La buona fortuna degli uomini è spesso el maggiore inimico che abbino, perché gli fa diventare spesso cattivi, leggieri, insolenti; però è maggiore paragone di uno uomo el resistere a questa che alle avversitá. ("Ricordi", 164)
Vita e opere
Il pensiero e il confronto con Machiavelli
VI - La discrezione e l’ingratitudine XI - L’ingratitudine XV, XVI, XVII - Le ambizioni umane XXVIII - La corruzione del clero XXX - La fortuna XXXII - L’ambizione XXXVI, XXXVII - Le relazioni sociali XLIV - L’essere e l’apparire LX, LXI - Le "Varie nature degli uomini"
LA "SOSPENSIONE" BATTAGLIA (da Le Epoche):
PASQUINI (Da Introduzione ai Ricordi): "Frutto del crollo di ogni illusione politica e di una coatta rinuncia alla milizia politica, i Ricordi del 1530 rivelano davanti alla realtà lo sguardo disincantato e lucido del moralista di razza. Non è un caso che nei momenti in cui la storia si richiamerà a certi eterni princìpi della psicologia e del comportamento umano ritorneranno i temi e le parole stesse dei Ricordi..."
SAPEGNO: "Questo rinchiudersi del Guicciardini nel solitario culto del suo 'particulare' con tutti gli accomodamenti e i compromessi morali che esso comporta, spiega il senso di antipatia che... doveva suscitare... Ma occorre riconoscere che c'è qualcosa di grande in questa affermazione assoluta e consequenziaria... dell'utile individuale, perseguito ... non per desiderio di guadagno e ambizione di onori, ma per una sorte di fermissima convinzione e col tormento di chi talvolta amerebbe illudersi...".
Testi integrali di Guicciardini
Bibliografia
Il pensiero e il confronto con Machiavelli
I "Ricordi"
Giudizi su Guicciardini
Testi integrali di Guicciardini
Francesco Guicciardini nacque da nobile famiglia nel 1483 a Firenze. Dopo aver compiuto studi umanistici e giuridici, nel 1508 sposò Maria Salviati, appartenente a una famiglia di antica nobiltà, che ne rafforzò l'influenza politica. Ebbe una serie di incarichi da parte dello Stato fiorentino, per conto dapprima della Repubblica, poi dei Medici. Questo primo periodo di attività politica va dal 1508 al 1516 ed è segnato da importanti incarichi pubblici: dal 1511 al 1513 Guicciardini fu ambasciatore in Spagna presso re Ferdinando il Cattolico e nel 1514 e 1515 ebbe posizioni di primo piano nell'amministrazione di Firenze. Risalgono a questo periodo le Storie fiorentine, che abbracciano il periodo compreso fra il 1378 e il 1509, e soprattutto il Discorso di Logrogno, uno scritto di teoria politica ove Gucciardini sostiene una riforma in senso aristocratico della Repubblica fiorentina, proponendo un sistema affine a quello veneziano.
Tra il 1516 al 1527 Guicciardini lavora per la curia pontificia, al servizio dei papi Medici: prima Leone X, poi Clemente VII. E' lui a tessere le iniziative che portano alla lega di Cognac contro Carlo V. Di questo periodo è il Dialogo del reggimento di Firenze, in due libri, ultimati nel 1526. Guicciardini immagina una discussione svoltasi a Firenze nel 1494, due anni dopo la morte di Lorenzo il Magnifico. Gli interlocutori sono il padre dello scrittore, Piero, Paolantonio Soderini e Pier Capponi, tutti ferventi repubblicani, a cui si contrappone il vecchio Bernardo del Nero, legato al partito mediceo. Quest'ultimo, partendo da un'impietosa analisi dei fatti e non da idee preconcette, dimostra ai tre amici quanto illusoria sia la loro fede repubblicana, sostenendo che il regime democratico presenta più numerosi e gravi difetti di quello monarchico. Bernardo ammette tuttavia la difficoltà di restaurare il potere mediceo nelle circostanze presenti, proponendo in alternativa alla costituzione democratica un governo misto, che preveda un gonfaloniere a vita, un Consiglio Grande per l'elezione dei magistrati, un senato per la preparazione delle leggi e per la trattazione degli affari di maggiore importanza. Emerge sin d'ora la convinzione che in politica non si possono dare delle regole assolute, teorie generali o dottrine sistematiche valide in ogni tempo ed in ogni luogo.
Un terzo breve periodo coincide con la restaurazione della Repubblica a Firenze dopo il sacco di Roma, fra il 1527 e il 1530. Costretto alla vita privata per aver servito i Medici, Guicciardini scrive in propria difesa tre orazioni: Consolatoria, Accusatoria, Defensoria. Ritiratosi a Roma, completa la composizione dei Ricordi e compone, nel 1529, le Considerazioni intorno ai Discorsi di Machiavelli sulla prima Deca di Tito Livio. Attraverso un'analisi precisa e rigorosa dell'opera di Machiavelli, Guicciardini cerca di dimostrare che i suoi ragionamenti, in apparenza così serrati e convincenti, sono in realtà infondati ed arbitrari. Il dissenso non si riferisce solo a singoli aspetti della trattazione, ma investe più a fondo, e in generale, i fondamenti stessi della filosofia della storia, su cui Machiavelli basava il suo pensiero. La storia romana non conserva, per Guicciardini, nessun valore esemplare, dal momento che non ci sono, nella storia, leggi e modelli assoluti, che permettano di comprendere e di valutare la realtà. La visione del mondo che ne deriva risulta cosi tutta relativa e frammentaria, senza più riuscire a ricomporsi nella totalità di un sistema teorico capace di offrire criteri certi ed indiscutibili.
I Ricordi accompagnano vari periodi dell'attività di Guicciardini diplomatico e uomo politico, nutrendosi di questa lunga e complessa esperienza. Di qui il carattere dell'opera (il titolo significa propriamente "cose da ricordare" e quindi, per estensione, "pensieri", "riflessioni"), che muove dalla realtà per affrontare, con un pessimismo amaro e disilluso, problemi più generali. Si tratta di riflessioni che possono offrire un utile insegnamento ma che non hanno, tuttavia, una validità assoluta, in quanto la realtà non obbedisce a leggi universali, conservando un andamento sempre mutevole e imprevedibile. Di qui deriva anche la struttura del libro, in cui i "ricordi" si susseguono indipendentemente l'uno dall'altro, senza fondersi in un quadro complessivo e unitario, dando vita a una specie di "anti-trattato", in quanto rinunciano a una compiutezza sistematica e totalizzante del discorso.
Dopo la caduta della Repubblica di Firenze e la restaurazione del potere mediceo (1530), Guicciardini rientrò a Firenze, ricoprendo varie mansioni per conto dei Medici e di papa Clemente VII, ma dopo il 1534, il nuovo papa Paolo III non gli affidò più incarichi di rilievo. D'altronde il nuovo duca, Cosimo de' Medici, diffidava dell'atteggiamento antimperiale di Guicciardini, cosicché nel 1537 egli preferì ritirarsi nella villa presso Arcetri (Firenze), dove lavorò alla Storia d'Italia, la sua opera più vasta e impegnativa. Morì nel 1540 senza aver potuto rivedere la redazione definitiva dell'opera. Scritta fra il 1537 e il 1540, la Storia d'Italia abbraccia gli avvenimenti compresi fra il 1492 (anno della morte di Lorenzo il Magnifico) e il 1534 (anno della morte di Clemente VII), comprendendo i fatti più luttuosi della storia recente - dalla calata di Carlo VIII (1494) al sacco di Roma (1527) - in cui si consuma la "ruina d'Italia", che rappresenta in centro di interesse principale dell'autore. L'opera muove da un'impostazione storiografica nuova e moderna, che supera decisamente l'angusta prospettiva municipale della storiografia tradizionale: lo sguardo dello storico esce ormai dai confini di Firenze per abbracciare le vicende dell'Italia nel suo insieme, a loro volta inserite e spiegate nel quadro della grande politica europea, in cui la nostra penisola svolgeva un ruolo allo stesso tempo secondario, e tuttavia tragicamente rilevante.
Diario di Spagna (1512)
Discorso di Logrogno (1512)
Relazione di Spagna (1514)
Consolatoria (1527) : è un discorso rivolto a se stesso, in cui cerca di dimostrare i motivi che ha per non rattristarsi.
Oratio accusatoria (1527) : immagina di essere un fantomatico accusatore di tutte le colpe possibili (e anche oltre), in uno stile declamatorio e populista.
Oratio defensoria (1527) : è il vero stile di Guicciardini: secco, scientifico ed efficace, con cui smonta una ad una le accuse che si era appena inventate. Quest'ultima orazione appare mutilata nella forma in cui ci è giunta.
Del reggimento di Firenze Considerazioni intorno ai "Discorsi" del Machiavelli sopra la prima deca di Tito Livio (1528)
Ricordi (1512-1530)
Le cose fiorentine (1528-1531)
Storia d'Italia (1537-1540) : La Storia d'Italia dal 1490 (morte di Lorenzo il Magnifico, e discesa in Italia di Carlo VIII di Francia), al 1534 (dopo il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi, morte di papa Clemente VII), scritta da un protagonista "alto funzionario e consigliere di tre papi", con ambizioni di classicismo (si ispirava ai commentarii di Cesare), ma con una grande modernità.
L’uomo non può dominare gli eventi, perciò è impossibile dare consigli d’azioni universalmente valide, dettare principi generali e assoluti. Non resta che prender le cose per il loro verso, giudicandole caso per caso, nelle loro infinite sfumature. E’ evidente qui il contrasto con Machiavelli.
C’è nel Guicciardini un senso di nostalgia per gli uomini nobili e puri.
I ricordi furono scritti dopo il ritiri alla vita politica, dopo, cioè, la sua esistenza e tutto il suo lungo prodigarsi gli apparivano nella luce amara dell’insuccesso e della vanità. Alla fine di questo pensiero il prevalente tono pessimistico passa in secondo piano: il desiderio dell’onore e della gloria appare una necessità imprescindibile dell’animo umano. Anche questo è un pensiero autobiografico come quello contenuto nel 15.
La critica del Guicciardini non riguarda in alcun modo il contenuto della religione cattolica, ma si appunta sulla corruzione morale delle gerarchie ecclesiastiche assai evidente in quei tempi, da cui prese le mosse la protesta di Martin Lutero. L’autorità della Chiesa che il Guicciardini vorrebbe vedere sminuita è quella politica, che egli avverte in netto contrasto con gli ideali veri del cristianesimo. Ma Guicciardini mette le mani avanti: "Non combattete mai con la religione, né con le cose che pare che dependono da Dio; perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi". (Ricordi, 31)
Guicciardini afferma, al contrario di Machiavelli, che un sovrano potrebbe salire al trono unicamente grazie alla fortuna a lui favorevole. La fortuna quindi è molto più importante della virtù propria di ogni uomo.
Guicciardini divide l’ambizione in negativa e positiva. Negativa quando, per realizzare i propri progetti chi detiene il potere non si fa scrupolo di calpestare i valori fondamentali dell’uomo (la coscienza, l’onore, l’umanità).
L’uomo nelle relazioni politiche-sociali deve sapersi porre: la dissimulazione e la menzogna possono servire come strumento utile alla realizzazione dei propri scopi.
La famiglia deve saper educare il proprio figlio e dargli una buona morale.
Guicciardini avverte l’estrema complessità del reale e l’impossibilità dell’uomo di dominarlo pienamente, di imprimervi il suggello della propria razionalità; e avverte inoltre l’estrema precarietà del nostro vivere.
Leopardi ha detto: "Il Guicciardini è forse il solo storico tra i moderni che abbia e conosciuto molto gli uomini e filosofato circa gli avvenimenti attenendosi alla cognizione della natura umana, e non piuttosto a una certa scienza politica, separata dalla scienza dell'uomo e per lo più chimerica."
S'introduce, nel sistema del Guicciardini, il principio della vita e dell'esperienza che sono fatte di compromessi, di espedienti, di controlli lenti e guardinghi, d'infinite circospezioni e simulazioni. E' questa nuova scienza dell'uomo ad amareggiare il lettore, che vuol sentirsi illuso, e a fare invece del Guicciardini uno dei più grandi scrittori di realismo, senza dubbio il più responsabile rivelatore del disinganno moderno."
"Mentre il Machiavelli sente la vita e la realtà come una perenne sfida, per il Guicciardini si tratta di una logorante resistenza, che assai spesso mozza il fiato e concede scarse e ingrate soddisfazioni."
"Forse la maggiore suggestione che ispira la pagina di Guicciardini è che la sua analisi non si limita al campo della politica, ma investe tutta la dimora umana."
"... nessuna cosa è sì trista che non abbia del buono; nessuna sì buona che non abbia del tristo: donde nasce che molti stanno sospesi." Questa sospensione è il destino dell'uomo e della storia, è l'anima dell'esperienza.
1. Relazione fra Guicciardini e la scuola del realismo toscano. Come Machiavelli.
2. Le "Osservazioni" al Machiavelli: Il Machiavelli non vede le persone, ma i tipi, non considera i fatti ma i loro schemi. Al contrario Guicciardini si immerge nelle cose, le saggia ad una ad una nel loro spessore, le rispetta per se stesse.
Il fatto è che Machiavelli s'interessa di storia per verificare il suo sistema, mentre Guicciardini ha la disponibilità del vero storico (cioè quella apertura e rispetto verso gli eventi, che non vanno forzati o mutilati o gonfiati).
Machiavelli aveva lo stato e il Principe come idoli esclusivi della sua meditazione e alla fine può apparire perfino semplice ed elementare rispetto alla stima complessa e problematica che del reale fa il Guicciardini.
Rifiutandosi di schematizzare bene e male, coscienza e interesse, utile e dannoso (rifiutandosi di dire per regola che tutti gli uomini sono così o così, che chi si comporta così necessariamente otterrà il tale risultato), egli cerca di liberare la dottrina del Machiavelli da quello che di meccanico e automatico essa ha.
"un laborioso itinerario ha condotto Guicciardini a fondare, nei Ricordi, un nuovo genere letterario, quasi senza precedenti nella letteratura occidentale. In Italia purtroppo i Ricordi non faranno scuola... diversamente in Francia: Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, la Bruyère e B. Graciàn in Spagna e Francis Bacon in Inghilterra."
"la vera differenza tra Machiavelli e Guicciardini sta fra il senso della misura, connaturato in Guicciardini e gli estremismi ideologici del Machiavelli."
"Pare, insomma, che si rinnovi tra i due l'antinomia Dante - Petrarca. Machiavelli è della specie di Dante... che giunge senza correggersi alla stesura definitiva
"Proprio dal Machiavelli può prendere le mosse uno studio dei motivi conduttori dei Ricordi."
"La sua norma è di non cozzare mai contro il muro della realtà e di non andare in cerca dell'impossibile... L'atteggiamento del ribelle, del profeta, dell'eroico difensore delle cause perdute... non fa per lui. Dietro questa amara saggezza sta un fondo di dura esperienza personale, di fatica, di sfiducia, di malinconia."
"L'elogio del particulare è stato troppo spesso frainteso...: è certo che molti uomini non cognoscono bene quale sia l'interesse suo... Non si deve arbitrariamente separare la dottrina del particulare da questo alto senso dell'onore, che ne costituisce il fondamento supremo e la ragione intima."