto che le merci come prezzi sono trasformate in oro solo idealmente e quindi l'oro è trasformato solo idealmente in denaro, ha dato origine alla teoria della unità di misura ideale del denaro. Siccome nella determinazione del prezzo funzionano solo oro o argento immaginari, e l'oro e l'argento funzionano solo come moneta di conto, è stato affermato che le denominazioni di sterlina, scellino, pence, tallero, franco, ecc., invece di disegnare parti di peso d'oro o d'argento o un lavoro oggettivato comunque sia, designano piuttosto atomi ideali di valore. Perciò, se p. es. il valore di un'oncia d'argento aumentasse, essa conterrebbe un maggior numero di questi atomi e dovrebbe quindi essere calcolata e coniata in un maggior numero di scellini. Questa dottrina, riaffermata durante l'ultima crisi commerciale inglese e perfino presentata in parlamento da due rapporti particolari acclusi al rapporto del comitato bancario riunito nel 1858, risale alla fine del secolo XVII. All'epoca dell'avvento al trono di Guglielmo III il prezzo della moneta inglese corrispondente a un'oncia d'argento ammontava a 5 scellini 2 pence, ossia 1/62 di un'oncia di argento era chiamato penny e 12 di questi pence erano chiamati scellino. Secondo questa scala di misura un peso d'argento di 6 once, p. es., veniva monetato in 31 pezzi dal nome di scellino. Il prezzo di mercato dell'oncia d'argento saliva però al di sopra del suo prezzo monetario, da 5 scellini e 2 pence a 6 scellini 3 pence, ossia per comprare un'oncia di argento grezzo bisognava dare 6 scellini e 3 pence. Com'era possibile che il prezzo di mercato di un'oncia d'argento salisse al di sopra del suo prezzo monetario se quest'ultimo era semplicemente la denominazione di conto per parti aliquote di un'oncia d'argento? Ma l'enigma si risolse con semplicità. Delle 5.600.000 lire sterline di moneta argentea allora in circolazione, quattro milioni erano logori e limati. Risultò a una prova che 57.200 lire sterline in argento, che avrebbero dovuto pesare 220.000 once, ne pesavano soltanto 141 mila. La zecca coniava sempre secondo la stessa misura, ma gli scellini leggeri, realmente circolanti, rappresentavano parti aliquote dell'oncia minori di quel che pretendesse la loro denominazione. Un quantitativo piuttosto notevole di questi scellini rimpiccioliti dovette quindi essere pagato sul mercato per un'oncia di argento grezzo. Quando, in seguito alla perturbazione così sorta, fu decisa una monetazione generale nuova, Lowndes, il secretary to the treasury, sostenne che il valore dell'oncia d'argento era aumentato e che quindi in avvenire l'oncia d'argento doveva essere monetata in 6 scellini 3 pence invece che in 5 scellini 2 pence, come si faceva prima. Di fatto sosteneva dunque che, essendo aumentato il valore dell'oncia, era diminuito il valore delle sue parti aliquote. Ma la sua falsa teoria era un semplice coonestamento di un giusto scopo pratico. I debiti dello Stato erano contratti in scellini leggeri, dovevano forse essere ripagati in scellini pesanti? Invece di dire, ripagate 4 once d'argento là dove avete ricevuto 5 once nominalmente ma in realtà soltanto 4, egli diceva viceversa: ripagate nominalmente 5 once, ma riducetele a 4 once, secondo il contenuto metallico, e chiamate scellino quello che prima chiamavate 4/5 di scellino.