G. VICO : La scienza nuova
PRINCIPJ DI SCIENZA NUOVA D'INTORNO ALLA COMUNE NATURA DELLE NAZIONI, IN QUESTA TERZA IMPRESSIONE DAL MEDESIMO AUTORE IN UN GRAN NUMERO DI LUOGHI CORRETTA, SCHIARITA. E NOTABILMENTE ACCRESCIUTA 1744
Giambattista Vico
IDEA DELL'OPERA SPIEGAZIONE DELLA DIPINTURA PROPOSTA AL FRONTISPIZIO CHE SERVE PER L'INTRODUZIONE DELL'OPERA.
Quale Cebete tebano fece delle morali, tale noi qui diamo a vedere una Tavola
delle cose civili, la quale serva al leggitore per concepire l'idea di
quest'opera avanti di leggerla, e per ridurla più facilmente a memoria, con tal
aiuto che gli somministri la fantasia, dopo di averla letta. La donna con le
tempie alate che sovrasta al globo mondano, o sia al mondo della natura, è la
metafisica, ché tanto suona il suo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un
occhio veggente egli è Iddio con l'aspetto della sua provvedenza, per lo qual
aspetto la metafisica in atto di estatica il contempla sopra l'ordine delle cose
naturali, per lo quale finora l'hanno contemplato i filosofi; perch'ella, in
quest'opera, più in suso innalzandosi, contempla in Dio il mondo delle menti
umane, ch'è 'l mondo metafisico, per dimostrarne la provvedenza nel mondo degli
animi umani, ch'è 'l mondo civile, o sia il mondo delle nazioni; il quale, come
da suoi elementi, è formato da tutte quelle cose le quali la dipintura qui
rappresenta co' geroglifici che spone in mostra al di sotto. Perciò il globo, o
sia il mondo fisico ovvero naturale, in una sola parte egli dall'altare vien
sostenuto; perché i filosofi, infin ad ora, avendo contemplato la divina
provvedenza per lo sol ordine naturale, ne hanno solamente dimostrato una parte,
per la quale a Dio, come a Mente signora libera ed assoluta della natura
(perocché, col suo eterno consiglio, ci ha dato naturalmente l'essere, e
naturalmente lo ci conserva), si danno dagli uomini l'adorazioni co' sagrifici
ed altri divini onori; ma nol contemplarono già per la parte ch'era più propia
degli uomini, la natura de' quali ha questa principale propietà: d'essere
socievoli. Alla qual Iddio provvedendo, ha così ordinate e disposte le cose
umane, che gli uomini, caduti dall'intiera giustizia per lo peccato originale,
intendendo di fare quasi sempre tutto il diverso e, sovente ancora, tutto il
contrario - onde, per servir all'utilità, vivessero in solitudine da fiere
bestie, - per quelle stesse loro diverse e contrarie vie, essi dall'utilità
medesima sien tratti da uomini a vivere con giustizia e conservarsi in società,
e sì a celebrare la loro natura socievole: la quale, nell'opera, si dimostrerà
essere la vera civil natura dell'uomo, e sì esservi diritto in natura. La qual
condotta della provvedenza divina è una delle cose che principalmente s'occupa
questa Scienza di ragionare; ond'ella, per tal aspetto, vien ad essere una
teologia civile ragionata della provvedenza divina. Nella fascia del zodiaco che
cinge il globo mondano, più che gli altri, compariscono in maestà o, come
dicono, in prospettiva i soli due segni di Lione e di Vergine, per significare
che questa Scienza ne' suoi princìpi contempla primieramente Ercole (poiché si
truova ogni nazione gentile antica narrarne uno, che la fondò); e 'l contempla
dalla maggior sua fatiga, che fu quella con la qual uccise il lione, il quale,
vomitando fiamme, incendiò la selva nemea, della cui spoglia adorno, Ercole fu
innalzato alle stelle (il qual lione qui si truova essere stata la gran selva
antica della terra, a cui Ercole, il quale si truova essere stato il carattere
degli eroi politici, i quali dovettero venire innanzi agli eroi delle guerre,
diede il fuoco e la ridusse a coltura); - e per dar altresì il principio de'
tempi, il quale, appo i greci (da' quali abbiamo tutto ciò ch'abbiamo
dell'antichità gentilesche), incominciarono dalle olimpiadi co' giuochi
olimpici, de' quali pur ci si narra essere stato Ercole il fondatore (i quali
giuochi dovettero incominciar da' nemei, introdutti per festeggiare la vittoria
d'Ercole riportata dell'ucciso lione); e sì i tempi de' greci cominciarono da
che tra loro incominciò la coltivazione de' campi. E la Vergine, che da' poeti
venne descritta agli astronomi andar coronata di spighe, vuol dire che la storia
greca cominciò dall'età dell'oro, ch'i poeti apertamente narrano essere stata la
prima età del lor mondo, nella quale, per lunga scorsa di secoli, gli anni si
noverarono con le messi del grano, il quale si truova essere stato il primo oro
del mondo; alla qual età dell'oro de' greci risponde a livello l'età di Saturno
per li latini, detto a «satis», da' seminati. Nella qual età dell'oro pur ci
dissero fedelmente i poeti che gli dèi in terra praticavano con gli eroi: perché
dentro si mostrerà ch'i primi uomini del gentilesimo, semplici e rozzi, per
forte inganno di robustissime fantasie, tutte ingombre da spaventose
superstizioni, credettero veramente veder in terra gli dèi; e poscia si truoverà
ch'egualmente, per uniformità d'idee, senza saper nulla gli uni degli altri,
appo gli orientali, egizi, greci e latini, furono da terra innalzati gli dèi
all'erranti e gli eroi alle stelle fisse. E così, da Saturno, ch'è Chrónos a'
greci (e chrónos è il tempo ai medesimi), si danno altri princìpi alla
cronologia o sia alla dottrina de' tempi. Né dee sembrarti sconcezza che
l'altare sta sotto e sostiene il globo. Perché truoverassi che i primi altari
del mondo s'alzarono da' gentili nel primo ciel de' poeti; i quali, nelle loro
favole, fedelmente ci trammandarono il Cielo avere in terra regnato sopra degli
uomini ed aver lasciato de' grandi benefìci al gener umano, nel tempo ch'i primi
uomini, come fanciulli del nascente gener umano, credettero che 'l cielo non
fusse più in suso dell'alture de' monti (come tuttavia or i fanciulli il credono
di poco più alto de' tetti delle lor case); - che poi, vieppiù spiegandosi le
menti greche, fu innalzato sulle cime degli altissimi monti, come d'Olimpo, dove
Omero narra a' suoi tempi starsi gli dèi; - e finalmente alzossi sopra le sfere,
come or ci dimostra l'astronomia, e l'Olimpo si alzò sopra il cielo stellato.
Ove, insiememente, l'altare, portato in cielo, vi forma un segno celeste; e 'l
fuoco, che vi è sopra, passò nella casa vicina, come tu vedi qui, del Lione (il
quale, come testé si è avvisato, fu la selva nemea, a cui Ercole diede il fuoco
per ridurla a coltura); e ne fu alzata, in trofeo d'Ercole, la spoglia del lione
alle stelle. Il raggio della divina provvedenza, ch'alluma un gioiello convesso
di che adorna il petto la metafisica, dinota il cuor terso e puro che qui la
metafisica dev'avere, non lordo né sporcato da superbia di spirito o da viltà di
corporali piaceri; col primo de' quali Zenone diede il fato, col secondo Epicuro
diede il caso, ed entrambi perciò niegarono la provvedenza divina. Oltracciò,
dinota che la cognizione di Dio non termini in essolei, perch'ella privatamente
s'illumini dell'intellettuali, e quindi regoli le sue sole morali cose, siccome
finor han fatto i filosofi; lo che si sarebbe significato con un gioiello piano.
Ma convesso, ove il raggio si rifrange e risparge al di fuori, perché la
metafisica conosca Dio provvedente nelle cose morali pubbliche, o sia ne'
costumi civili, co' quali sono provenute al mondo e si conservan le nazioni. Lo
stesso raggio si risparge da petto della metafisica nella statua d'Omero, primo
autore della gentilità che ci sia pervenuto, perché, in forza della metafisica
(la quale si è fatta da capo sopra una storia dell'idee umane, da che
cominciaron tal'uomini a umanamente pensare), si è da noi finalmente disceso
nelle menti balorde de' primi fondatori delle nazioni gentili, tutti
robustissimi sensi e vastissime fantasie; e - per questo istesso che non avevan
altro che la sola facultà, e pur tutta stordita e stupida, di poter usare
l'umana mente e ragione - da quelli che se ne sono finor pensati si truovano
tutti contrari, nonché diversi, i princìpi della poesia dentro i finora, per
quest'istesse cagioni, nascosti principi della sapienza poetica, o sia la
scienza de' poeti teologi, la quale senza contrasto fu la prima sapienza del
mondo per gli gentili. E la statua d'Omero sopra una rovinosa base vuol dire la
discoverta del vero Omero (che nella Scienza nuova la prima volta stampata si
era da noi sentita ma non intesa, e in questi libri, riflettuta, pienamente si è
dimostrata); il quale, non saputosi finora, ci ha tenuto nascoste le cose vere
del tempo favoloso delle nazioni, e molto più le già da tutti disperate a
sapersi del tempo oscuro, e 'n conseguenza le prime vere origini delle cose del
tempo storico: che sono gli tre tempi del mondo, che Marco Terenzio Varrone ci
lasciò scritto (lo più dotto scrittore delle romane antichità) nella sua
grand'opera intitolata Rerum divinarum et humanarum, che si è perduta.
Oltracciò, qui si accenna che 'n quest'opera, con una nuova arte critica, che
finor ha mancato, entrando nella ricerca del vero sopra gli autori delle nazioni
medesime (nelle quali deono correre assai più di mille anni per potervi
provvenir gli scrittori d'intorno ai quali la critica si è finor occupata), qui
la filosofia si pone ad esaminare la filologia (o sia la dottrina di tutte le
cose le quali dipendono dall'umano arbitrio, come sono tutte le storie delle
lingue, de' costumi e de' fatti così della pace come della guerra de' popoli),
la quale, per la di lei deplorata oscurezza delle cagioni e quasi infinita
varietà degli effetti, ha ella avuto quasi un orrore di ragionarne; e la riduce
in forma di scienza, col discovrirvi il disegno di una storia ideal eterna,
sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni: talché, per
quest'altro principale suo aspetto, viene questa Scienza ad esser una filosofia
dell'autorità. Imperciocché, in forza d'altri princìpi qui scoverti di
mitologia, che vanno di séguito agli altri princìpi qui ritruovati della poesia,
si dimostra le favole essere state vere e severe istorie de' costumi delle
antichissime genti di Grecia, e, primieramente, che quelle degli dèi furon
istorie de' tempi che gli uomini della più rozza umanità gentilesca credettero
tutte le cose necessarie o utili al gener umano essere deitadi; della qual
poesia furon autori i primi popoli, che si truovano essere stati tutti di poeti
teologi, i quali, senza dubbio, ci si narrano aver fondato le nazioni gentili
con le favole degli dèi. E quivi, co' princìpi di questa nuov'arte critica, si
va meditando a quali determinati tempi e particolari occasioni di umane
necessità o utilità, avvertiti da' primi uomini del gentilesimo, eglino, con
ispaventose religioni, le quali essi stessi si finsero e si credettero,
fantasticarono prima tali e poi tali dèi; la qual teogonia naturale, o sia
generazione degli dèi, fatta naturalmente nelle menti di tai primi uomini, ne
dia una cronologia ragionata della storia poetica degli dèi. Le favole eroiche
furono storie vere degli eroi e de' lor eroici costumi, i quali si ritruovano
aver fiorito in tutte le nazioni nel tempo della loro barbarie; sicché i due
poemi d'Omero si truovano essere due grandi tesori di discoverte del diritto
naturale delle genti greche ancor barbare. Il qual tempo si determina nell'opera
aver durato tra' greci infino a quello d'Erodoto, detto padre della greca
storia, i cui libri sono ripieni la più parte di favole e lo stile ritiene
moltissimo dell'omerico; nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli
storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica e
la volgare. Ma Tucidide, primo severo e grave storico della Grecia, sul
principio de' suoi racconti professa che, fin al tempo di suo padre (ch'era
quello di Erodoto, il qual era vecchio quando esso era fanciullo), i greci,
nonché delle straniere (le quali, a riserba delle romane, noi abbiamo tutte da'
greci), eglino non seppero nulla affatto dell'antichità loro propie: che sono le
dense tenebre, le quali la dipintura spiega nel fondo, dalle quali, al lume del
raggio della provvedenza divina dalla metafisica risparso in Omero, escono alla
luce tutti i geroglifici, che significano i princìpi conosciuti solamente finor
per gli effetti di questo mondo di nazioni. Tra questi la maggior comparsa vi fa
un altare, perché 'l mondo civile cominciò appo tutti i popoli con le religioni,
come dianzi si è divisato alquanto, e più se ne diviserà quindi a poco.
Sull'altare, a man destra, il primo a comparire è un lituo, o sia verga, con la
quale gli àuguri prendevan gli augùri ed osservavan gli auspìci; il quale vuol
dar ad intendere la divinazione, dalla qual appo i gentili tutti incominciarono
le prime divine cose. Perché, per l'attributo della di lui provvedenza, così
vera appo gli ebrei - i quali credevano Dio esser una Mente infinita e, 'n
conseguenza, che vede tutti i tempi in un punto d'eternità; onde Iddio (o esso,
o per gli angioli che sono menti, o per gli profeti de' quali parlava Iddio alle
menti) egli avvisava le cose avvenire al suo popolo, - come immaginata appresso
i gentili - i quali fantasticarono i corpi esser dèi, che perciò con segni
sensibili avvisassero le cose avvenire alle genti, - fu universalmente da tutto
il gener umano dato alla natura di Dio il nome di «divinità» da un'idea
medesima, la quale i latini dissero «divinari» «avvisar l'avvenire»; ma con
questa fondamentale diversità che si è detta, dalla quale dipendono tutte
l'altre (che da questa Scienza si dimostrano) essenziali differenze tra 'l
diritto natural degli ebrei e 'l diritto natural delle genti, che i romani
giureconsulti diffinirono essere stato con essi umani costumi dalla divina
provvedenza ordinato. Laonde ad un colpo, con sì fatto lituo, si accenna il
principio della storia universal gentilesca, la quale, con pruove fisiche e
filologiche, si dimostra aver avuto il suo cominciamento dal diluvio universale:
dopo il quale, a capo di due secoli, il Cielo (come pure la storia favolosa il
racconta) regnò in terra e fece de' molti e grandi benefìci al gener umano, e,
per uniformità d'idee tra gli orientali, egizi, greci, latini ed altre nazioni
gentili, sursero egualmente le religioni di tanti Giovi. Perché, a capo di tanto
tempo dopo il diluvio, si pruova che dovette fulminare e tuonare il cielo, e da'
fulmini e tuoni, ciascuna del suo Giove, incominciarono a prendere tai nazioni
gli auspìci (la qual moltiplicità di Giovi, onde gli egizi dicevano il loro
Giove Ammone essere lo più antico di tutti, ha fatto finora maraviglia a'
filologi); e con le medesime pruove se ne dimostra l'antichità della religion
degli ebrei sopra quelle con le quali si fondaron le genti, e quindi la verità
della cristiana. Sullo stesso altare, appresso il lituo, si vede l'acqua e 'l
fuoco, e l'acqua contenuta dentro un urciuolo; perché, per cagione della
divinazione, appresso i gentili provennero i sacrifiZ da quel comune loro
costume ch'i latini dicevano «procurare auspicia», o sia sagrificare per ben
intender gli augùri a fin di ben eseguire i divini avvisi, ovvero comandi di
Giove. E queste sono le divine cose appresso i gentili, dalle quali provvennero
poscia loro tutte le cose umane. La prima delle quali furon i matrimoni,
significati dalla fiaccola accesa al fuoco sopra esso altare ed appoggiata
all'urciuolo; i quali, come tutti i politici vi convengono, sono il seminario
delle famiglie, come le famiglie lo sono delle repubbliche. E, per ciò dinotare,
la fiaccola, quantunque sia geroglifico di cosa umana, è allogata sull'altare
tra l'acqua e 'l fuoco, che sono geroglifici di cerimonie divine; appunto come i
romani antichi celebrarono «aqua et igni» le nozze, perché queste due cose
comuni (e, prima del fuoco, l'acqua perenne, come cosa più necessaria alla vita)
dappoi s'intese che, per divino consiglio, avevano menato gli uomini a viver in
società. La seconda delle cose umane, per la quale a' latini, da «humando»,
«seppellire», prima e propiamente vien detta «humanitas», sono le seppolture, le
quali sono rappresentate da un'urna ceneraria, riposta in disparte dentro le
selve, la qual addita le seppolture essersi ritruovate fin dal tempo che l'umana
generazione mangiava poma l'estate, ghiande l'inverno. Ed è nell'urna iscritto
«D. M.», che vuol dire: «All'anime buone de' seppelliti»; il qual motto divisa
il comun consentimento di tutto il gener umano in quel placito, dimostrato vero
poi da Platone, che le anime umane non muoiano co' loro corpi, ma che sieno
immortali. Tal urna accenna altresì l'origine tra' gentili medesimi della
divisione de' campi, nella quale si deon andar a truovare l'origini della
distinzione delle città e de' popoli e alfin delle nazioni. Perché truoverassi
che le razze, prima di Cam, poi di Giafet e finalmente di Sem, elleno, senza la
religione del loro padre Noè, ch'avevano rinniegata (la qual sola, nello stato
ch'era allor di natura, poteva, co' matrimoni, tenergli in società di famiglie)
- essendosi sperdute, con un errore o sia divagamento ferino, dentro la gran
selva di questa terra, per inseguire le schive e ritrose donne, per campar dalle
fiere (delle quali doveva la grande antica selva abbondare), e, sì sbandati, per
truovare pascolo ed acqua, e, per tutto ciò, a capo di lunga età essendo andate
in uno stato di bestie, - quivi, a certe occasioni dalla divina provvedenza
ordinate (che da questa Scienza si meditano e si ritruovano), scosse e destate
da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità del Cielo
e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi;
ove, fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, coi
congiugnimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero
certi figliuoli, e così fondarono le famiglie. E, con lo star quivi fermi lunga
stagione e con le seppolture degli antenati, si ritruovarono aver ivi fondati e
divisi i primi domìni della terra, i cui signori ne furon detti «giganti» (ché
tanto suona tal voce in greco quanto «figliuoli della terra», cioè discendenti
da' seppelliti), e quindi se ne riputarono nobili, estimando, in quel primo
stato di cose umane, con giuste idee, la nobiltà dall'essere stati umanamente
eglino generati col timore della divinità; dalla qual maniera di umanamente
generare e non altronde, come provvenne, così fu detta l'«umana generazione»,
dalla quale le case diramate in più così fatte famiglie, per cotal generazione,
se ne dissero le prime «genti». Dal qual punto di tempo antichissimo, siccome ne
incomincia la materia, così s'incomincia qui la dottrina del diritto natural
delle genti, ch'è altro principal aspetto con cui si dee guardar questa Scienza.
Or tai giganti, con ragioni come fisiche così morali, oltre l'autorità
dell'istorie, si truovano essere stati di sformate forze e stature: le quali
cagioni non essendo cadute ne' credenti del vero Dio, criatore del mondo e del
principe di tutto l'uman genere Adamo, gli ebrei, fin dal principio del mondo,
furono di giusta corporatura. Così - dopo il primo d'intorno alla provvedenza
divina, e 'l secondo il qual è de' matrimoni solenni - l'universal credenza
dell'immortalità dell'anima, che cominciò con le seppolture, egli è il terzo
degli tre princìpi, sopra i quali questa Scienza ragiona d'intorno all'origini
di tutte l'innumerabili varie diverse cose che tratta. Dalle selve ov'è riposta
l'urna s'avvanza in fuori un aratro, il qual divisa ch'i padri delle prime genti
furono i primi forti della storia; onde si truovano gli Ercoli fondatori delle
prime nazioni gentili che si sono mentovati di sopra (de' quali Varrone noverò
ben quaranta, e gli egizi dicevano che il loro era lo più antico di tutti),
perché tali Ercoli domarono le prime terre del mondo e le ridussero alla
coltura. Onde i primi padri delle nazioni gentili - ch'erano giusti per la
creduta pietà di osservare gli auspìci, che credevano divini comandi di Giove
(dal quale, appo i latini chiamato Ious, ne fu anticamente detto «ious» il gius,
che poi, contratto, si disse «ius»; onde la giustizia appo tutte le nazioni
s'insegna naturalmente con la pietà); erano prudenti co' sagrifizi fatti per
proccurar o sia ben intender gli auspìci, e sì ben consigliarsi di ciò che per
comandi di Giove dovevan operar nella vita; erano temperati co' matrimoni -
furono, come qui s'accenna, anco forti. Quinci si danno altri princìpi alla
moral filosofia, onde la sapienza riposta de' filosofi debba cospirare con la
sapienza volgare de' legislatori; per gli quali princìpi tutte le virtù mettano
le loro radici nella pietà e nella religione, per le quali sole son efficaci ad
operar le virtù, e 'n conseguenza de' quali gli uomini si debbano proporre per
bene tutto ciò che Dio vuole. Si danno altri princìpi alla dottrina iconomica,
onde i figliuoli, mentre sono in potestà de' lor padri, si deono stimare essere
nello stato delle famiglie, e, 'n conseguenza, non sono in altro da formarsi e
fermarsi, in tutti i loro studi, che nella pietà e nella religione; e, quando
non son ancor capaci d'intender repubblica e leggi, vi riveriscano e temano i
padri come vivi simolacri di Dio; onde si truovino poi naturalmente disposti a
seguire la religione de' loro padri ed a difender la patria, che conserva lor le
famiglie, e, così, ad ubbidir alle leggi, ordinate alla conservazione della
religione e della patria (siccome la provvedenza divina ordinò le cose umane con
tal eterno consiglio: che prima si fondassero le famiglie con le religioni,
sopra le quali poi avevan da surgere le repubbliche con le leggi). L'aratro
appoggia con certa maestà il manico in faccia all'altare, per darci ad intendere
che le terre arate furono i primi altari della gentilità; e per dinotar altresì
la superiorità di natura la quale credevano avere gli eroi sopra i loro soci (i
quali, quindi a poco, vedremo significarsici dal timone, che si vede in atto
d'inchinarsi presso al zoccolo dell'altare); nella qual superiorità di natura si
mostrerà ch'essi eroi riponevano la ragione, la scienza e quindi
l'amministrazione ch'essi avevano delle cose divine, o sia de' divini auspìci.
L'aratro scuopre la sola punta del dente e ne nasconde la curvatura (che, prima
d'intendersi l'uso del ferro, dovett'esser un legno curvo ben duro, che potesse
fender le terre ed ararle) - la qual curvatura da' latini fu detta «urbs», ond'è
l'antico «urbum», «curvo» - per significare che le prime città, le quali tutte
si fondarono in campi colti, sursero con lo stare le famiglie lunga età ben
ritirate e nascoste tra' sagri orrori de' boschi religiosi, i quali si truovano
appo tutte le nazioni gentili antiche e, con l'idea comune a tutte, si dissero
dalle genti latine «luci», ch'erano «terre bruciate dentro il chiuso de'
boschi», i quali sono condennati da Mosè a doversi bruciar anch'essi ovunque il
popolo di Dio stendesse le sue conquiste. E ciò per consiglio della provvedenza
divina, acciocché gli già venuti all'umanità non si confondessero di nuovo co'
vagabondi, rimasti nella nefaria comunione sì delle cose sì delle donne. Si vede
al lato destro del medesimo altare un timone, il qual significa l'origine della
trasmigrazione de' popoli fatta per mezzo della navigazione. E, per ciò che
sembra inchinarsi a piè dell'altare, significa gli antenati di coloro che furono
poi gli autori delle trasmigrazioni medesime: i quali furono dapprima uomini
empi, che non conoscevano niuna divinità; nefari, ché, per non esser tra loro
distinti i parentadi co' matrimoni, giacevano sovente i figliuoli con le madri,
i padri con le figliuole; e finalmente, perché, come fiere bestie, non
intendevano società in mezzo ad essa infame comunion delle cose, tutti soli e
quindi deboli e finalmente miseri ed infelici, perché bisognosi di tutti i beni
che fan d'uopo per conservare con sicurezza la vita. Essi, con la fuga de' propi
mali, sperimentati nelle risse ch'essa ferina comunità produceva, per loro
scampo e salvezza, ricorsero alle terre colte da' pii, casti, forti ed anco
potenti, siccome coloro ch'erano già uniti in società di famiglie. Dalle quali
terre si truoveranno le città essere state dette «are» dappertutto il mondo
antico della gentilità: che dovetter essere i primi altari delle nazioni
gentili, sopra i quali il primo fuoco il qual vi si accese fu quello che fu dato
alle selve per isboscarle e ridurle a coltura, e la prima acqua fu quella delle
fontane perenni, ch'abbisognarono acciocché coloro ch'avevano da fondare
l'umanità non più, per truovar acqua, divagassero in uno ferino errore, anzi
dentro circoscritte terre stassero fermi ben lunga età, onde si disavvezzassero
dallo andar vagabondi. E, perché questi altari si truovan essere stati i primi
asili del mondo (i quali Livio generalmente diffinisce «vetus urbes condentium
consilium», come dentro l'asilo aperto nel Luco ci è narrato aver Romolo fondato
Roma), quindi le prime città quasi tutte si disser «are». Tal minor discoverta,
con quest'altra maggiore: che appo i greci (da' quali, come si è sopra detto,
abbiamo tutto ciò ch'abbiamo dell'antichità gentilesche) la prima Tracia o
Scizia (o sia il primo Settentrione), la prima Asia e la prima India (o sia il
primo Oriente), la prima Mauritania o Libia (o sia il primo Mezzodì) e la prima
Europa o prima Esperia (o sia il primo Occidente) e, con queste, il primo
Oceano, nacquero tutte dentro essa Grecia; e che poi i greci, ch'uscirono per lo
mondo, dalla somiglianza de' siti diedero sì fatti nomi alle di lui quattro
parti ed all'oceano che 'l cinge; - tali discoverte diciamo dar altri princìpi
alla geografia, i quali, come gli altri princìpi accennati darsi alla cronologia
(che son i due occhi della storia), bisognavano per leggere la storia ideal
eterna che sopra si è mentovata. A questi altari, adunque, gli
empi-vagabondi-deboli, inseguiti alla vita da' più robusti, essendo ricorsi, i
pii-forti v'uccisero i violenti e vi riceverono in protezione i deboli, i quali,
perché altro non vi avevano portato che la sola vita, ricevettero in qualità di
famoli, con somministrar loro i mezzi di sostentare la vita; da' quali famoli
principalmente si dissero le famiglie, i quali furono gli abbozzi degli schiavi,
che poi vennero appresso con le cattività nelle guerre. Quinci, come da un
tronco più rami, escono l'origini degli asili, come si è veduto; - l'origine
delle famiglie, sulle quali poi sursero le città, come spiegherassi più sotto; -
l'origine di celebrarsi le città, che fu per viver sicuri gli uomini
dagl'ingiusti violenti; - l'origine delle giurisdizioni da esercitarsi dentro i
propi territori; - l'origine di stender gl'imperi, che si fa con usar giustizia,
fortezza e magnanimità, che sono le virtù più luminose de' prìncipi e degli
Stati; - l'origine dell'armi gentilizie, delle quali i primi campi d'armi si
truovano questi primi campi da semina; - l'origine della fama, dalla quale tai
famoli furon detti, e della gloria, che eternalmente è riposta in giovar il
gener umano; - l'origini della nobiltà vera, che naturalmente nasce
dall'esercizio delle morali virtù; - l'origine del vero eroismo, ch'è di domar
superbi e soccorrere a' pericolanti (nel qual eroismo il romano avvanzò tutti i
popoli della terra, e ne divenne signor del mondo); - le origini, finalmente,
della guerra e della pace, e che la guerra cominciò al mondo per la propia
difesa, nella quale consiste la virtù vera della fortezza. Ed in tutte queste
origini si scuopre disegnata la pianta eterna delle repubbliche, sulla quale gli
Stati, quantunque acquistati con violenza e con froda, per durare, debbon
fermarsi; come, allo 'ncontro, gli acquistati con queste origini virtuose,
poscia, con la froda e con la forza rovinano. E cotal pianta di repubbliche è
fondata sopra i due princìpi eterni di questo mondo di nazioni, che sono la
mente e 'l corpo degli uomini che le compongono. Imperocché - costando gli
uomini di queste due parti, delle quali una è nobile, che, come tale, dovrebbe
comandare, e l'altra vile, la qual dovrebbe servire; e, per la corrotta natura
umana, senza l'aiuto della filosofia (la quale non può soccorrere ch'a
pochissimi), non potendo l'universale degli uomini far sì che privatamente la
mente di ciascheduno comandasse, e non servisse, al suo corpo - la divina
provvedenza ordinò talmente le cose umane con quest'ordine eterno: che, nelle
repubbliche, quelli che usano la mente vi comandino e quelli che usano il corpo
v'ubbidiscano. Il timone s'inchina a piè dell'altare, perché tali famoli,
siccome uomini senza dèi, non avevano la comunione delle cose divine e, 'n
conseguenza delle quali, nemmeno la comunità delle cose umane insieme co'
nobili, e principalmente la ragione di celebrare nozze solenni, ch'i latini
dissero «connubium», delle quali la maggior solennità era riposta negli auspìci,
per gli qual i nobili si riputavano esser d'origine divina e tenevano quelli
essere d'origine bestiale, siccome generati da' nefari concubiti. Nella qual
differenza di natura più nobile si truova, egualmente tra gli egizi, greci e
latini, che consisteva un creduto natural eroismo, il quale troppo spiegatamente
ci vien narrato dalla storia romana antica. Finalmente il timone è in lontananza
dall'aratro, ch'in faccia dell'altare gli si mostra infesto e minaccevole con la
punta, perché i famoli, non avendo parte, come si è divisato, nel dominio de'
terreni, che tutti eran in signoria de' nobili, ristucchi di dover servire
sempre a' signori, dopo lunga età finalmente faccendone la pretensione e perciò
ammutinati, si rivoltarono contro gli eroi in sì fatte contese agrarie, che si
truoveranno assai più antiche e di gran lunga diverse da quelle che si leggono
sopra la storia romana ultima. E quivi molti capi d'esse caterve di famoli,
sollevate e vinte da' lor eroi (come spesso i villani d'Egitto lo furono da'
sacerdoti, all'osservare di Pier Cuneo, De republica hebræorum), per non esser
oppressi e truovare scampo e salvezza, con quelli delle loro fazioni, si
commisero alla fortuna del mare ed andarono a truovar terre vacue per gli lidi
del Mediterraneo, verso occidente, ch'a que' tempi non era abitato nelle marine.
Ch'è l'origine della trasmigrazione de' popoli già dalla religione umanati,
fatta da Oriente, da Egitto, e dall'Oriente sopra tutti dalla Fenicia, come, per
le stesse cagioni, avvenne de' greci appresso. In cotal guisa, non le
innondazioni de' popoli, che per mare non posson farsi; - non la gelosia di
conservare gli acquisti lontani con le colonie conosciute, perché dall'Oriente,
da Egitto, da Grecia non si legge essersi nell'Occidente alcun imperio disteso;
- non la cagione de' traffichi, perché l'Occidente in tali tempi si truova non
essere stato ancora sulle marine abitato; - ma il diritto eroico fece la
necessità a sì fatte brigate d'uomini di tali nazioni d'abbandonare le propie
terre, le quali, naturalmente, senonsé per qualche estrema necessità
s'abbandonano. E con sì fatte colonie, le quali perciò saranno appellate
«eroiche oltramarine», propagossi il gener umano, anco per mare, nel resto del
nostro mondo; siccome con l'error ferino, lunga età innanzi, vi si era propagato
per terra. Esce più in fuori, innanzi l'aratro, una tavola con iscrittovi un
alfabeto latino antico (che, come narra Tacito, fu somigliante all'antico greco)
e, più sotto, l'alfabeto ultimo che ci restò. Egli dinota l'origine delle lingue
e delle lettere che sono dette volgari, che si truovano essere venute lunga
stagione dopo fondate le nazioni, ed assai più tardi quella delle lettere che
delle lingue; e, per ciò significare, la tavola giace sopra un rottame di
colonna d'ordine corintiaco, assai moderno tra gli ordini dell'architettura.
Giace la tavola molto dapresso all'aratro e lontana assai dal timone, per
significare l'origine delle lingue natie, le quali si formarono prima ciascuna
nelle propie lor terre, ove finalmente si ritruovarono a sorte, fermati dal loro
divagamento ferino, gli autori delle nazioni, che si erano, come sopra si è
detto, sparsi e dispersi per la gran selva della terra; con le quali lingue
natie, lunga età dopo, si mescolarono le lingue orientali o egiziache o greche,
con la trasmigrazione de' popoli fatta nelle marine del Mediterraneo e
dell'Oceano che si è sopra accennata. E qui si danno altri princìpi d'etimologia
(e se ne fanno spessissimi saggi per tutta l'opera), per gli quali si
distinguono l'origini delle voci natie da quelle che sono d'origini indubitate
straniere, con tal importante diversità: che l'etimologie delle lingue natie
sieno istorie di cose significate da esse voci su quest'ordine naturale d'idee,
che prima furono le selve, poi i campi colti e i tuguri, appresso le picciole
case e le ville, quindi le città, finalmente l'accademie e i filosofi (sopra il
qual ordine ne devono dalle prime lor origini camminar i progressi); e
l'etimologie delle lingue straniere sieno mere storie di voci le quali una
lingua abbia ricevute da un'altra. La tavola mostra i soli princìpi degli
alfabeti e giace rimpetto alla statua d'Omero, perché le lettere, come delle
greche si ha dalle greche tradizioni, non si ritruovarono tutte a un tempo; ed è
necessario ch'almeno tutte non si fussero ritruovate nel tempo d'Omero, che si
dimostra non aver lasciato scritto niuno de' suoi poemi. Ma dell'origine delle
lingue natie si dà un avviso più distinto qui appresso. Finalmente, nel piano
più illuminato di tutti, perché vi si espongono i geroglifici significanti le
cose umane più conosciute, in capricciosa acconcezza l'ingegnoso pittore fa
comparire un fascio romano, una spada ed una borsa appoggiate al fascio, una
bilancia e 'l caduceo di Mercurio. De' quali geroglifici il primo è 'l fascio,
perché i primi imperi civili sursero sull'unione delle paterne potestadi de'
padri, i quali, tra' gentili, erano sappienti in divinità d'auspìci, sacerdoti
per proccurargli (o sia ben intendergli) co' sacrifizi, re, e certamente
monarchi, i quali comandavano ciò che credevano volesser gli dèi con gli
auspìci, e 'n conseguenza non ad altri soggetti ch'a Dio. Così egli è un fascio
di litui, che si truovano i primi scettri del mondo. Tai padri, nelle turbolenze
agrarie di sopra dette, per resistere alle caterve de' famoli sollevati contro
essoloro, furono naturalmente menati ad unirsi e chiudersi ne' primi ordini di
senati regnanti (o senati di tanti re famigliari) sotto certi loro capi-ordini,
che si truovano essere stati i primi re delle città eroiche, i quali pur ci
narra, quantunque troppo oscuramente, la storia antica che, nel primo mondo de'
popoli, si criavano gli re per natura, de' quali qui si medita e se ne truova la
guisa. Or tai senati regnanti, per contentare le sollevate caterve de' famoli e
ridurle all'ubbidienza, accordarono loro una legge agraria, che si truova essere
stata la prima di tutte le leggi civili che nacque al mondo; e, naturalmente,
de' famoli, con tal legge ridutti, si composero le prime plebi delle città.
L'accordato da' nobili a tai plebei fu il dominio naturale de' campi, restando
il civile appo essi nobili, i quali soli furono i cittadini delle città eroiche,
e ne surse il dominio eminente appo essi ordini, che furono le prime civili
potestà, o sieno potestà sovrane de' popoli; le quali tutte e tre queste spezie
di domìni si formarono e si distinsero col nascere di esse repubbliche, le
quali, da per tutte le nazioni, con un'idea spiegata in favellari diversi, si
truovano essere state dette «repubbliche erculee», ovvero di cureti, ossia di
armati in pubblica ragunanza. E quindi si schiariscono i princìpi del famoso
«ius quiritium», che gl'interpetri della romana ragione han creduto esser propio
de' cittadini romani, perché negli ultimi tempi tale lo era; ma ne' tempi
antichi romani si truova essere stato diritto naturale di tutte le genti
eroiche. E quindi sgorgano, come da un gran fonte più fiumi, l'origine delle
città, che sursero sopra le famiglie non sol de' figliuoli ma anco de' famoli
(onde si truovarono naturalmente fondate sopra due comuni: uno di nobili che vi
comandassero, altro di plebei ch'ubbidissero; delle quali due parti si compone
tutta la polizia, o sia la ragione de' civili governi); le quali prime città,
sopra le famiglie sol di figliuoli, si dimostra che non potevano, né tali né di
niuna sorta, affatto nascer nel mondo; - l'origini degl'imperi pubblici, che
nacquero dall'unione degl'imperi privati paterni-sovrani nello stato delle
famiglie; - l'origini della guerra e della pace, onde tutte le repubbliche
nacquero con la mossa dell'armi, e poi si composero con le leggi; della qual
natura di cose umane restò questa eterna propietà: che le guerre si fanno perché
i popoli vivano sicuri in pace; - l'origini de' feudi, perché con una spezie di
feudi rustici i plebei s'assoggettirono a' nobili, e con un'altra di feudi
nobili, ovvero armati, i nobili, ch'eran sovrani nelle loro famiglie,
s'assoggettirono alla maggiore sovranità de' lor ordini eroici; e si ritruova
che sopra i feudi sono sempre surti al mondo i reami de' tempi barbari, e se ne
schiarisce la storia de' nuovi reami d'Europa, surti ne' tempi barbari ultimi, i
quali ci sono riusciti più oscuri de' tempi barbari primi che Varrone diceva.
Perché tai primi campi da' nobili furon dati a' plebei col peso di pagarne loro
la «decima» che fu detta «d'Ercole» appresso i greci, ovvero «censo» (che si
truova quello da Servio Tullio ordinato a' romani), ovvero «tributo», il quale
portava anco l'obbligazione di servir a propie spese i plebei a' nobili nelle
guerre, come pur ben si legge apertamente nella storia romana antica. E quivi si
scuopre l'origine del censo, che poi restò pianta delle repubbliche popolari; la
qual ricerca ci ha costo la maggior fatiga di tutte sulle cose romane, in
ritruovare la guisa come in questo si cangiò il censo di Servio Tullio, che si
truoverà essere stato la pianta delle antiche repubbliche aristocratiche; lo che
ha fatto cadere tutti in errore di credere Servio Tullio aver ordinato il censo
TABELLA:
EBREI: Diluvio universale ANNI DEL MONDO: 1656
CALDEI: Zoroaste o regno de' Caldei (VII) ANNI DEL MONDO 1756
EGIZI: Dinastie in Egitto GRECI: Deucalione (XI)
EBREI Chiamata d'Abramo EGIZI: Mercurio Trimegisto il vecchio ovvero età degli dei d'Egitto (XII) GRECI: Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (XIII)
GRECI: Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV) ANNI DEL MONDO 2082
GRECI: Cecrope egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (XV)
GRECI: Cadmo fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (XVI) ANNI DEL MONDO 2448
EBREI: Iddio dà la legge scritta a Mosè ROMANI: Sarturno, ovvero l'età degli dei del Lazio (XVII) ANNI DEL MONDO 2491
EGIZI: Mercurio Trimegisto il giovane ovvero età degli eroi d'Egitto (XVII) GRECI: Danao caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). Pelope frigio regna nel Peloponneso ANNI DEL MONDO 2553
GRECI: Eraclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. Cureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (XX) ROMANI: Aborigini ANNI DEL MONDO 2682
CALDEI: Nino regna con gli assiri ANNI DEL MONDO 2737
FENICI: Didone da Tiro va a fondare Cartagine (XXI)
FENICI: Tiro celebre per la navigazione e per le colonie GRECI: Minosse re di Creta, primo legislatore delle genti e primo corsale dell'Egeo. ANNI DEL MONDO 2752
GRECI: Orfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (XXII). Ercole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXIII) ROMANI: Arcadi
CALDEI: Sancuniate scrive storie in lettere volgari (XXIV) GRECI: Giasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. Teseo fonda Atene e vi ordina l'Areopago ROMANI: Ercole appo Evandro nel Lazio, ovvero età degli eroi d'Italia ANNI DEL MONDO: 2800
GRECI: Guerra troiana (XXV) ANNI DEL MONDO 2820
GRECI: Errori degli eroi, ed in ispezie d'Ulisse e di Enea
ROMANI: Regno d'Alba ANNI DEL MONDO: 2830
EBREI: Regno di Saulle ANNI DEL MONDO 2909
EGIZI: Sesotride regna in Tebe (XXVI) GRECI: Colonie greche in Asia, in Sicilia, in Italia (XXVII) ANNI DEL MONDO: 2949
GRECI: Ligurco dà le leggi a' Lacedemoni ANNI DEL MONDO: 3120
GRECI: Giuochi olimpici, prima ordinati da Ercole poi intermessi e restituiti da Isifilo (XXVIII) ANNI DEL MONDO: 3223
ROMANI: Fondazione di Roma (XXIX) ANNI DI ROMA: 1
GRECI: Omero, il quale venne che non si eran ancor truovate le lettere volgari, e 'l quale non vidde l'Egitto (XXX) ROMANI: Numa re. ANNI DEL MONDO: 3290 ANNI DI ROMA: 37
EGIZI: Psammetico apre l'Egitto a' soli greci di Inia e di Caria (XXXI) GRECI: Esopo, moral filosofo volgare (XXXII) ANNI DEL MONDO: 3334
GRECI: Sette savi di Grecia: de' quali uno, Solone, ordina la libertà popolare d'Atene: l'altro, Talete Milesio, dà incominciamento alla filosofia con la fisica (XXXIII) ANNI DEL MONDO: 3406
CALDEI: Ciro regna in Assiria co' persiani GRECI: Pittagora, cui vivo dice Livio che nemmeno il nome potè sapersi in Roma (XXXIV) ROMA: Servio Tullio re (XXXV) ANNI DEL MONDO: 3468 ANNI DI ROMA: 225
GRECI: I Pisistratidi tiranni cacciati da Atene ANNI DEL MONDO: 3491
ROMANI: I Tarquini tiranni cacciati da Roma ANNI DEL MONDO: 3499 ANNI DI ROMA: 245
GRECI: Esiodo (XXXVI) Erodoto, Ippocrate (XXXVII) ANNI DEL MONDO: 3500
SCITI: Idantura re di Scizia (XXXVIII) GRECI: Guerra peloponnesiaca. Tucidide, il qual scrive che fin a suo padre i greci non seppero nulla delle antichità loro proprie; onde si diede a scrivere di cotal guerra (XXXIX) ANNI DEL MONDO: 3530
GRECI: Socrate dà principio alla filosofia morale ragionata. Platone fiorisce nella metafisica. Atene sfolgora di tutte l'arti della più colta umanità (XL). ROMANI: Legge delle XII Tavole. ANNI DEL MONDO: 3553 ANNI DI ROMA: 303
GRECIA: Senofonte, con portar l'armi greche nelle viscere della Persia, è 'l primo a sapere con qualche certezza le cose persiane (XLI) ANNI DEL MONDO: 3583 ANNI DI ROMA: 333
ROMANI: Legge Pubilia (XLII) ANNI DEL MONDO: 3658 ANNI DI ROMA: 416
GRECI: Alessandro Magno rovescia nella Macedonia la monarchia persiana; ed Aristotile, che vi si porta in persona, osserva ch'i greci innanzi avevano detto favole delle cose dell'Oriente ANNI DEL MONDO: 3660
ROMANI: Legge Petelia (XLIII). ANNI DEL MONDO: 3661 ANNI DI ROMA: 419
ROMANI: Guerra di Taranto, ove s'incomincian a conoscer tra loro i latini co' greci (XLIV) ANNI DEL MONDO: 3708 ANNI DI ROMA: 489
ROMANI: Guerra cartaginese seconda, da cui incomincia la storia certa romana a Livio, il qual pur professa non saperne tre massime circostanze (XLV) ANNI DEL MONDO: 3849 ANNI DI ROMA: 552
LIBRO PRIMO
DELLO STABILIMENTO DE' PRINCÌPI. ANNOTAZIONI ALLA TAVOLA CRONOLOGICA NELLE QUALI SI FA L'APPARECCHIO DELLE MATERIE. I [Tavola cronologica, descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età: degli dèi, degli eroi e degli uomini ] Questa Tavola cronologica spone in comparsa il mondo delle nazioni antiche, il quale dal diluvio universale girasi dagli ebrei per gli caldei, sciti, fenici, egizi, greci e romani fin alla loro guerra seconda cartaginese. E vi compariscono uomini o fatti romorosissimi, determinati in certi tempi o in certi luoghi dalla comune de' dotti, i quali uomini o fatti o non furono ne' tempi o ne' luoghi ne' quali sono stati comunemente determinati, non furon affatto nel mondo; e da lunghe densissime tenebre, ove giaciuti erano seppelliti, v'escon uomini insigni e fatti rilevantissimi, da' quali e co' quali son avvenuti grandissimi momenti di cose umane. Lo che tutto si dimostra in queste Annotazioni, per dar ad intendere quanto l'umanità delle nazioni abbia incerti a sconci o difettuosi o vani i princìpi. Di più, ella si propone tutta contraria al Canone cronico egiziaco, ebraico e greco di Giovanni Marshamo, ove vuol provare che gli egizi nella polizia e nella religione precedettero a tutte le nazioni del mondo, e che i di loro riti sagri ed ordinamenti civili, trasportati ad altri popoli, con qualche emendazione si ricevettero dagli ebrei. Nella qual oppenione il seguitò lo Spencero nella dissertazione De Urim et Thummim, ove oppina che gl'israeliti avessero apparato dagli egizi tutta la scienza delle divine cose per mezzo della sagra Cabbala. Finalmente al Marshamo acclamò l'Ornio nell'Antichità della barbaresca filosofia, ove, nel libro intitolato Chaldaicus, scrive che Mosè, addottrinato nella scienza delle divine cose dagli egizi, l'avesse portate nelle sue leggi agli ebrei. Surse allo 'ncontro Ermanno Witzio, nell'opera intitolata Ægyptiaca sive de ægyptiacorum sacrorum cum hebraicis collatione, e stima che 'l primo autor gentile, che n'abbia dato le prime certe notizie degli egizi, egli sia stato Dion Cassio, il quale fiorì sotto Marco Antonino filosofo. Di che può essere confutato con gli Annali di Tacito, ove narra che Germanico, passato nell'Oriente, quindi portossi in Egitto per vedere l'antichità famose di Tebe, e quivi da un di quei sacerdoti si fece spiegare i geroglifici iscritti in alcune moli, il quale, vaneggiando, gli riferì che que' caratteri conservavano le memorie della sterminata potenza ch'ebbe il loro re Ramse nell'Affrica, nell'Oriente e fino nell'Asia Minore, eguale alla potenza romana di quelli tempi, che fu grandissima: il qual luogo, perché gli era contrario, forse il Witzio si tacque. Ma, certamente, cotanto sterminata antichità non fruttò molto di sapienza riposta agli egizi mediterranei. Imperciocché ne' tempi di Clemente l'alessandrino, com'esso narra negli Stromati, andavano attorno i loro libri detti «sacerdotali» al numero di quarantadue, i quali in filosofia ed astronomia contenevano de' grandissimi errori, de' quali Cheremone, maestro di san Dionigi areopagita, sovente è messo in favola da Strabone; - le cose della medicina si truovano da Galeno ne' libri de medicina mercuriali essere manifeste ciance e mere imposture; - la morale era dissoluta, la quale, nonché tollerate o lecite, faceva oneste le meretrici; - la teologia era piena di superstizioni, prestigi e stregonerie. E la magnificenza delle loro moli e piramidi poté ben esser parto della barbarie, la quale si comporta col grande: però la scoltura e la fonderia egiziaca s'accusano ancor oggi essere state rozzissime. Perché la dilicatezza è frutto delle filosofie; onde la Grecia, che fu la nazion de' filosofi, sola sfolgorò di tutte le belle arti ch'abbia giammai truovato l'ingegno umano: pittura, scoltura, fonderia, arte d'intagliare, le quali sono dilicatissime, perché debbon astrarre le superficie da' corpi ch'imitano. Innalzò alle stelle cotal antica sapienza degli egizi la fondatavi sul mare da Alessandro Magno Alessandria, la qual, unendo l'acutezza affricana con la dilicatezza greca, vi produsse chiarissimi filosofi in divinità, per li quali ella pervenne in tanto splendore d'alto divin sapere che 'l Museo alessandrino funne poi celebrato quanto unitamente erano stat'innanzi l'Accademia, il Liceo, la Stoa e 'l Cinosargi in Atene; e funne detta «la madre delle scienze» Alessandria e, per cotanta eccellenza, fu appellata da' greci Pólis come Aùstu Atene, «Urbs» Roma. Quindi provenne Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, il quale trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime teologia naturale, appunto come i greci filosofi avevano fatto innanzi delle lor favole, quali qui truoverassi esser state le lor antichissime storie; onde s'intenda lo stesso esser avvenuto delle favole greche che de' geroglifici egizi. Con tanto fasto d'alto sapere, la nazione, di sua natura boriosa (che ne furono motteggiati «gloriæ animalia»), in una città ch'era un grand'emporio del Mediterraneo e, per lo Mar Rosso, dell'Oceano e dell'Indie (tra gli cui costumi vituperevoli da Tacito, in un luogo d'oro, si narra questo: «novarum religionum avida»), tra per la pregiudicata oppenione della loro sformata antichità, la quale vanamente vantavano sopra tutte l'altre nazioni del mondo, e quindi d'aver signoreggiato anticamente ad una gran parte del mondo; e perché non sapevano la guisa come tra gentili, senza ch'i popoli sapessero nulla gli uni degli altri, divisamente nacquero idee uniformi degli dèi e degli eroi (lo che dentro appieno sarà dimostro), tutte le false divinitadi, ch'essi dalle nazioni che vi concorrevano per gli marittimi traffichi udivano essere sparse per lo resto del mondo, credettero esser uscite dal lor Egitto, e che 'l loro Giove Ammone fusse lo più antico di tutti (de' quali ogni nazione gentile n'ebbe uno), e che gli Ercoli di tutte l'altre nazioni (de' quali Varrone giunse a noverare quaranta) avessero preso il nome dal lor Ercole egizio, come l'uno e l'altro ci vien narrato da Tacito. E, con tutto ciò che Diodoro sicolo, il quale visse a' tempi d'Augusto, gli adorni di troppo vantaggiosi giudizi, non dà agli egizi maggior antichità che di duemila anni; e i di lui giudizi sono rovesciati da Giacomo Cappello nella sua Storia sagra ed egiziaca, che gli stima tali quali Senofonte aveva innanzi attaccati a Ciro e (noi aggiugniamo) Platone sovente finge de' persiani. Tutto ciò, finalmente, d'intorno alla vanità dell'altissima antica sapienza egiziaca si conferma con l'impostura del Pimandro smaltito per dottrina ermetica, il quale si scuopre dal Casaubuono non contenere dottrina più antica di quella de' platonici spiegata con la medesima frase, nel rimanente giudicata dal Salmasio per una disordinata e mal composta raccolta di cose. Fece agli egizi la falsa oppenione di cotanta lor antichità questa propietà della mente umana - d'esser indiffinita, - per la quale, delle cose che non sa, ella sovente crede sformatamente più di quello che son in fatti esse cose. Perciò gli egizi furon in ciò somiglianti a' chinesi, i quali crebbero in tanto gran nazione chiusi a tutte le nazioni straniere, come gli egizi lo erano stati fino a Psammetico e gli sciti fin ad Idantura, da' quali è volgar tradizione che furono vinti gli egizi in pregio d'antichità. La qual volgar tradizione è necessario ch'avesse avuto indi motivo onde incomincia la storia universale profana, la qual, appresso Giustino, come antiprincìpi propone innanzi alla monarchia degli assiri due potentissimi re, Tanai scita e Sesostride egizio, i quali finor han fatto comparire il mondo molto più antico di quel ch'è in fatti; e che per l'Oriente prima Tanai fusse ito con un grandissimo esercito a soggiogare l'Egitto, il qual è per natura difficilissimo a penetrarsi con l'armi, e che poi Sesostride con altrettante forze si fusse portato a soggiogare la Scizia, la qual visse sconosciuta ad essi persiani (ch'avevano stesa la loro monarchia sopra quella de' medi, suoi confinanti) fin a' tempi di Dario detto «maggiore», il qual intimò al di lei re Idantura la guerra; il qual si truova cotanto barbaro a' tempi dell'umanissima Persia, che gli risponde con cinque parole reali di cinque corpi, che non seppe nemmeno scrivere per geroglifici. E questi due potentissimi re attraversano con due grandissimi eserciti l'Asia, e non la fanno provincia o di Scizia o d'Egitto, e la lasciano in tanta libertà ch'ivi poi surse la prima monarchia delle quattro più famose del mondo, che fu quella d'Assiria! Perciò, forse, in cotal contesa d'antichità non mancarono d'entrar in mezzo i caldei, pur nazione mediterranea e, come dimostreremo, più antica dell'altre due, i quali vanamente vantavano di conservare le osservazioni astronomiche di ben ventiottomila anni: che forse diede il motivo a Flavio Giuseppe ebreo di credere con errore l'osservazioni avantidiluviane descritte nelle due colonne, una di marmo ed un'altra di mattoni, innalzate incontro a' due diluvi, e d'aver esso veduta nella Siria quella di marmo. Tanto importava alle nazioni antiche di conservare le memorie astronomiche, il qual senso fu morto affatto tralle nazioni che loro vennero appresso! Onde tal colonna è da riporsi nel museo della credulità. Ma così i chinesi si sono trovati scriver per geroglifici, come anticamente gli egizi e, più degli egizi, gli sciti, i quali nemmeno gli sapevano scrivere. E, non avendo per molte migliaia d'anni avuto commerzio con altre nazioni dalle quali potesser esser informati della vera antichità del mondo, com'uomo, che dormendo sia chiuso in un'oscura picciolissima stanza, nell'orror delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quello che con mani la toccherà; così, nel buio della loro cronologia, han fatto i chinesi e gli egizi e, con entrambi, i caldei. Pure, benché il padre Michel di Ruggiero, gesuita, affermi d'aver esso letti libri stampati innanzi la venuta di Gesù Cristo; e benché il padre Martini, pur gesuita, nella sua Storia chinese narri una grandissima antichità di Confucio, la qual ha indotti molti nell'ateismo, al riferire di Martino Scoockio in Demonstratione Diluvii universalis, onde Isacco Pereyro, autore della Storia preadamitica, forse perciò abbandonò la fede catolica, e quindi scrisse che 'l diluvio si sparse sopra la terra de' soli ebrei: però Niccolò Trigaulzio, meglio del Ruggieri e del Martini informato, nella sua Christiana expeditione apud Sinas scrive la stampa appo i chinesi essersi truovata non più che da due secoli innanzi degli europei, e Confucio aver fiorito non più che cinquecento anni innanzi di Gesù Cristo. E la filosofia confuciana, conforme a' libri sacerdotali egiziaci, nelle poche cose naturali ella è rozza e goffa, e quasi tutta si rivolge ad una volgar morale, o sia moral comandata a que' popoli con le leggi. Da sì fatto ragionamento d'intorno alla vana oppenione ch'avevano della lor antichità queste gentili nazioni, e sopra tutte gli egizi, doveva cominciare tutto lo scibile gentilesco, tra per sapere con iscienza quest'importante principio: - dove e quando egli ebbe i suoi primi incominciamenti nel mondo, - e per assistere con ragioni anco umane a tutto il credibile cristiano, il quale tutto incomincia da ciò: che 'l primo popolo del mondo fu egli l'ebreo, di cui fu principe Adamo, il quale fu criato dal vero Dio con la criazione del mondo. E che la prima scienza da doversi apparare sia la mitologia, ovvero l'interpetrazion delle favole (perché, come si vedrà, tutte le storie gentilesche hanno favolosi i princìpi), e che le favole furono le prime storie delle nazioni gentili. E con sì fatto metodo rinvenire i princìpi come delle nazioni così delle scienze, le quali da esse nazioni son uscite e non altrimente: come per tutta quest'opera sarà dimostro ch'alle pubbliche necessità o utilità de' popoli elleno hanno avuto i lor incominciamenti, e poi, con applicarvi la riflessione acuti particolari uomini, si sono perfezionate. E quindi cominciar debbe la storia universale, che tutti i dotti dicono mancare ne' suoi princìpi. E, per ciò fare, l'antichità degli egizi in ciò grandemente ci gioverà, che ne serbarono due grandi rottami non meno maravigliosi delle loro piramidi, che sono queste due grandi verità filologiche. Delle quali una è narrata da Erodoto: ch'essi tutto il tempo del mondo ch'era corso loro dinanzi riducevano a tre età: la prima degli dèi, la seconda degli eroi e la terza degli uomini. L'altra è che, con corrispondente numero ed ordine, per tutto tal tempo si erano parlate tre lingue: la prima geroglifica ovvero per caratteri sagri, la seconda simbolica o per caratteri eroici, la terza pistolare o per caratteri convenuti da' popoli, al riferire dello Scheffero, De philosophia italica. La qual divisione de' tempi egli è necessario che Marco Terenzio Varrone - perch'egli, per la sua sterminata erudizione, meritò l'elogio con cui fu detto il «dottissimo de' romani» ne' tempi loro più illuminati, che furon quelli di Cicerone - dobbiam dire, non già ch'egli non seppe seguire, ma che non volle; perché, forse, intese della romana ciò che, per questi princìpi, si truoverà vero di tutte le nazioni antiche, cioè che tutte le divine ed umane cose romane erano native del Lazio: onde si studiò dar loro tutte latine origini nella sua gran opera Rerum divinarum et humanarum, della quale l'ingiuria del tempo ci ha privi (tanto Varrone credette alla favola della legge delle XII Tavole venuta da Atene in Roma!), e divise tutti i tempi del mondo in tre, cioè: tempo oscuro, ch'è l'età degli dèi; quindi tempo favoloso, ch'è l'età degli eroi; e finalmente tempo istorico, ch'è l'età degli uomini che dicevano gli egizi. Oltracciò, l'antichità degli egizi gioveracci con due boriose memorie, di quella boria delle nazioni, le quali osserva Diodoro sicolo che, o barbare o umane si fussero, ciascheduna si è tenuta la più antica di tutte e serbare le sue memorie fin dal principio del mondo; lo che vedremo essere stato privilegio de' soli ebrei. Delle quali due boriose memorie una osservammo esser quella che 'l loro Giove Ammone era il più vecchio di tutti gli altri del mondo, l'altra che tutti gli altri Ercoli dell'altre nazioni avevano preso il nome dal loro Ercole egizio: cioè ch'appo tutte prima corse l'età degli dèi, re de' quali appo tutte fu creduto esser Giove; e poscia l'età degli eroi, che si tenevano esser figliuoli degli dèi, il massimo de' quali fu creduto esser Ercole. II [Ebrei ] S'innalza la prima colonna agli ebrei, i quali, per gravissime autorità di Flavio Giuseppe ebreo e di Lattanzio Firmiano ch'appresso s'arrecheranno, vissero sconosciuti a tutte le nazioni gentili. E pur essi contavano giusta la ragione de' tempi corsi del mondo, oggi dagli più severi critici ricevuta per vera, secondo il calcolo di Filone giudeo; la qual se varia da quel d'Eusebio, il divario non è che di mille e cinquecento anni, ch'è brievissimo spazio di tempo a petto di quanto l'alterarono i caldei, gli sciti, gli egizi e, fin al dì d'oggi, i chinesi. Che dev'esser un invitto argomento che gli ebrei furono il primo popolo del nostro mondo ed hanno serbato con verità le loro memorie nella storia sagra fin dal principio del mondo. III [Caldei ] Si pianta la seconda colonna a' caldei, tra perché in geografia si mostra in Assiria essere stata la monarchia più mediterranea di tutto il mondo abitabile, e perché in quest'opera si dimostra che si popolarono prima le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E certamente i caldei furono i primi sappienti della gentilità, il principe de' quali dalla comune de' filologi è ricevuto Zoroaste caldeo. E senza veruno scrupolo la storia universale prende principio dalla monarchia degli assiri, la quale aveva dovuto incominciar a formarsi dalla gente caldea; dalla quale, cresciuta in un grandissimo corpo, dovette passare nella nazion degli assiri sotto di Nino, il quale vi dovette fondare tal monarchia, non già con gente menata colà da fuori, ma nata dentro essa Caldea medesima, con la qual egli spense il nome caldeo e vi produsse l'assirio: che dovetter esser i plebei di quella nazione, con le forze de' quali Nino vi surse monarca, come in quest'opera tal civile costume di quasi tutte, come si ha certamente della romana, vien dimostrato. Ed essa storia pur ci racconta che fu Zoroaste ucciso da Nino; lo che truoveremo esser stato detto, con lingua eroica, in senso che 'l regno, il qual era stato aristocratico de' caldei (de' quali era stato carattere eroico Zoroaste), fu rovesciato per mezzo della libertà popolare da' plebei di tal gente, i quali ne' tempi eroici si vedranno essere stati altra nazione da' nobili, e che col favore di tal nazione Nino vi si fusse stabilito monarca. Altrimente, se non istanno così queste cose, n'uscirebbe questo mostro di cronologia nella storia assiriaca; che nella vita d'un sol uomo, di Zoroaste, da vagabondi eslegi si fusse la Caldea portata a tanta grandezza d'imperio che Nino vi fondò una grandissima monarchia. Senza i quali princìpi, avendoci Nino dato il primo incominciamento della storia universale, ci ha fatto finor sembrare la monarchia dell'Assiria, come una ranocchia in una pioggia d'està, esser nata tutta ad un tratto. IV [Sciti ] Si fonda la terza colonna agli sciti, i quali vinsero gli egizi in contesa d'antichità, come testé l'hacci narrato una tradizione volgare. V [Fenici ] La quarta colonna si stabilisce a' fenici innanzi degli egizi, ai quali i fenici, da' caldei, portarono la pratica del quadrante e la scienza dell'elevazione del polo, di che è volgare tradizione; e appresso dimostraremo che portarono anco i volgari caratteri. VI [Egizi ] Per tutte le cose sopra qui ragionate, quelli egizi che nel suo Canone vuol il Marshamo essere stati gli più antichi di tutte le nazioni, meritano il quinto luogo su questa Tavola cronologica. VII [Zoroaste, o regno de' caldei. - Anni del mondo 1756 ] Zoroaste si truova in quest'opera essere stato un carattere poetico di fondatori di popoli in Oriente, onde se ne truovano tanti sparsi per quella gran parte del mondo quanti sono gli Ercoli per l'altra opposta dell'Occidente; e forse gli Ercoli, i quali con l'aspetto degli occidentali osservò Varrone anco in Asia (come il tirio, il fenicio), dovettero agli orientali essere Zoroasti. Ma la boria de' dotti, i quali ciò ch'essi sanno vogliono che sia antico quanto ch'è il mondo, ne ha fatto un uomo particolare ricolmo d'altissima sapienza riposta e gli ha attaccato gli oracoli della filosofia, i quali non ismaltiscono altro che per vecchia una troppo nuova dottrina, ch'è quella de' pittagorici e de' platonici. Ma tal boria de' dotti non si fermò qui, ché gonfiò più col fingerne anco la succession delle scuole per le nazioni: che Zoroaste addottrinò Beroso, per la Caldea; Beroso, Mercurio Trimegisto, per l'Egitto; Mercurio Trimegisto, Atlante, per l'Etiopia; Atlante, Orfeo, per la Tracia; e che, finalmente, Orfeo fermò la sua scuola in Grecia. Ma quindi a poco si vedrà quanto furono facili questi lunghi viaggi per le prime nazioni, le quali, per la loro fresca selvaggia origine, dappertutto vivevano sconosciute alle loro medesime confinanti, e non si conobbero tra loro che con l'occasion delle guerre o per cagione de' traffichi. Ma de' caldei gli stessi filologi, sbalorditi dalle varie volgari tradizioni che ne hanno essi raccolte, non sanno s'eglino fussero stati particolari uomini o intiere famiglie o tutto un popolo o nazione. Le quali dubbiezze tutte si solveranno con questi princìpi: che prima furono particolari uomini, dipoi intiere famiglie, appresso tutto un popolo e finalmente una gran nazione, sulla quale si fondò la monarchia dell'Assiria; e 'l lor sapere fu prima in volgare divinità (con la qual indovinavano l'avvenire dal tragitto delle stelle cadenti la notte) e poi in astrologia giudiziaria, com'a' latini l'astrologo giudiziario restò detto «chaldæus». VIII [Giapeto, dal quale provvengon i giganti - Anni del mondo 1856 ] I quali, con istorie fisiche truovate dentro le greche favole, e pruove come fisiche così morali tratte da dentro l'istorie civili, si dimostreranno essere stati in natura appo tutte le prime nazioni gentili. IX [Nebrod, o confusione delle lingue. - Anni del mondo 1856 ] La quale avvenne in una maniera miracolosa, onde all'istante si formarono tante favelle diverse. Per la qual confusione di lingue vogliono i Padri che si venne tratto tratto a perdere la purità della lingua santa avantidiluviana. Lo che si deve intendere delle lingue de' popoli d'Oriente, tra' quali Sem propagò il gener umano. Ma delle nazioni di tutto il restante mondo altrimente dovette andar la bisogna. Perocché le razze di Cam e Giafet dovettero disperdersi per la gran selva di questa terra con un error ferino di dugento anni; e così, raminghi e soli, dovettero produrre i figliuoli, con una ferina educazione, nudi d'ogni umano costume e privi d'ogni umana favella, e sì in uno stato di bruti animali. E tanto tempo appunto vi bisognò correre, che la terra, disseccata dall'umidore dell'universale diluvio, potesse mandar in aria delle esalazioni secche a potervisi ingenerare de' fulmini, da' quali gli uomini storditi e spaventati si abbandonassero alle false religioni di tanti Giovi, che Varrone giunse a noverarne quaranta e gli egizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico di tutti. E si diedero ad una spezie di divinazione d'indovinar l'avvenire da' tuoni e da' fulmini e da' voli dell'aquile, che credevano essere uccelli di Giove. Ma appo gli orientali nacque una spezie di divinazione più dilicata dall'osservare i moti de' pianeti e gli aspetti degli astri: onde il primo sapiente della gentilità si celebra Zoroaste, che 'l Bocarto vuol detto «contemplatore degli astri». E, siccome tra gli orientali nacque la prima volgar sapienza, così tra essi surse la prima monarchia, che fu quella d'Assiria. Per sì fatto ragionamento vengono a rovinare tutti gli etimologi ultimi, che vogliono rapportare tutte le lingue del mondo all'origini dell'orientali; quando tutte le nazioni provenute da Cam e Giafet si fondarono prima le lingue natie dentro terra, e poi, calate al mare, cominciarono a praticar co' fenici, che furono celebri ne' lidi del Mediterraneo e dell'Oceano per la navigazione e per le colonie. Come nella Scienza nuova la prima volta stampata l'abbiam dimostro nelle origini della lingua latina, e, ad esempio della latina, doversi lo stesso intendere dell'altre tutte. X [Un de' quali [giganti], Prometeo, ruba il fuoco dal sole. - Anni del mondo 1856 ] Da questa favola si scorge il Cielo avere regnato in terra, quando fu creduto tant'alto quanto le cime de' monti, come ve n'ha la volgare tradizione, che narra anco aver lasciato de' molti e grandi benefizi al gener umano. XI [Deucalione ] Al cui tempo Temi, o sia la giustizia divina, aveva un templo sopra il monte Parnaso; e ch'ella giudicava in terra le cose degli uomini. XII [Mercurio Trimegisto il vecchio, ovvero età degli dèi d'Egitto ] Questo è 'l Mercurio, ch'al riferire di Cicerone, De natura deorum, fu dagli egizi detto «Theut» (dal quale a' greci fusse provenuto theós), il quale truovò le lettere e le leggi agli egizi, e questi (per lo Marshamo) l'avesser insegnate all'altre nazioni del mondo. Però i greci non iscrissero le loro leggi co' geroglifici, ma con le lettere volgari, che finora si è oppinato aver loro portato Cadmo dalla Fenicia, delle quali, come vedrassi, non si servirono per settecento anni e più appresso. Dentro il qual tempo venne Omero, che in niuno de' suoi poemi nomina nómos (ch'osservò il Feizio nell'Omeriche antichità), e lasciò i suoi poemi alla memoria de' suoi rapsòdi, perché al di lui tempo le lettere volgari non si erano ancor truovate, come risolutamente Flavio Giuseffo ebreo il sostiene contro Appione, greco gramatico. E pure, dopo Omero, le lettere greche uscirono tanto diverse dalle fenicie. Ma queste sono minori difficultà a petto di quelle: come le nazioni, senza le leggi, possano truovarsi di già fondate? e come dentro esso Egitto, innanzi di tal Mercurio, si erano già fondate le dinastie? Quasi fussero d'essenza delle leggi le lettere, e sì non fussero leggi quelle di Sparta, ove per legge d'esso Ligurgo erano proibiti saper di lettera! Quasi non vi avesse potuto essere quest'ordine in natura civile: - di concepire a voce le leggi e pur a voce di pubblicarle, - e non si truovassero di fatto appo Omero due sorte d'adunanze: una detta bulé segreta, dove si adunavano gli eroi per consultar a voce le leggi; ed un'altra detta agorá, pubblica, nella quale pur a voce le pubblicavano! Quasi, finalmente, la provvedenza non avesse provveduto a questa umana necessità: che, per la mancanza delle lettere, tutte le nazioni nella loro barbarie si fondassero prima con le consuetudini e, ingentilite, poi si governassero con le leggi! Siccome nella barbarie ricorsa i primi diritti delle nazioni novelle d'Europa sono nati con le consuetudini, delle quali tutte le più antiche son le feudali; lo che si dee ricordare per ciò ch'appresso diremo: ch'i feudi sono state le prime sorgive di tutti i diritti che vennero appresso appo tutte le nazioni così antiche come moderne, e quindi il diritto natural delle genti, non già con leggi, ma con essi costumi umani essersi stabilito. Ora, per ciò ch'attiensi a questo gran momento della cristiana religione: - che Mosè non abbia apparato dagli egizi la sublime teologia degli ebrei, - sembra fortemente ostare la cronologia, la qual alloga Mosè dopo di questo Mercurio Trimegisto. Ma tal difficultà, oltre alle ragioni con le quali sopra si è combattuta, ella si vince affatto per questi princìpi, fermati in un luogo veramente d'oro di Giamblico, De mysteriis ægyptiorum, dove dice che gli egizi tutti i loro ritruovati necessari o utili alla vita umana civile riferivano a questo loro Mercurio; talché egli dee essere stato, non un particolare uomo ricco di sapienza riposta che fu poi consagrato dio, ma un carattere poetico de' primi uomini dell'Egitto sappienti di sapienza volgare, che vi fondarono prima le famiglie e poi i popoli che finalmente composero quella gran nazione. E per questo stesso luogo arrecato testé di Giamblico, perché gli egizi costino con la loro divisione delle tre età degli dèi, degli eroi e degli uomini, e questo Trimegisto fu loro dio, perciò nella vita di tal Mercurio dee correre tutta l'età degli dèi degli egizi. XIII [Età dell'oro, ovvero età degli dèi di Grecia ] Una delle cui particolarità la storia favolosa ci narra: che gli dèi praticavano in terra con gli uomini. E, per dar certezza a' princìpi della cronologia, meditiamo in quest'opera una teogonia naturale, o sia generazione degli dèi, fatta naturalmente nelle fantasie de' greci a certe occasioni di umane necessità o utilità, ch'avvertirono essere state loro soccorse o somministrate ne' tempi del primo mondo fanciullo, sorpreso da spaventosissime religioni: che tutto ciò che gli uomini o vedevano o immaginavano o anco essi stessi facevano, apprendevano essere divinità. E, de' famosi dodici dèi delle genti che furon dette «maggiori», o sieno dèi consagrati dagli uomini nel tempo delle famiglie, faccendo dodici minute epoche, con una cronologia ragionata della storia poetica si determina all'età degli dèi la durata di novecento anni; onde si danno i princìpi alla storia universale profana. XIV [Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti. - Anni del mondo 2082 ] Da quest'Elleno i greci natii si disser «elleni»; ma i greci d'Italia si dissero «graii»; e la loro terra Graikía, onde «græci» vennero detti a' latini. Tanto i greci d'Italia seppero il nome della nazion greca principe, che fu quella oltramare, ond'essi erano venuti colonie in Italia! Perché tal voce Graikía non si truova appresso greco scrittore, come osserva Giovanni Palmerio nella Descrizion della Grecia. XV [Cecrope egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene ] Ma Strabone stima che l'Attica, per l'asprezza delle sue terre, non poteva invitare stranieri che vi venissero ad abitare, per pruovare che 'l dialetto attico è de' primi tra gli altri natii di Grecia. XVI [Cadmo fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari. - Anni del mondo 2448 ] E vi porrò le lettere fenicie: onde Beozia, fin dalla sua fondazione letterata, doveva essere la più ingegnosa di tutte l'altre nazioni di Grecia; ma produsse uomini di menti tanto balorde che passò in proverbio «beoto» per uomo d'ottuso ingegno. XVII [Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio. - Anni del mondo 2491 ] Questa è l'età degli dèi che comincia alle nazioni del Lazio, corrispondente nelle propietà all'età dell'oro de' greci, a' quali il primo oro si ritruoverà per la nostra mitologia essere stato il frumento, con le cui raccolte per lunghi secoli le prime nazioni numerarono gli anni. E Saturno da' latini fu detto a «satis», da' seminati, e si dice Chrónos da' greci, appo i quali chrónos è il tempo, da cui vien detta essa «cronologia». XVIII [Mercurio Trimegisto il giovine, o età degli eroi d'Egitto. Anni del mondo 2553 ] Questo Mercurio il giovine dev'essere carattere poetico dell'età degli eroi degli egizi. La qual a' greci non succedé che dopo novecento anni, per gli quali va a finire l'età degli dèi di Grecia; ma agli egizi corre per un padre, figlio e nipote. A tal anacronismo nella storia egiziaca osservammo uno somigliante nella storia assiriaca nella persona di Zoroaste. XIX [Danao egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo. Anni del mondo 2553 ] Queste successioni reali sono gran canoni di cronologia: come Danao occupa il regno d'Argo, signoreggiato innanzi da nove re della casa d'Inaco, per gli quali dovevano correre trecento anni (per la regola de' cronologi), come presso a cinquecento per gli quattordici re latini che regnarono in Alba. Ma Tucidide dice che ne' tempi eroici gli re si cacciavano tutto giorno di sedia l'un l'altro; come Amulio caccia Numitore dal regno d'Alba, e Romolo ne caccia Amulio e rimettevi Numitore. Lo che avveniva tra per la ferocia de' tempi, e perch'erano smurate l'eroiche città, né eran in uso ancor le fortezze, come dentro si rincontra de' tempi barbari ritornati. XX [Eraclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. - Cureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti. - Anni del mondo 2682 ] Questi due grandi rottami d'antichità si osservano da Dionigi Petavio gittati dentro la greca storia avanti il tempo eroico de' greci. E sono sparsi per tutta Grecia gli Eraclidi, o sieno i figliuoli d'Ercole, più di cento anni innanzi di provenirvi Ercole loro padre, il quale, per propagarli in tanta generazione, doveva esser nato molti secoli prima. XXI [Didone da Tiro va a fondar Cartagine ] La quale noi poniamo nel fine del tempo eroico de' fenici, e sì, cacciata da Tiro perché vinta in contesa eroica, com'ella il professa d'esserne uscita per l'odio del suo cognato. Tal moltitudine d'uomini tirii con frase eroica fu detta «femmina», perché di deboli e vinti. XXII [Orfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi ] Quest'Orfeo, che riduce le fiere di Grecia all'umanità, si truova esser un vasto covile di mille mostri. Viene da Tracia, patria di fieri Marti, non d'umani filosofi, perché furono, per tutto il tempo appresso, cotanto barbari ch'Androzione filosofo tolse Orfeo dal numero de' sappienti solamente per ciò che fusse nato egli in Tracia. E, ne' di lei princìpi, ne uscì tanto dotto di greca lingua che vi compose in versi di maravigliosissima poesia, con la quale addimestica i barbari per gli orecchi; i quali, composti già in nazioni, non furono ritenuti dagli occhi di non dar fuoco alle città piene di maraviglie. E truova i greci ancor fiere bestie; a' quali Deucalione, da un mille anni innanzi, aveva insegnato la pietà col riverire e temere la giustizia divina, col cui timore, innanzi al di lei templo posto sopra il monte Parnaso (che fu poi la stanza delle muse e d'Apollo, che sono lo dio e l'arti dell'umanità), insieme con Pirra sua moglie, entrambi co' capi velati (cioè col pudore del concubito umano, volendo significare col matrimonio), le pietre ch'erano loro dinanzi i piedi (cioè gli stupidi della vita innanzi ferina), gittandole dietro le spalle, fanno divenir uomini (cioè con l'ordine della disciplina iconomica, nello stato delle famiglie); - Elleno, da settecento anni innanzi, aveva associati con la lingua e v'aveva sparso per tre suoi figliuoli tre dialetti; - la casa d'Inaco dimostrava esservi da trecento anni innanzi fondati i regni e scorrervi le successioni reali. Viene finalmente Orfeo ad insegnarvi l'umanità; e, da un tempo che la truova tanto selvaggia, porta la Grecia a tanto lustro di nazione ch'esso è compagno di Giasone nell'impresa navale del vello d'oro (quando la navale e la nautica sono gli ultimi ritruovati de' popoli), e vi s'accompagna con Castore e Polluce, fratelli d'Elena, per cui fu fatta la tanto romorosa guerra di Troia. E, nella vita d'un sol uomo, tante civili cose fatte, alle quali appena basta la scorsa di ben mill'anni! Tal mostro di cronologia sulla storia greca nella persona d'Orfeo è somigliante agli altri due osservati sopra: uno sulla storia assiriaca nella persona di Zoroaste, ed un altro sull'egiziaca in quelle de' due Mercuri. Per tutto ciò, forse, Cicerone, De natura deorum, sospettò ch'un tal Orfeo non fusse giammai stato nel mondo. A queste grandissime difficultà cronologiche s'aggiungono non minori altre morali e politiche: che Orfeo fonda l'umanità della Grecia sopra esempli d'un Giove adultero, d'una Giunione nimica a morte della virtù degli Ercoli, d'una casta Diana che solecita gli addormentati Endimioni di notte, d'un Apollo che risponde oracoli ed infesta fin alla morte le pudiche donzelle Dafni, d'un Marte che, come non bastasse agli dèi di commettere adultèri in terra, gli trasporta fin dentro il mare con Venere. Né tale sfrenata libidine degli dèi si contenta de' vietati concubiti con le donne: arde Giove di nefandi amori per Ganimede; né pur qui si ferma: eccede finalmente alla bestiale, e Giove, trasformato in cigno, giace con Leda: la qual libidine, esercitata negli uomini e nelle bestie, fece assolutamente l'infame nefas del mondo eslege. Tanti dèi e dèe nel cielo non contraggono matrimoni; ed uno ve n'ha, di Giove con Giunone, ed è sterile; né solamente sterile, ma anco pieno d'atroci risse; talché Giove appicca in aria la pudica gelosa moglie, ed esso partorisce Minerva dal capo; ed infine, se Saturno fa figliuoli, gli si divora. I quali esempli, e potenti esempli divini (contengansi pure cotali favole tutta la sapienza riposta, disiderata da Platone infino a' nostri tempi da Bacone di Verulamio, De sapientia veterum), come suonano, dissolverebbero i popoli più costumati e gl'istigherebbero ad imbrutirsi in esse fiere d'Orfeo: tanto sono acconci e valevoli a ridurre gli uomini da bestie fiere all'umanità! Della qual riprensione è una particella quella che degli dèi della gentilità fa sant'Agostino nella Città di Dio, per questo motivo dell'Eunuco di Terenzio: che 'l Cherea, scandalezzato da una dipintura di Giove ch'in pioggia d'oro si giace con Danae, prende quell'ardire, che non aveva avuto, di violare la schiava, della quale pur era impazzato d'un violentissimo amore. Ma questi duri scogli di mitologia si schiveranno co' princìpi di questa Scienza, la quale dimostrerà che tali favole, ne' loro princìpi, furono tutte vere e severe e degne di fondatori di nazioni, e che poi, con lungo volger degli anni, da una parte oscurandosene i significati, e dall'altra col cangiar de' costumi che da severi divennero dissoluti, perché gli uomini per consolarne le lor coscienze volevano peccare con l'autorità degli dèi, passarono ne' laidi significati co' quali sonoci pervenute. L'aspre tempeste cronologiche ci saranno rasserenate dalla discoverta de' caratteri poetici, un de' quali fu Orfeo, guardato per l'aspetto di poeta teologo, il quale con le favole, nel primo loro significato, fondò prima e poi raffermò l'umanità della Grecia. Il quale carattere spiccò più che mai nell'eroiche contese co' plebei delle greche città; ond'in tal età si distinsero i poeti teologi, com'esso Orfeo, Lino, Museo, Anfione, il quale de' sassi semoventi (de' balordi plebei) innalzò le mura di Tebe, che Cadmo aveva da trecento anni innanzi fondata; appunto come Appio, nipote del decemviro, circa altrettanto tempo dalla fondazione di Roma, col cantar alla plebe la forza degli dèi negli auspìci, della quale avevano la scienza i patrizi, ferma lo stato eroico a' romani. Dalle quali eroiche contese ebbe nome il secolo eroico. XXIII [Ercole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia ] Le stesse difficultà ricorrono in Ercole, preso per un uom vero, compagno di Giasone nella spedizione di Colco; quando egli non sia, come si truoverà, carattere eroico di fondatore di popoli per l'aspetto delle fatighe. XXIV [Sancuniate scrive storie in lettere volgari. - Anni del mondo 2800 ] Detto anco Sancunazione, chiamato «lo storico della verità» (al riferire di Clemente alessandrino negli Stromati), il quale scrisse in caratteri volgari la storia fenicia, mentre gli egizi e gli sciti, come abbiam veduto, scrivevano per geroglifici, come si sono truovati scrivere fin al dì d'oggi i chinesi, i quali non meno degli sciti ed egizi vantano una mostruosa antichità, perché al buio del loro chiuso, non praticando con altre nazioni, non videro la vera luce de' tempi. E Sancuniate scrisse in caratteri fenici volgari, mentre le lettere volgari non si erano ancor truovate tra' greci, come sopra si è detto. XXV [Guerra troiana. - Anni del mondo 2820 ] La quale, com'è narrata da Omero, avveduti critici giudicano non essersi fatta nel mondo; e i Ditti cretesi e i Dareti frigi, che la scrissero in prosa come storici del lor tempo, da' medesimi critici sono mandati a conservarsi nella libraria dell'impostura. XXVI [Sesostride regna in Tebe. - Anni del mondo 2949 ] Il quale ridusse sotto il suo imperio le tre altre dinastie dell'Egitto; che si truova esser il re Ramse che 'l sacerdote egizio narra a Germanico appresso Tacito. XXVII [Colonie greche in Asia, in Sicilia, in Italia. Anni del mondo 2949 ] Questa è una delle pochissime cose nelle quali non seguiamo l'autorità d'essa cronologia, forzati da una prepotente cagione. Onde poniamo le colonie de' greci menate in Italia ed in Sicilia da cento anni dopo la guerra troiana, e sì da un trecento anni innanzi al tempo ove l'han poste i cronologi, cioè vicino a' tempi ne' quali i cronologi pongono gli errori degli eroi, come di Menelao, di Enea, d'Antenore, di Diomede e d'Ulisse. Né dee recare ciò maraviglia, quando essi variano di quattrocensessant'anni d'intorno al tempo d'Omero, ch'è 'l più vicino autore a sì fatte cose de' greci. Perché la magnificenza e dilicatezza di Siragosa a' tempi delle guerre cartaginesi non avevano che invidiare a quelle d'Atene medesima; quando nell'isole più tardi che ne' continenti s'introducono la morbidezza e lo splendor de' costumi, e, ne' di lui tempi, Cotrone fa compassione a Livio del suo poco numero d'abitatori, la quale aveva abitato innanzi più millioni. XXVIII [Giuochi olimpici, prima ordinati da Ercole, poi intermessi, e restituiti da Isifilo. - Anni del mondo 3223 ] Perché si truova che da Ercole si noveravano gli anni con le raccolte; da Isifilo in poi, col corso del sole, per gli segni del zodiaco: onde da questi incomincia il tempo certo de' greci. XXIX [Fondazione di Roma. - Anni di Roma 1 ] Ma, qual sole le nebbie, così sgombra tutte le magnifiche oppenioni che finora si sono avute de' princìpi di Roma, e di tutte l'altre città che sono state capitali di famosissime nazioni, un luogo d'oro di Varrone (appo sant'Agostino nella Città di Dio): ch'ella sotto gli re, che vi regnarono da dugencinquant'anni, manomise da più di venti popoli, e non distese più di venti miglia l'imperio. XXX [Omero, il quale venne in tempo che non si eran ancor truovate le lettere volgari, e 'l quale non vidde l'Egitto. Anni del mondo 3290, di Roma 35 ] Del qual primo lume di Grecia ci ha lasciato al buio la greca storia d'intorno alle principali sue parti, cioè geografia e cronologia, poiché non ci è giunto nulla di certo né della di lui patria né dell'età. Il quale nel terzo di questi libri si truoverà tutt'altro da quello ch'è stato finor creduto. Ma, qualunque egli sia stato, non vide certamente l'Egitto; il quale nell'Odissea narra che l'isola ov'è il faro or d'Alessandria fosse lontana da terraferma quanto una nave scarica, con rovaio in poppa, potesse veleggiar un intiero giorno. Né vide la Fenicia; ove narra l'isola di Calipso, detta Ogigia, esser tanto lontana che Mercurio dio, e dio alato, difficilissimamente vi giunse, come se da Grecia, dove sul monte Olimpo egli nell'Iliade canta starsi gli dèi, fusse la distanza che vi è dal nostro mondo in America. Talché, se i greci a' tempi d'Omero avessero trafficato in Fenicia ed Egitto, egli n'arebbe perduto il credito a tutti e due i suoi poemi. XXXI [Psammetico apre l'Egitto a' soli greci di Ionia e di Caria. Anni del mondo 3334 ] Onde da Psammetico comincia Erodoto a raccontar cose più accertare degli egizi. E ciò conferma che Omero non vide l'Egitto; e le tante notizie, ch'egli narra e di Egitto e d'altri paesi del mondo, o sono cose e fatti dentro essa Grecia, come si dimostrerà nella Geografia poetica; o sono tradizioni, alterate col lungo tempo, de' fenici, egizi, frigi, ch'avevano menate le loro colonie tra' greci; o sono novelle de' viaggiatori fenici, che da molto innanzi a' tempi d'Omero mercantavano nelle marine di Grecia. XXXII [Esopo, moral filosofo volgare. - Anni del mondo 3334 ] Nella Logica poetica si truoverà Esopo non essere stato un particolar uomo in natura, ma un genere fantastico, ovvero un carattere poetico de' soci ovvero famoli degli eroi, i quali certamente furon innanzi a' sette saggi di Grecia. XXXIII [Sette savi di Grecia; de' quali uno, Solone, ordina la libertà popolare d'Atene; l'altro, Talete milesio, dà incominciamento alla filosofia con la fisica. - Anni del mondo 3406 ] E cominciò da un principio troppo sciapito - dall'acqua, - forse perché aveva osservato con l'acqua crescer le zucche. XXXIV [Pittagora, di cui vivo dice Livio che nemmeno il nome poté sapersi in Roma. - Anni del mondo 3468, di Roma 225 ] Ch'esso Livio pone a' tempi di Servio Tullio (tanto ebbe per vero che Pittagora fosse stato maestro di Numa in divinità!); e ne' medesimi tempi di Servio Tullio, che sono presso a dugento anni dopo di Numa, dice che 'n quelli tempi barbari dell'Italia mediterranea fosse stato impossibile, nonché esso Pittagora, il di lui nome, per tanti popoli di lingue e costumi diversi, avesse potuto da Cotrone giugnere a Roma. Onde s'intenda quanto furono spediti e facili tanti lunghi viaggi d'esso Pittagora in Tracia dagli scolari d'Orfeo, da' maghi nella Persia, da' caldei in Babillonia, da' ginnosofisti nell'India; quindi, nel ritorno, da' sacerdoti in Egitto e, quanto è larga l'Affrica attraversando, dagli scolari d'Atlante nella Mauritania; e di là, rivalicando il mare, da' druidi nella Gallia; ed indi fusse ritornato, ricco della sapienza barbaresca che dice l'Ornio, nella sua patria: da quelle barbare nazioni, alle quali, lunga età innanzi, Ercole tebano con uccider mostri e tiranni era andato per lo mondo disseminando l'umanità; ed alle quali medesime, lunga età dopo, essi greci vantavano d'averla insegnata, ma non con tanto profitto che pure non restassero barbare. Tanto ha di serioso e grave la succession delle scuole della filosofia barbaresca che dice l'Ornio, alquanto più sopra accennata, alla quale la boria de' dotti ha cotanto applaudito! Che hassi a dire se fa necessità qui l'autorità di Lattanzio, che risolutamente niega Pittagora essere stato discepolo d'Isaia? La qual autorità si rende gravissima per un luogo di Giuseffo ebreo nell'Antichità giudaiche, che pruova gli ebrei, a' tempi di Omero e di Pittagora, aver vivuto sconosciuti ad esse vicine loro mediterranee, nonché all'oltramarine lontanissime nazioni. Perché a Tolomeo Filadelfo, che si maravigliava perché delle leggi mosaiche né poeta né storico alcuno avesse fatto veruna menzione giammai, Demetrio ebreo rispose essere stati puniti miracolosamente da Dio alcuni che attentato avevano di narrarle a' gentili, come Teopompo che ne fu privato del senno, e Teodette che lo fu della vista. Quindi esso Giuseffo confessa generosamente questa lor oscurezza, e ne rende queste cagioni: «Noi - dic'egli - non abitiamo sulle marine, né ci dilettiamo di mercantare e per cagione di traffichi praticare con gli stranieri». Sul qual costume Lattanzio riflette essere stato ciò consiglio della provvedenza divina, acciocché coi commerzi gentileschi non si profanasse la religione del vero Dio; nel qual detto egli è Lattanzio seguito da Pier Cuneo, De republica hebræorum. Tutto ciò si ferma con una confession pubblica d'essi ebrei, i quali per la versione de' Settanta facevan ogni anno un solenne digiuno nel dì otto di tebet, ovvero dicembre; perocché, quando ella uscì, tre giorni di tenebre furon per tutto il mondo, come sui libri rabbinici l'osservarono il Casaubuono nell'Esercitazioni sopra gli Annali del Baronio, il Buxtorfio nella Sinagoga giudaica e l'Ottingero nel Tesoro filologico. E perché i giudei grecanti, dett'«ellenisti», tra' quali fu Aristea, detto capo di essa versione, le attribuivano una divina autorità, i giudei gerosolomitani gli odiavano mortalmente. Ma per la natura di queste cose civili [è da reputare impossibile] che, per confini vietati anco dagli umanissimi egizi (i quali furono così inospitali a' greci lunga età dopo ch'avevano aperto loro l'Egitto, ch'erano vietati d'usar pentola, schidone, coltello ed anco carne tagliata col coltello che fusse greco), per cammini aspri ed infesti, senza alcuna comunanza di lingue, tra gli ebrei, che solevano motteggiarsi da' gentili ch'allo straniero assetato non additassero il fonte, i profeti avessero profanato la loro sagra dottrina a' stranieri, uomini nuovi e ad essolor sconosciuti, la quale in tutte le nazioni del mondo i sacerdoti custodivano arcana al volgo delle loro medesime plebi, ond'ella ha avuto appo tutte il nome di «sagra», ch'è tanto dire quanto «segreta». E ne risulta una pruova più luminosa per la verità della cristiana religione: che Pittagora, che Platone, in forza di umana sublimissima scienza, si fussero alquanto alzati alla cognizione delle divine verità, delle quali gli ebrei erano stati addottrinati dal vero Dio; e, al contrario, ne nasce una grave confutazione dell'errore de' mitologi ultimi, i quali credono che le favole sieno storie sagre, corrotte dalle nazioni gentili e sopra tutti da' greci. E, benché gli egizi praticarono con gli ebrei nella loro cattività, però, per un costume comune de' primi popoli, che qui dentro sarà dimostro, di tener i vinti per uomini senza dèi, eglino della religione e storia ebraica fecero anzi beffe che conto; i quali, come narra il sagro Genesi, sovente per ischerno domandavano agli ebrei perché lo Dio ch'essi adoravano non veniva a liberargli dalle lor mani. XXXV [Servio Tullio re. - Anni del mondo 3468, di Roma 225 ] Il quale, con comun errore, è stato finor creduto d'aver ordinato in Roma il censo pianta della libertà popolare, il quale dentro si truoverà essere stato censo pianta di libertà signorile. Il qual errore va di concerto con quell'altro onde si è pur creduto finora che, ne' tempi ne' quali il debitor ammalato doveva comparire sull'asinello o dentro la carriuola innanzi al pretore, Tarquinio Prisco avesse ordinato l'insegne, le toghe, le divise e le sedie d'avolio (de' denti di quelli elefanti che, perché i romani avevano veduto la prima volta in Lucania nella guerra con Pirro, dissero «boves lucas») e finalmente i cocchi d'oro da trionfare; nella quale splendida comparsa rifulse la romana maestà ne' tempi della repubblica popolare più luminosa. XXXVI [Esiodo. - Anni del mondo 3500 ] Per le pruove che si faranno d'intorno al tempo che fra i greci si truovò la scrittura volgare, poniamo Esiodo circa i tempi d'Erodoto e alquanto innanzi; il quale da' cronologi con troppo risoluta franchezza si pone trent'anni innanzi d'Omero, della cui età variano quattrocensessant'anni gli autori. Oltreché, Porfirio (appresso Suida) e Velleo Patercolo voglion ch'Omero avesse di gran tempo preceduto ad Esiodo. E 'l treppiedi ch'Esiodo consagrò in Elicona ad Apollo, con iscrittovi ch'esso aveva vinto Omero nel canto, quantunque il riconosca Varrone (appresso Aulo Gellio), egli è da conservarsi nel museo dell'impostura, perché fu una di quelle che fanno tuttavia a' nostri tempi i falsatori delle medaglie per ritrarne con tal frode molto guadagno. XXXVII [Erodoto, Ippocrate. - Anni del mondo 3500 ] Egli è Ippocrate posto da' cronologi nel tempo de' sette savi della Grecia. Ma, tra perché la di lui vita è troppo tinta di favole (ch'è raccontato figliuolo d'Eusculapio e nipote d'Apollo), e perch'è certo autore d'opere scritte in prosa con volgari caratteri, perciò egli è qui posto circa i tempi d'Erodoto, il qual egualmente e scrisse in prosa con volgari caratteri e tessé la sua storia quasi tutta di favole. XXXVIII [Idantura re di Scizia. - Anni del mondo 3530 ] Il quale a Dario il maggiore, che gli aveva intimato la guerra, risponde con cinque parole reali (le quali, come dentro si mostrerà, i primi popoli dovettero usare prima che le vocali e, finalmente, le scritte); le quali parole reali furono una ranocchia, un topo, un uccello, un dente d'aratro ed un arco da saettare. Dentro, con tutta naturalezza e propietà se ne spiegheranno i significati; e c'incresce rapportare ciò che san Cirillo alessandrino riferisce del consiglio che Dario tenne su tal risposta, che da se stesso accusa le ridevoli interpetrazioni che le diedero i consiglieri. E questo è re di quelli sciti i quali vinsero gli egizi in contesa d'antichità, ch'a tali tempi sì bassi non sapevano nemmeno scrivere per geroglifici! Talché Idantura dovett'essere un degli re chinesi, che, fin a pochi secoli fa chiusi a tutto il rimanente del mondo, vantano vanamente un'antichità maggiore di quella del mondo e, 'n tanta lunghezza di tempi, si sono truovati scrivere ancora per geroglifici, e, quantunque per la gran mollezza del cielo abbiano dilicatissimi ingegni, co' quali fanno tanti a maraviglia dilicati lavori, però non sanno ancora dar l'ombre nella pittura, sopra le quali risaltar possano i lumi; onde, non avendo sporti né addentrati, la loro pittura è goffissima. E le statuette, ch'indi ci vengon di porcellana, gli ci accusano egualmente rozzi quanto lo furono gli egizi nella fonderia; ond'è da stimarsi che, come ora i chinesi, così furono rozzi gli egizi nella pittura. Di questi sciti è quell'Anacarsi, autore degli oracoli scitici, come Zoroaste lo fu de' caldaici; che dovettero dapprima esser oracoli d'indovini, che poi per la boria de' dotti passarono in oracoli di filosofi. Se dagli iperborei della Scizia presente, o da altra nata anticamente dentro essa Grecia, sieno venuti a' greci i due più famosi oracoli del gentilesimo, il delfico e 'l dodoneo, come il credette Erodoto e, dopo lui, Pindaro e Ferenico, seguiti da Cicerone, De natura deorum, onde forse Anacarsi fu gridato famoso autore d'oracoli e fu noverato tra gli antichissimi dèi fatidici, si vedrà nella Geografia poetica. Vaglia, per ora intendere quanto la Scizia fusse stata dotta in sapienza riposta, che gli sciti ficcavano un coltello in terra e l'adoravan per dio, perché con quello giustificassero l'uccisioni ch'avevan essi da fare; dalla qual fiera religione uscirono le tante virtù morali e civili narrate da Diodoro sicolo, Giustino, Plinio, e innalzate con le lodi al cielo da Orazio. Laonde Abari, volendo ordinare la Scizia con le leggi di Grecia, funne ucciso da Cadvido, suo fratello. Tanto egli profittò nella filosofia barbaresca dell'Ornio, che non intese da sé le leggi valevoli di addimesticare una gente barbara ad un'umana civiltà, e dovette appararle da' greci! Ch'è lo stesso, appunto, de' greci in rapporto degli sciti, che poco fa abbiam detto de' medesimi a riguardo degli egizi: che, per la vanità di dar al loro sapere romorose origini d'antichità forastiera, meritarono con verità la riprensione ch'essi stessi sognarono d'aver fatta il sacerdote egizio a Solone (riferita da Crizia, appresso Platone in uno degli Alcibiadi): ch'i greci fussero sempre fanciulli. Laonde hassi a dire che per cotal boria i greci, a riguardo degli sciti e degli egizi, quanto essi guadagnarono di vanagloria, tanto perderono di vero merito. XXXIX [Guerra peloponnesiaca. Tucidide, il qual scrive che fin a suo padre i greci non seppero nulla delle antichità loro propie, onde si diede a scrivere di cotal guerra. - Anni del mondo 3530 ] Il qual era giovinetto nel tempo ch'era Erodoto vecchio, che gli poteva esser padre, e visse nel tempo più luminoso di Grecia, che fu quello della guerra peloponnesiaca, di cui fu contemporaneo, e perciò, per iscrivere cose vere, ne scrisse la storia; da cui fu detto ch'i greci fin al tempo di suo padre, ch'era quello d'Erodoto, non seppero nulla dell'antichità loro propie. Che hassi a stimare delle cose straniere che essi narrano, e quanto essi ne narrano tanto noi sappiamo dell'antichità gentilesche barbare? Che hassi a stimare, fin alle guerre cartaginesi, delle cose antiche di que' romani che fin a que' tempi non avevan ad altro atteso ch'all'agricoltura ed al mestiero dell'armi, quando Tucidide stabilisce questa verità de' suoi greci, che provennero tanto prestamente filosofi? Se non, forse, vogliam dire ch'essi romani n'avesser avuto un particolar privilegio da Dio. XL [Socrate dà principio alla filosofia morale ragionata. Platone fiorisce nella metafisica. Atene sfolgora di tutte l'arti della più colta umanità ] Nel qual tempo da Atene si porta in Roma la legge delle XII Tavole, tanto incivile, rozza, inumana, crudele e fiera quanto ne' Princìpi del Diritto universale sta dimostrata. XLI [Senofonte, con portar l'armi greche nelle viscere della Persia, è 'l primo a sapere con qualche certezza le cose persiane. Anni del mondo 3583, di Roma 333 ] Come osserva san Girolamo, Sopra Daniello. E dopo che, per l'utilità de' commerzi, avevano cominciato i greci sotto Psammetico a sapere le cose di Egitto (onde da quel tempo Erodoto incomincia a scrivere cose più accertate degli egizi), da Senofonte la prima volta, per la necessità delle guerre, cominciaron a saper i greci cose più accertare de' persiani; de' quali pure Aristotile, portatovisi con Alessandro magno, scrive che, innanzi, da' greci se n'erano dette favole, come si accenna in questa Tavola cronologica. In cotal guisa cominciaron i greci ad avere certa contezza delle cose straniere. XLII [Legge Publilia. - Anni del mondo 3658, di Roma 416 ] Questa legge fu comandata negli anni di Roma CCCCXVI, e contiene un punto massimo d'istoria romana, ché con questa legge si dichiarò la romana repubblica mutata di stato da aristocratica in popolare; onde Publilio Filone, che ne fu autore, ne fu detto «dittator popolare». E non si è avvertita, perché non si è saputo intendere il di lei linguaggio. Lo che appresso sarà da noi ad evidenza dimostrato di fatto: basta qui che ne diamo un'idea per ipotesi. Giacque sconosciuta questa e la seguente legge Petelia, ch'è d'ugual importanza che la Publilia, per queste tre parole non diffinite: «popolo», «regno» e «libertà», per le quali si è con comun errore creduto che 'l popolo romano fin da' tempi di Romolo fusse stato di cittadini come nobili così plebei, che 'l romano fusse stato regno monarchico, e che la ordinatavi da Bruto fusse stata libertà popolare. E queste tre voci non diffinite han fatto cader in errore tutti i critici, storici, politici e giureconsulti, perché da niuna delle presenti poterono far idea delle repubbliche eroiche, le quali furono d'una forma aristocratica severissima e quindi a tutto cielo diverse da queste de' nostri tempi. Romolo dentro l'asilo aperto nel luco egli fondò Roma sopra le clientele, le quali furono protezioni nelle quali i padri di famiglia tenevano i rifuggiti all'asilo in qualità di contadini giornalieri, che non avevano niun privilegio di cittadino, e sì niuna parte di civil libertà; e, perché v'erano rifuggiti per aver salva la vita, i padri proteggevano loro la libertà naturale col tenergli partitamente divisi in coltivar i di loro campi, de' quali così dovette comporsi il fondo pubblico del territorio romano, come di essi padri Romolo compose il senato. Appresso, Servio Tullio vi ordinò il censo, con permettere a' giornal