ERODOTO
STORIE
Libro I
Erodoto di Alicarnasso espone qui il risultato delle sue ricerche storiche; lo scopo è di impedire che avvenimenti determinati dall'azione degli uomini finiscano per sbiadire col tempo, di impedire che perdano la dovuta risonanza imprese grandi e degne di ammirazione realizzate dai Greci come dai barbari; fra l'altro anche la ragione per cui vennero a guerra tra loro.
1) I dotti persiani affermano che i responsabili della rivalità furono i Fenici. Costoro giunsero in queste nostre acque provenienti dal mare detto Eritreo; insediatisi nella regione che abitano tutt’oggi, subito, con lunghi viaggi di navigazione, presero a fare commercio in vari paesi di prodotti egiziani ed assiri, e si spinsero fino ad Argo. A quell'epoca Argo era da ogni punto di vista la città più importante fra quante sorgevano nel territorio oggi chiamato Grecia. I Fenici arrivarono ad Argo e vi misero in vendita le loro mercanzie. Quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, ormai quasi esaurite le merci, scesero sulla riva del mare diverse donne, tra le quali si trovava la figlia del re Inaco: si chiamava Io, anche i Greci concordano su questo punto. Secondo i dotti persiani, mentre le donne si trattenevano accanto alla poppa della nave, per acquistare i prodotti che più desideravano, i marinai si incoraggiarono a vicenda e si avventarono su di loro: molte riuscirono a fuggire, ma non Io, che fu catturata insieme con altre; risaliti sulle navi, i Fenici si allontanarono, facendo rotta verso l'Egitto.
2) Secondo i Persiani Io giunse in Egitto così e non come narrano i Greci; e questo episodio avrebbe segnato l'inizio dei misfatti. In seguito alcuni Greci (essi non sono in grado di precisarne la provenienza), spintisi fino a Tiro, in Fenicia, vi rapirono la figlia del re, Europa; è possibile che costoro fossero di Creta. E fino a qui la situazione era in perfetta parità, ma poi i Greci si resero responsabili di una seconda colpa: navigarono con una lunga nave fino ad Ea e alle rive del fiume Fasi, nella Colchide, e là, compiuta la missione per cui erano venuti, rapirono Medea, la figlia del re dei Colchi; questi mandò in Grecia un araldo a reclamare la restituzione della figlia e a chiedere giustizia del rapimento, ma i Greci risposero che i barbari non avevano dato soddisfazione del ratto dell'argiva Io e che quindi per parte loro avrebbero fatto altrettanto.
3) Narrano che nella generazione successiva Alessandro, figlio di Priamo, a conoscenza di quei fatti, volle procurarsi moglie in Grecia per mezzo di un rapimento; era assolutamente convinto che non ne avrebbe mai dovuto rendere conto ai Greci perché questi in precedenza non lo avevano fatto nei confronti dei barbari. E così, quando ebbe rapito Elena, i Greci decisero per prima cosa di inviare messaggeri a chiedere la sua restituzione e a pretendere giustizia del rapimento; di fronte a tale istanza i barbari rinfacciarono loro il ratto di Medea: non era accettabile che proprio i Greci, rei di non avere pagato il proprio delitto e di non avere provveduto a nessuna restituzione malgrado le richieste, pretendessero ora di ottenere giustizia dagli altri.
4) Comunque, fino a quel momento, fra Greci e barbari non c'era stato altro che una serie di reciproci rapimenti; a partire da allora invece i maggiori colpevoli sarebbero diventati i Greci: essi infatti cominciarono a inviare eserciti in Asia prima che i Persiani in Europa. Ora, i barbari ritengono che rapire donne sia azione da delinquenti, ma che preoccuparsi di vendicare delitti del genere sia pensiero da dissennati: l'unico atteggiamento degno di un saggio è non tenere il minimo conto di donne rapite, perché è evidente che non le si potrebbe rapire se non fossero consenzienti. Secondo i Persiani gli abitanti dell'Asia non si curano minimamente delle donne rapite; i Greci invece per una sola donna di Sparta radunarono un grande esercito, si spinsero fino in Asia e abbatterono la potenza di Priamo; da allora e per sempre i Persiani avrebbero guardato con ostilità a tutto ciò che è greco. In effetti essi considerano loro proprietà l'Asia e le genti barbare che vi abitano e ben separate, a sé stanti, l'Europa e il mondo greco.
5) Insomma i Persiani descrivono così la dinamica degli eventi: fanno risalire alla distruzione di Ilio l'origine dell'odio che nutrono per i Greci. Però, a proposito di Io, i Fenici non concordano con i Persiani; secondo la loro versione essi condussero sì Io in Egitto, ma non dopo averla rapita, bensì perché lei ancora in Argo aveva avuto una relazione con il timoniere della nave; accortasi di essere rimasta incinta, per la vergogna aveva preferito partire con i Fenici, per non doverlo confessare ai propri genitori. Ecco dunque le versioni dei Persiani e dei Fenici; quanto a me, riguardo a tali fatti, non mi azzardo a dire che sono avvenuti in un modo o in un altro; io so invece chi fu il primo a rendersi responsabile di ingiustizie nei confronti dei Greci e quando avrò chiarito di costui procederò nel racconto. Verrò a parlare di varie città, ma senza distinguere fra grandi e piccole: il fatto è che alcune erano importanti nell'antichità e poi, in gran parte, sono decadute, altre, notevoli ai miei tempi, prima invece erano insignificanti; io, ben consapevole che la condizione umana non è mai stabile e immutabile, le ricorderò senza fare distinzioni.
6) Creso era di stirpe lidia e figlio di Aliatte; era re delle popolazioni al di qua di quel fiume Alis che, scorrendo da sud fra i Siri e i Paflagoni, procede verso settentrione fino al Ponto Eusino. Creso, per primo fra i barbari di cui abbiamo notizia, sottomise alcune città greche al pagamento di un tributo, mentre di altre cercava di acquistarsi l'amicizia: le vittime furono gli Ioni, gli Eoli e i Dori d'Asia, i privilegiati furono gli Spartani. Prima del regno di Creso tutti i Greci erano indipendenti: anche all'epoca dell'invasione della Ionia ad opera di un esercito di Cimmeri, alquanto prima del regno di Creso, non si erano avute sottomissioni di città, bensì soltanto scorrerie e saccheggi ai loro danni.
7) In Lidia il potere apparteneva agli Eraclidi; pervenne alla famiglia di Creso, ai Mermnadi, come ora vi narro. A Sardi il re era Candaule, dai Greci chiamato Mirsilo, discendente di un figlio di Eracle, Alceo. Il primo dei discendenti di Eracle a divenire re di Sardi era stato Agrone, che era figlio di Nino il quale a sua volta era figlio di Belo e nipote di Alceo; l'ultimo fu Candaule, figlio di Mirso. Quanti avevano regnato sul paese prima di Agrone erano discendenti di Lido, figlio di Atis; da Lido presero nome i Lidi, prima chiamati Meoni. Gli Eraclidi, progenie di Eracle e di una schiava di Iardano, ottennero il potere in affidamento dai discendenti di Lido in base a un oracolo e lo esercitarono per ventidue generazioni, vale a dire per 505 anni, trasmettendoselo di padre in figlio fino a Candaule figlio di Mirso.
8) Questo Candaule era molto innamorato della propria moglie e perciò era convinto che fosse di gran lunga la più bella donna del mondo. Con una simile convinzione, poiché era solito confidarsi anche sugli argomenti più delicati con un certo Gige, una guardia del corpo, suo favorito, figlio di Dascilo, finì in particolare per esaltargli l'aspetto fisico della moglie. Ma era fatale che a Candaule ne derivasse un grave danno: poco tempo dopo disse a Gige: "Gige, ho l'impressione che tu non mi credi quando ti parlo del corpo di mia moglie; succede certo che gli uomini abbiano le orecchie più incredule degli occhi, ma allora fai in modo di vederla nuda". Ma Gige protestando gli rispose: "Signore, ma che razza di discorso insano mi fai? Mi ordini di guardare nuda la mia padrona? Quando una donna si spoglia dei vestiti si spoglia anche del pudore; i buoni precetti sono ormai un patrimonio antico dell'umanità e da essi bisogna imparare: uno dice che si deve guardare solo ciò che ci appartiene. Io crederò che lei è la più bella donna del mondo e ti prego di non chiedermi assurdità".
9) Insomma, rispondendo così, opponeva il suo rifiuto: temeva che da quella situazione gli potesse derivare qualche guaio. Ma Candaule insistette: "Coraggio, Gige, non avere paura di me, come se ti facessi un simile discorso per metterti alla prova, né di mia moglie, che per opera sua ti possa accadere qualcosa di male; tanto per cominciare io studierò la maniera che lei non si accorga di essere osservata da te. Ecco, ti metterò dietro la porta spalancata della stanza in cui dormiamo; più tardi, quando io sarò entrato, anche mia moglie verrà, per mettersi a letto. Vicino alla porta c'è una sedia su cui lei, spogliandosi, appoggerà le vesti, una per una; e così potrai guardartela in tutta tranquillità; ma quando lei si sposterà dalla sedia verso il letto, dandoti la schiena, allora esci dalla stanza, ma fai attenzione che lei non ti veda".
10) Non avendo via di scampo, Gige era pronto a obbedire. Candaule, quando gli parve ora di andare a dormire, condusse Gige nella sua camera; subito dopo comparve anche la moglie: Gige la osservò mentre entrava e posava i propri vestiti. Appena la donna si voltò per avvicinarsi al letto, dandogli le spalle, Gige uscì dal nascondiglio e si allontanò; lei lo scorse mentre usciva, ma, pur avendo compreso il misfatto del marito, invece di gridare per la vergogna, finse di non essersi accorta di niente, con l'intenzione però di vendicarsi di Candaule. Bisogna sapere che presso i Lidi, come presso quasi tutti gli altri barbari, è grande motivo di vergogna persino che sia visto nudo un uomo.
11) Sul momento non lasciò trasparire nulla e rimase tranquilla; ma non appena fu giorno diede istruzioni ai servi che vedeva a sé più fedeli e mandò a chiamare Gige. Gige credeva che lei ignorasse l'accaduto e si presentò subito: era abituato anche prima ad accorrere ogni volta che la regina lo chiamava. Quando lo ebbe davanti, la donna gli disse: "Ora tu, caro Gige, hai di fronte a te due strade e io ti concedo di scegliere quale preferisci percorrere: o uccidi Candaule e ottieni me e il regno dei Lidi, oppure è necessario che tu muoia subito, così non sarai più costretto a vedere ciò che non devi per obbedire a tutti gli ordini del tuo padrone. Non ci sono alternative: o muore il responsabile di tutte queste macchinazioni o muori tu che mi hai vista nuda e che hai compiuto azioni così poco lecite". Gige dapprima rimase sbalordito dalle parole della regina, poi supplicò per un po' di non costringerlo a compiere una simile scelta; ma non riuscì a persuaderla, anzi si rese conto senza più dubbi di trovarsi di fronte all'ineluttabile: uccidere il proprio padrone o venire ucciso lui stesso da altri, e scelse la propria salvezza. Rivolgendosi alla donna le chiese: "Poiché mi costringi a uccidere il mio padrone contro la mia volontà, voglio almeno sapere in che modo lo aggrediremo". E lei gli rispose: "L'aggressione avverrà esattamente dallo stesso luogo dal quale lui mi ha mostrata nuda e il colpo si farà mentre dorme".
12) Studiarono i particolari del piano e appena scese la notte Gige seguì la donna nella camera da letto: gli era stato impedito di allontanarsi e non aveva nessuna possibilità di sottrarsi a quel compito: era inevitabile la morte sua o di Candaule. La regina lo nascose dietro la stessa porta dopo avergli consegnato un pugnale. Più tardi, quando Candaule si addormentò, Gige uscì dal suo nascondiglio, lo uccise ed ebbe così insieme la donna e il regno. Archiloco di Paro, vissuto nella stessa epoca, menzionò Gige in un suo trimetro giambico.
13) Ottenne il regno e vide consolidato il suo potere grazie all'oracolo di Delfi, perché quando già i Lidi, considerando la gravità dell'assassinio di Candaule, erano in armi, i partigiani di Gige e gli altri Lidi vennero a un accordo: se l'oracolo lo avesse designato re dei Lidi, allora Gige avrebbe regnato, in caso contrario avrebbe restituito il potere agli Eraclidi. L'oracolo gli fu favorevole e così Gige fu re. La Pizia vaticinò che gli Eraclidi si sarebbero rivalsi sul quinto discendente di Gige, ma di questa profezia i Lidi e i loro sovrani non si curarono più fino a quando non si compì.
14)Ecco insomma come i Mermnadi avevano conquistato il potere, sottraendolo agli Eraclidi. Gige, quando fu re, inviò rilevanti offerte a Delfi, in pratica la maggior parte di tutte le offerte in argento che vi si trovano; e oltre all'argento dedicò anche oro in grande quantità, fra cui è degna di menzione una serie di sei crateri d'oro: oggi si trovano nel tesoro dei Corinzi e raggiungono un peso di trenta talenti. Però a dire il vero il tesoro non appartiene allo stato di Corinto, bensì a Cipselo figlio di Eezione. Gige fu il primo barbaro di cui abbiamo notizia a inviare offerte a Delfi dopo Mida, figlio di Gordio, re di Frigia. Mida aveva consacrato il trono regale da cui amministrava la giustizia, un oggetto che merita di essere visto: questo trono si trova dove sono collocati anche i crateri di Gige. Gli abitanti di Delfi chiamano "Gigade", dal nome del donatore, l'oro e l'argento offerti da Gige. Quando ebbe il potere, anch'egli inviò spedizioni militari contro Mileto e Smirne, ed espugnò la città di Colofone, ma non ci fu nessuna altra impresa durante i 38 anni del suo regno, e anche di questa basterà aver fatto menzione.
15)Mi limiterò a menzionare soltanto anche Ardi, figlio di Gige, che regnò dopo il padre: costui espugnò Priene e organizzò una spedizione contro Mileto; fu durante il suo regno che i Cimmeri, muovendo dalle loro sedi a causa della pressione di nomadi Sciti, si spostarono in Asia e occuparono tutta Sardi a eccezione dell'acropoli.
16)Dopo i 49 anni del regno di Ardi sul trono salì suo figlio Sadiatte, che regnò per 12 anni. Il figlio di Sadiatte, Aliatte, combatté poi una guerra contro Ciassare, il discendente di Deioce, e contro i Medi, scacciò i Cimmeri dall'Asia, prese Smirne, colonia di Colofone e assalì pure Clazomene: da questo conflitto non uscì proprio come aveva sperato, anzi con insuccessi non indifferenti. Però mentre fu al potere realizzò altre imprese degne di essere ricordate.
17)Combatté contro i Milesi una guerra ereditata dal padre, guidando le manovre di offesa e stringendo l'assedio nella maniera seguente: mandava all'attacco l'esercito ogni volta che in quella terra i prodotti erano giunti a maturazione; le operazioni si svolgevano al suono di zampogne, di pettidi e di flauti acuti e gravi. Quando entrava nei territori di Mileto non abbatteva o incendiava le case che si trovavano nei campi; non ne forzava neppure le porte, le lasciava intatte in tutta la contrada; gli alberi e i frutti della terra li faceva distruggere e poi si ritirava. Il fatto è che i Milesi erano padroni del mare, sicché non era possibile per un esercito stringerli d'assedio. Il re lidio non abbatteva le costruzioni affinché i Milesi muovendo da esse potessero coltivare e lavorare la terra e lui, grazie al lavoro di quelli, avesse qualcosa da depredare durante le sue incursioni.
18)Con questo sistema la guerra durò undici anni, durante i quali i Milesi subirono due gravi sconfitte, a Limeneo nel loro territorio e nella piana del Meandro. Per sei anni su undici a capo dei Lidi era stato ancora il figlio di Ardi Sadiatte: era stato lui a suo tempo a invadere con le sue truppe il paese di Mileto, ed era stato anche il responsabile dell'inizio della guerra. Nei successivi cinque anni a combattere fu Aliatte figlio di Sadiatte il quale, come ho già spiegato, ereditò dal padre il conflitto e lo diresse con particolare energia. Nessuna popolazione della Ionia aiutò i Milesi a sostenere il peso di quella guerra tranne i soli abitanti di Chio, che vennero in loro soccorso per ricambiare un analogo favore: infatti in tempi precedenti Mileto aveva condiviso con Chio i disagi della guerra contro Eritrei.
19)Al dodicesimo anno, mentre il raccolto veniva dato alle fiamme dall'esercito, si verificò questo fatto: quando le messi presero a bruciare, il fuoco, spinto dal vento, raggiunse il tempio di Atena Assesia: il tempio si incendiò e rimase completamente distrutto dalle fiamme, cosa alla quale sul momento nessuno fece caso. Ma dopo il ritorno a Sardi dell'esercito, Aliatte si ammalò; e siccome la malattia non guariva, inviò a Delfi degli incaricati, vuoi per suggerimento di qualcuno vuoi avendo deciso da solo di interrogare il dio sulla natura del proprio male. E agli inviati la Pizia rispose che non avrebbe emesso alcun responso se prima non avessero ricostruito il tempio di Atena che avevano incendiato ad Asseso nel territorio di Mileto.
20)Io sono a conoscenza di questi particolari perché mi sono stati raccontati a Delfi, ma i Milesi aggiungono che Periandro, figlio di Cipselo, legato da strettissimi vincoli di ospitalità con l'allora re di Mileto Trasibulo, quando venne a conoscenza dell'oracolo dato ad Aliatte, tramite un messaggero lo riferì a Trasibulo affinché, saputolo prima, potesse regolarsi di conseguenza.
21) Così andarono le cose secondo il racconto dei Milesi. Quando Aliatte ricevette il responso, subito inviò a Mileto un araldo, intenzionato a stipulare una tregua con Trasibulo e con i Milesi per tutto il tempo necessario alla edificazione del santuario. Così, mentre l'inviato era in viaggio verso Mileto, Trasibulo, ormai al corrente di ogni cosa e in grado di prevedere le mosse di Aliatte, preparò la seguente messinscena: fece raccogliere nella piazza principale tutte quante le riserve alimentari della città, pubbliche e private, e ordinò ai cittadini di attendere il suo segnale e poi di abbandonarsi a bevute e a bagordi collettivi.
22)Trasibulo dava queste disposizioni affinché l'araldo di Sardi tornasse a riferire ad Aliatte di aver visto grandi cumuli di vivande ammonticchiate e uomini dediti a festeggiamenti. Come appunto avvenne: l'araldo vide quello spettacolo, riferì a Trasibulo il messaggio del re lidio e ritornò a Sardi; e, secondo le informazioni che ho ricevuto, fu proprio quella la causa della ricomposizione del conflitto. In realtà Aliatte sperava che Mileto fosse ormai in preda a una dura carestia e la cittadinanza ridotta all'estremo limite di sopportazione: invece udì dall'araldo ritornato da Mileto esattamente il contrario di ciò che si aspettava. In seguito stipularono una pace stringendo fra loro vincoli di ospitalità e di alleanza; Aliatte fece costruire ad Asseso non uno ma due templi dedicati ad Atena e guarì della sua malattia. Questo accadde ad Aliatte durante la guerra contro Trasibulo e Mileto.
23) Periandro, quello che aveva informato Trasibulo del responso, era figlio di Cipselo e signore di Corinto; gli abitanti di Corinto narrano (e i Lesbi concordano con loro) che durante la sua vita si verificò un evento portentoso, l'arrivo al Tenaro di Arione di Metimna, in groppa a un delfino. Arione fu il più grande citaredo dell'epoca, il primo uomo a nostra conoscenza a comporre un ditirambo, a dargli nome e a farlo eseguire in Corinto.
24) Ebbene si narra che Arione, il quale trascorreva accanto a Periandro la maggior parte del suo tempo, aveva provato grande desiderio di compiere un viaggio per mare fino in Italia e in Sicilia; là si era arricchito, poi aveva deciso di ritornare a Corinto. Quando dunque si trattò di ripartire da Taranto, poiché non si fidava di nessuno più che dei Corinzi, noleggiò una nave di Corinto; ma quando furono in mare aperto gli uomini dell'equipaggio tramarono di sbarazzarsi di Arione e di impossessarsi delle sue ricchezze. Arione se ne accorse e cominciò a supplicarli: era disposto a cedere i suoi averi, ma chiedeva salva la vita; tuttavia non riuscì a convincerli, anzi i marinai gli ingiunsero di togliersi la vita così da ottenere sepoltura nella terra oppure di gettarsi in mare al più presto. Arione, vistosi ormai senza scampo, chiese il permesso, poiché avevano deciso così, di cantare in piedi fra i banchi dei rematori in completa tenuta di scena: promise di togliersi la vita al termine del canto. I marinai, piacevolmente attirati dall'idea di ascoltare il miglior cantore del mondo, si ritirarono da poppa verso il centro della nave. Arione indossò i suoi costumi di scena, prese la cetra ed eseguì un canto a tono elevato, stando in piedi tra i banchi dei rematori; alla fine del canto si gettò in mare così com'era, con tutto il costume. Sempre secondo il racconto i marinai fecero poi rotta verso Corinto mentre Arione fu raccolto da un delfino e trasportato fino al Tenaro; qui toccò terra e da qui si diresse verso Corinto, ancora in tenuta di scena; quando vi giunse narrò tutto l'accaduto a Periandro, il quale, alquanto incredulo, decise di trattenere Arione sotto sorveglianza e di concentrare la sua attenzione sull'equipaggio della nave. Così, quando i marinai furono a disposizione, li fece chiamare e chiese loro se potevano dargli notizie di Arione; essi risposero che si trovava vivo e vegeto in Italia, che lo avevano lasciato a Taranto in piena e felice attività; ma Arione si mostrò davanti a loro, ancora vestito come quando era saltato dalla nave, e quelli, sbigottiti e ormai scoperti, non poterono più negare. Questo raccontano i Corinzi e i Lesbi; inoltre sul Tenaro si trova una statua votiva di bronzo di Arione, non grande, che rappresenta un uomo in groppa a un delfino.
25) Aliatte, il re di Lidia che aveva portato a termine la guerra contro Mileto, morì assai più tardi, dopo 57 anni di regno. Guarito dalla malattia, aveva consacrato a Delfi, secondo nella sua famiglia, un grande cratere d'argento e un sottocratere di ferro saldato, oggetto che merita di essere visto più di tutti gli ex-voto di Delfi; è opera di Glauco di Chio che fu l'unico artista a scoprire la tecnica di saldatura del ferro.
26) Alla morte di Aliatte gli succedette nel regno il figlio Creso che all'epoca aveva 35 anni; egli assalì per primi tra i Greci gli Efesini. In quella circostanza gli Efesini, assediati dall'esercito di Creso, affidarono la città ad Artemide legando una fune dal tempio fino alle mura. Fra la parte antica della città, che era quella allora assediata, e il tempio ci sono sette stadi. Gli Efesini furono solo i primi perché poi in seguito Creso aggredì una per una tutte le città degli Ioni e degli Eoli, prendendo a pretesto le colpe più svariate, muovendo accuse gravi quando poteva trovarne di gravi, ma anche adducendo ragioni di poco conto.
27) Dopo aver costretto tutti i Greci d'Asia al pagamento di un tributo, progettò di far costruire delle navi e di assalire gli abitanti delle isole. Si racconta che, quando ormai tutto era pronto alla costruzione delle navi, giunse a Sardi Biante di Priene (secondo altri era Pittaco di Mitilene): e costui riuscì a fare interrompere i lavori dando a Creso, che gli chiedeva se ci fossero novità dalla Grecia, la seguente risposta: "Signore, gli abitanti delle isole stanno facendo incetta di cavalli per organizzare una spedizione contro Sardi e contro di te". Creso, credendo che stesse parlando seriamente, esclamò: "Magari gli dei glielo mettessero in testa a quegli isolani di venire contro i figli dei Lidi con la cavalleria!" E l'altro replicò: "Mio re, vedo che ti auguri ardentemente di ricevere sul continente degli isolani trasformati in cavalieri, ed è una speranza ben logica; ma poi, cos'altro credi che si augurino gli isolani, da quando hanno saputo che stai facendo costruire navi per assalirli, se non di ricevere i Lidi sul mare, dove potrebbero farti pagare la schiavitù in cui tieni i Greci del continente?" Raccontano che a Creso piacque molto questa conclusione e poiché gli parve molto pertinente si persuase a interrompere la costruzione delle navi. Fu così che strinse un patto di buon vicinato con gli Ioni residenti nelle isole.
28)Col passare del tempo quasi tutte le popolazioni stanziate al di qua del fiume Alis furono sottomesse: Creso assoggettò al suo dominio, tranne Cilici e Lici, tutte le altre genti: Lidi, Frigi, Misi, Mariandini, Calibi, Paflagoni, Traci (Tini e Bitini), Cari, Ioni, Dori, Eoli e Panfili.
29) Creso li sottomise e ne annesse i territori al regno dei Lidi; così in una Sardi all'apice dello splendore giunsero in seguito tutti i sapienti di Grecia dell'epoca, uno dopo l'altro, e tra gli altri Solone di Atene. Solone formulò le leggi per i propri concittadini, su loro richiesta, e poi soggiornò fuori della patria per dieci anni, partito col pretesto di un viaggio conoscitivo, ma in realtà per non essere costretto ad abrogare alcuna delle leggi che aveva promulgato; perché gli Ateniesi, da soli, non erano in condizione di farlo: solenni giuramenti li vincolavano per dieci anni a valersi delle norme stabilite da Solone.
30) Per tale ragione e anche per il suo viaggio, Solone rimase all'estero, recandosi in Egitto presso Amasi e, appunto, a Sardi presso Creso. Al suo arrivo fu ospitato da Creso nella reggia: due o tre giorni dopo, per ordine del re, alcuni servitori lo condussero a visitare i tesori e gli mostrarono quanto vi era di straordinario e di sontuoso. Creso aspettò che Solone avesse osservato e considerato tutto per bene e poi, al momento giusto, gli chiese: "Ospite ateniese, ai nostri orecchi è giunta la tua fama, che è grande sia a causa della tua sapienza sia per i tuoi viaggi, dato che per amore di conoscenza hai visitato molta parte del mondo: perciò ora m'ha preso un grande desiderio di chiederti se tu hai mai conosciuto qualcuno che fosse veramente il più felice di tutti. Faceva questa domanda perché riteneva di essere lui l'uomo più ricco, ma Solone, evitando l'adulazione e badando alla verità, rispose: "Certamente, signore, Tello di Atene". Creso rimase sbalordito da questa risposta e lo incalzò con un'altra domanda: "E in base a quale criterio giudichi Tello l'uomo più felice?" E Solone spiegò: "Tello in un periodo di prosperità per la sua patria ebbe dei figli sani e intelligenti e tutti questi figli gli diedero dei nipoti che crebbero tutti; lui stesso poi, secondo il nostro giudizio già così fortunato in vita, ha avuto la fine più splendida: durante una battaglia combattuta a Eleusi dagli Ateniesi contro una città confinante, accorso in aiuto, mise in fuga i nemici e morì gloriosamente; e gli Ateniesi gli celebrarono un funerale di stato nel punto esatto in cui era caduto e gli resero grandissimi onori".
31) Quando Solone gli ebbe presentato la storia di Tello, così ricca di eventi fortunati, Creso gli domandò chi avesse conosciuto come secondo dopo Tello, convinto di avere almeno il secondo posto. Ma Solone disse: "Cleobi e Bitone, entrambi di Argo, i quali ebbero sempre di che vivere e oltre a ciò una notevole forza fisica, sicché tutti e due riportarono vittorie nelle gare atletiche; di loro tra l'altro si racconta il seguente episodio: ad Argo c'era una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al tempio dopo un tragitto di 45 stadi. Al loro gesto, ammirato da tutta la popolazione riunita per la festa, seguì una fine nobilissima: con loro il dio volle mostrare quanto, per un uomo, essere morto sia meglio che vivere. Intorno ai due giovani gli uomini di Argo ne lodavano la forza, mentre le donne si complimentavano con la madre che aveva avuto due figli come quelli; e la madre, oltremodo felice dell'impresa e della grande reputazione derivatane, si fermò in piedi di fronte all'immagine della dea e la pregò di concedere a Cleobi e a Bitone, i suoi due figli che l'avevano tanto onorata, la sorte migliore che possa toccare a un essere umano. Dopo questa preghiera i giovani celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire lì nel tempio; e l'indomani non si svegliarono più: furono colti così dalla morte. Gli Argivi li ritrassero in due statue che consacrarono a Delfi, come si fa con gli uomini più illustri".
32) A quei due dunque Solone assegnava il secondo posto nella graduatoria della felicità; Creso si irritò e gli disse: "Ospite ateniese, la nostra felicità l'hai svalutata al punto da non ritenerci neppure pari a cittadini qualunque?" E Solone rispose: "Creso tu interroghi sulla condizione umana un uomo che sa quanto l'atteggiamento divino sia pieno di invidia e pronto a sconvolgere ogni cosa. In un lungo arco di tempo si ha occasione di vedere molte cose che nessuno desidera e molte bisogna subirle. Supponiamo che la vita di un uomo duri settanta anni; settanta anni da soli, senza considerare il mese intercalare, fanno 25.200 giorni; se poi vuoi che un anno ogni due si allunghi di un mese per evitare che le stagioni risultino sfasate, visto che in settanta anni i mesi intercalari sono 35, i giorni da aggiungere risultano 1050. Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cioè di ben 26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E così, Creso, tutto per l'uomo è provvisorio. Vedo bene che tu sei ricchissimo e re di molte genti, ma ciò che mi hai chiesto io non posso attribuirlo a te prima di aver saputo se hai concluso felicemente la tua vita. Chi è molto ricco non è affatto più felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperità. Infatti molti uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una vita modesta, possono dirsi davvero fortunati. Chi è molto ricco ma infelice è superiore soltanto in due cose a chi è fortunato, ma quest'ultimo rispetto a chi è ricco è superiore da molti punti di vista. Il primo può realizzare un proprio desiderio e sopportare una grave sciagura più facilmente, ma il secondo gli è superiore perché, anche se non è in grado come lui di sopportare sciagure e soddisfare desideri, da questi però la sua buona sorte lo tiene lontano; e non ha imperfezioni fisiche, non ha malattie e non subisce disgrazie, ha bei figli e un aspetto sempre sereno. E se oltre a tutto questo avrà anche una buona morte, allora è proprio lui quello che tu cerchi, quello degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna sempre evitare di dirlo felice, soltanto "fortunato". Certo, che un uomo riunisca tutte le suddette fortune, non è possibile, così come nessun paese provvede da solo a tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro è carente, cosicché migliore è il paese che produce più beni. Allo stesso modo non c'è essere umano che sia sufficiente a se stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca; chi viva, continuamente avendo più beni, e poi concluda la sua vita dolcemente, ecco, signore, per me costui ha diritto di portare quel nome. Di ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente".
33) Creso non rimase per niente soddisfatto di questa spiegazione; non tenne Solone nella minima considerazione e lo congedò; considerava senz'altro un ignorante chi trascurava i beni presenti e di ogni cosa esortava a osservare la fine.
34) Dopo la partenza di Solone Creso subì la vendetta del dio: la subì, per quanto si può indovinare, perché aveva creduto di essere l'uomo più felice del mondo. Non era trascorso molto tempo quando nel sonno ebbe un sogno rivelatore: sognò le sventure che sarebbero poi effettivamente capitate a suo figlio. Creso aveva due figli, uno dei quali menomato (era muto), mentre l'altro, di nome Atis, primeggiava fra i suoi coetanei in ogni attività; il sogno indicò a Creso chiaramente che Atis sarebbe morto colpito da una punta di ferro. Al risveglio, quando si rese conto del contenuto del sogno, ne provò orrore; allora fece prendere moglie al figlio e siccome prima era abituato a guidare l'esercito lidio, non lo inviò più in nessun luogo per incarichi di questo tipo. Frecce, giavellotti e tutti quegli strumenti che si usano per combattere, li fece asportare dalle sale degli uomini e ammucchiare nelle stanze delle donne, perché nessuno di essi, rimanendo appeso alle pareti, potesse cadere accidentalmente sul figlio.
35) Quando il figlio era impegnato nelle nozze, giunse a Sardi uno sventurato di nazionalità frigia e di stirpe reale, le cui mani erano impure. Costui si presentò alla reggia di Creso e chiese di ottenere la purificazione secondo le norme locali, e Creso lo purificò. Il rituale di purificazione dei Lidi è pressoché identico a quello dei Greci. Compiuti gli atti rituali, Creso gli chiese chi fosse e da dove venisse: "Straniero, chi sei? Da quale parte della Frigia sei venuto a rifugiarti presso il mio focolare? Quale uomo o quale donna hai ucciso?" E quello rispose: "Signore, io sono nipote di Mida e figlio di Gordio, il mio nome è Adrasto; sono qui perché senza volerlo ho ucciso mio fratello e perché sono stato scacciato da mio padre e privato di ogni cosa". Al che Creso disse: "Si dà il caso che tu sia discendente di persone legate a noi da vincoli di amicizia; e fra amici pertanto tu sei arrivato. Se rimani con noi non ti mancherà nulla e se vivrai di buon cuore questa tua disgrazia, avrai molto da guadagnarci".
36) E così Adrasto soggiornava presso Creso quando comparve sul monte Olimpo di Misia un grosso esemplare di cinghiale che muovendo dalla montagna distruggeva le coltivazioni dei Misi; più di una volta i Misi avevano organizzato battute di caccia, senza però riuscire ad arrecargli alcun danno, subendone anzi da lui. Infine dei messaggeri Misi si recarono da Creso e gli dissero: "O re, nella nostra regione è comparso un gigantesco cinghiale che ci distrugge le coltivazioni; e noi, con tutto l'impegno che ci mettiamo, non riusciamo ad abbatterlo. Perciò ora ti preghiamo di mandare tuo figlio insieme con giovani scelti e cani, così potremo allontanarlo dai nostri territori". Queste erano le loro richieste, ma Creso, memore del sogno, rispose: "Quanto a mio figlio non se ne parla nemmeno: non lo posso mandare con voi perché si è appena sposato e ora ha da pensare a ben altro. Manderò invece uomini scelti e ogni sorta di equipaggiamento utile alla caccia, e ordinerò agli uomini della spedizione di garantire tutto il loro impegno nell'aiutarvi a scacciare il cinghiale dal vostro paese".
37) Ma mentre i Misi erano soddisfatti della risposta ricevuta, si fece avanti il figlio di Creso, che aveva udito le richieste dei Misi; visto che suo padre si era rifiutato di inviarlo con loro, il giovane gli disse: "Padre, una volta per noi l'aspirazione più bella e più nobile consisteva nel meritarsi gloria in guerra o nella caccia, ma ora tu mi vieti entrambe le attività; eppure non hai certamente scorto in me qualche segno di vigliaccheria o di paura. Con quale faccia ora devo mostrarmi fra la gente andando e venendo attraverso la città? Che opinione avranno di me i cittadini, e mia moglie, che mi ha appena sposato? Con quale marito crederà di convivere? Adesso perciò o tu mi lasci partecipare alla caccia, oppure mi dai una spiegazione sufficiente a convincermi che è meglio non farlo".
38)E Creso rispose: "Figlio mio, io non agisco così perché abbia scorto in te vigliaccheria o qualche altra cosa spiacevole; ma una visione apparsami nel sonno mi disse che tu avresti avuto una vita breve, che saresti morto colpito da una punta di ferro. Perciò dopo il sogno affrettai le tue nozze e perciò ora non invio te per l'impresa che ho accettato: agisco con cautela per vedere se in qualche modo, finché sono vivo, riesco a sottrarti alla morte. Il destino vuole che tu sia il mio unico figlio: l'altro infatti, che è menomato, non lo considero tale".
39) E il giovane gli rispose: "Ti capisco, padre, e capisco le precauzioni che hai nei miei riguardi dopo un simile sogno. Ma di questo sogno ti è sfuggito un particolare ed è giusto che io te lo faccia notare. Dal tuo racconto risulta che il sogno ti annunciava la mia morte come causata da una punta di ferro: e quali mani possiede un cinghiale? Quale punta di ferro di cui tu possa avere paura? Se ti avesse annunciato la mia morte come provocata da una zanna o da qualcosa del genere, allora sarebbe stato tuo dovere agire come agisci, ma ha parlato di una punta. E allora, visto che non si tratta di andare a combattere contro dei guerrieri, lasciami partire".
40) E Creso concluse: "Figlio mio, si può dire che nell'interpretare il mio sogno tu batti le mie capacità di giudizio: e io, in quanto sconfitto da te, cambio parere e ti lascio partecipare alla caccia".
41) Detto ciò, Creso fece chiamare il frigio Adrasto al quale, quando lo ebbe davanti, pronunciò il seguente discorso: "Adrasto, - disse - tu eri stato colpito da una dolorosa disgrazia, che non ti rimprovero, e io ti ho purificato e accolto nella mia casa dove ora ti ospito offrendoti ogni mezzo di sussistenza; adesso dunque, visto che per primo ti ho concesso enormi favori, tu sei in debito verso di me di favori uguali; io desidero che tu vegli su mio figlio che sta partendo per una battuta di caccia, che lungo la strada non vi si parino davanti pericolosi ladroni armati di cattive intenzioni. Oltre tutto non puoi esimerti dal recarti là dove tu possa segnalarti con qualche bella impresa: così facevano i tuoi antenati, senza contare che le tue forze te lo consentono ampiamente".
42) E Adrasto gli rispose: "Sovrano, se non me lo chiedessi tu, io non parteciperei a una simile impresa, perché non è decoroso per me, con la disgrazia che ho avuto, accompagnarmi a giovani della mia età dalla vita felice: non è quanto io voglio, anzi ne farei volentieri a meno. Ma ora, poiché sei tu a spingermi e verso di te io devo mostrarmi cortese, in debito come sono di enormi favori, ora sono disposto a farlo; tuo figlio, che affidi alla mia sorveglianza, per quanto dipende da me fai pure conto di vederlo tornare sano e salvo".
43) Quando Adrasto ebbe dato a Creso la sua risposta, la spedizione partì, con ampio seguito di giovani scelti e di cani da caccia. Giunsero al monte Olimpo e cominciarono a cercare il cinghiale; trovatolo lo circondarono e presero a scagliargli addosso i loro giavellotti: a questo punto l'ospite, proprio quello purificato da Creso, Adrasto, nel tentativo di centrare il cinghiale finì per sbagliarlo colpendo invece il figlio di Creso. Questi, trafitto dalla punta, dimostrò l'esattezza profetica del sogno. Qualcuno corse ad annunciare a Creso l'accaduto: come giunse a Sardi gli raccontò della battuta di caccia e della disgrazia del figlio.
44) Creso, sconvolto dalla morte del figlio, fu ancora più dispiaciuto per il fatto che a ucciderlo era stato l'uomo da lui purificato da un omicidio. Prostrato dalla sciagura, invocava con rabbia Zeus Purificatore, chiamandolo a testimone di ciò che aveva sofferto per mano del suo ospite, e lo invocava come protettore del focolare e dell'amicizia, sempre lo stesso dio ma con attributi diversi: in quanto protettore del focolare perché, avendo accolto nella propria casa lo straniero, senza saperlo aveva dato da mangiare all'uccisore di suo figlio, in quanto protettore dell'amicizia perché lo aveva inviato come difensore e se lo ritrovava ora odiosissimo nemico.
45) Più tardi tornarono i Lidi portando il cadavere e dietro li seguiva il responsabile della disgrazia: Adrasto, in piedi di fronte al cadavere, si consegnava a Creso protendendo le mani, invitandolo a immolarlo sul corpo del figlio; ricordava la precedente sventura e sosteneva di non avere più diritto di vivere dato che aveva rovinato chi a suo tempo si era fatto suo benefattore. Creso, nonostante il grande dolore per la disgrazia abbattutasi sulla sua famiglia, udendo queste parole ebbe compassione di Adrasto e gli disse: "Ho già da parte tua ogni soddisfazione visto che tu stesso ti assegni la morte come punizione. Tu non hai colpa di questa sciagura se non in quanto ne sei stato strumento involontario: il responsabile forse è un dio, che già da tempo mi aveva preannunciato quanto sarebbe accaduto". Poi Creso diede al figlio degna sepoltura; Adrasto, discendente di Gordio e di Mida, uccisore del proprio fratello e uccisore di chi da quell'omicidio lo aveva purificato, riconoscendo di essere l'uomo più sciagurato del mondo, attese che tutti si fossero allontanati dal sepolcro e lì, proprio sulla tomba, si tolse la vita.
46) Creso, rimasto privo del figlio, per due anni mantenne un lutto strettissimo. Più tardi la caduta di Astiage figlio di Ciassare e l'assunzione del potere da parte di Ciro, figlio di Cambise, con la conseguente crescita della potenza persiana, distolsero Creso dal suo dolore e determinarono in lui la preoccupazione insistente di frenare, se possibile, l'espansione della potenza dei Persiani prima che divenissero troppo influenti. Con questa idea decise subito di mettere alla prova gli oracoli greci e l'oracolo di Libia inviando corrieri un po' ovunque: a Delfi, ad Abe nella Focide, a Dodona; altri furono mandati ai santuari di Anfiarao e di Trofonio, altri ancora presso i sacerdoti Branchidi, nel territorio di Mileto. Tanti furono gli oracoli greci che Creso mandò a consultare; in Libia inviò un'altra delegazione a interrogare l'indovino di Ammone. In tal modo Creso voleva verificare le conoscenze degli oracoli: se avesse riscontrato che conoscevano la verità, avrebbe inviato nuovi corrieri per chiedere se poteva intraprendere spedizioni militari contro la Persia.
47) Ai Lidi spediti a saggiare gli oracoli diede le seguenti istruzioni: dovevano tenere il conto esatto dei giorni trascorsi dopo la loro partenza da Sardi; al centesimo giorno dovevano consultare gli oracoli chiedendo loro che cosa stesse facendo in quel momento il re dei Lidi Creso, figlio di Aliatte; dovevano trascrivere parola per parola il responso degli indovini e tornare a riferirlo. Nessuno sa dire quali furono le risposte degli altri oracoli, ma a Delfi, non appena i Lidi furono entrati nel santuario ed ebbero consultato il dio formulando la domanda prescritta, la Pizia diede in versi esametri la seguente rispose:…. “Io della spiaggia conosco le arene e il volume del mare, Il sordomuto comprendo e se pure non parli l’intendo. Di tartaruga dal cuoio robusto un odore mi giunge, Cotta nel bronzo insieme con pezzi di carne di agnello: Bronzo v’è sotto disteso, ed essa di bronzo vestita.”… ( Io so quanti sono i granelli di sabbia e so le dimensioni del mare, io intendo chi è muto e ascolto anche chi non ha voce. Fino a me giunge l'odore di una testuggine dal duro guscio che sta cuocendo nel rame insieme con carni di agnello: c'è bronzo sotto di lei e bronzo sopra).
48) I Lidi trascrissero il responso della Pizia e partirono per tornare a Sardi. Quando anche gli altri inviati furono presenti, tutti con il loro responso, Creso aprì gli scritti, uno per uno, e ne esaminò il contenuto: nessuno degli altri gli parve soddisfacente, ma quando apprese il responso proveniente da Delfi subito lo accolse con devozione, e ritenne quello di Delfi l'unico vero oracolo, poiché aveva scoperto ciò che lui stava facendo. Infatti, dopo aver inviato i suoi messi presso gli oracoli, aveva tenuto d'occhio con la massima cura la data prestabilita, preparando il suo piano: pensò qualcosa che fosse impossibile indovinare o prendere in considerazione: uccise una testuggine e un agnello e li cucinò personalmente in un lebète di bronzo chiusa da un coperchio, pure di bronzo.
49) Tale dunque fu il responso che Creso ricevette da Delfi. Quanto all'indovino di Anfiarao non sono in grado di dire quale risposta diede ai Lidi, quando ebbero esaurito il consueto rituale intorno al santuario: nemmeno il testo di questo oracolo ci viene tramandato, ma posso dire che Creso giudicò di avere ricevuto un vaticinio veritiero.
50) Dopodiché Creso cercava di procurarsi il favore del dio di Delfi con offerte imponenti: immolò 3000 capi di bestiame di tutte le specie adatte al sacrificio, ammassò una gigantesca pira sulla quale bruciò lettighe rivestite d'oro e d'argento, boccette d'oro, vesti di porpora e tuniche, sperando di guadagnarsi maggiormente il favore del dio con simili offerte. E a tutti i Lidi ordinò di sacrificare quanto ciascuno potesse. Al termine dei sacrifici fece fondere un enorme quantitativo d'oro e ne ricavò dei mezzi mattoni lunghi sei palmi, larghi tre e spessi uno: erano 117 di numero, di cui quattro di oro puro, ciascuno del peso di due talenti e mezzo, mentre gli altri mezzi mattoni pesavano due talenti essendo costituiti da oro bianco. Fece fondere in oro puro anche la statua di un leone, pesante dieci talenti. Questo leone, quando ci fu l'incendio del tempio di Delfi, cadde dai mattoni, sui quali era appunto collocato: ora si trova nel tesoro di Corinto e pesa sei talenti e mezzo, perché tre talenti e mezzo si fusero e andarono perduti.
51) Appena pronti tali oggetti, Creso li spedì a Delfi; e vi aggiunse due crateri di grandi dimensioni, uno d'oro e uno d'argento; quello d'oro fu posto a destra di chi entra nel tempio e quello d'argento a sinistra, ma anch'essi vennero dislocati altrove all'epoca dell'incendio del santuario. Ora quello d'oro si trova nel tesoro dei Clazomeni e ha un peso di otto talenti e mezzo e dodici mine, quello d'argento in un angolo del pronao e ha una capacità di 600 anfore: ancora lo usano a Delfi durante le feste delle Teofanie. I Delfi dicono che è opera di Teodoro di Samo, un parere che condivido, perché non è certamente un oggetto fabbricabile da chiunque. Spedì anche quattro orci d'argento, ora nel tesoro dei Corinzi, e offrì due vasi per l'acqua lustrale, uno d'oro e uno d'argento; su quello d'oro c'è una iscrizione che ne attribuisce l'offerta agli Spartani, ma è un falso: l'oggetto è proprio di Creso e la scritta è dovuta a uno di Delfi che voleva ingraziarsi gli Spartani: io ne conosco il nome, ma non lo menzionerò. Dono degli Spartani è il fanciullo dalla cui mano scorre l'acqua, ma certamente non lo sono i due vasi lustrali. Assieme a questi Creso consacrò altri oggetti senza contrassegni e due catini rotondi d'argento e, ancora, una statua d'oro alta tre cubiti, che rappresenta una donna, anzi più precisamente la fornaia di Creso, secondo quanto si dice a Delfi. E inoltre Creso offrì le collane e le cinture della moglie.
52) Questo è quanto inviò a Delfi. Invece ad Anfiarao, di cui aveva appreso il valore e la sorte sventurata, consacrò uno scudo interamente d'oro e una solida lancia, essa pure d'oro massiccio tanto nell'asta come nelle punte. All'epoca della mia visita entrambi gli oggetti si trovavano ancora a Tebe, e esattamente nel tempio di Apollo Ismenio.
53) Ai Lidi incaricati di portare i doni ai santuari Creso ordinò di chiedere agli oracoli se convenisse muovere guerra ai Persiani e se fosse il caso di aggregarsi qualche esercito amico. I Lidi, giunti a destinazione, consacrarono le offerte e interrogarono gli oracoli: "Creso, re dei Lidi e di altre popolazioni, convinto che questi sono gli unici veri oracoli al mondo, vi destina questi doni degni dei vostri vaticini, e vi chiede se gli conviene muovere guerra contro i Persiani e se è il caso di aggregarsi qualche esercito alleato". Alle loro domande entrambi gli oracoli diedero identica risposta, preannunciando a Creso che, se avesse mosso guerra ai Persiani, avrebbe rovesciato un grande regno; e gli consigliarono di trovare quali fossero i Greci più potenti e di assicurarsene l'amicizia.
54)Venuto a conoscenza dei responsi, Creso se ne compiacque molto: tutto preso dalla speranza di abbattere il regno di Ciro, inviò a Pito una ulteriore delegazione: si informò quanti fossero i Delfi di numero e a ciascuno di loro donò due stateri d'oro. In cambio i Delfi concedettero a Creso e ai Lidi il diritto di precedenza nella consultazione dell'oracolo, l'esenzione dai tributi, il diritto di seggio privilegiato negli spettacoli e la possibilità, per sempre, a ogni Lido che lo desiderasse di diventare cittadino di Delfi.
55) Dopo quei doni Creso si rivolse al santuario per la terza volta: da quando ne aveva riconosciuto la veridicità abusava dell'oracolo. Questa volta chiese se il suo regno sarebbe durato a lungo e la Pizia gli diede il seguente responso: ….”Quando dei Medi re un mulo divenga, tu allor lungo l’Ermo, Ricco di ciottoli, fuggi, re Lidio dai piè delicati; non rimaner, per vergogna di agire da vile fuggendo”….(Quando un mulo sarà divenuto re dei Medi, allora, o Lidio dal piede delicato, lungo l'Ermo ghiaioso fuggi e non fermarti, e non avere vergogna di essere vile).
56)Quando gli giunsero tali parole Creso ne gioì molto più che di tutte le precedenti: non si aspettava certo che un mulo venisse mai a regnare sui Medi al posto di un uomo e quindi né la sua, né la sovranità dei suoi discendenti avrebbero avuto mai fine. Poi si preoccupò di scoprire quali erano i Greci da farsi amici in quanto più potenti, e a forza di indagini risultò che Spartani e Ateniesi prevalevano nettamente all'interno dei loro gruppi etnici, rispettivamente il dorico e lo ionico. Erano in effetti i due popoli preminenti: l'uno di antica origine pelasgica, l'altro di origine ellenica; gli Ateniesi non si erano mai mossi dai territori che occupavano, gli altri avevano compiuto numerosi spostamenti: al tempo del re Deucalione abitavano la Ftiotide, al tempo di Doro figlio di Elleno la regione detta Estiotide alle falde dell'Ossa e dell'Olimpo; cacciati dalla Estiotide ad opera dei Cadmei si erano stanziati a Pindo con il nome di Macedni. Da lì ancora si trasferirono nella Driopide e infine dalla Driopide passarono nel Peloponneso, dove assunsero il nome di Dori.
57) Quale lingua parlassero i Pelasgi non sono in grado di dirlo con esattezza: se è indispensabile fornire qualche indicazione, basandosi sulle popolazioni pelasgiche superstiti, sia quelle insediate oggi nella città di Crestona a nord dei Tirreni e già limitrofe degli attuali Dori nella regione adesso chiamata Tessagliotide, sia quelle che nell'Ellesponto avevano colonizzato Placia e Scilace e avevano condiviso il territorio con gli Ateniesi, o sulle città un tempo pelasgiche ma che poi avevano mutato nome, ebbene, deducendo su queste basi, bisogna concludere che i Pelasgi parlavano una lingua barbara. Se dunque i Pelasgi erano di lingua barbara, allora gli Attici, Pelasgi di stirpe, una volta divenuti Greci dovettero anche cambiare il modo di esprimersi. Infatti, bisogna aggiungere che gli abitanti di Crestona e di Placia parlano due idiomi assolutamente diversi dagli idiomi dei popoli circostanti, ma molto simili fra loro, dimostrando così di avere conservato l'originaria impronta linguistica anche dopo esser immigrati nei rispettivi nuovi territori.
58) A me risulta che il gruppo degli Elleni fin dalla sua origine abbia sempre parlato la stessa lingua: staccatisi dai Pelasgi, erano deboli e poco numerosi, ma poi, estendendo il proprio dominio, crebbero fino all'attuale moltitudine di popolazioni, grazie ai continui apporti di Pelasgi, soprattutto, e di altre etnie barbare. Al confronto mi pare senz'altro che nessun popolo pelasgico, restando barbaro, abbia mai compiuto progressi considerevoli.
59) Di quelle due genti Creso venne a sapere che una, la attica, era retta e tenuta divisa dal figlio di Ippocrate, Pisistrato, allora tiranno di Atene. A Ippocrate era capitato un evento assolutamente prodigioso: si trovava ad Olimpia, come privato cittadino, per assistere ai Giochi e aveva appena terminato un sacrificio quando i lebeti, che erano lì pronti, pieni di acqua e di carni, presero improvvisamente a bollire senza fuoco e a traboccare. Lì accanto per caso c'era Chilone di Sparta; egli, osservato il prodigio, rivolse a Ippocrate i seguenti consigli: per prima cosa non sposare una donna in grado di procreare, se invece aveva già moglie ripudiarla e rinnegare il proprio figlio se era già venuto al mondo. Ma non pare proprio che Ippocrate abbia voluto seguire le indicazioni di Chilone: e così più tardi nacque Pisistrato. Gli Ateniesi della costa e gli Ateniesi dell'interno, i primi capitanati da Megacle figlio di Alcmeone, i secondi da Licurgo figlio di Aristolaide, erano in conflitto fra di loro: Pisistrato mirando al potere assoluto diede vita a una terza fazione: riunì un certo numero di sediziosi, si autodichiarò fittiziamente capo degli Ateniesi delle montagne ed escogitò il seguente stratagemma. Ferì se stesso e le proprie mule e poi spinse il carro nella piazza centrale fingendo di essere sfuggito a un agguato di nemici che, a sentire lui, avrebbero avuto la chiara intenzione di ucciderlo mentre si recava in un suo campo; chiese pertanto che il popolo gli assegnasse un corpo di guardia, anche in considerazione dei suoi meriti precedenti, quando, stratega all'epoca della guerra contro i Megaresi, aveva conquistato il porto di Nisea e realizzato altre grandi imprese. Il popolo ateniese si lasciò ingannare e gli concedette di scegliere fra i cittadini un certo numero di uomini, i quali diventarono i lancieri privati di Pisistrato, o meglio i suoi "mazzieri", visto che lo scortavano armati di mazze di legno. Questo corpo di guardia contribuì al colpo di stato di Pisistrato occupando l'acropoli. Da allora Pisistrato governò su Atene senza riformare le cariche dello stato esistenti e senza modificare le leggi: resse la città amministrandola con oculatezza sulla base degli ordinamenti già in vigore.
60) Non molto tempo dopo i partigiani di Megacle e quelli di Licurgo si misero d'accordo e lo cacciarono dalla città. Così andarono le cose la prima volta che Pisistrato ebbe in mano sua Atene: perse il potere prima che si radicasse saldamente. Ma tra coloro che lo avevano scacciato rinacquero i contrasti e Megacle, messo in difficoltà dai tumulti, finì col mandare un messaggero a Pisistrato offrendogli il potere assoluto a patto che sposasse sua figlia. Pisistrato accettò la proposta e fu d'accordo sulle condizioni; per il suo rientro in Atene ricorsero a un espediente che io trovo assolutamente ridicolo, visto che i Greci fin dall'antichità sono sempre stati ritenuti più accorti dei barbari e meno inclini alla stoltezza e alla dabbenaggine, e tanto più se in quella circostanza attuarono effettivamente un simile disegno in barba agli Ateniesi, che fra i Greci passano per essere i più intelligenti. Nel demo di Peania viveva una donna, di nome Fia, alta quattro cubiti meno tre dita e per il resto piuttosto bella. Vestirono questa donna di una armatura completa, la fecero salire su di un carro, le insegnarono come atteggiarsi per ottenere il più nobile effetto e la guidarono in città facendosi precedere da alcuni araldi, i quali, giunti in Atene, secondo le istruzioni ricevute andavano ripetendo il seguente proclama: "Ateniesi, accogliete di buon grado Pisistrato: Atena in persona, onorandolo sopra tutti gli uomini, lo riconduce sulla acropoli a lei dedicata". Facevano questo annuncio percorrendo la città e ben presto la voce si sparse fino ai demi: "Atena riconduce Pisistrato"; e in città, credendo che Fia fosse la dea in persona, a lei, che era una semplice donna, si rivolsero con devozione; e accolsero Pisistrato.
61) Riavuto il potere nel modo ora esposto, Pisistrato rispettò l'accordo preso con Megacle e ne sposò la figlia; ma poiché aveva già dei figli adulti e correva fama che sugli Alcmeonidi pesasse la maledizione divina, non volendo avere prole dalla nuova moglie, non si univa con lei come vuole natura. La donna, lì per lì, tenne nascosta la cosa, ma poi, che glielo avessero chiesto o meno, ne parlò alla madre; e questa lo riferì al marito. Il fatto fu considerato un terribile affronto da parte di Pisistrato: in preda all'ira com'era, Megacle si riconciliò con quelli della sua fazione. Pisistrato, informato di quanto si stava concretizzando ai suoi danni, non esitò ad allontanarsi dal paese: si rifugiò a Eretria e lì studiò la situazione insieme coi figli. Prevalse il parere di Ippia, di tentare la riconquista del potere, e allora cominciarono a sollecitare doni dalle città che in qualche modo erano obbligate nei loro confronti. E fra le tante città che fornirono ingenti somme di denaro i Tebani superarono tutti con il loro contributo. Insomma, per farla breve, venne il momento in cui tutto era pronto per il rientro in Atene: dal Peloponneso erano arrivati dei mercenari argivi, e un uomo di Nasso, di nome Ligdami, giunse di sua iniziativa, ben fornito di uomini e mezzi, e offrì i suoi servigi.
62) Muovendo da Eretria fecero ritorno in Attica, a distanza di oltre dieci anni dalla loro fuga. In Attica il primo luogo che occuparono fu Maratona; mentre stavano lì accampati si unirono a loro dei ribelli provenienti dalla città, e altri ne affluivano dai demi: tutta gente che abbracciava la tirannide preferendola alla libertà. Costoro quindi si andavano radunando: gli Ateniesi rimasti in città, finché Pisistrato raccoglieva finanziamenti e poi per tutto il tempo che si trattenne a Maratona, non si preoccuparono minimamente; ma quando seppero che stava marciando da Maratona su Atene allora finalmente scesero in campo contro di lui. Mentre l'esercito cittadino marciava incontro agli assalitori, Pisistrato e i suoi si erano mossi da Maratona e avanzavano verso la città; convergendo finirono perciò per incontrarsi nel demo di Pallene, all'altezza del tempio di Atena Pallenide, e lì i due eserciti si schierarono uno di fronte all'altro. In quel momento, spinto da ispirazione divina, si presentò a Pisistrato l'indovino Anfilito di Acarnania, gli si avvicinò e pronunciò la seguente profezia in esametri:…”Ecco, la rete è gettata, distesa è la rete nel mare. Vi si precipiteranno ora i tonni al chiaror della luna”… (La rete è stata lanciata, le sue maglie si sono distese, i tonni vi irromperanno dentro in una notte di luna).
63) Così vaticinava sotto l'ispirazione del dio e Pisistrato comprendendo la profezia dichiarò di accoglierla e guidò in campo l'esercito. Nel frattempo gli Ateniesi della città avevano pensato bene di mangiare e, dopo, si erano messi chi a giocare a dadi, chi a dormire. Pisistrato e i suoi piombarono su di loro e li volsero in fuga. Mentre essi fuggivano Pisistrato trovò la maniera più saggia per impedire che gli Ateniesi si raccogliessero ancora, e anzi per tenerli dispersi. Fece montare a cavallo i suoi figli e li mandò avanti: essi, raggiungendo i fuggitivi, parlavano loro secondo le disposizioni di Pisistrato, esortandoli uno per uno a non avere paura e a tornare ciascuno alle proprie occupazioni.
64)Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e così Pisistrato per la terza volta fu padrone di Atene; questa volta rese più saldo il proprio potere grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli provenivano tanto dall'Attica come dal fiume Strimone. Inoltre prese in ostaggio i figli degli Ateniesi che erano rimasti a combattere senza darsi subito alla fuga e li tenne sequestrati a Nasso (perché Pisistrato aveva sottomesso anche Nasso e l'aveva affidata a Ligdami). Poi obbedendo agli oracoli purificò l'isola di Delo, in questo modo: fece disseppellire e trasportare in un'altra parte dell'isola tutti i resti umani che si trovavano in zone visibili dal santuario. E così Pisistrato fu signore di Atene; ma vari Ateniesi erano caduti nella battaglia e altri avevano seguito gli Alcmeonidi in esilio lontano dalla loro patria.
65) Questa era la situazione in Atene all'epoca in cui Creso raccoglieva le sue informazioni; dal canto loro gli Spartani erano appena usciti da un periodo di grosse difficoltà e stavano ormai prevalendo nella guerra contro Tegea. Effettivamente nel periodo in cui a Sparta regnarono Leonte ed Egesicle, gli Spartani, che avevano risolto a proprio favore gli altri conflitti, non riuscivano a superare l'ostacolo di Tegea. In epoca ancora precedente a questi avvenimenti erano, si può dire, i più arretrati in tutta la Grecia in fatto di legislazione interna ed erano isolati dal punto di vista internazionale. Il progresso verso un buon ordinamento legislativo avvenne nel modo che ora vi narro. Una volta all'oracolo di Delfi si recò Licurgo, uno degli Spartiati più in vista; non appena fu entrato nel sacrario la Pizia così parlò:…Giungi al mio tempio opulento, Licurgo, da Zeus bene amato, Come da tutti i celesti Dei ch’hanno magione in Olimpo. Come dovrò proclamarti- se umana o divina natura- Esito: ma ti ritengo piuttosto divino, Licurgo”… (Licurgo, tu vieni al mio tempio opulento tu, caro a Zeus e a quanti abitano le dimore dell'Olimpo. Sono in dubbio se dichiararti dio o essere umano ma penso piuttosto che tu sei un dio, Licurgo). Alcuni aggiungono che la Pizia gli suggerì anche l'attuale costituzione degli Spartiati, ma a quanto raccontano gli Spartani stessi, Licurgo la introdusse derivandola da quella di Creta al tempo in cui lui era tutore di suo nipote, il re di Sparta Leobote. Non appena assunse la tutela provvide a riformare tutte le leggi e vigilò che non si verificassero violazioni. In seguito Licurgo fissò gli ordinamenti militari: corpi speciali dell'esercito, unità di trenta uomini, mense comuni, e istituì, inoltre, le cariche di eforo e di geronte.
66) Con simili riforme gli Spartani ottennero una buona legislazione; e alla morte di Licurgo gli dedicarono un santuario che è tuttora molto venerato. Poiché risiedono in un buon territorio e costituiscono una massa non indifferente di uomini, ebbero un rapido sviluppo e raggiunsero un notevole grado di prosperità. Al punto che non si accontentarono più di vivere in pace, ma, presumendo di essere più forti degli Arcadi, consultarono l'oracolo di Delfi sull'Arcadia intera: e la Pizia diede loro il seguente responso:…” Tu mi domandi l’Arcadia: gran cosa: non te la concedo. Molti mortali ci sono in Arcadia, che mangiano ghiande, E ti terranno lontano. Ma io non t’invidio conquista. Voglio a te dare Tegea percossa dai pie’, per la danza; e la sua bella pianura tu misurerai con la fune.”…. (Mi chiedi l'Arcadia? Chiedi molto: non te la concederò. In Arcadia ci sono molti uomini che si nutrono di ghiande i quali vi respingeranno; ma non voglio opporti solo un rifiuto: ti concederò Tegea, battuta dai piedi, per ballare, e la sua bella pianura, da misurare con la fune). Appresa la risposta gli Spartani si tennero lontani da tutti gli altri Arcadi, ma intrapresero una spedizione militare contro Tegea; e avevano tanta fiducia nell'ambiguo responso che portarono con sé anche le catene, per essere pronti a rendere schiavi i Tegeati. Ma quando furono sconfitti nella battaglia, quanti di loro rimasero prigionieri furono costretti a lavorare la terra della pianura di Tegea dopo aver misurato con la fune la parte spettante a ciascuno e incatenati con gli stessi ceppi che si erano portati dietro. Questi ceppi, gli stessi che servirono a incatenarli, li ho visti io, ancora intatti, a Tegea, appesi tutto intorno al tempio di Atena Alea.
67) Durante questo primo conflitto gli Spartani continuarono ad avere la peggio negli scontri contro i Tegeati, ma al tempo di Creso e del regno spartano di Anassandride e di Aristone, gli Spartiati ormai avevano acquistato una sicura superiorità bellica, ed ecco come. Visto che in guerra risultavano sempre inferiori ai Tegeati, inviarono a Delfi una delegazione a chiedere quale dio dovessero propiziarsi per prevalere nella guerra contro Tegea. La Pizia rispose che ci sarebbero riusciti quando avessero traslato nella loro città le ossa di Oreste figlio di Agamennone. Ma poiché non erano capaci di scoprire il luogo in cui Oreste era stato seppellito, mandarono di nuovo a chiedere al dio dove esattamente giacesse Oreste. E agli inviati la Pizia diede la seguente risposta: …”V’è nell’Arcadia Tegea, cittade ch’è sita in pianura; Ivi due venti pur soffiano: necessità li costringe. Ivi a percossa percossa risponde, e sul male è un malanno. L’Agamennonide qui la frugifera terra rinchiude. Questi portandoti in patria sarai di Tegea il patrono.”…(In Arcadia c'è una città, Tegea, in una aperta regione: dove soffiano due venti sotto dura costrizione, dove c'è colpo e ciò che respinge il colpo, dove male giace su male, lì la terra, generatrice di vita, racchiude il figlio di Agamennone. Quando lo avrai con te sarai signore di Tegea). Anche dopo aver ricevuto questa risposta, gli Spartani non riuscivano affatto a scoprire il luogo in questione, pur cercandolo dovunque; finché lo trovò un certo Lica, uno degli Spartiati che possono onorarsi del titolo di Agatoergi. Gli Agatoergi sono quei cinque cittadini di anno in anno più anziani fra coloro che si congedano dalla cavalleria: essi per tutto l'anno in cui escono dalle file dei cavalieri hanno l'obbligo di non rimanere inattivi e di accettare missioni all'estero per conto dello stato.
68)Ricopriva dunque questo incarico Lica quando, grazie ad un colpo di fortuna e alla sua intelligenza, trovò a Tegea la tomba di Oreste. Esistevano allora libere relazioni fra Sparta e Tegea; Lica, entrato in una fucina, se ne stava ad osservare ammirato la lavorazione del ferro. Il fabbro si accorse del suo stupore e interrompendo il proprio lavoro gli disse: "Ospite spartano, sono sicuro che rimarresti a bocca aperta se vedessi quello che ho visto io, dal momento che guardi con tanta meraviglia battere il ferro. Devi sapere che io volevo costruire un pozzo nel mio cortile e scavando ho urtato in una bara lunga sette cubiti. Non potendo credere che fossero mai esistiti uomini più alti degli attuali, la scoperchiai e vidi un cadavere lungo quanto la bara. Lo misurai e lo seppellii di nuovo". Il fabbro gli raccontava quanto aveva visto e Lica riflettendoci ne arguì che quel morto fosse Oreste; lo deduceva dal testo dell'oracolo, interpretato così: nei due mantici del fabbro, che aveva sott'occhio, riconobbe i venti, nel martello e nell'incudine il colpo e ciò che respinge il colpo, nel ferro battuto il male che giace sul male, interpretando in base al principio che il ferro sia stato scoperto per il male dell'uomo. Avendo compreso l'enigma, fece ritorno a Sparta e riferì ai suoi concittadini come stavano le cose. Essi lo accusarono di propagazione di notizie false e lo bandirono dalla città. Lica tornò a Tegea e narrando al fabbro quanto gli era accaduto cercò, ma senza successo, di prendere in affitto da lui quel cortile. Col tempo riuscì a convincerlo e vi si poté installare; allora disseppellì la bara, raccolse le ossa di Oreste e con esse rientrò a Sparta. E da quel momento, ogni volta che avevano luogo degli scontri con i Tegeati, gli Spartani avevano sempre la meglio. E ormai essi avevano sottomesso anche la maggior parte del Peloponneso.
69) Creso, venuto a conoscenza di tutti questi fatti, inviò a Sparta dei messaggeri, latori di doni e di una richiesta di alleanza e bene istruiti sulle parole da riferire. Quando arrivarono a Sparta essi dichiararono: "È stato Creso, re dei Lidi e di altre popolazioni, a mandarci qui, affidandoci questo messaggio: "Spartani, il dio mi ha ordinato per bocca di un oracolo di rendermi amico il popolo greco, e io so che voi siete i primi della Grecia: pertanto obbedendo alla parola del dio a voi rivolgo il mio appello, desideroso di diventare vostro amico e alleato, senza inganni, senza secondi fini". E fu quanto i messaggeri di Creso riferirono da parte del loro re; gli Spartani, a cui era noto il responso in questione, furono molto lieti della venuta dei Lidi e strinsero vincoli giurati di amicizia e di alleanza militare. Del resto erano legati da alcuni benefici ricevuti da Creso in tempi precedenti: a Sardi gli Spartani avevano mandato a comprare dell'oro, di cui intendevano servirsi per la fabbricazione della statua di Apollo che ora si trova sul Tornace, in Laconia, e Creso, benché fossero disposti a pagarlo, gliene aveva offerto in dono.
70) Per questi motivi gli Spartani accettarono il patto di alleanza e anche perché li aveva scelti come alleati anteponendoli a tutti gli altri Greci. E oltre a dichiararsi disponibili a ogni appello fecero fabbricare un cratere di bronzo, decorato con figure lungo il bordo esterno e tanto grande da avere una capacità di 300 anfore: lo donarono a Creso intendendo così contraccambiarlo. Questo cratere non arrivò mai a Sardi, fatto di cui si danno due diverse spiegazioni: gli Spartani sostengono che quando il cratere durante il viaggio verso Sardi venne a trovarsi all'altezza dell'isola di Samo, gli abitanti di Samo, informati, li assalirono con lunghe navi da battaglia e se ne impadronirono; invece i Sami raccontano che gli Spartani incaricati del trasporto avevano ritardato, sicché poi, quando giunse la notizia della caduta di Sardi e della cattura di Creso, decisero di cedere l'oggetto in Samo: lo acquistarono dei privati cittadini per offrirlo al tempio di Era; poi, forse, gli stessi che lo avevano venduto, una volta tornati a Sparta, raccontarono di essere stati depredati dai Sami. Così andarono le cose a proposito del cratere.
71)Dal canto suo Creso, fraintendendo il senso dell'oracolo, organizzava una invasione della Cappadocia, convinto di abbattere Ciro e la potenza persiana. Mentre Creso si preparava a marciare contro i Persiani, un lido di nome Sandani che già in occasioni precedenti aveva dimostrato di essere un saggio, ma che dopo il parere espresso in questa circostanza si guadagnò la massima reputazione in Lidia, diede a Creso il seguente consiglio: "Mio re, - gli disse - tu stai facendo preparativi per combattere contro uomini che portano brache di cuoio e di cuoio anche il resto dei loro vestiti, che si cibano non di ciò che vogliono ma di ciò che hanno, perché la loro terra è avara; inoltre non toccano vino, ma bevono solo acqua, non hanno fichi da mangiare e nient'altro di buono. Insomma se li batti cosa potrai ricavare da loro, visto che non possiedono nulla? Se invece rimani sconfitto, pensa a quanti beni perdi! Se faranno tanto di gustare le nostre risorse, se le terranno strette e noi non potremo mai più liberarci dei Persiani. Per me io ringrazio gli dèi che non mettono in mente ai Persiani di muovere guerra ai Lidi". Pur con questi argomenti non riusciva a persuadere Creso. In effetti i Persiani prima di sottomettere la Lidia non possedevano nulla di delicato e di buono.
72) Gli abitanti della Cappadocia dai Greci sono chiamati Siri. Questi Siri prima del dominio persiano erano stati sudditi dei Medi; allora lo erano di Ciro. Il confine tra il regno dei Medi e quello dei Lidi correva lungo il fiume Alis, il quale scende dal monte Armeno attraverso la Cilicia e poi, proseguendo nel suo corso, ha sulla riva destra i Matieni e sulla sinistra i Frigi; più avanti risale verso nord e separa i Siri della Cappadocia, sulla destra, dai Paflagoni, sulla sinistra. In tal modo il fiume Alis delimita quasi tutta l'Asia inferiore, a partire dal mare che fronteggia l'isola di Cipro fino al Ponto Eusino; questa zona è un po' come una strozzatura dell'intero continente: un corriere equipaggiato alla leggera impiega cinque giorni a percorrerla.
73) Creso decise di aggredire la Cappadocia per varie ragioni, un po' per desiderio di nuove terre da annettere ai propri possedimenti, ma soprattutto perché aveva fiducia nell'oracolo e voleva vendicare Astiage contro Ciro. Bisogna sapere che Ciro figlio di Cambise aveva rovesciato dal trono e teneva imprigionato Astiage, figlio di Ciassare e cognato di Creso nonché re dei Medi; cognato di Creso lo era divenuto come sto per raccontare. In seguito a una sedizione una tribù di nomadi Sciti era penetrata nel territorio dei Medi; a quell'epoca re dei Medi era il nipote di Deioce e figlio di Fraorte Ciassare il quale in un primo momento aveva trattato con riguardo questi Sciti, considerandoli supplici; li teneva in tanta considerazione che affidò loro alcuni giovani perché ne imparassero la lingua e la tecnica di tiro con l'arco. Passò del tempo; gli Sciti andavano regolarmente a caccia, e ne tornavano regolarmente con qualche preda, ma una volta accadde che non riuscirono a prendere nulla; vedendoli tornare a mani vuote Ciassare, che era, e lo dimostrò, eccessivamente collerico, si rivolse loro piuttosto duramente, finendo per offenderli. Vistisi oltraggiati in quel modo da Ciassare e convinti di non esserselo meritato, gli Sciti decisero di tagliare a pezzi uno dei giovani affidati alle loro cure, di cucinarne le carni come di solito preparavano la selvaggina e di servirle a Ciassare come se fosse cacciagione; dopo di che sarebbero riparati in tutta fretta a Sardi presso il re Aliatte figlio di Sadiatte. E così avvenne: Ciassare e i suoi compagni di tavola mangiarono quelle carni e gli Sciti, autori del misfatto, si fecero supplici di Aliatte.
74) Dopo qualche tempo, dato che Aliatte si rifiutava di soddisfare le richieste di Ciassare di consegnare gli Sciti, fra Lidi e Medi scoppiò una guerra, lunga cinque anni, nei quali varie volte i Medi sconfissero i Lidi e varie volte i Lidi sconfissero i Medi; in quella guerra ebbe luogo anche una battaglia notturna. Mantennero un sostanziale equilibrio fino alla fine del conflitto, al sesto anno di lotta, quando, durante una battaglia, nell'infuriare degli scontri, improvvisamente il giorno si fece notte. Questa trasformazione del giorno era stata preannunciata agli Ioni da Talete di Mileto, che aveva previsto come scadenza proprio l'anno in cui il fenomeno si verificò. Lidi e Medi, quando videro le tenebre sostituirsi alla luce, smisero di combattere e si affrettarono entrambi a stipulare un trattato di pace. I mediatori dell'accordo furono Siennesi di Cilicia e Labineto di Babilonia. Costoro sollecitarono anche un giuramento solenne e combinarono un matrimonio incrociato: stabilirono che Aliatte concedesse sua figlia Arieni al figlio di Ciassare Astiage, perché se non ci sono solidi legami di parentela i trattati, di solito, non durano. Presso questi popoli il rituale del giuramento è identico a quello greco: in più si praticano una incisione sulla pelle del braccio e si succhiano a vicenda un po' di sangue.
75) Ciro, per una ragione che esporrò più avanti, aveva spodestato e teneva prigioniero Astiage, che era suo nonno materno: è quanto Creso gli rimproverava allorché mandò a interrogare l'oracolo sulla possibilità di attaccare la Persia; ottenuto l'ambiguo responso, si illuse di avere l'oracolo dalla propria parte e si mosse contro il territorio persiano. Quando giunse sulla riva del fiume Alis, io credo che fece passare dall'altra parte le sue truppe servendosi dei ponti allora esistenti; ma una versione dei fatti molto diffusa fra i Greci vuole attribuire il merito dell'attraversamento a Talete di Mileto. Si dice infatti che Talete si trovasse lì nell'esercito nel momento in cui Creso era in grave difficoltà non sapendo come traghettare i suoi soldati (perché a quell'epoca non sarebbero esistiti ponti sull'Alis); allora pare che Talete sia riuscito a far scorrere anche sul lato destro dell'esercito quel fiume che prima avevano solo sulla sinistra, e ci riuscì nella maniera seguente. Ordinò di scavare un profondissimo canale semicircolare che iniziava a monte dell'accampamento; lo scopo era quello di incanalare le acque e di farle scorrere alle spalle dell'esercito accampato, per poi farle rifluire nel vecchio letto una volta superato l'accampamento; così il fiume fu diviso in due rami che divennero immediatamente guadabili. C'è persino chi sostiene che l'antico letto fu del tutto prosciugato, un'ipotesi per me del tutto inaccettabile: come avrebbero potuto in tal caso attraversare il canale al ritorno?
76) Creso dunque attraversò il fiume con le sue truppe e si spinse in quella parte della Cappadocia che viene chiamata Pteria; la Pteria è la regione che si estende grosso modo a sud della città di Sinope sul Ponto Eusino ed è la zona più fortificata del paese; qui si accampò cominciando a devastare i possedimenti dei Siri. Espugnò la città di Pteria e ne ridusse in schiavitù gli abitanti, occupò tutte le località circostanti e si accanì a saccheggiare quella regione, che non aveva nessuna colpa verso di lui. Ciro si diresse contro Creso dopo aver radunato l'esercito e prese con sé tutte le popolazioni che lo separavano dall'invasore. Prima di muovere le sue truppe aveva inviato araldi alle città della Ionia nel tentativo di sollevarle contro Creso; ma gli Ioni non si erano lasciati convincere. Ciro raggiunse Creso e pose il proprio accampamento di fronte al suo: qui, nella regione di Pteria misurarono le rispettive forze. Ci fu una terribile battaglia, con numerosi caduti da entrambe le parti, che si interruppe al sopraggiungere della notte senza che uno dei due eserciti fosse riuscito a prevalere.
77) Tanto fu l'impegno profuso da tutti i combattenti. Creso, insoddisfatto della consistenza numerica del proprio esercito (le truppe che avevano combattuto erano assai inferiori a quelle di Ciro), a causa di tale sua insoddisfazione e visto che il giorno dopo Ciro non arrischiava un altro assalto, tornò precipitosamente a Sardi con l'intenzione di chiamare in suo aiuto gli Egiziani (aveva stretto una alleanza pure con il re egiziano Amasi ancora prima che con gli Spartani); di far accorrere anche i Babilonesi (anche con loro aveva stipulato un trattato di alleanza militare; a quell'epoca il re di Babilonia era Labineto); di notificare agli Spartani la scadenza entro la quale presentarsi; contava di riunire gli alleati e radunare il proprio esercito, di lasciar passare l'inverno e di marciare contro i Persiani all'inizio della primavera. Con questo piano in mente, appena giunse a Sardi inviò araldi ai diversi alleati per avvisarli che il raduno era fissato a Sardi di lì a quattro mesi. L'esercito di cui già disponeva e che si era battuto contro i Persiani, ed era composto di mercenari, lo congedò tutto e lasciò che si sciogliesse: non avrebbe mai immaginato che Ciro, dopo aver sostenuto una battaglia dall'esito così equilibrato, si sarebbe spinto fino a Sardi.
78) Mentre Ciro meditava questo suo piano, i sobborghi di Sardi furono invasi dai serpenti; e, al loro apparire, i cavalli, abbandonati i pascoli consueti, accorsero a divorarli. Creso vedendo ciò pensò che si trattasse, come in effetti era, di un presagio; subito inviò degli incaricati ai Telmessi, i famosi indovini. Gli inviati di Creso giunsero a destinazione e appresero il significato del prodigio ma non riuscirono a informarne il re: prima che potessero imbarcarsi per ritornare a Sardi, Creso era stato fatto prigioniero. I Telmessi avevano sentenziato che Creso doveva attendersi l'invasione del proprio paese da parte di un esercito straniero il quale avrebbe assoggettato la popolazione locale: spiegavano che il serpente era il figlio della terra e che il cavallo rappresentava il nemico straniero. I Telmessi diedero questa risposta quando Creso era già stato catturato ma quando ancora non potevano essere al corrente di ciò che era accaduto a lui personalmente e alla città di Sardi.
79) Non appena Creso si fu messo sulla via del ritorno, dopo la battaglia svoltasi nella Pteria, Ciro intuì che Creso, dopo essersi ritirato, avrebbe sciolto l'esercito; riflettendo trovò che la cosa fondamentale a quel punto era avanzare su Sardi con la massima celerità possibile, prima che le forze dei Lidi si radunassero una seconda volta. Prese questa decisione e agì con rapidità: spinse le sue truppe in Lidia e in pratica fu lui stesso ad annunciare a Creso il proprio arrivo. Allora Creso, benché messo in grave difficoltà dal corso degli eventi, così diversi da come se li era prospettati, tuttavia guidò i suoi Lidi alla battaglia. A quell'epoca non esisteva in Asia un popolo più valoroso e più forte dei Lidi: combattevano da cavallo, armati di lunghe lance ed erano tutti eccellenti cavalieri.
80) Si fronteggiarono nella pianura antistante la città di Sardi, una pianura ampia e sgombra: attraverso di essa scorrono l'Illo e altri torrenti immettendosi nel fiume principale, l'Ermo, che nasce da un monte sacro alla Gran Madre di Dindimo e sfocia poi in mare presso la città di Focea. Ciro, quando vide i Lidi schierati per la battaglia, ebbe paura della loro cavalleria e dietro suggerimento del Medo Arpago operò come segue: radunò tutti i cammelli al seguito del suo esercito per il trasporto di vettovagliamenti e salmerie, li sbarazzò del carico e li fece montare da soldati equipaggiati da cavalieri; al termine di tali preparativi, ordinò a questi soldati di marciare in testa all'esercito contro la cavalleria di Creso; ordinò poi alla fanteria di avanzare dietro ai cammelli e infine alle spalle dei fanti schierò l'intera sua cavalleria. Quando tutti furono al loro posto, diede l'ordine di massacrare senza pietà ogni Lidio che trovassero sulla loro strada, ma di non uccidere Creso, anche se avesse tentato di resistere alla cattura. Queste furono le sue disposizioni: i cammelli li schierò di fronte alla cavalleria nemica perché i cavalli hanno un grande terrore dei cammelli, non riescono a sopportarne la vista e neppure a sentirne l'odore. Appunto per ciò aveva escogitato questo astuto espediente, per impedire a Creso di utilizzare la cavalleria, con la quale invece il re lidio contava di coprirsi di gloria. In effetti quando avvenne lo scontro, non appena ebbero fiutato e visto i cammelli, i cavalli retrocedettero, e Creso vide andare in fumo così tutte le sue speranze. I Lidi tuttavia non si persero di coraggio per questo, anzi, come si resero conto di ciò che stava accadendo, balzarono di sella e si gettarono come fanti contro i Persiani. Alla fine, dopo molte perdite da entrambe le parti, i Lidi presero la fuga: si asserragliarono dentro le mura della città, dove furono assediati dai Persiani.
81) I Persiani dunque posero il loro assedio; e Creso, credendo che tale situazione si sarebbe protratta a lungo, cominciò a fare uscire dei messaggeri dalla cinta delle mura inviandoli ai propri alleati. I messaggeri precedenti portavano la richiesta di concentrare gli aiuti a Sardi entro un termine di quattro mesi, questi invece furono mandati a sollecitare soccorsi con la massima urgenza, visto che Creso si trovava già assediato.
82) Fra le varie città alleate a cui mandò i suoi messaggi, c'era ovviamente anche Sparta. Proprio in quel periodo gli Spartani avevano una contesa aperta con Argo a proposito di una regione chiamata Tirea: gli Spartani avevano sottratto la Tirea al dominio di Argo e la tenevano in loro potere. Il fatto è che tutta la regione a ovest di Argo fino al capo Malea, tanto la parte continentale quanto Citera e le altre isole, era in mano degli Argivi. Gli Argivi accorsero a difesa del territorio che veniva loro sottratto: allora concordarono, dopo varie trattative, di far combattere trecento soldati per parte e di assegnare la regione ai vincitori. Il grosso dei due eserciti doveva ritirarsi nelle rispettive sedi e non assistere al combattimento per evitare che una delle due parti, vedendo i propri campioni in difficoltà, accorresse in loro aiuto. Stretto questo patto, si ritirarono; i due gruppi di soldati scelti rimasero sul campo e diedero inizio allo scontro. Si batterono con pari successo, finché, di seicento che erano, rimasero in tre: per gli Argivi Alcenore e Cromio, per gli Spartani Otriade. Al calar della notte sopravvivevano solo questi tre. I due Argivi, ritenendosi vincitori, tornarono di corsa ad Argo, invece lo Spartano Otriade spogliò delle armi i cadaveri argivi, le trasportò nel proprio campo e continuò ad occupare il suo posto di combattimento. Il giorno dopo vennero i due eserciti per informarsi sull'esito della lotta e a quel punto entrambi si dichiararono vincitori: gli Argivi sostenendo di essere rimasti in numero superiore, gli Spartani facendo notare che gli avversari erano fuggiti mentre il loro campione era rimasto sul campo e aveva spogliato i cadaveri nemici; insomma, litigando vennero alle mani e ingaggiarono una vera e propria battaglia che fu vinta dagli Spartani dopo grandi perdite da entrambe le parti. A partire da quel momento gli Argivi, che per un ben saldo costume portavano i capelli molto lunghi, si rasarono il capo e stabilirono per legge, con minaccia di maledizione, che nessun Argivo si lasciasse mai più crescere i capelli e che le donne non portassero mai più ornamenti d'oro, fino a quando non avessero riconquistato Tirea. Invece gli Spartani introdussero una norma del tutto contraria: essi, che non avevano mai portato i capelli lunghi, da quel momento se li lasciarono crescere. E si racconta che Otriade, l'unico superstite dei trecento, vergognandosi di ritornare a Sparta mentre tutti i suoi compagni erano morti, si sia tolto la vita ancora lì, nella Tirea.
83) Questa era la situazione degli Spartani quando giunse l'araldo di Sardi a richiedere soccorsi per Creso assediato. Nonostante tutto essi, come ebbero udito l'araldo, si mossero per organizzare i soccorsi. Quando ormai avevano terminato i preparativi e le navi erano pronte a salpare, giunse un secondo messaggio ad annunciare che le fortificazioni dei Lidi erano state espugnate e che Creso era stato fatto prigioniero. Gli Spartani, profondamente addolorati per l'accaduto, desistettero dalla spedizione.
84) Ecco come i Persiani espugnarono Sardi: Creso subiva ormai l'assedio da quattordici giorni, quando Ciro mandò dei cavalieri attraverso le file del proprio esercito a diffondere un annuncio: prometteva un grosso premio a chi avesse scavalcato per primo le mura nemiche. In seguito, dopo tanti inutili tentativi, quando tutti gli altri ormai avevano rinunciato, ci provò un Mardo, di nome Ireade, scalando quella parte dell'acropoli dove non era stata posta alcuna sentinella proprio perché non si temeva che da lì potesse venire conquistata; infatti su quel lato la rocca scende giù a picco e si presenta inespugnabile. Quello era anche l'unico lato intorno al quale l'antico re di Sardi Melete non aveva fatto passare il leone natogli dalla sua concubina, allorquando i Telmessi avevano sentenziato che Sardi non sarebbe mai caduta se il leone avesse compiuto il giro delle mura; Melete lo aveva condotto intorno alle fortificazioni in ogni punto in cui l'acropoli si prestava a un assalto, ma aveva escluso proprio quello in quanto scosceso e quindi, come credeva, inespugnabile: si tratta del lato della città che guarda verso il Tmolo. Ebbene il Mardo Ireade il giorno prima aveva scorto un Lidio scendere da questa parte dell'acropoli per recuperare un elmo rotolato dall'alto; notato il fatto, non se l'era scordato. Allora diede personalmente la scalata e altri Persiani lo seguirono; quando furono saliti in tanti, Sardi fu presa e l'intera città messa a sacco.
85) Ed ecco cosa accadde a Creso personalmente: come ho già una volta ricordato aveva un figlio che era ben dotato per il resto, ma muto. Al tempo delle sue passate fortune Creso aveva fatto di tutto per lui e fra gli altri tentativi escogitati aveva anche mandato a interrogare in proposito l'oracolo di Delfi. E la Pizia così gli aveva risposto:…”Stirpe di Lidi, su molti regnante, stoltissimo Creso, Mal tu desideri udir per le case la voce bramata, Della parola del figlio: molto peggio è per te non udirla. Giorno fatale sarà, quando udrai la sua prima parola.”… (Tu, che sei di stirpe lidia e re di molti popoli, stoltissimo Creso, non augurarti di udire in casa tua la desideratissima voce di tuo figlio. Sarebbe molto meglio che ciò non accadesse. Parlerà per la prima volta in un giorno di sventura). Effettivamente quando le mura furono espugnate, un Persiano che non lo aveva riconosciuto stava aggredendo Creso per ucciderlo; Creso dal canto suo, pur vedendosi assalito, non se ne curò: nella sciagura che ormai gli era toccata non gli importava di morire sotto i colpi. Ma suo figlio, il muto, quando vide che il Persiano lo stava aggredendo, per la paura e per il dolore sciolse la voce e gridò: "Uomo, non uccidere Creso!". Questa fu la prima volta; poi conservò la favella per tutta la vita.
86) I Persiani occuparono Sardi e fecero prigioniero Creso al quattordicesimo anno del suo regno e al quattordicesimo giorno di assedio: Creso, come aveva previsto l'oracolo, pose fine a un grande regno, il proprio. Quando i Persiani lo catturarono, lo condussero davanti a Ciro; Ciro ordinò di erigere una grande pira e vi fece salire Creso legato in catene e con lui quattordici giovani Lidi; la sua intenzione era di consacrare queste primizie a qualche dio o forse voleva sciogliere un voto; o forse addirittura, avendo sentito parlare della devozione di Creso, lo destinò al rogo curioso di vedere se qualche dio lo avrebbe salvato dal bruciare vivo. Così agiva Ciro; ma a Creso, ormai in piedi sopra la pira, nonostante la drammaticità del momento, venne in mente il detto di Solone: "Nessuno che sia vivo è felice"; e gli parvero parole ispirate da un dio. Con questo pensiero, sospirando e gemendo, dopo un lungo silenzio, pronunciò tre volte il nome di Solone. Ciro lo udì e ordinò agli interpreti di chiedere a Creso chi stesse invocando; essi gli si avvicinarono e lo interrogarono. Creso dapprima evitò di rispondere alle domande, poi, cedendo alle insistenze rispose: "Uno che avrei dato molto denaro perché fosse venuto a parlare con tutti i re". Ma poiché queste parole suonavano incomprensibili, gli chiesero ulteriori spiegazioni. Visto che continuavano a infastidirlo con le loro insistenze, raccontò come una volta si fosse recato da lui Solone di Atene e dopo aver visto le sue ricchezze le avesse disprezzate; ne riferì anche le affermazioni e narrò come poi tutto si fosse svolto secondo le parole che Solone aveva rivolto non soltanto a lui, Creso, ma a tutto il genere umano e specialmente a quanti a loro proprio giudizio si ritengono felici. Mentre Creso raccontava questi fatti, la pira, a cui era stato appiccato il fuoco, bruciava ormai tutto intorno. Ciro udì dagli interpreti il racconto di Creso e cambiò parere: pensò che lui, semplice essere umano, stava mandando al rogo, ancora vivo, un altro essere umano, che non gli era stato inferiore per fortune terrene; inoltre gli venne timore di una vendetta divina, al pensiero che nella condizione dell'uomo non vi è nulla di stabile e sicuro, e ordinò di spegnere al più presto il fuoco ormai divampante e di far scendere Creso e i suoi compagni. Ma nonostante tutti i tentativi non riuscivano ad avere ragione delle fiamme.
87) I Lidi raccontano che a questo punto Creso, resosi conto del cambiamento avvenuto in Ciro e vedendo che tutti si sforzavano di domare il fuoco e non ci riuscivano, invocò ad alta voce Apollo, supplicandolo di stargli accanto e di salvarlo dalla sventura in cui si trovava, se mai una delle sue offerte gli era riuscita gradita. Invocava il dio fra le lacrime quando all'improvviso il cielo, prima sereno e privo di vento, si annuvolò, scoppiò un temporale e cadde un violentissimo acquazzone che spense completamente le fiamme. Allora Ciro, resosi conto che Creso era un uomo giusto e caro agli dei, lo fece scendere dal rogo e gli chiese: "Creso, quale uomo ti convinse a marciare contro le mie terre, a essermi nemico invece che amico?" E Creso rispose: "Sovrano, ho agito così per la tua felicità e per la mia rovina: di tutto questo il colpevole fu il dio dei Greci, che mi esortò alla guerra. Perché nessuno è così folle da preferire la guerra alla pace: in pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono i padri a seppellire i figli. Ma piaceva forse a un dio che le cose andassero come sono andate".
88) Così Creso rispose. Ciro lo liberò dalle catene e lo fece sedere al suo fianco trattandolo con molti riguardi: Ciro lo guardava con una sorta di ammirazione e così quelli del suo seguito. Dal canto suo Creso rifletteva in silenzio, ma a un certo punto si sollevò e, vedendo che i Persiani stavano devastando la città dei Lidi, disse: "Signore, nella situazione in cui mi trovo posso dirti quello che penso o devo tacere?" Ciro lo invitò a dire senza timori ciò che voleva e allora Creso gli domandò: "Che cosa sta facendo tutta questa gente con tanto ardore?" Ciro rispose: "Saccheggia la tua città, si spartisce le tue ricchezze". Ma Creso ribatté: "No, non sta saccheggiando la mia città né le mie ricchezze, perché queste cose non appartengono più a me; quelli si stanno portando via la roba tua".
89) Ciro fu molto colpito dalle parole di Creso; allontanò i presenti e gli chiese come interpretasse quanto stava succedendo; e Creso rispose: "Visto che gli dei mi hanno dato a te come schiavo, mi pare giusto, se vedo più in là di te, informartene. I Persiani, oltre a essere tracotanti per natura, sono poveri; se tu dunque permetti loro di rapinare e ammassare grandi ricchezze, attenditi pure che uno di loro, quello divenuto più ricco, si ribelli contro di te. Ecco dunque, se convieni con me su quello che ti dico, come dovresti agire: disponi a guardia di tutte le porte della città degli uomini fidati i quali, sequestrando il bottino a chi esce, dichiarino che è assolutamente indispensabile offrirne a Zeus la decima parte. Così non se la prenderanno con te se gli sottrai con la forza la preda di guerra e anzi, riconoscendo che ti comporti giustamente, vi rinunceranno volentieri".
90) Ciro fu quanto mai lieto di udire questo consiglio, che gli parve ottimo; lo approvò senz'altro e quando ebbe dato alle sue guardie le istruzioni suggerite da Creso, si rivolse ancora a lui e gli disse: "Creso, visto che sei disposto ad agire e a parlare con la nobiltà di un re, chiedimi pure un dono, quello che vuoi, subito". Creso replicò: "Signore, mi farai un grandissimo favore se mi permetti di mandare queste catene al dio dei Greci, il dio da me più onorato, e di chiedergli se è sua abitudine ingannare chi si comporta bene verso di lui". Ciro gli domandò il motivo di questa preghiera, che rimproveri avesse da muovere al dio, e Creso gli raccontò ogni cosa, risalendo al suo antico progetto e alle risposte degli oracoli: narrò in particolare delle proprie offerte votive e di come avesse mosso guerra ai Persiani spintovi dall'oracolo. Concluse il discorso pregando nuovamente che gli fosse concesso di rivolgere al dio il suo biasimo. Ciro scoppiò a ridere e disse: "Non solo questo tu otterrai da me, ma qualunque altra cosa di cui tu senta la necessità, in qualunque occasione". Udito ciò, Creso mandò a Delfi dei Lidi con l'ordine di posare le catene sulla soglia del tempio e di chiedere al dio se non si vergognasse di aver spinto Creso con i suoi responsi a muovere guerra ai Persiani con la promessa che avrebbe abbattuto l'impero di Ciro; dovevano poi mostrare le catene e dichiarare che erano le primizie ricavate da tale impero; e inoltre dovevano chiedere se è abitudine degli dei Greci essere ingrati.
91) Ai Lidi che, giunti a Delfi, la interrogavano secondo le istruzioni ricevute, si dice che la Pizia abbia risposto così: "Neppure un dio può sfuggire al destino stabilito. Creso ha scontato la colpa del suo quinto ascendente, che era una semplice guardia del corpo degli Eraclidi e che, rendendosi complice della macchinazione di una donna, uccise il proprio padrone e si appropriò della sua autorità, senza averne alcun diritto. Il Lossia ha fatto il possibile perché la caduta di Sardi avvenisse sotto i figli di Creso e non durante il suo regno, ma non è stato in grado di stornare le Moire; quanto esse gli hanno concesso, il Lossia lo ha compiuto come un dono per Creso: per tre anni ha differito la presa di Sardi; lo sappia, Creso, di essere stato imprigionato con tre anni di ritardo sul tempo stabilito; e un'altra volta lo ha soccorso quando già si trovava sul rogo. Quanto all'oracolo, Creso muove rimproveri ingiusti. Perché il Lossia gli aveva predetto che, se avesse marciato contro i Persiani, avrebbe distrutto un grande dominio. Di fronte a questo responso se voleva prendere una decisione saggia doveva mandare a chiedere ancora se il dio intendeva il dominio suo o quello di Ciro. Non ha afferrato le parole del dio né chiesto ulteriori spiegazioni; dunque, consideri se stesso responsabile di quanto è accaduto. E infine consultando l'oracolo non comprese neppure le parole del dio sul mulo: questo mulo era proprio Ciro. Ciro è nato, infatti, da due persone di diversa nazionalità, di più nobile origine la madre, di condizioni più modeste il padre; lei della Media e figlia di Astiage, re dei Medi, lui Persiano, suddito dei Medi: benché le fosse in tutto inferiore, sposò la sua padrona". Questa fu la risposta della Pizia ai Lidi; essi la riportarono a Sardi e la riferirono a Creso, il quale, quando l'ebbe appresa, riconobbe che la colpa era sua e non del dio.
92)