ELOGIO ALLA FOLLIA , Erasmo
Alcuni giorni fa, tornando
dall'Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che
dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e
godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i
primi che mi sono tornati alla mente c'eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano
il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta
intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia
vita.
Visto, dunque, che ritenevo
di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una
meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della
Follia.
"Ma
quale capriccio di Pallade - ti chiederai - ti ha ispirato un'idea del genere?"
In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto
tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo
inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di
solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e
di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di
Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d'ingegno tu sia tanto lontano
dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare
familiarmente con uomini d'ogni genere, traendone anche godimento.
Quindi, non solo accoglierai
di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico,
ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene
più: è tuo.
E'
probabile, infatti, che non mancheranno voci rissose di calunniatori ad accusare
i miei scherzi, ora di una futilità sconveniente per un teologo, ora di un tono
troppo pungente per la mansuetudine cristiana; e grideranno che prendo a modello
la commedia antica e Luciano, mordendo tutto senza lasciare scampo. Vorrei però
che quanti si sentono offesi dalla scherzosa levità del mio tema, si rendessero
conto che non sono l'inventore del genere, e che già nel passato molti grandi
autori hanno fatto lo stesso. Tanti secoli fa, Omero cantò per scherzo "la
guerra dei topi con le rane", Virgilio la zanzara e la focaccia, Ovidio la noce.
Policrate incorrendo nelle critiche di Ippocrate fece l'elogio di Busiride,
Glaucone quello dell'ingiustizia, Favorino di Tersite, della febbre quartana,
Sinesio della calvizie, Luciano della mosca e dell'arte del parassita. Sono
scherzi l'apoteosi di Claudio scritta da Seneca, il dialogo fra Grillo e Ulisse
di Plutarco, l'asino di Luciano e di Apuleio, e il testamento - di cui ignoro
l'autore - del porcello Grunnio Corocotta menzionato anche da san Girolamo.
Lasciamo perciò che certa gente, se crede, vada fantasticando che, per svago, a
volte, ho giocato a scacchi, o, se preferisce, che sono andato a cavallo di un
lungo bastone. Certo, è una bella ingiustizia concedere a ogni genere di vita i
suoi svaghi, e non consentirne proprio nessuno ai letterari, soprattutto poi
quando gli scherzi portano a cose serie, e gli argomenti giocosi sono trattati
in modo che un lettore non del tutto privo di senno può trarne maggior profitto
che non da tante austere e pompose trattazioni. Come quando con mucchi di parole
si tessono le lodi della retorica o della filosofia, o si fa l'elogio di un
principe, o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre qualcuno predice il
futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina. In realtà, come niente è
più frivolo che trattare in modo frivolo cose serie, così niente è più gradevole
che trattare argomenti leggeri in modo da dare l'impressione di non avere
affatto scherzato. Di me giudicheranno gli altri; eppure se la presunzione non
mi accieca completamente, ho fatto sì l'elogio della Follia, ma non certo da
folle. Quanto poi all'accusa di spirito mordace, rispondo che si è sempre
concessa agli scrittori la libertà d'esercitare impunemente la satira sul comune
comportamento degli uomini, purché non diventasse attacco rabbioso. Per questo
mi meraviglia tanto di più la delicatezza delle orecchie d'oggi, che riescono a
sopportare ormai solo titoli solenni. In taluni, anzi, trovi una religione così
distorta che passano sopra alle più gravi offese a Cristo prima che alla minima
battuta ironica sul conto di un pontefice o di un principe, soprattutto poi se
entrano in gioco i loro privati interessi. D'altra parte, uno che critica il
modo di vivere degli uomini così da evitare del tutto ogni accusa personale, si
presenta come uno che morde, o non, piuttosto, come chi ammaestra ed educa? E,
di grazia, non investo anche me stesso con tanti appellativi poco lusinghieri?
Aggiungi che, chi non risparmia le sue critiche a nessun genere di uomini,
dimostra di non avercela con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se,
dunque, ci sarà qualcuno che si lamenterà d'essere offeso, sarà segno di cattiva
coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto più libere e
mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo
non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque
lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto
che l'offesa. né ho seguito l'esempio di Giovenale: non ho mai smosso l'oscuro
fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che
le turpitudini. Se poi c'è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi
almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola
introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire
queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche
cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua
Morìa.
dalla campagna, 9 giugno 1508.
Elogio della Follia
Parla la Follia.
1.
Qualsiasi cosa dicano di me i mortali - non ignoro, infatti, quanto la Follia
sia portata per bocca anche dai più folli - tuttavia, ecco qui la prova decisiva
che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli Dèi e gli uomini. Non appena
mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti
i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D'improvviso le
vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una risata così lieta
e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque parte mi giri, mi sembrate
ebbri del nettare misto a nepènte degli Dèi d'Omero, mentre prima sedevate cupi
e ansiosi come se foste tornati allora dall'antro di Trofonio. Appena mi avete
notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo
sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un crudo inverno,
all'inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e tutte le cose
mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e tornano a vivere visibilmente
un'altra giovinezza. Così col mio solo presentarmi sono riuscita a ottenere
subito quello che oratori, peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e
lungamente meditata orazione.
2.
perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra
poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell'orecchio,
certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in
piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell'orecchio che il famoso Mida, un tempo,
dedicò alle parole di Pan. Mi è venuta infatti voglia d'incarnare con voi per un
po' il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che oggi
riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli a risse
verbali senza fine, degne di donne pettegole. Io imiterò quegli antichi che per
evitare l'impopolare appellativo di sapienti, preferirono essere chiamati
sofisti. Il loro proposito era di celebrare con encomi gli Dèi e gli eroi.
Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l'elogio
della Follia.
3.
Certamente, io non faccio alcun conto di quei sapientoni che vanno blaterando
dell'estrema dissennatezza e tracotanza di chi si loda da sé. Sia pure folle
quanto vogliono; dovranno riconoscerne la coerenza. Che cosa c'è, infatti, di
più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi meglio di me potrebbe
descrivermi? a meno che non si dia il caso che a qualcuno io sia più nota che a
me stessa. D'altra parte io trovo questo sistema più modesto, e non di poco, di
quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per
una falsa modestia, subornano qualche retore adulatore, o un poeta dedito al
vaniloquio, e lo pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di
bugie. Così il nostro fiore di pudicizia drizza le penne come un pavone, alza la
cresta, mentre lo sfacciato adulatore lo va paragonando, lui che è un
pover'uomo, agli Dèi, e lo propone quale modello assoluto di virtù, lui che da
quel modello sa di essere lontanissimo. Insomma, veste la cornacchia con le
penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una mosca fa un elefante. Io
invece seguo quel vecchio detto popolare secondo il quale, chi non trova un
altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da sé.
Ora, tuttavia, devo
esprimere la mia meraviglia per l'ingratitudine, o, come dire?, per
l'indifferenza dei mortali. Tutti mi fanno la corte e riconoscono di buon grado
i miei benefici, eppure, in tanti secoli, non si è trovato nessuno che desse
voce alla gratitudine con un discorso in lode della Follia, mentre non è mancato
chi con lodi elaborate ed acconce, e con grande spreco di olio e di sonno, ha
tessuto l'elogio di Busiride, di Falaride, della febbre quartana, delle mosche,
della calvizie, e di altri flagelli del genere.
4.
Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma tanto più vero.
Non vorrei però che lo riteneste composto per farvi vedere quanto sono brava,
come usa il branco dei retori. Costoro, come sapete, di un'orazione su cui hanno
sudato trenta lunghi anni - e qualche volta l'ha fatta un altro - giurano che
l'hanno buttata giù, e magari dettata, in tre giorni, quasi per svago. A me,
invece, è sempre piaciuto moltissimo dire tutto quello che mi salta in
mente.
Nessuno, perciò, si aspetti
da me che, secondo il costume di codesti oratori da strapazzo, definisca la mia
essenza, e tanto meno che la distingua analizzandola. Sono infatti cose di
malaugurio, sia porre dei confini a colei il cui potere è sconfinato, sia
introdurre delle divisioni in lei, il cui culto è oggetto di così universale
consenso. D'altra parte perché una definizione, che sarebbe quasi un'ombra e
un'immagine, quando potete vedermi con i vostri occhi?
5.
Sono come mi vedete, quell'autentica dispensatrice di beni che i Latini chiamano
Stulticia e i Greci Morìa.
Che
bisogno c'era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non bastasse, come
dice la gente, a mostrare chi sono? come se, pretendendo qualcuno ch'io sia
Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il mio sguardo, che, senza bisogno di
parole, è lo specchio più schietto dell'animo. Da me è lontano ogni trucco; non
simulo in volto una cosa, mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto
sono a tal punto inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno quelli
che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro
come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del leone.
Eppure, per accorti che siano nel fingere, le orecchie di Mida, spuntando fuori
da qualche parte, li tradiscono. Ingrati, per Ercole, sono anche quelli che,
appartenendo in pieno alla mia parte, si vergognano a tal segno di fronte alla
gente del mio nome, che lo attribuiscono genericamente agli altri come un grave
insulto. Essendo in realtà costoro pazzi da legare proprio quando vogliono
sembrare sapienti come Talete, potremo senz'altro chiamarli a buon diritto
MORO-SOFI.
6.
Anche in questo, infatti, intendo imitare i retori del nostro tempo, che si
credono proprio degli Dèi se, a mo' delle sanguisughe, mostrano due lingue, e
considerano una grande impresa inserire nel discorso latino, come in un
intarsio, qualche paroletta greca, che magari era proprio fuori posto. Se poi
fanno loro difetto termini esotici, tirano fuori da pergamene ammuffite quattro
o cinque termini arcaici con cui rendere oscuro il testo al lettore. Così chi
riesce a capire è più soddisfatto di sé, e chi non capisce ammira tanto di più
quanto meno capisce. Tra gli eletti piaceri dei nostri contemporanei, infatti,
c'è anche questo: esaltare tanto di più una cosa, quanto più è straniera. I più
ambiziosi ridono e applaudono e, come gli asini, muovono le orecchie, dando ad
intendere agli altri di avere capito tutto. E' proprio così. Ritorno
all'argomento.
7.
Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò? Quale, se non
Arcifolli? Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia
chiamare i suoi iniziati? Ma poiché non a molti sono ugualmente noti i miei
maggiori, con l'aiuto delle Muse tenterò di parlarne.
Non
il Caos, né l'Orco, né Saturno, né Giapeto, né alcun altro di questi Dèi
decrepiti e fuori moda, fu mio padre, ma Pluto lui solo, [il dio della
ricchezza], padre degli uomini e degli Dèi, con buona pace di Esiodo, di Omero e
dello stesso Giove. Un suo cenno, ora come sempre, mette sottosopra cielo e
terra. Il suo arbitrio decide della guerra e della pace, degli imperi, dei
consigli, dei giudizi, dei comizi, dei matrimoni, dei trattati, delle alleanze,
delle leggi, delle arti, delle cose scherzose e di quelle serie; da lui
dipendono tutti gli affari pubblici e privati degli uomini. Senza il suo aiuto,
tutta la folla degli Dèi, dei poeti, e, oserò dire, perfino le stesse divinità
maggiori, o non esisterebbero, o vivacchierebbero alla meglio, di briciole. Chi
incorre nella sua ira, neppure Pallade potrebbe aiutarlo. Chi, invece, ne gode
il favore, potrebbe trarre in catene lo stesso Giove col suo fulmine. Di tale
padre io mi glorio. E questo padre non mi generò dal suo cervello, come Giove la
fosca e crudele Pallade, ma dalla ninfa Neotete [la Giovinezza], di tutte la più
graziosa e lieta. E non mi generò nell'uggioso vincolo del matrimonio - in cui
nacque il famoso fabbro zoppo ma, ed è molto più dolce, in un amplesso d'amore,
come dice il nostro Omero. né, a scanso d'equivoci, mi generò quel Pluto di
Aristofane, già mezzo morto e già cieco, ma quello in pieno vigore, fervente di
giovinezza, e non solo di giovinezza, ebbro soprattutto di schietto nettare che
aveva generosamente bevuto al banchetto degli Dèi.
8.
Se poi volete anche sapere dove sono nata, visto che oggi nel valutare il grado
di nobiltà attribuiscono la massima importanza al luogo dove si sono messi fuori
i primi vagiti: ebbene, io non sono nata nell'errante Delo, non tra i flutti del
mare, non in grotte profonde, ma proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto
cresce senza seme né aratro. Là non esiste fatica, vecchiaia, malattie; nei
campi non asfodeli, malva, squilla, lupini o fave, e simili piante da poco.
Da
ogni parte ti accarezzano gli occhi e il naso moly, panacea, nepènte,
maggiorana, ambrosia, loto, rose, viole, giacinti - i giardini d'Adone. Nata fra
queste delizie, non ho cominciato la vita nel pianto; subito ho sorriso
dolcemente a mia madre.
Al
sommo figlio di Crono non invidio la capretta nutrice; ad allattarmi con le loro
mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l'Ebbrezza, figlia di Bacco, e
Apedia l'Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete qui con me, nel gruppo di tutte le
altre mie compagne e seguaci, delle quali se, per Ercole, vorrete sapere i nomi,
da me li sentirete solo in greco.
9.
Quella che vedete con le sopracciglia inarcate è senz'altro Filautia; quella che
sembra ridere con gli occhi, e che batte le mani, è Colacìa; quella mezza
addormentata e vinta dal sonno si chiama Lete; quella appoggiata sui gomiti e
con le mani intrecciate si chiama Misoponia; l'altra, cinta da un serto di rose,
e tutta cosparsa di profumi, Hedonè; Anoia questa, dai mobili sguardi lascivi.
Quella dalla pelle splendente e dal corpo rigoglioso si chiama Trufè. Tra le
fanciulle potete vedere anche due Dèi: Como e Ipno, il dio del sonno profondo.
Col fedele aiuto di questa mia corte io signoreggio su tutte le cose, e sono
sovrana degli stessi sovrani.
10.
Vi ho detto origine, educazione, compagni. Ora, perché a qualcuno non paia senza
fondamento la mia pretesa al titolo di dea, drizzate le orecchie e ascoltate di
quanta utilità io sia agli Dèi e agli uomini, e quanto si estenda il mio potere.
Se, infatti, non senza saggezza qualcuno ha scritto che essere un dio proprio
questo significa: giovare ai mortali; se a buon diritto sono stati accolti nel
consesso degli Dèi coloro ai quali i mortali debbono il vino, il grano, e simili
beni; perché io non dovrei a buon diritto essere ritenuta e proclamata l'alfa
degli Dèi, dal momento che io, io sola, sono a tutti prodiga di tutto?
11.
lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi,
se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l'asta di Pallade dal padre
possente, né l'egida di Giove adunatore di nembi, generano e propagano la stirpe
umana. Lo stesso padre degli Dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l'Olimpo
intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli,
deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico
sembiante con cui spaventa a suo piacimento tutti gli Dèi, e, come un povero
commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto
agli stoici che si credono così vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico
magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui dovrà
deporre, se non la barba che è l'insegna della sapienza (comune, a dir il vero,
con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare la fronte, mettere da
parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e
follia. Se vuole davvero diventare padre, insomma, anche quel saggio deve
chiamare me, proprio me.
E
perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita,
secondo il mio costume? E' forse con la testa, col volto, col cuore, con la
mano, con l'orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e
gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così
assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere. Quello è il
sacro fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non la tetrade pitagorica. E,
ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del matrimonio se
prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne considerasse gli svantaggi?
Quale donna accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi
travagli del parto, e i fastidi di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al
matrimonio, e il matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che
dovete a me. D'altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe
riprovarci, se non ci fosse ad assisterla la presenza di Letes? Venere medesima,
protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l'aiuto della mia divinità
la sua forza sarebbe insufficiente e inutile. Perciò è da quella nostra ebbrezza
giocosa che sono nati i filosofi severi, a cui ora sono subentrati quelli che il
volgo chiama monaci, e i re ammantati di porpora, i pii sacerdoti, i pontefici,
tre volte santissimi. E infine anche tutto quel consesso degli Dèi dei poeti,
così affollato che a stento può contenerlo l'Olimpo, pur vasto che sia.
12.
Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita, se non
dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch'esso un mio dono. E che
cos'è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita?
Avete applaudito! Lo sapevo bene, io, che nessuno di voi era così saggio, anzi
così folle - no, è meglio dire saggio, da non andare d'accordo con me. Del resto
neppure questi stoici disprezzano il piacere, anche se dissimulano con cura e
se, di fronte alla gente, rovesciano sul piacere ingiurie sanguinose; in realtà
solo per distogliere gli altri e goderne di più, loro stessi. Ditemi, per Giove,
quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido,
fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è
degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide
parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di
senno".
Ma
è tempo di esaminare a parte tutta la questione.
13.
E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo è per tutti di
gran lunga la più lieta e gradevole? ma che cosa hanno i bambini per indurci a
baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì che persino il nemico presta
loro soccorso? Che cosa, se non la grazia che viene dalla mancanza di senno,
quella grazia che la provvida natura s'industria d'infondere nei neonati perché
con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche di chi li
alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli? E l'adolescenza che
segue l'infanzia, quanto piace a tutti, quale sincero trasporto suscita, quali
amorevoli cure riceve, con quanta bontà tutti le tendono una mano!
Ma
di dove, di grazia, questa benevolenza per la gioventù? di dove, se non da me?
E' per merito mio che i giovani sono così privi di senno; è per questo che sono
sempre di buon umore. Mentirei, tuttavia, se non ammettessi che appena sono un
po' cresciuti, e con l'esperienza e l'educazione cominciano ad acquistare una
certa maturità, subito sfiorisce la loro bellezza, s'illanguidisce la loro
alacrità, s'inaridisce la loro attrattiva, vien meno il loro vigore. Quanto più
si allontanano da me, tanto meno vivono, finché non sopraggiunge la gravosa
vecchiaia, la molesta vecchiaia, odiosa non solo agli altri, ma anche a se
stessa. Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se, ancora una volta,
impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io, e, a quel modo che gli
Dèi della fiaba di solito soccorrono con qualche metamorfosi chi è sul punto di
perire, anch'io, per quanto è possibile, non riportassi all'infanzia quanti sono
prossimi alla tomba, onde il volgo, non senza fondamento, usa chiamarli
rimbambiti. Se poi qualcuno vuol sapere come opero questa trasformazione,
neppure su questo farò misteri.
Conduco i vecchi alla fonte
della mia ninfa Lete, che sgorga nelle Isole Fortunate - il Lete che scorre agli
Inferi è solo un esile ruscello. Lì, bevute a grandi sorsi le acque dell'oblio,
un poco alla volta, dissipati gli affanni, torneranno bambini.
Ma
delirano ormai, non ragionano più! Certo. E' proprio questo che significa
tornare fanciulli. Forse che essere fanciulli non significa delirare e non avere
senno? e non è proprio questo, il non aver senno, che più piace di quella età?
Chi non vivrebbe come mostro un bambino con la saggezza di un uomo? Lo conferma
il diffuso proverbio: "Odio il bambino di precoce saggezza". E chi, d'altra
parte, vorrebbe rapporti e legami di familiarità con un vecchio che alla lunga
esperienza di vita unisse pari forza d'animo e acutezza di giudizio?
Così, per mio dono, il
vecchio delira. E tuttavia questo mio vecchio delirante è libero dagli affanni
che travagliano il saggio; quando si tratta di bere, è un allegro compagno; non
avverte il tedio della vita, che l'età più vigorosa sopporta a fatica. Talvolta,
come il vecchio di Plauto, torna alle tre famose lettere [AMO], che se fosse in
senno ne sarebbe infelicissimo. Invece per merito mio è felice, simpatico agli
amici, piacevole in compagnia. Del resto anche in Omero il discorso scorre dalla
bocca di Nestore più dolce del miele, mentre amare sono le parole di Achille; e,
sempre in Omero, i vecchi che se ne stanno seduti insieme sulle mura parlano con
voce soave. In questo senso sono superiori alla stessa infanzia, che è sì
deliziosa, ma non parla, e, priva della parola, manca del principale diletto
della vita, che è quello di una schietta conversazione. Aggiungi che ai vecchi
piacciono moltissimo i bambini, e altrettanto ai bambini i vecchi, "perché il
dio spinge sempre il simile verso il simile". In che differiscono, infatti, se
non nelle rughe e negli anni che nel vecchio sono di più? Per il resto, capelli
sbiaditi, bocca sdentata, corporatura ridotta, desiderio di latte, balbuzie,
garrulità, mancanza di senno, smemoratezza, irriflessione: in breve, sotto ogni
altro aspetto si accordano. Quanto più invecchiano, tanto più somigliano ai
bambini, finché, come bambini, senza il tedio della vita, senza il senso della
morte, abbandonano la vita.
14.
Paragoni ora chi vuole questo mio beneficio con le metamorfosi operate dagli
altri Dèi. E non sto a ricordare quello che fanno quando li possiede l'ira;
parlo di coloro che godono di tutta la loro benevolenza: li trasformano di
solito in alberi, uccelli, cicale, e perfino in serpenti, come se il diventare
altro non fosse proprio un morire. Io, invece, restituisco il medesimo uomo al
periodo migliore della vita, al più felice. Se i mortali si guardassero da
qualsiasi rapporto con la saggezza, e vivessero sempre sotto la mia insegna, la
vecchiaia neppure ci sarebbe, e godrebbero felici di un'eterna giovinezza.
Non
vi accorgete che gli uomini austeri, dediti a studi filosofici, o impegnati in
faccende serie e difficili, in genere sono già vecchi prima di essere stati
davvero giovani, e questo per le preoccupazioni e per il costante e teso
dibattito mentale, che un po' alla volta esaurisce gli spiriti e la linfa
vitale?
Al
contrario, i miei bei matti sono tutti grassottelli, lustri, senza una ruga,
proprio come quelli che chiamano porcelli d'Acarnania, immuni, per certo, da
qualunque disturbo senile, a meno che non si trovino a subire in qualche misura
il contagio dei saggi, come capita, poiché la vita non consente mai una completa
felicità.
Valida testimonianza di
tutto questo è il diffuso proverbio secondo cui solo la Follia è capace di
prolungare la giovinezza, altrimenti fuggevolissima, e di tenere lontana la
molesta vecchiaia. Sicché, non a torto, si è fatto l'elogio del detto popolare
del Brabante: mentre altrove, di solito, l'età porta saggezza, qui più
s'invecchia e più matti si diventa. Non c'è popolazione, infatti, più incline di
questa a un giocondo abito di vita e meno portata ad avvertire la tristezza
della vecchiaia. Loro vicini, e dal punto di vista geografico e da quello del
costume, sono i miei Olandesi - e perché, poi, non dovrei chiamarli miei, se mi
sono così devoti da essersi meritato un soprannome [di folli] di cui non si
vergognano per nulla, che anzi ne traggono il loro vanto principale?
Vadano pure gli stoltissimi
mortali a cercare le Medee, le Circi, le Veneri, le Aurore, e non so quale fonte
che restituisca loro la giovinezza, quando io sola posso, e sono solita farlo.
Sono io che possiedo quel filtro miracoloso con cui la figlia di Memnone
prolungò la giovinezza di Titone suo avo. Sono io quella Venere per la cui
grazia Faone ringiovanì a tal segno da essere amato follemente da Saffo. Sono
mie le erbe, se ve ne sono, miei gli incantesimi, la fonte che non solo
risuscita la giovinezza svanita, ma, meglio ancora, la mantiene per sempre.
Perciò, se siete tutti d'accordo su questo, che niente è meglio della
giovinezza, e niente più odioso della vecchiaia, vi rendete conto, io credo, di
quello che dovete a me, che, fugato un male tanto grande, conservo un così
grande bene.
15.
Ma perché parlo ancora dei mortali? Passate in rassegna tutto il cielo, e possa
chiunque infamare il mio nome se si troverà un solo Dio non privo di grazia e di
pregio che non sia sotto la protezione del mio nume. Infatti, perché Bacco è
sempre il chiomato efebo? proprio perché, pazzo ed ebbro, passa tutta la vita in
conviti, balli, canti e giochi, e non ha proprio nulla a che fare con Pallade. A
tal punto rifugge dal desiderare la fama di sapiente, da compiacersi di un culto
fatto di beffe e di scherzi. né trova offensivo quel detto che gli attribuisce
il soprannome di fatuo, e che suona: "più pazzo di Morico". E cambiarono il suo
nome in Morico perché i contadini, nella loro sfrenata allegria, erano soliti
impiastricciare di mosto e di fichi freschi il suo simulacro, che lo ritraeva
seduto alle soglie del tempio.
D'altra parte, quali lazzi
non scaglia contro di lui l'antica commedia? O Dio pazzo, dicono, degno parto
d'una coscia! Ma chi non preferirebbe essere questo Dio fatuo e dissennato,
sempre allegro, sempre giovane, sempre generoso di svaghi e di piaceri per
tutti, piuttosto che quel tortuoso Giove, temuto da tutti, o Pan che tutto va
devastando con i terrori che diffonde, o Vulcano avvolto di scintille e sempre
nero del fumo della sua fucina, o Pallade medesima dallo sguardo sempre torvo,
terribile con la Gorgone e la lancia? perché Cupido è, invece, sempre fanciullo?
perché? se non per la sua leggerezza, per la sua incapacità di fare o pensare
qualcosa di assennato. perché la bellezza dell'aurea Venere è sempre in fiore?
perché è mia parente e conserva nell'aspetto il colore di mio padre. Per questa
ragione Omero la chiama "l'aurea Afrodite". Inoltre, stando ai poeti, o agli
scultori loro emuli, ride sempre. E quale nume i Romani venerarono più di Flora,
madre di tutti i piaceri? Se poi si andasse ad esaminare un po' meglio,
attraverso Omero e gli altri poeti, la vita anche degli Dèi ritenuti più
austeri, si scoprirebbe che tutto è pieno di follie. E perché poi ricordare le
imprese degli altri, quando si conoscono così bene gli amori e i sollazzi dello
stesso Giove tonante? Quando la fiera Diana, dimentica del sesso nella sua
esclusiva passione per la caccia, muore tuttavia d'amore per Endimione?
Preferirei però che gli Dèi
se le sentissero cantare da Momo, come una volta accadeva piuttosto spesso. Ma
ora lo hanno scaraventato sulla terra con Ate perché le sue sagge critiche
disturbavano la loro felicità. né alcun mortale si degna di offrirgli
ospitalità; tanto meno poi c'è posto per lui alle corti dei prìncipi, dove però
è sempre ospite d'onore la mia Colacìa, che va d'accordo con Momo come l'agnello
coi lupi.
Allontanato lui, gli Dèi
folleggiano molto più liberamente e gradevolmente, e se la passano bene davvero,
come dice Omero, senza che nessuno li critichi. Quali scherzi scurrili, infatti,
non alimenta il Priapo di legno di fico? quali divertimenti non procura Mercurio
con i suoi furti ed i suoi trucchi? Perfino Vulcano, al banchetto degli Dèi, si
è abituato alla parte del buffone, facendo ridere il simposio ora con la sua
andatura zoppicante, ora con i suoi frizzi, ora con le sue facezie. Anche
Sileno, il vecchio mandrillo, uso a danzare il cordace, balla con Polifemo la
TRETANELO' [il ballo dei Ciclopi], mentre le Ninfe danzano a piedi nudi. I
Satiri dal piede caprino rappresentano le atellane, e Pan fa ridere tutti con le
sciocche cantilene che gli Dèi preferiscono al canto delle Muse, specialmente
quando il vino comincia a farsi sentire. Ma perché raccontare ora ciò che fanno
gli Dèi alla fine del banchetto dopo una buona bevuta? Follie tali che io
stessa, per Ercole, non riesco a tenermi dal riderne.
A
questo punto è meglio ricordare Arpocrate [il dio del silenzio]: che può
succedere che qualche Dio di Corico sia in ascolto mentre narriamo fatti che
neppure Momo ha potuto rivelare impunemente.
16.
E' tempo ormai di seguire l'esempio di Omero lasciando da parte gli Dèi e
tornare sulla terra per vedere fino a qual punto gioia e fortuna vi si trovino
solo per mio dono.
In
primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del
genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia. Se,
infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste solo nel farsi
guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia consiste nel farsi
trascinare dalle passioni, perché la vita umana non fosse del tutto improntata a
malinconica severità, Giove infuse nell'uomo molta più passione che ragione:
press'a poco nella proporzione di mezz'oncia ad un asse. Relegò inoltre la
ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti
delle passioni. Quindi, alla sola ragione contrappose due specie di
violentissimi tiranni: l'ira, che occupa la rocca del petto e il cuore stesso
che è la fonte della vita, e la concupiscenza che estende il suo dominio fino al
basso ventre. Quanto valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie ce
lo dice a sufficienza la condotta abituale degli uomini: la ragione può solo
protestare, e lo fa fino a perderci la voce, enunciando i princìpi morali; ma
quelle, rivoltandosi alla loro regina, la subissano di grida odiose, finché lei,
prostrata, cede spontaneamente dichiarandosi vinta.
17.
Tuttavia, poiché l'uomo, nato per far fronte agli affari, doveva ricevere in
dote un po' più di un'oncia di ragione, Giove, per provvedere debitamente, mi
convocò perché lo consigliassi, come su tutto il resto, anche a questo
proposito; e il mio pronto consiglio fu degno di me: affiancare all'uomo la
donna, animale, sì, stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso, che nella
convivenza addolcisce con un pizzico di follia la malinconica gravità del
temperamento maschile. Platone, infatti, quando sembra in dubbio circa la
collocazione della donna, se fra gli animali razionali o fra i bruti, vuole solo
sottolineare la straordinaria follia di questo sesso. E, se per caso una donna
vuole passare per saggia, ottiene solo di essere due volte folle, come se uno
volesse, contro ogni ragionevole proposito, portare un bue in palestra. Infatti
raddoppia il suo difetto chi, distorcendo la propria natura, assume sembianza
virtuosa. Come, secondo il proverbio greco, la scimmia è sempre una scimmia,
anche se si ammanta di porpora, così la donna è sempre una donna, cioè folle,
comunque si mascheri.
Non
però così folle, voglio credere, da prendersela con me perché la giudico folle,
io che sono folle, anzi la Follia in persona. Le donne, infatti, se ponderassero
bene la questione, anche questo dovrebbero considerare come un dono della
Follia: il fatto di essere, sotto molti aspetti, più fortunate degli uomini. In
primo luogo hanno il dono della bellezza, che giustamente mettono al disopra di
tutto, contando su di essa per tiranneggiare gli stessi tiranni. Quanto
all'uomo, di dove gli viene l'aspetto rude, la pelle ruvida, la barba folta, e
un certo che di senile, se non dalla maledizione del senno? Le donne, invece,
con le guance sempre lisce, con la voce sempre sottile, con la pelle morbida,
danno quasi l'impressione d'una eterna giovinezza. Ma che altro desiderano poi
in questa vita, se non piacere agli uomini quanto più è possibile? Non mirano
forse a questo, tante cure, belletti, bagni, acconciature, unguenti, profumi;
tante arti volte ad abbellire, dipingere, truccare il volto, gli occhi, la
pelle? C'è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare dagli uomini più
della follia? Che cosa mai non concedono gli uomini alle donne? Ma in cambio di
che, se non del piacere? E il diletto da nient'altro viene se non dalla loro
follia. Che questo sia vero non si può negare solo che si pensi a tutte le
sciocchezze che un uomo dice quando parla con una donna, a tutte le stupidaggini
che fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori. Ecco da che fonte
sgorga il primo e principale diletto della vita.
18.
Ma ci sono uomini, specialmente tra i vecchi, che alla donna preferiscono il
bere; per loro il sommo piacere sta nei simposi. Altri pensano che possa esservi
un lauto banchetto senza donne; però una cosa è certa, che senza un pizzico di
follia non può esservi banchetto ben riuscito. A tal punto che, se non c'è già
qualcuno capace di far ridere con la sua follia, autentica o simulata, si chiama
un buffone a pagamento, o un allegro parassita, che, con le sue comiche, ossia
folli battute, dissipi il silenzio e la noia del simposio. A che scopo infatti
riempirsi il ventre di tanti dolciumi, leccornie e ghiottonerie, se anche gli
occhi, le orecchie e l'anima intera, non si nutrissero di risa, di scherzi, di
facezie? ma cibi del genere posso ammannirli solo io. D'altra parte anche quei
riti conviviali, come sorteggiare il re del convito, giocare ai dadi, invitare
al brindisi, gareggiare intorno ad un tavolo a cantare e bere a turno, passarsi
il mirto cantando, ballare, far pantomime, non sono stati inventati dai sette
sapienti della Grecia ma da me, per la felicità dell'umana specie.
Tutte le cose di questo
genere hanno un tratto comune: che quanto più partecipano della follia tanto più
rallegrano la vita dei mortali, che, se fosse triste, neanche meriterebbe di
essere chiamata vita. E triste risulterà senz'altro, se non le toglierai di
dosso l'innato tedio con questo tipo di divertimenti.
19.
Forse taluni trascureranno anche questo genere di piacere e saranno paghi
dell'amore e della familiarità degli amici, affermando che l'amicizia vale più
di tutto: l'amicizia, un bene non meno necessario dell'aria, del fuoco,
dell'acqua; tanto soave che se togli l'amicizia togli il sole; infine tanto
nobile - ammesso che la cosa ci riguardi - che gli stessi filosofi non esitano a
ricordarla fra i beni fondamentali. Ma che succede se dimostro che anche di
questo bene così grande sono io la poppa e la prora? Io lo dimostrerò non col
sofisma del coccodrillo, non coi soliti cornuti o con altre simili dialettiche
sottigliezze, ma alla buona, facendovi toccare la cosa con mano.
Orbene, chiudere gli occhi,
ingannarsi, essere ciechi, illudersi a proposito dei difetti degli amici, amarne
e apprezzarne come qualità alcuni dei vizi più evidenti, non è forse qualcosa di
molto vicino alla follia? C'è chi bacia il neo dell'amica, chi trova incantevole
il polipo di Agna; il padre dice del figlio strabico che ha il vezzo di
ammiccare. Tutto questo, io domando, che è, se non pura follia? Ripetano a gran
voce che è follia: eppure essa sola è capace di promuovere e cementare le
amicizie. Parlo dei comuni mortali, nessuno dei quali nasce senza difetti: il
migliore è chi ne ha meno; quanto poi a quei famosi saggi che hanno il piglio di
Dèi, tra loro l'amicizia, o non nasce affatto, o è qualcosa di cupo e scostante,
limitata poi a pochissimi (non oso dire che non include proprio nessuno), perché
la maggior parte degli uomini ha un pizzico di follia, anzi non c'è nessuno che,
in un modo o in un altro, non abbia le sue stranezze, e non c'è amicizia se non
tra persone simili. Se, infatti, tra questi uomini austeri si desse una volta
uno scambievole affetto, non sarebbe per nulla stabile e durerebbe ben poco,
nascendo tra uomini difficili e più oculati del necessario, capaci di cogliere i
difetti degli amici con l'occhio acuto dell'aquila e del serpente di Epidauro.
Quando però si tratta dei loro difetti, come ci vedono poco! e come ignorano la
parte della bisaccia che portano dietro le spalle! Perciò, dato che la natura
dell'uomo è tale che nessuno è immune da gravi difetti (aggiungi la grande
varietà di caratteri e di studi, le tante cadute, i tanti errori, i tanti casi
della vita mortale), come potranno questi Arghi gustare anche solo per un'ora le
gioie dell'amicizia se non interverrà quella che i Greci chiamano EUETHEIA,
termine felice da tradursi con follia, o con indulgente semplicità? Del resto,
non è forse del tutto cieco quel Cupido, che è artefice e padre di ogni legame?
E come il brutto gli appare bello, così fa in modo che anche a ciascuno di voi
sembri bello ciò che gli è toccato in sorte, che il vecchio ami la sua vecchia,
e il ragazzo la sua ragazza. Sono cose che accadono a ogni piè sospinto e che
muovono il riso; eppure sono proprio queste cose ridicole il fondamento di una
società che vive con gioia.
20.
Quanto si è detto dell'amicizia a maggior ragione vale per il matrimonio, che
altro non è se non un legame per la vita tra singoli individui. Dio immortale,
quanti divorzi, o fatti anche peggiori dei divorzi, non si avrebbero
dappertutto, se la domestica convivenza del marito con la moglie non si
rafforzasse nutrendosi di adulazioni, di scherzi, d'indulgenza, di errori, di
dissimulazioni, tutte cose che appartengono al mio seguito. Quanto matrimoni ci
sarebbero, se il fidanzato saggiamente s'informasse dei passatempi a cui già
molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e pudica in
apparenza. E, a celebrazione avvenuta, quanti ne durerebbero, se tante imprese
delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e la sciocchezza dei
mariti! E anche questo, a buon diritto, è da attribuirsi alla Follia, a cui si
deve se il marito ama la moglie e la moglie il marito, se in casa regna la pace,
se il vincolo dura.
Si
ride del cornuto, del cervo (e quanti altri nomi non gli si danno!), quando
asciuga con i baci le lacrime dell'adultera. Ma quanto meglio lasciarsi
ingannare così che rodersi di gelosia e volgere tutto in tragedia!
21.
Insomma, senza di me nessuna società, nessun legame potrebbe durare felicemente.
Il popolo si stancherebbe del principe, il servo del padrone, la serva della
padrona, il maestro dello scolaro, l'amico dell'amico, la moglie del marito, il
locatore del locatario, il compagno del compagno, l'ospite dell'ospite, se volta
a volta non s'ingannassero a vicenda, ora adulandosi, ora facendo saggiamente
finta di non vedere, ora lusingandosi col miele della Follia. So che queste vi
sembrano enormità; ma ne sentirete di più belle.
22.
Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno? chi è interiormente
combattuto, potrà forse andare d'accordo con altri? potrà, chi è sgradito e
molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro? Nessuno, credo, lo
affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa. Pertanto, se
non ci fossi più io, lungi dal sopportare il prossimo, ognuno, inviso a se
stesso, proverebbe disgusto di sé e delle sue cose. La Natura, infatti, in molte
cose matrigna piuttosto che madre, ha posto nell'animo dei mortali, soprattutto
se appena più intelligenti, il seme di questo male: scontento di sé e
ammirazione per gli altri. Di qui il venire meno e l'estinguersi di tutte quelle
squisite doti che sono il profumo della vita. A che giova infatti la bellezza,
il massimo dono degli Dèi immortali, se deve esser lasciata sfiorire? A che la
giovinezza, se deve intristire per il veleno di senili malinconie? Infine, in
tutti i casi della vita, come potrai agire in modo conveniente nei tuoi o negli
altrui confronti (agire come conviene non è solo la prima regola dell'arte, ma
di tutta la nostra condotta), se non ti sarà propizia Filautìa, che a buon
diritto tengo in conto di sorella, tanto validamente mi presta il suo aiuto in
ogni occasione? Se piaci a te stesso, se ti ammiri, questo è proprio il colmo
della follia; ma d'altra parte, dispiacendo a te stesso, che cosa potresti fare
di bello, di gradevole, di nobile? Togli alla vita l'amor proprio e subito la
parola suonerà fredda sulle labbra dell'oratore, il musicista non piacerà a
nessuno con le sue melodie, l'attore si farà fischiare con la sua mimica, il
poeta e le sue muse saranno irrisi, sarà tenuto a vile il pittore con la sua
arte, si ridurrà alla fame il medico con le sue medicine. Alla fine invece di
Nireo sembrerai Tersite, invece di Faone, Nestore, invece di Minerva una scrofa,
invece di un forbito oratore, uno che non balbetta neanche una parola; invece di
un distinto cittadino, un rozzo contadino. Se vuoi poter essere raccomandato
agli altri, devi proprio cominciare col raccomandarti a te stesso; devi essere
il primo a lodarti, e non senza una punta di adulazione.
Infine, poiché la felicità
consiste soprattutto nel voler essere ciò che si è, qui interviene col suo aiuto
la mia Filautìa, facendo in modo che nessuno sia scontento del proprio aspetto,
carattere, schiatta, posizione, educazione, Patria, tanto che né un irlandese si
cambierebbe con un italiano, né un tracio con un ateniese, né uno scita con un
abitante delle Isole Fortunate. O singolare bontà della natura che in tanta
varietà di cose, stabilì un regime di uguaglianza! Dove scarseggia coi suoi
doni, là, è solita aggiungere una dose maggiore di amor proprio. Ma che
sciocchezza ho detto! Proprio questo è il più grande dei suoi doni.
23.
Ora dovrei aggiungere che nulla di grande si può intraprendere senza la mia
spinta, perchè è a me che si deve l'invenzione di ogni nobile arte. Forse che
non sia la guerra la fonte e il coronamento di ogni celebrata impresa? E che c'è
di più pazzesco dell'impegnarsi, per non so quali cause, in un confronto da cui,
immancabilmente, ognuna delle due parti trae più danno che guadagno? Dei caduti,
poi, neanche si parla, quasi fossero gente di Megara. Quando le schiere in armi
si fronteggiano e le trombe intonano il loro rauco suono, a che servono, di
grazia, i sapienti esauriti dagli studi, col loro sangue povero e privo di
calore, e che a malapena tirano il fiato? C'è bisogno di gente ben piantata; con
moltissima audacia e pochissimo cervello. A meno che non si preferisca arruolare
Demostene, tanto vile soldato quanto grande oratore, che, seguendo il consiglio
d'Archiloco, appena vide il nemico fuggì abbandonando lo scudo.
La
prudenza, obiettano, in guerra ha grandissimo peso. Lo riconosco; ma lo ha in
chi comanda; e si tratta di prudenza militare, non filosofica; per il resto,
l'impresa tanto egregia della guerra è affidata a parassiti, ruffiani, briganti,
sicari, contadini, imbecilli, debitori e altri rifiuti del genere; non a
filosofi da tavolino.
24.
Della cui totale inutilità sul piano pratico è testimone lo stesso Socrate che
l'oracolo d'Apollo giudicò - con poco senno, del resto - il solo sapiente:
quando tentò d'impegnarsi in non so quale faccenda pubblica, fu costretto a
ritirarsi fra il generale dileggio. Anche se del tutto sciocco non si dimostrò
quando rifiutò il titolo di sapiente che attribuì solo a Dio, e quando sostenne
che il saggio non deve occuparsi di politica; e meglio avrebbe fatto a
consigliare di tenersi lontani dalla sapienza, se si vuol vivere da uomini.
D'altra parte, quando fu
processato, che cosa se non la sapienza lo costrinse a bere la cicuta? Infatti
mentre andava filosofando di idee e di nuvole, mentre misurava il salto delle
pulci, mentre ammirava la voce delle zanzare, non imparava nulla di ciò che
riguarda la vita di tutti i giorni. In aiuto del maestro, sull'orlo di una
condanna capitale, interviene il discepolo Platone, difensore così egregio che,
turbato dal rumoreggiare della folla, a malapena riesce a pronunciare qualche
frase smozzicata. E che dire di Teofrasto? come avrebbe mai potuto animare i
soldati in guerra, lui che, levatosi a parlare, ammutolì di colpo come se
d'improvviso avesse visto un lupo? Isocrate, pavido per natura, non osò mai
aprire bocca. Marco Tullio, il padre della romana eloquenza, abitualmente, preso
da poco dignitoso tremore, esordiva balbettando, come un ragazzino. Quintiliano
vede in questo la prova dell'oratore di valore, che misura le difficoltà; ma non
farebbe meglio a dire che la sapienza è un ostacolo a condurre in porto le
faccende pratiche? Che faranno costoro quando si dovrà ricorrere alle armi, se
si perdono d'animo così quando si combatte semplicemente a parole?
Nonostante questo, a Dio
piacendo, si esalta il famoso detto di Platone, che fortunati saranno gli Stati
se a reggerli saranno chiamati i filosofi, o se i reggitori si daranno alla
filosofia. Se, invece, consulterai gli storici, troverai che il concentrarsi del
potere nelle mani di un filosofastro o di un letterato è la peggiore sciagura
che possa colpire uno Stato. E mi pare lo attestino bene i due Catoni: uno dei
quali turbò la pace della repubblica romana con le sue pazze denunce; l'altro,
mentre difendeva con un eccesso di saggezza la libertà del popolo romano, la
mise del tutto a soqquadro. Aggiungi a questi i Bruti, i Cassi, i Gracchi, e
Cicerone stesso, che allo stato romano fece tanto male quanto Demostene a quello
ateniese. Quanto a Marco Antonio, ammesso che fosse un buon imperatore (potrei
contestarlo, perché, dedito come era alla filosofia, per questa stessa fama si
era fatto prendere a noia dai concittadini) ammesso tuttavia che lo fosse,
certamente, lasciando dietro di sé il figlio che lasciò, danneggiò lo Stato più
di quanto non gli avesse giovato col suo governo. Questa categoria, infatti, di
uomini dediti allo studio della filosofia, di solito ha pochissima fortuna in
ogni cosa, ma soprattutto nei figli che mette al mondo; penso sia la provvidenza
della natura a volere impedire che questo malanno della filosofia si diffonda
più largamente fra gli uomini. Così risulta che Cicerone ebbe un figlio
degenere, e che Socrate, il famoso filosofo, ebbe figli, com'è stato scritto non
del tutto a torto, "più simili alla madre che al padre", e cioè stolti.
25.
Comunque, se fossero come asini davanti a una lira solo riguardo ai pubblici
affari, ci si potrebbe passare sopra; il guaio è che sono altrettanto incapaci
in ogni altra occasione della vita. Invita a pranzo un sapiente: disturberà col
suo cupo silenzio, o con le sue noiose questioncelle. Invitalo alla danza:
diresti che balla come un cammello. Portalo ad uno spettacolo: basterà la sua
espressione a guastare il divertimento alla gente e, come il saggio Catone, sarà
costretto a lasciare il teatro perché non può spianare il cipiglio. Se per caso
capiterà durante una conversazione, sarà come il lupo della favola. Se c'è da
fare un acquisto, un contratto, insomma qualcuna delle cose indispensabili alla
vita di ogni giorno, questo sapiente ti sembrerà un pezzo di legno, non un uomo.
A tal punto è incapace di rendersi utile a se stesso, alla patria, ai suoi,
perché inesperto delle faccende usuali e perché tanto lontano dal giudizio
corrente e dalle accettate consuetudini. Quindi, per forza, si fa anche odiare,
per questa sua grande diversità di vita e di intendimenti. Tra i mortali,
infatti, che cosa mai si fa che non trabocchi di follia, e che non sia opera di
folli in un mondo di folli? Perciò, se qualcuno volesse opporsi da solo a tutti,
io gli consiglierei di ritirarsi, come Timone, in un deserto, per godervi, da
solo, la propria saggezza.
26.
Ma, per tornare all'argomento proposto, quale forza, se non l'adulazione,
raggruppò nella città quegli uomini primitivi, simili ai sassi e alle querce?
Questo solo vuole indicare la famosa cetra di Anfione e di Orfeo. Cosa mai
riportò alla concordia cittadina la plebe romana che già stava per spingersi ad
atti irreparabili? Forse un discorso filosofico? Nemmeno per sogno! Al
contrario, fu il ridicolo e puerile apologo del ventre e delle altre membra.
Altrettanto si dica dell'analogo apologo di Temistocle, della volpe e del
riccio. E quale discorso di un sapiente avrebbe potuto raggiungere l'efficacia
della famosa cerva immaginata da Sertorio, o della trovata dei due cani, dello
spartano Licurgo, o dell'altra ridicola storia, sempre di Sertorio, sul modo di
strappare i peli dalla coda del cavallo? Per non parlare di Minosse e di Numa:
entrambi governarono la stolta moltitudine con invenzioni favolose. E' con
simili sciocchezze che si fa presa su quella grossa e potente bestia che è il
popolo.
27.
Viceversa, quale città ha mai fatto sue le leggi di Platone e di Aristotele, o i
precetti di Socrate?
Che
cosa persuase i Deci a votarsi spontaneamente agli Dèi Mani? Che cosa trascinò
nella voragine Quinto Curzio, se non la vanagloria, dolcissima sirena (ma quanto
esecrata dai sapienti!).
Che
c'è infatti di più sciocco, dicono, di un candidato che lusinga il popolo in
tono supplichevole, che compra i voti, che va in cerca degli applausi di tanti
stolti, che si compiace delle acclamazioni, che si fa portare in giro in
trionfo, come una statua da mostrare al popolo, che fa collocare nel foro il
proprio simulacro di bronzo? Aggiungi la sfilza dei nomi e dei soprannomi, gli
onori divini tributati a un uomo insignificante, il fatto che si dà il caso di
tiranni scelleratissimi elevati con pubbliche cerimonie alla gloria dell'Olimpo.
Sono autentiche manifestazioni di follia, e per riderci sopra non basterebbe un
solo Democrito. Chi lo nega? Tuttavia, proprio di qui sono nate le grandi
imprese degli eroi, levate al cielo dall'opera di tanti letterati. Questa follia
genera le città; su di essa poggiano i governi, le magistrature, la religione,
le assemblee, i tribunali. La vita umana non è altro che un gioco della
Follia.
28.
Quanto poi alle arti, cosa mai se non la sete di gloria ha suscitato nell'animo
umano la brama d'inventare e tramandare ai posteri tante discipline ritenute
nobili? Furono uomini davvero stoltissimi quelli che hanno creduto valesse la
pena di conquistare a prezzo di tante faticose veglie quella fama di cui niente
può essere più vano. Ma intanto voi dovete alla Follia tante cose e così egregie
della vita, e, ciò che soprattutto conta, la follia altrui fa la vostra
cuccagna.
29.
C'è, ora, qualcosa di cui stupirsi se, dopo essermi attribuita la fortezza e
l'operosità, rivendicherò anche la saggezza? qualcuno potrebbe dire che è come
accoppiare l'acqua e il fuoco. Eppure credo che riuscirò anche in questo purché
voi, come prima, mi prestiate benevola attenzione. In primo luogo, se la
saggezza si fonda sull'esperienza, a chi meglio conviene fregiarsi
dell'appellativo di saggio? Al sapiente che, parte per modestia, parte per
timidezza, nulla intraprende, o al folle che né il pudore, di cui è privo, né il
pericolo, che non misura, distolgono da qualche cosa? Il sapiente si rifugia nei
libri degli antichi e ne trae solo sottigliezze verbali. Il folle affronta da
vicino le situazioni coi relativi rischi e così acquista, se non erro, la
saggezza. Cosa, questa, che sembra avere visto, benché cieco, Omero, quando
dice: "Il folle capisce i fatti". Sono due infatti i principali ostacoli alla
conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l'animo, e la paura che, alla
vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non
vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne
derivi.
perché, se preferiscono
attingere quella sapienza che consiste nel saper giudicare delle cose, state a
sentire, vi prego, quanto ne sono lontani coloro che si spacciano per sapienti.
In primo luogo, com'è noto, tutte le cose umane, a guisa dei Sileni di
Alcibiade, hanno due facce affatto diverse. A tal segno che sulla faccia
esteriore, come dicono, vedi la morte, mentre, se guardi dentro, scopri la vita;
e, viceversa, al posto della vita scopri la morte, al posto del bello il brutto,
della ricchezza la miseria, dell'infamia la gloria, della dottrina l'ignoranza,
del vigore la debolezza, della generosità l'abiezione, della letizia la
malinconia, della prosperità la sventura, dell'amicizia l'inimicizia, del
salutare il nocivo: in breve, se apri il Sileno, trovi di tutte le cose
l'opposto. Se poi qualcuno giudica troppo filosofico questo discorso, mi
spiegherò, come suol dirsi, più alla buona.
Chi
negherà che un re è ricco e potente? Eppure, se manca del tutto dei beni
dell'animo, se non è mai contento di nulla, è davvero il più povero di tutti. Se
poi il suo animo è una sentina di vizi, è addirittura uno schiavo abietto. Lo
stesso ragionamento si potrebbe fare anche per gli altri. Ma accontentiamoci
dell'esempio proposto. A che scopo? domanderà qualcuno. State a sentire dove
voglio arrivare.
Se
uno tentasse di strappare la maschera agli attori che sulla scena rappresentano
un dramma, mostrando agli spettatori la loro autentica faccia, forse che costui
non rovinerebbe lo spettacolo meritando di esser preso da tutti a sassate e
cacciato dal teatro come un forsennato? Di colpo tutto muterebbe aspetto: al
posto di una donna un uomo; al posto di un giovane, un vecchio; chi prima era un
re, d'improvviso diventa uno schiavo; chi era un Dio, ad un tratto appare un
uomo da nulla. Dissipare l'illusione significa togliere senso all'intero dramma.
A tenere avvinti gli sguardi degli spettatori è proprio la finzione, il trucco.
L'intera vita umana non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera,
chi con un'altra, ognuno recita la propria parte finché, ad un cenno del
capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo fa recitare in parti
diverse, in modo che chi prima si presentava come un re ammantato di porpora,
compare poi nei cenci di un povero schiavo. Certo, sono tutte cose immaginarie;
ma la commedia umana non consente altro svolgimento.
A
questo punto, se un sapiente caduto dal cielo si levasse d'improvviso a gridare
che il personaggio a cui tutti guardano come a un Dio e a un potente, non è
neppure un uomo, perché come le bestie si lascia dominare dalle passioni, che
spontaneamente asservito a padroni così numerosi e turpi, è l'ultimo degli
schiavi; e, se ad un altro che piange il padre morto ordinasse di ridere perché
il padre, finalmente, ha cominciato a vivere, dato che questa vita altro non è
che morte; e se chiamasse plebeo e bastardo un terzo che mena vanto di una
nobile nascita, ma che è ben lontano dalla virtù, unica fonte di nobiltà: se
allo stesso modo parlasse di tutti gli altri, non agirebbe costui proprio in
modo da sembrare a tutti pazzo da legare? Nulla di più stolto di una saggezza
intempestiva; nulla di più fuori posto del buon senso alla rovescia. Agisce
appunto contro il buon senso chi non sa adattarsi al presente, chi non adotta
gli usi correnti, e dimentica persino la regola conviviale: o bevi o te ne vai,
e vorrebbe che una commedia non fosse più una commedia. Invece, per un mortale,
è vera saggezza non voler essere più saggio di quanto gli sia concesso in sorte,
fare buon viso all'andazzo generale e partecipare di buon grado alle umane
debolezze. Ma, dicono, proprio questo è follia. Non lo contesterò, purché
riconoscano in cambio che questo è recitare la commedia della vita.
30.
Quanto al resto, Dèi immortali, parlerò o tacerò? E perché mai dovrei tacere
cose più vere della verità? Ma forse, in così grave frangente, meglio sarebbe
chiamare in aiuto dall'Elicona le Muse che i poeti sono soliti invocare anche
troppo spesso per vere sciocchezze. Assistetemi dunque per un poco, figlie di
Giove, finché non dimostri che nessuno senza la guida della follia può accedere
alla sapienza, a quella che chiamano la rocca della felicità.
In
primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della
follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle
passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano
il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi
elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta
verso il porto della sapienza, ma nell'esercizio della virtù vengono sempre in
aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui
fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al
sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l'uomo e crea al suo
posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi,
per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo
d'intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si
godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui
nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei
giardini di Tantalo.
Chi, infatti, non sfuggirà
con orrore come spettro mostruoso un uomo così fatto, sordo ad ogni naturale
richiamo, incapace d'amore o di pietà, come "una dura selce o una rupe
Marpesia"? Un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, ma che con
l'occhio acuto di Linceo tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla
perdona; solo di sé contento, lui solo ricco, lui solo sano, lui solo re, lui
solo libero. Per dirla in breve, lui solo tutto (e solo a suo giudizio); senza
amici, pronto a mandare all'inferno gli stessi Dèi, e che condanna come
insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita. Eppure quel perfetto
sapiente è proprio un animale fatto così. Ma, di grazia, se si dovesse decidere
con i voti, quale città lo vorrebbe come magistrato, quale esercito lo
designerebbe come capo? Quale donna vorrebbe o sopporterebbe un simile marito,
quale anfitrione un simile convitato, quale servo un padrone con questi costumi?
Chi non preferirebbe un uomo qualunque, uno della folla dei pazzi più segnalati,
che, pazzo com'è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando la
simpatia dei suoi simili, che poi sono tanti? Gentile con la moglie, gradito
agli amici, buon commensale; uno con cui si possa convivere, che, infine, non
ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano? Ma ormai del sapiente ne ho
abbastanza. Perciò torniamo a parlare degli altri vantaggi che offro.
31.
Supponiamo che potendo spaziare da una specola sublime con lo sguardo
tutt'attorno - come, secondo i poeti, fa Giove - uno veda quante avversità
minaccino la vita, quanto infelice e miserabile sia la nascita, quanto faticosa
l'educazione, e tutte le offese cui va incontro la fanciullezza, tutti gli
affanni della gioventù, e com'è pesante la vecchiaia, come amara la fatale
morte; tutta la schiera delle malattie, dei vari accidenti, l'incalzare delle
contrarietà: nulla mai che sia immune da un amaro veleno; per non dire di quei
mali che l'uomo subisce dall'uomo, come la povertà, la prigionia, l'infamia, la
vergogna, la tortura, le insidie, il tradimento, le ingiurie, i processi, le
frodi. Ma dire tutto è come mettersi a contare i granelli di sabbia. Certo non
spetta a me, dire qui per quali colpe gli uomini abbiano meritato questa sorte,
o quale Dio irato li abbia costretti a nascere tanto infelici. Chi rifletta a
tutto questo non sarà forse portato ad approvare l'esempio, pur così penoso,
delle vergini di Mileto? E quali sono soprattutto gli uomini che, per disgusto
della vita, si sono dati la morte? Non sono forse quelli che alla sapienza si
erano accostati di più? Tralasciando Diogene, Senocrate, i Catoni, i Cassi, i
Bruti, prendiamo il famoso Chirone che, potendo diventare immortale, preferì
cercare spontaneamente la morte. Credo vi sia chiaro che cosa accadrebbe se la
sapienza si diffondesse; sarebbe necessario altro fango e un secondo Prometeo
capace di plasmare altri uomini. Io, invece, puntando ora sull'ignoranza e ora
sulla spensieratezza, a volte facendo dimenticare i malanni, a volte suscitando
speranze di cose favorevoli, esaltando i piaceri con qualche stilla di miele, in
così grandi malanni, sono così soccorrevole che nessuno vuole lasciare la vita,
neppure quando il filo delle Parche è già esaurito e la vita stessa viene meno.
Anzi chi ha minori motivi di restare in vita, tanto più ama vivere, tanto è
lontano dall'essere comunque sfiorato dal tedio della vita.
Si
deve certo a me, se si vedono in giro tanti vecchi annosi quanto Nestore, vecchi
che non hanno più neppure volto d'uomo, balbuzienti, svaniti, sdentati, canuti,
calvi, o, per dirla con Aristofane, lerci, curvi, miseri, rugosi, senza capelli,
senza denti, lascivi, ma a tal segno amanti della vita e tanto inclini a fare i
giovinetti, che ora si tingono i capelli, ora nascondono la calvizie con una
parrucca e ora si servono di denti presi a prestito magari da un porco; mentre
c'è tra loro chi si strugge d'amore per una fanciulla e, in fatto di amorose
sciocchezze, dà punti anche a un ragazzino. Che vecchi rammolliti, già pronti
per il cataletto, sposino giovinette, anche se prive di dote e destinate a fare
la gioia di altri, è cosa ormai così frequente da costituire quasi motivo di
vanto.
Ma
nulla c'è di più spassoso di certe vecchie praticamente già morte tanto sono
decrepite, a tal punto cadaveriche da sembrare reduci dagl'inferi, ma che hanno
sempre sulle labbra il ritornello: "la vita è bella"; fanno ancora le vezzose;
mandano sentore di capra - come dicono i Greci; conquistano a caro prezzo un
qualche Faone, s'imbellettano di continuo, stanno sempre allo specchio, si
sfoltiscono i peli del pube, ostentano le vecchie mammelle avvizzite,
sollecitano con tremuli mugolii il desiderio che vien meno, bevono, si
inseriscono nelle danze delle fanciulle, scrivono bigliettini amorosi. Sono cose
di cui tutti ridono come di indubbie follie; ed hanno ragione: ma loro, le
vecchie, sono tanto contente di sé, nuotano in un mare di delizie, gustano
dolcezze senza fine, sono felici: e tutto per merito mio. Vorrei che chi giudica
queste cose degne d'irrisione riflettesse un po': è meglio trascorrere nella
follia una vita colma di dolcezza, o andare cercando, come suol dirsi, una trave
a cui impiccarsi?
Che
la loro condotta sia giudicata comunemente vergognosa, ai miei pazzi non importa
proprio nulla: nemmeno se ne accorgono, o, se ne hanno sentore, non ne tengono
nessun conto. Prendersi un sasso in testa, questo sì che fa male. La vergogna,
l'infamia, il disonore, le offese, nuocciono nella misura in cui fanno soffrire.
Per chi non se la prende, non sono neppure un male. Che t'importa se tutti ti
fischiano, se tu ti applaudi? Che questo ti sia possibile lo devi alla sola
Follia.
32.
Mi pare di sentire protestare i filosofi: l'infelicità, dicono, è proprio qui,
nell'essere prigionieri della Follia, sbagliare, vivere nell'inganno,
nell'ignoranza. Ma essere uomo è appunto questo. né riesco a capire perché
parlino d'infelicità: così siete nati, educati, formati: questa è la sorte
comune a tutti. Nessuno è infelice quand'è in armonia con la propria natura, a
meno di compiangere l'uomo perché non può volare con gli uccelli, né camminare a
quattro zampe con gli altri mammiferi, o perché, a differenza dei tori, non è
armato di corna. Da tal punto di vista chiameremo infelice anche un bellissimo
cavallo perché non sa di grammatica e non mangia dolciumi, infelice il toro in
quanto negato agli esercizi della palestra. In realtà, come non è infelice il
cavallo che ignora la grammatica, così non è infelice l'uomo per la sua follia,
che è conforme alla sua natura.
Ma
ecco che quegli esperti del ragionamento tortuoso tornano alla carica. E' dono
peculiare dell'uomo, dicono, la conoscenza scientifica, di cui si serve per
compensare con l'ingegno ciò che la natura gli ha negato. Come se fosse
verosimile che la natura, così sollecita nei confronti delle zanzare e perfino
delle erbette e dei fiorellini, avesse tirato via solo nella creazione
dell'uomo, rendendogli necessarie quelle scienze che Theuth, col suo genio
ostile al genere umano, inventò per nostra somma iattura: tanto inadatte a
renderci felici che anzi contrastano col loro presunto fine, come con eleganza
sostiene in Platone un re molto saggio a proposito dell'invenzione
dell'alfabeto. Le scienze dunque sono penetrate fra gli uomini, insieme alle
altre calamità della vita mortale, per opera di coloro da cui partono tutti i
malanni, i demoni che ne hanno anche derivato il nome, in greco DAEMONES, ossia
"coloro che sanno". La gente semplice dell'età dell'oro, del tutto priva di
dottrina, viveva sotto l'unica guida della natura e dell'istinto. Che bisogno
c'era della grammatica, quando tutti parlavano la stessa lingua e niente altro
si chiedeva se non di capirsi l'un l'altro? A che la dialettica, se non c'era
contrasto di opposte posizioni? A che la retorica, se nessuno intentava cause al
prossimo? E che bisogno c'era della giurisprudenza, se non c'erano quei cattivi
costumi che, senza dubbio, hanno fatto nascere le buone leggi? Erano troppo
religiosi per scrutare con empia curiosità i misteri della natura, la grandezza,
i moti, gl'influssi delle stelle, le cause riposte delle cose, giudicando
vietato ai mortali il tentativo di conoscere più di quanto era loro concesso. Lo
stolto desiderio di andare a cercare cosa ci fosse di là dal cielo non passava
neppure per la mente. Col graduale esaurirsi dell'età dell'oro, dapprima, come
ho detto, dai demoni del male furono inventate le scienze, ma poche, e limitate
a pochi. Poi, i Caldei con la loro superstizione, e quei perdigiorno dei Greci
coi loro interessi svagati, moltiplicarono a dismisura queste autentiche torture
della mente. Con la sola grammatica ce ne sarebbe già di troppo per il tormento
di una vita intera.
33.
Tuttavia tra queste scienze le più pregiate sono le più vicine al senso comune,
cioè alla Follia. I teologi fanno la fame, i fisici soffrono il freddo, gli
astrologi sono derisi, i dialettici non contano nulla, mentre un solo medico
vale quanto molti uomini. In questa professione quanto più uno è ignorante,
avventato, leggero, tanto più è considerato dagli stessi prìncipi con tanto di
corona in testa. La medicina, infatti, specialmente come viene esercitata oggi
dai più, si riduce, come la retorica, a una forma di adulazione. Il secondo
posto, con un brevissimo stacco, spetta ai legulei - e starei per dire il primo;
la loro professione, per non esprimere pareri personali, è irrisa per lo più dai
filosofi, fra il generale consenso, come un'arte da asini. Tuttavia gli affari,
dai più grandi ai più piccoli, sono a discrezione di questi asini. I loro
latifondi si estendono, mentre il teologo, dopo essersi documentato su tutti gli
aspetti della divinità, rosicchia lupini, impegnato in una guerra continua con
cimici e pidocchi.
Ma,
se le arti più fortunate sono quelle più affini alla Follia, più fortunati fra
tutti sono coloro che riescono a tenersi lontani da qualunque disciplina per
seguire la sola guida della natura che in nessuna parte è manchevole, a meno che
non pretendiamo di oltrepassare i confini della nostra sorte mortale. La natura
odia gli artifici: fortunato chi è rimasto immune dalla contaminazione delle
arti.
34.
Orsù, non vedete che fra le varie specie animali se la passano meglio di tutte
proprio le più lontane dalle arti, quelle che hanno per unica maestra e guida la
natura? che c'è di più felice o mirabile delle api? E dire che non hanno neppure
tutti i sensi. Come potrebbe un architetto realizzare qualcosa di simile alle
loro costruzioni? quale filosofo mai fondò una Repubblica come la loro? Il
cavallo, invece, poiché è simile all'uomo dal punto di vista dei sensi ed è
diventato suo compagno, è anche partecipe delle umane calamità. Non di rado,
vergognandosi di perdere in gara, si sfianca nella corsa; in guerra, assetato di
vittoria, viene colpito e morde la polvere insieme al cavaliere. Per non parlare
del morso, degli sproni aguzzi, della stalla dove è quasi prigioniero, del
frustino, del bastone, delle redini, del cavaliere, per dirla in breve, di tutta
la tragica schiavitù a cui si è votato spontaneamente nel tentativo di
vendicarsi a ogni costo del nemico emulando gli eroi. Quanto più invidiabile la
condizione delle mosche e degli uccellini, che vivono alla giornata obbedendo
solo al naturale istinto, sempre che lo consentano le insidie degli uomini! Gli
uccelli, infatti, chiusi in gabbia e ammaestrati a imitare la voce umana, quanto
si allontanano dal primitivo splendore! A tal segno, sotto tutti i rispetti, il
prodotto di natura è migliore di quello che l'arte ha adulterato.
Perciò non loderò mai
abbastanza il gallo in cui si reincarnò Pitagora che, essendo stato tutto,
filosofo, uomo, donna, re, principe, privato cittadino, pesce, cavallo, rana e,
credo, anche spugna, nessun animale, tuttavia, giudicò più disgraziato
dell'uomo, perché, mentre tutti gli altri sono contenti dei loro limiti
naturali, soltanto l'uomo tenta di oltrepassare i confini della sua
condizione.
35.
E tra gli uomini, sotto molti punti di vista, antepone i semplici ai dotti e ai
grandi. Molto più saggio di Ulisse, simbolo della scaltrezza, Grillo che preferì
di grugnire in un porcile piuttosto che andare con lui incontro a tante
calamità. Mi pare la pensi così anche Omero, padre delle favole, che, mentre di
continuo dice gli uomini miseri e travagliati, e a più riprese chiama infelice
Ulisse con la sua proverbiale avvedutezza, non usa mai questo termine parlando
di Paride, o di Aiace, o di Achille. perché mai? Soltanto perché, quell'astuto
inventore di trucchi agiva solo sotto la spinta di Pallade, e, quanto mai sordo
a ogni richiamo della natura, era tutto cervello.
Perciò i più lontani dalla
felicità sono tra i mortali quelli che aspirano alla sapienza, doppiamente
stolti perché, dimentichi della loro condizione di uomini, si atteggiano a Dèi
immortali e, a somiglianza dei giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi
di ordigni costruiti dalla loro perizia; i meno infelici, invece, sembrano
quelli che restano più vicini all'istinto e alla stupidità dei bruti, né tentano
mai di oltrepassare le capacità dell'uomo. Proverò anche a dimostrarlo, e non
con gli entimèmi degli stoici, ma con qualche esempio alla portata di tutti. Per
gli Dèi immortali, vi è forse al mondo qualcosa di più felice di quella specie
di uomini chiamati volgarmente scimuniti, stolti, fatui, sciocchi? appellativi,
a mio parere, onorevolissimi. Dirò anzi una cosa che, se a prima vista può
sembrare una sciocchezza ed un'assurdità, in fondo è di una verità
indiscutibile.
Loro, innanzitutto, non
hanno paura della morte, male, per Giove, non trascurabile. Non li tormentano
rimorsi di coscienza; non li turbano le storie degli spiriti dei defunti; non
hanno paura delle apparizioni; non si crucciano per il timore di mali
incombenti; non entrano in ansia nella speranza di beni futuri. Insomma, non
sono in balìa dei mille affanni a cui è esposta la nostra vita. Ignorano la
vergogna, il timore, l'ambizione, l'invidia, l'amore. Infine, chi più si
avvicina alla stupidità dei bruti - ne sono garanti i teologi - è anche immune
dal peccato. Ed ora, mio sciocchissimo saggio, vorrei che tu mi esternassi tutti
gli affanni che notte e giorno tormentano il tuo animo e facessi un bel mucchio
di tutti i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi mali ho risparmiato ai
miei folli. Aggiungi che, non solo vivono in perpetua letizia, scherzando,
canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli altri, dovunque vadano,
motivi di piacere, scherzo, divertimento e riso, come se la benevolenza divina
proprio a questo li avesse votati: a rallegrare la tristezza della vita umana.
Perciò, mentre gli uomini provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i
loro simili, nei confronti di questi pazzi nutrono senza eccezione sentimenti
amichevoli: li vanno a cercare, li nutrono, li stringono in una sorta di caldo
abbraccio e, all'occorrenza, li soccorrono, non tenendo in nessun conto quanto
possono dire o fare. Nessuno desidera fargli del male. Persino le bestie feroci
li risparmiano, istintivamente consapevoli della loro innocenza. Infatti sono
davvero sacri agli Dèi, e a me in particolare. Perciò, a buon diritto, sono da
tutti onorati.
36.
Grandi re, tanto se ne dilettano, che alcuni di loro, nemmeno per un'ora,
possono farne a meno né a tavola né a passeggio. Non di poco preferiscono questi
buffoni agli austeri filosofi, che tuttavia sono soliti mantenere per ragioni di
prestigio. perché poi li preferiscano, non mi sembra un mistero, né deve destare
stupore; quei saggi, per i prìncipi, sono solo apportatori di tristezza; talora
fidando nella loro dottrina, non si peritano di sfiorare quelle orecchie
delicate con qualche pungente verità. I buffoni, invece, offrono ai prìncipi la
sola cosa che questi desiderano con tutta l'anima: delizie come passatempo,
scherzi, risate, divertimenti. E non dimenticate anche questa non trascurabile
dote dei folli: solo loro sono schietti e veritieri.
E
che c'è mai di più lodevole della verità? Anche se in Platone un detto
d'Alcibiade attribuisce la verità al vino e ai fanciulli, si tratta tuttavia di
un elogio che, in assoluto, spetta soprattutto a me. Ne fa fede Euripide che a
me si riferisce col celebre detto: "Il folle dice cose folli". Il folle porta
scritto in faccia, e traduce in parole, tutto quanto ha nel cuore. I saggi,
invece, sempre secondo Euripide, hanno due linguaggi: quello della verità e
quello dell'opportunismo. E' loro caratteristica mutare il nero in bianco,
spirando dalla medesima bocca ora il freddo ora il caldo, avendo in fondo al
cuore tutt'altro da quello che dicono nei loro artefatti discorsi. Nella loro
fortuna i prìncipi a me sembrano sotto questo rispetto molto sfortunati: non
hanno nessuno che dica loro la verità, e sono costretti ad avere come amici
degli adulatori.
Ma,
si potrebbe osservare, le orecchie dei prìncipi detestano la verità e proprio
per questo rifuggono dai saggi, nel timore che qualcuno di lingua più sciolta
osi dire cose vere piuttosto che gradevoli. Così è: i re non amano la verità.
Tuttavia proprio questo si volge mirabilmente in vantaggio per i miei folli: da
loro si ascoltano con piacere, non solo la verità, ma anche indubbie insolenze,
a tal punto che, la stessa cosa, detta da un sapiente, gli frutterebbe la morte,
detta da un buffone diverte il signore oltre ogni dire. La verità, infatti, ha
un non so quale schietta capacità di piacere, purché non si accompagni
all'intenzione di offendere: ma questo è un dono che gli Dèi hanno elargito ai
soli folli.
Sono press'a poco medesime
le ragioni per cui le donne, più inclini per natura al divertimento e alle
frivolezze, si trovano di solito tanto bene con un simile genere di uomini.
Perciò, qualunque cosa costoro facciano - anche se a volte sono cose fin troppo
serie - le donne, tuttavia, le volgono in scherzo e gioco, abili come sono nel
mascherare ogni loro trascorso.
37.
Ma ora torniamo alla felicità dei folli. Trascorsa la vita in grande letizia,
senza né il timore né il senso della morte, se ne vanno diritti ai campi Elisi,
per dilettare anche lì, coi loro scherzi, il riposo delle anime pie.
Paragoniamo quindi la
condizione del saggio con quella di questo buffone. Immagina, per contrapporlo a
lui, un modello di sapienza: un uomo che abbia consumato tutta la fanciullezza e
l'adolescenza a istruirsi in mille modi, perdendo la parte migliore della
propria vita in veglie senza fine, in affanni e fatiche; che nemmeno in tutto il
resto della propria vita abbia mai gustato un istante di piacere; sempre parco,
povero, triste, austero, inflessibile con se stesso, fastidioso e inviso agli
altri; pallido, macilento, cagionevole; invecchiato e incanutito prima del
tempo, colto da morte prematura, anche se nulla importa, dopo tutto, quando
muore un uomo così, che non è mai vissuto. Ecco l'immagine perfetta del
sapiente.
38.
A questo punto, sento che le rane del Portico si rimettono a gracidare contro di
me. "Niente, dicono, è più miserevole della demenza. Ma una eminente follia è
molto vicina alla demenza, o è demenza essa stessa. Che cosa infatti è la
demenza, se non l'uscire di senno? e costoro ne sono usciti del tutto. "Orsù,
vediamo di confutare con l'aiuto delle Muse anche questo sillogismo". Certo il
loro ragionamento è sottile, ma, come il Socrate platonico, procedendo per
divisione, di una Venere e di un Cupido ne faceva due, così anche i nostri
dialettici, se volevano apparire in senno, dovevano distinguere dissennatezza da
dissennatezza. Infatti non ogni follia è fonte di guai. Altrimenti Orazio non si
sarebbe chiesto: "Si prende forse gioco di me un'amabile follia?", né Platone
avrebbe collocato il delirio dei poeti, dei vati e degli amanti tra i massimi
doni della vita; né la Sibilla avrebbe chiamato folle l'impresa di Enea.
In
verità ci sono due specie di follia. Una scaturisce dagli inferi tutte le volte
che le crudeli dee della vendetta, scatenando i loro serpenti, suscitano nei
cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile sete di oro, o amore turpe e
scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio, e altri consimili orrori; oppure
quando travagliano con le furie e le faci tremende, un animo conscio dei propri
delitti. L'altra, non ha nulla in comune con questa; nasce da me e tutti la
desiderano. Si manifesta ogni volta che una dolce illusione libera l'animo
dall'ansia e lo colma, insieme, di mille sensazioni piacevoli. Proprio questa
illusione Cicerone, scrivendo ad Attico, augura a se stesso come un gran dono
degli Dèi, per potersi liberare dall'oppressione dei gravi mali incombenti. né
aveva torto quell'argivo che era pazzo al punto da sedere da solo in teatro per
giornate intere, ridendo, applaudendo, godendosela, perché credeva vi si
rappresentassero tragedie bellissime, mentre non si rappresentava proprio nulla.
Eppure, in tutte le altre faccende della vita, era perfettamente normale:
cordiale con gli amici, "gentile con la moglie, capace di perdonare ai servi e
di non dare in escandescenze se il sigillo rotto denunciava la bottiglia
aperta". Guarito dalle cure dei familiari che gli somministrarono le medicine
del caso, tornato del tutto in sé, così si lamentava con gli amici: "Per
Polluce! m'avete ammazzato, amici miei, e non salvato, privandomi del piacere e
togliendomi con la forza quella mia così dolce illusione".
Aveva ragione: erano loro
che sbagliavano e che, più di lui, avevano bisogno dell'elleboro, loro che
credevano di dover estirpare con le medicine, quasi fosse un malanno, una così
felice e piacevole follia.
Tuttavia non ho ancora
accertato se qualunque errore del senso o della mente meriti il nome di follia.
Se uno che ci vede poco scambia un mulo per un asino, se un altro ammira come un
monumento di dottrina una rozza poesia, non si può senz'altro chiamarlo pazzo.
Ma se uno sbaglia, non solo col senso, ma anche col giudizio della mente, e
questo gli accade sempre e in proporzioni insolite, di lui, sì, diremo che ha un
ramo di pazzia; come chi, sentendo un asino ragliare, credesse di ascoltare un
meraviglioso concerto, o chi, povero e di umili origini, credesse di essere
Creso, re di Lidia. Ma quando questa specie di follia, come di solito accade,
assume aspetti piacevoli, è di non piccolo diletto, sia per coloro che ne sono
posseduti, sia per quelli che stanno a vedere senza esserne colpiti. Si tratta,
si badi, di un'affezione molto diffusa; più di quanto di solito si crede. Il
pazzo ride del pazzo, e a vicenda si offrono diletto. E non di rado vi accadrà
di vedere che, di due pazzi, è il più pazzo quello che più si prende gioco
dell'altro.
39.
Eppure, ve lo assicura la Follia in persona, uno è tanto più felice quanto più
la sua follia è multiforme, purché si mantenga entro il genere a me peculiare:
un genere così diffuso che non so se fra tutti gli uomini se ne possa trovare
uno solo che sia costantemente saggio, e che sia del tutto immune da una qualche
forma di pazzia. La differenza è tutta qui: chi vedendo una zucca la scambia per
la moglie, viene chiamato pazzo perché la cosa succede a pochissimi. Chi invece,
avendo la moglie in comune con molti, giura che è più virtuosa di Penelope, e,
felice del suo errore, è orgoglioso di sé, nessuno lo chiama pazzo, perché la
cosa accade spesso e dovunque.
Appartengono alla
confraternita anche coloro che disprezzano tutto in confronto ad una partita di
caccia, e vanno dicendo di provare un incredibile piacere tutte le volte che
sentono il suono cupo del corno e l'abbaiare dei cani. Credo che anche gli
escrementi dei cani, quando li annusano, mandino per loro profumo di cinnamomo.
E quale dolcezza squartare la selvaggina! L'umile plebe può squartare tori e
castrati, ma sarebbe un delitto farlo con un capo di selvaggina: questa è
prerogativa di nobili. A capo scoperto sta il nobile, piegati i ginocchi, col
coltello destinato allo scopo (è vietato servirsi di uno strumento qualunque),
con gesti rituali, in pio raccoglimento, taglia determinate membra in un
determinato ordine. Una folla silenziosa lo circonda, ammirata come se
assistesse a non so quale nuovo rito, mentre si tratta di uno spettacolo visto e
rivisto. Se poi uno ha la fortuna d'assaggiare un bocconcino della preda, crede
di avanzare non poco in nobiltà. Costoro, cacciando e cibandosi in continuazione
di selvaggina, mentre ottengono solamente di trasformarsi press'a poco in fiere,
si illudono invece di menar vita da re.
Molto simili sono quanti, in
preda alla frenesia del costruire, senza posa trasformano il quadrato in
rotondo, o il rotondo in quadrato. Procedono ignari di ogni limite e misura
finché, ridotti in estrema povertà, non hanno più né tetto né cibo. Ma che gli
importa del dopo? Intanto, per alcuni anni, sono stati immensamente felici.
Molto vicini a costoro, mi
pare, sono quelli che con arti nuove e arcane, tentano di trasformare la natura
degli elementi e cercano per terra e per mare la quinta essenza. Si nutrono di
una speranza così dolce da non tirarsi mai indietro di fronte a spese o fatiche,
e con mirabile spirito inventivo ne pensano sempre qualcuna per ingannarsi una
volta di più e per rivestire l'inganno di liete apparenze, finché, dato fondo a
tutto il loro, non possono costruire più niente, nemmeno un fornello. Non per
questo, tuttavia, smettono di sognare i loro bei sogni, ma spingono con tutte le
loro forze anche gli altri verso la medesima felicità. E quando l'ultima
speranza li ha abbandonati, resta tuttavia, a consolarli pienamente, un detto:
le grandi cose basta averle volute. Accusano allora la brevità della vita,
inadeguata alla grandezza dell'impresa.
Sono in dubbio se annoverare
nella nostra congrega i giocatori. Tuttavia è decisamente uno spettacolo di
spassosa follia vedere a volte gente così schiava del gioco da sentirsi venire
le palpitazioni appena giunge al loro orecchio il rumore di dadi. Quando poi,
obbedendo al costante stimolo della speranza di vincere, vedono naufragare tutta
la loro fortuna, infranta contro lo scoglio del gioco, ben più insidioso del
Capo Malea, appena in salvo, nudi di tutto, per non farsi la fama di uomini poco
seri, defraudano chiunque, piuttosto che chi nel gioco li ha vinti. E che dire
di quando, ormai vecchi, con la vista che vacilla, ricorrendo alle lenti,
continuano a giocare? E quando infine la meritata gotta impedisce l'uso delle
mani, arrivano a pagare un sostituto che getti sulla tavola, per loro, i dadi.
Gran bella cosa sarebbe il gioco, se il più delle volte non volgesse in passione
rabbiosa; ma qui siamo ormai nel regno delle Furie, non nel mio.
40.
E' senza dubbio della mia pasta, invece, la schiera di quegli uomini che si
divertono ad ascoltare o narrare storie di miracoli o di prodigi fantastici e
non si stancano mai di ascoltare favole in cui si parla di eventi portentosi, di
spettri, di fantasmi, di larve, degl'inferi, o di altre innumerevoli cose del
genere. Quanto più la favola si scosta dal vero, tanto più volentieri ci
credono, tanto più voluttuosamente le loro orecchie ne sono solleticate. Di qui,
non solo un apprezzabile passatempo contro la noia, ma anche una fonte di
guadagno, specialmente per i sacerdoti ed i predicatori.
Sono della stessa razza
quanti nutrono la folle ma piacevole convinzione di non essere esposti a morire
in giornata, se hanno visto il simulacro ligneo o l'immagine dipinta di un
gigantesco san Cristoforo (il nuovo Polifemo); o credono di tornare sani e salvi
dalla battaglia, se hanno rivolto le debite preghiere alla statua di santa
Barbara; o di arricchirsi in breve rendendo omaggio a sant'Erasmo in certi
giorni, con speciali moccoli e determinate formulette. In san Giorgio hanno
scoperto una specie di Ercole e hanno anche un secondo Ippolito. Quasi adorano
il suo cavallo dopo averlo adornato con la massima devozione di falere e di
borchie, né risparmiano offerte di ogni sorta per accaparrarsi la benevolenza
del santo; giurare per il suo elmo di bronzo, secondo loro, è proprio degno di
un re.
Che
dire poi di quelli che, nella dolcissima illusione di immaginarie indulgenze
accordate ai loro peccati, computano quasi con l'orologio alla mano il periodo
da passare in purgatorio, numerando secoli, anni, mesi, giorni, ore, secondo una
sorta di tavola matematica sicura al cento per cento. O di quelli che fidando in
segni magici o in giaculatorie inventate da qualche pio ciurmadore, o per
naturale disposizione, o a scopo di lucro, non pongono limiti alle loro
speranze: ricchezze, onori, piaceri, abbondanza di tutto, una salute
costantemente ottima, una lunga vita, una vecchiaia vegeta, e, alla fine, nel
regno dei cieli, un seggio proprio accanto a Cristo. Questo, però, senza fretta,
per carità; ben vengano le delizie dei beati, ma quando, con disappunto,
dovranno lasciare i piaceri della vita a cui sono abbarbicati con le unghie e
coi denti.
Immagina un negoziante, ma
anche un soldato, un giudice: rinunciando a una sola monetina dopo tante
ruberie, crede di avere lavato una volta per tutte il fango di un'intera vita,
un'autentica palude di Lerna, e ritiene che tanti spergiuri, tanta libidine,
tante ubriacature, tante risse, tante stragi, tante imposture, tante perfidie,
tanti tradimenti, siano riscattati come in base ad un regolare patto, e
riscattati al punto da poter ricominciare da zero una nuova catena di
delitti.
E
chi è più folle, o meglio più felice, di quanti recitando ogni giorno sette
versetti del salterio si ripromettono una beatitudine sconfinata? A indicare a
san Bernardo quei magici versetti si crede sia stato un demone faceto, più
sciocco invero che furbo, se, poveretto, rimase intrappolato nel suo stesso
inganno. Roba da matti! persino io me ne vergogno. Sono cose, tuttavia, che
godono l'approvazione, non solo del volgo, ma anche di chi propina insegnamenti
religiosi.
O
non è forse lo stesso caso di quando ogni regione reclama il suo particolare
santo protettore, ognuno coi suoi poteri, ognuno venerato con determinati riti?
questo fa passare il mal di denti; quello assiste le partorienti. C'è il santo
che fa recuperare gli oggetti rubati, quello che rifulge benigno al naufrago, un
altro che protegge il gregge; e via discorrendo. Troppo lungo sarebbe elencarli
tutti. Ve ne sono che da soli possono essere utili in parecchi casi; vi ricordo
la Vergine, madre di Dio, alla quale il volgo attribuisce quasi più poteri che
al figlio.
41.
Infine, che cosa chiedono gli uomini a questi santi, se non cose che sanno di
follia? Fra tanti ex-voto di cui sono zeppe le pareti, e persino le volte di
certe Chiese, ne avete mai visti di chi fosse guarito dalla follia, o che fosse
diventato, sia pure uno zinzino, più saggio? Qualcuno si è salvato a nuoto; un
altro, ferito dal nemico, è riuscito a sopravvivere; chi, abbandonato il campo
mentre gli altri combattevano, ne è uscito con fortuna salvando anche l'onore;
uno, con l'aiuto di un santo protettore dei ladri, è caduto dal patibolo per
poter continuare ad alleggerire delle loro ricchezze quelli che non le meritano.
Chi è fuggito dal carcere forzando la porta; un altro è guarito dalla febbre con
disappunto del medico; a uno la bevanda velenosa non è stata letale, perché,
sciogliendogli il corpo, gli è servita da medicina, con scarsa soddisfazione
della moglie che si era data da fare per niente. Un uomo, pur essendoglisi
rovesciato il carro, ha riportato sani e salvi i cavalli. Un altro ancora,
rimasto sotto le macerie, è sopravvissuto; uno, infine, colto sul fatto da un
marito, è riuscito a svignarsela.
Nessuno che renda grazie per
essere stato guarito dalla pazzia. Gran bella cosa mancare di senno, se i
mortali tutto deprecano, fuori che la follia. Ma perché poi mi vado a cacciare
in questo mare di superstizioni? "Cento lingue, cento bocche, un'ugola di ferro,
non mi basterebbero a enumerare tutte le varietà di pazzi, a elencare tutte le
forme di follia." (Virgilio, "Eneide"). A tal punto la cristianità intera
trabocca di vaneggiamenti del genere; e i sacerdoti stessi sono pronti ad
ammetterle e incoraggiarle, non ignorando il guadagno che di solito ne viene. Se
però nel frattempo qualche odioso saggio si levasse a dire le cose come stanno -
"morirai bene, se bene hai vissuto; laverai i tuoi peccati, se all'offerta di
una moneta aggiungerai il pentimento con lacrime, veglie, preghiere, digiuni, e
un radicale cambiamento di vita; avrai la protezione di questo Santo, se ne
imiterai la vita" -; se quel saggio si mettesse a ripetere queste cose ed altre
del genere, vedresti in quale sgomento farebbe precipitare le anime dei mortali,
prima così colme di letizia!
Rientrano in questa congrega
coloro che da vivi stabiliscono la pompa del proprio funerale con tanta cura da
indicare il numero delle torce, degli incappati, dei cantori, dei lamentatori di
mestiere, come se dovessero avere un qualche sentore dello spettacolo, o se da
morti potessero vergognarsi qualora il cadavere non fosse sepolto con la debita
magnificenza, a somiglianza di chi, elevato ad una carica, si preoccupa di
organizzare giochi e banchetto.
42.
Per quanto cerchi di non dilungarmi, non riesco proprio a passare sotto silenzio
coloro che, in nulla diversi dall'ultimo ciabattino, si compiacciono tuttavia
oltremodo di un vano titolo nobiliare. Chi, a sentir lui, discende da Enea, chi
da Bruto, chi da Arturo; mostrano da ogni parte gli antenati in effigie,
ritratti da scultori e pittori. Ti enumerano uno dopo l'altro bisavoli e
trisavoli ricordandone gli antichi soprannomi, mentre per parte loro non dicono
molto di più di una muta statua, anzi dicono meno dei ritratti che ostentano. E
tuttavia il dolce amore di sé li fa vivere in perfetta letizia. né mancano gli
sciocchi che guardano a questa razza di animali come se fossero divinità.
Ma
perché perdermi a parlare dell'una o dell'altra specie di gente, come se
dappertutto la nostra Filautìa non fosse per tanti, e nelle forme più inattese,
fonte di grandissima felicità?
Questo qui è più brutto di
una scimmia, e si crede un Nireo. Un altro, appena ha tracciato tre linee col
compasso, si crede Euclide. Un altro ancora, che sta come un asino davanti alla
lira, ed ha mezzi vocali degni di un gallo in amore quando si avventa sulla
gallina, s'immagina di essere un secondo Ermogene. Un posto a parte merita
quell'ineffabile genere di follia per cui tanti, se uno dei loro servi ha delle
doti, se ne gloriano come di cosa propria. Come quel riccone doppiamente felice
di cui parla Seneca, che, se doveva raccontare una storiella, teneva d'intorno i
servi perché gli suggerissero i nomi; e, fidando nel fatto di averne in casa
tanti assai ben piantati, pur essendo così debole da reggere l'anima coi denti,
non avrebbe esitato a cimentarsi in una gara di pugilato.
A
che ricordare chi fa professione di artista? La filautìa è peculiare a tutta
questa gente a tal segno, che faresti prima a trovarne uno disposto a cedere il
campicello paterno che a rinunziare al suo talento, soprattutto nell'ambito
degli attori, dei cantori, degli oratori e dei poeti. Quanto più uno lascia a
desiderare, tanto più è arrogante nell'autocompiacimento, tanto più si vanta,
tanto più si gonfia. Il simile ama il simile, e quanto meno si vale tanto più si
è ammirati; i più vanno sempre dietro alle cose peggiori, perché, come ho detto,
la maggior parte degli uomini è soggetta alla follia. Quindi, se chi è più
ignorante è più contento di sé e ha più largo successo, cosa mai lo dovrebbe
indurre ad optare per una cultura autentica, che in primo luogo gli costerebbe
parecchio, e in secondo luogo lo renderebbe più fragile e più timido; e, infine,
restringerebbe sensibilmente la cerchia dei suoi ammiratori.
43.
Mi rendo conto che la natura, come ha infuso un amor proprio particolare nei
singoli individui, ne ha instillato uno comune a tutti i cittadini di ciascuna
nazione, e starei per dire di una stessa città. Di qui la pretesa degli Inglesi
di primeggiare, oltre che nel resto, sul piano della bellezza, della musica,
delle laute mense; gli Scozzesi vantano nobiltà, parentele regali, nonché
dialettiche sottigliezze; i Francesi rivendicano la raffinatezza dei costumi; i
Parigini pretendono la palma della scienza teologica vantandone un possesso
quasi esclusivo; gli Italiani affermano la loro superiorità nelle lettere e
nell'eloquenza; e si cullano tutti nella dolcissima convinzione di essere i soli
non barbari fra i mortali. Primi, in questo genere di felicità, sono i Romani,
ancora immersi nei bellissimi sogni dell'antica Roma; quanto ai Veneti, si beano
del prestigio della loro nobiltà. I Greci, quali inventori delle arti, si
vantano delle antiche glorie dei loro famosi eroi; i Turchi, e tutta quella
massa di autentici barbari, pretendono il primato anche in fatto di religione e
quindi deridono i cristiani come superstiziosi. Molto più gustoso è il caso
degli Ebrei che aspettano sempre incrollabili il proprio Messia, e ancor oggi si
tengono aggrappati al loro Mosè; gli Spagnoli non la cedono a nessuno in fatto
di gloria militare; i Tedeschi si compiacciono dell'alta statura e della
conoscenza della magia.
44.
Senza andare dietro ai casi particolari, vi rendete conto, penso, di quanto
piacere venga dalla Filautìa agli individui e ai mortali in genere. Le sta quasi
alla pari la sorella Adulazione.
La
filautìa, infatti, consiste nell'accarezzare se stessi; se si accarezza un
altro, si tratta di adulazione. Oggi, però, l'adulazione non gode buona fama; ma
questo fra coloro per cui le parole valgono più delle cose. Ritengono che
l'adulazione non si può accompagnare alla fedeltà, mentre potrebbero rendersi
conto di quanto sbagliano, solo se guardassero all'esempio che viene dalle
bestie. Chi, infatti, più adulatore del cane? e, al tempo stesso, chi più
fedele? Chi è più carezzevole dello scoiattolo? ma chi più di lui amico
dell'uomo? A meno che non si vogliano considerare più utili all'uomo i fieri
leoni, e le crudeli tigri, o i feroci leopardi. Anche se è vero che c'è una
forma d'adulazione davvero perniciosa con cui taluni, perfidamente beffando i
poveri ingenui, li portano alla rovina. Questa mia adulazione, invece, ha radice
in un certo bonario candore ed è molto più vicina alla virtù di quella durezza e
severità ruvida e stizzosa, di cui parla Orazio, e che si suole contrapporle. La
mia adulazione rincuora gli animi abbattuti, raddolcisce la tristezza, riscuote
dall'inerzia, sveglia gli ottusi, dà sollievo ai malati, mitiga i violenti,
mette pace fra gli innamorati e ne conserva la buona armonia. Attira i fanciulli
allo studio delle lettere, rallegra i vecchi, ammonisce ed ammaestra i prìncipi
senza offenderli, sotto specie di lodarli. Insomma, fa in modo che ciascuno sia
di sé più contento e a sé più caro, il che è parte della felicità, e addirittura
la parte più importante. Che cosa può esservi di più gentile di due muli che si
grattano a vicenda? Per non aggiungere che questa mia adulazione è una notevole
parte della celebrata eloquenza, e costituisce la parte maggiore della medicina;
della poesia poi è la componente massima. Ed è miele e condimento di tutte le
relazioni umane.
45.
Ma è male, dicono, essere ingannati; c'è molto di peggio: non essere ingannati.
Sono, infatti, proprio privi di buon senso quanti ripongono la felicità
dell'uomo nelle cose stesse. Essa dipende dal nostro modo di vederle. Infatti
tale è l'oscurità e varietà delle cose umane che niente si può sapere con
chiarezza, come giustamente affermano i miei Accademici, i meno presuntuosi dei
filosofi.
Se poi qualcosa si può sapere, spesso abbiamo poco da rallegrarcene. L'animo umano, infine, è fatto in modo tale che la finzione lo domina molto più della verità. Chi ne volesse trovare una prova facilmente accessibile, potrebbe andare in Chiesa a sentir prediche: qui, se il discorso si fa serio, tutti sonnecchiano, sbadigliano, si annoiano. Ma, se l'urlatore di turno (è stato un lapsus, volevo dire l'oratore), come spesso succede, prende le mosse da qualche storiella da vecchierelle, tutti si svegliano, si tirano su, stanno a sentire a bocca aperta. Del pari, se c'è un Santo leggendario e poetico - per esempio San Giorgio, o San Cristoforo, o Santa Barbara - lo vedrete venerare con molto maggiore pietà di San Pietro, e San Paolo, e dello stesso Gesù Cristo. Ma di questo, qui non è il luogo. Costa veramente poco conquistare la felicità illusoria che dicevo! Le cose vere, anche le meno rilevanti, come la grammatica, costano tanta fatica. Un'opinione, invece, costa così poco, e alla nostra felicità giova altrettanto, se non di più. Se, per esempio, uno si ciba di pesce in salamoia andato a male, di cui un altro neppure potrebbe sopportare il puzzo, mentre per lui sa d'ambrosia, di' un po', che cosa mai gl'impedisce di godersela? Al contrario, se a uno lo storione dà la n