A cura di
De l'infinito, universo e
mondi
Epistola proemiale
1
PROEMIALE EPISTOLA, SCRITTA
ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNOR MICHEL DI CASTELNOVO.
Signor di Mauvissiero, Concressalto e di Ionvilla, Cavallier de
l'ordine del Re Cristianissimo, Conseglier del suo privato Conseglio, Capitano
di 50 uomini d'arme ed Ambasciator alla Serenissima Regina d'Inghilterra.
2 Se io, illustrissimo Cavalliero, contrattasse l'aratro,
pascesse un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento, nessuno mi
guardarebbe, pochi m'osservarebono, da rari sarei ripreso e facilmente potrei
piacere a tutti. Ma per essere delineatore del campo de la natura, sollecito
circa la pastura de l'alma, vago de la coltura de l'ingegno e dedalo circa gli
abiti de l'intelletto, ecco che chi adocchiato me minaccia, chi osservato
m'assale, chi giunto mi morde, chi compreso mi vora; non è uno, non son pochi,
son molti, son quasi tutti. Se volete intendere onde sia questo, vi dico che la
caggione è l'universitade che mi dispiace, il volgo ch'odio, la moltitudine che
non mi contenta, una che m'innamora: quella per cui son libero in suggezione,
contento in pena, ricco ne la necessitade e vivo ne la morte; quella per cui non
invidio a quei che son servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri ne
le ricchezze e morti ne la vita, perché nel corpo han la catena che le stringe,
nel spirto l'inferno che le deprime, ne l'alma l'errore che le ammala, ne la
mente il letargo che le uccide; non essendo magnanimità che le delibere, non
longanimità che le inalze, non splendor che le illustre, non scienza che le
avvive. Indi accade che non ritrao, come lasso, il piede da l'arduo camino; né,
come desidioso, dismetto le braccia da l'opra che si presenta; né, qual
disperato, volgo le spalli al nemico che mi contrasta; né, come abbagliato,
diverto gli occhi dal divino oggetto; mentre, per il più, mi sento riputato
sofista, più studioso d'apparir sottile che di esser verace; ambizioso, che più
studia di suscitar nova e falsa setta che di confirmar l'antica e vera;
ucellatore, che va procacciando splendor di gloria con porre avanti le tenebre
d'errori; spirto inquieto, che subverte gli edificii de buone discipline e si fa
fondator di machine di perversitade. Cossì, Signor, gli santi numi disperdano da
me que' tutti che ingiustamente m'odiano, cossì mi sia propicio sempre il mio
Dio, cossì favorevoli mi sieno tutti governatori del nostro mondo, cossì gli
astri mi faccian tale il seme al campo ed il campo al seme ch'appaia al mondo
utile e glorioso frutto del mio lavoro con risvegliar il spirto ed aprir il
sentimento a quei che son privi di lume: come io certissimamente non fingo e, se
erro, non credo veramente errare e, parlando e scrivendo, non disputo per amor
de la vittoria per se stessa (perché ogni riputazione e vittoria stimo nemica a
Dio, vilissima e senza punto di onore, dove non è la verità), ma per amor della
vera sapienza e studio della vera contemplazione m'affatico, mi crucio, mi
tormento. Questo manifestaranno gli argumenti demostrativi, che pendeno da
vivaci raggioni, che derivano da regolato senso, che viene informato da non
false specie che, come veraci ambasciatrici, si spiccano da gli suggetti de la
natura, facendosi presenti a quei che le cercano, aperte a quei che le rimirano,
chiare a chi le apprende, certe a chi le comprende. Or ecco, vi porgo la mia
contemplazione circa l'infinito, universo e mondi innumerabili.
3 Argomento del primo dialogo. Avete dunque nel primo
dialogo prima, che l'inconstanza del senso mostra che quello non è principio di
certezza e non fa quella se non per certa comparazione e conferenza d'un
sensibile a l'altro ed un senso a l'altro; e s'inferisce come la verità sia in
diversi soggetti.
4
Secondo, si comincia a dimostrar l'infinitudine
de l'universo, e si porta il primo argumento tolto da quel, che non si sa finire
il mondo da quei che con l'opra de la fantasia vogliono fabricargli le muraglia.
Terzo, da che è inconveniente dire che il mondo sia finito e che sia in se
stesso, perché questo conviene al solo immenso, si prende il secondo argumento.
Appresso si prende il terzo argumento dall'inconveniente ed impossibile
imaginazione del mondo come sia in nessun loco, perché ad ogni modo seguitarrebe
che non abbia essere, atteso che ogni cosa, o corporale o incorporal che sia, o
corporale- o incorporalmente, è il loco. Il quarto argumento si toglie da una
demostrazione o questione molto urgente che fanno gli epicurei:
Nimirum
si iam finitum constituatur
omne quod est spacium, si quis procurrat ad
oras
Ultimus extremas iaciatque volatile telum,
Invalidis utrum contortum
viribus ire
Quo fuerit missum mavis longeque volare,
An prohibere
aliquid censes obstareque posse?
Nam sive est aliquid quod prohibeat
officiatque,
Quominu' quo missum est veniat finique locet se,
Sive foras
fertur, non est ea fini profecto.
5 Quinto, da che la definizion del
loco che poneva Aristotele non conviene al primo, massimo e comunissimo loco, e
che non val prendere la superficie prossima ed immediata al contenuto, ed altre
levitadi che fanno il loco cosa matematica e non fisica; lascio che tra la
superficie del continente e contenuto che si muove entro quella, sempre è
necessario spacio tramezante a cui conviene più tosto esser loco; e se vogliamo
del spacio prendere la sola superficie, bisogna che si vada cercando in infinito
un loco finito. Sesto, da che non si può fuggir il vacuo ponendo il mondo
finito, se vacuo è quello nel quale è niente.
6 Settimo, da che, sicome
questo spacio nel quale è questo mondo, se questo mondo non vi si trovasse, se
intenderebbe vacuo; cossì dove non è questo mondo, se v'intende vacuo. Citra il
mondo, dunque, è indifferente questo spacio da quello: dunque, l'attitudine
ch'ha questo, ha quello; dunque, ha l'atto, perché nessuna attitudine è eterna
senz'atto; e però eviternamente ha l'atto gionto; anzi essalei è atto, perché
nell'eterno non è differente l'essere e posser essere.
7 Ottavo,
da quel che nessun senso nega l'infinito, atteso che non lo possiamo negare per
questo, che non lo comprendiamo col senso; ma da quel, che il senso viene
compreso da quello e la raggione viene a confirmarlo lo doviamo ponere. Anzi se
oltre ben consideriamo, il senso lo pone infinito; perché sempre veggiamo cosa
compresa da cosa, e mai sentiamo, né con esterno né con interno senso, cosa non
compresa da altra o simile.
Ante oculos etenim rem res finire videtur:
Aer dissepit colleis atque aera montes,
Terra mare et contra mare terras
terminat omneis:
Omne quidem vero nihil est quod finiat extra.
Usque
adeo passim patet ingens copia rebus,
Finibus exemptis, in cunctas undique
parteis.
8 Per quel dunque, che veggiamo, più tosto doviamo argumentar
infinito, perché non ne occorre cosa che non sia terminata ad altro e nessuna
esperimentiamo che sia terminata da se stessa. Nono, da che non si può negare il
spacio infinito se non con la voce, come fanno gli pertinaci, avendo considerato
che il resto del spacio, dove non è mondo e che si chiama vacuo o si finge
etiam niente, non si può intendere senza attitudine a contenere non minor
di questa che contiene. Decimo, da quel che, sicome è bene che sia questo mondo,
non è men bene che sia ciascuno de infiniti altri. Undecimo, da che la bontà di
questo mondo non è comunicabile ad altro mondo che esser possa, come il mio
essere non è comunicabile al di questo e quello. Duodecimo, da che non è
raggione né senso che, come si pone un infinito individuo, semplicissimo e
complicante, non permetta che sia un infinito corporeo ed esplicato.
Terzodecimo, da che questo spacio del mondo che a noi par tanto grande, non è
parte e non è tutto a riguardo dell'infinito, e non può esser suggetto de
infinita operazione, ed a quella è un non ente quello che dalla nostra
imbecillità si può comprendere, e si risponde a certa instanza, che noi non
ponemo l'infinito per la dignità del spacio, ma per la dignità de le nature;
perché per la raggione, da la quale è questo, deve essere ogni altro che può
essere, la cui potenza non è attuata per l'essere di questo, come la potenza de
l'essere di Elpino non è attuata per l'atto dell'essere di Fracastorio.
Quartodecimo da che, se la potenza infinita attiva attua l'esser corporale e
dimensionale, questo deve necessariamente essere infinito; altrimente si deroga
alla natura e dignitade di chi può fare e di chi può essere fatto. Quintodecimo,
da quel, che questo universo conceputo volgarmente non si può dir che comprende
la perfezion di tutte cose altrimente che come io comprendo la perfezione di
tutti gli miei membri e ciascun globo tutto quello che è in esso: come è dire,
ognuno è ricco a cui non manca nulla di quel ch'ha. Sestodecimo, da quel, che in
ogni modo l'efficiente infinito sarrebe deficiente senza l'effetto e non
possiamo capir che tale effetto solo sia lui medesimo. Al che si aggiunge che
per questo, se fusse o se è, niente si toglie di quel che deve essere in quello
che è veramente effetto, dove gli teologi nominano azione ad extra e
transeunte, oltre la immanente; perché cossì conviene che sia infinita l'una
come l'altra.
9 Decimo settimo, da quel, che, dicendo il mondo interminato,
nel modo nostro séguita quiete nell'intelletto, e dal contrario sempre
innumerabilmente difficultadi ed inconvenienti. Oltre, si replica quel ch'è
detto nel secondo e terzo. Decimo ottavo, da quel che, se il mondo è sferico, è
figurato, è terminato, e quel termine che è oltre questo terminato e figurato
(ancor che ti piaccia chiamarlo niente), è anco figurato di sorte che il suo
concavo è gionto al di costui convesso; perché onde comincia quel tuo niente è
una concavità indifferente almeno dalla convessitudinale superficie di questo
mondo. Decimo nono, s'aggiunge a quel che è stato detto nel secondo. Ventesimo,
si replica quello che è stato detto nel decimo.
10 Nella seconda parte di
questo dialogo, quello ch'è dimostrato per la potenza passiva de l'universo, si
mostra per l'attiva potenza de l'efficiente, con più raggioni: de le quali la
prima si toglie da quel, che la divina efficacia non deve essere ociosa; e tanto
più ponendo effetto extra la propria sustanza (se pur cosa gli può esser extra),
e che non meno è ociosa ed invidiosa producendo effetto finito che producendo
nulla. La seconda da la prattica, perché per il contrario si toglie la raggione
della bontade e grandezza divina, e da questo non séguita inconveniente alcuno
contra qualsivoglia legge e sustanza di teologia. La terza è conversiva con la
duodecima de la prima parte; e si apporta la differenza tra il tutto infinito e
totalmente infinito. La quarta, da che non meno per non volere che per non
possere la omnipotenza vien biasimata d'aver fatto il mondo finito e di essere
agente infinito circa suggetto finito. La quinta induce che, se non fa il mondo
infinito, non lo può fare; e se non ha potenza di farlo infinito, non può aver
vigore di conservarlo in infinito; e che, se lui secondo una raggione è finito,
viene ad essere finito secondo tutte le raggioni, perché in lui ogni modo è
cosa, e ogni cosa e modo è uno e medesimo con l'altra e l'altro. La sesta è
conversiva de la decima de la prima parte. E s'apporta la causa per la quale gli
teologi defendeno il contrario non senza espediente raggione, e de l'amicizia
tra questi dotti e gli dotti filosofi.
11 La settima, dal proponere la
raggione che distingue la potenza attiva da l'azioni diverse, e sciorre tale
argumento. Oltre, si mostra la potenza infinita intensiva-ed estensivamente più
altamente che la comunità di teologi abbia giamai fatto. La ottava, da onde si
mostra che il moto di mondi infiniti non è da motore estrinseco ma da la propria
anima, e come con tutto ciò sia un motore infinito. La nona, da che si mostra
come il moto infinito intensivamente si verifica in ciascun de' mondi. Al che si
deve aggiongere che da quel, che un mobile insieme insieme si muove ed è mosso,
séguita che si possa vedere in ogni punto del circolo che fa col proprio centro;
ed altre volte.sciorremo questa obiezione, quando sarà lecito d'apportar la
dottrina più diffusa.
12
Argomento del secondo dialogo. Séguita
la medesima conclusione il secondo dialogo. Ove, primo, apporta quattro
raggioni, de quali la prima si prende da quel, che tutti gli attributi de la
divinità sono come ciascuno. La seconda, da che la nostra imaginazione non deve
posser stendersi più che la divina azione. La terza, da l'indifferenza de
l'intelletto ed azion divina, e da che non meno intende infinito che finito. La
quarta, da che, se la qualità corporale ha potenza infinita attiva, la qualità,
dico, sensibile a noi, or che sarà di tutta che è in tutta la potenza attiva e
passiva absoluta? Secondo, mostra da che cosa corporea non può esser finita da
cosa incorporea, ma o da vacuo o da pieno; ed in ogni modo estra il mondo è
spacio, il quale al fine non è altro che materia e l'istessa potenza passiva,
dove la non invida ed ociosa potenza attiva deve farsi in atto. E si mostra la
vanità dell'argomento d'Aristotele dalla incompossibilità delle dimensioni.
Terzo, se insegna la differenza che è tra il mondo e l'universo, perché chi dice
l'universo infinito uno, necessariamente distingue tra questi dui nomi. Quarto,
si apportano le raggioni contrarie, per le quali si stima l'universo finito:
dove Elpino referisce le sentenze tutte di Aristotele, e Filoteo le va
essaminando. Quelle sono tolte altre dalla natura di corpi semplici, altre da la
natura di corpi composti; e si mostra la vanità di sei argumenti presi dalla
definizione de gli moti che non possono essere in infinito, e da altre simili
proposizioni, le quali son senza proposito e supposito, come si vede per le
nostre raggioni. Le quali più naturalmente faran vedere la raggione de le
differenze e termino di moto, e, per quanto comporta l'occasione e loco,
mostrano la più reale cognizione dell'appulso grave e lieve; perché per esse
mostramo come il corpo infinito non è grave né lieve, e come il corpo finito
riceve differenze tali, e come non. Ed indi si fa aperta la vanità de gli
argomenti di Aristotele, il quale, argumentando contra quei che poneno il mondo
infinito, suppone il mezzo e la circonferenza, e vuole che nel finito o infinito
la terra ottegna il centro. In conclusione, non è proposito grande o picciolo
che abbia amenato questo filosofo per destruggere l'infinità del mondo, tanto
dal primo libro Del cielo e mondo quanto dal terzo De la fisica
ascoltazione, circa il quale non si discorra assai più che a bastanza.
13 Argomento del terzo dialogo. Nel terzo dialogo
primieramente si niega quella vil fantasia della figura, de le sfere e diversità
di cieli; e s'affirma uno essere il cielo, che è uno spacio generale
ch'abbraccia gl'infiniti mondi; benché non neghiamo più, anzi infiniti cieli,
prendendo questa voce secondo altra significazione; per ciò che come questa
terra ha il suo cielo, che è la sua regione nella quale si muove e per la quale
discorre, cossì ciascuna di tutte l'altre innumerabili. Si manifesta onde sia
accaduta la imaginazione di tali e tanti mobili deferenti e talmente figurati
che abbiano due superficie esterne ed una cava interna; ed altre ricette e
medicine che dànno nausea ed orrore agli medesimi che le ordinano e le
esequiscono, e a que' miseri che se le inghiottiscono.
14 Secondo,
si avertisce che il moto generale e quello de gli detti eccentrici e quanti
possono riferirse al detto firmamento, tutti sono fantastici: che realmente
pendeno da un moto che fa la terra con il suo centro per l'ecliptica e quattro
altre differenze di moto che fa circa il centro de la propria mole. Onde resta,
che il moto proprio di ciascuna stella si prende da la differenza che si può
verificare suggettivamente in essa come mobile da per sé per il campo spacioso.
La qual considerazione ne fa intendere, che tutte le raggioni del mobile e moto
infinito son vane e fondate su l'ignoranza del moto di questo nostro globo.
Terzo, si propone come non è stella che non si muova come questa ed altre che,
per essere a noi vicine, ne fanno conoscere sensibilmente le differenze locali
di moti loro; ma che altrimente se muoveno gli soli che son corpi dove predomina
il foco, altrimente le terre ne le quali l'acqua è predominante; e quindi si
manifesta onde proceda il lume che diffondeno le stelle, de quali altre luceno
da per sé altre per altro.
15
Quarto, in qual maniera corpi distantissimi dal
sole possano equalmente come gli più vicini partecipar il caldo; e si riprova la
sentenza attribuita ad Epicuro, come che vuole un sole esser bastante
all'infinito universo; e s'apporta la vera differenza tra quei astri che
scintillano e quei che non. Quinto s'essamina la sentenza del Cusano circa la
materia ed abitabilità di mondi e circa la raggion del lume. Sesto, come di
corpi, benché altri sieno per sé lucidi e caldi, non per questo il sole luce al
sole e la terra luce alla medesima terra ed acqua alla medesima acqua; ma sempre
il lume procede dall'apposito astro, come sensibilmente veggiamo tutto il mar
lucente da luoghi eminenti, come da monti; ed essendo noi nel mare, e quando
siamo ne l'istesso campo, non veggiamo risplendere se non quanto a certa poca
dimensione il lume del sole e della luna ne si oppone. Settimo, si discorre
circa la vanità delle quinte essenze: e si dechiara che tutti corpi sensibili
non sono altri e non costano d'altri prossimi e primi principii che questi, che
non sono altrimente mobili tanto per retto quanto per circulare. Dove tutto si
tratta con raggioni più accomodate al senso commune, mentre Fracastorio
s'accomoda all'ingegno di Burchio; e si manifesta apertamente che non è
accidente che si trova qua che non si presuppona là, come non è cosa che si vede
di là da qua, la quale, se ben consideriamo, non si veda di qua da là; e
conseguentemente, che quel bell'ordine e scala di natura è un gentil sogno ed
una baia da vecchie ribambite. Ottavo, che, quantunque sia vera la distinzione
de gli elementi, non è in nessun modo sensibile o intelligibile tal ordine di
elementi quale volgarmente si pone; e secondo il medesimo Aristotele, gli
quattro elementi sono equalmente parti o membri di questo globo, se non vogliamo
dire che l'acqua eccede; onde degnamente gli astri son chiamati or acqua or
fuoco tanto da veri naturali filosofi quanto da profeti divini e poeti; li
quali, quanto a questo, non favoleggiano né metaforicheggiano, ma lasciano
favoleggiare ed impuerire quest'altri sofossi. Cossì li mondi se intendeno
essere questi corpi eterogenei, questi animali, questi grandi globi, dove non è
la terra grave più che gli altri elementi, e le particelle tutte si muoveno e
cangiano di loco e disposizione non altrimente che il sangue ed altri umori e
spiriti e parte minime, che fluiscono, refluiscono, influiscono ed effluiscono
in noi ed altri piccioli animali. A questo proposito s'amena la comparazione,
per la quale si trova che la terra, per l'appulso al centro de la sua mole, non
si trova più grave che altro corpo semplice che a tal composizion concorre; e
che la terra da per sé non è grave né ascende né discende; e che l'acqua è
quella che fa l'unione, densità, spessitudine e gravità.
16 Nono, da
che è visto il famoso ordine de gli elementi vano, s'inferisce la raggione di
questi corpi sensibili composti che, come tanti animali e mondi, sono nel
spacioso campo che è l'aria o cielo o vacuo. Ove son tutti que' mondi che non
meno contegnono animali ed abitatori che questo contener possa, atteso che non
hanno minor virtù né altra natura. Decimo, dopo che è veduto come sogliano
disputar gli pertinacemente additti ed ignoranti di prava disposizione, si fa
oltre manifesto in che modo per il più delle volte sogliono conchiudere le
disputazioni; benché altri sieno tanto circonspetti che, senza guastarsi punto,
con un ghigno, con un risetto, con certa modesta malignità, quel che non
vagliono aver provato con raggioni né lor medesimi possono donarsi ad intendere,
con queste artecciuole di cortesi dispreggi, la ignoranza in ogni altro modo
aperta vogliono non solo cuoprire, ma rigettarla al dorso dell'antigonista;
perché non vegnono a disputar per trovare o cercar la verità, ma per la vittoria
e parer più dotti e strenui defensori del contrario. E simili denno essere
fuggiti da chi non ha buona corazza di pazienza.
17 Argumento del
quarto dialogo. Nel seguente dialogo prima si replica quel ch'altre volte è
detto, come sono infiniti gli mondi, come ciascun di quelli si muova e come sia
formato. Secondo, nel modo con cui, nel secondo dialogo, si sciolsero le
raggioni contra l'infinita mole o grandezza de l'universo, dopo che nel primo
con molte raggioni fu determinato l'inmenso effetto dell'inmenso vigore e
potenza; al presente, dopo che nel terzo dialogo è determinata l'infinita
moltitudine de mondi, si scioglieno le molte raggioni d'Aristotele contro
quella, benché altro significato abbia questa voce mondo appresso Aristotele,
altro appresso Democrito, Epicuro ed altri.
18 Quello dal moto
naturale e violento, e raggioni de l'uno e l'altro che son formate da lui, vuole
che l'una terra si derrebe muovere a l'altra; e con risolvere queste persuasioni
prima, si poneno fondamenti di non poca importanza per veder gli veri principii
della natural filosofia. Secondo, si dechiara che, quantunque la superficie
d'una terra fusse contigua a l'altra, non averrebe che le parti de l'una si
potessero muovere a l'altra, intendendo de le parti eterogenee o dissimilari,
non de gli atomi e corpi semplici; onde si prende lezione di meglio considerare
circa la natura del grave e lieve. Terzo, per qual caggione questi gran corpi
sieno stati disposti da la natura a tanta distanza, e non sieno più vicini gli
uni e gli altri, di sorte che da l'uno si potesse far progresso a l'altro; e
quindi, da chi profondamente vede, si prende raggione per cui non debbano esser
mondi come nella circonferenza dell'etere, o vicini al vacuo tale in cui non sia
potenza, virtù ed operazione; perché da un lato non potrebono prender vita e
lume. Quarto, come la distanza locale muta la natura del corpo, e come non; ed
onde sia che, posta una pietra equidistante da due terre, o si starebbe ferma, o
determinarebbe di moversi più tosto a l'una che a l'altra. Quinto, quanto
s'inganni Aristotele per quel che in corpi, quantunque distanti, intende appulso
di gravità o levità de l'uno all'altro; ed onde proceda l'appetito di
conservarsi nell'esser presente, quantunque ignobile, ne le cose: il quale
appetito è causa della fuga e persecuzione. Sesto, che il moto retto non
conviene né può esser naturale a la terra o altri corpi principali, ma a le
parti di questi corpi che a essi da ogni differenza di loco, se non son molto
discoste, si muoveno. Settimo, da le comete si prende argomento che non è vero
che il grave, quantunque lontano, abbia appulso o moto al suo continente. La
qual raggione corre non per gli veri fisici principii, ma dalle supposizioni
della filosofia d'Aristotele, che le forma e compone da le parti che sono vapori
ed exalazioni de la terra. Ottavo, a proposito d'un altro argomento, si mostra
come gli corpi semplici, che sono di medesima specie in altri mondi
innumerabili, medesimamente si muovano; e qualmente la diversità numerale pone
diversità de luoghi, e ciascuna parte abbia il suo mezzo e si referisca al mezzo
commune del tutto; il quale mezzo non deve essere cercato nell'universo. Nono,
si determina che gli corpi e parti di quelli non hanno determinato su e giù, se
non in quanto che il luogo della conversazione è qua o là. Decimo, come il moto
sia infinito, e qual mobile tenda in infinito ed a composizioni innumerabili, e
che non perciò séguita gravità o levità con velocità infinita; e che il moto de
le parti prossime, in quanto che serbino il loro essere, non può essere
infinito; e che l'appulso de parti al suo continente non può essere se non infra
la regione di quello.
19
Argomento del quinto dialogo. Nel
principio del quinto dialogo si presenta un dotato di più felice ingegno; il
qual, quantunque nodrito in contraria dottrina, per aver potenza di giudicar
sopra quello ch'ave udito e visto, può far differenza tra una ed un'altra
disciplina, e facilmente si rimette e corregge. Si dice chi sieno quei a' quali
Aristotele pare un miracolo di natura, atteso che coloro che malamente
l'intendeno e hanno l'ingegno basso, magnificamente senteno di lui. Perché
doviamo compatire a simili, e fuggir la lor disputazione, per ciò che con essi
non vi è altro che da perdere.
20 Qua Albertino, nuovo
interlocutore, apporta dodici argumenti, ne li quali consiste tutta la
persuasione contraria alla pluralità e moltitudine di mondi. Il primo si prende
da quel, che estra il mondo non s'intende loco né tempo né vacuo né corpo
semplice, né composto. Il secondo, da l'unità del motore. Il terzo, da luoghi de
corpi mobili. Il quarto, dalla distanza de gli orizonti dal mezzo. Il quinto,
dalla contiguità de più mondi orbiculari. Il sesto, da spacii triangulari che
causano con il suo contatto. Il settimo, dall'infinito in atto, che non è, e da
un determinato numero, che non è più raggionevole che l'altro. Da la qual
raggione noi possiamo non solo equalmente, ma e di gran vantaggio inferire, che
per ciò il numero non deve essere determinato, ma infinito. L'ottavo, dalla
determinazione di cose naturali e dalla potenza passiva de le cose, la quale
alla divina efficacia ed attiva potenza non risponde. Ma qua è da considerare
che è cosa inconvenientissima, che il primo ed altissimo sia simile ad uno ch'ha
virtù di citarizare e, per difetto ci citara, non citareggia; e sia uno che può
fare, ma non fa, perché quella cosa che può fare, non può esser fatta da lui. Il
che pone una più che aperta contradizione, la quale non può essere non
conosciuta, eccetto che da quei che conoscono niente. Il nono dalla bontà civile
che consiste nella conversazione. Il decimo, da quel, che per la contiguità d'un
mondo con l'altro séguita, che il moto de l'uno impedisca il moto de l'altro.
L'undecimo, da quel, che, se questo mondo è compìto e perfetto, non è dovero che
altro o altri se gli aggiunga o aggiungano.
21 Questi son que' dubii
e motivi, nella soluzion delli quali consiste tanta dottrina, quanta sola basta
a scuoprir gl'intimi e radicali errori de la filosofia volgare ed il pondo e
momento de la nostra. Ecco qua la raggione, per cui non doviam temere che cosa
alcuna diffluisca, che particolar veruno o si disperda o veramente inanisca o si
diffonda in vacuo che lo dismembre in adni[c]hilazione. Ecco la raggion della
mutazion vicissitudinale del tutto, per cui cosa non è di male da cui non
s'esca, cosa non è di buono a cui non s'incorra, mentre per l'infinito campo,
per la perpetua mutazione, tutta la sustanza persevera medesima ed una. Dalla
qual contemplazione, se vi sarremo attenti, avverrà che nullo strano accidente
ne dismetta per doglia o timore, e nessuna fortuna per piacere o speranza ne
estoglia: onde aremo la via vera alla vera moralità, saremo magnanimi,
spreggiatori di quel che fanciulleschi pensieri stimano; e verremo certamente
più grandi che que' dei che il cieco volgo adora, perché dovenerremo veri
contemplatori dell'istoria de la natura, la quale è scritta in noi medesimi, e
regolati executori delle divine leggi, che nel centro del nostro core son
inscolpite. Conosceremo che non è altro volare da qua al cielo che dal cielo
qua, non altro ascendere da qua là che da là qua, né è altro descendere da l'uno
a l'altro termine. Noi non siamo più circonferenziali a essi che essi a noi;
loro non sono più centro a noi che noi a loro; non altrimente calcamo la stella
e siamo compresi noi dal cielo, che essi loro.
22 Eccone, dunque, fuor
d'invidia; eccone liberi da vana ansia e stolta cura di bramar lontano quel
tanto bene che possedemo vicino e gionto. Eccone più liberi dal maggior timore
che loro caschino sopra di noi, che messi in speranza che noi caschiamo sopra di
loro; perché cossì infinito aria sustiene questo globo come quelli, cossì questo
animale libero per il suo spacio discorre ed ottiene la sua reggione come
ciascuno di quegli altri per il suo. Il che considerato e compreso che arremo,
oh a quanto più considerare e comprendere ne diportaremo! Onde per mezzo di
questa scienza otteneremo certo quel bene, che per l'altre vanamente si cerca.
23 Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il
spirto, magnifica l'intelletto e riduce l'uomo alla vera beatitudine che può
aver come uomo, e consistente in questa e tale composizione; perché lo libera
dalla sollecita cura di piaceri e cieco sentimento di dolori, lo fa godere
dell'esser presente, e non più temere che sperare del futuro; perché la
providenza o fato o sorte, che dispone della vicissitudine del nostro essere
particolare, non vuole né permette che più sappiamo dell'uno che ignoriamo
dell'altro, alla prima vista e primo rancontro rendendoci dubii e perplessi. Ma
mentre consideramo più profondamente l'essere e sustanza di quello in cui siamo
inmutabili, trovaremo non esser morte, non solo per noi, ma né per veruna
sustanza; mentre nulla sustanzialmente si sminuisce, ma tutto, per infinito
spacio discorrendo, cangia il volto. E perché tutti soggiacemo ad ottimo
efficiente, non doviamo credere, stimare e sperare altro, eccetto che come tutto
è da buono; cossì tutto è buono, per buono ed a buono; da bene, per bene, a
bene. Del che il contrario non appare se non a chi non apprende altro che
l'esser presente, come la beltade dell'edificio non è manifesta a chi scorge una
minima parte di quello, come un sasso, un cemento affisso, un mezzo parete; ma
massime a colui che può vedere l'intiero e che ha facultà di far conferenza di
parti a parti. Non temiamo che quello che è accumulato in questo mondo, per la
veemenza di qualche spirito errante o per il sdegno di qualche fulmineo Giove,
si disperga fuor di questa tomba o cupola del cielo, o si scuota ed emuisca come
in polvere fuor di questo manto stellifero; e la natura de le cose non
altrimente possa venire ad inanirsi in sustanza, che alla apparenza di nostri
occhi quell'aria ch'era compreso entro la concavitade di una bolla, va in casso;
perché ne è noto un mondo, in cui sempre cosa succede a cosa senza che sia
ultimo profondo, da onde, come da la mano del fabro, irreparabilmente emuiscano
in nulla. Non sono fini, termini, margini, muraglia che ne defrodino e
suttragano la infinita copia de le cose. Indi feconda è la terra ed il suo mare;
indi perpetuo è il vampo del sole, sumministrandosi eternamente esca a gli
voraci fuochi ed umori a gli attenuati mari; perché dall'infinito sempre nova
copia di materia sottonasce. Di maniera che megliormente intese Democrito ed
Epicuro che vogliono tutto per infinito rinovarsi e restituirsi, che chi si
forza di salvare eterno la costanza de l'universo, perché medesimo numero a
medesimo numero sempre succeda e medesime parti di materia con le medesime
sempre si convertano. Or provedete, signori astrologi, con li vostri pedissequi
fisici, per que' vostri cerchi che vi discriveno le fantasiate nove sfere
mobili; con le quali venete ad impriggionarvi il cervello di sorte che me vi
presentate non altrimente che come tanti papagalli in gabbia, mentre raminghi vi
veggio ir saltellando, versando e girando entro quelli. Conoscemo che sì grande
imperatore non ha sedia sì angusta, sì misero solio, sì arto tribunale, sì poco
numerosa corte, sì picciolo ed imbecille simulacro, che un fantasma parturisca,
un sogno fracasse, una mania ripare, una chimera disperda, una sciagura
sminuisca, un misfatto ne toglia, un pensiero ne restituisca; che con un soffio
si colme e con un sorso si svode; ma è un grandissimo ritratto, mirabile
imagine, figura eccelsa, vestigio altissimo, infinito ripresentante di
ripresentato infinito, e spettacolo conveniente all'eccellenza ed eminenza di
chi non può esser capito, compreso, appreso. Cossì si magnifica l'eccellenza de
Dio, si manifesta la grandezza de l'imperio suo: non si glorifica in uno, ma in
soli innumerabili: non in una terra, un mondo, ma in diececento mila, dico in
infiniti. Di sorte che non è vana questa potenza d'intelletto, che sempre vuole
e puote aggiungere spacio a spacio, mole a mole, unitade ad unitade, numero a
numero, per quella scienza che ne discioglie da le catene di uno angustissimo, e
ne promove alla libertà d'un augustissimo imperio, che ne toglie dall'opinata
povertà ed angustia alle innumerevoli ricchezze di tanto spacio, di sì
dignissimo campo, di tanti coltissimi mondi; e non fa che circolo d'orizonte,
mentito da l'occhio in terra e finto da la fantasia nell'etere spacioso, ne
possa impriggionare il spirto sotto la custodia d'un Plutone e la mercé d'un
Giove. Siamo exempti da la cura d'un tanto ricco possessore e poi tanto parco,
sordido ed avaro elargitore, e dalla nutritura di sì feconda e tuttipregnante e
poi sì meschina e misera parturiscente natura.
24 Altri molti sono i
degni ed onorati frutti che da questi arbori si raccoglieno, altre le messe
preciose e desiderabili che da questo seme sparso riportar si possono. Le quali,
per non più importunamente sollecitar la cieca invidia de gli nostri adversarii,
non ameniamo a mente, ma lasciamo comprendere dal giudizio di quei che possono
comprendere e giudicare. Li quali, da per se medesimi, potranno facilmente a
questi posti fondamenti sopraedificar l'intiero edificio de la nostra filosofia;
gii cui membri, se cossì piacerà a chi ne governa e muove, e se l'incominciata
impresa non ne verrà interrotta, ridurremo alla tanto bramata perfezione, a fine
che quello, che è seminato ne gli dialogi De la causa, principio ed uno,
per altri germoglie, per altri cresca, per altri si mature, per altri, mediante
una rara mietitura, ne addite e, per quanto è possibile, ne contente; mentre
(avendolo sgombrato de le veccie, de gli lolii e de le raccolte zizanie) di
frumento meglior che possa produr terreno de la nostra coltura, verremo ad
colmar il magazzino de studiosi ingegni.
25 Tra tanto, benché son certo che
non è bisogno de lo raccomandarvi, non lasciarò pure, per far parte del debito
mio, di procurar che vi sia veramente raccomandato quello che non intrattenete
tra vostri familiari come uomo di cui avete bisogno, ma come persona che ha
bisogno di voi per tante e tante caggioni che vedete; considerando che, per aver
appresso di voi tanti che vi serveno, non siete differente da plebei, borsieri e
mercanti; ma, per aver alcunamente degno che da voi sia promosso, difeso ed
aggiutato, sète, come sempre vi siete mostrato e fuste, conforme a' principi
magnanimi, eroi e Dei, li quali hanno ordinati pari vostri per la difesa de gli
loro amici. E vi ricordo quel che so che non bisogna ricordarvi: che non potrete
al fine esser tanto stimato dal mondo e gratificato da Dio, per essere amato e
rispettato da principi quantosivoglia grandi de la terra, quanto per amare,
difendere e conservare un di simili. Perché non è cosa che quelli che con la
fortuna vi son superiori, possono fare a voi che molti di lor superate con la
virtude, che possa durare più che gli vostri pareti e tapezzarie; ma tal cosa
voi possete fare ad altri, che facilmente vegna scritta nel libro
dell'eternitade, o sia quello che si vede in terra o sia quell'altro che si
crede in cielo: atteso che quanto che ricevete da altri, è testimonio de
l'altrui virtute, ma il tanto che fate ad altro, è segno ed indizio espresso de
la vostra. Vale.
Sonetto 1
1
Mio passar solitario, a quelle parti,
2 A quai drizzaste già l'alto pensiero,
3 Poggia
infinito, poi che fia mestiero
4 A l'oggetto agguagliar l'industrie
e l'arti.
5 Rinasci là; là su vogli' allevarti
6 Gli tuoi
vaghi pulcini, omai ch'il fiero
7 Destin av'ispedito il corso
intiero
8 Contra l'impresa, onde solea ritrarti.
9 Vanne da
me, che più nobil ricetto
10
Bramo ti godi; e arrai per guida un dio,
11 Che da chi nulla vede è cieco detto.
12 Il ciel
ti scampi, e ti sia sempre pio
13 Ogni nume di questo ampio
architetto;
14 E non tornar a me, se non sei mio.
Sonetto 2
1
Uscito de priggione angusta e nera,
2 Ove tant'anni error stretto m'avinse,
3 Qua
lascio la catena, che mi cinse
4 La man di mia nemica invid'e fera.
5 Presentarmi a la notte fosca sera
6 Oltre non mi potrà,
perché chi vinse
7 Il gran Piton, e del suo sangue tinse
8 L'acqui
del mar, ha spinta mia Megera.
9 A te mi volgo e assorgo, alma mia
voce:
10 Ti ringrazio, mio sol, mia diva luce;
11 Ti
consacro il mio cor, eccelsa mano,
12 Che m'avocaste da quel graffio
atroce,
13 Ch'a meglior stanze a me ti festi duce,
14 Ch'il
cor attrito mi rendeste sano.
Sonetto 3
1
E chi mi impenna, e chi mi scalda il core?
2 Chi non mi fa temer fortuna o morte?
3 Chi le
catene ruppe e quelle porte,
4
Onde rari son sciolti ed escon fore?
5 L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore
6 Figlie ed
armi del tempo, e quella corte
7 A cui né ferro, né diamante è
forte,
8 Assicurato m'han dal suo furore.
9 Quindi l'ali sicure a
l'aria porgo;
10 Né temo intoppo di cristallo o vetro,
11 Ma fendo
i cieli e a l'infinito m'ergo.
12 E mentre dal mio globo a gli
altri sorgo,
13 E per l'eterio campo oltre penetro:
14 Quel
ch'altri lungi vede, lascio al tergo.
Dialogo 1
Interlocutori: Elpino, Filoteo, Fracastorio,
Burchio.
1
\ ELP.\ Come è possibile che
l'universo sia infinito?
2
\ FIL.\ Come è possibile che l'universo sia
finito?
3 \ ELP.\ Volete voi che si possa dimostrar questa
infinitudine?
4 \ FIL.\ Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?
5 \ ELP.\ Che dilatazione è questa?
6 \ FIL.\ Che margine è
questa?
7 \ FRAC.\ Ad rem, ad rem, si iuvat; troppo a lungo ne
avete tenuto suspesi.
8
\ BUR.\ Venite presto a qualche raggione,
Filoteo, perché io mi prenderò spasso de ascoltar questa favola o fantasia.
9 \ FRAC.\ Modestius, Burchio: che dirai, se la verità
ti convincesse al fine?
10
\ BUR.\ Questo ancor che sia vero, io non lo
voglio credere; perché questo infinito non è possibile che possa esser capito
dal mio capo, né digerito dal mio stomaco; benché, per dirla, pure vorrei che
fusse cossì come dice Filoteo, perché se, per mala sorte, avenesse che io
cascasse da questo mondo, sempre trovarei di paese.
11 \ ELP.\ Certo, o
Filoteo, se noi vogliamo far il senso giudice o pur donargli quella prima che
gli conviene per quel che ogni notizia prende origine da lui, trovaremo forse
che non è facile di trovar mezzo per conchiudere quel che tu dici, più tosto che
il contrario. Or, piacendovi, cominciate a farmi intendere.
12 \ FIL.\
Non è senso che vegga l'infinito, non è senso da cui si richieda questa
conchiusione; perché l'infinito non può essere oggetto del senso; e però chi
dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder
con gli occhi la sustanza e l'essenza; e chi negasse per questo la cosa, perché
non è sensibile o visibile, verebe a negar la propria sustanza ed essere. Però
deve esser modo circa il dimandar testimonio del senso; a cui non doniamo luogo
in altro che in cose sensibili, anco non senza suspizione, se non entra in
giudizio gionto alla raggione. A l'intelletto conviene giudicare e render
raggione de le cose absenti e divise per distanza di tempo ed intervallo di
luoghi. Ed in questo assai ne basta ed assai sufficiente testimonio abbiamo dal
senso per quel, che non è potente a contradirne e che oltre fa evidente e
confessa la sua imbecillità ed insufficienza per l'apparenza de la finitudine
che caggiona per il suo orizonte, in formar della quale ancora si vede quanto
sia incostante. Or, come abbiamo per esperienza, che ne inganna nella superficie
di questo globo in cui ne ritroviamo, molto maggiormente doviamo averlo suspetto
quanto a quel termine che nella stellifera concavità ne fa comprendere.
13 \ ELP.\ A che dunque ne serveno gli sensi? Dite.
14 \ FIL.\ Ad eccitar la raggione solamente, ad accusare, ad
indicare e testificare in parte, non a testificare in tutto, né meno a
giudicare, né a condannare. Perché giamai, quantunque perfetti, son senza
qualche perturbazione. Onde la verità, come da un debile principio, è da gli
sensi in picciola parte, ma non è nelli sensi.
15 \ ELP.\ Dove dunque?
16 \ FIL.\ Ne l'oggetto sensibile come in un specchio, nella
raggione per modo di argumentazione e discorso, nell'intelletto per modo di
principio o di conclusione, nella mente in propria e viva forma.
17 \ ELP.\
Su dunque, fate vostre raggioni.
18 \ FIL.\ Cossì farò. Se il mondo è
finito ed estra il mondo è nulla, vi dimando: ove è il mondo? ove è l'universo?
Risponde Aristotele: è in se stesso. Il convesso del primo cielo è loco
universale; e quello, come primo continente, non è in altro continente, perché
il loco non è altro che superficie ed estremità di corpo continente; onde chi
non ha corpo continente, non ha loco. - Or che vuoi dir tu, Aristotele, per
questo, che "il luogo è in se stesso?", che mi conchiuderai per "cosa estra il
mondo?". Se tu dici che non v'è nulla; il cielo, il mondo, certo, non sarà in
parte alcuna;
-19 \ FRAC.\ Nullibi ergo erit mundis. Omne erit in nihilo.
20 \ FIL.\ - il mondo sarà qualcosa che non si trova. Se dici
(come certo mi par che vogli dir qualche cosa, per fuggir il vacuo ed il niente)
che estra il mondo è uno ente intellettuale e divino, di sorte che Dio venga ad
esser luogo di tutte le cose, tu medesimo sarai molto impacciato per farne
intendere come una cosa incorporea, intelligibile e senza dimensione possa esser
luogo di cosa dimensionata. Che se dici quello comprendere come una forma ed al
modo con cui l'anima comprende il corpo, non rispondi alla questione dell'estra
ed alla dimanda di ciò che si trova oltre e fuor de l'universo. E se tu vuoi
escusare con dire, che dove è nulla e dove non è cosa alcuna, non è anco luogo,
non è oltre, né extra, per questo non mi contentarai; perché queste sono paroli
ed iscuse che non possono entrare in pensiero. Perché è a fatto impossibile che
con qualche senso o fantasia (anco se si ritrovassero altri sensi ed altre
fantasie) possi farmi affirmare, con vera intenzione, che si trove tal
superficie, tal margine, tal estremità, extra la quale non sia o corpo o vacuo:
anco essendovi Dio, perché la divinità non è per impire il vacuo, e per
conseguenza non è in raggione di quella, in modo alcuno, di terminare il corpo;
perché tutto lo che se dice terminare, o è forma esteriore, o è corpo
continente. Ed in tutti i modi che lo volessi dire, sareste stimato
pregiudicatore alla dignità della natura divina ed universale.
21 \ BUR.\
Certo, credo che bisognarebe dire a costui che, se uno stendesse la mano oltre
quel convesso, che quella non verrebe essere in loco, e non sarebe in parte
alcuna, e per consequenza non arebe l'essere.
22 \ FIL.\ Giongo a
questo qualmente non è ingegno che non concepa questo dire peripatetico come una
implicata contradizione. Aristotele ha definito il loco, non come corpo
continente, non come certo spacio, ma come una superficie di continente corpo; e
poi il primo e principal e massimo luogo è quello a cui meno ed a fatto niente
conviene tal diffinizione. Quello è la superficie convessa del primo cielo, la
quale è superficie di corpo; e di tal corpo, il quale contiene solamente, e non
è contenuto. Or a far che quella superficie sia luogo, non si richieda che sia
di corpo contenuto, ma che sia di corpo continente. Se è superficie di corpo
continente, e non è gionta e continuata a corpo contenuto, è un luogo senza
locato; atteso che al primo cielo non conviene esser luogo, se non per la sua
su[per]ficie concava, la qual tocca la convessa del secondo. Ecco, dunque, come
quella definizione è vana e confusa ed interemptiva di se stessa. Alla qual
confusione si viene per aver quell'inconveniente, che vuol che estra il cielo
sia posto nulla.
23
\ ELP.\ Diranno i peripatetici che il primo
cielo è corpo continente per la superficie concava, e non per la convessa; e,
secondo quella, è luogo.
24
\ FRAC.\ Ed io soggiongo che dunque si trova
superficie di corpo continente la quale non è loco.
25 \ FIL.\ In somma, per
venir direttamente al proposito, mi par cosa ridicola il dire che estra il cielo
sia nulla, e che il cielo sia in se stesso, e locato per accidente, e loco per
accidente, idest per le sue parti. Ed intendasi quel che si voglia per il
suo per accidente; che non può fuggir che non faccia de uno doi; perché sempre è
altro ed altro quel che è continente e quel che è contenuto; e talmente altro ed
altro che, secondo lui medesimo, il continente è incorporeo ed il contenuto è
corpo; il continente è inmobile, il contenuto è mobile; il continente
matematico, il contenuto fisico. Or sia che si voglia di quella superficie,
constantemente dimandarò: che cosa è oltre quella? Se si risponde che è nulla,
questo dirò io esser vacuo, essere inane; e tal vacuo e tal inane che non ha
modo, né termine alcuno olteriore; terminato però citeriormente. E questo è più
difficile ad imaginare, che il pensar l'universo essere infinito ed immenso.
Perché non possiamo fuggire il vacuo, se vogliamo ponere l'universo finito.
Veggiamo adesso, se conviene che sia tal spacio in cui sia nulla. In questo
spacio infinito si trova questo universo (o sia per caso o per necessità o per
providenza, per ora non me ne impaccio). Dimando se questo spacio che contiene
il mondo, ha maggiore aptitudine di contenere un mondo, che altro spacio che sia
oltre.
26 \ FRAC.\ Certo mi par che non; perché dove è nulla, non è
differenza alcuna; dove non è differenza, non è altra ed altra aptitudine: e
forse manco è attitudine alcuna dove non è cosa alcuna.
27 \ ELP.\
Né tampoco inepzia alcuna. E delle due più tosto quella che questa.
28 \ FIL.\
Voi dite bene. Cossì dico io che, come il vacuo ed inane (che si pone
necessariamente con questo peripatetico dire) non ha aptitudine alcuna a
ricevere, assai meno la deve avere a ributtare il mondo. Ma di queste due
attitudini noi ne veggiamo una in atto, e l'altra non la possiamo vedere a
fatto, se non con l'occhio della raggione. Come dunque in questo spacio, equale
alla grandezza del mondo (il quale da platonici è detto materia), è questo
mondo, cossì un altro può essere in quel spacio ed in innumerabili spacii oltre
questo equali a questo.
29
\ FRAC.\ Certo, più sicuramente possiamo
giudicar in similitudine di quel che veggiamo e conoscemo, che in modo contrario
di quel che veggiamo e conoscemo. Onde, perché per il nostro vedere ed
esperimentare l'universo non si finisce, né termina a vacuo ed inane e di quello
non è nuova alcuna, raggionevolmente doviamo conchiuder cossì; perché, quando
tutte l'altre raggioni fussero equali, noi veggiamo che l'esperimento è
contrario al vacuo e non al pieno. Con dir questo, saremo sempre iscusati; ma
con dir altrimente, non facilmente fugiremo mille accusazioni ed inconvenienti.
Seguitate, Filoteo.
30
\ FIL.\ Dunque, dal canto del spacio infinito,
conosciamo certo che è attitudine alla recepzione di corpo, e non sappiamo
altrimente. Tutta volta mi bastarà avere che non ripugna a quella; almeno per
questa caggione, che dove è nulla, nulla oltraggia. Resta ora vedere se è cosa
conveniente che tutto il spacio sia pieno, o non. E qua, se noi consideriamo
tanto in quello che può essere quanto in quello che può fare, trovaremo sempre
non sol raggionevole, ma ancora necessario, che sia. Questo acciò sia manifesto,
vi dimando se è bene che questo mondo sia.
31 \ ELP.\ Molto bene.
32 \ FIL.\
Dunque è bene che questo spacio, che è equale alla dimension del mondo (il quale
voglio chiamar vacuo, simile ed indifferente al spacio, che tu direste esser
niente oltre la convessitudine del primo cielo), sia talmente ripieno. \ &R
ELP.\ Cossì è.
33 \ FIL.\ Oltre, te dimando: credi tu che sicome in questo
spacio si trova questa machina, detta mondo, che la medesima arebe possuto o
potrebe essere in altro spacio di questo inane?
34 \ ELP.\ Dirò de sì,
benché non veggio come nel niente e vacuo possiamo dire differenza di altro ed
altro.
35 \ FRAC.\ Io son certo che vedi, ma non ardisci di affirmare,
perché ti accorgi dove ti vuol menare.
36 \ ELP.\ Affirmatelo pur
sicuramente; perché è necessario dire ed intendere che questo mondo è in un
spacio; il quale, se il mondo non fusse, sarebe indifferente da quello che è
oltre il primo vostro mobile.
37 \ FRAC.\ Seguitate.
38 \ FIL.\
Dunque, sicome può ed ha possuto ed è necessariamente perfetto questo spacio per
la continenza di questo corpo universale, come dici; niente meno può ed ha
possuto esser perfetto tutto l'altro spacio.
39 \ ELP.\ Il concedo;
che per questo? Può essere, può avere: dunque è? dunque ha?
40 \ FIL.\
Io farò che, se vuoi ingenuamente confessare, che tu dica che può essere e che
deve essere e che è. Perché come sarebe male che questo spacio non fusse pieno,
cioè che questo mondo non fusse; non meno, per la indifferenza, è male che tutto
il spacio non sia pieno; e per consequenza l'universo sarà di dimensione
infinita e gli mondi saranno innumerabili.
41 \ ELP.\ La causa perché denno
essere tanti, e non basta uno?
42 \ FIL.\ Perché, se è male che
questo mondo non sia o che questo pieno non si ritrove, è al riguardo di questo
spacio o di altro spacio equale a questo?
43 \ ELP.\ Io dico che è male al
riguardo di quel che è in questo spacio, che indifferentemente si potrebe
ritrovare in altro spacio equale a questo.
44 \ FIL.\ Questo, se ben consideri,
viene tutto ad uno; perché la bontà di questo essere corporeo che è in questo
spacio o potrebe essere in altro equale a questo, rende raggione e riguarda a
quella bontà conveniente e perfezione che può essere in tale e tanto spacio,
quanto è questo, o altro equale a questo, e non ad quella che può essere in
innumerabili altri spacii, simili a questo. Tanto più che, se è raggione che sia
un buono finito, un perfetto terminato; improporzionalmente è raggione che sia
un buono infinito; perché, dove il finito bene è per convenienza e raggione,
l'infinito è per absoluta necessità.
45 \ ELP.\ L'infinito buono
certamente è, ma è incorporeo.
46 \ FIL.\ In questo siamo
concordanti, quanto a l'infinito incorporeo. Ma che cosa fa che non sia
convenientissimo il buono, ente, corporeo infinito? O che repugna che
l'infinito, implicato nel simplicissimo ed individuo primo principio, non venga
esplicato più tosto in questo suo simulacro infinito ed interminato, capacissimo
de innumerabili mondi, che venga esplicato in sì anguste margini, di sorte che
par vituperio il non pensare che questo corpo, che a noi par vasto e
grandissimo, al riguardo della divina presenza non sia che un punto, anzi un
nulla?
47 \ ELP.\ Come la grandezza de Dio non consiste nella
dimensione corporale in modo alcuno (lascio che non li aggionge nulla il mondo),
cossì la grandezza del suo simulacro non doviamo pensare che consista nella
maggiore e minore mole di dimensioni.
48 \ FIL.\ Assai bene dite, ma non
rispondete al nervo della raggione; perché io non richiedo il spacio infinito, e
la natura non ha spacio infinito, per la dignità della dimensione o della mole
corporea, ma per la dignità delle nature e specie corporee; perché
incomparabilmente meglio in innumerabili individui si presenta l'eccellenza
infinita, che in quelli che sono numerabili e finiti. Però, bisogna che di un
inaccesso volto divino sia un infinito simulacro, nel quale, come infiniti
membri, poi si trovino mondi innumerabili, quali sono gli altri. Però, per la
raggione de innumerabili gradi di perfezione, che denno esplicare la eccellenza
divina incorporea per modo corporeo, denno essere innumerabili individui, che
son questi grandi animali (de quali uno è questa terra, diva madre che ne ha
parturiti ed alimenta e che oltre non ne riprenderà), per la continenza di
questi innumerabili si richiede un spacio infinito. Nientemeno dunque è bene che
siano, come possono essere, innumerabili mondi simili a questo, come ha possuto
e può essere ed è bene che sia questo.
49 \ ELP.\ Diremo che questo mondo
finito, con questi finiti astri, comprende la perfezione de tutte cose.
50 \ FIL.\ Possete dirlo, ma non già provarlo; perché il mondo
che è in questo spacio finito, comprende la perfezione di tutte quelle cose
finite che son in questo spacio; ma non già dell'infinite che possono essere in
altri spacii innumerabili.
51
\ FRAC.\ Di grazia, fermiamoci, e non facciamo
come i sofisti li quali disputano per vencere, e mentre rimirano alla lor palma,
impediscono che essi ed altri non comprendano il vero. Or io credo che non sia
perfidioso tanto pertinace, che voglia oltre calunniare, che per la raggion del
spacio che può infinitamente comprendere, e per la raggione della bontà
individuale e numerale de infiniti mondi che possono essere compresi niente meno
che questo uno che noi conosciamo, hanno ciascuno di essi raggione di
convenientemente essere. Perché infinito spacio ha infinita attitudine, ed in
quella infinita attitudine si loda infinito atto di existenza; per cui
l'efficiente infinito non è stimato deficiente, e per cui l'attitudine non è
vana. Contentati dunque, Elpino, di ascoltar altre raggioni, se altre occorreno
a Filoteo.
52 \ ELP.\ Io veggio bene, a dire il vero, che dire il mondo,
come dite voi l'universo, interminato non porta seco inconveniente alcuno, e ne
viene a liberar da innumerabili angustie nelle quali siamo avilupati dal
contrario dire. Conosco particolarmente che ne bisogna con i peripatetici tal
volta dir cosa che nella nostra intenzione non tiene fondamento alcuno: come,
dopo aver negato il vacuo, tanto fuori quanto dentro l'universo, vogliamo pur
rispondere alla questione che cerca dove sia l'universo; e dire quello essere ne
le sue parti, per tema di dire che lo non sia in loco alcuno; come è dire
nullibi, nusquam. Ma non si può togliere che in quel modo è
bisogno di dire le parti ritrovarsi in qualche loco, e l'universo non essere in
loco alcuno né in spacio; il qual dire, come ognun vede, non può essere fondato
sopra intenzione alcuna, ma significa espressamente una pertinace fuga, per non
confessar la verità con ponere il mondo ed universo infinito, o con ponere il
spacio infinito; da le quali ambe posizioni séguita gemina confusione a chi le
tiene. Affermo dunque che, se il tutto è un corpo, e corpo sferico, e per
consequenza figurato e terminato, bisogna che sia terminato in spacio infinito;
nel quale, se vogliamo dire che sia nulla, è necessario concedere che sia il
vero vacuo: il quale, se è, non ha minor raggione in tutto che in questa parte
che qua veggiamo capace di questo mondo; se non è, deve essere il pieno, e
consequentemente l'universo infinito. E non meno insipidamente siegue il mondo
essere alicubi, avendo detto che estra quello è nulla, e che vi è nelle
sue parti, che se uno dicesse Elpino essere alicubi, perché la sua mano è
nel suo braccio, l'occhio nel suo volto, il piè nella gamba, il capo nel suo
busto. Ma, per venire alla conclusione e per non portarmi da sofista fissando il
piè su l'apparente difficoltadi, e spendere il tempo in ciancie, affermo quel
che non posso negare: cioè, che nel spacio infinito o potrebono essere infiniti
mondi simili a questo, o che questo universo stendesse la sua capacità e
comprensione di molti corpi, come son questi, nomati astri; ed ancora che (o
simili o dissimili che sieno questi mondi) non con minor raggione sarebe bene a
l'uno l'essere che a l'altro; perché l'essere de l'altro non ha minor raggione
che l'essere de l'uno, e l'essere di molti non minor che de l'uno e l'altro, e
l'essere de infiniti che di molti. Là onde, come sarebe male la abolizione ed il
non essere di questo mondo, cossì non sarebe buono il non essere de innumerabili
altri.
53 \ FRAC.\ Vi esplicate molto bene, e mostrate di comprender
bene le raggioni e non esser sofista, perché accettate quel che non si può
negare.
54 \ ELP.\ Pure vorei udire quel che resta di raggione del
principio e causa efficiente eterna: se a quella convegna questo effetto di tal
sorte infinito, e se per tanto in fatto tale effetto sia.
55 \ FIL.\
Questo è quel che io dovevo aggiongere. Perché, dopo aver detto l'universo dover
essere infinito per la capacità ed attitudine del spacio infinito, e per la
possibilità e convenienza dell'essere di innumerabili mondi, come questo; resta
ora provarlo e dalle circostanze dell'efficiente che deve averlo produtto tale,
o, per parlar meglio, produrlo sempre tale, e dalla condizione del modo nostro
de intendere. Possiamo più facilmente argumentare che infinito spacio sia simile
a questo che veggiamo, che argumentare che sia tale quale non lo veggiamo né per
essempio né per similitudine né per proporzione né anco per imaginazione alcuna
la quale al fine non destrugga se medesima. Ora, per cominciarla: perché
vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia ociosa? perché
vogliamo che la divina bontà la quale si può communicare alle cose infinite e si
può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed astrengersi in niente,
atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è niente? perché volete
quel centro della divinità, che può infinitamente in una sfera (se cossì si
potesse dire) infinita amplificarse, come invidioso, rimaner più tosto sterile
che farsi comunicabile, padre fecondo, ornato e bello? voler più tosto
comunicarsi diminutamente e, per dir meglio, non comunicarsi, che secondo la
raggione della gloriosa potenza ed esser suo? perché deve esser frustrata la
capacità infinita, defraudata la possibilità de infiniti mondi che possono
essere, pregiudicata la eccellenza della divina imagine che deverebe più
risplendere in uno specchio incontratto e secondo il suo modo di essere
infinito, immenso? perché doviamo affirmar questo che, posto, mena seco tanti
inconvenienti e, senza faurir leggi, religioni, fede o moralità in modo alcuno,
destrugge tanti principii di filosofia? Come vuoi tu che Dio, e quanto alla
potenza e quanto a l'operazione e quanto a l'effetto (che in lui son medesima
cosa), sia determinato, e come termino della convessitudine di una sfera, più
tosto che, come dir si può, termino interminato di cosa interminata? Termino,
dico, senza termine, per esser differente la infinità dell'uno da l'infinità
dell'altro: perché lui è tutto l'infinito complicatamente e totalmente, ma
l'universo è tutto in tutto (se pur in modo alcuno si può dir totalità, dove non
è parte né fine) explicatamente, e non totalmente; per il che l'uno ha raggion
di termine, l'altro ha raggion di terminato, non per differenza di finito ed
infinito, ma perché l'uno è infinito e l'altro è finiente secondo la raggione
del totale e totalmente essere in tutto quello che, benché sia tutto infinito,
non è però totalmente infinito; perché questo ripugna alla infinità
dimensionale.
56 \ ELP.\ Io vorrei meglio intender questo. Però mi farete
piacere di esplicarvi alquanto per quel che dite essere tutto in tutto
totalmente, e tutto in tutto l'infinito e totalmente infinito.
57 \ FIL.\
Io dico l'universo tutto infinito, perché non ha margine, termino, né
superficie; dico l'universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna
parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che
contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude
ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è
totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello.
58 \ ELP.\ Io intendo. Or seguite il vostro proposito.
59 \ FIL.\ Per tutte le raggioni, dunque, per le quali se dice
esser conveniente, buono, necessario questo mondo compreso come finito, deve
dirse esserno convenienti e buoni tutti gli altri innumerabili; a li quali, per
medesima raggione, l'omnipotenza non invidia l'essere; e senza li quali quella,
o per non volere o per non possere, verrebe ad esser biasimata per lasciar un
vacuo o, se non vuoi dir vacuo, un spacio infinito; per cui non solamente
verrebe suttratta infinita perfezione dello ente, ma anco infinita maestà
attuale allo efficiente nelle cose fatte se son fatte, o dependenti se sono
eterne. Qual raggione vuole che vogliamo credere, che l'agente che può fare un
buono infinito, lo fa finito? E se lo fa finito, perché doviamo noi credere che
possa farlo infinito, essendo in lui il possere ed il fare tutto uno? Perché è
inmutabile, non ha contingenzia nella operazione, né nella efficacia, ma da
determinata e certa efficacia depende determinato e certo effetto
inmutabilmente; onde non può essere altro che quello che è; non può esser tale
quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler altro che quel
che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa; atteso che
l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose mutabili.
60 \ FRAC.\ Certo, non è soggetto di possibilità o di potenza
quello che giamai fu, non è e giamai sarà; e veramente, se il primo efficiente
non può voler altro che quel che vuole, non può far altro che quel che fa. E non
veggo come alcuni intendano quel che dicono della potenza attiva infinita, a cui
non corrisponda potenza passiva infinita, e che quello faccia uno e finito che
può far innumerabili ne l'infinito ed inmenso, essendo l'azion sua necessaria,
perché procede da tal volontà quale, per essere inmutabilissima, anzi la
immutabilità istessa, è ancora la istessa necessità; onde sono a fatto medesima
cosa libertà, volontà, necessità, ed oltre il fare col volere, possere ed
essere.
61 \ FIL.\ Voi consentite, e dite molto bene. Adunque, bisogna
dir una de due: o che l'efficiente, possendo dependere da lui l'effetto
infinito, sia riconosciuto come causa e principio d'uno inmenso universo che
contiene mondi innumerabili; e da questo non siegue inconveniente alcuno, anzi
tutti convenienti, e secondo la scienza e secondo le leggi e fede; o che,
dependendo da lui un finito universo, con questi mondi (che son gli astri) di
numero determinato, sia conosciuto di potenza attiva finita e determinata, come
l'atto è finito e determinato; perché quale è l'atto, tale è la volontà, tale è
la potenza.
62 \ FRAC.\ Io completto ed ordino un paio di sillogismi in
questa maniera. Il primo efficiente, se volesse far altro che quel che vuol
fare, potrebe far altro che quel che fa; ma non può voler far altro che quel che
vuol fare; dunque non può far altro che quel che fa. Dunque, chi dice l'effetto
finito, pone l'operazione e la potenza finita. Oltre (che viene al medesimo): il
primo efficiente non può far se non quel che vuol fare; non vuol fare se non
quel che fa; dunque, non può fare se non quel che fa. Dunque, chi nega l'effetto
infinito, nega la potenza infinita.
63 \ FIL.\ Questi, se non son
semplici, sono demostrativi sillogismi. Tutta volta lodo che alcuni degni
teologi non le admettano; perché, providamente considerando, sanno che gli rozzi
popoli ed ignoranti con questa necessità vegnono a non posser concipere come
possa star la elezione e dignità e meriti di giusticia; onde, confidati o
desperati sotto certo fato, sono necessariamente sceleratissimi. Come talvolta
certi corrottori di leggi, fede e religione, volendo parer savii, hanno
infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scelerati che non eran
prima, dispreggiatori del ben fare ed assicuratissimi ad ogni vizio e
ribaldaria, per le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il
contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso e detrae alla grandezza ed
eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile
conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser
male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che
non son capaci de intenderlo senza iattura di costumi.
64 \ FRAC.\
Vero. Non si è trovato giamai filosofo, dotto ed uomo da bene che, sotto specie
o pretesto alcuno, da tal proposizione avesse voluto tirar la necessità delli
effetti umani e destruggere l'elezione. Come, tra gli altri, Platone ed
Aristotele, con ponere la necessità ed immutabilità in Dio, non poneno meno la
libertà morale e facultà della nostra elezione; perché sanno bene e possono
capire, come siano compossibili questa necessità e questa libertà. Però alcuni
di veri padri e pastori di popoli toglieno forse questo dire ed altro simile per
non donare comodità, a scelerati e seduttori nemici della civilità e profitto
generale, di tirar le noiose conclusioni abusando della semplicità ed ignoranza
di quei che difficilmente possono capire il vero e prontissimamente sono
inclinati al male. E facilmente condonaranno a noi di usar le vere proposizioni,
dalle quali non vogliamo inferir altro che la verità della natura e
dell'eccellenza de l'autor di quella; e le quali non son proposte da noi al
volgo, ma a sapienti soli che possono aver accesso all'intelligenza di nostri
discorsi. Da questo principio depende che gli non men dotti che religiosi
teologi giamai han pregiudicato alla libertà de filosofi; e gli veri, civili e
bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni; perché gli uni e
gli altri sanno che la fede si richiede per l'instituzione di rozzi popoli che
denno esser governati, e la demostrazione per gli contemplativi che sanno
governar sé ed altri.
65
\ ELP.\ Quanto a questa protestazione è detto
assai. Ritornate ora al proposito.
66 \ FIL.\ Per venir, dunque, ad
inferir quel che vogliamo, dico che, se nel primo efficiente è potenza infinita,
è ancora operazion da la quale depende l'universo di grandezza infinita e mondi
di numero infinito.
67
\ ELP.\ Quel che dite, contiene in sé gran
persuasione, se non contiene la verità. Ma questo che mi par molto verisimile,
io lo affermarò per vero, se mi potrete risolvere di uno importantissimo
argomento per il quale è stato ridutto Aristotele a negar la divina potenza
infinita intensivamente, benché la concedesse estensivamente. Dove la raggione
della negazione sua era che, essendo in Dio cosa medesima potenza e atto,
possendo cossì movere infinitamente, moverebbe infinitamente con vigore
infinito; il che se fusse vero, verrebe il cielo mosso in istante; perché, se il
motor più forte muove più velocemente, il fortissimo muove velocissimamente,
l'infinitamente forte muove istantaneamente. La raggione della affirmazione era,
che lui eternamente e regolatamente muove il primo mobile, secondo quella
raggione e misura con la quale il muove. Vedi dunque per che raggione li
attribuisce infinità estensiva - ma non infinità absoluta - ed intensivamente
ancora. Per il che voglio conchiudere che, sicome la sua potenza motiva infinita
è contratta all'atto di moto secondo velocità finita, cossì la medesima potenza
di far l'inmenso ed innumerabili è limitata dalla sua voluntà al finito e
numerabili. Quasi il medesimo vogliono alcuni teologi, i quali, oltre che
concedeno la infinità estensiva con la quale successivamente perpetua il moto
dell'universo, richiedeno ancora la infinità intensiva con la quale può far
mondi innumerabili, muovere mondi innumerabili, e ciascuno di quelli e tutti
quelli insieme muovere in uno istante: tutta volta, cossì ha temprato con la sua
voluntà la quantità della moltitudine di mondi innumerabili, come la qualità del
moto intensissimo. Dove, come questo moto, che procede pure da potenza infinita,
nulla obstante, è conosciuto finito, cossì facilmente il numero di corpi mondani
potrà esser creduto determinato.
68 \ FIL.\ L'argumento in vero è di
maggior persuasione ed apparenza che altro possa essere; circa il quale è detto
già a bastanza per quel, che si vuole che la volontà divina sia regolatrice,
modificatrice e terminatrice della divina potenza. Onde seguitano innumerabili
inconvenienti, secondo la filosofia al meno; lascio i principii teologali, i
quali con tutto ciò non admetteranno che la divina potenza sia più che la divina
volontà o bontà, e generalmente che uno attributo secondo maggior raggione
convegna alla divinità che un altro.
69 \ ELP.\ Or perché dunque hanno
quel modo di dire, se non hanno questo modo di intendere?
70 \ FIL.\
Per penuria di termini ed efficaci resoluzioni.
71 \ ELP.\ Or dunque voi,
che avete particular principii, con gli quali affermate l'uno, cioè che la
potenza divina è infinita intensiva ed estensivamente; e che l'atto non è
distinto dalla potenza, e che per questo l'universo è infinito e gli mondi sono
innumerabili; e non negate l'altro, che in fatto ciascuno de li astri o orbi,
come ti piace dire, vien mosso in tempo e non in instante; mostrate con quai
termini e con che risoluzione venete a salvar la vostra, o togliere l'altrui
persuasioni, per le quali giudicano, in conclusione, il contrario di quel che
giudicate voi.
72 \ FIL.\ Per la risoluzion di quel che cercate, dovete
avertire prima che, essendo l'universo infinito ed immobile, non bisogna cercare
il motor di quello. Secondo che, essendo infiniti gli mondi contenuti in quello,
quali sono le terre, li fuochi ed altre specie di corpi chiamati astri, tutti se
muoveno dal principio interno, che è la propria anima, come in altro loco
abbiamo provato; e però è vano andar investigando il lor motore estrinseco.
Terzo che questi corpi mondani si muoveno nella eterea regione non affissi o
inchiodati in corpo alcuno più che questa terra, che è un di quelli, è affissa;
la qual però proviamo che dall'interno animale instinto circuisce il proprio
centro, in più maniere, e il sole. Preposti cotali avertimenti secondo gli
nostri principii, non siamo forzati a dimostrar moto attivo né passivo di vertù
infinita intensivamente; perché il mobile ed il motore è infinito, e l'anima
movente ed il corpo moto concorreno in un finito soggetto; in ciascuno, dico, di
detti mondani astri. Tanto, che il primo principio non è quello che muove; ma,
quieto ed immobile, dà il posser muoversi a infiniti ed innumerabili mondi,
grandi e piccoli animali posti nell'amplissima reggione de l'universo, de quali
ciascuno, secondo la condizione della propria virtù, ha la raggione di mobilità,
motività ed altri accidenti.
73
\ ELP.\ Voi siete fortificato molto, ma non già
per questo gittate la machina delle contrarie opinioni. Le quali tutte hanno per
famoso e come presupposto, che l'Optimo Massimo muove il tutto. Tu dici che dona
il muoversi al tutto che si muove; e però il moto accade secondo la virtù del
prossimo motore. Certo, mi pare più tosto raggionevole di vantaggio che meno
conveniente questo tuo dire che il comune determinare; tutta volta, - per quel
che solete dire circa l'anima del mondo e circa l'essenza divina, che è tutta in
tutto, empie tutto ed è più intrinseca alle cose che la essenzia propria de
quelle, perché è la essenzia de le essenzie, vita de le vite, anima de le anime,
- però non meno mi par che possiamo dire lui movere il tutto, che dare al tutto
il muoversi. Onde il dubio già fatto par che anco stia su li suoi piedi.
74 \ FIL.\ Ed in questo facilmente posso satisfarvi. Dico,
dunque, che nelle cose è da contemplare, se cossì volete doi principii attivi di
moto: l'uno finito secondo la raggione del finito soggetto, e questo muove in
tempo; l'altro infinito secondo la raggione dell'anima del mondo, overo della
divinità, che è come anima de l'anima, la quale è tutta in tutto e fa esser
l'anima tutta in tutto; e questo muove in istante. La terra dunque ha dui moti.
Cossì tutti gli corpi che si muoveno, hanno dui principii di moto; de quali il
principio infinito è quello che insieme insieme muove ed ha mosso; onde, secondo
quella raggione, il corpo mobile non meno è stabilissimo che mobilissimo. Come
appare nella presente figura, che voglio significhe la terra; che è mossa in
instante in quanto che ha motore di virtù infinita. Quella, movendosi con il
centro da A in E, e tornando da E in A, e questo essendo in uno instante,
insieme insieme e in A ed in E ed in tutti gli luoghi tramezzanti; e però
insieme insieme è partita e ritornata; e questo essendo sempre cossì, aviene che
sempre sia stabilissima. Similmente, quanto al suo moto circa il centro, dove è
il suo oriente I, il mezzo giorno V, l'occidente K, il merinozio O; ciascuno di
questi punti circuisce per virtù di polso infinito; e però ciascuno di quelli
insieme insieme è partito ed è ritornato; per consequenza è fisso sempre, ed è
dove era. Tanto che, in conclusione, questi corpi essere mossi da virtù infinita
è medesimo che non esser mossi; perché movere in instante e non movere è tutto
medesimo ed uno. Rimane, dunque, l'altro principio attivo del moto, il quale è
dalla virtù intrinseca, e per conseguenza è in tempo e certa successione; e
questo moto è distinto dalla quiete. Ecco, dunque, come possiamo dire Dio
muovere il tutto; e come doviamo intendere, che dà il muoversi al tutto che si
muove.
75 \ ELP.\ Or che tanto alta ed efficacemente mi hai tolta e
risoluta questa difficoltà, io cedo a fatto al vostro giudizio, e spero oltre
sempre da voi ricevere simili resoluzioni; perché, benché in poco sin ora io
v'abbia pratticato e tentato, ho pur ricevuto e conceputo assai; e spero di gran
vantaggio più; perché, benché a pieno non vegga l'animo vostro, dal raggio che
diffonde scorgo che dentro si rinchiude o un sole oppure un luminar maggiore. E
da oggi in poi, non con speranza di superar la vostra sufficienza, ma con
dissegno di porgere occasione a vostre elucidazioni, ritornarò a proporvi, se vi
dignarete di farvi ritrovar per tanti giorni alla medesima ora in questo loco,
quanti bastaranno ad udir ed intender tanto che mi quiete a fatto la mente.
76 \ FIL.\ Cossì farò.
77 \ FRAC.\ Sarai gratissimo, e vi
saremo attentissimi auditori.
78 \ BUR.\ Ed io, quantunque poco
intendente, se non intenderò li sentimenti, ascoltarò le paroli; se non
ascoltarò le paroli, udirò la voce. Adio!
Dialogo 2
1
\ FIL.\ Perché il primo
principio è simplicissimo, però, se secondo uno attributo fusse finito, sarebe
finito secondo tutti gli attributi; o pure, secondo certa raggione intrinseca
essendo finito e secondo certa infinito, necessariamente in lui si intenderebe
essere composizione. Se, dunque, lui è operatore de l'universo, certo è
operatore infinito e riguarda effetto infinito; effetto dico, in quanto che
tutto ha dependenza da lui. Oltre, sicome la nostra imaginazione è potente di
procedere in infinito, imaginando sempre grandezza dimensionale oltra grandezza
e numero oltra numero, secondo certa successione e, come se dice, in potenzia,
cossì si deve intendere che Dio attualmente intende infinita dimensione ed
infinito numero. E da questo intendere séguita la possibilità con la convenienza
ed opportunità, che ponemo essere: dove, come la potenza attiva è infinita,
cossì, per necessaria conseguenza, il soggetto di tal potenza è infinito;
perché, come altre volte abiamo dimostrato, il posser fare pone il posser esser
fatto, il dimensionativo pone il dimensionabile, il dimensionante pone il
dimensionato. Giongi a questo che, come realmente si trovano corpi dimensionati
finiti, cossì l'intelletto primo intende corpo e dimensione. Se lo intende, non
meno lo intende infinito; se lo intende infinito ed il corpo è inteso infinito,
necessariamente tal specie intelligibile è; e per esser produtta da tale
intelletto, quale è il divino, è realissima; e talmente reale, che ha più
necessario essere che quello che attualmente è avanti gli nostri occhi
sensitivi. Quando, se ben consideri, aviene che, come veramente è uno individuo
infinito simplicissimo, cossì sia uno amplissimo dimensionale infinito, il quale
sia in quello, e nel quale sia quello, al modo con cui lui è nel tutto, ed il
tutto è in lui. Appresso, se per la qualità corporale veggiamo che un corpo ha
potenza di aumentarsi in infinito; come si vede nel fuoco, il quale, come ognun
concede, si amplificarebe in infinito, se si gli avicinasse materia ed esca;
qual raggion vuole, che il fuoco, che può essere infinito e può esser per
conseguenza fatto infinito, non possa attualmente trovarsi infinito? Certo non
so, come possiamo fengere nella materia essere qualche cosa in potenza passiva
che non sia in potenza attiva nell'efficiente, e per conseguenza in atto, anzi
l'istesso atto. Certo, il dire che lo infinito è in potenza ed in certa
successione e non in atto necessariamente apporta seco che la potenza attiva
possa ponere questo in atto successivo e non in atto compito; perché l'infinito
non può esser compito. Onde seguitarebe ancora che la prima causa non ha potenza
attiva semplice, absoluta ed una; ma una potenza attiva a cui risponde la
possibilità infinita successiva, ed un'altra a cui responde la possibilità
indistinta da l'atto. Lascio che, essendo terminato il mondo, e non essendo modo
di imaginare come una cosa corporea venga circonferenzialmente a finirsi ad una
cosa incorporea, sarebe questo mondo in potenza e facultà di svanirsi ed
annullarsi: perché, per quanto comprendemo, tutt'i corpi sono dissolubili.
Lascio, dico, che non sarebe raggion che tolga che tal volta l'inane infinito,
benché non si possa capire di potenza attiva, debba assorbire questo mondo come
un nulla. Lascio che il luogo, spacio ed inane ha similitudine con la materia,
se pur non è la materia istessa; come forse non senza caggione tal volta par che
voglia Platone e tutti quelli che definiscono il luogo come certo spacio. Ora,
se la materia ha il suo appetito, il quale non deve essere in vano, perché tale
appetito è della natura e procede da l'ordine della prima natura, bisogna che il
loco, il spacio, l'inane abbiano cotale appetito. Lascio che, come è stato di
sopra accennato, nessun di questi che dice il mondo terminato, dopo aver
affirmato il termine, sa in modo alcuno fingere come quello sia; ed insieme
insieme alcun di questi, negando il vacuo ed inane con le proposte e paroli, con
l'esecuzione poi ed effetto viene a ponerlo necessariamente. Se è vacuo ed
inane, è certo capace di ricevere; e questo non si può in modo alcuno negare,
atteso che - per tal raggione medesima, per la quale è stimato impossibile che
nel spacio dove è questo mondo, insieme insieme si trove contenuto un altro
mondo - deve esser detto possibile che nel spacio fuor di questo mondo, o in
quel niente, se cossì dir vuole Aristotele quello che non vuol dir vacuo, possa
essere contenuto. La raggione, per la quale lui dice dui corpi non possere
essere insieme, è l'incompossibilità delle dimensioni di uno ed un altro corpo:
resta, dunque, per quanto richiede tal raggione, che dove non sono le dimensioni
de l'uno, possono essere le dimensioni de l'altro. Se questa potenza vi è,
dunque il spacio in certo modo è materia; se è materia, ha l'aptitudine; se ha
l'aptitudine, per qual raggione doviamo negargli l'atto?
2 \ ELP.\
Molto bene. Ma di grazia, procediate in altro; fatemi intendere come differenza
fate tra il mondo e l'universo.
3 \ FIL.\ La differenza è molto
divolgata fuor della scola peripatetica. Gli stoici fanno differenza tra il
mondo e l'universo, perché il mondo è tutto quello che è pieno e costa di corpo
solido; l'universo è non solamente il mondo, ma oltre il vacuo, inane e spacio
extra di quello: e però dicono il mondo essere finito, ma l'universo infinito.
Epicuro similmente il tutto ed universo chiama una mescuglia di corpi ed inane;
ed in questo dice consistere la natura del mondo, il quale è infinito: e nella
capacità dell'inane e vacuo e, oltre, nella moltitudine di corpi che sono in
quello. Noi non diciamo vacuo alcuno, come quello che sia semplicemente nulla;
ma secondo quella raggione, con la quale ciò che non è corpo che resista
sensibilmente, tutto suole esser chiamato, se ha dimensione, vacuo: atteso che
comunmente non apprendeno l'esser corpo, se non con la proprietà di resistenza;
onde dicono che, sicome non è carne quello che non è vulnerabile, cossì non è
corpo quello che non resiste. In questo modo diciamo esser un infinito, cioè una
eterea regione inmensa, nella quale sono innumerabili ed infiniti corpi, come la
terra, la luna ed il sole; li quali da noi son chiamati mondi composti di pieno
e vacuo: perché questo spirito, questo aria, questo etere non solamente è circa
questi corpi, ma ancora penetra dentro tutti, e viene insito in ogni cosa.
Diciamo ancora vacuo secondo quella raggione, per la quale rispondemo alla
questione che dimandasse dove è l'etere infinito e gli mondi; e noi
rispondessimo: in un spacio infinito, in un certo seno nel quale ed è e
s'intende il tutto, ed il quale non si può intendere né essere in altro.
4 Or qua Aristotele, confusamente prendendo il vacuo secondo
queste due significazioni ed un'altra terza, che lui fenge e lui medesimo non sa
nominare né diffinire, si va dibattendo per togliere il vacuo: e pensa con il
medesimo modo di argumentare destruggere a fatto tutte le opinioni del vacuo. Le
quali però non tocca, più che se, per aver tolto il nome di qualche cosa, alcuno
pensasse di aver tolta la cosa; perché destrugge, se pur destrugge, il vacuo
secondo quella raggione la quale forse non è stata presa da alcuno: atteso che
gli antichi e noi prendiamo il vacuo per quello in cui può esser corpo e che può
contener qualche cosa ed in cui sono gli atomi e gli corpi; e lui solo
diffinisce il vacuo per quello che è nulla, in cui è nulla e non può esser
nulla. Laonde, prendendo il vacuo per nome ed intenzione secondo la quale
nessuno lo intese, vien a far castelli in aria e destruggere il suo vacuo e non
quello di tutti gli altri che han parlato di vacuo e si son serviti di questo
nome vacuo. Non altrimenti fa questo sofista in tutti gli altri propositi, come
del moto, infinito, materia, forma, demostrazione, ente; dove sempre edifica
sopra la fede della sua definizion propria e nome preso secondo nova
significazione. Onde ciascun che non è a fatto privo di giudizio, può facilmente
accorgersi quanto quest'uomo sia superficiale circa la considerazion della
natura de le cose, e quanto sia attaccato alle sue non concedute, né degne
d'esserno concedute, supposizioni, più vane nella sua natural filosofia che
giamai si possano fingere nella matematica. E vedete che di questa vanità tanto
si gloriò e si compiacque che, in proposito della considerazion di cose
naturali, ambisce tanto di esser stimato raziocinale o, come vogliam dire
logico, che, per modo d'improperio, quelli che son stati più solleciti della
natura, realità e verità, le chiama fisici. Or, per venire a noi, atteso che nel
suo libro Del vacuo né diretta né indirettamente dice cosa che possa
degnamente militare contra la nostra intenzione, lo lasciamo star cossì,
rimettendolo forse a più ociosa occasione. Dunque, se ti piace, Elpino, forma ed
ordina quelle raggioni, per le quali l'infinito corpo non viene admesso da gli
nostri adversarii, ed appresso quelle, per le quali non possono comprendere
essere mondi innumerabili.
5
\ ELP.\ Cossì farò. Io referirò le sentenze
d'Aristotele per ordine, e voi direte circa quelle ciò che vi occorre. "È da
considerare", dice egli, "se si trova corpo infinito, come alcuni antichi
filosofi dicono, o pur questo sia una cosa impossibile; ed appresso è da vedere
se sia uno over più mondi. La risoluzion de le quali questioni è
importantissima: perché l'una e l'altra parte della contradizione son di tanto
momento, che son principio di due sorte di filosofare molto diverso e contrario:
come, per essempio, veggiamo, che da quel primo error di coloro che hanno poste
le parti individue, hanno chiuso il camino di tal sorte, che vegnono ad errare
in gran parte della matematica. Snodaremo dunque proposito di gran momento per
le passate, presenti e future difficultadi; perché, quantunque poco di
trasgressione che si fa nel principio, viene per diecemila volte a farsi
maggiore nel progresso; come, per similitudine, nell'errore che si fa nel
principio di qualche camino, il quale tanto più si va aumentando e crescendo,
quanto maggior progresso si fa allontanandosi dal principio, di sorte che al
fine si viene ad giongere a termine contrario a quello che era proposto. E la
raggion di questo è, che gli principii son piccioli in grandezza e grandissimi
in efficacia. Questa è la raggione della determinazione di questo dubio".
6 \ FIL.\ Tutto lo che dice è necessarissimo, e non meno degno
di esser detto da gli altri che da lui; perché, sicome lui crede, che da questo
principio mal inteso gli aversarii sono trascorsi in grandi errori, cossì, a
l'apposito, noi credemo e veggiamo aperto, che dal contrario di questo principio
lui ha pervertita tutta la considerazion naturale.
7 \ ELP.\ Soggionge:
"Bisogna dunque, che veggiamo, se è possibile, che sia corpo semplice di
grandezza infinita; il che primeramente deve esser mostrato impossibile in quel
primo corpo, che si muove circularmente; appresso, negli altri corpi; perché,
essendo ogni corpo o semplice o composto, questo, che è composto, siegue la
disposizion di quello che è semplice. Se, dunque, gli corpi semplici non sono
infiniti né di numero né di grandezza, necessariamente non potrà esser tale
corpo composto".
8 \ FIL.\ Promette molto bene; perché, se lui provarà, che il
corpo il quale è chiamato continente e primo, sia continente, primo e finito,
sarà anco soverchio e vano di provarlo appresso di corpi contenuti.
9 \ ELP.\
Or prova che il corpo rotondo non è infinito. "Se il corpo rotondo è infinito,
le linee, che si partono dal mezzo, saranno infinite, e la distanza d'un
semidiametro da l'altro (gli quali, quanto più si discostano dal centro, tanto
maggior distanza acquistano) sarà infinita; perché dalla addizione delle linee
secondo la longitudine è necessario che siegua maggior distanza; e però, se le
linee sono infinite, la distanza ancora sarà infinita. Or è cosa impossibile,
che il mobile possa trascorrere distanza infinita: e nel moto circolare è
bisogno, che una linea semidiametrale del mobile venga al luogo dell'altro ed
altro semidiametro".
10
\ FIL.\ Questa raggione è buona, ma non è a
proposito contra l'intenzione de gli aversarii. Perché giamai s'è ritrovato sì
rozzo e d'ingegno sì grosso, che abbia posto il mondo.infinito e magnitudine
infinita, e quella mobile. E mostra lui medesimo essersi dismenticato di quel
che riferisce nella sua Fisica: che quei che hanno posto uno ente ed uno
principio infinito, hanno posto similmente inmobile; e né lui ancora, né altro
per lui, potrà nominar mai alcun filosofo o pur uomo ordinario che abbia detto
magnitudine infinita mobile. Ma costui, come sofista, prende una parte della sua
argumentazione dalla conclusione dell'aversario, supponendo il proprio
principio, che l'universo è mobile, anzi che si muove, e che è di figura
sferica. Or vedete, se de quante raggioni produce questo mendico, se ne ritrove
pur una che argumente contra l'intenzione di quei, che dicono uno infinito,
inmobile, infigurato, spaciosissimo continente de innumerabili mobili, che son
gli mondi, che son chiamati astri da altri, e da altri sfere; vedete un poco in
questa ed altre raggioni, se mena presuppositi conceduti da alcuno.
11 \ ELP.\
Certo, tutte le sei raggioni sono fondate sopra quel presupposito, cioè che
l'aversario dica, che l'universo sia infinito, e che gli admetta, che quello
infinito sia mobile: il che certo è una sciocchezza, anzi una irrazionalità, se
pur per sorte non vogliamo far concorrere in uno l'infinito moto e l'infinita
quiete, come mi verificaste ieri in proposito di mondi particolari.
12 \ FIL.\
Questo non voglio dire in proposito de l'universo, al quale, per raggion veruna,
gli deve essere attribuito il moto; perché questo non può, né deve convenire, né
richiedersi a l'infinito; e giamai, come è detto, si trovò chi lo imaginasse. Ma
questo filosofo, come quello che avea caristia di terreno, edifica tai castelli
in aria.
13 \ ELP.\ Certo, desiderarei un argumento, che impugnasse
questo che dite; perché cinque altre raggioni, che apporta questo filosofo,
tutte fanno il medesimo camino, e vanno con gli medesimi piedi. Però mi par cosa
soverchia di apportarle. Or, dopo che ebbe prodotte queste, che versano circa il
moto mondano e circolare, procede a proponer quelle, che son fondate sopra il
moto retto; e dice parimente "essere impossibile, che qualche cosa sia mobile di
infinito moto verso il mezzo, o al basso, oltre verso ad alto dal mezzo"; ed il
prova prima dal canto di moti proprii di tai corpi, e questo sì quanto a gli
corpi estremi, sì quanto agli tramezzanti. "Il moto ad alto", dice egli, "ed il
moto al basso son contrarii: ed il luogo de l'un moto è contrario al luogo de
l'altro moto. De gli contrarii ancora, se l'uno è determinato, bisogna che sia
determinato ancor l'altro; ed il tramezzante, che è partecipe de l'uno e l'altro
determinato, convien che sia tale ancor lui; perché non da qualsivoglia, ma da
certa parte bisogna che si parta quello che deve passar oltre il mezzo, perché è
un certo termine, onde cominciano, ed è un altro termine, ove si finisceno i
limiti del mezzo. Essendo dunque determinato il mezzo, bisogna che sieno
determinati gli estremi; e se gli estremi son determinati, bisogna che sia
determinato il mezzo; e se gli luoghi son determinati, bisogna che gli corpi
collocati sieno tali ancora, perché altrimente il moto sarà infinito. Oltre,
quanto alla gravità e levità, il corpo, che va verso alto, può devenire a
questo, che sia in tal luogo: perché nessuna inclinazion naturale è in vano.
Dunque, non essendo spacio del mondo infinito, non è luogo, né corpo infinito.
Quanto al peso ancora, non è grave e leve infinito; dunque, non è corpo
infinito: come è necessario, che, se il corpo grave è infinito, la sua gravità
sia infinita. E questo non si può fuggire; perché, se tu volessi dire, che il
corpo infinito ha gravità infinita, seguitarebono tre inconvenienti. Primo, che
medesima sarebe la gravità o levità di corpo finito ed infinito; perché al corpo
finito grave, per quanto è sopraavanzato dal corpo infinito, io farrò addizione
e suttrazione di altro ed altro tanto, fin che possa aggiungere a quella
medesima quantità di gravità e levità. Secondo, che la gravità della grandezza
finita potrebe esser maggiore che quella de l'infinita; perché con tal raggione,
per la quale gli può essere equale, gli può ancora essere superiore, con
aggiungere quanto ti piace più di corpo grave, o suttrarre di questo, o pur
aggiongere di corpo lieve. Terzo, che la gravità della grandezza finita ed
infinita sarebbe equale; e perché quella proporzione, che ha la gravità alla
gravità, la medesima ha la velocità alla velocità, seguitarebe similmente, che
la medesima velocità e tardità si potrebero trovare in corpo finito ed infinito.
Quarto, che la velocità del corpo finito potrebe esser maggiore di quella de
l'infinito. Quinto, che potrebe essere equale; o pur, sicome il grave eccede il
grave, cossì la velocità excede la velocità: trovandosi gravità infinita, sarà
necessario che si muova per alcun spacio in manco tempo, che la gravità finita;
o vero non si muova, perché la velocità e tardità séguita la grandezza del
corpo. Onde, non essendo proporzione tra il finito ed infinito, bisognarà al
fine, che il grave infinito non si muova; perché, s'egli si muove, non si muove
tanto velocemente, che non si trove gravità finita, che nel medesimo tempo, per
il medesimo spacio, faccia il medesimo progresso".
14 \ FIL.\ È impossibile
di trovare un altro che, sotto titolo di filosofo, fengesse più vane
supposizioni e si fabricasse sì stolte posizioni al contrario, per dar luogo a
tanta levità quanta si vede nelle raggioni di costui. Or, per quanto appartiene
a quel che dice de' luoghi proprii di corpi e del determinato alto, basso ed
infra, vorei sapere contra qual posizione argumente costui. Perché tutti quelli
che poneno corpo e grandezza infinita, non poneno mezzo né estremo in quella.
Perché chi dice l'inane, il vacuo, l'etere infinito, non gli attribuisce
gravità, né levità, né moto, né regione superiore, né inferiore, né mezzana; e
ponendo poi quelli in cotal spacio infiniti corpi, come è questa terra, quella e
quell'altra terra, questo sole, quello e quell'altro sole, tutti fanno gli lor
circuiti dentro questo spacio infinito per spacii finiti e determinati o pur
circa gli proprii centri. Cossì noi che siamo in terra, diciamo la terra essere
al mezzo, e tutti gli filosofi moderni ed antichi, sieno di qualsivoglia setta,
diranno questa essere in mezzo senza pregiudicare a' suoi principii; come noi
diciamo al riguardo dell'orizonte magiore di questa eterea regione che ne sta in
circa, terminata da quello equidistante circolo, al riguardo di cui noi siamo
come al centro. Come niente manco coloro che sono nella luna, s'intendeno aver
circa questa terra, il sole ed altre ed altre stelle, che sono circa il mezzo ed
il termine de gli proprii semidiametri del proprio orizonte; cossì non è più
centro la terra che qualsivoglia altro corpo mondano, e non son più certi
determinati poli alla terra che la terra sia un certo e determinato polo a
qualch'altro punto dell'etere e spacio mondano; e similmente de tutti gli altri
corpi; li quali medesimi, per diversi riguardi, tutti sono e centri e punti di
circunferenza e poli e zenithi ed altre differenze. La terra, dunque, non è
absolutamente in mezzo de l'universo, ma al riguardo di questa nostra reggione.
15 Procede, dunque, questo disputante con petizione di
principio e presupposizione di quello che deve provare. Prende, dico, per
principio l'equivalente all'opposito della contraria posizione; presupponendo
mezzo ed estremo contra quelli che, dicendo il mondo infinito, insieme insieme
negano questo estremo e mezzo necessariamente e per consequenza il moto ad alto
e supremo luogo, ed al basso ed infimo. Vederno dunque gli antichi, e veggiamo
ancor noi, che qualche cosa viene alla terra ove siamo, e qualche cosa par che
si parta della terra o pur dal luogo dove siamo. Dove, se diciamo e vogliam dir
che il moto di tal cose è ad alto ed al basso, se intende in certa regione, in
certi rispetti; di sorte che, se qualche cosa, allontanandosi da noi, procede
verso la luna, come noi diciamo che quella ascende, color che sono nella luna
nostri anticefi, diranno che descende. Que' moti, dunque, che sono
nell'universo, non hanno differenza alcuna di su, di giù, di qua, di là al
rispetto dell'infinito universo, ma di finiti mondi che sono in quello, o presi
secondo le amplitudini di innumerabili orizonti mondani o secondo il numero di
innumerabili astri; dove ancora la medesima cosa, secondo il medesimo moto, al
riguardo de diversi, si dice andar da alto e da basso. Determinati corpi,
dunque, non hanno moto infinito, ma finito e determinato circa gli proprii
termini. Ma de l'indeterminato ed infinito non è finito né infinito moto, e non
è differenza di loco né di tempo.
16 Quanto poi all'argomento che fa
dalla gravità e levità, diciamo che questo è un de' più bei frutti che potesse
produrre l'arbore della stolida ignoranza. Perché gravità, come dimostraremo nel
luogo di questa considerazione, non si trova in corpo alcuno intiero e
naturalmente disposto e collocato; e però non sono differenze che denno
distinguere la natura di luoghi e raggion di moto. Oltre che mostraremo, che
grave e lieve viene ad esser detta medesima cosa secondo il medesimo appulso e
moto al riguardo di diversi mezzi; come anco al rispetto di diversi, medesima
cosa se dice essere alta e bassa, muoversi su e giù. E questo dico quanto a gli
corpi particulari e mondi particulari; de quali nessuno è grave o lieve: e ne
gli quali le parti, allontanandosi e diffondendosi da quelli, si chiamano lievi;
e ritornando a gli medesimi, si chiamano gravi; come le particole de la terra o
di cose terrestri verso la circonferenza de l'etere se dicono salire, e verso il
suo tutto se dicono descendere. Ma quanto all'universo e corpo infinito, chi si
ritrovò giamai che dicesse grave o lieve? o pur chi puose tai principii e delirò
talmente che per conseguenza possa inferirse dal suo dire, che l'infinito sia
grave o lieve? debbia ascendere, montare o poggiare? Noi mostraremo come de
infiniti corpi che sono, nessuno è grave, né lieve. Perché queste qualitadi
accadeno alle parti per quanto tendeno al suo tutto e luogo della sua
conservazione, e però non hanno riguardo all'universo, ma agli proprii mondi
continenti ed intieri; come ne la terra, volendo le parti del fuoco liberarsi e
poggiar verso il sole, menano sempre seco qualche porzione de l'arida e de
l'acqua a cui son congionte; le quali, essendono moltiplicate sopra o in alto,
cossì con proprio e naturalissimo appulso ritornano al suo luogo. Oltre e per
conseguenza rinforzate, che gli gran corpi sieno gravi o lievi non è possibile,
essendo l'universo infinito; e per tanto non hanno raggione di lontananza o
propinquità dalla o alla circonferenza o centro; indi non è più grave la terra
nel suo luogo, che il sole nel suo, Saturno nel suo, la tramontana nel suo.
Potremo però dire che, come sono le parti della terra che ritornano alla terra
per la loro gravità, - ché cossì vogliamo dire l'appulso de le parti al tutto, e
del peregrino al proprio loco, - cossì sono le parti de li altri corpi, come
possono esser infinite altre terre o di simile condizione, infiniti altri soli o
fuochi o di simile natura. Tutti si moveno dalli luoghi circonferenziali al
proprio continente, come al mezzo: onde seguitarebe che sieno infiniti corpi
gravi secondo il numero. Non però verrà ad essere gravità infinita, come in un
soggetto ed intensivamente, ma come in innumerabili soggetti ed estensivamente.
E questo è quello che séguita dal dire di tutti gli antichi e nostro; e contra
questo non ebbe argumento alcuno questo disputante. Quel, dunque, che lui dice
dell'impossibilità dell'infinito grave, è tanto vero ed aperto che è vergogna a
farne menzione; ed in modo alcuno non appartiene a destruggere l'altrui e
confirmar la propria filosofia; ma son propositi tutti e paroli gittati al
vento.
17 \ ELP.\ La vanità di costui nelle predette raggioni è più
che manifesta, di sorte che non bastarebbe tutta l'arte persuasiva di escusarla.
Or udite le raggioni che soggionge per conchiudere universalmente che non sia
corpo infinito. "Or", dice lui, "essendo manifesto a quelli che rimirano alle
cose particolari, che non è corpo infinito, resta di vedere al generale, se sia
questo possibile. Perché potrebe alcuno dire che, sicome il mondo è cossì
disposto circa di noi, cossì non sia impossibile che sieno altri più cieli. Ma,
prima che vengamo a questo, raggioniamo generalmente dell'infinito. È dunque
necessario, che ogni corpo o sia infinito; e questo o sia tutto di parte
similari, o di parte dissimilari; e queste o costano di specie finite, o pur di
specie infinite. Non è possibile, che coste de infinite specie, se vogliamo
presupponere quel ch'abbiamo detto, cioè che sieno più mondi simili a questo;
perché, sicome è disposto questo mondo circa noi, cossì sia disposto circa
altri, e sieno altri cieli. Perché, se son determinati gli primi moti, che sono
circa il mezzo, bisogna che sieno determinati li moti secondi; e per tanto, come
già distinguemo cinque sorte di corpi, de quali dui son semplicemente gravi o
lievi, e dui mediocremente gravi o lievi, ed uno né grave, né lieve, ma agile
circa il centro, cossì deve essere ne gli altri mondi. Non è dunque possibile,
che coste d'infinite specie. Non è ancora possibile che coste di specie finite".
E primieramente prova, che non costa di specie finite dissimilari, per quattro
raggioni, de quali la prima è, che "ciascuna di queste parti infinite sarà acqua
o fuoco, e per consequenza cosa grave o lieve. E questo è stato dimostrato
impossibile, quando si è visto, che non è gravità, né levità infinita".
18 \ FIL.\ Noi abbiamo assai detto, quando rispondevamo a
quello.
19 \ ELP.\ Io lo so. Soggionge la seconda raggione, dicendo,
che "bisogna che di queste specie ciascuna sia infinita, e per consequenza il
luoco di ciascuna deve essere infinito: onde seguitarà che il moto di ciascuna
sia infinito; il che è impossibile. Perché non può essere, che un corpo che va
giù, corra per infinito al basso; il che è manifesto da quel che si trova in
tutt'i moti e trasmutazioni. Come nella generazione non si cerca di fare quel
che non può esser fatto, cossì nel moto locale non si cerca il luogo, ove non si
possa giunger mai; e quello che non è possibile che sia in Egitto, è impossibile
che si muova in verso Egitto; perché la natura nessuna cosa opra in vano.
Impossibile è, dunque, che cosa si muova verso là dove non può pervenire".
20 \ FIL.\ A questo si è risposto assai; e diciamo che son
terre infinite, son soli infiniti, è etere infinito; o secondo il dir di
Democrito ed Epicuro, è pieno e vacuo infinito; l'uno insito ne l'altro. E son
diverse specie finite, le une comprese da le altre, e le une ordinate a le
altre. Le quali specie diverse tutte se hanno come concorrenti a fare un intiero
universo infinito, e come ancora infinite parti de l'infinito, in quanto che da
infinite terre simili a questa proviene in atto terra infinita, non come un solo
continuo, ma come un compreso dalla innumerabile moltitudine di quelle.
Similmente se intende de le altre specie di corpi, sieno quattro o sieno due o
sieno tre o quante si voglia (non determino al presente); le quali, come che
sono parte (in modo che si possono dir parte) de l'infinito, bisogna che sieno
infinite, secondo la mole che resulta da tal moltitudine. Or qui non bisogna che
il grave vada in infinito al basso. Ma come questo grave va al suo prossimo e
connatural corpo, cossì quello al suo, quell'altro al suo. Ha questa terra le
parti che appartengono a lei; ha quella terra le parti sue appartenenti a sé.
Cossì ha quel sole le sue parti che si diffondeno da lui e cercano di ritornare
a lui; ed altri corpi similmente riaccoglieno naturalmente le sue parti. Onde,
sì come le margini e le distanze de gli uni corpi a gli altri corpi son finite,
cossì gli moti son finiti; e sicome nessuno si parte da Grecia per andare in
infinito, ma per andar in Italia o in Egitto, cossì, quando parte di terra o di
sole si move, non si propone infinito, ma finito e termine. Tutta volta, essendo
l'universo infinito e gli corpi suoi tutti trasmutabili, tutti per conseguenza
diffondeno sempre da sé e sempre in sé accoglieno, mandano del proprio fuora e
accogliono dentro del peregrino. Non stimo che sia cosa assorda ed
inconveniente, anzi convenientissima e naturale, che sieno transmutazion finite
possibili ad accadere ad un soggetto; e però de particole de la terra vagar
l'eterea regione e occorrere per l'inmenso spacio ora ad un corpo ora ad un
altro, non meno che veggiamo le medesime particole cangiarsi di luogo, di
disposizione e di forma, essendono ancora appresso di noi. Onde questa terra, se
è eterna ed è perpetua, non è tale per la consistenza di sue medesime parti e di
medesimi suoi individui, ma per la vicissitudine de altri che diffonde, ed altri
che gli succedeno in luogo di quelli; in modo che, di medesima anima ed
intelligenza, il corpo sempre si va a parte a parte cangiando e rinovando. Come
appare anco ne gli animali, li quali non si continuano altrimente se non con gli
nutrimenti che riceveno, ed escrementi che sempre mandano; onde chi ben
considera saprà che giovani non abbiamo la medesima carne che avevamo fanciulli,
e vecchi non abbiamo quella medesima che quando eravamo giovani; perché siamo in
continua trasmutazione, la qual porta seco che in noi continuamente influiscano
nuovi atomi e da noi se dipartano li già altre volte accolti. Come circa il
sperma, giongendosi atomi ad atomi per la virtù dell'intelletto generale ed
anima (mediante la fabrica in cui, come materia, concorreno), se viene a formare
e crescere il corpo, quando l'influsso de gli atomi è maggior che l'efflusso, e
poi il medesimo corpo è in certa consistenza quando l'efflusso è equale a
l'influsso, ed al fine va in declinazione, essendo l'efflusso maggior che
l'influsso. Non dico l'efflusso ed influsso assolutamente, ma l'efflusso del
conveniente e natio e l'influsso del peregrino e sconveniente; il quale non può
esser vinto dal debilitato principio per l'efflusso; il quale è pur continuo del
vitale come del non vitale. Per venir, dunque, al punto, dico che per cotal
vicissitudine non è inconveniente, ma raggionevolissimo dire, che le parti ed
atomi abbiano corso e moto infinito per le infinite vicissitudini e
transmutazioni tanto di forme quanto di luoghi. Inconveniente sarebbe se, come a
prosimo termine prescritto di transmutazion locale, over di alterazione, si
trovasse cosa che tendesse in infinito. Il che non può essere, atteso che, non
sì tosto una cosa è mossa da uno che si trove in un altro luogo, è spogliata di
una che non sia investita di un'altra disposizione, e lasciato uno che non abbia
preso un altro essere; il quale necessariamente séguita dalla alterazione; la
quale necessariamente séguita dalla mutazion locale. Tanto che il soggetto
prossimo e formato non può muoversi se non finitamente, perché facilmente
accoglie un'altra forma se muta loco. Il soggetto primo e formabile se muove
infinitamente, e secondo il spacio e secondo il numero delle figurazioni; mentre
le parti della materia s'intrudeno ed extrudeno da questo in quello e in
quell'altro loco, parte e tutto.
21 \ ELP.\ Io intendo molto bene.
Soggionge per terza raggione, che, "se si dicesse l'infinito discreto e
disgionto, onde debbano essere individui e particolari fuochi infiniti, e
ciascun di quelli poi essere finito, nientemanco accaderà, che quel fuoco, che
resulta da tutti gl'individui, debba essere infinito".
22 \ FIL.\
Questo ho già conceduto; e per sapersi questo, lui non dovea forzarsi contra di
ciò da che non séguita inconveniente alcuno. Perché, se il corpo vien disgiunto
o diviso in parte localmente distinte, de le quali l'una pondere cento, l'altra
mille, l'altra diece, seguitarà che il tutto pondere mille cento e diece. Ma ciò
sarà secondo più pesi discreti, e non secondo un peso continuo. Or noi e gli
antichi non abbiamo per inconveniente che in parti discrete se ritrove peso
infinito; perché da quelle resulta un peso logicamente, o pur aritmetrica o
geometricamente, che vera e naturalmente non fanno un peso, come non fanno una
mole infinita, ma fanno infinite mole e pesi finiti. Il che dire, imaginare ed
essere, non è il medesimo, ma molto diverso. Perché da questo non séguita che
sia un corpo infinito di una specie, ma una specie di corpo in infiniti finiti;
né è però un pondo infinito, infiniti pondi finiti, atteso che questa
infinitudine non è come di continuo, ma come di discreti; li quali sono in un
continuo infinito, che è il spacio, il loco e dimensione capace di quelli tutti.
Non è dunque inconveniente che sieno infiniti discreti gravi, quali non fanno un
grave; come infinite acqui le quali non fanno un'acqua infinita, infinite parti
di terra che non fanno una terra infinita: di sorte che sono infiniti corpi in
moltitudine, li quali fisicamente non componeno un corpo infinito di grandezza.
E questo fa grandissima differenza; come proporzionalmente si vede nel tratto
della nave, la quale viene tratta da diece uniti, e non sarà mai tirata da
migliaia de migliaia disuniti e per ciascuno.
23 \ ELP.\ Con questo ed
altro dire mille volte avete risoluto lo che pone per quarta ragione; la qual
dice che, "se s'intende corpo infinito, è necessario che sia inteso infinito
secondo tutte le dimensioni; onde da nessuna parte può essere qualche cosa extra
di quello: dunque non è possibile che in corpo infinito sieno più dissimili, de
quali ciascuno sia infinito".
24 \ FIL.\ Tutto questo è vero e non
contradice a noi, che abbiamo tante volte detto che sono più dissimili finiti in
uno infinito, ed abbiamo considerato come questo sia. Forse proporzionalmente,
come se alcun dicesse esser più continui insieme, come per essempio e
similitudine in un liquido luto, dove sempre ed in ogni parte l'acqua è
continuata a l'acqua, e la terra a la terra; dove, per la insensibilità del
concorso de le minime parti di terra e minime parti d'acqua, non si diranno
discreti né più continui, ma uno continuo, il quale non è acqua, non è terra, ma
è luta. Dove indifferentemente ad un altro può piacere di dire, che non
propriamente l'acqua è continuata a l'acqua, e la terra a la terra, ma l'acqua a
la terra, e la terra a l'acqua; e può similmente venire un terzo, che, negando
l'uno e l'altro modo di dire, dica il luto esser continuato al luto. E secondo
queste raggioni può esser preso l'universo infinito come un continuo, nel quale
non faccia più discrezione l'etere interposto tra sì gran corpi, che far possa
nella luta quello aria che è traposto ed interposto tra le parti de l'acqua e de
l'arida, essendo differenza solo per la pocagine de le parti, e minorità ed
insensibilità che è nella luta, e la grandezza, maggiorità e sensibilità delle
parti che sono nell'universo: sì che gli contrarii e gli diversi mobili
concorreno nella constituzione di uno continuo immobile, nel quale gli contrarii
concorreno alla constituzion d'uno, ed appartengono ad uno ordine, e finalmente
sono uno. Inconveniente certo ed impossibile sarrebe ponere dui infiniti
distinti l'uno da l'altro; atteso non sarebe modo de imaginare come, dove
finisce l'uno, cominci l'altro, onde ambi doi venessero ad aver termine l'uno
per l'altro. Ed è oltre difficilissimo trovar dui corpi finiti in uno estremo,
ed infiniti ne l'altro.
25
\ ELP.\ Pone due altre raggioni, per provar che
non sia infinito di simili parte. "La prima è, perché bisognarebe, che a quello
convenesse una di queste specie di moto locale; e però o sarebe una gravità, o
levità infinita, overo una circulazione infinita; il che tutto, quanto sia
impossibile, abbiamo demostrato".
26 \ FIL.\ E noi ancora abbiamo
chiarito quanto questi discorsi e raggioni sieno vani; e che l'infinito in tutto
non si muove, e che non è grave né lieve, tanto esso quanto ogni altro corpo nel
suo luogo naturale: né pure le parti separate, quando saranno allontanate oltre
certi gradi dal proprio loco. Il corpo dunque infinito, secondo noi, non è
mobile, né in potenza né in atto; e non è grave né lieve in potenza né in atto;
tanto manca ch'aver possa gravità o levità infinita secondo gli principii nostri
e di altri contra gli quali costui edifica sì belle castella.
27 \ ELP.\
La seconda raggione per questo è similmente vana; perché vanamente dimanda, "se
si muove l'infinito naturale o violentemente", a chi mai disse che lo si mova,
tanto in potenzia quanto in atto. Appresso prova che non sia corpo infinito per
le raggioni tolte dal moto in generale; dopo che ha proceduto per raggion tolta
dal moto in comune. Dice dunque, che il corpo infinito non può aver azione nel
corpo finito, né tampoco patir da quello; ed apporta tre proposizioni. Prima che
"l'infinito non patisce dal finito"; perché ogni moto, e per conseguenza ogni
passione, è in tempo; e se è cossì, potrà avenire che un corpo di minor
grandezza potrà aver proporzionale passione a quella; però, sicome è proporzione
del paziente finito all'agente finito, verrà ad esser simile del paziente finito
allo agente infinito. Questo si vede, si poniamo per corpo infinito A, per corpo
finito B; e perché ogni moto è in tempo, sia il tempo G, nel qual tempo A o
muove o è mosso. Prendiamo appresso un corpo di minor grandezza, il quale è B; e
sia la linea D agente circa un altro corpo (il qual corpo sia H) compitamente,
nel medesimo tempo G. Da questo veramente si vedrà, che sarà proporzione di D
agente minore a B agente maggiore, sicome è proporzione del paziente finito H
alla parte finita A, la qual parte sia AZ. Or quando muteremo la proporzione del
primo agente al terzo paziente, come è proporzione del secondo agente al quarto
paziente, cioè sarà proporzione di D ad H, come è la proporzione di B ad AZ; B
veramente, nel medesimo tempo G, sarà agente perfetto in cosa finita e cosa
infinita, cioè in AZ parte de l'infinito ed A infinito. Questo è impossibile;
dunque il corpo infinito non può essere agente né paziente, perché doi pazienti
equali patiscono equalmente nel medesimo tempo dal medesimo agente, ed il
paziente minore patisce dal medesimo agente in tempo minore, il maggiore
paziente in maggior tempo. Oltre, quando sono agenti diversi in tempo equale e
si complisce la lor azione, verrà ad essere proporzione dell'agente all'agente,
come è proporzione del paziente al paziente. Oltre, ogni agente opra nel
paziente in tempo finito (parlo di quello agente, che viene a fine della sua
azione, non di quello, di cui il moto è continuo, come può esser solo il moto
della translazione), perché è impossibile che sia azione finita in tempo
infinito. Ecco dunque primieramente manifesto, come il finito non può aver azion
compita nell'infinito. [...]
28
Secondo, si mostra medesimamente, che
"l'infinito non può essere agente in cosa finita". Sia l'agente infinito A, ed
il paziente finito B, e ponemo, che A infinito è agente in B finito, in tempo G.
Appresso sia il corpo finito D agente nella parte di B, cioè BZ, in medesimo
tempo G. Certamente sarà proporzione del paziente BZ a tutto B paziente, come è
proporzione di D agente all'altro agente finito H; ed essendo mutata
proporzione, di D agente a BZ paziente, sicome la proporzione di H agente a
tutto B. Per conseguenza B sarà mosso da H in medesimo tempo, in cui BZ vien
mosso da D, cioè in tempo G, nel qual tempo B è mosso da l'infinito agente A; il
che è impossibile. La quale impossibilità séguita da quel ch'abbiamo detto: cioè
che, si cosa infinita opra in tempo finito, bisogna che l'azione non sia in
tempo, perché tra il finito e l'infinito non è proporzione. Dunque, ponendo noi
doi agenti diversi, li quali abbiano medesima azione in medesimo paziente,
necessariamente l'azion di quello sarà in doi tempi diversi, e sarà proporzion
di tempo a tempo: come di agente ad agente. Ma, se ponemo doi agenti, de quali
l'uno è infinito, l'altro finito aver medesima azione in un medesimo paziente,
sarà necessario dire l'un di doi, o che l'azion de l'infinito sia in uno
istante, over che l'azione dell'agente finito sia in tempo infinito. L'uno e
l'altro è impossibile. [...]
29
Terzo, si fa manifesto, come il "corpo infinito
non può oprare in corpo infinito". Perché, come è stato detto nella.Fisica
ascoltazione, è impossibile che l'azione o passione sia senza compimento.
Essendo dunque dimostrato, che mai può esser compita l'azion dell'infinito in
uno infinito, si potrà conchiudere che tra essi non può essere azione. Poniamo
dunque doi infiniti, de quali l'uno sia B, il quale sia paziente da A in tempo
finito G, perché l'azion finita necessariamente è in tempo finito. Poniamo
appresso che la parte del paziente BD patisce da A; certo sarà manifesto che la
passion di questo viene ad essere in tempo minore che il tempo G; e sia questa
parte significata per Z. Sarà dunque proporzione del tempo Z al tempo G, sicome
è proporzione di BD, parte del paziente infinito, alla parte maggiore
dell'infinito, cioè a B; e questa parte sia significata per BDH, la quale è
paziente da A nel tempo infinito G; e nel medesimo tempo già da quello è stato
paziente tutto l'infinito B; il che è falso, perché è impossibile che sieno doi
pazienti, de quali l'uno sia infinito e l'altro finito, che patiscano da
medesimo agente, per medesima azione, nel medesimo tempo sia pur finito, o, come
abbiamo posto, infinito l'efficiente. [...]
30 \ FIL.\ Tutto quel che
dice Aristotele, voglio che sia ben detto quando sarà bene applicato e quando
concluderà a proposito; ma, come abbiamo detto, non è filosofo ch'abbia parlato
de l'infinito, dal cui modo di ponere ne possano seguitare cotali inconvenienti.
Tuttavia, non per rispondere a quel che dice, perché non è contrario a noi, ma
solo per contemplare l'importanza de le sue sentenze, essaminiamo il suo modo di
raggionare. Prima, dunque, nel suo supponere, procede per non naturali
fondamenti, volendo prendere questa e quella parte de l'infinito; essendo che
l'infinito non può aver parte; se non vogliamo dir pure che quella parte è
infinita, essendo che implica contradizione, che ne l'infinito sia parte
maggiore e parte minore e parte che abbia maggiore e minore proporzione a
quello; essendo che all'infinito non più ti avicini per il centinaio che per il
ternario, perché non meno de infiniti ternarii che d'infiniti centenarii costa
il numero infinito. La dimensione infinita non è meno de infiniti piedi che de
infinite miglia: però, quando vogliamo dir le parti dell'infinita dimensione,
non diciamo cento miglia, mille parasanghe; perché queste nientemanco posson
esser dette parti del finito, e veramente son parti del finito solamente al cui
tutto hanno proporzione, e non possono essere, e non denno esser stimate parti
de quello a cui non hanno proporzione. Cossì mille anni non sono parte
dell'eternità, perché non hanno proporzione al tutto; ma sì bene son parti di
qualche misura di tempo, come di diece mille anni, di cento mila secoli.
31 \ ELP.\ Or, dunque, fatemi intendere: quali direte che son
le parti dell'infinita durazione?
32 \ FIL.\ Le parti proporzionali
della durazione, le quali hanno proporzione nella durazione e tempo, ma non già
l'infinita durazione e tempo infinito; perché in quello il tempo massimo, cioè
la grandissima parte proporzionale della durazione, viene ad essere equivalente
alla minima, atteso che non son più gl'infiniti secoli che le infinite ore: dico
che ne l'infinita durazione, che è l'eternità, non sono più le ore che gli
secoli; di sorte che ogni cosa che si dice parte de l'infinito, in quanto che è
parte de l'infinito, è infinita cossì nell'infinita durazione come ne l'infinita
mole. Da questa dottrina possete considerare quanto sia circonspetto Aristotele
nelle sue supposizioni, quando prende le parti finite de lo infinito; e quanta
sia la forza delle raggioni di alcuni teologi, quando dalla eternità del tempo
vogliono inferir lo inconveniente di tanti infiniti maggiori l'uno de l'altro,
quante possono esser specie di numeri. Da questa dottrina, dico, avete modo di
estricarvi da innumerabili labirinti.
33 \ ELP.\ Particolarmente di
quello, che fa al proposito nostro de gl'infiniti passi ed infinite miglia, che
verrebono a fare un infinito minore ed un altro infinito maggiore
nell'inmensitudine de l'universo. Or seguitate.
34 \ FIL.\ Secondo, nel
suo inferire non procede demostrativamente Aristotele. Perché da quel, che
l'universo è infinito e che in esso (non dico di esso, perché altro è dir parti
nell'infinito, altro dell'infinito) sieno infinite parti, che hanno tutte azione
e passione, e per conseguenza trasmutazione intra de loro, vuole inferire o che
l'infinito abbia azione o passione nel finito o dal finito, over che l'infinito
abbia azione ne l'infinito, e questo patisca e sia trasmutato da quello. Questa
illazione diciamo noi che non vale fisicamente, benché logicamente sia vera:
atteso che quantunque, computando con la raggione, ritroviamo infinite parti che
sono attive, ed infinite che sono passive, e queste sieno prese come un
contrario e quelle come un altro contrario; nella natura poi, - per esserno
queste parti disgionte e separate, e con particulari termini divise, come
veggiamo, - non ne forzano né inclinano a dire, che l'infinito sia agente o
paziente, ma che nell'infinito parte finite innumerabili hanno azione e
passione. Concedesi dunque, non che l'infinito sia mobile ed alterabile, ma che
in esso sieno infiniti mobili ed alterabili; non che il finito patisca da
infinito, secondo fisica e naturale infinità, ma secondo quella che procede di
una logica e razionale aggregazione che tutti gravi computa in un grave, benché
tutti gravi non sieno un grave. Stante dunque l'infinito e tutto inmobile,
inalterabile, incorrottibile, in quello possono essere, e vi son moti ed
alterazioni innumerabili e infiniti, perfetti e compiti. Giongi a quel ch'è
detto che, dato che sieno doi corpi infiniti da un lato, che da l'altro lato
vegnano a terminarsi l'un l'altro, non seguitarà da questo quel che Aristotele
pensa che necessariamente séguita, cioè, che l'azione e passione sarebono
infinite; atteso che, se di questi doi corpi l'uno è agente in l'altro, non sarà
agente secondo tutta la sua dimensione e grandezza: perché non è vicino,
prossimo, gionto e continuato a l'altro secondo tutta quella, e secondo tutte le
parti di quella. Perché poniamo caso, che sieno doi infiniti corpi A e B, gli
quali sono continuati o congionti insieme nella linea o superficie FG. Certo,
non verranno ad oprar l'uno contra l'altro secondo tutta la virtù; perché non
sono propinqui l'uno a l'altro secondo tutte le parti, essendo che la
continuazione non possa essere se non in qualche termine finito. E dico di
vantaggio che, benché supponiamo quella superficie o linea essere infinita, non
seguitarà per questo che gli corpi, continuati in quella, caggionino azione e
passione infinita; perché non sono intense, ma estense, come le parti sono
estense. Onde aviene che in nessuna parte l'infinito opra secondo tutta la sua
virtù, ma estensivamente secondo parte e parte, discreta e separatamente. [...]
35 Come per essempio, le parti di doi corpi contrarii, che
possono alterarsi, sono le vicine, come A ed 1, B e 2, C e 3, D e 4; e cossì
discorrendo in infinito. Dove mai potrai verificare azione intensivamente
infinita, perché di que' doi corpi le parti non si possono alterare oltre certa
e determinata distanza; e però M e 10, N e 20, O e 30, P e 40 non hanno
attitudine ad alterarsi. Ecco dunque come, posti doi corpi infiniti, non
seguitarebe azione infinita. Dico ancora di vantaggio che, quantunque si suppona
e conceda che questi doi corpi infiniti potessero aver azione l'un contra
l'altro intensivamente, e secondo tutta la loro virtù riferirse l'uno a l'altro,
per questo non seguitarebe affetto d'azione né passione alcuna; perché non meno
l'uno è valente ripugnando e risistendo, che l'altro possa essere impugnando ed
insistendo, e però non seguitarrebe alterazione alcuna. Ecco dunque, come da doi
infiniti contraposti o séguita alterazione finita o séguita nulla a fatto.
36 \ ELP.\ Or che direte al supposito de l'un corpo contrario
finito e l'altro infinito, come se la terra fusse un corpo freddo ed il cielo
fusse il fuoco, e tutti gli astri fuochi ed il cielo inmenso e gli astri
innumerabili? Volete che per questo séguite quel che induce Aristotele, che il
finito sarebbe assorbito da l'infinito?
37 \ FIL.\ Certo non, come si può
rapportar da quel ch'abbiamo detto. Perché, essendo la virtù corporale distesa
per dimensione di corpo infinito, non verrebe ad essere efficiente contra il
finito con vigore e virtù infinita, ma con quello che può diffondere dalle parti
finite e secondo certa distanza rimosse; atteso che è impossibile che opre
secondo tutte le parti, ma secondo le prossime solamente. Come si vede nella
precedente demostrazione: dove presupponiamo A e B doi corpi infiniti; li quali
non sono atti a transmutar l'un l'altro, se non per le parti, che sono della
distanza tra 10, 20, 30, 40, ed M, N, O, P; e per tanto nulla importa per far
maggior e più vigorosa azione, quantunque il corpo B corra e cresca in infinito,
ed il corpo A rimagna finito. Ecco dunque come da doi contrarii contraposti
sempre séguita azione finita ed alterazione finita, non meno supponendo di
ambidoi infinito l'uno e l'altro finito, che supponendo infinito l'uno e
l'altro.
38 \ ELP.\ Mi avete molto satisfatto, di sorte che mi par cosa
soverchia d'apportar quell'altre raggioni salvaticine con le quali vuol
dimostrar che estra il cielo non sia corpo infinito, come quella che dice: "ogni
corpo che è in loco, è sensibile: ma estra il cielo non è corpo sensibile;
dunque non vi è loco". O pur cossì: "ogni corpo sensibile è in loco; extra il
cielo non è loco; dunque, non vi è corpo. Anzi manco vi è extra, perché extra
significa differenza di loco e di loco sensibile, e non spirituale ed
intelligibile corpo, come alcuno potrebe dire: se è sensibile, è finito".
39 \ FIL.\ Io credo ed intendo che oltre ed oltre quella
margine imaginata del cielo sempre sia eterea regione, e corpi mondani, astri,
terre, soli; e tutti sensibili absolutamente secondo sé ed a quelli che vi sono
o dentro o da presso, benché non sieno sensibili a noi per la lor lontananza e
distanza. Ed in questo mentre considerate qual fondamento prende costui, che da
quel, che non abbiamo corpo sensibile oltre l'imaginata circonferenza, vuole che
non sia corpo alcuno: e però lui, si fermò a non credere altro corpo, che
l'ottava sfera, oltre la quale gli astrologi di suoi tempi non aveano compreso
altro cielo. E per ciò che la vertigine apparente del mondo circa la terra
referirno sempre ad un primo mobile sopra tutti gli altri, puosero fondamenti
tali, che senza fine sempre oltre sono andati giongendo sfera a sfera, ed hanno
trovate l'altre senza stelle, e per consequenza senza corpi sensibili. In tanto
che le astrologice supposizioni e fantasie condannano questa sentenza, viene
assai più condannata da quei che meglio intendeno, qualmente gli corpi che si
dicono appartenere all'ottavo cielo, non meno hanno distinzion tra essi di
maggiore e minor distanza dalla superficie della terra, che gli altri sette,
perché la raggione della loro equidistanza depende solo dal falsissimo supposito
della fission de la terra; contra il quale crida tutta la natura, e proclama
ogni raggione, e sentenzia ogni regolato e ben informato intelletto al fine.
Pur, sia come si vuole, è detto, contra ogni raggione, che ivi finisca e si
termine l'universo, dove l'attatto del nostro senso si conchiude; perché la
sensibilità è causa da far inferir che gli corpi sono, ma la negazion di quella,
la quale può esser per difetto della potenza sensitiva e non dell'ogetto
sensibile, non è sufficiente né per lieve suspizione che gli corpi non sieno.
Perché, se la verità dependesse da simil sensibilità, sarebbono tali gli corpi
che appaiono tanto propinqui ed aderenti l'uno all'altro. Ma noi giudichiamo che
tal stella par minore nel firmamento, ed è detta della quarta e quinta
grandezza, che sarà molto maggiore di quella che è detta della seconda e prima;
nel giudizio della quale se inganna il senso, che non è potente a conoscere la
raggione della distanza maggiore; e noi da questo, che abbiamo conosciuto il
moto della terra, sappiamo che quei mondi non hanno tale equidistanza da questo,
e che non sono come in uno deferente.
40 \ ELP.\ Volete dire, che non sono
come impiastrati in una medesima cupola: cosa indegna che gli fanciulli la
possono imaginare, che forse crederebono che, se non fussero attaccati alla
tribuna e lamina celeste con buona colla, over inchiodati con tenacissimi
chiodi, caderebono sopra di noi non altrimente che gli grandini dell'aria
vicino. Volete dire che quelle altre tante terre ed altri tanti spaciosissimi
corpi tegnono le loro regioni e sue distanze nell'etereo campo, non altrimente
che questa terra che con la sua rivoluzione fa apparir che tutti insieme, come
concatenati, si svolgano circa lei. Volete dire che non bisogna accettare corpo
spirituale extra l'ottava o nona sfera, ma che questo medesimo aere, come è
circa la terra, la luna, il sole, continente di quelli, cossì si va amplificando
in infinito alla continenza di altri infiniti astri e grandi animali; e questo
aere viene ad essere loco comune ed universale; e che tiene infinito spacioso
seno, non altrimente continente in tutto l'universo infinito che in questo
spacio sensibile a noi per tante e sì numerose lampe. Volete che non sia l'aria
e questo corpo continente che si muova circularmente, o che rapisca gli astri,
come la terra e la luna ed altri; ma che quelli si muovano dalla propria anima
per gli suoi spacii, avendono tutti que' proprii moti, che sono oltre quel
mondano, che per il moto della terra appare, ed oltre altri, che appaiono comuni
a tutti gli astri, come attaccati ad un mobil corpo, i quali tutti hanno
apparenza per le diverse differenze di moto di questo astro in cui siamo, e di
cui il moto è insensibile a noi. Volete per consequenza, che l'aria e le parti
che si prendeno nell'eterea regione, non hanno moto se non di restrizione ed
amplificazione, il quale bisogna che sia per il progresso di questi solidi corpi
per quello; mentre gli uni s'aggirano circa gli altri, e mentre fa di mestiero
che questo spiritual corpo empia il tutto.
41 \ FIL.\ Vero. Oltre dico, che
questo infinito ed inmenso è uno animale, benché non abia determinata figura e
senso che si referisca a cose esteriori: perché lui ha tutta l'anima in sé, e
tutto lo animato comprende, ed è tutto quello. Oltre dico non seguitar
inconveniente alcuno, come di doi infiniti; perché, il mondo essendo animato
corpo, in esso è infinita virtù motrice ed infinito soggetto di mobilità, nel
modo che abbiamo detto, discretamente: perché il tutto continuo è immobile,
tanto di moto circulare, il quale è circa il mezzo, quanto di moto retto, che è
dal mezzo o al mezzo; essendo che non abbia mezzo né estremo. Diciamo oltre, che
moto di grave e leve non solo è conveniente a l'infinito corpo; ma né manco a
corpo intiero e perfetto che sia in quello, né a parte di alcun di questi la
quale è nel suo loco e gode la sua natural disposizione. E ritorno a dire che
nulla è grave o lieve assoluta ma rispettivamente: dico al riguardo del loco,
verso al quale le parti diffuse e disperse si ritirano e congregano. E questo
baste aver considerato oggi, quanto a l'infinita mole de l'universo; e domani vi
aspettarò per quel che volete intendere quanto a gl'infiniti mondi che sono in
quello.
42 \ ELP.\ Io, benché per questa dottrina mi creda esser fatto
capace di quell'altra, tutta volta, per la speranza di udir altre cose
particolari e degne, ritornarò.
43 \ FRAC.\ Ed io verrò ad esser
auditore solamente.
44
\ BUR.\ Ed io; che come, a poco a poco, più e
più mi vo accostando all'intendervi, cossì a mano a mano vegno a stimar
verisimile, e forse vero, quel che dite.
Dialogo 3
1
\ FIL.\ Uno dunque è il
cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l'eterea regione
per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri,
globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si
argumentano. L'universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal
spacio e tanti compresi corpi.
2 \ ELP.\ Tanto che non son sfere di
superficie concava e convessa, non sono gli orbi deferenti; ma tutto è un campo,
tutto è un ricetto generale.
3
\ FIL.\ Cossì è.
4 \ ELP.\ Quello dunque
che ha fatto imaginar diversi cieli, son stati gli diversi moti astrali, con
questo, che si vedeva un cielo colmo di stelle svoltarsi circa la terra, senza
che di que' lumi in modo alcuno si vedesse l'uno allontanarsi da l'altro, ma,
serbando sempre la medesima distanza e relazione, insieme con certo ordine, si
versavano circa la terra non altrimente che una ruota, in cui sono inchiodati
specchi innumerabili, si rivolge circa il proprio asse. Là onde è stimato
evidentissimo, come al senso de gli occhi, che a que' luminosi corpi non si
conviene moto proprio, come essi discorrer possano, qual ucelli per l'aria; ma
per la revoluzion de gli orbi, ne' quali sono affissi, fatta dal divino polso di
qualche intelligenza.
5
\ FIL.\ Così comunmente si crede; ma questa
imaginazione -compreso che sarà il moto di questo astro mondano in cui siamo,
che, senza essere affisso ad orbe alcuno, per il generale e spacioso campo
essagitato dall'intrinseco principio, propria anima e natura, discorre circa il
sole e si versa circa il proprio centro - averrà che sia tolta: e s'aprirà la
porta de l'intelligenza de gli principii veri di cose naturali ed a gran passi
potremo discorrere per il camino della verità. La quale, ascosa sotto il velame
di tante sordide e bestiale imaginazioni, sino al presente è stata occolta per
l'ingiuria del tempo e vicissitudine de le cose dopo che al giorno de gli
antichi sapienti succese la caliginosa notte di temerari sofisti.
Non
sta, si svolge e gira
Quanto nel ciel e sott'il ciel si mira.
Ogni cosa
discorre, or alto or basso,
Benché sie 'n lungo o 'n breve,
O sia grave
o sia leve;
E forse tutto va al medesmo passo
Ed al medesmo punto.
Tanto il tutto discorre sin ch'è giunto.
Tanto gira sozzopra l'acqua il
buglio,
Ch'una medesma parte
Or di su in giù or di giù in su si parte
Ed il medesmo garbuglio
Medesme tutte sorti a tutti imparte.
6 \ ELP.\ Certo non è dubio alcuno che quella fantasia de gli
stelliferi, fiammiferi, de gli assi, de gli deferenti,.del serviggio de gli
epicicli e di altre chimere assai, non è caggionata da altro principio che da
l'imaginarsi, come appare, questa terra essere nel mezzo e centro de l'universo
e che, essendo lei sola inmobile e fissa, il tutto vegna a svoltargliesi circa.
7 \ FIL.\ Questo medesimo appare a quei, che sono ne la luna e
ne gli altri astri che sono in questo medesimo spacio, che sono o terre o soli.
8 \ ELP.\ Supposto dunque per ora, che la terra con il suo
moto caggiona questa apparenza del moto diurno e mondano, e con le diverse
differenze di cotal moto caggiona que' tutti che si veggono medesimi convenire a
stelle innumerabili, noi rimarremo a dire che la luna (che è un'altra terra) si
muova da per lei per l'aria circa il sole. Medesimamente Venere, Mercurio e gli
altri, che son pure altre terre, fanno i lor discorsi circa il medesimo padre de
vita.
9 \ FIL.\ Cossì è.
10 \ ELP.\ Moti proprii di ciascuno
son quei che si veggono, oltre questo moto detto mondano, e proprii de le
chiamate fisse (de quali l'uno e l'altro si denno referire alla terra); e cotai
moti sono di più che di tante differenze, che quanti son corpi; di sorte che mai
si vedranno doi astri convenire in uno e medesimo ordine e misura di moto, se si
vedrà moto in quelli tutti, quali non mostrano variazione alcuna per la gran
distanza che hanno da noi. Quelli quantunque facciano lor giri circa il fuoco
solare e circa i proprii centri si convertano per la participazione del vital
calore, le differenze de loro approssimarsi e lontanarsi non possono essere da
noi comprese.
11 \ FIL.\ Cossì è.
12 \ ELP.\ Sono dunque soli
innumerabili, sono terre infinite, che similmente circuiscono quei soli; come
veggiamo questi sette circuire questo sole a noi vicino
13 \ FIL.\
Cossì è.
14 \ ELP.\ Come dunque circa altri lumi, che sieno gli soli,
non veggiamo discorrere altri lumi, che sieno le terre, ma oltre questi non
possiamo comprendere moto alcuno, e tutti gli altri mondani corpi (eccetto ancor
quei che son detti comete) si veggono sempre in medesima disposizione e
distanza?
15 \ FIL.\ La raggione è, perché noi veggiamo gli soli, che son
gli più grandi, anzi grandissimi corpi, ma non veggiamo le terre, le quali, per
esserno corpi molto minori, sono invisibili; come non è contra raggione, che
sieno di altre terre ancora che versano circa questo sole, e non sono a noi
manifeste o per lontananza maggiore o per quantità minore, o per non aver molta
superficie d'acqua, o pur per non aver detta superficie rivolta a noi ed opposta
al sole, per la quale, come un cristallino spechio, concependo i luminosi raggi,
si rende visibile. Là onde non è maraviglia, né cosa contro natura, che molte
volte udiamo il sole essere alcunamente eclissato, senza che tra lui e la nostra
vista si venesse ad interporre la luna. Oltre di visibili possono essere anco
innumerabili acquosi lumi (cioè terre, de le quali le acqui son parte) che
circuiscano il sole; ma la differenza del loro circuito è insensibile per la
distanza grande; onde in quel tardissimo moto, che si comprende in quelli che
sono visibili sopra o oltre Saturno, non si vede differenza del moto de gli uni
e moto de gli altri, né tampoco regola nel moto di tutti circa il mezzo, o
poniamo mezzo la terra, o si pona mezzo il sole.
16 \ ELP.\ Come volevi
dunque, che tutti, quantunque distantissimi dal mezzo, cioè dal sole, potessero
raggionevolmente participare il vital calore da quello?
17 \ FIL.\
Da questo, che quanto più sono lontani, fanno tanto maggior circolo; quanto più
gran circolo fanno, tanto più tardi si muoveno circa il sole; quanto più si
muoveno tardi, tanto più resisteno a gli caldi ed infocati raggi di quello.
18 \ ELP.\ Volevate dunque che que' corpi, benché fussero tanto
discosti dal sole, possono però participar tanto calor che baste; perché,
voltandosi più velocemente circa il proprio centro e più tardi circa il sole,
possono non solamente participar altre tanto calore, ma ancor di vantaggio, se
bisognasse; atteso che, per il moto più veloce circa il proprio centro, la
medesima parte del convesso de la terra che non fu tanto scaldata, più presto
torni a ristorarsi; per il moto più tardo circa il mezzo focoso e star più saldo
all'impression di quello, vegna a ricevere più vigorosi gli fiammiferi raggi?
19 \ FIL.\ Cossì è.
20 \ ELP.\ Dunque volete che, se gli
astri che sono oltre Saturno, come appaiono, sono veramente immobili, verranno
ad essere gli innumerabili soli o fuochi più e meno a noi sensibili, circa gli
quali discorreno le propinque terre a noi insensibili? .
21 \ FIL.\
Cossì bisognarebbe dire, atteso che tutte le terre son degne di aver la medesima
raggione e tutti gli soli la medesima.
22 \ ELP.\ Volete per questo che
tutti quelli sieno soli?
23
\ FIL.\ Non, perché non so se tutti o la
maggior parte sieno inmobili, o se di quelli alcuni si gireno circa gli altri,
perché non è chi l'abbia osservato, ed oltre non è facile ad osservare; come non
facilmente si vede il moto e progresso di una cosa lontana, la quale a gran
tratto non facilmente si vede cangiata di loco, sicome accade nel veder le navi
poste in alto mare. Ma, sia come si vuole, essendo l'universo infinito, bisogna
al fine che sieno più soli; perché è impossibile che il calore e lume di uno
particolare possa diffondersi per l'immenso, come poté imaginarsi Epicuro, se è
vero quel che altri riferiscono. Per tanto si richiede anco, che sieno soli
innumerabili ancora, de quali molti sono a noi visibili in specie di picciol
corpo; ma tale parrà minor astro che sarà molto maggior di quello che ne pare
massimo.
24 \ ELP.\ Tutto questo deve almeno esser giudicato possibile e
conveniente.
25 \ FIL.\ Circa quelli possono versarsi terre di più grande e
più picciola mole che questa.
26 \ ELP.\ Come conoscerò la
differenza? come, dico, distinguerò gli fuochi da le terre?.
27 \ FIL.\
Da quel, che gli fuochi sono fissi e le terre mobili, da che gli fuochi
scintillano e le terre non; de quali segni il secondo è più sensibile che il
primo.
28 \ ELP.\ Dicono che l'apparenza del scintillare procede dalla
distanza da noi.
29
\ FIL.\ Se ciò fusse, il sole non
scintillarebbe più di tutti, e gli astri minori che son più lontani,
scintillarebono più che gli maggiori che son più vicini.
30 \ ELP.\
Volete che gli mondi ignei sieno cossì abitati come gli aquei?
31 \ FIL.\
Niente peggio e niente manco.
32 \ ELP.\ Ma che animali possono
vivere nel fuoco?
33
\ FIL.\ Non vogliate credere, che quelli sieno
corpi de parti similari, perché non sarebono mondi, ma masse vacue, vane e
sterili. Però è conveniente e naturale ch'abbiano la diversità de le parti, come
questa ed altre terre hanno la diversità di proprii membri; benché questi sieno
sensibili come acqui illustrate, e quelli come luminose fiamme.
34 \ ELP.\
Credete che, quanto alla consistenza e solidità, la materia prossima del sole
sia pur quella che è materia prossima de la terra? (Perché so, che non dubitate
essere una la materia primiera del tutto).
35 \ FIL.\ Cossì è certo. Lo intese
il Timeo, lo confermò Platone, tutti veri filosofi l'han conosciuto, pochi
l'hanno esplicato, nessuno a' tempi nostri s'è ritrovato che l'abbia inteso,
anzi molti con mille modi vanno turbando l'intelligenza; il che è avenuto per la
corrozion de l'abito e difetto di principii.
36 \ ELP.\ A questo modo
d'intendere se non è pervenuta, pur pare che s'accoste la Dotta ignoranza
del Cusano, quando, parlando de le condizioni de la terra, dice questa
sentenza: "Non dovete stimare che da la oscurità e negro colore possiamo
argumentare che il corpo terreno sia vile e più de gli altri ignobile; perché,
se noi fussimo abitatori del sole, non vedremmo cotal chiarezza che in quello
veggiamo da questa regione circumferenziale a lui. Oltre ch'al presente, se noi
ben bene fissaremo l'occhio in quello, scuopriremo ch'ha verso il suo mezzo
quasi una terra, o pur come un umido ed uno nuvoloso corpo che, come da un
cerchio circumferenziale, diffonde il chiaro e radiante lume. Onde non meno egli
che la terra viene ad esser composto di proprii elementi".
37 \ FIL.\
Sin qua dice divinamente; ma seguitate apportando quel che soggionge.
38 \ ELP.\ Per quel che soggionge, si può dar ad intendere che
questa terra sia un altro sole, e che tutti gli astri sieno medesimamente soli.
Dice cossì: "S'alcuno fusse oltre la region del fuoco, verrebe questa terra ad
apparire una lucida stella nella circumferenza della sua regione per mezzo del
fuoco; non altrimente che a noi che siamo nella circumferenza della region del
sole, appare lucidissimo il sole; e la luna non appare similmente lucida, perché
forse circa la circumferenza di quella noi siamo verso le parti più mezzane, o,
come dice lui, centrali, cioè nella region umida ed acquosa di quella; e per
tanto, benché abbia il proprio lume, nulla di meno non appare; e solo veggiamo
quello che nella superficie aquea vien caggionato dalla reflession del lume
solare".
39 \ FIL.\ Ha molto conosciuto e visto questo galantuomo ed è
veramente uno de particularissimi ingegni ch'abbiano spirato sotto questo aria;
ma, quanto a l'apprension de la verità, ha fatto qual nuotatore da tempestosi
flutti ormesso alto or basso; perché non vedea il lume continuo, aperto e
chiaro, e non nuotava come in piano e tranquillo ma interrottamente e con certi
intervalli. La raggion di questo è che lui non avea evacuati tutti gli falsi
principii de quali era imbibito dalla commune dottrina onde era partito; di
sorte che, forse per industria, gli vien molto a proposito la intitulazion fatta
al suo libro Della dotta ignoranza, o Della ignorante dottrina.
40 \ ELP.\ Quale è quel principio che lui non ha evacuato, e
dovea evacuarsi?
41
\ FIL.\ Che l'elemento del foco sia come l'aria
attrito dal moto del cielo e che il foco sia un corpo sottilissimo, contra
quella realità e verità che ne si fa manifesta per quel che ad altri propositi e
ne gli discorsi proprii consideramo: dove si conchiude esser necessario che sia
cossì un principio materiale, solido e consistente del caldo come del freddo
corpo; e che l'eterea regione non può esser di fuoco né fuoco, ma infocata ed
accesa dal vicino solido e spesso corpo, quale è il sole. Tanto che, dove
naturalmente possiamo parlare, non è mestiero di far ricorso alle matematiche
fantasie. Veggiamo la terra aver le parti tutte, le quali da per sé non sono
lucide; veggiamo che alcune possono lucere per altro, come la sua acqua, il suo
aria vaporoso, che accoglieno il calore e lume del sole e possono trasfondere
l'uno e l'altro alle circostante regioni. Per tanto è necessario, che sia un
primo corpo al quale convegna insieme essere per sé lucido e per sé caldo; e
tale non può essere, se non è constante, spesso e denso; perché il corpo raro e
tenue non può essere suggetto di lume né di calore, come altre volte si dimostra
da noi al suo proposito. Bisogna dunque al fine che li doi fondamenti de le due
contrarie prime qualitadi attive sieno similmente constanti, e che il sole,
secondo quelle parti che in lui son lucide e calde, sia come una pietra o un
solidissimo infocato metallo; non dirò metallo liquabile, quale il piombo, il
bronzo, l'oro, l'argento; ma qual metallo illiquabile, non già ferro che è
infocato, ma qual ferro che è foco istesso; e che, come questo astro in cui
siamo, per sé è freddo ed oscuro, niente partecipe di calore e lume, se non
quanto è scaldato dal sole, cossì quello è da per sé caldo e luminoso, niente
partecipe di freddezza ed opacità, se non quanto è rinfrescato da circonstanti
corpi ed ha in sé parti d'acqua, come la terra ha parti di foco. E però, come in
questo corpo freddissimo, e primo freddo ed opaco, sono animali che vivono per
il caldo e lume del sole, cossì in quello caldissimo e lucente son quei che
vegetano per la refrigirazione di circostanti freddi: e sicome questo corpo è
per certa participazione caldo nelle sue parti dissimilari, talmente quello è
secondo certa participazione freddo nelle sue.
42 \ ELP.\ Or che dite
del lume?
43 \ FIL.\ Dico che il sole non luce al sole, la terra non luce
a la terra, nessuno corpo luce in sé, ma ogni luminoso luce nel spacio circa
lui. Però, quantunque la terra sia un corpo luminoso per gli raggi del sole
nella superficie cristallina, il suo lume non è sensibile a noi, né a color che
si trovano in tal superficie, ma a quei che sono all'opposito di quella. Come
oltre, dato che tutta la superficie del mare la notte sia illustrata dal
splendor de la luna, a quelli però che vanno per il mare, non appare se non in
quanto a certo spacio che è a l'opposito verso la luna; ai quali se fusse dato
di alzarsi più e più verso l'aria, sopra il mare, sempre più e più gli verrebe a
crescere la dimension del lume e vedere più spacio di luminoso campo. Quindi
facilissimamente si può tirare qualmente quei che sono ne gli astri luminosi o
pure illuminati, non hanno sensibile il lume del suo astro, ma quello de
circostanti; come nel medesimo loco comune un loco particulare prende lume dal
differente loco particulare.
44
\ ELP.\ Dunque, volete dire ch'a gli animanti
solari non fa giorno il sole, ma altra circostante stella?
45 \ FIL.\
Cossì è. Non lo capite?
46
\ ELP.\ Chi non lo capirebbe? Anzi per questo
considerare vegno a capir altre cose assai, per conseguenza. Son dunque due
sorte di corpi luminosi: ignei, e questi son luminosi primariamente; ed acquei
over cristallini, e questi sono secondariamente lucidi.
47 \ FIL.\
Cossì è.
48 \ ELP.\ Dunque, la raggione del lume non si deve referire ad
altro principio?
49
\ FIL.\ Come può essere altrimente, non
conoscendosi da noi altro fondamento di lume? Perché vogliamo appoggiarci a vane
fantasie, dove la esperienza istessa ne ammaestra?
50 \ ELP.\ È vero che non
doviamo pensare que' corpi aver lume per certo inconstante accidente, come le
putredini di legni, le scaglie e viscose grume di pesci, o qual fragilissimo
dorso di nitedole e mosche nottiluche, de la raggione del cui lume altre volte
ne raggionaremo.
51
\ FIL.\ Come vi parrà.
52 \ ELP.\
Cossì dunque non altrimente s'ingannano quelli che dicono gli circostanti
luminosi corpi essere certe quinte essenze, certe divine corporee sustanze di
natura al contrario di queste che sono appresso di noi, ed appresso le quali noi
siamo; che quei che dicessero il medesimo di una candela o di un cristallo
lucente visto da lontano.
53
\ FIL.\ Certo.
54 \ FRAC.\ In vero
questo è conforme ad ogni senso, raggione ed intelletto.
55 \ BUR.\
Non già al mio, che giudica facilmente questo vostro parere una dolce
sofisticaria.
56 \ FIL.\ Rispondi a costui tu, Fracastorio, perché io ed
Elpino, che abbiamo discorso molto, vi staremo ad udire.
57 \ FRAC.\
Dolce mio Burchio, io per me ti pono in luogo.d'Aristotele, ed io voglio essere
in luogo di uno idiota e rustico che confessa saper nulla, presuppone di aver
inteso niente, e di quello che dice ed intende il Filoteo, e di quello che
intende Aristotele e tutto il mondo ancora. Credo alla moltitudine, credo al
nome della fama e maestà de l'autorità peripatetica, admiro insieme con una
innumerabile moltitudine la divinità di questo demonio de la natura; ma per ciò
ne vegno a te per essere informato de la verità, e liberarmi dalla persuasione
di questo che tu chiami sofista. Or vi dimando per qual caggione voi dite essere
grandissima o pur grande, o pur quanto e qualsivoglia differenza tra que' corpi
celesti e questi che sono appresso di noi?
58 \ BUR.\ Quelli son divini, questi
sono materialacci.
59
\ FRAC.\ Come mi farrete vedere e credere che
quelli sieno più divini?
60
\ BUR.\ Perché quelli sono impassibili,
inalterabili, incorrottibili ed eterni, e questi al contrario; quelli mobili di
moto circulare e perfettissimo, questi di moto retto.
61 \ FRAC.\ Vorrei sapere
se, dopo ch'arrete ben considerato, giurareste questo corpo unico (che tu
intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di medesimo
composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto che il moto
di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e
questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato gli antichi e
moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne fa manifesto in
mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non per certa
comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non sappia
che l'acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l'acqui entro una
corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei entrare in
dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare che, s'io
fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro
del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a svolgersi,
svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il proprio centro.
Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.
62 Quanto a
quel che dici del moto retto, certo cossì non veggiamo questo corpo muoversi per
linea retta, come anco non veggiamo gli altri. La terra, se ella si muove, si
muove circularmente, come gli altri astri, qualmente Egesia, Platone e tutti
savi dicono, e conceder deve Aristotele ed ogni altro. E della terra quello che
noi veggiamo montare e descendere, non è tutto il globo, ma certe particelle di
quello; le quali non si allontanano oltre quella regione che è computata tra le
parti e membri di questo globo: nel quale, come in uno animale, è lo efflusso ed
influsso de parti e certa vicissitudine e certa commutazione e rinovazione. Il
che tutto, se medesimamente è ne gli altri astri, non si richiede che sia
medesimamente sensibile a noi; perché queste elevazioni di vapori ed exalazioni,
successi di venti, piogge, nevi, tuonitrui, sterilitadi, fertilitadi,
inundazioni, nascere, morire, se sono ne gli altri astri, non possono similmente
essere a noi sensibili. Ma solamente quelli sono a noi sensibili per il splendor
continuo che dalla superficie di foco, o di acqua, o nuvolosa mandano per il
spacio grande. Come parimente questo astro è sensibile a quei che sono ne gli
altri per il splendor che diffonde dalla faccia di mari (e talvolta dal volto
affetto di nuvolosi corpi, per il che nella luna per medesima raggione le parti
opache paiono meno opache), la qual faccia non vien cangiata se non per
grandissimo intervallo di etadi e secoli, per il corso de quali gli mari si
cangiano in continenti e gli continenti in mari. Questo dunque e quei corpi son
sensibili per il lume che diffondeno. Il lume che di questa terra si diffonde a
gli altri astri, è né più né meno perpetuo ed inalterabile, che quello di astri
simili: e cossì come il moto retto ed alterazione di quelle particelle è
insensibile a noi, a loro è insensibile ogni altro moto ed alterazione che
ritrovar si possa in questo corpo. E sì come della luna da questa terra, ch'è
un'altra luna, appaiono diverse parti altre più altre men luminose, cossì della
terra da quella luna, ch'è un'altra terra, appaiono diverse parti per la varietà
e differenza de spacii di sua superficie. E come, se la luna fusse più lontana,
il diametro de le parti opache mancando, andarebono le parti lucide ad unirse e
strengersi in una sensibilità di corpo più picciolo e tutto quanto lucido;
similmente apparirebe la terra, se fusse più lontana dalla luna. Onde possiamo
stimare che de stelle innumerabili sono altre tante lune, altre tanti globi
terrestri, altre tanti mondi simili a questo; circa gli quali par che questa
terra si volte, come quelli appaiono rivolgersi ed aggirarsi circa questa terra.
Perché, dunque, vogliamo affirmar essere differenza tra questo e que' corpi, se
veggiamo ogni convenienza? perché vogliamo negare esser convenienza, se non è
raggione né senso che ne induca a dubitar di quella?
63 \ BUR.\ Cossì, dunque,
avete per provato che quei corpi non differiscano da questo?
64 \ FRAC.\
Assai bene, perché ciò che di questo può vedersi da là, di quelli può vedersi da
qua; ciò che di quelli può vedersi da qua, di questo si vede da là, come dire,
corpo picciolo questo e quelli, luminoso in parte da distanza minore questo e
quelli, luminoso in tutto da distanza maggiore, e più picciolo, questo e quelli.
65 \ BUR.\ Ove è dunque quel bell'ordine, quella bella scala
della natura, per cui si ascende dal corpo più denso e crasso, quale è la terra,
al men crasso, quale è l'acqua, al suttile, quale è il vapore, al più suttile,
quale è l'aria puro, al suttilissimo, quale è il fuoco, al divino, quale è il
corpo celeste? dall'oscuro al men oscuro, al chiaro, al più chiaro, al
chiarissimo? dal tenebroso al lucidissimo, dall'alterabile e corrottibile al
libero d'ogni alterazione e corrozione? dal gravissimo al grave, da questo al
lieve, dal lieve al levissimo, indi a quel che non è né grave né lieve? dal
mobile al mezzo, al mobile dal mezzo, indi al mobile circa il mezzo?
..
66 \ FRAC.\ Volete saper ove sia questo ordine? Ove son gli
sogni, le fantasie, le chimere, le pazzie. Perché, quanto al moto, tutto quello
che naturalmente si muove, ha delazion circulare o circa il proprio o circa
l'altrui mezzo; dico circolare, non semplice e geometricamente considerando il
circolo e circulazione, ma secondo quella regola che veggiamo fisicamente
mutarsi di loco gli corpi naturali. Moto retto non è proprio né naturale a corpo
alcuno principale; perché non si vede se non nelle parti che sono quasi
escrementi che hanno efflusso da corpi mondani, o pur, altronde, hanno influsso
alle congenee sfere e continenti. Qualmente veggiamo de l'acqui che, in forma di
vapore assottigliate dal caldo, montano in alto; ed in propria forma inspessate
dal freddo, ritornano al basso; nel modo che diremo nel proprio loco, quando
consideraremo del moto. Quanto alla disposizione di quattro corpi, che dicono
terra, acqua, aria, foco, vorei sapere qual natura, qual'arte, qual senso la fa,
la verifica, la dimostra.
67
\ BUR.\ Dunque, negate la famosa distinzione de
gli elementi?
68 \ FRAC.\ Non nego la distinzione, perché lascio ognuno
distinguere come gli piace ne le cose naturali; ma niego questo ordine, questa
disposizione: cioè che la terra sia circondata e contenuta da l'acqua, l'acqua
da l'aria, l'aria dal foco, il foco dal cielo. Perché dico uno essere il
continente e comprensor di tutti corpi e machine grandi che veggiamo come
disseminate e sparse in questo amplissimo campo: ove ciascuno di cotai corpi,
astri, mondi, eterni lumi è composto di ciò che si chiama terra, acqua, aria,
fuoco. Ed in essi, se ne la sustanza della composizione predomina il fuoco, vien
denominato il corpo che si chiama sole e lucido per sé; se vi predomina l'acqua,
vien denominato il corpo che si chiama tellure, luna, o di simil condizione, che
risplende per altro, come è stato detto. In questi, dunque, astri o mondi, come
le vogliam dire, non altrimente si intendeno ordinate queste parti dissimilari
secondo varie e diverse complessioni di pietre, stagni, fiumi, fonti, mari,
arene, metalli, caverne, monti, piani ed altre simili specie di corpi composti,
de siti e figure, che ne gli animali son le parti dette eterogenee, secondo
diverse e varie complessioni di ossa, di intestini, di vene, di arterie, di
carne, di nervi, di pulmone, di membri di una e di un'altra figura, presentando
gli suoi monti, le sue valli, gli suoi recessi, le sue acqui, gli suoi spiriti,
gli suoi fuochi, con accidenti proporzionali a tutte meteoriche impressioni;
quai sono gli catarri, le erisipile, gli calculi, le vertigini, le febri ed
altre innumerabili disposizioni ed abiti che rispondeno alle nebbie, piogge,
nevi, caumi, accensioni, alle saette, tuoni, terremoti e venti, a fervide ed
algose tempeste. Se, dunque, altrimente la terra ed altri monti sono animali che
questi comunmente stimati, son certo animali con maggior e più eccellente
raggione. Però, come Aristotele o altro potrà provare l'aria essere più circa la
terra che entro la terra, se di questa non è parte alcuna nella quale quello non
abbia luogo e penetrazione, secondo il modo che forse volser dir gli antichi il
vacuo per tutto comprendere di fuora e penetrare entro il pieno? Ove possete voi
imaginare la terra aver spessitudine, densità e consistenza senza l'acqua
ch'accopie ed unisca le parti? Come possete intendere verso il mezzo la terra
esser più grave, senza che crediate, che ivi le sue parti non son più spesse e
dense, la cui spessitudine è impossibile senza l'acqua che sola è potente ad
agglutinare parte a parte? Chi non vede che da per tutto della terra escono
isole e monti sopra l'acqua; e non solo sopra l'acqua, ma oltre sopra l'aria
vaporoso e tempestoso, rinchiuso tra gli alti monti, e computato tra' membri de
la terra, a far un corpo perfettamente sferico; onde è aperto che l'acqui non
meno son dentro le viscere di quella che gli umori e sangue entro le nostre? .
Chi non sa, che nelle profonde caverne e concavitadi de la terra son le
congregazioni principali de l'acqua? E se dici che la è tumida sopra i lidi,
rispondo, che questi non son le parti superiori de la terra, perché tutto ch'è
intra gli altissimi monti, s'intende nella sua concavità. Oltre, che il simile
si vede nelle goccie impolverate, pendenti e consistenti sopra il piano: perché
l'intima anima, che comprende ed è in tutte le cose, per la prima fa questa
operazione: che, secondo la capacità del suggetto, unisce quanto può le parti. E
non è, perché l'acqua sia o possa essere naturalmente sopra o circa la terra,
più che l'umido di nostra sustanza sia sopra o circa il nostro corpo. Lascio che
le congregazioni de l'acqui nel mezzo essere più eminenti si vede da tutti canti
de lidi e da tutti luoghi ove si trovano tali congregazioni. E certo, se le
parti de l'arida cossì potessero da per sé unirsi, farrebono il simile, come
apertamente vegnono inglobate in sferico quando sono per beneficio de l'acqua
agglutinate insieme: perché tutta la unione e spessitudine di parti che si trova
nell'aria, procede da l'acqua. Essendono dunque l'acqui entro le viscere de la
terra, e non essendo parte alcuna di quella, che ha unione di parti e
spessitudine, che non comprenda più parti de l'acqua che de l'arida (perché dove
è il spessissimo, ivi massime è composizione e domìno di cotal soggetto, ch'ha
virtù de le parti coerenti), chi sarà che per questo non voglia affirmar più
tosto che l'acqua è base de la terra, che la terra de l'acqua? che sopra questa
è fondata quella, non quella sopra questa? Lascio che l'altitudine de l'acqua
sopra la faccia de la terra che noi abitiamo, detta il mare, non può essere e
non è tanta, che sia degna di compararsi alla mole di questa sfera; e non è
veramente circa, come gl'insensati credeno, ma dentro quella. Come, forzato
dalla verità o pure dalla consuetudine del dire di antichi filosofi, confessò
Aristotele nel primo della sua Meteora, quando confessò che le due
regioni infime de l'aria turbulento ed inquieto sono intercette e comprese da
gli alti monti, e sono come parti e membri di quella; la quale vien circondata e
compresa da aria sempre tranquillo, sereno e chiaro a l'aspetto de le stelle;
onde, abbassando gli occhi, si vede l'università di venti, nubi, nebbie e
tempeste, flussi e reflussi che procedeno dalla vita e spiramento di questo
grande animale e nume, che chiamiamo Terra, nomorno Cerere, figurorno per Iside,
intitulorno Proserpina e Diana, la quale è la medesima chiamata Lucina in cielo;
intendendo questa non esser di natura differente da quella. Ecco quanto si
manca, che questo buon Omero, quando non dorme, dica l'acqua aver natural seggio
sopra o circa la terra, dove né venti né piogge né caliginose impressioni si
ritrovano. E se maggiormente avesse considerato ed atteso, arrebe visto che anco
nel mezzo di questo corpo (se ivi è il centro della gravità) è più luogo di
acqua che di arida: perché le parti della terra non son gravi, senza che molta
acqua vegna in composizion con quelle; e senza l'acqua non hanno attitudine da
l'appulso e proprio pondo per descender da l'aria a ritrovar la sfera del
proprio continente. Dunque, qual regolato senso, qual verità di natura distingue
ed ordina queste parti di maniera tale, quale dal cieco e sordido volgo è
conceputa, approvata da quei che parlano senza considerare, predicata da chi
molto dice e poco pensa? Chi crederà oltre non esser proposito di veritade (ma
s'è prodotta da uomo senza autorità, cosa da riso; s'è riferita da persona
stimata e divolgata illustre, cosa da esser referita a misterio o parabola ed
interpretata per metafora; s'è apportata da uomo, ch'ha più senso ed intelletto
che autorità, numerata tra gli occolti paradossi) la sentenza di Platone appresa
dal Timeo, da Pitagora ed altri, che dechiara noi abitare nel concavo ed oscuro
de la terra, ed aver quella raggione a gli animali, che son sopra la terra, che
hanno gli pesci a noi; perché, come questi viveno in un umido più spesso e
crasso del nostro, cossì noi viviamo in un più vaporoso aria che color che son
in più pura e più tranquilla regione; e sì come l'Oceano a l'aria impuro è
acqua, cossì il caliginoso nostro è tale a quell'altro veramente puro? da tal
senso e dire, lo che voglio inferire, è questo: che il mare, i fonti, i fiumi, i
monti, le pietre e l'aria in essi contenuto, e compreso in essi sin alla mezzana
regione, come la dicono, non sono altro che parti e membri dissimilari d'un
medesimo corpo, d'una massa medesima, molto proporzionali alle parti e membri
che noi volgarmente conoscemo per composti animali: di cui il termine,
convessitudine ed ultima superficie è terminata da gli estremi margini de monti
ed aria tempestoso; di sorte che l'Oceano e gli fiumi rimagnono nel profondo de
la terra non meno che l'epate, stimato fonte del sangue, e le ramificate vene
son contenute e distese per li più particulari.
69 \ BUR.\ Dunque, la
terra non è corpo gravissimo, e però nel mezzo, appresso la quale più grave e
più vicina è l'acqua, che la circonda, la quale è più grave che l'aria?
70 \ FRAC.\ Se tu giudichi il grave dalla maggior attitudine di
penetrar le parti e farsi al mezzo ed al centro, dirò l'aria essere gravissimo e
l'aria esser levissimo tra tutti questi chiamati elementi. Perché, sicome ogni
parte della terra, se si gli dà spacio, descende sino al mezzo, cossì le parti
de l'aria più subito correranno al mezzo che parte d'altro qualsivoglia corpo;
perché a l'aria tocca essere il primo a succedere al spacio, proibire il vacuo
ed empire. Non cossì subito succedeno al loco le parti de la terra, le quali per
ordinario non si muoveno se non penetrando l'aria; perché a far che l'aria
penetre, non si richiede terra né acqua né fuoco; né alcuni di questi lo
prevegnono, né vincono, per esser più pronti, atti ed ispediti ad impir gli
angoli del corpo continente. Oltre, se la terra, che è corpo solido, si parte,
l'aria sarà quello che occuparà il suo loco: non cossì è atta la terra ad
occupar il loco de l'aria che si parte. Dunque, essendo proprio a l'aria il
muoversi a penetrar ogni sito e recesso, non è corpo più lieve de l'aria, non è
corpo più greve che l'aria.
71
\ BUR.\ Or che dirai de l'acqua?
72 \ FRAC.\
De l'acqua ho detto, e torno a dire, che quella è più grave che la terra, perché
più potentemente veggiamo l'umor descendere e penetrar l'arida sino al mezzo,
che l'arida penetrar l'acqua: ed oltre, l'arida, presa a fatto senza composizion
d'acqua, verrà a sopranatare a l'acqua ed essere senza attitudine di penetrarvi
dentro; e non descende, se prima non è imbibita d'acqua e condensata in una
massa e spesso corpo, per mezzo della quale spessitudine e densità acquista
potenza di farsi dentro e sotto l'acqua. La quale acqua, per l'opposito, non
descenderà mai per merito della terra, ma perché si aggrega, condensa e radoppia
il numero de le parti sue per farsi imbibire ed ammassar l'arida: perché
veggiamo che più acqua assai capisce un vase pieno di cenere veramente secca,
che un altro vase uguale in cui sia nulla. L'arida dunque, come arida,
soprasiede e sopranata a l'acqua.
73 \ BUR.\ Dechiaratevi meglio.
74 \ FRAC.\ Torno a dire che, se dalla terra si rimovesse tutta
l'acqua, di sorte che la rimanesse pura arida, bisognarebe necessariamente che
il rimanente fusse un corpo inconstante, raro, dissoluto e facile ad esser
disperso per l'aria, anzi in forma di corpi innumerabili discontinuati; perché
quel che fa uno continuo, è l'aria; quello che fa per la coerenzia uno continuo,
è l'acqua, sia che si voglia del continuato, coerente e solido, che ora è l'uno,
ora è l'altro, ora è il composto de l'uno e l'altro. Ove, se la gravità non
procede da altro che dalla coerenza e spessitudine de le parti, e quelle della
terra non hanno coerenza insieme se non per l'acqua, - di cui le parti, come
quelle de l'aria, per sé si uniscono e la quale ha più virtù che altro, se non
ha virtù singulare, a far che le parti de altri corpi s'uniscano insieme, -
averrà che l'acqua, al riguardo d'altri corpi che per essa dovegnon grevi, e per
cui altri acquista l'esser ponderoso, è primieramente grave. Però non doveano
esser stimati pazzi, ma molto più savii color che dissero la terra esser fondata
sopra l'acqui.
75 \ BUR.\ Noi diciamo che nel mezzo si deve sempre intendere
la terra, come han conchiuso tanti dottissimi personaggi.
76 \ FRAC.\
E confirmano gli pazzi.
77
\ BUR.\ Che dite de pazzi?.
78 \ FRAC.\
Dico questo dire non esser confirmato da senso né da raggione.
79 \ BUR.\
Non veggiamo gli mari aver flusso e reflusso e gli fiumi far il suo corso sopra
la faccia de la terra?
80
\ FRAC.\ Non veggiamo gli fonti, che son
principio de' fiumi, che fan gli stagni e mari, sortir da le viscere de la
terra, e non uscir fuor de le viscere de la terra, se pur avete compreso quel
che poco fa ho più volte detto?
81 \ BUR.\ Veggiamo l'acqui prima
descender da l'aria che per l'acqui vegnano formati i fonti.
82 \ FRAC.\
Sappiamo che l'acqua - se pur descende da altro aria che quello ch'è parte ed
appartenente a' membri de la terra - prima originale, principale, e totalmente è
nella terra; che appresso derivativa, secondaria e particolarmente sia ne
l'aria.
83 \ BUR.\ So che stai sopra questo, che la vera extima
superficie del convesso della terra non si prende dalla faccia del mare, ma
dell'aria uguale a gli altissimi monti.
84 \ FRAC.\ Cossì ave affirmato e
confirmato ancora il vostro principe Aristotele.
85 \ BUR.\ Questo nostro
prencipe è senza comparazione più celebrato e degno e seguitato che il vostro,
il quale ancora non è conosciuto né visto. Però piaccia quantosivoglia a voi il
vostro, a me non dispiace il mio.
86 \ FRAC.\ Benché vi lasce morir di
fame e freddo, vi pasca di vento e mande discalzo ed ignudo.
87 \ FIL.\
Di grazia, non vi fermiate su questi propositi disutili e vani.
88 \ FRAC.\
Cossì farremo. Che dite dunque, o Burchio, a questo ch'avete udito?
89 \ BUR.\
Dico che, sia che si vuole, all'ultimo bisogna veder quello ch'è in mezzo di
questa mole, di questo tuo astro, di questo tuo animale. Perché, se vi è la
terra pura, il modo con cui costoro hanno ordinati gli elementi, non è vano.
90 \ FRAC.\ Ho detto e dimostrato, che più raggionevolmente vi
è l'aria o l'acqua, che l'arida: la qual pure non vi sarà senza esser composta
con più parti d'acqua, che al fine vegnano ad essergli fondamento; perché
veggiamo più potentemente le particelle de l'acqua penetrar la terra, che le
particole di questa penetrar quella. E più, dunque, verisimile, anzi necessario,
che nelle viscere della terra sia l'acqua, che nelle viscere de l'acqua sia la
terra.
91 \ BUR.\ Che dici de l'acqua che sopranata e discorre sopra
la terra?
92 \ FRAC.\ Non è chi non possa vedere che questo è per
beneficio ed opra dell'acqua medesima: la quale, avendo inspessata e fissata la
terra, constipando le parti di quella, fa che l'acqua oltre non vegna assorbita;
la quale altrimente penetrarebe sin al profondo de l'arida sustanza, come
veggiamo per isperienza universale. Bisogna, dunque, che in mezzo de la terra
sia l'acqua, a fin che quel mezzo abbia fermezza, la qual non deve rapportarsi
alla terra prima, ma a l'acqua: perché questa fa unite e congionte le parti di
quella, e per consequenza questa più tosto opra la densità nella terra, che per
il contrario la terra sia caggione della coerenza delle parti de l'acqua e
faccia dense quelle. Se, dunque, nel mezzo non vuoi che sia composto di terra ed
acqua, è più verisimile e conforme ad ogni raggione ed esperienza, che vi sia
più tosto l'acqua che la terra. E se vi è corpo spesso, è maggiore raggione che
in esso predomine l'acqua che l'arida, perché l'acqua è quello che fa la
spessitudine nelle parti de la terra; la quale per il caldo si dissolve (non
cossì dico della spessitudine ch'è nel foco primo, la quale è dissolubile dal
suo contrario): che, quanto è più spessa e greve, conosce tanto più
partecipazion d'acqua. Onde le cose che sono appresso noi spessissime, non
solamente son stimate aver più partecipazion d'acqua, ma oltre si trovano esser
acqua istessa in sustanza, come appare nella resoluzion di più grevi e spessi
corpi che sono gli liquabili metalli. Ed in vero in ogni corpo solido, che ha
parti coerenti, se v'intende l'acqua la qual gionge e copula le parti,
cominciando da minimi della natura; di sorte che l'arida, a fatto disciolta da
l'acqua, non è altro che vaghi e dispersi atomi. Però son più consistenti le
parti de l'acqua senza la terra, perché le parti de l'arida nullamente
consisteno senza l'acqua. Se, dunque, il mezzano loco è destinato a chi con
maggiore appulso e più velocità vi corre, prima conviene a l'aria il quale empie
il tutto, secondo a l'acqua, terzo a la terra. Se si destina al primo grave, al
più denso e spesso, prima conviene a l'acqua, secondo a l'aria, terzo a l'arida.
Se prenderemo l'arida gionto all'acqua, prima conviene a la terra, secondo a
l'acqua, terzo a l'aria. Tanto che, secondo più raggioni e diverse, conviene a
diversi primieramente il mezzo; secondo la verità e natura, l'uno elemento non è
senza altro e non è membro de la terra, dico di questo grande animale, ove non
sieno tutti quattro o almeno tre di essi.
93 \ BUR.\ Or venite presto alla
conclusione.
94 \ FRAC.\ Quello che voglio conchiudere è questo: che il
famoso e volgare ordine de gli elementi e corpi mondani è un sogno ed una
vanissima fantasia, perché né per natura si verifica, né per raggione si prova
ed argumenta, né per convenienza deve, né per potenza puote esser di tal
maniera. Resta, dunque, da sapere ch'è un infinito campo e spacio continente, il
qual comprende e penetra il tutto. In quello sono infiniti corpi simili a
questo, de quali l'uno non è più in mezzo de l'universo che l'altro, perché
questo è infinito, e però senza centro e senza margine; benché queste cose
convegnano a ciascuno di questi mondi, che sono in esso con quel modo ch'altre
volte ho detto, e particolarmente quando abbiamo dimostrato essere certi,
determinati e definiti mezzi, quai sono i soli, i fuochi, circa gli quali
discorreno tutti gli pianeti, le terre, le acqui, qualmente veggiamo circa
questo a noi vicino marciar questi sette erranti; e come quando abbiamo
parimente dimostrato che ciascuno di questi astri o questi mondi, voltandosi
circa il proprio centro, caggiona apparenza di un solido e continuo mondo che
rapisce tanti quanti si veggono ed essere possono astri, e verse circa lui, come
centro dell'universo. Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo
sole; ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose, le
quali non sono più né meno in un cielo ed un loco ed un comprendente, che questo
mondo, in cui siamo noi, è in un comprendente, luogo e cielo. Sì che il cielo,
l'aria infinito, immenso, benché sia parte de l'universo infinito, non è però
mondo, né parte di mondi; ma seno, ricetto e campo in cui quelli sono, si
muoveno, viveno, vegetano e poneno in effetto gli atti de le loro vicissitudini,
producono, pascono, ripascono e mantieneno gli loro abitatori ed animali, e con
certe disposizioni ed ordini amministrano alla natura superiore, cangiando il
volto di uno ente in innumerabili suggetti. Sì che ciascuno di questi mondi è un
mezzo, verso il quale ciascuna de le sue parti concorre e ove si puosa ogni cosa
congenea; come le parti di questo astro, da certa distanza e da ogni lato e
circonstante regione, si rapportano al suo continente. Onde, non avendo parte,
che talmente effluisca dal gran corpo che non refluisca di nuovo in quello,
aviene che sia eterno, benché sia dissolubile: quantunque la necessità di tale
eternità certo sia dall'estrinseco mantenitore e providente, non da l'intrinseca
e propria sufficienza, se non m'inganno. Ma di questo con più particular
raggione altre volte vi farò intendere.
95 \ BUR.\ Cossì dunque gli altri
mondi sono abitati come questo?
96 \ FRAC.\ Se non cossì e se non
megliori, niente meno e niente peggio: perché è impossibile ch'un razionale ed
alquanto svegliato ingegno possa imaginarsi, che sieno privi di simili e
megliori abitanti mondi innumerabili, che si mostrano o cossì o più magnifici di
questo; i quali o son soli, o a' quali il sole non meno diffonde gli divinissimi
e fecondi raggi che non meno argumentano felice il proprio soggetto e fonte, che
rendeno fortunati i circostanti partecipi di tal virtù diffusa. Son quenque
infiniti gl'innumerabili e principali membri de l'universo, di medesimo volto,
faccia, prorogativa, virtù ed effetto.
97 \ BUR.\ Non volete che tra altri
ed altri vi sia differenza alcuna?
98 \ FRAC.\ Avete più volte udito
che quelli son per sé lucidi e caldi, nella composizion di quali predomina il
fuoco; gli altri risplendeno per altrui participazione, che son per sé freddi ed
oscuri; nella composizion de quali l'acqua predomina. Dalla qual diversità e
contrarietà depende l'ordine, la simmetria, la complessione, la pace, la
concordia, la composizione, la vita. Di sorte che gli mondi son composti di
contrarii; e gli uni contrarii, come le terre, acqui, vivono e vegetano per gli
altri contrarii, come gli soli e fuochi. Il che, credo, intese quel sapiente che
disse Dio far pace ne gli contrarii sublimi, e quell'altro che intese il tutto
essere consistente per lite di concordi ed amor di litiganti.
99 \ BUR.\
Con questo vostro dire volete ponere sotto sopra il mondo.
100 \
FRAC.\ Ti par che farrebe male un che volesse mettere.sotto sopra il mondo
rinversato?
101 \ BUR.\ Volete far vane tante fatiche, studii, sudori di
fisici auditi, de cieli e mondi, ove s'han lambiccato il cervello tanti gran
commentatori, parafrasti, glosatori, compendiarii, summisti, scoliatori,
traslatatori, questionarii, teoremisti? ove han poste le sue basi e gittati i
suoi fondamenti i dottori profondi, suttili, aurati, magni, inespugnabili,
irrefragabili, angelici, serafici, cherubici e divini?
102 \
FRAC.\ Adde gli frangipetri, sassifragi, gli cornupeti e calcipotenti,
Adde gli profundivedi, palladii, olimpici, firmamentici, celesti
empirici, altitonanti.
103
\ BUR.\ Le deveremo tutti a vostra instanza
mandarle in un cesso? Certo, sarà ben governato il mondo, se saranno tolte via e
dispreggiate le speculazioni di tanti e sì degni filosofi!
104 \
FRAC.\ Non è cosa giusta che togliamo a gli asini le sue lattuche, e voler che
il gusto di questi sia simile al nostro. La varietà d'ingegni ed intelletti non
è minor che di spirti e stomachi.
105 \ BUR.\ Volete che Platone sia
uno ignorante, Aristotele sia un asino, e quei che l'hanno seguitati, sieno
insensati, stupidi e fanatici?
106 \ FRAC.\ Figlol mio, non dico,
che questi sieno gli pulledri e quelli gli asini, questi le monine e quelli i
scimioni, come voi volete ch'io dica; ma, come vi dissi da principio, le stimo
eroi de la terra; ma che non voglio credergli senza causa, né admettergli quelle
proposizioni, de le quali le contradittorie, come possete aver compreso, se non
siete a fatto cieco e sordo, sono tanto espressamente vere.
107 \ BUR.\
Or chi ne sarà giudice?
108
\ FRAC.\ Ogni regolato senso e svegliato
giudizio, ogni persona discreta e men pertinace, quando si conoscerà convitto ed
impotente a defendere le raggioni di quelli e resistere a le nostre.
109 \ BUR.\ Quando io non le saprò defendere, sarà per difetto
della mia insufficienza, non della lor dottrina; quando voi, impugnandole,
saprete conchiudere, non sarà per la verità della dottrina, ma per le vostre
sofistiche importunitadi.
110
\ FRAC.\ Io, se mi conoscesse ignorante de le
cause, mi astenerei da donar de le sentenze. S'io fusse talmente affetto come
voi, mi stimarei dotto per fede e non per scienza.
111 \ BUR.\ Se tu fussi
meglio affetto, conoscereste che sei un asino presuntuoso, sofista, perturbator
delle buone lettere, carnefice de gl'ingegni, amator delle novitadi, nemico de
la verità, suspetto d'eresia.
112 \ FIL.\ Sin ora costui ha
mostrato d'aver poca dottrina, ora ne vuol far conoscere che ha poca discrezione
e non è dotato di civilità.
113
\ ELP.\ Ha buona voce, e disputa più
gargliardamente che se fusse un frate di zoccoli. Burchio mio caro, io lodo
molto la constanza della tua fede. Da principio dicesti che, ancor che questo
fusse vero, non lo volevi credere.
114 \ BUR.\ Sì, più tosto voglio
ignorar con molti illustri e.dotti, che saper con pochi sofisti, quali stimo
sieno questi amici.
115
\ FRAC.\ Malamente saprai far differenza tra
dotti e sofisti, se vogliamo credere a quel che dici. Non sono illustri e dotti
quei che ignorano; quei che sanno, non sono sofisti.
116 \ BUR.\ Io so che
intendete quel che voglio dire.
117 \ ELP.\ Assai sarrebe se noi
potessimo intendere quel che dite, perché voi medesimo arrete gran fatica per
intender quel che volete dire.
118 \ BUR.\ Andate, andate, più
dotti ch'Aristotele; via, via, più divini che Platone, più profondi ch'Averroe,
più giudiciosi de sì gran numero de filosofi e teologi di tante etadi e tante
nazioni, che l'hanno commentati, admirati e messi in cielo. Andate voi, che non
so chi siete e d'onde uscite, e volete presumere di opporvi al torrente di tanti
gran dottori!
119 \ FRAC.\ Questa sarrebe la meglior di quante n'avete fatte,
se fusse una raggione.
120
\ BUR.\ Tu sareste più dotto ch'Aristotele, se
non fussi una bestia, un poveraccio, mendico, miserabile, nodrito di pane di
miglio, morto di fame, generato da un sarto, nato d'una lavandaria, nipote a
Cecco ciabattino, figol di Momo, postiglion de le puttane, fratel di Lazaro che
fa le scarpe a gli asini. Rimanete con cento diavoli ancor voi, che non siete
molto megliori che lui!
121
\ ELP.\ Di grazia, magnifico signore, non vi
prendiate più fastidio di venire a ritrovarne, e aspettate che noi vengamo a
voi.
122 \ FRAC.\ Voler con più raggioni mostrar la veritade a
simili, è come se con più sorte di sapone e di lescìa più volte se lavasse il
capo a l'asino; ove non se profitta più lavando cento che una volta, in mille
che in un modo, ove è tutto uno l'aver lavato e non l'avere.
123 \ FIL.\
Anzi, quel capo sempre sarà stimato più sordido in fine del lavare che nel
principio ed avanti: perché con aggiongervi più e più d'acqua e di profumi, si
vegnono più e più a commovere i fumi di quel capo, e viene a sentirsi quel puzzo
che non si senteva altrimente; il quale sarà tanto più fastidioso, quanto da
liquori più aromatichi vien risvegliato. - Noi abbiamo molto detto oggi; mi
rallegro molto della capacità di Fracastorio e del maturo vostro giudizio,
Elpino. Or, poi ch'avemo discorso circa l'essere, il numero e qualità de
gl'infiniti mondi, è bene che domani veggiamo, se vi son raggioni contrarie, e
quali sieno quelle.
124
\ ELP.\ Cossì sia.
125 \ FRAC.\ Adio.
Dialogo 4
1
\ FIL.\ Non son dunque
infiniti gli mondi di sorte con cui è imaginato il composto di questa terra
circondato da tante sfere, de quali altre contegnano un astro, altre astri
innumerabili: atteso che il spacio è tale per quale possano discorrere tanti
astri; ciascuno di questi è tale, che può da per se stesso e da principio
intrinseco muoversi alla comunicazion di cose convenienti; ognuno di essi è
tanto ch'è sufficiente, capace e degno d'esser stimato un mondo; non è di loro
chi non abbia efficace principio e modo di continuar e serbar la perpetua
generazione e vita d'innumerabili ed eccellenti individui. Conosciuto che sarà
che l'apparenza del moto mondano è caggionata dal vero moto diurno della terra
(il quale similmente si trova in astri simili) non sarà raggione che ne
costringa a stimar l'equidistanza de le stelle, che il volgo intende in una
ottava sfera come inchiodate e fisse; e non sarà persuasione che ne impedisca di
maniera, che non conosciamo che de la distanza di quelle innumerabili sieno
differenze innumerabili di lunghezza di semidiametro. Comprenderemo, che non son
disposti gli orbi e sfere nell'universo, come vegnano a comprendersi l'un
l'altro, sempre oltre ed oltre essendo contenuto il minore dal maggiore, per
esempio, gli squogli in ciascuna cipolla; ma che per l'etereo campo il caldo ed
il freddo, diffuso da' corpi principalmente tali, vegnano talmente a
contemperarsi secondo diversi gradi insieme, che si fanno prossimo principio di
tante forme e specie di ente.
2
\ ELP.\ Su, di grazia, vengasi presto alla
risoluzion delle raggioni di contrarii, e massime d'Aristotele, le quali son più
celebrate e più famose, stimate della sciocca moltitudine con le perfette
demostrazioni. Ed a fin che non paia che si lasce cosa a dietro, io referirò
tutte le raggioni e sentenze di questo povero sofista, e voi una per una le
considerarete.
3 \ FIL.\ Cossì si faccia.
4 \ ELP.\ È da vedere,
dice egli nel primo libro del suo Cielo e mondo, se estra questo mondo
sia un altro.
5 \ FIL.\ Circa cotal questione sapete, che differentemente
prende egli il nome del mondo e noi; perché noi giongemo mondo a mondo, come
astro ad astro in questo spaciosissimo etereo seno, come è condecente anco
ch'abbiano inteso tutti quelli sapienti ch'hanno stimati mondi innumerabili ed
infiniti. Lui prende il nome del mondo per un aggregato di questi disposti
elementi e fantastici orbi sino al convesso del primo mobile, che, di perfetta
rotonda figura formato, con rapidissimo tratto tutto rivolge, rivolgendosi egli,
circa il centro, verso il qual noi siamo. Però sarà un vano e fanciullesco
trattenimento, se vogliamo raggion per raggione aver riguardo a cotal fantasia;
ma sarà bene ed espediente de resolvere le sue raggioni per quanto possono esser
contrarie al nostro senso, e non aver riguardo a ciò che non ne fa
guerra..
6 \ FRAC.\ Che diremo a color che ne rimproperasseno che noi
disputiamo su l'equivoco?
7
\ FIL.\ Diremo due cose: e che il difetto di
ciò è da colui ch'ha preso il mondo secondo impropria significazione, formandosi
un fantastico universo corporeo; e che le nostre risposte non meno son valide
supponendo il significato del mondo secondo la imaginazione de gli aversarii che
secondo la verità. Perché, dove s'intendeno gli punti della circumferenza ultima
di questo mondo, di cui il mezzo è questa terra, si possono intendere gli punti
di altre terre innumerabili che sono oltre quella imaginata circumferenza;
essendo che vi sieno realmente, benché non secondo la condizione imaginata da
costoro; la qual, sia come si vuole, non gionge o toglie punto a quel che fa al
proposito della quantità de l'universo e numero de mondi.
8 \ FRAC.\
Voi dite bene; séguita, Elpino.
9 \ ELP.\ "Ogni corpo", dice, "o si
muove o si sta: e questo moto e stato o è naturale, o è violento. Oltre, ogni
corpo, dove non sta per violenza, ma naturalmente, là non si muove per violenza,
ma per natura; e dove non si muove violentemente, ivi naturalmente risiede: di
sorte che tutto ciò che violentemente è mosso verso sopra, naturalmente si muove
verso al basso, e per contra. Da questo s'inferisce, che non son più mondi,
quando consideraremo che, se la terra, la quale è fuor di questo mondo, si muove
al mezzo di questo mondo violentemente, la terra, la quale è in questo mondo, si
moverà al mezzo di quello naturalmente; e se il suo moto dal mezzo di questo
mondo al mezzo di quello è violento, il suo moto dal mezzo di quel mondo a
questo sarà naturale. La causa di ciò è che, se son più terre, bisogna dire, che
la potenza de l'una sia simile alla potenza de l'altra; come oltre, la potenza
di quel fuoco sarà simile alla potenza di questo. Altrimente le parti di que'
mondi saran simili alle parti di questo in nome solo, e non in essere; e, per
consequenza, quel mondo non sarà, ma si chiamarà mondo, come questo. Oltre,
tutti gli corpi che son d'una natura ed una specie, hanno un moto; perché ogni
corpo naturalmente si muove in qualche maniera. Se, dunque, ivi son terre, come
è questa, e sono di medesima specie con questa, arranno certo medesimo moto;
come, per contra, se è medesimo moto, sono medesimi elementi. Essendo cossì,
necessariamente la terra di quel mondo si moverrà alla terra di questo, il fuoco
di quello al fuoco di questo. Onde séguite oltre, che la terra non meno
naturalmente si muove ad alto che al basso, ed il fuoco non meno al basso ch'a
l'alto. Or, essendono tale cose impossibili, deve essere una terra, un centro,
un mezzo, un orizonte, un mondo".
10 \ FIL.\ Contra questo diciamo,
che in quel modo con cui in questo universal spacio infinito la nostra terra
versa circa questa regione ed occupa questa parte, nel medesimo gli altri astri
occupano le sue parti e versano circa le sue regioni ne l'immenso campo. Ove,
come questa terra costa di suoi membri, ha le sue alterazioni ed ha flusso e
reflusso nelle sue parti (come accader veggiamo ne gli animali, umori e parti,
le quali sono in continua alterazione e moto), cossì gli altri astri costano di
suoi similmente affetti membri. E sicome questo, naturalmente si movendo secondo
tutta la machina, non ha moto se non simile al circulare, con cui se svolge
circa il proprio centro e discorre intorno al sole; cossì necessariamente quelli
altri corpi che sono di medesima natura. E non altrimente le parti sole di
quelli, che per alcuni accidenti sono allontanate dal suo loco (le quali però
non denno esser stimate parti principali o membri), naturalmente con proprio
appulso vi ritornano, che parti de l'arida ed acqua, che per azion del sole e de
la terra s'erano in forma d'exalazione e vapore allontanate verso membri e
regioni superiori di questo corpo, avendono riacquistata la propria forma, vi
ritornano. E cossì quelle parti oltre certo termine non si discostano dal suo
continente come queste; come sarà manifesto quando vedremo la materia de le
comete non appartenere a questo globo. Cossì dunque, come le parti di un
animale, benché sieno di medesima specie con le parti di un altro animale, nulla
di meno, perché appartengono a diversi individui, giamai quelle di questi (parlo
de le principali e lontane) hanno inclinazione al loco di quelle de gli altri:
come non sarà mai la mia mano conveniente al tuo braccio, la tua testa al mio
busto. Posti cotai fondamenti, diciamo veramente essere similitudine tra tutti
gli astri, tra tutti gli mondi, e medesima raggione aver questa e le altre
terre. Però non séguita che dove è questo mondo debbano essere tutti gli altri,
dove è situata questa debbano essere situate l'altre; ma si può bene inferire
che, sicome questa consiste nel suo luogo, tutte l'altre consistano nel suo:
come non è bene che questa si muova al luogo dell'altre, non è bene che l'altre
si muovano al luogo di questa: come questa è differente in materia ed altre
circostanze individuali da quelle, quelle sieno differenti da questa. Cossì le
parti di questo fuoco si muovono a questo fuoco come le parti di quello a
quello; cossì le parti di questa terra a questa tutta, come le parti di quella
terra a quella tutta. Cossì le parti di quella terra che chiamiamo luna, con le
sue acqui, contra natura e violentemente si moverebono a questa, come si
moverebono le parti di questa a quella. Quella naturalmente versa nel suo loco,
ed ottiene la sua regione che è ivi; questa è naturalmente nella sua regione
quivi; e cossì se riferiscono le parti sue a quella terra, come le sue a questa;
cossì intendi de le parti di quelle acqui e di que' fochi. Il giù e loco
inferiore di questa terra non è alcun punto della regione eterea fuori ed extra
di lei (come accade alle parti fatte fuori della propria sfera, se questo
aviene), ma è nel centro de la sua mole o rotundità o gravità. Cossì il giù di
quella terra non è alcun luogo extra di quella, ma è il suo proprio mezzo, il
proprio suo centro. Il su di questa terra è tutto quel ch'è nella sua
circumferenza ed estra la sua circumferenza; però cossì violentemente le parti
di quella si muoveno extra la sua circumferenza e naturalmente s'accoglieno
verso il suo centro, come le parti di questa violentemente si diparteno e
naturalmente tornano verso il proprio mezzo. Ecco come si prende la vera
similitudine tra.queste e quell'altre terre.
11 \ ELP.\ Molto ben dite
che, sicome è cosa inconveniente ed impossibile che l'uno di questi animali si
muova e dimore dove è l'altro, e non abbia la propria sussistenza individuale
con il proprio loco e circostanze; cossì è inconvenientissimo che le parti di
questo abbiano inclinazione e moto attuale al luogo de le parti di quello.
12 \ FIL.\ Intendete bene de le parti che son veramente parti.
Perché, quanto appartiene alli primi corpi indivisibili, de quali originalmente
è composto il tutto, è da credere che per l'immenso spacio hanno certa
vicissitudine, con cui altrove influiscano ed affluiscano altronde. E questi, se
pur per providenza divina, secondo l'atto, non costituiscano nuovi corpi e
dissolvano gli antichi, almeno hanno tal facultà. Perché veramente gli corpi
mondani sono dissolubili; ma può essere che o da virtù intrinseca o estrinseca
sieno eternamente persistenti medesimi, per aver tale tanto influsso, quale e
quanto hanno efflusso di atomi; e cossì perseverino medesimi in numero, come
noi, che nella sustanza corporale similmente, giorno per giorno, ora per ora,
momento per momento, ne rinuoviamo per l'attrazione e digestione che facciamo da
tutte le parti del corpo.
13
\ ELP.\ Di questo ne parlaremo altre volte.
Quanto al presente, mi satisfate molto ancora per quel ch'avete notato, che
cossì ogni altra terra s'intenderebe violentemente montare a questa, se si
movesse a questo loco, come questa violentemente montarebbe se a qualsivoglia di
quelle si movesse. Perché, come da ogni parte di questa terra verso la
circonferenza o ultima superficie, e verso l'orizonte emisferico dell'etere
andando, si procede come in alto; cossì da ogni parte della superfice de altre
terre verso questa se intende ascenso: atteso che cossì questa terra è
circonferenziale a quelle come quelle a questa. Approvo che, benché quelle terre
sieno di medesima natura con questa, non per ciò séguite che si referiscano al
medesimo centro a fatto; perché cossì il centro d'un'altra terra non è centro di
questa e la circonferenza sua non è circonferenza di costei, come l'anima mia
non è vostra; la gravità mia e di mie parti non è corpo e gravità vostra; benché
tutti cotai corpi, gravitadi ed anime univocamente si dicano, e sieno di
medesima specie.
14
\ FIL.\ Bene. Ma non per questo vorrei che
v'imaginaste che, se le parti di quella terra appropinquassero a questa terra,
non sarebbe possibile che medesimamente avessero appulso a questo continente,
come se le parti di questa s'avicinassero a quella; benché ordinariamente il
simile non veggiamo accadere ne gli animali e diversi individui de le specie di
questi corpi, se non quanto l'uno si nutrisce ed aumenta per l'altro e l'uno si
trasmuta ne l'altro.
15
\ ELP.\ Sta bene. Ma che dirrai, se tutta
quella sfera fusse tanto vicina a questa quanto accade che da lei s'allontanino
le sue parti che hanno attitudine di rivenire al suo continente?
16 \ FIL.\
Posto che le parti notabili de la terra si facciano fuori de la circonferenza de
la terra, circa la quale è.detto esser l'aria puro e terso, facilmente concedo
che da quel loco possano rivenir cotai parti come naturalmente al suo loco; ma
non già venir tutta un'altra sfera, né naturalmente descendere le parti di
quella, ma più tosto violentemente ascendere; come le parti di questa non
naturalmente descenderebono a quella, ma per violenza ascenderebono. Perché a
tutti gli mondi l'estrinseco della sua circonferenza è il su, e l'intrinseco
centro è il giù, e la raggione del mezzo a cui le loro parti naturalmente
tendeno, non si toglie da fuori, ma da dentro di quelli; come hanno ignorato
coloro, che fingendo certa margine e vanamente definendo l'universo, hanno
stimato medesimo il mezzo e centro del mondo e di questa terra. Del che il
contrario è conchiuso, famoso e concesso appresso gli matematici di nostri
tempi; che hanno trovato che dall'imaginata circonferenza del mondo non è
equidistante il centro de la terra. Lascio gli altri più savi, che, avendo
capito il moto de la terra, hanno trovato, non solamente per raggioni proprie
alla lor arte, ma etiam per qualche raggion naturale, che del mondo ed
universo che col senso de gli occhi possiamo comprendere, più raggionevolmente,
e senza incorrere inconvenienti, e con formar teoria più accomodata e giusta,
applicabile al moto più regolare de gli detti erroni circa il mezzo, doviamo
intendere la terra essere tanto lontana dal mezzo quanto il sole. Onde
facilmente con gli loro principii medesimi han modo di scuoprir a poco a poco la
vanità di quel che si dice della gravità di questo corpo, e differenza di questo
loco da gli altri, dell'equidistanza di mondi innumerabili, che veggiamo da
questo oltre gli detti pianeti, del rapidissimo moto più tosto di tutti quei
circa quest'uno, che della versione di quest'uno a l'aspetto di que' tutti; e
potranno dovenir suspetti almeno sopra altri sollennissimi inconvenienti che son
suppositi nella volgar filosofia. Or, per venire al proposito onde siamo
partiti, torno a dire che né tutto l'uno né parte de l'uno sarrebe atto a
muoversi verso il mezzo de l'altro, quantunque un altro astro fusse vicinissimo
a questo, di sorte che il spacio o punto della circonferenza di quello si
toccasse col punto o spacio della circonferenza di questo.
17 \ ELP.\
Di questo il contrario ha disposto la provida natura, perché, se ciò fusse, un
corpo contrario destruggerebe l'altro; il freddo e umido s'ucciderebono col
caldo e secco: de quali, però a certa e conveniente distanza disposti, l'uno
vive e vegeta per l'altro. Oltre, un corpo simile impedirebe l'altro dalla
comunicazione e partecipazione del conveniente che dona al dissimile e dal
dissimile riceve; come ne dechiarano tal volta non mediocri danni ch'alla
fragilità nostra apportano le interposizioni di un'altra terra, che chiamiamo
luna, tra questa e il sole. Or che sarrebe se la fusse più vicina alla terra, e
più notabilmente a lungo ne privasse di quel caldo e vital lume?
18 \ FIL.\
Dite bene. Seguitate ora il proposito d'Aristotele.
19 \ ELP.\ Apporta
appresso una finta risposta; la quale dice, che per questa raggione un corpo non
si muove a l'altro,.perché quanto è rimosso da l'altro per distanza locale,
tanto viene ad essere di natura diverso. E contra questo dice lui, che la
distanza maggiore e minore non è potente a far che la natura sia altra ed altra.
20 \ FIL.\ Questo, inteso come si deve intendere, è verissimo.
Ma noi abbiamo altro modo di rispondere, ed apportiamo altra raggione, per cui
una terra non si muova a l'altra, o vicina o lontana che la sia.
21 \ ELP.\
La ho intesa. Ma pur mi par oltre vero quello che è da credere che volesser dir
gli antichi, che un corpo per maggior lontananza acquista minor attitudine (che
loro chiamorno proprietà e natura per il lor frequente modo di parlare); perché
le parti, alle quali è soggetto molto aria, son meno potenti a dividere il mezzo
e venire al basso.
22
\ FIL.\ È certo ed assai esperimentato nelle
parti de la terra, che, da certo termine del loro recesso e lontananza, ritornar
sogliono al suo continente; a cui tanto più s'affrettano quanto più s'avicinano.
Ma noi parliamo ora delle parti d'un'altra terra.
23 \ ELP.\ Or, essendo
simile terra a terra, parte a parte, che credi, se fussero vicine? non sarrebe
ugual potenza tanto alle parti de l'altra di andar a l'una e l'altra terra, e
per consequenza ascendere e descendere?
24 \ FIL.\ Posto uno inconveniente
(se è inconveniente), che impedisce che se ne pona un altro consequente? Ma,
lasciando questo, dico che le parti, essendo in equal raggione e distanza di
diverse terre, o rimagnono, o se determinano un loco a cui vadano, a rispetto di
quello si diranno descendere, ed ascendere a rispetto de l'altro da cui
s'allontanano.
25 \ ELP.\ Pure chi sa che le parti di un corpo principale si
muovano ad un altro corpo principale, benché simile in specie? Perché appare che
le parti e membri di un uomo non possono quadrare e convenire ad un altr'uomo.
26 \ FIL.\ È vero principale e primariamente; ma accessoria e
secondariamente accade il contrario. Perché abbiamo visto per esperienza che
della carne d'un altro s'attacca al loco ove era un naso di costui; e ne
confidiamo di far succedere l'orecchio d'un altro ove era l'orecchio di costui,
facilissimamente.
27
\ ELP.\ Questa chirugia non dev'esser volgare.
28 \ FIL.\ Non sia.
29 \ ELP.\ Torno al punto di voler
sapere: se accadesse che una pietra fusse in mezzo a l'aria in punto
equidistante da due terre, in che modo doviamo credere che rimanesse fissa? ed
in che modo si determinarebbe ad andar più presto all'uno ch'all'altro
continente?
30 \ FIL.\ Dico che la pietra, per la sua figura, non
riguardando più l'uno che l'altro, e l'uno e l'altro avendo equal relazione alla
pietra, ed essendo a punto medesimamente affetti a quella, dal dubio della
resoluzione ed equal raggione a doi termini oppositi accaderebe che si rimagna,
non potendosi risolvere d'andar più tosto a l'uno ch'a l'altro, de quali questo
non rapisce più che quello, ed essa non ha maggior appulso a questo che a
quello. Ma, se l'uno gli è più congeneo e connaturale, e gli è più o simile o
atto a conservarla, se determinarà per il più corto camino rettamente di
rapportarsi a quello. Perché lo principal principio motivo non è la propria
sfera e proprio continente, ma l'appetito di conservarsi: come veggiamo la
fiamma serpere per terra, ed inchinarsi, e ramenarsi al basso per andare al più
vicino loco in cui inescare e nodrirsi possa; e lasciarà d'andar verso il sole,
al quale, senza discrime d'intiepidirse per il camino, non se inària.
31 \ ELP.\ Che dici di quel che soggionge Aristotele, che le
parti e congenei corpi, quantunque distanti sieno, si muoveno pure al suo tutto
e suo consimile?
32
\ FIL.\ Chi non vede, ch'è contra ogni raggione
e senso, considerato quel ch'abbiamo poco fa detto? Certo, le parti fuor del
proprio globo si muoveranno al propinquo simile, ancor che quello non sia il suo
primario e principal continente; e talvolta a altro, che lo conserve e nodrisca,
benché non simile in specie; perché il principio intrinseco impulsivo non
procede dalla relazione ch'abbia a loco determinato, certo punto e propria
sfera, ma da l'appulso naturale di cercar ove meglio e più prontamente ha da
mantenersi e conservarsi nell'esser presente; il quale, quantunque ignobil sia,
tutte le cose naturalmente desiderano. Come massime desiderano vivere quegli
uomini, e massime temeno il morire coloro che non han lume di filosofia vera, e
non apprendeno altro essere ch'il presente, e pensano che non possa succedere
altro che appartenga a essi. Perché non son pervenuti ad intendere che il
principio vitale non consiste ne gli accidenti che resultano dalla composizione,
ma in individua ed indissolubile sustanza, nella quale, se non è perturbazione,
non conviene desiderio di conservarsi, né timore di sperdersi; ma questo è
conveniente a gli composti, cioè secondo raggione simmetrica, complessionale,
accidentale. Perché né la spiritual sustanza, che s'intende unire, né la
materiale, che s'intende unita, possono esser suggette ad alterazione alcuna o
passione, e per consequenza non cercano di conservarsi, e però a tai sustanze
non convien moto alcuno, ma a le composte. Tal dottrina sarà compresa, quando si
saprà ch'esser grave o lieve non conviene a' mondi, né a parte di quelli; perché
queste differenze non sono naturalmente, ma positiva e rispettivamente. Oltre,
da quel ch'abbiamo altre volte considerato, cioè che l'universo non ha margine,
non ha estremo, ma è inmenso ed infinito, aviene che a gli corpi principali a
riguardo di qualche mezzo o estremo, non possono determinarsi a moversi
rettamente, perché da tutt'i canti fuor della sua circumferenza hanno ugual e
medesimo rispetto: però non hanno altro moto retto che di proprie parti, non a
riguardo d'altro mezzo e centro che del proprio intiero, continente e perfetto.
Ma di questo considerarò al suo proposito e loco. Venendo dunque al punto, dico:
che, secondo gli suoi medesimi principii, non potrà verificar questo filosofo
che corpo, quantunque lontano, abbia attitudine di rivenire al suo continente o
simile, se lui intende le comete di materia terrestre; e tal materia, quale in
forma di exalazione è montata in alto all'incentiva region del foco; le quali
parti sono inetti a descendere al basso; ma, rapite dal vigor del primo mobile,
circuiscono la terra, e pure non sono di quinta essenza, ma corpi terrestri
gravissimi, spessi e densi. Come chiaro si argumenta da l'apparenza in sì lungo
intervallo e lunga esistenza che fanno al grave e vigoroso incendio del foco:
che tal volta perseverano oltre un mese a bruggiare, come per quarantacinque
giorni continui a' tempi nostri n'è vista una. Or, se per la distanza non si
destrugge la raggion de la gravità, per che caggione tal corpo non solo non
viene al basso, né si sta fermo, ma oltre circuisce la terra? Se dice che non
circuisce per sé, ma per essere rapito; insisterò oltre, che cossì anco ciascuno
di suoi cieli ed astri (li quali non vuol che sieno gravi, né lievi, né di simil
materia) son rapiti. Lascio che il moto di questi corpi par proprio a essi,
perché non è mai conforme al diurno, né a quei d'altri astri.
33 La
raggione è ottima per convencer costoro da suoi medesimi principii. Perché della
verità della natura di comete ne parleremo, facendo propria considerazione di
quelle, dove mostraremo e che tali accensioni non son dalla sfera del foco,
perché verrebono da ogni parti accese, atteso che secondo tutta la circunferenza
o superficie de la sua mole sono contenute nell'aria attrito dal caldo, come
essi dicono, o pur sfera del fuoco: ma sempre vedemo l'accensione essere da una
parte; conchiuderemo le dette comete esser specie di astro, come bene dissero ed
intesero gli antichi; ed essere tale astro che, col proprio moto avicinandosi ed
allontanandosi verso e da questo astro per raggione di accesso e recesso, prima
par che cresca, come si accendesse, e poi manca, come s'estinguesse: e non si
muove circa la terra; ma il suo moto proprio è quello, che è oltre il diurno
proprio alla terra, la quale, rivolgendosi con il proprio dorso, viene a fare
orienti ed occidenti tutti que' lumi che sono fuor della sua circonferenza. E
non è possibile che quel corpo terrestre e sì grande possa da sì liquido aere e
sottil corpo che non resiste al tutto, esser rapito, e mantenuto, contra sua
natura, sospeso; il cui moto, se fusse vero, sarrebe solamente conforme a quel
del primo mobile, dal quale è rapito, e non imitarebe il moto di pianeti; onde
ora è giudicato di natura di Mercurio, ora della luna, ora di Saturno, or de gli
altri. Ma, e di questo altre volte, a suo proposito, si parlarà. Basta ora
averne detto sin tanto che baste per argumento contra costui, che dalla
propinquità e lontananza non vuole che s'inferisca maggior e minor facultà del
moto, che lui chiama proprio e naturale, contra la verità. La quale non permette
possa dirse proprio e naturale ad un suggetto in tal disposizione, nella quale
mai gli può convenire; e però, se le parti da oltre certa distanza mai se
muoveno al continente, non si deve dire che tal moto sia naturale a quelle.
34 \ ELP.\ Ben conosce chi ben considera che costui avea
principii tutti contrarii alli principii veri della natura. Replica appresso
che, "se il moto di corpi semplice è naturale a essi, averrà che gli corpi
semplici, che sono in molti mondi, e sono di medesima specie, si muovano o al
medesimo mezzo o al medesimo estremo".
35 \ FIL.\ Questo è quello che lui
non potrà giamai provare, cioè che si debbano muovere al medesimo loro
particulare ed individuale. Perché da quel, che gli corpi son di medesima
specie, s'inferisce che a quelli si convegna luogo di medesima specie e mezzo de
medesima specie, ch'è il centro proprio; e non si deve né può inferire che
richiedano loco medesimo di numero.
36 \ ELP.\ È stato lui alcunamente
presago di questa risposta; e però da tutto il suo vano sforzo caccia questo,
che vuol provare la differenza numerale non esser causa della diversità de
luoghi.
37 \ FIL.\ Generalmente veggiamo tutto il contrario. Pur dite,
come il prova?
38 \ ELP.\ Dice che, se la diversità numerale di corpi dovesse
esser caggione della diversità di luoghi, bisognarebbe che delle parti di questa
terra diverse in numero e gravità ciascuna nel medesimo mondo avesse il proprio
mezzo. Il che è impossibile ed inconveniente, atteso che secondo il numero de
gl'individui de parti de la terra sarrebe il numero de mezzi.
39 \ FIL.\
Or considerate, che mendica persuasione è questa. Considerate, se per tanto vi
potrete mover punto dalla opinion contraria, o più tosto confirmarvi in quella.
Chi dubita che non sia inconveniente dire uno essere il mezzo di tutta la mole,
e del corpo ed animale intiero, a cui e verso cui si referiscono, accoglieno, e
per cui si uniscano ed hanno base tutte le parti; e posserno essere
positivamente innumerabili mezzi, secondo che della innumerabile moltitudine de
le parti, in ciascuna possiamo cercare o prendere o supponere il mezzo?
Nell'uomo uno è semplicemente il mezzo, che si dice il core; e poi molti sono
altri mezzi, secondo la moltitudine de le parti, de quali il core ha il suo
mezzo, il pulmone il suo, l'epate il suo, il capo, il braccio, la mano, il
piede, questo osso, questa vena, questo articolo e queste particelle che
constituiscono cotai membri ed hanno particular e determinato sito, tanto nel
primo e generale, ch'è tutto individuo, quanto nel prossimo e particular, ch'è
tutto questo o quell'altro membro de l'individuo.
40 \ ELP.\ Considerate
che lui si può intendere, che non voglie dir semplicemente, perché ciascuna
parte abbia il mezzo; ma che abbia il mezzo a cui si muova.
41 \ FIL.\
Al fine tutto va ad uno: perché nell'animale non si richiede che tutte le parti
vadano al mezzo e centro; perché questo è impossibile ed inconveniente, ma che
si referiscano a quello per la unione de le parti e constituzion del tutto.
Perché la vita e consistenza delle cose dividue non si vede in altro che nella
debita unione de le parti, le quali sempre s'intendeno aver quel termine che
medesimo si prende per mezzo e centro. Però, per la constituzion del tutto
intiero, le parti si riferiscono ad un sol mezzo; per la constituzion di ciascun
membro, le particole di ciascuno si referiscono al mezzo particular di ciascuno,
a fin che l'epate consista per l'union de le sue parti: cossì il pulmone, il
capo, l'orecchio, l'occhio ed altri. Ecco, dunque, come non solamente non è
inconveniente, ma naturalissimo, e che sieno molti mezzi secondo la raggione di
molte parti e particole de le parti, se gli piace; perché di questi d'uno è
constituito, sussistente e consistente per la consistenza, sussistenza e
constituzione de l'altri. Certo, si sdegna l'intelletto su le considerazioni
sopra frascarie tali, quali apporta questo filosofo.
42 \ ELP.\ Questo si deve
patire per la riputazione, ch'ha guadagnato costui, più per non esser inteso che
per altro. Ma pur, di grazia, considerate un poco quanto questo galantuomo si
compiacque in questo argumentaccio. Vedete che, quasi trionfando, soggionge
queste paroli: "Se, dunque, il contradicente non potrà contradire a questi
sermoni e raggioni, necessariamente è uno mezzo ed uno orizonte".
43 \ FIL.\
Dice molto bene. Seguitate.
44
\ ELP.\ Appresso prova, che gli moti semplici
son finiti e determinati; perché quel che disse, che il mondo è uno e gli moti
semplici hanno proprio loco, era fondato sopra di questo. Dice dunque cossì:
"Ogni mobile si muove da un certo termine ad un certo termine: e sempre è
differenza specifica tra il termino onde, ed il termino ove, essendo ogni
mutazion finita; tali sono morbo e sanità, picciolezza grandezza, qua llà;
perché quel che si sana, non tende ove si voglia, ma alla sanità. Non son dunque
il moto della terra e del foco in infinito, ma a certi termini diversi da que'
luoghi, da quai si muoveno; perché il moto ad alto non è moto al basso: e questi
doi luoghi son gli orizonti de moti. Ecco, come è determinato il moto retto. Non
meno determinato è il moto circulare; perché da certo a certo termine, da
contrario a contrario, è ancor quello, se vogliamo considerar la diversità del
moto, la quale è nel diametro del circolo; perché il moto di tutto il circolo a
fatto non ha contrario (perché non si termina ad altro punto che a quello da cui
cominciò), ma nelle parti della revoluzione, quando questa è presa da uno
estremo del diametro all'altro opposito".
45 \ FIL.\ Questo, che il moto è
determinato e finito secondo tali raggioni, non è chi lo neghi o ne dubiti; ma è
falso che sia semplicemente determinato alto e determinato basso, come altre
volte abbiamo detto e provato. Perché, indifferentemente, ogni cosa si muove o
qua o là, ovunque sia il luogo della sua conservazione. E diciamo (ancor
supponendo gli principii d'Aristotele ed altri simili) che, se infra la terra
fusse altro corpo, le parti della terra violentemente vi rimarrebono, ed indi
naturalmente montarebono. E non negarà Aristotele, che, se le parti del fuoco
fussero sopra la sua sfera (come, per esempio, ove intendeno il cielo o cupola
di Mercurio), descenderebono naturalmente. Vedete dunque, quanto bene
naturalmente determinino su e giù, grave e lieve, dopo ch'arrete considerato che
tutti corpi, ovunque sieno e dovunque si muovano, ritegnono e cercano al
possibile il loco della conservazione. Tuttavia, quantunque sia vero che ogni
cosa si muove per gli suoi mezzi, da' suoi ed a' suoi termini, ed ogni moto, o
circulare o retto, è determinato da opposito in opposito; da questo non séguita
che l'universo sia finito di grandezza, né che il mondo sia uno; e non si
distrugge che sia infinito il moto semplicemente di qualsivoglia atto
particolare, per cui quel spirto, come vogliam dire, che fa ed incorre a questa
composizione, unione e vivificazione, può essere e sarà sempre in altre ed altre
infinite. Può dunque stare, che ogni moto sia finito (parlando del moto
presente, non absoluta e semplicemente di ciascun particulare, ed in tutto) e
che infiniti mondi sieno: atteso che, come ciascuno de gl'infiniti mondi è
finito ed ha regione finita, cossì a ciascuno di quei convegnono prescritti
termini del moto suo e de sue parti.
46 \ ELP.\ Voi dite bene; e con
questo, senza che séguite inconveniente alcuno contra di noi, né cosa che sia in
favor di quelle che lui vuol provare, è apportato quel "segno", che lui
soggionge a mostrar, "che il moto non sia in infinito, perché la terra ed il
fuoco quanto più s'accostano alla sua sfera, tanto più velocemente si muoveno; e
però, se il moto fusse in infinito, la velocità, levità e gravità verrebe ad
essere in infinito".
47
\ FIL.\ Buon pro gli faccia.
48 \ FRAC.\
Sì. Ma questo mi par il gioco de le bagattelle; perché, se gli atomi hanno moto
infinito per la succession locale che a tempi a tempi fanno, or avendo efflusso
da questo, or influsso in quello, or giungendosi a questa, or a quella
composizione, or concorrendo in questa, or in quella figurazione per il spacio
inmenso dell'universo; verranno per certo ad avere infinito moto locale,
discorrere per infinito spacio e concorrere ad infinite alternazioni. Per questo
non séguita ch'abbiano infinita gravità, levità o velocità.
49 \ FIL.\
Lasciamo da parte il moto delle prime parti ed elementi, e consideriamo
solamente de le parti prossime e determinate a certa specie di ente, cioè di
sustanza: come de le parti de la terra, che son pur terra. Di queste veramente
si dice, che in quei mondi che sono, ed in quelle regioni dove versano, in
quella forma che ottegnono, non si muoveno se non da certo a certo termine. E da
questo non più séguita questa conclusione: dunque l'universo è finito ed il
mondo è uno, - che quest'altra: dunque le scimie nascono senza coda, dunque i
gufi veggono la notte senza occhiali, dunque i pipistrelli fanno lana. Oltre, di
queste parti intendendo, giamai si potrà far tale illazione: l'universo è
infinito, son terre infinite; dunque puotrà una parte di terra continuamente
muoversi in infinito, e deve aver ad una terra infinitamente distante appulso
infinito e gravità infinita. E questo per due caggioni: de quali l'una è, che
non si può dar questo transito, perché, constando l'universo di corpi e
principii contrarii non potrebbe tal parte molto discorrere per l'eterea
regione, che non venesse ad esser vinta dal contrario e dovenir a tale che non
più si muova quella terra; perché quella sustanza non è più terra, avendo, per
vittoria del contrario, cangiato complessione e volto. L'altra, che generalmente
veggiamo che tanto manca, che mai da distanza infinita possa esser impeto di
gravità o levità, come dicono, che tal appulso de parti non può essere se non
infra la regione del proprio continente; le quali, se fussero estra quella, non
più vi si muoverebono, che gli fluidi umori (quali ne l'animale si muoveno da
parti esterne all'interne, superiori ed inferiori, secondo tutte differenze,
montando e bassando, rimovendosi da questa a quella e da quella a questa parte),
messi fuori del proprio continente ancor contigui a quello, perdeno tal forza ed
appulso naturale. Vale dunque per tanto spacio tal relazione, quanto vien
misurato per il semediametro dal centro di tal particular regione alla sua
circonferenza, dove circa questa è la minima gravità, e circa quello la massima;
e nel mezzo, secondo gli gradi della propinquità circa l'uno o l'altra, la viene
ad esser maggior e minore; come appare nella presente demostrazione, in cui A
significa il centro de la regione, dove, parlando comunmente, la pietra non è
grave né lieve; B significa la circonferenza della regione, dove parimente non
sarà grave né lieve, e rimarrà quieta (onde appare ancora la coincidenza del
massimo e minimo, quale è dimostrata in fine del libro De principio, causa ed
uno); 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, significano le differenze di spaci
tramezanti:
B 9 né grave, né lieve.
8 minimo grave, levissimo.
7
assai men grave, assai più lieve.
6 meno grave, più lieve.
5 grave,
lieve.
4 più grave, men lieve.
3 assai più grave, assai men lieve.
2
gravissimo, minimo lieve.
A 1 né grave, né lieve.
50 Or vedete oltre quanto
manca ch'una terra debba muoversi a l'altra, che anco le parti di ciascuna,
messe fuor della propria circonferenza, non hanno tale appulso.
51 \ ELP.\
Volete che sia determinata questa circonferenza?
52 \ FIL.\ Sì, quanto
alla massima gravità, che potesse esser nella massima parte; o se pur ti piace
(perché tutto il globo non è grave né lieve), in tutta la terra. Ma quanto alle
differenze mezzane de gravi e lievi, che dico si denno prendere tanto diverse
differenze, quanto diversi possono essere gli pondi di diverse parti che son
comprese tra il massimo e minimo grave.
53 \ ELP.\ Discretamente, dunque, si
deve intendere questa scala.
54
\ FIL.\ Ogniuno ch'ha ingegno, potrà da per sé
intendere il come. Or quanto alle referite raggioni d'Aristotele, assai è detto.
Veggiamo adesso, se oltre nelle seguenti apporta qualche cosa.
55 \ ELP.\
Di grazia contentatevi che di questo ne parliamo nel seguente giorno; perché
sono aspettato dall'Albertino, che è disposto di venir qua a ritrovarvi domani.
Dal qual credo, che potrete udir tutte le più gagliarde raggioni che per
l'opinion contraria possono apportarsi, per esser egli assai prattico nella
commune filosofia.
56
\ FIL.\ Sia con vostra commodità.
Dialogo 5
Albertino, nuovo interlocutor
e.
1
\ ALB.\ Vorrei sapere che
fantasma, che inaudito mostro, che uomo eteroclito, che cervello estraordinario
è questo; quai novelle costui di nuovo porta al mondo; o pur che cose absolete e
vecchie vegnono a rinuovarsi, che amputate radici vegnono a repullular in questa
nostra etade.
2 \ ELP.\ Sono amputate radici che germogliano, son cose
antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume
che, dopo lunga notte, spunta all'orizonte ed emisfero della nostra cognizione
ed a poco a poco s'avicina al meridiano della nostra intelligenza.
3 \ ALB.\
S'io non conoscesse Elpino, so che direi.
4 \ ELP.\ Dite pur quel che vi
piace; ché, se voi avete ingegno, come io credo averlo, gli consentirete come io
gli consento; se l'avete megliore, gli consentirete più tosto e meglio, come
credo che sarà. Atteso che quelli a' quali è difficile la volgar filosofia ed
ordinaria scienza, e sono ancor discepoli e mal versati in quella (ancor che non
si stimino tali, per quel che sovente esser suole), non sarà facile che si
convertano al nostro parere; perché in cotali può più la fede universale, ed in
essi massime la fama de gli autori che gli son stati messi per le mani, trionfa;
per il che admirano la riputazion di espositori e commentatori di quelli. Ma gli
altri a' quali la detta filosofia è aperta e che son gionti a quel termine, onde
non son più occupati a spendere il rimanente della lor vita ad intendere quel
ch'altri dica, ma hanno proprio lume ed occhi de l'intelletto vero agente,
penetrano ogni ricetto, e qual'Argi, con gli occhi de diverse cognizioni, la
possono contemplar per mille porte ignuda; potranno, facendosi più appresso,
distinguere tra quel che si crede e s'ha per concesso e vero, per mirar da
lontano per forza di consuetudine e senso generale, e quel che veramente è, e
deve aversi per certo, come constante nella verità e sustanza de le cose.
Malamente, dico, potranno approvar questa filosofia color che o non hanno buona
felicità d'ingegno naturale, o pur non sono esperti, almeno mediocremente, in
diverse facultadi, e non son potenti sì fattamente nell'atto reflesso de
l'intelletto che sappiano far differenza da quello ch'è fondato su la fede, a
ciò che è stabilito su l'evidenza di veri principii; perché tal cosa comunmente
s'ha per principio che, ben considerata, si trovarà conclusione impossibile e
contra natura. Lascio quelli sordidi e mercenarii ingegni che, poco e niente
solleciti circa la verità, si contentano saper secondo che comunmente è stimato
il sapere; amici poco di vera sapienza, bramosi di fama e riputazion di quella;
vaghi d'apparire, poco curiosi d'essere. Malamente, dico, potrà eligere tra
diverse opinioni e talvolta contradittorie sentenze chi non ha sodo e retto
giudizio circa quelle. Difficilmente varrà giudicare chi non è potente a far
comparazione tra queste e quelle, l'una e l'altra. A gran pena potrà comparar le
diverse insieme chi non capisce la differenza che le distingue. Assai malagevole
è comprendere in che differiscano e come siano altre queste da quelle, essendo
occolta la sustanza di ciascuna e l'essere. Questo non potrà giamai essere
evidente, se non è aperto per le sue cause e principii ne gli quali ha
fondamento. Dopo, dunque, che arrete mirato con l'occhio de l'intelletto e
considerato col regolato senso gli fondamenti, principii e cause, dove son
piantate queste diverse e contrarie filosofie, veduto qual sia la natura,
sustanza e proprietà di ciascuna, contrapesato con la lance intellettuale e
visto qual differenza sia tra l'une e l'altre, fatta comparazion tra queste e
quelle e rettamente giudicato, senza esitar punto farete elezion di consentire
al vero.
5 \ ALB.\ Contra le opinioni vane e stolte esser sollecito è
cosa da vano e stolto, dice il principe Aristotele.
6 \ ELP.\ Assai ben
detto. Ma, se ben guardate, questa sentenza e conseglio verrà a pratticarsi
contra le sue opinioni medesime, quando saranno apertamente stolte e vane. Chi
vuol perfettamente giudicare, come ho detto, deve saper spogliarsi dalla
consuetudine di credere; deve l'una e l'altra contradittoria esistimare
equalmente possibile, e dismettere a fatto quella affezione di cui è imbibito da
natività: tanto quella che ne presenta alla conversazion generale, quanto
l'altra per cui mediante la filosofia rinascemo, morendo al volgo, tra gli
studiosi stimati sapienti dalla moltitudine ed in un tempo. Voglio dire, quando
accade controversia tra questi ed altri stimati savii da altre moltitudini ed
altri tempi, se vogliamo rettamente giudicare, doviamo richiamare a mente quel
che dice il medesimo Aristotele, che, per aver riguardo a poche cose, talvolta
facilmente gittamo sentenze; ed oltre, che l'opinione talvolta per forza di
consuetudine sì fattamente s'impadronisce del nostro consentimento che tal cosa
ne par necessaria, ch'è impossibile; tal cosa scorgemo ed apprendiamo per
impossibile, ch'è verissima e necessaria. E se questo accade nelle cose per sé
manifeste, che deve essere in quelle che son dubie ed hanno dependenza da ben
posti principii e saldati fondamenti?
7 \ ALB.\ È opinione del
commentatore Averroe ed altri molti, che non si può sapere quel tanto ch'ha
ignorato Aristotele.
8
\ ELP.\ Questo con tal moltitudine era situato
con l'ingegno sì al basso, ed erano in sì spesse tenebre, che il più alto e più
chiaro che vedevano, gli era Aristotele. Però se costui ed altri, quando si
lascian cascar simil sentenza, volessero più castigatamente parlare, direbono
Aristotele esser un Dio, secondo il lor parere; onde non tanto vegnano a
magnificar Aristotele, quanto ad esplicar la propria dapoccagine; perché non
altrimente questo è secondo il lor parere, che, secondo il parer della scimia,
le più belle creature del mondo son gli sui figli ed il più vago maschio de la
terra è il suo scimione.
9
\ ALB.\ Parturient montes...
10 \ ELP.\ Vedrete che non è sorgio quel che nasce.
11 \ ALB.\ Molti hanno balestrato e machinato
contra.Aristotele; ma son cascati i castegli, son spuntate le frecce e gli son
rotti gli archi.
12
\ ELP.\ Che fia, se una vanità guerreggia
contra l'altra? L'una è potente contra tutte; non per questo perde l'esser
vanità; ed al fine non potrà esser discoperta e vinta dal vero?
13 \ ALB.\
Dico che è impossibile di contradir demostrativamente ad Aristotele.
14 \ ELP.\ Questo è un troppo precipitoso dire.
15 \ ALB.\
Io non lo dico, se non dopo aver veduto bene ed assai meglio considerato quanto
dice Aristotele. Ed in quello tanto manca ch'io vi trove errore alcuno, che
niente vi scorgo che non sappia de divinità; e credo che altro non si possa
accorgere di quel ch'io non ho possuto accorgermi.
16 \ ELP.\ Dunque
misurate il stomaco e cervello altrui secondo il vostro, e credette non esser
possibile ad altri quel ch'è impossibile a voi. Sono al mondo alcuni tanto
infortunati ed infelici che, oltre che son privi d'ogni bene, hanno per decreto
del fato per compagna eterna tale Erinni ed infernal furia, che li fa
volontariamente con l'atro velo di corrosiva invidia appannarsi gli occhi per
non veder la sua nudità, povertà e miseria, e l'altrui ornamenti, ricchezze e
felicitadi: voglion più tosto in sporca e superba penuria intisichire, e sotto
il lettame di pertinace ignoranza star sepolti, ch'esser veduti conversi a nuova
disciplina, parendogli di confessar d'esser stato sin allora ignorante ed aver
un tal per guida.
17
\ ALB.\ Volete dunque, verbi gratia, che
mi faccia discepolo di costui? io che son dottore approvato da mille academie, e
che ho essercitata publica profession de filosofie nelle prime academie del
mondo, vegna ora a rinegar Aristotele e mi faccia insegnar filosofia da simili?
18 \ ELP.\ Io per me, non come dottore, ma come indotto, vorrei
essere insegnato; non come quello che dovrei essere, ma come quello che non
sono, vorrei imparare; accettarei per maestro non sol costui, ma qualsivogli'
altro che gli dei hanno ordinato che mi sia, perché gli fanno intendere quel
ch'io non intendo.
19
\ ALB.\ Dunque mi volete far ripuerascere?
20 \ ELP.\ Anzi dispuerascere.
21 \ ALB.\ Gran mercé
alla vostra cortesia, poi che pretendete d'avanzarmi e pormi in exaltazione con
farmi auditore di questo travagliato, ch'ogniun sa quanto sia odiato
nell'academie quando è aversario delle dottrine comuni, lodato da pochi,
approvato da nessuno, perseguitato da tutti.
22 \ ELP.\ Da tutti sì,
ma tali e quali; da pochi sì, ma ottimi ed eroi. Aversario de dottrine comuni,
non per esser dottrine o per esser comuni, ma perché false. Dall'academie
odiato, perché, dov'è dissimilitudine, non è amore; travagliato, perché la
moltitudine è contraria a chi si fa fuor di quella; e chi si pone in alto, si fa
versaglio a molti. E per descrivervi l'animo suo, quanto al fatto del trattar
cose speculative, vi dico che non è tanto curioso d'insegnare, quanto
d'intendere; e che lui udirà meglior nova e prenderà maggior piacere, quando
sentirà che vogliate insegnarlo (pur ch'abbia speranza de l'effetto), che se gli
diceste che volete essere insegnato da lui; perché il suo desio consiste più in
imparare che in insegnare, e si stima più atto a quello ch'a questo. Ma, eccolo
a punto insieme con Fracastorio.
23 \ ALB.\ Siate il molto ben
venuto, Filoteo.
24
\ FIL.\ E voi il ben trovato.
25 \ ALB.\
S'a la foresta fieno e paglia rumino
Col bue, monton, becco, asino e
cavallo,
Or, per far meglior vita, senza fallo,
Qua me ne vegno a farmi
catecumino.
26 \ FRAC.\ Siate il ben venuto.
27 \ ALB.\ Tanto sin al
presente ho fatta stima de le vostre posizioni, che le ho credute indegne di
essere udite, non che di risposta.
28 \ FIL.\ Similmente giudicavo ne'
miei primi anni, quando ero occupato in Aristotele, sino a certo termine. Ora,
dopo ch'ho più visto e considerato e con più maturo discorso debbo posser far
giudizio de le cose, potrà essere ch'io abbia desimparato e perso il cervello.
Or, perché questa è una infirmità la quale nessun meno la sente che l'amalato
istesso, io più tosto mosso da una suspizione, promosso dalla dottrina
all'ignoranza, molto son contento d'essere incorso in un medico tale, il qual è
stimato sufficiente da tutti di liberarmi da tal mania.
29 \ ALB.\
Nol può far la natura, io far nol posso,
S'il male è penetrato in sin
a l'osso.
30 \ FRAC.\ Di grazia, signor, toccategli prima il polso e
vedete l'urina; perché appresso, se non possiamo effettuar la cura, staremo sul
giudizio.
31 \ ALB.\ La forma di toccar il polso è di veder come potrete
risolvere ed estricar da alcuni argomenti, ch'or ora vi farò udire, quali
necessariamente conchiudeno la impossibilità di più mondi; tanto manca, che gli
mondi sieno infiniti.
32
\ FIL.\ Non vi sarò poco ubligato quando
m'arrete insegnato questo; e quantunque il vostro intento non riesca, vi sarò
pur debitore per quel, che mi verrete a confirmar nel mio parere. Perché, certo,
vi stimo tale che per voi mi potrò accorgere di tutta la forza del contrario; e
come quello che siete espertissimo nelle ordinarie scienze, facilmente vi
potrete avedere del vigor de' fondamenti ed edificii di quelle, per la
differenza ch'hanno da nostri principii. Or perché non accada interrozione di
raggionamenti, e ciascuno a bel agio possa esplicarsi tutto, piacciavi di
apportar tutte quelle raggioni che stimate più salde e principali e che vi
paiono demostrativamente conchiudere.
33 \ ALB.\ Cossì farò. Prima,
dunque, da quel, che estra questo mondo non s'intende essere loco né tempo,
perché se dice un primo cielo e primo corpo, il quale è distantissimo da noi e
primo mobile; onde abbiamo per consuetudine di chiamar cielo quello che è sommo
orizonte del mondo, dove sono tutte le cose immobili, fisse e quiete, che son le
intelligenze motrici de gli orbi. Ancora, dividendo il mondo in corpo celeste ed
elementare, si pone questo terminato e contenuto, quello terminante e
continente: ed è tal ordine de l'universo che, montando da corpo più crasso a
più sottile quello che è sopra il convesso del fuoco, in cui sono affissi il
sole, la luna ed altre stelle, è una quinta essenza; a cui conviene e che non
vada in infinito, perché sarrebe impossibile di giongere al primo mobile; e che
non si repliche l'occorso d'altri elementi, sì perché questi verrebono ad essere
circonferenziali, sì anco perché il corpo incorrottibile e divino verrebe
contenuto e compreso da gli corrottibili. Il che è inconveniente: perché a
quello ch'è divino, conviene la raggion di forma ed atto, e per conseguenza di
comprendente, figurante, terminante; non modo di terminata, compresa e figurata
materia. Appresso, argomento cossì con Aristotele: "se fuor di questo cielo è
corpo alcuno, o sarà corpo semplice, o sarà corpo composto"; ed in qualsivoglia
modo che tu dica, dimando oltre, o vi è come in loco naturale, o come in loco
accidentale e violento. Mostramo che ivi non è corpo semplice; perché non è
possibile che corpo sferico si cange di loco; perché, come è impossibile che
muti il centro, cossì non è possibile che cange il sito: atteso che non può
esser se non per violenza estra il proprio sito; e violenza non può essere in
lui, tanto attiva- quanto passivamente. Similmente non è possibile che fuor del
cielo sia corpo semplice mobile di moto retto: o sia grave o sia lieve, non vi
potrà essere naturalmente, atteso che gli luoghi di questi corpi semplici sono
altri dai luoghi, che si dicono fuor del mondo. Né potrete dir che vi sia per
accidente; perché averrebe, che altri corpi vi sieno per natura. Or, essendo
provato, che non sono corpi semplici oltre quei che vegnano alla composizion di
questo mondo, che son mobili secondo tre specie di moto locale, è consequente
che fuor del mondo non sia altro corpo semplice. Se cossì è, è anco impossibile,
che vi sia composto alcuno; perché questo di quelli si fa ed in quelli si
risolve. Cossì è cosa manifesta che non son molti mondi, perché il cielo è
unico, perfetto e compito, a cui non è, né può essere altro simile. Indi
s'inferisce, che fuor di questo corpo non può essere loco né pieno né vacuo, né
tempo. Non vi è loco; perché, se questo sarà pieno, contenerà corpo o semplice o
composto: e noi abbiamo detto che fuor del cielo non v'è corpo né semplice né
composto. Se sarà vacuo, allora, secondo la raggion del vacuo (che si definisce
spacio, in cui può esser corpo), vi potrà essere; e noi abbiamo mostrato che
fuor del cielo non può esser corpo. Non vi è tempo; perché il tempo è numero di
moto; il moto non è se non di corpo; però dove non è corpo, non è moto, non v'è
numero, né misura di moto; dove non è questa, non è tempo. Poi abbiam provato,
che fuor del mondo non è corpo, e per consequenza per noi è dimostrato non
esservi moto, né tempo. Se cossì è, non vi è temporeo né mobile: e per
consequenza, il mondo è uno.
34
Secondo, principalmente dall'unità del motore
s'inferisce l'unità del mondo. È cosa concessa, che il moto circulare è
veramente uno, uniforme, senza principio e fine. S'è uno, è uno effetto, il
quale non può essere da altro che da una causa. Se, dunque, è uno il cielo
primo, sotto il quale son tutti gl'inferiori, che conspirano tutti in un ordine,
bisogna che sia unico il governante e motore. Questo essendo inmateriale, non è
moltiplicabile di numero per la materia. Se il motore è uno, e da un motore non
è se non un moto, ed un moto (o sia complesso o incomplesso) non è se non in un
mobile, o semplice o composto, rimane che l'universo mobile è uno. Dunque, non
son più mondi.
35 Terzo, principalmente da luoghi de corpi mobili si conchiude
ch'il mondo è uno. Tre sono le specie di corpi mobili: grave in generale, lieve
in generale e neutro; cioè terra ed acqua, aria e fuoco, e cielo. Cossì gli
luoghi de mobili son tre: infimo e mezzo, dove va il corpo gravissimo; supremo
massime discosto da quello; e mezzano tra l'infimo e il supremo. Il primo è
grave, il secondo è né grave né lieve, il terzo è lieve. Il primo appartiene al
centro, il secondo alla circonferenza, il terzo al spacio ch'è tra questa e
quello. È, dunque, un luogo inferiore a cui si muoveno tutti gli gravi, sieno in
qualsivoglia mondo; è un superiore a cui si referiscono tutti i lievi da
qualsivoglia mondo; dunque, è un luogo in cui si verse il cielo, di qualunque
mondo il sia. Or se è un loco, è un mondo, non son più mondi.
36 Quarto,
dico che sieno più mezzi ai quali si muovano gli gravi de diversi mondi, sieno
più orizonti a gli quali si muova il lieve; e questi luoghi de diversi mondi non
differiscano in specie, ma solamente di numero. Averrà allora che il mezzo dal
mezzo sarà più distante ch'il mezzo da l'orizonte; ma il mezzo e mezzo
convegnono in specie; il mezzo ed orizonte son contrarii. Dunque, sarà più
distanza locale tra quei che convegnono in specie che tra gli contrarii. Questo
è contra la natura di tali oppositi; perché quando si dice che gli contrarii
primi son massimamente discosti, questo massime s'intende per distanza locale,
la qual deve essere ne gli contrarii sensibili. Vedete, dunque, che séguita
supponendosi, che sieno più mondi. Per tanto tale ipotesi non è solamente falsa,
ma ancora impossibile.
37
Quinto, se son più mondi simili in specie,
deveranno essere o equali o pur (ché tutto viene ad uno, per quanto appartiene
al proposito) proporzionali in quantità; se cossì è, non potranno più che sei
mondi essere contigui a questo: perché, senza penetrazion di corpi, cossì non
più che sei sfere possono essere contigue a una, come non più che sei circoli
equali, senza intersezione de linee, possono toccare un altro. Essendo cossì,
accaderà che più orizonti in tanti punti (ne li quali sei mondi esteriori
toccano questo nostro mondo o altro) saranno circa un sol mezzo. Ma, essendo che
la virtù de doi primi contrarii deve essere uguale e da questo modo di ponere ne
séguite inequalità, verrete a far gli elementi superiori più potenti che
gl'inferiori, farrete quelli vittoriosi sopra questi e verrete a dissolvere
questa mole..
38 Sesto, essendo che gli circoli de mondi non si toccano se
non in punto, bisogna necessariamente che rimagna spacio tra il convesso del
circolo di una sfera e l'altra; nel qual spacio o vi è qualcosa che empia, o
niente. Se vi è qualche cosa, certo non può essere di natura d'elemento distante
dal convesso de la circonferenza, perché, come si vede, cotal spacio è
triangulare, terminato da tre linee arcuali che son parti della circonferenza di
tre mondi; e però il mezzo viene ad esser più lontano dalle parti più vicine a
gli angoli, e lontanissimo da quelli, come apertissimo si vede. Bisogna, dunque,
fingere novi elementi e novo mondo, per empir quel spacio, diversi dalla natura
di questi elementi e mondo. Over è necessario di ponere il vacuo, il quale
supponemo impossibile.
39
Settimo, se son più mondi, o son finiti o son
infiniti. Se sono infiniti, dunque si trova l'infinito in atto: il che con molte
raggioni è stimato impossibile. Se sono finiti, bisogna che sieno in qualche
determinato numero: e sopra di questo andaremo investigando perché son tanti, e
non son più né meno; perché non ve n'è ancor un altro, che vi fa questo o
quell'altro di più; se son pari o impari; perché più tosto de l'una che de
l'altra differenza; o pur perché tutta quella materia che è divisa in più mondi,
non s'è agglobata in un mondo, essendo che la unità è meglior che moltitudine,
trovandosi l'altre cose pari; perché la materia è divisa in quattro o sei o
diece terre, non è più tosto globo grande, perfetto e singulare. Come, dunque,
de il possibile ed impossibile si trova il numero finito più presto che
infinito, cossì tra il conveniente e disconveniente, è più raggionevole e
secondo la natura l'unità che la moltitudine o pluralità.
40 Settimo,
in tutte le cose veggiamo la natura fermarsi in compendio; perché, come non è
difettuosa in cose necessarie, cossì non abonda in cose soverchie. Possendo
dunque essa ponere in effetto il tutto per quell'opre che son in questo mondo,
non è raggione ancor che si voglia fengere che sieno altri.
41 Ottavo,
se fussero mondi infiniti o più che uno, massime sarebbono per questo, che Dio
può farle o pur da Dio possono dependere. Ma quantunque questo sia verissimo per
tanto non séguita che sieno: perché, oltre la potenza attiva di Dio, se richiede
la potenza passiva de le cose. Perché dalla absoluta potenza divina non dipende
quel tanto che può esser fatto nella natura; atteso che non ogni potenza attiva
si converte in passiva, ma quella sola la quale ha paziente proporzionato, cioè
soggetto tale, che possa ricevere tutto l'atto dell'efficiente. Ed in cotal modo
non ha corrispondenza cosa alcuna causata alla prima causa. Per quanto, dunque,
appartiene alla natura del mondo, non possono essere più che uno, benché Dio ne
possa far più che uno.
42
Nono, è cosa fuor di raggione la pluralità di
mondi, perché in quelli non sarrebe bontà civile, la quale consiste nella civile
conversazione; e non arrebono fatto bene gli dei creatori de diversi mondi di
non far che gli cittadini di.quelli avessero reciproco commercio.
43 Decimo,
con la pluralità di mondi viene a caggionarsi impedimento nel lavoro di ciascun
motore o dio; perché essendo necessario che le sfere si toccano in punto, averrà
che l'uno non si potrà muovere contra de l'altro, e sarà cosa difficile che il
mondo sia governato da gli dei per il moto.
44 Undecimo, da uno non
può provenire pluralità d'individui se non per tal atto per cui la natura si
moltiplica per division della materia; e questo non è altro atto che di
generazione. Questo dice Aristotele con tutt'i peripatetici. Non si fa
moltitudine d'individui sotto una specie, se non per l'atto della generazione.
Ma quelli che dicono più mondi di medesima materia e forma in specie, non dicono
che l'uno si converte nell'altro né si genere dell'altro.
45 Duodecimo, al perfetto non si fa addizione. Se dunque questo
mondo è perfetto, certamente non richiede ch'altro se gli aggionga. Il mondo è
perfetto prima come specie di continuo che non si termina ad altra specie di
continuo; perché il punto indivisibile matematicamente corre in linea, che è una
specie di continuo; la linea in superficie, che è la seconda specie di continuo;
la superficie in corpo, che è la terza specie di continuo. Il corpo non migra o
discorre in altra specie di continuo; ma, se è parte dell'universo, si termina
ad altro corpo; se è universo, è perfetto e non si termina se non da se
medesimo. Dunque, il mondo ed universo è uno, se deve essere perfetto. - Queste
sono le dodici raggioni, le quali voglio per ora aver prodotte. Se voi mi
satisfarrete in queste, voglio tenermi satisfatto in tutte.
46 \ FIL.\
Bisogna, Albertin mio, che uno che si propone a defendere una conclusione,
prima, se non è al tutto pazzo, abbia essaminate le contrarie raggioni; come
sciocco sarrebe un soldato che prendesse assunto de difendere una rocca, senza
aver considerato le circonstanze e luoghi onde quella può essere assalita. Le
raggioni che voi apportate (se pur son raggioni), sono assai communi e repetite
più volte da molti. Alle quali tutte sarà efficacissimamente risposto, solo con
aver considerato il fondamento di quelle da un canto, e dall'altro il modo della
nostra asserzione. L'uno e l'altro vi sarà chiaro per l'ordine che terrò nel
rispondere; il quale consisterà in breve paroli, perché, se altro bisognarà dire
ed esplicare, io vi lasciarò al pensiero di Elpino, il quale vi replicarà quello
che ha udito da me.
47
\ ALB.\ Fate prima che io mi accorga che ciò
possa essere con qualche frutto e non senza satisfazione d'un che desidera
sapere; ché certo non mi rincrescerà d'udir prima voi, e poi lui.
48 \ FIL.\
A gli uomini savii e giudiciosi, tra' quali vi connumero, basta sol mostrare il
loco della considerazione; perché da per essi medesimi poi profondano sul
giudicio de gli mezzi per quali si discende all'una e l'altra contradittoria o
contraria posizione. Quanto al primo dubio, dunque, diciamo, che tutta quella
machina va per terra, posto che non sono quelle distinzioni di orbi e cieli, e
che gli astri in questo spacio inmenso etereo si muoveno da principio intrinseco
e circa il proprio centro e circa qualch'altro mezzo. Non è primo mobile che
rapisca realmente tanti corpi circa questo mezzo; ma più presto questo uno globo
causa l'apparenza di cotal rapto. E le raggioni di questo ve le dirà Elpino.
49 \ ALB.\ Le udirò volentiera.
50 \ FIL.\ Quando udirete
e concepirete che quel dire è contra natura, e questo è secondo ogni raggione,
senso e natural verificazione, non direte oltre essere una margine, uno ultimo
del corpo e moto dell'universo; e che non è che una vana fantasia l'esistimare
che sia tal primo mobile, tal cielo supremo e continente, più tosto che un seno
generale, in cui non altrimente subsidano gli altri mondi che questo globo
terrestre in questo spacio, dove vien circondato da questo aria, senza che sia
inchiodato ed affisso in qualch'altro corpo ed abbia altra base ch'il proprio
centro. E se si vedrà che questo non si può provare d'altra condizione e natura,
per non mostrar altri accidenti da quei che mostrano gli astri circonstanti, non
deve esser stimato più tosto lui in mezzo dell'universo che ciascuno di quelli,
e lui più tosto apparir esser circuito da quelli che quelli da lui; onde al
fine, conchiudendosi tale indifferenza di natura, si conchiuda la vanità de gli
orbi deferenti, la virtù dell'anima motrice e natura interna essagitatrice di
questi globi, la indifferenza de l'ampio spacio dell'universo, la irrazionalità
della margine e figura esterna di quello.
51 \ ALB.\ Cose in vero che non
repugnano alla natura, possono aver maggior convenienza; ma son de
difficilissima prova e richiedeno grandissimo ingegno per estricarse dal
contrario senso e raggioni.
52
\ FIL.\ Trovato che sarà il capo,
facilissimamente si sbrogliarà tutto l'intrico. Perché la difficultà procede da
un modo e da uno inconveniente supposto: e questo è la gravità della terra, la
immobilità di quella, la posizione del primo mobile con altri sette, otto o nove
o più, nelli quali sono piantati, ingravati, inpiastrati, inchiodati, annodati,
incollati, sculpiti o depinti gli astri; e non residenti in uno medesimo spacio
con questo astro che è la terra nominata da noi, la quale udirete non essere di
regione, di figura, di natura più né meno elementare che tutti gli altri, meno
mobile da principio intrinseco che ciascuno di quegli altri animanti divini.
53 \ ALB.\ Certo, entrato che mi sarà nel capo questo pensiero,
facilmente succederanno gli altri tutti che voi mi proponete: arrete insieme
insieme tolte le radici d'una e piantate quelle d'una altra filosofia.
54 \ FIL.\ Cossì dispreggiarete per raggione oltre prendere
quel senso comune, con cui volgarmente si dice un sommo orizonte, altissimo e
nobilissimo, confine alle sustanze divine inmobili e motrici di questi finti
orbi; ma confessarete almeno essere equalmente credibile, che cossì come questa
terra è un animale mobile e convertibile da principio intrinseco, sieno quelli
altri tutti medesimamente, e non mobili secondo il moto e delazione d'un corpo,
che non ha tenacità né resistenza alcuna, più raro e più sottile che esser possa
questo aria in cui spiriamo. Considerarete questo dire consistere in pura
fantasia e non potersi demostrare al senso; ed il nostro essere secondo ogni
regolato senso e ben fondata raggione. Affirmarete non essere più verisimile che
le sfere imaginate di concava e convessa superficie sieno mosse e seco amenino
le stelle, che vero e conforme al nostro intelletto e convenienza naturale che,
senza temere di cascare infinito al basso o montare ad alto (atteso che
nell'immenso spacio non è differenza di alto, basso, destro, sinistro, avanti ed
addietro), gli uni circa e verso gli altri facciano gli lor circoli, per la
raggione della lor vita e consistenza nel modo che udirete nel suo loco. Vedrete
come estra questa imaginata circonferenza di cielo possa essere corpo semplice o
composto, mobile di moto retto; perché, come di moto retto si muoveno le parti
di questo globo, cossì possono muoversi le parti de gli altri e niente meno;
perché non è fatto e composto d'altro questo che gli altri circa questo e circa
gli altri; non appare meno questo aggirarsi circa gli altri che gli altri circa
questo.
55 \ ALB.\ Ora più che mai mi accorgo che picciolissimo errore
nel principio causa massima differenza e discrime de errore in fine; uno e
semplice inconveniente a poco a poco se moltiplica ramificandosi in infiniti
altri, come da picciola radice machine grandi e rami innumerabili. Per mia vita,
Filoteo, io son molto bramoso che questo che mi proponi, da te mi vegna provato,
e da quel che lo stimo degno e verisimile, mi sia aperto come vero.
56 \ FIL.\
Farrò quanto mi permetterà l'occasion del tempo, rimettendo molte cose al vostro
giudizio, le quali sin ora non per incapacità, ma per inadvertenza vi sono state
occolte.
57 \ ALB.\ Dite pur per modo d'articolo e di conclusione il
tutto, perché so che prima che voi entraste in questo parere, avete possuto
molto bene essaminare le forze del contrario; essendo che son certo, che non
meno a voi che a me sono aperti gli secreti della filosofia commune. Seguitate.
58 \ FIL.\ Non bisogna dunque cercare, se estra il cielo sia
loco, vacuo o tempo; perché uno è il loco generale, uno il spacio inmenso che
chiamar possiamo liberamente vacuo; in cui sono innumerabili ed infiniti globi,
come vi è questo in cui vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito,
perché non è raggione, convenienza, possibilità, senso o natura che debba
finirlo: in esso sono infiniti mondi simili a questo, e non differenti in geno
da questo; perché non è raggione né difetto di facultà naturale, dico tanto
potenza passiva quanto attiva, per la quale, come in questo spacio circa noi ne
sono, medesimamente non ne sieno in tutto l'altro spacio che di natura non è
differente ed altro da questo.
59 \ ALB.\ Se quel ch'avete prima
detto, è vero (come sin ora non è men verisimile che 'l suo contradittorio),
questo è necessario.
60
\ FIL.\ Estra, dunque, l'imaginata
circonferenza e convesso del mondo è tempo, perché vi è la misura e raggione di
moto, perché vi sono de simili corpi mobili. E questo sia parte supposto, parte
proposto circa quello ch'avete detto come per prima raggione dell'unità del
mondo.
61 Quanto a quello che secondariamente dicevate, vi dico che
veramente è un primo e prencipe motore, ma non talmente primo e prencipe che,
per certa scala, per il secondo, terzo ed altri da quello si possa discendere,
numerando, al mezzano ed ultimo: atteso che tali motori non sono, né possono
essere; perché dove è numero infinito, ivi non è grado né ordine numerale,
benché sia in grado ed ordine secondo la raggione e dignità o de diverse specie
e geni, o de diverse gradi in medesimo geno e medesima specie. Sono dunque,
infiniti motori, cossì come sono anime infinite di queste infinite sfere, le
quali, perché sono forme ed atti intrinseci, in rispetto de quali tutti è un
prencipe da cui tutti dipendono, è un primo il quale dona la virtù della
motività a gli spirti, anime, dei, numi, motori, e dona la mobilità alla
materia, al corpo, all'animato, alla natura inferiore, al mobile. Son, dunque,
infiniti mobili e motori, li quali tutti se riducono a un principio passivo ed
un principio attivo, come ogni numero se reduce all'unità; e l'infinito numero e
l'unità coincideno, ed il summo agente e potente fare il tutto con il possibile
esser fatto il tutto coincideno in uno, come è mostrato nel fine del libro
Della causa, principio ed uno. In numero dunque e moltitudine è infinito
mobile ed infinito movente; ma nell'unità e singularità è infinito immobile
motore, infinito immobile universo; e questo infinito numero e magnitudine e
quella infinita unità e semplicità coincideno in uno semplicissimo ed individuo
principio, vero, ente. Cossì non è un primo mobile, al quale con certo ordine
succeda il secondo, in sino l'ultimo, o pur in infinito; ma tutti gli mobili
sono equalmente prossimi e lontani al primo e dal primo ed universal motore.
Come, logicamente parlando, tutte le specie hanno equal raggione al medesimo
geno, tutti gli individui alla medesima specie; cossì da un motore universale
infinito, in un spacio infinito, è un moto universale infinito da cui dependono
infiniti mobili e infiniti motori, de quali ciascuno è finito di mole ed
efficacia.
62 Quanto al terzo argumento, dico che nell'etereo campo non è
qualche determinato punto, a cui, come al mezzo, si muovano le cose gravi, e da
cui, come verso la circonferenza, se discostano le cose lievi; perché
nell'universo non è mezzo né circonferenza, ma, se vuoi, in tutto è mezzo ed in
ogni punto si può prendere parte di qualche circonferenza a rispetto di qualche
altro mezzo o centro. Or quanto a noi, respettivamente si dice grave quello che
dalla circonferenza di questo globo si muove verso il mezzo; lieve quello che
secondo il contrario modo verso il contrario sito; e vedremo che niente è grave,
che medesimo non sia lieve; perché tutte le parti de la terra successivamente si
cangiano di sito, luogo e temperamento, mentre per longo corso di secoli non è
parte centrale che non si faccia circonferenziale, né parte circonferenziale che
non si faccia del centro o verso quello. Vedremo che gravità e levità non è
altro che appulso de le parti de corpi al proprio continente e conservante,
ovunque il sia; però non sono differenze situali che tirano a sé tali parti, né
che le mandano da sé, ma è il desio di conservarsi, il quale spenge ogni cosa
come principio intrinseco, e, se non gli obsta impedimento alcuno, la perduce
ove meglio fugga il contrario e s'aggionga al conveniente. Cossì, dunque, non
meno dalla circonferenza della luna ed altri mondi, simili a questo in specie o
in geno, verso il mezzo del globo vanno ad unirsi le parti come per forza di
gravità; e verso la circonferenza se diportano le parti assottigliate come per
forza di levità. E non è perché fuggano la circonferenza o si appiglino alla
circonferenza; perché, se questo fusse, quanto più a quella s'avicinano, più
velocemente e rapidamente vi correrebono; e quanto più da quella s'allontanano,
più fortemente si aventarebono al contrario sito. Del che il contrario veggiamo,
atteso che, se mosse saranno oltre la region terrestre, rimarranno librate ne
l'aria e non montaranno in alto né descenderanno al basso sin tanto che o
acquistano per apposizion di parti o per inspessazione dal freddo gravità
maggiore, per cui dividendo l'aria sottoposto rivegnano al suo continente, over
dissolute dal caldo e attenuate, si dispergano in atomi.
63 \ ALB.\
O quanto mi sederà nell'animo questo, quando più pianamente m'arrete fatto
vedere la indifferenza de gli astri da questo globo terrestre!
64 \ FIL.\
Questo facilmente vi potrà replicare Elpino nel modo con cui l'ha possuto udire
da me. E lui vi farà più distintamente udire come grave e lieve non è corpo
alcuno a rispetto della region dell'universo, ma delle parti a rispetto del suo
tutto, proprio continente o conservante. Perché quelli, per desiderio di
conservarsi nell'esser presente, si moveno ad ogni differenza locale, si
astrengeno insieme, come fanno i mari e gocce, e se disgregano, come fanno
tutt'i liquori della faccia del sole o altri fuochi. Perché ogni moto naturale,
che è da principio instrinseco, non è se non per fuggir il disconveniente e
contrario e seguitare l'amico e conveniente. Però niente si muove dal suo loco,
se non discacciato dal contrario; niente nel suo loco è grave né lieve; ma la
terra, sullevata all'aria, mentre si forza al suo loco, è grave e si sente
grave. Cossì l'acqua, suspesa a l'aria, è grave; non è grave nel proprio loco.
Però a gli sommersi tutta l'acqua non è grave, e picciolo vase pieno d'acqua
sopra l'aria, fuor della superficie dell'arida, aggrava. Il capo al proprio
busto non è grave, ma il capo d'un altro sarà grave, se ne sarà sopraposto; la
raggion del che è il non essere nel suo loco naturale. Se, dunque, gravità e
levità è appulso al loco conservante e fuga dal contrario, niente, naturalmente
constituito, è lieve: e niente ha gravità o levità molto discosto dal proprio
conservante, e molto rimosso dal contrario, sin che non senta l'utile dell'uno e
la noia dell'altro; ma se, sentendo la noia dell'uno, despera ed è perplesso ed
irresoluto del contrario, a quello viene ad esser vinto.
65 \ ALB.\
Promettete, ed in gran parte ponete in effetto, gran cose.
66 \ FIL.\
Per non recitar due volte il medesimo, commetto ad Elpino, che vi dica il
restante.
67 \ ALB.\ Mi par intender tutto, perché un dubio eccita
l'altro, una verità dimostra l'altra: ed io comincio ad intendere più che non
posso esplicare; e sin ora molte cose avevo per certe, che comincio a tenerle
per dubie. Onde mi sento a poco a poco facile a potervi consentire.
68 \ FIL.\
Quando m'arrete pienamente inteso, pienamente mi consentirete. Ma, per ora,
ritenete questo; o almeno non siate risoluto, come vi mostravate, nel contrario
parere, come eravate prima che vi si ponesse in controversia. Perché a poco a
poco e per diverse occasioni verremo ad esplicar pienamente tutto che può fare
al proposito; il qual depende da più principii e cause, perché, come un errore
s'aggionge a l'altro, cossì a una discoperta verità succede l'altra.
69 Circa il quarto argumento, diceamo che, quantunque sieno
tanti mezzi, quanti sono individui, di globi, di sfere, di mondi, non per questo
séguita che le parti di ciascuno si referiscano ad altro mezzo che al proprio,
né s'allontanino verso altra circonferenza che della propria regione. Cossì le
parti di questa terra non remirano altro centro né vanno ad unirsi ad altro
globo che questo, come li umori e parti de gli animali hanno flusso e reflusso
nel proprio supposito, e non hanno appartenenza ad altro distinto di numero.
70 Quanto a quello che apportate per inconveniente, cioè che il
mezzo che conviene in specie con l'altro mezzo, verrà ad essere più distante da
quello che il mezzo e la circonferenza, che sono contrarii naturalmente, e però
sono e denno essere massime discosti; vi rispondo, prima, che li contrarii non
denno essere massime discosti, ma tanto che l'uno possa aver azione nell'altro e
possa esser paziente dall'altro: come veggiamo esser disposto il sole a noi
prossimo in rispetto de le sue terre che son circa quello; atteso che l'ordine
della natura apporta questo, che l'uno contrario sussista, viva e si nutrisca
per l'altro, mentre l'uno viene affetto, alterato, vinto e si converte
nell'altro.
71 Oltre, poco fa abbiamo discorso con Elpino della
disposizione di quattro elementi, li quali tutti concorreno alla composizione di
ciascun globo, come parti de quali l'una è insita dentro l'altra e l'una è mista
con l'altra; e non sono distinti e diversi, come contenuto e continente, perché,
ovunque è l'arida, vi è l'acqua, l'aria ed il fuoco, o aperto o latente; e che
la distinzione, che facciamo di globi, de quali altri sono fuochi, come il sole,
altri sono acqui, come la luna e terra, procede non da questo, che costano di
semplice elemento, ma da quel, che quello.predomina in tale composizione.
72 Oltre è falsissimo, che li contrarii massime sieno discosti;
perché in tutte le cose questi vegnono naturalmente congionti ed uniti; e
l'universo, tanto secondo le parti principali, quanto secondo le altre
conseguenti, non consiste se non per tal congionzione ed unione; atteso che non
è parte di terra che non abbia in sé unitissima l'acqua, senza la quale non ha
densità, unione d'atomi e solidità. Oltre, qual corpo terrestre è tanto spesso
che non abbia gli suoi insensibili pori, li quali, se non vi fussero, non
sarrebono tai corpi divisibili e penetrabili dal foco o dal calor di quello, che
pur è cosa sensibile che si parte da tal sustanza? Ove, dunque, è parte di
questo tuo corpo freddo e secco, che non abbia gionto di quest'altro tuo corpo
umido e caldo? Non è dunque naturale, ma logica questa distinzione d'elementi; e
se il sole è nella sua regione lontano dalla regione della terra, non è però da
lui più lontano l'aria, l'arida ed acqua, che da questo corpo: perché cossì
quello è corpo composto, come questo, benché di quattro detti elementi altro
predomine in quello, altro in questo. Oltre, se vogliamo che la natura sia
conforme a questa logica che vuole la massima distanza deverse a gli contrarii,
bisognarà che tra il tuo foco, che è lieve, e la terra, che è grave, sia
interposto il tuo cielo, il quale non è grave né lieve. O, se pur ti vuoi
strengere, con dir che intendi questo ordine nelli chiamati elementi, sarà de
bisogno pure che altrimente le venghi ad ordinare. Voglio dire che tocca a
l'acqua di essere nel centro e luogo del gravissimo, se il foco è nella
circonferenza e luogo del levissimo nella regione elementare; perché l'acqua,
che è fredda ed umida, contraria al foco secondo ambedue le qualitadi, deve
essere massime lontana dal freddo e secco elemento; e l'aria, che dite caldo ed
umido, devrebbe essere lontanissimo dalla fredda e secca terra. Vedete, dunque,
quanto è inconstante questa peripatetica proposizione, o la essaminate secondo
la verità della natura, o la misurate secondo gli proprii principii e
fondamenti?
73 \ ALB.\ Lo vedo, e molto apertamente.
74 \ FIL.\
Vedete ancora, che non è contra raggione la nostra filosofia, che reduce ad un
principio e referisce ad un fine e fa concidere insieme gli contrarii, di sorte
che è un soggetto primo dell'uno e l'altro; dalla qual coincidenza stimiamo
ch'al fine è divinamente detto e considerato che li contrarii son ne gli
contrarii, onde non sia difficile di pervenire a tanto che si sappia come ogni
cosa è di ogni cosa: quel che non poté capire Aristotele ed altri sofisti.
75 \ ALB.\ Volentieri vi ascolto. So che tante cose e sì
diverse conclusioni non si possono insieme e con una occasione provare; ma da
quel, che mi scuoprite inconvenienti le cose che io stimava necessarie, in tutte
l'altre, che con medesima e simil raggione stimo necessarie, dovegno suspetto.
Però con silenzio ed attenzion mi apparecchio ad ascoltar i fondamenti,
principii e discorsi vostri.
76
\ ELP.\ Vedrete che non è secol d'oro quello
ch'ha apportato.Aristotele alla filosofia. Per ora, espediscansi gli dubii da
voi proposti.
77 \ ALB.\ Io non sono molto curioso circa quelli altri, perché
bramo d'intendere quella dottrina di principii da quali questi ed altri dubii
iuxta la filosofia vostra si risolveno.
78 \ FIL.\ Di quelli ne
raggionaremo poi. Quanto al quinto argomento, dovete avvertire che, se noi
imaginiamo gli molti ed infiniti mondi, secondo quella raggione di composizione
che solete voi imaginare, quasi che - oltre un composto di quattro elementi,
secondo l'ordine volgarmente riferito; ed otto, nove o diece altri cieli, fatti
d'un'altra materia e di diversa natura, che le contegnano, e con rapido moto
circulare se gli raggireno intorno; ed oltre cotal mondo cossì ordinato e
sferico - ne intendiamo altri ed altri similmente sferici e parimente mobili;
allora noi deremmo donar raggione e fengere in qual modo l'uno verrebe
continuato o contiguo all'altro; allora andremmo fantasticando in quanti punti
circonferenziali possa esser tocco dalla circonferenza di circonstanti mondi;
allora vedreste che, quantunque fussero più orizonti circa un mondo, non
sarebono però d'un mondo, ma arrebe quella relazione quest'uno a questo mezzo,
ch'ha ciascuno al suo; perché là hanno la influenza, dove e circa dove si
raggirano e versano. Come, se più animali fussero ristretti insieme e contigui
l'uno a l'altro, non per questo seguitarebe che gli membri de l'uno potessero
appartenere a gli membri dell'altro, di sorte che ad uno ed a ciascun d'essi
potessero appartener più capi o busti. Ma noi, per la grazia de dei, siamo
liberi da questo impaccio di mendicare tale iscusazione; perché, il loco di
tanti cieli e di tanti mobili rapidi e renitenti, retti ed obliqui, orientali ed
occidentali, su d'asse del mondo ed asse del zodiaco, in tanta e quanta, in
molta e poca declinazione, abbiamo un sol cielo, un sol spacio, per il quale e
questo astro in cui siamo, e tutti gli altri fanno gli proprii giri e discorsi.
Questi sono gl'infiniti mondi, cioè gli astri innumerabili; quello è l'infinito
spacio, cioè il cielo continente e pervagato da quelli. Tolta è la fantasia
della general conversion di tutti circa questo mezzo da quel, che conoscemo
aperto la conversion di questo che, versandosi circa il proprio centro,
s'espedisce alla vista de lumi circonstanti in ore vinti e quattro. Onde viene a
fatto tolta quella continenza de gli orbi deferenti gli lor astri affissi circa
la nostra regione; ma rimane attribuito a ciascuno sol quel proprio moto, che
chiamiamo epiciclico, con le sue differenze da gli altri mobili astri; mentre
non da altro motore che dalla propria anima essagitati, cossì come questo circa
il proprio centro e circa l'elemento del fuoco, a lunghi secoli se non
eternamente, discorreno.
79
Ecco, dunque, quali son gli mondi, e quale è il
cielo. Il cielo è quale lo veggiamo circa questo globo, il quale non meno che
gli altri è astro luminoso ed eccellente. Gli mondi son quali con lucida e
risplendente faccia ne si mostrano distinti, ed a certi intervalli seposti gli
uni da gli altri; dove in nessuna parte l'uno è più vicino a l'altro che esser
possa la luna a questa terra, queste terre a questo sole: a fin che l'un
contrario non destrugga ma alimente l'altro, ed un simile non impedisca ma doni
spacio a l'altro. Cossì, a raggione a raggione, a misura a misura, a tempi a
tempi, questo freddissimo globo, or da questo or da quel verso, ora con questa
ora con quella faccia si scalda al sole; e con certa vicissitudine or cede, or
si fa cedere alla vicina terra, che chiamiamo luna, facendosi or l'una or
l'altra o più lontana dal sole, o più vicina a quello: per il che antictona
terra è chiamata dal Timeo ed altri pitagorici. Or questi sono gli mondi abitati
e colti tutti da gli animali suoi, oltre che essi son gli principalissimi e più
divini animali dell'universo; e ciascun d'essi non è meno composto di quattro
elementi che questo in cui ne ritroviamo; benché in altri predomine una qualità
attiva, in altri altra; onde altri son sensibili per l'acqui, altri son
sensibili per il foco. Oltre gli quai quattro elementi che vegnono in
composizion di questi, è una eterea regione, come abbiam detto, immensa, nella
qual si muove, vive e vegeta il tutto. Questo è l'etere che contiene e penetra
ogni cosa; il quale, in quanto che si trova dentro la composizione (in quanto,
dico, si fa parte del composto), è comunmente nomato aria, quale è questo
vaporoso circa l'acqui ed entro il terrestre continente, rinchiuso tra gli
altissimi monti, capace di spesse nubi e tempestosi Austri ed Aquiloni. In
quanto poi che è puro, e non si fa parte di composto, ma luogo e continente per
cui quello si muove e discorre, si noma propriamente etere, che dal corso prende
denominazione. Questo benché in sustanza sia medesimo con quello che viene
essagitato entro le viscere de la terra, porta nulla di meno altra appellazione;
come oltre, si chiama aria quello circostante a noi; ma, come in certo modo fia
parte di noi o pur concorrente nella nostra composizione, ritrovato nel pulmone,
nelle arterie ed altre cavitadi e pori, si chiama spirto. Il medesimo circa il
freddo corpo si fa concreto in vapore, e circa il caldissimo astro viene
attenuato, come in fiamma; la qual non è sensibile, se non gionta a corpo
spesso, che vegna acceso dall'ardor intenso di quella. Di sorte che l'etere,
quanto a sé e propria natura, non conosce determinata qualità, ma tutte porgiute
da vicini corpi riceve, e le medesime col suo moto alla lunghezza dell'orizonte
dell'efficacia di tai principii attivi transporta. Or eccovi mostrato quali son
gli mondi e quale è il cielo; onde non solo potrai essere risoluto quanto al
presente dubio, ma e quanto ad altri innumerabili; ed aver però principio a
molte vere fisiche conclusioni. E se sin ora parrà qualche proposizione supposta
e non provata, quella per il presente lascio alla vostra discrezione; la quale,
se è senza perturbazione, prima che vegna a discuoprirla verissima, la stimarà
molto più probabile che la contraria.
80 \ ALB.\ Dimmi, Teofilo, ch'io ti
ascolto.
81 \ FIL.\ Cossì abbiamo risoluto ancora il sesto argumento, il
quale, per il contatto di mondi in punto, dimanda che cosa ritrovarsi possa in
que' spacii triangulari, che non sia di natura di cielo né di elementi. Perché
noi abbiamo un cielo, nel quale hanno gli lor spacii, regioni e distanze
competenti gli mondi; e che si diffonde per tutto, penetra il tutto ed è
continente, contiguo e continuo al tutto, e che non lascia vacuo alcuno; eccetto
se quello medesimo, come in sito e luogo in cui tutto si muove, e spacio in cui
tutto discorre, ti piacesse chiamar vacuo, come molti chiamorno; o pur primo
suggetto, che s'intenda in esso vacuo, per non gli far aver in parte alcuna
loco, se ti piacesse privativa- e logicamente porlo come cosa distinta per
raggione, e non per natura e sussistenza, da lo ente e corpo. Di sorte che
niente se intende essere che non sia in loco o finito o infinito, o corporea- o
incorporeamente, o secondo tutto o secondo le parti; il qual loco infine non sia
altro che spacio; il qual spacio non sia altro che vacuo, il quale, se vogliamo
intendere come una cosa persistente, diciamo essere l'etereo campo che contiene
gli mondi; se vogliamo concipere come cosa consistente, diciamo essere il spacio
in cui è l'etereo campo e mondi, e che non si può intendere essere in altro.
Ecco come non abbiamo necessità di fengere nuovi elementi e mondi al contrario
di coloro che per levissima occasione cominciorno a nominare orbi deferenti,
materie divine, parti più rare e dense di natura celeste, quinte essenze ed
altre fantasie e nomi privi d'ogni suggetto e veritade.
82 Al
settimo argomento diciamo uno essere l'universo infinito, come un continuo e
composto di eteree regioni e mondi; infiniti essere gli mondi, che in diverse
regioni di quello per medesima raggione si denno intendere ed essere che questo
in cui abitiamo noi, questo spacio e regione intende ed è: come ne gli prossimi
giorni ho raggionato con Elpino, approvando e confirmando quello che disse
Democrito, Epicuro ed altri molti, che con gli occhi più aperti han contemplata
la natura, e non si sono presentati sordi alle importune voci di quella.
Desine quapropter, novitate exterritus ipsa,
Expuere ex animo
rationem: sed magis acri
Iudicio perpende, et si tibi vera videtur,
Dede
manus; aut si falsa est, accingere contra.
Quaerit enim rationem animus, cum
summa loci sit
Infinita foris haec extra moenia mundi;
Quid sit ibi
porro, quo prospicere usque velit mens,
Atque animi tractus liber quo
pervolet ipse.
Principio nobis in cunctas undique partes,
Et latere ex
utroque, infra supraque per omne,
Nulla est finis, uti docui, res ipsaque
per se
Vociferatur, et elucet natura profundi.
83 Crida
contro l'ottavo argumento, che vuole la natura fermarsi in un compendio; perché,
benché esperimentiamo in ciascuno ne' mondi grandi e piccioli, non si vede però
in tutti; perché l'occhio del nostro senso, senza veder fine, è vinto dal spacio
inmenso che si presenta; e viene confuso e superato dal numero de le stelle che
sempre oltre ed oltre si va moltiplicando; di sorte che lascia indeterminato il
senso e costrenge la raggione di sempre giongere spacio a spacio, regione a
regione, mondo a mondo.
Nullo iam pacto verisimile esse putandumst,
Undique cum vorsum spacium vacet infinitum,
Seminaque innumero numero,
summaque profunda
Multimodis volitent aeterno percita motu,
Hunc unum
terrarum orbem, caelumque creatum.
Quare etiam atque etiam tales fateare
necesse est,
Esse alios alibi congressus materiei:
Qualis hic est avido
complexu quem tenet aether.
84 Mormora contro il nono argumento,
che suppone e non prova che alla potenza infinita attiva non risponda infinita
potenza passiva e non possa esser soggetto infinita materia e farsi campo spacio
infinito; e per consequenza non possa proporzionarsi l'atto e l'azione a
l'agente, e l'agente possa comunicar tutto l'atto, senza che esser possa tutto
l'atto comunicato (che non può imaginarsi più aperta contradizione di questa). È
dunque assai ben detto:
Praeterea cum materies est multa parata,
Cum
locus est praesto, nec res nec causa moratur
Ulla, geri debent nimirum et
confieri res.
Nunc ex seminibus si tanta est copia quantam
Enumerare
aetas animantum non queat omnis,
Visque eadem et natura manet, quae semina
rerum
Coniicere in loca quaeque queat, simili ratione
Atque huc sunt
coniecta: necesse est confiteare
Esse alios aliis terrarum in partibus
orbes,
Et varias hominum genteis, et secla ferarum.
85 Diciamo
a l'altro argumento, che non bisogna questo buono, civile e tal conmercio de
diversi mondi, più che tutti gli uomini sieno un uomo, tutti gli animali sieno
un animale. Lascio che per esperienza veggiamo essere per il meglio de gli
animanti di questo mondo, che la natura per mari e monti abbia distinte le
generazioni; a le quali essendo per umano artificio accaduto il commercio, non
gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che tolta, atteso che per la
communicazione più tosto si radoppiano i vizii che prender possano aumento le
virtudi. Però ben lamenta il Tragico:
Bene dissepti foedera mundi
Traxit in unum Thessala pinus
Iussitque pati verbera pontum,
Partemque metus fieri nostri
Mare sepostum.
86 Al
decimo si risponde come al quinto; perché cossì ciascuno de mondi nell'etereo
campo ottiene il suo spacio, che l'uno non si tocca o urta con l'altro; ma
discorreno e son situati con distanza tale per cui l'un contrario non si
destrugga, ma si fomente per l'altro.
87 All'undecimo, che vuole la natura
moltiplicata per decisione e division della materia non ponersi in tale atto se
non per via di generazione, mentre l'uno individuo come parente produce l'altro
come figlio; diciamo che questo non è universalmente vero, perché da una massa
per opra del sole efficiente si producono molti e diversi vasi di varie forme.e
figure innumerabili. Lascio che, se fia l'interito e rinovazion di qualche
mondo, la produzione de gli animali, tanto perfetti quanto imperfetti, senza
atto di generazione nel principio viene effettuata dalla forza e virtù della
natura.
88 Al duodecimo ed ultimo, che da quel, che questo o un altro
mondo è perfetto, vuol che non si richiedano altri mondi, dico che certo non si
richiedeno per la perfezione e sussistenza di quel mondo; ma per la propria
sussistenza e perfezion dell'universo è necessario che sieno infiniti. Dalla
perfezion dunque di questo o quelli non séguita, che quelli o questo sieno manco
perfetti: perché cossì questo come quelli, e quelli come questo, constano de le
sue parti, e sono, per gli suoi membri, intieri.
89 \ ALB.\ Non sarà, o
Filoteo, voce di plebe, indignazion di volgari, murmurazion di sciocchi,
dispreggio di tai satrapi, stoltizia d'insensati, sciocchezza di scìoli,
informazion di mentitori, querele di maligni e detrazion d'invidiosi, che mi
defraudino la tua nobil vista e mi ritardino dalla tua divina conversazione.
Persevera, mio Filoteo, persevera; non dismetter l'animo e non ti far addietro
per quel, che con molte machine ed artificii il grande e grave senato della
stolta ignoranza minaccia e tenta distruggere la tua divina impresa ed alto
lavoro. Ed assicurati ch'al fine tutti vedranno quel ch'io veggo; e conosceranno
che cossì ad ognuno è facile di lodarti, come a tutti è difficile l'insegnarti.
Tutti, se non sono perversi a fatto, cossì da buona conscienza riportaranno
favorevole sentenza di te, come dal domestico magistero dell'animo ciascuno al
fine viene instrutto; perché gli beni de la mente non altronde che dall'istessa
mente nostra riportiamo. E perché ne gli l'animi di tutti è una certa natural
santità che, assisa nell'alto tribunal de l'intelletto, essercita il giudicio
del bene e male, de la luce e tenebre, avverrà che da le proprie cogitazioni di
ciascuno sieno in tua causa suscitati fidelissimi ed intieri testimoni e
defensori. Talmente, se non te si faranno amici, ma vorranno neghittosamente in
defensione de la turbida ignoranza ed approvati sofisti perseverar ostinati
adversarii tuoi, sentiranno in se stessi il boia e manigoldo tuo vendicatore;
che, quanto più l'occoltaranno entro il profondo pensiero, tanto più le
tormente. Cossì il verme infernale, tolto da la rigida chioma de le Eumenidi,
veggendo casso il proprio dissegno contra di te, sdegnoso si converterà alla
mano o al petto del suo iniquo attore e gli darà tal morte, qual può chi sparge
il stigio veleno, ove di tal angue gli aguzzati denti han morso.
90 Séguita
a farne conoscere che cosa sia veramente il cielo, che sieno veramente gli
pianeti ed astri tutti; come sono distinti gli uni da gli altri gl'infiniti
mondi; come non è impossibile, ma necessario, un infinito spacio; come convegna
tal infinito effetto all'infinita causa; qual sia la vera sustanza, materia,
atto ed efficiente del tutto; qualmente de medesimi principii ed elementi ogni
cosa sensibile e composta vien formata. Convinci la cognizion dell'universo
infinito. Straccia le superficie concave e convesse, che terminano entro e fuori
tanti elementi e cieli. Fanne ridicoli gli orbi deferenti e stelle fisse. Rompi
e gitta per terra col bombo e turbine de vivaci raggioni queste stimate dal
cieco volgo le adamantine muraglia di primo mobile ed ultimo convesso. Struggasi
l'esser unico e propriamente centro a questa terra. Togli via di quella quinta
essenza l'ignobil fede. Donane la scienza di pare composizione di questo astro
nostro e mondo con quella di quanti altri astri e mondi possiamo vedere. Pasca e
ripasca parimente con le sue successioni ed ordini ciascuno de gl'infiniti
grandi e spaciosi mondi altri infiniti minori. Cassa gli estrinseci motori
insieme con le margini di questi cieli. Aprine la porta per la qual veggiamo
l'indifferenza di questo astro da gli altri. Mostra la consistenza de gli altri
mondi nell'etere, tal quale è di questo. Fa' chiaro il moto di tutti provenir
dall'anima interiore, a fine che con il lume di tal contemplazione con più
sicuri passi procediamo alla cognizion della natura.
91 \ FIL.\ Che vuol dire,
o Elpino, che il dottor Burchio né sì tosto, né mai ha possuto consentirne?
92 \ ELP.\ È proprio di non addormentato ingegno da poco vedere
ed udire posser considerare e comprender molto.
93 \ ALB.\ Benché sin ora
non mi sia dato di veder tutto il corpo del lucido pianeta, posso pur scorgere
pe' raggi che diffonde per gli stretti forami de chiuse fenestre dell'intelletto
mio, che questo non è splendor d'artificiosa e sofistica lucerna, non di luna o
di altra stella minore. Però a maggior apprension per l'avenire m'apparecchio.
94 \ FIL.\ Gratissima sarà la vostra familiarità.
95 \ ELP.\
Or andiamo a cena.