LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
INFERNO
CANTO I
[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]
Nel mezzo del cammin di nostra
vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era
smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è
cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la
paura!
Tant' è amara che poco è più
morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i'
v'ho scorte.
Io non so ben ridir com' i'
v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via
abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al piè d'un
colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor
compunto,
guardai in alto e vidi le sue
spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne
calle.
Allor fu la paura un poco
queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta
pieta.
E come quei che con lena
affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa
e guata,
così l'animo mio, ch'ancor
fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai
persona viva.
Poi ch'èi posato un poco il
corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo
sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de
l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era
coverta;
e non mi si partia dinanzi al
volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più
volte vòlto.
Temp' era dal principio del
mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando
l'amor divino
mosse di prima quelle cose
belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta
pelle
l'ora del tempo e la dolce
stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un
leone.
Questi parea che contra me
venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne
tremesse.
Ed una lupa, che di tutte
brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver
grame,
questa mi porse tanto di
gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de
l'altezza.
E qual è quei che volontieri
acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier
piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia sanza
pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol
tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso
loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea
fioco.
Quando vidi costui nel gran
diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra
od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già
fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa
ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor
che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi
falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel
giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu
combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta
noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta
gioia?».
«Or se' tu quel Virgilio e
quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con
vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e
lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo
tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio
autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto
onore.
Vedi la bestia per cu' io mi
volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i
polsi».
«A te convien tenere altro
vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco
selvaggio;
ché questa bestia, per la qual
tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce
che l'uccide;
e ha natura sì malvagia e
ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che
pria.
Molti son li animali a cui
s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà
morir con doglia.
Questi non ciberà terra né
peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e
feltro.
Di quella umile Italia fia
salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di
ferute.
Questi la caccerà per ogne
villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima
dipartilla.
Ond' io per lo tuo me' penso e
discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco
etterno;
ove udirai le disperate
strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun
grida;
e vederai color che son
contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate
genti.
A le quai poi se tu vorrai
salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio
partire;
ché quello imperador che là sù
regna,
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città
per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi
regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi
elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti
richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch'io fugga questo
male e peggio,
che tu mi meni là dov' or
dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto
mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
CANTO II
[Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l'auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.]
Lo giorno se n'andava, e l'aere
bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol
uno
m'apparecchiava a sostener la
guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non
erra.
O muse, o alto ingegno, or
m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua
nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi
guidi,
guarda la mia virtù s'ell' è possente,
prima ch'a l'alto passo tu
mi fidi.
Tu dici che di Silvïo il
parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu
sensibilmente.
Però, se l'avversario d'ogne
male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi
e 'l quale
non pare indegno ad omo
d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel
per padre eletto:
la quale e 'l quale, a voler
dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del
maggior Piero.
Per quest' andata onde li dai
tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale
ammanto.
Andovvi poi lo Vas
d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di
salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi 'l
concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l
crede.
Per che, se del venire io
m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me'
ch'i' non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò
che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto
si tolle,
tal mi fec' ïo 'n quella oscura
costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto
tosta.
«S'i' ho ben la parola tua
intesa»,
rispuose del magnanimo quell' ombra,
«l'anima tua è da viltade
offesa;
la qual molte fïate l'omo
ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia
quand' ombra.
Da questa tema acciò che tu ti
solve,
dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di
te mi dolve.
Io era tra color che son
sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la
richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che
la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua
favella:
"O anima cortese
mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo
lontana,
l'amico mio, e non de la
ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt' è per
paura;
e temo che non sia già sì
smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui
nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola
ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia
consolata.
I' son Beatrice che ti faccio
andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa
parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor
mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia'
io:
"O donna di virtù sola per
cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi
sui,
tanto m'aggrada il tuo
comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo'
ch'aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti
guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar
tu ardi".
"Da che tu vuo' saver cotanto a
dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch' i' non temo di venir
qua entro.
Temer si dee di sole quelle
cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son
paurose.
I' son fatta da Dio, sua mercé,
tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto 'ncendio non
m'assale.
Donna è gentil nel ciel che si
compiange
di questo 'mpedimento ov' io ti mando,
sì che duro giudicio là
sù frange.
Questa chiese Lucia in suo
dimando
e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo
raccomando —.
Lucia, nimica di ciascun
crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica
Rachele.
Disse: — Beatrice, loda di Dio
vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare
schiera?
Non odi tu la pieta del suo
pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non
ha vanto? —.
Al mondo non fur mai persone
ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com' io, dopo cotai parole
fatte,
venni qua giù del mio beato
scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito
l'hanno".
Poscia che m'ebbe ragionato
questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più
presto.
E venni a te così com' ella
volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar
ti tolse.
Dunque: che è? perché, perché
restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza
non hai,
poscia che tai tre donne
benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti
promette?».
Quali fioretti dal notturno
gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti
in loro stelo,
tal mi fec' io di mia virtude
stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona
franca:
«Oh pietosa colei che mi
soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti
porse!
Tu m'hai con disiderio il cor
disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo
proposto.
Or va, ch'un sol volere è
d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che
mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro.
CANTO III
[Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l'entrata de l'inferno e del fiume d'Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l'auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.]
'Per me si va ne la città
dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta
gente.
Giustizia mosse il mio alto
fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo
amore.
Dinanzi a me non fuor cose
create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi
ch'intrate'.
Queste parole di colore
oscuro
vid' ïo scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso
lor m'è duro».
Ed elli a me, come persona
accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che
qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov' i'
t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de
l'intelletto».
E poi che la sua mano a la mia
puose
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete
cose.
Quivi sospiri, pianti e alti
guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne
lagrimai.
Diverse lingue, orribili
favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di
man con elle
facevano un tumulto, il qual
s'aggira
sempre in quell' aura sanza tempo tinta,
come la rena quando
turbo spira.
E io ch'avea d'error la testa
cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel
duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero
modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza
lodo.
Mischiate sono a quel cattivo
coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé
fuoro.
Caccianli i ciel per non esser
men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei
avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che è tanto
greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto
breve.
Questi non hanno speranza di
morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra
sorte.
Fama di loro il mondo esser non
lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda
e passa».
E io, che riguardai, vidi una
'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea
indegna;
e dietro le venìa sì lunga
tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse
disfatta.
Poscia ch'io v'ebbi alcun
riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran
rifiuto.
Incontanente intesi e certo
fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici
sui.
Questi sciaurati, che mai non
fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran
ivi.
Elle rigavan lor di sangue il
volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era
ricolto.
E poi ch'a riguardar oltre mi
diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or
mi concedi
ch'i' sappia quali sono, e qual
costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com' i' discerno per lo fioco
lume».
Ed elli a me: «Le cose ti fier
conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera
d'Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e
bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi
trassi.
Ed ecco verso noi venir per
nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime
prave!
Non isperate mai veder lo
cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo
e 'n gelo.
E tu che se' costì, anima
viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi
partiva,
disse: «Per altra via, per
altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno
convien che ti porti».
E 'l duca lui: «Caron, non ti
crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non
dimandare».
Quinci fuor quete le lanose
gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di
fiamme rote.
Ma quell' anime, ch'eran lasse
e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole
crude.
Bestemmiavano Dio e lor
parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di
lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante
insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che
Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di
bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque
s'adagia.
Come d'autunno si levan le
foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le
sue spoglie,
similemente il mal seme
d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo
richiamo.
Così sen vanno su per l'onda
bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera
s'auna.
«Figliuol mio», disse 'l
maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui
d'ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo
rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in
disio.
Quinci non passa mai anima
buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo
dir suona».
Finito questo, la buia
campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi
bagna.
La terra lagrimosa diede
vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun
sentimento;
e caddi come l'uom cui sonno piglia.
CANTO IV
[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.]
Ruppemi l'alto sonno ne la
testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza
desta;
e l'occhio riposato intorno
mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov' io
fossi.
Vero è che 'n su la proda mi
trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti
guai.
Oscura e profonda era e
nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna
cosa.
«Or discendiam qua giù nel
cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai
secondo».
E io, che del color mi fui
accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser
conforto?».
Ed elli a me: «L'angoscia de le
genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema
senti.
Andiam, ché la via lunga ne
sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che
l'abisso cigne.
Quivi, secondo che per
ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan
tremare;
ciò avvenia di duol sanza
martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine
e di viri.
Lo buon maestro a me: «Tu non
dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che
più andi,
ch'ei non peccaro; e s'elli
hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede
che tu credi;
e s'e' furon dinanzi al
cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io
medesmo.
Per tai difetti, non per altro
rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in
disio».
Gran duol mi prese al cor
quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo
eran sospesi.
«Dimmi, maestro mio, dimmi,
segnore»,
comincia' io per volere esser certo
di quella fede che vince
ogne errore:
«uscicci mai alcuno, o per suo
merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che 'ntese il mio parlar
coverto,
rispuose: «Io era nuovo in
questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria
coronato.
Trasseci l'ombra del primo
parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e
ubidente;
Abraàm patrïarca e Davìd
re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto
fé,
e altri molti, e feceli
beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran
salvati».
Non lasciavam l'andar perch' ei
dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti
spessi.
Non era lunga ancor la nostra
via
di qua dal sonno, quand' io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre
vincia.
Di lungi n'eravamo ancora un
poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea
quel loco.
«O tu ch'onori scïenzïa e
arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li
diparte?».
E quelli a me: «L'onrata
nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che
sì li avanza».
Intanto voce fu per me
udita:
«Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era
dipartita».
Poi che la voce fu restata e
queta,
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianz' avevan né trista
né lieta.
Lo buon maestro cominciò a
dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì
come sire:
quelli è Omero poeta
sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo
Lucano.
Però che ciascun meco si
convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno
bene».
Così vid' i' adunar la bella
scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila
vola.
Da ch'ebber ragionato insieme
alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di
tanto;
e più d'onore ancora assai mi
fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra
cotanto senno.
Così andammo infino a la
lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com' era 'l parlar colà
dov' era.
Venimmo al piè d'un nobile
castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel
fiumicello.
Questo passammo come terra
dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca
verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e
gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci
soavi.
Traemmoci così da l'un de'
canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti
quanti.
Colà diritto, sovra 'l verde
smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso
m'essalto.
I' vidi Eletra con molti
compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi
grifagni.
Vidi Cammilla e la
Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia
sedea.
Vidi quel Bruto che cacciò
Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l
Saladino.
Poi ch'innalzai un poco più le
ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica
famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li
fanno:
quivi vid' ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso
li stanno;
Democrito che 'l mondo a caso
pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e
Zenone;
e vidi il buono accoglitor del
quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca
morale;
Euclide geomètra e
Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento
feo.
Io non posso ritrar di tutti a
pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il
dir vien meno.
La sesta compagnia in due si
scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura
che trema.
E vegno in parte ove non è che luca.
CANTO V
[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.]
Così discesi del cerchio
primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge
a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e
ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo
ch'avvinghia.
Dico che quando l'anima mal
nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le
peccata
vede qual loco d'inferno è da
essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia
messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno
molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù
volte.
«O tu che vieni al doloroso
ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto
offizio,
«guarda com' entri e di cui tu
ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui:
«Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale
andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non
dimandare».
Or incomincian le dolenti
note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi
percuote.
Io venni in loco d'ogne luce
muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è
combattuto.
La bufera infernal, che mai non
resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li
molesta.
Quando giungon davanti a la
ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la
virtù divina.
Intesi ch'a così fatto
tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al
talento.
E come li stornei ne portan
l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li
spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li
mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor
pena.
E come i gru van cantando lor
lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo
guai,
ombre portate da la detta
briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì
gastiga?».
«La prima di color di cui
novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte
favelle.
A vizio di lussuria fu sì
rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era
condotta.
Ell' è Semiramìs, di cui si
legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan
corregge.
L'altra è colei che s'ancise
amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs
lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto
reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine
combatteo.
Vedi Parìs, Tristano»; e più di
mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita
dipartille.
Poscia ch'io ebbi 'l mio
dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui
quasi smarrito.
I' cominciai: «Poeta,
volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento
esser leggieri».
Ed elli a me: «Vedrai quando
saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena,
ed ei verranno».
Sì tosto come il vento a noi li
piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol
niega!».
Quali colombe dal disio
chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal
voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'
è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso
grido.
«O animal grazïoso e
benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di
sanguigno,
se fosse amico il re de
l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro
mal perverso.
Di quel che udire e che parlar
vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci
tace.
Siede la terra dove nata
fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci
sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto
s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo
ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar
perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non
m'abbandona.
Amor condusse noi ad una
morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor
porte.
Quand' io intesi quell' anime
offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi
disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh
lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso
passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla'
io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e
pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci
sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi
disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior
dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo
dottore.
Ma s'a conoscer la prima
radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange
e dice.
Noi leggiavamo un giorno per
diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun
sospetto.
Per più fïate li occhi ci
sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel
che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato
riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia
diviso,
la bocca mi basciò tutto
tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi
leggemmo avante».
Mentre che l'uno spirto questo
disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io
morisse.
E caddi come corpo morto cade.
CANTO VI
[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.]
Al tornar de la mente, che si
chiuse
dinanzi a la pietà d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi
confuse,
novi tormenti e novi
tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come
che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la
piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'è
nova.
Grandine grossa, acqua tinta e
neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo
riceve.
Cerbero, fiera crudele e
diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è
sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba
unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed
iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come
cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri
profani.
Quando ci scorse Cerbero, il
gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che
tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue
spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose
canne.
Qual è quel cane ch'abbaiando
agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende
e pugna,
cotai si fecer quelle facce
lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber
sorde.
Noi passavam su per l'ombre che
adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par
persona.
Elle giacean per terra tutte
quante,
fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
ch'ella ci vide passarsi
davante.
«O tu che se' per questo
'nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io
disfatto, fatto».
E io a lui: «L'angoscia che tu
hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch'i' ti vedessi
mai.
Ma dimmi chi tu se' che 'n sì
dolente
loco se' messo, e hai sì fatta pena,
che, s'altra è maggio, nulla
è sì spiacente».
Ed elli a me: «La tua città,
ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la
vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste
Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi
fiacco.
E io anima trista non son
sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé
parola.
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo
affanno
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che
verranno
li cittadin de la città
partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta
discordia assalita».
E quelli a me: «Dopo lunga
tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con
molta offensione.
Poi appresso convien che questa
caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che
testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le
fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che
n'aonti.
Giusti son due, e non vi sono
intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori
accesi».
Qui puose fine al lagrimabil
suono.
E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni
e che di più parlar mi facci
dono.
Farinata e 'l Tegghiaio, che
fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben
far puoser li 'ngegni,
dimmi ove sono e fa ch'io li
conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia o lo
'nferno li attosca».
E quelli: «Ei son tra l'anime
più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i
potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce
mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non
ti rispondo».
Li diritti occhi torse allora
in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de
li altri ciechi.
E 'l duca disse a me: «Più non
si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verrà la nimica
podesta:
ciascun rivederà la trista
tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch'in etterno
rimbomba».
Sì trapassammo per sozza
mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la
vita futura;
per ch'io dissi: «Maestro, esti
tormenti
crescerann' ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì
cocenti?».
Ed elli a me: «Ritorna a tua
scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e
così la doglienza.
Tutto che questa gente
maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere
aspetta».
Noi aggirammo a tondo quella
strada,
parlando più assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si
digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
CANTO VII
[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.]
«Pape Satàn, pape Satàn
aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil,
che tutto seppe,
disse per confortarmi: «Non ti
noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender
questa roccia».
Poi si rivolse a quella 'nfiata
labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua
rabbia.
Non è sanza cagion l'andare al
cupo:
vuolsi ne l'alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo
strupo».
Quali dal vento le gonfiate
vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera
crudele.
Così scendemmo ne la quarta
lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che 'l mal de l'universo tutto
insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi
stipa
nove travaglie e pene quant' io viddi?
e perché nostra colpa sì ne
scipa?
Come fa l'onda là sovra
Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui
la gente riddi.
Qui vid' i' gente più
ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand' urli,
voltando pesi
per forza di poppa.
Percotëansi 'ncontro; e poscia
pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e
«Perché burli?».
Così tornavan per lo cerchio
tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso
metro;
poi si volgea ciascun, quand'
era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo
cor quasi compunto,
dissi: «Maestro mio, or mi
dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la
sinistra nostra».
Ed elli a me: «Tutti quanti
fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo
spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro
l'abbaia,
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li
dispaia.
Questi fuor cherci, che non han
coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo
soperchio».
E io: «Maestro, tra questi
cotali
dovre' io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti
mali».
Ed elli a me: «Vano pensiero
aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa
bruni.
In etterno verranno a li due
cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi
crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo
pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci
appulcro.
Or puoi, figliuol, veder la
corta buffa
d'i ben che son commessi a la fortuna,
per che l'umana gente
si rabuffa;
ché tutto l'oro ch'è sotto la
luna
e che già fu, di quest' anime stanche
non poterebbe farne posare
una».
«Maestro mio», diss' io, «or mi
dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo
ha sì tra branche?».
E quelli a me: «Oh creature
sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!
Or vo' che tu mia
sentenza ne 'mbocche.
Colui lo cui saver tutto
trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch'ogne parte ad ogne
parte splende,
distribuendo igualmente la
luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e
duce
che permutasse a tempo li ben
vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i
senni umani;
per ch'una gente impera e
l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba
l'angue.
Vostro saver non ha contasto a
lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri
dèi.
Le sue permutazion non hanno
triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda
consegue.
Quest' è colei ch'è tanto posta
in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e
mala voce;
ma ella s'è beata e ciò non
ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si
gode.
Or discendiamo omai a maggior
pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand' io mi mossi, e 'l troppo
star si vieta».
Noi ricidemmo il cerchio a
l'altra riva
sovr' una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei
deriva.
L'acqua era buia assai più che
persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo giù per una via
diversa.
In la palude va c'ha nome
Stige
questo tristo ruscel, quand' è disceso
al piè de le maligne piagge
grige.
E io, che di mirare stava
inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante
offeso.
Queste si percotean non pur con
mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a
brano a brano.
Lo buon maestro disse: «Figlio,
or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo
credi
che sotto l'acqua è gente che
sospira,
e fanno pullular quest' acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u'
che s'aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi
fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso
fummo:
or ci attristiam ne la belletta
negra".
Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con
parola integra».
Così girammo de la lorda
pozza
grand' arco, tra la ripa secca e 'l mézzo,
con li occhi vòlti a chi
del fango ingozza.
Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.
CANTO VIII
[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l'inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l'ira, massimamente in persona d'uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d'inferno detta Dite.]
Io dico, seguitando, ch'assai
prima
che noi fossimo al piè de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso
a la cima
per due fiammette che i vedemmo
porre,
e un'altra da lungi render cenno,
tanto ch'a pena il potea l'occhio
tòrre.
E io mi volsi al mar di tutto
'l senno;
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell' altro foco? e chi
son quei che 'l fenno?».
Ed elli a me: «Su per le sucide
onde
già scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti
nasconde».
Corda non pinse mai da sé
saetta
che sì corresse via per l'aere snella,
com' io vidi una nave
piccioletta
venir per l'acqua verso noi in
quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: «Or se' giunta,
anima fella!».
«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a
vòto»,
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol
passando il loto».
Qual è colui che grande inganno
ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l'ira
accolta.
Lo duca mio discese ne la
barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand' io fui dentro
parve carca.
Tosto che 'l duca e io nel
legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua più che non suol con
altrui.
Mentre noi corravam la morta
gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se' tu che vieni
anzi ora?».
E io a lui: «S'i' vegno, non
rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son
un che piango».
E io a lui: «Con piangere e con
lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo
tutto».
Allor distese al legno ambo le
mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li
altri cani!».
Lo collo poi con le braccia mi
cinse;
basciommi 'l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n
te s'incinse!
Quei fu al mondo persona
orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s'è l'ombra sua qui
furïosa.
Quanti si tegnon or là sù gran
regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili
dispregi!».
E io: «Maestro, molto sarei
vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del
lago».
Ed elli a me: «Avante che la
proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu
goda».
Dopo ciò poco vid' io quello
strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne
ringrazio.
Tutti gridavano: «A Filippo
Argenti!»;
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co'
denti.
Quivi il lasciammo, che più non
ne narro;
ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio
intento sbarro.
Lo buon maestro disse: «Omai,
figliuolo,
s'appressa la città c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col
grande stuolo».
E io: «Maestro, già le sue
meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco
uscite
fossero». Ed ei mi disse: «Il
foco etterno
ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo
basso inferno».
Noi pur giugnemmo dentro a
l'alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che
ferro fosse.
Non sanza prima far grande
aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui
è l'intrata».
Io vidi più di mille in su le
porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza
morte
va per lo regno de la morta
gente?».
E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar
segretamente.
Allor chiusero un poco il gran
disdegno
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per
questo regno.
Sol si ritorni per la folle
strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha' iscorta sì buia
contrada».
Pensa, lettor, se io mi
sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci
mai.
«O caro duca mio, che più di
sette
volte m'hai sicurtà renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi
stette,
non mi lasciar», diss' io,
«così disfatto;
e se 'l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l'orme
nostre insieme ratto».
E quel segnor che lì m'avea
menato,
mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passo
non ci può tòrre alcun:
da tal n'è dato.
Ma qui m'attendi, e lo spirito
lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascerò nel mondo
basso».
Così sen va, e quivi
m'abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi
tenciona.
Udir non potti quello ch'a lor
porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si
ricorse.
Chiuser le porte que' nostri
avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con
passi rari.
Li occhi a la terra e le ciglia
avea rase
d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
«Chi m'ha negate le
dolenti case!».
E a me disse: «Tu, perch' io
m'adiri,
non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
qual ch'a la difension
dentro s'aggiri.
Questa lor tracotanza non è
nova;
ché già l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si
trova.
Sovr' essa vedestù la scritta
morta:
e già di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza
scorta,
tal che per lui ne fia la terra aperta».
CANTO IX
[Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.]
Quel color che viltà di fuor mi
pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo
ristrinse.
Attento si fermò com' uom
ch'ascolta;
ché l'occhio nol potea menare a lunga
per l'aere nero e per la
nebbia folta.
«Pur a noi converrà vincer la
punga»,
cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».
I' vidi ben sì com' ei
ricoperse
lo cominciar con l'altro che poi venne,
che fur parole a le
prime diverse;
ma nondimen paura il suo dir
dienne,
perch' io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che
non tenne.
«In questo fondo de la trista
conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza
cionca?».
Questa question fec' io; e quei
«Di rado
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per
qual io vado.
Ver è ch'altra fïata qua giù
fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l'ombre a' corpi
sui.
Di poco era di me la carne
nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr' a quel muro,
per trarne un spirto del
cerchio di Giuda.
Quell' è 'l più basso loco e 'l
più oscuro,
e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l cammin;
però ti fa sicuro.
Questa palude che 'l gran puzzo
spira
cigne dintorno la città dolente,
u' non potemo intrare omai sanz'
ira».
E altro disse, ma non l'ho a
mente;
però che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima
rovente,
dove in un punto furon dritte
ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e
atto,
e con idre verdissime eran
cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano
avvinte.
E quei, che ben conobbe le
meschine
de la regina de l'etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci
Erine.
Quest' è Megera dal sinistro
canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e
tacque a tanto.
Con l'unghie si fendea ciascuna
il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch'i' mi strinsi al poeta
per sospetto.
«Vegna Medusa: sì 'l farem di
smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo
l'assalto».
«Volgiti 'n dietro e tien lo
viso chiuso;
ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di
tornar mai suso».
Così disse 'l maestro; ed elli
stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi
chiudessi.
O voi ch'avete li 'ntelletti
sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi
strani.
E già venìa su per le torbide
onde
un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le
sponde,
non altrimenti fatto che d'un
vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz' alcun
rattento
li rami schianta, abbatte e
porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li
pastori.
Li occhi mi sciolse e disse:
«Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove
quel fummo è più acerbo».
Come le rane innanzi a la
nimica
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna
s'abbica,
vid' io più di mille anime
distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le
piante asciutte.
Dal volto rimovea quell' aere
grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell' angoscia parea
lasso.
Ben m'accorsi ch'elli era da
ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch'i' stessi queto ed
inchinassi ad esso.
Ahi quanto mi parea pien di
disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l'aperse, che non v'ebbe
alcun ritegno.
«O cacciati del ciel, gente
dispetta»,
cominciò elli in su l'orribil soglia,
«ond' esta oltracotanza
in voi s'alletta?
Perché recalcitrate a quella
voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v'ha
cresciuta doglia?
Che giova ne le fata dar di
cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e
'l gozzo».
Poi si rivolse per la strada
lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d'omo cui altra cura stringa
e morda
che quella di colui che li è
davante;
e noi movemmo i piedi inver' la terra,
sicuri appresso le parole
sante.
Dentro li 'ntrammo sanz' alcuna
guerra;
e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza
serra,
com' io fui dentro, l'occhio
intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di
tormento rio.
Sì come ad Arli, ove Rodano
stagna,
sì com' a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini
bagna,
fanno i sepulcri tutt' il loco
varo,
così facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era più
amaro;
ché tra li avelli fiamme erano
sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede
verun' arte.
Tutti li lor coperchi eran
sospesi,
e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e
d'offesi.
E io: «Maestro, quai son quelle
genti
che, seppellite dentro da quell' arche,
si fan sentir coi sospiri
dolenti?».
E quelli a me: «Qui son li
eresïarche
con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
più che non credi son le
tombe carche.
Simile qui con simile è
sepolto,
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch'a la man destra si
fu vòlto,
passammo tra i martìri e li alti spaldi.
CANTO X
[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l'inferno e de la pena de li eretici, e in forma d'indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]
Ora sen va per un secreto
calle,
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le
spalle.
«O virtù somma, che per li empi
giri
mi volvi», cominciai, «com' a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei
disiri.
La gente che per li sepolcri
giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt' i coperchi, e nessun guardia
face».
E quelli a me: «Tutti saran
serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno
lasciati.
Suo cimitero da questa parte
hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta
fanno.
Però a la dimanda che mi
faci
quinc' entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi
taci».
E io: «Buon duca, non tegno
riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò
disposto».
«O Tosco che per la città del
foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo
loco.
La tua loquela ti fa
manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo
molesto».
Subitamente questo suono
uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca
mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che
fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l
vedrai».
Io avea già il mio viso nel suo
fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a
gran dispitto.
E l'animose man del duca e
pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien
conte».
Com' io al piè de la sua tomba
fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li
maggior tui?».
Io ch'era d'ubidir
disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;
ond' ei levò le
ciglia un poco in suso;
poi disse: «Fieramente furo
avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li
dispersi».
«S'ei fur cacciati, ei tornar
d'ogne parte»,
rispuos' io lui, «l'una e l'altra fïata;
ma i vostri non
appreser ben quell' arte».
Allor surse a la vista
scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in
ginocchie levata.
Dintorno mi guardò, come
talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto
spento,
piangendo disse: «Se per questo
cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov' è? e perché non è
teco?».
E io a lui: «Da me stesso non
vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a
disdegno».
Le sue parole e 'l modo de la
pena
m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così
piena.
Di sùbito drizzato gridò:
«Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv' elli ancora?
non fiere li occhi suoi
lo dolce lume?».
Quando s'accorse d'alcuna
dimora
ch'io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve
fora.
Ma quell' altro magnanimo, a
cui posta
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua
costa;
e sé continüando al primo
detto,
«S'elli han quell' arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più
che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia
raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'
arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo
regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr' a' miei in ciascuna
sua legge?».
Ond' io a lui: «Lo strazio e 'l
grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel
nostro tempio».
Poi ch'ebbe sospirando il capo
mosso,
«A ciò non fu' io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri
sarei mosso.
Ma fu' io solo, là dove
sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso
aperto».
«Deh, se riposi mai vostra
semenza»,
prega' io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia
sentenza.
El par che voi veggiate, se ben
odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro
modo».
«Noi veggiam, come quei c'ha
mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende
il sommo duce.
Quando s'appressano o son,
tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di
vostro stato umano.
Però comprender puoi che tutta
morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la
porta».
Allor, come di mia colpa
compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co'
vivi ancor congiunto;
e s'i' fui, dianzi, a la
risposta muto,
fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che
m'avete soluto».
E già 'l maestro mio mi
richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con
lu' istava.
Dissemi: «Qui con più di mille
giaccio:
qua dentro è 'l secondo Federico
e 'l Cardinale; e de li altri mi
taccio».
Indi s'ascose; e io inver'
l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea
nemico.
Elli si mosse; e poi, così
andando,
mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo
dimando.
«La mente tua conservi quel
ch'udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e
drizzò 'l dito:
«quando sarai dinanzi al dolce
raggio
di quella il cui bell' occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita
il vïaggio».
Appresso mosse a man sinistra
il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a
una valle fiede,
che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
CANTO XI
[Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.]
In su l'estremità d'un'alta
ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele
stipa;
e quivi, per l'orribile
soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in
dietro, ad un coperchio
d'un grand' avello, ov' io vidi
una scritta
che dicea: 'Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la
via dritta'.
«Lo nostro scender conviene
esser tardo,
sì che s'ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e
poi no i fia riguardo».
Così 'l maestro; e io «Alcun
compenso»,
dissi lui, «trova che 'l tempo non passi
perduto». Ed elli:
«Vedi ch'a ciò penso».
«Figliuol mio, dentro da
cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado,
come que' che lassi.
Tutti son pien di spirti
maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son
costretti.
D'ogne malizia, ch'odio in
cielo acquista,
ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con
frode altrui contrista.
Ma perché frode è de l'uom
proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più
dolor li assale.
Di vïolenti il primo cerchio è
tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e
costrutto.
A Dio, a sé, al prossimo si
pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta
ragione.
Morte per forza e ferute
dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette
dannose;
onde omicide e ciascun che mal
fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse
schiere.
Puote omo avere in sé man
vïolenta
e ne' suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro
si penta
qualunque priva sé del vostro
mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov' esser de'
giocondo.
Puossi far forza ne la
deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua
bontade;
e però lo minor giron
suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor,
favella.
La frode, ond' ogne coscïenza è
morsa,
può l'omo usare in colui che 'n lui fida
e in quel che fidanza non
imborsa.
Questo modo di retro par
ch'incida
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo
s'annida
ipocresia, lusinghe e chi
affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile
lordura.
Per l'altro modo quell' amor
s'oblia
che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si
cria;
onde nel cerchio minore, ov' è
'l punto
de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è
consunto».
E io: «Maestro, assai chiara
procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e 'l popol
ch'e' possiede.
Ma dimmi: quei de la palude
pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con
sì aspre lingue,
perché non dentro da la città
roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a
tal foggia?».
Ed elli a me «Perché tanto
delira»,
disse, «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove
altrove mira?
Non ti rimembra di quelle
parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel
non vole,
incontenenza, malizia e la
matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo
accatta?
Se tu riguardi ben questa
sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon
penitenza,
tu vedrai ben perché da questi
felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li
martelli».
«O sol che sani ogne vista
turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver,
dubbiar m'aggrata.
Ancora in dietro un poco ti
rivolvi»,
diss' io, «là dove di' ch'usura offende
la divina bontade, e 'l
groppo solvi».
«Filosofia», mi disse, «a chi
la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso
prende
dal divino 'ntelletto e da sua
arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte
carte,
che l'arte vostra quella,
quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
sì che vostr' arte a
Dio quasi è nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a
mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la
gente;
e perché l'usuriere altra via
tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la
spene.
Ma seguimi oramai che 'l gir mi
piace;
ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l
Coro giace,
e 'l balzo via là oltra si dismonta».
CANTO XII
[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]
Era lo loco ov' a scender la
riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er' anco,
tal, ch'ogne vista ne
sarebbe schiva.
Qual è quella ruina che nel
fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno
manco,
che da cima del monte, onde si
mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi sù
fosse:
cotal di quel burrato era la
scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamïa di Creti era
distesa
che fu concetta ne la falsa
vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l'ira dentro
fiacca.
Lo savio mio inver' lui gridò:
«Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che sù nel mondo la morte ti
porse?
Pàrtiti, bestia, ché questi non
vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre
pene».
Qual è quel toro che si slaccia
in quella
c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là
saltella,
vid' io lo Minotauro far
cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch'e' 'nfuria, è
buon che tu ti cale».
Così prendemmo via giù per lo
scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo
novo carco.
Io gia pensando; e quei disse:
«Tu pensi
forse a questa ruina, ch'è guardata
da quell' ira bestial ch'i'
ora spensi.
Or vo' che sappi che l'altra
fïata
ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor
cascata.
Ma certo poco pria, se ben
discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio
superno,
da tutte parti l'alta valle
feda
tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual è
chi creda
più volte il mondo in caòsso
converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece
riverso.
Ma ficca li occhi a valle, ché
s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza
in altrui noccia».
Oh cieca cupidigia e ira
folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi sì mal
c'immolle!
Io vidi un'ampia fossa in arco
torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la
mia scorta;
e tra 'l piè de la ripa ed
essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo
andare a caccia.
Veggendoci calar, ciascun
ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima
elette;
e l'un gridò da lungi: «A qual
martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco
tiro».
Lo mio maestro disse: «La
risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre
sì tosta».
Poi mi tentò, e disse: «Quelli
è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli
stesso.
E quel di mezzo, ch'al petto si
mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell' altro è Folo, che fu
sì pien d'ira.
Dintorno al fosso vanno a mille
a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa
sortille».
Noi ci appressammo a quelle
fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in
dietro a le mascelle.
Quando s'ebbe scoperta la gran
bocca,
disse a' compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò
ch'el tocca?
Così non soglion far li piè d'i
morti».
E 'l mio buon duca, che già li er' al petto,
dove le due nature
son consorti,
rispuose: «Ben è vivo, e sì
soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità 'l ci 'nduce, e non
diletto.
Tal si partì da cantare
alleluia
che mi commise quest' officio novo:
non è ladron, né io anima
fuia.
Ma per quella virtù per cu' io
movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi
siamo a provo,
e che ne mostri là dove si
guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l'aere
vada».
Chirón si volse in su la destra
poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s'altra schiera
v'intoppa».
Or ci movemmo con la scorta
fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte
strida.
Io vidi gente sotto infino al
ciglio;
e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni
che dier nel sangue e ne
l'aver di piglio.
Quivi si piangon li spietati
danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi
anni.
E quella fronte c'ha 'l pel
così nero,
è Azzolino; e quell' altro ch'è biondo,
è Opizzo da Esti, il
qual per vero
fu spento dal figliastro sù nel
mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e
io secondo».
Poco più oltre il centauro
s'affisse
sovr' una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame
uscisse.
Mostrocci un'ombra da l'un
canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi
ancor si cola».
Poi vidi gente che di fuor del
rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb'
io.
Così a più a più si facea
basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il
nostro passo.
«Sì come tu da questa parte
vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse 'l centauro, «voglio che tu
credi
che da quest' altra a più a più
giù prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien
che gema.
La divina giustizia di qua
punge
quell' Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in
etterno munge
le lagrime, che col bollor
diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta
guerra».
Poi si rivolse e ripassossi 'l guazzo.
CANTO XIII
[Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]
Non era ancor di là Nesso
arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era
segnato.
Non fronda verde, ma di color
fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi
con tòsco.
Non han sì aspri sterpi né sì
folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i
luoghi cólti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi
fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro
danno.
Ali hanno late, e colli e visi
umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li
alberi strani.
E 'l buon maestro «Prima che
più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai
mentre
che tu verrai ne l'orribil
sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio
sermone».
Io sentia d'ogne parte trarre
guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito
m'arrestai.
Cred' ïo ch'ei credette ch'io
credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi
si nascondesse.
Però disse 'l maestro: «Se tu
tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran
tutti monchi».
Allor porsi la mano un poco
avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché
mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue
bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade
alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti
sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di
serpi».
Come d'un stizzo verde ch'arso
sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va
via,
sì de la scheggia rotta usciva
insieme
parole e sangue; ond' io lasciai la cima
cadere, e stetti come
l'uom che teme.
«S'elli avesse potuto creder
prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia
rima,
non averebbe in te la man
distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso
pesa.
Ma dilli chi tu fosti, sì che
'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li
lece».
E 'l tronco: «Sì col dolce dir
m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a
ragionar m'inveschi.
Io son colui che tenni ambo le
chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì
soavi,
che dal secreto suo quasi ogn'
uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni
e ' polsi.
La meretrice che mai da
l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti
vizio,
infiammò contra me li animi
tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in
tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso
gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me
giusto.
Per le nove radici d'esto
legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì
degno.
E se di voi alcun nel mondo
riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le
diede».
Un poco attese, e poi «Da ch'el
si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a
lui, se più ti piace».
Ond' ïo a lui: «Domandal tu
ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta
pietà m'accora».
Perciò ricominciò: «Se l'om ti
faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor
ti piaccia
di dirne come l'anima si
lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si
spiega».
Allor soffiò il tronco forte, e
poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a
voi.
Quando si parte l'anima
feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la
settima foce.
Cade in la selva, e non l'è
parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di
spelta.
Surge in vermena e in pianta
silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al
dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre
spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò
ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la
mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua
molesta».
Noi eravamo ancora al tronco
attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor
sorpresi,
similemente a colui che
venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le
frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra
costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne
rosta.
Quel dinanzi: «Or accorri,
accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì
non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal
Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un
groppo.
Di rietro a loro era la selva
piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di
catena.
In quel che s'appiattò miser li
denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra
dolenti.
Presemi allor la mia scorta per
mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in
vano.
«O Iacopo», dicea, «da Santo
Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita
rea?».
Quando 'l maestro fu sovr' esso
fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso
sermo?».
Ed elli a noi: «O anime che
giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me
disgiunte,
raccoglietele al piè del tristo
cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò 'l primo padrone; ond' ei
per questo
sempre con l'arte sua la farà
trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna
vista,
que' cittadin che poi la
rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare
indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case».
CANTO XIV
[Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.]
Poi che la carità del natio
loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era già
fioco.
Indi venimmo al fine ove si
parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil
arte.
A ben manifestar le cose
nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta
rimove.
La dolorosa selva l'è
ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a
randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e
spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' piè di Caton già
soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu
dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi
mei!
D'anime nude vidi molte
gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa
legge.
Supin giacea in terra alcuna
gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava
continüamente.
Quella che giva 'ntorno era più
molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua
sciolta.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un
cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza
vento.
Quali Alessandro in quelle
parti calde
d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra
salde,
per ch'ei provide a scalpitar
lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre
ch'era solo:
tale scendeva l'etternale
ardore;
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo
dolore.
Sanza riposo mai era la
tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l'arsura
fresca.
I' cominciai: «Maestro, tu che
vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta
incontra uscinci,
chi è quel grande che non par
che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par
che 'l marturi?».
E quel medesmo, che si fu
accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal
son morto.
Se Giove stanchi 'l suo fabbro
da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo dì percosso
fui;
o s'elli stanchi li altri a
muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano,
aiuta, aiuta!",
sì com' el fece a la pugna di
Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta
allegra».
Allora il duca mio parlò di
forza
tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non
s'ammorza
la tua superbia, se' tu più
punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor
compito».
Poi si rivolse a me con miglior
labbia,
dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e
par ch'elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che
'l pregi;
ma, com' io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai
debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che
non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li
piedi stretti».
Tacendo divenimmo là 've
spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi
raccapriccia.
Quale del Bulicame esce
ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen
giva quello.
Lo fondo suo e ambo le
pendici
fatt' era 'n pietra, e ' margini da lato;
per ch'io m'accorsi che
'l passo era lici.
«Tra tutto l'altro ch'i' t'ho
dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno
è negato,
cosa non fu da li tuoi occhi
scorta
notabile com' è 'l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle
ammorta».
Queste parole fuor del duca
mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avëa il
disio.
«In mezzo mar siede un paese
guasto»,
diss' elli allora, «che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già
'l mondo casto.
Una montagna v'è che già fu
lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa
vieta.
Rëa la scelse già per cuna
fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far
le grida.
Dentro dal monte sta dritto un
gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come
süo speglio.
La sua testa è di fin oro
formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a
la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro
eletto,
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel, più che
'n su l'altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l'oro,
è rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella
grotta.
Lor corso in questa valle si
diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa
stretta doccia,
infin, là dove più non si
dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui
non si conta».
E io a lui: «Se 'l presente
rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo
vivagno?».
Ed elli a me: «Tu sai che 'l
loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando
al fondo,
non se' ancor per tutto 'l
cerchio vòlto;
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia
al tuo volto».
E io ancor: «Maestro, ove si
trova
Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta
piova».
«In tutte tue question certo mi
piaci»,
rispuose, «ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una
che tu faci.
Letè vedrai, ma fuor di questa
fossa,
là dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è
rimossa».
Poi disse: «Omai è tempo da
scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che
non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne».
CANTO XV
[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.]
Ora cen porta l'un de' duri
margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva
l'acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante
e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver' lor s'avventa,
fanno lo schermo
perché 'l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la
Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo
senta:
a tale imagine eran fatti
quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro
félli.
Già eravam da la selva
rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov' era,
perch' io in dietro rivolto
mi fossi,
quando incontrammo d'anime una
schiera
che venian lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da
sera
guardare uno altro sotto nuova
luna;
e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la
cruna.
Così adocchiato da cotal
famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual
maraviglia!».
E io, quando 'l suo braccio a
me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che 'l viso
abbrusciato non difese
la conoscenza süa al mio
'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui,
ser Brunetto?».
E quelli: «O figliuol mio, non
ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia
andar la traccia».
I' dissi lui: «Quanto posso,
ven preco;
e se volete che con voi m'asseggia,
faròl, se piace a costui
che vo seco».
«O figliuol», disse, «qual di
questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent' anni
sanz' arrostarsi
quando 'l foco il feggia.
Però va oltre: i' ti verrò a'
panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni
danni».
Io non osava scender de la
strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com' uom che reverente
vada.
El cominciò: «Qual fortuna o
destino
anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra 'l
cammino?».
«Là sù di sopra, in la vita
serena»,
rispuos' io lui, «mi smarri' in una valle,
avanti che l'età mia
fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le
spalle:
questi m'apparve, tornand' ïo in quella,
e reducemi a ca per
questo calle».
Ed elli a me: «Se tu segui tua
stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m'accorsi ne la vita
bella;
e s'io non fossi sì per tempo
morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t'avrei a l'opera
conforto.
Ma quello ingrato popolo
maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e
del macigno,
ti si farà, per tuo ben far,
nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al
dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li
chiama orbi;
gent' è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu
ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti
serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal
becco l'erba.
Faccian le bestie fiesolane
strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in
lor letame,
in cui riviva la sementa
santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia
tanta».
«Se fosse tutto pieno il mio
dimando»,
rispuos' io lui, «voi non sareste ancora
de l'umana natura posto
in bando;
ché 'n la mente m'è fitta, e or
m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora
ad ora
m'insegnavate come l'uom
s'etterna:
e quant' io l'abbia in grado, mentr' io vivo
convien che ne la
mia lingua si scerna.
Ciò che narrate di mio corso
scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s'a lei
arrivo.
Tanto vogl' io che vi sia
manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch'a la Fortuna, come vuol,
son presto.
Non è nuova a li orecchi miei
tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua
marra».
Lo mio maestro allora in su la
gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi
la nota».
Né per tanto di men parlando
vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più
sommi.
Ed elli a me: «Saper d'alcuno è
buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché 'l tempo saria corto a tanto
suono.
In somma sappi che tutti fur
cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo
lerci.
Priscian sen va con quella
turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal
tigna brama,
colui potei che dal servo de'
servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi
nervi.
Di più direi; ma 'l venire e 'l
sermone
più lungo esser non può, però ch'i' veggio
là surger nuovo fummo
del sabbione.
Gente vien con la quale esser
non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e
più non cheggio».
Poi si rivolse, e parve di
coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di
costoro
quelli che vince, non colui che perde.
CANTO XVI
[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]
Già era in loco onde s'udia 'l
rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie
fanno rombo,
quando tre ombre insieme si
partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro
martiro.
Venian ver' noi, e ciascuna
gridava:
«Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri
essere alcun di nostra terra
prava».
Ahimè, che piaghe vidi ne' lor
membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i'
me ne rimembri.
A le lor grida il mio dottor
s'attese;
volse 'l viso ver' me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole
esser cortese.
E se non fosse il foco che
saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la
fretta».
Ricominciar, come noi restammo,
ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti
e trei.
Qual sogliono i campion far
nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor
battuti e punti,
così rotando, ciascuno il
visaggio
drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
faceva ai piè continüo
vïaggio.
E «Se miseria d'esto loco
sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l'uno, «e 'l tinto
aspetto e brollo,
la fama nostra il tuo animo
pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
così sicuro per lo 'nferno
freghi.
Questi, l'orme di cui pestar mi
vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non
credi:
nepote fu de la buona
Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e
con la spada.
L'altro, ch'appresso me la rena
trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser
gradita.
E io, che posto son con loro in
croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch'altro mi
nuoce».
S'i' fossi stato dal foco
coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avria
sofferto;
ma perch' io mi sarei brusciato
e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea
ghiotto.
Poi cominciai: «Non dispetto,
ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si
dispoglia,
tosto che questo mio segnor mi
disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente
venisse.
Di vostra terra sono, e sempre
mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e
ascoltai.
Lascio lo fele e vo per dolci
pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien
ch'i' tomi».
«Se lungamente l'anima
conduca
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te
luca,
cortesia e valor dì se
dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n'è gita
fora;
ché Guiglielmo Borsiere, il
qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con
le sue parole».
«La gente nuova e i sùbiti
guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già
ten piagni».
Così gridai con la faccia
levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com'
al ver si guata.
«Se l'altre volte sì poco ti
costa»,
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua
posta!
Però, se campi d'esti luoghi
bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere "I'
fui",
fa che di noi a la gente
favelle».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro
isnelle.
Un amen non saria possuto
dirsi
tosto così com' e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di
partirsi.
Io lo seguiva, e poco eravam
iti,
che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena
uditi.
Come quel fiume c'ha proprio
cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa
d'Apennino,
che si chiama Acquacheta suso,
avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è
vacante,
rimbomba là sovra San
Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser
recetto;
così, giù d'una ripa
discoscesa,
trovammo risonar quell' acqua tinta,
sì che 'n poc' ora avria
l'orecchia offesa.
Io avea una corda intorno
cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle
dipinta.
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me
sciolta,
sì come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e
ravvolta.
Ond' ei si volse inver' lo
destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell'
alto burrato.
«E' pur convien che novità
risponda»,
dicea fra me medesmo, «al novo cenno
che 'l maestro con
l'occhio sì seconda».
Ahi quanto cauti li uomini
esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i
pensier miran col senno!
El disse a me: «Tosto verrà di
sovra
ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch'al
tuo viso si scovra».
Sempre a quel ver c'ha faccia
di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
però che sanza
colpa fa vergogna;
ma qui tacer nol posso; e per
le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga
grazia vòte,
ch'i' vidi per quell' aere
grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor
sicuro,
sì come torna colui che va
giuso
talora a solver l'àncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare
è chiuso,
che 'n sù si stende e da piè si rattrappa.
CANTO XVII
[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l'ottavo cerchio de l'inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra '1 quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]
«Ecco la fiera con la coda
aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l
mondo appuzza!».
Sì cominciò lo mio duca a
parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d'i passeggiati
marmi.
E quella sozza imagine di
froda
sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse
la coda.
La faccia sua era faccia d'uom
giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro
fusto;
due branche avea pilose insin
l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e
di rotelle.
Con più color, sommesse e
sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per
Aragne imposte.
Come talvolta stanno a riva i
burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li
Tedeschi lurchi
lo bivero s'assetta a far sua
guerra,
così la fiera pessima si stava
su l'orlo ch'è di pietra e 'l
sabbion serra.
Nel vano tutta sua coda
guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta
armava.
Lo duca disse: «Or convien che
si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si
corca».
Però scendemmo a la destra
mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la
fiammella.
E quando noi a lei venuti
semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco
scemo.
Quivi 'l maestro «Acciò che
tutta piena
esperïenza d'esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor
mena.
Li tuoi ragionamenti sian là
corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri
forti».
Così ancor su per la strema
testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente
mesta.
Per li occhi fora scoppiava lor
duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al
caldo suolo:
non altrimenti fan di state i
cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da
tafani.
Poi che nel viso a certi li
occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io
m'accorsi
che dal collo a ciascun pendea
una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro
occhio si pasca.
E com' io riguardando tra lor
vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e
contegno.
Poi, procedendo di mio sguardo
il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca più
che burro.
E un che d'una scrofa azzurra e
grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in
questa fossa?
Or te ne va; e perché se' vivo
anco,
sappi che 'l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro
fianco.
Con questi Fiorentin son
padoano:
spesse fïate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier
sovrano,
che recherà la tasca con tre
becchi!"».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che
'l naso lecchi.
E io, temendo no 'l più star
crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da
l'anime lasse.
Trova' il duca mio ch'era
salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e
ardito.
Omai si scende per sì fatte
scale;
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa
far male».
Qual è colui che sì presso ha
'l riprezzo
de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
e triema tutto pur
guardando 'l rezzo,
tal divenn' io a le parole
porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa
servo forte.
I' m'assettai in su quelle
spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com' io credetti: 'Fa che tu
m'abbracce'.
Ma esso, ch'altra volta mi
sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi
sostenne;
e disse: «Gerïon, moviti
omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu
hai».
Come la navicella esce di
loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si sentì a
gioco,
là 'v' era 'l petto, la coda
rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a sé
raccolse.
Maggior paura non credo che
fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor,
si cosse;
né quando Icaro misero le
reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via
tieni!»,
che fu la mia, quando vidi
ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la
fera.
Ella sen va notando lenta
lenta;
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto
mi venta.
Io sentia già da la man destra
il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n giù
la testa sporgo.
Allor fu' io più timido a lo
stoscio,
però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond' io tremando tutto mi
raccoscio.
E vidi poi, ché nol vedea
davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da
diversi canti.
Come 'l falcon ch'è stato assai
su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu
cali!»,
discende lasso onde si move
isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e
fello;
così ne puose al fondo
Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre
persone,
si dileguò come da corda cocca.
CANTO XVIII
[Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de' ruffiani e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco e Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.]
Luogo è in inferno detto
Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno
il volge.
Nel dritto mezzo del campo
maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco
dicerò l'ordigno.
Quel cinghio che rimane adunque
è tondo
tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci
valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le
mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende
figura,
tale imagine quivi facean
quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son
ponticelli,
così da imo de la roccia
scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i
tronca e raccogli.
In questo luogo, de la schiena
scossi
di Gerïon, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi
mossi.
A la man destra vidi nova
pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era
repleta.
Nel fondo erano ignudi i
peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di là con noi, ma
con passi maggiori,
come i Roman per l'essercito
molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo
colto,
che da l'un lato tutti hanno la
fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro,
da l'altra sponda vanno
verso 'l monte.
Di qua, di là, su per lo sasso
tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di
retro.
Ahi come facean lor levar le
berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le
terze.
Mentr' io andava, li occhi miei
in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son
digiuno».
Per ch'ïo a figurarlo i piedi
affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in
dietro gissi.
E quel frustato celar si
credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: «O tu che
l'occhio a terra gette,
se le fazion che porti non son
false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti
salse?».
Ed elli a me: «Mal volontier lo
dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo
antico.
I' fui colui che la
Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la
sconcia novella.
E non pur io qui piango
bolognese;
anzi n'è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora
apprese
a dicer 'sipa' tra Sàvena e
Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro
seno».
Così parlando il percosse un
demonio
de la sua scurïada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da
conio».
I' mi raggiunsi con la scorta
mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là 'v' uno scoglio de la ripa
uscia.
Assai leggeramente quel
salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie
etterne ci partimmo.
Quando noi fummo là dov' el
vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e
fa che feggia
lo viso in te di quest' altri
mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi
insieme andati».
Del vecchio ponte guardavam la
traccia
che venìa verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente
scaccia.
E 'l buon maestro, sanza mia
dimanda,
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par
lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor
ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton
privati féne.
Ello passò per l'isola di
Lenno
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte
dienno.
Ivi con segni e con parole
ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre
ingannate.
Lasciolla quivi, gravida,
soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa
vendetta.
Con lui sen va chi da tal parte
inganna;
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n sé
assanna».
Già eravam là 've lo stretto
calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr' arco
spalle.
Quindi sentimmo gente che si
nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme
picchia.
Le ripe eran grommate d'una
muffa,
per l'alito di giù che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso
facea zuffa.
Lo fondo è cupo sì, che non ci
basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio più
sovrasta.
Quivi venimmo; e quindi giù nel
fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea
mosso.
E mentre ch'io là giù con
l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s'era
laico o cherco.
Quei mi sgridò: «Perché se' tu
sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché,
se ben ricordo,
già t'ho veduto coi capelli
asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
però t'adocchio più che li
altri tutti».
Ed elli allor, battendosi la
zucca:
«Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
ond' io non ebbi mai la
lingua stucca».
Appresso ciò lo duca «Fa che
pinghe»,
mi disse, «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con
l'occhio attinghe
di quella sozza e scapigliata
fante
che là si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora è in
piedi stante.
Taïde è, la puttana che
rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi
maravigliose!".
E quinci sian le nostre viste sazie».
CANTO XIX
[Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Niccola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de l'inferno.]
O Simon mago, o miseri
seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi
rapaci
per oro e per argento
avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza
bolgia state.
Già eravamo, a la seguente
tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l
fosso piomba.
O somma sapïenza, quanta è
l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua
virtù comparte!
Io vidi per le coste e per lo
fondo
piena la pietra livida di fóri,
d'un largo tutti e ciascun era
tondo.
Non mi parean men ampi né
maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i
battezzatori;
l'un de li quali, ancor non è
molt' anni,
rupp' io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel
ch'ogn' omo sganni.
Fuor de la bocca a ciascun
soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e
l'altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese
intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien
ritorte e strambe.
Qual suole il fiammeggiar de le
cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a
le punte.
«Chi è colui, maestro, che si
cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss' io, «e cui più
roggia fiamma succia?».
Ed elli a me: «Se tu vuo' ch'i'
ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de'
suoi torti».
E io: «Tanto m'è bel, quanto a
te piace:
tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai
quel che si tace».
Allor venimmo in su l'argine
quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato
e arto.
Lo buon maestro ancor de la sua
anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la
zanca.
«O qual che se' che 'l di sù
tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia' io a dir, «se
puoi, fa motto».
Io stava come 'l frate che
confessa
lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
richiama lui per che la
morte cessa.
Ed el gridò: «Se' tu già costì
ritto,
se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo
scritto.
Se' tu sì tosto di quell' aver
sazio
per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
la bella donna, e poi di
farne strazio?».
Tal mi fec' io, quai son color
che stanno,
per non intender ciò ch'è lor risposto,
quasi scornati, e
risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: «Dilli
tosto:
"Non son colui, non son colui che credi"»;
e io rispuosi come a me
fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse
i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me
richiedi?
Se di saper ch'i' sia ti cal
cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran
manto;
e veramente fui figliuol de
l'orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l'avere e qui me misi in
borsa.
Di sotto al capo mio son li
altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra
piatti.
Là giù cascherò io altresì
quando
verrà colui ch'i' credea che tu fossi,
allor ch'i' feci 'l sùbito
dimando.
Ma più è 'l tempo già che i piè
mi cossi
e ch'i' son stato così sottosopra,
ch'el non starà piantato coi
piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida
opra,
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me
ricuopra.
Nuovo Iasón sarà, di cui si
legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi
Francia regge».
Io non so s'i' mi fui qui
troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì:
quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san
Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non
"Viemmi retro".
Né Pier né li altri tolsero a
Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l'anima
ria.
Però ti sta, ché tu se' ben
punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo
ardito.
E se non fosse ch'ancor lo mi
vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita
lieta,
io userei parole ancor più
gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e
sollevando i pravi.
Di voi pastor s'accorse il
Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a
lui fu vista;
quella che con le sette teste
nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito
piacque.
Fatto v'avete dio d'oro e
d'argento;
e che altro è da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne
orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal
fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo
ricco patre!».
E mentr' io li cantava cotai
note,
o ira o coscïenza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le
piote.
I' credo ben ch'al mio duca
piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere
espresse.
Però con ambo le braccia mi
prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimontò per la via onde
discese.
Né si stancò d'avermi a sé
distretto,
sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto
argine è tragetto.
Quivi soavemente spuose il
carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro
varco.
Indi un altro vallon mi fu scoperto.
CANTO XX
[Canto XX, dove si tratta de l'indovini e sortilegi e de l'incantatori, e de l'origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.]
Di nova pena mi conven far
versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch'è d'i
sommersi.
Io era già disposto tutto
quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso
pianto;
e vidi gente per lo vallon
tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo
mondo.
Come 'l viso mi scese in lor
più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l
principio del casso,
ché da le reni era tornato 'l
volto,
e in dietro venir li convenia,
perché 'l veder dinanzi era lor
tolto.
Forse per forza già di
parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che
sia.
Se Dio ti lasci, lettor,
prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com' io potea tener
lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di
presso
vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo
fesso.
Certo io piangea, poggiato a un
de' rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se' tu
de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand' è ben
morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion
comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi
a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti:
"Dove rui,
Anfïarao? perché lasci la
guerra?".
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno
afferra.
Mira c'ha fatto petto de le
spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso
calle.
Vedi Tiresia, che mutò
sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte
quante;
e prima, poi, ribatter li
convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili
penne.
Aronta è quel ch'al ventre li
s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto
alberga,
ebbe tra ' bianchi marmi la
spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar non li era la
veduta tronca.
E quella che ricuopre le
mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa
pelle,
Manto fu, che cercò per terre
molte;
poscia si puose là dove nacqu' io;
onde un poco mi piace che
m'ascolte.
Poscia che 'l padre suo di vita
uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo
gio.
Suso in Italia bella giace un
laco,
a piè de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome
Benaco.
Per mille fonti, credo, e più
si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco
stagna.
Loco è nel mezzo là dove 'l
trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse
quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte
arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno più
discese.
Ivi convien che tutto quanto
caschi
ciò che 'n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per
verdi paschi.
Tosto che l'acqua a correr
mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade
in Po.
Non molto ha corso, ch'el trova
una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor
esser grama.
Quindi passando la vergine
cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti
nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio
umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo
corpo vano.
Li uomini poi che 'ntorno erano
sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da
tutte parti.
Fer la città sovra quell' ossa
morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Mantüa l'appellar sanz' altra
sorte.
Già fuor le genti sue dentro
più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno
ricevesse.
Però t'assenno che, se tu mai
odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna
frodi».
E io: «Maestro, i tuoi
ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien
carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che
procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente
rifiede».
Allor mi disse: «Quel che da la
gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu — quando Grecia fu di maschi
vòta,
sì ch'a pena rimaser per le
cune —
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima
fune.
Euripilo ebbe nome, e così 'l
canta
l'alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta
quanta.
Quell' altro che ne' fianchi è
così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l
gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi
Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si
pente.
Vedi le triste che lasciaron
l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con
imago.
Ma vienne omai, ché già tiene
'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le
spine;
e già iernotte fu la luna
tonda:
ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva
fonda».
Sì mi parlava, e andavamo introcque.
CANTO XXI
[Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l'offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.]
Così di ponte in ponte, altro
parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo,
quando
restammo per veder l'altra
fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente
oscura.
Quale ne l'arzanà de'
Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non
sani,
ché navicar non ponno — in
quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più
vïaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da
poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon
rintoppa — :
tal, non per foco ma per divin'
arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne
parte.
I' vedea lei, ma non vedëa in
essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder
compressa.
Mentr' io là giù fisamente
mirava,
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco
dov' io stava.
Allor mi volsi come l'uom cui
tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita
sgagliarda,
che, per veder, non indugia 'l
partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio
venire.
Ahi quant' elli era ne
l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e
sovra i piè leggero!
L'omero suo, ch'era aguto e
superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' piè
ghermito 'l nerbo.
Del nostro ponte disse: «O
Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i'
torno per anche
a quella terra, che n'è ben
fornita:
ogn' uom v'è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar,
vi si fa ita».
Là giù 'l buttò, e per lo
scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a
seguitar lo furo.
Quel s'attuffò, e tornò sù
convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha
loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel
Serchio!
Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola
soverchio».
Poi l'addentar con più di cento
raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi,
nascosamente accaffi».
Non altrimenti i cuoci a' lor
vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché
non galli.
Lo buon maestro «Acciò che non
si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t'acquatta
dopo uno scheggio,
ch'alcun schermo t'aia;
e per nulla offension che mi
sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch' altra volta fui a
tal baratta».
Poscia passò di là dal co del
ponte;
e com' el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura
fronte.
Con quel furore e con quella
tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove
s'arresta,
usciron quei di sotto al
ponticello,
e volser contra lui tutt' i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di
voi sia fello!
Innanzi che l'uncin vostro mi
pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si
consigli».
Tutti gridaron: «Vada
Malacoda!»;
per ch'un si mosse — e li altri stetter fermi —
e venne a lui
dicendo: «Che li approda?».
«Credi tu, Malacoda, qui
vedermi
esser venuto», disse 'l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri
schermi,
sanza voler divino e fato
destro?
Lascian' andar, ché nel cielo è voluto
ch'i' mostri altrui questo
cammin silvestro».
Allor li fu l'orgoglio sì
caduto,
ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri:
«Omai non sia feruto».
E 'l duca mio a me: «O tu che
siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti
riedi».
Per ch'io mi mossi e a lui
venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch'io temetti ch'ei
tenesser patto;
così vid' ïo già temer li
fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici
cotanti.
I' m'accostai con tutta la
persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor
ch'era non buona.
Ei chinavan li raffi e «Vuo'
che 'l tocchi»,
diceva l'un con l'altro, «in sul groppone?».
E rispondien:
«Sì, fa che gliel' accocchi».
Ma quel demonio che tenea
sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa,
Scarmiglione!».
Poi disse a noi: «Più oltre
andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al
fondo l'arco sesto.
E se l'andare avante pur vi
piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via
face.
Ier, più oltre cinqu' ore che
quest' otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu
rotta.
Io mando verso là di questi
miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno
rei».
«Tra'ti avante, Alichino, e
Calcabrina»,
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la
decina.
Libicocco vegn' oltre e
Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante
pazzo.
Cercate 'ntorno le boglienti
pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va
sovra le tane».
«Omè, maestro, che è quel ch'i'
veggio?»,
diss' io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i'
per me non la cheggio.
Se tu se' sì accorto come
suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian
duoli?».
Ed elli a me: «Non vo' che tu
paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno ciò per li lessi
dolenti».
Per l'argine sinistro volta
dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca,
per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
CANTO XXII
[Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de' barattieri in persona d'uno navarrese, e de' barattieri medesimi questo canta.]
Io vidi già cavalier muover
campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro
scampo;
corridor vidi per la terra
vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr
giostra;
quando con trombe, e quando con
campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con
istrane;
né già con sì diversa
cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di
stella.
Noi andavam con li diece
demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi
ghiottoni.
Pur a la pegola era la mia
'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era
incesa.
Come i dalfini, quando fanno
segno
a' marinar con l'arco de la schiena
che s'argomentin di campar lor
legno,
talor così, ad alleggiar la
pena,
mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso
e nascondea in men che non
balena.
E come a l'orlo de l'acqua d'un
fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e
l'altro grosso,
sì stavan d'ogne parte i
peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i
bollori.
I' vidi, e anco il cor me
n'accapriccia,
uno aspettar così, com' elli 'ncontra
ch'una rana rimane e
l'altra spiccia;
e Graffiacan, che li era più di
contra,
li arruncigliò le 'mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una
lontra.
I' sapea già di tutti quanti 'l
nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi
come.
«O Rubicante, fa che tu li
metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i
maladetti.
E io: «Maestro mio, fa, se tu
puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari
suoi».
Lo duca mio li s'accostò
allato;
domandollo ond' ei fosse, e quei rispuose:
«I' fui del regno di
Navarra nato.
Mia madre a servo d'un segnor
mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue
cose.
Poi fui famiglia del buon re
Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch'io rendo ragione in questo
caldo».
E Cirïatto, a cui di bocca
uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l'una
sdruscia.
Tra male gatte era venuto 'l
sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: «State in là,
mentr' io lo 'nforco».
E al maestro mio volse la
faccia;
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima
ch'altri 'l disfaccia».
Lo duca dunque: «Or dì: de li
altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I'
mi partii,
poco è, da un che fu di là
vicino.
Così foss' io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia né
uncino!».
E Libicocco «Troppo avem
sofferto»,
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
sì che, stracciando,
ne portò un lacerto.
Draghignazzo anco i volle dar
di piglio
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno
con mal piglio.
Quand' elli un poco rappaciati
fuoro,
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domandò 'l duca mio sanza
dimoro:
«Chi fu colui da cui mala
partita
di' che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate
Gomita,
quel di Gallura, vasel d'ogne
froda,
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se
ne loda.
Danar si tolse e lasciolli di
piano,
sì com' e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non
picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel
Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono
stanche.
Omè, vedete l'altro che
digrigna;
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi
la tigna».
E 'l gran proposto, vòlto a
Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti 'n costà,
malvagio uccello!».
«Se voi volete vedere o
udire»,
ricominciò lo spaürato appresso,
«Toschi o Lombardi, io ne farò
venire;
ma stieno i Malebranche un poco
in cesso,
sì ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo
loco stesso,
per un ch'io son, ne farò venir
sette
quand' io suffolerò, com' è nostro uso
di fare allor che fori alcun
si mette».
Cagnazzo a cotal motto levò 'l
muso,
crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia
ch'elli ha pensata per
gittarsi giuso!».
Ond' ei, ch'avea lacciuoli a
gran divizia,
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand' io procuro a' mia
maggior trestizia».
Alichin non si tenne e, di
rintoppo
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro
di gualoppo,
ma batterò sovra la pece
l'ali.
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi
vali».
O tu che leggi, udirai nuovo
ludo:
ciascun da l'altra costa li occhi volse,
quel prima, ch'a ciò fare
era più crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo
colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si
sciolse.
Di che ciascun di colpa fu
compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò:
«Tu se' giunto!».
Ma poco i valse: ché l'ali al
sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso
il petto:
non altrimenti l'anitra di
botto,
quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna sù
crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la
buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la
zuffa;
e come 'l barattier fu
disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l
fosso ghermito.
Ma l'altro fu bene sparvier
grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente
stagno.
Lo caldo sghermitor sùbito
fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l'ali
sue.
Barbariccia, con li altri suoi
dolente,
quattro ne fé volar da l'altra costa
con tutt' i raffi, e assai
prestamente
di qua, di là discesero a la
posta;
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran già cotti dentro da la
crosta.
E noi lasciammo lor così 'mpacciati.
CANTO XXIII
[Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l'ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l'auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d'Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.]
Taciti, soli, sanza
compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno
per via.
Vòlt' era in su la favola
d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov' el parlò de la rana e
del topo;
ché più non si pareggia 'mo' e
'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la
mente fissa.
E come l'un pensier de l'altro
scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé
doppia.
Io pensava così: «Questi per
noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch'assai credo che lor
nòi.
Se l'ira sovra 'l mal voler
s'aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che 'l cane a quella lievre
ch'elli acceffa».
Già mi sentia tutti arricciar
li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand' io dissi: «Maestro,
se non celi
te e me tostamente, i' ho
pavento
d'i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li 'magino sì, che già
li sento».
E quei: «S'i' fossi di piombato
vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro
'mpetro.
Pur mo venieno i tuo' pensier
tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d'intrambi un sol
consiglio fei.
S'elli è che sì la destra costa
giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem
l'imaginata caccia».
Già non compié di tal consiglio
rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne
prendere.
Lo duca mio di sùbito mi
prese,
come la madre ch'al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme
accese,
che prende il figlio e fugge e
non s'arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una
camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa
dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra
bolgia tura.
Non corse mai sì tosto acqua
per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand' ella più verso le pale
approccia,
come 'l maestro mio per quel
vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come
compagno.
A pena fuoro i piè suoi giunti
al letto
del fondo giù, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì
era sospetto:
ché l'alta provedenza che lor
volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs' indi a tutti
tolle.
Là giù trovammo una gente
dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante
stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci
bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci
fassi.
Di fuor dorate son, sì ch'elli
abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di
paglia.
Oh in etterno faticoso
manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al
tristo pianto;
ma per lo peso quella gente
stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover
d'anca.
Per ch'io al duca mio: «Fa che
tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando,
intorno movi».
E un che 'ntese la parola
tosca,
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
voi che correte sì per
l'aura fosca!
Forse ch'avrai da me quel che
tu chiedi».
Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta,
e poi secondo il suo
passo procedi».
Ristetti, e vidi due mostrar
gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la
via stretta.
Quando fuor giunti, assai con
l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e
dicean seco:
«Costui par vivo a l'atto de la
gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave
stola?».
Poi disser me: «O Tosco, ch'al
collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in
dispregio».
E io a loro: «I' fui nato e
cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i'
ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto
distilla
quant' i' veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che
sì sfavilla?».
E l'un rispuose a me: «Le cappe
rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor
bilance.
Frati godenti fummo, e
bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme
presi
come suole esser tolto un uom
solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno
dal Gardingo».
Io cominciai: «O frati, i
vostri mali... »;
ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
un, crucifisso
in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si
distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e 'l frate Catalan, ch'a ciò
s'accorse,
mi disse: «Quel confitto che tu
miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a'
martìri.
Attraversato è, nudo, ne la
via,
come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
qualunque passa, come pesa,
pria.
E a tal modo il socero si
stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala
sementa».
Allor vid' io maravigliar
Virgilio
sovra colui ch'era disteso in croce
tanto vilmente ne l'etterno
essilio.
Poscia drizzò al frate cotal
voce:
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s'a la man destra giace alcuna
foce
onde noi amendue possiamo
uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d'esto fondo a
dipartirci».
Rispuose adunque: «Più che tu
non speri
s'appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt'
i vallon feri,
salvo che 'n questo è rotto e
nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel
fondo soperchia».
Lo duca stette un poco a testa
china;
poi disse: «Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua
uncina».
E 'l frate: «Io udi' già dire a
Bologna
del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli è bugiardo e padre
di menzogna».
Appresso il duca a gran passi
sen gì,
turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond' io da li 'ncarcati mi
parti'
dietro a le poste de le care piante.
CANTO XXIV
[Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de' ladroni sgrida contro a' Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.]
In quella parte del giovanetto
anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì
sen vanno,
quando la brina in su la terra
assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna
tempra,
lo villanello a cui la roba
manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond' ei
si batte l'anca,
ritorna in casa, e qua e là si
lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza
ringavagna,
veggendo 'l mondo aver cangiata
faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer
caccia.
Così mi fece sbigottir lo
mastro
quand' io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse
lo 'mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto
ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a piè
del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun
consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di
piglio.
E come quei ch'adopera ed
estima,
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver'
la cima
d'un ronchione, avvisava
un'altra scheggia
dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s'è
tal ch'ella ti reggia».
Non era via da vestito di
cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di
chiappa in chiappa.
E se non fosse che da quel
precinto
più che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei
ben vinto.
Ma perché Malebolge inver' la
porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle
porta
che l'una costa surge e l'altra
scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si
scoscende.
La lena m'era del polmon sì
munta
quand' io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
anzi m'assisi ne la
prima giunta.
«Omai convien che tu così ti
spoltre»,
disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien,
né sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita
consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in
acqua la schiuma.
E però leva sù; vinci
l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo
non s'accascia.
Più lunga scala convien che si
saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa sì che
ti vaglia».
Leva'mi allor, mostrandomi
fornito
meglio di lena ch'i' non mi sentia,
e dissi: «Va, ch'i' son forte
e ardito».
Su per lo scoglio prendemmo la
via,
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di
pria.
Parlando andava per non parer
fievole;
onde una voce uscì de l'altro fosso,
a parole formar
disconvenevole.
Non so che disse, ancor che
sovra 'l dosso
fossi de l'arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire
parea mosso.
Io era vòlto in giù, ma li
occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: «Maestro, fa
che tu arrivi
da l'altro cinghio e dismontiam
lo muro;
ché, com' i' odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente
affiguro».
«Altra risposta», disse, «non
ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera
tacendo».
Noi discendemmo il ponte da la
testa
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia
manifesta:
e vidivi entro terribile
stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi
scipa.
Più non si vanti Libia con sua
rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con
anfisibena,
né tante pestilenzie né sì
ree
mostrò già mai con tutta l'Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar
Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima
copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o
elitropia:
con serpi le man dietro avean
legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi
aggroppate.
Ed ecco a un ch'era da nostra
proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle
s'annoda.
Né O sì tosto mai né I si
scrisse,
com' el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando
divenisse;
e poi che fu a terra sì
distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e 'n quel medesmo ritornò
di butto.
Così per li gran savi si
confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno
appressa;
erba né biado in sua vita non
pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime
fasce.
E qual è quel che cade, e non
sa como,
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che
lega l'omo,
quando si leva, che 'ntorno si
mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando
sospira:
tal era 'l peccator levato
poscia.
Oh potenza di Dio, quant' è severa,
che cotai colpi per vendetta
croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello
era;
per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa
gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non
umana,
sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu
degna tana».
E ïo al duca: «Dilli che non
mucci,
e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue
e di crucci».
E 'l peccator, che 'ntese, non
s'infinse,
ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si
dipinse;
poi disse: «Più mi duol che tu
m'hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita
tolto.
Io non posso negar quel che tu
chiedi;
in giù son messo tanto perch' io fui
ladro a la sagrestia d'i
belli arredi,
e falsamente già fu apposto
altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da'
luoghi bui,
apri li orecchi al mio
annunzio, e odi.
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova
gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di
Magra
ch'è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e
agra
sovra Campo Picen fia
combattuto;
ond' ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch'ogne Bianco ne sarà
feruto.
E detto l'ho perché doler ti debbia!».
CANTO XXV
[Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr' a' fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.]
Al fine de le sue parole il
ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch'a te le
squadro!».
Da indi in qua mi fuor le serpi
amiche,
perch' una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che
più diche';
e un'altra a le braccia, e
rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un
crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non
stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo
avanzi?
Per tutt' i cerchi de lo
'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a
Tebe giù da' muri.
El si fuggì che non parlò più
verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov' è, ov' è
l'acerbo?».
Maremma non cred' io che tante
n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra
labbia.
Sovra le spalle, dietro da la
coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque
s'intoppa.
Lo mio maestro disse: «Questi è
Caco,
che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte
laco.
Non va co' suoi fratei per un
cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch'elli ebbe
a vicino;
onde cessar le sue opere
biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le
diece».
Mentre che sì parlava, ed el
trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de' quai né io né 'l duca mio
s'accorse,
se non quando gridar: «Chi
siete voi?»;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi
poi.
Io non li conoscea; ma ei
seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro
convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia
rimaso?»;
per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
mi puosi 'l dito su
dal mento al naso.
Se tu se' or, lettore, a creder
lento
ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che 'l vidi, a pena il
mi consento.
Com' io tenea levate in lor le
ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui
s'appiglia.
Co' piè di mezzo li avvinse la
pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l'una e
l'altra guancia;
li diretani a le cosce
distese,
e miseli la coda tra 'mbedue
e dietro per le ren sù la
ritese.
Ellera abbarbicata mai non
fue
ad alber sì, come l'orribil fiera
per l'altrui membra avviticchiò le
sue.
Poi s'appiccar, come di calda
cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l'un né l'altro già parea
quel ch'era:
come procede innanzi da
l'ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e 'l
bianco more.
Li altri due 'l riguardavano, e
ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se' né due
né uno».
Già eran li due capi un
divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov' eran due
perduti.
Fersi le braccia due di quattro
liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che
non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era
casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento
passo.
Come 'l ramarro sotto la gran
fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via
attraversa,
sì pareva, venendo verso
l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di
pepe;
e quella parte onde prima è
preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui
disteso.
Lo trafitto 'l mirò, ma nulla
disse;
anzi, co' piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre
l'assalisse.
Elli 'l serpente e quei lui
riguardava;
l'un per la piaga e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l
fummo si scontrava.
Taccia Lucano ormai là dov' e'
tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si
scocca.
Taccia di Cadmo e d'Aretusa
Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io
non lo 'nvidio;
ché due nature mai a fronte a
fronte
non trasmutò sì ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser
pronte.
Insieme si rispuosero a tai
norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e 'l feruto ristrinse
insieme l'orme.
Le gambe con le cosce seco
stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si
paresse.
Togliea la coda fessa la
figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là
dura.
Io vidi intrar le braccia per
l'ascelle,
e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto
accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro,
insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo
n'avea due porti.
Mentre che 'l fummo l'uno e
l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da
l'altra il dipela,
l'un si levò e l'altro cadde
giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava
muso.
Quel ch'era dritto, il trasse
ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in là venne
uscir li orecchi de le
gote scempie;
ciò che non corse in dietro e
si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò
quanto convenne.
Quel che giacëa, il muso
innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la
lumaccia;
e la lingua, ch'avëa unita e
presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l
fummo resta.
L'anima ch'era fiera
divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui
parlando sputa.
Poscia li volse le novelle
spalle,
e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,
com' ho fatt' io,
carpon per questo calle».
Così vid' io la settima
zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna
abborra.
E avvegna che li occhi miei
confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto
chiusi,
ch'i' non scorgessi ben Puccio
Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era
mutato;
l'altr' era quel che tu, Gaville, piagni.
CANTO XXVI
[Canto XXVI, nel quale si tratta de l'ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a' fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d'Ulisse e Diomedes pone loro pene.]
Godi, Fiorenza, poi che se' sì
grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si
spande!
Tra li ladron trovai cinque
cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne
sali.
Ma se presso al mattin del ver
si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non
ch'altri, t'agogna.
E se già fosse, non saria per
tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più
m'attempo.
Noi ci partimmo, e su per le
scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e
trasse mee;
e proseguendo la solinga
via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non
si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi
ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno
ch'i' non soglio,
perché non corra che virtù nol
guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io
stessi nol m'invidi.
Quante 'l villan ch'al poggio
si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi
tien meno ascosa,
come la mosca cede a la
zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e
ara:
di tante fiamme tutta
risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l
fondo parea.
E qual colui che si vengiò con
li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti
levorsi,
che nol potea sì con li occhi
seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù
salire:
tal si move ciascuna per la
gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore
invola.
Io stava sovra 'l ponte a veder
surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz'
esser urto.
E 'l duca che mi vide tanto
atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel
ch'elli è inceso».
«Maestro mio», rispuos' io,
«per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già
voleva dirti:
chi è 'n quel foco che vien sì
diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu
miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si
martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a
l'ira;
e dentro da la lor fiamma si
geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil
seme.
Piangevisi entro l'arte per
che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si
porta».
«S'ei posson dentro da quelle
faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l
priego vaglia mille,
che non mi facci de l'attender
niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi
piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera
è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si
sostegna.
Lascia parlare a me, ch'i' ho
concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci,
forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta
quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare
audivi:
«O voi che siete due dentro ad
un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai
o poco
quando nel mondo li alti versi
scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir
gissi».
Lo maggior corno de la fiamma
antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento
affatica;
indi la cima qua e là
menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse:
«Quando
mi diparti' da Circe, che
sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la
nomasse,
né dolcezza di figlio, né la
pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far
lieta,
vincer potero dentro a me
l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del
valore;
ma misi me per l'alto mare
aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui
diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin
la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare
intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e
tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi
riguardi
acciò che l'uom più oltre non
si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea
lasciata Setta.
"O frati", dissi, "che per
cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola
vigilia
d'i nostri sensi ch'è del
rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo
sanza gente.
Considerate la vostra
semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e
canoscenza".
Li miei compagni fec' io sì
aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei
ritenuti;
e volta nostra poppa nel
mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato
mancino.
Tutte le stelle già de l'altro
polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del
marin suolo.
Cinque volte racceso e tante
casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto
passo,
quando n'apparve una montagna,
bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa
alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto
tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno
il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte
l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'
altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta di que' medesimi aguatatori e falsi consiglieri d'inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.]
Già era dritta in sù la fiamma
e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce
poeta,
quand' un'altra, che dietro a
lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che
fuor n'uscia.
Come 'l bue cicilian che
mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l'avea temperato
con sua lima,
mugghiava con la voce de
l'afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor
trafitto;
così, per non aver via né
forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole
grame.
Ma poscia ch'ebber colto lor
vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in
lor passaggio,
udimmo dire: «O tu a cu' io
drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, più non
t'adizzo",
perch' io sia giunto forse
alquanto tardo,
non t'incresca restare a parlar meco;
vedi che non
incresce a me, e ardo!
Se tu pur mo in questo mondo
cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond' io mia colpa tutta
reco,
dimmi se Romagnuoli han pace o
guerra;
ch'io fui d'i monti là intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si
diserra».
Io era in giuso ancora attento
e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi
è latino».
E io, ch'avea già pronta la
risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se' là giù
nascosta,
Romagna tua non è, e non fu
mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi
lasciai.
Ravenna sta come stata è molt'
anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co' suoi
vanni.
La terra che fé già la lunga
prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si
ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo
da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan
d'i denti succhio.
Le città di Lamone e di
Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al
verno.
E quella cu' il Savio bagna il
fianco,
così com' ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive
e stato franco.
Ora chi se', ti priego che ne
conte;
non esser duro più ch'altri sia stato,
se 'l nome tuo nel mondo
tegna fronte».
Poscia che 'l foco alquanto
ebbe rugghiato
al modo suo, l'aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè
cotal fiato:
«S'i' credesse che mia risposta
fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più
scosse;
ma però che già mai di questo
fondo
non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
sanza tema d'infamia ti
rispondo.
Io fui uom d'arme, e poi fui
cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio
venìa intero,
se non fosse il gran prete, a
cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare,
voglio che m'intenda.
Mentre ch'io forma fui d'ossa e
di polpe
che la madre mi diè, l'opere mie
non furon leonine, ma di
volpe.
Li accorgimenti e le coperte
vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch'al fine de la terra il suono
uscie.
Quando mi vidi giunto in quella
parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le
sarte,
ciò che pria mi piacëa, allor
m'increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato
sarebbe.
Lo principe d'i novi
Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con
Giudei,
ché ciascun suo nimico era
Cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di
Soldano,
né sommo officio né ordini
sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più
macri.
Ma come Costantin chiese
Silvestro
d'entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per
maestro
a guerir de la sua superba
febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver
ebbre.
E' poi ridisse: "Tuo cuor non
sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
sì come Penestrino in terra
getti.
Lo ciel poss' io serrare e
diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che 'l mio antecessor non
ebbe care".
Allor mi pinser li argomenti
gravi
là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu
mi lavi
di quel peccato ov' io mo cader
deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti farà trïunfar ne l'alto
seggio".
Francesco venne poi, com' io
fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi
far torto.
Venir se ne dee giù tra ' miei
meschini
perché diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li
sono a' crini;
ch'assolver non si può chi non
si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol
consente".
Oh me dolente! come mi
riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch'io löico
fossi!".
A Minòs mi portò; e quelli
attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si
morse,
disse: "Questi è d'i rei del
foco furo";
per ch'io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi
rancuro».
Quand' elli ebbe 'l suo dir
così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l
corno aguto.
Noi passamm' oltre, e io e 'l
duca mio,
su per lo scoglio infino in su l'altr' arco
che cuopre 'l fosso
in che si paga il fio
a quei che scommettendo acquistan carco.
CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l'auttore vide punire coloro che commisero scandali, e' seminatori di scisma e discordia e d'ogne altro male operare.]
Chi poria mai pur con parole
sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar
più volte?
Ogne lingua per certo verria
meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco
seno.
S'el s'aunasse ancor tutta la
gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue
dolente
per li Troiani e per la lunga
guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non
erra,
con quella che sentio di colpi
doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor
s'accoglie
a Ceperan, là dove fu
bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il
vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual
mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia
sozzo.
Già veggia, per mezzul perdere
o lulla,
com' io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove
si trulla.
Tra le gambe pendevan le
minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si
trangugia.
Mentre che tutto in lui veder
m'attacco,
guardommi e con le man s'aperse il petto,
dicendo: «Or vedi
com' io mi dilacco!
vedi come storpiato è
Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al
ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi
qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi
così.
Un diavolo è qua dietro che
n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di
questa risma,
quand' avem volta la dolente
strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li
rivada.
Ma tu chi se' che 'n su lo
scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch'è giudicata in su le
tue accuse?».
«Né morte 'l giunse ancor, né
colpa 'l mena»,
rispuose 'l mio maestro, «a tormentarlo;
ma per dar lui
esperïenza piena,
a me, che morto son, convien
menarlo
per lo 'nferno qua giù di giro in giro;
e quest' è ver così com'
io ti parlo».
Più fuor di cento che, quando
l'udiro,
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il
martiro.
«Or dì a fra Dolcin dunque che
s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto
seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di
neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria
leve».
Poi che l'un piè per girsene
sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo
distese.
Un altro, che forata avea la
gola
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una
orecchia sola,
ristato a riguardar per
maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch'era di fuor
d'ogne parte vermiglia,
e disse: «O tu cui colpa non
condanna
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non
m'inganna,
rimembriti di Pier da
Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò
dichina.
E fa saper a' due miglior da
Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non è
vano,
gittati saran fuor di lor
vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno
fello.
Tra l'isola di Cipri e di
Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente
argolica.
Quel traditor che vede pur con
l'uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser
digiuno,
farà venirli a parlamento
seco;
poi farà sì, ch'al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né
preco».
E io a lui: «Dimostrami e
dichiara,
se vuo' ch'i' porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta
amara».
Allor puose la mano a la
mascella
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è
desso, e non favella.
Questi, scacciato, il dubitar
sommerse
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender
sofferse».
Oh quanto mi pareva
sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch'a dir fu così
ardito!
E un ch'avea l'una e l'altra
man mozza,
levando i moncherin per l'aura fosca,
sì che 'l sangue facea la
faccia sozza,
gridò: «Ricordera'ti anche del
Mosca,
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la
gente tosca».
E io li aggiunsi: «E morte di
tua schiatta»;
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come
persona trista e matta.
Ma io rimasi a riguardar lo
stuolo,
e vidi cosa ch'io avrei paura,
sanza più prova, di contarla
solo;
se non che coscïenza
m'assicura,
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del
sentirsi pura.
Io vidi certo, e ancor par
ch'io 'l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la
trista greggia;
e 'l capo tronco tenea per le
chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh
me!».
Di sé facea a sé stesso
lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com' esser può, quei sa che sì
governa.
Quando diritto al piè del ponte
fue,
levò 'l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole
sue,
che fuoro: «Or vedi la pena
molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna è grande
come questa.
E perché tu di me novella
porti,
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane
i ma' conforti.
Io feci il padre e 'l figlio in
sé ribelli;
Achitofèl non fé più d'Absalone
e di Davìd coi malvagi
punzelli.
Perch' io parti' così giunte
persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch'è in
questo troncone.
Così s'osserva in me lo contrapasso».
CANTO XXIX
[Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l'autore i Sanesi.]
La molta gente e le diverse
piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran
vaghe.
Ma Virgilio mi disse: «Che pur
guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l'ombre triste
smozzicate?
Tu non hai fatto sì a l'altre
bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle
volge.
E già la luna è sotto i nostri
piedi;
lo tempo è poco omai che n'è concesso,
e altro è da veder che tu
non vedi».
«Se tu avessi», rispuos' io
appresso,
«atteso a la cagion per ch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo
star dimesso».
Parte sen giva, e io retro li
andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a
quella cava
dov' io tenea or li occhi sì a
posta,
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù
cotanto costa».
Allor disse 'l maestro: «Non si
franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr' ello.
Attendi ad altro, ed ei
là si rimanga;
ch'io vidi lui a piè del
ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi' 'l nominar Geri
del Bello.
Tu eri allor sì del tutto
impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì
fu partito».
«O duca mio, la vïolenta
morte
che non li è vendicata ancor», diss' io,
«per alcun che de l'onta
sia consorte,
fece lui disdegnoso; ond' el
sen gio
sanza parlarmi, sì com' ïo estimo:
e in ciò m'ha el fatto a sé più
pio».
Così parlammo infino al loco
primo
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto
ad imo.
Quando noi fummo sor l'ultima
chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta
nostra,
lamenti saettaron me
diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond' io li orecchi con le
man copersi.
Qual dolor fora, se de li
spedali
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di
Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti
'nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le
marcite membre.
Noi discendemmo in su l'ultima
riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più
viva
giù ver' lo fondo, la 've la
ministra
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui
registra.
Non credo ch'a veder maggior
tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere sì pien
di malizia,
che li animali, infino al
picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti
hanno per fermo,
si ristorar di seme di
formiche;
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per
diverse biche.
Qual sovra 'l ventre e qual
sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per
lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza
sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor
persone.
Io vidi due sedere a sé
poggiati,
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di
schianze macolati;
e non vidi già mai menare
stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier
vegghia,
come ciascun menava spesso il
morso
de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più
soccorso;
e sì traevan giù l'unghie la
scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che più larghe
l'abbia.
«O tu che con le dita ti
dismaglie»,
cominciò 'l duca mio a l'un di loro,
«e che fai d'esse
talvolta tanaglie,
dinne s'alcun Latino è tra
costoro
che son quinc' entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto
lavoro».
«Latin siam noi, che tu vedi sì
guasti
qui ambedue», rispuose l'un piangendo;
«ma tu chi se' che di noi
dimandasti?».
E 'l duca disse: «I' son un che
discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a
lui intendo».
Allor si ruppe lo comun
rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di
rimbalzo.
Lo buon maestro a me tutto
s'accolse,
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia
ch'ei volse:
«Se la vostra memoria non
s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti
soli,
ditemi chi voi siete e di che
genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi
spaventi».
«Io fui d'Arezzo, e Albero da
Siena»,
rispuose l'un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui
non mi mena.
Vero è ch'i' dissi lui,
parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea
vaghezza e senno poco,
volle ch'i' li mostrassi
l'arte; e solo
perch' io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea
per figliuolo.
Ma ne l'ultima bolgia de le
diece
me per l'alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non
lece».
E io dissi al poeta: «Or fu già
mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì
d'assai!».
Onde l'altro lebbroso, che
m'intese,
rispuose al detto mio: «Tra'mene Stricca
che seppe far le
temperate spese,
e Niccolò che la costuma
ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme
s'appicca;
e tra'ne la brigata in che
disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo
senno proferse.
Ma perché sappi chi sì ti
seconda
contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,
sì che la faccia mia ben
ti risponda:
sì vedrai ch'io son l'ombra di
Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchìmia;
e te dee ricordar, se ben
t'adocchio,
com' io fui di natura buona scimia».
CANTO XXX
[Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.]
Nel tempo che Iunone era
crucciata
per Semelè contra 'l sangue tebano,
come mostrò una e altra
fïata,
Atamante divenne tanto
insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna
mano,
gridò: «Tendiam le reti, sì
ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco»;
e poi distese i dispietati
artigli,
prendendo l'un ch'avea nome
Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'annegò con l'altro
carco.
E quando la fortuna volse in
basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
sì che 'nsieme col regno il
re fu casso,
Ecuba trista, misera e
cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la
riva
del mar si fu la dolorosa
accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente
torta.
Ma né di Tebe furie né
troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché
membra umane,
quant' io vidi in due ombre
smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del
porcil si schiude.
L'una giunse a Capocchio, e in
sul nodo
del collo l'assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre
al fondo sodo.
E l'Aretin che rimase,
tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui
così conciando».
«Oh», diss' io lui, «se l'altro
non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di
qui si spicchi».
Ed elli a me: «Quell' è l'anima
antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore,
amica.
Questa a peccar con esso così
venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l'altro che là sen va,
sostenne,
per guadagnar la donna de la
torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento
norma».
E poi che i due rabbiosi fuor
passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri
mal nati.
Io vidi un, fatto a guisa di
lëuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo
ha forcuto.
La grave idropesì, che sì
dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a
la ventraia,
faceva lui tener le labbra
aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in
sù rinverte.
«O voi che sanz' alcuna pena
siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss' elli a noi, «guardate e
attendete
a la miseria del maestro
Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol
d'acqua bramo.
Li ruscelletti che d'i verdi
colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e
molli,
sempre mi stanno innanzi, e non
indarno,
ché l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond' io nel volto
mi discarno.
La rigida giustizia che mi
fruga
tragge cagion del loco ov' io peccai
a metter più li miei sospiri in
fuga.
Ivi è Romena, là dov' io
falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso
lasciai.
Ma s'io vedessi qui l'anima
trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei
la vista.
Dentro c'è l'una già, se
l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le
membra legate?
S'io fossi pur di tanto ancor
leggero
ch'i' potessi in cent' anni andare un'oncia,
io sarei messo già
per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente
sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di
traverso non ci ha.
Io son per lor tra sì fatta
famiglia;
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di
mondiglia».
E io a lui: «Chi son li due
tapini
che fumman come man bagnate 'l verno,
giacendo stretti a' tuoi
destri confini?».
«Qui li trovai — e poi volta
non dierno — »,
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
e non credo che
dieno in sempiterno.
L'una è la falsa ch'accusò
Gioseppo;
l'altr' è 'l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan
tanto leppo».
E l'un di lor, che si recò a
noia
forse d'esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l'epa
croia.
Quella sonò come fosse un
tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non
parve men duro,
dicendo a lui: «Ancor che mi
sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal
mestiere sciolto».
Ond' ei rispuose: «Quando tu
andavi
al fuoco, non l'avei tu così presto;
ma sì e più l'avei quando
coniavi».
E l'idropico: «Tu di' ver di
questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là 've del ver fosti a Troia
richesto».
«S'io dissi falso, e tu
falsasti il conio»,
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
e tu per più
ch'alcun altro demonio!».
«Ricorditi, spergiuro, del
cavallo»,
rispuose quel ch'avëa infiata l'epa;
«e sieti reo che tutto il
mondo sallo!».
«E te sia rea la sete onde ti
crepa»,
disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia
che 'l ventre innanzi
a li occhi sì t'assiepa!».
Allora il monetier: «Così si
squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s'i' ho sete e omor mi
rinfarcia,
tu hai l'arsura e 'l capo che
ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a 'nvitar
molte parole».
Ad ascoltarli er' io del tutto
fisso,
quando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,
che per poco che teco non
mi risso!».
Quand' io 'l senti' a me parlar
con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si
gira.
Qual è colui che suo dannaggio
sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse,
agogna,
tal mi fec' io, non possendo
parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea
fare.
«Maggior difetto men vergogna
lava»,
disse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;
però d'ogne trestizia ti
disgrava.
E fa ragion ch'io ti sia sempre
allato,
se più avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in
simigliante piato:
ché voler ciò udire è bassa voglia».
CANTO XXXI
[Canto XXXI, ove tratta de' giganti che guardano il pozzo de l'inferno, ed è il nono cerchio.]
Una medesma lingua pria mi
morse,
sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,
e poi la medicina mi
riporse;
così od' io che solea far la
lancia
d'Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di
buona mancia.
Noi demmo il dosso al misero
vallone
su per la ripa che 'l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun
sermone.
Quiv' era men che notte e men
che giorno,
sì che 'l viso m'andava innanzi poco;
ma io senti' sonare un
alto corno,
tanto ch'avrebbe ogne tuon
fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei
tutti ad un loco.
Dopo la dolorosa rotta,
quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente
Orlando.
Poco portäi in là volta la
testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond' io: «Maestro, dì, che
terra è questa?».
Ed elli a me: «Però che tu
trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare
abborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti
congiungi,
quanto 'l senso s'inganna di lontano;
però alquanto più te
stesso pungi».
Poi caramente mi prese per
mano
e disse: «Pria che noi siam più avanti,
acciò che 'l fatto men ti
paia strano,
sappi che non son torri, ma
giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l'umbilico in giuso tutti
quanti».
Come quando la nebbia si
dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela 'l vapor che
l'aere stipa,
così forando l'aura grossa e
scura,
più e più appressando ver' la sponda,
fuggiemi errore e crescémi
paura;
però che, come su la cerchia
tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che 'l pozzo
circonda
torreggiavan di mezza la
persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando
tuona.
E io scorgeva già d'alcun la
faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù
ambo le braccia.
Natura certo, quando lasciò
l'arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a
Marte.
E s'ella d'elefanti e di
balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la
ne tene;
ché dove l'argomento de la
mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la
gente.
La faccia sua mi parea lunga e
grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l'altre
ossa;
sì che la ripa, ch'era
perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere
a la chioma
tre Frison s'averien dato mal
vanto;
però ch'i' ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov' omo
affibbia 'l manto.
«Raphèl maì amècche zabì
almi»,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci
salmi.
E 'l duca mio ver' lui: «Anima
sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand' ira o altra
passïon ti tocca!
Cércati al collo, e troverai la
soga
che 'l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che 'l gran petto ti
doga».
Poi disse a me: «Elli stessi
s'accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel
mondo non s'usa.
Lasciànlo stare e non parliamo
a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come 'l suo ad altrui, ch'a
nullo è noto».
Facemmo adunque più lungo
vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro
trovammo l'altro assai
più fero e maggio.
A cigner lui qual che fosse 'l
maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l'altro e dietro il
braccio destro
d'una catena che 'l tenea
avvinto
dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al
giro quinto.
«Questo superbo volle esser
esperto
di sua potenza contra 'l sommo Giove»,
disse 'l mio duca, «ond'
elli ha cotal merto.
Fïalte ha nome, e fece le gran
prove
quando i giganti fer paura a' dèi;
le braccia ch'el menò, già mai
non move».
E io a lui: «S'esser puote, io
vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi
mei».
Ond' ei rispuose: «Tu vedrai
Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo
d'ogne reo.
Quel che tu vuo' veder, più là
è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel
volto».
Non fu tremoto già tanto
rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu
presto.
Allor temett' io più che mai la
morte,
e non v'era mestier più che la dotta,
s'io non avessi viste le
ritorte.
Noi procedemmo più avante
allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia
fuor de la grotta.
«O tu che ne la fortunata
valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand' Anibàl co' suoi diede le
spalle,
recasti già mille leon per
preda,
e che, se fossi stato a l'alta guerra
de' tuoi fratelli, ancor par
che si creda
ch'avrebber vinto i figli de la
terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura
serra.
Non ci fare ire a Tizio né a
Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer
lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render
fama,
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
se 'nnanzi tempo grazia a sé
nol chiama».
Così disse 'l maestro; e quelli
in fretta
le man distese, e prese 'l duca mio,
ond' Ercule sentì già
grande stretta.
Virgilio, quando prender si
sentio,
disse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;
poi fece sì ch'un
fascio era elli e io.
Qual pare a riguardar la
Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr' essa sì, ched ella
incontro penda:
tal parve Antëo a me che stava
a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra
strada.
Ma lievemente al fondo che
divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece
dimora,
e come albero in nave si levò.
CANTO XXXII
[Canto XXXII, nel quale tratta de' traditori di loro schiatta e de' traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l'inferno.]
S'ïo avessi le rime aspre e
chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte
l'altre rocce,
io premerei di mio concetto il
suco
più pienamente; ma perch' io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi
conduco;
ché non è impresa da pigliare a
gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o
babbo.
Ma quelle donne aiutino il mio
verso
ch'aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia
diverso.
Oh sovra tutte mal creata
plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o
zebe!
Come noi fummo giù nel pozzo
scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l'alto
muro,
dicere udi'mi: «Guarda come
passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri
lassi».
Per ch'io mi volsi, e vidimi
davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua
sembiante.
Non fece al corso suo sì grosso
velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto 'l freddo
cielo,
com' era quivi; che se
Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo
fatto cricchi.
E come a gracidar si sta la
rana
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la
villana,
livide, insin là dove appar
vergogna
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di
cicogna.
Ognuna in giù tenea volta la
faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor
testimonianza si procaccia.
Quand' io m'ebbi dintorno
alquanto visto,
volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,
che 'l pel del
capo avieno insieme misto.
«Ditemi, voi che sì strignete i
petti»,
diss' io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li
visi a me eretti,
li occhi lor, ch'eran pria pur
dentro molli,
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra
essi e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non
cinse
forte così; ond' ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li
vinse.
E un ch'avea perduti ambo li
orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in
noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti
due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor
fue.
D'un corpo usciro; e tutta la
Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d'esser fitta in
gelatina:
non quelli a cui fu rotto il
petto e l'ombra
con esso un colpo per la man d'Artù;
non Focaccia; non
questi che m'ingombra
col capo sì, ch'i' non veggio
oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi
fu.
E perché non mi metti in più
sermoni,
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi
scagioni».
Poscia vid' io mille visi
cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de'
gelati guazzi.
E mentre ch'andavamo inver' lo
mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno
rezzo;
se voler fu o destino o
fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l piè nel
viso ad una.
Piangendo mi sgridò: «Perché mi
peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi
moleste?».
E io: «Maestro mio, or qui
m'aspetta,
sì ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque
vorrai, fretta».
Lo duca stette, e io dissi a
colui
che bestemmiava duramente ancora:
«Qual se' tu che così rampogni
altrui?».
«Or tu chi se' che vai per
l'Antenora,
percotendo», rispuose, «altrui le gote,
sì che, se fossi vivo,
troppo fora?».
«Vivo son io, e caro esser ti
puote»,
fu mia risposta, «se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra
l'altre note».
Ed elli a me: «Del contrario ho
io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per
questa lama!».
Allor lo presi per la
cuticagna
e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti
rimagna».
Ond' elli a me: «Perché tu mi
dischiomi,
né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo
mi tomi».
Io avea già i capelli in mano
avvolti,
e tratti glien' avea più d'una ciocca,
latrando lui con li occhi
in giù raccolti,
quando un altro gridò: «Che hai
tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual
diavol ti tocca?».
«Omai», diss' io, «non vo' che
più favelle,
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porterò di te vere
novelle».
«Va via», rispuose, «e ciò che
tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or
così la lingua pronta.
El piange qui l'argento de'
Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
là dove i peccatori
stanno freschi".
Se fossi domandato "Altri chi
v'era?",
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la
gorgiera.
Gianni de' Soldanier credo che
sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch'aprì Faenza quando si
dormia».
Noi eravam partiti già da
ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l'un capo a l'altro
era cappello;
e come 'l pan per fame si
manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel
s'aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tidëo si
rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e
l'altre cose.
«O tu che mostri per sì bestial
segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché», diss' io, «per
tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti
piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io
te ne cangi,
se quella con ch'io parlo non si secca».
CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.]
La bocca sollevò dal fiero
pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro
guasto.
Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io
rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io
ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien
seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai
insieme.
Io non so chi tu se' né per che
modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand' io
t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte
Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal
vicino.
Che per l'effetto de' suo' mai
pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è
mestieri;
però quel che non puoi avere
inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha
offeso.
Breve pertugio dentro da la
Muda,
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor
ch'altrui si chiuda,
m'avea mostrato per lo suo
forame
più lune già, quand' io feci 'l mal sonno
che del futuro mi
squarciò 'l velame.
Questi pareva a me maestro e
donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca
non ponno.
Con cagne magre, studïose e
conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la
fronte.
In picciol corso mi parieno
stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender
li fianchi.
Quando fui desto innanzi la
dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e
dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu già non
ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che
pianger suoli?
Già eran desti, e l'ora
s'appressava
che 'l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun
dubitava;
e io senti' chiavar l'uscio di
sotto
a l'orribile torre; ond' io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza
far motto.
Io non piangëa, sì dentro
impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre!
che hai?".
Perciò non lagrimai né rispuos'
io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo
uscìo.
Come un poco di raggio si fu
messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto
stesso,
ambo le man per lo dolor mi
morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito
levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia
men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le
spoglia".
Queta'mi allor per non farli
più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non
t'apristi?
Poscia che fummo al quarto dì
venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non
m'aiuti?".
Quivi morì; e come tu mi
vedi,
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto;
ond' io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra
ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l
dolor, poté 'l digiuno».
Quand' ebbe detto ciò, con li
occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come
d'un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le
genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son
lenti,
muovasi la Capraia e la
Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te
ogne persona!
Che se 'l conte Ugolino aveva
voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal
croce.
Innocenti facea l'età
novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto
suso appella.
Noi passammo oltre, là 've la
gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta
riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non
lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a
far crescer l'ambascia;
ché le lagrime prime fanno
groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto 'l ciglio tutto il
coppo.
E avvegna che, sì come d'un
callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso
stallo,
già mi parea sentire alquanto
vento;
per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore
spento?».
Ond' elli a me: «Avaccio sarai
dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato
piove».
E un de' tristi de la fredda
crosta
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v'è l'ultima
posta,
levatemi dal viso i duri
veli,
sì ch'ïo sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l
pianto si raggeli».
Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i'
ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la
ghiaccia ir mi convegna».
Rispuose adunque: «I' son frate
Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero
per figo».
«Oh», diss' io lui, «or se' tu
ancor morto?».
Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla
scïenza porto.
Cotal vantaggio ha questa
Tolomea,
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atropòs mossa le
dea.
E perché tu più volentier mi
rade
le 'nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima
trade
come fec' ïo, il corpo suo l'è
tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto
sia vòlto.
Ella ruina in sì fatta
cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi
verna.
Tu 'l dei saper, se tu vien pur
mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch'el fu
sì racchiuso».
«Io credo», diss' io lui, «che
tu m'inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme
e veste panni».
«Nel fosso sù», diss' el, «de'
Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel
Zanche,
che questi lasciò il diavolo in
sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con
lui fece.
Ma distendi oggimai in qua la
mano;
aprimi li occhi». E io non gliel' apersi;
e cortesia fu lui esser
villano.
Ahi Genovesi, uomini
diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perché non siete voi del
mondo spersi?
Ché col peggiore spirto di
Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si
bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.
CANTO XXXIV
[Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de' dimoni e de' traditori di loro signori, e narra come uscie de l'inferno.]
«Vexilla regis prodeunt
inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse 'l maestro mio, «se tu
'l discerni».
Come quando una grossa nebbia
spira,
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l
vento gira,
veder mi parve un tal dificio
allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era
altra grotta.
Già era, e con paura il metto
in metro,
là dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in
vetro.
Altre sono a giacere; altre
stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com' arco, il
volto a' piè rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto
avante,
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel
sembiante,
d'innanzi mi si tolse e fé
restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di
fortezza t'armi».
Com' io divenni allor gelato e
fioco,
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
però ch'ogne parlar
sarebbe poco.
Io non mori' e non rimasi
vivo;
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e
d'altro privo.
Lo 'mperador del doloroso
regno
da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io
mi convegno,
che i giganti non fan con le
sue braccia:
vedi oggimai quant' esser dee quel tutto
ch'a così fatta
parte si confaccia.
S'el fu sì bel com' elli è ora
brutto,
e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere
ogne lutto.
Oh quanto parve a me gran
maraviglia
quand' io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e
quella era vermiglia;
l'altr' eran due, che
s'aggiugnieno a questa
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e sé
giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e
gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde 'l Nilo
s'avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due
grand' ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid' io
mai cotali.
Non avean penne, ma di
vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean
da ello:
quindi Cocito tutto
s'aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava 'l pianto e
sanguinosa bava.
Da ogne bocca dirompea co'
denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così
dolenti.
A quel dinanzi il mordere era
nulla
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta
brulla.
«Quell' anima là sù c'ha
maggior pena»,
disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che 'l capo ha dentro
e fuor le gambe mena.
De li altri due c'hanno il capo
di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e
non fa motto!;
e l'altro è Cassio, che par sì
membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem
veduto».
Com' a lui piacque, il collo li
avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte
assai,
appigliò sé a le vellute
coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate
croste.
Quando noi fummo là dove la
coscia
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e
con angoscia,
volse la testa ov' elli avea le
zanche,
e aggrappossi al pel com' om che sale,
sì che 'n inferno i' credea
tornar anche.
«Attienti ben, ché per cotali
scale»,
disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,
«conviensi dipartir da
tanto male».
Poi uscì fuor per lo fóro d'un
sasso
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto
passo.
Io levai li occhi e credetti
vedere
Lucifero com' io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in sù
tenere;
e s'io divenni allora
travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto
ch'io avea passato.
«Lèvati sù», disse 'l maestro,
«in piede:
la via è lunga e 'l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza
terza riede».
Non era camminata di
palagio
là 'v' eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume
disagio.
«Prima ch'io de l'abisso mi
divella,
maestro mio», diss' io quando fui dritto,
«a trarmi d'erro un
poco mi favella:
ov' è la ghiaccia? e questi
com' è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc' ora,
da sera a mane ha
fatto il sol tragitto?».
Ed elli a me: «Tu imagini
ancora
d'esser di là dal centro, ov' io mi presi
al pel del vermo reo che
'l mondo fóra.
Di là fosti cotanto quant' io
scesi;
quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne
parte i pesi.
E se' or sotto l'emisperio
giunto
ch'è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui
colmo consunto
fu l'uom che nacque e visse
sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de
la Giudecca.
Qui è da man, quando di là è
sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim'
era.
Da questa parte cadde giù dal
cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar
velo,
e venne a l'emisperio nostro; e
forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch'appar di qua, e sù
ricorse».
Luogo è là giù da Belzebù
remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono
è noto
d'un ruscelletto che quivi
discende
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli
avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino
ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun
riposo,
salimmo sù, el primo e io
secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un
pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
[Explicit prima pars
Comedie Dantis Alagherii
Dantis Alagherii in qua tractatum est de
Inferis]
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PURGATORIO
CANTO I
[Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de' quali l'uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.]
Per correr miglior acque alza
le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì
crudele;
e canterò di quel secondo
regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa
degno.
Ma qui la morta poesì
resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto
surga,
seguitando il mio canto con
quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar
perdono.
Dolce color d'orïental
zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al
primo giro,
a li occhi miei ricominciò
diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li
occhi e 'l petto.
Lo bel pianeto che d'amar
conforta
faceva tutto rider l'orïente,
velando i Pesci ch'erano in sua
scorta.
I' mi volsi a man destra, e
puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a
la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor
fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se' di mirar
quelle!
Com' io da loro sguardo fui
partito,
un poco me volgendo a l'altro polo,
là onde 'l Carro già era
sparito,
vidi presso di me un veglio
solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun
figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco
mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto
doppia lista.
Li raggi de le quattro luci
sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse
davante.
«Chi siete voi che contro al
cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss' el, movendo quelle
oneste piume.
«Chi v'ha guidati, o che vi fu
lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle
inferna?
Son le leggi d'abisso così
rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie
grotte?».
Lo duca mio allor mi diè di
piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e 'l
ciglio.
Poscia rispuose lui: «Da me non
venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui
sovvenni.
Ma da ch'è tuo voler che più si
spieghi
di nostra condizion com' ell' è vera,
esser non puote il mio che a
te si nieghi.
Questi non vide mai l'ultima
sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger
era.
Sì com' io dissi, fui mandato
ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i'
mi son messo.
Mostrata ho lui tutta la gente
ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua
balìa.
Com' io l'ho tratto, saria
lungo a dirti;
de l'alto scende virtù che m'aiuta
conducerlo a vederti e a
udirti.
Or ti piaccia gradir la sua
venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita
rifiuta.
Tu 'l sai, ché non ti fu per
lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran dì sarà sì
chiara.
Non son li editti etterni per
noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove
son li occhi casti
di Marzia tua, che 'n vista
ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore
adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi
sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d'esser mentovato là giù
degni».
«Marzïa piacque tanto a li
occhi miei
mentre ch'i' fu' di là», diss' elli allora,
«che quante grazie
volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume
dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me
n'usci' fora.
Ma se donna del ciel ti move e
regge,
come tu di', non c'è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi
richegge.
Va dunque, e fa che tu costui
ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
sì ch'ogne sucidume
quindi stinghe;
ché non si converria, l'occhio
sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch'è di quei di
paradiso.
Questa isoletta intorno ad imo
ad imo,
là giù colà dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle
limo:
null' altra pianta che facesse
fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch'a le percosse non
seconda.
Poscia non sia di qua vostra
reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve
salita».
Così sparì; e io sù mi
levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui
drizzai.
El cominciò: «Figliuol, segui i
miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a' suoi
termini bassi».
L'alba vinceva l'ora
mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la
marina.
Noi andavam per lo solingo
piano
com' om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare
ire in vano.
Quando noi fummo là 've la
rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si
dirada,
ambo le mani in su l'erbetta
sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond' io, che fui accorto di sua
arte,
porsi ver' lui le guance
lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi
nascose.
Venimmo poi in sul lito
diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia
esperto.
Quivi mi cinse sì com' altrui
piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si
rinacque
subitamente là onde l'avelse.
CANTO II
[Canto secondo, nel quale tratta de la prima qualitade cioè dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.]
Già era 'l sole a l'orizzonte
giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto
punto;
e la notte, che opposita a lui
cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando
soverchia;
sì che le bianche e le
vermiglie guance,
là dov' i' era, de la bella Aurora
per troppa etate
divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare
ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo
dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal
mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra 'l suol
marino,
cotal m'apparve, s'io ancor lo
veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che 'l muover suo nessun volar
pareggia.
Dal qual com' io un poco ebbi
ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior
fatto.
Poi d'ogne lato ad esso
m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a
lui uscìo.
Lo mio maestro ancor non facea
motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il
galeotto,
gridò: «Fa, fa che le ginocchia
cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti
officiali.
Vedi che sdegna li argomenti
umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l'ali sue, tra liti sì
lontani.
Vedi come l'ha dritte verso 'l
cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal
pelo».
Poi, come più e più verso noi
venne
l'uccel divino, più chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol
sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen
venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla
ne 'nghiottiva.
Da poppa stava il celestial
nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro
sediero.
'In exitu Isräel de
Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è
poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa
croce;
ond' ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne,
veloce.
La turba che rimase lì,
selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose
assaggia.
Da tutte parti saettava il
giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato
Capricorno,
quando la nova gente alzò la
fronte
ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire
al monte».
E Virgilio rispuose: «Voi
credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi
siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi
un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne
parrà gioco».
L'anime, che si fuor di me
accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro
smorte.
E come a messagger che porta
ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra
schivo,
così al viso mio s'affisar
quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d'ire a farsi
belle.
Io vidi una di lor trarresi
avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo
somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne
l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con
esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi
dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre
mi pinsi.
Soavemente disse ch'io
posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco
s'arrestasse.
Rispuosemi: «Così com' io
t'amai
nel mortal corpo, così t'amo sciolta:
però m'arresto; ma tu perché
vai?».
«Casella mio, per tornar altra
volta
là dov' io son, fo io questo vïaggio»,
diss' io; «ma a te com' è
tanta ora tolta?».
Ed elli a me: «Nessun m'è fatto
oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m'ha negato
esto passaggio;
ché di giusto voler lo suo si
face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta
pace.
Ond' io, ch'era ora a la marina
vòlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui
ricolto.
A quella foce ha elli or dritta
l'ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si
cala».
E io: «Se nuova legge non ti
toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie
doglie,
di ciò ti piaccia consolare
alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata
tanto!».
'Amor che ne la mente mi
ragiona'
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor
dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella
gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la
mente.
Noi eravam tutti fissi e
attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò,
spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è
questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi
Dio manifesto».
Come quando, cogliendo biado o
loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato
orgoglio,
se cosa appare ond' elli abbian
paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch' assaliti son da maggior
cura;
così vid' io quella masnada
fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com' om che va, né sa
dove rïesca;
né la nostra partita fu men tosta.
CANTO III
[Canto III, nel quale si tratta de la seconda qualitade, cioè di coloro che per cagione d'alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a loro fine a pentersi e confessarsi de' loro falli, sì come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.]
Avvegna che la subitana
fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne
fruga,
i' mi ristrinsi a la fida
compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la
montagna?
El mi parea da sé stesso
rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t'è picciol fallo amaro
morso!
Quando li piedi suoi lasciar la
fretta,
che l'onestade ad ogn' atto dismaga,
la mente mia, che prima era
ristretta,
lo 'ntento rallargò, sì come
vaga,
e diedi 'l viso mio incontr' al poggio
che 'nverso 'l ciel più alto
si dislaga.
Lo sol, che dietro fiammeggiava
roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avëa in me de' suoi raggi
l'appoggio.
Io mi volsi dallato con
paura
d'essere abbandonato, quand' io vidi
solo dinanzi a me la terra
oscura;
e 'l mio conforto: «Perché pur
diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch'io
ti guidi?
Vespero è già colà dov' è
sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l'ha, e da
Brandizio è tolto.
Ora, se innanzi a me nulla
s'aombra,
non ti maravigliar più che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio
non ingombra.
A sofferir tormenti, caldi e
geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si
sveli.
Matto è chi spera che nostra
ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre
persone.
State contenti, umana gente, al
quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir
Maria;
e disïar vedeste sanza
frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente è dato lor per
lutto:
io dico d'Aristotile e di
Plato
e di molt' altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase
turbato.
Noi divenimmo intanto a piè del
monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe
pronte.
Tra Lerice e Turbìa la più
diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e
aperta.
«Or chi sa da qual man la costa
cala»,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
«sì che possa salir chi va
sanz' ala?».
E mentre ch'e' tenendo 'l viso
basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al
sasso,
da man sinistra m'apparì una
gente
d'anime, che movieno i piè ver' noi,
e non pareva, sì venïan
lente.
«Leva», diss' io, «maestro, li
occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver
nol puoi».
Guardò allora, e con libero
piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;
e tu ferma la spene,
dolce figlio».
Ancora era quel popol di
lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator
trarria con mano,
quando si strinser tutti ai
duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com' a guardar, chi
va dubbiando, stassi.
«O ben finiti, o già spiriti
eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch'i' credo che per voi
tutti s'aspetti,
ditene dove la montagna
giace,
sì che possibil sia l'andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa
più spiace».
Come le pecorelle escon del
chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio
e 'l muso;
e ciò che fa la prima, e
l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e
lo 'mperché non sanno;
sì vid' io muovere a venir la
testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare
onesta.
Come color dinanzi vider
rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la
grotta,
restaro, e trasser sé in dietro
alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché,
fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi
confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole
in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma
credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa
parete».
Così 'l maestro; e quella gente
degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man
faccendo insegna.
E un di loro incominciò:
«Chiunque
tu se', così andando, volgi 'l viso:
pon mente se di là mi
vedesti unque».
Io mi volsi ver' lui e guardail
fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo
avea diviso.
Quand' io mi fui umilmente
disdetto
d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a
sommo 'l petto.
Poi sorridendo disse: «Io son
Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond' io ti priego che, quando tu
riedi,
vadi a mia bella figlia,
genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro
si dice.
Poscia ch'io ebbi rotta la
persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che
volontier perdona.
Orribil furon li peccati
miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si
rivolge a lei.
Se 'l pastor di Cosenza, che a
la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta
questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno
ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave
mora.
Or le bagna la pioggia e move
il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov' e' le trasmutò a
lume spento.
Per lor maladizion sì non si
perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha
fior del verde.
Vero è che quale in contumacia
more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa
ripa in fore,
per ognun tempo ch'elli è
stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon
prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far
lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto
divieto;
ché qui per quei di là molto s'avanza».
CANTO IV
[Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardòe a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.]
Quando per dilettanze o ver per
doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si
raccoglie,
par ch'a nulla potenza più
intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch'un'anima sovr' altra
in noi s'accenda.
E però, quando s'ode cosa o
vede
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se
n'avvede;
ch'altra potenza è quella che
l'ascolta,
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata e
quella è sciolta.
Di ciò ebb' io esperïenza
vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito
era
lo sole, e io non m'era
accorto, quando
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: «Qui è
vostro dimando».
Maggiore aperta molte volte
impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva
imbruna,
che non era la calla onde
salìne
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si
partìne.
Vassi in Sanleo e discendesi in
Noli,
montasi su in Bismantova e 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien
ch'om voli;
dico con l'ale snelle e con le
piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e
facea lume.
Noi salavam per entro 'l sasso
rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di
sotto.
Poi che noi fummo in su l'orlo
suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss' io,
«che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo
caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna
scorta saggia».
Lo sommo er' alto che vincea la
vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro
lista.
Io era lasso, quando
cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non
restai».
«Figliuol mio», disse, «infin
quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il
poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole
sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i
piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi
ambedui
vòlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare
altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi
liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam
feriti.
Ben s'avvide il poeta ch'ïo
stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone
intrava.
Ond' elli a me: «Se Castore e
Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume
conduce,
tu vedresti il Zodïaco
rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del
cammin vecchio.
Come ciò sia, se 'l vuoi poter
pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra
stare
sì, ch'amendue hanno un solo
orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar
Fetòn,
vedrai come a costui convien
che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo
ben chiaro bada».
«Certo, maestro mio», diss' io,
«unquanco
non vid' io chiaro sì com' io discerno
là dove mio ingegno parea
manco,
che 'l mezzo cerchio del moto
superno,
che si chiama Equatore in alcun' arte,
e che sempre riman tra 'l
sole e 'l verno,
per la ragion che di', quinci
si parte
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda
parte.
Ma se a te piace, volontier
saprei
quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
più che salir non posson
li occhi miei».
Ed elli a me: «Questa montagna
è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant' om più va sù, e
men fa male.
Però, quand' ella ti parrà
soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com' a seconda giù andar per
nave,
allor sarai al fin d'esto
sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo
so per vero».
E com' elli ebbe sua parola
detta,
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai
distretta!».
Al suon di lei ciascun di noi
si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima
s'accorse.
Là ci traemmo; e ivi eran
persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza
a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava
lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse
basso.
«O dolce segnor mio», diss' io,
«adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua
serocchia».
Allor si volse a noi e puose
mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che
se' valente!».
Conobbi allor chi era, e quella
angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a
lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alzò la
testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il
carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte
parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me
non dole
di te omai; ma dimmi: perché
assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha'
ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù
che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede
in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel
m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine
i buon sospiri,
se orazïone in prima non
m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n
ciel non è udita?».
E già il poeta innanzi mi
saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco
meridïan dal sole e a la
riva
cuopre la notte già col piè Morrocco».
CANTO V
[Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d'alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e soddisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo di Fano e Bonconte di Montefeltro.]
Io era già da quell' ombre
partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando
'l dito,
una gridò: «Ve' che non par che
luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si
conduca!».
Li occhi rivolsi al suon di
questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume
ch'era rotto.
«Perché l'animo tuo tanto
s'impiglia»,
disse 'l maestro, «che l'andare allenti?
che ti fa ciò che
quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir
le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar
di venti;
ché sempre l'omo in cui pensier
rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l'un de
l'altro insolla».
Che potea io ridir, se non «Io
vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon
talvolta degno.
E 'ntanto per la costa di
traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a
verso a verso.
Quando s'accorser ch'i' non
dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un
«oh!» lungo e roco;
e due di loro, in forma di
messaggi,
corsero incontr' a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene
saggi».
E 'l mio maestro: «Voi potete
andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui è vera
carne.
Se per veder la sua ombra
restaro,
com' io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser
può lor caro».
Vapori accesi non vid' io sì
tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole
d'agosto,
che color non tornasser suso in
meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre
sanza freno.
«Questa gente che preme a noi è
molta,
e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:
«però pur va, e in andando
ascolta».
«O anima che vai per esser
lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco
il passo queta.
Guarda s'alcun di noi unqua
vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché
non t'arresti?
Noi fummo tutti già per forza
morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece
accorti,
sì che, pentendo e perdonando,
fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder
n'accora».
E io: «Perché ne' vostri visi
guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben
nati,
voi dite, e io farò per quella
pace
che, dietro a' piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi
si face».
E uno incominciò: «Ciascun si
fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non
ricida.
Ond' io, che solo innanzi a li
altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e
quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi
cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi
offese.
Quindi fu' io; ma li profondi
fóri
ond' uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a
li Antenori,
là dov' io più sicuro esser
credea:
quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
assai più là che dritto
non volea.
Ma s'io fosse fuggito inver' la
Mira,
quando fu' sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si
spira.
Corsi al palude, e le cannucce
e 'l braco
m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid' io
de le mie vene farsi
in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se
quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pïetate aiuta
il mio!
Io fui di Montefeltro, io son
Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con
bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual
ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua
sepultura?».
«Oh!», rispuos' elli, «a piè
del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo
nasce in Apennino.
Là 've 'l vocabol suo diventa
vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il
piano.
Quivi perdei la vista e la
parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne
sola.
Io dirò vero, e tu 'l ridì tra
' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel,
perché mi privi?
Tu te ne porti di costui
l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro
governo!".
Ben sai come ne l'aere si
raccoglie
quell' umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l
freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur
mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtù che
sua natura diede.
Indi la valle, come 'l dì fu
spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra
fece intento,
sì che 'l pregno aere in acqua
si converse;
la pioggia cadde, e a' fossati venne
di lei ciò che la terra
non sofferse;
e come ai rivi grandi si
convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la
ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la
foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio
petto la croce
ch'i' fe' di me quando 'l dolor
mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse
e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato
al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò 'l terzo spirito al
secondo,
«ricorditi di me, che son la
Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata
pria
disposando m'avea con la sua gemma».
CANTO VI
[Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volontà di vendicare la 'ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordella da Mantua.]
Quando si parte il gioco de la
zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo
impara;
con l'altro se ne va tutta la
gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si
reca a mente;
el non s'arresta, e questo e
quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca
si difende.
Tal era io in quella turba
spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea
da essa.
Quiv' era l'Aretin che da le
braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'annegò correndo
in caccia.
Quivi pregava con le mani
sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco
forte.
Vidi conte Orso e l'anima
divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com' e' dicea, non per
colpa commisa;
Pier da la Broccia dico; e qui
proveggia,
mentr' è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di
peggior greggia.
Come libero fui da tutte
quante
quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
sì che s'avacci lor
divenir sante,
io cominciai: «El par che tu mi
nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion
pieghi;
e questa gente prega pur di
questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m'è 'l detto tuo ben
manifesto?».
Ed elli a me: «La mia scrittura
è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente
sana;
ché cima di giudicio non
s'avvalla
perché foco d'amor compia in un punto
ciò che de' sodisfar chi
qui s'astalla;
e là dov' io fermai cotesto
punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perché 'l priego da Dio era
disgiunto.
Veramente a così alto
sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e
lo 'ntelletto.
Non so se 'ntendi: io dico di
Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e
felice».
E io: «Segnore, andiamo a
maggior fretta,
ché già non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l
poggio l'ombra getta».
«Noi anderem con questo giorno
innanzi»,
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma 'l fatto è d'altra forma
che non stanzi.
Prima che sie là sù, tornar
vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ' suoi raggi tu romper
non fai.
Ma vedi là un'anima che,
posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnerà la via più
tosta».
Venimmo a lei: o anima
lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta
e tarda!
Ella non ci dicëa alcuna
cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si
posa.
Pur Virgilio si trasse a lei,
pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo
dimando,
ma di nostro paese e de la
vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
«Mantüa…», e l'ombra, tutta
in sé romita,
surse ver' lui del loco ove
pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e
l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore
ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma
bordello!
Quell' anima gentil fu così
presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo
quivi festa;
e ora in te non stanno sanza
guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa
serra.
Cerca, misera, intorno da le
prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace
gode.
Che val perché ti racconciasse
il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz' esso fora la vergogna
meno.
Ahi gente che dovresti esser
devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti
nota,
guarda come esta fiera è fatta
fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la
predella.
O Alberto tedesco
ch'abbandoni
costei ch'è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar
li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle
caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor
temenza n'aggia!
Ch'avete tu e 'l tuo padre
sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio
sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e
Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e
questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la
pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com' è
oscura!
Vieni a veder la tua Roma che
piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non
m'accompagne?».
Vieni a veder la gente quanto
s'ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua
fama.
E se licito m'è, o sommo
Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi
rivolti altrove?
O è preparazion che ne
l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger
nostro scisso?
Ché le città d'Italia tutte
piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando
viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser
contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si
argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e
tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha
in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune
incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I' mi
sobbarco!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben
onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto
nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che
fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol
cenno
verso di te, che fai tanto
sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre
fili.
Quante volte, del tempo che
rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate
membre!
E se ben ti ricordi e vedi
lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su
le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
CANTO VII
[Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui all'ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.]
Poscia che l'accoglienze oneste
e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi,
chi siete?».
«Anzi che a questo monte fosser
volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian
sepolte.
Io son Virgilio; e per null'
altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il
duca mio.
Qual è colui che cosa innanzi
sé
sùbita vede ond' e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è…
non è…»,
tal parve quelli; e poi chinò
le ciglia,
e umilmente ritornò ver' lui,
e abbracciòl là 've 'l minor
s'appiglia.
«O gloria di Latin», disse,
«per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco
ond' io fui,
qual merito o qual grazia mi ti
mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di
qual chiostra».
«Per tutt' i cerchi del dolente
regno»,
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e
con lei vegno.
Non per far, ma per non fare ho
perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me
conosciuto.
Luogo è là giù non tristo di
martìri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son
sospiri.
Quivi sto io coi pargoli
innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa
essenti;
quivi sto io con quei che le
tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir
tutte quante.
Ma se tu sai e puoi, alcuno
indizio
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha
dritto inizio».
Rispuose: «Loco certo non c'è
posto;
licito m'è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi
t'accosto.
Ma vedi già come dichina il
giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel
soggiorno.
Anime sono a destra qua
remote;
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier
note».
«Com' è ciò?», fu risposto.
«Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria ché
non potesse?».
E 'l buon Sordello in terra
fregò 'l dito,
dicendo: «Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo 'l
sol partito:
non però ch'altra cosa desse
briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia
intriga.
Ben si poria con lei tornare in
giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il dì
tien chiuso».
Allora il mio segnor, quasi
ammirando,
«Menane», disse, «dunque là 've dici
ch'aver si può diletto
dimorando».
Poco allungati c'eravam di
lici,
quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li
sceman quici.
«Colà», disse quell' ombra,
«n'anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno
attenderemo».
Tra erto e piano era un
sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch'a
mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e
biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si
fiacca,
da l'erba e da li fior, dentr'
a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è
vinto il meno.
Non avea pur natura ivi
dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e
indistinto.
'Salve, Regina' in sul
verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle
non parean di fuori.
«Prima che 'l poco sole omai
s'annidi»,
cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate
ch'io vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti
e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi
accolti.
Colui che più siede alto e fa
sembianti
d'aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li
altrui canti,
Rodolfo imperador fu, che
potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si
ricrea.
L'altro che ne la vista lui
conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in
mar ne porta:
Ottacchero ebbe nome, e ne le
fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e
ozio pasce.
E quel nasetto che stretto a
consiglio
par con colui c'ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e
disfiorando il giglio:
guardate là come si batte il
petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando,
letto.
Padre e suocero son del mal di
Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì
li lancia.
Quel che par sì membruto e che
s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor portò cinta
la corda;
e se re dopo lui fosse
rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in
vaso,
che non si puote dir de l'altre
rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun
possiede.
Rade volte risurge per li
rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si
chiami.
Anche al nasuto vanno mie
parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e
Proenza già si dole.
Tant' è del seme suo minor la
pianta,
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si
vanta.
Vedete il re de la semplice
vita
seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore
uscita.
Quel che più basso tra costor
s'atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria
e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese».
CANTO VIII
[Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l'utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui a l'ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.]
Era già l'ora che volge il
disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici
addio;
e che lo novo peregrin
d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si
more;
quand' io incominciai a render
vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con
mano.
Ella giunse e levò ambo le
palme,
ficcando li occhi verso l'orïente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non
calme'.
'Te lucis
ante' sì devotamente
le uscìo di
bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
e l'altre poi dolcemente e
devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne
rote.
Aguzza qui, lettor, ben li
occhi al vero,
ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar
dentro è leggero.
Io vidi quello essercito
gentile
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e
umìle;
e vidi uscir de l'alto e
scender giùe
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le
punte sue.
Verdi come fogliette pur mo
nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e
ventilate.
L'un poco sovra noi a star si
venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si
contenne.
Ben discernëa in lor la testa
bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virtù ch'a troppo si
confonda.
«Ambo vegnon del grembo di
Maria»,
disse Sordello, «a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà
vie via».
Ond' io, che non sapeva per
qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le
fidate spalle.
E Sordello anco: «Or avvalliamo
omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazïoso fia lor vedervi
assai».
Solo tre passi credo ch'i'
scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi
volesse.
Temp' era già che l'aere
s'annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse ciò
che pria serrava.
Ver' me si fece, e io ver' lui
mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra
' rei!
Nullo bel salutar tra noi si
tacque;
poi dimandò: «Quant' è che tu venisti
a piè del monte per le
lontane acque?».
«Oh!», diss' io lui, «per entro
i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, sì
andando, acquisti».
E come fu la mia risposta
udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito
smarrita.
L'uno a Virgilio e l'altro a un
si volse
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per
grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel
singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che
non lì è guado,
quando sarai di là da le larghe
onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li 'nnocenti si
risponde.
Non credo che la sua madre più
m'ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!,
ancor brami.
Per lei assai di lieve si
comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto
spesso non l'accende.
Non le farà sì bella
sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com' avria fatto il gallo di
Gallura».
Così dicea, segnato de la
stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core
avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan
pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso
a lo stelo.
E 'l duca mio: «Figliuol, che
là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua
tutto quanto arde».
Ond' elli a me: «Le quattro
chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov'
eran quelle».
Com' ei parlava, e Sordello a
sé il trasse
dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;
e drizzò il dito
perché 'n là guardasse.
Da quella parte onde non ha
riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo
amaro.
Tra l'erba e ' fior venìa la
mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come
bestia che si liscia.
Io non vidi, e però dicer non
posso,
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro
mosso.
Sentendo fender l'aere a le
verdi ali,
fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste
rivolando iguali.
L'ombra che s'era al giudice
raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me
guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in
alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant' è mestiere infino al sommo
smalto»,
cominciò ella, «se novella
vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là
era.
Fui chiamato Currado
Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che
qui raffina».
«Oh!», diss' io lui, «per li
vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non
sien palesi?
La fama che la vostra casa
onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu
ancora;
e io vi giuro, s'io di sopra
vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de
la spada.
Uso e natura sì la
privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l
mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che 'l sol non
si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i piè
cuopre e inforca,
che cotesta cortese
oppinïone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che
d'altrui sermone,
se corso di giudicio non s'arresta».
CANTO IX
[Canto IX, nel quale pone l'auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l'entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l'entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.]
La concubina di Titone
antico
già s'imbiancava al balco d'orïente,
fuor de le braccia del suo
dolce amico;
di gemme la sua fronte era
lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la
gente;
e la notte, de' passi con che
sale,
fatti avea due nel loco ov' eravamo,
e 'l terzo già chinava in giuso
l'ale;
quand' io, che meco avea di
quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
là 've già tutti e
cinque sedavamo.
Ne l'ora che comincia i tristi
lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi
guai,
e che la mente nostra,
peregrina
più da la carne e men da' pensier presa,
a le sue visïon quasi è
divina,
in sogno mi parea veder
sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare
intesa;
ed esser mi parea là dove
fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo
consistoro.
Fra me pensava: 'Forse questa
fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in
piede'.
Poi mi parea che, poi rotata un
poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al
foco.
Ivi parea che ella e io
ardesse;
e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si
rompesse.
Non altrimenti Achille si
riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si
fosse,
quando la madre da Chirón a
Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il
dipartiro;
che mi scoss' io, sì come da la
faccia
mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che,
spaventato, agghiaccia.
Dallato m'era solo il mio
conforto,
e 'l sole er' alto già più che due ore,
e 'l viso m'era a la
marina torto.
«Non aver tema», disse il mio
segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma
rallarga ogne vigore.
Tu se' omai al purgatorio
giunto:
vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata là 've par
digiunto.
Dianzi, ne l'alba che procede
al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond' è là giù
addorno
venne una donna, e disse: "I'
son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l'agevolerò per la sua
via".
Sordel rimase e l'altre genti
forme;
ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le
sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi
dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno
ad una se n'andaro».
A guisa d'uom che 'n dubbio si
raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è
discoperta,
mi cambia' io; e come sanza
cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver'
l'altura.
Lettor, tu vedi ben com' io
innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s'io la
rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo
in parte
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro
diparte,
vidi una porta, e tre gradi di
sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea
motto.
E come l'occhio più e più
v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non
lo soffersi;
e una spada nuda avëa in
mano,
che reflettëa i raggi sì ver' noi,
ch'io dirizzava spesso il viso in
vano.
«Dite costinci: che volete
voi?»,
cominciò elli a dire, «ov' è la scorta?
Guardate che 'l venir sù
non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose
accorta»,
rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: "Andate là:
quivi è la porta"».
«Ed ella i passi vostri in bene
avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a' nostri gradi
innanzi».
Là ne venimmo; e lo scaglion
primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso
qual io paio.
Era il secondo tinto più che
perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per
traverso.
Lo terzo, che di sopra
s'ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di
vena spiccia.
Sovra questo tenëa ambo le
piante
l'angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di
diamante.
Per li tre gradi sù di buona
voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che 'l serrame
scioglia».
Divoto mi gittai a' santi
piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria
mi diedi.
Sette P ne la fronte mi
descrisse
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
quando se' dentro,
queste piaghe» disse.
Cenere, o terra che secca si
cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due
chiavi.
L'una era d'oro e l'altra era
d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì,
ch'i' fu' contento.
«Quandunque l'una d'este chiavi
falla,
che non si volga dritta per la toppa»,
diss' elli a noi, «non
s'apre questa calla.
Più cara è l'una; ma l'altra
vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch' ella è quella
che 'l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi
ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi
mi s'atterri».
Poi pinse l'uscio a la porta
sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n
dietro si guata».
E quando fuor ne' cardini
distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e
forti,
non rugghiò sì né si mostrò sì
acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase
macra.
Io mi rivolsi attento al primo
tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
udire in voce mista al dolce
suono.
Tale imagine a punto mi
rendea
ciò ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi
si stea;
ch'or sì or no s'intendon le parole.
CANTO X
[Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l'auttore sotto certi intagli d'antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.]
Poi fummo dentro al soglio de
la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perché fa parer dritta la via
torta,
sonando la senti' esser
richiusa;
e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo
degna scusa?
Noi salavam per una pietra
fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e
s'appressa.
«Qui si conviene usare un poco
d'arte»,
cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato
che si parte».
E questo fece i nostri passi
scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per
ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella
cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si
rauna,
ïo stancato e amendue
incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per
diserti.
Da la sua sponda, ove confina
il vano,
al piè de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un
corpo umano;
e quanto l'occhio mio potea
trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi
parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè
nostri anco,
quand' io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita
aveva manco,
esser di marmo candido e
addorno
d'intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe
scorno.
L'angel che venne in terra col
decreto
de la molt' anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo
divieto,
dinanzi a noi pareva sì
verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che
tace.
Giurato si saria ch'el dicesse
'Ave!';
perché iv' era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor
volse la chiave;
e avea in atto impressa esta
favella
'Ecce ancilla Deï', propriamente
come figura in cera si
suggella.
«Non tener pur ad un loco la
mente»,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore
ha la gente.
Per ch'i' mi mossi col viso, e
vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi
movea,
un'altra storia ne la roccia
imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acciò che fosse a li
occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo
stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio
non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta
quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un 'No',
l'altro 'Sì, canta'.
Similemente al fummo de li
'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al sì e al no discordi
fensi.
Lì precedeva al benedetto
vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e più e men che re era in quel
caso.
Di contra, effigïata ad una
vista
d'un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e
trista.
I' mossi i piè del loco dov' io
stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micòl mi
biancheggiava.
Quiv' era storïata l'alta
gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran
vittoria;
i' dico di Traiano
imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di
dolore.
Intorno a lui parea calcato e
pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr' essi in vista al vento si
movieno.
La miserella intra tutti
costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch'è morto,
ond' io m'accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or
aspetta
tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui
dolor s'affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi
fia dov' io,
la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo
metti in oblio?»;
ond' elli: «Or ti conforta;
ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e
pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa
nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si
trova.
Mentr' io mi dilettava di
guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder
care,
«Ecco di qua, ma fanno i passi
radi»,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne 'nvïeranno a li alti
gradi».
Li occhi miei, ch'a mirare eran
contenti
per veder novitadi ond' e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non
furon lenti.
Non vo' però, lettor, che tu ti
smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si
paghi.
Non attender la forma del
martìre:
pensa la succession; pensa ch'al peggio
oltre la gran sentenza
non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel
ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel
veder vaneggio».
Ed elli a me: «La grave
condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ' miei occhi pria
n'ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e
disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi
come ciascun si picchia».
O superbi cristian, miseri
lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi
passi,
non v'accorgete voi che noi
siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia
sanza schermi?
Di che l'animo vostro in alto
galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion
falla?
Come per sostentar solaio o
tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al
petto,
la qual fa del non ver vera
rancura
nascere 'n chi la vede; così fatti
vid' io color, quando puosi ben
cura.
Vero è che più e meno eran
contratti
secondo ch'avien più e meno a dosso;
e qual più pazïenza avea ne
li atti,
piangendo parea dicer: 'Più non posso'.
CANTO XI
[Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de' superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch'è uno de' rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.]
«O Padre nostro, che ne' cieli
stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch'ai primi effetti di là sù tu
hai,
laudato sia 'l tuo nome e 'l
tuo valore
da ogne creatura, com' è degno
di render grazie al tuo dolce
vapore.
Vegna ver' noi la pace del tuo
regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro
ingegno.
Come del suo voler li angeli
tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini
de' suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana
manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir
s'affanna.
E come noi lo mal ch'avem
sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo
nostro merto.
Nostra virtù che di legger
s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che sì la
sprona.
Quest' ultima preghiera, segnor
caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a
noi restaro».
Così a sé e noi buona
ramogna
quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che
talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a
tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del
mondo.
Se di là sempre ben per noi si
dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c'hanno al voler
buona radice?
Ben si de' loro atar lavar le
note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le
stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi
disgrievi
tosto, sì che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro
vi lievi,
mostrate da qual mano inver' la
scala
si va più corto; e se c'è più d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men
erto cala;
ché questi che vien meco, per
lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua
voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a
queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser
manifeste;
ma fu detto: «A man destra per
la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona
viva.
E s'io non fossi impedito dal
sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso
basso,
cotesti, ch'ancor vive e non si
noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a
questa soma.
Io fui latino e nato d'un gran
Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo già
mai fu vosco.
L'antico sangue e l'opere
leggiadre
d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la
comune madre,
ogn' uomo ebbi in despetto
tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico
ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me
danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel
malanno.
E qui convien ch'io questo peso
porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra '
vivi, qui tra ' morti».
Ascoltando chinai in giù la
faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li
'mpaccia,
e videmi e conobbemi e
chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro
andava.
«Oh!», diss' io lui, «non se'
tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte
ch'alluminar chiamata
è in Parisi?».
«Frate», diss' elli, «più ridon
le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore è tutto or suo, e mio
in parte.
Ben non sare' io stato sì
cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core
intese.
Di tal superbia qui si paga il
fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a
Dio.
Oh vana gloria de l'umane
posse!
com' poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l'etati
grosse!
Credette Cimabue ne la
pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui
è scura.
Così ha tolto l'uno a l'altro
Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà
del nido.
Non è il mondan romore altro
ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome
perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se
vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il
'pappo' e 'l 'dindi',
pria che passin mill' anni?
ch'è più corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che
più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco
piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen
pispiglia,
ond' era sire quando fu
distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com' ora è
putta.
La vostra nominanza è color
d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra
acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir
m'incora
bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
ma chi è quei di cui tu
parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose,
«Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a
le sue mani.
Ito è così e va, sanza
riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo
oso».
E io: «Se quello spirito
ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù
non ascende,
se buona orazïon lui non
aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui
largita?».
«Quando vivea più glorïoso»,
disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta,
s'affisse;
e lì, per trar l'amico suo di
pena,
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne
vena.
Più non dirò, e scuro so che
parlo;
ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini
faranno sì che tu potrai
chiosarlo.
Quest' opera li tolse quei confini».
CANTO XII
[Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de' superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.]
Di pari, come buoi che vanno a
giogo,
m'andava io con quell' anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce
pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e
varca;
ché qui è buono con l'ali e coi remi,
quantunque può, ciascun
pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi
rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e
scemi.
Io m'era mosso, e seguia
volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com' eravam
leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi
in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante
tue».
Come, perché di lor memoria
sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran
pria,
onde lì molte volte si
ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pïi dà de le
calcagne;
sì vid' io lì, ma di miglior
sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte
avanza.
Vedea colui che fu nobil
creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da
l'un lato.
Vedëa Brïareo fitto dal
telo
celestïal giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal
gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e
Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti
sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran
lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi
fuoro.
O Nïobè, con che occhi
dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi
figliuoli spenti!
O Saùl, come in su la propria
spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né
rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io
te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si
fé.
O Roboàm, già non par che
minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza
ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro
pavimento
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato
addornamento.
Mostrava come i figli si
gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il
lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo
scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di
sangue t'empio».
Mostrava come in rotta si
fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del
martiro.
Vedeva Troia in cenere e in
caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si
discerne!
Qual di pennel fu maestro o di
stile
che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno
sottile?
Morti li morti e i vivi parean
vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant' io calcai, fin che
chinato givi.
Or superbite, e via col viso
altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro
mal sentero!
Più era già per noi del monte
vòlto
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l'animo non
sciolto,
quando colui che sempre innanzi
atteso
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì
sospeso.
Vedi colà un angel che
s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì
l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti
addorna,
sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non
raggiorna!».
Io era ben del suo ammonir
uso
pur di non perder tempo, sì che 'n quella
materia non potea parlarmi
chiuso.
A noi venìa la creatura
bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina
stella.
Le braccia aperse, e indi
aperse l'ale;
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai
si sale.
A questo invito vegnon molto
radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così
cadi?».
Menocci ove la roccia era
tagliata;
quivi mi batté l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura
l'andata.
Come a man destra, per salire
al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra
Rubaconte,
si rompe del montar l'ardita
foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la
doga;
così s'allenta la ripa che
cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra
rade.
Noi volgendo ivi le nostre
persone,
'Beati pauperes spiritu!' voci
cantaron sì, che nol diria
sermone.
Ahi quanto son diverse quelle
foci
da l'infernali! ché quivi per canti
s'entra, e là giù per lamenti
feroci.
Già montavam su per li scaglion
santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea
davanti.
Ond' io: «Maestro, dì, qual
cosa greve
levata s'è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si
riceve?».
Rispuose: «Quando i P che son
rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com' è l'un, del
tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler
sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù
pinti».
Allor fec' io come color che
vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui
sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar
s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir
per la veduta;
e con le dita de la destra
scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel da le chiavi a me sovra
le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.
CANTO XIII
[Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapìa, moglie di messer Viviano de' Ghinibaldi da Siena, e molti altri.]
Noi eravamo al sommo de la
scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui
dismala.
Ivi così una cornice
lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo più tosto
piega.
Ombra non lì è né segno che si
paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la
petraia.
«Se qui per dimandar gente
s'aspetta»,
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d'indugio
nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi
porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé
torse.
«O dolce lume a cui fidanza i'
entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol
quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr'
esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li
tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio
si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia
pronta;
e verso noi volar furon
sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi
inviti.
La prima voce che passò
volando
'Vinum non habent' altamente disse,
e dietro a noi l'andò
reïterando.
E prima che del tutto non si
udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
passò gridando, e anco
non s'affisse.
«Oh!», diss' io, «padre, che
voci son queste?».
E com' io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da
cui male aveste'.
E 'l buon maestro: «Questo
cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d'amor le corde
de la ferza.
Lo fren vuol esser del
contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al
passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l'aere
ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la
grotta assiso».
Allora più che prima li occhi
apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra
non diversi.
E poi che fummo un poco più
avanti,
udia gridar: 'Maria, òra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro' e
'Tutti santi'.
Non credo che per terra vada
ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi
poi;
ché, quando fui sì presso di
lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave
dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean
coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran
sofferti.
Così li ciechi a cui la roba
falla,
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra
l'altro avvalla,
perché 'n altrui pietà tosto si
pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno
agogna.
E come a li orbi non approda il
sole,
così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
luce del ciel di sé largir
non vole;
ché a tutti un fil di ferro i
cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non
dimora.
A me pareva, andando, fare
oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio
consiglio saggio.
Ben sapev' ei che volea dir lo
muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e
arguto».
Virgilio mi venìa da quella
banda
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda
s'inghirlanda;
da l'altra parte m'eran le
divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan sì, che bagnavan le
gote.
Volsimi a loro e: «O gente
sicura»,
incominciai, «di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in
sua cura,
se tosto grazia resolva le
schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il
fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e
caro,
s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i'
l'apparo».
«O frate mio, ciascuna è
cittadina
d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia
peregrina».
Questo mi parve per risposta
udire
più innanzi alquanto che là dov' io stava,
ond' io mi feci ancor più
là sentire.
Tra l'altre vidi un'ombra
ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa
d'orbo in sù levava.
«Spirto», diss' io, «che per
salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per
luogo o per nome».
«Io fui sanese», rispuose, «e
con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne
presti.
Savia non fui, avvegna che
Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di
ventura mia.
E perché tu non creda ch'io
t'inganni,
odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
già discendendo l'arco
d'i miei anni.
Eran li cittadin miei presso a
Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e'
volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li
amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre
dispari,
tanto ch'io volsi in sù
l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
come fé 'l merlo
per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo
stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza
scemo,
se ciò non fosse, ch'a memoria
m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate
increbbe.
Ma tu chi se', che nostre
condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com' io credo, e
spirando ragioni?».
«Li occhi», diss' io, «mi fieno
ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
fatta per esser con
invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond' è
sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giù mi
pesa».
Ed ella a me: «Chi t'ha dunque
condotto
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch'è meco
e non fa motto.
E vivo sono; e però mi
richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li
mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sì cosa
nuova»,
rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo
talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu
più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben
mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente
vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch'a trovar la
Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli».
CANTO XIV
[Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da Calvoli e molti altri.]
«Chi è costui che 'l nostro
monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua
voglia e coverchia?».
«Non so chi sia, ma so ch'e'
non è solo;
domandal tu che più li t'avvicini,
e dolcemente, sì che parli,
acco'lo».
Così due spirti, l'uno a
l'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per
dirmi, supini;
e disse l'uno: «O anima che
fitta
nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne
ditta
onde vieni e chi se'; ché tu ne
fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più
mai».
E io: «Per mezza Toscana si
spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol
sazia.
Di sovr' esso rech' io questa
persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor
molto non suona».
«Se ben lo 'ntendimento tuo
accarno
con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu
parli d'Arno».
E l'altro disse lui: «Perché
nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com' om fa de l'orribili
cose?».
E l'ombra che di ciò domandata
era,
si sdebitò così: «Non so; ma degno
ben è che 'l nome di tal valle
pèra;
ché dal principio suo, ov' è sì
pregno
l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa
oltra quel segno,
infin là 've si rende per
ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond' hanno i fiumi ciò
che va con loro,
vertù così per nimica si
fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li
fruga:
ond' hanno sì mutata lor
natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in
pastura.
Tra brutti porci, più degni di
galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero
calle.
Botoli trova poi, venendo
giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce
il muso.
Vassi caggendo; e quant' ella
più 'ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata
fossa.
Discesa poi per più pelaghi
cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le
occùpi.
Né lascerò di dir perch' altri
m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi
disnoda.
Io veggio tuo nepote che
diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li
sgomenta.
Vende la carne loro essendo
viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio
priva.
Sanguinoso esce de la trista
selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si
rinselva».
Com' a l'annunzio di dogliosi
danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio
l'assanni,
così vid' io l'altr' anima, che
volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a sé
raccolta.
Lo dir de l'una e de l'altra la
vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi
mista;
per che lo spirto che di pria
parlòmi
ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far
non vuo'mi.
Ma da che Dio in te vuol che
traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch'io fui Guido
del Duca.
Fu il sangue mio d'invidia sì
rïarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore
sparso.
Di mia semente cotal paglia
mieto;
o gente umana, perché poni 'l core
là 'v' è mestier di consorte
divieto?
Questi è Rinier; questi è 'l
pregio e l'onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del
suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto
brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al
vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è
ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber
meno.
Ov' è 'l buon Lizio e Arrigo
Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in
bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si
ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola
gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango,
Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette
nosco,
Federigo Tignoso e sua
brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra è
diretata),
le donne e ' cavalier, li
affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son
fatti sì malvagi.
O Bretinoro, ché non fuggi
via,
poi che gita se n'è la tua famiglia
e molta gente per non esser
ria?
Ben fa Bagnacaval, che non
rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti
più s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l
demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d'essi
testimonio.
O Ugolin de' Fantolin,
sicuro
è 'l nome tuo, da che più non s'aspetta
chi far lo possa,
tralignando, scuro.
Ma va via, Tosco, omai; ch'or
mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m'ha nostra ragion la
mente stretta».
Noi sapavam che quell' anime
care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facëan noi del cammin
confidare.
Poi fummo fatti soli
procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra
dicendo:
'Anciderammi qualunque
m'apprende';
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola
scoscende.
Come da lei l'udir nostro ebbe
triegua,
ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che
tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni
sasso»;
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi,
il passo.
Già era l'aura d'ogne parte
queta;
ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo
che dovria l'uom tener dentro
a sua meta.
Ma voi prendete l'esca, sì che
l'amo
de l'antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o
richiamo.
Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi
si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a
terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».
CANTO XV
[Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo diputato a purgare la colpa e peccato de l'ira; e dichiara Virgilio a Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da Guido del Duca, e una visione ch'aparve in sogno a l'auttore, cioè Dante.]
Quanto tra l'ultimar de l'ora
terza
e 'l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di
fanciullo scherza,
tanto pareva già inver' la
sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte
era.
E i raggi ne ferien per mezzo
'l naso,
perché per noi girato era sì 'l monte,
che già dritti andavamo
inver' l'occaso,
quand' io senti' a me gravar la
fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m'eran le cose non
conte;
ond' io levai le mani inver' la
cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile
lima.
Come quando da l'acqua o da lo
specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo su per lo modo
parecchio
a quel che scende, e tanto si
diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperïenza
e arte;
così mi parve da luce
rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista
fu ratta.
«Che è quel, dolce padre, a che
non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
diss' io, «e pare inver'
noi esser mosso?».
«Non ti maravigliar s'ancor
t'abbaglia
la famiglia del cielo», a me rispuose:
«messo è che viene ad
invitar ch'om saglia.
Tosto sarà ch'a veder queste
cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti
dispuose».
Poi giunti fummo a l'angel
benedetto,
con lieta voce disse: «Intrate quinci
ad un scaleo vie men che
li altri eretto».
Noi montavam, già partiti di
linci,
e 'Beati misericordes!' fue
cantato retro, e 'Godi tu che
vinci!'.
Lo mio maestro e io soli
amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole
sue;
e dirizza'mi a lui sì
dimandando:
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte'
menzionando?».
Per ch'elli a me: «Di sua
maggior magagna
conosce il danno; e però non s'ammiri
se ne riprende
perché men si piagna.
Perché s'appuntano i vostri
disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a'
sospiri.
Ma se l'amor de la spera
supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto
quella tema;
ché, per quanti si dice più lì
'nostro',
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in
quel chiostro».
«Io son d'esser contento più
digiuno»,
diss' io, «che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la
mente aduno.
Com' esser puote ch'un ben,
distributo
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé che se da pochi è
posseduto?».
Ed elli a me: «Però che tu
rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre
dispicchi.
Quello infinito e ineffabil
bene
che là sù è, così corre ad amore
com' a lucido corpo raggio
vene.
Tanto si dà quanto trova
d'ardore;
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr' essa l'etterno
valore.
E quanta gente più là sù
s'intende,
più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
e come specchio l'uno a
l'altro rende.
E se la mia ragion non ti
disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun'
altra brama.
Procaccia pur che tosto sieno
spente,
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser
dolente».
Com' io voleva dicer 'Tu
m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
sì che tacer mi fer le
luci vaghe.
Ivi mi parve in una
visïone
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più
persone;
e una donna, in su l'entrar,
con atto
dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi
fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e
io
ti cercavamo». E come qui si tacque,
ciò che pareva prima,
dispario.
Indi m'apparve un'altra con
quell' acque
giù per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto
in altrui nacque,
e dir: «Se tu se' sire de la
villa
del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
e onde ogne scïenza
disfavilla,
vendica te di quelle braccia
ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
E 'l segnor mi parea,
benigno e mite,
risponder lei con viso
temperato:
«Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per
noi condannato?».
Poi vidi genti accese in foco
d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: «Martira,
martira!».
E lui vedea chinarsi, per la
morte
che l'aggravava già, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al
ciel porte,
orando a l'alto Sire, in tanta
guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà
diserra.
Quando l'anima mia tornò di
fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi
errori.
Lo duca mio, che mi potea
vedere
far sì com' om che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti
puoi tenere,
ma se' venuto più che mezza
lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno
piega?».
«O dolce padre mio, se tu
m'ascolte,
io ti dirò», diss' io, «ciò che m'apparve
quando le gambe mi
furon sì tolte».
Ed ei: «Se tu avessi cento
larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque
parve.
Ciò che vedesti fu perché non
scuse
d'aprir lo core a l'acque de la pace
che da l'etterno fonte son
diffuse.
Non dimandai "Che hai?" per
quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato
il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al
piede:
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando
riede».
Noi andavam per lo vespero,
attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e
lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo
farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da
cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
CANTO XVI
[Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l'ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.]
Buio d'inferno e di notte
privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant' esser può di nuvol
tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso
velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro
pelo,
che l'occhio stare aperto non
sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero
m'offerse.
Sì come cieco va dietro a sua
guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o
forse ancida,
m'andava io per l'aere amaro e
sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia
mozzo».
Io sentia voci, e ciascuna
pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata
leva.
Pur 'Agnus Dei' eran le
loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse
ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro,
ch'i' odo?»,
diss' io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d'iracundia van
solvendo il nodo».
«Or tu chi se' che 'l nostro
fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per
calendi?».
Così per una voce detto
fue;
onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va
sùe».
E io: «O creatura che ti
mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi
secondi».
«Io ti seguiterò quanto mi
lece»,
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terrà giunti in
quella vece».
Allora incominciai: «Con quella
fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale
ambascia.
E se Dio m'ha in sua grazia
rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor
del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la
morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fier le
nostre scorte».
«Lombardo fui, e fu' chiamato
Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso
l'arco.
Per montar sù dirittamente
vai».
Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
che per me prieghi quando
sù sarai».
E io a lui: «Per fede mi ti
lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non
me ne spiego.
Prima era scempio, e ora è
fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello
ov' io l'accoppio.
Lo mondo è ben così tutto
diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e
coverto;
ma priego che m'addite la
cagione,
sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e
un qua giù la pone».
Alto sospir, che duolo strinse
in «uhi!»,
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu
vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion
recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di
necessitate.
Se così fosse, in voi fora
distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per
male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti
inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
lume v'è dato a bene e a
malizia,
e libero voler; che, se
fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si
notrica.
A maggior forza e a miglior
natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non
ha in sua cura.
Però, se 'l mondo presente
disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera
spia.
Esce di mano a lui che la
vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo
pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa
nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la
trastulla.
Di picciol bene in pria sente
sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce
suo amore.
Onde convenne legge per fren
porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la
torre.
Le leggi son, ma chi pon mano
ad esse?
Nullo, però che 'l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha
l'unghie fesse;
per che la gente, che sua guida
vede
pur a quel ben fedire ond' ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più
oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala
condotta
è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi
sia corrotta.
Soleva Roma, che 'l buon mondo
feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo
e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è
giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza
mal convien che vada;
però che, giunti, l'un l'altro
non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn' erba si conosce
per lo seme.
In sul paese ch'Adice e Po
riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse
briga;
or può sicuramente indi
passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o
d'appressarsi.
Ben v'èn tre vecchi ancora in
cui rampogna
l'antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita
li ripogna:
Currado da Palazzo e 'l buon
Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice
Lombardo.
Dì oggimai che la Chiesa di
Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e
la soma».
«O Marco mio», diss' io, «bene
argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono
essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu
per saggio
di' ch'è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol
selvaggio?».
«O tuo parlar m'inganna, o el
mi tenta»,
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon
Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol
conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più
non vegno vosco.
Vedi l'albor che per lo fummo
raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l'angelo è ivi) prima ch'io
li paia».
Così tornò, e più non volle udirmi.
CANTO XVII
[Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l'amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.]
Ricorditi, lettor, se mai ne
l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle
talpe,
come, quando i vapori umidi e
spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per
essi;
e fia la tua imagine
leggera
in giugnere a veder com' io rividi
lo sole in pria, che già nel
corcar era.
Sì, pareggiando i miei co'
passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti già ne'
bassi lidi.
O imaginativa che ne
rube
talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille
tube,
chi move te, se 'l senso non ti
porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per sé o per voler che giù lo
scorge.
De l'empiezza di lei che mutò
forma
ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
ne l'imagine mia apparve
l'orma;
e qui fu la mia mente sì
ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei
ricetta.
Poi piovve dentro a l'alta
fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si
moria;
intorno ad esso era il grande
Assüero,
Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far
così intero.
E come questa imagine
rompeo
sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual
si feo,
surse in mia visïone una
fanciulla
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto
esser nulla?
Ancisa t'hai per non perder
Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a
l'altrui ruina».
Come si frange il sonno ove di
butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia
tutto;
così l'imaginar mio cadde
giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch'è in
nostro uso.
I' mi volgea per veder ov' io
fosse,
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi
rimosse;
e fece la mia voglia tanto
pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si
raffronta.
Ma come al sol che nostra vista
grava
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi
mancava.
«Questo è divino spirito, che
ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo
cela.
Sì fa con noi, come l'uom si fa
sego;
ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente già si mette al
nego.
Or accordiamo a tanto invito il
piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ché poi non si poria, se 'l
dì non riede».
Così disse il mio duca, e io
con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado
fui,
senti'mi presso quasi un muover
d'ala
e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
pacifici, che son sanz' ira
mala!'.
Già eran sovra noi tanto
levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più
lati.
'O virtù mia, perché sì ti
dilegue?',
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta
in triegue.
Noi eravam dove più non
saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia
arriva.
E io attesi un poco, s'io
udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e
dissi:
«Dolce mio padre, dì, quale
offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea
tuo sermone».
Ed elli a me: «L'amor del bene,
scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato
remo.
Ma perché più aperto intendi
ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra
dimora».
«Né creator né creatura
mai»,
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu
'l sai.
Lo naturale è sempre sanza
errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di
vigore.
Mentre ch'elli è nel primo ben
diretto,
e ne' secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal
diletto;
ma quando al mal si torce, o
con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore
adovra sua fattura.
Quinci comprender puoi ch'esser
convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta
pene.
Or, perché mai non può da la
salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose
tute;
e perché intender non si può
diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne
effetto è deciso.
Resta, se dividendo bene
stimo,
che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi
in vostro limo.
È chi, per esser suo vicin
soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua
grandezza in basso messo;
è chi podere, grazia, onore e
fama
teme di perder perch' altri sormonti,
onde s'attrista sì che 'l
contrario ama;
ed è chi per ingiuria par
ch'aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male
altrui impronti.
Questo triforme amor qua giù di
sotto
si piange: or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con
ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene
apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui
ciascun contende.
Se lento amore a lui veder vi
tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne
martira.
Altro ben è che non fa l'uom
felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d'ogne ben frutto e
radice.
L'amor ch'ad esso troppo
s'abbandona,
di sovr' a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito
si ragiona,
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
CANTO XVIII
[Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l'accidia; e qui mostra Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l'abate da San Zeno di Verona.]
Posto avea fine al suo
ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea
contento;
e io, cui nova sete ancor
frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
lo troppo dimandar ch'io fo
li grava'.
Ma quel padre verace, che
s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi
porse.
Ond' io: «Maestro, il mio veder
s'avviva
sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta
o descriva.
Però ti prego, dolce padre
caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo
contraro».
«Drizza», disse, «ver' me
l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si
fanno duci.
L'animo, ch'è creato ad amar
presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è
desto.
Vostra apprensiva da esser
verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa
volger face;
e se, rivolto, inver' di lei si
piega,
quel piegare è amor, quell' è natura
che per piacer di novo in voi
si lega.
Poi, come 'l foco movesi in
altura
per la sua forma ch'è nata a salire
là dove più in sua matera
dura,
così l'animo preso entra in
disire,
ch'è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa
gioire.
Or ti puote apparer quant' è
nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
ciascun amore in sé laudabil
cosa;
però che forse appar la sua
matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona
sia la cera».
«Le tue parole e 'l mio seguace
ingegno»,
rispuos' io lui, «m'hanno amor discoverto,
ma ciò m'ha fatto di
dubbiar più pregno;
ché, s'amore è di fuori a noi
offerto
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo
merto».
Ed elli a me: «Quanto ragion
qui vede,
dir ti poss' io; da indi in là t'aspetta
pur a Beatrice, ch'è
opra di fede.
Ogne forma sustanzïal, che
setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé
colletta,
la qual sanza operar non è
sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in
pianta vita.
Però, là onde vegna lo
'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili
l'affetto,
che sono in voi sì come studio
in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non
cape.
Or perché a questa ogn' altra
si raccoglia,
innata v'è la virtù che consiglia,
e de l'assenso de' tener
la soglia.
Quest' è 'l principio là onde
si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori
accoglie e viglia.
Color che ragionando andaro al
fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
però moralità lasciaro al
mondo.
Onde, poniam che di
necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo è in
voi la podestate.
La nobile virtù Beatrice
intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l'abbi a mente, s'a
parlar ten prende».
La luna, quasi a mezza notte
tarda,
facea le stelle a no