A cura di
Argomento
ARGOMENTO DEL NOLANO SOPRA GLI EROICI FURORI: SCRITTO AL MOLTO ILLUSTRE
SIGNOR FILIPPO SIDNEO.
1
È cosa veramente, o
generosissimo Cavalliero, da basso, bruto e sporco ingegno d'essersi fatto
constantemente studioso, ed aver affisso un curioso pensiero circa o sopra la
bellezza d'un corpo femenile. Che spettacolo, o Dio buono!, più vile ed ignobile
può presentarsi ad un occhio di terso sentimento, che un uomo cogitabundo,
afflitto, tormentato, triste, maninconioso, per dovenir or freddo, or caldo, or
fervente, or tremante, or pallido, or rosso, or in mina di perplesso, or in atto
di risoluto; un che spende il meglior intervallo di tempo e gli più scelti
frutti di sua vita corrente, destillando l'elixir del cervello con mettere in
concetto, scritto e sigillar in publichi monumenti quelle continue torture, que'
gravi tormenti, que' razionali discorsi, que' faticosi pensieri e quelli
amarissimi studi destinati sotto la tirannide d'una indegna, imbecille, stolta e
sozza sporcaria?
2 Che tragicomedia? che atto, dico, degno più di compassione e
riso può esserne ripresentato in questo teatro del mondo, in questa scena delle
nostre conscienze, che di tali e tanto numerosi suppositi fatti penserosi,
contemplativi, constanti, fermi, fideli, amanti, coltori, adoratori e servi di
cosa senza fede, priva d'ogni costanza, destituta d'ogni ingegno, vacua d'ogni
merito, senza riconoscenza e gratitudine alcuna, dove non può capir più senso,
intelletto e bontade, che trovarsi possa in una statua o imagine depinta al
muro? e dove è più superbia, arroganza, protervia, orgoglio, ira, sdegno,
falsitade, libidine, avarizia, ingratitudine ed altri crimi exiziali, che
avessero possuto uscir veneni ed instrumenti di morte dal vascello di Pandora,
per aver pur troppo largo ricetto dentro il cervello di mostro tale? Ecco
vergato in carte, rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi ed intonato a gli
orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d'insegne, d'imprese, de motti,
d'epistole, de sonetti, d'epigrammi, de libri, de prolissi scartafazzi, de
sudori estremi, de vite consumate, con strida ch'assordiscon gli astri, lamenti
che fanno ribombar gli antri infernali, doglie che fanno stupefar l'anime
viventi, suspiri da far exinanire e compatir gli dei, per quegli occhi, per
quelle guance, per quel busto, per quel bianco, per quel vermiglio, per quella
lingua, per quel dente, per quel labro, quel crine, quella veste, quel manto,
quel guanto, quella scarpetta, quella pianella, quella parsimonia, quel risetto,
quel sdegnosetto, quella vedova fenestra, quell'eclissato sole, quel martello,
quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella
carogna, quella febre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura, che
con una superficie, un'ombra, un fantasma, un sogno, un Circeo incantesimo
ordinato al serviggio della generazione, ne inganna in specie di bellezza. La
quale insieme insieme viene e passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce; ed è
bella cossì un pochettino a l'esterno, che nel suo intrinseco vera- e
stabilmente è contenuto un navilio, una bottega, una dogana, un mercato de
quante sporcarie, tossichi e veneni abbia possuti produrre la nostra madrigna
natura: la quale dopo aver riscosso quel seme di cui la si serva, ne viene
sovente a pagar d'un lezzo, d'un pentimento, d'una tristizia, d'una fiacchezza,
d'un dolor di capo, d'una lassitudine, d'altri ed altri malanni che son
manifesti a tutto il mondo, a fin che amaramente dolga, dove suavemente proriva.
3 Ma che fo io? che penso? Son forse nemico della generazione?
Ho forse in odio il sole? Rincrescemi forse il mio ed altrui essere messo al
mondo? Voglio forse ridur gli uomini a non raccôrre quel più dolce pomo che può
produr l'orto del nostro terrestre paradiso? Son forse io per impedir
l'instituto santo della natura? Debbo tentare di suttrarmi io o altro dal dolce
amato giogo che n'ha messo al collo la divina providenza? Ho forse da persuader
a me e ad altri, che gli nostri predecessori sieno nati per noi, e noi non siamo
nati per gli nostri successori? Non voglia, non voglia Dio che questo giamai
abbia possuto cadermi nel pensiero! Anzi aggiongo che per quanti regni e
beatitudini mi s'abbiano possuti proporre e nominare, mai fui tanto savio o
buono che mi potesse venir voglia de castrarmi o dovenir eunuco. Anzi mi
vergognarei, se cossì come mi trovo in apparenza, volesse cedere pur un pelo a
qualsivoglia che mangia degnamente il pane per servire alla natura e Dio
benedetto. E se alla buona volontà soccorrer possano o soccorrano gl'instrumenti
e gli lavori, lo lascio considerar solo a chi ne può far giudicio e donar
sentenza. Io non credo d'esser legato; perché son certo che non bastarebbono
tutte le stringhe e tutti gli lacci che abbian saputo e sappian mai intessere ed
annodare quanti fûro e sono stringari e lacciaiuoli, (non so se posso dir) se
fusse con essi la morte istessa, che volessero maleficiarmi. Né credo d'esser
freddo, se a refrigerar il mio caldo non penso che bastarebbono le nevi del
monte Caucaso o Rifeo. Or vedete dunque se è la raggione o qualche difetto che
mi fa parlare.
4 Che dunque voglio dire? che voglio conchiudere? che voglio
determinare? Quel che voglio conchiudere e dire, o Cavalliero illustre, è che
quel ch'è di Cesare, sia donato a Cesare, e quel ch'è de Dio, sia renduto a Dio.
Voglio dire che a le donne, benché talvolta non bastino gli onori ed ossequi
divini, non perciò se gli denno onori ed ossequii divini. Voglio che le donne
siano cossì onorate ed amate, come denno essere amate ed onorate le donne: per
tal causa dico, e per tanto, per quanto si deve a quel poco, a quel tempo e
quella occasione, se non hanno altra virtù che naturale, cioè di quella
bellezza, di quel splendore, di quel serviggio, senza il quale denno esser
stimate più vanamente nate al mondo che un morboso fungo, qual con pregiudicio
de meglior piante occupa la terra; e più noiosamente che qualsivoglia napello o
vipera che caccia il capo fuor di quella. Voglio dire che tutte le cose de
l'universo, perché possano aver fermezza e consistenza, hanno gli suoi pondi,
numeri, ordini e misure, a fin che siano dispensate e governate con ogni
giustizia e raggione. Là onde Sileno, Bacco, Pomona, Vertunno, il dio di
Lampsaco ed altri simili che son dei da tinello, da cervosa forte e vino
rinversato, come non siedeno in cielo a bever nettare e gustar ambrosia nella
mensa di Giove, Saturno, Pallade, Febo ed altri simili; cossì gli lor fani,
tempii, sacrificii e culti denno essere differenti da quelli de costoro.
5 Voglio finalmente dire, che questi Furori eroici ottegnono
suggetto ed oggetto eroico, e però non ponno più cadere in stima d'amori volgari
e naturaleschi, che veder si possano delfini su gli alberi de le selve, e porci
cinghiali sotto gli marini scogli. Però per liberare tutti da tal suspizione,
avevo pensato prima di donar a questo libro un titolo simile a quello di
Salomone, il quale sotto la scorza d'amori ed affetti ordinarii contiene
similmente divini ed eroici furori, come interpretano gli mistici e cabalisti
dottori; volevo, per dirla, chiamarlo Cantica. Ma per più caggioni mi sono
astenuto al fine: de le quali ne voglio referir due sole. L'una per il timor
ch'ho conceputo dal rigoroso supercilio de certi farisei, che cossì mi
stimarebono profano per usurpar in mio naturale e fisico discorso titoli sacri e
sopranaturali, come essi, sceleratissimi e ministri d'ogni ribaldaria, si
usurpano più altamente, che dir si possa, gli titoli de sacri, de santi, de
divini oratori, de figli de Dio, de sacerdoti, de regi; stante che stiamo
aspettando quel giudicio divino che farà manifesta la lor maligna ignoranza ed
altrui dottrina, la nostra simplice libertà e l'altrui maliciose regole, censure
ed instituzioni. L'altra per la grande dissimilitudine che si vede fra il volto
di questa opra e quella, quantunque medesimo misterio e sustanza d'anima sia
compreso sotto l'ombra dell'una e l'altra: stante che là nessuno dubita che il
primo instituto del sapiente fusse più tosto di figurar cose divine che di
presentar altro: perché ivi le figure sono aperta- e manifestamente figure, ed
il senso metaforico è conosciuto di sorte che non può esser negato per
metaforico: dove odi quelli occhi di colombe, quel collo di torre, quella lingua
di latte, quella fragranzia d'incenso, que' denti che paiono greggi de pecore
che descendono dal lavatoio, que' capelli che sembrano le capre che vegnono giù
da la montagna di Galaad; ma in questo poema non si scorge volto, che cossì al
vivo ti spinga a cercar latente ed occolto sentimento; atteso che per
l'ordinario modo di parlare e de similitudini più accomodate a gli sensi
communi, che ordinariamente fanno gli accorti amanti, e soglion mettere in versi
e rime gli usati poeti, son simili ai sentimenti de coloro che parlarono a
Citereida, o Licori, a Dori, a Cintia, a Lesbia, a Corinna, a Laura ed altre
simili. Onde facilmente ognuno potrebbe esser persuaso che la fondamentale e
prima intenzion mia sia stata addirizzata da ordinario amore, che m'abbia
dettati concetti tali; il quale appresso, per forza de sdegno, s'abbia
improntate l'ali e dovenuto eroico; come è possibile di convertir qualsivoglia
fola, romanzo, sogno e profetico enigma, e transferirle, in virtù di metafora e
pretesto d'allegoria, a significar tutto quello che piace a chi più comodamente
è atto a stiracchiar gli sentimenti, e far cossì tutto di tutto, come tutto
essere in tutto disse il profondo Anaxagora. Ma pensi chi vuol quel che gli pare
e piace, ch'alfine, o voglia o non, per giustizia la deve ognuno intendere e
definire come l'intendo e definisco io, non io come l'intende e definisce lui:
perché come gli furori di quel sapiente Ebreo hanno gli proprii modi, ordini e
titolo che nessuno ha possuto intendere e potrebbe meglio dechiarar che lui, se
fusse presente; cossì questi Cantici hanno il proprio titolo, ordine e modo che
nessun può meglio dechiarar ed intendere che io medesimo, quando non sono
absente.
6 D'una cosa voglio che sia certo il mondo: che quello, per il
che io mi essagito in questo proemiale argomento, dove singularmente parlo a
voi, eccellente Signore, e ne gli Dialogi formati sopra gli seguenti articoli,
sonetti e stanze, è ch'io voglio ch'ognun sappia, ch'io mi stimarei molto
vituperoso e bestialaccio, se con molto pensiero, studio e fatica mi fusse mai
delettato o delettasse de imitar, come dicono, un Orfeo circa il culto d'una
donna in vita, e dopo morte, se possibil fia, ricovrarla da l'inferno: se a pena
la stimarei degna, senza arrossir il volto, d'amarla sul naturale di
quell'istante del fiore della sua beltade e facultà di far figlioli alla natura
e Dio. Tanto manca, che vorrei parer simile a certi poeti e versificanti in far
trionfo d'una perpetua perseveranza di tale amore, come d'una cossì pertinace
pazzia, la qual sicuramente può competere con tutte l'altre specie che possano
far residenza in un cervello umano: tanto, dico, son lontano da quella
vanissima, vilissima e vituperosissima gloria, che non posso credere ch'un uomo,
che si trova un granello di senso e spirito, possa spendere più amore in cosa
simile che io abbia speso al passato e possa spendere al presente. E per mia
fede, se io voglio adattarmi a defendere per nobile l'ingegno di quel tosco
poeta, che si mostrò tanto spasimare alle rive di Sorga per una di Valclusa, e
non voglio dire che sia stato un pazzo da catene, donarommi a credere, e
forzarommi di persuader ad altri, che lui per non aver ingegno atto a cose
megliori, volse studiosamente nodrir quella melancolia, per celebrar non meno il
proprio ingegno su quella matassa, con esplicar gli affetti d'un ostinato amor
volgare, animale e bestiale, ch'abbiano fatto gli altri ch'han parlato delle
lodi della mosca, del scarafone, de l'asino, de Sileno, de Priapo, scimie de
quali son coloro ch'han poetato a' nostri tempi delle lodi de gli orinali, de la
piva, della fava, del letto, delle bugie, del disonore, del forno, del martello,
della caristia, de la peste; le quali non meno forse sen denno gir altere e
superbe per la celebre bocca de canzonieri suoi, che debbano e possano le
prefate ed altre dame per gli suoi.
7 Or (perché non si faccia errore)
qua non voglio che sia tassata la dignità di quelle che son state e sono
degnamente lodate e lodabili: non quelle che possono essere e sono
particolarmente in questo paese Britannico, a cui doviamo la fideltà ed amore
ospitale: perché dove si biasimasse tutto l'orbe, non si biasima questo, che in
tal proposito non è orbe, né parte d'orbe, ma diviso da quello in tutto, come
sapete: dove si raggionasse de tutto il sesso femenile, non si deve né può
intendere de alcune vostre, che non denno esser stimate parte di quel sesso;
perché non son femine, non son donne, ma, in similitudine di quelle, son nimfe,
son dive, son di sustanza celeste, tra le quali è lecito di contemplar
quell'unica Diana, che in questo numero e proposito non voglio nominare.
Comprendasi, dunque, il geno ordinario. E di quello ancora indegna- ed
ingiustamente perseguitarei le persone: perciò che a nessuna particulare deve
essere improperato l'imbecillità e condizion del sesso, come né il difetto e
vizio di complessione; atteso che, se in ciò è fallo ed errore, deve essere
attribuito per la specie alla natura, e non per particolare a gl'individui.
Certamente quello che circa tai supposti abomino, è quel studioso e disordinato
amor venereo che sogliono alcuni spendervi de maniera che se gli fanno servi con
l'ingegno, e vi vegnono a cattivar le potenze ed atti più nobili de l'anima
intellettiva. Il qual intento essendo considerato, non sarà donna casta ed
onesta che voglia per nostro naturale e veridico discorso contristarsi e farmisi
più tosto irata, che sottoscrivendomi amarmi di vantaggio, vituperando
passivamente quell'amor nelle donne verso gli uomini, che io attivamente riprovo
ne gli uomini verso le donne. Tal dunque essendo il mio animo, ingegno, parere e
determinazione, mi protesto che il mio primo e principale, mezzano ed
accessorio, ultimo e finale intento in questa tessitura fu ed è d'apportare
contemplazion divina, e metter avanti a gli occhi ed orecchie altrui furori non
de volgari, ma eroici amori, ispiegati in due parti; de le quali ciascuna è
divisa in cinque dialogi.
8
Argomento de' cinque dialogi de la prima
parte. Nel Primo dialogo della prima parte son cinque articoli, dove per
ordine: nel primo si mostrano le cause e principii motivi intrinseci sotto nome
e figura del monte e del fiume e de muse, che si dechiarano presenti, non perché
chiamate, invocate e cercate, ma più tosto come quelle che più volte
importunamente si sono offerte: onde vegna significato che la divina luce è
sempre presente; s'offre sempre, sempre chiama e batte a le porte de nostri
sensi ed altre potenze cognoscitive ed apprensive: come pure è significato nella
Cantica di Salomone dove si dice: En ipse stat post parietem nostrum,
respiciens per cancellos, et prospiciens per fenestras. La qual spesso per
varie occasioni ed impedimenti avvien che rimangna esclusa fuori e trattenuta.
Nel secondo articolo si mostra quali sieno que' suggetti, oggetti, affetti,
instrumenti ed effetti per li quali s'introduce, si mostra e prende il possesso
nell'anima questa divina luce, perché la inalze e la converta in Dio. Nel terzo
il proponimento, definizione e determinazione che fa l'anima ben informata circa
l'uno, perfetto ed ultimo fine. Nel quarto la guerra civile che séguita e si
discuopre contra il spirito dopo tal proponimento; onde disse la Cantica:
Noli mirari, quia nigra sum: decoloravit enim me sol, quia fratres mei
pugnaverunt contra me, quam posuerunt custodem in vineis. Là sono esplicati
solamente come quattro antesignani l'Affetto, l'Appulso fatale, la Specie del
bene ed il Rimorso, che son seguitati da tante coorte militari de tante,
contrarie, varie e diverse potenze con gli lor ministri, mezzi ed organi che
sono in questo composto. Nel quinto s'ispiega una naturale contemplazione in cui
si mostra che ogni contrarietà si riduce a l'amicizia o per vittoria de l'uno
de' contrarii o per armonia e contemperamento o per qualch'altra raggione di
vicissitudine, ogni lite alla concordia, ogni diversità a l'unità: la qual
dottrina è stata da noi distesa ne gli discorsi d'altri dialogi.
9 Nel
Secondo dialogo viene più esplicatamente descritto l'ordine ed atto della
milizia che si ritrova nella sustanza di questa composizione del furioso; ed
ivi: nel primo articolo si mostrano tre sorte di contrarietà: la prima d'un
affetto ed atto contra l'altro, come dove son le speranze fredde e gli desiderii
caldi; la seconda de medesimi affetti ed atti in se stessi, non solo in diversi,
ma ed in medesimi tempi; come quando ciascuno non si contenta di sé, ma attende
ad altro, ed insieme insieme ama ed odia; la terza tra la potenza che séguita ed
aspira, e l'oggetto che fugge e si suttrae. Nel secondo articolo si manifesta la
contrarietà ch'è come di doi contrarii appulsi in generale; alli quali si
rapportano tutte le particolari e subalternate contrarietadi, mentre come a doi
luoghi e sedie contrarie si monta o scende: anzi il composto tutto per la
diversità de le inclinazioni che son nelle diverse parti, e varietà de
disposizioni che accade nelle medesime, viene insieme insieme a salire ed
abbassare, a farsi avanti ed adietro, ad allontanarsi da sé e tenersi ristretto
in sé. Nel terzo articolo si discorre circa la conseguenza da tal contrarietade.
10 Nel Terzo dialogo si fa aperto quanta forza abbia la
volontade in questa milizia, come quella a cui sola appartiene ordinare,
cominciare, exeguire e compire; cui vien intonato nella Cantica: Surge,
propera, columba mea, et veni: iam enim hiems transiit, imber abiit, flores
apparuerunt in terra nostra; tempus putationis advenit. Questa sumministra
forza ad altri in molte maniere, ed a se medesima specialmente, quando si
reflette in se stessa e si radoppia; allor che vuol volere, e gli piace che
voglia quel che vuole; o si ritratta, allor che non vuol quel che vuole, e gli
dispiace che voglia quel che vuole: cossì in tutto e per tutto approva quel ch'è
bene e quel tanto che la natural legge e giustizia gli definisce: e mai affatto
approva quel che è altrimente. E questo è quanto si esplica nel primo e secondo
articolo. Nel terzo si vede il gemino frutto di tal efficacia, secondo che (per
consequenza de l'affetto che le attira e rapisce) le cose alte si fanno basse, e
le basse dovegnono alte; come per forza de vertiginoso appulso e vicissitudini
successo dicono che la fiamma s'inspessa in aere, vapore ed acqua, e l'acqua
s'assottiglia in vapore, aere e fiamma.
11 In sette articoli del Quarto
dialogo si contempla l'impeto e vigor de l'intelletto, che rapisce l'affetto
seco, ed il progresso de pensieri del furioso composto, e delle passioni de
l'anima che si trova al governo di questa republica cossì turbulenta. Là non è
oscuro chi sia il cacciatore, l'ucellatore, la fiera, gli cagnuoli, gli pulcini,
la tana, il nido, la rocca, la preda, il compimento de tante fatiche, la pace,
riposo e bramato fine de sì travaglioso conflitto.
12 Nel Quinto dialogo si
descrive il stato del furioso in questo mentre, ed è mostro l'ordine, raggione e
condizion de studii e fortune. Nel primo articolo per quanto appartiene a
perseguitar l'oggetto che si fa scarso di sé; nel secondo quanto al continuo e
non remittente concorso de gli affetti; nel terzo quanto a gli alti e caldi,
benché vani proponimenti; nel quarto quanto al volontario volere; nel quinto
quanto a gli pronti e forti ripari e soccorsi. Ne gli seguenti si mostra
variamente la condizion di sua fortuna, studio e stato, con la raggione e
convenienza di quelli, per le antitesi, similitudini e comparazioni espresse in
ciascuno di essi articoli.
13
Argomento de' cinque dialogi della seconda
parte. Nel Primo dialogo della seconda parte s'adduce un seminario delle
maniere e raggioni del stato dell'eroico furioso. Ove nel primo sonetto vien
descritto il stato di quello sotto la ruota del tempo; nel secondo viene ad
iscusarsi dalla stima d'ignobile occupazione ed indegna iattura della angustia e
brevità del tempo; nel terzo accusa l'impotenza de suoi studi, gli quali,
quantunque all'interno sieno illustrati dall'eccellenza de l'oggetto, questo per
l'incontro viene ad essere offoscato ed annuvolato da quelli; nel quarto è il
compianto del sforzo senza profitto delle facultadi de l'anima, mentre cerca
risorgere con l'imparità de le potenze a quel stato che pretende e mira; nel
quinto vien rammentata la contrarietà e domestico conflitto che si trova in un
suggetto, onde non possa intieramente appigliarsi ad un termine o fine; nel
sesto vien espresso l'affetto aspirante; nel settimo vien messa in
considerazione la mala corrispondenza che si trova tra colui ch'aspira, e quello
a cui s'aspira; nell'ottavo è messa avanti gli occhi la distrazion dell'anima,
conseguente della contrarietà de cose esterne ed interne tra loro, e de le cose
interne in se stesse, e de le cose esterne in se medesime; nel nono è ispiegata
l'etate ed il tempo del corso de la vita ordinarii all'atto de l'alta e profonda
contemplazione: per quel che non vi conturba il flusso o reflusso della
complessione vegetante, ma l'anima si trova in condizione stazionaria e come
quieta; nel decimo l'ordine e maniera in cui l'eroico amore talor ne assale,
fere e sveglia; nell'undecimo la moltitudine delle specie ed idee particolari
che mostrano l'eccellenza della marca dell'unico fonte di quelle, mediante le
quali vien incitato l'affetto verso alto; nel duodecimo s'esprime la condizion
del studio umano verso le divine imprese, perché molto si presume prima che vi
s'entri, e nell'entrare istesso: ma quando poi s'ingolfa e vassi più verso il
profondo, viene ad essere smorzato il fervido spirito di presunzione, vegnono
relassati i nervi, dismessi gli ordegni, inviliti gli pensieri, svaniti tutti
dissegni, e riman l'animo confuso, vinto ed exinanito. Al qual proposito fu
detto dal sapiente: qui scrutator est maiestatis, opprimetur a gloria.
Nell'ultimo è più manifestamente espresso quello che nel duodecimo è mostrato in
similitudine e figura.
14
Nel Secondo dialogo è in un sonetto ed un
discorso dialogale sopra di quello specificato il primo motivo che domò il
forte, ramollò il duro ed il rese sotto l'amoroso imperio di Cupidine superiore,
con celebrar tal vigilanza, studio, elezione e scopo.
15 Nel Terzo dialogo in
quattro proposte e quattro risposte del core a gli occhi, e de gli occhi al
core, è dechiarato l'essere e modo delle potenze cognoscitive ed appetitive. Là
si manifesta qualmente la volontà è risvegliata, addirizzata, mossa e condotta
dalla cognizione; e reciprocamente la cognizione è suscitata, formata e
ravvivata dalla volontade, procedendo or l'una da l'altra, or l'altra da l'una.
Là si fa dubio, se l'intelletto o generalmente la potenza conoscitiva, o pur
l'atto della cognizione sia maggior de la volontà o generalmente della potenza
appetitiva, o pur de l'affetto: se non si può amare più che intendere, e tutto
quello ch'in certo modo si desidera, in certo modo ancora si conosce, e per il
roverso; onde è consueto di chiamar l'appetito cognizione, perché veggiamo che
gli peripatetici, nella dottrina de quali siamo allievati e nodriti in gioventù,
sin a l'appetito in potenza ed atto naturale chiamano cognizione; onde tutti
effetti, fini e mezzi, principii, cause ed elementi distingueno in prima-,
media- ed ultimamente noti secondo la natura, nella quale fanno in conclusione
concorrere l'appetito e la cognizione. Là si propone infinita la potenza della
materia ed il soccorso dell'atto che non fa essere la potenza vana. Laonde cossì
non è terminato l'atto della volontà circa il bene, come è infinito ed
interminabile l'atto della cognizione circa il vero: onde ente, vero e buono son
presi per medesimo significante circa medesima cosa significata.
16 Nel
Quarto dialogo son figurate ed alcunamente ispiegate le nove raggioni della
inabilità, improporzionalità e difetto dell'umano sguardo e potenza apprensiva
de cose divine. Dove nel primo cieco, che è da natività, è notata la raggione
ch'è per la natura che ne umilia ed abbassa. Nel secondo, cieco per il tossico
della gelosia, è notata quella ch'è per l'irascibile e concupiscibile che ne
diverte e desvia. Nel terzo, cieco per repentino apparimento d'intensa luce, si
mostra quella che procede dalla chiarezza de l'oggetto che ne abbaglia. Nel
quarto, allievato e nodrito a lungo a l'aspetto del sole, quella che da troppo
alta contemplazione de l'unità che ne fura alla moltitudine. Nel quinto, che
sempre mai ha gli occhi colmi de spesse lacrime, è designata.l'improporzionalità
de mezzi tra la potenza ed oggetto che ne impedisce. Nel sesto, che per molto
lacrimar ave svanito l'umor organico visivo, è figurato il mancamento de la vera
pastura intellettuale che ne indebolisce. Nel settimo, cui gli occhi sono
inceneriti da l'ardor del core, è notato l'ardente affetto che disperge, attenua
e divora tal volta la potenza discretiva. Nell'ottavo, orbo per la ferita d'una
punta di strale, quello che proviene dall'istesso atto dell'unione della specie
de l'oggetto; la qual vince, altera e corrompe la potenza apprensiva, che è
suppressa dal peso e cade sotto l'impeto de la presenza di quello; onde non
senza raggion talvolta la sua vista è figurata per l'aspetto di folgore
penetrativo. Nel nono, che per esser mutolo non può ispiegar la causa della sua
cecitade, vien significata la raggion de le raggioni, la quale è l'occolto
giudicio divino che a gli uomini ha donato questo studio e pensiero
d'investigare, de sorte che non possa mai gionger più alto che alla cognizione
della sua cecità ed ignoranza, e stimar più degno il silenzio ch'il parlare. Dal
che non vien iscusata né favorita l'ordinaria ignoranza; perché è doppiamente
cieco chi non vede la sua cecità: e questa è la differenza tra gli
profettivamente studiosi e gli ociosi insipienti: che questi son sepolti nel
letargo della privazion del giudicio di suo non vedere, e quelli sono accorti,
svegliati e prudenti giudici della sua cecità, e però son nell'inquisizione e
nelle porte de l'acquisizione della luce, delle quali son lungamente banditi gli
altri.
17 Argomento ed allegoria del quinto dialogo. Nel Quinto
dialogo, perché vi sono introdotte due donne, alle quali (secondo la
consuetudine del mio paese) non sta bene di commentare, argumentare,
desciferare, saper molto ed esser dottoresse, per usurparsi ufficio d'insegnare
e donar instituzione, regola e dottrina a gli uomini, ma ben de divinar e
profetar qualche volta che si trovano il spirito in corpo; però gli ha bastato
de farsi solamente recitatrici della figura, lasciando a qualche maschio ingegno
il pensiero e negocio di chiarir la cosa significata. Al quale (per alleviar
overamente tôrgli la fatica) fo intendere, qualmente questi nove ciechi, come in
forma d'ufficio e cause esterne, cossì con molte altre differenze suggettive
correno con altra significazione, che gli nove del dialogo precedente; atteso
che, secondo la volgare imaginazione delle nove sfere, mostrano il numero,
ordine e diversità de tutte le cose che sono subsistenti infra unità absoluta,
nelle quali e sopra le quali tutte sono ordinate le proprie intelligenze che,
secondo certa similitudine analogale, dependono dalla prima ed unica. Queste da
cabalisti, da caldei, da maghi, da platonici e da cristiani teologi son distinte
in nove ordini per la perfezione del numero che domina nell'università de le
cose ed in certa maniera formaliza il tutto; e però con semplice raggione fanno
che si significhe la divinità, e secondo la reflessione e quadratura in se
stesso, il numero e la sustanza de tutte le cose dependenti. Tutti gli
contemplatori più illustri, o sieno filosofi, o siano teologi, o parlino per
raggione e proprio lume, o parlino per fede e lume superiore, intendeno in
queste intelligenze il circolo di ascenso e descenso. Quindi dicono gli
platonici, che per certa conversione accade che quelle, che son sopra il fato,
si facciano sotto il fato del tempo e mutazione, e da qua montano altre al luogo
di quelle. Medesima conversione è significata dal pitagorico poeta, dove dice:
Has omnes, ubi mille rotam volvere per annos Lethaeum ad fluvium deus evocat
agmine magno, Rursus ut incipiant in corpora velle reverti.
18 Questo,
dicono alcuni, è significato dove è detto in revelazione che il drago starà
avvinto nelle catene per mille anni, e passati quelli, sarà disciolto. A cotal
significazione voglion che mirino molti altri luoghi, dove il millenario ora è
espresso, ora è significato per uno anno, ora per una etade, ora per un cubito,
ora per una ed un'altra maniera. Oltre che certo il millenario istesso non si
prende secondo le revoluzioni definite da gli anni del sole, ma secondo le
diverse raggioni delle diverse misure ed ordini con li quali son dispensate
diverse cose: perché cossì son differenti gli anni de gli astri, come le specie
de particolari non son medesime. Or quanto al fatto della revoluzione, è
divolgato appresso gli cristiani teologi, che da ciascuno de' nove ordini de
spiriti sieno trabalzate le moltitudini de legioni a queste basse ed oscure
regioni; e che per non esser quelle sedie vacanti, vuole la divina providenza
che di queste anime, che vivono in corpi umani, siano assumpte a quella
eminenza. Ma tra' filosofi Plotino solo ho visto dire espressamente, come tutti
teologi grandi, che cotal revoluzione non è de tutti, né sempre, ma una volta. E
tra teologi Origene solamente, come tutti filosofi grandi, dopo gli Saduchini ed
altri molti riprovati, ave ardito de dire che la revoluzione è vicissitudinale e
sempiterna; e che tutto quel medesimo che ascende, ha da ricalar a basso; come
si vede in tutti gli elementi e cose che sono nella superficie, grembo e ventre
de la natura. Ed io per mia fede dico e confermo per convenientissimo, con gli
teologi e color che versano su le leggi ed instituzioni de popoli, quel senso
loro: come non manco d'affirmare ed accettar questo senso di quei che parlano
secondo la raggion naturale tra' pochi, buoni e sapienti. L'opinion de' quali
degnamente è stata riprovata, per esser divolgata a gli occhi della moltitudine;
la quale se a gran pena può essere refrenata da vizii e spronata ad atti
virtuosi per la fede de pene sempiterne, che sarrebe se la si persuadesse
qualche più leggiera condizione in premiar gli eroici ed umani gesti, e
castigare gli delitti e sceleragini? Ma per venire alla conclusione di questo
mio progresso, dico che da qua si prende la raggione e discorso della cecità e
luce di questi nove, or vedenti, or ciechi, or illuminati; quali son rivali ora
nell'ombre e vestigii della divina beltade, or sono al tutto orbi, ora nella più
aperta luce pacificamente si godeno. Allor che sono nella prima condizione, son
ridutti alla stanza di Circe, la qual significa la omniparente materia. Ed è
detta figlia del sole, perché da quel padre de le forme ha l'eredità e possesso
di tutte quelle le quali, con l'aspersion de le acqui, cioè con l'atto della
generazione, per forza d'incanto, cioè d'occolta armonica raggione, cangia il
tutto, facendo dovenir ciechi quelli che vedeno. Perché la generazione e
corrozione è causa d'oblio e cecità, come esplicano gli antichi con la figura de
le anime che si bagnano ed inebriano di Lete.
19 Quindi dove gli ciechi
si lamentano, dicendo: Figlia e madre di tenebre ed orrore, è significata la
conturbazion e contristazion de l'anima che ha perse l'ali, la quale se gli
mitiga allor che è messa in speranza di ricovrarle. Dove Circe dice: Prendete un
altro mio vase fatale, è significato che seco portano il decreto e destino del
suo cangiamento; il qual però è detto essergli porgiuto dalla medesima Circe;
perché un contrario è originalmente nell'altro, quantunque non vi sia
effettualmente: onde disse lei, che sua medesima mano non vale aprirlo, ma
commetterlo. Significa ancora che son due sorte d'acqui: inferiori, sotto il
firmamento che acciecano; e superiori, sopra il firmamento che illuminano:
quelle che sono significate da pitagorici e platonici nel descenso da un tropico
ed ascenso da un altro. Là dove dice: Per largo e per profondo peregrinate il
mondo, cercate tutti gli numerosi regni, significa che non è progresso immediato
da una forma contraria a l'altra, né regresso immediato da una forma a la
medesima; però bisogna trascorrere, se non tutte le forme che sono nella ruota
delle specie naturali, certamente molte e molte di quelle. Là s'intendeno
illuminati da la vista de l'oggetto, in cui concorre il ternario delle
perfezioni, che sono beltà, sapienza e verità, per l'aspersion de l'acqui, che
negli sacri libri son dette acqui di sapienza, fiumi d'acqua di vita eterna.
Queste non si trovano nel continente del mondo, ma penitus toto divisim ab
orbe, nel seno dell'Oceano, dell'Anfitrite, della divinità, dove è quel
fiume che apparve revelato procedente dalla sedia divina, che ave altro flusso
che ordinario naturale. Ivi son le Ninfe, cioè le beate e divine intelligenze
che assisteno ed amministrano alla prima intelligenza, la quale è come la Diana
tra le nimfe de gli deserti. Quella sola tra tutte l'altre è per la triplicata
virtude potente ad aprir ogni sigillo, a sciorre ogni nodo, a discuoprir ogni
secreto, e disserrar qualsivoglia cosa rinchiusa. Quella con la sua sola
presenza e gemino splendore del bene e vero, di bontà e bellezza appaga le
volontadi e gl'intelletti tutti, aspergendoli con l'acqui salutifere di
ripurgazione. Qua è conseguente il canto e suono, dove son nove intelligenze,
nove muse, secondo l'ordine de nove sfere; dove prima si contempla l'armonia di
ciascuna, che è continuata con l'armonia de l'altra; perché il fine ed ultimo
della superiore è principio e capo dell'inferiore, perché non sia mezzo e vacuo
tra l'una ed altra: e l'ultimo de l'ultima, per via de circolazione, concorre
con il principio della prima. Perché medesimo è più chiaro e più occolto,
principio e fine, altissima luce e profondissimo abisso, infinita potenza ed
infinito atto, secondo le raggioni e modi esplicati da noi in altri luoghi.
Appresso si contempla l'armonia e consonanza de tutte le sfere, intelligenze,
muse ed instrumenti insieme; dove il cielo, il moto de' mondi, l'opre della
natura, il discorso de gl'intelletti, la contemplazion della mente, il decreto
della divina providenza, tutti d'accordo celebrano l'alta e magnifica
vicissitudine che agguaglia l'acqui inferiori alle superiori, cangia la notte
col giorno, ed il giorno con la notte, a fin che la divinità sia in tutto, nel
modo con cui tutto è capace di tutto, e l'infinita bontà infinitamente si
communiche secondo tutta la capacità de le cose.
20 Questi son que'
discorsi, gli quali a nessuno son parsi più convenevoli ad essere addirizzati e
raccomandati, che a voi, Signor eccellente, a fin ch'io non vegna a fare, come
penso aver fatto alcuna volta per poca advertenza, e molti altri fanno quasi per
ordinario, come colui che presenta la lira ad un sordo ed il specchio ad un
cieco. A voi dunque si presentano, perché l'Italiano raggioni con chi l'intende;
gli versi sien sotto la censura e protezion d'un poeta; la filosofia si mostre
ignuda ad un sì terso ingegno come il vostro; le cose eroiche siano addirizzate
ad un eroico e generoso animo, di qual vi mostrate dotato; gli officii s'offrano
ad un suggetto sì grato, e gli ossequi ad un signor talmente degno, qualmente vi
siete manifestato per sempre. E nel mio particolare vi scorgo quello che con
maggior magnanimità m'avete prevenuto ne gli officii, che alcuni altri con
riconoscenza m'abbiano seguitato. Vale.
Avvertimento
1
Amico lettore, m'occorre al
fine da obviare al rigore d'alcuno a cui piacesse che tre de' sonetti, che si
trovano nel primo dialogo della seconda parte de' Furori eroici, siano in forma
simili a gli altri, che sono nel medesimo dialogo; voglio che vi piaccia
d'aggiongere a tutti tre gli suoi tornelli. A quello che comincia: Quel ch'il
mio cor, giongete in fine:
Onde di me si diche:
Costui or
ch'av'affissi gli occhi al sole,
Che fu rival d'Endimion, si duole.
2 A quello che comincia: Se dagli eroi, giongete in fine:
Ciel, terra, orco s'opponi;
S'ella mi splend'e accende ed èmmi a
lato,
Farammi illustre, potente e beato.
3 A quello che comincia:
Avida di trovar, giongete al fine:
Lasso, que' giorni lieti
Troncommi
l'efficacia d'un instante,
Che fêmmi a lungo infortunato amante.
Iscusazione
ISCUSAZION DEL NOLANO ALLE PIÙ VIRTUOSE E LEGGIADRE DAME.
1
De l'Inghilterra o vaghe Ninfe e belle,
2 Non voi ha nostro spirto in schifo, e sdegna,
3 Né per
mettervi giù suo stil s'ingegna,
4 Se non convien che femine
v'appelle.
5 Né computar, né eccettuar da quelle
6 Son certo
che voi dive mi convegna,
7
Se l'influsso commun in voi non regna,
8 E siete in terra quel ch'in ciel le stelle.
9 De voi, o
Dame, la beltà sovrana
10
Nostro rigor né morder può, né vuole,
11 Che non fa mira a specie soprumana.
12 Lungi
arsenico tal quindi s'invole,
13 Dove si scorge l'unica Diana,
14 Qual'è tra voi quel che tra gli astri il sole.
15 L'ingegno, le parole
16 E 'l mio (qualunque sia) vergar
di carte
17 Faranvi ossequios'il studio e l'arte.
Parte 1, dial.1
Interlocutori: Tansillo, Cicada.
1
\ TANS.\ Gli furori, dunque,
atti più ad esser qua primieramente locati e considerati, son questi che ti pono
avanti secondo l'ordine a me parso più conveniente.
2 \ CIC.\ Cominciate pur
a leggerli.
3 \ TANS.\ Muse, che tante volte ributtai,
Importune
correte a' miei dolori,
Per consolarmi sole ne' miei guai
Con tai versi,
tai rime e tai furori,
Con quali ad altri vi mostraste mai,
Che de mirti
si vantan ed allori;
Or sia appo voi mia aura, àncora e porto,
Se non mi
lice altrov'ir a diporto.
O monte, o dive, o fonte
Ov'abito, converso e
mi nodrisco;
Dove quieto imparo ed imbellisco;
Alzo, avvivo, orno il
cor, il spirto e fronte,
Morte, cipressi, inferni
Cangiate in vita, in
lauri, in astri eterni.
4 È da credere che più volte e per
più caggioni le ributtasse, tra le quali possono esser queste. Prima, perché,
come deve il sacerdote de le muse, non ha possut'esser ocioso; perché l'ocio non
può trovarsi là dove si combatte contra gli ministri e servi de l'invidia,
ignoranza e malignitade. Secondo, per non assistergli degni protectori e
defensori che l'assicurassero, iuxta quello:
Non mancaranno, o
Flacco, gli Maroni,
Se penuria non è de Mecenati.
5 Appresso,
per trovarsi ubligato alla contemplazion e studi de filosofia, li quali, se non
son più maturi, denno però, come parenti de le Muse, esser predecessori a
quelle. Oltre, perché, traendolo da un canto la tragica Melpomene con più
materia che vena, e la comica Talia con più vena che materia da l'altro,
accadeva che l'una suffurandolo a l'altra, lui rimanesse in mezzo più tosto
neutrale e sfacendato, che comunmente negocioso. Finalmente, per l'autorità de
censori che, ritenendolo da cose più degne ed alte, alle quali era naturalmente
inchinato, cattivavano il suo ingegno, perché da libero sotto la virtù; o
rendesser cattivo sott'una vilissima e stolta ipocrisia; al fine, nel maggior
fervor de fastidi nelli quali incorse, è avvenuto che non avend'altronde da
consolarsi, accettasse l'invito di costoro, che son dette inebriarlo de tai
furori, versi e rime, con quali non si mostrâro ad altri; perché in quest'opra
più riluce d'invenzione che d'imitazione.
6 \ CIC.\ Dite: che intende per quei
che si vantano de mirti ed allori?
7 \ TANS.\ Si vantano e possono
vantarsi de mirto quei che cantano d'amori; alli quali, se nobilmente si
portano, tocca la corona di tal pianta consecrata a Venere, dalla quale
riconoscono il furore. Possono vantarsi d'allori quei che degnamente cantano
cose eroiche, instituendo gli animi eroici per la filosofia speculativa e
morale, overamente celebrandoli e mettendoli per specchio exemplare a gli gesti
politici e civili.
8
\ CIC.\ Dunque, son più specie de poeti e de
corone?
9 \ TANS.\ Non solamente quante son le muse, ma e di gran
numero di vantaggio: perché, quantunque sieno certi geni, non possono però esser
determinate certe specie e modi d'ingegni umani.
10 \ CIC.\ Son certi
regolisti de poesia che a gran pena passano per poeta Omero, riponendo Vergilio,
Ovidio, Marziale, Exiodo, Lucrezio, ed altri molti in numero de versificatori,
examinandoli per le regole de la Poetica d'Aristotele.
11 \ TANS.\
Sappi certo, fratel mio, che questi son vere bestie; perché non considerano
quelle regole principalmente servir per pittura dell'omerica poesia o altra
simile in particolare, e son per mostrar tal volta un poeta eroico tal qual fu
Omero, e non per instistuir altri che potrebbero essere, con altre vene, arti e
furori, equali, simili e maggiori de diversi geni.
12 \ CIC.\ Sì che, come
Omero nel suo geno non fu poeta che pendesse da regole, ma è causa delle regole
che serveno a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare; e son state
raccolte da colui che non era poeta di sorte alcuna, ma che seppe raccogliere le
regole di quell'una sorte, cioè dell'omerica poesia, in serviggio di qualch'uno
che volesse doventar non un altro poeta, ma un come Omero, non di propria musa,
ma scimia de la musa altrui.
-13 \ TANS.\ Conchiudi bene, che la
poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole
derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie de vere regole, quanti son
geni e specie de veri poeti.
14
\ CIC.\ Or come dunque saranno conosciuti gli
veramente poeti?
15
\ TANS.\ Dal cantar de versi; con questo che
cantando o vegnano a delettare, o vegnano a giovare, o a giovare e delettare
insieme.
16 \ CIC.\ A chi dunque servono le regole d'Aristotele?
17 \ TANS.\ A chi non potesse, come Omero, Exiodo, Orfeo ed
altri, poetare senza le regole d'Aristotele; e che per non aver propria musa,
vuolesse far l'amore con quella d'Omero.
18 \ CIC.\ Dunque, han torto certi
pedantacci de tempi nostri, che excludeno dal numero de poeti alcuni, o perché
non apportino favole e metafore conformi, o perché non hanno principii de libri
e canti conformi a quei d'Omero e Vergilio, o perché non osservano la
consuetudine di far l'invocazione, o perché intesseno una istoria o favola con
l'altra, o perché finiscono gli canti epilogando di quel ch'è detto, e
proponendo per quel ch'è da dire; e per mille altre maniere d'examine, per
censure e regole in virtù di quel testo. Onde par che vogliano conchiudere
ch'essi loro a un proposito (se gli venesse de fantasia) sarrebono gli veri
poeti, ed arrivarebbono là, dove questi si forzano: e poi in fatto non son altro
che vermi, che non san far cosa di buono, ma son nati solamente per rodere,
insporcare e stercorar gli altrui studi e fatiche; e non possendosi render
celebri per propria virtude ed ingegno, cercano di mettersi avanti o a dritto o
a torto, per altrui vizio ed errore.
19 \ TANS.\ Or per non tornar là
donde l'affezione n'ha fatto al quanto a lungo digredire, dico che sono e
possono essere tante sorte de poeti, quante possono essere e sono maniere de
sentimenti ed invenzioni umane, alli quali son possibili d'adattarsi ghirlande
non solo da tutti geni e specie de piante, ma ed oltre d'altri geni e specie di
materie. Però corone a' poeti non si fanno solamente de mirti e lauri, ma anco
de pampino per versi fescennini, d'edera per baccanali, d'oliva per sacrifici e
leggi, di pioppa, olmo e spighe per l'agricoltura, de cipresso per funerali, e
d'altre innumerabili per altre tante occasioni; e, se vi piacesse, anco di
quella materia che mostrò un galant'uomo, quando disse: O fra Porro, poeta da
scazzate,
Ch'a Milano t'affibbi la ghirlanda
Di boldoni, busecche e
cervellate.
20 \ CIC.\ Or dunque, sicuramente costui per diverse vene che
mostra in diversi propositi e sensi, potrà infrascarsi de rami de diverse
piante, e potrà degnamente parlar con le muse, perché sia appo loro sua aura con
cui si conforte, àncora in cui si sustegna, e porto al qual si retire nel tempo
de fatiche, exagitazioni e tempeste. Onde dice: O monte Parnaso dove abito, Muse
con le quali converso, fonte eliconio o altro dove mi nodrisco, monte che mi
doni quieto alloggiamento, Muse che m'inspirate profonda dottrina, fonte che mi
fai ripolito e terso, monte dove ascendendo inalzo il core, Muse con le quali
versando avvivo il spirito, fonte sotto li cui arbori poggiando adorno la
fronte, cangiate la mia morte in vita, gli miei cipressi in lauri e gli miei
inferni in cieli: cioè destinatemi immortale, fatemi poeta, rendetemi illustre,
mentre canto di morte, cipressi ed inferni.
21 \ TANS.\ Bene; perché
a color che son favoriti dal cielo, gli più gran mali si converteno in beni
tanto maggiori: perché le necessitadi parturiscono le fatiche e studi, e questi
per il più de le volte la gloria d'immortal splendore.
22 \ CIC.\
E la morte d'un secolo fa vivo in tutti gli altri. Séguita.
23 \ TANS.\
Dice appresso:
In luogo e forma di Parnaso ho 'l core,
Dove per
scampo mio convien ch'io monte,
Son mie muse i pensier ch'a tutte l'ore
Mi fan presenti le bellezze conte;
Onde sovente versan gli occhi fore
Lacrime molte, ho l'Eliconio fonte:
Per tai montagne, per tai ninfe ed
acqui,
Com'ha piaciuto al ciel poeta nacqui.
Or non alcun de reggi,
Non favorevol man d'imperatore,
Non sommo sacerdote e gran pastore
Mi
dien tai grazie, onori e privileggi;
Ma di lauro m'infronde
Mio cor, gli
miei pensieri e le mie onde.
24 Qua dechiara prima qual sia il
suo monte, dicendo esser l'alto affetto del suo core; secondo, quai sieno le sue
muse, dicendo esser le bellezze e prorogative del suo oggetto; terzo, quai sieno
gli fonti, e questi dice esser le lacrime. In quel monte s'accende l'affetto, da
quelle bellezze si concepe il furore, e da quelle lacrime il furioso affetto si
dimostra. Cossì se stima di non posser essere meno illustremente coronato per
via del suo core, pensieri e lacrime, che altri per man de regi, imperadori e
papi.
25 \ CIC.\ Dechiarami quel ch'intende per ciò che dice: il core
in forma di Parnaso.
26
\ TANS.\ Perché cossì il cuor umano ha doi
capi, che vanno a terminarsi a una radice, e spiritualmente da uno affetto del
core procede l'odio ed amore di doi contrarii, come ave sotto due teste una base
il monte Parnaso.
27
\ CIC.\ A l'altro.
28 \ TANS.\ Dice:
Chiama per suon di tromba il capitano
Tutti gli suoi guerrier
sott'un'insegna;
Dove s'avvien che per alcun in vano
Udir si faccia,
perché pronto vegna,
Qual nemico l'uccide, o a qual insano
Gli dona
bando dal suo campo e 'l sdegna:
Cossì l'alma i dissegni non accolti
Sott'un stendardo o gli vuol morti, o tolti.
Un oggetto riguardo;
Chi la mente m'ingombra, è un sol viso.
Ad una beltà sola io resto
affiso,
Chi sì m'ha punto il cor, è un sol dardo,
Per un sol fuoco
m'ardo,
E non conosco più ch'un paradiso.
29 Questo capitano è la
voluntade umana, che siede in poppa de l'anima, con un picciol temone de la
raggione governando gli affetti d'alcune potenze interiori contra l'onde degli
émpiti naturali. Egli con il suono de la tromba, cioè della determinata
elezione, chiama tutti gli guerrieri, cioè provoca tutte le potenze (le quali
s'appellano guerriere per esserno in continua ripugnanza e contrasto), o pur gli
effetti di quelle, che sono gli contrarii pensieri, de quali altri verso l'una,
altri verso l'altra parte inchinano; e cerca constituirgli tutti sott'un'insegna
d'un determinato fine. Dove s'accade ch'alcun d'essi vegna chiamato in vano a
farsi prontamente vedere ossequioso (massime quei che procedeno dalle potenze
naturali, quali o nullamente o poco ubediscono alla raggione), al meno,
forzandosi d'impedir gli loro atti e dannar quei che non possono essere
impediti, viene a mostrarsi come uccidesse quelli e donasse bando a questi,
procedendo contra gli altri con la spada de l'ira, ed altri con la sferza del
sdegno.
30 Qua un oggetto riguarda, a cui è volto con l'intenzione; per
un viso, con cui s'appaga, ingombra la mente; in una sola beltade si diletta e
compiace, e dicesi restarvi affiso, perché l'opra d'intelligenza non è operazion
di moto, ma di quiete. E da là solamente concepe quel dardo che l'uccide, cioè
che gli constituisce l'ultimo fine di perfezione. Arde per un sol fuoco, cioè
dolcemente si consuma in uno amore.
31 \ CIC.\ Perché l'amore è
significato per il fuoco?
32
\ TANS.\ Lascio molte altre caggioni, bastiti
per ora questa: perché cossì la cosa amata l'amore converte ne l'amante, come il
fuoco, tra tutti gli elementi attivissimo, è potente a convertere tutti
quell'altri semplici e composti in se stesso.
33 \ CIC.\ Or séguita.
34 \ TANS.\ Conosce un paradiso, cioè un fine principale;
perché paradiso comunmente significa il fine, il qual si distingue in quello
ch'è absoluto, in verità ed essenza, e l'altro ch'è in similitudine, ombra e
participazione. Del primo modo non può essere più che uno, come non è più che
uno l'ultimo ed il primo bene; del secondo modo sono infiniti.
Amor,
sorte, l'oggetto e gelosia
M'appaga, affanna, contenta e sconsola.
Il
putto irrazional, la cieca e ria,
L'alta bellezza, la mia morte sola,
Mi
mostra il paradiso, il toglie via, Ogni ben mi presenta, me l'invola;
Tanto
ch'il cor, la mente, il spirto, l'alma
Ha gioia, ha noia, ha refrigerio, ha
salma.
Chi mi torrà di guerra?
Chi mi farà fruir mio ben in pace?
Chi quel ch'annoia e quel che sì mi piace,
........................................
Farà lungi disgionti,
Per
gradir le mie fiamme e gli miei fonti?
35 Mostra la caggion ed origine onde
si concepe il furore e nasce l'entusiasmo, per solcar il campo de le muse,
spargendo il seme de suoi pensieri, aspirando a l'amorosa messe, scorgendo in sé
il fervor de gli affetti in vece del sole, e l'umor de gli occhi in luogo de le
piogge. Mette quattro cose avanti: l'amore, la sorte, l'oggetto, la gelosia.
Dove l'amore non è un basso, ignobile ed indegno motore, ma un eroico signor e
duce de lui; la sorte non è altro che la disposizion fatale ed ordine
d'accidenti, alli quali è suggetto per il suo destino; l'oggetto è la cosa
amabile ed il correlativo de l'amante; la gelosia è chiaro che sia un zelo de
l'amante circa la cosa amata, il quale non bisogna donarlo a intendere a chi ha
gustato amore, ed in vano ne forzaremo dechiararlo ad altri. L'amore appaga,
perché a chi ama, piace l'amare; e colui che veramente ama, non vorrebbe non
amare. Onde non voglio lasciar de referire quel che ne mostrai in questo mio
sonetto:
Cara, suave ed onorata piaga
Del più bel dardo, che mai
scelse Amore,
Alto, leggiadro e precioso ardore,
Che gir fai l'alma di
sempr'arder vaga;
Qual forza d'erba e virtù d'arte maga
Ti torrà mai dal
centro del mio core;
Se chi vi porge ognor fresco vigore,
Quanto più mi
tormenta, più m'appaga?
Dolce mio duol, novo nel mondo e raro,
Quando
del peso tuo girò mai scarco,
S'il rimedio m'è noia, e 'l mal diletto?
Occhi, del mio signor facelle ed arco,
Doppiate fiamme a l'alma e strali
al petto,
Poich'il languir m'è dolce e l'ardor caro.
36 La sorte
affanna per non felici e non bramati successi, o perché faccia stimar il
suggetto men degno de la fruizion de l'oggetto, e men proporzionato a la dignità
di quello; o perché non faccia reciproca correlazione; o per altre caggioni ed
impedimenti che s'attraversano. L'oggetto contenta il suggetto, che non si pasce
d'altro, altro non cerca, non s'occupa in altro e per quello bandisce ogni altro
pensiero. La gelosia sconsola, perché, quantunque sia figlia dell'amore da cui
deriva, compagna di quello con cui va sempre insieme, segno del medesimo, perché
quello s'intende per necessaria consequenza dove lei si dimostra (come sen può
far esperienza nelle generazioni intiere, che per freddezza di regione e
tardezza d'ingegno meno apprendono, poco amano e niente hanno di gelosia), tutta
volta con la sua figliolanza, compagnia e significazione vien a perturbar ed
attossicare tutto quel che si trova di bello e buono nell'amore. Là onde dissi
in un altro mio sonetto:
O d'invidia ed amor figlia sì ria,
Che le
gioie del padre volgi in pene,
Caut'Argo al male, e cieca talpa al bene,
Ministra di tormento, Gelosia,
Tisifone infernal fetid'Arpia,
Che
l'altrui dolce rapi ed avvelene;
Austro crudel, per cui languir
conviene
Il più bel fior de la speranza mia;
Fiera da te medesma
disamata,
Augel di duol, non d'altro mai, presago,
Pena, ch'entri nel
cor per mille porte:
Se si potesse a te chiuder l'entrata,
Tant'il regno
d'amor saria più vago,
Quant'il mondo senz'odio e senza morte.
37 Giongi a quel ch'è detto, che la Gelosia non sol tal volta è
la morte e ruina de l'amante, ma per le spesse volte uccide l'istesso amore,
massime quando parturisce il sdegno: percioché viene ad essere talmente dal suo
figlio affetta, che spinge l'amore e mette in dispreggio l'oggetto, anzi non lo
fa più essere oggetto.
38
\ CIC.\ Dechiara ora l'altre particole che
siegueno, cioè perché l'amore si dice putto irrazionale?
39 \ TANS.\
Dirò tutto. Putto irrazionale si dice l'amore, non perché egli per sé sia tale;
ma per ciò, che per il più fa tali suggetti, ed è in suggetti tali: atteso che,
in qualunque è più intellettuale e speculativo, inalza più l'ingegno e più
purifica l'intelletto, facendolo svegliato, studioso e circonspetto,
promovendolo ad un'animositate eroica ed emulazion di virtudi e grandezza per il
desìo di piacere e farsi degno della cosa amata; in altri poi (che son la
massima parte) s'intende pazzo e stolto, perché le fa uscir de proprii
sentimenti, e le precipita a far delle extravaganze, perché ritrova il spirito,
anima e corpo mal complessionati ed inetti a considerar e distinguere quel che
gli è decente, da quel che le rende più sconci, facendoli suggetti di
dispreggio, riso e vituperio.
40 \ CIC.\ Dicono volgarmente e per
proverbio, che l'amor fa dovenir gli vecchi pazzi, e gli giovani savii.
41 \ TANS.\ Questo inconveniente non accade a tutti vecchi, né
quel conveniente a tutti giovani; ma è vero de quelli ben complessionati, e de
mal complessionati quest'altri. E con questo è certo, che chi è avezzo nella
gioventù d'amar circonspettamente, amarà vecchio senza straviare. Ma il spasso e
riso è di quelli alli quali nella matura etade l'amor mette l'alfabeto in mano.
42 \ CIC.\ Ditemi adesso, perché cieca e ria se dice la sorte o
fato?
43 \ TANS.\ Cieca e ria si dice la sorte ancora, non per sé,
perché è l'istesso ordine de numeri e misure de l'universo; ma per raggion de
suggetti si dice ed è cieca, perché le rende ciechi al suo riguardo, per esser
ella incertissima. E detta similmente ria, perché nullo de mortali è che in
qualche maniera lamentandosi e querelandosi di lei, non la incolpe. Onde disse
il pugliese poeta:
Che vuol dir, Mecenate, che nessuno
Al mondo appar
contento de la sorte,
Che gli ha porgiuta la raggion o cielo?
44 Cossì chiama l'oggetto alta bellezza, perché a lui è unico e
più eminente ed efficace per tirarlo a sé; e però lo stima più degno, più
nobile; e però sel sente predominante e superiore; come lui gli vien fatto
suddito e cattivo. La mia morte sola dice de la gelosia; perché come l'amore non
ha più stretta compagna che costei, cossì anco non ha senso di maggior nemica;
come nessuna cosa è più nemica al ferro che la ruggine, che nasce da lui
medesimo.
45 \ CIC.\ Or poi ch'hai cominciato a far cossì, séguita a
mostrar parte per parte quel che resta.
46 \ TANS.\ Cossì farò. Dice a
presso de l'amore: Mi mostra il paradiso; onde fa veder che l'amore non è cieco
in sé, e per sé non rende ciechi alcuni amanti, ma per l'ignobili disposizioni
del suggetto; qualmente avviene che gli ucelli notturni dovegnon ciechi per la
presenza del sole. Quanto a sé, dunque, l'amore illustra, chiarisce, apre
l'intelletto e fa penetrar il tutto e suscita miracolosi effetti.
47 \ CIC.\
Molto mi par che questo il Nolano lo dimostre in un altro suo sonetto:
Amor, per cui tant'alto il ver discerno,
Ch'apre le porte di diamante
nere,
Per gli occhi entra il mio nume, e per vedere
Nasce, vive, si
nutre, ha regno eterno;
Fa scorger quanto ha 'l ciel, terra ed inferno,
Fa presenti d'absenti effiggie vere,
Repiglia forze, e col trar dritto,
fere,
E impiaga sempr'il cor, scuopre l'interno.
O dunque, volgo vile,
al vero attendi,
Porgi l'orecchio al mio dir non fallace,
Apri, apri, se
puoi, gli occhi, insano e bieco:
Fanciullo il credi, perché poco intendi;
Perché ratto ti cangi, ei par fugace;
Per esser orbo tu, lo chiami cieco.
48 Mostra dunque il paradiso amore, per far intendere, capire
ed effettuar cose altissime; o perché fa grandi, almeno in apparenza le cose
amate. Il toglie via, dice de la sorte; perché questa sovente, a mal grado de
l'amante, non concede quel tanto che l'amor dimostra, e quel che vede e brama,
gli è lontano ed adversario. Ogni ben mi presenta, dice de l'oggetto; perché
questo che vien dimostrato da l'indice de l'amore, gli par la cosa unica,
principale ed il tutto. Me l'invola, dice della Gelosia, non già per non farlo
presente, togliendolo d'avanti gli occhi; ma in far ch'il bene non sia bene, ma
un angoscioso male; il dolce non sia dolce, ma un angoscioso languire. Tanto
ch'il cor, cioè la volontà, ha gioia nel suo volere per forza d'amore, qualunque
sia il successo. La mente, cioè la parte intellettuale, ha noia, per
l'apprension de la sorte, qual non aggradisce l'amante. Il spirito, cioè
l'affetto naturale, ha refrigerio, per esser rapito da quell'oggetto che dà
gioia al core, e potrebbe aggradir la mente. L'alma, cioè la sustanza passibile
e sensitiva, ha salma, cioè si trova oppressa dal grave peso de la gelosia, che
la tormenta.
49 Appresso la considerazion del stato suo, soggionge il
lacrimoso lamento, e dice: Chi mi torrà di guerra, e metterammi in pace; o chi
disunirà quel che m'annoia e danna da quel che sì mi piace ed apremi le porte
del cielo, perché gradite sieno le fervide fiamme del mio core, e fortunati i
fonti de gli occhi miei? Appresso, continuando il suo proposito, soggionge:
Premi, oimè, gli altri, o mia nemica sorte
Vatten via, Gelosia, dal
mondo fore:
Potran ben soli con sua diva corte
Far tutto nobil faccia e
vago amore.
Lui mi tolga de vita, lei de morte,
Lei me l'impenne, lui
brugge il mio core,
Lui me l'ancide, lei ravvive l'alma,
Lei mio
sustegno, lui mia grieve salma.
Ma che dich'io d'amore?
Se lui e lei son
un suggetto o forma,
Se con medesmo imperio ed una norma
Fanno un
vestigio al centro del mio core?
Non son doi dunque; è una
Che fa
gioconda e triste mia fortuna.
50 Quattro principii ed estremi de
due contrarietadi vuol ridurre a doi principii ed una contrarietade. Dice
dunque: Premi, oimè, gli altri; cioè basti a te, o mia sorte, d'avermi sin a
tanto oppresso, e (perché non puoi essere senza il tuo essercizio) volta altrove
il tuo sdegno. E vatten via fuori del mondo, tu, Gelosia; perché uno di que' doi
altri che rimagnono, potrà supplire alle vostre vicende ed offici: se pur tu,
mia sorte, non sei altro ch'il mio Amore, e tu, Gelosia, non sei estranea dalla
sustanza del medesimo. Reste dunque lui per privarmi de vita, per bruggiarmi,
per donarmi la morte, e per salma de le mie ossa: con questo che lei mi tolga di
morte, mi impenne, mi avvive e mi sustente. Appresso, doi principii ed una
contrarietade riduce ad un principio ed una efficacia, dicendo: ma che dich'io
d'Amore? Se questa faccia, questo oggetto è l'imperio suo, e non par altro che
l'imperio de l'amore; la norma de l'amore è la sua medesima norma; l'impression
d'amore ch'appare nella sustanza del cor mio, non è certo altra impression che
la sua: perché dunque dopo aver detto nobil faccia, replico dicendo vago amore?
Parte 1, dial.2
1
\ TANS.\ Or qua comincia il
furioso a mostrar gli affetti suoi e discuoprir le piaghe che sono per segno nel
corpo, ed in sustanza o in essenza nell'anima; e dice cossì: Io che porto
d'amor l'alto vessillo,
Gelate ho spene e gli desir cuocenti:
A un tempo
triemo, agghiaccio, ardo e sfavillo,
Son muto, e colmo il ciel de strida
ardenti:
Dal cor scintillo, e dagli occhi acqua stillo;
E vivo e muoio e
fo riso e lamenti:
Son vive l'acqui, e l'incendio non more,
Ché a gli
occhi ho Teti, ed ho Vulcan al core,
Altr'amo, odio me stesso;
Ma s'io
m'impiumo, altri si cangia in sasso;
Poggi'altr'al cielo, s'io mi ripogno al
basso;
Sempre altri fugge, s'io seguir non cesso;
S'io chiamo, non
risponde;
E quant'io cerco più, più mi s'asconde.
2 A
proposito di questo voglio seguitar quel che poco avanti ti dicevo, che non
bisogna affatigarsi per provare quel che tanto manifestamente si vede: cioè che
nessuna cosa è pura e schetta (onde diceano alcuni, nessuna cosa composta esser
vero ente; come l'oro composto non è vero oro, il vino composto non è puro vero
e mero vino); appresso, tutte le cose constano de contrarii; da onde avviene,
che gli successi de li nostri affetti per la composizione ch'è nelle cose, non
hanno mai delettazion alcuna senza qualch'amaro; anzi dico e noto di più, che se
non fusse l'amaro nelle cose, non sarrebe la delettazione, atteso che la fatica
fa che troviamo delettazione nel riposo; la separazione è causa che troviamo
piacere nella congiunzione; e generalmente essaminando, si trovarà sempre che un
contrario è caggione che l'altro contrario sia bramato e piaccia.
3 \ CIC.\
Non è dunque delettazione senza contrarietà?
4 \ TANS.\ Certo non,
come senza contrarietà non è dolore; qualmente manifesta quel pitagorico Poeta,
quando dice: Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, nec auras
Respiciunt, clausae tenebris et carcere caeco.
5 Ecco dunque quel che
caggiona la composizion de le cose. Quindi aviene che nessuno s'appaga del stato
suo, eccetto qualch'insensato e stolto, e tanto più quanto più si ritrova nel
maggior grado del fosco intervallo de la sua pazzia: allora ha poca o nulla
apprension del suo male, gode l'esser presente senza temer del futuro, gioisce
di quel ch'è, e per quello in che si trova, e non ha rimorso o cura di quel ch'è
o può essere, ed in fine non ha senso della contrarietade, la quale è figurata
per l'arbore della scienza del bene e del male.
6 \ CIC.\ Da qua si vede
che l'ignoranza è madre della felicità e beatitudine sensuale; e questa medesima
è l'orto del paradiso de gli animali; come si fa chiaro nelli dialogi de la
Cabala del cavallo Pegaseo e per quel che dice il sapiente Salomone: chi aumenta
sapienza, aumenta dolore.
7
\ TANS.\ Da qua avviene che l'amore eroico è un
tormento, perché non gode del presente, come il brutale amore; ma e del futuro e
de l'absente, e del contrario sente l'ambizione, emulazione, suspetto e timore.
Indi dicendo una sera dopo cena un certo de nostri vicini: - Giamai fui tanto
allegro quanto sono adesso; - gli rispose Gioan Bruno, padre del Nolano: - Mai
fuste più pazzo che adesso.
-8
\ CIC.\ Volete dunque, che colui che è triste,
sia savio, e quell'altro ch'è più triste, sia più savio?
9 \ TANS.\
Non, anzi intendo in questi essere un'altra specie di pazzia, ed oltre peggiore.
10 \ CIC.\ Chi dunque sarà savio, se pazzo è colui ch'è
contento, e pazzo è colui ch'è triste?
11 \ TANS.\ Quel che non è contento,
né triste.
12 \ CIC.\ Chi? quel che dorme? quel ch'è privo di sentimento?
quel ch'è morto?
13
\ TANS.\ No; ma quel ch'è vivo, vegghia ed
intende; il quale considerando il male ed il bene, stimando l'uno e l'altro come
cosa variabile e consistente in moto, mutazione e vicissitudine (di sorte ch'il
fine d'un contrario è principio de l'altro, e l'estremo de l'uno è cominciamento
de l'altro), non si dismette, né si gonfia di spirito, vien continente
nell'inclinazioni e temperato nelle voluptadi; stante ch'a lui il piacere non è
piacere, per aver come presente il suo fine. Parimente la pena non gli è pena,
perché con la forza della considerazione ha presente il termine di quella. Cossì
il sapiente ha tutte le cose mutabili come cose che non sono, ed afferma quelle
non esser altro che vanità ed un niente; perché il tempo a l'eternità ha
proporzione come il punto a la linea.
14 \ CIC.\ Sì che mai possiamo tener
proposito d'esser contenti o mal contenti, senza tener proposito de la nostra
pazzia, la qual espressamente confessiamo; là onde nessun che ne raggiona, e per
consequenza nessun che n'è participe, sarà savio; ed infine tutti gli omini
saran pazzi.
15 \ TANS.\ Non tendo ad inferir questo; perché dirò massime
savio colui che potesse veramente dire talvolta il contrario di quel che
quell'altro: - Giamai fui men allegro che adesso; - over: - Giamai fui men
triste che ora. -
16
\ CIC.\ Come? non fai due contrarie qualitadi
dove son doi affetti contrarii? perché, dico, intendi come due virtudi, e non
come un vizio ed una virtude l'esser minimamente allegro e l'esser minimamente
triste?
17 \ TANS.\ Perché ambi doi li contrarii in eccesso (cioè per
quanto vanno a dar su quel più) son vizii, perché passano la linea; e gli
medesimi in quanto vanno a dar sul meno, vegnono ad esser virtude, perché si
contegnono e rinchiudono intra gli termini.
18 \ CIC.\ Come l'esser
men contento e l'esser men triste non son una virtù ed un vizio, ma son due
virtudi?
19 \ TANS.\ Anzi dico che son una e medesima virtude; perché il
vizio è là dove è la contrarietade; la contrarietade è massime là dove è
l'estremo; la contrarietà maggiore è la più vicina all'estremo; la minima o
nulla è nel mezzo, dove gli contrarii convegnono e son uno ed indifferente: come
tra il freddissimo e caldissimo è il più caldo ed il più freddo, e nel mezzo
puntuale è quello che puoi dire o caldo e freddo, o né caldo né freddo, senza
contrarietade. In cotal modo chi è minimamente contento e minimamente allegro, è
nel grado della indifferenza, si trova nella casa della temperanza, e là dove
consiste la virtude e condizion d'un animo forte, che non vien piegato da
l'Austro né da l'Aquilone.
20
Ecco dunque, per venir al proposito, come
questo furor eroico, che si chiarisce nella presente parte, è differente dagli
altri furori più bassi, non come virtù dal vizio, ma come un vizio ch'è in un
suggetto più divino o divinamente, da un vizio ch'è in un suggetto più ferino o
ferinamente: di maniera che la differenza è secondo gli suggetti e modi
differenti, e non secondo la forma de l'esser vizio.
21 \ CIC.\ Molto ben
posso, da quel ch'avete detto, conchiudere la condizion di questo eroico furore
che dice: gelate ho spene, e li desir cuocenti; perché non è nella temperanza
della mediocrità, ma nell'eccesso delle contrarietadi; ha l'anima discordevole,
se triema nelle gelate speranze, arde negli cuocenti desiri; è per l'avidità
stridolo, mutolo per il timore; sfavilla dal core per cura d'altrui, e per
compassion di sé versa lacrime da gli occhi; muore ne l'altrui risa, vive ne'
proprii lamenti; e (come colui che non è più suo) altri ama, odia se stesso:
perché la materia, come dicono gli fisici, con quella misura ch'ama la forma
absente, odia la presente. E cossì conclude nell'ottava la guerra ch'ha l'anima
in se stessa; e poi quando dice ne la sestina, ma s'io m'impiumo, altri si
cangia in sasso, e quel che séguita, mostra le sue passioni per la guerra
ch'essercita con li contrarii esterni.
22 Mi ricordo aver letto in
Iamblico, dove tratta degli Egizii misterii, questa sentenza: Impius animam
dissidentem habet: unde nec secum ipse convenire potest neque cum aliis.
23 \ TANS.\ Or odi un altro sonetto di senso consequente al
detto:
Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
In viva morte morta vita
vivo!
A mor m'ha morto (ahi lasso!) di tal morte,
Che son di vita
insieme e morte privo.
Voto di spene, d'inferno a le porte,
E colmo di
desio al ciel arrivo:
Talché suggetto a doi contrarii eterno,
Bandito
son dal ciel e da l'inferno.
Non han mie pene triegua,
Perché in mezzo
di due scorrenti ruote,
De quai qua l'una, là l'altra mi scuote,
Qual
Ixion convien mi fugga e siegua,
Perché al dubbio discorso
Dan lezion
contraria il sprone e 'l morso.
24 Mostra qualmente patisca quel
disquarto e distrazione in se medesimo: mentre l'affetto, lasciando il mezzo e
meta de la temperanza, tende a l'uno e l'altro estremo; e talmente si trasporta
alto o a destra, che anco si trasporta a basso ed a sinistra..
25 \ CIC.\
Come con questo che non è proprio de l'uno né de l'altro estremo, non viene ad
essere in stato o termine di virtude?
26 \ TANS.\ Allora è in stato di
virtude, quando si tiene al mezzo, declinando da l'uno e l'altro contrario: ma
quando tende a gli estremi, inchinando a l'uno e l'altro di quelli, tanto gli
manca de esser virtude, che è doppio vizio; il qual consiste in questo, che la
cosa recede dalla sua natura, la perfezion della quale consiste nell'unità; e là
dove convegnono gli contrarii, consta la composizione e consiste la virtude.
Ecco dunque come è morto vivente, o vivo moriente; là onde dice: In viva morte
morta vita vivo. Non è morto, perché vive ne l'oggetto; non è vivo, perché è
morto in se stesso; privo di morte, perché parturisce pensieri in quello; privo
di vita, perché non vegeta o sente in se medesimo. Appresso, è bassissimo per la
considerazion de l'alto intelligibile e la compresa imbecillità della potenza. È
altissimo per l'aspirazione dell'eroico desio che trapassa di gran lunga gli
suoi termini; ed è altissimo per l'appetito intellettuale, che non ha modo e
fine di gionger numero a numero; è bassissimo per la violenza fattagli dal
contrario sensuale che verso l'inferno impiomba. Onde trovandosi talmente
poggiar e descendere, sente ne l'alma il più gran dissidio che sentir si possa;
e confuso rimane per la ribellion del senso, che lo sprona là d'onde la raggion
l'affrena, e per il contrario. Il medesimo affatto si dimostra nella seguente
sentenza, dove la raggione in nome de Filenio dimanda, ed il furioso risponde in
nome di Pastore, che alla cura del gregge o armento de suoi pensieri si
travaglia, quai pasce in ossequio e serviggio de la sua ninfa, ch'è l'affezione
di quell'oggetto alla cui osservanza è fatto cattivo. \ F.\ Pastor! \ P.\ Che
vuoi? \ F.\ Che fai? \ P.\ Doglio.
\ F.\ Perché?
\ P.\ Perché non m'ha
per suo vita, né morte.
\ F.\ Chi fallo? \ P.\ Amor \ F.\ Quel rio? \ P.\
Quel rio. \ F.\
Dov'è?
\ P.\ Nel centro del mio cor se tien sì forte.
\ F.\ Che fa? \ P.\ Fere. \ F.\ Chi? \ P.\ Me. \ F.\ Te? \ P.\ Sì.
\ F.\
Con che?
\ P.\ Con gli occhi, de l'inferno e del ciel porte.
\ F.\
Speri? \ P.\ Spero. \ F.\ Mercé? \ P.\ Mercé. \ F.\ Da chi?
\ P.\ Da chi sì
mi martora nott'e dì.
\ F.\ Hanne? \ P.\ Non so. \ F.\ Sei folle.
\ P.\
Che, se cotal follia a l'alma piace?
\ F.\ Promette? \ P.\ No. \ F.\ Niega?
\ P.\ Né meno. \ F.\ Tace?
\ P.\ Sì, perché ardir tant'onestà mi tolle.
\ F.\ Vaneggi. \ P.\ In che? \ F.\ Nei stenti.
\ P.\ Temo il suo sdegno,
più che miei tormenti.
27
Qua dice che spasma: lamentasi dell'amore, non
già perché ami (atteso che a nessuno veramente amante dispiace l'amare), ma
perché infelicemente ami, mentre escono que' strali che son gli raggi di quei
lumi, che medesimi, secondo che son protervi e ritrosi, overamente benigni e
graziosi, vegnono ad esser porte che guidano al cielo, overamente a l'inferno.
Con questo vien mantenuto in speranza di futura ed incerta mercé, ed in effetto
di presente e certo martìre. E quantunque molto apertamente vegga la sua follia,
non per tanto avvien che in punto alcuno si correga, o che almen possa
conciperne dispiacere; perché tanto ne manca, che più tosto in essa si compiace,
come mostra dove dice:
Mai fia che dell'amor io mi lamente,
Senza del
qual non vogli'esser felice.
28 Appresso, mostra un'altra specie
di furore, parturita da qualche lume di raggione, la qual suscita il timore e
supprime la già detta, a fin che non proceda a fatto, che possa inasprir o
sdegnar la cosa amata. Dice dunque la speranza esser fondata sul futuro, senza
che cosa alcuna se gli prometta o nieghe: perché lui tace e non dimanda, per
tema d'offender l'onestade. Non ardisce esplicarsi e proporsi, onde fia o con
ripudio escluso, overamente con promessa accettato: perché nel suo pensiero più
contrapesa quel che potrebbe esser di male in un caso, che bene in un altro.
Mostrasi dunque disposto di suffrir più presto per sempre il proprio tormento,
che di poter aprir la porta a l'occasione, per la quale la cosa amata si turbe e
contriste.
29 \ CIC.\ Con questo dimostra l'amor suo esser veramente
eroico, perché si propone per più principal fine la grazia del spirito e la
inclinazion de l'affetto, che la bellezza del corpo, in cui non si termina
quell'amor ch'ha del divino.
30
\ TANS.\ Sai bene che come il rapto platonico è
di tre specie, de quali l'uno tende alla vita contemplativa o speculativa,
l'altro a l'attiva morale, l'altro a l'ociosa e voluptuaria; cossì son tre
specie d'amori, de quali l'uno dall'aspetto della forma corporale s'inalza alla
considerazione della spirituale e divina; l'altro solamente persevera nella
delettazion del vedere e conversare; l'altro dal vedere va a precipitarsi nella
concupiscenza del toccare. Di questi tre modi si componeno altri, secondo che o
il primo s'accompagna col secondo, o che s'accompagna col terzo, o che
concorreno tutti tre modi insieme; de li quali ciascuno e tutti oltre si
moltiplicano in altri, secondo gli affetti de furiosi che tendeno o più verso
l'obietto spirituale, o più verso l'obietto corporale, o equalmente verso l'uno
e l'altro. Onde avviene che di quei che si ritrovano in questa milizia e son
compresi nelle reti d'amore, altri tendeno a fin del gusto che si prende dal
raccôrre le poma da l'arbore de la corporal bellezza, senz'il qual ottento (o
speranza al meno) stimano degno di riso e vano ogni amoroso studio; ed in cotal
modo corrono tutti quei che son di barbaro ingegno, che non possono né cercano
magnificarsi, amando cose degne, aspirando a cose illustri, e, più alto, a cose
divine accomodando gli suoi studi e gesti, a i quali non è chi possa più ricca-
e comodamente suppeditar l'ali, che l'eroico amore; altri si fanno avanti a fin
del frutto della delettazione che prendeno da l'aspetto della bellezza e grazia
del spirito che risplende e riluce nella leggiadria del corpo; e de tali alcuni,
benché amino il corpo e bramino assai d'esser uniti a quello, della cui
lontananza si lagnano e disunion s'attristano, tutta volta temeno che,
presumendo in questo, non vegnan privi di quell'affabilità, conversazione,
amicizia ed accordo, che gli è più principale: essendo che dal tentare non più
può aver sicurezza di successo grato, che gran tema di cader da quella grazia,
qual, come cosa tanto gloriosa e degna, gli versa avanti gli occhi del pensiero.
31 \ CIC.\ È cosa degna, o Tansillo, per molte virtudi e
perfezioni, che quindi derivano nell'umano ingegno, cercar, accettar, nodrire e
conservar un simile amore; ma si deve ancora aver gran cura di non abbattersi ad
ubligarsi ad un oggetto indegno e basso, a fin che non vegna a farsi partecipe
della bassezza ed indignità del medesimo, in proposito de quali intendo il
conseglio del poeta ferrarese:
Chi mette il piè su l'amorosa pania,
Cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ali.
32 \ TANS.\ A dir il
vero, l'oggetto ch'oltre la bellezza del corpo non av'altro splendore, non è
degno d'esser amato ad altro fine che di far, come dicono, la razza: e mi par
cosa da porco o da cavallo di tormentarvisi su; ed io, per me, mai fui più
fascinato da cosa simile, che potesse al presente esser fascinato da qualche
statua o pittura, dalle quali mi pare indifferente. Sarebbe dunque un vituperio
grande ad un animo generoso, se d'un sporco vile, bardo ed ignobile ingegno
(quantunque sotto eccellente figura venesse ricuoperto) dica: Temo il suo sdegno
più ch'il mio tormento.
Parte 1, dial.3
1
\ TANS.\ Poneno, e sono, più
specie de furori, li quali tutti si riducono a doi geni: secondo che altri non
mostrano che cecità, stupidità ed impeto irrazionale che tende al ferino
insensato; altri consisteno in certa divina abstrazione per cui dovegnono alcuni
megliori, in fatto, che uomini ordinarii. E questi sono de due specie; perché
altri, per esserno fatti stanza de dei o spiriti divini, dicono ed operano cose
mirabile senza che di quelle essi o altri intendano la raggione; e tali per
l'ordinario sono promossi a questo da l'esser stati prima indisciplinati ed
ignoranti; nelli quali, come voti di proprio spirito e senso, come in una stanza
purgata, s'intrude il senso e spirito divino. Il qual meno può aver luogo e
mostrarsi in quei che son colmi de propria raggione e senso, perché tal volta
vuole, che il mondo sappia certo che se quei non parlano per proprio studio ed
esperienza, come è manifesto, séguite che parlino ed oprino per intelligenza
superiore: e con questo la moltitudine de gli uomini in tali degnamente ha
maggior admirazion e fede. Altri, per essere avezzi o abili alla contemplazione,
e per aver innato un spirito lucido ed intellettuale, da uno interno stimolo e
fervor naturale, suscitato dall'amor della divinitate, della giustizia, della
veritade, della gloria, dal fuoco del desio e soffio dell'intenzione, acuiscono
gli sensi; e nel solfro della cogitativa facultade accendono il lume razionale
con cui veggono più che ordinariamente: e questi non vegnono, al fine, a parlar
ed operar come vasi ed instrumenti, ma come principali artefici ed efficienti.
2 \ CIC.\ Di questi doi geni quali stimi megliori?
3 \ TANS.\ Gli primi hanno più dignità, potestà ed efficacia
in sé, perché hanno la divinità; gli secondi son essi più degni, più potenti ed
efficaci, e son divini. Gli primi son degni come l'asino che porta li
sacramenti; gli secondi come una cosa sacra. Nelli primi si considera e vede in
effetto la divinità; e quella s'admira, adora ed obedisce; ne gli secondi si
considera e vede l'eccellenza della propria umanitade.
4 Or venemo
al proposito. Questi furori de quali noi raggioniamo, e che veggiamo messi in
execuzione in queste sentenze, non son oblio, ma una memoria; non son negligenze
di se stesso, ma amori e brame del bello e buono con cui si procure farsi
perfetto con trasformarsi ed assomigliarsi a quello. Non è un raptamento sotto
le leggi d'un fato indegno, con gli lacci de ferine affezioni; ma un impeto
razionale che siegue l'apprension intellettuale del buono e bello che conosce, a
cui vorrebbe conformandosi parimente piacere; di sorte che della nobiltà e luce
di quello viene ad accendersi ed investirsi de qualitade e condizione per cui
appaia illustre e degno. Doviene un dio dal contatto intellettuale di quel nume
oggetto; e d'altro non ha pensiero che de cose divine, e mostrasi insensibile ed
impassibile in quelle cose che comunmente massime senteno, e da le quali più
vegnon altri tormentati; niente teme, e per amor della divinitade spreggia gli
altri piaceri, e non fa pensiero alcuno de la vita. Non è furor d'atra bile che
fuor di conseglio, raggione ed atti di prudenza lo faccia vagare guidato dal
caso e rapito dalla disordinata tempesta; come quei, ch'avendo prevaricato da
certa legge de la divina Adrastia vegnono condannati sotto la carnificina de le
Furie, acciò sieno essagitati da una dissonanza tanto corporale per sedizioni,
ruine e morbi, quanto spirituale per la iattura dell'armonia delle potenze
cognoscitive ed appetitive. Ma è un calor acceso dal sole intelligenziale ne
l'anima e impeto divino che gl'impronta l'ali; onde più e più avvicinandosi al
sole intelligenziale, rigettando la ruggine de le umane cure, dovien un oro
probato e puro, ha sentimento della divina ed interna armonia, concorda gli suoi
pensieri e gesti con la simmetria della legge insita in tutte le cose. Non come
inebriato da le tazze di Circe va cespitando ed urtando or in questo, or in
quell'altro fosso, or a questo or a quell'altro scoglio; o come un Proteo vago
or in questa, or in quell'altra faccia cangiandosi, giamai ritrova loco, modo,
né materia di fermarsi e stabilirsi. Ma senza distemprar l'armonia vince e
supera gli orrendi mostri; e per tanto che vegna a dechinare, facilmente ritorna
al sesto con quelli intimi instinti, che come nove muse saltano e cantano circa
il splendor dell'universale Apolline; e sotto l'imagini sensibili e cose
materiali va comprendendo divini ordini e consegli. È vero che tal volta avendo
per fida scorta l'amore, ch'è gemino, e perché tal volta per occorrenti
impedimenti si vede defraudato dal suo sforzo, allora come insano e furioso
mette in precipizio l'amor di quello che non può comprendere; onde confuso da
l'abisso della divinità tal volta dismette le mani, e poi ritorna pure a
forzarsi con la voluntade verso là dove non può arrivare con l'intelletto. È
vero pure che ordinariamente va spasseggiando, ed ora più in una, or più in
un'altra forma del gemino Cupido si trasporta; perché la lezion principale che
gli dona Amore, è che in ombra contemple (quando non puote in specchio) la
divina beltade; e come gli proci di Penelope s'intrattegna con le fante, quando
non gli lice conversar con la padrona. Or dunque, per conchiudere, possete da
quel ch'è detto, comprendere qual sia questo furioso di cui l'imagine ne vien
messa avanti, quando si dice:
Se la farfalla al suo splendor ameno
Vola, non sa ch'è fiamma al fin discara;
Se, quand'il cervio per sete
vien meno,
Al rio va, non sa della freccia amara;
S'il lioncorno corre
al casto seno,
Non vede il laccio che se gli prepara.
I' al lume, al
fonte, al grembo del mio bene,
Veggio le fiamme, i strali e le catene.
S'è dolce il mio languire,
Perché quell'alta face sì m'appaga,
Perché l'arco divin sì dolce impiaga,
Perché in quel nodo è avvolto il
mio desire,
Mi fien eterni impacci
Fiamme al cor, strali al petto, a
l'alma lacci.
5
Dove dimostra l'amor suo non esser come de la
farfalla, del cervio e del lioncorno, che fuggirebono s'avesser giudizio del
fuoco, della saetta e de gli lacci, e che non han senso d'altro che del piacere;
ma vien guidato da un sensatissimo e pur troppo oculato furore, che gli fa amare
più quel fuoco che altro refrigerio, più quella piaga che altra sanità, più que'
legami che altra libertade. Perché questo male non è absolutamente male; ma per
certo rispetto al bene secondo l'opinione, e falso, quale il vecchio Saturno ha
per condimento nel devorar che fa de proprii figli. Perché questo male
absolutamente ne l'occhio de l'eternitade è compreso o per bene, o per guida che
ne conduce a quello; atteso che questo fuoco è l'ardente desio de le cose
divine, questa saetta è l'impression del raggio della beltade della superna
luce, questi lacci son le specie del vero che uniscono la nostra mente alla
prima verità, e le specie del bene che ne fanno uniti e gionti al primo e sommo
bene. A quel senso io m'accostai, quando dissi:
D'un sì bel fuoco e d'un
sì nobil laccio
Beltà m'accende, ed onestà m'annoda,
Ch'in fiamm'e
servitù convien ch'io goda.
Fugga la libertade e tema il ghiaccio.
L'incendio è tal ch'io m'ardo e non mi sfaccio,
E 'l nodo è tal ch'il
mondo meco il loda,
Né mi gela timor, né duol mi snoda;
Ma tranquillo è
l'ardor, dolce l'impaccio.
Scorgo tant'alto il lume che m'infiamma,
E 'l
laccio ordito di sì ricco stame,
Che nascendo il pensier, more il desio.
Poiché mi splend'al cor sì bella fiamma,
E mi stringe il voler sì bel
legame,
Sia serva l'ombra, ed arda il cener mio.
6 Tutti gli
amori (se sono eroici e non son puri animali, che chiamano naturali e cattivi
alla generazione, come instrumenti de la natura in certo modo) hanno per oggetto
la divinità, tendeno alla divina bellezza, la quale prima si comunica all'anime
e risplende in quelle; e da quelle poi o, per dir meglio, per quelle poi si
comunica alli corpi; onde è che l'affetto ben formato ama gli corpi o la
corporal bellezza, per quel che è indice della bellezza del spirito. Anzi quello
che n'innamora del corpo è una certa spiritualità che veggiamo in esso, la qual
si chiama bellezza; la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o minori, non
nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza de membri e
colori. Questa mostra certa sensibile affinità col spirito a gli sensi più acuti
e penetrativi; onde séguita che tali più facilmente ed intensamente
s'innamorano; ed anco più facilmente si disamorano, e più intensamente si
sdegnano, con quella facilità ed intensione, che potrebbe essere nel cangiamento
del spirito brutto, che in qualche gesto ed espressa intenzione si faccia
aperto; di sorte che tal bruttezza trascorre da l'anima al corpo, a farlo non
apparir oltre come gli apparia bello. La beltà dunque del corpo ha forza
d'accendere, ma non già di legare e far che l'amante non possa fuggire, se la
grazia, che si richiede nel spirito, non soccorre, come la onestà, la
gratitudine, la cortesia, l'accortezza. Però dissi bello quel fuoco che
m'accese, perché ancor fu nobile il laccio che m'annodava.
7 \ CIC.\
Non creder sempre cossì, Tansillo; perché qualche volta, quantunque discuopriamo
vizioso il spirito, non lasciamo però di rimaner accesi ed allacciati; di
maniera che, quantunque la raggion veda il male ed indignità di tale amore, non
ha però efficacia d'alienar il disordinato appetito. Nella qual disposizion
credo che fusse il Nolano, quando disse:
Oimè, che son constretto dal
furore
D'appigliarmi al mio male,
Ch'apparir fammi un sommo ben Amore.
Lasso, a l'alma non cale,
Ch'a contrarii consigli unqua ritenti;
E
del fero tiranno,
Che mi nodrisce in stenti,
E poté pormi da me stesso
in bando,
Più che di libertade i' son contento.
Spiego le vele al vento,
Che mi suttraga a l'odioso bene,
E tempestoso al dolce danno amene.
8 \ TANS.\ Questo accade, quando l'uno e l'altro spirto è
vizioso e son tinti come di medesimo inchiostro, atteso che dalla conformità si
suscita, accende e si confirma l'amore. Cossì gli viziosi facilmente concordano
in atti di medesimo vizio. E non voglio lasciar de dire ancora quel che per
esperienza conosco: che quantunque in un animo abbia discuoperti vizii molto
abominati da me, com'è dire una sporca avarizia, una vilissima ingordiggia sul
danaio, irreconoscenza di ricevuti favori e cortesie, un amor di persone al
tutto vili (de quali vizii quest'ultimo massime dispiace, perché toglie la
speranza a l'amante, che per esser egli, o farsi, più degno, possa da lei esser
più accettato); tutta volta non mancava ch'io ardesse per la beltà corporale. Ma
che? io l'amavo senza buona volontà, essendo che non per questo m'arrei più
contristato che allegrato delle sue disgrazie ed infortunii.
9 \ CIC.\
Però è molto propria ed a proposito quella distinzion che fanno intra l'amare e
voler bene.
10 \ TANS.\ È vero; perché a molti vogliamo bene, cioè
desideramo che siano savii e giusti, ma non le amiamo, perché sono iniqui ed
ignoranti; molti amiamo, perché son belli, ma non gli vogliamo bene, perché non
meritano. E tra l'altre cose che stima l'amante quello non meritare, la prima è
d'essere amato; e però benché non possa astenersi d'amare, niente di meno gli ne
rincresce e mostra il suo rincrescimento, come costui che diceva: Oimè, ch'io
son costretto dal furore D'appigliarmi al mio male. In contraria disposizione
fu, o per altro oggetto corporale in similitudine, o per suggetto divino in
verità, quando disse:
Bench'a tanti martir mi fai suggetto.
Pur ti
ringrazio, e assai ti deggio, Amore,
Che con sì nobil piaga apriste il
petto,
E tal impadroniste del mio core,
Per cui fia ver, ch'un divo e
viv'oggetto,
De Dio più bella imago 'n terra adore;
Pensi chi vuol ch'il
mio destin sia rio,
Ch'uccid'in speme e fa viv'in desio.
Pascomi in alta
impresa;
E bench'il fin bramato non consegua,
E 'n tanto studio l'alma
si dilegua,
Basta che sia sì nobilment'accesa;
Basta ch'alto mi tolsi,
E da l'ignobil numero mi sciolsi.
11 L'amor suo qua è a fatto eroico e
divino; e per tale voglio intenderlo, benché per esso si dica suggetto a tanti
martìri; perché ogni amante, ch'è disunito e separato da la cosa amata (alla
quale com'è congionto con l'affetto, vorrebe essere con l'effetto), si trova in
cordoglio e pena, si crucia e si tormenta: non già perché ami, atteso che
degnissima- e nobilissimamente sente impiegato l'amore; ma perché è privo di
quella fruizione la quale ottenerebbe se fusse gionto a quel termine al qual
tende. Non dole per il desio che l'avviva, ma per la difficultà del studio ch'il
martora. Stiminlo dunque altri a sua posta infelice per questa apparenza de rio
destino, come che l'abbia condannato a cotai pene; perché egli non lasciarà per
tanto de riconoscer l'obligo ch'ave ad Amore, e rendergli grazie, perché gli
abbia presentato avanti gli occhi de la mente una specie intelligibile, nella
quale in questa terrena vita, rinchiuso in questa priggione de la carne, ed
avvinto da questi nervi, e confirmato da queste ossa, li sia lecito di
contemplar più altamente la divinitade, che se altra specie e similitudine di
quella si fusse offerta.
12
\ CIC.\ Il divo dunque e vivo oggetto, ch'ei
dice, è la specie intelligibile più alta che egli s'abbia possuto formar della
divinità; e non è qualche corporal bellezza che gli adombrasse il pensiero, come
appare in superficie del senso?
13 \ TANS.\ Vero, perché nessuna
cosa sensibile, né specie di quella, può inalzarsi a tanta dignitade.
14 \ CIC.\ Come dunque fa menzione di quella specie per
oggetto, se, come mi pare, il vero oggetto è la divinità istessa?
15 \ TANS.\
La è oggetto finale, ultimo e perfettissimo, non già in questo stato dove non
possemo veder Dio se non come in ombra e specchio; e però non ne può esser
oggetto se non in qualche similitudine; non tale qual possa esser abstratta ed
acquistata da bellezza ed eccellenza corporea per virtù del senso; ma qual può
esser formata nella mente per virtù de l'intelletto. Nel qual stato
ritrovandosi, viene a perder l'amore ed affezion d'ogni altra cosa tanto
sensibile quanto intelligibile; perché questa congionta a quel lume dovien lume
essa ancora, e per consequenza si fa un Dio: perché contrae la divinità in sé,
essendo ella in Dio per la intenzione con cui penetra nella divinità (per quanto
si può), ed essendo Dio in ella, per quanto dopo aver penetrato viene a
conciperla e (per quanto si può) a ricettarla e comprenderla nel suo concetto.
Or di queste specie e similitudini si pasce l'intelletto umano da questo mondo
inferiore, sin tanto che non gli sia lecito de mirar con più puri occhi la
bellezza della divinitade. Come accade a colui che è gionto a qualch'edificio
eccellentissimo ed ornatissimo, mentre va considerando cosa per cosa in quello,
si aggrada, si contenta, si pasce d'una nobil maraviglia; ma se avverrà poi che
vegga il signor di quelle imagini, di bellezza incomparabilmente maggiore,
lasciata ogni cura e pensiero di esse, tutto è volto ed intento a considerar
quell'uno. Ecco dunque come è differenza in questo stato dove veggiamo la divina
bellezza in specie intelligibili tolte da gli effetti, opre, magisteri, ombre e
similitudini di quella; ed in quell'altro stato dove sia lecito di vederla in
propria presenza.
16
Dice appresso: Pascomi d'alt'impresa, perché
(come notano gli pitagorici) cossì l'anima si versa e muove circa Dio, come il
corpo circa l'anima.
17
\ CIC.\ Dunque, il corpo non è luogo de
l'anima?
18 \ TANS.\ Non; perché l'anima non è nel corpo localmente, ma
come forma intrinseca e formatore estrinseco; come quella che fa gli membri, e
figura il composto da dentro e da fuori. Il corpo dunque è ne l'anima, l'anima
nella mente, la mente o è Dio, o è in Dio, come disse Plotino: cossì come per
essenza è in Dio che è la sua vita, similmente per l'operazione intellettuale e
la voluntà conseguente dopo tale operazione, si referisce alla sua luce e
beatifico oggetto. Degnamente dunque questo affetto de l'eroico furore si pasce
de sì alta impresa. Né per questo che l'obietto è infinito, in atto
simplicissimo, e la nostra potenza intellettiva non può apprendere l'infinito se
non in discorso, o in certa maniera de discorso, com'è dire in certa raggione
potenziale o aptitudinale, è come colui che s'amena a la consecuzion de
l'immenso onde vegna a constituirse un fine dove non è fine.
19 \ CIC.\
Degnamente, perché l'ultimo fine non deve aver fine, atteso che sarebe ultimo. È
dunque infinito in intenzione, in perfezione, in essenza ed in qualsivoglia
altra maniera d'esser fine.
20
\ TANS.\ Dici il vero. Or in questa vita tal
pastura è di maniera tale, che più accende, che possa appagar il desìo, come ben
mostra quel divino poeta, che disse: Bramando è lassa l'alma a Dio vivente; ed
in altro luogo: Attenuati sunt oculi mei suspicientes in excelsum. Però
dice: E bench'il fin bramato non consegua, E 'n tanto studio l'alma si dilegua,
Basta che sia sì nobilmente accesa: vuol dire, ch'in tanto l'anima si consola e
riceve tutta la gloria che può ricevere in cotal stato, e che sia partecipe di
quell'ultimo furor de l'uomo, in quanto uomo di questa condizione, nella qual si
trova adesso, e come ne veggiamo.
21 \ CIC.\ Mi par che gli
peripatetici (come esplicò Averroe) vogliano intender questo, quando dicono la
somma felicità de l'uomo consistere nella perfezione per le scienze.speculative.
22 \ TANS.\ È vero, e dicono molto bene; perché noi in questo
stato nel qual ne ritroviamo, non possiamo desiderar né ottener maggior
perfezione che quella in cui siamo quando il nostro intelletto mediante qualche
nobil specie intelligibile s'unisce o alle sustanze separate, come dicono
costoro, o a la divina mente, come è modo de dir de platonici. Lascio per ora di
raggionar de l'anima, o uomo in altro stato e modo di essere che possa trovarsi
o credersi.
23 \ CIC.\ Ma che perfezione o satisfazione può trovar l'uomo
in quella cognizione la quale non è perfetta?
24 \ TANS.\ Non sarà mai
perfetta per quanto l'altissimo oggetto possa esser capito, ma per quanto
l'intelletto nostro possa capire: basta che in questo ed altro stato gli sia
presente la divina bellezza per quanto s'estende l'orizonte della vista sua.
25 \ CIC.\ Ma de gli uomini non tutti possono giongere a quello
dove può arrivar uno o doi.
26
\ TANS.\ Basta che tutti corrano; assai è
ch'ognun faccia il suo possibile; perché l'eroico ingegno si contenta più tosto
di cascar o mancar degnamente e nell'alte imprese, dove mostre la dignità del
suo ingegno, che riuscir a perfezione in cose men nobili e basse.
27 \ CIC.\
Certo che meglio è una degna ed eroica morte, che un indegno e vil trionfo.
28 \ TANS.\ A cotal proposito feci questo sonetto:
Poi
che spiegat'ho l'ali al bel desio,
Quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo,
Più le veloci penne al vento porgo,
E spreggio il mondo, e vers'il ciel
m'invio.
Né del figliuol di Dedalo il fin rio
Fa che giù pieghi, anzi via
più risorgo.
Ch'i' cadrò morto a terra, ben m'accorgo,
Ma qual vita
pareggia al morir mio?
La voce del mio cor per l'aria sento:
- Ove mi
porti, temerario? China,
Che raro è senza duol tropp'ardimento.
-Non
temer, respond'io, l'alta ruina.
Fendi sicur le nubi, e muor contento,
S'il ciel sì illustre morte ne destina.
29 \ CIC.\ Io intendo
quel che dice: basta ch'alto mi tolsi; ma non quando dice: e da l'ignobil numero
mi sciolsi, s'egli non intende d'esser uscito fuor de l'antro platonico, rimosso
dalla condizion della sciocca ed ignobilissima moltitudine; essendo che quei che
profittano in questa contemplazione, non possono esser molti e numerosi.
30 \ TANS.\ Intendi molto bene. Oltre, per l'ignobil numero può
intendere il corpo e sensual cognizione, dalla quale bisogna alzarsi e disciôrsi
chi vuol unirsi alla natura di contrario geno.
31 \ CIC.\ Dicono gli
platonici due sorte de nodi con gli quali l'anima è legata al corpo. L'uno è
certo atto vivifico che da l'anima come un raggio scende nel corpo; l'altro è
certa qualità vitale che da quell'atto risulta nel corpo. Or questo numero
nobilissimo movente, ch'è l'anima, come.intendete che sia disciolto da l'ignobil
numero, ch'è il corpo?
32
\ TANS.\ Certo non s'intendeva secondo alcun
modo di questi; ma secondo quel modo con cui le potenze che non son comprese e
cattivate nel grembo de la materia, e qualche volta come sopite ed inebriate si
trovano quasi ancora esse occupate nella formazion della materia e vivificazion
del corpo; talor come risvegliate e ricordate di se stesse, riconoscendo il suo
principio e geno, si voltano alle cose superiori, si forzano al mondo
intelligibile, come al natio soggiorno; quali tal volta da là, per la
conversione alle cose inferiori, si son trabalsate sotto il fato e termini della
generazione. Questi doi appolsi son figurati nelle due specie de metamorfosi
espresse nel presente articolo che dice:
Quel dio che scuote il folgore
sonoro,
Asterie vedde furtivo aquilone,
Mnemosine pastor, Danae oro,
Alcmena pesce, Antiopa caprone;
Fu di Cadmo a le suore bianco toro,
A Leda cigno, a Dolide dragone:
Io per l'altezza de l'oggetto mio
Da
suggetto più vil dovegno un dio.
Fu cavallo Saturno,
Nettun delfin, e
vitello si tenne
Ibi, e pastor Mercurio dovenne,
Un'uva Bacco, Apollo un
corvo furno;
Ed io, mercé d'amore,
Mi cangio in dio da cosa inferiore.
33 Nella natura è una revoluzione ed un circolo per cui, per
l'altrui perfezione e soccorso, le cose superiori s'inchinano all'inferiori, e
per propria eccellenza e felicitade le cose inferiori s'inalzano alle superiori.
Però vogliono i pitagorici e platonici esser donato a l'anima, ch'a certi tempi
non solo per spontanea voluntà, la qual le rivolta alla comprension de le
nature; ma ed anco della necessità d'una legge interna scritta e registrata dal
decreto fatale vanno a trovar la propria sorte giustamente determinata. E dicono
che l'anime non tanto per certa determinazione e proprio volere, come ribelle,
declinano dalla divinità, quanto per certo ordine per cui vegnono affette verso
la materia: onde, non come per libera intenzione, ma come per certa occolta
conseguenza vegnono a cadere. E questa è l'inclinazion ch'hanno alla
generazione, come a certo minor bene. (Minor bene dico, per quanto appartiene a
quella natura particolare; non già per quanto appartiene alla natura universale,
dove niente accade senza ottimo fine che dispone il tutto secondo la giustizia).
Nella qual generazione ritrovandosi (per la conversione che vicissitudinalmente
succede) de nuovo ritornano a gli abiti superiori.
34 \ CIC.\ Sì che
vogliono costoro che l'anime sieno spinte dalla necessità del fato, e non hanno
proprio consiglio che le guide a fatto?
35 \ TANS.\ Necessità, fato, natura,
consiglio, voluntà nelle.cose giustamente e senza errore ordinate, tutti
concorreno in uno. Oltre che, come riferisce Plotino, vogliono alcuni che certe
anime possono fuggir quel proprio male, le quali prima che se gli confirme
l'abito corporale, conoscendo il periglio, rifuggono alla mente. Perché la mente
l'inalza alle cose sublimi, come l'imaginazion l'abbassa alle cose inferiori; la
mente le mantiene nel stato ed identità come l'imaginazione nel moto e
diversità; la mente sempre intende uno, come l'imaginazione sempre vassi
fingendo varie imagini. In mezzo è la facultà razionale la quale è composta de
tutto, come quella in cui concorre l'uno con la moltitudine, il medesimo col
diverso, il moto col stato, l'inferiore col superiore.
36 Or
questa conversione e vicissitudine è figurata nella ruota delle metamorfosi,
dove siede l'uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo
e mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende
de la destra. Questa conversione si mostra dove Giove, secondo la diversità de
affetti e maniere di quelli verso le cose inferiori, s'investisce de diverse
figure, dovenendo in forma de bestie; e cossì gli altri dei transmigrano in
forme basse ed aliene. E per il contrario, per sentimento della propria nobiltà,
ripigliano la propria e divina forma: come il furioso eroico, inalzandosi per la
conceputa specie della divina beltà e bontade, con l'ali de l'intelletto e
voluntade intellettiva s'inalza alla divinitade, lasciando la forma de suggetto
più basso. E però disse: Da suggetto più vil dovegno un Dio, Mi cangio in Dio da
cosa inferiore.
Parte 1, dial.4
1
\ TANS.\ Cossì si descrive
il discorso de l'amor eroico, per quanto tende al proprio oggetto, ch'è il sommo
bene, e l'eroico intelletto che giongersi studia al proprio oggetto, che è il
primo vero o la verità absoluta. Or nel primo discorso apporta tutta la somma di
questo e l'intenzione; l'ordine della quale vien descritto in cinque altri
seguenti. Dice dunque:
Alle selve i mastini e i veltri slaccia
Il
giovan Atteon, quand'il destino
Gli drizz'il dubio ed incauto camino,
Di
boscareccie fiere appo la traccia.
Ecco tra l'acqui il più bel busto e
faccia,
Che veder poss'il mortal e divino,
In ostro ed alabastro ed oro
fino
Vedde; e 'l gran cacciator dovenne caccia.
Il cervio ch'a' più
folti
Luoghi drizzav'i passi più leggieri,
Ratto vorâro i suoi gran cani
e molti.
I' allargo i miei pensieri
Ad alta preda, ed essi a me rivolti
Morte mi dàn con morsi crudi e fieri.
2 Atteone significa
l'intelletto intento alla caccia della divina sapienza, all'apprension della
beltà divina. Costui slaccia i mastini ed i veltri. De quai questi son più
veloci, quelli più forti. Perché l'operazion de l'intelletto precede l'operazion
della voluntade; ma questa è più vigorosa ed efficace che quella; atteso che a
l'intelletto umano è più amabile che comprensibile la bontade e bellezza divina,
oltre che l'amore è quello che muove e spinge l'intelletto acciò che lo preceda,
come lanterna. Alle selve, luoghi inculti e solitarii, visitati e perlustrati da
pochissimi, e però dove non son impresse l'orme de molti uomini. Il giovane poco
esperto e prattico, come quello di cui la vita è breve ed instabile il furore,
nel dubio camino de l'incerta ed ancipite raggione ed affetto designato nel
carattere di Pitagora, dove si vede più spinoso, inculto e deserto il destro ed
arduo camino, e per dove costui slaccia i veltri e mastini appo la traccia di
boscareccie fiere, che sono le specie intelligibili de' concetti ideali; che
sono occolte, perseguitate da pochi, visitate da rarissimi, e che non s'offreno
a tutti quelli che le cercano. Ecco tra l'acqui, cioè nel specchio de le
similitudini, nell'opre dove riluce l'efficacia della bontade e splendor divino:
le quali opre vegnon significate per il suggetto de l'acqui superiori ed
inferiori, che son sotto e sopra il firmamento; vede il più bel busto e faccia,
cioè potenza ed operazion esterna che veder si possa per abito ed atto di
contemplazione ed applicazion di mente mortal o divina, d'uomo o dio alcuno.
3 \ CIC.\ Credo che non faccia comparazione, e pona come in
medesimo geno la divina ed umana apprensione quanto al modo di comprendere il
quale è diversissimo, ma quanto al.suggetto che è medesimo.
4 \ TANS.\
Cossì è. Dice in ostro alabastro ed oro, perché quello che in figura nella
corporal bellezza è vermiglio, bianco e biondo, nella divinità significa l'ostro
della divina vigorosa potenza, l'oro della divina sapienza, l'alabastro della
beltade divina, nella contemplazion della quale gli pitagorici, Caldei,
platonici ed altri, al meglior modo che possono, s'ingegnano d'inalzarsi. Vedde
il gran cacciator: comprese, quanto è possibile e dovenne caccia: andava per
predare e rimase preda questo cacciator per l'operazion de l'intelletto con cui
converte le cose apprese in sé.
5 \ CIC.\ Intendo, perché forma le
specie intelligibili a suo modo e le proporziona alla sua capacità, perché son
ricevute a modo de chi le riceve.
6 \ TANS.\ E questa caccia per
l'operazion della voluntade, per atto della quale lui si converte nell'oggetto.
7 \ CIC.\ Intendo, perché lo amore transforma e converte nella
cosa amata.
8 \ TANS.\ Sai bene che l'intelletto apprende le cose
intelligibilmente, idest secondo il suo modo; e la voluntà perseguita le
cose naturalmente, cioè secondo la raggione con la quale sono in sé. Cossì
Atteone con que' pensieri, quei cani che cercavano estra di sé il bene, la
sapienza, la beltade, la fiera boscareccia, ed in quel modo che giunse alla
presenza di quella, rapito fuor di sé da tanta bellezza, dovenne preda, veddesi
convertito in quel che cercava; e s'accorse che de gli suoi cani, de gli suoi
pensieri egli medesimo venea ad essere la bramata preda, perché già avendola
contratta in sé, non era necessario di cercare fuor di sé la divinità.
9 \ CIC.\ Però ben si dice il regno de Dio esser in noi, e la
divinitade abitar in noi per forza del riformato intelletto e voluntade.
10 \ TANS.\ Cossì è. Ecco dunque come l'Atteone, messo in preda
de suoi cani, perseguitato da proprii pensieri, corre e drizza i novi passi; è
rinovato a procedere divinamente e più leggiermente, cioè con maggior facilità e
con una più efficace lena, a' luoghi più folti, alli deserti, alla reggion de
cose incomprensibili; da quel ch'era un uom volgare e commune, dovien raro ed
eroico, ha costumi e concetti rari, e fa estraordinaria vita. Qua gli dàn morte
i suoi gran cani e molti: qua finisce la sua vita secondo il mondo pazzo,
sensuale, cieco e fantastico, e comincia a vivere intellettualmente; vive vita
de dei, pascesi d'ambrosia e inebriasi di nettare. - Appresso sotto forma
d'un'altra similitudine descrive la maniera con cui s'arma alla ottenzion de
l'oggetto, e dice:
Mio passar solitario, a quella parte
Che adombr'e
ingombra tutt'il mio pensiero,
Tosto t'annida ivi ogni tuo mestiero
Rafferma, ivi l'industria spendi e l'arte.
Rinasci là, là su vogli
allevarte
Gli tuoi vaghi pulcini omai ch'il fiero
Destin av'espedit'il
cors'intiero.
Contro l'impresa, onde solea ritrarte.
Va', più nobil
ricetto
Bramo ti godi, e arai per guida un dio
Che da chi nulla vede, è
cieco detto.
Va', ti sia sempre pio
Ogni nume di quest'ampio architetto,
E non tornar a me se non sei mio.
11 Il progresso sopra significato
per il cacciator che agita gli suoi cani, vien qua ad esser figurato per un cuor
alato che è inviato da la gabbia, in cui si stava ocioso e quieto, ad annidarsi
alto, ad allievar gli pulcini, suoi pensieri, essendo venuto il tempo in cui
cessano gli impedimenti che da fuori mille occasioni, e da dentro la natural
imbecillità subministravano. Licenzialo dunque, per fargli più magnifica
condizione, applicandolo a più alto proposito ed intento, or che son più
fermamente impiumate quelle potenze de l'anima significate anco da platonici per
le due ali. E gli commette per guida quel dio che dal cieco volgo è stimato
insano e cieco, cioè l'Amore; il qual per mercé e favor del cielo è potente di
trasformarlo come in quell'altra natura alla quale aspira o quel stato dal quale
va peregrinando bandito. Onde disse: E non tornar a me che non sei mio, di sorte
che non con indignità possa io dire con quell'altro:
Lasciato m'hai, cuor
mio,
E lume d'occhi miei, non sei più meco.
12 Appresso descrive la
morte de l'anima, che da cabalisti è chiamata morte di bacio, figurata nella
Cantica di Salomone, dove l'amica dice:
Che mi bacie col bacio de sua
bocca,
Perché col suo ferire
Un troppo crudo amor mi fa languire;
da altri è chiamata sonno, dove dice il Salmista:
S'avverrà,
ch'io dia sonno a gli occhi miei,
E le palpebre mie dormitaransi,
Arrò
'n colui pacifico riposo.
13 Dice, dunque, cossì l'alma, come
languida per esser morta in sé, e viva ne l'oggetto:
Abbiate cura, o
furiosi, al core;
Ché tropp'il mio, da me fatto lontano,
Condotto in
crud'e dispietata mano,
Lieto soggiorn'ove si spasma e muore.
Co i
pensier mel richiamo a tutte l'ore;
Ed ei rubello, qual girfalco insano,
Non più conosce quell'amica mano,
Onde, per non tornar, è uscito fore.
Bella fera, ch'in pene
Tante contenti, il cor, spirto, alma annodi
Con tue punte, tuoi vampi e tue catene,
De sguardi, accenti e
modi;
Quel che languisc'ed arde, e non riviene,
Chi fia che saldi,
refrigere e snodi?
14
Ivi l'anima dolente non già per vera
discontentezza, ma con affetto di certo amoroso martìre parla come drizzando il
suo sermone a gli similmente appassionati: come se non a felice suo grado abbia
donato congedo al core, che corre.dove non può arrivare, si stende dove non può
giongere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere; e con ciò perché in
vano s'allontane da lei, mai sempre più e più va accendendosi verso l'infinito.
15 \ CIC.\ Onde procede, o Tansillo, che l'animo in tal
progresso s'appaga del suo tormento? onde procede quel sprone ch'il stimola
sempre oltre quel che possiede?
16 \ TANS.\ Da questo, che ti dirò
adesso. Essendo l'intelletto divenuto all'apprension d'una certa e definita
forma intelligibile, e la volontà all'affezione commensurata a tale apprensione,
l'intelletto non si ferma là; perché dal proprio lume è promosso a pensare a
quello che contiene in sé ogni geno de intelligibile ed appetibile, sin che
vegna ad apprendere con l'intelletto l'eminenza del fonte de l'idee, oceano
d'ogni verità e bontade. Indi aviene che qualunque specie gli vegna presentata e
da lei vegna compresa, da questo che è presentata e compresa, giudica che sopra
essa è altra maggiore e maggiore, con ciò sempre ritrovandosi in discorso e moto
in certa maniera. Perché sempre vede che quel tutto che possiede, è cosa
misurata, e però non può essere bastante per sé, non buono da per sé, non bello
da per sé; perché non è l'universo, non è l'ente absoluto, ma contratto ad esser
questa natura, ad esser questa specie, questa forma rapresentata a l'intelletto
e presente a l'animo. Sempre dunque dal bello compreso, e per conseguenza
misurato, e conseguentemente bello per participazione, fa progresso verso quello
che è veramente bello, che non ha margine e circonscrizione alcuna.
17 \ CIC.\
Questa prosecuzione mi par vana.
18 \ TANS.\ Anzi non, atteso che non
è cosa naturale né conveniente che l'infinito sia compreso, né esso può donarsi
finito, percioché non sarrebe infinito; ma è conveniente e naturale che
l'infinito, per essere infinito, sia infinitamente perseguitato, in quel modo di
persecuzione il quale non ha raggion di moto fisico, ma di certo moto
metafisico; ed il quale non è da imperfetto al perfetto, ma va circuendo per gli
gradi della perfezione, per giongere a quel centro infinito, il quale non è
formato né forma.
19
\ CIC.\ Vorrei sapere come circuendo si può
arrivare al centro?
20
\ TANS.\ Non posso saperlo.
21 \ CIC.\
Perché lo dici?
22 \ TANS.\ Perché posso dirlo e lasciarvel considerare.
23 \ CIC.\ Se non volete dire che quel che perséguita
l'infinito, è come colui che discorrendo per la circonferenza cerca il centro,
io non so quel che vogliate dire.
24 \ TANS.\ Altro.
25 \ CIC.\
Or se non vuoi dechiararti, io non voglio intenderti. Ma dimmi, se ti piace: che
intende per quel che dice il core esser condotto in cruda e dispietata mano?
26 \ TANS.\ Intende una similitudine o metafora tolta da quel,
che comunmente si dice crudele chi non si lascia fruire o non pienamente fruire,
e che è più in desio che in possessione; onde per quel che possiede alcuno, non
al tutto lieto soggiorna, perché brama, si spasma e muore.
27 \ CIC.\
Quali son quei pensieri che il richiamano a dietro, per ritrarlo da sì generosa
impresa?
28 \ TANS.\ Gli affetti sensitivi ed altri naturali che
guardano al regimento del corpo.
29 \ CIC.\ Che hanno a far quelli di
questo che in modo alcuno non può aggiutargli, né favorirgli?
30 \ TANS.\
Non hanno a far di lui, ma de l'anima; la quale, essendo troppo intenta ad una
opra o studio, dovien remissa e poco sollecita ne l'altra.
31 \ CIC.\
Perché lo chiama qual insano?
32 \ TANS.\ Perché soprasape.
33 \ CIC.\ Sogliono esser chiamati insani quei che men sanno.
34 \ TANS.\ Anzi insani son chiamati quelli che non sanno
secondo l'ordinario, o che tendano più basso per aver men senso, o che tendano
più alto per aver più intelletto.
35 \ CIC.\ M'accorgo che dici il
vero. Or dimmi appresso: quai sono le punte, gli vampi e le catene?
36 \ TANS.\
Punte son quelle nuove che stimulano e risvegliano l'affetto perché attenda;
vampi son gli raggi della bellezza presente che accende quel che gli attende;
catene son le parti e circonstanze che tegnono fissi gli occhi de l'attenzione
ed uniti insieme gli oggetti e le potenze.
37 \ CIC.\ Che son gli sguardi,
accenti e modi?
38 \ TANS.\ Sguardi son le raggioni con le quali l'oggetto
(come ne mirasse) ci si fa presente; accenti son le raggioni con le quali ci
inspira ed informa; modi son le circonstanze con le quali ci piace sempre ed
aggrada. Di sorte ch'il cor che dolcemente languisce, suavemente arde e
constantemente nell'opra persevera, teme che la sua ferita si salde, ch'il suo
incendio si smorze e che si sciolga il suo laccio.
39 \ CIC.\ Or recita quel
che séguita.
40 \ TANS.\ Alti, profondi e desti miei pensieri,
Ch'uscir volete da materne fasce
De l'afflitt'alma, e siete acconci
arcieri
Per tirar al versaglio onde vi nasce
L'alto concetto; in questi
erti sentieri
Scontrarvi a cruda fiera il ciel non lasce.
Sovvengav'il
tornar, e richiamate
Il cor ch'in man di dea selvaggia late.
Armatevi
d'amore
Di domestiche fiamme, ed il vedere
Reprimete sì forte, che
straniere
Non vi rendan, compagni del mio core.
Al men portate nuova
Di quel ch'a lui diletta e giova.
41 Qua descrive la natural
sollecitudine de l'anima attenta circa la generazione per l'amicizia ch'ha
contratta con la materia. Ispedisce gli armati pensieri che, sollecitati e
spinti dalla querela della natura inferiore, son inviati a richiamar il core.
L'anima l'instruisce come si debbano portare, perché invaghiti ed attratti da
l'oggetto non facilmente vegnano anch'essi sedotti a rimaner cattivi e compagni
del core. Dice dunque che s'armino d'amore: di quello amore che accende con
domestiche fiamme, cioè quello che è amico de la generazione alla quale son
ubligati, e nella cui legazione, ministerio e milizia si ritrovano. Appresso li
dà ordine che reprimano il vedere chiudendo gli occhi, perché non mirino altra
beltade o bontade che quella qual gli è presente, amica e madre. E conchiude al
fine che se per altro ufficio non vogliono farsi rivedere, rivegnano al manco
per donargli saggio delle raggioni e stato del suo core.
42 \ CIC.\
Prima che procediate ad altro, vorrei intender da voi, che è quello che intende
l'anima quando dice a gli pensieri: il vedere reprimete sì forte?
43 \ TANS.\
Ti dirò. Ogni amore procede dal vedere: l'amore intelligibile dal vedere
intelligibilmente; il sensibile dal vedere sensibilmente. Or questo vedere ha
due significazioni: perché o significa la potenza visiva, cioè la vista, che è
l'intelletto, overamente senso; o significa l'atto di quella potenza, cioè
quell'applicazione che fa l'occhio o l'intelletto a l'oggetto materiale o
intellettuale. Quando dunque si consegliano gli pensieri di reprimere il vedere,
non s'intende del primo modo, ma del secondo; perché questo è il padre della
seguente affezione de l'appetito sensitivo o intellettivo.
44 \ CIC.\
Questo è quello ch'io volevo udir da voi. Or se l'atto della potenza visiva è
causa del male o bene che procede dal vedere, onde avviene che amiamo e
desideramo di vedere? Ed onde avviene che nelle cose divine abbiamo più amore
che notizia?
45 \ TANS.\ Desideriamo il vedere, perché in qualche modo
veggiamo la bontà del vedere, perché siamo informati che per l'atto del vedere
le cose belle s'offreno: però desideramo quell'atto perché desideriamo le cose
belle.
46 \ CIC.\ Desideriamo il bello e buono; ma il vedere non è
bello, né buono, anzi più tosto quello è paragone o luce per cui veggiamo non
solamente il bello e buono, ma anco il rio e brutto. Però mi pare ch'il vedere
tanto può esser bello o buono, quanto la vista può esser bianco o nero: se
dunque la vista (la quale è atto) non è bello né buono, come può cadere in
desiderio?
47 \ TANS.\ Se non per sé, certamente per altro è desiderata,
essendo che l'apprension di quell'altro senza lei non si faccia.
48 \ CIC.\
Che dirai, se quell'altro non è in notizia di senso, né d'intelletto? Come,
dico, può esser desiderato almanco d'esser visto, se di esso non è notizia
alcuna, se verso quello né l'intelletto, né il senso ha esercitato atto alcuno,
anzi è in dubio se sia intelligibile o sensibile, se sia cosa corporea o
incorporea, se sia uno o doi o più, d'una o d'un'altra maniera?
49 \ TANS.\
Rispondo che nel senso e l'intelletto è un appetito ed appulso al sensibile in
generale; perché l'intelletto vuol intender tutto il vero, perché s'apprenda poi
tutto quello che è bello o buono intelligibile: la potenza sensitiva vuol
informarsi de tutto il sensibile, perché s'apprenda poi quanto è buono o bello
sensibile. Indi aviene che non meno desideramo vedere le cose ignote e mai
viste, che le cose conosciute e viste. E da questo non séguita ch'il desiderio
non proceda da la cognizione, e che qualche cosa desideriamo che non è
conosciuta; ma dico che sta pur rato e fermo che non desideriamo cose incognite.
Perché se sono occolte quanto all'esser particulare, non sono occolte quanto a
l'esser generale; come in tutta la potenza visiva si trova tutto il visibile in
attitudine, nella intellettiva tutto l'intelligibile. Però come ne l'attitudine
è l'inclinazione a l'atto, aviene che l'una e l'altra potenza è inchinata a
l'atto in universale, come a cosa naturalmente appresa per buona. Non parlava
dunque a sordi o ciechi l'anima, quando consultava con suoi pensieri de
reprimere il vedere, il quale quantunque non sia causa prossima del volere è
però causa prima e principale.
50 \ CIC.\ Che intendete per questo
ultimamente detto?
51
\ TANS.\ Intendo che non è la figura o la
specie sensibilmente o intelligibilmente representata, la quale per sé muove;
perché mentre alcuno sta mirando la figura manifesta a gli occhi, non viene
ancora ad amare; ma da quello instante che l'animo concipe in se stesso quella
figurata non più visibile ma cogitabile, non più dividua ma individua, non più
sotto specie di cosa, ma sotto specie di buono o bello, allora subito nasce
l'amore. Or questo è quel vedere dal quale l'anima vorrebbe divertir gli occhi
de suoi pensieri. Qua la vista suole promuovere l'affetto ad amar più che non è
quel che vede; perché, come poco fa ho detto, sempre considera (per la notizia
universale che tiene del bello e buono) che, oltre li gradi della compresa
specie de buono e bello, sono altri ed altri in infinito.
52 \ CIC.\
Onde procede che dopo che siamo informati de la specie del bello la quale è
conceputa nell'animo, pure desideriamo di pascere la vista esteriore?
53 \ TANS.\ Da quel che l'animo vorrebbe sempre amare quel che
ama, vuol sempre vedere quel che vede. Però vuole che quella specie, che gli è
stata parturita dal vedere, non vegna ad attenuarsi, snervarsi e perdersi. Vuol
dunque sempre oltre ed oltre vedere, perché quello che potrebe oscurarsi
nell'affetto interiore, vegna spesso illustrato dall'aspetto esteriore; il quale
come è principio de l'essere, bisogna che sia principio del conservare.
Proporzionalmente accade ne l'atto de l'intendere e considerare; perché come la
vista si referisce alle cose visibili, cossì l'intelletto alle cose
intelligibili. Credo dunque ch'intendiate a che fine ed in che modo l'anima
intenda quando dice: reprimete il vedere.
54 \ CIC.\ Intendo molto bene. Or
seguitate a riportar quel ch'avvenne di questi pensieri.
55 \ TANS.\
Séguita la querela de la madre contra gli detti figli li quali, per aver contra
l'ordinazion sua aperti gli occhi, ed affissigli al splendor de l'oggetto, erano
rimasi in compagnia del core. Dice dunque:
E voi ancor, a me figli
crudeli,
Per più inasprir mia doglia, mi lasciaste,
E perché senza fin
più mi quereli,
Ogni mia spene con voi n'amenaste.
A che il senso riman,
o avari cieli?
A che queste potenze tronche e guaste,
Se non per farmi
materia ed essempio
De sì grave martir, sì lungo scempio?
Deh, per Dio,
cari figli,
Lasciate pur mio fuoco alato in preda,
E fate ch'io di voi
alcun riveda
Tornato a me da que' tenaci artigli.
-Lassa, nessun riviene
Per tardo refrigerio de mie pene.
56 Eccomi misera, priva del core,
abandonata da gli pensieri, lasciata da la speranza, la qual tutta avevo fissa
in essi. Altro non mi rimane che il senso della mia povertà, infelicità e
miseria. E perché non son oltre lasciata da questo? perché non mi soccorre la
morte, ora che son priva de la vita? A che mi trovo le potenze naturali prive de
gli atti suoi? Come potrò io sol pascermi di specie intelligibili, come di pane
intellettuale, se la sustanza di questo supposito è composta? Come potrò io
trattenirmi nella domestichezza di queste amiche e care membra, che m'ho
intessute in circa, contemprandole con la simmetria de le qualitadi elementari,
se mi abandonano gli miei pensieri tutti ed affetti, intenti verso la cura del
pane immateriale e divino? Su, su, o miei fugaci pensieri, o mio rubelle cuore:
viva il senso di cose sensibili e l'intelletto de cose intelligibili. Soccorrasi
al corpo con la materia e suggetto corporeo, e l'intelletto con gli suoi oggetti
s'appaghe; a fin che conste questa composizione, non si dissolva questa machina,
dove per mezzo del spirito l'anima è unita al corpo. Come, misera, per opra
domestica più tosto che per esterna violenza, ho da veder quest'orribil divorzio
ne le mie parti e membra? Perché l'intelletto s'impaccia di donar legge al senso
e privarlo de suoi cibi? e questo, per il contrario, resiste a quello, volendo
vivere secondo gli proprii e non secondo l'altrui statuti? Perché questi e non
quelli possono mantenerlo e bearlo, percioché deve essere attento alla sua
comoditade e vita, non a l'altrui. Non è armonia e concordia dove è unità, dove
un essere vuol assorbir tutto l'essere; ma dove è ordine ed analogia di cose
diverse; dove ogni cosa serva la sua natura. Pascasi dunque il senso secondo la
sua legge de cose sensibili, la carne serva alla legge de la carne, il spirito
alla legge del spirito, la raggione a la legge de la raggione: non si
confondano, non si conturbino. Basta che uno non guaste o pregiudiche alla legge
de l'altro, se non è giusto che il senso oltragge alla legge della raggione. È
pur cosa vituperosa che quella tirannegge su la legge di questo, massime dove
l'intelletto è più peregrino e straniero, ed il senso è più domestico e come in
propria patria.
57 Ecco dunque, o miei pensieri, come di voi altri son ubligati
di rimanere alla cura di casa, ed altri possono andar a procacciare altrove.
Questa è legge di natura, questa per conseguenza è legge dell'autore e principio
della natura. Peccate dunque, or che tutti, sedotti dalla vaghezza de
l'intelletto, lasciate al periglio de la morte l'altra parte di me. Onde vi è
nato questo malencolico e perverso umore di rompere le certe e naturali leggi de
la vita vera che sta nelle vostre mani, per una incerta e che non è se non in
ombra oltre gli limiti del fantastico pensiero? Vi par cosa naturale che non
vivano animale- ed umanamente, ma divina-, se elli non sono dei ma uomini ed
animali?
58 È legge del fato e della natura che ogni cosa s'adopre
secondo la condizion de l'esser suo. Perché, dunque, mentre perseguitate il
nettare avaro de gli dei, perdete il vostro presente e proprio, affligendovi
forse sotto la vana speranza de l'altrui? Credete che non si debba sdegnar la
natura di donarvi l'altro bene, se quello che presentaneamente v'offre, tanto
stoltamente dispreggiate?
Sdegnarà il ciel dar il secondo bene
A chi
'l primiero don caro non tiene.
59 Con queste e simili raggioni
l'anima, prendendo la causa de la parte più inferna, cerca de richiamar gli
pensieri alla cura del corpo. Ma quelli, benché al tardi, vegnono a mostrarsegli
non già di quella forma con cui si partîro, ma sol per dechiarargli la sua
ribellione, e forzarla tutta a seguitarli. Là onde in questa forma si lagna la
dolente:
Ahi, cani d'Atteon, o fiere ingrate,
Che drizzai al ricetto
de mia diva,
E voti di speranza mi tornate,
Anzi venendo a la materna
riva,
Tropp'infelice fio mi riportate:
Mi sbranate, e volete ch'i' non
viva.
Lasciami, vita, ch'al mio sol rimonte,
Fatta gemino rio senz'il
mio fonte!
Quando il mio pondo greve
Converrà che natura mi disciolga?
Quand'avverrà ch'anch'io da qua mi tolga,
E ratto l'alt'oggetto mi
sulleve?
E insieme col mio core
E i communi pulcini ivi dimore?
60 Vogliono gli platonici, che l'anima, quanto alla parte
superiore, sempre consista ne l'intelletto, dove ha raggione d'intelligenza più
che de anima; atteso che anima è nomata per quanto vivifica il corpo e lo
sustenta. Cossì qua la medesima essenza che nodrisce e mantiene li pensieri in
alto, insieme col magnificato cuore se induce dalla parte inferiore contristarsi
e richiamar quelli come ribelli.
61 \ CIC.\ Sì che non sono due
essenze contrarie, ma una suggetta a doi termini di contrarietade?
62 \ TANS.\
Cossì è a punto. Come il raggio del sole il quale quindi tocca la terra ed è
gionto a cose inferiori ed oscure, che illustra, vivifica ed accende; indi è
gionto a l'elemento del fuoco, cioè a la stella da cui procede, ha principio, è
diffuso ed in cui ha propria ed originale sussistenza; cossì l'anima che è
nell'orizonte della natura corporea ed incorporea, ha con che s'inalze alle cose
superiori ed inchine a cose inferiori. E ciò puoi vedere non accadere per
raggion ed ordine di moto locale, ma solamente per appulso d'una e d'un'altra
potenza o facultade. Come quando il senso monta all'imaginazione, l'imaginazione
alla raggione, la raggione a l'intelletto, l'intelletto a la mente, allora
l'anima tutta si converte in Dio ed abita il mondo intelligibile. Onde per il
contrario descende per conversion al mondo sensibile per via de l'intelletto,
raggione, imaginazione, senso, vegetazione.
63 \ CIC.\ È vero ch'ho
inteso che per trovarsi l'anima nell'ultimo grado de cose divine, meritamente
descende nel corpo mortale, e da questo risale di nuovo alli divini gradi; e che
son tre gradi d'intelligenze: perché son altre nelle quali l'intellettuale
supera l'animale, quali dicono essere l'intelligenze celesti; altre nelle quali
l'animale supera l'intellettuale, quali son l'intelligenze umane; altre sono
nelle quali l'uno e l'altro si portano ugualmente, come quelle de demoni o eroi.
64 \ TANS.\ Nell'apprender dunque che fa la mente, non può
desiderare se non quanto gli è vicino, prossimo, noto e familiare. Cossì il
porco non può desiderar esser uomo, né quelle cose che son convenienti
all'appetito umano. Ama più d'isvoltarsi per la luta che per un letto de
bissino; ama d'unirsi ad una scrofa, non a la più bella donna che produca la
natura: perché l'affetto séguita la raggion della specie. E tra gli uomini si
può vedere il simile, secondo che altri son più simili a una specie de bruti
animali, altri ad un'altra: questi hanno del quadrupede, quelli del volatile, e
forse hanno qualche vicinanza (la qual non voglio dire) per cui si son trovati
quei che sono affetti a certe sorte di bestie. Or a la mente (che trovasi
oppressa dalla material congionzione de l'anima) se fia lecito di alzarsi alla
contemplazione d'un altro stato in cui l'anima può arrivare, potrà certo far
differenza da questo a quello, e per il futuro spreggiar il presente. Come se
una bestia avesse senso della differenza che è tra le sue condizioni e quelle de
l'uomo, e l'ignobiltà del stato suo dalla nobiltà del stato umano, al quale non
stimasse impossibile di poter pervenire; amarebbe più la morte che li donasse
quel camino ed ispedizione, che la vita, quale l'intrattiene in quell'esser
presente. Qua dunque, quando l'anima si lagna dicendo: O cani d'Atteon, viene
introdotta come cosa che consta di potenze inferiori solamente, e da cui la
mente è ribellata con aver menato seco il core, cioè gl'intieri affetti con
tutto l'exercito de pensieri: là onde per apprension del stato presente ed
ignoranza d'ogni altro stato, il quale non più lo stima essere, che da lei possa
esser conosciuto, si lamenta de pensieri, li quali al tardi convertendosi a lei
vegnono per tirarla su più tosto che a farsi ricettar da lei. E qua per la
distrazione che patisce dal commune amore della materia e di cose intelligibili,
si sente lacerare e sbranare di sorte che bisogna al fine di cedere a l'appulso
più vigoroso e forte. Qua se per virtù di contemplazione ascende o è rapita
sopra l'orizonte de gli affetti naturali, onde con più puro occhio apprenda la
differenza de l'una e l'altra vita, allora vinta da gli alti pensieri, come
morta al corpo, aspira ad alto; e benché viva nel corpo, vi vegeta come morta, e
vi è presente in atto de animazione, ed absente in atto d'operazioni; non perché
non vi operi mentre il corpo è vivo, ma perché l'operazioni del composto sono
rimesse, fiacche e come dispenserate.
65 \ CIC.\ Cossì un certo Teologo
(che si disse rapito sin al terzo cielo), invaghito da la vista di quello, disse
che desiderava la dissoluzione dal suo corpo.
66 \ TANS.\ In questo
modo, dove prima si lamentava del core e querelavasi de pensieri, ora desidera
d'alzarsi con quelli in alto, e mostra il rincrescimento suo per la
communicazione e familiarità contratta con la materia corporale, e dice:
Lasciami vita corporale, e non m'impacciar ch'io rimonti al mio più natio
albergo, al mio sole: lasciami ormai che più non verse pianto da gli occhi miei,
o perché mal posso soccorrerli, o perché rimagno divisa dal mio bene; lasciami,
ché non è decente, né possibile che questi doi rivi scorrano senza il suo fonte,
cioè senza il core: non bisogna, dico, che io faccia doi fiumi de lacrime qua
basso, se il mio core, il quale è fonte de tai fiumi, se n'è volato ad alto con
le sue ninfe, che son gli miei pensieri. Cossì a poco a poco, da quel disamore e
rincrescimento procede a l'odio de cose inferiori; come quasi dimostra dicendo:
Quand'il mio pondo greve converrà che natura mi disciolga? e quel che seguita
appresso.
67 \ CIC.\ Intendo molto bene questo, e quello che per questo
volete inferire a proposito della principale intenzione: cioè che son gli gradi
de gli amori, affezioni e furori, secondo gli gradi di maggior o minore lume di
cognizione ed intelligenza.
68
\ TANS.\ Intendi bene. Da qua devi apprendere
quella dottrina che comunmente, tolta da' pitagorici e platonici vuole che
l'anima fa gli doi progressi d'ascenso e descenso per la cura ch'ha di sé e de
la materia; per quel ch'è mossa dal proprio appetito del bene, e per quel ch'è
spinta da la providenza del fato.
69 \ CIC.\ Ma di grazia, dimmi
brevemente quel che intendi de l'anima del mondo, se ella ancora non può
ascendere né descendere?
70
\ TANS.\ Se tu dimandi del mondo secondo la
volgar significazione, cioè in quanto significa l'universo, dico che quello, per
essere infinito e senza dimensione o misura, viene a essere inmobile ed
inanimato ed informe, quantunque sia luogo de mondi infiniti mobili in esso, ed
abbia spacio infinito, dove son tanti animali grandi, che son chiamati astri. Se
dimandi secondo la significazione che tiene appresso gli veri filosofi, cioè in
quanto significa ogni globo, ogni astro, come è questa terra, il corpo del sole,
luna ed altri, dico che tal anima non ascende né descende, ma si volta in
circolo. Cossì essendo composta de potenze superiori ed inferiori, con le
superiori versa circa la divinitade, con l'inferiori circa la mole la qual vien
da essa vivificata e mantenuta intra gli tropici della generazione e corrozione
de le cose viventi in essi mondi, servando la propria vita eternamente: perché
l'atto della divina providenza sempre con misura ed ordine medesimo, con divino
calore e lume le conserva nell'ordinario e medesimo essere.
71 \ CIC.\
Mi basta aver udito questo a tal proposito.
72 \ TANS.\ Come dunque
accade che queste anime particolari diversamente, secondo diversi gradi
d'ascenso e descenso, vegnono affette quanto a gli abiti ed inclinazioni, cossì
vegnono a mostrar diverse maniere ed ordini de furori, amori e sensi; non
solamente nella scala de la natura, secondo gli ordini de diverse vite che
prende l'anima in diversi corpi, come vogliono espressamente gli pitagorici,
Saduchimi ed altri, ed implicitamente Platone ed alcuni che più profondano in
esso; ma ancora nella scala de gli affetti umani, la quale è cossì numerosa de
gradi, come la scala della natura; atteso che l'uomo in tutte le sue potenze
mostra tutte le specie de lo ente.
73 \ CIC.\ Però da le affezioni si
possono conoscer gli animi, se vanno alto o basso, o se vegnono da alto o da
basso, se procedeno ad esser bestie o pur ad essere divini, secondo lo essere
specifico, come intesero gli pitagorici; o secondo la similitudine de gli
affetti solamente, come comunmente si crede: non dovendo la anima umana posser
essere anima di bruto, come ben disse Plotino, ed altri platonici secondo la
sentenza del suo principe.
74
\ TANS.\ Bene. Or per venire al proposito, da
furor animale questa anima descritta è promossa a furor eroico, se la dice:
Quando averrà ch'a l'alto oggetto mi sulleve, ed ivi dimore in compagnia del mio
core e miei e suoi pulcini? Questo medesimo proposito continova quando dice:
Destin, quando sarà ch'io monte monte,
Qual per bearm'a l'alte porte
porte,
Che fan quelle bellezze conte, conte,
E 'l tenace dolor conforte
forte
Chi fe' le membra me disgionte, gionte,
Né lascia mie potenze
smorte morte?
Mio spirto più ch'il suo rivale vale;
S'ove l'error non
più l'assale, sale.
Se dove attende, tende,
E là 've l'alto
oggett'ascende, ascende:
E se quel ben ch'un sol comprende, prende,
Per
cui convien che tante emende mende,
Esser falice lice,
Come chi sol
tutto predice dice.
75
O destino, o fato, o divina inmutabile
providenza, quando sarà, ch'io monte a quel monte, cioè ch'io vegna a tanta
altezza di mente, che mi faccia toccar transportandomi quegli alti aditi e
penetrali, che mi fanno evidenti e come comprese e numerate quelle conte, cioè
rare bellezze? Quando sarà, che forte ed efficacemente conforte il mio dolore
(sciogliendomi da gli strettissimi lacci de le cure, nelle quali mi trovo) colui
che fe' gionte ed unite le mie membra, ch'erano disunite e sgionte: cioè l'amore
che ha unito insieme queste corporee parti, ch'erano divise quanto un contrario
è diviso da l'altro, e che ancora queste potenze intellettuali, quali ne gli
atti suoi son smorte, non le lascia a fatto morte, facendole alquanto respirando
aspirar in alto? Quando, dico, mi confortarà a pieno, donando a queste libero ed
ispedito il volo, per cui possa la mia sustanza tutta annidarsi là dove,
forzandomi, convien ch'io emende tutte le mende mie? dove pervenendo il mio
spirito, vale più ch'il rivale; perché non v'è oltraggio che li resista, non è
contrarietà ch'il vinca, non v'è error che l'assaglia. Oh se tende ed arriva là
dove forzandosi attende; ed ascende e perviene a quell'altezza, dove ascende,
vuol star montato, alto ed elevato il suo oggetto; se fia che prenda quel bene
che non può esser compreso da altro che da uno, cioè da se stesso (atteso che
ogni altro l'ave in misura della propria capacità; e quel solo in tutta
pienezza): allora avverrammi l'esser felice in quel modo che dice chi tutto
predice, cioè dice quella altezza nella quale il dire tutto e far tutto è la
medesima cosa; in quel modo che dice o fa chi tutto predice, cioè chi è de tutte
cose efficiente e principio, di cui il dir e preordinare è il vero fare e
principiare. Ecco come per la scala de cose superiori ed inferiori procede
l'affetto de l'amore, come l'intelletto o sentimento procede da questi oggetti
intelligibili o conoscibili a quelli; o da quelli a questi.
76 \ CIC.\
Cossì vogliono la più gran parte de sapienti la natura compiacersi in questa
vicissitudinale circolazione che si vede ne la vertigine de la sua ruota.
Parte 1, dial.5
1
\ CIC.\ Fate pure ch'io
veda, perché da me stesso potrò considerar le condizioni di questi furori, per
quel ch'appare esplicato nell'ordine, in questa milizia, qua descritto.
2 \ TANS.\ Vedi come portano l'insegne de gli suoi affetti o
fortune. Lasciamo di considerar su gli lor nomi ed abiti; basta che stiamo su la
significazion de l'imprese ed intelligenza de la scrittura, tanto quella che è
messa per forma del corpo de la imagine, quanto l'altra ch'è messa per il più de
le volte a dechiarazion de l'impresa.
3 \ CIC.\ Cossì farremo. Or ecco qua
il primo che porta un scudo distinto in quattro colori, dove nel cimiero è
depinta la fiamma sotto la testa di bronzo, da gli forami della quale esce a
gran forza un fumoso vento, e vi è scritto in circa: At regna senserunt tria.
4 \ TANS.\ Per dichiarazion di questo direi che per essere ivi
il fuoco che, per quel che si vede, scalda il globo, dentro il quale è l'acqua,
avviene che questo umido elemento, essendo rarefatto ed attenuato per la virtù
del calore, e per consequenza risoluto in vapore, richieda molto maggior spacio
per esser contenuto. Là onde se non trova facile exito, va con grandissima
forza, strepito e ruina a crepare il vase. Ma se vi è loco o facile exito donde
possa evaporare, indi esce con violenza minore a poco a poco; e secondo la
misura con cui l'acqua se risolve in vapore, soffiando svapora in aria. Qua vien
significato il cor del furioso, dove, come in esca ben disposta attaccato
l'amoroso foco, accade che della sustanza vitale altro sfaville in fuoco, altro
si veda in forma de lacrimoso pianto boglier nel petto, altro per l'exito di
ventosi suspiri accender l'aria.
5 E però dice: At regna senserunt
tria. Dove quello At ha virtù di supponere differenza o diversità o
contrarietà; quasi dicesse che l'altro è che potrebbe aver senso del medesimo, e
non l'ave. Il che è molto bene esplicato ne le rime seguenti sotto la figura:
Dal mio gemino lume io, poca terra,
Soglio non parco umor porgere al
mare;
Da quel che dentr'il petto mi si serra,
Spirto non scarso accolgon
l'aure avare;
E 'l vampo che dal cor mi si disserra,
Si può senza
scemars'al ciel alzare:
Con lacrime, suspiri ed ardor mio
A l'acqua, a
l'aria, al fuoco rendo il fio.
Accogli' acqua, aria, foco
Qualche parte
di me; ma la mia dea
Si dimostra cotant'iniqua e rea,
Che né mio pianto
appo lei trova loco,
Né la mia voce ascolta,
Né pietos'al mi' ardor
unqua si volta.
6
Qua la suggetta materia significata per la
terra è la sustanza del furioso; versa dal gemino lume, cioè da gli occhi,
copiose lacrime che fluiscono al mare; manda dal petto la grandezza e
moltitudine de suspiri a l'aria capacissimo: ed il vampo del suo core non come
picciola favilla o debil fiamma nel camino de l'aria s'intepidisce, infuma e
trasmigra in altro essere, ma come potente e vigoroso (più tosto acquistando de
l'altrui che perdendo del proprio) gionge alla congenea sfera.
7 \ CIC.\
Ho ben compreso il tutto. A l'altro.
8 \ TANS.\ Appresso è designato un
che ha nel suo scudo, parimente destinto in quattro colori, il cimiero, dove è
un sole che distende gli raggi nel dorso de la terra; e vi è una nota, che dice:
Idem semper ubique totum.
9 \ CIC.\ Vedo che non può esser
facile l'interpretazione.
10
\ TANS.\ Tanto il senso è più eccellente,
quanto è men volgare: il qual vedrete essere solo, unico e non stiracchiato.
Dovete considerare che il sole, benché al rispetto de diverse regioni de la
terra per ciascuna sia diverso, a tempi a tempi, a loco a loco, a parte a parte;
al riguardo però del globo tutto, come medesimo, sempre ed in cadaun loco fa
tutto; atteso che, in qualunque punto de l'eclittica ch'egli si trove, viene a
far l'inverno, l'estade, l'autunno e la primavera; e l'universal globo de la
terra a ricevere in sé le dette quattro tempeste. Perché mai è caldo a una parte
che non sia freddo a l'altra; come quando fia a noi nel tropico del Cancro
caldissimo, è freddissimo al tropico del Capricorno; di sorte che è a medesima
raggione l'inverno a quella parte, con cui a questa è l'estade, ed a quelli che
son nel mezzo, è temperato, secondo la disposizion vernale o autumnale. Cossì la
terra sempre sente le piogge, li venti, gli calori, gli freddi; anzi non sarebbe
umida qua, se non disseccasse in un'altra parte, e non la scalderebe da questo
lato il sole, se non avesse lasciato d'iscaldarla da quell'altro.
11 \ CIC.\
Prima che finisci ad conchiudere, io intendo quel che volete dire. Intendeva
egli che, come il sole sempre dona tutte le impressioni a la terra, e questa
sempre le riceve intiere e tutte, cossì l'oggetto del furioso col suo splendore
attivamente lo fa suggetto passivo de lacrime, che son l'acqui; de ardori, che
son gl'incendii; e de suspiri, quai son certi vapori, che son mezzi che parteno
dal fuoco e vanno a l'acqui, o partono da l'acqui e vanno al fuoco.
12 \ TANS.\
Assai bene s'esplica appresso:
Quando declin'il sol al Capricorno,
Fan più ricco le piogge ogni torrente;
Se va per l'equinozio o fa
ritorno,
Ogni postiglion d'Eolo più si sente;
E scalda più col più
prolisso giorno,
Nel tempo che rimonta al Cancro ardente
Non van miei
pianti, suspiri ed ardori
Con tai freddi, temperie e calori.
Sempre
equalmente in pianto,
Quantunqu' intensi sien suspiri e fiamme.
E benché
troppo m'inacqui ed infiamme,
Mai avvien ch'io suspire men che tanto:
Infinito mi scaldo,
Equalmente ai suspiri e pianger
saldo.
13 \ CIC.\ Questo non tanto dechiara il senso de la divisa,
come il precedente discorso faceva, quanto più tosto dice la consequenza di
quello, o l'accompagna.
14
\ TANS.\ Dite megliore, che la figura è latente
ne la prima parte, ed il motto è molto esplicato ne la seconda; come l'uno e
l'altro è molto propriamente significato nel tipo del sole e de la terra.
15 \ CIC.\ Passamo al terzo.
16 \ TANS.\ Il terzo nel
scudo porta un fanciullo ignudo disteso sul verde prato, e che appoggia la testa
sullevata sul braccio, con gli occhi rivoltati verso il cielo a certi edificii
de stanze, torri, giardini ed orti che son sopra le nuvole; e vi è un castello
di cui la materia è fuoco; ed in mezzo è la nota che dice: Mutuo fulcimur.
17 \ CIC.\ Che vuol dir questo?
18 \ TANS.\ Intendi quel
furioso significato per il fanciullo ignudo, come semplice, puro ed esposto a
tutti gli accidenti di natura e di fortuna, qualmente con la forza del pensiero
edifica castegli in aria; e tra l'altre cose una torre di cui l'architettore è
l'amore, la materia l'amoroso foco, ed il fabricatore egli medesimo, che dice:
Mutuo fulcimur: cioè io vi edifico e vi sustegno là con il pensiero, e
voi mi sustenete qua con la speranza: voi non sareste in essere se non fusse
l'imaginazione ed il pensiero con cui vi formo e sustegno; ed io non sarrei in
vita, se non fusse il refrigerio e conforto che per vostro mezzo ricevo.
19 \ CIC.\ È vero che non è cosa tanto vana e tanto chimerica
fantasia, che non sia più reale, e vera medicina d'un furioso cuore, che
qualsivoglia erba, pietra, oglio o altra specie che produca la natura.
20 \ TANS.\ Più possono far gli maghi per mezzo della fede, che
gli medici per via de la verità: e ne gli più gravi morbi più vegnono giovati
gl'infermi con credere quel tanto che quelli dicono, che con intendere quel
tanto che questi facciono. Or legansi le rime.
Sopra de nubi, a
l'eminente loco,
Quando tal volta vaneggiando avvampo,
Per di mio spirto
refrigerio e scampo,
Tal formo a l'aria castel de mio foco:
S'il mio
destin fatale china un poco,
A fin ch'intenda l'alta grazia il vampo,
In
cui mi muoio, e non si sdegne o adire,
O felice mia pena e mio morire!
Quella de fiamme e lacci
Tuoi, o garzon, che gli uomini e gli divi
Fan suspirar, e soglion far cattivi,
L'ardor non sente, né prova
gl'impacci;
Ma può 'ntrodurti, o Amore,
Man di pietà, se mostri il mio
dolore.
21 \ CIC.\ Mostra che quel che lo pasce in fantasia, e gli
fomenta il spirito, è che (essendo lui tanto privo d'ardire d'esplicarsi a far
conoscere la sua pena, quanto profondamente suggetto a tal martìre), se
avvenesse ch'il fato rigido e rubelle chinasse un poco (perché voglia il.destino
al fin rasserenargli il volto), con far che senza sdegno o ira de l'alto oggetto
gli venesse manifesto, non stima egli gioia tanto felice, né vita tanto beata,
quanto per tal successo lui stime felice la sua pena, e beato il suo morire.
22 \ TANS.\ E con questo viene a dechiarar a l'Amore che la
raggion per cui possa aver adito in quel petto, non è quell'ordinaria de le armi
con le quali suol cattivar uomini e dei; ma solamente con fargli aperto il cuor
focoso ed il travagliato spirito de lui; a la vista del quale fia necessario che
la compassion possa aprirgli il passo ed introdurlo a quella difficil stanza.
23 \ CIC.\ Che significa qua quella mosca che vola fiamma e sta
quasi quasi per bruggiarsi? e che vuol dir quel motto: Hostis non hostis?
24 \ TANS.\ Non è molto difficile la significazione de la
farfalla, che sedotta dalla vaghezza del splendore, innocente ed amica, va ad
incorrere nelle mortifere fiamme: onde hostis sta scritto per l'effetto
del fuoco; non hostis per l'affetto de la mosca. Hostis, la mosca,
passivamente; non hostis, attivamente. Hostis, la fiamma, per
l'ardore; non hostis, per il splendore.
25 \ CIC.\ Or che è quel
che sta scritto nella tabella?
26 \ TANS.\
Mai fia che de
l'amor io mi lamente,
Senza del qual non voglio esser felice;
Sia pur
ver che per lui penoso stente,
Non vo' non voler quel che sì me lice.
Sia chiar o fosco il ciel, fredd'o ardente,
Sempr'un sarò ver l'unica
fenice.
Mal può disfar altro destin o sorte
Quel nodo che non può
sciorre la morte.
Al cor, al spirto, a l'alma
Non è piacer, o libertade,
o vita,
Qual tanto arrida, giove e sia gradita,
Qual più sia dolce,
graziosa ed alma,
Ch'il stento, giogo e morte,
Ch'ho per natura,
voluntade e sorte.
27
Qua nella figura mostra la similitudine che ha
il furioso con la farfalla affetta verso la sua luce; ne gli carmi poi mostra
più differenza e dissimilitudine che altro: essendo che comunmente si crede che
se quella mosca prevedesse la sua ruina, non tanto ora séguita la luce, quanto
allora la fuggirebbe, stimando male di perder l'esser proprio, risolvendosi in
quel fuoco nemico. Ma a costui non men piace svanir nelle fiamme de l'amoroso
ardore, che essere abstratto a contemplar la beltà di quel raro splendore, sotto
il qual per inclinazion di natura, per elezion di voluntade e disposizion del
fato stenta, serve e muore, più gaio, più risoluto e più gagliardo, che sotto
qualsivogli'altro piacer che s'offra al core, libertà che si conceda al spirito,
e vita che si ritrove ne l'alma.
28 \ CIC.\ Dimmi, perché dice:
Sempre un sarò?
29 \ TANS.\ Perché gli par degno d'apportar raggione della sua
constanza, atteso che il sapiente non si muta con la luna,.il stolto si muta
come la luna. Cossì questo è unico con la fenice unica.
30 \ CIC.\
Bene; ma che significa quella frasca di palma, circa la quale è il motto:
Caesar adest?
31
\ TANS.\ Senza molto discorrere, tutto potrassi
intendere per quel che è scritto nella tavola:
Trionfator invitto di
Farsaglia,
Essendo quasi estinti i tuoi guerrieri,
Al vederti,
fortissimi 'n battaglia
Sorser, e vinser suoi nemici altieri.
Tal il mio
ben, ch'al ben del ciel s'agguaglia,
Fatto a la vista de gli miei pensieri,
Ch'eran da l'alma disdegnosa spenti,
Le fa tornar più che l'amor
possenti.
La sua sola presenza,
O memoria di lei, sì le ravviva,
Che
con imperio e potestade diva
Dóman ogni contraria violenza.
La mi
governa in pace;
Né fa cessar quel laccio e quella face.
32 Tal
volta le potenze de l'anima inferiori, come un gagliardo e nemico essercito, che
si trova nel proprio paese, prattico, esperto ed accomodato, insorge contra il
peregrino adversario che dal monte de la intelligenza scende a frenar gli popoli
de le valli e palustri pianure; dove dal rigor della presenza de nemici e
difficultà de precipitosi fossi vansi perdendo, e perderiansi a fatto, se non
fusse certa conversione al splendor de la specie intelligibile, mediante l'atto
della contemplazione, mentre da gli gradi inferiori si converte a gli gradi
superiori.
33 \ CIC.\ Che gradi son questi?
34 \ TANS.\ Li gradi
della contemplazione son come li gradi della luce, la quale nullamente è nelle
tenebre; alcunamente è ne l'ombra; megliormente è ne gli colori secondo gli suoi
ordini da l'un contrario, ch'è il nero, a l'altro, che è il bianco; più
efficacemente è nel splendor diffuso sugli corpi tersi e trasparenti, come nel
specchio o nella luna; più vivamente ne gli raggi sparsi dal sole; altissima e
principalissimamente nel sole istesso. Or essendo cossì ordinate le potenze
apprensive ed affettive, de le quali sempre la prossima conseguente ave affinità
con la prossima antecedente, e per la conversione a quella che la sulleva, viene
a rinforzarsi contra l'inferior che la deprime (come la raggione, per la
conversione a l'intelletto, non è sedotta o vinta dalla notizia o apprensione e
affetto sensitivo, ma più tosto, secondo la legge di quello, viene a domar e
correger questo): accade che quando l'appetito razionale contrasta con la
concupiscenza sensuale, se a quello per atto di conversione si presente a gli
occhi la luce intelligenziale, viene a repigliar la smarrita virtude, rinforzar
i nervi, spaventa e mette in rotta gli nemici.
35 \ CIC.\ In che maniera
intendete che si faccia cotal conversione?
36 \ TANS.\ Con tre preparazioni che
nota il contemplativo Plotino nel libro Della bellezza intelligibile; de le
quali.la prima è proporsi de conformarsi d'una similitudine divina, divertendo
la vista da cose che sono infra la propria perfezione, e commune alle specie
uguali ed inferiori; secondo è l'applicarsi con tutta l'intenzione ed attenzione
alle specie superiori; terzo il cattivar tutta la voluntade ed affetto a Dio.
Perché da qua avverrà che senza dubio gl'influisca la divinità la qual da per
tutto è presente e pronta ad ingerirsi a chi se gli volta con l'atto de
l'intelletto, ed aperto se gli espone con l'affetto de la voluntade.
37 \ CIC.\ Non è dunque corporal bellezza quella che invaghisce
costui?
38 \ TANS.\ Non certo; perché la non è vera né constante
bellezza, e però non può caggionar vero né constante amore.
39 La
bellezza che si vede ne gli corpi, è una cosa accidentale ed umbratile, e come
l'altre che sono assorbite, alterate e guaste per la mutazione del suggetto, il
quale sovente da bello si fa brutto, senza che alterazion veruna si faccia ne
l'anima. La raggion dunque apprende il più vero bello per conversione a quello
che fa la beltade nel corpo, e viene a formarlo bello; e questa è l'anima che
l'ha talmente fabricato e infigurato. Appresso l'intelletto s'inalza più, ed
apprende bene che l'anima è incomparabilmente bella sopra la bellezza che possa
esser ne gli corpi; ma non si persuade che sia bella da per sé e primitivamente:
atteso che non accaderebbe quella differenza che si vede nel geno de le anime;
onde altre son savie, amabili e belle; altre stolte, odiose e brutte. Bisogna
dunque alzarsi a quello intelletto superiore il quale da per sé è bello e da per
sé è buono. Questo è quell'unico e supremo capitano, qual solo, messo alla
presenza de gli occhi de militanti pensieri, le illustra, incoraggia, rinforza e
rende vittoriosi sul dispreggio d'ogni altra bellezza e ripudio di
qualsivogli'altro bene. Questa dunque è la presenza che fa superar ogni
difficultà e vincere ogni violenza.
40 \ CIC.\ Intendo tutto. Ma che
vuol dire: La mi governa in pace, Né fa cessar quel laccio e quella face?
41 \ TANS.\ Intende e prova, che qualsivoglia sorta d'amore
quanto ha maggior imperio e più certo domìno, tanto fa sentir più stretti i
lacci, più fermo il giogo e più ardenti le fiamme. Al contrario de gli ordinarii
prencipi e tiranni, che usano maggior strettezza e forza, dove veggono aver
minore imperio.
42 \ CIC.\ Passa oltre.
43 \ TANS.\ Appresso veggio
descritta la fantasia d'una fenice volante, alla quale è volto un fanciullo che
bruggia in mezzo le fiamme, e vi è il motto: Fata obstant. Ma perché
s'intenda meglior, leggasi la tavoletta:
Unico augel del sol, vaga
Fenice,
Ch'appareggi col mondo gli anni tui,
Quai colmi ne l'Arabia
felice,
Tu sei chi fuste, io son quel che non fui.
Io per caldo d'amor
muoio infelice;
Ma te ravviv'il sol co' raggi sui.
Tu bruggi 'n un, ed io
in ogni loco;
Io da Cupido, hai tu da Febo il foco.
Hai termini prefissi
Di lunga vita, e io ho breve fine,
Che pronto s'offre per mille ruine;
Né so quel che vivrò, né quel che vissi:
Me cieco fato adduce,
Tu
certo torni a riveder tua luce.
44 Dal senso de gli versi si vede
che nella figura si disegna l'antitesi de la sorte de la fenice e del furioso, e
che il motto: Fata obstant, non è per significar che gli fati siano
contrarii o al fanciullo, o a la Fenice, o a l'uno e l'altro; ma che non son
medesimi, ma diversi ed oppositi gli decreti fatali de l'uno e gli fatali
decreti de l'altro. Perché la fenice è quel che fu, essendoché la medesima
materia per il fuoco si rinova ad esser corpo di fenice, e medesimo spirito ed
anima viene ad informarla; il furioso è quel che non fu, perché il suggetto che
è d'uomo, prima fu di qualch'altra specie secondo innumerabili differenze. Di
sorte che si sa quel che fu la fenice, e si sa quel che sarà: ma questo suggetto
non può tornar se non per molti ed incerti mezzi ad investirsi de medesima o
simil forma naturale. Appresso, la fenice al cospetto del sole cangia la morte
con la vita; e questo nel cospetto d'amore muta la vita con la morte. Oltre,
quella su l'aromatico altare accende il foco; e questo il trova e mena seco,
ovunque va. Quella ancora ha certi termini di lunga vita; ma costui per infinite
differenze di tempo ed innumerabili caggioni de circonstanze ha di breve vita
termini incerti. Quella s'accende con certezza, questo con dubio de riveder il
sole.
45 \ CIC.\ Che cosa credete voi che possa figurar questo?
46 \ TANS.\ La differenza ch'è tra l'intelletto inferiore, che
chiamano intelletto di potenza o possibile o passibile, il quale è incerto,
moltivario e moltiforme; e l'intelletto superiore, forse quale è quel che da
peripatetici è detto infima de l'intelligenze, e che immediatamente influisce
sopra tutti gl'individui dell'umana specie, e dicesi intelletto agente ed
attuante. Questo intelletto unico specifico umano che ha influenza in tutti li
individui, è come la luna la quale non prende altra specie che quella unica, la
qual sempre se rinova per la conversion che fa al sole, che è la prima ed
universale intelligenza: ma l'intelletto umano individuale e numeroso viene,
come gli occhi, a voltarsi ad innumerabili e diversissimi oggetti; onde, secondo
infiniti gradi, che son secondo tutte le forme naturali, viene informato. Là
onde accade che sia furioso, vago ed incerto questo intelletto particulare, come
quello universale è quieto, stabile e certo, cossì secondo l'appetito, come
secondo l'apprensione. O pur quindi (come da per te stesso puoi facilmente
desciferare) vien significata la natura dell'apprensione ed appetito vario,
vago, inconstante ed incerto del senso, e del concetto ed appetito definito,
fermo e stabile de l'intelligenza; la differenza de l'amor sensuale che non ha
certezza né discrezion de oggetti, da l'amor intellettivo il qual ha mira ad un
certo e solo, a cui si volta, da cui è illuminato nel concetto, onde è acceso ne
l'affetto, s'infiamma, s'illustra ed è mantenuto nell'unità, identità e stato.
47 \ CIC.\ Ma che vuol significare quell'imagine del sole con
un circolo dentro, ed un altro da fuori, con il motto Circuit?
48 \ TANS.\ La significazione di questo son certo che mai arrei
compresa, se non fusse che l'ho intesa dal medesimo figuratore. Or è da sapere
che quel Circuit si referisce al moto del sole che fa per quel circolo,
il quale gli vien descritto dentro e fuori; a significare che quel moto insieme
insieme si fa ed è fatto; onde per consequenza il sole viene sempre ad
ritrovarsi in tutti gli punti di quello: perché s'egli si muove in uno instante,
séguita che insieme si muove ed è mosso, e che è per tutta la circonferenza del
circolo equalmente, e che in esso convegna in uno il moto e la quiete.
49 \ CIC.\ Questo ho compreso nelli dialogi De l'infinito,
universo e mondi innumerabili, e dove si dechiara come la divina sapienza è
mobilissima (come disse Salomone) e che la medesima sia stabilissima, come è
detto ed inteso da tutti quelli che intendono. Or séguita a farmi comprendere il
proposito.
50 \ TANS.\ Vuol dire che il suo sole non è come questo, che
(come comunmente si crede) circuisce la terra col moto diurno in vintiquattro
ore, e col moto planetare in dodeci mesi; laonde fa distinti gli quattro tempi
de l'anno, secondo che a termini di quello si trova in quattro punti cardinali
del Zodiaco; ma è tale, che, per essere la eternità istessa e conseguentemente
una possessione insieme tutta e compita, insieme insieme comprende l'inverno, la
primavera, l'estade, l'autunno, insieme insieme il giorno e la notte: perché è
tutto per tutti ed in tutti gli punti e luoghi.
51 \ CIC.\ Or applicate
quel che dite alla figura.
52
\ TANS.\ Qua, perché non è possibile designar
il sol tutto in tutti gli punti del circolo, vi son delineati doi circoli: l'un
che 'l comprenda, per significar che si muove per quello: l'altro che sia da lui
compreso, per mostrar che è mosso per quello.
53 \ CIC.\ Ma questa
demostrazione non è troppo aperta e propria.
54 \ TANS.\ Basta che sia
la più aperta e propria che lui abbia possuta fare. Se voi la possete far
megliore, vi si dà autorità di toglier quella e mettervi quell'altra; perché
questa è stata messa solo a fin che l'anima non fusse senza corpo.
55 \ CIC.\
Che dite di quel Circuit?
56 \ TANS.\ Quel motto, secondo
tutta la sua significazione, significa la cosa quanto può essere significata:
atteso che significa, che volta e che è voltato; cioè, il moto presente e
perfetto.
57 \ CIC.\ Eccellentemente. E però quei circoli li quali
malamente significano la circonstanza del moto e quiete tale, possiamo dire che
son messi a significar la sola circulazione. E cossì vegno contento del suggetto
e de la forma de l'impresa eroica. Or legansi le rime.
58 \ TANS.\
Sol, che dal Tauro fai temprati lumi,
E dal Leon tutto maturi e
scaldi,
E quando dal pungente Scorpio allumi,
De l'ardente vigor non
poco faldi;
Poscia dal fier Deucalion consumi
Tutto col freddo, e i
corp'umidi saldi:
De primavera, estade, autunno, inverno
Mi scald',
accend', ard', avvamp'in eterno.
Ho sì caldo il desio,
Che facilmente a
remirar m'accendo
Quell'alt'oggetto, per cui tant'ardendo
Fo sfavillar a
gli astri il vampo mio.
Non han momento gli anni,
Che vegga variar miei
sordi affanni.
59
Qua nota che gli quattro tempi de l'anno son
significati non per quattro segni mobili che son Ariete, Cancro, Libra e
Capricorno, ma per gli quattro che chiamano fissi, cioè Tauro, Leone, Scorpione
ed Aquario, per significare la perfezione, stato e fervor di quelle tempeste.
Nota appresso, che in virtù di quelle apostrofi, che son nel verso ottavo,
possete leggere mi scaldo, accendo, ardo, avampo; over, scaldi, accendi, ardi,
avampi; over, scalda, accende, arde, avvampa. Hai oltre da considerare che
questi non son quattro sinonimi, ma quattro termini diversi che significano
tanti gradi de gli effetti del fuoco. Il qual prima scalda, secondo accende,
terzo bruggia, quarto infiamma o invampa quel ch'ha scaldato, acceso e
bruggiato. E cossì son denotate nel furioso il desio, l'attenzione, il studio,
l'affezione, le quali in nessun momento sente variare.
60 \ CIC.\
Perché le mette sotto titolo d'affanni?
61 \ TANS.\ Perché l'oggetto, ch'è
la divina luce, in questa vita è più in laborioso voto che in quieta fruizione;
perché la nostra mente verso quella è come gli occhi de gli uccelli notturni al
sole.
62 \ CIC.\ Passa, perché ora da quel ch'è detto, posso
comprender tutto.
63
\ TANS.\ Nel cimiero seguente vi sta depinta
una luna piena col motto: Talis mihi semper et astro. Vuol dir che a
l'astro, cioè al sole, ed a lui sempre è tale, come si mostra qua piena e lucida
nella circonferenza intiera del circolo: il che acciò che meglio forse intendi,
voglio farti udire quel ch'è scritto nella tavoletta.
Luna inconstante,
luna varia, quale
Con corna or vote e talor piene svalli,
Or l'orbe tuo
bianco, or fosco risale,
Or Bora e de' Rifei monti le valli
Fai lustre,
or torni per tue trite scale
A chiarir l'Austro e di Libia le spalli.
La
luna mia, per mia continua pena,
Mai sempre è ferma, ed è mai sempre
piena.
È tale la mia stella,
Che sempre mi si toglie e mai si rende,
Che sempre tanto bruggia e tanto splende,
Sempre tanto crudele e tanto
bella;
Questa mia nobil face
Sempre sì mi martora, e sì mi piace.
64 Mi par che voglia dire che la sua intelligenza particulare
alla intelligenza universale è sempre tale; cioè da quella viene eternamente
illuminata in tutto l'emisfero: benché alle potenze inferiori e secondo
gl'influssi de gli atti suoi or viene oscura, or più e meno lucida. O forse vuol
significare che l'intelletto suo speculativo (il quale è sempre in atto
invariabilmente) è sempre volto ed affetto verso l'intelligenza umana
significata per la luna. Perché come questa è detta infima de tutti gli astri ed
è più vicina a noi, cossì l'intelligenza illuminatrice de tutti noi (in questo
stato) è l'ultima in ordine de l'altre intelligenze, come nota Averroe ed altri
più sottili peripatetici. Quella a l'intelletto in potenza or tramonta, per
quanto non è in atto alcuno, or come svallasse, cioè sorgesse dal basso de
l'occolto emispero, si mostra or vacua, or piena, secondo che dona più o meno
lume d'intelligenza; or ha l'orbe oscuro, or bianco, perché talvolta mostra per
ombra, similitudine e vestigio, tal volta più e più apertamente; or declina a
l'Austro, or monta a Borea, cioè or ne si va più e più allontanando, or più e
più s'avvicina. Ma l'intelletto in atto con sua continua pena (percioché questo
non è per natura e condizione umana in cui si trova cossì travaglioso,
combattuto, invitato, sollecitato, distratto e come lacerato dalle potenze
inferiori) sempre vede il suo oggetto fermo, fisso e constante, e sempre pieno e
nel medesimo splendor di bellezza. Cossì sempre se gli toglie per quanto non se
gli concede, sempre se gli rende per quanto se gli concede. Sempre tanto lo
bruggia ne l'affetto, come sempre tanto gli splende nel pensiero; sempre è tanto
crudele in suttrarsi per quel che si suttrae, come sempre è tanto bello in
comunicarsi per quel che gli se presenta. Sempre lo martora, percioch'è diviso
per differenza locale da lui, come sempre gli piace, percioché gli è congionto
con l'affetto.
65 \ CIC.\ Or applicate l'intelligenza al motto.
66 \ TANS.\
Dice dunque: Talis mihi semper; cioè, per la mia continua applicazione
secondo l'intelletto, memoria e volontade (perché non voglio altro ramentare,
intendere, né desiderare) sempre mi è tale e, per quanto posso capirla, al tutto
presente, e non m'è divisa per distrazion de pensiero, né me si fa più oscura
per difetto d'attenzione, perché non è pensiero che mi divertisca da quella
luce, e non è necessità di natura qual m'oblighi perché meno attenda. Talis
mihi semper dal canto suo, perché la è invariabile in sustanza, in virtù, in
bellezza ed in effetto verso quelle cose che sono constanti ed invariabili verso
lei. Dice appresso: ut astro, perché al rispetto del sole illuminator de
quella sempre è ugualmente luminosa, essendo che sempre ugualmente gli è volta,
e quello sempre parimente.diffonde gli suoi raggi: come fisicamente questa luna
che veggiamo con gli occhi, quantunque verso la terra or appaia tenebrosa, or
lucente, or più or meno illustrata ed illustrante, sempre però dal sole vien lei
ugualmente illuminata; perché sempre piglia gli raggi di quello al meno nel
dorso del suo emispero intiero. Come anco questa terra sempre è illuminata
nell'emisfero equalmente; quantunque da l'acquosa superficie cossì inequalmente
a volte a volte mande il suo splendore alla luna (quai, come molti altri astri
innumerabili, stimiamo un'altra terra), come aviene che quella mande a lei,
atteso la vicissitudine ch'hanno insieme de ritrovarsi or l'una or l'altra più
vicina al sole.
67 \ CIC.\ Come questa intelligenza è significata per la luna
che luce per l'emisfero?
68
\ TANS.\ Tutte l'intelligenze son significate
per la luna, in quanto che son partecipi d'atto e di potenza, per quanto, dico,
che hanno la luce materialmente, e secondo participazione, ricevendola da altro;
dico, non essendo luci per sé e per sua natura, ma per risguardo del sole ch'è
la prima intelligenza, la quale è pura ed absoluta luce, come anco è puro ed
absoluto atto.
69 \ CIC.\ Tutte dunque le cose che hanno dependenza e che non
sono il primo atto e causa, sono composte come di luce e tenebra, come di
materia e forma, di potenza ed atto?
70 \ TANS.\ Cossì è. Oltre, l'anima
nostra, secondo tutta la sustanza, è significata per la luna la quale splende
per l'emispero delle potenze superiori, onde è volta alla luce del mondo
intelligibile; ed è oscura per le potenze inferiori, onde è occupata al governo
della materia.
71 \ CIC.\ E mi par, che a quel ch'ora è detto abbia certa
consequenza e simbolo l'impresa ch'io veggio nel seguente scudo, dov'è una
ruvida e ramosa quercia piantata, contra la quale è un vento che soffia, ed ha
circonscritto il motto: Ut robori robur. Ed appresso è affissa la tavola
che dice:
Annosa quercia, che gli rami spandi
A l'aria, e fermi le
radici 'n terra;
Né terra smossa, né gli spirti grandi,
Che da l'aspro
Aquilon il ciel disserra,
Né quanto fia ch'il vern'orrido mandi,
Dal
luogo ove stai salda, mai ti sferra; Mostri della mia fé ritratto vero,
Qual
smossa mai strani accidenti fêro.
Tu medesmo terreno
Mai sempre
abbracci, fai colto e comprendi,
E di lui per le viscere distendi
Radici
grate al generoso seno:
I' ad un sol oggetto
Ho fisso il spirto, il
senso e l'intelletto.
72
\ TANS.\ Il motto è aperto, per cui si vanta il
furioso d'aver forza e robustezza, come la rovere; e come quell'altro, essere
sempre uno al riguardo da l'unica fenice; e come il prossimo precedente
conformarsi a quella luna che sempre tanto splende, e tanto è bella; o pur non
assomigliarsi a questa antictona tra la nostra terra ed il sole, in quanto ch'è
varia a' nostri occhi, ma in quanto sempre riceve ugual porzion del splendor
solare in se stessa; e per ciò cossì rimaner constante e fermo contra gli
Aquiloni e tempestosi inverni per la fermezza ch'ha nel suo astro in cui è
piantato con l'affetto ed intenzione, come la detta radicosa pianta tiene
intessute le sue radici con le vene de la terra.
73 \ CIC.\ Più stimo io
l'essere in tranquillità e fuor di molestia che trovarsi in una sì forte
toleranza.
74 \ TANS.\ È sentenza d'epicurei la qual, se sarà bene intesa,
non sarà giudicata tanto profana quanto la stimano gli ignoranti; atteso che non
toglie che quel ch'io ho detto sia virtù, né pregiudica alla perfezione della
constanza, ma più tosto aggionge a quella perfezione che intendeno gli volgari:
perché lui non stima vera e compita virtù di fortezza e constanza quella che
sente e comporta gl'incommodi, ma quella che non sentendoli le porta; non stima
compìto amor divino ed eroico quello che sente il sprone, freno o rimorso o pena
per altro amore, ma quello ch'a fatto non ha senso de gli altri affetti; onde
talmente è gionto ad un piacere che non è potente dispiacere alcuno a distorlo o
far cespitare in punto. E questo è toccar la somma beatitudine in questo stato,
l'aver la voluptà e non aver senso di dolore.
75 \ CIC.\ La volgare
opinione non crede questo senso d'Epicuro.
76 \ TANS.\ Perché non leggono gli
suoi libri, né quelli che senza invidia apportano le sue sentenze, al contrario
di color che leggono il corso de sua vita ed il termine de la sua morte; dove
con queste paroli dettò il principio del suo testamento: Essendo ne l'ultimo e
medesimo felicissimo giorno de nostra vita, abbiamo ordinato questo con mente
quieta, sana e tranquilla; perché quantunque grandissimo dolor de pietra ne
tormentasse da un canto, quel tormento tutto venea assorbito dal piacere de le
nostre invenzioni e la considerazion del fine. Ed è cosa manifesta, che non
ponea felicità più che dolore nel mangiare, bere, posare e generare, ma in non
sentir fame, né sete, né fatica, né libidine. Da qua considera qual sia secondo
noi la perfezion de la constanza: non già in questo che l'arbore non si
fracasse, rompa o pieghe; ma in questo che né manco si muova: alla cui
similitudine costui tien fisso il spirto, senso ed intelletto, là dove non ha
sentimento di tempestosi insulti.
77 \ CIC.\ Volete dunque che sia
cosa desiderabile il comportar de tormenti, perché è cosa da forte?
78 \ TANS.\
Questo che dite comportare è parte di constanza e non è la virtude intiera; ma
questo che dico fortemente comportare ed Epicuro disse non sentire. La qual
privazion di senso è caggionata da quel che tutto è stato absorto dalla cura
della virtude, vero bene e felicitade. Qualmente Regolo non ebbe senso de
l'arca, Lucrezia del pugnale, Socrate del veleno, Anaxarco de la pila, Scevola
del fuoco, Cocle de la voragine, ed altri virtuosi d'altre cose che massime
tormentano e dànno orrore a persone ordinarie e.vili.
79 \ CIC.\ Or passate
oltre.
80 \ TANS.\ Guarda, in quest'altro ch'ha la fantasia di quella
incudine e martello, circa la quale è il motto: Ab Aetna. Ma prima che la
consideriamo, leggemo la stanza. Qua s'introduce di Vulcano la prosopopea:
Or non al monte mio siciliano
Torn'ove tempri i folgori di Giove;
Qua mi rimagno scabroso Vulcano,
Qua più superbo gigante si smuove,
Che contra il ciel s'infiamm'e stizza in vano,
Tentando nuovi studii e
varie prove;
Qua trovo meglior fabri e Mongibello,
Meglior fucina,
incudine e martello,
Dov'un petto ha suspiri,
Che quai mantici avvivan
la fornace,
U' l'alm'a tante scosse sottogiace
Di que' sì lunghi scempii
e gran martiri;
E manda quel concento
Che fa volgar sì aspro e rio
tormento.
81 Qua si mostrano le pene ed incomodi che son ne l'amore,
massime nell'amor volgare, il quale non è altro che la fucina di Vulcano, quel
fabro che forma i folgori de Giove che tormentano l'anime delinquenti. Perché il
disordinato amore ha in sé il principio della sua pena; atteso che Dio è vicino,
è nosco, è dentro di noi. Si trova in noi certa sacrata mente ed intelligenza,
cui subministra un proprio affetto che ha il suo vendicatore, che col rimorso di
certa sinderesi al meno, come con certo rigido martello, flagella il spirito
prevaricante. Quella osserva le nostre azioni ed affetti, e come è trattata da
noi, fa che noi vengamo trattati da lei. In tutti gli amanti: dico, è questo
fabro Vulcano, come non è uomo che non abbia Dio in sé, non è amante che non
abbia questo dio. In tutti è Dio certissimamente; ma qual dio sia in ciascuno,
non si sa cossì facilmente; e se pur si può examinare e distinguere, altro non
potrei credere che possa chiarirlo che l'amore; come quello che spinge gli remi,
gonfia la vela e modera questo composto, onde vegna bene o malamente affetto.
82 Dico bene o malamente affetto quanto a quel che mette in
execuzione per l'azioni morali e contemplazione; perché del resto tutti gli
amanti comunmente senteno qualch'incomodo: essendoché come le cose son miste,
non essendo bene alcuno sotto concetto ed affetto a cui non sia gionto o opposto
il male, come né alcun vero a cui non sia apposto e gionto il falso; cossì non è
amore senza timore, zelo, gelosia, rancore ed altre passioni che procedeno dal
contrario che ne perturba, se l'altro contrario ne appaga. Talmente venendo
l'anima in pensiero di ricovrar la bellezza naturale, studia purgarsi, sanarsi,
riformarsi: e però adopra il fuoco; perché essendo come oro trameschiato a la
terra ed informe, con certo rigor vuol liberarsi da impurità; il che s'effettua
quando l'intelletto, vero fabro di Giove, vi mette le mani, essercitandovi gli
atti dell'intellettive potenze..
83 \ CIC.\ A questo mi par che si
riferisca quel che si trova nel Convito di Platone, dove dice, che l'Amore da la
madre Penìa ha ereditato l'esser arido, magro, pallido, discalzo, summisso,
senza letto e senza tetto. Per le quali circonstanze vien significato il
tormento ch'ha l'anima travagliata da gli contrarii affetti.
84 \ TANS.\
Cossì è; perché il spirito affetto di tal furore viene da profondi pensieri
distratto, martellato da cure urgenti, scaldato da ferventi desii, insoffiato da
spesse occasioni. Onde trovandosi l'anima suspesa, necessariamente viene ad
essere men diligente ed operosa al governo del corpo per gli atti della potenza
vegetativa. Quindi il corpo è macilento, mal nodrito, estenuato, ha difetto de
sangue, copia di malancolici umori, li quali se non saranno instrumenti de
l'anima disciplinata o pure d'un spirito chiaro e lucido, menano ad insania,
stoltizia e furor brutale; o al meno a certa poca cura di sé e dispreggio de
l'esser proprio, il qual vien significato da Platone per gli piedi discalzi. Va
summisso l'amore e vola come rependo per la terra, quando è attaccato a cose
basse; vola alto, quando vien intento a più generose imprese. In conclusione ed
a proposito, qualunque sia l'amore, sempre è travagliato e tormentato di sorte
che non possa mancar d'esser materia nelle focine di Vulcano; perché l'anima
essendo cosa divina, e naturalmente non serva, ma signora della materia
corporale, viene a conturbarsi ancor in quel che voluntariamente serve al corpo,
dove non trova cosa che la contente; e quantunque fissa nella cosa amata, sempre
gli aviene, che altre tanto vegna ad essagitarsi e fluttuar in mezzo gli soffii
de le speranze, timori, dubii, zeli, conscienze, rimorsi, ostinazioni,
pentimenti ed altri manigoldi che son gli mantici, gli carboni, l'incudini, gli
martelli, le tenaglie ed altri stormenti che si ritrovano nella bottega di
questo sordido e sporco consorte di Venere.
85 \ CIC.\ Or assai è
stato detto a questo proposito. Piacciavi di veder che cosa séguita appresso.
86 \ TANS.\ Qua è un pomo d'oro ricchissimamente, con diverse
preciosissime specie, smaltato; ed ha il motto in circa che dice: Pulchriori
detur.
87 \ CIC.\ L'allusione al fatto delle tre dee che si
sottoposero al giudicio de Paride, è molto volgare. Ma leggansi le rime che più
specificatamente ne facciano capaci de l'intenzione del furioso presente.
88 \ TANS.\
Venere, dea del terzo ciel, e madre
Del
cieco arciero, domator d'ognuno;
L'altra, ch'ha 'l capo giovial per
padre,
E di Giove la moglie altera, Giuno,
Il troiano pastor chiaman, che
squadre
De chi de lor più bella è l'aureo muno.
Se la mia diva al
paragon s'appone,
Non di Venere, Pallade, o Giunone.
Per belle membra è
vaga
La cipria dea, Minerva per l'ingegno,
E la Saturnia piace con quel
degno.
Splendor d'altezza, ch'il Tonante appaga;
Ma quest'ha quanto
aggrade
Di bel, d'intelligenza e maestade.
89 Ecco qualmente fa
comparazione dal suo oggetto il quale contiene tutte le circonstanze, condizioni
e specie di bellezza come in un suggetto, ad altri che non ne mostrano più che
una per ciascuno; e tutte poi per diversi suppositi: come avvenne nel geno solo
della corporal bellezza di cui le condizioni tutte non le poté approvare Apelle
in una ma in più vergini. Or qua dove son tre geni di beltade, benché avvegna
che tutti si troveno in ciascuna de le tre dee, perché a Venere non manca
sapienza e maestade, in Giunone non è difetto di vaghezza e sapienza, ed in
Pallade è pur notata la maestà con la vaghezza: tutta volta aviene che l'una
condizione supera le altre, onde quella viene ad esser stimata come proprietà, e
l'altre come accidenti communi, atteso che di que' tre doni l'uno predomina in
una, e viene ad mostrarla ed intitularla sovrana de l'altre. E la caggion di
cotal differenza è lo aver queste raggioni non per essenza e primitivamente, ma
per participazione e derivativamente. Come in tutte le cose dependenti sono le
perfezioni secondo gli gradi de maggiore e minore, più e meno.
90 Ma nella
simplicità della divina essenza è tutto totalmente, e non secondo misura: e però
non è più sapienza che bellezza e maestade, non è più bontà che fortezza; ma
tutti gli attributi sono non solamente uguali, ma ancora medesimi ed una istessa
cosa. Come nella sfera tutte le dimensioni sono non solamente uguali (essendo
tanta la lunghezza quanta è la profondità e larghezza) ma anco medesime, atteso
che quel che chiami profondo, medesimo puoi chiamar lungo e largo della sfera.
Cossì è nell'altezza de la sapienza divina, la quale è medesimo che la
profondità de la potenza e latitudine de la bontade. Tutte queste perfezioni
sono uguali, perché sono infinite. Percioché necessariamente l'una è secondo la
grandezza de l'altra, atteso che, dove queste cose son finite, avviene che sia
più savio che bello e buono, più buono e bello che savio, più savio e buono che
potente, e più potente che buono e savio. Ma dove è infinita sapienza, non può
essere se non infinita potenza; perché altrimente non potrebbe saper
infinitamente. Dove è infinita bontà, bisogna infinita sapienza; perché
altrimente non saprebbe essere infinitamente buono. Dove è infinita potenza,
bisogna che sia infinita bontà e sapienza, perché tanto ben si possa sapere e si
sappia possere. Or dunque vedi come l'oggetto di questo furioso, quasi inebriato
di bevanda de dei, sia più alto incomparabilmente che gli altri diversi da
quello: come, voglio dire, la specie intelligibile della divina essenza
comprende la perfezione de tutte l'altre specie altissimamente, di sorte che,
secondo il grado che può esser partecipe di quella forma, potrà intender tutto e
far tutto, ed esser cossì amico d'una che vegna ad aver a dispreggio e tedio
ogni altra bellezza. Però a quella si deve esser consecrato il sferico pomo,
come chi è tutto in tutto; non a Venere bella che da Minerva è superata in
sapienza e da Giunone in maestà; non a Pallade di cui Venere è più bella e
l'altra più magnifica; non a Giunone che non è la dea dell'intelligenza ed amore
ancora.
91 \ CIC.\ Certo come son gli gradi delle nature ed essenze,
cossì proporzionalmente son gli gradi delle specie intelligibili e magnificenze
de gli amorosi affetti e furori.
92 \ CIC.\ Il seguente porta una
testa, ch'ha quattro faccia che soffiano verso gli quattro angoli del cielo; e
son quattro venti in un suggetto, alli quali soprastanno due stelle, ed in mezzo
il motto che dice: Novae ortae Aeoliae. Vorrei sapere che cosa vegna
significata.
93 \ TANS.\ Mi pare ch'il senso di questa divisa è conseguente
di quello de la prossima superiore. Perché come là è predicata una infinita
bellezza per oggetto, qua vien protestata una tanta aspirazione, studio, affetto
e desio. Percioch'io credo che questi venti son messi a significar gli suspiri;
il che conosceremo, se verremo a leggere la stanza:
Figli d'Astreo Titan
e de l'Aurora,
Che conturbate il ciel, il mar e terra,
Quai spinti fuste
dal Litigio fuora,
Perché facessi a' dei superba guerra:
Non più a
l'Eolie spelunche dimora
Fate, ov'imperio mio vi frena e serra:
Ma
rinchiusi vi siet'entr'a quel petto,
Ch'i' veggo a tanto sospirar costretto.
Voi, socii turbulenti
De le tempeste d'un ed altro mare,
Altro non è
che vagli' asserenare,
Che que' omicidi lumi ed innocenti:
Quegli aperti
ed ascosi
Vi renderan tranquilli ed orgogliosi.
94 Aperto
si vede ch'è introdotto Eolo parlar a i venti, quali non più dice esser da lui
moderati ne l'Eolie caverne, ma da due stelle nel petto di questo furioso. Qua
le due stelle non significano gli doi occhi che son ne la bella fronte; ma le
due specie apprensibili della divina bellezza e bontade di quell'infinito
splendore, che talmente influiscono nel desio intellettuale e razionale, che lo
fanno venire ad aspirar infinitamente, secondo il modo con cui infinitamente
grande, bello e buono apprende quell'eccellente lume. Perché l'amore, mentre
sarà finito, appagato e fisso a certa misura, non sarà circa le specie della
divina bellezza, ma altra formata; ma, mentre verrà sempre oltre ed oltre
aspirando, potrassi dire che versa circa l'infinito.
95 \ CIC.\ Come
comodamente l'aspirare è significato per il spirare? che simbolo hanno i venti
col desiderio?
96 \ TANS.\ Chi de noi in questo stato aspira, quello suspira,
quello medesimo spira. E però la veemenza dell'aspirare è notata per
quell'ieroglifico del forte spirare.
97 \ CIC.\ Ma è differenza tra il
suspirare e spirare.
98
\ TANS.\ Però non vien significato l'uno per
l'altro, come.medesimo per il medesimo; ma come simile per il simile.
99 \ CIC.\ Seguitate dunque il vostro proposito.
100 \
TANS.\ L'infinita aspirazion dunque mostrata per gli suspiri, e significata per
gli venti, è sotto il governo non d'Eolo nell'Eolie, ma di detti doi lumi; li
quali non solo innocente-, ma e benignissimamente uccidono il furioso, facendolo
per il studioso affetto morire al riguardo d'ogni altra cosa: con ciò che
quelli, che, chiusi e ascosi lo rendono tempestoso, aperti, lo renderan
tranquillo; atteso che nella staggione che di nuvoloso velo adombra gli occhi de
l'umana mente in questo corpo, aviene che l'alma con tal studio vegna più tosto
turbata e travagliata, come, essendo quello stracciato e spinto, doverrà
tant'altamente quieta, quanto baste ad appagar la condizion di sua natura.
101 \ CIC.\ Come l'intelletto nostro finito può seguitar
l'oggetto infinito?
102
\ TANS.\ Con l'infinita potenza ch'egli ha.
103 \ CIC.\ Questa è vana, se mai sarrà in effetto.
104 \
TANS.\ Sarrebe vana, se fusse circa atto finito, dove l'infinita potenza sarrebe
privativa; ma non già circa l'atto infinito, dove l'infinita potenza è positiva
perfezione.
105 \ CIC.\ Se l'intelletto umano è una natura ed atto finito,
come e perché ha potenza infinita?
106 \ TANS.\ Perché è eterno, ed
acciò sempre si dilette e non abbia fine né misura la sua felicità; e perché,
come è finito in sé, cossì sia infinito nell'oggetto.
107 \ CIC.\ Che
differenza è tra la infinità de l'oggetto ed infinità della potenza?
108 \ TANS.\ Questa è finitamente infinita, quello infinitamente
infinito. Ma torniamo a noi. Dice, dunque, là il motto: Novae partae
Aeoliae, perché par si possa credere che tutti gli venti (che son negli
antri voraginosi d'Eolo) sieno convertiti in suspiri, se vogliamo numerar quelli
che procedeno da l'affetto che senza fine aspira al sommo bene ed infinita
beltade.
109 \ CIC.\ Veggiamo appresso la significazione di quella face
ardente, circa la quale è scritto: Ad vitam, non ad horam.
110 \
TANS.\ La perseveranza in tal amore ed ardente desio del vero bene, in cui arde
in questo stato temporale il furioso. Questo credo che mostra la seguente
tavola:
Partesi da la stanza il contadino,
Quando il sen d'Oriente il
giorno sgombra;
E quand'il sol ne fere più vicino,
Stanco e cotto da
caldo siede a l'ombra:
Lavora poi e s'affatica insino
Ch'atra caligo
l'emisfer ingombra;
Indi si posa. Io sto a continue botte
Mattina, mezo
giorno, sera e notte.
Questi focosi rai,
Ch'escon da que' doi archi del
mio sole,
De l'alma mia (com'il mio destin vuole)
Da l'orizonte non si
parton mai,
Bruggiand'a tutte l'ore
Dal suo meridian l'afflitto
core.
111 \ CIC.\ Questa tavola più vera- che propriamente esplica il
senso de la figura.
112
\ TANS.\ Non ho d'affaticarmi a farvi veder
queste proprietadi, dove il vedere non merita altro che più attenta
considerazione. Gli rai del sole son le raggioni con le quali la divina beltade
e bontade si manifesta a noi. E son focosi, perché non possono essere appresi da
l'intelletto, senza che conseguentemente scaldeno l'affetto. Doi archi del sole
son le due specie di revelazione che gli scolastici teologi chiamano matutina e
vespertina; onde l'intelligenza illuminatrice di noi, come aere mediante, ne
adduce quella specie o in virtù che la admira in se stessa, o in efficacia che
la contempla ne gli effetti. L'orizonte de l'alma in questo luogo è la parte
delle potenze superiori, dove a l'apprensione gagliarda de l'intelletto soccorre
il vigoroso appulso de l'affetto, significato per il core, che bruggiando a
tutte l'ore s'afflige; perché tutti gli frutti d'amore che possiamo raccôrre in
questo stato, non son sì dolci che non siano più gionti a certa afflizione:
quella almeno che procede da l'apprension di non piena fruizione. Come
specialmente accade ne gli frutti de l'amor naturale, la condizion de gli quali
non saprei meglio esprimere, che come fe' il poeta Epicureo:
Ex hominis
vero facie pulchroque colore
Nil datur in corpus praeter simulacra fruendum
Tenuia, quae vento spes captat saepe misella.
Ut bibere in somnis
sitiens cum quaerit, et humor
Non datur, ardorem in membris qui stinguere
possit;
Sed laticum simulacra petit frustraque laborat
In medioque sitit
torrenti flumine potans:
Sic in amore Venus simulacris ludit amantis,
Nec satiare queunt spectando corpora coram,
Nec manibus quicquam teneris
abradere membris
Possunt, errantes incerti corpore toto.
Denique cum
membris conlatis flore fruuntur
Aetatis; dum iam praesagit gaudia corpus,
Atque in eo est Venus, ut muliebria conserat arva,
Adfigunt avide corpus
iunguntque salivas
Oris et inspirant pressantes dentibus ora,
Nequicquam, quoniam nihil inde abradere possunt,
Nec penetrare et abire
in corpus corpore toto.
113
Similmente giudica nel geno del gusto che qua
possiamo aver de cose divine: mentre a quelle ne forziamo penetrare ed unirci,
troviamo aver più afflizione nel desio che piacer nel concetto. E per questo può
aver detto quel savio Ebreo, che chi aggionge scienza, aggionge dolore; perché
dalla maggior apprensione nasce maggior e più alto desio, e da questo séguita
maggior dispetto e doglia per la privazione della cosa desiderata. Là onde
l'Epicureo che seguita la più tranquilla vita, disse in proposito de l'amor
volgare:
Sed fugitare decet simulacra et pabula amoris
Abstergere
sibi atque alio convertere mentem,
Nec servare sibi curam certumque dolorem:
Ulcus enim virescit et inveterascit alendo,
Inque dies gliscit furor
atque aerumna gravescit.
Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem,
Sed potius quae sunt sine paena commoda sumit.
114 \ CIC.
\ Che intende per il meridiano del core?
115 \ TANS.\ La parte o region più
alta e più eminente de la volontà, dove più illustre-, forte-, efficace- e
rettamente è riscaldata. Intende che tale affetto non è come in principio che si
muova, né come in fine che si quiete, ma come al mezzo dove s'infervora.
116 \ CIC.\ Ma che significa quel strale infocato che ha le
fiamme in luogo di ferrigna punta, circa il quale è avolto un laccio ed ha il
motto: Amor instat ut instans? Dite che ne intendete?
117 \
TANS.\ Mi par che voglia dire che l'amor mai lo lascia, e che eterno parimente
l'affliga.
118 \ CIC.\ Vedo bene laccio, strale e fuoco; intendo quel che
sta scritto: Amor instat; ma quel che séguita, non posso capirlo, cioè
che l'amor come istante o insistente, inste: che ha medesima penuria di
proposito, che se uno dicesse: questa impresa costui la ha finta come finta, la
porta come la porta, la intendo come la intendo, la vale come la vale, la stimo
come un che la stima.
119
\ TANS.\ Più facilmente determina e condanna
chi manco considera. Quello instans non significa adiettivamente dal
verbo instare; ma è nome sustantivo preso per l'instante del tempo.
120 \ CIC.\ Or che vuol dir che l'amor insta come l'instante?
121 \ TANS.\ Che vuol dire Aristotele nel suo libro Del tempo,
quando dice che l'eternità è uno instante, e che in tutto il tempo non è che uno
instante?
122 \ CIC.\ Come questo può essere, se non è tanto minimo tempo
che non abbia più instanti? Vuol egli forse che in uno instante sia il diluvio,
la guerra di Troia e noi che siamo adesso? Vorrei sapere come questo instante se
divide in tanti secoli ed anni? e se per medesima proporzione non possiamo dire
che la linea sia un punto?
123
\ TANS.\ Sì come il tempo è uno, ma è in
diversi suggetti temporali, cossì l'instante è uno in diverse e tutte le parti
del tempo. Come io son medesimo che fui, sono e sarò; io medesimo son qua in
casa, nel tempio, nel campo e per tutto dove sono.
124 \ CIC.\ Perché volete
che l'instante sia tutto il tempo?
125 \ TANS.\ Perché se non fusse
l'instante, non sarrebe il tempo: però il tempo in essenza e sustanza non è
altro che instante. E questo baste, se l'intendi (perché non ho da pedanteggiar
sul quarto de la Fisica). Onde comprendi che voglia dire, che l'amor gli assista
non meno che il tempo tutto; perché questo instans non significa punto
del tempo.
126 \ CIC.\ Bisogna che questa significazione sia specificata in
qualche maniera, se non vogliamo far che sia il motto vicioso in equivocazione,
onde possiamo liberamente intendere ch'egli voglia dire, che l'amor suo sia
d'uno instante, idest d'un atomo di tempo e d'un niente: o che voglia
dire che sia, come voi interpretate, sempre.
127 \ TANS.\ Certo se vi
fussero inplicati questi doi sensi contrarii, il motto sarrebe una baia. Ma non
è cossì, se ben consideri; atteso che in uno instante, che è atomo o punto, che
l'amore inste o insista, non può essere; ma bisogna necessariamente intendere
l'instante in altra significazione. E per uscir di scuola, leggasi la stanza:
Un tempo sparge, ed un tempo raccoglie;
Un edifica, un strugge; un
piange, un ride:
Un tempo ha triste, un tempo ha liete voglie;
Un
s'affatica, un posa; un stassi, un side:
Un tempo porge, un tempo si
ritoglie;
Un muove, un ferma; un fa vivo, un occide;
In tutti gli anni,
mesi, giorni ed ore
M'attende, fere, accend'e lega amore.
Continuo mi
disperge,
Sempre mi strugg'e mi ritien in pianto,
È mio triste languir
ogn'or pur tanto,
In ogni tempo mi travaglia ed erge,
Tropp'in rubbarmi
è forte,
Mai non mi scuote, mai non mi dà morte.
128 \ CIC.\
Assai bene ho compreso il senso; e confesso che tutte le cose accordano molto
bene. Però mi par tempo di procedere a l'altro.
129 \ TANS.\ Qua vedi un
serpe ch'a la neve languisce dove l'avea gittato un zappatore, ed un fanciullo
ignudo acceso in mezzo al fuoco, con certe altre minute e circonstanze, con il
motto che dice: Idem, itidem, non idem. Questo mi par più presto enigma
che altro; però non mi confido d'esplicarlo a fatto: pur crederei che voglia
significar medesimo fato molesto, che medesimamente tormenta l'uno e l'altro
(cioè intentissimamente, senza misericordia, a morte), con diversi instrumenti o
contrarii principii, mostrandosi medesimo freddo e caldo. Ma questo mi par che
richieda più lunga e distinta considerazione.
130 \ CIC.\ Un'altra
volta! Leggete la rima:
131
\ TANS.\
Languida serpe, a quell'umor sì
denso
Ti ritorci, contrai, sullevi, inondi;
E per temprar il tuo dolor
intenso,
Al freddo or questa or quella parte ascondi:
S'il ghiaccio
avesse per udirti senso,
Tu voce che propona o che rispondi,
Credo
ch'areste efficace argumento
Per renderlo piatoso al tuo tormento.
Io ne
l'eterno foco
Mi dibatto, mi struggo, scaldo, avvampo,
E al ghiaccio de
mia diva per mio scampo
Né amor di me, né pietà trova loco,
Lasso!
perché non sente
Quant'è il rigor de la mia fiamma ardente.
Angue,
cerchi fuggir, sei impotente;
Ritenti a la tua buca, ell'è disciolta;
Proprie forze richiami, elle son spente;
Attendi al sol, l'asconde
nebbia folta;
Mercé chiedi al villan, odia 'l tuo dente;
Fortuna
invochi, non t'ode la stolta:
Fuga, luogo, vigor, astro, uom o sorte
Non
è per darti scampo da la morte.
Tu addensi, io liquefaccio;
Io miro al
rigor tuo, tu a l'ardor mio;
Tu brami questo mal, io quel desio;
Né io
posso te, né tu me tôr d'impaccio.
Or chiariti a bastanza
Del fato rio,
lasciamo ogni speranza.
132
\ CIC.\ Andiamone, perché per il camino vedremo
di snodar questo intrico, se si può.
133 \ TANS.\ Bene.
Parte 2, dial.1
Interlocutori: Cesarino, Maricondo.
1
\ CES.\ Cossì dicono che le
cose megliori e più eccellenti sono nel mondo, quando tutto l'universo da ogni
parte risponde eccellentemente. E questo stimano allor che tutti gli pianeti
ottegnono l'Ariete, essendo che quello de l'ottava sfera ancora ottegna quello
del firmamento invisibile e superiore dove è l'altro zodiaco. Le cose peggiori e
più basse vogliono che abbiano loco quando domina la contraria disposizione ed
ordine: però per forza di vicissitudine accadeno le eccessive mutazioni dal
simile al dissimile, dal contrario a l'altro. La revoluzion dunque, ed anno
grande del mondo, è quel spacio di tempo in cui da abiti ed effetti diversissimi
per gli oppositi mezzi e contrarii si ritorna al medesimo: come veggiamo ne gli
anni particolari, qual è quello del sole, dove il principio d'una disposizione
contraria è fine de l'altra, ed il fine di questa è principio di quella. Però
ora che siamo stati nella feccia delle scienze, che hanno parturita la feccia
delle opinioni, le quali son causa della feccia de gli costumi ed opre, possiamo
certo aspettare de ritornare a meglior stati.
2 \ MAR.\ Sappi, fratel
mio, che questa successione ed ordine de le cose è verissima e certissima: ma al
nostro riguardo sempre, in qualsivoglia stato ordinario, il presente più ne
afflige che il passato, ed ambi doi insieme manco possono appagarne che il
futuro, il quale è sempre in aspettazione e speranza, come ben puoi veder
designato in questa figura la quale è tolta dall'antiquità de gli Egizii, che
fêrno cotal statua che sopra un busto simile a tutti tre puosero tre teste,
l'una di lupo che remirava a dietro, l'altra di leone che avea la faccia volta
in mezzo, e la terza di cane che guardava innanzi; per significare che le cose
passate affligono col pensiero, ma non tanto quanto le cose presenti che in
effetto ne tormentano, ma sempre per l'avenire ne prometteno meglio. Però là è
il lupo che urla, qua il leon che rugge, appresso il cane che applaude.
3 \ CES.\ Che contiene quel motto ch'è sopra scritto?
4 \ MAR.\ Vedi che sopra il lupo è Iam, sopra il leone
Modo, sopra il cane Praeterea, che son dizioni che significano le
tre parti del tempo.
5
\ CES.\ Or leggete quel ch'è nella tavola.
6 \ MAR.\ Cossì farò.
Un alan, un leon, un can appare
A l'auror, al dì chiaro, al vespr'oscuro.
Quel che spesi, ritegno e mi
procuro,
Per quanto mi si dié, si dà, può dare.
Per quel che feci,
faccio ed ho da fare
Al passato, al presente ed al futuro,
Mi pento, mi
tormento, m'assicuro,
Nel perso, nel soffrir, nell'aspettare.
Con
l'agro, con l'amaro, con il dolce
L'esperienza, i frutti, la speranza
Mi
minacciò, m'amigono, mi molce.
L'età che vissi, che vivo, ch'avanza
Mi fa
tremante, mi scuote, mi folce,
In absenza, presenza e lontananza.
Assai,
troppo, a bastanza
Quel di già, quel di ora, quel d'appresso
M'hanno in
timor, martir e spene messo.
7 \ CES.\ Questa a punto è la testa
d'un furioso amante; quantunque sia de quasi tutti gli mortali, in qualunque
maniera e modo siano malamente affetti; perché non doviamo, né possiamo dire che
questo quadre a tutti stati in generale, ma a quelli che furono e sono
travagliosi: atteso che ad un ch'ha cercato un regno ed ora il possiede,
conviene il timor di perderlo; ad un ch'ha lavorato per acquistar gli frutti de
l'amore, come è la particular grazia de la cosa amata, conviene il morso della
gelosia e suspizione. E quanto a gli stati del mondo, quando ne ritroviamo nelle
tenebre e male, possiamo sicuramente profetizar la luce e prosperitade; quando
siamo nella felicità e disciplina, senza dubio possiamo aspettar il successo de
l'ignoranze e travagli: come avvenne a Mercurio Trimigisto che per veder
l'Egitto in tanto splendor de scienze e divinazioni, per le quali egli stimava
consorti de gli demoni e dei, e per conseguenza religiosissimi, fece quel
profetico lamento ad Asclepio, dicendo che doveano succedere le tenebre de nove
religioni e culti, e de cose presenti non dover rimaner altro che favole e
materia di condannazione. Cossì gli Ebrei, quando erano schiavi nell'Egitto e
banditi nelli deserti, erano confortati da lor profeti con l'aspettazione de
libertà ed acquisto di patria; quando furono in stato di domìno e tranquillità,
erano minacciati de dispersione e cattività; oggi che non è male né vituperio a
cui non siano suggetti, non è bene né onore che non si promettano. Similmente
accade a tutte l'altre generazioni e stati: li quali se durano e non sono
annichilati a fatto, per forza della vicissitudine delle cose, è necessario dal
male vegnano al bene, dal bene al male, dalla bassezza a l'altezza, da l'altezza
alla bassezza, da le oscuritadi al splendore, dal splendor alle oscuritadi.
Perché questo comporta l'ordine naturale; oltre il qual ordine, se si ritrova
altro che lo guaste o corregga, io lo credo, e non ho da disputarne, perché non
raggiono con altro spirito che naturale.
8 \ MAR.\ Sappiamo che non fate il
teologo ma filosofo, e che trattate filosofia non teologia.
9 \ CES.\
Cossì è. Ma veggiamo quel che séguita.
10 \ CES.\ Veggio appresso un
fumante turribolo che è sustenuto da un braccio; ed il motto che dice: Illius
aram; ed appresso l'articolo seguente:
Or chi quell'aura de mia nobil
brama
D'un ossequio divin credrà men degna
s'in diverse tabelle ornata
vegna
Da voti miei nel tempio de la fama?
Perch'altra impresa eroica mi
richiama,
Chi pensarà giamai che men convegna
Ch'al suo culto cattivo mi
ritegna.
Quella ch'il ciel onora tanto ed ama?
Lasciatemi, lasciate,
altri desiri,
Importuni pensier, datemi pace.
Perché volete voi ch'io mi
ritiri
Da l'aspetto del sol che sì mi piace?
Dite di me piatosi: -
Perché miri
Quel che per remirar sì ti disface?
Perché di quella face
Sei vago sì? - Perché mi fa contento,
Più ch'ogn'altro piacer, questo
tormento.
11 \ MAR. \ A proposito di questo io ti dicevo che, quantunque
un rimagna fisso su una corporal bellezza e culto esterno, può onorevolmente e
degnamente trattenirsi; purché dalla bellezza materiale, la quale è un raggio e
splendor della forma ed atto spirituale, di cui è vestigio ed ombra, vegna ad
inalzarsi alla considerazion e culto della divina bellezza, luce e maestade; di
maniera che da queste cose visibili vegna a magnificar il core verso quelle che
son tanto più eccellenti in sé e grate a l'animo ripurgato, quanto son più
rimosse da la materia e senso. Oimè, dirà, se una bellezza umbratile, fosca,
corrente, depinta nella superficie de la materia corporale, tanto mi piace e
tanto mi commuove l'affetto, m'imprime nel spirito non so che riverenza di
maestade, mi si cattiva e tanto dolcemente mi lega e mi s'attira, ch'io non
trovo cosa che mi vegna messa avanti da gli sensi che tanto m'appaghe; che sarà
di quello che sustanzialmente, originalmente, primitivamente è bello? che sarà
de l'anima mia, dell'intelletto divino, della regola de la natura? Conviene
dunque, che la contemplazione di questo vestigio di luce mi amene mediante la
ripurgazion de l'animo mio all'imitazione, conformità e participazione di quella
più degna ed alta, in cui mi transforme ed a cui mi unisca; perché son certo che
la natura che mi ha messa questa bellezza avanti gli occhi, e mi ha dotato di
senso interiore, per cui posso argumentar bellezza più profonda ed
incomparabilmente maggiore, voglia ch'io da qua basso vegna promosso a l'altezza
ed eminenza di specie più eccellenti. Né credo che il mio vero nume, come me si
mostra in vestigio ed imagine, voglia sdegnarsi che in imagine e vestigio vegna
ad onorarlo, a sacrificargli, con questo ch'il mio core ed affetto sempre sia
ordinato, e rimirare più alto; atteso che chi può esser quello che possa
onorarlo in essenza e propria sustanza, se in tal maniera non può comprenderlo?
12 \ CES.\ Molto ben dimostri come a gli uomini di eroico
spirito tutte le cose si converteno in bene, e si sanno servire della cattività
in frutto di maggior libertade, e l'esser vinto una volta convertiscono in
occasione di maggior vittoria. Ben sai che l'amor di bellezza corporale a color
che son ben disposti, non solamente non apporta ritardamento da imprese
maggiori, ma più tosto viene ad improntargli l'ali per venire a quelle; allor
che la necessità de l'amore è convertita in virtuoso studio, per cui l'amante si
forza di venire a termine nel quale sia degno della cosa amata, e forse di cosa
maggiore, megliore e più bella ancora; onde sia o che vegna contento d'aver
guadagnato quel che brama, o sodisfatto dalla sua propria bellezza, per cui
degnamente possa spregiar l'altrui che viene ad esser da lui vinta e superata:
onde o si ferma quieto, o si volta ad aspirare ad oggetti più eccellenti e
magnifichi. E cossì sempre verrà tentando il spirito eroico, sin tanto che non
si vede inalzato al desiderio della divina bellezza in se stessa, senza
similitudine, figura, imagine e specie, se sia possibile; e più, se sa arrivare
a tanto.
13 \ MAR.\ Vedi dunque, Cesarino, come ha raggione questo
furioso di risentirsi contra coloro che lo riprendono come cattivo de bassa
bellezza a cui sparga voti e appenda tabelle; di maniera che quindi non viene
rubelle dalle voci che lo richiamano a più alte imprese: essendo che, come
queste basse cose derivano da quelle ed hanno dependenza, cossì da queste si può
aver accesso a quelle come per proprii gradi. Queste, se non son Dio, son cose
divine, sono imagini sue vive: nelle quali non si sente offeso, se si vede
adorare; perché abbiamo ordine del superno spirito che dice: Adorate
scabellum pedum eius. Ed altrove disse un divino imbasciatore: Adorabimus
ubi steterunt pedes eius.
14 \ CES.\ Dio, la divina bellezza e
splendore riluce ed è in tutte le cose; però non mi pare errore d'admirarlo in
tutte le cose, secondo il modo che si comunica a quelle. Errore sarà certo, se
noi donaremo ad altri l'onor che tocca a lui solo. Ma che vuol dir quando dice:
Lasciatemi, lasciate, altri desiri?
15 \ MAR.\ Bandisce da sé gli
pensieri, che gli appresentano altri oggetti che non hanno forza di commoverlo
tanto, e che gli vogliono involar l'aspetto del sole, il qual può presentarsegli
da questa fenestra più che da l'altre.
16 \ CES.\ Come, importunato da
pensieri, si sta constante a remirar quel splendor che lo disface, e non lo fa
di maniera contento che ancora non vegna fortemente a tormentarlo?
17 \ MAR.\
Perché tutti gli nostri conforti in questo stato di controversia non sono senza
gli suoi disconforti cossì grandi come magnifici son gli conforti. Come più
grande è il timore d'un re che consiste su la perdita d'un regno, che di un
mendico che consiste sul periglio di perdere dieci danaii; è più urgente la cura
d'un prencipe sopra una republica, che d'un rustico sopra un grege de porci;
come gli piaceri e delicie di quelli forse son più grandi che le delicie di
questi. Però l'amare ed aspirar più alto mena seco maggior gloria e maestà con
maggior cura, pensiero e doglia: intendo in questo stato dove l'un contrario
sempre è congionto a l'altro, trovandosi la massima contrarietade sempre nel
medesimo geno, e per consequenza circa medesimo suggetto, quantunque gli
contrarii non possano essere insieme. E cossì proporzionalmente nell'amor di
Cupido superiore, come dechiarò l'Epicureo poeta nel cupidinesco volgare e
animale, quando disse:
Fluctuat incertis erroribus ardor amantum,
Nec
constat quid primum oculis manibusque fruantur:
Quod petiere, premunt arte,
faciuntque dolorem
Corporis, et dentes inlidunt saepe labellis
Osculaque
adfigunt, quia non est pura voluptas.
Et stimuli subsunt qui instigant
laedere id ipsum,
Quodcunque est, rabies, unde illa haec germina surgunt.
Sed leviter paenas frangit Venus inter amorem,
Blandaque refraenat
morsus admixta voluptas;
Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,
Restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.
18 Ecco
dunque con quali condimenti il magistero ed arte della natura fa che un si
strugga sul piacer di quel che lo disface, e vegna contento in mezzo del
tormento, e tormentato in mezzo de tutte le contentezze; atteso che nulla si fa
absolutamente da un pacifico principio, ma tutto da contrarii principii per
vittoria e domìno d'una parte della contrarietade; e non è piacere di
generazione da un canto senza dispiacere di corrozione da l'altro; e dove queste
cose che si generano e corrompono, sono congionte e come in medesimo suggetto
composto, si trova il senso di delettazione e tristizia insieme. Di sorte che
vegna nominata più presto delettazione che tristizia, se aviene che la sia
predominante, e con maggior forza possa sollecitare il senso.
19 \ CES.\
Or consideriamo sopra questa imagine seguente, ch'è d'una fenice che arde al
sole, e con il suo fumo va quasi a oscurar il splendor di quello, dal cui calore
vien infiammata; ed evvi la nota che dice: Neque simile, nec par.
20 \ MAR.\ Leggasi l'articolo prima:
Questa fenice ch'al
bel sol s'accende,
E a dramma a dramma consumando vassi,
Mentre di
splendor cint'ardendo stassi,
Contrario fio al suo pianeta rende;
Perché
quel che da lei al ciel ascende,
Tepido fumo ed atra nebbia fassi,
Ond'i
raggi a' nostri occhi occolti lassi
E quello avvele, per cui arde e splende.
Tal il mio spirto (ch'il divin splendore
Accende e illustra) mentre va
spiegando
Quel che tanto riluce nel pensiero,
Manda da l'alto suo
concetto fore
Rima, ch'il vago sol vad'oscurando,
Mentre mi struggo e
liquefaccio intiero.
Oimè! questo adro e nero
Nuvol di foco infosca col
suo stile
Quel ch'aggrandir vorrebbe, e 'l rend'umile.
21 \ CES.\
Dice dunque costui che, come questa fenice, venendo dal splendor del sole accesa
ed abituata di luce e di fiamma, vien ella poi ad inviar al cielo quel fumo che
oscura quello che l'ha resa lucente; cossì egli, infiammato ed illuminato
furioso, per quel che fa in lode di tanto illustre suggetto che gli ave acceso
il core e gli splende nel pensiero, viene più tosto ad oscurarlo, che
ritribuirgli luce per luce, procedendo quel fumo, effetto di fiamme in cui si
risolve la sustanza di lui.
22
\ MAR.\ Io senza che metta in bilancio e
comparazione gli studi di costui, torno a dire quel che ti dicevo l'altr'ieri,
che la lode è uno de gli più gran sacrificii.che possa far un affetto umano ad
un oggetto. E per lasciar da parte il proposito del divino, ditemi: chi
conoscerebbe Achille, Ulisse e tanti altri greci e troiani capitani; chi arrebe
notizia de tanti grandi soldati, sapienti ed eroi de la terra, se non fussero
stati messi alle stelle e deificati per il sacrificio de laude, che nell'altare
del cor de illustri poeti ed altri recitatori ave acceso il fuoco, con questo
che comunmente montasse al cielo il sacrificatore, la vittima ed il canonizato
divo, per mano e voto di legitimo e degno sacerdote?
23 \ CES.\ Ben dici di
degno e legitimo sacerdote; perché degli apposticci n'è pieno oggi il mondo, li
quali, come sono per ordinario indegni essi loro, cossì vegnono sempre a
celebrar altri indegni, di sorte che asini asinos fricant. Ma la
providenza vuole che, in luogo d'andar gli uni e gli altri al cielo, sen vanno
giontamente alle tenebre de l'Orco; onde fia vana e la gloria di quel che
celebra, e di quel ch'è celebrato; perché l'uno ha intessuta una statua di
paglia, o insculpito un tronco di legno, o messo in getto un pezzo di calcina, e
l'altro, idolo d'infamia e vituperio, non sa che non gli bisogna aspettar gli
denti de l'evo e la falce di Saturno per esser messo giù; stante che dal suo
encomico medesimo vien sepolto vivo all'ora all'ora propria che vien lodato,
salutato, nominato, presentato. Come per il contrario è accaduto alla prudenza
di quel tanto celebrato Mecenate, il quale, se non avesse avuto altro splendore
che de l'animo inchinato alla protezione e favor delle Muse, sol per questo
meritò che gl'ingegni de tanti illustri poeti gli dovenessero ossequiosi a
metterlo nel numero de più famosi eroi che abbiano calpestrato il dorso de la
terra. Gli propri studii ed il proprio splendore l'han reso chiaro e
nobilissimo, e non l'esser nato d'atavi regi, non l'esser gran secretario e
consegliero d'Augusto. Quello, dico, che l'ha fatto illustrissimo, è l'aversi
fatto degno dell'execuzion della promessa di quel poeta che disse:
Fortunati ambo, si quid mea carmina possunt,
Nulla dies unquam memori
vos eximet aevo,
Dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum
Accolet,
imperiumque pater Romanus habebit.
24 \ MAR.\ Mi sovviene di quel che
dice Seneca in certa epistola dove referisce le paroli d'Epicuro ad un suo
amico, che son queste: Se amor di gloria ti tocca il petto, più noto e chiaro ti
renderanno le mie lettere che tutte quest'altre cose che tu onori, e dalle quali
sei onorato, e per le quali ti puoi vantare. Similmente arria possuto dire
Omero, se si gli fusse presentato avanti Achille o Ulisse, Vergilio a Enea ed
alla sua progenia; perciò che, come ben suggionse quel filosofo morale, è più
conosciuto Domenea per le lettere di Epicuro, che tutti gli megistani satrapi e
regi, dalli quali pendeva il titolo di Domenea e la memoria de gli quali venia
suppressa dall'alte tenebre de l'oblio. Non vive Attico per essere genero
d'Agrippa e progenero de Tiberio, ma per l'epistole de Tullio; Druso, pronepote
di Cesare, non si trovarebbe nel numero de' nomi tanto grandi, se non vi
l'avesse inserito Cicerone. Oh che ne sopraviene al capo una profonda altezza di
tempo, sopra la quale non molti ingegni rizzaranno il capo. Or per venire al
proposito di questo furioso, il quale, vedendo una fenice accesa al sole, si
rammenta del proprio studio, e duolsi che come quella, per luce ed incendio che
riceve, gli rimanda oscuro e tepido fumo di lode all'olocausto della sua
liquefatta sustanza. Qualmente giamai possiamo non sol raggionare, ma e né men
pensare di cose divine che non vengamo a detraergli più tosto che aggiongergli
di gloria, di sorte che la maggior cosa che farsi possa al riguardo di quelle, è
che l'uomo in presenza de gli altri uomini vegna più tosto a magnificar se
stesso per il studio ed ardire, che donar splendore ed altro per qualche compita
e perfetta azione. Atteso che cotale non può aspettarsi dove si fa progresso
all'infinito, dove l'unità ed infinità son la medesima cosa; e non possono
essere perseguitate da l'altro numero, perché non è unità, né da altra unità,
perché non è numero, né da altro numero ed unità perché non sono medesimo
absoluto ed infinito. Là onde ben disse un teologo che, essendo che il fonte
della luce non solamente gli nostri intelletti, ma ancora gli divini di gran
lunga sopraavanza, è cosa conveniente che non con discorsi e paroli, ma con
silenzio vegna ad esser celebrata.
25 \ CES.\ Non già col silenzio de
gli animali bruti ed altri che sono ad imagine e similitudine d'uomini, ma di
quelli, il silenzio de quali è più illustre che tutti gli cridi, rumori e
strepiti di costoro che possano esser uditi.
26 \ MAR.\ Ma procediamo
oltre a vedere quel che significa il resto.
27 \ CES.\ Dite se avete
prima considerato e visto quel che voglia dir questo fuoco in forma di core con
quattro ali, de le quali due hanno gli occhi, dove tutto il composto è cinto de
luminosi raggi, ed hassi incirca scritta la questione: Nitimur in cassum?
28 \ MAR.\ Mi ricordo ben che significa il stato de la mente,
core, spirito ed occhi del furioso; ma leggiamo l'articolo:
Questa mente
ch'aspira al splendor santo,
Tant'alti studi disvelar non ponno;
Il cor,
che recrear que' pensier vonno,
Da guai non può ritrarsi più che tanto;
Il spirto che devria posarsi alquanto
D'un momento al piacer, non si fa
donno;
Gli occhi ch'esser derrian chiusi dal sonno,
Tutta la notte son
aperti al pianto.
Oimè, miei lumi, con qual studio ed arte
Tranquillar
posso i travagliati sensi?
Spirto mio, in qual tempo ed in quai parti
Mitigarò gli tuoi dolori intensi?
E tu, mio cor, come potrò appagarti
Di quel ch'al grave tuo suffrir compensi?
Quand'i debiti censi
Daratti l'alma, o travagliata mente,
Col cor, col spirto e con gli occhi
dolente?
29 Perché la mente aspira al splendor divino, fugge il
consorzio de la turba, si ritira dalla commune opinione: non solo, dico, e tanto
s'allontana dalla multitudine di suggetti, quanto dalla communità de studii,
opinioni e sentenze; atteso che per contraer vizii ed ignoranze tanto è maggior
periglio, quanto è maggior il popolo a cui s'aggionge. Nelli publici spettacoli,
disse il filosofo morale, mediante il piacere più facilmente gli vizii
s'ingeriscono. Se aspira al splendor alto, ritiresi quanto può all'unità,
contraasi quanto è possibile in se stesso, di sorte che non sia simile a molti,
perché son molti; e non sia nemico de molti, perché son dissimili, se possibil
sia serbar l'uno e l'altro bene; altrimente s'appiglie a quel che gli par
megliore.
30 Conversa con quelli gli quali o lui possa far megliori, o da
gli quali lui possa esser fatto megliore, per splendor che possa donar a quelli,
o da quelli possa ricever lui. Contentesi più d'uno idoneo che de l'inetta
moltitudine. Né stimarà d'aver acquistato poco, quando è dovenuto a tale che sia
savio per sé, sovvenendogli quel che dice Democrito: Unus mihi pro populo
est, et populus pro uno; e che disse Epicuro ad un consorte de suoi studii,
scrivendo: Haec tibi, non multis; satis enim magnum alter alteri theatrum
sumus.
31 La mente dunque ch'aspira alto, per la prima lascia la cura
della moltitudine, considerando che quella luce spreggia la fatica, e non si
trova se non dove è l'intelligenza; e non dove è ogni intelligenza, ma quella
che è tra le poche, principali e prime la prima, principale ed una.
32 \ CES.\
Come intendi che la mente aspira alto? verbi grazia, con guardar sempre alle
stelle? al cielo empireo? sopra il cristallino?
33 \ MAR.\ Non certo, ma
procedendo al profondo della mente, per cui non fia mistiero massime aprir gli
occhi al cielo, alzar alto le mani, menar i passi al tempio, intonar l'orecchie
de simulacri, onde più si vegna exaudito; ma venir al più intimo di sé,
considerando che Dio è vicino, con sé e dentro di sé più ch'egli medesimo esser
non si possa; come quello ch'è anima de le anime, vita de le vite, essenza de le
essenze: atteso poi che quello che vedi alto o basso, o incirca (come ti piace
dire) degli astri, son corpi, son fatture simili a questo globo in cui siamo
noi, e nelli quali non più né meno è la divinità presente che in questo nostro,
o in noi medesimi. Ecco dunque come bisogna fare primeramente de ritrarsi dalla
moltitudine in se stesso. Appresso deve dovenir a tale che non stime ma spreggie
ogni fatica, di sorte che quanto più gli affetti e vizii combattono da dentro, e
gli viziosi nemici contrastano di fuori, tanto più deve respirar e risorgere, e
con uno spirito (se possibil fia) superar questo clivoso monte. Qua non
bisognano altre armi e scudi che la grandezza d'un animo invitto e toleranza de
spirito che mantiene l'equalità e tenor della vita, che procede dalla scienza,
ed è regolato da l'arte di specolar le cose alte e basse, divine ed umane, dove
consiste quel sommo bene. Per cui disse un filosofo morale, che scrisse a
Lucilio: non bisogna tranar le Scille, le Cariddi, penetrar gli deserti de
Candavia ed Apennini, o lasciarsi a dietro le Sirti; perché il camino è tanto
sicuro e giocondo quanto la natura medesima abbia possuto ordinare. Non è, dice
egli, l'oro ed argento che faccia simile a Dio, perché non fa tesori simili; non
gli vestimenti, perché Dio è nudo; non la ostentazione e fama, perché si mostra
a pochissimi, e forse che nessuno lo conosce, e certo molti, e più che molti
hanno mala opinion de lui; non tante e tante altre condizioni de cose che noi
ordinariamente admiriamo, perché non queste cose delle quali si desidera la
copia, ne rendeno talmente ricchi, ma il dispreggio di quelle.
34 \ CES.\
Bene: ma dimmi appresso, in qual maniera costui Tranquillarà gli sensi, mitigarà
gli dolori del spirito, appagarà il core e darà gli proprii censi a la mente, di
sorte che con questo suo aspirare e studii non debba dire: Nitimur in
cassum?
35 \ MAR.\ Talmente trovandosi presente al corpo che con la
meglior parte di sé sia da quello absente, farsi come con indissolubil
sacramento congionto ed alligato alle cose divine, di sorte che non senta amor
né odio di cose mortali, considerando d'esser maggiore che esser debba servo e
schiavo del suo corpo; al quale non deve altrimente riguardare che come carcere
che tien rinchiusa la sua libertade, vischio che tiene impaniate le sue penne,
catena che tien strette le sue mani, ceppi che han fissi gli suoi piedi, velo
che gli tien abbagliata la vista. Ma con ciò non sia servo, cattivo,
inveschiato, incatenato, discioperato, saldo e cieco; perché il corpo non gli
può più tiranneggiare ch'egli medesimo si lasce: atteso che cossì il spirito
proporzionalmente gli è preposto, come il mondo corporeo e materia è suggetta
alla divinitade ed a la natura. Cossì farassi forte contra la fortuna, magnanimo
contra l'ingiurie, intrepido contra la povertà, morbi e persecuzioni.
36 \ CES.\ Bene instituito è il furioso eroico!
37 \ CES.\
Appresso veggasi quel che séguita. Ecco la ruota del tempo affissa, che si muove
circa il centro proprio, e vi è il motto: Manens moveor. Che intendete
per quella?
38 \ MAR.\ Questo vuol dire, che si muove in circolo; dove il
moto concorre con la quiete, atteso che nel moto orbiculare sopra il proprio
asse e circa il proprio mezzo si comprende la quiete e fermezza secondo il moto
retto; over quiete del tutto e moto, secondo le parti; e da le parti che si
muoveno in circolo, si apprendeno due differenze di lazione, in quanto che
successivamente altre parti montano alla sommità, altre dalla sommità descendeno
al basso; altre ottegnono le differenze medianti, altre tegnono l'estremo
dell'alto e del fondo. E questo tutto mi par che comodamente viene a significar
quel tanto che s'esplica nel seguente articolo:
Quel ch'il mio cor aperto
e ascoso tiene,
Beltà m'imprime ed onestà mi cassa,
Zelo ritiemmi, altra
cura mi passa
Per là d'ond'ogni studio a l'alma viene:
Quando penso
suttrarmi da le pene,
Speme sustienmi, altrui rigor mi lassa;
Amor
m'inalza, e riverenz'abbassa,
.Allor ch'aspiro a l'alt'e sommo bene.
Alto
pensier, pia voglia, studio intenso
De l'ingegno, del cor, de le fatiche,
A l'oggetto inmortal, divin, inmenso
Fate ch'aggionga, m'appiglie e
nodriche;
Né più la mente, la raggion, il senso
In altro attenda,
discorra, s'intriche;
Onde di me si diche:
Costui or ch'av'affissi gli
occhi al sole,
Che fu rival d'Endimion, si duole.
39 Cossì
come il continuo moto d'una parte suppone e mena seco il moto del tutto, di
maniera che dal ributtar le parti anteriori sia conseguente il tirar de le parti
posteriori; cossì il motivo de le parti superiori resulta necessariamente
nell'inferiori, e dal poggiar d'una potenza opposita séguita l'abbassar de
l'altra opposita. Quindi viene il cor (che significa tutti l'affetti in
generale) ad essere ascoso ed aperto, ritenuto dal zelo, sullevato da magnifico
pensiero, rinforzato da la speranza, indebolito dal timore. Ed in questo stato e
condizione si vederà sempre che trovarassi sotto il fato della generazione.
40 \ CES.\ Tutto va bene. Vengamo a quel che séguita. Veggio
una nave inchinata su l'onde; ed ha le sarte attaccate a lido ed ha il motto:
Fluctuat in portu. Argumentate quel che può significare; e se ne siete
risoluto, esplicate.
41
\ MAR.\ E la figura ed il motto ha certa
parentela col precedente motto e figura, come si può facilmente comprendere, se
alquanto si considera. Ma leggiamo l'articolo:
Se da gli eroi, da gli
dei, da le genti
Assicurato son che non desperi;
Né tema, né dolor, né
impedimenti
De la morte, del corpo, de piaceri
Fia ch'oltre apprendi,
che soffrisca e senti;
E perché chiari vegga i miei sentieri,
Faccian
dubio, dolor, tristezza spenti
Speranza, gioia e gli diletti intieri.
Ma
se mirasse, facesse, ascoltasse
Miei pensier, miei desii e mie raggioni,
Chi le rende sì 'ncerti, ardenti e casse,
Sì graditi concetti, atti,
sermoni,
Non sa, non fa, non ha qualunque stassi
De l'orto, vita e morte
a le maggioni.
Ciel, terr', orco s'opponi;
S'ella mi splend'e accend'ed
èmmi a lato,
Farammi illustre, potente e beato.
42 Da quel
che ne gli precedenti discorsi abbiamo considerato e detto si può comprendere il
sentimento di ciò, massime dove si è dimostrato che il senso di cose basse è
attenuato ed annullato dove le potenze superiori sono gagliardamente intente ad
oggetto più magnifico ed eroico. È tanta la virtù della contemplazione (come
nota Iamblico) che accade tal volta non solo che l'anima ripose da gli atti
inferiori, ma, ed oltre, lascie il corpo a fatto. Il che non voglio intendere
altrimente che in tante maniere, quali sono esplicate nel libro De' trenta
sigilli, dove son prodotti tanti modi di contrazione; de quali alcune
vituperosa-, altre eroicamente fanno che non s'apprenda tema di morte, non si
soffrisca dolor di corpo, non si sentano impedimenti di piaceri; onde la
speranza, la gioia e gli diletti del spirto superiore siano di tal sorte
intenti, che faccian spente le passioni tutte che possano aver origine da
dubbio, dolore e tristezza alcuna.
43 \ CES.\ Ma che cosa è quella da
cui richiede che mire a que' pensieri ch'ha resi cossì incerti, compisca gli
suoi desii che fa sì ardenti, ed ascolte le sue raggioni che rende sì casse?
44 \ MAR.\ Intende l'oggetto il quale allora il mira, quando
esso se gli fa presente; atteso che veder la divinità è l'esser visto da quella,
come vedere il sole concorre con l'esser visto dal sole. Parimente essere
ascoltato dalla divinità è a punto ascoltar quella, ed esser favorito da quella
è il medesimo esporsegli: dalla quale una medesima ed immobile procedeno
pensieri incerti e certi, desii ardenti ed appagati, e raggioni exaudite e
casse, secondo che degna o indegnamente l'uomo se gli presenta con l'intelletto,
affetto ed azioni. Come il medesimo nocchiero vien detto caggione della
summersione o salute della nave, per quanto che o è a quella presente, overo da
quella trovasi absente; eccetto che il nocchiero per suo diffetto o compimento
ruina e salva la nave; ma la divina potenza che è tutta in tutto, non si porge o
suttrae se non per altrui conversione o aversione.
45 \ MAR.\ Con questa
dunque mi par ch'abbia gran concatenazione e conseguenza la figura seguente,
dove son due stelle in forma de doi occhi radianti con il suo motto che dice:
Mors et vita.
46
\ CES.\ Leggete dunque l'articolo.
47 \ MAR.\
Cossì farò:
Per man d'amor scritto veder potreste
Nel volto mio
l'istoria de mie pene;
Ma tu (perché il tuo orgoglio non si affrene,
Ed
io infelice eternamente reste)
A le palpebre belle a me moleste
Asconder
fai le luci tant'amene,
Ond'il turbato ciel non s'asserene,
Né caggian
le nemiche ombre funeste.
Per la bellezza tua, per l'amor mio,
Ch'a
quella, benché tanta, è forse uguale,
Rendite a la pietà, diva, per Dio.
Non prolongar il troppo intenso male,
Ch'è del mio tanto amar indegno
fio;
Non sia tanto rigor con splendor tale.
Se, ch'io viva, ti cale,
Del grazioso sguardo apri le porte;
Mirami, o bella, se vuoi darmi
morte.
48 Qua il volto in cui riluce l'istoria de sue pene, è l'anima,
in quanto che è esposta alla recepzion de doni superiori, al riguardo de quali è
in potenza ed attitudine, senza compimento di perfezione ed atto, il qual
aspetta la ruggiada divina. Onde ben fu detto: Anima mea sicut terra sine
aqua tibi. Ed altrove: Os meum aperui et attraxi spiritum, quia mandata
tua desiderabam. Appresso, l'orgoglio che non s'affrena, è detto per
metafora e similitudine (come de Dio tal volta si dice gelosia, ira, sonno); e
quello significa la difficultà con la quale egli fa copia di far vedere al meno
le sue spalli, che è il farsi conoscere mediante le cose posteriori ed effetti.
Cossì copre le luci con le palpebre, non asserena il turbato cielo de la mente
umana, per toglier via l'ombra de gli enigmi e similitudini.
49 Oltre
(perché non crede che tutto quel che non è, non possa essere) priega la divina
luce che - per la sua bellezza la quale non deve essere a tutti occolta, almeno
secondo la capacità de chi la mira, e per il suo amore che forse a tanta
bellezza è uguale (uguale intende de la beltade, in quanto che la se gli può far
comprensibile), - che si renda alla pietà, cioè che faccia come quelli che son
piatosi, quali da ritrosi e schivi si fanno graziosi ed affabili; e che non
prolonghe il male che avviene da quella privazione, e non permetta che il suo
splendor per cui è desiderata, appaia maggiore che il suo amore con cui si
communiche: stante che tutte le perfezioni in lei non solamente sono uguali, ma
ancor medesime.
50 Al fine la ripriega che non oltre l'attriste con la
privazione; perché potrà ucciderlo con la luce de suoi sguardi, e con que'
medesimi donargli la vita: e però non lo lasce a la morte con ciò che le amene
luci siano ascose da le palpebre.
51 \ CES.\ Vuol dire quella morte de
amanti che procede da somma gioia, chiamata da cabalisti mors osculi? la
qual medesima è vita eterna, che l'uomo può aver in disposizione in questo tempo
ed in effetto nell'eternità?
52
\ MAR.\ Cossì è.
53 \ CES.\ Ma è tempo di
procedere a considerar il seguente dissegno simile a questi prossimi avanti
rapportati, con li quali ha certa conseguenza. Vi è un'aquila che con due ali
s'appiglia al cielo; ma non so come e quanto vien ritardata dal pondo d'una
pietra che tien legata a un piede. Ed evvi il motto: Scinditur incertum.
E certo significa la moltitudine, numero e volgo delle potenze de l'anima; alla
significazion della quale è preso quel verso:
Scinditur incertum studia
in contraria vulgus.
54
Il quale volgo tutto generalmente è diviso in
due fazioni (quantunque, subordinate a queste, non mancano de l'altre); de le
quali altre invitano a l'alto dell'intelligenza e splendore di giustizia, altre
allettano, incitano e forzano in certa maniera al basso, alle sporcizie delle
voluttadi e compiacimenti de voglie naturali. Onde dice l'articolo:
Bene
far voglio, e non mi vien permesso;
Meco il mio sol non è, bench'io sia
seco,
Che per esser con lui, non son più meco,
Ma da me lungi, quanto a
lui più presso.
Per goder una volta, piango spesso;
Cercando gioia,
afflizion mi reco;
Perché veggio tropp'alto, son sì cieco;
Per acquistar
mio ben, perdo me stesso.
Per amaro diletto e dolce pena
Impiombo al
centro, e vers'il ciel m'appiglio;
Necessità mi tien, bontà mi mena;
Sorte m'affonda, m'inalza il consiglio;
Desio mi sprona, ed il timor
m'affrena;
Cura m'accende, e fa tardo il periglio.
Qual diritto o
divertiglio
Mi darà pace, e mi torrà de lite,
S'avvien ch'un sì mi
scacce, e l'altro invite?
55 L'ascenso procede nell'anima
dalla facultà ed appulso ch'è nell'ali, che son l'intelletto ed intellettiva
volontade, per le quali essa naturalmente si referisce ed ha la sua mira a Dio,
come a sommo bene e primo vero, come all'absoluta bontà e bellezza; cossì come
ogni cosa naturalmente ha impeto verso il suo principio regressivamente, e
progressivamente verso il suo fine e perfezione, come ben disse Empedocle. Da la
cui sentenza mi par che si possa inferire quel che disse il Nolano in questa
ottava:
Convien ch'il sol, donde parte, raggiri,
E al suo principio i
discorrenti lumi;
E 'l ch'è di terra, a terra si retiri,
E al mar corran
dal mar partiti fiumi,
Ed ond'han spirto e nascon i desiri
Aspiren, come
a venerandi numi.
Cossì dalla mia diva ogni pensiero
Nato, che torne a
mia diva è mistiero.
56
La potenza intellettiva mai si quieta, mai
s'appaga in verità compresa, se non sempre oltre ed oltre procede alla verità
incomprensibile. Cossì la volontà che séguita l'apprensione, veggiamo che mai
s'appaga per cosa finita. Onde per consequenza non si referisce l'essenza de
l'anima ad altro termine che al fonte della sua sustanza ed entità. Per le
potenze poi naturali, per le quali è convertita al favore e governo della
materia, viene a referirse ed aver appulso, a giovare ed a comunicar de la sua
perfezione a cose inferiori per la similitudine che ha con la divinità, che per
la sua bontade si comunica o infinitamente producendo, idest communicando
l'essere a l'universo infinito e mondi innumerabili in quello; o finitamente,
producendo solo questo universo suggetto alli nostri occhi e comun raggione.
Essendo dunque che nella essenza unica de l'anima se ritrovano questi doi geni
de potenze, secondo che è ordinata ed al proprio e l'altrui bene, accade che si
depinga con un paio d'ali, mediante le quali è potente verso l'oggetto delle
prime ed immateriali potenze; e con un greve sasso, per cui è atta ed efficace
verso gli oggetti delle seconde e materiali potenze. Là onde procede che
l'affetto intiero del furioso sia ancipite, diviso, travaglioso e messo in
facilità de inchinare più al basso, che di forzarsi ad alto: atteso che l'anima
si trova nel paese basso e nemico, ed ottiene la regione lontana dal suo albergo
più naturale, dove le sue forze son più sceme..
57 \ CES.\ Credi che a
questa difficultà si possa riparare?
58 \ MAR.\ Molto bene; ma il
principio è durissimo, e secondo che si fa più e più fruttifero progresso di
contemplazione, si doviene a maggiore e maggior facilità. Come avviene a chi
vola in alto che, quanto più s'estoglie da la terra, vien ad aver più aria sotto
che lo sustenta, e consequentemente meno vien fastidito dalla gravità; anzi,
tanto può volar alto, che, senza fatica de divider l'aria, non può tornar al
basso, quantunque giudicasi che più facil sia divider l'aria profondo verso la
terra, che alto verso l'altre stelle.
59 \ CES.\ Tanto che col progresso
in questo geno s'acquista sempre maggiore e maggiore facilità di montare in
alto?
60 \ MAR.\ Cossì è; onde ben disse il Tansillo:
Quanto
più sott'il piè l'aria mi scorgo,
Più le veloci penne al vento porgo,
E
spreggio il mondo, e verso il ciel m'invio.
61 Come ogni parte de
corpi e detti elementi quanto più s'avvicina al suo luogo naturale, tanto con
maggior impeto e forza va, sin tanto che al fine (o voglia o non) bisogna che vi
pervegna. Qualmente dunque veggiamo nelle parti de corpi a gli proprii corpi,
cossì doviamo giudicare de le cose intellettive verso gli proprii oggetti, come
proprii luoghi, patrie e fini. Da qua facilmente possete comprendere il senso
intiero significato per la figura, per il motto e per gli carmi.
62 \ CES.\
Di sorte che quanto vi s'aggiongesse, tanto mi parrebe soverchio.
63 \ CES.\
Vedasi ora quel che vien presentato per quelle due saette radianti sopra una
targa, circa la quale è scritto Vicit instans.
64 \ MAR.\ La guerra
continua tra l'anima del furioso; la qual gran tempo per la maggiore familiarità
che avea con la materia, era più dura ed inetta ad esser penetrata da gli raggi
del splendor della divina intelligenza e spezie della divina bontade; per il
qual spacio dice ch'il cor smaltato de diamante, cioè l'affetto duro ed inetto
ad esser riscaldato e penetrato, ha fatto riparo a gli colpi d'amore che
aportavano gli assalti da parti innumerabili. Vuol dire, non ha sentito
impiagarsi da quelle piaghe de vita eterna de le quali parla la Cantica quando
dice: Vulnerasti cor meum, o dilecta, vulnerasti cor meum. Le quali
piaghe non son di ferro, o d'altra materia, per vigor e forza de nervi; ma son
freccie de Diana o di Febo: cioè o della dea de gli deserti della contemplazione
de la Veritade, cioè della Diana, che è l'ordine di seconde intelligenze che
riportano il splendor ricevuto dalla prima, per comunicarlo a gli altri che son
privi de più aperta visione; o pur del nume più principale, Apollo, che con il
proprio e non improntato splendore manda le sue saette, cioè gli suoi raggi, da
parti innumerabili, tali e tante che son tutte le specie delle cose; le quali
son indicatrici della divina bontà, intelligenza, beltade e sapienza, secondo
diversi ordini dall'apprension dovenir furiosi amanti, percioché l'adamantino
suggetto non ripercuota dalla sua superficie il lume impresso, ma, rammollato e
domato dal calore e lume, vegna a farsi tutto in sustanza luminoso, tutto luce,
con ciò che vegna penetrato entro l'affetto e concetto. Questo non è subito nel
principio della generazione, quando l'anima di fresco esce ad essere inebriata
di Lete ed imbibita de l'onde de l'oblio e confusione; onde il spirito vien più
cattivato al corpo e messo in essercizio della vegetazione, ed a poco a poco si
va digerendo per esser atto a gli atti della sensitiva facultade, sin tanto che
per la razionale e discorsiva vegna a più pura intellettiva, onde può introdursi
a la mente e non più sentirsi annubilata per le fumositadi di quell'umore che
per l'exercizio di contemplazione non s'è putrefatto nel stomaco, ma è
maturamente digesto.
65
Nella qual disposizione il presente furioso
mostra aver durato sei lustri, nel discorso de quali non era venuto a quella
purità di concetto, che potesse farsi capace abitazione delle specie peregrine,
che offrendosi a tutte ugualmente batteno sempre alla porta de l'intelligenza.
Al fine l'amore che da diverse parti ed in diverse volte l'avea assaltato come
in vano (qualmente il sole in vano se dice lucere e scaldare a quelli che son
nelle viscere de la terra ed opaco profondo), per essersi accampato in quelle
luci sante, cioè per aver mostrato per due specie intelligibili la divina
bellezza, la quale con la raggione di verità gli legò l'intelletto e con la
raggione di bontà scaldogli l'affetto, vennero superati gli studi materiali e
sensitivi che altre volte soleano come trionfare, rimanendo (a mal grado de
l'eccellenza de l'anima) intatti; perché quelle luci che facea presente
l'intelletto agente illuminatore e sole d'intelligenza, ebbero facile entrata
per le sue luci: quella della verità per la porta de la potenza intellettiva;
quella della bontà per la porta della potenza appetitiva al core, cioè alla
sustanza del generale affetto. Questo fu quel doppio strale che venne come da
man de guerriero irato; cioè più pronto, più efficace, più ardito, che per tanto
tempo innanzi s'era dimostrato come più debole o negligente. Allora quando
primieramente fu sì scaldato ed illuminato nel concetto, fu quello vittorioso
punto e momento, per cui è detto: Vicit instans. Indi possete intendere
il senso della proposta figura, motto ed articolo che dice:
Forte a'
colpi d'Amor feci riparo
Quando assalti da parti varie e tante
Sofferse
il cor smaltato di diamante;
Ond'i miei studi de' suoi trionfâro.
Al fin
(come gli cieli destinâro)
Un dì accampossi in quelle luci sante,
Che
per le mie, sole tra tutte quante,
Facil entrata al cor mio ritrovâro.
Indi mi s'avventò quel doppio strale,
Che da man di guerriero irato
venne,
Qual sei lustri assalir mi seppe male.
Notò quel luogo, e forte
vi si tenne,
Piantò 'l trofeo di me là d'onde vale
Tener ristrette mie
fugaci penne.
Indi con più sollenne.
Apparecchio, mai cessano ferire
Mio cor del mio dolce nemico l'ire.
66 Singular instante fu
il termine del cominciamento e perfezione della vittoria; singulari gemine
specie furon quelle, che sole tra tutte quante trovâro facile entrata; atteso
che quelle contegnono in sé l'efficacia e virtù de tutte l'altre; atteso che
qual forma megliore e più eccellente può presentarsi che di quella bellezza,
bontà e verità, la quale è il fonte d'ogni altra verità, bontà, beltade? Notò
quel luogo, prese possessione de l'affetto, rimarcollo, impressevi il carattere
di sé; e forte vi si tenne, e se l'ha confirmato, stabilito, sancito di sorte
che non possa più perderlo: percioché è impossibile che uno possa voltarsi ad
amar altra cosa, quando una volta ha compreso nel concetto la bellezza divina;
ed è impossibile che possa far di non amarla, come è impossibile che
nell'appetito cada altro che bene o specie di bene. E però massimamente deve
convenire l'appetenzia del sommo bene. Cossì ristrette son le penne che soleano
esser fugaci, concorrendo giù col pondo della materia. Cossì da là mai cessano
ferire, sollecitando l'affetto e risvegliando il pensiero le dolci ire, che son
gli efficaci assalti del grazioso nemico, già tanto tempo ritenuto escluso,
straniero e peregrino. È ora unico ed intiero possessore e disponitor de
l'anima; perché ella non vuole, né vuol volere altro; né gli piace, né vuol che
gli piaccia altro, onde sovente dica: Dolci ire, guerra dolce, dolci dardi,
Dolci mie piaghe, miei dolci dolori.
67 \ CES.\ Non mi par che rimagna
cosa da considerar oltre in proposito di questo. Veggiamo ora questa faretra ed
arco d'amore, come mostrano le faville che sono in circa, ed il nodo del laccio
che pende, con il motto che è: Subito, clam.
68 \ MAR.\ Assai mi
ricordo d'averlo veduto espresso ne l'articolo. Però leggiamolo prima:
Avida di trovar bramato pasto,
L'aquila vers'il ciel ispiega l'ali,
Facend'accorti tutti gli animali,
Ch'al terzo volo s'apparecchia al
guasto.
E del fiero leon ruggito vasto
Fa da l'alta spelunca orror
mortali,
Onde le belve, presentendo i mali,
Fuggon a gli antri il
famelico impasto.
E 'l ceto, quando assalir vuol l'armento
Muto di
Proteo da gli antri di Teti,
Pria fa sentir quel spruzzo violento.
Aquile in ciel, leoni in terra e i ceti
Signor' in mar, non vanno a
tradimento:
Ma gli assalti d'amor vegnon secreti.
Lasso, que' giorni
lieti
Troncommi l'efficacia d'un instante,
Che fêmmi a lungo infortunato
amante.
69 Tre sono le regioni de gli animanti composti de più
elementi: la terra, l'acqua, l'aria. Tre son gli geni de quelli: fiere, pesci ed
ucelli. In tre specie sono gli princìpi conceduti e definiti dalla natura: ne
l'aria l'aquila, ne la terra il leone, ne l'acqua il ceto: de quali ciascuno,
come dimostra più forza ed imperio che gli altri, viene anco a far aperto atto
di magnanimità, o simile alla magnanimità. Percioché è osservato che il leone,
prima che esca a la caccia, manda un ruggito forte che fa rintonar tutta la
selva, come de l'erinnico cacciatore nota il poetico detto:
At saeva e
speculis tempus dea nacta nocendi,
Ardua tecta petit, stabuli et de culmine
summo
Pastorale canit signum, cornuque recurvo
Tartaream intendit vocem,
qua protinus omne
Contremuit nemus, et silvae intonuere profundae.
70 De l'aquila ancora si sa che, volendo procedere alla sua
venazione, prima s'alza per dritto dal nido per linea perpendicolare in alto, e
quasi per l'ordinario la terza volta si balza da alto con maggior impeto e
prestezza che se volasse per linea piana; onde dal tempo in cui cerca il
vantaggio della velocità del volo, prende anco comodità di specular da lungi la
preda, della quale o despera o si risolve dopo fatte tre remirate.
71 \ CES.\
Potremmo conietturare per qual caggione, se alla prima si presentasse a gli
occhi la preda, non viene subito a lanciarsegli sopra?
72 \ MAR.\
Non certo. Ma forse che ella sin tanto distingue, se si gli possa presentar
megliore, o più comoda preda. Oltre non credo che ciò sia sempre, ma per il più
ordinario. Or venemo a noi. Del ceto o balena è cosa aperta, che per essere un
machinoso animale, non può divider l'acqui se non con far che la sua presenza
sia presentita dal ributto de l'onde, senza questo, che si trovano assai specie
di questo pesce che con il moto e respirar che fanno, egurgitano una ventosa
tempesta di spruzzo acquoso. Da tutte dunque le tre specie de princìpi animali
hanno facultà di prender tempo di scampo gli animali inferiori; di sorte che non
procedeno come subdoli e traditori. Ma l'Amor che è più forte e più grande, e
che ha domino supremo in cielo, in terra ed in mare, e che per similitudine di
questi forse derrebe mostrar tanto più eccellente magnanimità, quanto ha più
forza, niente di manco assalta e fere a l'improvisto e subito.
Labitur
totas furor in medullas,
Igne furtivo populante venas,
Nec habet latam
data plaga frontem;
Sed vorat tectas penitus medullas,
Virginum ignoto
ferit igne pectus.
73
Come vedete, questo tragico poeta lo chiama
furtivo fuoco, ignote fiamme; Salomone lo chiama acqui furtive, Samuele lo nomò
sibilo d'aura sottile. Li quali tre significano con qual dolcezza, lenità ed
astuzia in mare, in terra, in cielo viene costui a come tiranneggiar l'universo.
74 \ CES.\ Non è più grande imperio, non è tirannide peggiore,
non è meglior domìno, non è potestà più necessaria, non è cosa più dolce e
suave, non si trova cibo che sia più austero ed amaro, non si vede nume più
violento, non è dio più piacevole, non agente più traditore e finto, non autor
più regale e fidele; e, per finirla, mi par che l'amor sia tutto e faccia tutto;
e de lui si possa dir tutto e tutto possa attribuirsi a lui.
75 \ MAR.\
Voi dite molto bene. L'amor dunque (come quello che opra massime per la vista,
la quale è spiritualissimo de tutti gli sensi, perché subito monta sin alli
appresi margini del mondo, e senza dilazion di tempo si porge a tutto l'orizonte
della visibilità) viene ad esser presto, furtivo, improvisto e subito. Oltre è
da considerare quel che dicono gli antichi, che l'amor precede tutti gli altri
dei; però non fia mestiero de fingere che Saturno gli mostre il camino, se non
con seguitarlo. Appresso, che bisogna cercar se l'amore appaia e facciasi
prevedere di fuori, se il suo allogiamento è l'anima medesima, il suo letto è
l'istesso core, e consiste nella medesima composizione de nostra sustanza, nel
medesimo appulso de nostre potenze. Finalmente, ogni cosa naturalmente appete il
bello e buono, e però non vi bisogna argumentare e discorrere perché l'affetto
si informe e conferme; ma subito ed in uno instante l'appetito s'aggionge a
l'appetibile, come la vista al visibile.
76 \ CES.\ Veggiamo appresso che
voglia dir quella ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova
plaga loco? Dechiarate che luogo cerca questa per ferire.
77 \ MAR.\
Non bisogna far altro che leggere l'articolo, che dice cossì:
Che la
bogliente Puglia o Libia mieta
Tante spiche ed areste tante a i venti
Commetta, e mande tanti rai lucenti
Da sua circonferenza il gran
pianeta,
Quanti a gravi dolor quest'alma lieta
(Che sì triste si gode in
dolci stenti)
Accoglie da due stelle strali ardenti,
Ogni senso e
raggion creder mi vieta.
Che tenti più, dolce nemico, Amore?
Qual studio
a me ferir oltre ti muove,
Or ch'una piaga è fatto tutto il core?
Poiché
né tu, né l'altro ha un punto, dove,
Per stampar cosa nuova, o punga, o
fore,
Volta, volta sicur or l'arco altrove.
Non perder qua tue prove,
Perché, o bel dio, se non in vano, a torto
Oltre tenti amazzar colui
ch'è morto.
78
Tutto questo senso è metaforico come gli altri,
e può esser inteso per il sentimento di quelli. Qua la moltitudine de strali che
hanno ferito e feriscono il core, significa gl'innumerabili individui e specie
de cose, nelle quali riluce il splendor della divina beltade, secondo gli gradi
di quelle, ed onde ne scalda l'affetto del proposto e appreso bene. De quali
l'un e l'altro, per le raggioni de potenzia ed atto, de possibilità ed effetto,
e cruciano e consolano, e donano senso di dolce e fanno sentir l'amaro. Ma dove
l'affetto intiero è tutto convertito a Dio, cioè all'idea de le idee, dal lume
de cose intelligibili la mente viene exaltata alla unità superessenziale, è
tutta amore, tutta una, non viene ad sentirsi sollecitata da diversi oggetti che
la distraano, ma è una sola piaga, nella quale concorre tutto l'affetto, e che
viene ad essere la sua medesima affezione. Allora non è amore o appetito di cosa
particolare che possa sollecitare, né almeno farsi innanzi a la voluntade;
perché non è cosa più retta ch'il dritto, non è cosa più bella che la bellezza,
non è più buono che la bontà, non si trova più grande che la grandezza, né cosa
più lucida che quella luce, la quale con la sua presenza oscura e cassa gli lumi
tutti.
79 \ CES.\ Al perfetto, se è perfetto, non è cosa che si possa
aggiongere: però la volontà non è capace d'altro appetito, quando fiagli
presente quello ch'è del perfetto, sommo e massimo. Intendere dunque posso la
conclusione, dove dice a l'amore: Non perder qua tue prove; perché, se non in
vano, a torto (si dice per certa similitudine e metafora) tenti amazzar colui
ch'è morto; cioè quello che non ha più vita né senso circa altri oggetti, onde
da quelli possa esser punto o forato; a che oltre viene ad essere esposto ad
altre specie? E questo lamento accade a colui che, avendo gusto de l'ottima
unità, vorrebe essere al tutto exempto ed abstratto dalla moltitudine.
80 \ MAR.\ Intendete molto bene.
81 \ CES.\ Or ecco
appresso un fanciullo dentro un battello che sta ad ora ad ora per essere
assorbito da l'onde tempestose, che languido e lasso ha abandonati gli remi. Ed
evvi circa lo motto: Fronti nulla fides. Non è dubio che questo
significhe che lui dal sereno aspetto de l'acqui fu invitato a solcar il mare
infido; il quale a l'improviso avendo inturbidato il volto, per estremo e mortal
spavento, e per impotenza di romper l'impeto, gli ha fatto dismetter il capo,
braccia e la speranza. Ma veggiamo il resto:
Gentil garzone, che dal lido
scioglieste
La pargoletta barca, e al remo frale,
Vago del mar,
l'indotta man porgeste,
Or sei repente accorto del tuo male.
Vedi del
traditor l'onde funeste
La prora tua, ch'o troppo scende o sale;
Né
l'alma, vinta da cure moleste,
Contra gli obliqui e gonfii flutti vale.
Cedi gli remi al tuo fiero nemico,
E con minor pensier la morte aspetti,
Che per non la veder gli occhi ti chiudi.
Se non è presto alcun soccorso
amico,
Sentirai certo or or gli ultimi effetti
De tuoi sì rozzi e
curiosi studi.
Son gli miei fati crudi
Simili a' tuoi, perché, vago
d'Amore,
Sento il rigor del più gran traditore.
82 In qual
maniera e perché l'amore sia traditore e frodulento, l'abbiamo poco avanti
veduto. Ma perché veggio il seguente senza imagine e motto, credo che abbia
conseguenza con il presente: però continuamo leggendolo:
Lasciato il
porto per prova e per poco,
Feriando da studi più maturi,.
Ero messo a
mirar quasi per gioco,
Quando viddi repente i fati duri.
Quei sì m'han
fatto violento il foco,
Ch'in van ritento a i lidi più sicuri,
In van
per scampo man piatosa invoco,
Perché al nemico mio ratto mi furi.
Impotente a suttrarmi, roco e lasso,
Io cedo al mio destino, e non più
tento
Di far vani ripari a la mia morte.
Facciami pur d'ogni altra vita
casso,
E non più tarde l'ultimo tormento,
Che m'ha prescritto la mia
fera sorte.
Tipo di mio mal forte
È quel che si commese per trastullo
Al sen nemico, improvido fanciullo.
83 Qua non mi confido de
intendere o determinar tutto quel che significa il furioso. Pure è molto
espressa una strana condizione d'un animo dismesso dall'apprension della
difficultà de l'opra, grandezza de la fatica, vastità del lavoro, da un canto; e
da un altro, l'ignoranza, privazion de l'arte, debolezza de nervi e periglio di
morte. Non ha consiglio atto al negocio; non si sa d'onde e dove debba voltarsi,
non si mostra luogo di fuga o di rifugio; essendo che da ogni parte minacciano
l'onde de l'impeto spaventoso e mortale. Ignoranti portum nullus suus ventus
est. Vede colui, che molto e pur troppo s'è commesso a cose fortuite, s'aver
edificato la perturbazione, il carcere, la ruina, la summersione. Vede come la
fortuna si gioca di noi; la qual ciò che ne mette con gentilezza in mano, o lo
fa rompere facendolo versar da le mani istesse, o fa che da l'altrui violenza ne
sia tolto, e fa che ne suffoche ed avvelene, o ne sollecita con la suspizione,
timore e gelosia, a gran danno e ruina del possessore. Fortunae an ulla
putatis dona carere dolis? Or, perché la fortezza che non può far esperienza
di sé, è cassa; la magnanimità che non può prevalere, è nulla, ed è vano il
studio senza frutto; vede gli effetti del timore del male, il quale è peggio
ch'il male istesso. Peior est morte timor ipse mortis. Già col timore
patisce tutto quel che teme de patire, orror ne le membra, imbecillità ne gli
nervi, tremor del corpo, anxia del spirito; e si fa presente quel che non gli è
sopragionto ancora, ed è certo peggiore che sopragiongere gli possa. Che cosa
più stolta che dolere per cosa futura, absente e la qual presente non si sente?
84 \ CES.\ Queste son considerazioni su la superficie e
l'istoriale de la figura. Ma il proposito del furioso eroico penso che verse
circa l'imbecillità de l'ingegno umano, il quale, attento a la divina impresa,
in un subito talvolta si trova ingolfato nell'abisso della eccellenza
incomprensibile; onde il senso ed imaginazione vien confusa ed assorbita, che
non sapendo passar avanti, né tornar a dietro, né dove voltarsi, svanisce e
perde l'esser suo; non altrimente che una stilla d'acqua che svanisce nel mare,
o un picciol spirito che s'attenua perdendo la propria sustanza nell'aere
spacioso ed inmenso.
85
\ MAR.\ Bene, ma andiamone discorrendo verso la
stanza, perché è notte.
Parte 2, dial.2
1
\ MAR.\ Qua vedete un giogo
fiammeggiante ed avolto de lacci, circa il quale è scritto: Levius aura;
che vuol significar come l'amor divino non aggreva, non trasporta il suo servo,
cattivo e schiavo al basso, al fondo; ma l'inalza, lo sulleva, il magnifica
sopra qualsivoglia libertade.
2
\ CES.\ Priegovi, leggiamo presto l'articolo,
perché con più ordine, proprietà e brevità possiamo considerar il senso, se pur
in quello non si trova altro.
3
\ MAR.\ Dice cossì:
Chi fêmmi ad altro
amor la mente desta,
Chi fêmmi ogni altra diva e vile e vana,
In cui
beltade e la bontà sovrana
Unicamente più si manifesta
Quell'è ch'io
viddi uscir da la foresta,
Cacciatrice di me, la mia Diana,
Tra belle
ninfe su l'aura Campana,
Per cui dissi ad Amor: - Mi rendo a questa.
-Ed
egli a me: - O fortunato amante!
O dal tuo fato gradito consorte!
Ché
colei sola che tra tante e tante,
Quai ha nel grembo la vita e la morte,
Più adorna il mondo con le grazie sante,
Ottenesti per studio e per
sorte;
Ne l'amorosa corte
Sì altamente felice cattivo,
Che non
invidii a sciolto altr'uomo o divo.
4 Vedi quanto sia contento sotto tal
giogo, tal coniugio, tal soma che l'ha cattivato a quella che vedde uscir da la
foresta, dal deserto, da la selva; cioè da parti rimosse dalla moltitudine,
dalla conversazione, dal volgo, le quali son lustrate da pochi. Diana, splendor
di specie intelligibili, è cacciatrice di sé, perché con la sua bellezza e
grazia l'ha ferito prima e se l'ha legato poi; e tienlo sotto il suo imperio più
contento che mai altrimente avesse potuto essere. Questa dice tra belle ninfe,
cioè tra la moltitudine d'altre specie, forme ed idee; e su l'aura Campana, cioè
quello ingegno e spirito che si mostrò a Nola, che giace al piano de l'orizonte
Campano. A quella si rese, quella più ch'altra gli venne lodata da l'amore, che
per lei vuol che si tegna tanto fortunato, come quella che, tra tutte quante si
fanno presenti ed absenti da gli occhi de mortali, più altamente adorna il
mondo, fa l'uomo glorioso e bello. Quindi dice aver sì desta la mente ad
eccellente amore, che apprende ogni altra diva, cioè cura ed osservanza d'ogni
altra specie, vile e vana.
5
Or in questo che dice aver desta la mente ad
amor alto, ne porge essempio de magnificar tanto alto il core per gli pensieri,
studii ed opre, quanto più possibil fia, e non intrattenerci a cose basse e
messe sotto la nostra facultade, come accade a coloro che o per avarizia, o per
negligenza, o pur altra dapocagine rimagnono in questo breve spacio de vita
attaccati a cose indegne.
6
\ CES.\ Bisogna che siano arteggiani,
meccanici, agricoltori, servidori, pedoni, ignobili, vili, poveri, pedanti ed
altri simili: perché altrimente non potrebono essere filosofi, contemplativi,
coltori degli animi, padroni, capitani, nobili, illustri, ricchi, sapienti ed
altri che siano eroici simili a gli dei. Però a che doviamo forzarci di
corrompere il stato della natura il quale ha distinto l'universo in cose
maggiori e minori, superiori ed inferiori, illustri ed oscure, degne ed indegne,
non solo fuor di noi, ma ed ancora dentro di noi, nella nostra sustanza
medesima, sin a quella parte di sustanza che s'afferma inmateriale; come delle
intelligenze altre son suggette, altre preminenti, altre serveno ed ubediscono,
altre comandano e governano? Però io crederei che questo non deve esser messo
per essempio, a fin che, li sudditi volendo essere superiori, e gl'ignobili
uguali a gli nobili, non vegna a pervertirsi e confondersi l'ordine delle cose,
che al fine succeda certa neutralità e bestiale equalità, quale si ritrova in
certe deserte ed inculte republiche. Non vedete oltre in quanta iattura siano
venute le scienze per questa caggione, che gli pedanti hanno voluto essere
filosofi, trattar cose naturali, intromettersi a determinar di cose divine? Chi
non vede quanto male è accaduto ed accade per averno simili fatte ad alti amori
le menti deste? Chi ha buon senso, e non vede del profitto che fe' Aristotele,
che era maestro de lettere umane ad Alessandro, quando applicò alto il suo
spirito a contrastare e muover guerra a la dottrina pitagorica e quella de'
filosofi naturali, volendo con il suo raciocinio logicale ponere diffinizioni,
nozioni, certe quinte entitadi ed altri parti ed aborsi de fantastica
cogitazione per principii e sustanza di cose, studioso più della fede del volgo
e sciocca moltitudine, che viene più incaminata e guidata con sofismi ed
apparenze che si trovano nella superficie delle cose, che della verità che è
occolta nella sustanza di quelle ed è la sustanza medesima loro? Fece egli la
mente desta non a farsi contemplatore, ma giudice e sentenziatore di cose che
non aveva studiate mai, né bene intese. Cossì a' tempi nostri quel tanto di
buono ch'egli apporta, e singulare di raggione inventiva, indicativa e di
metafisica, per ministerio d'altri pedanti che lavorano col medesimo sursum
corda, vegnono instituite nove dialettiche e modi di formar la raggione
tanto più vili di quello d'Aristotele, quanto forse la filosofia d'Aristotele è
incomparabilmente più vile di quella de gli antichi. Il che è pure avvenuto da
quel che certi grammatisti, dopo che sono invecchiati nelle culine de fanciulli
e notomie de frasi e de vocaboli, han voluto destar la mente a far nuove logiche
e metafisiche, giudicando e sentenziando quelle che mai studiorno ed ora non
intendono. Là onde cossì questi, col favore della ignorante moltitudine (al cui
ingegno son più conformi), potranno cossì ben donar il crollo alle umanitadi e
raziocinii d'Aristotele, come questo fu carnefice delle altrui divine filosofie.
Vedi dunque a che suol promovere questo consiglio, se tutti aspireno al splendor
santo, ed abbiano altre imprese vili e vane.
7 \ MAR.\
Ride, si
sapis, o puella, ride,
Pelignus, puto, dixerat poeta;
Sed non dixerat
omnibus puellis;
Et si dixerit omnibus puellis,
Non dixit tibi. Tu
puella non es.
8
Cossì il sursum corda non è intonato a
tutti, ma a quelli ch'hanno l'ali. Veggiamo bene che mai la pedantaria è stata
più in exaltazione per governare il mondo, che a' tempi nostri; la quale fa
tanti camini de vere specie intelligibili ed oggetti de l'unica veritade
infallibile, quanti possano essere individui pedanti. Però a questo tempo
massime denno esser isvegliati gli ben nati spiriti, armati dalla verità ed
illustrati dalla divina intelligenza, di prender l'armi contra la fosca
ignoranza, montando su l'alta rocca ed eminente torre della contemplazione. A
costoro conviene d'aver ogni altra impresa per vile e vana.
9 Questi
non denno in cose leggieri e vane spendere il tempo la cui velocità è infinita;
essendo che sì mirabilmente precipitoso scorra il presente, e con la medesima
prestezza s'accoste il futuro. Quel che abbiamo vissuto è nulla, quel che
viviamo è un punto, quel ch'abbiamo a vivere non è ancora un punto, ma può
essere un punto, il quale insieme sarà e sarà stato. E tra tanto questo
s'intesse la memoria di genealogie, quello attende a desciferar scritture,
quell'altro sta occupato a moltiplicar sofismi da fanciulli. Vedrai, verbi
grazia, un volume pieno di:
Cor est fons vitae,
Nix est alba;
Ergo cornix est fons vitae alba.
10 Quell'altro garrisce, se il nome
fu prima o il verbo; l'altro, se il mare o gli fonti; l'altro vuol rinovare gli
vocaboli absoleti che, per esserno venuti una volta in uso e proposito d'un
scrittore antico, ora de nuovo le vuol far montar a gli astri; l'altro sta su la
falsa e vera ortografia; altri ed altri sono sopra altre ed altre simili
frascarie; le quali molto più degnamente son spreggiate che intese. Qua
diggiunano, qua ismagriscono, qua intisichiscono, qua arrugano la pelle, qua
allungano la barba, qua marciscono, qua poneno l'àncora del sommo bene. Con
questo spreggiano la fortuna, con questo fan riparo e poneno il scudo contra le
lanciate del fato. Con tali e simili vilissimi pensieri credeno montar a gli
astri, esser pari a gli dei, e comprendere il bello e buono che promette la
filosofia.
11 \ CES.\ È gran cosa certo che il tempo, che non può bastarci
manco alle cose necessarie, quantunque diligentissimamente guardato, viene per
la maggior parte ad esser speso in cose superflue, anzi cose vili e vergognose.
12 Non è da ridere di quello che fa lodabile Archimede o altro
appresso alcuni, che a tempo che la cittade andava sottosopra, tutto era in
ruina, era acceso il fuoco ne la sua stanza, gli nemici gli erano dentro la
camera a le spalli, nella discrezion ed arbitrio de quali consisteva de fargli
perdere l'arte, il cervello e la vita; e lui tra tanto avea perso il senso e
proposito di salvar la vita, per averlo lasciato a dietro a perseguitar forse la
proporzione de la curva a la retta, del diametro al circolo o altre simili
matesi, tanto degne per giovanetti quanto indegne d'uno che, se posseva,
devrebbe essere invecchiato ed attento a cose più degne d'esser messe per fine
de l'umano studio.
13
\ MAR.\ In proposito di questo, mi piace quello
che voi medesimo poco avanti dicesti, che bisogna ch'il mondo sia pieno de tutte
sorte de persone, e che il numero degl'imperfetti, brutti, poveri, indegni e
scelerati sia maggiore; ed in conclusione, non debba essere altrimente che come
è. La età lunga e vechiaia d'Archimede, Euclide, di Prisciano, di Donato ed
altri, che da la morte son stati trovati occupati sopra li numeri, le linee, le
dizioni, le concordanze, scritture, dialecti, sillogismi formali, metodi, modi
de scienze, organi ed altre isagogie, è stata ordinata al servizio della
gioventù e de' fanciulli, gli quali apprender possano e ricevere gli frutti
della matura età di quelli, come conviene che siano mangiati da questi nella lor
verde etade; a fin che più adulti vegnano senza impedimento atti e pronti a cose
maggiori.
14 \ CES.\ Io non son fuor del proposito che poco avanti ho
mosso; essendo in proposito di quei che fanno studio d'involar la fama e luogo
de gli antichi con far nove opre o peggiori, o non megliori de le già fatte, e
spendeno la vita su le considerazioni da mettere avanti la lana di capra o
l'ombra de l'asino; ed altri che in tutto il tempo de la vita studiano di farsi
esquisiti in que' studii che convegnono alla fanciullezza, e per la massima
parte il fanno senza proprio ed altrui profitto.
15 \ MAR.\ Or assai è
detto circa quelli che non possono né debbono ardire d'aver ad alto amor la
mente desta. Venemo ora a considerare della volontaria cattività e dell'ameno
giogo sotto l'imperio de la detta Diana: quel giogo, dico, senza il quale
l'anima è impotente de rimontar a quella altezza, da la qual cadìo, percioché la
rende più leggiera ed agile; e gli lacci la fanno più ispedita e sciolta.
16 \ CES.\ Discorrete dunque.
17 \ MAR.\ Per cominciar,
continuar e conchiudere con ordine, considero che tutto quel che vive, in quel
modo che vive, conviene che in qualche maniera si nodrisca, si pasca. Però a la
natura intellettuale non quadra altra pastura che intellettuale, come al corpo
non altra che corporale: atteso che il nodrimento non si prende per altro fine,
eccetto perché vada in sustanza de chi si nodrisce. Come dunque il corpo non si
trasmuta in spirito, né il spirito si trasmuta in corpo (perché ogni
trasmutazione si fa quando la materia che era sotto la forma de uno, viene ad
essere sotto la forma de l'altro), cossì il spirito ed il corpo non hanno
materia commune, di sorte che quello ch'era soggetto a uno, possa dovenire ad
essere soggetto de l'altro.
18
\ CES.\ Certo se l'anima se nodrisse de corpo,
si portarebe meglio dove è la fecondità della materia (come argumenta.Iamblico);
di sorte che, quando ne si fa presente un corpo grasso e grosso, potremmo
credere che sia vase d'un animo gagliardo, fermo, pronto, eroico, e dire: O
anima grassa, o fecondo spirito, o bello ingegno, o divina intelligenza, o mente
illustre, o benedetta ipostasi da far un convito a gli leoni, over un banchetto
a i dogs. Cossì un vecchio, come appare marcido, debole e diminuito de
forze, debba esser stimato de poco sale, discorso e raggione. Ma seguitate.
19 \ MAR.\ Or l'esca de la mente bisogna dire che sia quella
sola che sempre da lei è bramata, cercata, abbracciata e volentieri più ch'altra
cosa gustata; per cui s'empie, s'appaga, ha prò e dovien megliore: cioè la
verità alla quale in ogni tempo, in ogni etade ed in qualsivoglia stato che si
trove l'uomo, sempre aspira, e per cui suol spreggiar qualsivoglia fatica,
tentar ogni studio, non far caso del corpo ed aver in odio questa vita. Perché
la verità è cosa incorporea; perché nessuna, o sia fisica, o sia metafisica, o
sia matematica, si trova nel corpo; perché vedete che l'eterna essenza umana non
è ne gl'individui li quali nascono e muoiono. È la unità specifica, disse
Platone, non la moltitudine numerale che comporta la sustanza de le cose. Però
chiamò l'idea uno e molti, stabile e mobile; perché, come specie incorrottibile,
è cosa intelligibile ed una; e come si communica alla materia ed è sotto il moto
e generazione, è cosa sensibile e molti. In questo secondo modo ha più de non
ente che di ente: atteso che sempre è altro ed altro, e corre eterno per la
privazione. Nel primo modo è ente e vero. Vedete appresso che gli matematici
hanno per conceduto che le vere figure non si trovano ne gli corpi naturali, né
vi possono essere per forza di natura, né di arte. Sapete ancora che la verità
de sustanze sopranaturali è sopra la materia.
20 Conchiudesi dunque,
che a chi cerca il vero, bisogna montar sopra la raggione de cose corporee.
Oltre di ciò è da considerare che tutto quel che si pasce, ha certa mente e
memoria naturale del suo cibo, e sempre (massime quando fia più necessario) ha
presente la similitudine e specie di quello, tanto più altamente, quanto è più
alto e glorioso chi ambisce, e quello che si cerca. Da questo, che ogni cosa ha
innata la intelligenza de quelle cose che appartegnono alla conservazione de
l'individuo e specie, ed oltre alla perfezion sua finale, depende la industria
di cercare il suo pasto per qualche specie di venazione.
21 Conviene, dunque, che l'anima umana abbia il lume, l'ingegno
e gl'instrumenti atti alla sua caccia. Qua soccorre la contemplazione, qua viene
in uso la logica, attissimo organo alla venazione della verità, per distinguere,
trovare e giudicare. Quindi si va lustrando la selva de le cose naturali, dove
son tanti oggetti sotto l'ombra e manto; e come in spessa, densa e deserta
solitudine la verità suol aver gli antri e cavernosi ricetti, fatti intessuti de
spine, conchiusi de boscose, ruvide e frondose piante, dove con le raggioni più
degne ed eccellenti maggiormente s'asconde, s'avvela e si profonda con diligenza
maggiore; come noi sogliamo gli tesori più grandi celare con maggior diligenza e
cura, accioché dalla moltitudine e varietà de cacciatori (de quali altri son più
exquisiti ed exercitati, altri meno) non vegna senza gran fatica discuoperta.
Qua andò Pitagora cercandola per le sue orme e vestigii impressi nelle cose
naturali, che son gli numeri li quali mostrano il suo progresso, raggioni, modi
ed operazioni in certo modo; perché in numero de moltitudine, numero de misure e
numero de momento o pondo la verità e l'essere si trova in tutte le cose. Qua
andò Anaxagora ed Empedocle che, considerando che la omnipotente ed omniparente
divinità empie il tutto, non trovavano cosa tanto minima che non volessero che
sotto quella fusse occolta secondo tutte le raggioni, benché procedessero sempre
ver là dove era predominante ed espressa secondo raggion più magnifica ed alta.
Qua gli Caldei la cercavano per via di suttrazione, non sapendo che cosa di
quella affirmare; e procedevano senza cani de demostrazioni e sillogismi; ma
solamente si forzâro di profondare rimovendo, zappando, isboscando per forza di
negazione de tutte specie e predicati comprensibili e secreti. Qua Platone
andava como isvoltando, spastinando e piantando ripari; perché le specie labili
e fugaci rimanessero come nella rete, e trattenute da le siepe de le
definizioni, considerando le cose superiori essere participativamente, e secondo
similitudine speculare nelle cose inferiori, e queste in quelle secondo maggior
dignità ed eccellenza; e la verità essere ne l'une e l'altre secondo certa
analogia, ordine e scala, nella quale sempre l'infimo de l'ordine superiore
conviene con il supremo de l'ordine inferiore. E cossì si dava progresso da
l'infimo della natura al supremo, come dal male al bene, dalle tenebre alla
luce, dalla pura potenza al puro atto, per gli mezzi. Qua Aristotele si vanta
pure da le orme e vestigii impressi di posser pervenire alla desiderata preda,
mentre da gli effetti vuol amenarsi a le cause; benché egli per il più (massime
che tutti gli altri ch'hanno occupato il studio a questa venazione) abbia
smarrito il camino per non saper a pena distinguere de le pedate.
22 Qua
alcuni teologi, nodriti in alcune de le sette, cercano la verità della natura in
tutte le forme naturali specifiche, nelle quali considerano l'essenza eterna e
specifico sustantifico perpetuator della sempiterna generazione e vicissitudine
de le cose, che son chiamate dei conditori e fabricatori, sopra gli quali
soprasiede la forma de le forme, il fonte de la luce, verità de le veritadi, dio
de gli dei, per cui tutto è pieno de divinità, verità, entità, bontà. Questa
verità è cercata come cosa inaccessibile, come oggetto inobiettabile, non sol
che incomprensibile. Però a nessun pare possibile de vedere il sole,
l'universale Apolline e luce absoluta per specie suprema ed eccellentissima; ma
sì bene la sua ombra, la sua Diana, il mondo, l'universo, la natura che è nelle
cose, la luce che è nell'opacità della materia, cioè quella in quanto splende
nelle tenebre. De molti dunque, che per dette vie ed altre assai discorreno in
questa deserta selva, pochissimi son quelli che s'abbattono al fonte de Diana.
Molti rimagnono contenti de caccia de fiere salvatiche e meno illustri, e la
massima parte non trova da comprendere avendo tese le reti al vento, e
trovandosi le mani piene di mosche. Rarissimi, dico, son gli Atteoni alli quali
sia dato dal destino di posser contemplar la Diana ignuda, e dovenir a tale che
dalla bella disposizione del corpo della natura invaghiti in tanto, e scorti da
que' doi lumi del gemino splendor de divina bontà e bellezza, vegnano
trasformati in cervio, per quanto non siano più cacciatori ma caccia. Perché il
fine ultimo e finale di questa venazione è de venire allo acquisto di quella
fugace e selvaggia preda, per cui il predator dovegna preda, il cacciator
doventi caccia; perché in tutte le altre specie di venaggione che si fa de cose
particolari, il cacciatore viene a cattivare a sé l'altre cose, assorbendo
quelle con la bocca de l'intelligenza propria; ma in quella divina ed universale
viene talmente ad apprendere che resta necessariamente ancora compreso,
assorbito, unito. Onde da volgare, ordinario, civile e populare doviene
salvatico come cervio ed incola del deserto; vive divamente sotto quella
procerità di selva, vive nelle stanze non artificiose di cavernosi monti, dove
admira gli capi de gli gran fiumi, dove vegeta intatto e puro da ordinarie
cupiditadi, dove più liberamente conversa la divinità, alla quale aspirando
tanti uomini che in terra hanno volsuto gustar vita celeste, dissero con una
voce: Ecce elongavi fugiens, et mansi in solitudine. Cossì gli cani,
pensieri de cose divine, vòrano questo Atteone, facendolo morto al volgo, alla
moltitudine, sciolto dalli nodi de perturbati sensi, libero dal carnal carcere
della materia; onde non più vegga come per forami e per fenestre la sua Diana,
ma avendo gittate le muraglie a terra, è tutto occhio a l'aspetto de tutto
l'orizonte. Di sorte che tutto guarda come uno, non vede più per distinzioni e
numeri, che secondo la diversità de sensi, come de diverse rime fanno veder ed
apprendere in confusione. Vede l'Anfitrite, il fonte de tutti numeri, de tutte
specie, de tutte raggioni, che è la monade, vera essenza de l'essere de tutti; e
se non la vede in sua essenza, in absoluta luce, la vede nella sua genitura che
gli è simile, che è la sua imagine: perché dalla monade che è la divinitade,
procede questa monade che è la natura, l'universo, il mondo; dove si contempla e
specchia, come il sole nella luna, mediante la quale ne illumina trovandosi egli
nell'emisfero delle sustanze intellettuali. Questa è la Diana, quello uno che è
l'istesso ente, quello ente che è l'istesso vero, quello vero che è la natura
comprensibile, in cui influisce il sole ed il splendor della natura superiore,
secondo che la unità è destinta nella generata e generante, o producente e
prodotta. Cossì da voi medesimo potrete conchiudere il modo, la dignità ed il
successo più degno del cacciatore e de la caccia. Onde il furioso si vanta
d'esser preda della Diana, a cui si rese, per cui si stima gradito consorte, e
più felice cattivo e suggiogato, che invidiar possa ad altro uomo che non ne può
aver ch'altre tanto, o ad altro divo che ne ave in tal specie quale è
impossibile d'essere ottenuta da natura inferiore, e per consequenza non è
conveniente d'essere desiata, né meno può cadere in appetito.
23 \ CES.\
Ho ben compreso quanto avete detto, e m'avete più che mediocremente satisfatto.
Or è tempo di ritornar a casa.
24 \ MAR.\ Bene.
Parte 2, dial.3
Interlocutori: Liberio, Laodonio.
1
\ LIB.\ Posando sotto
l'ombra d'un cipresso il furioso, e trovandosi l'alma intermittente da gli altri
pensieri (cosa mirabile), avvenne che (come fussero animali e sustanze de
distinte raggioni e sensi) si parlassero insieme il core e gli occhi, l'uno de
l'altro lamentandosi come quello che era principio di quel faticoso tormento che
consumava l'alma.
2
\ LAOD.\ Dite, se vi ricordate, le raggioni e
le paroli.
3 \ LIB.\ Cominciò il dialogo il core, il qual, facendosi udir
dal petto, proruppe in questi accenti:
Prima proposta del core a gli
occhi.
Come, occhi miei, sì forte mi tormenta
Quel che da voi deriva
ardente foco,
Ch'al mio mortal suggetto mai allenta
Di serbar tal
incendio, ch'ho per poco
L'umor dell'Oceàn e di più lenta
Artica stella
il più gelato loco,
Perché ivi in punto si reprima il vampo,
O al men mi
si prometta ombra di scampo?
Voi mi fêste cattivo
D'una man che mi
tiene, e non mi vuole;
Per voi son entro al corpo, e fuor col sole;
Son
principio de vita, e non son vivo;
Non so quel che mi sia,
Ch'appartegno
a quest'alma, e non è mia.
4 \ LAOD.\ Veramente l'intendere, il
vedere, il conoscere è quello che accende il desio, e per consequenza, per
ministerio de gli occhi, vien infiammato il core: e quanto a quelli fia presente
più alto e degno oggetto, tanto più forte è il foco e più vivaci son le fiamme.
Or qual esser deve quella specie per cui tanto si sente acceso il core, che non
spera che temprar possa il suo ardore tanto più fredda quanto più lenta stella
che sia conchiusa nell'artico cerchio, né rallentar il vampo l'umor intiero de
l'Oceano? Quanta deve essere l'eccellenza di quello oggetto che l'ha reso nemico
de l'esser suo, rubello a l'alma propria, e contento di tal ribellione e
nemicicia, quantunque sia cattivo d'una man che 'l dispreggia e non lo vuole? Ma
fatemi udire se gli occhi risposero e che cosa dissero.
5 \ LIB.\
Quelli, per il contrario, si lagnavano del core, come quello che era principio e
caggione per cui versassero tante lacrime. Però a l'incontro gli proposero in
questo tenore:
Prima proposta de gli occhi al core.
Come da te sorgon
tant'acqui, o core,
Da quante mai Nereidi alzar la fronte
Ch'ogni giorno
al bel sol rinasce e muore?
A par de l'Anfitrite il doppio fonte
Versar
può sì gran fiumi al mondo fore,
Che puoi dir che l'umor tanto surmonte,
Che gli fia picciol rio chi Egitto inonda,
Scorrend'al mar per sette
doppia sponda.
Dié natura doi lumi
A questo picciol mondo per governo;
Tu, perversor di quell'ordin eterno,
Le convertiste in sempiterni fiumi.
E questo il ciel non cura,
Ché il natìo passa, e 'l violento dura.
6 \ LAOD.\ Certo ch'il cor acceso e compunto fa sorger lacrime
da gli occhi, onde, come quelli accendeno le fiamme in questo, quest'altro viene
a rigar quelli d'umore. Ma mi maraviglio de sì forte exaggerazione, per cui
dicono che le Nereidi non alzano tanto bagnata fronte a l'oriente sole, quanta
possa appareggiar queste acqui. Ed oltre agguagliansi all'Oceano, non perché
versino, ma perché versar possano questi doi fonti fiumi tali e tanti, che,
computato a loro, il Nilo apparirebbe una picciola lava distinta in sette
canali.
7 \ LIB.\ Non ti maravigliar della forte exaggerazione e di
quella potenza priva de l'atto; perché tutto intenderete dopo intesa la
conchiusione de raggionamenti loro. Or odi come prima il core risponde alla
proposta de gli occhi.
8
\ LAOD.\ Priegovi, fatemi intendere.
9 \ LIB.\
Prima risposta del core a gli occhi.
Occhi, s'in me fiamma immortal s'alluma,
Ed altro non son io che fuoco
ardente,
Se quel ch'a me s'avvicina s'infuma,
E veggio per mio incendio
il ciel fervente;
Come il gran vampo mio non vi consuma,
Ma l'effetto
contrario in voi si sente?
Come vi bagno, e più tosto non cuoco,
Se non
umor, ma è mia sustanza fuoco?
Credete, ciechi voi,
Che da sì ardente
incendio derivi
El doppio varco, e que' doi fonti vivi
Da Vulcan abbian
gli elementi suoi,
Come tal volt'acquista
Forza un contrario, se l'altro
resista?
10 Vede, come non possea persuadersi il core di posser da
contraria causa e principio procedere forza di contrario effetto, sin a questo
che non vuol affirmare il modo possibile, quando per via d'antiperistasi, che
significa il vigor che acquista il contrario da quel che, fuggendo l'altro,
viene ad unirsi, inspessarsi, inglobarsi e concentrarsi verso l'individuo della
sua virtude, la qual, quanto più s'allontana dalle dimensioni, tanto si rende
efficace di vantaggio.
11
\ LAOD.\ Dite ora come gli occhi risposero al
core.
12 \ LIB.\ Prima risposta de gli occhi al core.
Ahi,
cor, tua passion sì ti confonde,
Ch'hai smarrito il sentier di tutt'il vero.
Quanto si vede in noi, quanto s'asconde,
E semenza de' mari; onde
l'intero
Nettun potrà ricovrar non altronde,
Se per sorte perdesse il
grand'impero;
Come da noi deriva fiamma ardente,
Che siam del mare il
gemino parente?
Sei sì privo di senso,
Che per noi credi la fiamma
trapasse,
E tant'umide porte a dietro lasse,
Per far sentir a te l'ardor
immenso?
Come splendor per vetri,
Crederai forse che per noi penétri?
13 Qua non voglio filosofare circa la coincidenza de contrarii,
de la quale ho studiato nel libro De principio ed uno; e voglio supponere quello
che comunmente si suppone, che gli contrarii nel medesimo geno son
distantissimi, onde vegna più facilmente appreso il sentimento di questa
risposta, dove gli occhi si dicono semi o fonti, nella virtual potenza de quali
è il mare; di sorte che, se Nettuno perdesse tutte l'acqui, le potrebbe
richiamar in atto dalla potenza loro, dove sono come in principio agente e
materiale. Però non metteno urgente necessità, quando dicono non posser essere
che la fiamma per la lor stanza e cortile trapasse al core con lasciarsi
tant'acqui a dietro, per due caggioni: prima perché tal impedimento in atto non
può essere, se non posti in atto tali oltraggiosi ripari; secondo perché, per
quanto l'acqui sono attualmente ne gli occhi, possono donar via al calore come
alla luce; essendo che l'esperienza dimostra che senza scaldar il specchio viene
il luminoso raggio ad accendere per via di reflessione qualche materia che gli
vegna opposta; e per un vetro, cristallo, o altro vase pieno d'acqua, passa il
raggio ad accendere una cosa sottoposta senza che scalde il spesso corpo
tramezzante: come è verisimile ed anco vero che caggione secche ed aduste
impressioni nelle concavitadi del profondo mare. Talmente per certa
similitudine, se non per raggioni di medesimo geno, si può considerare come sia
possibile che per il senso lubrico ed oscuro de gli occhi possa esser scaldato
ed acceso di quella luce l'affetto, la quale secondo medesima raggione non può
essere nel mezzo. Come la luce del sole, secondo altra raggione, è nell'aria
tramezzante, altra nel senso vicino ed altra nel senso commune ed altra ne
l'intelletto, quantunque da un modo proceda l'altro modo di essere.
14 \ LAOD.\
Sonvi altri discorsi?
15
\ LIB.\ Sì; perché l'uno e l'altro tentano di
saper con qual modo quello contegna tante fiamme, e quelli tante acqui. Fa,
dunque, il core la seconda proposta:
Seconda proposta del core.
S'al
mar spumoso fan concorso i fiumi,
E da fiumi del mar il cieco varco
Vien
impregnato: ond'è che da voi, lumi,
Non è doppio torrente al mondo scarco,
Che cresca il regno a gli marini numi,
Scemando ad altri il glorioso
incarco?
Perché non fia che si vegga quel giorno,
Ch'a i monti fa
Deucalion ritorno?
Dove gli rivi sparsi?
Dove il torrente che mia fiamma
smorze,
O per ciò non posser, più la
rinforze? Goccia non scende a
terra ad inglobarsi,
Per cui fia ch'io non pensi
Che sia cossì, come
mostrano i sensi?
16
Dimanda: qual potenza è questa che non si pone
in atto? Se tante son l'acqui, perché Nettuno non viene a tiranneggiar su
l'imperio de gli altri elementi? Ove son gli inondanti rivi? Ove chi dia
refrigerio al fuoco ardente? Dove è una stilla onde io possa affirmar de gli
occhi quel tanto che niegano i sensi? - Ma gli occhi di pari fanno un'altra
dimanda:
Seconda proposta de gli occhi al core.
Se la materia
convertita in foco
Acquista il moto di lieve elemento,
E se ne sale a
l'eminente loco,
Onde avvien che, veloce più che vento,
Tu ch'incendio
d'amor senti non poco,
Non ti fai gionto al sole in un momento?
Perché
soggiorni peregrino al basso,
Non t'aprendo per noi e l'aria il passo?
Favilla non si scorge
Uscir a l'aria aperto da quel busto,
Né corpo
appar incenerit'o adusto,
Né lacrimoso fumo ad alto sorge:
Tutt'è nel
proprio intiero,
Né di fiamma è raggion, senso o pensiero.
17 \ LAOD.\
Non ha più né meno efficacia questa che quell'altra proposta. Ma vengasi presto
alle risposte, se vi sono.
18
\ LIB.\ Vi son certamente e piene di succhio.
Udite:
Seconda risposta del core a gli occhi.
Sciocco è colui che sol
per quanto appare
Al senso ed oltre a la raggion non crede:
Il fuoco mio
non puote alto volare,
E l'infinito incendio non si vede,
Perché de gli
occhi han sopraposto il mare,
E un infinito l'altro non eccede:
La
natura non vuol ch'il tutto pera,
Se basta tanto fuoco a tanta sfera.
Ditemi, occhi, per Dio,
Qual mai partito prenderemo noi,
Onde far
possa aperto o io, o voi,
Per scampo suo, de l'alma il fato rio,
Se l'un
e l'altro ascoso
Mai potrà fargli il bel nume piatoso?
19 \ LAOD.\
Se non è vero, è molto ben trovato: se non è cossì, è molto bene iscusato l'uno
per l'altro; se, stante che dove son due forze, de quali l'una non è maggior de
l'altra, bisogna che cesse l'operazion di questa e quella, essendo che tanto
questa può resistere quanto quella insistere; non meno quella ripugna che possa
oppugnar questa: se dunque è infinito il mare ed inmensa la forza de le lacrime
che sono ne gli occhi, non faranno giamai ch'apparir possa favillando o
isvampando l'impeto del fuoco ascoso nel petto; né quelli mandar potranno il
gemino torrente al mare, se con altretanto di vigore gli fa riparo il core. Però
accade che il bel nume per apparenza di lacrima che stille da gli occhi, o
favilla che si spicche dal petto, non possa esser invitato ad esser piatoso a
l'alma afflitta.
20
\ LIB.\ Or notate la conseguente risposta de
gli occhi:
Seconda risposta de gli occhi al core.
Ahi, per versar a
l'elemento ondoso,
L'émpito de noi fonti al tutt'è casso;
Ché contraria
potenza il tien ascoso,
Acciò non mande a rotilon per basso.
L'infinito
vigor del cor focoso
A i pur tropp'alti niega il passo;
Quindi gemino
varco al mar non corre,
Ch'il coperto terren natura aborre.
Or dinne,
afflitto core,
Che puoi opporti a noi con altre tanto
Vigor: chi fia
giamai che porte il vanto
D'esser precon di sì 'nfelice amore,
S'il tuo
e nostro male
Quant'è più grande, men mostrarsi vale?
21 Per
essere infinito l'un e l'altro male, come doi ugualmente vigorosi contrarii si
ritegnono, si supprimeno; e non potrebbe esser cossì, se l'uno e l'altro fusse
finito, atteso che non si dà equalità puntuale nelle cose naturali, né ancora
sarebbe cossì, se l'uno fusse finito e l'altro infinito; ma certo questo
assorbirebbe quello, ed avverrebe che si mostrarebbono ambi doi o al men l'uno
per l'altro. Sotto queste sentenze, la filosofia naturale ed etica che vi sta
occolta, lascio cercarla, considerarla e comprenderla a chi vuole e puote. Sol
questo non voglio lasciare, che non senza raggione l'affezion del core è detta
infinito mare dall'apprension de gli occhi. Perché essendo infinito l'oggetto de
la mente, ed a l'intelletto non essendo definito oggetto proposto, non può
essere la volontade appagata de finito bene; ma se oltre a quello si ritrova
altro, il brama, il cerca, perché (come è detto commune) il summo della specie
inferiore è infimo e principio della specie superiore, o si prendano gli gradi
secondo le forme le quali non possiamo stimar che siano infinite, o secondo gli
modi e raggioni di quelle, nella qual maniera, per essere infinito il sommo
bene, infinitamente credemo che si comunica secondo la condizione delle cose
alle quali si diffonde. Però non è specie definita a l'universo (parlo secondo
la figura e mole), non è specie definita a l'intelletto, non è definita la
specie de l'affetto.
22
\ LAOD.\ Dunque queste due potenze de l'anima
mai sono, né essere possono perfette per l'oggetto, se infinitamente si
referiscono a quello.
23
\ LIB.\ Cossì sarrebe se questo infinito fusse
per privazion negativa o negazion privativa de fine, come è per più positiva
affirmazione de fine infinito ed interminato.
24 \ LAOD.\ Volete dir
dunque due specie d'infinità: l'una privativa, la qual può essere verso qualche
cosa che è potenza, come infinite son le tenebre, il fine delle quali è
posizione di luce; l'altra perfettiva, la quale è circa l'atto e perfezione,
come infinita è la luce, il fine della quale sarebbe privazione e tenebre. In
questo dunque che l'intelletto concepe la luce, il bene, il bello, per quanto
s'estende l'orizonte della sua capacità, e l'anima che beve del nettare divino e
de la fonte de vita eterna, per quanto comporta il vase proprio; si vede che la
luce è oltre la circunferenza del suo orizonte, dove può andar sempre più e più
penetrando; ed il nettare e fonte d'acqua viva è infinitamente fecondo, onde
possa sempre oltre ed oltre inebriarsi.
25 \ LIB.\ Da qua non séguita
imperfezione nell'oggetto né poca satisfazione nella potenza; ma che la potenza
sia compresa da l'oggetto e beatificamente assorbita da quello. Qua gli occhi
imprimeno nel core, cioè nell'intelligenza, suscitano nella volontà un infinito
tormento di suave amore; dove non è pena, perché non s'abbia quel che si
desidera, ma è felicità, perché sempre vi si trova quel che si cerca: ed in
tanto non vi è sazietà, per quanto sempre s'abbia appetito, e per consequenza
gusto; acciò non sia come nelli cibi del corpo, il quale con la sazietà perde il
gusto, e non ha felicità prima che guste, né dopo ch'ha gustato, ma nel gustar
solamente; dove se passa certo termine e fine, viene ad aver fastidio e nausea.
26 Vedi, dunque, in certa similitudine qualmente il sommo bene
deve essere infinito, e l'appulso de l'affetto verso e circa quello esser deggia
anco infinito, acciò non vegna talvolta a non esser bene: come il cibo che è
buono al corpo, se non ha modo, viene ad essere veleno. Ecco come l'umor de
l'Oceano non estingue quel vampo, ed il rigor de l'Artico cerchio non tempra
quell'ardore. Cossì è cattivo d'una mano che il tiene e non lo vuole: il tiene,
perché l'ha per suo; non lo vuole, perché (come lo fuggesse) tanto più se gli fa
alto quanto più ascende a quella, quanto più la séguita tanto più se gli mostra
lontana per raggion de eminentissima eccellenza, secondo quel detto: Accedet
homo ad cor altum, et exaltabitur Deus.
27 Cotal felicità
d'affetto comincia da questa vita, ed in questo stato ha il suo modo d'essere.
Onde può dire il core d'essere entro con il corpo, e fuori col sole, in quanto
che l'anima con la gemina facultade mette in execuzione doi uffici: l'uno de
vivificare ed attuare il corpo animabile, l'altro de contemplare le cose
superiori; perché cossì lei è in potenza receptiva da sopra, come è verso sotto
al corpo in potenza attiva. Il corpo è come morto e cosa privativa a l'anima la
quale è sua vita e perfezione; e l'anima è come morta e cosa privativa alla
superiore illuminatrice intelligenza da cui l'intelletto è reso in abito e
formato in atto. Quindi si dice il core essere prencipe di vita, e non esser
vivo; si dice appartenere a l'alma animante, e quella non appartenergli: perché
è infocato da l'amor divino, è convertito finalmente in fuoco, che può accendere
quello che si gli avicina; atteso che avendo contratta in sé la divinitade, è
fatto divo; e conseguentemente con la sua specie può innamorar altri: come nella
luna può essere admirato e magnificato il splendor del sole. Per quel poi
ch'appartiene al considerar de gli occhi, sapete che nel presente discorso hanno
doi ufficii: l'uno de imprimere nel core, l'altro de ricevere l'impressione dal
core; come anco questo ha doi ufficii: l'uno de ricevere l'impressioni da gli
occhi, l'altro di imprimere in quelli. Gli occhi apprendono le specie e le
proponeno al core, il core le brama ed il suo bramare presenta a gli occhi:
quelli concepeno la luce, la diffondeno ed accendeno il fuoco in questo; questo,
scaldato ed acceso, invia il suo amore a quelli, perché lo digeriscano. Cossì
primieramente la cognizione muove l'affetto, ed appresso l'affetto muove la
cognizione. Gli occhi, quando moveno, sono asciutti, perché fanno ufficio di
specchio e di ripresentatore; quando poi son mossi, son turbati ed alterati;
perché fanno ufficio de studioso executore: atteso che con l'intelletto
speculativo prima si vede il bello e buono, poi la voluntà l'appetisce, ed
appresso l'intelletto industrioso lo procura, séguita e cerca. Gli occhi
lacrimosi significano la difficultà de la separazione della cosa bramata dal
bramante, la quale acciò non sazie, non fastidisca, si porge come per studio
infinito, il quale sempre ha e sempre cerca: atteso che la felicità de' dei è
descritta per il bevere non per l'aver bevuto il nettare, per il gustare non per
aver gustato l'ambrosia, con aver continuo affetto al cibo ed alla bevanda, e
non con esser satolli e senza desio de quelli. Indi, hanno la sazietà come in
moto ed apprensione, non come in quiete e comprensione; non son satolli senza
appetito, né sono appetenti senza essere in certa maniera satolli.
28 \ LAOD.\
Esuries satiata, satietas esuriens.
29 \ LIB.\ Cossì a punto.
30 \ LAOD.\ Da qua posso intendere come senza biasimo, ma con
gran verità ed intelletto è stato detto, che il divino amore piange con gemiti
inenarrabili, perché con questo che ha tutto, ama tutto, e con questo che ama
tutto, ha tutto.
31
\ LIB.\ Ma vi bisognano molte glose, se
volessimo intendere de l'amor divino che è la istessa deità; e facilmente
s'intende de l'amor divino per quanto si trova ne gli effetti e nella
subalternata natura; non dico quello che dalla divinità si diffonde alle cose,
ma quello delle cose che aspira alla divinità.
32 \ LAOD.\ Or di questo
ed altro raggionaremo a più aggio appresso. Andiamone.
Parte 2, dial.4
Interlocutori: Severino, Minutolo.
1
\ SEV.\ Vedrete dunque la
raggione de nove ciechi, li quali apportano nove principii e cause particolari
de sua cecità, benché tutti convegnano in una causa generale d'un comun furore.
2 \ MIN.\ . Cominciate dal primo.
3 \ SEV.\ Il primo di
questi, benché per natura sia cieco, nulladimeno per amore si lamenta, dicendo a
gli altri che non può persuadersi la natura esser stata più discortese a essi
che a lui; stante che, quantunque non veggono, hanno però provato il vedere, e
sono esperti della dignità del senso e de l'eccellenza del sensibile, onde son
dovenuti orbi: ma egli è venuto come talpa al mondo a esser visto e non vedere,
a bramar quello che mai vedde.
4 \ MIN.\ . Si son trovati molti
innamorati per sola fama.
5
\ SEV.\ Essi, dice egli, aver pur questa
felicità de ritener quella imagine divina nel conspetto de la mente, de maniera
che, quantunque ciechi, hanno pure in fantasia quel che lui non puote avere. Poi
nella sestina si volta alla sua guida, pregandola che lo mene in qualche
precipizio, a fin che non sia oltre orrido spettacolo del sdegno di natura. Dice
dunque:
Parla il primo cieco.
Felici che talvolta visto avete,
Voi per la persa luce ora dolenti
Compagni che doi lumi conoscete.
Questi accesi non fûro, né son spenti;
Però più grieve mal che non
credete
È il mio, e degno de più gran lamenti:
Perché, che fusse torva
la natura
Più a voi ch'a me, non è chi m'assicura.
Al precipizio, o
duce,
Conducime, se vuoi darmi contento,
Perché trove rimedio il mio
tormento,
Ch'ad esser visto, e non veder la luce,
Qual talpa uscivi al
mondo,
E per esser di terra inutil pondo.
6 Appresso séguita
l'altro, che, morsicato dal serpe de la gelosia, è venuto infetto nell'organo
visuale. Va senza guida, se pur non ha la gelosia per scorta. Priega alcun de
circonstanti, che se non è rimedio del suo male, faccia per pietà che non oltre
aver possa senso del suo male, facendo cossì lui occolto a se medesimo, come se
gli è fatta occolta la sua luce, con sepelir lui col proprio male. Dice Parla
il secondo cieco.
Da la tremenda chioma ha svelto Aletto
L'infernal
verme, che col fiero morso
Hammi sì crudament'il spirto infetto,
Ch'a
tôrmi il senso principal è corso,
Privando de sua guida l'intelletto;
Ch'in vano l'alma chiede altrui soccorso,
Sì cespitar mi fa per ogni
via.
Quel rabido rancor di gelosia.
Se non magico incanto,
Né sacra
pianta, né virtù de pietra,
Né soccorso divin scampo m'impetra,
Un di
voi sia, per Dio, piatoso in tanto,
Che a me mi faccia occolto:
Con far
meco il mio mal tosto sepolto.
7 Succede l'altro, il qual dice
esser dovenuto cieco per essere repentinamente promosso dalle tenebre a veder
una gran luce; atteso che essendo avezzo de mirar bellezze ordinarie, venne
subito a presentarsegli avanti gli occhi una beltà celeste, un divo sole: onde
non altrimente si gli è stemprata la vista e smorzatosegli il lume gemino che
splende in prora a l'alma (perché gli occhi son come doi fanali che guidano la
nave), ch'accader suole a un allievato nelle oscuritadi Cimmerie, se subito
immediatamente affiga gli occhi al sole. E nella sestina priega che gli sia
donato libero passagio a l'inferno, perché non altro che tenebre convegnono ad
un supposito tenebroso. Dice dunque cossì: Parla il terzo cieco.
S'appaia
il gran pianeta di repente
A un uom nodrito in tenebre profonde,
O
sott'il ciel de la Cimmeria gente,
Onde lungi suoi rai il sol diffonde;
Gli spenge il lume gemino splendente
In prora a l'alma, e nemico
s'asconde.
Cossì stemprate fur mie luci avezze
A mirar ordinarie
bellezze,
Fatemi a l'orco andare;
Perché morto discorro tra le genti?
Perché ceppo infernal tra voi viventi
Misto men vo? Perché l'aure
discare
Sorbisco, in tante pene
Messo per aver visto il sommo bene?
8 Fassi innanzi il quarto cieco per simile, ma non già per
medesima caggione orbo, con cui si mostra il primo. Perché, come quello per
repentino sguardo della luce, cossì questo con spesso e frequente remirare, o
pur per avervi troppo fissati gli occhi, ha perso il senso de tutte l'altre
luci, e non si dice cieco per consequenza al risguardo di quella unica che l'ha
occecato. E dice il simile del senso de la vista a quello ch'aviene al senso
dell'udito; essendo che coloro che han fatte l'orecchie a gran strepiti e
rumori, non odeno gli strepiti minori, come è cosa famosa de gli popoli
Cataduppici, che son là d'onde il gran fiume Nilo da una altissima montagna
scende precipitoso alla pianura.
9 \ MIN.\ Cossì tutti color ch'hanno
avezzo il corpo, l'animo a cose più difficili e grandi, non sogliono sentir
fastidio dalle difficultadi minori. E costui non deve esser discontento della
sua cecità.
10 \ SEV.\ Non certo. Ma si dice volontario orbo, a cui piace
che ogni altra cosa gli sia ascosa, come l'attedia col divertirlo da mirar
quello che vuol unicamente mirare.
11 Ed in questo mentre priega gli
viandanti che si degnino de non farlo capitar male per qualche mal rancontro,
mentre va.sì attento e cattivato ad un oggetto principale.
12 \ MIN.\
Riferite le sue paroli.
13
\ SEV.\
Parla il quarto cieco.
Precipitoso d'alto al gran profondo
Il Nil d'ogni altro suon il senso ha
spento
De' Cataduppi al popolo ingiocondo.
Cossì stand'io col spirto
intiero attento
Alla più viva luce ch'abbia il mondo,
Tutti i minor
splendori unqua non sento:
Or mentr'ella gli splende, l'altre cose
Sien
pur a l'orbo volontario ascose.
Priegovi, da le scosse
Di qualche sasso,
o fiera irrazionale,
Fatemi accorto, e se si scende o sale;
Perché non
caggian queste misere osse
In luogo cavo e basso,
Mentre privo de guida
meno il passo.
14
Al cieco che séguita per il molto lacrimare
accade che siano talmente appannati gli occhi, che non si può stendere il raggio
visuale a compararsi le specie visibili, e principalmente per riveder quel lume
ch'a suo malgrado, per raggion di tante doglie, una volta vedde. Oltre che si
stima la sua cecità non esser più disposizionale, ma abituale, ed al tutto
privativa; perché il fuoco luminoso che accende l'alma nella pupilla, troppo
gran tempo e molto gagliardamente è stato riprimuto ed oppresso dal contrario
umore; de maniera che, quantunque cessasse il lacrimare, non si persuade che per
ciò conseguisca il bramato vedere. Ed udirete quel che dice appresso alle
brigate, perché lo facessero oltrepassare:
Parla il quinto cieco.
Occhi miei, d'acqui sempre mai pregnanti,
Quando fia che del raggio
visuale
La scintilla se spicche fuor de tanti
E sì densi ripari, e vegna
tale,
Che possa riveder que' lumi santi,
Che fur principio del mio dolce
male?
Lasso! credo che sia al tutto estinta,
Sì a lungo dal contrario
oppressa e vinta.
Fate passar il cieco,
E voltate vostr'occhi a questi
fonti,
Che vincon gli altri tutti uniti e gionti;
E s'è chi ardisce
disputarne meco,
È chi certo lo rende
Ch'un de' miei occhi un Ocean
comprende.
15 Il sesto orbo è cieco, perché per il soverchio pianto ha
mandate tante lacrime che non gli è rimasto umore, fin al ghiacio ed umor per
cui come per mezzo diafano il raggio visuale era transmesso e s'intromettea la
luce esterna e specie visibile, di sorte che talmente fu compunto il core che
tutta l'umida sustanza (il cui ufficio è de tener unite ancora le parti diverse
varie e contrarie) è digerita; ed egli è rimasta l'amorosa affezione senza
l'effetto de le lacrime, perché l'organo è stemprato per la vittoria degli altri
elementi, ed è rimasto consequentemente senza vedere e senza constanza de le
parti del corpo insieme. Poi propone a gli circonstanti quel che intenderete:
Parla il sesto cieco.
Occhi non occhi; fonti, non più fonti,
Avete sparso già l'intiero umore,
Che tenne il corpo, il spirto e l'alma
gionti.
E tu, visual ghiaccio, che di fore
Facevi tanti oggetti a l'alma
conti,
Sei digerito dal piagato core:
Cossì ver l'infernale ombroso
speco
Vo menando i miei passi, arido cieco.
Deh, non mi siate scarsi
A farmi pronto andar, di me piatosi,
Che tanti fiumi, a i giorni
tenebrosi,
Sol de mio pianto m'appagando, ho sparsi:
Or ch'ogni umor è
casso,
Verso il profondo oblio datemi il passo.
16 Sopragionge il seguente che ha perduta la vista da l'intenso
vampo che procedendo dal core è andato prima a consumar gli occhi, ed appresso a
leccar tutto il rimanente umore de la sustanza de l'amante, de maniera che tutto
incinerito e messo in fiamma non è più lui; perché dal fuoco, la cui virtù è de
dissolvere gli corpi tutti ne gli loro atomi, è convertito in polve non
compaginabile, se per virtù de l'acqua sola gli atomi d'altri se inspessano e
congiongono a far un subsistente composto. Con tutto ciò non è privo del senso
de l'intensissime fiamme. Però nella sestina con questo vuol farsi dar largo da
passare; ché, se qualch'uno venesse tocco da le fiamme sue, dovenerebbe a tale
che non arrebe più senso delle fiamme infernali come di cosa calda, che come di
fredda neve. Dice dunque:
Parla il settimo cieco.
La beltà che per
gli occhi scórse al core,
Formò nel petto mio l'alta fornace
Ch'assorbì
prima il visuale umore,
Sgorgand'in alt'il suo vampo tenace;
E poi
vorando ogni altro mio liquore,
Per metter l'elemento secco in pace,
M'ha reso non compaginabil polve,
Chi ne gli atomi suoi tutto dissolve,
Se d'infinito male
Avete orror, datemi piazza, o gente;
Guardatevi
dal mio foco cuocente;
Che se contagion di quel v'assale,
Crederete che
inverno Sia ritrovars'al fuoco de l'inferno.
17 Succede l'ottavo, la
cecità del quale vien caggionata dalla saetta che Amore gli ha fatto penetrare
da gli occhi al core. Onde si lagna non solamente come cieco, ma, ed oltre, come
ferito ed arso tanto altamente quanto non crede ch'altro esser possa. Il cui
senso è facilmente espresso in questa sentenza: Parla l'ottavo cieco.
Assalto vil, ria pugna, iniqua palma,
Punt'acuta, esca edace, forte
nervo,
Aspra ferita, empio ardor, cruda salma,
Stral, fuoco e laccio di
quel dio protervo,
Che punse gli occhi, arse il cor, legò l'alma
E fêmmi
a un punto cieco, amante e servo,
Tal che orbo de mia piaga, incendio e nodo
Ho 'l senso in ogni tempo, loco e modo.
Uomini, eroi e dei,
Che
siete in terra, o appresso Dite o Giove,
Dite, vi priego, quando, come e
dove
Provaste, udiste o vedeste unqua omei
Medesmi o tali o tanti
Tra oppressi, tra dannati, tra gli amanti?
18 Viene al fine
l'ultimo, il quale è ancor muto: perché non possendo (per non aver ardire) dir
quello che massime vorrebe senza offendere o provocar sdegno, è privo di parlar
di qualsivogli'altra cosa. Però non parla lui, ma la sua guida produce la
raggione circa la quale, per esser facile, non discorro, ma solamente apporto la
sentenza.
Parla la guida del nono cieco.
Fortunati voi altri ciechi
amanti,
Che la caggion del vostro mal spiegate:
Esser possete, per merto
de pianti,
Graditi d'accoglienze caste e grate;
Di quel ch'io guido,
qual tra tutti quanti
Più altamente spasma, il vampo late,
Muto forse
per falta d'ardimento
Di far chiaro a sua diva il suo tormento.
Aprite,
aprite il passo,
Siate benigni a questo vacuo volto
De tristi
impedimenti, o popol folto,
Mentre ch'il busto travagliato e lasso
Va
picchiando le porte
Di men penosa e più profonda morte.
19 Qua son
significate nove caggioni per le quali accade che l'umana mente sia cieca verso
il divino oggetto, perché non possa fissar gli occhi a quello. De le quali:
20 La prima, allegorizata per il primo cieco, è la natura della
propria specie, che per quanto comporta il grado in cui si trova, in quello
aspira per certo più alto che apprender possa.
21 \ MIN.\ Perché nessun
desiderio naturale è vano, possiamo certificarci de stato più eccellente che
conviene a l'anima fuor di questo corpo in cui gli fia possibile d'unirsi o
avvicinarsi più altamente al suo oggetto.
22 \ SEV.\ Dici molto bene che
nessuna potenza ed appulso naturale è senza gran raggione, anzi è l'istessa
regola di natura la quale ordina le cose. Per tanto è cosa verissima e
certissima a' ben disposti ingegni, che l'animo umano (qualunque si mostre
mentre è nel corpo) per quel medesimo che fa apparire in questo stato, fa
espresso il suo esser peregrino in questa regione; perché aspira alla verità e
bene universale, e non si contenta di quello che viene a proposito e profitto
della sua specie.
23
La seconda, figurata per il secondo cieco,
procede da.qualche perturbata affezione, come in proposito de l'amore è la
gelosia, la quale è come tarlo che ha medesimo suggetto nemico e padre, cioè che
rode il panno o legno di cui è generato.
24 \ MIN.\ Questa non mi par
ch'abbia luogo nell'amor eroico.
25 \ SEV.\ Vero, secondo medesima
raggione che vedesi nell'amor volgare; ma io intendo secondo altra raggione
proporzionale a quella la quale accade in color che amano la verità e bontà; e
si mostra quando s'adirano tanto contra quelli che la vogliono adulterare,
guastare, corrompere o che in altro modo indegnamente vogliono trattarla, come
son trovati di quelli che si son ridutti sino alla morte, alle pene ed esser
ignominiosamente trattati da gli popoli ignoranti e sette volgari.
26 \ MIN.\
Certo, nessuno ama veramente il vero e buono che non sia iracondo contra la
moltitudine: come nessuno volgarmente ama che non sia geloso e timido per la
cosa amata.
27 \ SEV.\ E con questo vien ad esser cieco in molte cose
veramente; ed affatto affatto, secondo l'opinion commune, è stolto e pazzo.
28 \ MIN.\ Ho notato un luogo che dice esser stolti e pazzi
tutti quelli che hanno senso fuor ed estravagante dal senso universale de gli
altri uomini. Ma cotal estravaganza è di due maniere, secondo che si va estra o
con ascender più alto che tutti e la maggior parte sagliano o salir possano: e
questi son gli inspirati de divino furore; o con descendere più basso dove si
trovano coloro che hanno difetto di senso e di raggione più che aver possano gli
molti, gli più e gli ordinarii; ed in cotal specie di pazzia, insensazione e
cecità non si trovarà eroico geloso.
29 \ SEV.\ Quantunque gli vegna
detto che le molte lettere lo fanno pazzo, non gli si può dire ingiuria da
dovero.
30 La terza, figurata nel terzo cieco, procede da che la divina
verità, secondo raggione sopranaturale detta metafisica, mostrandosi a que'
pochi alli quali si mostra, non proviene con misura di moto e tempo, come accade
nelle scienze fisiche (cioè quelle che s'acquistano per lume naturale, le quali,
discorrendo da una cosa nota secondo il senso o la raggione, procedeno alla
notizia d'altra cosa ignota; il qual discorso è chiamato argumentazione); ma
subito e repentinamente, secondo il modo che conviene a tale efficiente. Onde
disse un divino: Attenuati sunt oculi mei suspicientes in excelsum. Onde
non è richiesto van discorso di tempo, fatica de studio ed atto d'inquisizione
per averla, ma cossì prestamente s'ingerisce, come proporzionalmente il lume
solare senza dimora si fa presente a chi se gli volta e se gli apre.
31 \ MIN.\ Volete dunque che gli studiosi e filosofi non siano
più atti a questa luce che gli quantunque ignoranti?
32 \ SEV.\ In certo modo
non ed in certo modo sì. Non è differenza quando la divina mente per sua
providenza viene a comunicarsi senza disposizione del suggetto, voglio dire
quando si communica, perché ella cerca ed eligge il suggetto; ma è gran
differenza quando aspetta e vuol esser cercata e poi, secondo il suo
beneplacito, vuol farsi ritrovare. In questo modo non appare a tutti, né può
apparir ad altri che a color che la cercano. Onde è detto: Qui quaerunt me
invenient me; ed in altro loco: Qui sitit, veniat et bibat.
33 \ MIN.\ Non si può negare che l'apprensione del secondo modo
si faccia in tempo.
34
\ SEV.\ Voi non distinguete tra la disposizione
alla divina luce e la apprensione di quella. Certo non niego che al disporsi
bisogna tempo, discorso, studio e fatica, ma, come diciamo che la alterazione si
fa in tempo e la generazione in instante, e come veggiamo che con tempo s'aprono
le fenestre ed il sole entra in un momento, cossì accade proporzionalmente al
proposito.
35 La quarta, significata nel seguente, non è veramente
indegna, come quella che proviene dalla consuetudine di credere a false opinioni
del volgo il quale è molto rimosso dalle opinioni de filosofi, o pur deriva dal
studio de filosofie volgari le quali son dalla moltitudine tanto più stimate
vere quanto più accostano al senso commune. E questa consuetudine è uno de
grandissimi e fortissimi inconvenienti che trovar si possano: perché (come
exemplificò Alcazele ed Averroe) similmente accade a essi, che come a color che
da puerizia e gioventù sono consueti a mangiar veneno, quai son dovenuti a tale,
che se gli è convertito in suave e proprio nutrimento, e per il contrario
abominano le cose veramente buone e dolci secondo la comun natura. Ma è
dignissima, perché è fondata sopra la consuetudine de mirar la vera luce (la
qual consuetudine non può venir in uso alla moltitudine, come è detto). Questa
cecità è eroica, ed è tale, per quale degnamente contentare si possa il presente
furioso cieco, il qual tanto manca che si cure di quella, che viene veramente a
spreggiare ogni altro vedere, e da la comunità non vorrebe impetrar altro che
libero passagio e progresso di contemplazione, come per ordinario suole patir
insidie e se gli sogliono opporre intoppi mortali.
36 La quinta, significata
nel quinto, procede dalla improporzionalità delli mezzi de nostra cognizione al
cognoscibile; essendo che, per contemplar le cose divine, bisogna aprir gli
occhi per mezzo de figure, similitudini ed altre raggioni che gli peripatetici
comprendono sotto il nome de fantasmi, o per mezzo de l'essere procedere alla
speculazion de l'essenza, per via de gli effetti alla notizia della causa; gli
quali mezzi tanto manca che vagliano per l'assecuzion di cotal fine, che più
tosto è da credere che siano impedimenti, se creder vogliamo che la più alta e
profonda cognizion de cose divine sia per negazione e non per affirmazione,
conoscendo che la divina beltà e bontà non sia quello che può cader e cade sotto
il nostro concetto, ma quello che è oltre ed oltre incomprensibile; massime in
questo stato detto speculator de fantasmi dal filosofo, e dal teologo vision per
similitudine speculare ed enigma; perché veggiamo non gli effetti veramente e le
vere specie de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre, vestigii e
simulacri de quelle, come color che son dentro l'antro ed hanno da natività le
spalli volte da l'entrata della luce, e la faccia opposta al fondo; dove non
vedeno quel che è veramente, ma le ombre de ciò che fuor de l'antro
sustanzialmente si trova.
37
Però per la aperta visione la quale ha persa, e
conosce aver persa, un spirito simile o meglior di quel di Platone piange,
desiderando l'exito da l'antro, onde non per reflessione, ma per immediata
conversazione possa riveder sua luce.
38 \ MIN.\ Parmi che questo cieco
non versa circa la difficultà che procede dalla vista reflessiva, ma da quella
che è caggionata dal mezzo tra la potenza visiva e l'oggetto.
39 \ SEV.\
Questi doi modi, quantunque siano distinti nella cognizion sensitiva o vision
oculare, tutta volta però concorreno in una nella cognizione razionale o
intellettiva.
40 \ MIN.\ Parmi aver inteso e letto che in ogni visione si
richiede il mezzo over intermedio tra la potenza ed oggetto. Perché, come per
mezzo della luce diffusa ne l'aere e la similitudine della cosa che in certa
maniera procede da quel che è visto a quel che vede, si mette in effetto l'atto
del vedere; cossì nella regione intellettuale dove splende il sole
dell'intelletto agente mediante la specie intelligibile formata e come
procedente da l'oggetto, viene a comprendere de la divinità l'intelletto nostro
o altro inferiore a quella. Perché come l'occhio nostro (quando veggiamo) non
riceve la luce del foco ed oro in sustanza, ma in similitudine; cossì
l'intelletto, in qualunque stato che si trove, non riceve sustanzialmente la
divinità onde sieno sustanzialmente tanti dei quante sono intelligenze, ma in
similitudine; per cui non formalmente son dei, ma denominativamente divini,
rimanendo la divinità e divina bellezza una ed exaltata sopra le cose tutte.
41 \ SEV.\ Voi dite bene; ma per vostro dire bene non è
mistiero ch'io mi ritratte, perché non ho detto il contrario; ma bisogna che io
dechiare ed expliche. Però prima dechiaro che la visione immediata, detta da noi
ed intesa, non toglie quella sorte di mezzo che è la specie intelligibile, né
quella che è la luce; ma quella che è proporzionale alla spessezza e densità del
diafano, o pur corpo al tutto opaco tramezzante; come aviene a colui che vede
per mezzo de le acqui più e meno turbide, o aria nimboso e nebbioso; il quale
s'intenderebbe veder come senza mezzo, quando gli venesse concesso de mirar per
l'aria puro, lucido e terso. Il che tutto avete come esplicato dove si dice:
Spicche fuor di tanti e sì densi ripari. Ma ritorniamo al nostro principale.
42 La sesta, significata nel sequente, non è altrimente
caggionata che dalla inbecillità ed insubsistenza del corpo, il quale è in
continuo moto, mutazione ed alterazione; e le operazioni del quale bisogna che
seguiteno la condizione della sua facultà, la quale è consequente dalla
condizione della natura ed essere. Come volete voi che la immobilità, la
sussistenza, la entità, la verità sia compresa da quello che è sempre altro ed
altro, e sempre fa ed è fatto altri-ed altrimente? Che verità, che ritratto può
star depinto ed impresso dove le pupille de gli occhi si dispergono in acqui,
l'acqui in vapore, il vapore in fiamma, la fiamma in aura, e questa in altro ed
altro, senza fine discorrendo il suggetto del senso e cognizione per la ruota
delle mutazioni in infinito?
43
\ MIN.\ Il moto è alterità, quel che si muove
sempre è altro ed altro, quel che è tale sempre altri- ed altrimente si porta ed
opra, perché il concetto ed affetto séguita la raggione e condizione del
suggetto. E quello che altro ed altro, altri- ed altrimente mira, bisogna
necessariamente che sia a fatto cieco al riguardo di quella bellezza che è
sempre una ed unicamente, ed è l'istessa unità ed entità, identità.
44 \ SEV.\
Cossì è.
45 La settima, contenuta allegoricamente nel sentimento del
settimo cieco, deriva dal fuoco dell'affezione, onde alcuni si fanno impotenti
ed inabili ad apprendere il vero, con far che l'affetto precorra a l'intelletto.
Questi son coloro che prima hanno l'amare che l'intendere: onde gli avviene che
tutte le cose gli appaiano secondo il colore della sua affezione; stante che chi
vuole apprendere il vero per via di contemplazione, deve essere ripurgatissimo
nel pensiero.
46 \ MIN.\ In verità si vede che sì come è diversità de
contemplatori ed inquisitori per quel che altri (secondo gli abiti de loro prime
e fondamentali discipline) procedeno per via de numeri, altri per via de figure,
altri per via de ordini o disordini, altri per via di composizione e divisione,
altri per via di separazione e congregazione, altri per via de inquisizion e
dubitazione, altri per via de discorso e definizione, altri per via de
interpretazioni e desciferazion de voci, vocaboli e dialecti: onde altri son
filosofi matematici, altri metafisici, altri logici, altri grammatici: cossì è
diversità de contemplatori che con diverse affezioni si metteno ad studiare ed
applicar l'intenzione alle sentenze scritte; onde si doviene sin a questo che
medesima luce di verità espressa di un medesimo libro per medesime paroli viene
a servire al proposito di sette tanto numerose, diverse e contrarie.
47 \ SEV.\ Per questo è da dire che gli affetti molto sono
potenti per impedir l'apprension del vero, quantunque gli pazienti non se ne
possano accorgere; qualmente aviene ad un stupido ammalato che non dice il suo
gusto amaricato, ma il cibo amaro.
48 Or tal specie de cecità è notata
per costui, gli occhi del quale son alterati e privi dal suo naturale, per quel
che dal core è stato inviato ed impresso, potente non solo ad alterar il senso,
ma, ed oltre, l'altre tutte facultadi de l'alma, come la presente figura
dimostra.
49 Al significato per l'ottavo, cossì l'eccellente
intelligibile oggetto ave occecato l'intelletto, come l'eccellente sopraposto
sensibile a costui ha corrotto il senso. Cossì avviene a chi vede Giove in
maestà, che perde la vita e per consequenza perde il senso. Cossì avviene che
chi alto guarda, tal volta vegna oppresso da la maestà. Oltre quando viene a
penetrar la specie divina, la passa come strale. Onde dicono gli teologi il
verbo divino essere più penetrativo che qual si voglia punta di spada o di
coltello. Indi deriva la formazione ed impressione del proprio vestigio, sopra
il quale altro non è che possa essere impresso o sigillato; là onde essendo tal
forma ivi confirmata, e non possendo succedere la peregrina e nova senza che
questa ceda, consequentemente può dire che non ha più facultà di prendere altro,
se ha chi la riempie o la disgrega per la necessaria improporzionalitade.
50 La nona caggione è notata per il nono che è cieco per
inconfidenza, per la deiezion de spirito, la quale è administrata e caggionata
pure da grande amore, perché con lo ardire teme de offendere. Onde disse la
Cantica: Averte oculos tuos a me, quia ipsi me avolare fecere. E cossì
supprime gli occhi da non vedere quel che massime desidera e gode di vedere;
come raffrena la lingua da non parlare con chi massime brama di parlare, per
tema che difetto di sguardo o difettosa parola non lo avvilisca, o per qualche
modo non lo metta in disgrazia. E questo suol procedere da l'apprensione de
l'excellenza de l'oggetto sopra de la sua facultà potenziale: onde gli più
profondi e divini teologi dicono che più si onora ed ama Dio per silenzio che
per parola, come si vede più per chiuder gli occhi alle specie representate che
per aprirli: onde è tanto celebre la teologia negativa de Pitagora e Dionisio
sopra quella demostrativa de Aristotele e scolastici dottori.
51 \ MIN.\
Andiamone raggionando per il camino.
52 \ SEV.\ Come ti piace.
Parte 2, dial.5
Interlocutori: Laodomia, Giulia.
1
\ LAOD.\ Un'altra volta, o
sorella, intenderai quel che apporta tutto il successo di questi nove ciechi;
quali eran prima nove bellissimi ed amorosi giovani, che essendo tanto ardenti
della vaghezza del vostro viso e non avendo speranza de ricevere il bramato
frutto de l'amore e temendo che tal desperazione le riducesse a qualche final
ruina, partironsi dal terreno della Campania felice, e d'accordo (quei che prima
erano rivali) per la tua beltade giurôrno di non lasciarsi mai sin che avessero
tentato tutto il possibile per ritrovar cosa più de voi bella, o simile almeno;
con ciò che scuoprir si potesse in lei accompagnata quella mercé e pietade che
non si trovava nel vostro petto armato di fierezza; perché questo giudicavano
unico rimedio che divertir le potesse da quella cruda cattivitade. Il terzo
giorno dopo la lor sollenne partita, passando vicini al monte Circeo, gli
piacque d'andar a veder quelle antiquitadi de gli antri e fani di quella dea.
Dove essendo gionti, dalla maestà del luogo ermo, de le ventose, eminenti e
fragose rupi, del mormorìo de l'onde maritime che vanno a frangersi in quelle
cavitadi, e di molte altre circonstanze che mostrava il luogo e la staggione,
vennero tutti come inspiritati: tra' quali un (che ti dirò), più ardito,
espresse queste paroli: - Oh se piacesse al cielo che a questi tempi ne si fesse
presente, come fu in altri secoli più felici, qualche maga Circe che con le
piante, minerali, veneficii ed incanti era potente di mettere come il freno alla
natura; certo crederei che ella, quantunque fiera, piatosa pur sarebbe al nostro
male. Ella, molto sollecitata da nostri supplichevoli lamenti, condescenderebbe
o a darne rimedio, over a concederne grata vendetta contra la crudeltà di nostra
nemica. - A pena avea finito di proferir queste paroli, che a tutti si presentò
visibile un palaggio, il quale chiunque ave ingegno di cose umane, possea
facilmente comprendere che non era manifattura d'uomo, né di natura; de la
figura e descrizion de la quale ti dirò un'altra volta. Onde percossi da gran
maraviglia, e tôcchi da qualche speranza che qualche propizio nume (il qual ciò
gli mise avanti) volesse definire il stato de la lor fortuna, dissero ad una
voce che peggio non posseano incorrere che il morire, il quale stimavano minor
male che vivere in tale e tanta passione. Però vi entrâro dentro, non trovando
porta che fermata gli fusse, o portinaio che gli dimandasse raggione; sin che si
ritrovâro in una richissima ed ornatissima sala, dove in quella regia maestade,
che puoi dire che Apolline fusse stato ritrovato da Fetonte, apparve quella ch'è
chiamata sua figlia; con l'apparir de la quale veddero sparire le imagini de
molti altri numi che gli administravano. Là con grazioso volto accettati e
confortati, si fêro avanti; e vinti dal splendor di quella maestade, piegâro le
ginocchia in terra, e tutti insieme con quella diversità de note che gli dettava
il diverso ingegno, esposero gli lor voti alla dea. Dalla quale in conclusione
furono talmente trattati, che ciechi, raminghi ed infortunatamente laboriosi
hanno varcati tutti mari, passati tutti fiumi, superati tutti monti, discorse
tutte pianure, per spacio de diece anni; al termine de quali entrati sotto quel
temperato cielo de l'isola Britannica, gionti al conspetto de le belle e
graziose ninfe del padre Tamesi, dopoi aver essi fatti gli atti di conveniente
umiltade, ed accettati da quelle con gesti d'onestissima cortesia, uno tra loro,
il principale, che altre volte ti sarà nomato, con tragico e lamentevole accento
espose la causa commune in questo modo:
Di que', madonne, che col chiuso
vase
Si fan presenti, ed han trafitt'il core,
Non per commesso da natura
errore,
Ma d'una cruda sorte
Ch'in sì vivace morte
Le tien astretti,
ogn'un cieco rimase.
Siam nove spirti che molti anni, erranti,
Per brama
di saper, molti paesi
Abbiam discorsi, e fummo un dì surpresi
D'un
rigid'accidente,
Per cui, se siete attente
Direte: O degni, ed o
infelici amanti!
Un'empia Circe, che si don'il vanto
D'aver questo bel
sol progenitore,
Ne accolse dopo vario e lungo errore;
E un certo vase
aperse,
De le acqui insperse
Noi tutti, ed a quel far giunse l'incanto.
Noi aspettand'il fine di tal opra,
Eravam con silenzio muto attenti,
Sin al punto che disse: - O voi dolenti,
Itene ciechi in tutto;
Raccogliete quel frutto,
Che trovan troppo attenti al che gli è sopra,
-
- Figlia e madre di tenebre ed orrore,
(Disse ogn'un, fatto cieco di
repente),
Dunque ti piacque cossì fieramente
Trattar miseri amanti,
Che ti si fêro avanti,
Facili forse a consecrart'il core?
-Ma poi
ch'a i lassi fu sedato alquanto
Quel subito furor, ch'il novo caso
Porse, ciascun più accolto in sé rimaso,
Mentre ira al dolor cede,
Voltossi alla mercede,
Con tali accenti accompagnand'il pianto:
- Or
dunque, s'a voi piace, o nobil maga,
Che zel di gloria forse il cor ti
punga,
O liquor di pietà il lenisca ed unga,
Farti piatosa a noi
Co'
medicami tuoi,
Saldand'al nostro cuor l'impressa piaga;
Se la man bella
è di soccorrer vaga,
Deh, non sia tanto la dimora lunga,
Che di noi
triste alcun a morte giunga
Pria che per gesti tuoi
Possiam unqua dir
noi:
Tanto ne tormentò, ma più ne appaga.
-E lei soggiunse: - O curiosi
ingegni,
Prendete un altro mio vase fatale,
Che mia mano medesma aprir
non vale;
Per largo e per profondo
Peregrinate il mondo,
Cercate
tutti i numerosi regni:
Perché vuol il destin che discuoperto
Mai vegna,
se non quando alta saggezza
E nobil castità giunte a bellezza
V'applicaran le mani;
D'altri i studi son vani
Per far questo liquor
al ciel aperto.
Allor, s'avvien ch'aspergan le man belle
Chiunque a lor
per remedio s'avicina,
Provar potrete la virtù divina
Ch'a mirabil
contento
Cangiando il rio tormento,
Vedrete due più vaghe al mondo
stelle.
Tra tanto alcun di voi non si contriste,
Quantunque a lungo in
tenebre profonde
Quant'è sul firmamento se gli asconde;
Perché cotanto
bene
Per quantunque gran pene
Mai degnamente avverrà che s'acquiste.
Per quell'a cui cecità vi conduce,
Dovete aver a vil ogni altro avere
E stimar tutti strazii un gran piacere;
Ché sperando mirare
Tai
grazie uniche o rare,
Ben potrete spreggiar ogni altra luce.
-Lassi! è
troppo gran tempo che raminghe
Per tutt'il terren globo nostre membra
Son ite, sì ch'al fine a tutti sembra
Che la fiera sagace
Di
speranza fallace
Il petto n'ingombrò con sue lusinghe.
Miseri! ormai
siam (bench'al tardi) avisti,
Ch'a quella maga, per più nostro male,
Tenerci a bada eternamente cale;
Certo perché lei crede
Che donna
non si vede
Sott'il manto del ciel con tanti acquisti,
Or benché sappiam
vana ogni speranza,
Cedemo al destin nostro e siam contenti
Di non
ritrarci da penosi stenti,
E mai fermando i passi
(Benché trepidi e
lassi),
Languir tutta la vita che n'avanza.
Leggiadre Ninfe, ch'a
l'erbose sponde
Del Tamesi gentil fate soggiorno,
Deh, per Dio, non
abiate, o belle, a scorno
Tentar voi anco in vano
Con vostra bianca mano
Di scuoprir quel ch'il nostro vase asconde.
Chi sa? forse che in queste
spiagge, dove
Con le Nereidi sue questo torrente
Si vede che cossì
rapidamente
Da basso in su rimonte,
Riserpendo al suo fonte,
Ha
destinat'il ciel ch'ella si trove.
2 Prese una de le Ninfe il vaso in
mano, e senza altro tentare, offrillo ad una per una, di sorte che non si trovò
chi ardisse provar prima; ma tutte de commun consentimento, dopo averlo
solamente remirato, il riferivano e proponevano per rispetto e riverenza ad una
sola; la quale finalmente non tanto per far pericolo di sua gloria, quanto per
pietà e desìo di tentar il soccorso di questi infelici, mentre dubbia lo
contrattava, - come spontaneamente, s'aperse da se stesso. Che volete ch'io vi
referisca quanto fusse e quale l'applauso de le Ninfe? Come possete credere
ch'io possa esprimere l'estrema allegrezza de nove ciechi, quando udîro del vase
aperto, si sentîro aspergere dell'acqui bramate, aprîro gli occhi e veddero gli
doi soli, e trovarono aver doppia felicitade: l'una della ricovrata già persa
luce, l'altra della nuovamente discuoperta, che sola possea mostrargli l'imagine
del sommo bene in terra? Come, dico, volete ch'io possa esprimere quella
allegrezza e tripudio de voci, di spirto e di corpo, che lor medesimi, tutti
insieme, non posseano esplicare? Fu per un pezzo il veder tanti furiosi
debaccanti, in senso di color che credono sognare, ed in vista di quelli che non
credeno quello che apertamente veggono; sin tanto che tranquillato essendo
alquanto l'impeto del furore, se misero in ordine di ruota, dove
3 il
primo cantava e sonava la citara in questo tenore:
O rupi, o fossi, o spine,
o sterpi, o sassi,
O monti, o piani, o valli, o fiumi, o mari,
Quanto vi
discuoprite grati e cari;
Ché mercé vostra e merto
N'ha fatto il ciel
aperto!
O fortunatamente spesi passi!
4 Il secondo con la
mandòra sua sonò e cantò:
O fortunatamente spesi passi,
O diva Circe, o
gloriosi affanni;
O quanti n'affligeste mesi ed anni,
Tante grazie
divine,
Se tal è nostro fine
Dopo che tanto travagliati e lassi!
5 Il terzo con la lira sonò e cantò:
Dopo che tanto
travagliati e lassi,
Se tal porto han prescritto le tempeste,
Non fia
ch'altro da far oltre ne reste
Che ringraziar il cielo,
Ch'oppose a gli
occhi il velo,
Per cui presente al fin tal luce fassi.
6 Il
quarto con la viola cantò:
Per cui presente al fin tal luce fassi,
Cecità
degna più ch'altro vedere,
Cure suavi più ch'altro piacere;
Ch'a la più
degna luce
Vi siete fatta duce;
Con far men degni oggetti a l'alma
cassi.
7 Il quinto con un timpano d'Ispagna cantò:
Con far men
degni oggetti a l'alma cassi,
Con condir di speranza alto pensiero,
Fu
chi ne spinse a l'unico sentiero,
Per cui a noi si scuopra
Di Dio la più
bell'opra.
Cossì fato benigno a mostrar vassi.
8 Il
sesto con un lauto cantò:
Cossì fato benigno a mostrar vassi;
Perché non
vuol ch'il ben succeda al bene,
O presagio di pene sien le pene:
Ma
svoltando la ruota,
Or inalze, ora scuota;
Com'a vicenda, il dì e la
notte dassi.
9
Il settimo con l'arpa d'Ibernia:
Come a
vicenda, il dì e la notte dassi,
Mentre il gran manto de faci notturne
Scolora il carro de fiamme diurne:
Talmente chi governa
Con legge
sempiterna
Supprime gli eminenti e inalza i bassi.
10 L'ottavo con la viola ad arco:
Supprime gli eminenti e
inalza i bassi
Chi l'infinite machini sustenta,
E con veloce, mediocre e
lenta
Vertigine dispensa
In questa mole immensa
Quant'occolto si
rende e aperto stassi.
11
Il nono con una rebecchina:
Quant'occolto si rend'e aperto stassi,
O non nieghi, o confermi che
prevagli
L'incomparabil fine a gli travagli
Campestri e montanari
De
stagni, fiumi, mari,
De rupi, fossi, spine, sterpi, sassi.
12 Dopo che
ciascuno in questa forma, singularmente sonando il suo instrumento, ebbe cantata
la sua sestina, tutti, insieme ballando in ruota e sonando in lode de l'unica
Ninfa con un suavissimo concento, cantarono una canzona, la quale non so se bene
mi verrà a la memoria.
13
\ GIULIA\ Non mancar, ti priego, sorella, di
farmi udire quel tanto che ti potrà sovvenire.
14 \ LAOD.\
Canzone de gl'illuminati.
- Non oltre invidio, o Giove, al
firmamento,
Dice il padre Ocean col ciglio altero,
Se tanto son contento
Per quel che godo nel proprio impero. -
- Che superbia è la tua? Giove
risponde;
A le ricchezze tue che cosa è gionta?
O dio de le insan'onde,
Perché il tuo folle ardir tanto surmonta? -
- Hai, disse il dio de
l'acqui, in tuo potere
Il fiammeggiante ciel, dov'è l'ardente
Zona, in
cui l'eminente
Coro de tuoi pianeti puoi vedere.
Tra quelli tutt'il
mondo admira il sole,
Qual ti so dir che tanto non risplende,
Quanto lei
che mi rende
Più glorioso dio de la gran mole.
Ed io comprendo nel mio
vasto seno,
Tra gli altri, quel paese ove il felice
Tamesi veder lice
Ch'ha di più vaghe ninfe il coro ameno;
Tra quelle ottegno tal fra tutte
belle,
Per far del mar più che del ciel amante
Te, Giove altitonante,
Cui tanto il sol non splende tra le stelle.
-Giove responde: - O dio
d'ondosi mari,
Ch'altro si trove più di me beato,
Non lo permetta il
fato;
Ma miei tesori e tuoi corrano al pari.
Vagl'il sol tra tue ninfe
per costei;
E per vigor de leggi sempiterne,
De le dimore alterne,
Costei vaglia per sol tra gli astri miei.
15 Credo averla riportata
intieramente tutta.
16
\ GIULIA\ Il puoi conoscere, perché non vi
manca sentenza che possa appartener alla perfezion del proposito; né rima che si
richieda per compimento de le stanze. Or io, se per grazia del cielo ottenni
d'esser bella, maggior grazia e favor credo che mi sia gionto; perché qualunque
fusse la mia beltade, è stata in qualche maniera principio per far discuoprir
quell'unica e divina. Ringrazio gli dei, perché in quel tempo che io fui sì
verde, che le amorose fiamme non si posseano accendere nel petto mio, mediante
la mia tanto restia quanto semplice ed innocente crudeltade, han preso mezzo per
concedere incomparabilmente grazie maggiori a' miei amanti, che altrimente
avessero possute ottenere per quantunque grande mia benignitade.
17 \ LAOD.\
Quanto a gli animi di quelli amanti, io ti assicuro ancora che, come non sono
ingrati alla sua maga Circe, fosca cecitade, calamitosi pensieri ed aspri
travagli per mezzo de quali son gionti a tanto bene; cossì non potranno di te
esser poco ben riconoscenti.
18
\ GIULIA\ Cossì desidero e spero.
INDIETRO