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I COME IL PRIORE DELLA MADONNA DELLA MONTAGNA E LA SIGNORINA SUA SORELLA
INCONTRARONO UN URONE
Un giorno S. Dunstano, irlandese di nascita e santo di professione, partì dall'Irlanda
su di una piccola montagna che fece rotta verso le coste della Francia, e arrivò con
questo mezzo alla baia di St-Malo. Quando fu a terra dette la benedizione alla sua
montagna che, fattagli una riverenza, se ne tornò in Irlanda per la stessa strada per cui
era venuta.
Dunstano fondò un piccolo priorato in quelle contrade e gli dette il nome di priorato
della Montagna, nome che, come ciascuno sa, conserva ancora.
Nell'anno 1689, il 15 luglio di sera, l'abate di Kerkabon, priore della Madonna della
Montagna, passeggiava in riva al mare con la signorina di Kerkabon, sua sorella, per
prendere il fresco. Il priore, già un po' avanti cogli anni, era un ottimo ecclesiastico
amato dai suoi vicini, dopo esserlo stato un tempo dalle sue vicine. Ciò che soprattutto
gli aveva valso una grande considerazione, era il fatto di essere il solo beneficiario del
paese che non si dovesse portare a braccia nel suo letto dopo che aveva cenato coi suoi
confratelli. Si intendeva discretamente di teologia; e quando era stanco di leggere S.
Agostino, si divertiva con Rabelais; perciò tutti parlavano bene di lui.
La signorina di Kerkabon, che non era mai stata sposata, per quanto avesse avuto una
gran voglia di esserlo, conservava una certa freschezza all'età di quarantacinque anni;
il suo carattere era buono e sensibile; amava il piacere ed era devota.
Il priore diceva alla sorella, guardando il mare: «Ahimè! È qui che si imbarcò il
nostro povero fratello con la nostra cara cognata, la signora di Kerkabon, sua moglie,
sulla fregata l'Hirondelle, nel 1669, per andare a combattere in Canada. Se non
fosse stato ucciso, potremmo sperare di rivederlo ancora.»
«Credete,» diceva la signorina di Kerkabon, «che la nostra cognata sia stata
mangiata dagli Irochesi, come ci hanno raccontato? Certo che se non fosse stata mangiata
sarebbe ritornata al paese. La rimpiangerò per tutta la vita: era una donna deliziosa; e
nostro fratello, che aveva molto ingegno, avrebbe sicuramente fatto molta fortuna.»
Mentre l'uno e l'altra si intenerivano su questo ricordo, videro entrare nella baia di
Rance un piccolo bastimento che arrivava con la marea: erano degli Inglesi che venivano a
vendere alcune merci del loro paese. Saltarono a terra senza guardare il signor priore né
la signorina sua sorella, che fu molto scandalizzata della scarsa attenzione che le veniva
dimostrata.
Non così si comportò un giovane molto ben fatto, che si slanciò con un salto al di
sopra della testa dei suoi compagni, e si trovò faccia a faccia colla signorina. Le fece
un cenno colla testa, non avendo l'abitudine di fare la riverenza. La sua persona e il suo
abbigliamento attrassero gli sguardi del fratello e della sorella. Era a testa e gambe
nude, aveva i piedi calzati di piccoli sandali, la testa ornata da lunghi capelli a
trecce, un farsetto che stringeva la vita sottile e snella; il portamento marziale e dolce
al tempo stesso. Teneva in mano una boccettina di acqua delle Barbados e nell'altra una
specie di borsa in cui c'era una ciotola e delle ottime gallette. Parlava francese in modo
assai intelligibile. Offrì un po' della sua acqua delle Barbados alla signorina di
Kerkabon e al suo signor fratello; bevve con loro; gliene offrì di nuovo, e tutto questo
con un'aria così semplice e così naturale che fratello e sorella ne rimasero incantati.
Gli offrirono i loro servigi, domandandogli chi era e dove andava. Il giovane rispose che
non ne sapeva nulla, che era curioso, che aveva voluto vedere come erano fatte le coste
della Francia, che era venuto e presto se ne sarebbe tornato via.
Il signor priore, giudicando dal suo accento che non era inglese, si prese la libertà
di domandargli di quale paese fosse. «Sono Urone,» gli rispose il giovane.
La signorina di Kerkabon, stupita e incantata di vedere un Urone che le aveva rivolto
delle cortesie, invitò il giovane a cena. Egli non si fece pregare due volte, e tutti e
tre andarono insieme al priorato della Madonna della Montagna.
Piccola e rotonda, la signorina se lo mangiava coi suoi occhietti, e diceva di tanto in
tanto al priore: «Quel ragazzone ha un incarnato di giglio e di rosa! che bella pelle ha,
per essere un Urone!» «Avete ragione, sorella mia,» diceva il priore. La signorina
faceva cento domande una dietro l'altra, e il viaggiatore rispondeva sempre molto a tono.
Ben presto si sparse la voce che c'era un Urone al priorato. La buona società dei
dintorni si affrettò a venire a cena. L'abate di St-Yves venne colla signorina sua
sorella, una giovane della Bassa-Bretagna, molto graziosa e ben educata. Il balivo,
l'esattore delle imposte e le loro mogli parteciparono alla cena. Si fece sedere lo
straniero tra la signorina di Kerkabon e la signorina di St-Yves. Tutti lo guardavano con
ammirazione; gli parlavano e lo interrogavano tutti insieme; l'Urone non si scomponeva per
questo. Sembrava aver preso per motto quello di Lord Bollingbroke: Nihil admirari.
Ma alla fine, sopraffatto da tanto rumore, disse loro con alquanta dolcezza, ma non senza
fermezza: «Signori, nel mio paese si parla uno alla volta; come volete che vi risponda se
mi impedite di sentirvi?» La ragione fa sempre rientrare gli uomini in se stessi per
qualche momento. Si fece un gran silenzio. Il balivo, che si impadroniva sempre degli
stranieri in qualunque casa si trovasse, e che era il più grande chiacchierone della
provincia, gli disse aprendo la bocca di un palmo: «Signore, come vi chiamate?» «Mi
hanno sempre chiamato l'Ingenuo,» rispose l'Urone, «e questo nome mi è stato
confermato in Inghilterra, perché dico sempre ingenuamente quello che penso così come
faccio quello che voglio.»
«In che modo, essendo nato Urone, siete potuto, signore, giungere in Inghilterra?»
«Mi ci hanno portato; sono stato fatto prigioniero in combattimento dagli Inglesi, dopo
essermi difeso abbastanza bene, e gli Inglesi, cui piace il coraggio perché sono
coraggiosi e onesti quanto noi, mi proposero di rendermi ai miei genitori o di portarmi in
Inghilterra; io accettai l'ultima alternativa perché, per il mio temperamento, desidero
ardentemente vedere nuovi paesi.»
«Ma, signore,» disse il balivo con tono imponente, «come avete potuto abbandonare
così padre e madre?» «Il fatto è che non ho mai conosciuto né padre né madre,»
disse lo straniero. La compagnia si intenerì, e tutti ripetevano: «Né padre né
madre!» «Suppliremo noi,» disse la padrona di casa al fratello priore; «come è
interessante questo signor Urone!» L'Ingenuo la ringraziò con una cordialità nobile e
fiera, e le fece capire che non aveva bisogno di niente.
«Mi sembra, signor Ingenuo,» disse il valente balivo, «che voi parliate il francese
meglio di quanto ci si aspetterebbe da un Urone.» «Un Francese,» rispose costui, «che
avevamo fatto prigioniero durante la mia giovinezza in Uronia, e per il quale concepii una
grande amicizia, mi insegnò la sua lingua; imparo molto in fretta ciò che voglio
imparare. Ho trovato al mio arrivo a Plymouth uno di quei Francesi profughi che, non so
perché, chiamate ugonotti; mi ha fatto fare qualche progresso nella conoscenza
della vostra lingua; e, non appena ho potuto esprimermi in modo intelligibile, sono venuto
a vedere il vostro paese, perché mi piacciono i Francesi quando non fanno troppe
domande.»
L'abate di St-Yves, nonostante questo discreto avvertimento, domandò quale lingua
preferisse tra l'urone, l'inglese e il francese. «L'urone, senza dubbio,» rispose
l'Ingenuo. «Possibile?» esclamò la signorina di Kerkabon; «avevo sempre pensato che il
francese fosse la più bella di tutte le lingue, dopo il basso-bretone.»
Allora fu un fioccar di domande da ogni parte, come si diceva in urone tabacco, ed egli
rispose taya, come si diceva mangiare e rispose essenten. La signorina di
Kerkabon volle assolutamente sapere come si diceva fare all'amore; egli rispose trovander,
e sostenne, non senza un'apparenza di ragione, che queste parole valevano le
corrispondenti francesi e inglesi. Trovander sembrò molto grazioso a tutti i
convitati. Il priore, che aveva nella sua biblioteca una grammatica urona, dono del
reverendo padre Sagard-Théodat, recolletto, famoso missionario, si alzò da tavola un
momento per andarla a consultare. Ritornò pieno di eccitazione e di gioia. Riconobbe
l'Ingenuo per un vero Urone. Si discusse un poco sulla molteplicità delle lingue e si
convenne che, senza l'avventura della torre di Babele, tutta la terra avrebbe parlato
francese.
Il curioso balivo, che fino ad allora aveva un po' diffidato del personaggio, concepì
per lui un profondo rispetto; gli parlò con maggiore civiltà, cosa di cui l'Ingenuo non
si accorse affatto.
La signorina di St-Yves era molto curiosa di sapere come si facesse l'amore nel paese
degli Uroni. «Facendo belle azioni per piacere alle persone che vi somigliano,» rispose
lui. Tutti i convitati applaudirono meravigliati. La signorina di St-Yves arrossì e fu
molto contenta. La signorina di Kerkabon arrossì anche lei, ma non era altrettanto
contenta; fu anzi un po' irritata per il fatto che la galanteria non era rivolta a lei, ma
era d'altra parte di animo così buono che il suo affetto per l'Urone non ne fu affatto
alterato. Gli domandò anzi, con molta buonagrazia, quante amanti avesse avuto in Uronia.
«Non ne ho avuto che una,» disse l'Ingenuo; «era la signorina Abacaba, l'amica della
mia cara nutrice; i giunchi non sono più diritti, l'ermellino non è più bianco, le
pecore sono meno morbide, le aquile sono meno fiere e i cervi meno agili di quanto lo
fosse Abacaba. Un giorno inseguiva una lepre nei dintorni, a circa cinquanta leghe dalla
nostra abitazione. Un Algonchino maleducato, che abitava cento leghe più lontano, venne a
sottrarle la preda; lo seppi, corsi là, stesi l'Algonchino con un colpo di mazza e lo
portai ai piedi della mia amante, legato mani e piedi. I genitori di Abacaba lo volevano
mangiare, ma io non ho mai apprezzato questa sorta di festini; gli resi la libertà e ne
feci un amico. Abacaba fu così toccata dalla mia condotta che mi preferì a tutti i suoi
pretendenti. Mi amerebbe ancora se non fosse stata mangiata da un orso. Ho punito l'orso,
ho portato a lungo la sua pelle, ma tutto ciò non mi ha consolato.»
La signorina di St-Yves a questo racconto provava un piacere segreto nell'apprendere
che l'Ingenuo non aveva avuto che una sola amante, e che Abacaba non era più; ma non era
in grado di chiarire a se stessa la causa del suo piacere. Tutti avevano gli occhi fissi
sull'Ingenuo; lo lodavano molto per aver impedito ai suoi compagni di mangiare
l'Algonchino.
L'inesorabile balivo, che non poteva reprimere la sua smania di far domande, spinse
infine la sua curiosità fino ad informarsi di quale religione fosse l'Urone; se aveva
scelto la religione anglicana, o la gallicana, o l'ugonotta. «Appartengo alla mia
religione,» disse lui, «come voi alla vostra.» «Ohimè!» esclamò la Kerkabon, «mi
accorgo che quei disgraziati di Inglesi non hanno neppure pensato a battezzarlo.» «Mio
Dio!» diceva la signorina di St-Yves, «come è possibile che gli Uroni non siano
cattolici? Forse i RRPP gesuiti non li hanno ancora convertiti tutti?» L'Ingenuo le
assicurò che nel suo paese non si convertiva nessuno; che mai un vero Urone aveva
cambiato opinione, e che addirittura non esisteva nella sua lingua un termine che
significasse incostanza. Queste ultime parole piacquero molto alla signorina di
St-Yves.
«Lo battezzeremo, lo battezzeremo,» diceva la Kerkabon al priore; «l'onore sarà
vostro, mio caro fratello; voglio assolutamente essere la madrina; il signor abate di
St-Yves lo presenterà al fonte: sarà una magnifica cerimonia; se ne parlerà in tutta la
Bassa-Bretagna e a noi ne verrà un onore infinito.» Tutta la compagnia assecondò la
padrona di casa; tutti i convitati gridavano: «Lo battezzeremo!» L'Ingenuo rispose che
in Inghilterra si lasciava vivere la gente a modo suo. Precisò che la proposta non gli
piaceva per nulla, e che le leggi degli Uroni valevano almeno quanto quelle della
Bassa-Bretagna; e per finire disse che sarebbe ripartito l'indomani i convitati bevvero
tutta la sua bottiglia di acqua delle Barbados e poi ciascuno andò a dormire.
Dopo che l'Ingenuo fu ricondotto nella sua camera, la signorina di Kerkabon e la sua
amica, la signorina di St-Yves, non poterono trattenersi dal guardare dal buco di un'ampia
serratura per vedere come dormiva un Urone. Videro che aveva steso la coperta del letto
sul pavimento, e che riposava nell'atteggiamento più bello che si potesse immaginare.
II L'URONE, DETTO L'INGENUO, RICONOSCIUTO DAI SUOI PARENTI
L'Ingenuo, secondo il suo solito, si svegliò col sole al canto del gallo, che vien
chiamato, in Inghilterra e in terra di Uroni la tromba del giorno. Non era come la
gente della buona società, che languisce oziosamente nel letto fino a che il sole non
abbia fatto la metà del suo cammino, che, incapace sia di dormire che di alzarsi, perde
tante ore preziose in quello stato a metà tra la vita e la morte, e oltre a tutto si
lamenta della brevità della vita.
L'Urone aveva già fatto due o tre leghe, aveva ucciso trenta capi di selvaggina con un
fucile a un sol colpo, allorché rientrando trovò il priore della Madonna della Montagna
e la sua discreta sorella che passeggiavano in berretta da notte per il giardino.
Presentò loro tutta la sua cacciagione e, traendo fuori della camicia una specie di
talismano, che portava sempre al collo, li pregò di accettarlo in segno di riconoscenza
per la buona accoglienza fattagli. «È ciò che ho di più prezioso,» disse loro; «mi
hanno assicurato che sarei stato sempre felice finché avessi portato questo gingillo
addosso, e io lo do a voi affinché siate sempre felici.»
Il priore e la signorina sorrisero con tenerezza per il candore dell'Ingenuo. Il dono
consisteva in due piccoli ritratti piuttosto mal riusciti, tenuti insieme da una cinghia
molto unta.
La signorina di Kerkabon gli domandò se in Uronia ci fossero pittori. «No,» disse
l'Ingenuo, «questa rarità mi è stata data dalla mia nutrice; suo marito l'aveva avuto
come bottino di guerra, nello spogliare qualche Francese del Canada che ci aveva fatto
guerra; è tutto quello che so.»
Il priore guardava attentamente i ritratti; a un tratto cambiò colore, fu preso da
commozione e gli tremarono le mani. «Per la Madonna della Montagna,» esclamò, «mi
sembra che questo sia il volto del mio fratello capitano e di sua moglie!» La signorina,
dopo averli guardati con uguale commozione, fu dello stesso parere. Tutti e due erano in
preda allo sbalordimento e a una gioia mista a dolore; tutti e due si intenerivano; tutti
e due piangevano; avevano il cuore in tumulto, davano in esclamazioni, si strappavano l'un
l'altro i ritratti di mano; ognuno di loro li prendeva e li rendeva cento volte al
secondo; divoravano cogli occhi i ritratti e l'Urone; gli domandavano uno dopo l'altro e
tutti e due insieme dove, quando e come le miniature erano finite nelle mani della sua
nutrice; facevano confronti, contavano il tempo dalla partenza del capitano; si
ricordavano di aver avuto notizia che si era spinto fino al paese degli Uroni, e che da
allora non ne avevano più sentito parlare.
L'Ingenuo aveva detto loro di non aver conosciuto né padre né madre. Il priore, che
era uomo di giudizio, notò che l'Ingenuo aveva un po' di barba; sapeva con certezza che
gli Uroni non ne hanno. «Il suo mento non è glabro, dunque è figlio di un Europeo. Mio
fratello e la mia cognata non dettero più notizia di sé dopo la spedizione contro gli
Uroni nel 1669; mio nipote a quell'epoca doveva essere un lattante; la nutrice urona gli
ha salvato la vita e gli ha fatto da madre.» Insomma, dopo cento domande e cento
risposte, il priore e sua sorella vennero alla conclusione che l'Urone era loro nipote. Lo
abbracciarono piangendo; e l'Ingenuo rideva, non riuscendo a concepire come un Urone fosse
nipote di un priore della Bassa-Bretagna.
Tutti i vicini si precipitarono; il signor di St-Yves, che era un grande fisionomista,
mise a confronto i due ritratti col viso dell'Ingenuo; fece molto abilmente notare che
aveva gli occhi di sua madre, la fronte e il naso del capitano di Kerkabon, e le gote che
avevano un po' dell'uno e un po' dell'altra.
La signorina di St-Yves, che non aveva mai visto il padre né la madre, assicurò che
l'Ingenuo somigliava perfettamente a tutti e due. Tutti ammiravano la Provvidenza e il
concatenarsi degli eventi di questo mondo. Insomma, erano tutti così persuasi, così
convinti di quale fosse l'origine dell'Ingenuo, che anche lui acconsentì ad essere nipote
del priore dicendo che gli era indifferente avere come zio lui o un altro. Andarono tutti
a rendere grazie a Dio nella chiesa della Madonna della Montagna, mentre l'Urone, con
un'aria indifferente, si divertiva a bere in casa.
Gl'Inglesi che lo avevano portato e che stavano per far vela di nuovo, vennero a dirgli
che era ora di ripartire. «Evidentemente,» disse lui, «non avete ritrovato i vostri zii
e le vostre zie: io resto qui; tornate a Plymouth, vi do tutta la mia roba, non ho più
bisogno di nulla dacché sono il nipote di un priore.» Gl'Inglesi fecero vela,
preoccupandosi assai poco del fatto che l'Ingenuo avesse o no dei parenti in
Bassa-Bretagna.
Dopo che lo zio, la zia e tutti i vicini ebbero cantato il Te Deum; dopo che il
balivo ebbe di nuovo aggredito l'Ingenuo con le sue domande; dopo che fu dato fondo a
tutto ciò che la meraviglia, la gioia, la tenerezza possono far dire, il priore della
Montagna e l'abate di St-Yves decisero di far battezzare l'Ingenuo il più presto
possibile. Ma non è lo stesso avere a che fare con un Urone adulto di ventidue anni o con
un bambino, che si rigenera senza che lui ne sappia nulla. Bisognava istruirlo, e ciò
appariva difficile: poiché l'abate di St-Yves supponeva che un uomo che non era nato in
Francia non avesse senso comune.
Il priore fece osservare alla compagnia che, se in effetti il signor Ingenuo, suo
nipote, non aveva avuto la fortuna di nascere in Bassa-Bretagna, non era per questo meno
intelligente; che lo si poteva arguire in base a tutte le sue risposte; e che certamente
la natura lo aveva molto favorito, sia da parte di padre che da parte di madre.
Gli fu domandato per prima cosa se avesse mai letto un libro. Disse che aveva letto
Rabelais tradotto in inglese, e qualche brano di Shakespeare che conosceva a memoria; che
aveva trovato questi libri dal capitano del vascello che l'aveva portato dall'America a
Plymouth, e che gli erano piaciuti molto. Il balivo non mancò di interrogarlo su questi
libri. «Vi confesso,» disse l'Ingenuo, «che credo di averne indovinato qualcosa, ma che
non ho potuto capire il resto.»
L'abate di St-Yves, a questo discorso, rifletté che anche lui aveva sempre letto in
questo modo, e che la maggior parte degli uomini non leggeva altrimenti. «Avrete senza
dubbio letto la Bibbia?» chiese all'Urone. «Niente affatto, signor abate; questo libro
non figurava tra quelli del capitano; non ne ho mai sentito parlare.» «Ecco come sono
questi maledetti Inglesi,» esclamò la signorina di Kerkabon; «tengono in maggior conto
una tragedia di Shakespeare, un plumpudding e una bottiglia di rum che non il Pentateuco.
Per questo non hanno mai convertito nessuno in America. Certamente sono maledetti da Dio;
e noi prenderemo loro la Giamaica e la Virginia prima che passi molto tempo.»
Comunque fosse, fu fatto venire il più abile sarto di Saint-Malo per rivestire
l'Ingenuo da capo a piedi. La compagnia si sciolse; il balivo andò a fare le sue domande
altrove. La signorina di St-Yves, nell'andar via, si voltò diverse volte per guardare
l'Ingenuo; ed egli le fece delle riverenze più profonde di quante ne avesse mai fatte in
vita sua.
Il balivo, prima di prendere congedo, presentò alla signorina di St-Yves un gran pezzo
d'imbecille che era appena uscito di collegio; ma lei lo guardò appena, tanto era rimasta
colpita dalla gentilezza dell'Urone.
III L'URONE, DETTO L'INGENUO, CONVERTITO
Il priore, vedendo che era un po' avanti negli anni, e che Dio gli mandava un nipote
per sua consolazione, si mise in testa di lasciargli il suo beneficio, se fosse riuscito a
battezzarlo e a fargli prendere gli ordini.
L'Ingenuo aveva una memoria eccellente. La solida costituzione di Bassa-Bretagna,
fortificata dal clima canadese, aveva reso la sua testa così vigorosa che, a batterci
sopra, appena se n'accorgeva; e quando vi si imprimeva qualcosa, si poteva esser certi che
niente si cancellava; non aveva mai dimenticato nulla. Il suo apprendimento era tanto più
vivace e netto in quanto la sua infanzia non era stata gravata delle cose inutili e delle
sciocchezze che opprimono la nostra, per cui le cose entravano nel suo cervello senza
ombre. Il priore decise infine di fargli leggere il Nuovo Testamento. L'Ingenuo divorò
questa lettura con grande diletto; ma, non sapendo in che tempo, né in che paese fossero
accadute tutte le avventure riportate in quel libro, non ebbe alcun dubbio che la scena
fosse la Bassa-Bretagna e giurò di tagliare il naso e le orecchie a Caifa e Pilato, se
mai avesse incontrato quei mascalzoni.
Lo zio, incantato da tali buone disposizioni, lo mise al corrente in poco tempo; lodò
il suo zelo, ma gli disse che era inutile, visto che quella gente era morta circa
milleseicentonovanta anni prima. Ben presto l'Ingenuo seppe tutto il libro a memoria. Ogni
tanto avanzava delle difficoltà che mettevano il priore in grande imbarazzo. Spesso era
costretto a consultare l'abate di St-Yves il quale, non sapendo cosa rispondere, fece
venire un gesuita basso-bretone per portare a compimento la conversione dell'Urone.
Alla fine la grazia operò; l'Ingenuo promise di farsi cristiano; non ebbe alcun dubbio
che la prima cosa da fare fosse di farsi circoncidere: «Infatti,» diceva, «nel libro
che mi avete fatto leggere non ho visto un solo personaggio che non lo fosse; è dunque
evidente che devo sacrificare il mio prepuzio: prima si fa meglio è.» Non perse tempo a
deliberare. Mandò a cercare il chirurgo del villaggio e lo pregò di fargli l'operazione,
pensando così di dare una grande gioia alla signorina di Kerkabon e a tutta la compagnia,
una volta che la cosa fosse fatta. Il cerusico, che fino ad allora non aveva mai fatto
questa operazione, avvertì la famiglia che dette in grandi esclamazioni. La buona
Kerkabon ebbe paura che suo nipote, che sembrava un tipo risoluto e sbrigativo, facesse da
solo l'operazione in modo maldestro, e che ne risultassero funesti effetti ai quali le
signore si interessano molto, per bontà di cuore.
Il priore riordinò le idee all'Urone; gli fece capire che la circoncisione non era
più di moda, che il battesimo era molto più piacevole e salutare, che la legge di grazia
non era come la legge di rigore. L'Ingenuo, che aveva molto buon senso e molta
rettitudine, discusse ma riconobbe il suo errore, cosa rara in Europa tra la gente che
discute; alla fine decise di farsi battezzare quando avessero voluto.
Bisognava anzitutto confessarsi, e questo era il più difficile. L'Ingenuo aveva sempre
in tasca il libro che suo zio gli aveva dato. Non vi aveva trovato notizia che uno solo
degli apostoli si fosse confessato, e questo lo rendeva molto restio. Il priore gli chiuse
la bocca mostrandogli, nell'epistola di S. Giacomo Minore, quelle parole che mettono tanto
in difficoltà gli eretici: confessate i vostri peccati gli uni agli altri. L'Urone
tacque e si confessò a un recolletto. Appena ebbe finito tirò fuori il recolletto dal
confessionale e, prendendo il suo uomo vigorosamente, si mise al suo posto e lo fece
inginocchiare davanti a sé: «Forza, amico mio, sta scritto: confessatevi gli uni con
gli altri; ti ho raccontato i miei peccati; non uscirai di qui senza avermi raccontato
i tuoi.» Mentre diceva così appoggiava il ginocchio sul petto del suo avversario. Il
recolletto si mette a strillare da far risuonare tutta la chiesa. A quello strepito
accorre gente, vedono il catecumeno che strapazza il monaco, in nome di S. Giacomo Minore.
La gioia di battezzare un basso-bretone urone e inglese era così grande che si passò
sopra a queste stranezze. Ci furono perfino molti teologi che pensarono che la confessione
non fosse necessaria, dal momento che il battesimo sopperiva a tutto.
Fu fissato un appuntamento con il vescovo di Saint-Malo che, lusingato, come si può
ben immaginare, di battezzare un Urone, arrivò in un equipaggio sontuoso, seguito dal suo
clero. La signorina di St-Yves, benedicendo Iddio, indossò il suo vestito più bello e
fece venire una parrucchiera da Saint-Malo, per brillare alla cerimonia. Il curioso balivo
accorse con tutta la contrada. La chiesa era addobbata magnificamente; ma quando fu il
momento di prendere l'Urone per condurlo al fonte, ci si accorse che non c'era.
Lo zio e la zia lo cercarono dappertutto. Si pensò che fosse andato a caccia, come era
sua abitudine. Tutti gli invitati alla festa si dettero a percorrere i boschi e i villaggi
vicini: nessuna notizia dell'Urone.
Si cominciò a temere che fosse ritornato in Inghilterra. Ricordavano di avergli
sentito dire che amava molto quel paese. Il priore e sua sorella erano convinti che non vi
si battezzasse nessuno e tremavano per l'anima del nipote. Il vescovo era imbarazzato e
stava per andarsene; il priore e l'abate di St-Yves si disperavano; il balivo interrogava
tutti i passanti con la sua ordinaria gravità. La signorina di Kerkabon piangeva; la
signorina di St-Yves non piangeva ma sospirava profondamente, testimoniando così la sua
inclinazione per i sacramenti. Ambedue passeggiavano tristemente lungo i salici e i
canneti che costeggiano il torrente di Rance, allorché scorsero in mezzo all'acqua una
grande figura biancheggiante, con le mani incrociate sul petto. Gettarono un grido e si
voltarono dall'altra parte. Ma la curiosità ebbe ben presto la meglio su ogni altra
considerazione, per cui scivolarono dolcemente tra i canneti e, quando furono proprio
sicure di non esser viste, cercarono di capire di che si trattasse.
IV L'INGENUO BATTEZZATO
Il priore e l'abate accorsero e chiesero all'Ingenuo che mai facesse là dentro. «Oh
perbacco! Signori, sto aspettando il battesimo. È un'ora che sono nell'acqua fino al
collo, e non è onesto lasciarmi intirizzire in questo modo.»
«Ma caro nipote mio,» gli disse teneramente il priore, «non è così che si battezza
in Bassa-Bretagna; riprendete i vostri abiti e venite con noi.» La signorina di St-Yves,
sentendo queste parole, diceva a bassa voce alla sua compagna: «Signorina, credete che si
rivestirà subito?»
Intanto l'Urone rispondeva al priore: «Questa volta non me la date a bere come
quell'altra; da allora ho studiato attentamente e sono certissimo che non si battezza in
altro modo. L'eunuco della regina Candace fu battezzato in un ruscello; vi sfido a
mostrarmi nel libro che mi avete dato che ci si sia mai comportati in altro modo. O sarò
battezzato dentro il fiume o non lo sarò affatto.» Ebbero un bel mostrargli che gli usi
erano cambiati. L'Ingenuo era testardo, essendo Urone e bretone. Ritornava sempre
all'eunuco della regina Candace. E benché la signorina sua zia e la signorina di St-Yves,
che lo avevano osservato da dietro i salici, fossero in grado di dirgli che non gli
conveniva citare un tale esempio, tuttavia non ne fecero nulla, tanto grande era la loro
discrezione. Il vescovo venne di persona a parlargli, il che non era poco; ma non ci
guadagnò nulla: l'Urone discusse anche con il vescovo.
«Mostratemi un sol uomo,» gli disse, «nel libro che mi ha dato mio zio, che non sia
stato battezzato nel fiume e farò tutto quello che vorrete.»
La zia, disperata, aveva tuttavia notato che la prima volta che suo nipote aveva fatto
la riverenza, alla signorina di St-Yves ne aveva fatta una più profonda che a chiunque
altro della compagnia; che non aveva neppure salutato il vescovo con quel rispetto misto a
cordialità che aveva testimoniato per la bella signorina. Decise dunque di rivolgersi a
lei in questa situazione così imbarazzante; la pregò di interporre il proprio credito
per convincere l'Urone a farsi battezzare alla maniera dei Bretoni, persuasa che il nipote
non potesse diventare cristiano se insisteva a voler essere battezzato nell'acqua
corrente.
La signorina di St-Yves arrossì di segreto piacere sentendosi incaricata di una
missione così importante. Si avvicinò all'Ingenuo con modestia, e prendendogli la mano
in modo nobilissimo: «Fareste qualcosa per me?» gli chiese; e, pronunciando queste
parole abbassava gli occhi e poi li sollevava con grazia struggente. «Ah, tutto quello
che vorrete, signorina, tutto quello che mi comanderete; battesimo dell'acqua, battesimo
del fuoco, battesimo del sangue; non c'è niente che io possa rifiutarvi.» La signorina
di St-Yves ebbe la gloria di fare in due parole ciò che né le premure del priore, né le
interrogazioni reiterate del balivo, né i ragionamenti di sua eminenza il vescovo avevano
potuto fare.
Il battesimo fu amministrato e ricevuto in tutta decenza, con tutta la magnificenza e
la piacevolezza possibili. Lo zio e la zia cedettero all'abate di St-Yves e a sua sorella
l'onore di tenere l'Ingenuo sul fonte. La signorina di St-Yves era raggiante di gioia nel
vedersi madrina. Non sapeva quali fossero gli obblighi cui la costringeva questo alto
titolo; accettò questo onore senza conoscerne le fatali conseguenze.
Poiché non c'è mai stata cerimonia che non fosse seguita da un gran pranzo, usciti
dal battesimo ci si mise a tavola. I buontemponi della Bassa-Bretagna dissero che non
c'era bisogno di battezzare anche il vino. Il priore diceva che il vino, secondo Salomone,
riempie di gioia il cuore degli uomini. Sua Eminenza il vescovo aggiungeva che il
patriarca Giuda doveva legare il suo asinello alla vite e immergere il suo mantello nel
sangue dell'uva, e che era cosa assai triste che non si potesse fare altrettanto in
Bassa-Bretagna, alla quale Dio ha negato la vite. Ognuno cercava di dire una facezia sul
battesimo dell'Ingenuo, e qualche galanteria alla madrina. Il balivo, sempre in vena di
far domande, chiedeva all'Urone se sarebbe stato fedele alle sue promesse. «Come volete
che io manchi alle mie promesse,» rispose l'Urone, «dal momento che le ho fatte tra le
mani della signorina di St-Yves?»
L'Urone si riscaldò, bevve molto alla salute della sua madrina. «Se fossi stato
battezzato dalle vostre mani,» disse, «sento che l'acqua fredda che mi hanno versato sul
capo mi avrebbe bruciato.» Il balivo trovò che ciò era molto poetico, non sapendo
quanto l'allegoria è familiare in Canada. Ma la madrina ne fu estremamente felice.
Al battezzato era stato dato il nome di Ercole. Il vescovo di Saint-Malo domandava
continuamente chi fosse questo patrono di cui non aveva mai sentito parlare. Il gesuita,
che era molto dotto, gli disse che era un santo che aveva fatto dodici miracoli. Ce n'era
un tredicesimo che valeva gli altri dodici messi insieme, ma del quale a un gesuita non si
addiceva parlare; era quello di aver cambiato cinquanta fanciulle in cinquanta donne, in
una sola notte. Un burlone che si trovava là sottolineò questo miracolo con energia.
Tutte le signore abbassarono gli occhi, e giudicarono dall'aspetto dell'Ingenuo che era
degno del santo di cui portava il nome.
V L'INGENUO INNAMORATO
Bisogna confessare che dopo questo battesimo e questo pranzo, la signorina di St-Yves
desiderò con passione che Sua Eminenza il vescovo la rendesse ancora partecipe di qualche
bel sacramento con il signor Ercole l'Ingenuo. Tuttavia, poiché era beneducata e molto
modesta, non osava confessare del tutto a se stessa i suoi teneri sentimenti; ma se le
sfuggiva uno sguardo, una parola, un gesto, un pensiero, avvolgeva tutto ciò in un velo
di pudore infinitamente amabile. Era tenera, vivace, virtuosa.
Non appena il vescovo fu partito, l'Ingenuo e la signorina di St-Yves si incontrarono
senza essersi resi conto che si stavano cercando. Si parlarono senza aver prima pensato
che cosa si sarebbero detti. Cominciò l'Ingenuo col dirle che l'amava con tutto il suo
cuore, e che la bella Abacaba, di cui era stato follemente innamorato al suo paese, non si
poteva neanche paragonare a lei. La signorina gli rispose, con la sua ordinaria modestia,
che bisognava parlarne al più presto al priore suo zio e alla signorina sua zia, e che da
parte sua avrebbe detto due parole al suo caro fratello, abate di St-Yves, e che si
lusingava di ottenere un comune consenso.
L'Ingenuo le rispose che non aveva bisogno del consenso di nessuno, che gli pareva
estremamente ridicolo andare a domandare ad altri che cosa si dovesse fare; che, quando le
due parti sono d'accordo non c'è bisogno di un terzo per accordarle. «Non consulto
nessuno,» diceva, «quando mi vien voglia di mangiare, o di andare a caccia, o di
dormire. So bene che in amore non è male avere il consenso della persona che si ama; ma,
siccome non è di mio zio o di mia zia che sono innamorato, non è a loro che devo
rivolgermi in questo affare; e, se date retta a me, farete a meno anche del signor abate
di St-Yves.»
Potete immaginare che la bella bretone impiegò tutta la delicatezza del suo spirito
per ricondurre il suo Urone nei termini della decenza. Si arrabbiò perfino, ma subito
dopo si raddolcì. Insomma, non si sa come sarebbe potuta finire questa conversazione se,
sul far della sera, l'abate non avesse ricondotto sua sorella all'abbazia. L'Ingenuo
aspettò che suo zio e sua zia, che erano un po' stanchi della cerimonia e del lungo
pranzo, andassero a dormire. Passò una parte della notte a fare versi in lingua urona per
la sua amata: bisogna infatti sapere che non c'è nessun paese della terra in cui l'amore
non abbia reso gli amanti poeti.
L'indomani suo zio gli parlò in questi termini dopo colazione, in presenza della
signorina di Kerkabon, che era tutta intenerita: «Sia lodato il cielo poiché avete avuto
l'onore, caro nipote, di essere cristiano e basso-bretone! Ma questo non basta; io sono
avanti con gli anni; mio fratello non ha lasciato che un pezzetto di terra che è davvero
poca cosa; io ho un priorato: se solo volete farvi suddiacono, come spero, vi rassegnerò
il mio priorato, e vivrete una vita molto agiata, dopo essere stato la consolazione della
mia vecchiaia.»
L'Ingenuo rispose: «Zio, buon pro vi faccia! Possiate vivere tanto a lungo quanto
vorrete. Non so che voglia dire essere suddiacono o rassegnare; ma qualunque cosa mi
andrà bene purché io abbia la signorina di St-Yves a mia disposizione.» «Mio Dio!
nipote caro, che dite mai? Amate dunque follemente quella signorina?» «Sì, zio.»
«Ohimè, nipote, non è possibile che voi la sposiate.» «È possibilissimo, zio;
infatti, non solo mi ha stretto la mano nel salutarmi, ma mi ha anche promesso di
chiedermi in sposo; sicuramente la sposerò.» «Ma è impossibile, vi dico; è la vostra
madrina; è un peccato spaventoso per una madrina stringere la mano del suo figlioccio; è
proibito sposare la propria madrina; vi si oppongono le leggi divine e umane.» «Oh
perbacco, zio, mi state prendendo in giro; perché dovrebbe essere proibito sposare la
propria madrina quando è giovane e graziosa? Non ho mai visto nel libro che mi avete dato
che fosse male sposare le ragazze che hanno aiutato la gente a battezzarsi. Mi rendo conto
ogni giorno che qui si fanno un'infinità di cose che non sono nel vostro libro, e che non
se ne fanno punte di quelle che vi sono scritte. Vi confesso che tutto ciò mi stupisce e
mi fa arrabbiare. Se mi si priva della bella St-Yves col pretesto del mio battesimo, vi
avverto che me lo tolgo e mi sbattezzo.»
Il priore era confuso; sua sorella piangeva. «Fratello mio,» diceva, «bisogna
impedire che nostro nipote si danni; il santo padre, il papa, gli può dare la dispensa e
allora potrà essere cristianamente felice con colei che ama.» L'Ingenuo abbracciò sua
zia. «Chi è dunque,» disse, «quest'uomo incantevole che favorisce con tanta bontà gli
amori dei giovani e delle ragazze? Voglio andare subito a parlargli.»
Gli fu spiegato chi era il papa, e l'Ingenuo fu ancor più stupito di prima. «Non c'è
una parola di tutto ciò nel vostro libro, caro zio; ho viaggiato, conosco il mare; qui
siamo sulle coste dell'oceano, e io dovrei lasciare la signorina di St-Yves per andare a
chiedere il permesso di amarla a un uomo che abita dalle parti del Mediterraneo, a
quattrocento leghe da qui, di cui non capisco la lingua! Mi pare una cosa del tutto
ridicola e assurda! Vado subito dal signor abate di St-Yves, che sta solo a una lega da
qui, e vi assicuro che sposerò la mia amante oggi stesso.»
Mentre parlava ancora, entrò il balivo che, secondo il suo costume, gli domandò dove
andasse. «A sposarmi,» disse l'Ingenuo correndo; e un quarto d'ora dopo era già a casa
della bella e amata basso-bretone, che dormiva ancora. «Ah, fratello mio,» diceva la
signorina di Kerkabon al priore, «non farete mai un suddiacono di vostro nipote.»
Il balivo fu molto scontento di quel viaggio: pretendeva infatti che la St-Yves
sposasse suo figlio; e suo figlio era ancora più cretino e più insopportabile del padre.
VI L'INGENUO CORRE A CASA DELLA SUA AMANTE, E DIVENTA FURIOSO
L'Ingenuo era appena giunto che, domandato ad una serva dove fosse la camera della sua
amante, spinse con energia la porta mal chiusa e si lanciò verso il letto. La signorina
di St-Yves, svegliandosi di soprassalto, si mise a gridare: «Che c'è! Ah, siete voi,
siete voi! Fermo, che fate?» L'Ingenuo rispose: «Vi sposo», e la stava proprio
sposando, se ella non si fosse dibattuta con tutta l'onestà di una persona che ha
ricevuto una buona educazione.
L'Ingenuo non voleva scherzi; trovava quel comportamento del tutto fuori luogo. «Non
era così che si comportava la signorina Abacaba, mia prima amante; siete del tutto
sleale; mi avete promesso le nozze, e poi non le volete fare: facendo così venite meno
alle più elementari leggi dell'onore; vi insegnerò io a mantenere la parola data e vi
riporterò sulla strada della virtù.»
L'Ingenuo possedeva una virtù maschia e intrepida, degna del suo patrono Ercole, di
cui gli era stato dato il nome al battesimo; stava appunto per metterla in atto in tutta
la sua portata allorquando, alle grida laceranti della signorina più virtuosa e discreta
del mondo, accorse il buon abate di St-Yves, insieme alla governante, a un vecchio
domestico devoto e a un prete della parrocchia. La vista di costoro moderò il coraggio
dell'assalitore. «Oh, mio Dio! caro vicino, che state facendo?» «Il mio dovere,»
replicò il giovane; «io mantengo sempre le mie promesse, che sono sacre.»
La signorina di St-Yves si rimise a posto arrossendo. L'Ingenuo fu condotto in un'altra
stanza. L'abate gli fece capire l'enormità di quanto aveva fatto. L'Ingenuo si difese
sulla base dei privilegi della legge naturale, che conosceva alla perfezione. L'abate
cercò di dimostrare che la legge positiva doveva trionfare sulla legge naturale e che,
senza le convenzioni fatte dagli uomini, la legge di natura sarebbe quasi sempre un
brigantaggio naturale. «Ci vogliono notai,» diceva, «e preti, testimoni, contratti e
dispense.» L'Ingenuo gli rispose con la riflessione che i selvaggi hanno sempre fatto:
«Siete dunque gente parecchio disonesta se vi ci vogliono tante precauzioni.»
L'abate fece fatica a risolvere questa difficoltà. «Ci sono, lo riconosco,» disse,
«molti incostanti e molti bricconi tra di noi, e ce ne sarebbero altrettanti tra gli
Uroni se fossero riuniti in una grande città; ma ci sono anche anime sagge, oneste,
illuminate, e sono costoro che hanno fatto le leggi. Più si è gente per bene, più ci si
deve sottomettere ad esse; si dà un esempio ai viziosi, che rispettano così un freno che
la virtù ha assegnato a se stessa.»
Questa risposta colpì l'Ingenuo. Si è già fatto notare che era un uomo assennato.
Cercarono di addolcirlo con parole lusinghiere; gli dettero speranze: sono queste le due
trappole in cui cadono gli uomini dei due emisferi; fu ammesso anche al cospetto della
signorina di St-Yves, non appena ella ebbe fatto la sua toilette. Tutto fu condotto con la
più grande decenza. Ma nonostante ciò, gli occhi scintillanti dell'Ingenuo Ercole fecero
sempre abbassare quelli della sua amante e tremare la compagnia.
Ci volle molto per rimandarlo dai suoi parenti. Si dovette impiegare ancora una volta
il credito della bella St-Yves; più ella sentiva il suo potere su di lui, più l'amava.
Lo fece partire, e ne fu molto afflitta; quando finalmente fu partito, l'abate, che non
solo era il fratello maggiore molto più anziano della signorina di St-Yves, ma ne era
anche il tutore, decise di sottrarre la sua pupilla alle premure di quel terribile amante.
Andò a consultare il balivo che, destinando sempre suo figlio alla sorella dell'abate,
gli consigliò di mettere la poverina in un convento. Fu un colpo terribile: una persona
indifferente, se la si mettesse in convento, si metterebbe a strillare; ma una donna
innamorata, un'innamorata tanto saggia quanto tenera, c'era di che portarla alla
disperazione.
L'Ingenuo, di ritorno dal priore, raccontò tutto con la sua solita ingenuità. Gli
toccò sorbirsi gli stessi rimproveri, che fecero qualche effetto sul suo spirito, ma
nessuno sui suoi sensi; l'indomani, allorché gli venne voglia di tornare dalla sua bella
amante per ragionare con lei sulla legge naturale e la legge convenzionale, il signor
balivo gli fece sapere, con gioia insultante, che era entrata in un convento. «Bene!»
disse lui, «andrò a ragionare in quel convento.» «Non si può,» disse il balivo. Gli
spiegò molto dettagliatamente che cosa fosse un convento; che la parola derivava dal
latino conventus, che significava assemblea; e l'Urone non riusciva a capire
perché non potesse essere ammesso a quell'assemblea. Non appena capì che quest'assemblea
era di fatto una specie di prigione dove si tenevano rinchiuse le fanciulle, cosa
orribile, sconosciuta agli Uroni e agli Inglesi, diventò furibondo come lo fu il suo
patrono Ercole quando Erite, re di Ecalia, non meno crudele dell'abate di St-Yves, gli
rifiutò la bella Iole sua figlia, non meno bella della sorella dell'abate. Voleva subito
dare fuoco al convento, rapire la sua amante o morire bruciato con lei. La signorina di
Kerkabon, spaventata, rinunciava più che mai alla speranza di vedere suo nipote
suddiacono, e diceva piangendo che da quando era stato battezzato aveva il diavolo in
corpo.
VII L'INGENUO RESPINGE GL'INGLESI
L'Ingenuo, sprofondato in una cupa malinconia, andò a passeggiare in riva al mare, con
il fucile a due colpi in spalla, il coltellaccio al fianco, sparando di tanto in tanto a
qualche uccello, e spesso tentato di sparare a se stesso; ma amava ancora la vita, a causa
della signorina di St-Yves. Ora malediceva suo zio, sua zia, tutta la Bassa-Bretagna e il
suo battesimo; ora li benediceva tutti perché grazie a loro aveva conosciuto colei che
amava. Prendeva la decisione di andare a bruciare il convento, poi si fermava
all'improvviso, per paura di bruciare la sua amante. Le onde della Manica non sono più
agitate dai venti dell'est e dell'ovest di quanto lo fosse il suo cuore da sentimenti
opposti.
Camminava a gran passi, senza sapere dove andasse, quando intese il suono di un
tamburo. Vide da lontano una folla, metà della quale correva verso la riva mentre l'altra
metà scappava.
Mille grida si levavano da ogni parte; la curiosità e il coraggio lo fanno precipitare
all'istante verso il luogo da dove giungono i clamori; in quattro balzi è già là. Il
comandante della milizia, che aveva cenato con lui dal priore, lo riconobbe subito; corse
verso di lui a braccia aperte: «Ah, c'è l'Ingenuo, combatterà per noi.» E i militi,
che morivano di paura, si rassicurarono e gridarono anche loro:
«È l'Ingenuo! È l'Ingenuo!»
«Signori,» disse lui, «di che si tratta? Perché siete così spaventati? Hanno messo
anche a voi l'amante in convento?» Allora cento voci confuse gridarono: «Ma non vedete
che gl'Inglesi ci attaccano?» «E con questo?» replicò l'Urone; «è gente per bene;
non mi hanno mai proposto di farmi suddiacono; non mi hanno portato via la mia amante.»
Il comandante gli fece capire che gl'Inglesi venivano a saccheggiare l'abbazia della
Montagna, a bere il vino di suo zio, e forse a rapire la signorina di St-Yves; che il
vascello con il quale era sbarcato in Bretagna era venuto apposta per esplorare la costa;
che facevano atti di ostilità senza aver dichiarato guerra al re di Francia, e che la
provincia era esposta alle loro scorrerie. «Ah, se è così violano la legge naturale;
lasciate fare a me; ho vissuto a lungo con loro, conosco la loro lingua, andrò a
parlamentare; non credo che abbiano un progetto tanto malvagio.»
Durante questa conversazione, la squadra inglese si avvicinava; l'Urone si mise a
correre in quella direzione, salì sul vascello ammiraglio e domandò se era vero che
andavano a devastare il paese senza aver prima dichiarato guerra onestamente. L'ammiraglio
e l'equipaggio scoppiarono in una gran risata; gli fecero bere del punch e lo rimandarono
indietro.
L'Ingenuo, offeso, non pensò più che a battersi contro i suoi vecchi amici in favore
dei suoi compatrioti e del signor priore. I gentiluomini del vicinato accorrevano da ogni
parte: si unì a loro; avevano qualche cannone; egli li caricava, prendeva la mira e
sparava con tutti uno dopo l'altro. Gl'Inglesi sbarcano; egli corre verso di loro e ne
uccide tre, ferisce persino l'ammiraglio che si era preso gioco di lui. Il suo valore
suscita il coraggio di tutta la milizia; gl'Inglesi risalgono sulle navi e tutta la costa
risuona di grida di vittoria: «Viva il re! viva l'Ingenuo!» Ognuno l'abbracciava, ognuno
si dava premura di stagnare il sangue di qualche ferita leggera che aveva riportato.
«Ah,» diceva, «se la signorina di St-Yves fosse qui, mi metterebbe una compressa.»
Il balivo, che si era nascosto in cantina durante il combattimento, venne a
complimentarsi con lui come avevano fatto gli altri. Ma fu molto sorpreso quando sentì
Ercole l'Ingenuo dire ad una dozzina di giovani di buona volontà dai quali era
circondato: «Amici miei, aver salvato l'abbazia della Montagna non è niente; ora bisogna
salvare una fanciulla.» Tutta quella gioventù focosa s'infiammò a quelle parole. Già
lo seguiva una folla, correvano tutti al convento. Se il balivo non avesse avvertito
immediatamente il comandante, se non fossero subito corsi dietro a quell'allegra
compagnia, la cosa era fatta. L'Ingenuo fu riportato a casa dello zio e della zia, che lo
inondarono di lacrime di tenerezza.
«Mi rendo conto che non sarete mai né suddiacono né priore,» disse lo zio; «sarete
un ufficiale ancor più valoroso del mio fratello capitano, e probabilmente altrettanto
pezzente.» E la signorina di Kerkabon piangeva sempre nell'abbracciarlo, e diceva:
«Sarà ucciso come mio fratello; quanto sarebbe meglio se diventasse suddiacono!»
L'Ingenuo, nel combattimento, aveva raccolto una borsa piena di ghinee, che
probabilmente l'ammiraglio aveva lasciato cadere. Pensò subito che con quella borsa
avrebbe potuto comprare tutta la Bassa-Bretagna, e soprattutto fare della signorina di
St-Yves una gran signora. Tutti lo esortavano ad andare a Versailles, per ricevere il
premio dei suoi servigi. Il comandante e i principali ufficiali lo coprirono di
certificati. Lo zio e la zia approvarono il viaggio del nipote. Sarebbe stato presentato
al re senza che ci fossero difficoltà: e questo sarebbe bastato a dargli un grande
prestigio nella provincia. Le due brave persone aggiunsero alla borsa inglese un dono
considerevole tratto dai loro risparmi. L'Ingenuo diceva dentro di sé: «Quando vedrò il
re gli chiederò in sposa la signorina di St-Yves, e certamente non me la rifiuterà.»
Partì dunque, acclamato in tutti i cantoni, soffocato dagli abbracci, bagnato di lacrime
dalla zia, benedetto dallo zio, raccomandandosi alla bella St-Yves.
VIII L'INGENUO VA A CORTE. DURANTE IL VIAGGIO CENA CON ALCUNI UGONOTTI
L'Ingenuo prese la via di Saumur in diligenza, poiché non c'erano allora altri mezzi
di trasporto. Quando fu a Saumur si stupì di trovare la città quasi deserta, e di vedere
diverse famiglie che traslocavano. Gli dissero che sei anni prima Saumur contava più di
quindicimila anime e che al momento non ce n'erano neppure seimila. Non mancò di parlarne
a cena nella sua locanda. C'erano a tavola molti protestanti; gli uni si lamentavano
amaramente, altri fremevano di collera, altri dicevano piangendo: Nos dulcia linquimus
arva, nos patriam fugimus. L'Ingenuo, che non sapeva il latino, si fece spiegare
queste parole il cui significato era: Abbandoniamo le nostre dolci campagne, fuggiamo la
nostra patria.
«E perché fuggite la vostra patria, signori?» «Perché vogliono farci riconoscere
il papa.» «E perché non lo riconoscete? Non avete dunque una madrina da sposare? Mi
hanno detto che è lui che dà il permesso.» «Signore, il papa dice di essere il padrone
del dominio dei re!» «Ma, signori, che professione esercitate?» «Siamo per lo più
negozianti di stoffe e fabbricanti.» «Se questo papa pretende di essere il padrone delle
vostre stoffe e delle vostre fabbriche, fate bene a non riconoscerlo; ma quanto ai re, è
affar loro: di che v'impicciate?» Allora un omino nero prese la parola ed espose molto
dottamente le lagnanze della compagnia. Parlò della revoca dell'editto di Nantes con
tanta energia, deplorò in modo così patetico la sorte di cinquantamila famiglie
fuggitive e di altre cinquantamila convertite dai dragoni, che l'Ingenuo pianse a sua
volta. «Come mai,» diceva, «un così gran re, la cui gloria arriva fino agli Uroni, si
priva così dell'affetto di tanta gente che lo avrebbe amato, di tante braccia che
l'avrebbero servito?» «L'hanno ingannato, come gli altri grandi re,» rispose l'uomo in
nero. «Gli hanno fatto credere che, appena avesse detto una parola, tutti avrebbero
pensato come lui, e che ci avrebbe fatto cambiare religione come il suo musicista Lulli fa
cambiare ogni momento le scene delle sue opere. Non solo perde circa cinque o seicentomila
sudditi utilissimi, ma ne fa dei nemici; e il re Guglielmo, che attualmente è signore
d'Inghilterra, ha già messo insieme numerosi reggimenti composti da questi Francesi che
altrimenti avrebbero combattuto per il loro monarca.
«Un tal disastro è tanto più stupefacente in quanto il papa regnante, al quale Luigi
XIV sacrifica una parte del suo popolo, è suo nemico dichiarato. Da nove anni trascinano
fra di loro una disputa violenta che si è spinta tanto oltre da far sperare alla Francia
di vedere finalmente spezzarsi il giogo che la sottomette da tanti secoli a questo
straniero, e soprattutto di non dargli più denaro, che è il primo motore degli affari di
questo mondo. È dunque evidente che questo grande re è stato ingannato su questi
interessi come sulla portata del suo potere e che si è attentato alla magnanimità del
suo cuore.»
L'Ingenuo, sempre più commosso, domandò chi fossero i Francesi che ingannavano un
monarca così caro agli Uroni. «Sono i gesuiti,» gli risposero; «soprattutto il Padre
La Chaise, confessore di Sua Maestà. Speriamo che Dio li punisca un giorno, e che siano
cacciati a loro volta, come ora cacciano noi. C'è forse sventura pari alla nostra?
Monsignor di Louvois ci invia da ogni parte gesuiti e dragoni.»
«Ebbene, signori,» replicò l'Ingenuo che non si poteva più trattenere, «vado a
Versailles a ricevere una ricompensa per i miei servigi; parlerò con questo monsignor di
Louvois: mi hanno detto che è lui che dirige la guerra, dal suo ufficio. Vedrò il re,
gli farò conoscere la verità; è impossibile non arrendersi a questa verità quando la
si sente. Tornerò presto per sposare la signorina di St-Yves, e vi invito tutti alle mie
nozze.» Quella brava gente lo prese allora per un gran signore che viaggiasse in
incognito in diligenza. Qualcuno lo prese per il buffone del re.
C'era a tavola un gesuita camuffato, che faceva la spia per il reverendo Padre La
Chaise. Gli faceva rapporti su tutto, e il Padre La Chaise ne rendeva edotto monsignor di
Louvois. La spia scrisse. L'Ingenuo e la lettera arrivarono a Versailles più o meno nello
stesso momento.
IX ARRIVO DELL'INGENUO A VERSAILLES. SUA ACCOGLIENZA A CORTE
L'Ingenuo scende di carrozza nel cortile delle cucine. Domanda ai portatori a che ora
si può vedere il re. I portatori gli ridono in faccia, come aveva fatto l'ammiraglio
inglese. L'Ingenuo li trattò nello stesso modo, li picchiò; essi cercarono di
rendergliele, e la scena poteva diventare sanguinosa se non fosse passata una guardia del
corpo, gentiluomo bretone, che allontanò la canaglia. «Signore,» disse il viaggiatore,
«mi sembrate una brava persona; sono il nipote del priore della Madonna della Montagna;
ho ucciso degli Inglesi; vengo per parlare al re: vi prego di accompagnarmi nella sua
stanza.» La guardia, felice di trovare un uomo valoroso della sua provincia, che non
pareva molto al corrente degli usi di corte, gli fece sapere che non si poteva parlare al
re in questo modo, che bisognava essere presentati da monsignor di Louvois. «Va bene!
accompagnatemi dunque da questo monsignor di Louvois, che senza dubbio mi condurrà da Sua
Maestà.» «Ma è ancor più difficile,» replicò la guardia, «parlare a monsignor di
Louvois che a Sua Maestà. Vi condurrò invece dal signor Alexandre, primo funzionario
della guerra: è come se parlaste al ministro.» Vanno dunque dal signor Alexandre, primo
funzionario, ma non poterono essere ammessi; era tutto indaffarato con una dama di corte e
aveva lasciato l'ordine di non far passare. «Non importa,» disse la guardia, «niente è
perduto; andiamo dal primo funzionario del signor Alexandre: è come parlare al signor
Alexandre in persona.»
L'Urone, stupefatto, lo segue; restano insieme mezz'ora in una piccola anticamera. «Ma
che roba è?» disse l'Ingenuo, «sono tutti invisibili in questo paese? È più facile
battersi in Bassa-Bretagna contro gli Inglesi che incontrare a Versailles la gente con cui
si deve parlare.» Si distrasse un poco raccontando i suoi amori al compaesano. Ma il
rintoccare delle ore richiamò la guardia del corpo al suo posto. Promisero di rivedersi
l'indomani; e l'Ingenuo restò ancora un'altra mezz'ora nell'anticamera, pensando alla
signorina di St-Yves e alla difficoltà di parlare ai re e ai primi funzionari.
Finalmente comparve il padrone. «Signore,» gli disse l'Ingenuo, «se avessi aspettato
a respingere gli Inglesi tanto quanto m'avete fatto aspettare voi per questa udienza, a
quest'ora devasterebbero tutta la Bassa-Bretagna a loro piacimento.» Queste parole
colpirono il funzionario che disse infine al bretone: «Che cosa chiedete?» «Una
ricompensa,» disse l'altro; «ecco i miei titoli»; e gli mostrò i suoi certificati. Il
funzionario lesse e gli disse che probabilmente gli avrebbero accordato il permesso di
comprarsi una luogotenenza. «Io? Dovrei dare del denaro per aver respinto gli Inglesi!
dovrei pagarmi il diritto di farmi ammazzare per voi, mentre voi ve ne state qui a dare
udienza in tutta tranquillità? Credo che vogliate scherzare. Esigo una compagnia di
cavalleria, e gratis. Voglio che il re faccia uscire dal convento la signorina di St-Yves
e che me la dia in sposa. Voglio parlare al re in favore di cinquantamila famiglie che gli
voglio rendere. In una parola, voglio rendermi utile: mi si adoperi e mi si promuova.»
«Come vi chiamate, signore, per parlare con tanta arroganza?» «Ah,» rispose
l'Ingenuo, «ma allora non avete letto i miei certificati? Dunque è questo l'uso che ne
fate? Mi chiamo Ercole di Kerkabon; sono battezzato, abito al Quadrante azzurro e mi
lamenterò con il re del vostro comportamento.» Il funzionario concluse, come già la
gente di Saumur, che non aveva la testa a posto, e non gli prestò molta attenzione.
Il giorno stesso il reverendo padre di La Chaise, confessore di Luigi XIV, aveva
ricevuto la lettera della sua spia che accusava il bretone Kerkabon di favorire in cuor
suo gli Ugonotti e di condannare la condotta dei gesuiti. Il signor di Louvois, da parte
sua, aveva ricevuto una lettera dell'interrogante balivo, che dipingeva l'Ingenuo come un
cattivo soggetto che voleva bruciare conventi e rapire fanciulle.
L'Ingenuo, dopo aver passeggiato per i giardini di Versailles, dove si annoiò, dopo
aver cenato alla moda urona e bassa-bretone, era andato a dormire cullandosi nella
speranza di vedere il re l'indomani, di ottenere la signorina di St-Yves in matrimonio, di
avere almeno una compagnia di cavalleria, e di far cessare le persecuzioni contro gli
Ugonotti. Si cullava in queste piacevoli immaginazioni, quando la polizia militare entrò
nella sua camera. Per prima cosa gli presero il fucile a due colpi e la grande sciabola.
Fecero un inventario del suo denaro contante e lo portarono nel castello che fece
costruire re Carlo V, figlio di Giovanni II, vicino alla via St-Antoine, alla porta di
Tournelles.
Quale fosse durante il tragitto lo stupore dell'Ingenuo, ve lo lascio immaginare.
Dapprima credette che si trattasse di un sogno. Rimase nell'istupidimento; poi,
trasportato all'improvviso da un furore che raddoppiava le sue forze, prende per la gola
due dei suoi conduttori che erano con lui in carrozza, li getta fuori della portiera, si
lancia dietro di loro, trascinando il terzo che cercava di trattenerlo. Per lo sforzo
cade; lo legano e lo rimettono in vettura. «Ecco che si guadagna,» diceva, «a cacciare
gl'Inglesi dalla Bassa-Bretagna! Che diresti, mia bella St-Yves, se mi vedessi in questo
stato?»
Arrivarono finalmente a destinazione. Lo portarono in silenzio nella stanza dove doveva
essere rinchiuso, come si porta un morto al camposanto. La stanza era gia occupata da un
vecchio solitario di Port-Royal, di nome Gordon, che vi languiva da due anni.
«Guardate,» disse il capo degli sbirri, «vi porto compagnia»; e subito richiudono gli
enormi catenacci della solida porta, rivestita di ampie sbarre. I due prigionieri
restarono separati dal resto del mondo.
X L'INGENUO RINCHIUSO ALLA BASTIGLIA CON UN GIANSENISTA
Il signor Gordon era un vegliardo fresco e sereno, che sapeva due grandi cose:
sopportare le avversità e consolare gl'infelici. Si avvicinò al suo compagno con
espressione di affetto e di compassione, l'abbracciò e disse: «Chiunque siate, voi che
venite a dividere con me questa tomba, sappiate che dimenticherò sempre me stesso per
addolcire i vostri tormenti nell'abisso infernale nel quale siamo caduti. Adoriamo la
Provvidenza che ci ha condotto qui, soffriamo in pace e speriamo.» Queste parole fecero
sull'animo dell'Ingenuo l'effetto delle gocce d'Inghilterra, che richiamano in vita i
morenti e gli fanno dischiudere gli occhi con stupore.
Dopo le prime cortesie, Gordon, senza fargli fretta perché dicesse la causa della sua
disgrazia, gli ispirò con la dolcezza della sua conversazione, e con l'interesse che
hanno l'uno per l'altro due infelici, il desiderio di aprire il suo cuore e di liberarsi
del fardello che l'opprimeva; ma non poteva indovinare il motivo della sua sventura: gli
pareva un effetto senza causa, e il buon Gordon era stupito quanto lui.
«Bisogna proprio,» disse il giansenista all'Urone, «che Dio abbia progetti su di
voi, giacché vi ha condotto dal lago Ontario in Inghilterra e in Francia, vi ha fatto
battezzare in Bassa-Bretagna, e vi ha messo qui dentro per la vostra salvezza.»
«Francamente,» rispose l'Ingenuo, «credo che sia stato solo il diavolo ad occuparsi del
mio destino. I miei compatrioti d'America non mi avrebbero mai trattato con la barbarie
con cui mi trattano qui; non ne hanno neanche l'idea. Li chiamano selvaggi; sono
gente grossolana, ma quelli di qui sono dei mascalzoni in guanti di velluto. Sono davvero
sorpreso di essere venuto dal nuovo mondo per essere rinchiuso in questo a quattro
catenacci insieme a un prete; ma se rifletto al numero enorme di uomini che partono da un
emisfero per andare a farsi ammazzare nell'altro, o che naufragano in viaggio e sono
mangiati dai pesci, non vedo dove siano i graziosi disegni di Dio su tutta questa gente.»
Intanto portarono loro da mangiare attraverso uno sportello. La conversazione andò a
cadere sulla Provvidenza, sui mandati di arresto, e sull'arte di non soccombere alle
disgrazie alle quali ogni uomo è esposto in questo mondo. «Sono due anni che mi trovo
qui,» disse il vegliardo, «senza altra consolazione che me stesso e i miei libri; non ho
mai avuto un momento di cattivo umore.»
«Ah! signor Gordon,» esclamò l'Ingenuo, «non siete dunque innamorato della vostra
madrina? Se conosceste come me la signorina di St-Yves, sareste disperato.» A queste
parole non poté trattenere le lacrime, e si sentì poi un po' meno oppresso. «Ma
perché,» disse, «le lacrime danno sollievo? Mi sembra che dovrebbero fare l'effetto
contrario.» «Figlio mio, tutto è fisico in noi,» disse il buon vecchio; «ogni
secrezione fa bene al corpo, e tutto ciò che gli dà sollievo, dà sollievo anche
all'anima: siamo le macchine della Provvidenza.»
L'Ingenuo che, come abbiamo detto più volte, aveva una mente lucida, fece delle
profonde riflessioni su questa idea, della quale sembrava che avesse il seme dentro di
sé. Quindi domandò al suo compagno perché la sua macchina era da due anni in catene.
«Per via della grazia efficiente,» rispose Gordon; «passo per giansenista: ho
conosciuto Arnaud e Nicole; i gesuiti ci hanno perseguitato. Noi crediamo che il papa non
sia altro che un vescovo come tutti gli altri; è per questo che il P. La Chaise ha
ottenuto dal re, suo penitente, l'ordine di rapirmi, senza alcuna formalità legale, il
bene più prezioso degli uomini, la libertà.» «Questo è proprio strano,» disse
l'Ingenuo; «tutti i disgraziati che ho incontrato sono tali per colpa del papa.
«Quanto alla vostra grazia efficiente, vi confesso che non ci capisco nulla; ma
considero una grande grazia che Dio mi abbia fatto trovare nella sventura un uomo come
voi, che mette nel mio cuore una consolazione di cui mi credevo incapace.»
Ogni giorno la conversazione diventava più interessante e più istruttiva. Gli animi
dei due prigionieri si legavano l'uno all'altro. Il vecchio sapeva molte cose, e il
giovane aveva molta voglia di imparare. Il primo mese studiò la geometria; la divorava.
Gordon gli fece leggere la Fisica di Rouhault, che era ancora di moda, ed egli con
il suo buon senso vi trovò solo cose incerte.
Quindi lesse il primo volume della Ricerca della verità. Questa nuova luce lo
illuminò. «Ma come!» disse, «i nostri sensi e la nostra immaginazione ci ingannano a
tal punto! Come! gli oggetti non formano le nostre idee, e noi non possiamo darcele da
soli!» Quando ebbe letto il secondo volume, non fu più così contento, e ne trasse la
conclusione che è più facile distruggere che costruire.
Il suo confratello, stupito che un giovane ignorante facesse questa riflessione,
propria degli animi colti, concepì una grande stima per la sua intelligenza e si legò a
lui ancora di più.
«Il vostro Malebranche,» gli disse un giorno l'Ingenuo, «mi sembra un uomo che ha
scritto metà del suo libro con la ragione, e l'altra metà con l'immaginazione e i
pregiudizi.»
Qualche giorno dopo, Gordon gli chiese: «Che pensate dell'anima, della maniera in cui
riceviamo le nostre idee, della nostra volontà, della grazia, del libero arbitrio?»
«Niente,» rispose l'Ingenuo; «se pensassi qualche cosa direi che siamo sottoposti al
potere dell'Essere eterno come gli astri e gli elementi; che Egli fa tutto in noi, che noi
siamo piccoli ingranaggi della macchina immensa di cui Egli è l'anima; che agisce secondo
leggi generali e non secondo considerazioni parziali; solo ciò mi sembra intelligibile,
tutto il resto è per me un abisso di tenebre.»
«Ma, figlio mio, ciò equivale a dire che Dio è l'autore del peccato.»
«Ma, padre mio, la vostra grazia efficiente farebbe anche lei di Dio l'autore del
peccato: infatti, è evidente che tutti coloro ai quali questa grazia fosse rifiutata,
peccherebbero; e chi ci consegna al male, non ne è forse l'autore?»
Questa semplicità metteva in imbarazzo il buon uomo; egli si rendeva conto di fare
vani sforzi per tirarsi fuori dal pantano, e ammucchiava tante parole che parevano avere
un senso ma che non ne avevano alcuno (del tipo di premozione fisica) tanto che l'Ingenuo
ne aveva pena. Si trattava evidentemente del problema dell'origine del bene e del male; e
allora bisognava che il povero Gordon passasse in rivista il vaso di Pandora, l'uovo di
Orosmad forato da Arianna, l'inimicizia tra Osiride e Tifone, e alla fine il peccato
originale; e correvano l'uno e l'altro in questa notte profonda, senza incontrarsi mai. Ma
almeno, questo romanzo sull'anima distraeva il loro pensiero dalla contemplazione della
loro miseria; e, per uno strano incantesimo, il gran numero di calamità sparse
nell'universo diminuiva la sensazione delle loro pene: non osavano lamentarsi quando tutto
l'universo soffriva.
Ma, nel riposo della notte, l'immagine della bella St-Yves cancellava dallo spirito del
suo amante tutte le idee di metafisica e di morale. Egli si svegliava cogli occhi bagnati
di lacrime e il vecchio giansenista dimenticava la sua grazia efficiente, l'abate di
St-Cyran, e Giansenio, per consolare un giovane che credeva in peccato mortale.
Dopo le letture e le discussioni, parlavano delle loro avventure; e dopo averne
inutilmente parlato, leggevano insieme, o ciascuno per proprio conto. Lo spirito del
giovane si fortificava sempre di più. In particolare, avrebbe fatto molta strada in
matematica, senza le distrazioni che gli procurava la signorina di St-Yves.
Lesse qualcosa di storia e ne fu rattristato. Il mondo gli parve troppo malvagio e
troppo miserabile. In effetti, la storia non è altro che il quadro dei crimini e delle
sventure. La massa degli uomini innocenti e pacifici scompare sempre in questi vasti
affreschi. I personaggi non sono che ambiziosi e perversi. Sembra che la storia piaccia
soltanto quando assomiglia alla tragedia, che languisce se non è animata dalle passioni,
i misfatti e le grandi sventure. Bisogna armare di pugnale Clio, come Melpomene.
Benché la storia di Francia sia piena di orrori, come tutte le altre, tuttavia gli
parve così disgustosa nei suoi inizi, così arida verso la metà, così meschina alla
fine, anche al tempo di Enrico IV, sempre sprovvista di grandi monumenti, così estranea a
quelle grandi scoperte che hanno illustrato altre nazioni, che era costretto a lottare
contro la noia per leggere tutti quei dettagli di calamità oscure relegate in un angolino
del mondo.
Gordon la pensava come lui. Tutti e due sorridevano di pietà quando si parlava dei
sovrani di Fezensac, di Fezansaguet e di Astrac. Un tale studio infatti non servirebbe
altro che agli eredi, se ne avessero. I bei secoli della repubblica romana lo resero per
un po' indifferente al resto della terra. Lo spettacolo di Roma vittoriosa e legislatrice
delle nazioni occupava la sua anima interamente. Si entusiasmava nella contemplazione di
questo popolo che fu governato per settecento anni dall'amore per la libertà e per la
gloria.
Così passavano i giorni, le settimane, i mesi; l'Ingenuo si sarebbe creduto perfino
felice nella dimora della disperazione, se non fosse stato innamorato.
Il suo animo buono si inteneriva anche al pensiero del priore della Madonna della
Montagna e della sensibile Kerkabon. «Che penseranno,» si ripeteva spesso, «quando non
avranno mie notizie? Mi crederanno un ingrato.» Questa idea lo tormentava; compiangeva
quelli che lo amavano, più di quanto compiangesse se stesso.
XI COME L'INGENUO SVILUPPA IL SUO INGEGNO
La lettura allarga lo spirito e un amico sincero lo consola. Il nostro prigioniero
godeva di questi due vantaggi di cui non aveva mai avuto il minimo sentore prima. «Sarei
tentato,» diceva, «di credere alle metamorfosi, giacché sono stato cambiato da bruto in
uomo.» Si formò una biblioteca scelta, con una parte del suo denaro di cui gli era
permesso disporre. L'amico lo incoraggiò a mettere per iscritto le sue riflessioni. Ecco
quanto scrisse sulla storia antica:
Immagino che le nazioni siano state a lungo come me, che non si siano istruite che
molto tardi, che non si siano occupate, per secoli, che del momento presente che passava,
pochissimo del passato, e mai del futuro. Ho percorso cinque o seicento leghe nel Canada
senza trovarvi un solo monumento; nessuno sa niente di quello che ha fatto il suo
bisavolo. Non è forse questo lo stato naturale dell'uomo? La razza di questo continente
mi sembra superiore a quella dell'altro. Ha infatti elevato il suo essere da molti secoli
per mezzo delle scienze e delle arti. È forse perché ha la barba al mento, mentre Dio ha
rifiutato la barba agli Americani? Non credo; vedo infatti che i Cinesi non hanno barba
quasi per nulla, e tuttavia coltivano le arti da più di cinquemila anni. In effetti, se
hanno più di quattromila anni di annali, è necessario che la nazione fosse costituita e
fiorente da più di cinquanta secoli.
Una cosa soprattutto mi colpisce in questa antica storia della Cina, ed è che tutto vi
è verosimile e naturale. L'ammiro perché non c'è niente di meraviglioso.
Perché tutte le altre nazioni si sono date origini leggendarie? Gli antichi
cronachisti della storia di Francia, che non sono poi tanto antichi, fanno derivare i
Francesi da un certo Francus, figlio di Ettore. I Romani si dicevano nati da un Frigio,
benché non ci fosse nella loro lingua una sola parola che avesse il minimo rapporto con
la lingua frigia. Gli dei avevano abitato diecimila anni in Egitto e i diavoli in Scizia,
dove avevano generato gli Unni. Prima di Tucidide non si vedono che romanzi simili agli Amadis,
e molto meno divertenti. Dovunque apparizioni, oracoli, prodigi, sortilegi, metamorfosi,
sogni spiegati che fanno il destino dei più grandi imperi e dei più piccoli Stati: qui
bestie che parlano, là bestie oggetto di culto, dei trasformati in uomini, uomini
trasformati in dei. Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno
l'emblema della verità! Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini,
odio quelle degli impostori.
Un giorno gli capitò sotto mano una storia dell'imperatore Giustiniano. Vi si leggeva
che degli apedeuti di Costantinopoli avevano emesso, in pessimo greco, un editto contro il
maggior condottiero del secolo, perché quell'eroe aveva pronunciato queste parole nel
calore della conversazione: La verità brilla di luce propria, e non si illuminano gli
spiriti con le fiamme dei roghi. Gli apedeuti assicurarono che questa proposizione era
eretica, sapeva di eresia, e che l'assioma opposto era cattolico, universale e greco: Non
si illuminano gli spiriti che con le fiamme dei roghi, e la verità non può brillare di
luce propria. Questi linostoli condannarono così molti discorsi del condottiero, ed
emisero un editto. «Ma come!» esclamò l'Ingenuo, «editti emessi da gente simile!»
«Non sono affatto editti,» replicò Gordon, «sono contro-editti, di cui tutti si
facevano beffe a Costantinopoli, e l'imperatore per primo: era un saggio principe che
aveva saputo ridurre gli apedeuti linostoli a non poter fare altro che il bene. Sapeva che
quei signori e molti altri pastofori avevano con i loro contro-editti fatto perdere la
pazienza agli imperatori suoi predecessori per questioni più gravi.» «E fece molto
bene,» disse l'Ingenuo, «bisogna sopportare i pastofori, e contenerli.»
Mise per iscritto molte altre riflessioni che spaventavano il vecchio Gordon. «Ma
come!» disse questi dentro di sé, «ho consumato cinquant'anni della mia vita ad
istruirmi, e temo di non poter raggiungere il buon senso naturale di questo ragazzo
semiselvaggio! Ho paura di essermi dato da fare a fortificare dei pregiudizi; lui non
ascolta altro che la semplice natura.»
Il brav'uomo aveva qualcuno di quei libretti di critica, di quei fogli periodici in cui
uomini incapaci di produrre alcunché denigrano le produzioni altrui, in cui i Visé
insultano i Racine, e i Faydit i Fénelon. L'Ingenuo dette una scorsa ad alcuni di essi.
«Mi sembrano,» diceva, «come quei mosconi che vanno a deporre le uova nel sedere dei
più bei cavalli: questo non impedisce ai cavalli di correre.» I due filosofi si
degnarono appena di dare un'occhiata a questi escrementi della letteratura.
Lessero insieme gli elementi dell'astronomia; l'Ingenuo si fece mandare delle sfere;
questo grandioso spettacolo lo mandava in visibilio. «Come è duro,» diceva,
«cominciare a conoscere il cielo proprio ora che mi hanno tolto il diritto di
contemplarlo! Giove e Saturno girano in quegli spazi immensi; milioni di soli illuminano
miliardi di mondi; e, nell'angolino della terra nel quale mi son trovato, esistono degli
esseri che mi privano, me essere vedente e pensante, di tutti questi mondi che il mio
sguardo potrebbe raggiungere e di quello in cui Dio mi ha fatto nascere! La luce, fatta
per tutto l'universo, è perduta per me. Non me la nascondevano nell'emisfero
settentrionale in cui ho passato la mia infanzia e la giovinezza. Senza di voi, caro
Gordon, sarei qui nel nulla.»
XII CIÒ CHE PENSA L'INGENUO DEGLI SPETTACOLI TEATRALI
Il giovane Ingenuo somigliava ad uno di quegli alberi vigorosi che, nati in un suolo
ingrato, estendono in poco tempo le radici e i rami quando sono trapiantati in terreno
favorevole; e, cosa strana, la prigione rappresentava questo terreno.
Tra i libri che occupavano il tempo dei due prigionieri, c'erano delle poesie,
traduzioni di tragedie greche, qualche dramma francese. I versi che parlavano d'amore
portavano nell'animo dell'Ingenuo insieme piacere e dolore. Tutti gli parlavano dell'amata
St-Yves. La favola dei Due piccioni gli trapassò il cuore: era così lontano dal
raggiungere la sua colombaia.
Molière lo affascinò. Gli faceva conoscere i costumi di Parigi e del genere umano.
«Quale di queste commedie preferite?» «Il Tartufo, senza esitazione.» «La
penso come voi,» disse Gordon; «è un Tartufo che mi ha ficcato in questa prigione, e
forse sono dei Tartufi che hanno fatto la vostra disgrazia. Come trovate queste tragedie
greche?» «Buone, per i Greci,» disse l'Ingenuo. Ma quando lesse l'Ifigenia
moderna, Fedra, Andromaca, Atalia cadde in estasi, sospirò, pianse,
le imparò a memoria senza aver fatto alcuno sforzo per impararle.
«Leggete Roduguna,» gli disse Gordon; «si dice che sia il capolavoro del
teatro; le altre pièces, che vi sono piaciute tanto, non sono niente al
confronto.» Il giovane fin dalla prima pagina disse: «Non è dello stesso autore.» «Da
che lo capite?» «Non lo so ancora, ma questi versi non arrivano né alle mie orecchie
né al mio cuore.» «Oh, i versi non contano niente,» replicò Gordon. L'Ingenuo
rispose: «Allora, perché farli?»
Dopo aver letto molto attentamente la pièce, senza altro motivo che di trarne
piacere, guardava il suo amico con occhi asciutti e stupiti, e non sapeva che dire. Alla
fine, sollecitato a render conto di ciò che gliene era sembrato, rispose: «Non ho capito
per nulla l'inizio; a metà ho sentito ripugnanza; l'ultima scena mi ha commosso molto,
benché mi sembri poco verosimile; non mi sono interessato a nessuno e non mi ricordo
neppure venti versi, io che li imparo tutti a memoria quando mi piacciono.»
«Questa pièce passa tuttavia per essere la migliore che abbiamo.» «Se è
così,» replicò, «è forse come tanta gente che non merita il posto che occupa. Dopo
tutto qui è un problema di gusto: il mio non è forse ancora formato; mi posso sbagliare;
ma sapete che ho l'abitudine di dire ciò che penso, o meglio ciò che sento. Sospetto che
ci sia spesso illusione, moda, capriccio, nei giudizi degli uomini. Ho parlato con la voce
della natura: può darsi che in me la natura sia molto imperfetta; ma può anche darsi che
talvolta sia poco consultata dalla maggioranza degli uomini.» Allora recitò i versi
dell'Ifigenia, che lo avevano estasiato, e benché non li declamasse bene, vi mise
tanta verità e tanta convinzione che fece piangere il vecchio giansenista. Poi lesse Cinna:
non pianse, ma fu pieno di ammirazione.
XIII LA BELLA ST-YVES VA A VERSAILLES
Mentre il nostro sventurato si istruiva più di quanto si consolasse; mentre il suo
ingegno, soffocato per tanto tempo, si dispiegava con tanta rapidità e forza; mentre la
natura, che si perfezionava in lui, lo vendicava degli oltraggi della sorte, che ne era
del signor priore, della sua buona sorella, e della bella reclusa St-Yves? Il primo mese
furono inquieti, il terzo sprofondarono nel dolore: le false congetture, le dicerie
infondate, li allarmarono; in capo a sei mesi lo credettero morto. Finalmente il signore e
la signorina di Kerkabon appresero, da una vecchia lettera, che una guardia del re aveva
scritto in Bretagna, che un giovane simile all'Ingenuo era arrivato una sera a Versailles,
ma che era stato preso durante la notte, e che da allora nessuno ne aveva più sentito
parlare.
«Ohimè!» disse la signorina di Kerkabon, «il nostro nipote avrà fatto qualche
sciocchezza e si sarà cacciato in qualche brutto impiccio. È giovane, basso-bretone, non
può sapere come ci si comporta a corte. Fratello caro, non ho mai visto Versailles, né
Parigi; ecco una bella occasione, ritroveremo forse il nostro povero nipote: è figlio di
nostro fratello, perciò è nostro dovere soccorrerlo. Chissà che non possiamo pervenire
finalmente a farne un suddiacono, quando la foga giovanile gli si sarà un po' calmata?
Aveva molta disposizione per la scienza. Vi ricordate come ragionava sull'antico e sul
nuovo Testamento? Siamo responsabili della sua anima; siamo noi che l'abbiamo fatto
battezzare; la sua cara amante St-Yves passa le giornate a piangere. In verità, bisogna
andare a Parigi. Se è nascosto in qualcuna di quelle orribili case di piacere di cui mi
hanno tanto raccontato, lo tireremo fuori.» Il priore fu toccato dalle parole della
sorella. Andò a trovare il vescovo di Saint-Malo, che aveva battezzato l'Urone e gli
chiese protezione e consiglio. Il prelato approvò il viaggio. Dette al priore lettere di
raccomandazione per il P. La Chaise, confessore del re, che aveva la più alta carica del
regno; per l'arcivescovo di Parigi Harlay, e per il vescovo di Meaux Bossuet.
Infine fratello e sorella partirono; ma, quando furono giunti a Parigi, si sentirono
sperduti come in un gran labirinto senza filo e senza uscita. Le loro sostanze erano di
mediocre entità; ogni giorno avevano bisogno di vetture per andare alla scoperta, e non
scoprivano mai nulla.
Il priore si presentò dal reverendo Padre La Chaise: questi era con la signorina Du
Tron, e non poteva dare udienza ai priori. Andò alla porta dell'arcivescovo: il prelato
era chiuso con la bella signora di Lesdiguières, beninteso per affari concernenti la
Chiesa. Corse allora alla casa di campagna del vescovo di Meaux: ma questi esaminava con
la signorina di Meauléon l'amore mistico di Madame Guyon. Tuttavia riuscì a farsi
sentire da questi due prelati; tutti e due gli dichiararono che non potevano immischiarsi
negli affari di suo nipote, visto che non era suddiacono.
Finalmente vide il gesuita; questi lo ricevette a braccia aperte e protestò che aveva
sempre avuto per lui una stima speciale; infatti non l'aveva mai conosciuto. Giurò che la
Società era sempre stata molto affezionata ai basso-bretoni. «Ma,» disse, «vostro
nipote non avrà per caso la sventura di essere ugonotto?» «Sicuramente no, Reverendo
Padre.» «Non sarà per caso giansenista?» «Posso assicurare alla Riverenza Vostra che
è appena cristiano. Sono circa undici mesi che l'abbiamo battezzato.» «Molto bene,
molto bene, avremo cura di lui. E il vostro beneficio, è sostanzioso?» «Oh no, è poca
cosa, e il mio nipote ci costa parecchio.» «C'è qualche giansenista dalle vostre parti?
State bene attento, mio caro priore, sono più pericolosi degli atei.» «Mio Reverendo
Padre, non ne abbiamo affatto; non sanno neanche che cosa sia il giansenismo, alla Madonna
della Montagna.» «Meglio così; andate pure, farò per voi tutto quello che occorre.»
Congedò affettuosamente il priore, e non ci pensò più.
Il tempo passava, il priore e la sua buona sorella si disperavano.
Frattanto il maledetto balivo affrettava il matrimonio di quel babbeo di suo figlio con
la bella St-Yves, che era stata fatta uscire apposta dal convento. Ella amava sempre il
suo caro figlioccio, tanto quanto detestava il marito che le volevano affibbiare.
L'affronto di essere stata rinchiusa in un convento aumentava la sua passione.
L'ingiunzione di sposare il figlio del balivo era poi il colmo. I rimpianti, la tenerezza
e l'orrore sconvolgevano il suo animo. L'amore, come è noto, è molto più ingegnoso e
audace in una fanciulla che non l'amicizia in un vecchio priore e in una zia di
quarantacinque anni suonati. In più, si era formata in convento sui romanzi che aveva
letto di nascosto.
La bella St-Yves si ricordava della lettera che una guardia del corpo aveva scritto in
Bassa-Bretagna, della quale si era parlato nella provincia. Decise di andare di persona a
prendere informazioni a Versailles, di gettarsi ai piedi dei ministri se suo marito era in
prigione, come dicevano, e di ottenere giustizia per lui. Qualcosa dentro di lei
l'avvertiva che a corte niente viene rifiutato ad una ragazza graziosa. Ma non sapeva
quanto questo costasse.
Presa la sua decisione si consolò, diventò tranquilla, smise di respingere il suo
pretendente; accolse il detestabile suocero, fu gentile con suo fratello, spandeva
l'allegria in casa; poi, il giorno destinato alla cerimonia, parte segretamente alle
quattro del mattino con tutti i regali di nozze e quanto è riuscita a raccogliere. Aveva
fatto così bene i suoi calcoli che era già a più di due leghe quando entrarono nella
sua camera verso mezzogiorno. La sorpresa e la costernazione furono grandi. L'interrogante
balivo fece quel giorno più domande di quante ne avesse fatte in tutta la settimana; il
marito restò più scimunito di quanto non fosse mai stato. L'abate di St-Yves, pieno di
rabbia, decise di correre dietro a sua sorella. Il balivo e suo figlio vollero
accompagnarlo. Così il destino portava a Parigi quasi tutto quel cantone della
Bassa-Bretagna.
La bella St-Yves si aspettava di essere seguita. Era a cavallo; si informava abilmente
dai corrieri se non avessero visto un grosso abate, un enorme balivo e un giovane babbeo
che correvano sulla via di Parigi. Avendo appreso il terzo giorno che non erano lontani,
prese un'altra strada, ed ebbe abbastanza abilità e fortuna da arrivare a Versailles
mentre la cercavano inutilmente a Parigi.
Ma come comportarsi a Versailles? Giovane, bella, senza consigli, senza appoggi,
sconosciuta, esposta a tutto, come osare cercare una guardia del re? Pensò di rivolgersi
a un gesuita di basso rango; ce n'erano per tutte le condizioni sociali, come Dio,
dicevano, ha dato nutrimento diverso alle diverse specie di animali. Aveva dato al re il
suo confessore, che tutti i postulanti di benefici chiamavano il capo della Chiesa
gallicana; poi venivano i confessori delle principesse; i ministri non ne avevano
affatto: non erano così sciocchi. C'erano i gesuiti della massa, e soprattutto i gesuiti
delle cameriere, attraverso i quali si sapevano i segreti delle amanti, impiego non di
poco conto. La bella St-Yves si rivolse a uno di questi ultimi che si chiamava Padre
Tutto-a-tutti. Si confessò con lui, gli espose le sue avventure, il suo stato, il suo
pericolo, e lo scongiurò di procurarle alloggio presso qualche buona devota che la
mettesse al riparo dalle tentazioni.
Il padre Tutto-a-tutti la introdusse in casa della moglie di un ufficiale assaggiatore
del re, una delle sue penitenti più fidate. La St-Yves cominciò subito a cercare di
guadagnarsi la confidenza e l'amicizia di questa donna; si informò della guardia bretone
e lo fece pregare di venire a casa. Saputo da lui che il suo amante era stato portato via
dopo aver parlato ad un alto funzionario, corre da costui: la vista di una bella donna lo
addolcisce subito, poiché bisogna convenire che Dio non ha creato le donne se non per
ammansire gli uomini.
Lo scritturale, intenerito, le confessò tutto. «Il vostro amante è alla Bastiglia da
circa un anno, e senza di voi ci resterebbe forse tutta la vita.» La fragile St-Yves
svenne. Quando ebbe ripreso i sensi, lo scritturale disse: «Non ho abbastanza credito per
fare del bene; tutto il mio potere si limita a fare del male ogni tanto. Date retta a me,
andate dal signor di St-Pouange, che fa il bene e il male, cugino e favorito di monsignor
di Louvois. Questo ministro ha una doppia anima: il signor di St-Pouange è una, la
signora di Belloy l'altra; ma lei in questo momento non è a Versailles; non vi resta che
piegare il protettore che vi ho indicato.»
La bella St-Yves, divisa tra un po' di gioia e grandi dolori, tra qualche speranza e
funesti timori, inseguita dal fratello, innamorata del suo amante, asciugandosi le lacrime
e versandone ancora, tremante, indebolita, riprendendo tuttavia coraggio, corse subito a
casa del signor di St-Pouange.
XIV PROGRESSI DELLO SPIRITO DELL'INGENUO
L'Ingenuo faceva rapidi progressi nelle scienze, e soprattutto nella scienza dell'uomo.
La causa del rapido sviluppo del suo spirito era dovuta alla sua educazione selvaggia più
o meno quanto alla tempra del suo animo. Poiché, non avendo appreso nulla nell'infanzia,
non aveva pregiudizi. Il suo intelletto, non fuorviato dall'errore, era restato
perfettamente integro. Vedeva le cose come sono, mentre le idee che ci hanno inculcato fin
dall'infanzia ce le fanno vedere per tutta la vita come non sono. «I vostri persecutori
sono abominevoli,» diceva al suo amico Gordon. «Mi rammarico molto del fatto che siate
oppresso, ma mi rammarico anche del fatto che siate giansenista. Tutte le sette mi
sembrano una raccolta di errori. Ditemi se esistono sette in geometria.» «No, figlio
mio,» gli disse sospirando il buon Gordon; «tutti gli uomini sono d'accordo sulla
verità quando è dimostrata, ma sono molto divisi sulle verità oscure.» «Dite pure
sulle falsità oscure. Se ci fosse una sola verità nascosta sotto i cumuli delle vostre
argomentazioni che si rimestano da tanti secoli, sarebbe stata senza dubbio scoperta; e
l'universo sarebbe stato d'accordo almeno su quel punto. Se questa verità fosse
necessaria come lo è il sole alla terra, sarebbe lucente come lui. È un'assurdità, un
oltraggio al genere umano, un attentato contro l'Essere infinito e supremo il dire: c'è
una verità essenziale all'uomo e Dio l'ha nascosta.»
Tutto ciò che diceva questo giovane ignorante, istruito dalla natura, faceva una
profonda impressione sullo spirito del saggio e sventurato vecchio. «Non avrò mica fatto
la mia disgrazia per delle chimere?» esclamò. «Sono molto più sicuro della mia
infelicità che della grazia efficiente. Ho consumato i miei giorni a ragionare sulla
libertà di Dio e del genere umano, ma ho perduto la mia; né S. Agostino, né Prospero mi
tireranno fuori dall'abisso in cui mi trovo.»
L'Ingenuo, abbandonandosi al suo carattere, disse infine: «Volete che vi parli con
tutta franchezza? Quelli che si fanno perseguitare per queste vane dispute di scuola mi
sembrano poco saggi; quelli che perseguitano mi sembrano dei mostri.»
I due prigionieri erano molto d'accordo sull'ingiustizia della loro prigionia. «Sono
mille volte più da compatire di voi,» diceva l'Ingenuo; «sono nato libero come l'aria;
avevo due ragioni di vita, la libertà e l'oggetto del mio amore: me le hanno tolte.
Eccoci tutti e due in catene, senza saperne la ragione, e senza poterla chiedere a
nessuno. Ho vissuto da Urone vent'anni; dicono che sono barbari perché si vendicano dei
loro nemici; ma non hanno mai oppresso i loro amici. Ho appena messo piede in Francia che
ho subito versato il mio sangue per lei; forse ho salvato una provincia, e per ricompensa
sono inghiottito da questa tomba di vivi, dove sarei morto di rabbia senza di voi. Non ci
sono dunque leggi in questo paese! Si condannano gli uomini senza ascoltarli! Non è così
in Inghilterra. Ah, non era con gli Inglesi che mi dovevo battere.» Così la sua
filosofia nascente non poteva domare la natura oltraggiata nel primo dei suoi diritti, e
lasciava un libero corso alla sua giusta collera.
Il suo compagno non lo contraddisse. L'assenza aumenta sempre l'amore che non è
soddisfatto, e la filosofia non lo diminuisce. Parlava della sua cara St-Yves tanto spesso
quanto di morale e di metafisica. Più i suoi sentimenti si affinavano, più amava. Lesse
qualche nuovo romanzo; ne trovò pochi che dipingessero la sua situazione d'animo. Sentiva
che il suo cuore andava sempre oltre quello che leggeva. «Ah,» diceva, «quasi tutti
questi autori hanno soltanto ingegno e arte!» Intanto il buon prete giansenista diventava
insensibilmente il confidente del suo amore. Fino ad allora aveva conosciuto l'amore solo
come un peccato di cui ci si accusa in confessione. Imparò a conoscerlo come un
sentimento nobile e tenero, che può elevare l'animo quanto abbatterlo, e qualche volta
perfino produrre qualche virtù. Insomma, come ultimo prodigio, un Urone convertiva un
giansenista.
XV LA BELLA ST-YVES RESISTE A PROPOSTE DELICATE
La bella St-Yves, ancor più tenera del suo amante, andò dunque dal signor di
St-Pouange, accompagnata dall'amica presso la quale alloggiava, tutte e due nascoste dai
cappucci. La prima cosa che vide alla porta fu l'abate di St-Yves, suo fratello, che
usciva. Fu intimidita; ma la devota amica la rassicurò. «È proprio perché hanno
parlato contro di voi che bisogna che voi parliate. Siate certa che in questo paese gli
accusatori hanno sempre ragione se non ci si affretta a confonderli. D'altra parte la
vostra presenza, se non mi sbaglio, farà più effetto delle parole di vostro fratello.»
Per poco che s'incoraggi, un'amante appassionata diventa intrepida. La St-Yves si
presenta all'udienza. La sua giovinezza, il suo fascino, i suoi occhi teneri, bagnati di
pianto, attirarono tutti gli sguardi. Ogni cortigiano del viceministro dimenticò per un
momento l'idolo del potere per contemplare quello della bellezza. Il St-Pouange la fece
entrare nel suo studio; ella parlò con commozione e con grazia. St-Pouange ne fu toccato.
Ella tremava ed egli la rassicurò. «Ritornate stasera,» le disse; «questo affare
merita di essere considerato e discusso con tutto l'agio. Qui c'è troppa gente. Si
sbrigano le udienze troppo rapidamente. Bisogna che mi intrattenga con voi a fondo per
conoscere tutto ciò che vi riguarda.» Quindi, avendo fatto l'elogio della sua bellezza e
dei suoi sentimenti, le raccomandò di venire alle sette di sera.
Ella non mancò; la devota amica l'accompagnò ancora, ma si trattenne nel salotto, e
lesse il Pedagogo cristiano, mentre il St-Pouange e la bella St-Yves erano nello
studiolo riservato. «Ci credereste, signorina,» disse lui all'inizio, «che vostro
fratello è venuto a domandarmi un mandato d'arresto contro di voi? In verità ne
emetterei piuttosto uno per rimandare lui in Bassa-Bretagna.» «Ohimè! Signore, si è
dunque così prodighi di mandati d'arresto nel vostro ufficio, giacché vengono a
sollecitarne fin dai luoghi più reconditi del regno, come fossero pensioni? Sono ben
lontana dal domandarne uno contro mio fratello. Ho molti motivi per lamentarmi di lui, ma
rispetto la libertà degli uomini; domando quella di un uomo che voglio sposare, d'un uomo
al quale il re deve la conservazione di una provincia, che può servirlo utilmente, e che
è figlio di un ufficiale ucciso al suo servizio. Di che cosa è accusato? Come hanno
potuto trattarlo così crudelmente senza neppure ascoltarlo?»
Allora il viceministro le mostrò la lettera del gesuita spione e quella del perfido
balivo. «Ma come! esistono mostri simili sulla terra! E in questo modo vorrebbero
costringermi a sposare il ridicolo figlio di un ridicolo uomo malvagio! E su simili prove
si decide del destino dei cittadini!» Si gettò in ginocchio e singhiozzando domandò la
libertà dell'uomo valoroso che l'adorava. Il suo fascino, in quel momento, appariva
centuplicato. Era così bella che il St-Pouange, perso ogni ritegno, le insinuò che
avrebbe ottenuto ciò che voleva se cominciava col concedere a lui le primizie di ciò che
riserbava per il suo amante. La St-Yves, spaventata, confusa, per un pezzo finse di non
aver capito; lo costrinse a spiegarsi più chiaramente. Una parola lasciata sfuggire
dapprima con ritegno ne produceva una più forte, seguita da un'altra ancora più
espressiva. Le fu offerto non solo la revoca del mandato d'arresto, ma ricompense, denaro,
onori, sistemazione; più aumentavano le promesse, più aumentava anche il desiderio che
non fossero rifiutate.
La St-Yves piangeva, si sentiva soffocare, riversa su un divano, non credeva ai suoi
occhi e alle sue orecchie. Il St-Pouange, a sua volta, le si gettò ai piedi. Non era un
uomo privo di attrattive, e avrebbe potuto non dispiacere a un cuore meno prevenuto. Ma la
St-Yves adorava il suo amante e pensava che fosse un orribile crimine il tradirlo per
aiutarlo. St-Pouange raddoppiava le preghiere e le promesse. Infine la testa gli girò a
tal punto da dichiarare che quello era l'unico mezzo per trarre fuori di prigione l'uomo
al quale si interessava in modo così violento e tenero al tempo stesso. Questa strana
conversazione si prolungava. La devota dell'anticamera, leggendo il Pedagogo cristiano,
diceva: «Dio mio! ma che faranno quei due da due ore? Monsignor di St-Pouange non dà mai
udienze così lunghe; forse ha rifiutato ogni aiuto a quella povera ragazza, ed ella lo
sta ancora pregando.» Alla fine la sua compagna uscì dallo studio riservato, sperduta,
incapace di parlare, immersa in profonde riflessioni sul carattere dei grandi e dei
semigrandi che sacrificano con tanta leggerezza la libertà degli uomini e l'onore delle
donne.
Non disse una parola durante tutto il tragitto. Ma arrivata a casa dell'amica non ne
poté più e raccontò tutto. La devota si fece dei gran segni di croce. «Amica cara,
bisogna che consultiamo subito, domani stesso, il padre Tutto-a-tutti, il nostro direttore
spirituale; egli ha molto credito presso il signor di St-Pouange; confessa molte
domestiche della sua casa; è un uomo pio e accomodante, che dirige anche donne di
qualità. Abbandonatevi a lui, come faccio io; me ne sono sempre trovata bene. Noi altre,
povere donne, abbiamo bisogno di essere guidate da un uomo.» «E va bene! Amica cara,
andrò domani a trovare il padre Tutto-a-tutti.»
XVI LA ST-YVES CONSULTA UN GESUITA
Appena la bella e desolata St-Yves fu con il suo confessore, gli confidò che un uomo
potente e voluttuoso le proponeva di far uscire di prigione il suo futuro legittimo sposo,
e che domandava un prezzo molto alto per i suoi servigi; che lei aveva una terribile
ripugnanza per una tale infedeltà e che, se non si fosse trattato che della propria vita,
l'avrebbe sacrificata volentieri piuttosto che soccombere.
«Che abominevole peccatore!» disse il padre Tutto-a-tutti. «Dovreste proprio dirmi
il nome di quest'uomo volgare; sicuramente è giansenista; lo denuncerò a Sua Riverenza
il Padre La Chaise che lo farà mettere al posto in cui si trova attualmente la cara
persona che dovete sposare.»
La povera fanciulla, dopo un lungo imbarazzo e grande incertezza, alla fine fece il
nome di St-Pouange.
«Monsignor di St-Pouange!» esclamò il gesuita; «Ah, figlia mia, ma allora è
tutt'altra cosa; è cugino del più grande ministro che abbiamo mai avuto, uomo dabbene,
protettore della buona causa, buon cristiano; non può avere avuto un tal pensiero, avrete
di sicuro capito male.» «Oh, padre mio, ho capito anche troppo bene; sono perduta,
qualunque cosa faccia; non ho altra scelta che l'infelicità o la vergogna; è necessario
che il mio amante sia sepolto vivo o che mi renda indegna di vivere. Non posso lasciarlo
morire, e non posso salvarlo.»
Il padre Tutto-a-tutti cercò di calmarla con queste blande parole:
«Tanto per cominciare, figlia mia, non dite mai le parole il mio amante; c'è
in esse qualcosa di mondano che potrebbe offendere Dio. Dite: mio marito; infatti;
benché non lo sia ancora, lo considerate tale, e non c'è niente di più onesto.
«In secondo luogo, benché sia vostro sposo nell'idea, nella speranza, non lo è di
fatto: pertanto non commettereste adulterio, peccato enorme che bisogna evitare finché è
possibile.
«In terzo luogo le azioni non possono essere considerate peccaminose quando
l'intenzione è pura; e non c'è niente di più puro del desiderio di liberare vostro
marito.
«In quarto luogo, avete degli esempi nella santa antichità che possono
meravigliosamente servire a ispirare la vostra condotta. S. Agostino riporta che, sotto il
proconsolato di Settimio Acindino, nell'anno 340 della nostra salvezza, un pover uomo che
non poteva pagare a Cesare ciò che era di Cesare, fu condannato a morte, come è giusto,
malgrado la massima: Dove non c'è niente il re perde i suoi diritti. Si trattava
di una lira d'oro; il condannato aveva una moglie nella quale Dio aveva posto bellezza e
prudenza. Un vecchio riccone promise di regalare una lira d'oro e anche di più alla
signora a condizione di poter commettere con lei il peccato immondo. La signora pensò di
non far niente di male a salvare la vita a suo marito. S. Agostino approva molto la sua
generosa rassegnazione. È vero che il riccone la ingannò, e forse il marito non scampò
alla forca; ma lei aveva fatto tutto quello che era in suo potere per salvargli la vita.
«Siate certa, figlia mia, che quando un gesuita vi cita S. Agostino, bisogna proprio
che questo santo abbia pienamente ragione. Non vi do consigli; siate saggia; si può
presumere che sarete utile a vostro marito. Monsignor di St-Pouange è un onest'uomo, non
vi ingannerà; è tutto ciò che posso dirvi; pregherò Dio per voi, e spero che tutto
andrà come deve, per la sua maggior gloria.»
La bella St-Yves, non meno sgomenta dei discorsi del gesuita di quanto lo fosse delle
proposte del viceministro, tornò sperduta dalla sua amica. Era tentata di liberarsi con
la morte dall'orrore di lasciare in una prigione spaventosa l'amante che adorava, e dalla
vergogna di liberarlo a prezzo di ciò che aveva di più caro, e che non doveva
appartenere ad altri che al suo sfortunato amante.
XVII ELLA SOCCOMBE PER VIRTÙ
Pregava la sua amica di ucciderla; ma quella donna, non meno indulgente del gesuita, le
parlò ancor più chiaramente. «Ohimè!» disse, «gli affari non si fanno mai in altro
modo in questa corte così amabile, galante, rinomata. I posti più mediocri, e i più
considerevoli spesso sono stati attribuiti proprio al prezzo che si esige da voi.
Ascoltate, mi avete ispirato amicizia e confidenza; vi confesserò che, se fossi stata
difficile come voi, mio marito non godrebbe del piccolo impiego che lo fa vivere; lo sa, e
lungi dall'esserne adirato, vede in me la sua benefattrice e si considera mia creatura.
Pensate che tutti coloro che sono stati al governo di province, o a capo di eserciti,
abbiano dovuto i loro onori e la loro fortuna soltanto ai servigi prestati? Ce ne sono che
sono debitori alle loro signore mogli. Le dignità della guerra sono state sollecitate
dall'amore; e il posto è stato dato al marito della più bella.
«Voi vi trovate in una situazione molto più importante: si tratta di portar fuori di
prigione il vostro amante e di sposarlo; è un dovere sacro che dovete compiere. Non sono
state affatto biasimate le belle e le grandi dame di cui vi parlo; ma voi sarete
applaudita, si dirà che vi siete permessa una debolezza solo per un eccesso di virtù.»
«Ah! che virtù!» gridò la bella St-Yves; «che labirinto di iniquità! Che paese! Come
imparo a conoscere gli uomini! Un padre La Chaise e un ridicolo balivo fanno mettere il
mio amante in prigione; la mia famiglia mi perseguita; mi si tende la mano, nella
disgrazia, solo per disonorarmi. Un gesuita ha fatto la rovina di un brav'uomo, un altro
gesuita vuole fare la mia; sono circondata da insidie, sono giunta al punto di precipitare
nella miseria! Bisogna che mi uccida o che parli al re; mi getterò ai suoi piedi al suo
passaggio, quando andrà a messa o a teatro.»
«Non vi lasceranno avvicinare,» disse la buona amica, «e se aveste la sventura di
parlare, monsignor di Louvois e il reverendo padre La Chaise potrebbero seppellirvi in
fondo a qualche convento per il resto dei vostri giorni.»
Mentre questa brava persona aumentava così le perplessità di quell'anima disperata e
affondava il pugnale nel suo cuore, arrivò un corriere del signor di St-Pouange con una
lettera e due begli orecchini. La St-Yves respinse tutto piangendo, ma l'amica se ne
incaricò lei.
Appena il messaggero fu partito, la nostra confidente lesse la lettera, nella quale si
proponeva una piccola cena alle due amiche per quella sera. La St-Yves giura che non ci
andrà affatto. La devota cerca di farle provare gli orecchini di diamante; la St-Yves non
lo può sopportare, e lotta per tutta la giornata. Alla fine, pensando al suo amante,
vinta, trascinata, senza sapere dove la portano, si lascia condurre alla cena fatale. In
nessun modo si era lasciata convincere ad ornarsi degli orecchini; la confidente li portò
con sé, e glieli mise contro la sua volontà, prima che si mettessero a tavola. La
St-Yves era così confusa, turbata, che si lasciava tormentare; e il padrone di casa ne
traeva un augurio favorevole. Verso la fine della cena, la confidente si ritirò con
discrezione. Allora il padrone mostrò la revoca del mandato d'arresto, il certificato di
una considerevole gratificazione, quello dell'assegnazione di una compagnia, e non lesinò
le promesse. «Ah,» disse la St-Yves, «quanto vi amerei se non voleste tanto essere
amato!»
Infine, dopo una lunga resistenza, singhiozzi, grida, lacrime, indebolita dalla lotta,
sperduta, languente, dovette arrendersi. Non ebbe altra risorsa che promettere a se stessa
di non pensare all'Ingenuo mentre quel crudele godeva spietatamente della necessità alla
quale era costretta.
XVIII ELLA LIBERA IL SUO AMANTE E UN GIANSENISTA
Sul far del giorno vola a Parigi, munita dell'ordine del ministro. È difficile
descrivere quanto passava nel suo cuore durante questo viaggio. Si immagini un'anima
virtuosa e nobile, umiliata per la sua azione obbrobriosa, ebbra di tenerezza, lacerata
dal rimorso di aver tradito il suo amante, piena della gioia di liberare colui che adora.
La sua amarezza, le sue lotte, il suo successo occupavano tutte le sue riflessioni. Non
era più la fanciulla semplice cui l'educazione provinciale aveva ristretto la mente.
L'amore e la sventura l'avevano formata. Il sentimento aveva fatto in lei tanti progressi
quanti ne aveva fatti la ragione nello spirito del suo sventurato amante. Le fanciulle
imparano a sentire più facilmente di quanto gli uomini imparino a pensare. La sua
avventura era più istruttiva che quattro anni di convento.
Il suo abito era di una semplicità estrema. Ella aveva in orrore l'abbigliamento col
quale era comparsa davanti al suo funesto benefattore; aveva lasciato gli orecchini di
diamante alla sua compagna senza degnarli di un'occhiata. Confusa e ammaliata, innamorata
dell'Ingenuo e piena di odio verso se stessa, arrivò infine alla porta
Di quel castello orribile, palazzo di vendetta,
che rinchiuse sovente colpevole e innocente.
Quando bisognò scendere dalla carrozza, le forze le mancarono; la aiutarono; entrò
con il cuore in tumulto, gli occhi umidi, il volto pieno di costernazione. La presentarono
al governatore; cerca di parlargli ma le manca la voce; allora mostra l'ordine,
articolando appena qualche parola. Il governatore voleva bene al prigioniero e fu molto
contento della sua scarcerazione. Il suo cuore non era indurito come quello di alcuni
onorati carcerieri suoi colleghi, che pensando solo alla retribuzione proveniente dalla
guardia dei prigionieri, poiché il loro reddito è fondato sulle loro vittime e vivono
sulle disgrazie altrui, in segreto godono di una gioia odiosa davanti alle lacrime degli
infelici.
Egli fa venire il prigioniero nel suo appartamento. I due amanti si vedono e tutti e
due svengono. La bella St-Yves restò a lungo senza movimento e senza vita: l'altro
ritrovò presto il suo coraggio. «A quanto pare, questa è vostra moglie,» disse il
governatore; «non mi avevate detto di essere sposato. Mi fanno sapere che dovete alle sue
generose cure la vostra scarcerazione.» «Ah, non son degna di essere sua moglie!» disse
la bella St-Yves con voce tremante, e ricadde di nuovo in uno stato di languore.
Quando ebbe ripreso i sensi presentò, sempre tremando, il documento della
gratificazione e la promessa scritta di una compagnia. L'Ingenuo, stupito e insieme
commosso, si svegliava da un sogno per entrare in un altro. «Ma perché sono stato
rinchiuso qui? Come avete potuto tirarmene fuori? Dove sono i mostri che mi ci hanno
mandato? Siete una divinità scesa dal cielo in mio aiuto.»
La bella St-Yves abbassava gli occhi, guardava il suo amante, arrossiva e distoglieva
un minuto dopo gli occhi bagnati di pianto. Gli disse tutto ciò che sapeva e tutto quello
che aveva passato, eccetto ciò che avrebbe voluto nascondere per sempre e che un altro
che non fosse l'Ingenuo, assuefatto al mondo e più istruito degli usi di corte, avrebbe
indovinato facilmente.
«Possibile che un miserabile come quel balivo abbia avuto il potere di togliermi la
libertà? Ah, vedo bene che gli uomini sono come gli animali più vili; tutti possono
nuocere. Ma è possibile che un monaco, un gesuita confessore del re, abbia contribuito
alla mia disgrazia quanto il balivo, senza che io possa immaginare con che pretesto quel
miserabile farabutto mi ha perseguitato? Mi ha fatto passare per giansenista? E voi, come
vi siete ricordata di me? Non lo meritavo, ero ancora un selvaggio. Ma come! Avete potuto
intraprendere il viaggio per Versailles senza consigli e senza soccorsi! Appena siete
arrivata hanno rotto le mie catene! C'è dunque nella bellezza e nella virtù un fascino
invincibile che fa cadere le porte di ferro e rende molli i cuori di bronzo!»
Alla parola virtù la bella St-Yves si lasciò sfuggire dei singhiozzi. Non
sapeva quanto in realtà fosse virtuosa, proprio nel delitto che si rimproverava.
Il suo amante continuò: «Angelo che avete rotto le mie catene, se avete avuto (non
riesco a capire come) abbastanza credito da farmi rendere giustizia, fate che sia resa
anche a un vecchio che per primo mi ha insegnato a pensare, come voi mi insegnaste ad
amare. La calamità ci ha unito; gli voglio bene come fosse mio padre, non posso vivere
né senza di voi né senza di lui.»
«Io! Dovrei sollecitare lo stesso uomo che...!» «Sì, voglio esservi debitore di
tutto, non voglio mai essere debitore a nessuno salvo che a voi: scrivete a quell'uomo
potente, colmatemi dei vostri benefici, portate a termine ciò che avete cominciato,
compite i vostri prodigi.» Ella sentiva di dover fare tutto ciò che il suo amante
esigeva. Cercò di scrivere, ma la sua mano non obbediva. Ricominciò la lettera tre
volte; alla fine scrisse e i due amanti uscirono dopo aver abbracciato il vecchio martire
della grazia efficiente.
La felice e desolata St-Yves sapeva in quale casa aveva preso alloggio suo fratello; ci
andò; il suo amante prese un appartamento nella stessa casa.
Erano appena giunti che il suo protettore inviò l'ordine della liberazione del buon
Gordon e chiese un appuntamento per l'indomani. Così, ad ogni azione onesta e generosa
che ella faceva, il suo disonore ne era il prezzo. Considerava con esecrazione l'uso di
vendere la felicità e l'infelicità degli uomini. Dette l'ordine di scarcerazione al suo
amante, rifiutò l'appuntamento con un benefattore che non poteva più vedere senza
soffocare di dolore e di vergogna. L'Ingenuo, che non poteva più separarsi da lei se non
per andare a liberare un amico, vi andò di corsa. Compì questo dovere riflettendo sugli
strani avvenimenti di questo mondo, e ammirando la coraggiosa virtù di una fanciulla cui
due sventurati dovevano più della vita.
XIX L'INGENUO, LA BELLA ST-YVES E I LORO PARENTI SONO RIUNITI
La generosa e rispettabile infedele era con suo fratello, l'abate di St-Yves, il buon
priore della Montagna e la signorina di Kerkabon. Tutti erano ugualmente stupiti, ma le
loro situazioni e i loro sentimenti erano ben diversi. L'abate di St-Yves piangeva i suoi
torti ai piedi della sorella, che lo perdonava. Il priore e la sua tenera sorella
piangevano anche loro, ma di gioia. Il malvagio balivo e il suo insopportabile figliolo
non turbavano affatto questa scena toccante: erano partiti alle prime voci della
scarcerazione del loro nemico; correvano a seppellire in provincia la loro idiozia e la
loro paura.
I quattro personaggi, agitati da cento passioni diverse, aspettavano che il giovane
tornasse con l'amico che doveva liberare. L'abate di St-Yves non osava alzare gli occhi
davanti a sua sorella; la buona Kerkabon diceva: «Finalmente rivedrò il mio caro
nipote.» «Lo rivedrete,» disse l'affascinante St-Yves, «ma non è più lo stesso; il
suo contegno, il suo tono, le sue idee, il suo spirito, tutto è cambiato; è diventato
tanto rispettabile quanto prima era ingenuo ed estraneo a tutto. Sarà l'onore e la
consolazione della vostra famiglia; ma io non lo sarò affatto della mia!» «Anche voi
non siete più la stessa,» disse il priore; «che vi è successo che ha prodotto in voi
un così gran cambiamento?»
Nel bel mezzo di questa conversazione arriva l'Ingenuo, che tiene per mano il suo
giansenista. La scena allora si rinnovò e divenne più interessante. Cominciò con i
teneri abbracci dello zio e della zia. L'abate di St-Yves si metteva quasi in ginocchio
davanti all'Ingenuo, che non era più ingenuo. I due amanti si parlavano con gli
occhi che esprimevano tutti i sentimenti di cui traboccavano. Si vedevano scintillare la
soddisfazione e la riconoscenza, sulla fronte dell'uno; l'imbarazzo era dipinto negli
occhi teneri e un po' sconvolti dell'altra. Tutti si stupivano che in lei si mescolasse il
dolore a una gioia così grande.
Il vecchio Gordon divenne subito caro a tutta la famiglia. Era stato accomunato
nell'infelicità al giovane prigioniero, e ciò era già un gran titolo. Doveva la sua
liberazione ai due amanti, e questo bastava a riconciliarlo coll'amore; l'asprezza delle
sue antiche opinioni aveva lasciato il suo cuore; era diventato anche lui un uomo, come
l'Urone. Ognuno raccontò le sue avventure prima di cena. I due abati, la zia, ascoltavano
come bambini che sentono le storie dei fantasmi, e come uomini che s'interessavano tutti a
tanti disastri. «Ohimè!» disse Gordon, «ci sono più di cinquecento persone virtuose
che si trovano in questo momento nelle medesime catene che la signorina di St-Yves ha
spezzato: le loro sventure sono sconosciute. Si trovano sempre tante mani pronte a colpire
la massa dei disgraziati, ma raramente una mano che porti soccorso.» Questa riflessione
così vera aumentava la sua sensibilità e la sua riconoscenza; tutto raddoppiava il
trionfo della bella St-Yves; si ammiravano la grandezza e la fermezza del suo animo.
L'ammirazione era unita a quel rispetto che sentiamo, nostro malgrado, per una persona di
cui si crede che abbia credito a corte. L'abate di St-Yves diceva ogni tanto: «Ma come
avrà fatto mia sorella per ottenere ascolto così presto?»
Stavano per mettersi a tavola, di buon'ora, quando ecco che arriva la buona amica di
Versailles che non sapeva nulla di ciò che era successo; era in carrozza a sei cavalli, e
si può facilmente intuire a chi appartenesse l'equipaggiamento. Entrò con quel fare
imponente da persona di corte che ha grandi affari, salutò con un cenno leggero la
compagnia e, traendo in disparte la St-Yves: «Perché vi fate tanto aspettare? Seguitemi;
eccovi i diamanti che avevate dimenticato.» Non poté parlare tanto basso da non farsi
intendere dall'Ingenuo; egli vide i diamanti; il fratello ne fu interdetto; lo zio e la
zia non provarono che la sorpresa della brava gente che non ha mai visto in vita sua tanta
magnificenza. Il giovane, che si era formato in un anno di riflessioni, rifletteva
appunto, suo malgrado, e parve turbato un momento. La sua amante se ne accorse; un pallore
mortale le sbiancò il viso, fu presa da un fremito, si sostenne appena. «Ah, signora,»
disse alla fatale amica, «mi avete perduta! Mi portate la morte!» Queste parole ferirono
il cuore dell'Ingenuo; ma aveva imparato a padroneggiarsi; fece finta di non averle
notate, per paura di inquietare la sua amante davanti al fratello; ma impallidì come lei.
La St-Yves, terrorizzata dall'alterazione che aveva letto sul viso dell'amante,
trascina quella donna fuori della stanza in un corridoio, e getta a terra i diamanti
davanti a lei. «Non sono questi che mi hanno sedotta, lo sapete bene; ma colui che me li
ha dati non mi rivedrà mai più.» L'amica li raccolse, e la St-Yves aggiunse: «Ch'egli
li riprenda, o ne faccia dono a voi; andatevene, non fatemi avere ancor più vergogna di
me stessa.» Finalmente l'ambasciatrice se ne andò, senza poter capire i rimorsi di cui
era stata testimone.
La bella St-Yves, oppressa, fisicamente sconvolta da una specie di rivolgimento che le
toglieva il respiro, fu costretta a mettersi a letto; ma per non allarmare nessuno non
parlò affatto di ciò che soffriva e, portando a pretesto solo la stanchezza, chiese il
permesso di prendersi un po' di riposo; ma questo, non prima di aver rassicurato la
compagnia con parole consolanti e lusinghiere, e aver gettato sul suo amante sguardi che
portavano il fuoco nel suo animo.
La cena, senza la sua presenza che l'animasse, fu triste all'inizio, ma di quella
tristezza interessante che fa sorgere conversazioni piacevoli e utili, così superiori
alla frivola gioia che si cerca e che di solito è solo rumore importuno.
Gordon fece in poche parole la storia del giansenismo e del molinismo, delle
persecuzioni con le quali un partito opprimeva l'altro, e della ostinazione di tutti e
due. L'Ingenuo ne fece la critica e compiangeva gli uomini che, non contenti di tante
discordie accese dai contrasti di interesse, si creano nuovi mali per interessi chimerici
e per assurdità inintelligibili. Gordon raccontava, l'altro giudicava; i convitati
ascoltavano con emozione e acquistavano nuovi lumi. Si parlò della lunghezza delle nostre
sventure e della brevità della vita. Si notò che ogni professione ha un qualche vizio o
pericolo che le è proprio e che, dal principe fino all'ultimo dei mendicanti, tutto
sembra accusare la natura. Come mai si trovano tanti uomini che, per poco denaro, si fanno
i persecutori, i sicari, i boia di altri uomini? Con quale inumana indifferenza un uomo
dotato di potere firma la distruzione di una famiglia e con quale gioia più barbara dei
mercenari eseguono la condanna!
«Ho visto nella mia gioventù,» disse il buon Gordon, «un parente del maresciallo di
Marillac che, essendo perseguitato nella sua provincia a causa di quell'illustre
sventurato, si nascondeva a Parigi sotto falso nome. Era un vegliardo di settantadue anni.
Sua moglie, che l'accompagnava, aveva press'a poco la stessa età. Avevano avuto un figlio
libertino che, a quattordici anni, era scappato dalla casa paterna; divenuto soldato, poi
disertore, era passato per tutti i gradi della depravazione e della miseria; alla fine,
avendo preso un nome falso, era entrato nelle guardie del cardinale Richelieu (giacché
questo prete, come il Mazarino, aveva delle guardie); aveva ottenuto un posto di ufficiale
di polizia in quella compagnia di sicari. Questo avventuriero fu incaricato di arrestare
il vegliardo e la sua sposa, e portò a termine il suo compito con tutta la durezza di un
uomo che voleva solo far piacere al suo padrone. Mentre li conduceva, udì le due vittime
deplorare la lunga sequenza di sventure che avevano provato fin dalla culla. Il padre e la
madre contavano tra le loro maggiori disgrazie gli errori e la perdita del figlio. Egli li
riconobbe, ma non per questo mancò di condurli in prigione, assicurando loro che Sua
Eminenza doveva essere servita prima di tutto. Sua Eminenza ricompensò il suo zelo.
«Ho visto una spia del padre La Chaise tradire il proprio fratello, nella speranza di
un piccolo beneficio, che del resto non ebbe affatto; e l'ho visto morire, non di rimorso,
ma di dolore per essere stato ingannato dal gesuita.
«La professione di confessore, che ho a lungo esercitato, mi ha fatto conoscere i
segreti delle famiglie; non ne ho mai viste che non fossero immerse nell'amarezza, mentre
dal di fuori, coperte da una maschera di felicità, parevano navigare nel benessere, e ho
sempre notato che i grandi dolori erano sempre frutto della nostra cupidigia sfrenata.»
«Quanto a me,» disse l'Ingenuo, «penso che un'anima nobile, riconoscente e
sensibile, può vivere felice; e conto di gioire di una felicità senza ombre con la bella
e generosa St-Yves. Perché mi lusingo,» aggiunse rivolto verso il fratello con un
sorriso di amicizia, «che non mi rifiuterete, come l'anno scorso, e che quanto a me mi
comporterò in maniera più decorosa.» L'abate si sprofondò in scuse per il passato e in
proteste di affetto eterno.
Lo zio Kerkabon disse che sarebbe stato il più bel giorno della sua vita. La buona
zia, estasiandosi e piangendo di gioia, esclamò: «Ve l'avevo detto che non sareste mai
diventato suddiacono; questo sacramento è meglio di quell'altro; fosse piaciuto a Dio che
anch'io ne fossi stata onorata! Ma vi farò da madre.» Allora fu una gara a chi lodava di
più la tenera St-Yves.
Il suo amante aveva il cuore troppo colmo per ciò che aveva fatto per lui, l'amava
troppo perché l'avventura dei diamanti avesse fatto sul suo cuore un'impressione
dominante. Ma queste parole che aveva udito troppo bene: voi mi date la morte, lo
spaventavano ancora in segreto e corrompevano tutta la sua gioia, mentre gli elogi della
bella amante aumentavano ancora il suo amore. Insomma, ci si occupava soltanto di lei; si
parlava della felicità che i due amanti meritavano; si prendevano accordi per vivere
tutti insieme a Parigi, si facevano progetti di ricchezza e di grandezza, ci si
abbandonava a tutte quelle speranze che un barlume di felicità fa nascere così
facilmente. Ma l'Ingenuo, nel fondo del cuore, provava un sentimento segreto che
respingeva queste illusioni. Rileggeva le promesse firmate St-Pouange, e i certificati
firmati Louvois; gli furono dipinti questi due uomini come erano in effetti, o erano
creduti essere. Ognuno parlò dei ministri e del ministero con quella libertà con cui si
parla a tavola e che è considerata in Francia come la più preziosa libertà che si possa
godere sulla terra.
«Se fossi re di Francia,» disse l'Ingenuo, «ecco il ministro della guerra che
sceglierei: vorrei un uomo di nascita nobilissima, per la ragione che dà ordini alla
nobiltà. Esigerei che fosse stato egli stesso ufficiale, che fosse passato per tutti i
gradi, che fosse diventato almeno luogotenente generale degli eserciti, e degno di essere
maresciallo di Francia; non è infatti necessario che abbia servito per conoscere meglio i
dettagli del servizio? E gli ufficiali non obbediranno forse con un entusiasmo cento volte
maggiore ad un uomo di guerra che avrà dato prova come loro del suo coraggio, piuttosto
che a un burocrate che, per quanto possa essere intelligente, può al massimo indovinare
le operazioni di una campagna? Non mi dispiacerebbe che il mio ministro fosse generoso,
anche se questo mettesse talvolta in imbarazzo il custode delle finanze reali. Mi
piacerebbe che avesse un lavoro facile e che anzi si distinguesse per quella gaiezza di
spirito, appannaggio degli uomini superiori agli affari, che piace tanto alla nazione, e
che rende tutti i doveri meno penosi.» Desiderava che un ministro avesse questo carattere
perché aveva sempre notato che il buonumore è incompatibile con la crudeltà.
Monsignor di Louvois non sarebbe forse stato contento dei desideri dell'Ingenuo: aveva
infatti un'altra sorta di meriti.
Ma mentre si era a tavola, la malattia della povera ragazza prendeva un carattere
maligno; il sangue si era acceso e si era scatenata una febbre divorante; ella soffriva e
non si lamentava, attenta a non turbare la gioia dei convitati.
Suo fratello, sapendo che non dormiva, andò al suo capezzale; fu sorpreso nel vedere
lo stato in cui si trovava. Tutti accorsero; l'amante si presentò al seguito del
fratello. Era senza dubbio il più allarmato e il più commosso di tutti; ma aveva
imparato ad unire la discrezione a tutti i felici doni che la natura gli aveva prodigato,
e il sentimento immediato della convenienza cominciava a dominare in lui.
Si fece venire subito un medico del vicinato. Era uno di quelli che visitano i loro
malati di corsa, che confondono la malattia che hanno appena visto con quella che hanno
sotto gli occhi, che mettono una pratica cieca in una scienza alla quale tutta la
maturità di un discernimento sano e frutto di riflessione non toglie mai, tuttavia, un
margine di incertezza e di rischio. Peggiorò il male per la sua precipitazione nel
prescrivere un rimedio allora di moda. La moda fin nella medicina! Era una mania anche
troppo diffusa a Parigi.
La triste St-Yves contribuiva ancor più del medico a rendere la sua malattia
pericolosa. Era l'anima che uccideva il corpo. La folla di pensieri che l'agitavano
portava nelle sue vene un veleno più pericoloso di quello della febbre più bruciante.
XX LA BELLA ST-YVES MUORE E QUELLO CHE AVVIENE IN SEGUITO
Fu chiamato un altro medico: questi, invece di aiutare la natura e di lasciarla agire
in un giovane corpo in cui tutti gli organi si aggrappavano alla vita, si occupò solo di
contraddire il suo collega. La malattia divenne mortale entro due giorni. Il cervello, che
è creduto essere la sede dell'intelletto, fu attaccato violentemente come il cuore, che
si dice sia la sede delle passioni.
Quale meccanica incomprensibile ha sottomesso gli organi al sentimento e al pensiero?
Come mai una sola idea dolorosa disturba la circolazione del sangue e come mai il sangue,
a sua volta, porta delle irregolarità nell'intelletto umano? Qual è il fluido
sconosciuto la cui esistenza è certa e che, più rapido e più attivo della luce, vola in
meno di un batter d'occhio in tutti i canali della vita, produce le sensazioni, la
memoria, la tristezza e la gioia, la ragione o la vertigine, riporta con orrore al ricordo
ciò che si voleva dimenticare, e fa di un animale pensante un oggetto di ammirazione o un
motivo di pietà e di lacrime?
Tutto questo diceva a se stesso il buon Gordon; e questa riflessione così naturale,
che gli uomini fanno raramente, non toglieva niente alla sua commozione; infatti non era
di quegli sciagurati filosofi che si sforzano di essere insensibili. Era toccato dalla
sorte della giovane; come un padre che vede morire lentamente il suo figlio adorato.
L'abate di St-Yves era disperato, il priore e sua sorella versavano fiumi di lacrime.
Ma chi potrebbe descrivere lo stato del suo amante? Nessuna lingua ha espressioni capaci
di dire l'enormità del suo dolore; le lingue sono troppo imperfette.
La zia, quasi senza vita, reggeva la testa della morente con le sue deboli braccia, suo
fratello era in ginocchio ai piedi del letto. L'amante le stringeva la mano che bagnava di
pianto e singhiozzava; la chiamava mia benefattrice, mia speranza, mia vita, mia metà,
mia amante, mia sposa. Alla parola sposa ella sospirò, lo guardò con tenerezza
inesprimibile e subito dopo gettò un grido d'orrore; poi, in uno di quegli intervalli in
cui l'oppressione e l'abbattimento dei sensi, le sofferenze per un poco sospese lasciavano
all'anima la sua libertà e la sua forza, gridò: «Io, vostra sposa! Ah! Amante caro,
questo nome, questa felicità, questo premio, non erano fatti per me. Muoio e lo merito. O
dio del mio cuore! O voi che ho sacrificato ai demoni infernali, è fatta, sono punita;
vivete felici.» Queste parole tenere e terribili non potevano essere comprese, ma
portavano in tutti i cuori lo sgomento e la commozione; ella ebbe il coraggio di
spiegarsi. Ogni parola fece fremere di sbigottimento, di dolore e di pietà tutti gli
astanti. Tutti erano concordi nel detestare l'uomo potente che aveva riparato un'orribile
ingiustizia commettendo un crimine maggiore e che aveva costretto la più rispettabile
innocenza a farsi sua complice.
«Chi, voi colpevole!» le disse l'amante, «no, non lo siete; la colpa non può essere
che nel cuore, e il vostro è della virtù e mio.»
Confermava questo sentimento con parole che sembravano riportare in vita la bella
St-Yves. Ella si sentiva consolata e si stupiva di essere amata ancora. Il vecchio Gordon
l'avrebbe condannata al tempo in cui non era che giansenista; ma, essendo divenuto saggio,
la stimava e piangeva. In mezzo a questa scena di lacrime e timori, mentre il pericolo che
correva questa fanciulla così cara rattristava tutti i cuori, mentre tutto era
costernazione, viene annunciato un corriere di corte. Un corriere! e di chi? e perché?
Era da parte del confessore del re per il priore della Montagna; non era il padre La
Chaise che scriveva, ma frate Vadbled, suo c