IL SOLIDO CUORE DELLA VERITÀ

di Andrea Sangiacomo

 

 

Bisogna che tu tutto apprenda:

e il solido cuore della Verità ben rotonda

e le opinioni dei mortali, nelle quali non v’è una vera certezza.

 

(Parmenide — Sulla Natura)

 

* * *

 

            Nel panorama di una filosofia contemporanea che sempre più sembra convinta dell’impossibilità di raggiungere una certezza assoluta nel conoscere, e quindi della necessità di muoversi sul presupposto di questa impossibilità strutturale, il filosofare di Emanuele Severino suscita senz’altro interesse, giacché, ribaltando la prospettiva, asserisce che la filosofia è tale proprio in quanto luogo della certezza incontrovertibile e che compito del filosofo è porsi sul fondamento di tale certezza assoluta.

            «Il gran segreto sta pur sempre in questa povera affermazione che “L’essere è, mentre il nulla non è”»[1]: questa «povera affermazione» è precisamente quella che Severino ritiene la verità certa e incontrovertibile. Ma innanzi ad essa dobbiamo in primo luogo esigere che ci si mostri la necessità per cui la si ritiene indubitabile.

Dubitare della verità di una proposizione significa essere convinti che non esistano ragioni determinanti e conclusive per inferire che il contrario della proposizione sostenuta sia necessariamente falso. Il dubbio è risolto nel momento in cui si mostra che in nessun modo sarebbe possibile affermare il contrario di quanto si dice, ovvero che il contrario della tesi è necessariamente falso e quindi la tesi è necessariamente vera. Questa argomentazione è quella già nota al pensiero greco classico e viene indicata da Aristotele col termine “elencos”.

            Nel VI paragrafo del Ritornare a Parmenide Severino mostra per via elenctica la necessità per cui la verità dell’Essere non è dubitabile e quindi deve essere affermata incondizionatamente. Ovvero: della proposizione “l’Essere non è il non-essere” non si può affermare il contrario. La proposizione “l’Essere non è il non-essere” esprime l’opposizione di Essere e niente, la proposizione che afferma il contrario dell’opposizione stessa è la negazione dell’opposizione, sicchè l’elencos riguarda la dimostrazione che è impossibile affermare la negazione dell’opposizione.

Se l’Essere, inteso come ciò per cui qualcosa è un qualcosa[2], ovvero un determinato e positivo significare qualcosa, se l’Essere fosse niente, cioè se l’opposizione tra Essere e niente fosse negata, allora questa stessa negazione, ponendosi come un qualcosa di ben determinato, cioè appunto come quel qualcosa che è la negazione dell’opposizione, dovrebbe, in virtù di se stessa, riconoscersi come negazione di se stessa: dicendo che l’Essere in sé è niente, la negazione dice di essere se stessa un niente.

Affermando che l’Essere è niente, la negazione afferma che se stessa, che nel momento in cui si pone come un’affermazione si pone prima di tutto come qualcosa che è, ebbene, nel medesimo momento, stando a quel che dice, si pone anche come qualcosa che non è, cioè il suo porsi implicherebbe il non porsi affatto, il suo affermarsi è nel medesimo tempo il suo togliersi.

 

«L’opposizione è fondamento, nel senso che è ciò senza di cui non si costituirebbe, o esisterebbe alcun pensiero, alcun discorso. […] Se la negazione non ponesse alla propria base l’opposizione […], non esisterebbe nemmeno. Esiste, solo se afferma ciò che nega. Negando, quindi, nega il proprio fondamento, nega ciò senza di cui non sarebbe (o, che è il medesimo, non sarebbe significante): nega se medesima. In effetti, la negazione dell’opposizione include la dichiarazione della propria inesistenza, è un togliersi da sola. […] L’elencos è appunto l’accertamento di questo autotoglimento della negazione, ossia è l’accertamento che la negazione non esiste come negazione pura, ossia come negazione che non abbia bisogno, per costituirsi, di affermare ciò che nega»[3].

 

            L’atto stesso del negare l’opposizione, è, già in se stesso, l’atto del togliere se stesso come atto del negare e quindi è un atto che si autoannulla per essenza, ancor prima che si possa inferire la sua contraddittorietà col principio di non contraddizione e quindi dedurre la sua impossibilità. Ovvero: l’impossibilità di negare l’opposizione non è inferita come necessità logica ma è ciò che caratterizza intrinsecamente ed essenzialmente il fenomeno stesso di tale negazione ed è quindi il fondamento ontologico su cui si pone ogni logica. L’impossibilità della negazione non è dunque un teorema ma un dato puro e semplice, o, se si vuole, questa impossibilità è intrinseca alla semantizzazione stessa della negazione dell’opposizione in quanto tale[4].

L’elencos è quindi un «accertamento», come tale, non solo accerta qualcosa che già esiste di fatto e che non potrebbe essere altrimenti da come è, ma può accertare quello che accerta proprio perché, ciò che è accertato, preesiste all’accertamento e ne fonda la possibilità: è la fenomenologia stessa dell’atto in cui consiste la negazione dell’opposizione a prevedere l’autotoglimento dell’atto stesso. E’ sulla scorta dell’accertamento di questa condizione essenziale si può allora giungere ad inferire che la negazione dell’opposizione è contraddittoria.

            Si potrebbe però obiettare, come rileva anche Severino, che è possibile sfuggire a questo intendendo la negazione in senso non universale:

 

«Non si riesce a impedire, sembra, che la negazione dell’opposizione si ripresenti in questo modo: […] “solo in una zona limitata il positivo si oppone al negativo; al di là di questa zona, invece, non vi si oppone. Tale zona è costituita appunto da questo discorso che nega l’opposizione del positivo e del negativo nella zona residua”. In questo modo, la negazione non si fonderebbe più su ciò che essa nega, perché ciò su cui la negazione si fonda, ciò senza di cui non si costituirebbe, è l’opposizione individuata, che ora non è più negata dalla negazione — la quale si limita a negare l’opposizione relativamente all’area non occupata dal fondamento della negazione»[5].

 

            Questo espediente non riesce però a risolvere la situazione. Limitando la negazione, non si dice più “l’Essere è niente”, ma si viene a dire “tutto ciò che è, tranne questa proposizione, è niente”. Ora, Severino, affronta analiticamente in dettaglio quest’ipotesi, anche quando ne riconosce l’arbitrarietà[6]. Ma possiamo anche limitarci a riconoscere che la radice di questa arbitrarietà sta nel fatto che, tale espediente, non riesce a costituirsi per quel che vorrebbe essere, cioè non riesce ad essere un modo per negare l’opposizione di Essere e niente.

            Venire a dire “L’Essere è sempre identico al non essere, tranne nel caso di questa proposizione” vuol dire: l’essere di questa proposizione non è identico all’essere di tutto il resto. Cioè: in genere l’Essere è non essere, ma l’essere di questa proposizione non è non essere. Ma l’Essere che è identico al non essere è appunto non essere, mentre l’Essere che è diverso dal non essere, è appunto Essere. “L’essere di questa proposizione è diverso dall’essere di tutto il resto”, vuol quindi dire: “L’Essere è diverso dal niente”[7]. Cioè la proposizione che voleva affermare la negazione dell’opposizione, non sta invece facendo altro che affermare l’opposizione stessa, cioè proprio quello che voleva negare.

            Questo argomento esclude a priori ogni obiezione di tipo nominalista. Se si affermasse, infatti, che l’Essere è solo un flatus vocis, si starebbe affermando che “Essere” non è altro che un nome e quindi non esiste altro che come nome. Ciò vorrebbe dire allora che, come nome, l’Essere è semantizzato come opposto al nulla, ma anche che, fuori da questo esser-nome, l’Essere non esiste, e quindi non è nemmeno opposto al nulla: ma questa è appunto di nuovo la situazione appena illustrata.

 

«Il significato di “positivo” e di “negativo” è identico? Bene! Allora si deve certamente dire, in questa forma linguistica, che il positivo è il negativo. Perché si abbia una negazione effettiva dell’opposizione (e non una negazione apparente), è necessario che il positivo e il negativo siano innanzitutto posti come diversi (opposti, dunque) e che poi si ponga l’identità dei diversi, cioè si ponga che i diversi in quanto diversi sono identici. Si tanto che non son visti come diversi, si deve certamente dire che sono identici; ma se son visti come diversi, e li si deve tener fermi come diversi, affinché l’affermazione della loro identità sia negazione dell’opposizione del positivo e del negativo, allora questa negazione si fonda sull’affermazione di ciò che essa nega, e, questa volta, non si fonda più soltanto sull’affermazione di una parte di ciò che essa nega, ma sull’intero contenuto negato»[8].

 

            E a corollario di questo si noti:

           

«La negazione dell’opposizione presuppone simpliciter ciò che essa nega, mentre la negazione dell’identità degli opposti non presuppone ciò che essa nega, ma il positivo significare di ciò che essa nega: l’opposizione del positivo e del negativo non presuppone che il positivo sia negativo, ma presuppone quella positività significante (positività che come tale non è negatività) che forma il contenuto dell’identificazione del positivo e del negativo»[9].

 

            Occorre quindi distinguere tra il puro significare positivamente, e il significare quel certo qualcosa che si intende significare. Certamente la contraddizione significa qualcosa, ma non significa quel che vorrebbe significare, anzi, al contrario significa proprio in quanto è quel qualcosa che non può significare ciò che vorrebbe significare: la contraddizione è proprio il dire qualcosa significando il contrario di quel che si intende invece dire. Riassumendo, è dunque possibile formulare così l’elencos: «la negazione del determinato è un determinato e quindi è negazione di quel determinato che è la negazione stessa»[10].

            La negazione dell’opposizione, in quanto tale, implica in se stessa il suo autotoglimento. E’ questo il senso dell’accertamento in cui consiste l’elencos. Ma questo accertamento è anche l’accertamento che l’impossibilità di negare l’opposizione è un’impossibilità originaria e fondamentale, implicita nella negazione stessa che, in quanto tale, è in quanto impossibilità di negare ciò che vorrebbe. La negazione non è inaccettabile semplicemente perché contraddittoria, al contrario, è contraddittoria proprio perché, volendo affermare ciò che non si lascia affermare, dice di dire quel che non può dire in alcun modo: la radice della sua contraddittorietà sta proprio in questa volontà di affermare l’inaffermabile.

Il senso dell’accertamento elenctico mira a mostrare come, se una negazione dell’opposizione vuole porsi come tale a tutti gli effetti, può farlo solo se presuppone l’opposizione che vuole negare e quindi se, negandola, nega se stessa come negazione di quest’opposizione: l’accertamento è accertamento del fatto che la negazione dell’opposizione, in quanto tale, è toglimento di se stessa e l’atto in cui si pone come tale è identico e contestuale all’atto in cui essa stessa si toglie da sé. Non è quindi un portato esterno, non dipende dal sistema logico in cui ci si pone, ma, sempre e  in ogni caso, il porre la negazione dell’opposizione è il porre il suo autotoglimento, ovvero è possibile porre la negazione dell’opposizione solo in quanto contraddizione, non già verso un principio esterno, ma intrinsecamente, nel senso di qualcosa che si toglie col gesto in cui si afferma. Per questo si può dire che l’opposizione di Essere e niente è assolutamente originaria.

            Del resto, il principio di non contraddizione è una formalizzazione dell’opposizione originaria, e il significato della contraddittorietà è semantizzato dall’impossibilità stessa della negazione di detta opposizione. Sicché, non solo il principio di non contraddizione ha il suo fondamento nell’opposizione, ma poiché è necessario affermare, anche solo implicitamente, l’opposizione, è anche allo stesso modo necessario affermare il principio.

            E’ però anche doveroso ricordare che l’opposizione di Essere e niente non è una qualsiasi opposizione tra due contrari ma è L’Opposizione per eccellenza. Se si nega che A non sia non A, cioè se si afferma che A è identico a non A, si sta dicendo qualcosa di contraddittorio in quanto si viola il principio di non contraddizione. Questa negazione resta contraddittoria nella misura in cui si ammette la validità del principio stesso e la sua contraddittorietà le viene imposta dal suo riferirsi al principio: per un qualsiasi A, infatti, è contraddittorio che sia identico a non A, ma questa contraddittorietà non è contenuta nella semplice affermazione “A è non A”, ma è inferita dal confronto tra questa e il principio di non contraddizione, giacché, senza detto principio, la proposizione “A è non A” potrebbe tranquillamente essere affermata.

            Nell’affermazione “l’Essere è niente”, però, non si sta semplicemente dicendo che “A è non A” ma si sta dicendo “A dice: A non è”, cioè si dice di essere qualcosa che dice che l’esser-qualcosa è il non-esser-alcunché. L’Essere non è infatti identico ad un semplice elemento: l’Essere non è identico all’ente singolo, al questo, né è risolvibile in ciò. Proprio perché ogni ente, tutto ciò che è un questo, è, la portata dell’opposizione dell’Essere al niente è intrascendibile, nel senso che nulla può porsi fuori dall’Essere, cioè: solo il nulla è non-essere e tutto ciò che è qualcosa non è un nulla. Se si nega questo, affermando che l’esser-qualcosa in quanto tale è un niente, allora si sta negando che anche questa stessa negazione, che in quanto tale pretende porsi come un esser-qualcosa, è niente, e quindi è niente nel suo stesso porsi come tale, cioè, appunto, si toglie con lo stesso gesto con cui si pone. Proprio perché all’Essere appartiene tutto ciò che si può porre come un positivo significare, contraddizione compresa, è impossibile che la negazione dell’opposizione di Essere e niente, ovvero che l’identificazione dell’Essere col niente, non sia essa stessa un positivo significare unicamente in quanto contraddizione: la negazione dell’opposizione toglie se stessa come negazione e lascia se stessa come contraddizione.

 

«Il pensiero vive anche quando si contraddice: quando si contraddice, non si annulla. Ed eccoci al punto: il contraddirsi non è un non pensar nulla, ma è un pensare il nulla. […] Il pensiero che si contraddice guarda il nulla. Si intenda: la negazione dell’opposizione nega il proprio fondamento e quindi nega se stessa: ciò che viene effettivamente pensato, in questa negazione (che è anche autonegazione), è il nulla. E in quanto il nulla si lascia guardare, indossa la veste del positivo»[11].

 

            Ciò non significa affatto che la contraddizione sia il mezzo per dire il nulla, ma che la contraddizione è identica al pensare il nulla, e ciò vale a dire sia che pensare il nulla è contraddittorio, sia che il nulla, in quanto pensiero contraddittorio, è contraddittorio proprio perché resta un positivo significare in quanto contraddizione e quindi non riesce a porsi come quell’assoluto negativo che invece vorrebbe essere. Il contraddirsi è il dire positivo quel qualcosa di ancora positivo che è l’impossibilità di dire che il positivo è identico al negativo. L’impossibilità è accertata dall’elencos nel suo rivelare che la negazione dell’opposizione è negazione di se stessa. Il nulla in quanto tale non riesce ad essere più della contraddizione di qualcosa che si toglie come assoluto negativo nel momento in cui pretende di significare qualcosa, cioè di significare appunto come assoluto positivo[12].

            Ma questa, crediamo, più che un’aporia del pensiero, è la dimostrazione, anzi, l’accertamento stesso che il pensiero non può accedere mai al nulla in quanto tale, ma che può accedere solo al positivo significare di una contraddizione, e quindi al fatto che il nulla non è mai più del positivo significare del suo dire contraddittorio, ovvero: il pensiero non può mai uscire dall’Essere, e il suo pensare il nulla è pensare l’essere positivo della contraddizione in cui il nulla consiste, sicchè si può ben riconoscere con Parmenide che sempre «lo stesso è pensare ed essere»[13]. Ciò vuol anche dire: il pensiero non può fare a meno di pensare, anche solo implicitamente, l’esserci di ciò che sta pensando e di sé medesimo, quindi la dimensione fondamentale del pensiero, anche se solo implicita, è la dimensione ontologica. Ovvero: ogni dire e ogni pensare, per costituirsi come tali, presuppongono come loro condizione necessaria e sufficiente il pensare che l’Essere non è niente.

            Non si danno quindi mai alternative possibili all’affermazione dell’opposizione o, che è lo stesso, che è impossibile non affermare l’opposizione, giacché è impossibile negarla. Questo non è un appello al principio del tertium non datur. Ogni forma di dire, compreso il dire che vuole negare l’opposizione, è infatti un’affermazione di questa. E’ quindi possibile solo ignorare l’opposizione stessa e lasciarla come un implicito, ma, una volta che la si è esplicitata, ogni dire sarà una sua esplicita affermazione, compreso il dire contraddittorio che in quanto tale vorrebbe negarla. L’impossibilità della negazione impone che questa resti necessariamente affermata sempre e comunque, al punto che l’unico modo che resta per non affermarla, senza con ciò negarla, è non volerla affermare esplicitamente. Ciò che deve necessariamente essere affermato è esente da dubbio e dunque va necessariamente tenuto per vero. Questa verità necessaria, certa e incontrovertibile, è quella che dice: è impossibile che l’Essere non sia.

            Nonostante questo risultato, resterà però un’ultima obiezione scettica a tutto questo argomentare: quand’anche arriviamo a conoscere come certo e incontrovertibile che l’Essere non può non essere, ebbene, cosa conosciamo davvero? E’ questa sufficiente a sollevare l’ipoteca di uno scetticismo globale?

            La verità incontrovertibile dice che nessuna cosa che è può essere identica al niente. Quindi né noi, né le nostre credenze, né le nostre conoscenze, né nient’altro che riteniamo esser diverso dal puro nulla, è in realtà uguale al nulla. Quindi è senz’altro vero e certo che noi siamo qualcosa e che le nostre credenze sono qualcosa, tanto quanto sono qualcosa i nostri stessi errori. Tuttavia non sappiamo ancora decidere quali tra le nostre credenze siano vere conoscenze e quali siano semplici illusioni.

            Resta cioè da vedere quale modo di essere assuma il non-esser-niente, giacché anche la contraddizione, s’è visto, non è un niente, ma pure non diremmo che una conoscenza contraddittoria sia vera conoscenza. La verità dell’Essere ci dice però anche che tutte le conoscenze che in qualche modo o in qualche misura intendono identificare l’Essere e il niente e quindi negare l’opposizione di Essere e niente, sono in quanto sono delle contraddizioni, sicché nessuna conoscenza di questo tipo potrà dirsi autentica conoscenza. “So che quando il legno è bruciato il legno è non c’è più”, “so che quello che era ieri ora non è più”, “so che quando sarò morto non sarò più”, “so che la statua non era prima che lo scultore la scolpisse”: tutte queste sono conoscenze che, nella misura in cui si fondano sulla negazione della verità dell’Essere, sono conoscenze contraddittorie, dunque non sono vere conoscenze, ma semplici opinioni contraddittorie. “So che 2+2=4”, “so che l’albero non è il cane”, “so che il cielo è azzurro”, “so che ora sto scrivendo”, in quanto non implicano necessariamente ed esplicitamente la negazione dell’opposizione di Essere e niente, potrebbero essere conoscenze vere. Si può ancora dubitare che esse implichino una qualche forma di contraddizione non immediatamente evidente e che quindi siano conoscenze false. Ma innanzi a queste conoscenze possibili la cui verità è dubbia, si può osservare: poiché la verità dell’Essere dice che l’Essere non può non Essere, allora queste conoscenze andranno interpretate necessariamente in funzione di questa verità, giacché necessariamente questa verità non può fare a meno di essere affermata comunque e in tutti i casi, sicchè fino a quando saranno tenute sul fondamento dell’affermazione dell’opposizione, le suddette saranno conoscenze vere, o, che è lo stesso, perché queste conoscenze si costituiscano come tali a tutti gli effetti andranno interpretate alla luce della verità dell’Essere[14].

Se, quindi,  è vero tutto ciò che non nega l’opposizione dell’Essere al nulla, nel senso che riconosce l’impossibilità di non affermarla, una conoscenza, sotto questo aspetto, sarà vera tanto in un sogno quanto nella realtà della veglia, cioè sarà vera indipendentemente dal modo d’essere, giacché è una conoscenza che non riguarda il modo d’essere in sé, ma l’Essere in quanto tale.

            La verità dell’Essere non elimina del tutto il dubbio scettico sulle nostre conoscenze, ma lo circoscrive: determina un criterio a priori per cui un certo tipo di conoscenze è senz’altro falso, mentre un altro tipo di conoscenze è vero in senso ontologico. Il senso ontologico precede ogni modalità specifica, quindi anche ogni modalità che potrebbe avanzare il dubbio scettico, sia quella del sogno sia quella del perpetuo inganno: che la casa non sia un niente è vero sia che io sia sveglio, sia che io stia sognando, anche quando il sogno consistesse nella sospensione del sistema logico basato sul principio di non contraddizione, giacché, s’è mostrato, la negazione dell’opposizione non si fonda su questo principio. Ma per ragioni già viste si esclude anche che esista un modo d’esistenza limite in cui l’Essere è niente[15].

            Il dubbio scettico, declinato ad esempio nell’ipotesi del sogno, si riduce a questo: questa casa che è e che non è un niente, è in quanto sogno o è in quanto realtà? La casa esiste solo nel sogno o esiste anche fuori dal sogno? Ovvero, qual è la modalità ontologica in cui si dà l’essere di questa casa?

            Resta fermo che se noi considerassimo l’ipotesi scettica del sogno e quindi ipotizzassimo ora di star solo sognando la verità dell’Essere, questa verità non sarebbe meno vera per il fatto di essere sognata, giacché il sogno per essere qualcosa presuppone la verità dell’Essere, cioè: il sogno, per essere sognato, presuppone se stesso in quanto diverso dal niente. Tale verità, essendo originaria per eccellenza, non ammette nulla che possa sussumerla in sé, e quindi ciò non è consentito nemmeno allo scetticismo, giacché l’ipotesi stessa ricade dentro la verità dell’Essere e, per costituirsi come ipotesi, deve fondarsi sull’affermazione dell’opposizione di Essere e niente. Lo scetticismo, per essere coerente, non può negare l’opposizione di Essere e niente giacché, per proporre la sua ipotesi deve costituirsi come qualcosa di non contraddittorio e quindi possibile o, per lo meno, di non immediatamente decidibile. Ovvero: se lo scetticismo si pone come un tentativo di negare la verità dell’Essere, direttamente, o semplicemente nella forma della sospensione ipotetica, esso stesso inevitabilmente si pone come negazione di se medesimo e, come tale si toglie da sé, giacché questa negazione, in ogni sua forma, non è mai nulla più che una contraddizione che si semantizza come impossibilità di compiere ciò che pretenderebbe di compiere. La stessa sospensione è solo una modalità di questa negazione: si sospende qualcosa la cui verità può essere sospesa, cioè tale da poter anche essere negata, ma la verità dell’Essere non può ammettere sospensione alcuna, giacché non si potrebbe sospendere ciò che è necessario per porre la possibilità stessa di un’effettiva sospensione.

Io potrei anche star sognando questo divenire che vedo, cioè questo divenire potrebbe esistere solo come mia finzione mentale e non esser nulla di reale. Ciò nonostante, il suo esistere come mia finzione mentale è comunque un esistere, quindi, in quanto tale, necessariamente non può implicare una nientificazione dell’Essere. Pertanto, possono conoscere ontologicamente questo divenire nel momento in cui ne do un’interpretazione coerente con la verità dell’Essere, ma questa conoscenza non richiede necessariamente che io sappia il modo d’essere che compete a ciò che conosco, ovvero, in questo caso, che io sappia se questo divenire esista solo come mia finzione mentale o se sia qualcosa di reale. In altri termini: la conoscenza che riguarda l’Essere, nella misura in cui testimonia la sua verità, è una conoscenza certa e incontrovertibile. Limitatamente all’Essere e all’esistenza dell’ente in questione, non c’è quindi margine di dubbio e anzi il dubitare stesso si pone come contraddizione.

Eppure, la conoscenza ontologica non è una conoscenza totale dell’oggetto ma è una conoscenza essenziale e non riguarda in che modo l’ente che è esiste come tale, e quindi non permette di decidere immediatamente se questo modo è quello, ad esempio, della veglia o del sogno. In questo senso, il problema dello scetticismo pare soltanto spostato e, in parte, ristretto, ma non già del tutto superato o risolto.

Lo scetticismo resta anzi legittimato a porsi come qualcosa di più che un dire contraddittorio, nel momento in cui, riconoscendosi come qualcosa che certamente è e non è niente, sposta il dubbio dall’Essere al modo d’essere dell’ente.

            Dal canto suo, Severino, afferma:

 

«La filosofia è il luogo, la custode della verità. Il disvelamento originario e assoluto dell’essere — la verità dell’essere, appunto — accade non altrove che nel filosofare. E nel filosofare autentico. Altrove — in ogni altra attività o dimensione che non sia l’apertura originaria della verità dell’essere — esiste la non-verità (che è pur sempre la non-verità dell’essere, il suo aprirsi non veritativo). Alla filosofia, intesa come il solo pensiero dell’essere (“pensiero” in senso forte, cioè come sapere assoluto e incontrovertibile), spetta inoltre di stabilire in che rapporto stiano con l’essere tutte le altre attività dell’uomo, e le trova tutte eccentriche rispetto alla verità dell’essere»[16].

 

            Una simile concezione sembrerebbe quindi relegare in superficie il dubbio scettico e portare invece l’attenzione sul solido cuore della verità. Per Severino, la filosofia è il luogo della certezza e del discorso indubitabile e, qualora sia posta innanzi al dubbio scettico coerentemente formulato, non ha da dire alcunché: non esistendo evidenza certa a favore o contro l’ipotesi sollevata, può solo affermare che l’ipotesi esiste nel modo della indecidibilità, e che questo è tutto ciò che si può dire a riguardo. Cioè la filosofia, se deve parlare la lingua della necessità, può arrivare a formulare in modo coerente il dubbio scettico, ma innanzi al suo interrogativo, può solo tacere e rispondere col silenzio.

            Questo tacere non è affatto, però, un sottrarsi al discorso, ma è il riconoscere che se lo scetticismo esiste, esso può esistere in modo incontraddittorio solo come ipotesi indecidibile, e quindi come domanda senza risposta. Cioè come quella domanda innanzi alla quale è necessario tacere.



[1] E. Severino, Ritornare a Parmenide, in E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982, p. 20

[2] Circa la semantizzazione dell’Essere come totalità del positivo, cfr. E. Severino, Ritornare a Parmenide¸ op. cit., p.27: «L’essere, dunque, non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide)[2], ma è la totalità delle differenze, l’area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L’essere è l’intero del positivo».

[3] E. Severino, Ritornare a Parmenide, op. cit., p. 43

[4] Il principio di non contraddizione, come mostra Aristotele nel IV libro della Metafisica, fonda la sua verità su una condizione analoga, per cui la sua negazione ne presuppone l’affermazione, ma qui occorre rilevare che, nonostante questa analogia, non c’è diretta inferenza per cui si deduce dal principio il divieto della negazione, se mai, si potrebbe piuttosto pensare che il principio di non contraddizione aristotelico sia una certa formalizzazione dell’opposizione originaria di Essere e niente, e quindi qualcosa che non si pone prima ma, al più, allo stesso livello di questa.

[5] E. Severino, Ritornare a Parmenide, op. cit., p. 44

[6] Ivi, pp. 46-47

[7] Formalizzando si può scrivere: p: “E=notE, a parte p=E”, quindi p=E, notp=notE, poiché p≠notp, allora p dice “E≠notE”

[8] E. Severino, Ritornare a Parmenide, op. cit., p. 49

[9] Ivi, p. 50

[10] Ivi, p. 51

[11] Ivi, p. 57

[12] Circa la trattazione approfondita e la risoluzione della “aporia del nulla”, cfr. E. Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano, 1981, cap IV, pp. 209-235

[13] Parmenide, Sulla natura, ed. it. a cura di G. Reale, Bompiani, Milano, 2001, frammento 4

[14] Circa il modo di interpretare le forme del divenire in accordo con la verità dell’Essere, cfr. E. Severino, Poscritto, in op. cit., pp. 84-90

[15] Cfr E. Agazzi, Logica, verità e ontologia, in AA. VV., Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Petterlini, Brianese e Goggi, Mondadori, Paravia, 2005, p.10: «La verità di un’affermazione comporta che il suo referente esista, pur lasciando aperta la questione circa la “regione ontologica” in cui esso è situato. […] Questo non impedisce a certe affermazioni di essere vere (o false) indipendentemente da un qualsiasi referente particolare. […] Cioè devono avere un generale riferimento ontologico ed essere intese ad esprimere aspetti della realtà che valgano per qualunque regione ontologica».

[16] Ritornare a Parmenide, op. cit., p. 41

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