CARATTERI
La falsità (1) è dunque, secondo la definizione, la simulazione in peggio di
fatti e di parole. La persona falsa è quindi uno che quando incontra i suoi
nemici si mette a parlare con loro e non mostra il suo odio. Egli loda in faccia
chi di dietro ha fatto a pezzi ed esprime la sua partecipazione a chi ha avuto
la peggio [in un processo]. Mostra indulgenza con chi sparla di lui e per le
brutte cose dettegli contro. Con le persone che hanno subito un torto e sono
arrabbiate, parla in modo mite. Se uno ha premura di parlargli, gli fa dire di
passare in un altro momento (2). Nulla fa sapere di ciò che sta facendo, ma dice
che ci sta ancora pensando; fa sempre finta di essere appena arrivato, di aver
fatto tardi, di non sentirsi bene. A coloro che lo pregano di un prestito o
fanno una colletta, dice di non essere ricco (3), se vende (4) dice che non
vende, se non vende dice di vendere. Qualunque cosa abbia sentito, nega;
qualunque cosa abbia visto, dice che non lo ha visto, se ha fatto
un'affermazione, dice di non ricordarsene. Di certe cosa ora dice che ci sta
pensando, di altre che non sa bene, di altre che è proprio una sorpresa. di
altre che quella era proprio la sua idea. Soprattutto egli è specialista
nell'usar frasi del genere «non ci credo», «non capisco proprio», «sono
stupefatto», «sei tu a dire che la cosa è andata diversamente», «questo a me non
lo ha proprio detto», «la cosa mi sembra paradossale», «vallo a raccontare ad un
altro», «proprio non mi è chiaro se non devo credere a te o se devo far torto
all'altro», «stai attento a non dar fiducia troppo rapidamente!».
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1) I titoli nell'originale indicano non la persona ma la caratteristica
astratta; per antica tradizione si usa però tradurre nel tipo di persona
descritta; in questo caso il titolo originale è "eirõneia" che però nulla ha a
che vedere con la nostra "ironia". È piuttosto l'arte di simulare, ma solo ai
fini della propria tranquillità; noi diremmo forse che siamo di fronte ad una
persona non impegnata. La prima frase è di difficile comprensione: forse
Teofrasto vuol dire che questo tipo di persona accetta di essere stimato uomo da
poco pur di non impegnarsi.
2) Ovviamente per potersi preparare
3) Altri leggono "dice di non essere in grado di..".
4) O, più
genericamente, "se fa affari".
L'adulazione potrebbe definirsi un comportamento riprovevole che giova
all'adulatore. L'adulatore è una persona che trovandosi in compagnia di un altro
dice: «Hai notato come la gente ti guarda? Questo nella nostra città non capita
a nessuno salvo te; ieri sotto i portici (1) ti hanno lodato». E continua
dicendo che più di trenta persone erano là sedute ed era caduto il discorso su
chi fosse il cittadino migliore; e dal primo all'ultimo tutti avevano concordato
su lui ed il suo nome. Così dicendo gli toglie un filo dal mantello e se per il
vento gli finisce una pagliuzza fra i capelli, la toglie via e dice sorridendo:
«guarda, in due giorni che non ti ho incontrato, hai la barba piena di peli
bianchi, eppure per la tua età hai ancora capelli neri come nessun altro» . E
quando Lui (2) inizia a parlare, l'adulatore subito impone agli altri di tacere,
poi lo loda quando sa di essere udito ed esclama «giusto, verissimo», quando Lui
finisce di parlare; egli ride di una sua freddura e si preme il mantello sulla
bocca come se non riuscisse a frenare il riso. Quando incontrano dei passanti li
fa fermare finché Lui sia passato. Ai bambini di Lui compra mele e pere, le
porta con sé e le regala loro quando Lui può vederlo, li bacia e poi esclama
«Frugoletti, che padre d'oro avete!» . Va con Lui a comperar le scarpe e dice
che egli ha un piede più elegante dei sandali. Se Lui va in visita, l'adulatore
corre avanti (3) e dice: «Ecco, Lui viene da te» e poi torna indietro per dire
«Ti ho annunziato». Naturalmente si affanna anche per fare per lui compere al
mercato delle donne (4) [e gli fa la spesa e noleggia flautiste (5)]. Quando
sono a tavola è il primo a lodare il vino e continua a ripetere «quanto è
squisito da te il vino» e prendendo qualche cibo dalla tavola esclama «ma
quant'è buono!». E poi gli domanda se sente freddo, se non vuol coprirsi un po'
di più e se per caso non gli deve mettere indosso qualcosa. Così dicendo si
china verso di lui e gli mormora nell'orecchio e guarda verso di Lui rapito,
anche se sta parlando con altri. In teatro toglie i cuscini di mano allo schiavo
e li accomoda lui stesso sotto al compagno. E poi dice che la Sua casa è una
bellissima costruzione, che i Suoi poderi sono come un giardino, che il Suo
ritratto è parlante.
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1) Lo stoà di Atene, detto loggiato o portico del Pecile, era famoso.
2) Il testo usa il termine autòs (lui, esso stesso), impiegato dagli
studenti per indicare il maestro o dai servi per indicare il padrone.
3) Compito riservato ai servi.
4) Parte del mercato ove gli
uomini, salvo gli schiavi, comperavano di rado.
5) Testo presente
solo in alcune versioni.
Il parlare a vanvera è l'espressione di discorsi lunghi e sconclusionati e il
chiacchierone è uno capace di andarsi a sedere accanto ad uno sconosciuto e di
cominciare a sciorinargli il panegirico della propria moglie. Poi gli racconta
ciò che ha visto in sogno quella notte, poi passa in rassegna particolareggiata
ciò che ha mangiato a pranzo. E poi, avviandosi, comincia a dire quanto siano
peggiorato gli uomini moderni rispetto a quelli di prima, quanto sia calato di
prezzo l'orzo sul mercato, quanti stranieri ci siano in città, e che il mare
comincia ad essere navigabile dopo le feste Dionisie (1). E che se Giove facesse
piovere un po' di più, sarebbe un gran bene per il raccolto. E che l'anno dopo
si prenderà un campicello, che la vita è dura, che Damippo aveva portato la
fiaccola più grossa alla feste dei Misteri, e quante colonne ci sono all'Odeon
(2). E ancora «Ieri ho dovuto prendere l'emetico», «ma oggi che giorno è?», e
che la festa dei Misteri è nel mese di Boedromione (settembre-ottobre),
le Apaturie nel mese di Pianepsione (ottobre-novembre), le Dionisie
campestri nel mese di Poseidone (dicembre- gennaio) (3). E se uno gli
rimane vicino, non lo molla più.
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1) Le Dionisie urbane cadevano tra marzo ed aprile e riprendeva la
navigazione, molto ridotta d'inverno.
2) L'Odeòn era un teatro
coperto fatto costruire da Pericle.
3) Tutte cose ovvie, come dire
che Natale è in dicembre.
Il comportamento contadino è un'ignoranza incivile e il contadinaccio è uno
che prima si beve una dose di Kukeon (1) e poi se ne va all'assemblea popolare.
Egli sostiene che l'unguento di mirra non odora meglio del timo. Porta scarpacce
molto più grandi del suo piede; quando parla, sbraita. Non si fida né degli
amici né dei familiari, ma poi confida ai servi le cose più importanti; ai
salariati che lavorano nei suoi campi racconta tutti gli affari dell'assemblea
popolare. Si mette a sedere con il mantello rialzato fin sopra al ginocchio e
mostra le sue parti nude. Per strada non si ferma a guardare nulla e non si
stupisce di nulla, ma se vede un asino o un bue o un becco, si ferma incantato a
guardarli. Quando va in dispensa a prendere qualcosa, la trangugia subito e ci
beve sopra un bel po' di vino puro. Con la macinatrice di cereali se la intende
(2) e poi va con lei a pestare il grano per sé e per tutta la famiglia. Mentre
fa colazione va a buttare il foraggio al bestiame (3). Egli va da sé ad aprire
la porta, chiama il cane, lo afferra per il muso e dice «ecco chi fa la guardia
al podere ed alla casa» . Quando gli vengono restituite delle monete, le
rifiuta, dicendo che sono tosate (4), e se le fa cambiare subito con altre. Se
poi ha dato in prestito o l'aratro o un cesto o un sacco, va a richiederli anche
di notte, se, svegliatosi, gli sono tornati in mente. Quando scende in città
domanda al primo che incontra quanto costano le pelli o il pesce salato, se oggi
si festeggia la luna nuova, e racconta subito che giù vuol farsi tagliare i
capelli e poi cantare nel bagno pubblico, e far rinchiodare i sandali e, già che
è per strada, comperar pesce salato da Archia.
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1) Era un beverone di vino, farina, miele, formaggio forte, menta e
cipolla usato come purgante e che appesantiva notevolmente l'alito!
2) Frase poco chiara; la donna che pestava i cereali era una schiava che
fungeva da cuoca.
3) Altri, più sensatamente leggono "mentre mangia,
getta parte del suo cibo agli animali".
4) Il termine greco è
"lebbrose" il che indica monete ruvide perché consumate o tosate.
La smania di rendersi utili è, per definizione, una forma di condotta rivolta
a compiacere, ma non nell'interesse di chi agisce. Il compiacente infatti è uno
che saluta l'amico da lontano, lo chiama «illustrissimo» e lo tratta con
ammirazione. Lo prende con entrambe le mani e non lo molla più, lo accompagna
per un tratto, gli chiede quando potrà andarlo a trovare e si congeda con molti
complimenti. Convocato a far da arbitro, vuol essere gradito non solo a quello
che lo ha nominato, ma anche alla controparte, per apparire imparziale. Sostiene
che i forestieri giudicano in modo più giusto dei cittadini (1). Quando è
invitato ad un pranzo, vuole che l'ospite chiami i suoi bambini e quando entrano
dichiara che assomigliano al padre come una goccia d'acqua (2), e alcuni li
chiama a sé e li copre di baci e gioca con loro a «otre e scure» (3) e lascia
che gli altri si addormentino sulla sua pancia, anche se ciò, naturalmente, lo
schiaccia. Va dal parrucchiere in modo esagerato, ha sempre i denti bianchi,
cambia spesso di mantello, così da apparire sempre pulito, e si cosparge di
profumi. Al mercato si mette vicino ai banchi dei cambiavalute [molto
frequentati], nel ginnasio si mette dove si allenano i ragazzi, in teatro, se vi
è spettacolo, siede vicino agli strateghi (4). Per sé non compera nulla, ma per
i suoi amici non risparmia: per quelli a Bisanzio olive, per quelli a Cizico
cani spartani, per quelli a Rodi miele dell'Imetto, e poi lo racconta a tutta la
città. Naturalmente è capace di tenere in casa una scimmia o di comperarsi un
uccello raro, colombe siciliane, dadi di osso di gazzella, fiale ben tornite per
creme da Turio, bastoni ritorti da Sparta, un tappeto con intessute figure
persiane o di avere una piccola palestra con la sabbia o uno sferisterio. Queste
le lascia poi a disposizione dei filosofi, dei sofisti, degli schermidori e dei
musicanti per le loro rappresentazioni e lui stesso arriva tardi, così che uno
spettatore possa dire a quello sedutogli vicino: «è lui il proprietario della
palestra».(5)
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1) Testo poco chiaro; forse intendeva dire che dice ciò ai forestieri.
2) In greco si diceva «come un fico» .
3) Gioco sconosciuto,
ma che certamente corrisponde al gioco di prendere il bambino, alzarlo in aria e
poi far finta di lasciarlo cadere a terra.
4) Le principali autorità
di Atene.
5) Alcuni assegnano questa frase al carattere XXI
La spudoratezza (1) è l'insistere in azioni e parole vergognose; lo spudorato
è quindi uno che giura come niente fosse, è malfamato, tira accidenti ai
potenti; per carattere è un uomo da piazza, un esibizionista (2), uno capace di
tutto. Per lui è del tutto naturale ballare il cordace anche se non ha bevuto e
danzare senza maschera nei cori comici (3). Negli spettacoli dei saltimbanchi va
in giro a chiedere la moneta di rame ad uno ad uno e poi litiga con quelli che
[non] hanno il biglietto (4) e vogliono guardare gratis. Fa il taverniere, il
ruffiano, il gabelliere e non rifiuta alcun traffico per quanto riprovevole, ma
anzi per lui è cosa naturale fare il banditore, il cuciniere, il giocatore
d'azzardo, lasciar morire di stenti la madre, farsi acchiappare sul fatto come
ladro, passar più tempo in galera che a casa. Fa parte della categoria di quelli
che raccolgono attorno a sé persone e le sobillano, sbraitando, lanciando
improperi, discutendo, e la gente un po' si accosta per sentirlo, un po' se ne
va senza dargli retta. Ma lui ad uno dice l'inizio del discorso, ad un altro una
mezza parola, ad un altro ancora un'altra parte della questione e crede che
tutta la sua arroganza spicchi solo se lo circonda l'intero popolo della festa.
È uno di quelli che ora intenta un processo come attore, ora è citato come
convenuto, ora se la cava con una dichiarazione giurata, ora compare con la
capsula dei documenti in seno e un fascio di scritti in mano. Non ha ritegno a
dare incarichi a più gente da piazza (5) e subito dopo di far loro prestiti,
pretendendo per una dracma tre oboli e mezzo al giorno (6); e dopo batte le
osterie, i banchetti del pesce fresco e del pesce salato e infila nelle guance
le monete raccolte come interessi.
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1) Letteralmente "la mancanza di senno".
2) Parola di
significato incerto; o chi solleva il vestito , ma anche il sobillatore.
3) Non è chiaro se si intende persone con biglietto omaggio oppure senza
biglietto.
4) Il cordace era una danza sconcia, confacente solo ad
ubriachi
5) Non è chiaro a che soggetti ci si riferisca
6)
Vale a dire il 25 per cento al giorno!
La loquacità, per chi volesse definirla, sarebbe una intemperanza nel
parlare; e il loquace è uno che attacca discorso con tutti quelli che incontra
(1) e se l'altro gli risponde qualche cosa, gli dice che: «no, no, non è proprio
così», e che lui invece sa bene come è andata e che se lo sta a sentire, lo
saprà anche lui. E mentre l'altro gli fa un'obiezione, egli lo interrompe: «Che
stavi dicendo? Non ti dimenticare di ciò che volevi dire! - Bravo che me lo fai
ricordare! - Certe volte fa proprio bene a parlare assieme. - Questo è proprio
quello che volevo dire io. - Hai capito subito qual è la questione. - È tanto
che aspetto per vedere se tu arrivi alle mie stesse conclusioni» e spara altre
simili frasi, senza lasciar tempo alla sua vittima di riprender fiato. E dopo
aver esaurito la gente alla spicciolata, è capace anche di affrontare la gente
che si trova in gruppi e li mette in fuga nel bel mezzo dei loro affari. Egli va
nelle scuole e nelle palestre e impedisce ai ragazzi di imparare, tanto parla
con gli allenatori ed i maestri. Se uno dice che deve andar via, egli lo
accompagna e non lo molla fino a casa. Quando egli ha udito qualcosa di ciò che
è accaduto all'assemblea popolare, la racconta a tutti e, per giunta, ci
aggiunge anche il racconto della battaglia oratoria al tempo dell'arconte
Aristofonte [o di quella degli spartani sotto Lisistrato (2)], e con quali
discorsi egli stesso ottenne un applauso dal popolo. E nel dire ciò c'infila
anche invettive contro la plebe così che gli ascoltatori perdono il filo o si
addormentano o se la svignano. Quando siede tra i giudici ostacola la pronunzia
della decisione, agli spettacoli impedisce di vedere e sentire, quale commensale
non lascia mangiare; perché, egli dice, che è duro per uno loquace di tacere,
che la lingua si muove da sola, che egli non riuscirebbe a tacere neppure se la
gente lo considerasse più garrulo di una rondine. Egli si fa prendere in giro
persino da suoi figli che quando non riescono a prender sonno gli dicono «papà,
chiacchiera ancora un po', così che ci addormentiamo» .
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1) Alcuni intendono "che interrompe chi apre la bocca per parlare".
2)Lacuna ricostruita in modo poco credibile.
Il contar balle è il mettere assieme storie e fatti inventati che il
narratore vorrebbe far credere (1); il contaballe è uno che imbattendosi in un
amico subito dà la stura e con aria compiaciuta (2): «Da dove vieni? Che c'è di
nuovo? Che cosa ne dici? Sai qualche cosa di nuovo su quella questione?» E poi
scivola su altre domande: «Si racconta qualche novità? Davvero che queste sono
delle belle novità» e poi, senza neppure attendere la risposta, dice: « Che cosa
ne dici? Ma non ha proprio sentito dir nulla? Credo che sono io a poterti dire
un bel po' di novità» . E ci ha subito pronto un soldato o uno schiavo del
flautista Asteo o l'appaltatore militare Licone (3), giunti or ora con novità
dal teatro di guerra. E racconta ciò che egli avrebbe saputo da costoro. I suoi
discorsi sono tali [basati su simili testimonianze] che nessuno potrebbe
trovarvi qualcosa a ridire. Egli racconta che Poliperconte e il re avrebbero
vinto la battaglia e che Cassandro sarebbe stato fatto prigioniero (4). Se però
uno gli chiede: «Ma tu ci credi proprio», egli risponderà che il fatto viene già
strombazzato in tutta la città, che ha già fatto il giro della città, che tutti
sono d'accordo nel raccontare la stessa cosa, e che ci si è cacciati in un bel
guaio. Lui se ne è accorto dalla faccia dei responsabili, che si vede come sono
tutti cambiati. Egli dice anche di aver saputo in confidenza che qualcuno di
loro nasconde un uomo in casa, venuto dalla Macedonia già cinque giorni fa e che
sa tutto a puntino. Egli racconta tutti i particolari e fa mostra di soffrire,
così che gli si crede: «Povero Cassandro, come sei perseguitato dalla sorte. Ti
accorgi ora com'è la ruota della fortuna? Invano sei stato potente!» Ed ancora:
«Mi raccomando, sei solo tu a saperlo!» e intanto lo ha già raccontato a tutta
la città.
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1) Alcuni integrano il testo in altro modo e traducono "fatti con cui il
narratore vuole sminuire il buon nome di cui gode il suo avversario."
2) Altri intedono "con aria saputa", oppure "con aria significativa".
3) Tutte persone di poco conto che seguivano l'esercito senza compiti
militari.
4) Ad Atene vi era il partito oligarchico che sosteneva
Cassandro per la conquista del trono della Macedonia; la storia della battaglia
è inventata, ma poteva apparire credibile.
Questa passione consiste, per definirla, nello spregio della propria
reputazione per desiderio di un vile guadagno. E l'arraffone è così spudorato da
andare a richiedere un prestito prima di tutto a chi ha già fregato una volta
[....]. Quando sacrifica agli dei, va poi a mangiare in casa d'altri e la sua
carne la mette sotto sale. E porta con sé anche il suo schiavo, gli serve la
carne e il pane che prende dalla tavola altrui e gli dice anche «Dai, Tibìo,
[mangia] e che buon pro ti faccia!» Quando va a comperare la carne ricorda al
macellaio di quella volta che gli fece un piacere. Si mette vicino alla bilancia
e dopo la pesata ci butta sopra ancora una giunta di carne o almeno un osso per
il brodo e se gli va bene, meglio, altrimenti agguanta ancora un pezzo di trippa
dal banca e scappa sghignazzando. Per conto dei suoi ospiti (1) compra un posto
a teatro e poi va con loro a guardare, senza pagare la sua parte e il giorno
dopo ci porta anche i figli e il pedagogo. Se qualcuno ha comprato a buon
prezzo, pretende di entrare a far parte dell'affare. Va poi in casa d'altri a
prendere in prestito ora orzo, ora paglia, e costringe costoro, se la
rivogliono, ad andarsela a riprendere a casa sua (2). È persino capace nei bagni
pubblici di andare alle tinozze di rame, di riempirsi da solo una brocca, tra le
grida di protesta del bagnaiolo, e di rovesciarsela da solo addosso, dicendo che
ormai ha fatto il bagno. E quando se ne va gli dice ancora: «Che fai, offendi
anche? allora la mancia te la sogni! ».
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1) Ovviamente con i loro soldi
2) Alcuni intendono "e pretende
che glieli portino a casa sua".
La tirchieria è il risparmiare esageratamente in tutto ciò che ha a che fare
con gli averi . E il tirchio è quegli che già a metà del mese si presenta già
alla casa del debitore per incassare un mezzo obolo [d'interessi]. In una
tavolata [alla romana] conta quanti bicchieri ciascuno ha bevuto e fra tutti gli
ospiti è quello che fa l'offerta più piccola a Diana. Se alcuno ha comperato per
lui qualche cosa a buon prezzo e gli dà il conto, egli sostiene che è ancora
troppo caro. Se uno schiavo gli rompe una vecchia pentola o una scodella, gli
riduce il vitto per rifarsi. Se sua moglie dovesse perdere una monetina, è
capace di mettere sottosopra tutto l'arredo e di perquisire letti, casse e veli
(1). Se vende qualche cosa, mette un prezzo così alto che l'acquirente ci ricava
ben poco. È chiaro che non permetto a nessuno di raccogliere fichi dal suo orto,
di passare per i suoi campi o di raccogliere una sola oliva o un solo dattero
caduti dai suo alberi. Ogni giorno va a controllare se le pietre di confine sono
ancora al loro posto. Dai debitori pretende gli interessi per ogni ritardo e gli
interessi sugli interessi. Quando gli tocca di offrire il banchetto [del proprio
demo], taglia la carne a pezzettini già prima di servirla. Se va a comperare la
carne, torna a mani vuote. Alla moglie vieta di imprestare sale, lucignolo,
cumino, origano e neppure orzo né bende né pasta per i sacrifici e le dice:
«Anche queste piccolezze, alla fine dell'anno fanno un bel po'» . [In somma, le
casse dei tirchi sono ammuffite, le chiavi arrugginite, essi portano vestiti più
corti delle gambe, si ungono con ampolline piccolissime, si tagliano i capelli a
raso, a mezzogiorno vanno ancora scalzi e litigano con i lavandai perché usino
molta argilla e le macchie non tornino fuori] (2)
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1) Alcuni correggono veli in fessure del pavimento.
2) Frase di
incerta attribuzione, omessa in alcuni testi.
Non è difficile definire la maleducazione che è un modo di scherzare
grossolano ed urtante. Il maleducato è uno che per la strada incontrando una
signora, alza il mantello e lascia vedere le vergogne. In teatro applaude quando
gli altri ascoltano e fischia gli attori che gli altri gradiscono. E quando in
teatro vi è silenzio, si stira e rutta per far voltare gli spettatori. Quando il
mercato è pieno, si piazza vicino ai banchetti delle noci, delle coccole di
mirto o delle altre frutta e spilucca, mentre ciarla con i venditori. E i
presenti li chiama per nome anche se non li conosce. Se vede qualcuno andare di
gran fretta, lo ferma. Se uno ha appena perduto un processo importante ed esce
dal tribunale, va da lui e si congratula. Compra da mangiare solo per sé,
noleggia una flautista e poi mostra a chi incontra i suoi acquisti e li invita
(1). Se va dal barbiere o dal profumiere, racconta che si vuol ubriacare. [Se la
madre va da un indovino, le rivolge parole di malaugurio. Nelle preghiere getta
via il bicchiere per le libagioni e ride come se avesse fatto una prodezza.
Quando gli suonano il flauto è il solo a battere le mani e accompagna
canterellando e se la prende con la flautista perché ha smesso presto. Vuol
sputare oltre la tavola e colpisce il coppiere.] (2)
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1) Forse solo per scherno.
2) Brano di incerta collocazione,
assente in alcuni testi, in altri posto in fine al carattere XIX, ma con poca
correlazione con il resto.
L'essere inopportuni consiste nel fare cose nel momento sbagliato, così da
risultare molesti per la gente e l'inopportuno è uno che va a raccontare le cose
sue a chi ha da fare. Alla sua amata va a far la serenata quando essa ha la
febbre. Ad uno che è stato condannato a pagare la garanzia [fatta per un altro],
gli si rivolge e gli chiede di fare da garante per lui. Dovendo fare da
testimonio, compare quando la causa è già decisa. Invitato a nozze, parla male
del sesso femminile (1). Uno che è appena arrivato da un lungo viaggio, lo
invita a fare una passeggiata. Arriva con un compratore disposto a pagar di più,
quanto la vendita è già conclusa. Quando la gente [nell'assemblea] ha sentito e
capito tutto, egli si alza e comincia a spiegare tutto da capo. Volentieri si
immischia in faccende di altri che non vorrebbero, ma che per pudore non possono
zittirlo (2). A coloro che stanno sacrificando e quindi hanno affrontato spese,
va a chiedere gli interessi. Quando uno schiavo viene frustato, interviene e
racconta che un suo schiavo una volta si era impiccato dopo essere stato
picchiato in tal modo. Quando partecipa a un collegio arbitrale attizza la lite
fra le due parti che già intendevano accordarsi. E quando decide di ballare va
ad acchiappare uno che non è ancora brillo.
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1) Al banchetto di nozze erano presenti, eccezionalmente e ad un tavolo
separato, le donne.
2) Cioè fa delle gaffes e, due frasi dopo, il
menagramo.
Certamente l'impicciarsi appare come una certa esagerazione nelle parole e
nelle azioni a fin di bene; l'impiccione è quindi uno che si alza e promette ciò
che non può mantenere. Se tutti sono d'accordo che una cosa è giusta, solleva
obiezioni e viene contraddetto. Ordina allo schiavo di preparare [nel cratere]
più vino di quanto i suoi ospiti possano bere. Va a dividere i litiganti che
neppure conosce. Si offre volontario per indicare una scorciatoia e poi non è
capace di trovar la strada. Si presenta al comandante e gli chiede quando
intende schierar le truppe per la battaglia e gli chiede quale sarà la parola
d'ordine per doman l'altro. Va dal padre e gli dice che la madre già riposa in
camera da letto. Quando il medico ha vietato di dare vino all'ammalato, lui dice
che vuol provare a curarlo proprio con esso. Se muore una donna [nella sua
famiglia] egli scrive sulla lapide, oltre al suo nome, il nome di suo marito, di
suo padre, di sua madre, e di che paese essa era e vi aggiunge anche che erano
tutte persone rette (1). E quando deve prestar giuramento egli dice ai presenti:
«ho già giurato tante volte in passato, io!»
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1) Di solito si metteva solo il nome del marito e, ovviamente, non si
parlava dei vivi come se fossero già morti.
La sventatezza (1) è, secondo la definizione, una torpidezza dell'animo nelle
parole e nelle azioni e l'insensato è quindi uno che fa i conti con le
pietruzze, tira le somme e poi chiede al vicino «Qual è il risultato?» . Sebbene
sia citato in un processo e intenda comparire, se ne dimentica e va nei campi.
Se va a teatro, rimane lì da solo addormentato. Quando ha mangiato troppo e si
alza di notte per andare al cesso, si sbaglia e viene morsicato dal cane del
vicino (2). Se ha ricevuto un oggetto e lo ha riposto egli stesso, poi lo cerca
e non riesce a trovarlo. Quando gli si annunzia che un suo amico è morto e che
deve andare da lui, si commuove, piange e dice «tanti auguri!». È capace di
chiamare testimoni anche quando è lui a ricevere denaro di cui è creditore. In
inverno brontola con lo schiavo perché non ha comperato i cetrioli. I suoi figli
li costringe a lottare fra di loro ed a correre e li incita fino
all'esaurimento. Quando in campagna cucina lui stesso le lenticchie, mette due
volte il sale nella pentola e rende il piatto immangiabile. [Se Giove fa
piovere, lui dice «Ma che bello lo splendore delle stelle» . E se queste
splendono egli sostiene che la notte è più buia della pece, anche se gli altri
dicono il contrario (3)]. E quando uno dice «Secondo te quanti cadaveri sono
stati portati attraverso la porta Erìa?», egli risponde «Tanti quanti io e te
mai potremmo desiderare» (4).
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1) Il termine "anaistesias" usato da Teofrasto potrebbe anche essere
tradotto con insensatezza, stolidità, ecc.
2) La latrina, se c'era,
si trovava quindi fuori di casa.
3) Frase molto corrotta e poco
chiara
4) La porta Erìa era quella che portava al cimitero del
Ceramico in Atene; la risposta dell'insensato è più adatta a chi parla di soldi
che di morti.
La zoticheria è un comportamento sgarbato con le parole e lo zotico è, per
l'appunto, chi alla domanda «Dove è questo o quello?», risponde «Non mi rompere
le scatole» . Interrogato (1) non risponde. Vendendo qualche cosa egli non dice
a che prezzo la offre, ma chiede «Che cosa ricevo?». Ed a coloro che nei giorni
di festa, per fargli onore, gli mandano qualcosa in dono, dice: «Eh, non sarà
proprio un regalo!» (2). Se qualcuno per sbaglio lo imbratta o lo urta o gli
pesta un piede, non accetta scuse. Se una amico gli chiede di contribuire ad una
colletta, dice che non darà nulla; poi va egli stesso a portare i soldi e dice:
«Ecco degli altri soldi perduti» . Se per la strada inciampa in un sasso, lo
maledice. Non è capace di attendere [gli altri] un po' di tempo. Non ha mai
voglia né di cantare né di fare un discorso, né di ballare. E non ha l'abitudine
di pregare gli dei.
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1) Si potrebbe intenderere anche "salutato".
2)Altri leggono il
testo greco come se dicesse "Eh, non ho bisogno di questi piccoli
doni".
La superstizione è chiaramente una paura di fronte alla divinità e il superstizioso è uno che, quando incontra un funerale, si lava le mani, si spruzza con l'acqua lustrale, infila una foglia di alloro in bocca e gira con quella per tutto il giorno. Se una donnola gli attraversa la strada, non va più avanti finché qualcun altro non gli si sia passato avanti oppure fino a che egli non ha gettato tre sassi lungo la traccia, oltre la strada. Quando vede in casa una serpe e si tratta di un serpente-guancia (1) invoca [Dioniso] Sabazio; se è una serpe sacra, allora innalza subito sul posto un piccolo altare. Quando passa vicino alle pietre unte che sono nei crocicchi, ci versa sopra un po' d'olio da una fiaschetta, cade in ginocchio, bacia la pietra e solo dopo di ciò passa oltre. Se un topo ha rosicchiato il sacco [di cuoio] della farina, va dall'indovino e gli chiede che cosa deve fare e se questo gli risponde di far rappezzare il sacco dal sellaio, non gli basta, ma torna a casa a fare un sacrificio [propiziatorio]. È solito purificare spesso la casa perché, dice, vi è stato un sortilegio di Ecate (2) . Se quando egli passa, le civette si agitano e schiamazzano, dice «Atena trionfi» e solo dopo va avanti. Non ha il coraggio di avvicinarsi né ad una tomba né ad un cadavere né ad una puerpera, ma sostiene che gli preferisce non contaminarsi. Il quarto e il settimo giorno del mese (3) ordina ai suoi di bollire vino e lui stesso esce a comperare coccole di mirto, incenso, focaccette sacre e poi entra in casa e inghirlanda le teste di Ermes; per tutto il resto del giorno è fuori di sé. Se per caso ha sognato, corre dall'interprete, l'indovino, l'aruspice, per chieder loro quale dio o quel dea debba pregare. Ogni mese va con sua moglie dagli Orfeotelesti (4) per farsi iniziare e se la moglie non ha tempo, porta la balia e i bambini. E si direbbe essere uno di quelli che si purificano diligentemente spruzzandosi con l'acqua del mare. Quando, come capita, ad un crocevia vede uno di quelli con le corone d'aglio (5), corre a casa, si lava da capo a piedi, chiama una sacerdotessa, e si fa purificare con la scilla o con un cagnolino (6). Quando vede un pazzo o un epilettico, rabbrividisce dalla paura e si sputa nelle pieghe della veste.
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1) Tipo di serpente non individuato.
2) Frase di
dubbia interpretazione.
3) Erano due giorni infausti.
4)
Sacerdoti che iniziavano ai misteri orfici, piuttosto malfamati perché seguivano
un culto non ufficiale..
5) Forse ladri di offerte o gli spazzini che
portavano via le offerte putrefattesi sotto le statue ai crocevia.
6)
Forse una cerimonia di purificazione con l'uso di un cane, vivo o morto.
L'incontentabilità è un trovar da ridire contro convenienza e ragione sulle
cose che ci vengono date e l'incontentabile è uno che all'amico il quale gli
manda una porzione del suo pranzo, dice al portatore: « È per negarmi
invidiosamente un cucchiaio di zuppaccia e delle gocce di vinello che hai
evitato di invitarmi a pranzo?». Quando la sua amica lo bacia egli dice: «Vorrei
proprio sapere se tu mi ami anche con tutto il cuore» . Se la piglia con Giove
non perché piove, ma perché ha fatto piovere troppo tardi. Se trova per la
strada una borsa con denaro dice: «A me non capita mai di trovare un tesoro!» .
Dopo aver contrattato a lungo con il venditore riesce a comperare a buon prezzo
uno schiavo, ma dice: «Vorrei proprio sapere se c'è qualcosa di buono in una
cosa comperata così a buon prezzo!» . E a quello che gli reca la notizia che gli
è nato un figlio, egli dice: «E aggiungi anche: la metà del tuo patrimonio se ne
va; ché questa è la verità» . Se ha vinto un processo con i voti unanimi,
rimprovera all'avvocato di aver trascurato molti argomenti giusti. Quando gli
amici gli portano la somma raccolta per un prestito e gli dicono «Sta' allegro»
lui risponde «E come? Io che devo pur restituire il denaro a tutti e per giunta
ringraziare come se mi fosse stata fatto un beneficio?».
La diffidenza è un sospetto di disonestà verso tutti e il diffidente è uno
che manda uno schiavo a comperar provviste e un altro schiavo dietro, per
scoprire quanto le ha pagate. Egli porta da sé il danaro (1) e a ogni stadio (2)
si mette a sedere e conta per vedere quant'è. Alla moglie, quando sono già a
letto, chiede se ha chiuso lo scrigno dei soldi, se la cassa del vasellame era
stata chiusa e se è stato messo il catenaccio alla porta del cortile; ed anche
se lei lo conferma, egli si alza tutto nudo dal letto e scalzo, con una lanterna
in mano, corre tutt'in giro e controlla tutto, tanto che riesce appena a
dormire. Dai suoi debitori va ad incassare gli interessi con testimoni, così che
essi non possano negarglieli (3). Il suo mantello non lo da al miglior
cardatore, ma a quello che ha un buon garante. Quando uno va a chiedergli in
prestito delle coppe, se può rifiuta, se si tratta di un parente o di un amico,
glielo presta solo dopo aver fatto la prova del fuoco (4), averlo pesato e quasi
aver ottenuto per esso un garante. Lo schiavo che lo accompagna non lo fa
camminare dietro, ma sempre davanti a lui per evitare che se la svigni per
strada. Se qualcuno ha comperato da lui una cosa e chiede: «Quanto fa? Segnalo
nel libro che ora non ho tempo», riceve come risposta: «Non prenderti la noia di
mandarmi il denaro; ti accompagno io finché tu abbia trovato il tempo» .
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1) Di solito esso veniva affidato allo schiavo.
2) Poco meno di
duecento metri.
3) I testimoni potranno confermare la sua intimazione
di pagare
4) Forse per far controllare che non avevano già lesioni.
Alcuni correggono in modo da leggere "dopo avervi inciso il suo nome a fuoco";
soluzione ragionevole se si considera che queste coppe, se venivano pesate,
dovevano essere di metallo.
La schifezza è una trascuratezza del corpo che provoca disgusto e il
disgustoso è colui che va in giro con la lebbra, con croste e con unghie deformi
e sostiene che queste malattie sono congenite, ché infatti le avevano sua padre
e suo nonno, e che non è facile sottrarsi alla propria razza. Come prevedibile è
solito avere piaghe agli stinchi e bolle alle dita, che non cura, ma lascia
prosperare. Sotto le ascelle e fino alle anche è peloso come un animale e i suoi
denti sono neri e guasti, così da essere sgradevole e insopportabile. Ed ancora:
mentre mangia si smoccola con le dita (1), mentre sacrifica si gratta (2),
quando parla sputacchia dalla bocca, dopo aver bevuto rutta. Con sua moglie va a
letto in lenzuola sporche (3). Nel bagno usa olio rancido [e poi gioca con gli
altri (3)]; al mercato va con una spessa tunica sotto e con sopra un mantello
trasparente pieno di macchie.
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Lo so che dovre iscrivere "Lo zozzone", ma non rende bene
l'idea!
1) Tutti usavano le dita, ma non a tavola!
2)
Secondo alcuni "rosicchia le unghie"
3) Altri leggono "va a letto con
i piedi sporchi".
3) Il testo dice letteralmente «per elevare le sue
pulsazioni» ma non si capisce che cosa voglia dire; più logico pensare che egli
tutto puzzolente si dedicasse a giochi ginnici in cui il sudore aggravava il suo
stato!
La mancanza di tatto è, per definizione, un comportamento che provoca
molestia ma senza danno; il molesto è quindi quegli che va da uno che si è
appena addormentato e lo sveglia per fare quattro chiacchiere. Uno sta per
partire [per mare] e lui lo trattiene. Uno va a fargli visita e lui lo prega di
attendere finché ha finito di fare un giretto. Toglie il bambino dal collo della
balia, mastica del cibo e glielo mette in bocca lui stesso (1), gli fa versi con
la bocca, lo vezzeggia con nomignoli e lo chiama «bricconcello del papà» .
Mentre si sta mangiando racconta di aver bevuto l'elleboro e di essersi vuotato
di sopra e di sotto e che la bile nelle sue feci era più nera della broda che è
sulla tavola . Ed alla presenza dei servi chiede: «Di' mamma, che giorno era
quando ti presero le doglie e mi facesti?» . Di se stesso egli afferma di essere
un uomo piacevole ed uomo spiacevole, e che è difficile trovare un uomo che
abbia entrambe queste qualità (2). [Invitato] comincia a dire che a casa sua ha
una cisterna piena d'acqua freschissima e nel giardino molti ortaggi tenerissimi
e un cuoco senza pari nel cucinare; e che la sua casa è come un albergo e cioè
sempre piena di gente e i suoi amici come la botte senza fondo [delle Danaidi]
perché per quanto egli si dia da fare, non riesce a riempirla. Quando ha degli
invitati a casa sua, vanta quale bell'esemplare sia il suo buffone (3). E
invitando i suoi ospiti a bere dice che ha preparato tutto per farli divertire e
che, so lo desiderano, lo schiavo andrà a prendere «una di quelle» dal ruffiano
«perché ci suoni qualcosa e ci faccia godere tutti» .
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1) Gesto usuale per la madre o la balia ma non per estranei.
2)
Altri leggono: «e per lei risponde egli stesso dicendo che non è facile fare un
uomo senza che vi sia piacere e dispiacere» .
3) Il termine greco è
«parassita» e indica una specie di buffone professionista che veniva invitato
alle feste per divertire gli ospiti.
La vanità è lo sforzarsi per ottenere un tipo di onore indegno di un uomo
libero e il vanitoso è colui che, invitato al banchetto, fa di tutto per essere
seduto di fianco al padrone di casa. Manda il figlio fino a Delfi per il taglio
dei capelli (1) e ci tiene a che lo accompagni uno schiavo negro. Se deve
restituire una mina, si procura monete nuove di zecca. È capace di comperare per
la sua gazza addomesticata una scaletta e di far fare uno scudetto di bronzo
così che la gazza possa salire la scaletta con quello nel becco. Quando
sacrifica un bue, appende la pelle della testa con le corna davanti alla porta e
la fascia con grandi bende, in modo che tutti vedano che egli ha sacrificato un
bue. Dopo la parata con i cavalieri, manda il servo a casa con tutti gli arnesi
(2), ma lui, messo il mantello va a passeggiare su e giù per la piazza, con
ancora gli speroni ai piedi. Se gli è morto il cagnolino maltese, gli fa
costruire una tomba con una colonna e la scritta «Klados (3) di Malta» . Se ha
dedicato un dito di bronzo nel tempio di Esculapio, va a lucidarlo ogni giorno e
lo unge e lo circonda di corone. Naturalmente briga ed intriga coi suoi colleghi
della pritanìa per essere quello che comunica al popolo l'esito del sacrificio e
poi, rivestito di uno splendido mantello e con la corona in capo, si fa avanti e
annunzia: «Cittadini ateniesi, noi Pritani abbiano eseguito il sacrificio alla
madre degli dei; il sacrificio è stato degno e favorevole e voi ne riceverete i
benefici» . Così parla e poi va a casa e racconta alla moglie che quello per lui
è stato un giorno estremamente propizio.
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1) Con il taglio dei capelli, una cui ciocca veniva dedicata a un dio,
l'efebo diventava uomo; ma non c'era bisogno di andare fino a Delfi.
2) La corazza e le armi.
3) Può essere il nome del cane o, più
probabilmente, voleva dire «virgulto di Malta» .
La taccagneria è la mancanza di dignità pur di non spendere e il taccagno è
quello che dopo aver vinto il premio come corégo, consacra a Dioniso solo una
tavoletta di legno con sopra scritto solo il nome del dio (1). Quando
[nell'assemblea] si propone che il popolo paghi soprattasse volontarie, egli si
alza e se ne va alla chetichella. Quando dà in matrimonio la figlia, rivende
tutta la carne de sacrificio, salvo quella che deve dare ai sacerdoti, e i servi
per il pranzo di nozze li prende a nolo, vitto a loro carico. Come trierarca (2)
stende sulla tolda le coperte del pilota e le sue le tiene riposte. Per la festa
delle Muse non manda i figli a scuola, ma dice che sono ammalati, così che non
debbano pagare alcun contributo. Quando ha dato il mantello a lavare, rimane a
casa (3). Dal mercato porta a casa la carne egli stesso e la verdura la infila
in un risvolto del mantello. Un amico sta facendo una colletta e gliene ha
parlato prima: quando lo vede arrivare, gira l'angolo e va a casa facendo una
lunga deviazione. Alla moglie, che pur gli ha portato la dote, non compera una
schiava, ma le noleggia al mercato delle donne una schiava che l'accompagni solo
nelle sue uscite importanti. Lui porta scarpe rattoppate più volte e dice che
sono solide come il corno. Quando si alza da letto scopa lui stesso la casa e
toglie le cimici dai letti. Quando si deve sedere, si toglie il mantello e lo
rivolta e non ha nulla salvo quello (4).
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1) Il corego organizzava a sue spese il coro della tragedia; quando era
premiato per l'organizzazione, si usava che dedicasse a Dioniso una lapide di
marmo con i nomi del poeta, il titolo della tragedia, il proprio nome.
2) Comandante di una trireme; come tutti dormiva sulla tolda.
3) Perché ne ha uno solo.
4) Frase poco chiara; forse usava il
mantello al posto del cuscino che veniva noleggiato dai custodi a teatro oppure
si usava che lo schiavo portasse un cuscino.
La millanteria ci appare essere come l'attribuirsi qualità che non esistono e
il millantatore è colui che stando sul molo [del Pireo] racconta ai forestieri
quanto danaro ha per mare. Ed egli descrive con precisione l'importanza dei
prestiti marittimi e di quanto ci ha guadagnato e perso. E mentre si riempie
così la bocca, manda lo schiavo alla banca dove non ha che una dracma. Abbindola
un compagno di viaggio raccontandogli di aver fatto una campagna con Alessandro
e in che relazione era con questi e di quante coppe tempestate di pietre
preziose ha riportato a casa. E sostiene che gli artisti dell'Asia sono migliori
di quelli in Europa; eppure non si è mai mosso dalla città [di Atene]. Racconta
come egli abbia già ricevuto tre lettere da Antipatro in cui vi è scritto che lo
invitano ad andare in Macedonia. E dice che sebbene gli abbiano offerto di
esportare senza dazi il legname, lui ha rifiutato per non essere denunziato [con
calunnie] da qualcuno: «I macedoni avrebbero dovuto avere un'idea più
intelligente! » (1). Racconta che durante la carestia ha distribuito più di
cinque talenti (2) per i poveri tra i suoi concittadini «perché lui non poteva
dire di no» . Quando siede fra estranei, vuole che uno di essi faccia i conti
[con le pietruzze], fa le somme accuratamente di unità e migliaia (3), indica ad
ogni voce dei nomi verosimili [di persone che hanno ricevuto danaro da lui], ed
è capace di arrivare fino a dieci talenti. E dice che questa somma l'ha spesa
per collette, senza tener conto delle trierarchie e delle liturgie (4). Quando
va al mercato tratta per finta con i venditori, come se volesse comperare soli
cavalli migliori. Dai venditori di stoffe cerca vesti per due talenti e
strapazza il servo perché lo segue senza monete d'oro (5). Sebbene egli abiti in
affitto, a quelli che non lo sanno, racconta di aver ereditato la casa dal padre
e che la vuol vendere perché è troppo piccola per ricevere tutti i suoi ospiti.
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1) Una lezione più coerente porta a tradurre :"così che nessun delatore
possa dire che lui simpatizza per i macedoni più di quanto si convenga ad un
ateniese". In quegli anni il governo di Atene parteggiava per i Macedoni.
2) Un talento si suddivideva in 60 mine; ogni mina in 100 dracme e ogni
dracma in sei oboli. Un talento corrispondeva a circa venti milioni di oggi, una
mina a circa 300.000 lire, una dracma a circa 3.000 lire e un obolo a 500
lire.
3) La frase può essere intesa solo conoscendo il modo di far
calcoli con pietruzze; in sostanza il millantatore ogni volta che dice il nome
di una persona a cui avrebbe dato una mina fa collocare un sassolino nella prima
colonna; raggiunto il numero di sei sassolini, questi vengono eliminati e ne
viene posto uno nella seconda colonna; quando in questa si raggiungono dieci
sassolini, si eliminano e si mette un sassolino nella colonna dei talenti.
4) Sono le contribuzioni private in favore della comunità per
l'allestimento di cori o di navi.
4) Ad Atene si usavano monete
d'argento!
La superbia è un disprezzo di tutti salvo che di se stessi; e il superbo è
quello che ad uno che ha una cosa urgente [di cui parlargli]gli dice che potrà
incontrarlo dopo pranzo, quando passeggia. Se ha fatto un piacere a qualcuno,
gli dice che non se ne deve dimenticare (1). Le decisioni arbitrali che gli sono
state affidate egli le decide per strada. Se viene eletto ad una carica, rifiuta
e giura [solennemente] di non aver tempo (2). Mai vuol essere il primo a far
visita ad altri. Invece i fornitori e noleggiatori li fa venire a sé all'alba.
Per strada non parla con nessuno di coloro che incontra, ma se ne va con il capo
chino o, al contrario, secondo l'umore, va a capo alto. Quando invita gli amici
non mangia con loro, ma incarica uno dei suoi di occuparsi di ciò. Se parte per
un viaggio, manda avanti qualcuno ad annunziare che egli arriva. Né quando si
unge, né quando fa il bagno, né quando mangia, lascia entrare visitatori da lui.
Se deve fare dei conti con qualcuno incarica lo schiavo di mettere i sassolini,
di tirare le somme e di scriverle nel libro dei conti. Quando scrive per un
incombenza non scrive mica «mi potresti fare il piacere», ma «voglio che sia
fatto così» e «ho mandato da te a prendere» e ancora « sia fatto così che non
può essere altrimenti», «con urgenza» .
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1) Frase molto incerta; alcuni leggono «dice che non se ne ricorda», altri
che «dimentica i benefici ricevuti» .
2) Per rifiutare una carica
importante bisognava giurare di avere un valido impedimento.
La viltà è una debolezza dell'animo dovuta a paura e il vile è quello che
viaggiando per mare scambia gli scogli per navi di pirati. Appena si alzano un
po' le onde comincia a chiedere se fra i passeggeri non ci sia qualcuno impuro
(1). Poi va dal pilota e vuol sapere se tiene la rotta bene in mezzo (2) e come
gli sembra che si metterà il tempo. Al suo vicino dice di essere in ansia per
via di un sogno che ha fatto; poi si toglie la tunica (3) e la dà allo schiavo e
poi supplica di essere scaricato a terra. Sul campo di battaglia quando la
fanteria deve attaccare, chiama tutti vicino a sé e comanda che tutti si
schierino attorno a lui e dice che è così difficile riconoscere quali siano i
nemici. Se ode clamori e vede qualcuno cadere, dice a chi gli è attorno che per
la smania [di combattere] ha dimenticato la spada, corre alla tenda, manda fuori
lo schiavo con l'ordine di vedere dove sia il nemico, nasconde la spada sotto il
capezzale e perde un sacco di tempo facendo finta di cercarla. Se dalla sua
tenda vede portare un compagno ferito, corre da lui, gli fa coraggio e lo
trasporta lui stesso. Poi lo cura, gli lava le ferite, si siede accanto a lui,
scaccia le mosche e fa qualsiasi altra cosa piuttosto che combattere contro i
nemici. Quando la tromba dà il segnale d'attacco, egli rimane seduto nella tenda
e dice «alla malora (4), costui non lascia dormire il poveretto con tutto il suo
strombettare» . Macchiato del sangue delle ferite altrui, va incontro a quelli
che tornano dalla battaglia e racconta come da un grande pericolo «io ho salvato
uno dei nostri amici!» e fa entrare nella tenda dal ferito i compagni di paese e
di tribù e ad ognuno racconta come sia stato lui stesso a portarlo con le sua
mani nella tenda.
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1) E quindi portatore di sventure o menagramo.
2) Cioè lontano
dalla costa e dagli scogli.
3) Per nuotare meglio in acqua; tutte
azioni contraddittorie.
4) In greco «in malora ai corvi»; come dire
«vai sulla forca» .
L'oligarchia appare essere una bramosia per il comando, fortemente orientata
verso il potere e il vantaggio personale e l'oligarchico è quindi uno che quando
il popolo [in assemblea] discute quali persone nominare come assistenti
all'arconte per organizzare assieme a lui una delle feste solenni, interviene e
dice che essi dovrebbero avere pieni poteri e quando gli altri propongono di
nominarne dieci egli dice: «uno basta, ma deve essere un uomo con le palle» . E
di tutti i versi di Omero ne ha ritenuto uno solo: «Pazzo è de' molti il regno,
un solo comandi» . Altri non ne sa. E inoltre ha sempre in bocca discorsi
reazionari del genere: « Noi dobbiamo trovarci assieme [riservatamente] e
deliberare su queste cose e tenerci lontani dalla folla e dalla piazza e non
dobbiamo più candidarci per incarichi pubblici e consentire poi che costoro ci
biasimino o ci lodino» e «Nella città c'è posto solo per noi o per loro» . Verso
mezzogiorno [quando il mercato è finito] esce di casa con il mantello ben
accomodato, con i capelli tagliati di mezza misura e le unghie ben rifilate,
incede nella strada dell'Odeon e dice: «A causa dei sicofanti (1) non si può più
vivere in questa città» e « Nei tribunali siamo trattati male da una massa di
corrotti» e «Io mi meraviglio di cosa cerchino coloro che hanno ancora voglia di
immischiarsi nella politica (2)» e «Ingrata è l'opera di chi cerca di
distribuire elargizioni in modo giusto (3)» . E si vergogna quando all'assemblea
si va a sedere vicino a lui un morto di fame, tutto sudicio. E dice: «Quand'è
che finiremo di rovinarci con liturgie e allestimenti di navi?», «Maledetta la
genìa dei demagoghi» . Egli sostiene che è stato Teseo a portare per primo la
sventura sulla città quando aveva riunito in una sola le masse di dodici città e
eliminato il potere regio. E che ben gli stette, se per primo fu eliminato da
costoro. E questo e di peggio dice ai forestieri ed a quei cittadini che la
pensano come lui.
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1) Accusatori di professione, per passione politica o per ricatto.
2) Altri intendono: "I politici di adesso, io vorrei proprio sapere che
cosa vogliono".
3) Altri intendono: "Ingrata è la plebe, pronta a
vendersi a chiunque fa elargizioni".
Il voler far da vecchio ciò che non si è fatto da giovani è una passione per
affaticarsi in cose che non si confanno più all'età, come ad esempio chi all'età
di sessant'anni impara brani [di tragedie] e poi quando vuol recitarle nei
simposi, si impapera. Da suo figlio impara a fare «a destra, a sinistra,
dietrofront!»(1). Per la festa degli eroi paga la sua quota per poter
partecipare con i giovani alla gara di staffetta con le fiaccole. Se da qualche
parte viene invitato nel tempio di Eracle, subito butta via il mantello e
solleva il bue per poi rovesciargli indietro il collo [per il sacrificio]. Va
nelle palestre di lotta e si esercita un po'. Va agli spettacoli di varietà [al
mercato] e ci resta per tre o quattro rappresentazioni ad imparare a memorie le
canzonette. Se viene iniziato al culto Sabazio, fa di tutto per apparire come il
più bello davanti al sacerdote (2). Se è innamorato di una ragazza cerca di
sfondarle la porta di casa con l'ariete, viene preso a botte da un rivale e
finisce davanti al giudice. In campagna si mette a cavalcare un cavallo altrui,
cerca di fare delle evoluzioni, cade a terra e si rompe la testa. Nel circolo
dei decadisti (3) organizza feste per far baldoria assieme. Con il suo servo
gioca a «grande statua» (4). Fa a gara con il pedagogo dei suoi figli nel tirare
con l'arco e nei lanci e contemporaneamente gli dice che egli deve imparare da
lui, come se l'altro non ne capisse nulla. Quando ai bagni pubblici si mette a
lottare, dimena le natiche [come un professionista] per sembrare un esperto. E
quando vi sono delle donne (5) si esercita a ballare e si fischietta la musica
da solo.
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1) In greco i comandi erano «lancia», «scudo», «coda»; per dire «avanti»
si diceva «fronte»
2) O, forse, "per farsi dare il premio di bellezza
dal sacerdote".
3) Non si sa bene chi fossero; probabilmente giovani
che si ritrovano il decimo giorno di ogni mese a far baldoria e toccava a loro
invitare gli anziani.
4) Testo oscuro e gioco ignoto. Qualcuno
intende: "posa da grande"
5) Forse deve intendersi «cori di donne che
danzano» .
La maldicenza è un'inclinazione dell'animo a parlar male e il maldicente è
uno che alla domanda «Il tale che tipo è?» risponde come fanno gli scrittori di
genealogie con un lungo catalogo: «Prima di tutto voglio rifarmi alla sua
origine. Suo padre originariamente si chiamava Sosia; fra i soldati divenne
Sosistrato e dopo essere stato iscritto nelle liste dei cittadini diventò
Sosidemo (1); la madre però è una nobile donna di Tracia o, almeno, la brava
donna si chiama Crinocoraca (2). E se uno si chiama così, nel loro paese vuol
dire che uno è nobile, almeno così si dice. Il tale stesso, come ci si può
aspettare da una simile razza, è un fannullone farabutto». E nella sua malignità
dice ad un altro: «Io me ne intendo, a me non la puoi dare a bere». E poi passa
a far la rassegna: «Donne di questi tipo strappano in casa i passanti dalla
strada» e «Questa casa è una di quella dove si allargano le cosce; e questa non
è una battuta, come suol dirsi, ma quelle lo fanno come i cani per la strada» e
«Insomma, poche parole, sono trappole per uomini» e «Quelle fanno entrare di
persona stando sulla porta del cortile» . Se anche altri già sparlano, egli
interviene e rincara la dose e dice: «Io odio quell'uomo più di ogni altro. Già
al solo vederlo è ripugnante. La sua cattiveria gli fa ricercare i suoi simili.
La prova: a sua moglie, che pur gli ha portato alcuni talenti in dote, ha
assegnato tre miseri soldi di rame per la spesa solo dopo che gli ha partorito
un figlio (3) e nel giorno di Poseidone la costringe a fare il bagno con l'acqua
fredda (4)» . Quando siede in compagnia di altri, se uno si alza e se ne va,
comincia subito a parlare di lui e, quando ha preso l'avvio, non si trattiene
più e si mette a diffamare anche i suoi parenti. E di solito parla male anche
dei propri parenti, degli amici, dei morti; il diffamare lo chiama libertà di
parola, democrazia, libertà e questo è per lui una delle cose piacevoli della
vita.
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1) Sosia era tipico nome di schiavo e poteva essere arrivato a fare il
soldato e poi ad iscriversi tra i cittadini solo con maneggi poco chiari.
2)Le donne tracie erano di solito schiave o cortigiane; oscuro il gioco
di parole sul nome Crinocoraka (bianca come il giglio - nera come il corvo).
Forse era nome da cortigiana.
3) Dopo la nascita del figlio la dote
sarebbe rimasta comunque in famiglia
4) La festa cadeva in
dicembre.
La furfanteria è un desiderio di cose malvagie e il furfante è uno che
frequenta gente che è stata riconosciuta colpevole e condannata in pubblici
processi (1) ed egli crede di diventare più esperto e più temuto se sta con
loro. Dei galantuomini dice che nessuno nasce per natura buono, che tutti sono
eguali, ma se uno è buono gliene fa una colpa. Un farabutto lo definisce una
persona libera e indipendente, solo che lo si volesse mettere alla prova, e
ammette che in generale quello che si dice su quel tale è la verità, ma che su
certi punti egli deve contraddire (2); perché, dice lui, quello ha delle buone
doti, è un compagno fidato e furbo. E garantisce per lui: non ha mai incontrato
una persona più in gamba. Egli prende le parti del colpevole (3) quando parla
nell'assemblea popolare o nel tribunale e agli altri che siedono assieme a lui
dice che non bisogna giudicare l'uomo ma solo i fatti. E dice che quello è il
fedele cane da guardia del popolo perché tiene d'occhio gli ingiusti. E dice:
«Presto non avremo più persone disposte a prendersi cura del bene pubblico, se
eliminiamo questo qui» . Naturalmente fa il protettore di mascalzoni e, nei
tribunali, il difensore (4) in processi indegni e, se gli capita di essere lui
stesso giudice, rivolta le parole dei contendenti verso il senso peggiore.
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1) L'autore descrive il furfante politico. Da quanto detto più avanti si
comprende che i suoi amici sono i sicofanti che non erano riusciti a provare le
loro accuse ed erano stati condannati.
2) Altri intendono: "ma di sue
particolari qualità negative non ne conosce".
3) Non è chiaro se ci
si riferisca al soggetto già descritto che viene chiamato in giudizio, oppure si
faccia generico riferimento a coloro che sono colpevoli.
4) Ci si
poteva far difendere da un amico o da un parente.
L'avarizia [di cui parliamo] è il darsi da fare per ottenere guadagni
svergognati e questo tipo d'avaro è quello che non mette abbastanza pane davanti
ai suoi ospiti e che è capace di prendere danaro in prestito dall'amico che
ospita in casa. Quando fa le porzioni [della carne del sacrificio] dice che è
giusto che chi fa le parti riceva una doppia porzione e subito se la fa per sé.
Se vende vino ad un amico lo annacqua anche a lui. A teatro porta i propri figli
solo quando i custodi lasciano entrare gratis. Se viaggia per una ambasceria
pubblica, lascia a casa il danaro avuto dalla città (1) e si fa prestar soldi
dai compagni d'ambasceria. Al suo servo poi carica sulle spalle un peso più
grosso di quanto può portare e, tra tutti , è quello che gli dà meno da
mangiare. Dei regali fatta all'ambasceria pretende la sua parte e poi la
rivende. Nei bagni si unge e dice allo schiavo «quest'olio che hai comperato è
rancido» e si unge con l'olio degli altri. Delle monete di rame che il suo servo
trova, ne pretende la metà «perché Hermes è comune» . Egli dà il mantello a
lavare, ne prende in prestito uno da un conoscente e lascia trascorrere più
giorni del necessario [senza restituirlo], finché non glielo richiedono. Ed
ancora: quando deve misurare le granaglie alla famiglia, egli usa ancora uno
staio fidonico (2), per di più con il fondo infossato, e poi lo rasa ben bene.
Egli vende sottoprezzo le cose di un amico che invece pensa di vender bene (3).
Se deve restituire un debito di trenta mine, trattiene [come sconto] quattro
dracme. Se i suoi figli, per malattia, non hanno potuto andare a scuola per
tutto il mese, detrae l'importo corrispondente dalla mesata [del maestro]. Nel
mese di Antisterione (febbraio) non li manda neppure a scuola perché ci
sono troppi giorni festivi e così risparmia soldi. Quando lo schiavo gli porta i
soldi per il suo noleggio, egli pretende persino la percentuale per il cambio
delle monete di rame [in argento] e il contrario fa quando egli deve pagare il
conto all'amministratore. Quando offre un banchetto alla sua fratrìa, pretende
che i suoi schiavi vengano nutriti dalla cassa comune. Poi prende nota dei mezzi
ravanelli rimasti sulla tavola così che non se li mangino i servitori. Quando fa
un viaggio con conoscenti, si serve dei loro schiavi e i propri li noleggia
fuori, ma non mette il danaro nella cassa comune. Nelle cene in comune
organizzate a casa sua, mette in conto agli altri anche il legno, le lenticchie,
l'aceto, il sale e l'olio [delle lampade]. Quando uno dei suoi amici si sposa o
dà in nozze la figlia, parte in viaggio qualche tempo prima per non dover
mandare un regalo. Dai suoi conoscenti prende in prestito cose che non si
possono richiedere né riottenere.
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1) Erano tre dracme e quindi circa diecimila lire al giorno.
2)
Vecchia misura più piccola di quella usuale, introdotta in sua sostituzione.
3) Frase di difficile comprensione: in sostanza l'avaro frega l'amico che
lo ha incaricato di una vendita.