Porfirio

Isagoge

A cura di http://www.filosofia.3000.it/

Visto, o Crisaorio, che per comprendere la dottrina delle cate­gorie di Aristotele, è necessario conoscere che cosa siano il genere, la differenza, la specie, il proprio e l’acci­dente, e visto che una tale analisi è fondamentale per la for­mulazione delle definizioni, nonché per tut­to quel che riguarda la divisione e la dimostrazio­ne, ne darò a tuo beneficio una succinta esposizione in poche pa­role, nella forma, per così dire, di un’isagoge, di quanto ci è stato tramandato dagli antichi, lasciando da un canto le questioni più complesse e affrontando in pari modo quelle più semplici.

Ci tengo ad avvertirti sin da ora che non mi occuperò del pro­blema dei generi e delle specie: vale a dire se questi siano sussistenti di per sé o se siano semplici concetti della nostra mente; e, nel caso siano sussistenti, se corporei o incorporei; e, per finire, se siano separati o se si trovino nelle cose sensibili, a queste inerenti; tale tema è difatti estremamente complesso ed abbisogna di un tipo di indagine assai più approfondita. Mi preparo invece a spiegarti da un punto di vista logico quanto gli antichi hanno sostenuto su questi due argomenti e sugli altri, ed in particolar modo i Peripatetici.

 

 

Il Genere

Sembra che né il genere né la specie abbiano un significato univoco. Si dice, difatti, genere un insie­me di realtà che si trovano in relazione con un uni­co termine e quindi tra loro: in questo senso si parla di genere degli Eraclidi, poiché discendenti da uno solo, Eracle, e dell’insieme di questi che hanno una relazione vicendevole, derivante dalla parentela con il primo, denominati in maniera da essere distinti da ogni altro genere. Ma genere si dice anche in un altro senso, per indicare il princi­pio della generazione di ogni realtà, sia esso il generante o il luogo in cui un qualcosa è stato genera­to. Perciò diciamo sia che Oreste è stato generato da Tantalo, e Ilio da Eracle, sia che Pindaro è Tebano di genere, e Fiatone è Ateniese; difatti la patria è in un certo senso il principio della generazione di ciascuno, nel medesimo modo del padre. Sembra che tale sia il significato più diffuso: sono difatti detti Eraclidi i discendenti del genere di Eracle, e Cecropidi quelli di Cecrope ed i loro parenti. Pri­ma è stato detto genere il principio della genera­zione di ogni realtà, e successivamente l’insieme di quelli che discendono dallo stesso principio, come, ad esempio, da Eracle; circoscrivendoli e separandoli dagli altri, abbiamo denominato tale insieme il genere degli Eraclidi.

Ma genere si dice ancora in un ulteriore senso, cioè ciò a cui la specie è subordinata, forse per somi­glianza con i casi succitati; difatti, in tal senso, il genere è in un qualche modo il principio delle specie che a questo sono subordinate, e sembra contenere la molteplicità di tali specie. Se perciò sono tre i significati di genere, esclusivamente il terzo significato è argomento dei filosofi. Esaminandolo, questi ci hanno tramandato questa definizione: «il genere è ciò che si predica di più realtà che differiscono per specie, per quel che riguar­da l'essenza», ad esempio «animale». Alcuni pre­dicati si dicono di un solo soggetto, e si tratta degli individui, ad esempio «Socrate», «egli», «esso»; al­tri, invece, si dicono di più soggetti, e si tratta dei ge­neri, delle specie, delle differenze, dei propri e degli accidenti, che hanno caratteristiche comuni, non limitate ad un unico individuo. Un esempio di genere è «animale», un esempio di specie è «uomo», un esempio di differenza è «razionale», un esempio di proprio è «capace di ridere», esempi di accidente sono «bianco», «nero», «essere seduto».

Perciò i generi sono differenti dai predicabili di un solo individuo, perché sono predicabili di più sog­getti, e differiscono anche dalle specie, predicabili di più soggetti, poiché le specie sono predica­bili di più soggetti che differiscono non per specie, ma per numero: «uomo», difatti, essendo specie, si predica di «Socrate» e di «Platone», i quali differiscono reciprocamente non per specie, ma per nu­mero; «animale», invece, essendo genere, si predica di «uomo», di «bue» e di «cavallo», i quali differiscono tra di loro non solamente per numero, ma anche per specie. Il genere si differenzia anche dal proprio, poiché il proprio si predica della sola specie di cui è proprio e degli individui che a tale specie appartengono, come, ad esempio, la «capacità di ridere» è propria solo della specie «uomo» e degli uomini in­dividuali; invece il genere non si predica di una sola specie, ma di molte specie diverse. Il genere, per finire, differisce anche dalla differenza e dagli acci­denti comuni, perché, anche se le differenze e gli accidenti comuni si predicano di più soggetti differenti per specie, nonostante questo, non si predicano relativamente all’essenza. Qualora, difatti, ci chiediamo in quale maniera si predicano, diciamo che si predicano non relativamente all’essenza, ma piuttosto relativamente alla qualità. Difatti alla domanda «com’è l'uomo», rispondiamo che è «razionale», e a «com’è il cor­vo», rispondiamo che è «nero»: «razionale» è diffe­renza, mentre «nero» è accidente. Invece, se ci chiedono «che cosa è l’uomo», rispondiamo che è «animale»: «animale», difatti, è genere di «uomo».

Ne deriva che l’essere predicato di più sog­getti distingue il genere dai predicabili di un solo individuo; che l’essere predicato di soggetti che differiscono per specie lo distingue dai predica­bili come le specie o come i propri; e che l’essere predicato in relazione all’essenza lo distingue dalle differenze e dagli accidenti comuni, che invece si predicano non in relazione all’essenza, ma in re­lazione alla qualità o ad una qualunque altra carat­teristica dei soggetti dei quali sono predicati.

Questa descrizione della nozione di ge­nere non ha nulla di superfluo e nulla di mancante.

 

 

La Specie

 

La specie si dice della forma di ogni realtà, come quel che è stato detto:

«In primo luogo una forma degna della tirannide».

Si dice specie anche ciò che è subordinato al ge­nere, nel senso si è soliti dire che «uomo» è specie di «animale», essendo «animale» genere, che «bianco» è specie di «colore», e che «triangolo» è specie di «figura geometrica». Se, ponendo il genere, abbiamo richiamato la specie, sostenendo che questo «è ciò che si predica di più realtà che differiscono per specie, per quel che riguarda l’es­senza», e se, parimenti, diciamo che «la specie è ciò che è subordinato al genere», è necessario com­prendere che, visto che il genere è genere di qualco­sa e che la specie è specie di qualcosa, in quanto ter­mini correlativi, necessariamente nella definizione di entrambi si deve fare uso di tutte e due le nozioni. Perciò la specie si definisce anche in questo modo: «la specie è ciò che è subordinato al genere e di cui il ge­nere si predica relativamente all’essenza». E, in più, anche in tal modo: «la specie è ciò che si pre­dica di più realtà differenti per numero, relati­vamente all’essenza». Questa definizione, però, è pro­pria solo della specie infima, che è soltanto specie, mentre le altre vanno bene anche per le specie non infime. Tale discorso diverrà chiaro nel modo se­guente. In ogni categoria ci sono i generi sommi da una parte e le specie infime dall'altra, più i termini che sono intermedi tra i generi sommi e le spe­cie infime. Il genere sommo è quello al di sopra del quale non può esserci nessun altro genere superiore, mentre la specie infima è quella che non ha nessuna specie inferiore al di sotto di essa; sono termini intermedi tra il genere sommo e la specie infima altri che sono contemporaneamente genere e specie, ovviamente relativamente a soggetti diversi.

Facciamo chiarezza su tale discorso prendendo a titolo d’esempio una categoria. La «sostanza» è essa stessa un genere, a cui è subordinata la specie «corpo»; subordinato a «corpo» è «essere vivente»; a questo è subordinato «animale», mentre ad «animale» è su­bordinato «animale razionale»; a questo è ancora subordinato «uomo», e, per finire, a «uomo» sono su­bordinati «Socrate», «Platone» e gli altri indi­vidui. Tra tutti questi termini, «sostanza» è il genere sommo, poiché è esclusivamente genere, mentre «uomo» è la specie infima, poiché è esclusivamente specie; «corpo», invece, è specie di «sostanza» e, nello stesso tempo, genere di «essere vivente». A sua volta, «essere vi­vente» è specie di «corpo» e genere di «animale»; e così «animale» è specie di «essere vivente» e genere di «animale razionale»; «animale razionale» è specie di «animale» e genere di «uomo»; per terminare, «uomo» è specie di «animale razionale» e non è ge­nere degli uomini individuali, ma è soltanto specie. Ed ogni predicabile che è collocato subito prima degli individui, può essere soltanto specie e mai gene­re. Quindi, così come «sostanza», in quanto ter­mine più alto, al di sopra di cui non c’è nessun altro genere, era il genere sommo, alla medesima maniera «uo­mo», in quanto specie, al di sotto di cui non c’è alcun’altra specie ne alcunché di divisibile per specie, ma soltanto gli individui (individuo è difatti «Socrate», così come «Platone» e «questo oggetto bianco»), non potrà essere altro che specie, e la specie ultima, la specie infima, come detto. I termini intermedi saranno specie dei precedenti, e generi dei successivi. Ne deriva che questi hanno due caratteri diversi, uno relativo ai termini che li precedono, per cui sono detti specie di essi, e l’altro relativo ai termini che li seguono, per cui sono detti generi di essi. Gli estremi, invece, hanno un solo ca­rattere: il genere sommo, difatti, ha solo il carattere relativo ai termini subordinati, essendo il genere più elevato e non avendo nessun termine che lo preceda, poiché, trattandosi del termine supremo, è come un Principio Primo, e, come si è già detto, è il genere al di sopra di cui non può esservi alcun altro genere; la specie infima, d’altro canto, ha esclusivamente quello relativo ai termini che la precedono e dei quali è specie; e, rispetto ai termini che la seguono, non ha un rapporto di natura diversa, ma si dice specie anche degli individui: però si dice specie degli individui poiché li contiene, mentre si dice specie dei termini superiori poiché vi è con­tenuta.

Il genere sommo perciò viene definito in questo modo: «ciò che, essendo genere, non è mai specie» oppure «ciò al di sopra del quale non può essere un genere superiore»; d’altro canto, la specie infima viene definita «ciò che, essendo specie, non è mai genere», «ciò che, essendo specie, non si può ulteriormente suddividere in specie» e, per finire, «ciò che si predica relativamente all'essenza di più soggetti che differiscono per numero». I termini in­termedi tra i due estremi sono definiti generi e specie subalterni, ed ognuno di essi è posto contemporaneamente sia come genere sia come specie, ma in relazione a soggetti diversi. Tutti i termini che pre­cedono le specie infime e che risalgono fino al genere sommo sono detti generi e specie subalterni, come, a titolo d’esempio, «Agamennone» è «Atride», «Pelopide», «Tantalide», e, in fine, «della stirpe di Zeus». Ma, se negli alberi genealogici si risale per lo più ad un solo principio, come, ad esempio, a «Zeus», ciò non succede per i generi e per le specie: l’ente difatti non è un unico genere comune a tutte le cose, né tutte le cose sono omogenee in modo univoco relativamente a questo genere supre­mo, come sostiene Aristotele. Al contrario, come egli sostiene nelle Categorie, accetta che i primi dieci generi sommi siano come dieci principi primi e sostiene che, anche se tutti vengono detti enti, tale denominazione è formulata per omonimia, e non per sinonimia. Se difatti l’ente fosse il ge­nere unico e comune di tutte le cose, tutte le cose si direbbero enti per sinonimia; ma se i generi primi sono dieci, la loro comunanza è limitata al nome, e non concerne il concetto espresso dal nome stesso. I generi sommi sono perciò dieci, mentre le specie infime sono un determinato numero, che co­munque non è infinito; sono invece infiniti gli indi­vidui che vengono dopo le specie ultime. Perciò Platone, nel discendere dai generi sommi fino alle specie infime, sosteneva che necessitasse fer­marsi ad esse e discendere, dividendo i termini in­termedi tramite le differenze specifiche; e che degli individui infiniti non ci si dovesse occupare, poiché di questi non si dà scienza. Quando si discende quindi fino alle specie infime, necessariamente si procede con la divisione, verso la molteplicità, mentre quando si risale fino ai generi sommi, necessariamente si riconduce la molteplicità all’unità: difatti la specie, e ancor più il genere, ri­conduce i molti ad un’unica natura, mentre, di contro, gli individui e le cose particolari, divido­no sempre l’uno in molteplicità. I molti uomini, difatti, sono un’unità per il fatto che partecipano ad una medesima specie, mentre tale comune unità è re­sa molteplice a causa degli individui. Il particolare, del resto, porta sempre alla divisione, mentre il comune all'unificazione e alla comprensione.

Dopo aver descritto le caratteristiche sia del genere e che della specie, e dopo aver mo­strato che il genere è più vicino all'Uno e la specie più vicina ai Molti (difatti si dà sempre la divisio­ne del genere in molte specie), diciamo che il gene­re si predica sempre della specie e che tutti i termi­ni superiori si predicano degli inferiori; invece la specie non si predica né del genere prossimo né di quelli superiori: non c’è, difatti, convertibilità. Specifici termini, difatti, si devono predicare o di termini della medesima estensione, come, ad esem­pio, «capace di nitrire» di «cavallo», o di termini con un’estensione più piccola, come, ad esempio«animale» di «uomo»; invece non è possibile predicare termini meno estesi di termini più estesi: difatti, non si può dire che l’«animale» è «uomo», mentre si può dire che l'«uomo» è «animale». Quello di cui la specie si predica avrà necessariamente come predicato anche il genere della specie, e poi il genere del genere, fi­no al genere sommo; difatti, se sono vere le proposizioni «Socrate è uomo», «l'uomo è anima­le», «l'animale è sostanza», sarà vera anche la pro­posizione «Socrate è animale e sostanza». Se i ter­mini superiori si predicano sempre degli inferiori, allora la specie si predicherà dell’individuo, il gene­re della specie e dell’individuo, il genere sommo del genere o dei generi intermedi e subalterni, se ce ne è più di uno, e così della specie e dell’indivi­duo. Il genere sommo si può predicare di tutti i ge­neri, di tutte le specie e di tutti gli individui ad esso subordinati; il genere prossimo di una specie infima si può predicare di tutte le specie infime e di tutti gli individui; la sola specie si può predicare di tutti gli individui; l’individuo si può predicare esclusivamente di un unico soggetto particolare. Esempi di indivi­duo sono: «Socrate», «questo oggetto bianco», «il figlio di Sofronisco che si avvicina», se Socrate è il suo unico figlio. Si dicono individui, pertanto, i soggetti di questo tipo, che presentano un insieme di caratteristiche che non si potrebbero ripresenta­re allo stesso modo in un altro soggetto; difatti, le caratte­ristiche di Socrate non potrebbero mai esse­re identiche a quelle di un altro individuo, mentre le caratteristiche dell’uomo, vale a dire dell'«uomo» in generale, possono essere le medesi­me in più individui, o meglio sono le stesse in tutti gli uomini individuali, per via del loro essere uomini. Perciò l’individuo è contenuto nella specie, e la specie nel genere: il genere è un tutto, mentre l’individuo è una parte; la specie è al contempo tutto e parte, ma parte di qualcos’altro, e tutto in qualcos'altro, e non di qualcos’altro; difatti il tutto è nelle parti.

Abbiamo trattato a sufficienza del genere, della specie, della nozione di genere sommo e di quella di specie infima, dei termini che sono contemporaneamente genere e specie, della nozione di individuo e, per finire, delle modalità di predicazione del genere e della specie.

 

 

La Differenza.

 

Si parla di differenza in un senso comune, in un senso proprio, e in un senso ancora più proprio. In senso comune, si dice che un qualcosa è differente da un qualcosa d’altro, se ne differisce per una qualsiasi alterità, sia in relativamente a sé sia relativamente ad altro: «Socrate», difatti, è diverso da «Platone» poiché è un altro, ed è diverso da se stesso da bambino e da adulto, quando è in attività e quando è in quiete, e in tutti i casi in cui c’è una qualche alterazione del modo di essere. Nel senso proprio, si dice che un qual­cosa differisce da un qualcosa d’altro, se ne differisce per un accidente inseparabile: esempi di accidenti inse­parabili sono l’«opacità degli occhi», il «naso aqui­lino», una «cicatrice» cagionata da una ferita. Nel senso ancora più proprio, si dice che un qualcosa differisce da qualcosa d’altro, se ne differisce per una differenza specifica: ad esempio, «uomo» differi­sce da «cavallo» per una differenza specifica, vale a dire la qualità «razionale». In termini generali, perciò, ogni differenza altera il soggetto a cui si applica; ma se le differenze in senso comune e in senso proprio determinano un’alterazione, quelle in senso ancora più proprio determinano la trasformazione in un al­tro soggetto. Alcune differenze, difatti, determinano una semplice alterazione, altre invece un’alterità completa. Si definiscono differenze specifiche quelle che determinano alterità, mentre quelle che deter­minano solo alterazione si dicono semplicemente differenze. Difatti, la differenza «razionale», aggiun­gendosi ad «animale», lo rende altro, mentre il «muoversi» altera soltanto il fatto di «essere in quiete»; in questi due casi, la prima determina alterità, la seconda solo alterazione. Perciò, si produ­cono le divisioni dei generi in specie in base alle differenze specifiche, le quali determinano alterità, e si costruiscono le definizioni con i generi e con queste differenze; invece, con le differenze che deter­minano solo alterazione, si producono solo le diver­sità e i mutamenti del modo di essere.

Tornando perciò al discorso iniziale, è necessario dire che alcune differenze sono separabili mentre altre sono inseparabili; sono separabili l’«essere in movimento», l’«essere in quiete», l’«essere sano», l'«essere malato», ed altre consimili; sono in­vece inseparabili l’avere il naso «aquilino» o «camuso», l’essere «razionale» o «irrazionale». Talune differenze inseparabili ineriscono di per sé, al­tre invece accidentalmente: «razionale», difatti, ine­risce di per sé ad «uomo», proprio come «mortale» ed «essere capace di scienza»; invece l’avere il naso «aquilino» o «camuso» gli inerisce accidentalmente e non di per sé. Le differenze che competono di per sé al soggetto sono parte integrante nella definizio­ne della sua essenza, e lo rendono altro, men­tre quelle accidentali non sono parte integrante nel­la definizione della sua essenza, e non lo rendono altro, ma esclusivamente alterato. Le differenze di per sé, inol­tre, non ammettono il più e il meno, mentre le differenze accidentali, anche nel loro essere inseparabili, ammettono l'aumento e la diminuzione; difatti il genere non si predica più o meno di ciò di cui è genere, come nemmeno le differenze in base a cui il gene­re si divide; esse, difatti, sono parte integrante della definizione di ogni cosa, e l’essere della cosa che è uno e identico non ammette né aumento né dimi­nuzione; di contro, l’avere il naso «aquilino» o «camuso» o l’«essere di un determinato colore» permettono una quantità maggiore o minore.

Dopo aver preso in considerazione tre specie di dif­ferenze, vale a dire quelle separabili e quelle insepa­rabili e, tra quelle inseparabili, quelle di per sé e quelle accidentali, rimane ancora da operare una distinzione tra le differenze di per sé, quelle in base alle quali suddividiamo i generi in specie e quelle in ba­se alle quali le cose divise si specificano. Ad esem­pio, tutte le differenze di per sé di «animale» sono: «vivente» e «sensibile», «razionale» e «irrazionale», «mortale» e «immortale»; la differenza «vivente» e «sensibile» è costitutiva dell’essenza di «ani­male», dato che l’animale è un «essere vivente sensi­bile»; invece la differenza «mortale» o «immorta­le», e quella «razionale» o «irrazionale», sono diffe­renze che dividono «animale»: in base a queste, difatti, dividiamo i generi in specie. Ma codeste differenze che dividono i generi sono integranti e costitutive delle specie: «animale», difatti, si divide in base alla differenza «razionale» e «irrazio­nale», e in più in base alla differenza «mortale» e «immortale». Ma le differenze «mortale» e «razio­nale» sono costitutive di «uomo», quelle «razio­nale» e «immortale» lo sono di «Dio», e, per finire, quelle «irrazionale» e «mortale» lo sono degli ani­mali irrazionali. Nello stesso modo, dato che le diffe­renze di «sostanza», poiché genere sommo, sono «vivente» e «non vivente», e «sensibile» e «in­sensibile», ne deriva che le differenze «vivente» e «sensibile», congiunte a «sostanza», costituiscono «animale», mentre quelle «vivente» e «insensibi­le» costituiscono il «vegetale». Perciò, dato che queste differenze, prese in un senso, sono costitutive e, prese in un altro senso, sono divisive, vengono dette tutte specifiche. Esse servono soprattutto per la definizione dei generi e per la formulazione delle definizioni, il che non vale per quelle acciden­tali inseparabili, né, a maggior ragione, per quelle separabili.

C’è anche la seguente definizione: «la differenza è ciò per cui la specie supera genere». Difatti «uomo», rispetto ad «animale», ha in più «raziona­le» e «mortale»; «animale», difatti, non comprende questi due termini: da dove, in altro modo, le specie potrebbero trarre le differenze? E, in aggiunta, non contiene tutte le differenze opposte, perché, in tal caso, il medesimo soggetto avrebbe in sé ad un tempo i contrari; invece, si dice giustamente che possiede in potenza tutte le differenze ad es­so subordinate, ma nessuna in atto. E in questo modo né si genera alcunché a partire da quello che non esiste, né i contrari possono essere ad nel medesimo tempo in uno stesso soggetto.

La differenza viene inoltre definita nel modo se­guente: «la differenza è ciò che si predica di più sog­getti che differiscono per specie in relazione alla qualità», «razionale» e «mortale», difatti, sono predi­cati di «uomo» relativamente alla sua qualità e non alla sua essenza. Se si domanda, del resto, «che cos'è l’uomo», è giusto rispondere «animale», ma se ci chiedono «quale animale è», dobbiamo rispondere «razionale» e «mortale». In modo simile alle cose composte di materia e forma, o comunque composte in maniera analoga alla materia e alla forma, come, ad esempio, la statua ha il bron­zo come materia e la figura come forma, allo stesso modo «uomo», il nome comune e specifico, è composto dal genere, analogo alla materia, e dalla differenza, analoga alla forma; e il tutto costituito da «animale razionale mortale» è l’«uomo», proprio co­me la statua del nostro esempio.

Abbiamo ancora un’ulteriore descrizione di queste differenze: «la differenza è ciò che per natura divide le realtà comprese in uno stesso genere», «raziona­le» ed «irrazionale», difatti, distinguono «uo­mo» da «cavallo», che sono entrambi compresi nello stesso genere «animale». C’è inoltre una variante: «la differenza è ciò per cui ogni cosa si distingue», difatti «uomo» e «cavallo» non si distinguono per il genere; siamo anche noi animali mortali come quel­li irrazionali, ma, aggiunta la razionalità, questa ci differenzia da loro; e, d’altro canto, siamo razionali come gli dèi, ma, aggiunta la mortalità, questa ci distingue da loro. Elaborando ulteriormente la nozione di differenza, hanno detto che la differenza non è qualcosa che distingue casualmente le realtà comprese in uno stesso genere, ma che è qualcosa che porta all’essere e che è parte integrante dell'essenza della cosa. Ad esempio, il «navigare» non è una differenza di «uomo», anche se è pro­prio dell’uomo: potremmo dire che «navigare» ap­partiene per natura ad alcuni animali, che possiamo quindi separare dagli altri; ma il «navigare» per na­tura non è un elemento costitutivo o una parte in­tegrante dell’essenza, ma esclusivamente una sua pro­prietà, poiché non è come le differenze che sono dette specifiche in senso proprio. Perciò saranno differenze specifiche quelle che determinano un’al­tra specie, e che partecipano dell’essenza.

Per quanto riguarda la differenza, questo può bastare.

 

 

Il Proprio.

 

II proprio viene distinto in quattro significati: ciò che appartiene accidentalmente ad una determi­nata specie, anche se non alla sua totalità, come, ad esempio, l’essere «medico» o «geometra» per l’uo­mo; ciò che appartiene accidentalmente alla totalità di una determinata specie, anche se non esclusivamente ad essa, come, ad esempio, l’essere «bipede» per l’uomo; ciò che appartiene esclusiva­mente alla totalità di una determinata specie, ma solo in un determinato periodo, come, ad esempio, il diventare «bianco» in vecchiaia per ogni uomo. E per finire, in quarto luogo, ciò che risulta appartenere sempre ed esclusivamente alla totalità di una specie, come, ad esempio, la «capacità di ridere» per l’uo­mo; e anche se non ride sempre, lo si definisce tut­tavia «capace di ridere»: non perché ride sempre, ma perché è un’attitudine naturale; questa attitudi­ne, d’altronde, è sempre presente in lui per natura, come la «capacità di nitrire» per il cavallo. Queste ultime caratteristiche vengono definite propri in senso forte, perché sono convertibili: se c’è il «cavallo» c’è anche la «capacità di nitrire», e se c’è la «capacità di nitrire» c’è il «cavallo».

 

 

L’Accidente

L'accidente è ciò che può essere presente o as­sente, senza comportare la distruzione del sog­getto. Si distingue in due tipi: il primo è separabile dal soggetto, il secondo è invece inseparabile. Ad esempio, «dormire» è un accidente separabile, mentre l’«essere nero» è un accidente insepa­rabile per il «corvo» e per l’«Etiope»; si può imma­ginare, tuttavia, sia un «corvo bianco» sia un «Etio­pe che ha perso il colore della pelle», senza che questo implichi la distruzione del soggetto. Quindi si definisce nel modo seguente: «l'accidente è ciò che ha la possibilità di essere presente o assente in uno stesso soggetto», o anche «ciò che non è ne gene­re, ne differenza, ne specie, ne proprio, e nondi­meno è sempre sussistente in un soggetto».

Dopo aver definito tutti i termini che avevamo proposto, cioè il genere, la specie, la differenza, il proprio e l’accidente, si deve dire quali siano le loro caratteristiche comuni e quali quelle proprie.

 

 

Le caratteristiche comuni dei cinque termini.

Una caratteristica comune di tutti e cinque è l’essere predicati di più soggetti. Ma il genere si predica delle specie e degli individui, e così anche la differenza, la specie si predica degli individui ad essa subordinati, il proprio si predica della specie di cui è proprio e degli individui subordinati a que­sta specie, e l’accidente si predica sia delle specie sia degli individui. «Animale», ad esempio, si pre­dica sia dei «cavalli» e dei «buoi», che sono specie, sia di «questo cavallo» sia di «questo bue», che sono individui; «irrazionale» si predica sia dei «ca­valli» sia dei «buoi» in generale, sia degli individui particolari; invece la specie, ad esempio «uomo», si predica solo degli individui; al contrario, il pro­prio, ad esempio la «capacità di ridere», si predica sia di «uomo» sia degli individui particolari; «ne­ro», che è un accidente inseparabile, si predica sia della specie dei «corvi», sia dei corvi particolari; «muoversi», che è un accidente separabile, si predica sia di «uomo» sia di «cavallo», ma prima­riamente degli individui, e solo secondariamente delle specie che contengono questi individui.

 

 

Le caratteristiche comuni del genere e della dif­ferenza.

 

Una caratteristica comune del genere e della dif­ferenza è il contenere le specie: anche la differenza, difatti, contiene le specie, sebbene non tutte come il genere. «Razionale», ad esempio, pur non comprendendo gli esseri irrazionali come «anima­le», comprende tuttavia «uomo» e «Dio», che so­no parimenti specie. Se tutto ciò che si predica del genere in quanto genere, si predica anche delle spe­cie ad esso subordinate, allo stesso modo, tutto ciò che si predica della differenza in quanto differenza, si predicherà della specie da essa determinata. Ad esempio, dato che «animale» è genere, e di esso si predicano, in quanto genere, «sostanza» ed «es­sere vivente», questi saranno allora predicati anche di tutte le specie subordinate ad «animale», fino agli individui; e dato che di «razionale», essendo differenza, si predica in quanto differenza l’«usare la ragione», l’«usare la ragione» si predicherà non soltanto di «razionale», ma anche di tutte le specie subordinate a «razionale». Un'altra caratteri­stica comune è il fatto che, se togliamo o il genere o la differenza, togliamo anche tutti i termini ad essi subordinati; come, ad esempio, se non c’è «anima­le» non ci sono né «cavallo» né «uomo», allo stesso modo, se non c’è «razionale» non ci sarà alcun «animale che fa uso di ragione».

 

 

La differenza tra il genere e la differenza.

Una caratteristica propria del genere è l’essere predicato di più soggetti rispetto alla differenza, alla specie, al proprio e all’accidente; «anima­le», difatti, si predica di «uomo», di «cavallo», di «uccello» e di «serpente», mentre «quadrupede» si predica solo degli animali che hanno quattro zampe, «uomo» si predica solo degli uomini individua­li, «capace di nitrire» si predica solo di «cavallo» e dei cavalli particolari, e, infine, l’accidente si predi­ca in modo simile di un numero minore di soggetti. Però qui si devono intendere le differenze in base alle quali il genere si divide, e non quelle che costituiscono l'essenza del genere.

Il genere, inoltre, contiene la differenza in po­tenza: difatti in «animale» c’è sia il «razionale» sia l’«irrazionale». I generi, ancora, sono anteriori ri­spetto alle differenze subordinate, e pertanto, tolti i primi, vengono tolte anche le seconde, ma non vi­ceversa: tolto «animale», ad esempio, vengono tol­ti «razionale» e «irrazionale». Le differenze, al contrario, non determinano mai il venir meno del genere: anche se venissero eliminate tutte, si potrebbe ancora pensare la «sostanza vivente sensibi­le», che è appunto «l’animale». Il genere, ancora, come è stato già detto, si predica di qualcosa relati­vamente all’essenza, mentre la differenza relativa­mente alla qualità. Ancora, il genere è unico per ogni specie, come, ad esempio, «animale» per «uomo», mentre le differenze sono molteplici, co­me, ad esempio, «razionale», «mortale», «capace di intelligenza e di scienza», che lo distinguono da­gli altri animali.

 

 

Le caratteristiche comuni del genere e della specie.

II genere e la specie hanno in comune l’es­sere predicati di più soggetti, come abbiamo detto, intendiamo la specie in quanto specie, e non anche in quanto genere, dato che uno stesso termine può essere contemporaneamente genere e specie. Un’al­tra caratteristica comune è che entrambi sono ante­riori rispetto a ciò di cui si predicano, e che entram­bi costituiscono un tutto.

 

 

La differenza tra il genere e la specie.

II genere differisce dalla specie perché con­tiene le specie, mentre le specie sono contenute e non contengono i generi: il genere, difatti, è più esteso della specie. I generi, inoltre, preesistono ne­cessariamente alle specie, e formano le specie dopo essere stati specificati dalle differenze specifiche. Pertanto, i generi sono anteriori per natura e la lo­ro eliminazione comporta quella delle specie, ma non viceversa, perché, posta la specie, viene posto sempre anche il genere, ma, al contrario, posto il genere, non necessariamente viene posta anche la specie. I generi, in aggiunta, si predicano univoca­mente delle specie subordinate, ma non le specie dei generi. I generi, ancora, superano l’estensione delle specie subordinate, mentre le specie superano la comprensione dei generi per le proprie differenze. La specie, infine, non può diventare genere sommo, né il genere può diventare specie infima.

 

 

Le caratteristiche comuni del genere e del proprio.

 

Una caratteristica comune del genere e del proprio è l’essere conseguenti alle specie: se, difatti, poniamo «uomo», poniamo anche «animale, e, allo stesso modo, se poniamo «uomo», poniamo anche «capace di ridere». Inoltre, come il genere si predica in egual maniera delle specie, così il proprio si predica in egual maniera degli individui che ne partecipano: «uomo» e «bue», ad esempio, so­no in egual maniera «animali», e così «Anito» e «Meleto» sono in egual maniera «capaci di ridere». Un’ultima caratteristica comune consiste nel fatto che il genere si predica in modo univoco delle pro­prie specie, così come il proprio di ciò di cui è pro­prio.

 

 

La differenza tra il genere e il proprio.

II genere e il proprio differiscono in quanto il primo è anteriore, mentre il secondo è successivo: deve esserci, difatti, prima «animale», perché poi esso venga distinto dalle differenze e dai propri. Il genere, inoltre, si predica di più specie, mentre il proprio della sola specie di cui è proprio. Ancora, il proprio è convertibile con ciò di cui è proprio, mentre il genere non è mai convertibile: difatti né «animale» implica «uomo», né «animale» implica «capace di ridere»; «uomo», contrariamente, implica «capace di ridere» e viceversa. E, ancora, il proprio appartiene sempre ed esclusivamente alla tota­lità della specie di cui è proprio, mentre il genere appartiene sempre, ma non esclusivamente, alla to­talità della specie di cui è genere. Per finire, l’elimina­zione dei propri non implica quella dei generi, mentre l’eliminazione dei generi implica quella del­le specie a cui ineriscono i propri; e, se viene meno ciò a cui i propri ineriscono, di conseguenza vengo­no meno essi stessi.

 

 

Le caratteristiche comuni del genere e dell'acci­dente.

 

II genere e l’accidente hanno in comune, come detto, l’essere predicati di più sog­getti, e questo vale sia per gli accidenti separabili sia per quelli inseparabili; difatti, ad esempio, così come «muoversi» si predica di più soggetti, così anche «nero» si predica dei «corvi», degli «Etiopi» e di determinati oggetti inanimati.

 

 

La differenza tra il genere e l’accidente.

II genere differisce dall’accidente, perché il gene­re è anteriore alle specie, mentre gli accidenti sono posteriori alle specie; difatti, anche se prendiamo un accidente inseparabile, è comunque anterio­re all’accidente ciò a cui esso inerisce. I soggetti che partecipano del genere, inoltre, ne partecipano in egual misura, mentre quelli dell’accidente non ne partecipano in egual misura: la partecipazione degli accidenti, difatti, ammette l’aumento e la diminu­zione, mentre non è così per quella dei generi. Gli accidenti, ancora, si trovano primariamente negli individui, mentre i generi e le specie sono anteriori per natura alle sostanze individuali. I generi, inoltre, si predicano in relazione all’essenza dei sog­getti subordinati, mentre gli accidenti si predicano in relazione alla qualità o al modo di essere di ogni soggetto; se ti viene chiesto «com’è l’Etiope?», ri­sponderai «nero», e se ti viene chiesto «in che posi­zione è Socrate?», risponderai «è seduto» oppure «cammina».

Abbiamo parlato della differenza tra il genere e gli altri quattro termini, ma accade che ogni termine, a sua volta, differisce dagli altri quattro. Pertanto, dato che sono cinque e ognuno differisce dagli altri quattro, le differenze dovrebbero essere in totale cinque per quattro, cioè venti. Ma non è così, perché il calcolo avviene in successione e quindi i termini che vengono al secondo posto hanno una differenza in meno rispetto ai primi, poiché questa è già stata considerata; è così, i termini che sono al terzo posto ne hanno due in meno, quelli al quarto posto tre in meno, e quelli al quinto posto quattro in meno; ne risultano dieci diffe­renze, cioè quattro, più tre, più due, più una. Difatti, il genere differisce dalla differenza, dalla specie, dal proprio e dall’accidente: e sono, quindi, quattro differenze. E così è stato già detto anche in che cosa la differenza differisce dal genere, poiché è stato detto in che cosa il genere differisce dalla differen­za: resterà pertanto da dire in che cosa la differenza differisce dalla specie, dal proprio e dall'accidente, e sono tre differenze. A sua volta, è stato già detto in che cosa la specie differisce dalla differen­za, perché è stato detto in che cosa la differenza dif­ferisce dalla specie; ed era stato già detto anche in che cosa la specie differisce dal genere, perché prima era stato detto in che cosa il genere differisce dalla specie: resterà da dire, perciò, in che cosa essa differisce dal proprio e dall’accidente. Queste sono, perciò, altre due differenze. Resterà da dire, per finire, in che cosa il proprio differisce dall’accidente: è stato già detto, difatti, in che cosa differisce dalla specie, dalla differenza e dal genere, analizzan­do la differenza di ognuno di questi termini in rap­porto ad esso. Sommando, allora, le quattro diffe­renze del genere rispetto agli altri quattro termini, le tre della differenza, le due della specie e l’unica del proprio rispetto all’accidente, in tutto sa­ranno dieci. Di queste, abbiamo già mostrato le quat­tro differenze del genere rispetto agli altri termini.

 

 

Le caratteristiche comuni della differenza e del­la specie.

 

Una caratteristica comune della differenza e della specie consiste nel fatto che sono partecipate in egual misura: gli uomini particolari, difatti, par­tecipano in egual misura sia di «uomo» sia della dif­ferenza «razionale». Un’altra caratteristica comune consiste nel fatto che sono sempre presenti nei par­tecipanti: «Socrate», difatti, è sempre «razionale», e «Socrate» è sempre «uomo».

 

 

La differenza tra la specie e la differenza.

 

Una caratteristica propria della differenza è l'essere predicata in relazione alla qualità, mentre è proprio della specie l'essere predicata in relazione all'essenza: anche se si intendesse «uomo» come qualità, non potrebbe mai essere qualità in senso assoluto, ma solo nella misura in cui le differenze sono state applicate al genere per determinarlo. Si osserva spesso, inoltre, la stessa differenza in più specie, come, ad esempio, «quadrupede» in moltissimi animali che differiscono per specie; la specie, al contrario, si trova soltanto negli individui compresi nella specie stessa. Ancora, la differenza è anteriore alla specie che determina: se si toglie «ra­zionale», difatti, si toglie anche «uomo, mentre se si toglie «uomo», non si toglie anche «razionale», es­sendoci anche «Dio». La differenza, infine, si può combinare con un'altra differenza: «razionale» e «mortale», difatti, si combinano per formare «uomo». Contrariamente, la specie non si può unire ad un'altra specie per formare una specie diversa: è pur vero che una cavalla particolare e un asino par­ticolare possono generare un mulo, ma «cavallo» e «asino», in senso generale, non possono essere combinati per formare «mulo».

 

 

Le caratteristiche comuni della differenza e del proprio.

 

La differenza e il proprio hanno in comune il fatto che vengono partecipati ai partecipanti in egual misura: gli esseri razionali, difatti, sono sem­pre «razionali» in egual misura, così come gli esseri capaci di ridere sono sempre «capaci di ridere». In aggiunta, è comune ad entrambi il fatto di essere sempre presenti nella totalità del soggetto di cui si predicano: e anche se il «bipede» fosse privato di un arto, si direbbe comunque ancora tale, perché lo è per natura; anche il «capace di ridere», difatti, possiede sempre questo carattere per natura, ma non perché ride sempre.

 

 

La differenza tra il proprio e la differenza.

 

Una proprietà della differenza è che essa spesso si predica di più specie, come, ad esempio, «razionale» si predica di «Dio» e di «uomo»; il pro­prio, contrariamente, si predica della sola specie di cui è proprio. In aggiunta, la differenza è conseguente ai soggetti di cui è differenza, e perciò non è convertibile. Invece i propri sono convertibili con i sog­getti di cui sono propri, perché c’è recipro­cità.

 

 

Le caratteristiche comuni della differenza e dell’accidente.

 

Una caratteristica comune alla differenza e all’accidente è l’essere predicati di più soggetti, mentre un’altra caratteristica comune agli accidenti inseparabili è l’essere sempre presenti nella totalità del soggetto: «bipede», difatti, è sempre presente in tutti i corvi, allo stesso modo di «nero».

 

 

Le caratteristiche proprie della differenza e dell'accidente.

Questi termini differiscono in quanto la dif­ferenza contiene, ma non è contenuta; «razio­nale», difatti, contiene «uomo»; invece gli acciden­ti, per un verso, contengono, in quanto sono pre­senti in più soggetti, mentre, per un altro, sono contenuti, in quanto i soggetti hanno la possibilità di avere non soltanto un unico accidente, ma più di uno. La differenza, in più, non può né aumenta­re né diminuire, mentre gli accidenti ammettono il più e il meno. Inoltre, le differenze contrarie non si possono mescolare, mentre si possono me­scolare gli accidenti contrari.

Queste sono dunque le caratteristiche comuni e quelle proprie della differenza e degli altri termini. D’altro canto, è stato già detto in che cosa la specie differisce dal genere e dalla differenza, quando si è detto in che cosa differisce il genere rispetto agli al­tri termini e in che cosa differisce la differenza ri­spetto agli altri termini.

 

 

Le caratteristiche comuni della specie e del proprio.

 

Una caratteristica comune della specie e del pro­prio è l'essere convertibili a vicenda: se, difatti, c'è «uomo», c'è anche «capace di ridere», e, se c'è «ca­pace di ridere», c'è «uomo»; abbiamo spesso evi­denziato, però, che «capace di ridere» si deve in­tendere come «capace di ridere per natura»; difatti, le specie sono tali in egual misura nei soggetti partecipanti, così come i propri nei soggetti di cui sono propri.

 

 

La differenza tra la specie e il proprio.

La specie differisce dal proprio, in quanto la specie può essere genere di altri termini, mentre il proprio non può essere proprio di altri termini. La specie, in più, sussiste prima del proprio, mentre il proprio viene dopo la specie: occorre, difatti, che prima ci sia «uomo», perché ci sia anche «ca­pace di ridere». Ancora, la specie è sempre presen­te in atto nel soggetto, mentre a volte il proprio lo è anche in potenza. Difatti «Socrate» è sempre «uo­mo» in atto, mentre non ride sempre, pur essendo sempre «capace di ridere» per natura. Sono, infine, differenze anche le diverse definizioni dei termini: la definizione di specie è «ciò che è subordina­to al genere», ovvero «ciò che si predica di più sog­getti che differiscono per numero relativamente all’essenza» e altre simili, mentre la definizione di proprio è «ciò che appartiene sempre ed esclusiva­mente alla totalità di una specie».

 

 

Le caratteristiche comuni della specie e dell'ac­cidente.

Una caratteristica comune della specie e dell'accidente è l'essere predicati di più soggetti; comunque sono rare altre caratteristiche comuni, poiché c'è la massima distanza tra l'accidente e ciò a cui esso inerisce.

 

 

La differenza tra questi termini.

Le caratteristiche proprie di ciascun termine consistono nel fatto che la specie è ciò che si predi­ca relativamente all'essenza di quello di cui è specie, mentre l’accidente è ciò che si predica relativa­mente alla qualità o al modo d’essere. In aggiunta, ogni sostanza partecipa di una sola specie e di molti ac­cidenti, sia separabili sia inseparabili. Ancora, le specie vengono pensate anteriormente agli acciden­ti, anche a quelli inseparabili (è necessario, difatti, che esista un soggetto, perché qualcosa vi inerisca accidentalmente); gli accidenti, di contro, sono di sussistenza posteriore e di natura avventizia. La partecipazione alla specie, infine, avviene in egual misura, mentre quella dell'accidente, anche se inseparabile, non avviene in egual misura: un «Etio­pe», difatti, rispetto ad un altro «Etiope» potrebbe avere la carnagione più chiara o più scura, in rela­zione a «nero».

Rimangono da trattare, infine, il proprio e l’acci­dente: abbiamo già detto, difatti, in che cosa il pro­prio differisce dalla specie, dalla differenza e dal ge­nere.

 

 

Le caratteristiche comuni del proprio e dell'ac­cidente inseparabile.

 

Una caratteristica comune al proprio e all'accidente inseparabile consiste nel fatto che, senza di essi, non potrebbero sussistere i soggetti in cui sono considerati: ad esempio, così come «uo­mo» non potrebbe sussistere senza «capace di ridere», similmente «Etiope» non potrebbe sussistere senza «nero». Inoltre, come il proprio è sempre presente nella totalità del soggetto, similmente, accade per l’accidente inseparabile.

 

 

La differenza tra questi termini.

Questi termini differiscono in quanto il pro­prio è presente soltanto in un’unica specie, come, ad esempio, «capace di ridere» in «uomo», mentre l’accidente inseparabile, ad esempio «nero», non è presente solo in «Etiope», ma anche in «corvo», in «carbone», in «ebano» e in altri soggetti ancora, Perciò, il proprio si predica in modo convertibile del soggetto di cui è proprio, e in egual misura, mentre l'accidente inseparabile non si predica in modo convertibile. La partecipazione dei propri, per finire, avviene in egual misura, mentre quella degli accidenti avviene secondo il più e il meno.

Ci sono altre caratteristiche comuni e proprie, oltre a quelle elencate, ma queste sono sufficienti per distinguere i termini e per mostrarne le caratteristiche comuni.





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