PLATONE

LACHETE

 

LISIMACO:(1) Avete visto quell'uomo combattere in armi, Nicia (2) e Lachete: (3) il motivo per cui Melesia (4) ed

io vi abbiamo esortato ad assistere a ciò, non ve lo abbiamo detto allora, ma ve lo diremo adesso. Con voi crediamo di

dover parlare liberamente.

Vi sono alcuni che si prendono gioco di queste cose e nel caso in cui uno chiedesse loro un consiglio, non gli

direbbero quello che pensano, ma tenendo conto di colui che chiede loro il consiglio, dicono cose contrarie alla loro

opinione. Quanto a noi, invece, poiché vi ritenevamo capaci di conoscere e, una volta conosciuto, di riferire con

semplicità ciò che pensate, vi abbiamo chiamato per avere un consiglio su ciò di cui vogliamo parlare.

L'argomento a cui ho fatto tutte queste premesse è il seguente.

Questi sono i nostri figli: questo è il figlio di costui e porta il nome del nonno, Tucidide, questo, invece, è mio figlio

- anche lui porta il nome del nonno, di mio padre cioè; infatti si chiama Aristide - a noi, dunque, è sembrato giusto

prenderci cura di costoro, per quanto ci era possibile, e di non comportarci come i più, che, quando i figli sono divenuti

adolescenti, lasciano che essi facciano ciò che vogliono, ma cominciare fin da ora ad occuparci di loro, per quanto ne

siamo in grado. Poiché sappiamo che anche voi avete dei figli, abbiamo ritenuto che voi, se non altri, vi sareste

preoccupati di come avrebbero potuto diventare ottimi, se vi foste curati di loro; se, poi, non aveste riflettuto abbastanza

su ciò, vi avremmo ricordato che non bisogna trascurarlo e vi avremmo invitato ad aver cura dei vostri figli insieme a

noi.

In base a che cosa ci sia sembrato giusto così, Nicia e Lachete, è necessario che lo ascoltiate, anche se fosse un po'

troppo lungo: io e Melesia mangiamo insieme e con noi mangiano anche i ragazzi. Come ho detto al principio del

discorso, con voi parleremo con sincerità. Ciascuno di noi due ha da raccontare ai giovani molte nobili imprese dei

rispettivi padri, imprese compiute in tempo di guerra e pace, quando amministravano gli affari degli alleati e di questa

città. Nessuno di noi due, però, ha qualcosa da dire circa le proprie imprese. Perciò ci vergognamo di fronte a loro e

accusiamo i nostri genitori perché, quando diventammo ragazzi, ci lasciavano vivere mollemente e si occupavano,

invece, dei fatti degli altri. E a questi ragazzi mostriamo proprio ciò, dicendo loro che se si disinteresseranno di se stessi

e non obbediranno a noi, diverranno privi di gloria, se, invece, avranno cura di sé, potrebbero essere degni dei nomi che

portano.

E loro dicono di obbedirci, ma noi facciamo attenzione a che cosa debbano imparare o di che cosa aver cura per

diventare ottimi. Un tale ci insegnò che sarebbe bene che un giovane imparasse a combattere in armi ed elogiava colui

che avete visto esibirsi poco fa e ci invitava a guardarlo. Pareva necessario che anche i ragazzi venissero ad assistere

allo spettacolo di quell'uomo e prendessero voi sia come spettatori sia come consiglieri ed assistenti, se volete, della

cura dei figli. Questo è l'argomento intorno al quale volevamo consigliarci con voi. Ora è vostro compito darci un

consiglio su questa disciplina, se, cioè, vi sembri opportuno impararla o no, e quanto al resto, se conoscete qualche

disciplina o attività da insegnare ad un giovane ed è altresì vostro compito dirci come vi comporterete nel nostro lavoro

comune.

NICIA: Approvo la vostra intenzione e sono pronto ad aiutarvi, Lismiaco e Melesia, e così credo per Lachete.

LACHETE: Credi bene, Nicia. Ciò che Lisimaco ha appena detto su suo padre e sul padre di Melesia, mi sembra sia

stato detto bene per loro, per noi e per tutti coloro che si occupano delle vicende della città, perché a costoro capita

proprio ciò che dice lui sia riguardo ai figli sia riguardo al resto, cioè che le proprie cose vengono trascurate e

rimangono neglette. Hai ragione a questo proposito, Lisimaco; mi meraviglio, però, che tu chiami noi per consigliarti

sull'educazione dei figli e non chiami Socrate piuttosto, innanzitutto perché è del tuo stesso demo (5) e poi per il fatto

che trascorre sempre il tempo laddove si esercita una delle belle discipline o attività che tu prendi in esame.

LISIMACO: Cosa dici, Lachete? Socrate si è occupato di una di queste discipline?

LACHETE: Certo, Lisimaco.

NICIA: Questo potrei dirtelo anch'io non meno di Lachete; poco tempo fa, infatti, mi ha procurato un maestro di

musica per mio figlio, Damone, (6) allievo di Agatocle, uomo piacevolissimo non soltanto per la musica, ma anche nel

resto è quanto di meglio tu possa desiderare per trascorrere il tempo con giovani di questa età.

LISIMACO: In verità, Socrate, Nicia e Lachete, io e i miei coetanei non conosciamo più i giovani, perché, per via

dell'età, trascorriamo la maggior parte del nostro tempo in casa; ma se anche tu, figlio di Sofronisco, hai un buon

consiglio da dare a questo tuo compagno di demo, è giusto che glielo dia. è giusto anche perché sei mio amico grazie a

tuo padre: tuo padre ed io siamo sempre stati amici e compagni ed egli è morto prima di litigare con me per un qualche

motivo. Poco fa mi è venuta in mente una cosa che dicono questi ragazzi: essi, infatti, che a casa dialogano gli uni con

gli altri, menzionano frequentemente Socrate e lo elogiano molto; ma in verità non ho mai domandato loro se parlassero

del figlio di Sofronisco; ragazzi, ditemi, è questo il Socrate che menzionate spesso?

FIGLI: Certo, padre, è lui.

LISIMACO: Per Era, Socrate, è bello che tu faccia onore a tuo padre, che era il migliore degli uomini, soprattutto

perché quanto è tuo appartiene a noi e quanto è nostro appartiene a te.

LACHETE: E allora, Lisimaco, non lasciarlo andare, perché anche in altri casi l'ho visto fare onore non soltanto a

suo padre, ma anche alla patria; durante la fuga da Delio (7) si è ritirato con me e ti dico che se gli altri avessero voluto

agire come lui, la nostra città si sarebbe salvata e non avrebbe subito quella disfatta.

LISIMACO: è bella, Socrate, la lode che ora ti è stata rivolta da uomini degni di fede e per fatti come quelli in cui ti

elogiano. Sappi che sono lieto di sentire che godi di buona fama e considerami pure come uno tra i più benevoli nei tuoi

confronti. Anche prima avresti dovuto frequentarci e considerarci amici, com'era giusto; a partire da oggi, però, poiché

ci siamo riconosciuti, non comportarti diversamente, ma stai con noi e conosci noi e questi ragazzi, affinché anche voi

conserviate la vostra amicizia. Ti comporterai così, dunque, e noi te lo ricorderemo di nuovo; che ne pensate

dell'argomento iniziale? Che ve ne pare? La disciplina dell'imparare a combattere in armi è adatta o no a dei ragazzi?

SOCRATE: Anche riguardo a questo problema, Lisimaco, tenterò di darti un consiglio, se ne sono in grado, e

tenterò di fare tutto ciò che mi chiedi. Tuttavia mi sembra giustissimo, in quanto più giovane e più inesperto di costoro,

ascoltare prima ciò che dicono e imparare da loro; se, poi, ho qualcos'altro da aggiungere oltre a ciò che è già stato detto

da loro, allora potrò insegnarvelo e convincervi. Perché, Nicia, non parla uno di voi due?

NICIA: Nulla lo impedisce, Socrate. Credo, infatti, anch'io che questa disciplina sia molto utile da imparare per i

giovani, per molti motivi. è positivo il fatto che i giovani non trascorrano il tempo in altro modo, ad esempio, in quei

divertimenti di cui amano occuparsi quando hanno tempo libero, ma in questa attività, grazie alla quale è inevitabile che

il corpo si rafforzi - infatti non è più spregevole di alcuna attività ginnica né provoca meno fatica - e allo stesso tempo

essa, insieme all'ippica, giova particolarmente ad un uomo libero; la gara di cui noi siamo atleti e le attività relative alla

gara le esercitano soltanto coloro che si allenano con questi strumenti di guerra. In seguito questa disciplina gioverà

anche in una battaglia vera e propria, quando si debba combattere contro numerosi nemici. Ma il suo vantaggio più

grande si vedrà quando lo schieramento sia sciolto e si debba, ormai corpo a corpo, o attaccare chi fugge inseguendolo o

difendersi da chi attacca fuggendo. Chi conosce questa disciplina non potrebbe subire alcunché né da uno solo nè forse

da molti, ma avrebbe la meglio in ogni caso. Inoltre tale apprendimento spinge al desiderio di un'altra bella disciplina:

chiunque abbia imparato a combattere in armi desidererà anche la disciplina successiva, quella dello schieramento, e

dopo averla appresa e aver acquistato gloria in essa, si lancerà nella strategia ed è chiaro che tutte le discipline ed

attività che seguono a queste sono belle e particolarmente degne di essere imparate ed esercitate da un uomo e ad esse

presiede il combattere in armi. A questo faremo un'aggiunta non indifferente, cioè che questa conoscenza, in guerra,

potrebbe rendere ogni uomo più ardito e più coraggioso di quanto sarebbe senza di essa. E non disdegneremo di dire,

anche se a qualcuno sembra cosa da poco, che laddove un uomo deve apparire più dignitoso, apparirà tale, e,

contemporaneamente, grazie al suo comportamento dignitoso apparirà più temibile ai nemici.

A me, dunque, Lisimaco, come ti dico, sembra giusto insegnare ai giovani questa disciplina e per quali motivi mi

sembra giusto, te l'ho detto; ora, però, ascolterei con piacere Lachete, se volesse aggiungere qualcosa.

LACHETE: è difficile, Nicia, sostenere di una qualsiasi disciplina che non bisogna impararla, infatti sembra tutto

buono da imparare.

Certamente l'arte delle armi, se è una disciplina, come sostengono i maestri e come dice Nicia, bisogna impararla;

se, invece, non è una disciplina, ma coloro che promettono di insegnarla ingannano, o, se, pur essendo una disciplina,

non è del tutto seria, per quale motivo mai la si dovrebbe apprendere? Dico ciò al riguardo, tenendo in considerazione,

così credo, che se avesse un qualche valore, non sarebbe sfuggita agli Spartani, ai quali null'altro importa nella vita, se

non ricercare ed esercitare ciò, vale a dire avere la meglio sugli altri in guerra grazie all'apprendimento e all'esercizio.

Se fosse sfuggita a loro, tuttavia, non sarebbe sfuggita a coloro che la insegnano, poiché essi, più di tutti i Greci, si

impegnano in questa attività e presso di loro uno che fosse stimato in essa riceverebbe ingenti ricchezze anche dagli

altri, come un poeta tragico riceve onore presso di noi. Di certo, chi creda di scrivere una bella tragedia, non se ne va in

giro, fuori dell'Attica, città dopo città, ad esibirsi, ma giunge subito qui e si esibisce, com'è naturale, davanti a costoro.

Mi accorgo, invece, che chi combatte in armi crede che Sparta sia un sacro santuario e non vi entra neppure in punta

dì piedi, ma le gira intorno e si esibisce davanti a tutti e soprattutto davanti a coloro che concorderebb ero sul fatto che

molti li precedono nelle attività di guerra. E, poi, Lisimaco, ho dato assistenza a non pochi in questa attività e so come

sono. Possiamo arguirlo anche da ciò: quasi di proposito, infatti, nessuno di coloro che praticano l'arte delle armi è

divenuto celebre in guerra. In tutte le altre arti tutti quelli che provengono da chi pratica ciascun arte diventano famosi;

e costoro, com'è evidente, al contrario degli altri, sono stati del tutto sfortunati in questo. Anche Stesileo, che voi

insieme con me avete visto esibirsi in quella folla e dire di sé quelle grandi cose che disse, in altre circostanze l'ho visto

esibirsi molto meglio, in verità, anche se non voleva. Una volta che la nave su cui si era imbarcato aveva urtato contro

una nave da carico, si mise a combattere con un'asta a falce, arma superiore, poiché egli era superiore agli altri. Se le

altre imprese di quell'uomo non sono degne di essere raccontate, come andò l'artificio dell'asta a falce sulla punta di

ferro ve lo racconterò.

Mentre egli combatteva, l'asta rimase impigliata negli equipaggiamenti della nave e ne fu trattenuta. Stesileo tirava,

cercando di liberarla, ma non ci riusciva, e la nave passava accanto all'altra nave. Per un certo tempo egli corse sulla

nave, tenendo ben stretta la lancia; quando, invece, l'altra nave oltrepassò la sua nave e lo trascinò con la lancia nella

mano, lasciò scivolare quella attraverso la mano, finché ebbe impugnato l'asta. Ci furono risate e applausi da parte di

coloro che si trovavano sulla nave da carico per la sua posizione, e quando, avendogli uno tirato una pietra sui piedi,

egli lasciò andare la lancia sul ponte della nave, allora neppure quelli della trireme riuscivano a trattenere le risate,

vedendo oscillare dalla nave da carico quell'asta a falce. Forse, come dice Nicia, questa disciplina ha un qualche valore;

questo è ciò in cui mi sono imbattuto. Come dicevo fin dall'inizio, se, pur essendo una disciplina, ha poca utilità o se,

pur non essendolo, dicono e simulano che lo sia, non merita tentare di impararla.

E a me pare che se un vile credesse di conoscere quest'arte, divenuto, grazie ad essa, più ardito, mostrerebbe molto

meglio quanto vale, se, invece, si trattasse di un uomo coraggioso, controllato da spettatori, anche se commettesse un

minimo sbaglio, si procurerebbe grandi calunnie. è odiosa, infatti, la simulazione di tale scienza, al punto che, se chi

dice di possederla, non compie un'azione straordinaria che eccella per valore sugli altri, non gli sarebbe possibile evitare

il ridicolo. Tale, Lisimaco, mi pare la cura di questa disciplina; ma, come ti dicevo all'inizio, non bisogna lasciar andare

via Socrate: dobbiamo pregarlo di darci un consiglio, nel modo in cui vuole, sull'argomento.

LISIMACO: Ti prego, Socrate; per di più mi sembra che la nostra discussione abbia bisogno come di un arbitro. Se,

infatti, questi due fossero stati d'accordo, non ce ne sarebbe stato bisogno; ma ora, come vedi, Lachete ha dato voto

contrario a quello di Nicia, perciò è bene sentire con quale dei due tu concordi.

SOCRATE: Che cosa, Lisimaco? Intendi prendere per buona quella tra le due opinioni che approva la maggior parte

di noi?

LISIMACO: Che altro si dovrebbe fare, Socrate.

SOCRATE: E anche tu, Melesia, vorresti fare lo stesso? Se dovessi decidere quale attività ginnica debba praticare

tuo figlio, ti faresti convincere dalla maggioranza di noi, o piuttosto da uno che sia stato istruito da un buon maestro e

che si sia esercitato?

MELESIA: è logico che lo affiderei a quest'ultimo, Socrate.

SOCRATE: Obbediresti a lui piuttosto che a noi quattro?

MELESIA: Forse sì.

SOCRATE: Credo che si debba giudicare in base alla scienza, e non al numero, ciò che deve essere ben giudicato.

MELESIA: Come no?

SOCRATE: Ebbene anche ora dobbiamo innanzitutto considerare se tra di noi c'è un esperto di ciò che dobbiamo

giudicare oppure no. E, nel caso in cui ci sia, bisogna obbedire a lui, anche se fosse uno solo, e lasciare perdere tutti gli

altri, se no, cercarne un altro. Oppure tu e Lisimaco credete che ora si corra un rischio da poco e non si tratti, invece, del

nostro bene più grande? Ogni bene del padre sarà governato in base a come siano diventati i figli, a seconda, cioè, che

diventino buoni o cattivi.

MELESIA: Hai ragione.

SOCRATE: Bisogna essere molto prudenti.

MELESIA: Certo.

SOCRATE: Come dobbiamo procedere nell'esame, come dicevo poco fa, se vogliamo sapere chi di noi è il più

esperto nell'attività agonistica?

Non è forse colui che l'ha appresa ed esercitata e che ha anche avuto dei buoni maestri?

MELESIA: A me pare così.

SOCRATE: Ebbene, ancora prima, qual è l'arte di cui noi cerchiamo i maestri?

MELESIA: Cosa intendi dire?

SOCRATE: Così forse sarà più chiaro. Non mi pare che noi all'inizio ci siamo messi d'accordo su ciò che dobbiamo

decidere, su chi di noi, cìo e, sia esperto e abbia avuto per questa disciplina dei maestri e chi no.

NICIA: Ma non dobbiamo esaminare, Socrate, se i giovani debbano imparare o meno a combattere in armi?

SOCRATE: Certo, Nicia. Ma quando per esempio si esamina un farmaco per gli occhi, se lo si debba applicare

oppure no, credi forse che la decisione riguardi la medicina o gli occhi?

NICIA: Che riguardi gli occhi.

SOCRATE: Dunque, quando si decide se e quando si debba inserire il morso al cavallo, allora si prende una

decisione sul cavallo e non sulla briglia?

NICIA: Certo.

SOCRATE: Ebbene, in una parola, quando si esamina qualcosa per un qualche scopo, la decisione riguarda ciò che

si esamina e non ciò che si cercava per altro scopo.

NICIA: è inevitabile.

SOCRATE: Bisogna anche considerare se chi dà il consiglio sia esperto nel curare cio per il cui scopo svolgiamo la

nostra ricerca.

NICIA: Certo.

SOCRATE: Ora, dunque, affermiamo di indagare su questa disciplina a vantaggio dell'anima dei giovani?

NICIA: Sì.

SOCRATE: Bisogna considerare se uno di noi sia esperto nella cura dell'anima e sia capace di occuparsi

convenientemente di ciò e abbia avuto dei buoni maestri.

LACHETE: Come Socrate? Non hai mai visto che taluni, pur senza avere maestri, sono divenuti in talune attività

più esperti dei maestri?

SOCRATE: Sì, è vero, Lachete a costoro tu, però, non vorresti credere, se ti sembrassero buoni artigiani, ma se, poi,

non avessero da mostrarti alcuna opera della loro arte, la quale sia ben fatta, una o più opere.

LACHETE: Hai ragione.

SOCRATE: Noi, invece, Nicia e Lachete, poiché Lisimaco e Melesia ci hanno invitato a dar loro un consiglio sui

figli, desiderando che le loro anime diventino le migliori, se diciamo di possedere questa tecnica, dobbiamo mostrare

loro dei maestri che siano di per se stessi buoni e che sembrino aver curato le anime di molti giovani e che abbiano

insegnato anche a noi. Oppure nel caso in cui qualcuno di noi afferma di non avere avuto un maestro per sé, allora deve

raccontare le proprie azioni e deve mostrare quali ateniesi o stranieri, schiavi o liberi, siano divenuti buoni grazie a

quell'uomo, secondo l'opinione generale. Se, invece, a noi non è accaduto nulla del genere, dobbiamo esortarli a

cercarne altri e non dobbiamo correre il pericolo, trattandosi di figli di amici, di ricevere dai loro parenti la grave accusa

che si sono corrotti. Io parlo innanzitutto di me, Lisimaco e Melesia, perché in questa disciplina non ho avuto alcun

maestro. Eppure l'ho desiderato sin da quando ero giovane. Non ho la possibilità di pagare i sofisti, che, soli, mi

promettono di rendermi buono e virtuoso.(8) Io stesso ancora adesso sono incapace di trovare quest'arte. Ma se Nicia e

Lachete l'avessero trovata ed imparata, non mi stupirei, sia perché sono più agiati di me, così da poter appr endere da

altri, sia perché sono più vecchi, così da aver già potuto trovarla. Mi sembrano in grado di educare un uomo; infatti non

avrebbero mai espresso in modo sfrontato alcuna opinione riguardo all'attività di un giovane, buono o cattivo che sia, se

non avessero ritenuto di conoscerla bene. Del resto io ho fiducia in loro; anzi mi sono stupito che fossero in disaccordo.

Dunque, Lisimaco, ti faccio a mia volta questa domanda; proprio come poco fa Lachete ti esortava a non lasciarmi

andare via, ma ad interrogarmi, così io adesso ti esorto a non lasciare andare via Lachete e Nicia, ma ad interrogarli,

dicendo loro che Socrate afferma di non avere esperienza sull'argomento e di non essere in grado di giudicare chi di voi

abbia ragione - non è stato né scopritore né discepolo di alcuno su tali argomenti - voi, invece, Lachete e Nicia, diteci in

quale grandissimo esperto dell'educazione di fanciulli ciascuno di voi due si è imbattuto e se conoscete tale disciplina

avendola appresa da qualcuno o avendola trovata voi stessi, e, se l'avete appresa, qual è il maestro di ciascuno, o quali

altri compagni di lavoro ha, affinché se le faccende della città non vi lasciano tempo libero, ci rechiamo da costoro e li

convinciamo o con doni o con favori o con entrambi a prendersi cura sia dei nostri sia dei vostri figli, per evitare che,

divenuti degli incapaci, portino disonore ai loro progenitori; se, invece, siete stati voi due gli scopritori di tale disciplina,

fornite l'esempio anche di qualcun altro di cui vi siate presi cura e che abbiate reso da incapace, virtuoso e buono. Infatti

se cominciate a occuparvi ora per la prima volta di educazione, bisogna considerare che il pericolo viene corso non con

un Cario,(9) ma con i vostri figli e con i figli dei vostri amici e che non vi succeda realmente ciò che dice il proverbio,

di cominciare, cioè, ad apprendere l'arte del vasaio con una giara. Diteci, dunque, quali dì queste cose capitano e si

addicono a voi e quali no. Domandaglielo, Lisimaco, e non lasciarli andare via.

LISIMACO: Mi sembra che Socrate parli bene, amici; se volete fare domande e rispondere su tali argomenti,

bisogna che lo decidiate voi, Nicia e Lachete. è evidente, infatti, che a me e Melesia farebbe piacere se voi voleste

esporre con un discorso tutto ciò che chiede Socrate. Al principio ho cominciato con il dire che noi vi avevamo invitato

a dare un consiglio perché credevamo che vi foste esercitati, com'è logico, su questi argomenti, soprattutto dato che i

vostri figli, come i nostri, sono in età da essere educati. Se, dunque, per voi non c'è alcuna differenza, ditelo ed

esaminate con Socrate, interrogandovi ed rispondendovi reciprocamente.

Ha ragione anche nel dire che stiamo decidendo sul nostro bene più grande. Considerate se si debba fare così.

NICIA: In verità, Lisimaco, mi sembra che tu conosca Socrate soltanto dal padre, e che non lo abbia frequentato, se

non quando era ragazzo, se per caso ti si è avvicinato tra i compagni di demo, insieme con suo padre, o nel tempio, o in

qualche altra assemblea del demo; ma è chiaro che non ti è più capitato di incontrarti con lui, quando è diventato più

vecchio.

LISIMACO: Perché, Nicia?

NICIA: Perché mi sembra che tu non sappia che chi è molto vicino a Socrate e gli si accosta per parlargli,

inevitabilmente, anche qualora prima cominci a parlare d'altro, non cessa di essere trascinato dal suo discorso, prima di

poter giungere a parlare di sé, vale a dire in qual modo viva ora e in qual modo abbia vissuto l'esistenza precedente. E

quando vi sia giunto Socrate non lo lascerà prima di averlo messo alla prova per bene.(10) Io sono abituato a ciò e so

bene che è inevitabile subire tale trattamento da lui e inoltre so che lo subirò anch'io; sono contento, Lisimaco, di stargli

vicino e non credo affatto che sia un male ricordarsi delle nostre cattive azioni, presenti e passate, anzi, per il futuro

deve diventare più prudente chi non rifugge da questo atteggiamento, ma lo persegue, secondo il detto di Solone, (11) e

pretende di imparare finché viva e non crede che la vecchiaia giunga insieme all'intelletto. Per me, dunque, non è affatto

insolito né spiacevole essere messo alla prova da Socrate e gia prima sapevo che, in sua presenza, non di ragazzi

avrebbe trattato il nostro discorso, ma di noi stessi. Come dico, per quanto sta in me, nulla impedisce di trascorrere il

tempo con Socrate, come egli desidera; ma considera cosa ne pensa Lachete.

LACHETE: è semplice, Nicia, ciò che penso dei discorsi, anzi, non semplice, ma duplice. A qualcuno potrei

sembrare uno che da un lato ama i discorsi e dall'altro li odia. Ogniqualvolta sento qualcuno parlare della virtù o di

qualche conoscenza, intendo un uomo che sia veramente degno dei discorsi che fa, sono molto contento, contemplando

insieme colui che parla e le cose che dice, per il fatto che sono in armonia l'uno con le altre. E un uo- mo del genere mi

pare proprio un musico, il quale accorda, secondo un'armonia bellissima, non la lira o uno strumento da gioco, ma la sua

vita, in armonia tra parole ed azioni, nel modo dorico, non ionico, né, credo, frigio o lidio, secondo l'armonia che è solo

greca.(12) Un uomo siffatto mi rende felice quando parla e mi fa apparire agli occhi altrui uno che ama i discorsi - tanta

è l'intensità con cui accolgo le sue parole -; chi, invece, agisce nel modo contrario, e tanto più quanto meglio sembra

parlare, mi fa apparire all'opposto uno che odia i discorsi. Dei discorsi di Socrate, poi, sono inesperto, ma prima ho

messo alla prova le sue azioni e l'ho trovato degno di bei discorsi e di grande libertà nel parlare. Se è disposto a questo,

sono d'accordo con lui e con molto piacere vorrei che mi esaminasse e non soffrirei a imparare, anzi convengo con

Solone,(13) aggiungendo una sola cosa: invecchiando, desidero, sì, imparare molte cose, ma solo dai buoni. Mi s i

conceda che il maestro sia buono, perché non sembri tardo a imparare, se imparo senza piacere; se il maestro sarà

piuttosto giovane o non ancora famoso o con qualche altra caratteristica del genere, non mi importa. Dunque, Socrate, ti

sollecito a istruirmi e a confutarmi come preferisci e a imparare da me ciò che so; tale è il mio atteggiamento verso di te

da quel giorno in cui hai corso pericolo insieme a me e hai dato prova della tua virtù, quale deve dare chi voglia darla

nel modo giusto. Parla come ti è gradito, senza fare alcun conto della nostra età.

SOCRATE: Non vi accuseremo, com'è evidente, di non essere pronti a dare un consiglio e ad esaminare con noi.

LISIMACO: Ma è nostro compito, Socrate; anzi, io ti considero come uno di noi - esamina, dunque, al mio posto, in

favore dei ragazzi, che cosa dobbiamo domandare a costoro e, discutendo con loro, dai dei consigli. Io, infatti, a causa

dell'età, dimentico molte delle cose che mi sono proposto di dire e molte di quelle che ascolto.

Se, poi, nel frattempo, emergono altri discorsi, non me li ricordo affatto. Quindi, parlate ed esponete tra dì voi ciò

che ci siamo proposti, mentre io ascolterò e, dopo aver ascoltato, farò con Melesia ciò che vi sembrerà opportuno.

SOCRATE: Dobbiamo obbedire, Nicia e Lachete, a Lisimaco e Melesia.

Abbiamo ora cercato di esaminare quali maestri e quale tipo di educazione avevamo a disposizione o quali altri

avevamo reso migliori, e forse non è una cattiva idea esaminare ciò; credo, però, che anche questa indagine conduca

allo stesso punto e che dovrebbe essere fatta per prima. Se riguardo ad una cosa qualunque ci troviamo a sapere che, con

la sua presenza, per alcuni versi, rende migliore ciò in cui è presente e per di più siamo in grado di far sì che essa sia

presente in un'altra cosa, è chiaro che conosciamo ciò su cui sappiamo dare consigli e il modo migliore in cui si possa

acquistarla. Forse non capite cosa intendo dire, ma lo capirete meglio così. Se sappiamo che la vista presente negli occhi

rende migliori gli occhi in cui si trova e se per di più siamo in grado di far sì che essa sia presente negli occhi, è

evidente che sappiamo che cos'è la vista e che potremmo dare consigli sul modo migliore per acquistarla. Ma se non

sappiamo neppure cos'è la vista o cos'è l'udito, difficilmente potremmo essere consiglieri degni di menzione o medici

degli occhi o delle orecchie e indicare il modo migliore per acquistare udito o vista.

LACHETE: Hai ragione, Socrate.

SOCRATE: Ebbene, Lachete, questi due, ora, non ci hanno forse chiesto un consiglio su come una virtù, già

presente nei figli, potrebbe rendere migliori le loro anime?

LACHETE: Certo.

SOCRATE: Forse non bisogna che in noi vi sia la consapevolezza di che cosa sia la virtù? Se noi non sappiamo che

cos'è la virtù, in qual modo potremmo consigliare a qualcuno come acquistarla nel modo migliore?

LACHETE: Non potremmo dare alcun consiglio, mi pare, Socrate.

SOCRATE: Quindi, Lachete, affermiamo di sapere che cos'è.

LACHETE: Certo, lo affermiamo.

SOCRATE: Ebbene, di ciò che conosciamo, possiamo anche dire cosa sia.

LACHETE: Come no?

SOCRATE: Non indaghiamo subito sulla virtù nella sua interezza, ottimo amico - forse è opera troppo ardua - ma

prima relativamente ad una parte vediamo se siamo in grado di conoscerla e la nostra indagine sarà evidentemente più

facile.

LACHETE: Facciamo come vuoi tu, Socrate.

SOCRATE: Quale parte della virtù scegliamo per prima? O è già chiaro che è quella a cui sembra che tenda

l'apprendimento dell'uso delle armi? Ai più sembra che tenda al coraggio, vero?

LACHETE: Sembra davvero così SOCRATE: Tenteremo di dire per prima cosa, Lachete, che cosa sia il coraggio;

dopo considereremo anche in qual modo possa esistere nei giovani, quanto e come possa esistere grazie a discipline ed

insegnamenti. Prova a definire ciò che intendo, che cosa sia, cioè, il coraggio.

LACHETE: Ma, per Zeus, Socrate, non è difficile definirlo; sappi che sarebbe un uomo coraggioso colui che

rimanendo nello schieramento, volesse lottare contro i nemici e non fuggire.

SOCRATE: Hai ragione, Lachete; forse, però, sono colpevole, per non aver parlato in modo chiaro, del fatto che tu

non hai risposto a ciò che io pensavo di domandarti, ma ad un'altra cosa.

LACHETE: Che cosa intendi dire, Socrate?

SOCRATE: Te lo dirò, se ne sono capace. è coraggioso, come dici tu, quell'uomo che, rimanendo nello

schieramento, combatte contro i nemici.

LACHETE: è quello che dico.

SOCRATE: Anch'io. Ma che dire allora di chi, pur fuggendo e non rimanendo nello schieramento, combatte contro i

nemici?

LACHETE: Come fuggendo?

SOCRATE: Sì, come si dice che combattano gli Sciti, fuggendo non meno che inseguendo, e Omero, elogiando i

cavalli di Enea, dice che essi "impetuosamente, dì qua e di là" sapevano "inseguire e fuggire", ed elogia Enea per

questo motivo, per la sua scienza della fuga, e disse che Enea era "maestro della fuga". (14) LACHETE: A ragione,

Socrate, perché parlava di carri. Tu parli anche dei cavalieri sciti: la cavalleria combatte così, la fanteria, invece, come

sostengo io.

SOCRATE: Eccetto, forse, Lachete, quella degli Spartani. Si dice che gli Spartani, a Platea, quando furono vicini ai

gerrofori, non vollero combattere contro di loro restando nello schieramento, ma fuggirono e quando le schiere dei

Persiani si ruppero, voltisi indietro, combatterono come cavalieri e vinsero quella battaglia. (15) LACHETE: è vero.

SOCRATE: Dicevo poco fa di essere colpevole del fatto che non hai risposto in modo chiaro perché non ti ho

rivolto la domanda in modo appropriato - dato che volevo sapere da te non solo dei coraggiosi che combattono nella

fanteria, ma anche di quelli della cavalleria e di ogni altra forma di combattimento, e non solo di quelli che sono

coraggiosi in guerra, ma anche nei pericoli del mare e verso le malattie, la povertà, le vicende politiche, il dolore e la

paure e di quelli che sono in grado di lottare contro desideri e passioni, sia resistendo sia fuggendo -; infatti vi sono uomini coraggiosi anche in queste situazioni, Lachete.

LACHETE: Certo, Socrate.

SOCRATE: Ebbene, tutti costoro sono coraggiosi, ma alcuni conquistano la virtù nei piaceri, altri nei dolori, altri

ancora nei desideri, altri, infine, nelle paure; altri, invece, così credo, sono vili in tutte queste situazioni.

LACHETE: Certo.

SOCRATE: Che cosa sono queste due cose? Chiedevo questo. Tenterò di dire di nuovo in primo luogo che cosa sia

il coraggio, che in tutte queste circostanze rimane sempre la stessa cosa; o non intendi ancora quello che dico?

LACHETE: Non del tutto.

SOCRATE: Intendo questo: è come se facessi domande su che cos'è la velocità, che si verifica in noi nel correre, nel

suonare la cetra, nel parlare, nell'apprendere e in molte altre attività, velocità che noi possediamo più o meno e della

quale sì deve parlare o per le azioni delle mani o delle gambe o della voce o de ll'intelletto; o forse tu non ti esprimi

così?

LACHETE: Certo.

SOCRATE: Se qualcuno mi dicesse: "Socrate, che cosa dici che sia ciò che in ogni situazione chiami velocità?", gli

risponderei che io chiamo velocità la capacità di compiere molte azioni in breve tempo riguardo alla voce, alla corsa e a

molte altre cose.

LACHETE: E avresti ragione.

SOCRATE: Prova anche tu, Lachete, a definire in modo analogo il coraggio, cioè quale capacità sia quella che si

trova nel piacere, nel dolore e in tutte le altre situazioni, in cui abbiamo affermato essere presente e che è chiamata

coraggio.

LACHETE: A me sembra che si tratti di una forma di perseveranza dell'anima, se bisogna definire la sua natura in

ogni caso.

SOCRATE: Bisogna definirla, se vogliamo veramente rispondere alla nostra domanda. Io la penso così: non ogni

perseveranza - credo - ti sembra coraggio. E lo congetturo da ciò: so che tu, Lachete, consideri il coraggio tra le qualità

molto belle.

LACHETE: Sì, sappi che è tra le più belle.

SOCRATE: Non è forse virtuosa e buona la perseveranza accompagnata da intelligenza?

LACHETE: Certo.

SOCRATE: E cosa pensi della perseveranza accompagnata da stoltezza? Non è essa, al contrario dell'altra, nociva e

dannosa?

LACHETE: Certo.

SOCRATE: Dunque, dirai che è buono ciò che è dannoso e nocivo?

LACHETE: Non sarebbe corretto, Socrate.

SOCRATE: Allora non concorderai che questa perseveranza coincide con il coraggio, dato che non è bella, mentre il

coraggio è bello.

LACHETE: Hai ragione.

SOCRATE: La perseveranza intelligente, secondo quanto sostieni potrebbe essere coraggio.

LACHETE: è verosimile.

SOCRATE: Consideriamo, allora, in che cosa è intelligente. In tutte le cose, grandi e piccole? Per esempio, se uno è

perseverante nello spendere denaro con intelligenza, poiché sa che, dopo averlo speso, guadagnerà di più, chiameresti

costui coraggioso?

LACHETE: No, per Zeus.

SOCRATE: E nel caso in cui un medico, se suo figlio o un altro avesse avuto la polmonite e lo avesse pregato di

dargli da bere e da mangiare, non si piegasse, ma perseverasse?

LACHETE: Neppure questo sarebbe coraggio.

SOCRATE: E dirai di un uomo che abbia perseveranza in guerra e che desideri combattere con calcolo ed

intelligenza, sapendo che altri correranno in suo aiuto e che combatterà contro meno nemici e di minor valore rispetto ai

suoi compagni e che inoltre occupa postazioni migliori, di costui che ha resistito con tale intelligenza e preparazione,

dirai che è più coraggioso di chi desidera resistere e perseverare in campo avversario?

LACHETE: Mi sembra che sia più coraggioso chi resiste nel campo avversario, Socrate.

SOCRATE: Ma di certo la sua perseveranza sarebbe più sconsiderata di quella dell'altro.

LACHETE: è vero.

SOCRATE: E affermerai che chi, dotato di conoscenze ippiche, resiste in una battaglia equestre, è meno coraggioso

di chi non ha tali conoscenze.

LACHETE: A me pare di sì.

SOCRATE: Così pure chi resiste grazie alle conoscenze relative alla tecnica della fionda o dell'arco o di qualche

altra tecnica.

LACHETE: Certo.

SOCRATE: E quanti desiderano, scesi in un pozzo e immersisi, perseverare in questa impresa, pur senza esserne

capaci, o in un'altra azione del genere, li dirai più coraggiosi di chi è esperto in ciò?

LACHETE: Che cos'altro si potrebbe dire, Socrate?

SOCRATE: Nulla, se si crede così.

LACHETE: Ed io credo così.

SOCRATE: E inoltre costoro corrono pericolo e perseverano più stoltamente di chi lo fa padroneggiando la tecnica.

LACHETE: Così sembra.

SOCRATE: Forse prima quello stolto ardire e quella perseveranza non ci sono sembrati turpi e dannosi?

LACHETE: In verità sì.

SOCRATE: Il coraggio è stato considerato come cosa bella.

LACHETE: è stato riconosciuto tale.

SOCRATE: Ora di nuovo affermiamo che quella cosa turpe, cioè la perseveranza dissennata, è coraggio.

LACHETE: Sembra di sì.

SOCRATE: E a te sembra che facciano bene?

LACHETE: No, per Zeus, Socrate.

SOCRATE: Secondo il tuo discorso, Lachete, tu ed io non ci siamo armonizzati al modo dorico, poiché i fatti non

concordano con le parole. Nei fatti uno direbbe, sembra, che siamo partecipi del coraggio, ma a parole, credo, no, se ora

ci sentisse parlare.

LACHETE: è verissimo.

SOCRATE: Dunque? Ti sembra bello che ci troviamo in questa condizione?

LACHETE: Assolutamente no.

SOCRATE: Vuoi che noi obbediamo a ciò che diciamo, in questo almeno?

LACHETE: Di che si tratta e a che cosa dobbiamo obbedire?

SOCRATE: Al discorso che invita a perseverare. Se vuoi, perseveriamo e persistiamo nella ricerca anche noi,

affinché il coraggio stesso non si prenda gioco di noi, dato che lo ricerchiamo in modo non coraggioso, se è vero che

spesso la perseveranza medesima è coraggio.

LACHETE: Io sono disposto, Socrate, a non desistere. Eppure non sono abituato a tale genere di discorsi, ma mi ha

catturato un certo desiderio di competizione nei confronti delle cose dette e, in verità, mi irrito, se non riesco a dire ciò

che penso. A me pare di riflettere su che cosa sia il coraggio, ma, non so come, poco fa mi è sfuggito il pensiero, così da

non poter più racchiuderlo in un discorso e dire che cosa sia.

SOCRATE: Ebbene, amico, il buon cacciatore deve inseguire la preda e non allentare la corsa.

LACHETE: Senza dubbio.

SOCRATE: Vuoi che invitiamo a questa caccia anche Nicia, se ha maggiori risorse di noi?

LACHETE: Sì, come no?

SOCRATE: Vieni, Nicia, aiuta i tuoi amici che sono sconvolti dal turbine delle difficoltà del discorso, se sei in

grado. Considera, infatti, come priva di via d'uscita sia la nostra situazione; definendo ciò che tu ritieni sia il coraggio,

liberaci dalla difficoltà e conferma tu stesso con un discorso ciò che pensi.

NICIA: Mi sembra che da tempo, Socrate, non definiate bene il coraggio, poiché non fate un uso corretto del

discorso che già più volte ti ho sentito esprimere.

SOCRATE: Quale discorso, Nicia?

NICIA: Più volte ti ho sentito dire che ciascuno di noi è buono in ciò che conosce e cattivo, invece, in ciò in cui è

ignorante.

SOCRATE: Hai ragione, Nicia, per Zeus.

NICIA: è chiaro che, se chi è coraggioso è buono, è anche sapiente.

SOCRATE: Hai sentito, Lachete?

LACHETE: Sì, certo, ma non capisco cosa intenda dire.

SOCRATE: Io, invece, credo di capire e mi par che egli intenda il coraggio come una forma di sapienza.

LACHETE: E quale forma di sapienza, Socrate?

SOCRATE: Perché non lo domandi a lui?

LACHETE: Sì, certo.

SOCRATE: Vieni, Nicia, e di' a Lachete quale forma di sapienza potrebbe essere il coraggio, secondo il tuo

discorso. Di certo non l'arte di suonare il flauto.

NICIA: Assolutamente no.

SOCRATE: Né l'arte di suonare la cetra.

NICIA: Neppure.

SOCRATE: Ma allora che sapienza è e di che cosa?

LACHETE: Lo interroghi davvero bene, Socrate, e ci dica di quale scienza egli ritiene si tratti.

NICIA: Si tratta, Lachete, della scienza delle cose temibili e non temibili sia in guerra sia in altre circostanze.

LACHETE: Quali cose strane dice, Socrate.

SOCRATE: Con quale intenzione dici ciò, Lachete?

LACHETE: Che cosa? La sapienza è indipendente dal coraggio.

SOCRATE: Nicia sostiene il contrario.

LACHETE: No, per Zeus, parla a vanvera.

SOCRATE: Ebbene, istruiamolo e non ingiuriamolo.

NICIA: Sì, ma mi pare, Socrate, che Lachete desideri che anch'io figuri non dire nulla, poiché a lui poco fa è

capitato così.

LACHETE: Va bene, Nicia, tenterò di dimostrarlo, dato che tu non dici nulla. Nelle malattie, forse che i medici non

conoscono le cose temibili? O ti sembra che le conoscano i coraggiosi? O tu chiami i medici coraggiosi?

NICIA: No di certo.

LACHETE: E neppure, credo, i contadini. Eppure costoro conoscono le cose temibili nell'agricoltura e tutti gli altri

artigiani conoscono ciò che è temibile e non temibile nelle loro arti, costoro, però, non sono per nulla coraggiosi.

SOCRATE: Che cosa ti sembra che dica Lachete, Nicia? Sembra che dica qualcosa.

NICIA: Sì, dice qualcosa, ma non la verità.

SOCRATE: Cosa allora?

NICIA: Dice di credere che i medici, riguardo ai malati, sappiano definire meglio ciò che è sano e ciò che è malato.

Essi sanno questo solo; se, poi, per qualcuno lo stare bene sia più temibile del soffrire, credi, Lachete, che i medici lo

sappiano? O non credi che per molti sarebbe meglio non riprendersi che riprendersi dalla malattia? Dimmi questo: tu

sostieni che per tutti sia meglio vivere e che non per molti sia meglio morire.

LACHETE: Sì, lo credo.

NICIA: E credi temibili le stesse cose per coloro che traggono un vantaggio dal vivere e per coloro che lo traggono

dal morire?

LACHETE: No.

NICIA: Ma tu concedi di conoscere ciò ai medici o a qualche altro artigiano, ma non ad un esperto delle cose

temibili e non temibili, che io chiamo coraggioso?

SOCRATE: Capisci ciò che dice, Lachete?

LACHETE: Sì, chiama coraggiosi gli indovini; chi altro potrà sapere per chi è meglio vivere o morire? Eppure,

Nicia, concordi di essere un indovino o né un indovino né un uomo coraggioso?

NICIA: Che cosa? Credi d'altra parte che ad un indovino giovi conoscere ciò che è temibile e ciò che non lo è?

LACHETE: Certo, a chi altro se no?

NICIA: Molto di più a chi dico io, carissimo; poiché un indovino deve conoscere soltanto i segni del futuro, se ad

uno capiterà la morte, se una malattia, se la perdita delle ricchezze, se una vittoria, se una sconfitta in guerra o in

qualche altra gara; ma per quale motivo si addice più ad un indovino che a chiunque altro giudicare se per qualcuno sia

meglio soffrire o non soffrire?

LACHETE: Io, però, Socrate, non capisco che cosa intenda dire. E chiaro che né un indovino, né un medico, né

alcun altro è colui che egli chiama coraggioso, tranne che egli non lo consideri un dio. A me pare che Nicia non voglia

confessare di non dire nulla, ma si rigira su e giù nascondendo la propria difficoltà; eppure anche noi, tu ed io, poco fa

saremmo stati in grado di rigirarci, se avessimo voluto dare l'impressione di non essere in contraddizione con noi stessi.

Se i nostri discorsi fossero stati pronunciati in tribunale, avrebbe qualche ragione a comportarsi così; ma ora per quale

motivo, in una riunione di questo tipo, inutilmente, ci si dovrebbe fare belli con vuoti discorsi?

SOCRATE: Neppure a me sembra il caso, Lachete; ma consideriamo che Nicia creda di dire qualcosa e dica ciò non

solo per parlare.

Domandiamogli, dunque, che cosa pensa, e se ci pare che dica qualcosa, conveniamo con lui, altrimenti istruiamolo.

LACHETE: Socrate, fai tu, se vuoi, una domanda; io forse ne ho già fatte abbastanza.

SOCRATE: Nulla me lo impedisce; sarà comune per te e per me il fare domande.

LACHETE: Certo.

SOCRATE: Dimmi, Nicia - o meglio, dicci; io e Lachete condividiamo il discorso - tu sostieni che il coraggio sia la

scienza delle cose temibili e non temibili?

NICIA: Sì.

SOCRATE: Non è proprio di ogni uomo conoscere ciò, dato che né un medico né un indovino lo conosceranno né

saranno coraggiosi, se non aggiungono anche questa scienza; non è forse questo quello che dici?

NICIA: Questo, certo.

SOCRATE: Come dice il proverbio, in verità, non ogni scrofa potrebbe conoscere ciò né diventare coraggiosa.

NICIA: A me pare di no.

SOCRATE: è chiaro, Nicia, che tu non credi che la scrofa crommionia (16) sia stata coraggiosa. E non lo dico per

scherzo, ma ritengo che chi fa discorsi di questo genere non possa accettare il coraggio da alcun animale o acconsentire

che possa essere così sapiente che quelle cose che pochi uomini sanno, a causa delle difficoltà ad impararle, queste le

conoscano un leone o una pantera o un cinghiale; ma è inevitabile che chi sostiene che il coraggio sia ciò che dici tu,

dica che un leone, un cerbiatto, un toro, una scimmia siano per natura uguali in rapporto di coraggio.

LACHETE: Per gli dèi, parli proprio bene, Socrate. Rispondici su questo punto, Nicia, in tutta sincerità, se ritieni

che le belve siano più sapienti di noi, esse che tutti noi consideriamo coraggiose, oppure, opponendoti a tutti, hai l'ardire

di non chiamarle coraggiose?

NICIA: In verità, Lachete, io non chiamo coraggiosi né gli animali né alcun altro essere che, per ignoranza, non

tema ciò che è temibile, ma intrepido e stolto; o forse credi che io chiami coraggiosi tutti i bambini che, per ignoranza,

non hanno paura di nulla? Credo che il non aver paura e l'essere coraggiosi non siano la stessa cosa.

E credo, inoltre, che in ben pochi risiedano coraggio e prudenza e che anzi nella maggior parte di uomini, donne,

bambini ed animali risiedano tracotanza, audacia, intrepidezza accompagnata da sconsideratezza.

Ciò che tu e molti altri definite coraggioso, io lo definisco tracotante, è coraggioso, invece, ciò che è intelligente ed è

appunto ciò di cui parlo.

LACHETE: Guarda, Socrate, come si fa bello - così crede - col suo discorso; coloro che tutti concordemente

ritengono coraggiosi, egli cerca di privarli di tale onore.

NICIA: Non te davvero, Lachete, non temere; dico, infatti, che tu sei sapiente ed anche Lamaco,(17) dato che siete

coraggiosi, e così molti altri ateniesi.

LACHETE: Pur avendo da parlare, non obietterò nulla, affinché tu non dica che davvero sono del demo di Essone.

(18) SOCRATE: Non parlare, Lachete mi pare, infatti, che non ti sia accorto che egli ha appreso questa scienza da

Damone, nostro amico, e che Damone sia molto amico di Prodico, (19) il quale, tra sofisti, sembra distinguere nel modo

migliore tali nomi.

LACHETE: Ad un sofista si addice, Socrate, inventare con arguzia molte cose più che ad un uomo che la città

ritiene sia degno di essere eletto come capo.

SOCRATE: Ad uno che presiede a grandi attività conviene, beato amico, essere partecipe di grandissima

intelligenza; e mi sembra che Nicia sia degno di essere preso in considerazione, per sapere in quale direzione guardando

ponga questo nome, il coraggio.

LACHETE: Esaminalo tu, Socrate.

SOCRATE: Sto per farlo, ottimo amico; non credere che ti congederò dalla partecipazione al nostro discorso, ma

presta attenzione ed esamina con noi ciò che è stato detto.

LACHETE: Se lo credi necessario, sia così.

SOCRATE: Certo che lo credo. Tu, invece, Nicia, dicci di nuovo dal principio: sai che all'inizio del discorso

consideravamo il coraggio come parte della virtù?

NICIA: Certo.

SOCRATE: Ebbene, anche tu rispondi come se si trattasse di una parte, dato che ci sono anche altre parti, le quali si

chiamano tutte quante virtù?

NICIA: Come no?

SOCRATE: Affermi anche tu ciò che affermo io? Io chiamo virtù, oltre al coraggio, la temperanza, la giustizia e

altre qualita del genere. Tu no?

NICIA: Sì, certo.

SOCRATE: Su questo punto siamo d'accordo; consideriamo, invece, le cose temibili e non temibili, facendo

attenzione che tu non le ritenga una cosa e noi un'altra. Ti diremo che cosa pensiamo noi; se tu non sei d'accordo ce lo

spiegherai. Noi crediamo che sia temibile ciò che procura paura, non temibile, al contrario, ciò che non la procura -

procurano paura non i mali presenti o passati, ma quelli futuri; la paura è, infatti, l'attesa di un male futuro - non sembra

giusto anche a te, Lachete?

LACHETE: Certo, Socrate.

SOCRATE: Tu Nicia, stai sentendo quello che diciamo, che sono temibili i mali futuri, non temibili quelli che non

saranno mali o che saranno beni; parli così o in un altro modo di ciò?

NICIA: Così.

SOCRATE: E tu chiami coraggio la scienza di queste cose?

NICIA: Certamente.

SOCRATE: Esaminiamo anche il terzo punto, per vedere se siamo d'accordo.

NICIA: Di che cosa si tratta?

SOCRATE: Te lo dirò. A me e a costui pare che in ciò in cui v'è scienza, non ci sia una scienza del passato, così da

sapere come una cosa è avvenuta, una scienza del presente, così da sapere come avviene e un'altra su come potrebbe

accadere nel modo migliore e su come accadrà ciò che non è ancora, ma una medesima scienza. Ad esempio, riguardo

alla buona salute, in tutti i tempi, nessun'altra scienza, se non la medicina, la quale è una sola, osserva ciò che è

accaduto, ciò che accade e ciò che accadrà, nel modo in cui accadrà; e quanto ai prodotti della terra, l'agricoltura ha lo

stesso ruolo; quanto alle vicende militari, voi stessi potreste testimoniare che la strategia si occupa al meglio di tutto il

resto e di ciò che accadrà, né crede di doversi servire della mantica, ma di doverla comandare, in quanto conosce meglio

le vicende militari, quelle che accadono e che accadranno; e la legge comanda non che l'indovino dia ordini al

comandante, ma il comandante all'indovino. Diremo ciò, Lachete?

LACHETE: Lo diremo.

SOCRATE: E poi? Tu, Nicia, confermi con noi che la medesima scienza riguarda le cose future, presenti e passate?

NICIA: Certo, Socrate, a me pare così.

SOCRATE: Ebbene, ottimo amico, il coraggio è scienza delle cose temibili e non temibili, come dici tu; non è così?

NICIA: Certo.

SOCRATE: Siamo d'accordo sul fatto che le cose temibili e quelle non temibili siano le une i beni futuri, le altre i

mali futuri.

NICIA: è vero.

SOCRATE: La medesima scienza riguarda le stesse cose, quelle future e quelle che possono accadere in ogni tempo.

NICIA: è così.

SOCRATE: In verità il coraggio non è soltanto scienza di quelle temibili e non temibili: non è soltanto conoscenza

dei beni e dei mali futuri, ma di quelli presenti, passati e di ogni tempo, come le altre scienze.

NICIA: Pare logico.

SOCRATE: Del coraggio ci hai detto pressappoco la terza parte, eppure noi domandiamo che cos'è il coraggio nella sua totalità. Ed ora, come mi pare, secondo il tuo discorso, il coraggio non è soltanto scienza delle cose temibili e non

temibili, ma quasi potrebbe essere scienza di tutti i beni e mali di ogni tempo, come ha mostrato ora il tuo discorso. Dici

di cambiare idea, oppure che cosa, Nicia?

NICIA: Credo di sì, Socrate.

SOCRATE: Ti sembra, divino, che un tale uomo potrebbe mancare della virtù, se conoscesse di tutti i beni di ogni

tempo come avvengono, avverranno e sono avvenuti, e dei mali ugualmente? E credi che un tale uomo potrebbe essere

bisognoso di temperanza o giustizia o santità, essendo il solo cui si addice guardarsi attentamente dalle cose temibili e

non temibili riguardo a dèi ed uomini e che sa procurarsi i beni e comportarsi rettamente?

NICIA: Mi sembra che tu dica bene, Socrate.

SOCRATE: Ciò che hai detto, Nicia, non potrebbe essere una parte della virtù, ma virtù tutta intera.

NICIA: è evidente.

SOCRATE: Tuttavia dicevamo che il coraggio è una delle parti della virtù.

NICIA: Lo dicevamo.

SOCRATE: Ma da ciò che si è detto ora, non pare vero.

NICIA: Non pare.

SOCRATE: Non abbiamo ancora trovato, però, Nicia, che cos'è il coraggio.

NICIA: Sembra di no.

LACHETE: In verità, caro Nicia, io credevo che l'avresti trovato, dato che mi disprezzavi quando rispondevo a

Socrate; nutrivo davvero grande speranza che l'avresti trovato grazie alla sapienza di Damone.

NICIA: è bene, Lachete, che tu creda che non ha importanza se prima hai dato l'impressione di non sapere nulla del

coraggio ed è bene, invece, che consideri se anch'io darò la stessa impressione; inoltre, come pare, sia a te sia a me non

importa di non sapere nulla di ciò che ad un uomo che creda di essere qualcosa convenga conoscere. Mi sembra che tu ti

occupi di una questione puramente umana e non guardi in te stesso ma negli altri; io, invece, credo di aver parlato in

modo appropriato degli argomenti di cui ora discorrevamo, e se qualcosa non è stato esposto esaurientemente, sarà

corretto dopo anche grazie a Damone - che tu credi di deridere, senza averlo neppure visto - e ad altri; e quando ti avrò

confermato queste teorie, te le spiegherò e non te ne priverò; mi pare che tu debba imparare molto.

LACHETE: Sei davvero sapiente, Nicia. Tuttavia consiglio a Lisimaco e Melesia di lasciar andare via me e te dal

dibattito sulla educazione dei figli, ma non Socrate, come dicevo fin dal principio; se anch'io avessi dei figli della

medesima età, mi comporterei allo stesso modo.

NICIA: Anch'io sono d'accordo; se Socrate vuole occuparsi dei ragazzi, non si deve cercare nessun altro. Sì, perché

anch'io con molto piacere gli affiderei Nicerato, se volesse, ma tutte le volte che glielo ricordo, mi presenta altri, perché

lui non vuole.

Vedi, Lisimaco, se Socrate ascolta di più te.

LISIMACO: è giusto, Nicia, dato che anch'io per lui vorrei fare molte cose che non per molti altri vorrei fare. Cosa

dici, Socrate?

Acconsentirai e ti darai da fare a che i nostri ragazzi diventino quanto migliori possibile?

SOCRATE: Sarebbe davvero terribile, Lisimaco, non voler prendersi cura di uno, affinché diventi quanto migliore

possibile.

Se, dunque, nei discorsi fatti poco fa, io ho dato l'impressione di sapere, mentre voi due non sapevate, sarebbe giusto

spingermi particolarmente a questo compito, ma ora, nonostante ciò, ci troviamo in difficoltà; per quale motivo

dovrebbe essere scelto uno di noi?

A me pare che non ci sia nessuno da scegliere, ma poiché le cose stanno così, considerate quale consiglio sembra

che vi dia.

Io credo necessario, amici - che nessuno tradisca il nostro discorso -, che tutti noi insieme cerchiamo per noi stessi

un maestro ottimo - ci serve, infatti -, e poi anche per i nostri figli, senza alcun risparmio di ricchezze o altro. Ma

consiglio di non rimanere nella situazione attuale. Se qualcuno ci deriderà perché, alla nostra età, crediamo conveniente

frequentare dei maestri, credo che si debba fare appello a Omero, che disse che "la vergogna non è buona in un uomo

bisognoso". (20) E nel caso in cui qualcuno ci obietti qualcosa, lasciando perdere, ci occuperemo insieme di noi e dei

nostri figli.

LISIMACO: Mi piace, Socrate, ciò che dici; desidero proprio imparare insieme ai ragazzi, con tanto più ardore

quanto più sono vecchio.

E tu fa' così: domani mattina presto vieni a casa mia e non fare altro, per decidere su ciò; quanto ad ora sciogliamo

la nostra riunione.

SOCRATE: Farò così, Lisimaco, e verrò da te domani, se dio vuole.

 

 

NOTE:

1) Lisimaco era figlio di Aristide, il quale ricoprì importanti ruoli politici e militari durante la guerra Contro

i Persiani. Al contrario del padre, non si segnalò per attività politica o militare.

2) Nicia fu influente personaggio politico ateniese, attivo nell'epoca della guerra del Peloponneso. Militava nel

partito aristocratico ed è noto soprattutto per la pace che prende nome da lui (421 a.C.) e per aver guidato la spedizione

in Sicilia del 415-413.

3) Lachete, contemporaneo di Nicia, ebbe incarichi prevalentemente militari.

4) Melesia era figlio di Tucidide, personaggio politico di rilievo ed esponente dell'ala dei conservatori, allontanato

da Atene nel 444/443.

Melesia è, come Lisimaco, figura di scarso rilievo politico.

5) I demi erano i piccoli distretti in cui era suddivisa l'Attica.

6) Damone, vissuto in Atene nel quinto secolo a.C., fu il principale teorico greco della musica, di cui sottolineò in

particolare l'alto valore pedagogico a livello sia individuale sia collettivo.

7) Delio è la città della Beozia in cui, nel 424 a.C., durante la guerra del Peloponneso, gli Ateniesi furono costretti

ad una ritirata.

8) L'espressione "calós cagathós" è difficile da rendere, in quanto indica, secondo la mentalità greca, la superiorità

morale e spirituale dell'individuo, che si riflette anche, esteriormente, nella figura fisica.

9) La Caria, in Asia Minore, era terra di reclutamento, per i Greci, di soldati mercenari.

10) Nicia allude al noto metodo socratico della "maieutica" (si veda in proposito soprattutto il Teeteto).

11) Il celebre statista ateniese vissuto nel sesto secolo a.C. Nella cultura greca è radicata la sua immagine di uomo

saggio, legata a componimenti poetici di sapore didascalico, che ci rimangono in forma frammentaria. Qui, appunto,

Platone ricorda il suo verso più famoso: "invecchio sempre nuove cose imparando" (frammento 28 Gentili-Prato).

12) Platone allude ai diversi stili musicali del mondo antico, dei quali torna a discutere più diffusamente nella

Repubblica (in 398a e seguenti).

Il modo ionico è, nella valutazione greca, molle e conviviale, quello lidio languido, quello dorico guerriero, quello

frigio pacifico e non violento.

13) Cfr. la nota 11.

14) Omero, Ilias libro 5, 222-223; 272; libro 8, 106-108.

15) A Platea fu combattuta, nel 479 a.C., una delle principali battaglie contro i Persiani, conclusasi con la vittoria

ateniese. I gerrofori, cui accenna qui Platone, erano soldati persiani, che, anziché portare il più comune scudo di cuoio e

metallo, portavano il "ghérron", scudo persiano di vimini e cuoio.

16) A Crommion, in Tessaglia, il mito collocava una leggendaria scrofa che devastava i campi e massacrava gli

uomini: fu sgozzata da Teseo.

17) Uno dei capi della spedizione in Sicilia del 415-413, con Nicia ed Alcibiade.

18) Il demo di Essone era famoso nell'antichità per la litigiosità dei suoi abitanti.

19) Prodico di Ceo, appartenente alla corrente filosofica dei Sofisti, formulò la teoria razionalistica secondo cui gli

dèi non sono altro che la divinizzazione, da parte dell'uomo, delle forze della natura.

20) Omero, Odissea libro 17, 347.

 


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