LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
INFERNO
CANTO I
[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]
Nel mezzo del cammin di nostra
vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era
smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è
cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la
paura!
Tant' è amara che poco è più
morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i'
v'ho scorte.
Io non so ben ridir com' i'
v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via
abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al piè d'un
colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor
compunto,
guardai in alto e vidi le sue
spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne
calle.
Allor fu la paura un poco
queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta
pieta.
E come quei che con lena
affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa
e guata,
così l'animo mio, ch'ancor
fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai
persona viva.
Poi ch'èi posato un poco il
corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo
sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de
l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era
coverta;
e non mi si partia dinanzi al
volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più
volte vòlto.
Temp' era dal principio del
mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando
l'amor divino
mosse di prima quelle cose
belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta
pelle
l'ora del tempo e la dolce
stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un
leone.
Questi parea che contra me
venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne
tremesse.
Ed una lupa, che di tutte
brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver
grame,
questa mi porse tanto di
gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de
l'altezza.
E qual è quei che volontieri
acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier
piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia sanza
pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol
tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso
loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea
fioco.
Quando vidi costui nel gran
diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra
od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già
fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa
ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor
che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi
falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel
giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu
combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta
noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta
gioia?».
«Or se' tu quel Virgilio e
quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con
vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e
lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo
tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio
autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto
onore.
Vedi la bestia per cu' io mi
volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i
polsi».
«A te convien tenere altro
vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco
selvaggio;
ché questa bestia, per la qual
tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce
che l'uccide;
e ha natura sì malvagia e
ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che
pria.
Molti son li animali a cui
s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà
morir con doglia.
Questi non ciberà terra né
peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e
feltro.
Di quella umile Italia fia
salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di
ferute.
Questi la caccerà per ogne
villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima
dipartilla.
Ond' io per lo tuo me' penso e
discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco
etterno;
ove udirai le disperate
strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun
grida;
e vederai color che son
contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate
genti.
A le quai poi se tu vorrai
salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio
partire;
ché quello imperador che là sù
regna,
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città
per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi
regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi
elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti
richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch'io fugga questo
male e peggio,
che tu mi meni là dov' or
dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto
mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
CANTO II
[Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l'auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.]
Lo giorno se n'andava, e l'aere
bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol
uno
m'apparecchiava a sostener la
guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non
erra.
O muse, o alto ingegno, or
m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua
nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi
guidi,
guarda la mia virtù s'ell' è possente,
prima ch'a l'alto passo tu
mi fidi.
Tu dici che di Silvïo il
parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu
sensibilmente.
Però, se l'avversario d'ogne
male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi
e 'l quale
non pare indegno ad omo
d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel
per padre eletto:
la quale e 'l quale, a voler
dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del
maggior Piero.
Per quest' andata onde li dai
tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale
ammanto.
Andovvi poi lo Vas
d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di
salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi 'l
concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l
crede.
Per che, se del venire io
m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me'
ch'i' non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò
che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto
si tolle,
tal mi fec' ïo 'n quella oscura
costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto
tosta.
«S'i' ho ben la parola tua
intesa»,
rispuose del magnanimo quell' ombra,
«l'anima tua è da viltade
offesa;
la qual molte fïate l'omo
ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia
quand' ombra.
Da questa tema acciò che tu ti
solve,
dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di
te mi dolve.
Io era tra color che son
sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la
richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che
la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua
favella:
"O anima cortese
mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo
lontana,
l'amico mio, e non de la
ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt' è per
paura;
e temo che non sia già sì
smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui
nel cielo udito.
Or movi, e con la tua parola
ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia
consolata.
I' son Beatrice che ti faccio
andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa
parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor
mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia'
io:
"O donna di virtù sola per
cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi
sui,
tanto m'aggrada il tuo
comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo'
ch'aprirmi il tuo talento.
Ma dimmi la cagion che non ti
guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar
tu ardi".
"Da che tu vuo' saver cotanto a
dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch' i' non temo di venir
qua entro.
Temer si dee di sole quelle
cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son
paurose.
I' son fatta da Dio, sua mercé,
tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto 'ncendio non
m'assale.
Donna è gentil nel ciel che si
compiange
di questo 'mpedimento ov' io ti mando,
sì che duro giudicio là
sù frange.
Questa chiese Lucia in suo
dimando
e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo
raccomando —.
Lucia, nimica di ciascun
crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica
Rachele.
Disse: — Beatrice, loda di Dio
vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare
schiera?
Non odi tu la pieta del suo
pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non
ha vanto? —.
Al mondo non fur mai persone
ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com' io, dopo cotai parole
fatte,
venni qua giù del mio beato
scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito
l'hanno".
Poscia che m'ebbe ragionato
questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più
presto.
E venni a te così com' ella
volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar
ti tolse.
Dunque: che è? perché, perché
restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza
non hai,
poscia che tai tre donne
benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti
promette?».
Quali fioretti dal notturno
gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti
in loro stelo,
tal mi fec' io di mia virtude
stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona
franca:
«Oh pietosa colei che mi
soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti
porse!
Tu m'hai con disiderio il cor
disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo
proposto.
Or va, ch'un sol volere è
d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che
mosso fue,
intrai per lo cammino alto e silvestro.
CANTO III
[Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l'entrata de l'inferno e del fiume d'Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l'auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.]
'Per me si va ne la città
dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta
gente.
Giustizia mosse il mio alto
fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo
amore.
Dinanzi a me non fuor cose
create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi
ch'intrate'.
Queste parole di colore
oscuro
vid' ïo scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso
lor m'è duro».
Ed elli a me, come persona
accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che
qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov' i'
t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de
l'intelletto».
E poi che la sua mano a la mia
puose
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete
cose.
Quivi sospiri, pianti e alti
guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne
lagrimai.
Diverse lingue, orribili
favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di
man con elle
facevano un tumulto, il qual
s'aggira
sempre in quell' aura sanza tempo tinta,
come la rena quando
turbo spira.
E io ch'avea d'error la testa
cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel
duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero
modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza
lodo.
Mischiate sono a quel cattivo
coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé
fuoro.
Caccianli i ciel per non esser
men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei
avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che è tanto
greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto
breve.
Questi non hanno speranza di
morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra
sorte.
Fama di loro il mondo esser non
lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda
e passa».
E io, che riguardai, vidi una
'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea
indegna;
e dietro le venìa sì lunga
tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse
disfatta.
Poscia ch'io v'ebbi alcun
riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran
rifiuto.
Incontanente intesi e certo
fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici
sui.
Questi sciaurati, che mai non
fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran
ivi.
Elle rigavan lor di sangue il
volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era
ricolto.
E poi ch'a riguardar oltre mi
diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or
mi concedi
ch'i' sappia quali sono, e qual
costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com' i' discerno per lo fioco
lume».
Ed elli a me: «Le cose ti fier
conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera
d'Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e
bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi
trassi.
Ed ecco verso noi venir per
nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime
prave!
Non isperate mai veder lo
cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo
e 'n gelo.
E tu che se' costì, anima
viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi
partiva,
disse: «Per altra via, per
altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno
convien che ti porti».
E 'l duca lui: «Caron, non ti
crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non
dimandare».
Quinci fuor quete le lanose
gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di
fiamme rote.
Ma quell' anime, ch'eran lasse
e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole
crude.
Bestemmiavano Dio e lor
parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di
lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante
insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che
Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di
bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque
s'adagia.
Come d'autunno si levan le
foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le
sue spoglie,
similemente il mal seme
d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo
richiamo.
Così sen vanno su per l'onda
bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera
s'auna.
«Figliuol mio», disse 'l
maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui
d'ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo
rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in
disio.
Quinci non passa mai anima
buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo
dir suona».
Finito questo, la buia
campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi
bagna.
La terra lagrimosa diede
vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun
sentimento;
e caddi come l'uom cui sonno piglia.
CANTO IV
[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.]
Ruppemi l'alto sonno ne la
testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza
desta;
e l'occhio riposato intorno
mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov' io
fossi.
Vero è che 'n su la proda mi
trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti
guai.
Oscura e profonda era e
nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna
cosa.
«Or discendiam qua giù nel
cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai
secondo».
E io, che del color mi fui
accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser
conforto?».
Ed elli a me: «L'angoscia de le
genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema
senti.
Andiam, ché la via lunga ne
sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che
l'abisso cigne.
Quivi, secondo che per
ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan
tremare;
ciò avvenia di duol sanza
martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine
e di viri.
Lo buon maestro a me: «Tu non
dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che
più andi,
ch'ei non peccaro; e s'elli
hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede
che tu credi;
e s'e' furon dinanzi al
cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io
medesmo.
Per tai difetti, non per altro
rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in
disio».
Gran duol mi prese al cor
quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo
eran sospesi.
«Dimmi, maestro mio, dimmi,
segnore»,
comincia' io per volere esser certo
di quella fede che vince
ogne errore:
«uscicci mai alcuno, o per suo
merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che 'ntese il mio parlar
coverto,
rispuose: «Io era nuovo in
questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria
coronato.
Trasseci l'ombra del primo
parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e
ubidente;
Abraàm patrïarca e Davìd
re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto
fé,
e altri molti, e feceli
beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran
salvati».
Non lasciavam l'andar perch' ei
dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti
spessi.
Non era lunga ancor la nostra
via
di qua dal sonno, quand' io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre
vincia.
Di lungi n'eravamo ancora un
poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea
quel loco.
«O tu ch'onori scïenzïa e
arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li
diparte?».
E quelli a me: «L'onrata
nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che
sì li avanza».
Intanto voce fu per me
udita:
«Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era
dipartita».
Poi che la voce fu restata e
queta,
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianz' avevan né trista
né lieta.
Lo buon maestro cominciò a
dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì
come sire:
quelli è Omero poeta
sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo
Lucano.
Però che ciascun meco si
convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno
bene».
Così vid' i' adunar la bella
scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila
vola.
Da ch'ebber ragionato insieme
alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di
tanto;
e più d'onore ancora assai mi
fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra
cotanto senno.
Così andammo infino a la
lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com' era 'l parlar colà
dov' era.
Venimmo al piè d'un nobile
castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel
fiumicello.
Questo passammo come terra
dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca
verdura.
Genti v'eran con occhi tardi e
gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci
soavi.
Traemmoci così da l'un de'
canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti
quanti.
Colà diritto, sovra 'l verde
smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso
m'essalto.
I' vidi Eletra con molti
compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi
grifagni.
Vidi Cammilla e la
Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia
sedea.
Vidi quel Bruto che cacciò
Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l
Saladino.
Poi ch'innalzai un poco più le
ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica
famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li
fanno:
quivi vid' ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso
li stanno;
Democrito che 'l mondo a caso
pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e
Zenone;
e vidi il buono accoglitor del
quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca
morale;
Euclide geomètra e
Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento
feo.
Io non posso ritrar di tutti a
pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il
dir vien meno.
La sesta compagnia in due si
scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura
che trema.
E vegno in parte ove non è che luca.
CANTO V
[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.]
Così discesi del cerchio
primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge
a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e
ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo
ch'avvinghia.
Dico che quando l'anima mal
nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le
peccata
vede qual loco d'inferno è da
essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia
messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno
molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù
volte.
«O tu che vieni al doloroso
ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto
offizio,
«guarda com' entri e di cui tu
ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui:
«Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale
andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non
dimandare».
Or incomincian le dolenti
note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi
percuote.
Io venni in loco d'ogne luce
muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è
combattuto.
La bufera infernal, che mai non
resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li
molesta.
Quando giungon davanti a la
ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la
virtù divina.
Intesi ch'a così fatto
tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al
talento.
E come li stornei ne portan
l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li
spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li
mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor
pena.
E come i gru van cantando lor
lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo
guai,
ombre portate da la detta
briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì
gastiga?».
«La prima di color di cui
novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte
favelle.
A vizio di lussuria fu sì
rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era
condotta.
Ell' è Semiramìs, di cui si
legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan
corregge.
L'altra è colei che s'ancise
amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs
lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto
reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine
combatteo.
Vedi Parìs, Tristano»; e più di
mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita
dipartille.
Poscia ch'io ebbi 'l mio
dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui
quasi smarrito.
I' cominciai: «Poeta,
volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento
esser leggieri».
Ed elli a me: «Vedrai quando
saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena,
ed ei verranno».
Sì tosto come il vento a noi li
piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol
niega!».
Quali colombe dal disio
chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal
voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'
è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso
grido.
«O animal grazïoso e
benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di
sanguigno,
se fosse amico il re de
l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro
mal perverso.
Di quel che udire e che parlar
vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci
tace.
Siede la terra dove nata
fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci
sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto
s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo
ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar
perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non
m'abbandona.
Amor condusse noi ad una
morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor
porte.
Quand' io intesi quell' anime
offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi
disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh
lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso
passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla'
io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e
pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci
sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi
disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior
dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo
dottore.
Ma s'a conoscer la prima
radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange
e dice.
Noi leggiavamo un giorno per
diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun
sospetto.
Per più fïate li occhi ci
sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel
che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato
riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia
diviso,
la bocca mi basciò tutto
tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi
leggemmo avante».
Mentre che l'uno spirto questo
disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io
morisse.
E caddi come corpo morto cade.
CANTO VI
[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.]
Al tornar de la mente, che si
chiuse
dinanzi a la pietà d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi
confuse,
novi tormenti e novi
tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come
che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la
piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'è
nova.
Grandine grossa, acqua tinta e
neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo
riceve.
Cerbero, fiera crudele e
diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è
sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba
unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed
iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come
cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri
profani.
Quando ci scorse Cerbero, il
gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che
tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue
spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose
canne.
Qual è quel cane ch'abbaiando
agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende
e pugna,
cotai si fecer quelle facce
lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber
sorde.
Noi passavam su per l'ombre che
adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par
persona.
Elle giacean per terra tutte
quante,
fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
ch'ella ci vide passarsi
davante.
«O tu che se' per questo
'nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io
disfatto, fatto».
E io a lui: «L'angoscia che tu
hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch'i' ti vedessi
mai.
Ma dimmi chi tu se' che 'n sì
dolente
loco se' messo, e hai sì fatta pena,
che, s'altra è maggio, nulla
è sì spiacente».
Ed elli a me: «La tua città,
ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la
vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste
Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi
fiacco.
E io anima trista non son
sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé
parola.
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo
affanno
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che
verranno
li cittadin de la città
partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta
discordia assalita».
E quelli a me: «Dopo lunga
tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con
molta offensione.
Poi appresso convien che questa
caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che
testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le
fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che
n'aonti.
Giusti son due, e non vi sono
intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori
accesi».
Qui puose fine al lagrimabil
suono.
E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni
e che di più parlar mi facci
dono.
Farinata e 'l Tegghiaio, che
fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben
far puoser li 'ngegni,
dimmi ove sono e fa ch'io li
conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia o lo
'nferno li attosca».
E quelli: «Ei son tra l'anime
più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i
potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce
mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non
ti rispondo».
Li diritti occhi torse allora
in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de
li altri ciechi.
E 'l duca disse a me: «Più non
si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verrà la nimica
podesta:
ciascun rivederà la trista
tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch'in etterno
rimbomba».
Sì trapassammo per sozza
mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la
vita futura;
per ch'io dissi: «Maestro, esti
tormenti
crescerann' ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì
cocenti?».
Ed elli a me: «Ritorna a tua
scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e
così la doglienza.
Tutto che questa gente
maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere
aspetta».
Noi aggirammo a tondo quella
strada,
parlando più assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si
digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
CANTO VII
[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.]
«Pape Satàn, pape Satàn
aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil,
che tutto seppe,
disse per confortarmi: «Non ti
noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender
questa roccia».
Poi si rivolse a quella 'nfiata
labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua
rabbia.
Non è sanza cagion l'andare al
cupo:
vuolsi ne l'alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo
strupo».
Quali dal vento le gonfiate
vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera
crudele.
Così scendemmo ne la quarta
lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che 'l mal de l'universo tutto
insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi
stipa
nove travaglie e pene quant' io viddi?
e perché nostra colpa sì ne
scipa?
Come fa l'onda là sovra
Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui
la gente riddi.
Qui vid' i' gente più
ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand' urli,
voltando pesi
per forza di poppa.
Percotëansi 'ncontro; e poscia
pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e
«Perché burli?».
Così tornavan per lo cerchio
tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso
metro;
poi si volgea ciascun, quand'
era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo
cor quasi compunto,
dissi: «Maestro mio, or mi
dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la
sinistra nostra».
Ed elli a me: «Tutti quanti
fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo
spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro
l'abbaia,
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li
dispaia.
Questi fuor cherci, che non han
coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo
soperchio».
E io: «Maestro, tra questi
cotali
dovre' io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti
mali».
Ed elli a me: «Vano pensiero
aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa
bruni.
In etterno verranno a li due
cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi
crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo
pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci
appulcro.
Or puoi, figliuol, veder la
corta buffa
d'i ben che son commessi a la fortuna,
per che l'umana gente
si rabuffa;
ché tutto l'oro ch'è sotto la
luna
e che già fu, di quest' anime stanche
non poterebbe farne posare
una».
«Maestro mio», diss' io, «or mi
dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo
ha sì tra branche?».
E quelli a me: «Oh creature
sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!
Or vo' che tu mia
sentenza ne 'mbocche.
Colui lo cui saver tutto
trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch'ogne parte ad ogne
parte splende,
distribuendo igualmente la
luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e
duce
che permutasse a tempo li ben
vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i
senni umani;
per ch'una gente impera e
l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba
l'angue.
Vostro saver non ha contasto a
lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri
dèi.
Le sue permutazion non hanno
triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda
consegue.
Quest' è colei ch'è tanto posta
in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e
mala voce;
ma ella s'è beata e ciò non
ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si
gode.
Or discendiamo omai a maggior
pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand' io mi mossi, e 'l troppo
star si vieta».
Noi ricidemmo il cerchio a
l'altra riva
sovr' una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei
deriva.
L'acqua era buia assai più che
persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo giù per una via
diversa.
In la palude va c'ha nome
Stige
questo tristo ruscel, quand' è disceso
al piè de le maligne piagge
grige.
E io, che di mirare stava
inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante
offeso.
Queste si percotean non pur con
mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a
brano a brano.
Lo buon maestro disse: «Figlio,
or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo
credi
che sotto l'acqua è gente che
sospira,
e fanno pullular quest' acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u'
che s'aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi
fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso
fummo:
or ci attristiam ne la belletta
negra".
Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con
parola integra».
Così girammo de la lorda
pozza
grand' arco, tra la ripa secca e 'l mézzo,
con li occhi vòlti a chi
del fango ingozza.
Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.
CANTO VIII
[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l'inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l'ira, massimamente in persona d'uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d'inferno detta Dite.]
Io dico, seguitando, ch'assai
prima
che noi fossimo al piè de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso
a la cima
per due fiammette che i vedemmo
porre,
e un'altra da lungi render cenno,
tanto ch'a pena il potea l'occhio
tòrre.
E io mi volsi al mar di tutto
'l senno;
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell' altro foco? e chi
son quei che 'l fenno?».
Ed elli a me: «Su per le sucide
onde
già scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti
nasconde».
Corda non pinse mai da sé
saetta
che sì corresse via per l'aere snella,
com' io vidi una nave
piccioletta
venir per l'acqua verso noi in
quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: «Or se' giunta,
anima fella!».
«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a
vòto»,
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol
passando il loto».
Qual è colui che grande inganno
ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l'ira
accolta.
Lo duca mio discese ne la
barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand' io fui dentro
parve carca.
Tosto che 'l duca e io nel
legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua più che non suol con
altrui.
Mentre noi corravam la morta
gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se' tu che vieni
anzi ora?».
E io a lui: «S'i' vegno, non
rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son
un che piango».
E io a lui: «Con piangere e con
lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo
tutto».
Allor distese al legno ambo le
mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li
altri cani!».
Lo collo poi con le braccia mi
cinse;
basciommi 'l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n
te s'incinse!
Quei fu al mondo persona
orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s'è l'ombra sua qui
furïosa.
Quanti si tegnon or là sù gran
regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili
dispregi!».
E io: «Maestro, molto sarei
vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del
lago».
Ed elli a me: «Avante che la
proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu
goda».
Dopo ciò poco vid' io quello
strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne
ringrazio.
Tutti gridavano: «A Filippo
Argenti!»;
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co'
denti.
Quivi il lasciammo, che più non
ne narro;
ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio
intento sbarro.
Lo buon maestro disse: «Omai,
figliuolo,
s'appressa la città c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col
grande stuolo».
E io: «Maestro, già le sue
meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco
uscite
fossero». Ed ei mi disse: «Il
foco etterno
ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo
basso inferno».
Noi pur giugnemmo dentro a
l'alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che
ferro fosse.
Non sanza prima far grande
aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui
è l'intrata».
Io vidi più di mille in su le
porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza
morte
va per lo regno de la morta
gente?».
E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar
segretamente.
Allor chiusero un poco il gran
disdegno
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per
questo regno.
Sol si ritorni per la folle
strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha' iscorta sì buia
contrada».
Pensa, lettor, se io mi
sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci
mai.
«O caro duca mio, che più di
sette
volte m'hai sicurtà renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi
stette,
non mi lasciar», diss' io,
«così disfatto;
e se 'l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l'orme
nostre insieme ratto».
E quel segnor che lì m'avea
menato,
mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passo
non ci può tòrre alcun:
da tal n'è dato.
Ma qui m'attendi, e lo spirito
lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascerò nel mondo
basso».
Così sen va, e quivi
m'abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi
tenciona.
Udir non potti quello ch'a lor
porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si
ricorse.
Chiuser le porte que' nostri
avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con
passi rari.
Li occhi a la terra e le ciglia
avea rase
d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
«Chi m'ha negate le
dolenti case!».
E a me disse: «Tu, perch' io
m'adiri,
non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
qual ch'a la difension
dentro s'aggiri.
Questa lor tracotanza non è
nova;
ché già l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si
trova.
Sovr' essa vedestù la scritta
morta:
e già di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza
scorta,
tal che per lui ne fia la terra aperta».
CANTO IX
[Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.]
Quel color che viltà di fuor mi
pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo
ristrinse.
Attento si fermò com' uom
ch'ascolta;
ché l'occhio nol potea menare a lunga
per l'aere nero e per la
nebbia folta.
«Pur a noi converrà vincer la
punga»,
cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».
I' vidi ben sì com' ei
ricoperse
lo cominciar con l'altro che poi venne,
che fur parole a le
prime diverse;
ma nondimen paura il suo dir
dienne,
perch' io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che
non tenne.
«In questo fondo de la trista
conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza
cionca?».
Questa question fec' io; e quei
«Di rado
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per
qual io vado.
Ver è ch'altra fïata qua giù
fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l'ombre a' corpi
sui.
Di poco era di me la carne
nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr' a quel muro,
per trarne un spirto del
cerchio di Giuda.
Quell' è 'l più basso loco e 'l
più oscuro,
e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l cammin;
però ti fa sicuro.
Questa palude che 'l gran puzzo
spira
cigne dintorno la città dolente,
u' non potemo intrare omai sanz'
ira».
E altro disse, ma non l'ho a
mente;
però che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima
rovente,
dove in un punto furon dritte
ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e
atto,
e con idre verdissime eran
cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano
avvinte.
E quei, che ben conobbe le
meschine
de la regina de l'etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci
Erine.
Quest' è Megera dal sinistro
canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e
tacque a tanto.
Con l'unghie si fendea ciascuna
il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch'i' mi strinsi al poeta
per sospetto.
«Vegna Medusa: sì 'l farem di
smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo
l'assalto».
«Volgiti 'n dietro e tien lo
viso chiuso;
ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di
tornar mai suso».
Così disse 'l maestro; ed elli
stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi
chiudessi.
O voi ch'avete li 'ntelletti
sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi
strani.
E già venìa su per le torbide
onde
un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le
sponde,
non altrimenti fatto che d'un
vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz' alcun
rattento
li rami schianta, abbatte e
porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li
pastori.
Li occhi mi sciolse e disse:
«Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove
quel fummo è più acerbo».
Come le rane innanzi a la
nimica
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna
s'abbica,
vid' io più di mille anime
distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le
piante asciutte.
Dal volto rimovea quell' aere
grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell' angoscia parea
lasso.
Ben m'accorsi ch'elli era da
ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch'i' stessi queto ed
inchinassi ad esso.
Ahi quanto mi parea pien di
disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l'aperse, che non v'ebbe
alcun ritegno.
«O cacciati del ciel, gente
dispetta»,
cominciò elli in su l'orribil soglia,
«ond' esta oltracotanza
in voi s'alletta?
Perché recalcitrate a quella
voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v'ha
cresciuta doglia?
Che giova ne le fata dar di
cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e
'l gozzo».
Poi si rivolse per la strada
lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d'omo cui altra cura stringa
e morda
che quella di colui che li è
davante;
e noi movemmo i piedi inver' la terra,
sicuri appresso le parole
sante.
Dentro li 'ntrammo sanz' alcuna
guerra;
e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza
serra,
com' io fui dentro, l'occhio
intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di
tormento rio.
Sì come ad Arli, ove Rodano
stagna,
sì com' a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini
bagna,
fanno i sepulcri tutt' il loco
varo,
così facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era più
amaro;
ché tra li avelli fiamme erano
sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede
verun' arte.
Tutti li lor coperchi eran
sospesi,
e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e
d'offesi.
E io: «Maestro, quai son quelle
genti
che, seppellite dentro da quell' arche,
si fan sentir coi sospiri
dolenti?».
E quelli a me: «Qui son li
eresïarche
con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
più che non credi son le
tombe carche.
Simile qui con simile è
sepolto,
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch'a la man destra si
fu vòlto,
passammo tra i martìri e li alti spaldi.
CANTO X
[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l'inferno e de la pena de li eretici, e in forma d'indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]
Ora sen va per un secreto
calle,
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le
spalle.
«O virtù somma, che per li empi
giri
mi volvi», cominciai, «com' a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei
disiri.
La gente che per li sepolcri
giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt' i coperchi, e nessun guardia
face».
E quelli a me: «Tutti saran
serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno
lasciati.
Suo cimitero da questa parte
hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta
fanno.
Però a la dimanda che mi
faci
quinc' entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi
taci».
E io: «Buon duca, non tegno
riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò
disposto».
«O Tosco che per la città del
foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo
loco.
La tua loquela ti fa
manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo
molesto».
Subitamente questo suono
uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca
mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che
fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l
vedrai».
Io avea già il mio viso nel suo
fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a
gran dispitto.
E l'animose man del duca e
pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien
conte».
Com' io al piè de la sua tomba
fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li
maggior tui?».
Io ch'era d'ubidir
disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;
ond' ei levò le
ciglia un poco in suso;
poi disse: «Fieramente furo
avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li
dispersi».
«S'ei fur cacciati, ei tornar
d'ogne parte»,
rispuos' io lui, «l'una e l'altra fïata;
ma i vostri non
appreser ben quell' arte».
Allor surse a la vista
scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in
ginocchie levata.
Dintorno mi guardò, come
talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto
spento,
piangendo disse: «Se per questo
cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov' è? e perché non è
teco?».
E io a lui: «Da me stesso non
vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a
disdegno».
Le sue parole e 'l modo de la
pena
m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così
piena.
Di sùbito drizzato gridò:
«Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv' elli ancora?
non fiere li occhi suoi
lo dolce lume?».
Quando s'accorse d'alcuna
dimora
ch'io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve
fora.
Ma quell' altro magnanimo, a
cui posta
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua
costa;
e sé continüando al primo
detto,
«S'elli han quell' arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più
che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia
raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'
arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo
regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr' a' miei in ciascuna
sua legge?».
Ond' io a lui: «Lo strazio e 'l
grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel
nostro tempio».
Poi ch'ebbe sospirando il capo
mosso,
«A ciò non fu' io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri
sarei mosso.
Ma fu' io solo, là dove
sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso
aperto».
«Deh, se riposi mai vostra
semenza»,
prega' io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia
sentenza.
El par che voi veggiate, se ben
odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro
modo».
«Noi veggiam, come quei c'ha
mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende
il sommo duce.
Quando s'appressano o son,
tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di
vostro stato umano.
Però comprender puoi che tutta
morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la
porta».
Allor, come di mia colpa
compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co'
vivi ancor congiunto;
e s'i' fui, dianzi, a la
risposta muto,
fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che
m'avete soluto».
E già 'l maestro mio mi
richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con
lu' istava.
Dissemi: «Qui con più di mille
giaccio:
qua dentro è 'l secondo Federico
e 'l Cardinale; e de li altri mi
taccio».
Indi s'ascose; e io inver'
l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea
nemico.
Elli si mosse; e poi, così
andando,
mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo
dimando.
«La mente tua conservi quel
ch'udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e
drizzò 'l dito:
«quando sarai dinanzi al dolce
raggio
di quella il cui bell' occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita
il vïaggio».
Appresso mosse a man sinistra
il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a
una valle fiede,
che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
CANTO XI
[Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.]
In su l'estremità d'un'alta
ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele
stipa;
e quivi, per l'orribile
soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in
dietro, ad un coperchio
d'un grand' avello, ov' io vidi
una scritta
che dicea: 'Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la
via dritta'.
«Lo nostro scender conviene
esser tardo,
sì che s'ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e
poi no i fia riguardo».
Così 'l maestro; e io «Alcun
compenso»,
dissi lui, «trova che 'l tempo non passi
perduto». Ed elli:
«Vedi ch'a ciò penso».
«Figliuol mio, dentro da
cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado,
come que' che lassi.
Tutti son pien di spirti
maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son
costretti.
D'ogne malizia, ch'odio in
cielo acquista,
ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con
frode altrui contrista.
Ma perché frode è de l'uom
proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più
dolor li assale.
Di vïolenti il primo cerchio è
tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e
costrutto.
A Dio, a sé, al prossimo si
pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta
ragione.
Morte per forza e ferute
dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette
dannose;
onde omicide e ciascun che mal
fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse
schiere.
Puote omo avere in sé man
vïolenta
e ne' suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro
si penta
qualunque priva sé del vostro
mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov' esser de'
giocondo.
Puossi far forza ne la
deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua
bontade;
e però lo minor giron
suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor,
favella.
La frode, ond' ogne coscïenza è
morsa,
può l'omo usare in colui che 'n lui fida
e in quel che fidanza non
imborsa.
Questo modo di retro par
ch'incida
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo
s'annida
ipocresia, lusinghe e chi
affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile
lordura.
Per l'altro modo quell' amor
s'oblia
che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si
cria;
onde nel cerchio minore, ov' è
'l punto
de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è
consunto».
E io: «Maestro, assai chiara
procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e 'l popol
ch'e' possiede.
Ma dimmi: quei de la palude
pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con
sì aspre lingue,
perché non dentro da la città
roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a
tal foggia?».
Ed elli a me «Perché tanto
delira»,
disse, «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove
altrove mira?
Non ti rimembra di quelle
parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel
non vole,
incontenenza, malizia e la
matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo
accatta?
Se tu riguardi ben questa
sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon
penitenza,
tu vedrai ben perché da questi
felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li
martelli».
«O sol che sani ogne vista
turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver,
dubbiar m'aggrata.
Ancora in dietro un poco ti
rivolvi»,
diss' io, «là dove di' ch'usura offende
la divina bontade, e 'l
groppo solvi».
«Filosofia», mi disse, «a chi
la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso
prende
dal divino 'ntelletto e da sua
arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte
carte,
che l'arte vostra quella,
quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
sì che vostr' arte a
Dio quasi è nepote.
Da queste due, se tu ti rechi a
mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la
gente;
e perché l'usuriere altra via
tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la
spene.
Ma seguimi oramai che 'l gir mi
piace;
ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l
Coro giace,
e 'l balzo via là oltra si dismonta».
CANTO XII
[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]
Era lo loco ov' a scender la
riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er' anco,
tal, ch'ogne vista ne
sarebbe schiva.
Qual è quella ruina che nel
fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno
manco,
che da cima del monte, onde si
mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi sù
fosse:
cotal di quel burrato era la
scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamïa di Creti era
distesa
che fu concetta ne la falsa
vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l'ira dentro
fiacca.
Lo savio mio inver' lui gridò:
«Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che sù nel mondo la morte ti
porse?
Pàrtiti, bestia, ché questi non
vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre
pene».
Qual è quel toro che si slaccia
in quella
c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là
saltella,
vid' io lo Minotauro far
cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch'e' 'nfuria, è
buon che tu ti cale».
Così prendemmo via giù per lo
scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo
novo carco.
Io gia pensando; e quei disse:
«Tu pensi
forse a questa ruina, ch'è guardata
da quell' ira bestial ch'i'
ora spensi.
Or vo' che sappi che l'altra
fïata
ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor
cascata.
Ma certo poco pria, se ben
discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio
superno,
da tutte parti l'alta valle
feda
tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual è
chi creda
più volte il mondo in caòsso
converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece
riverso.
Ma ficca li occhi a valle, ché
s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza
in altrui noccia».
Oh cieca cupidigia e ira
folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi sì mal
c'immolle!
Io vidi un'ampia fossa in arco
torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la
mia scorta;
e tra 'l piè de la ripa ed
essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo
andare a caccia.
Veggendoci calar, ciascun
ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima
elette;
e l'un gridò da lungi: «A qual
martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco
tiro».
Lo mio maestro disse: «La
risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre
sì tosta».
Poi mi tentò, e disse: «Quelli
è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli
stesso.
E quel di mezzo, ch'al petto si
mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell' altro è Folo, che fu
sì pien d'ira.
Dintorno al fosso vanno a mille
a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa
sortille».
Noi ci appressammo a quelle
fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in
dietro a le mascelle.
Quando s'ebbe scoperta la gran
bocca,
disse a' compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò
ch'el tocca?
Così non soglion far li piè d'i
morti».
E 'l mio buon duca, che già li er' al petto,
dove le due nature
son consorti,
rispuose: «Ben è vivo, e sì
soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità 'l ci 'nduce, e non
diletto.
Tal si partì da cantare
alleluia
che mi commise quest' officio novo:
non è ladron, né io anima
fuia.
Ma per quella virtù per cu' io
movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi
siamo a provo,
e che ne mostri là dove si
guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l'aere
vada».
Chirón si volse in su la destra
poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s'altra schiera
v'intoppa».
Or ci movemmo con la scorta
fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte
strida.
Io vidi gente sotto infino al
ciglio;
e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni
che dier nel sangue e ne
l'aver di piglio.
Quivi si piangon li spietati
danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi
anni.
E quella fronte c'ha 'l pel
così nero,
è Azzolino; e quell' altro ch'è biondo,
è Opizzo da Esti, il
qual per vero
fu spento dal figliastro sù nel
mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e
io secondo».
Poco più oltre il centauro
s'affisse
sovr' una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame
uscisse.
Mostrocci un'ombra da l'un
canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi
ancor si cola».
Poi vidi gente che di fuor del
rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb'
io.
Così a più a più si facea
basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il
nostro passo.
«Sì come tu da questa parte
vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse 'l centauro, «voglio che tu
credi
che da quest' altra a più a più
giù prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien
che gema.
La divina giustizia di qua
punge
quell' Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in
etterno munge
le lagrime, che col bollor
diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta
guerra».
Poi si rivolse e ripassossi 'l guazzo.
CANTO XIII
[Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]
Non era ancor di là Nesso
arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era
segnato.
Non fronda verde, ma di color
fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi
con tòsco.
Non han sì aspri sterpi né sì
folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i
luoghi cólti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi
fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro
danno.
Ali hanno late, e colli e visi
umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li
alberi strani.
E 'l buon maestro «Prima che
più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai
mentre
che tu verrai ne l'orribil
sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio
sermone».
Io sentia d'ogne parte trarre
guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito
m'arrestai.
Cred' ïo ch'ei credette ch'io
credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi
si nascondesse.
Però disse 'l maestro: «Se tu
tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran
tutti monchi».
Allor porsi la mano un poco
avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché
mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue
bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade
alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti
sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di
serpi».
Come d'un stizzo verde ch'arso
sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va
via,
sì de la scheggia rotta usciva
insieme
parole e sangue; ond' io lasciai la cima
cadere, e stetti come
l'uom che teme.
«S'elli avesse potuto creder
prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia
rima,
non averebbe in te la man
distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso
pesa.
Ma dilli chi tu fosti, sì che
'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li
lece».
E 'l tronco: «Sì col dolce dir
m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a
ragionar m'inveschi.
Io son colui che tenni ambo le
chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì
soavi,
che dal secreto suo quasi ogn'
uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni
e ' polsi.
La meretrice che mai da
l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti
vizio,
infiammò contra me li animi
tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in
tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso
gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me
giusto.
Per le nove radici d'esto
legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì
degno.
E se di voi alcun nel mondo
riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le
diede».
Un poco attese, e poi «Da ch'el
si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a
lui, se più ti piace».
Ond' ïo a lui: «Domandal tu
ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta
pietà m'accora».
Perciò ricominciò: «Se l'om ti
faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor
ti piaccia
di dirne come l'anima si
lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si
spiega».
Allor soffiò il tronco forte, e
poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a
voi.
Quando si parte l'anima
feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la
settima foce.
Cade in la selva, e non l'è
parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di
spelta.
Surge in vermena e in pianta
silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al
dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre
spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò
ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la
mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua
molesta».
Noi eravamo ancora al tronco
attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor
sorpresi,
similemente a colui che
venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le
frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra
costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne
rosta.
Quel dinanzi: «Or accorri,
accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì
non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal
Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un
groppo.
Di rietro a loro era la selva
piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di
catena.
In quel che s'appiattò miser li
denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra
dolenti.
Presemi allor la mia scorta per
mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in
vano.
«O Iacopo», dicea, «da Santo
Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita
rea?».
Quando 'l maestro fu sovr' esso
fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso
sermo?».
Ed elli a noi: «O anime che
giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me
disgiunte,
raccoglietele al piè del tristo
cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò 'l primo padrone; ond' ei
per questo
sempre con l'arte sua la farà
trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna
vista,
que' cittadin che poi la
rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare
indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case».
CANTO XIV
[Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.]
Poi che la carità del natio
loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era già
fioco.
Indi venimmo al fine ove si
parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil
arte.
A ben manifestar le cose
nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta
rimove.
La dolorosa selva l'è
ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a
randa a randa.
Lo spazzo era una rena arida e
spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' piè di Caton già
soppressa.
O vendetta di Dio, quanto tu
dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi
mei!
D'anime nude vidi molte
gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa
legge.
Supin giacea in terra alcuna
gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava
continüamente.
Quella che giva 'ntorno era più
molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua
sciolta.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un
cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza
vento.
Quali Alessandro in quelle
parti calde
d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra
salde,
per ch'ei provide a scalpitar
lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre
ch'era solo:
tale scendeva l'etternale
ardore;
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo
dolore.
Sanza riposo mai era la
tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l'arsura
fresca.
I' cominciai: «Maestro, tu che
vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta
incontra uscinci,
chi è quel grande che non par
che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par
che 'l marturi?».
E quel medesmo, che si fu
accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal
son morto.
Se Giove stanchi 'l suo fabbro
da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo dì percosso
fui;
o s'elli stanchi li altri a
muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano,
aiuta, aiuta!",
sì com' el fece a la pugna di
Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta
allegra».
Allora il duca mio parlò di
forza
tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non
s'ammorza
la tua superbia, se' tu più
punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor
compito».
Poi si rivolse a me con miglior
labbia,
dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e
par ch'elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che
'l pregi;
ma, com' io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai
debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che
non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li
piedi stretti».
Tacendo divenimmo là 've
spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi
raccapriccia.
Quale del Bulicame esce
ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen
giva quello.
Lo fondo suo e ambo le
pendici
fatt' era 'n pietra, e ' margini da lato;
per ch'io m'accorsi che
'l passo era lici.
«Tra tutto l'altro ch'i' t'ho
dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno
è negato,
cosa non fu da li tuoi occhi
scorta
notabile com' è 'l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle
ammorta».
Queste parole fuor del duca
mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avëa il
disio.
«In mezzo mar siede un paese
guasto»,
diss' elli allora, «che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già
'l mondo casto.
Una montagna v'è che già fu
lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa
vieta.
Rëa la scelse già per cuna
fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far
le grida.
Dentro dal monte sta dritto un
gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come
süo speglio.
La sua testa è di fin oro
formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a
la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro
eletto,
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel, più che
'n su l'altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l'oro,
è rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella
grotta.
Lor corso in questa valle si
diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa
stretta doccia,
infin, là dove più non si
dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui
non si conta».
E io a lui: «Se 'l presente
rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo
vivagno?».
Ed elli a me: «Tu sai che 'l
loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando
al fondo,
non se' ancor per tutto 'l
cerchio vòlto;
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia
al tuo volto».
E io ancor: «Maestro, ove si
trova
Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta
piova».
«In tutte tue question certo mi
piaci»,
rispuose, «ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una
che tu faci.
Letè vedrai, ma fuor di questa
fossa,
là dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è
rimossa».
Poi disse: «Omai è tempo da
scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che
non son arsi,
e sopra loro ogne vapor si spegne».
CANTO XV
[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.]
Ora cen porta l'un de' duri
margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva
l'acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante
e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver' lor s'avventa,
fanno lo schermo
perché 'l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la
Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo
senta:
a tale imagine eran fatti
quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro
félli.
Già eravam da la selva
rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov' era,
perch' io in dietro rivolto
mi fossi,
quando incontrammo d'anime una
schiera
che venian lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da
sera
guardare uno altro sotto nuova
luna;
e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la
cruna.
Così adocchiato da cotal
famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual
maraviglia!».
E io, quando 'l suo braccio a
me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che 'l viso
abbrusciato non difese
la conoscenza süa al mio
'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui,
ser Brunetto?».
E quelli: «O figliuol mio, non
ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia
andar la traccia».
I' dissi lui: «Quanto posso,
ven preco;
e se volete che con voi m'asseggia,
faròl, se piace a costui
che vo seco».
«O figliuol», disse, «qual di
questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent' anni
sanz' arrostarsi
quando 'l foco il feggia.
Però va oltre: i' ti verrò a'
panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni
danni».
Io non osava scender de la
strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com' uom che reverente
vada.
El cominciò: «Qual fortuna o
destino
anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra 'l
cammino?».
«Là sù di sopra, in la vita
serena»,
rispuos' io lui, «mi smarri' in una valle,
avanti che l'età mia
fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le
spalle:
questi m'apparve, tornand' ïo in quella,
e reducemi a ca per
questo calle».
Ed elli a me: «Se tu segui tua
stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m'accorsi ne la vita
bella;
e s'io non fossi sì per tempo
morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t'avrei a l'opera
conforto.
Ma quello ingrato popolo
maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e
del macigno,
ti si farà, per tuo ben far,
nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al
dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li
chiama orbi;
gent' è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu
ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti
serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal
becco l'erba.
Faccian le bestie fiesolane
strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in
lor letame,
in cui riviva la sementa
santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia
tanta».
«Se fosse tutto pieno il mio
dimando»,
rispuos' io lui, «voi non sareste ancora
de l'umana natura posto
in bando;
ché 'n la mente m'è fitta, e or
m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora
ad ora
m'insegnavate come l'uom
s'etterna:
e quant' io l'abbia in grado, mentr' io vivo
convien che ne la
mia lingua si scerna.
Ciò che narrate di mio corso
scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s'a lei
arrivo.
Tanto vogl' io che vi sia
manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch'a la Fortuna, come vuol,
son presto.
Non è nuova a li orecchi miei
tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua
marra».
Lo mio maestro allora in su la
gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi
la nota».
Né per tanto di men parlando
vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più
sommi.
Ed elli a me: «Saper d'alcuno è
buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché 'l tempo saria corto a tanto
suono.
In somma sappi che tutti fur
cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo
lerci.
Priscian sen va con quella
turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal
tigna brama,
colui potei che dal servo de'
servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi
nervi.
Di più direi; ma 'l venire e 'l
sermone
più lungo esser non può, però ch'i' veggio
là surger nuovo fummo
del sabbione.
Gente vien con la quale esser
non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e
più non cheggio».
Poi si rivolse, e parve di
coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di
costoro
quelli che vince, non colui che perde.
CANTO XVI
[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]
Già era in loco onde s'udia 'l
rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie
fanno rombo,
quando tre ombre insieme si
partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro
martiro.
Venian ver' noi, e ciascuna
gridava:
«Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri
essere alcun di nostra terra
prava».
Ahimè, che piaghe vidi ne' lor
membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i'
me ne rimembri.
A le lor grida il mio dottor
s'attese;
volse 'l viso ver' me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole
esser cortese.
E se non fosse il foco che
saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la
fretta».
Ricominciar, come noi restammo,
ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti
e trei.
Qual sogliono i campion far
nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor
battuti e punti,
così rotando, ciascuno il
visaggio
drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
faceva ai piè continüo
vïaggio.
E «Se miseria d'esto loco
sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l'uno, «e 'l tinto
aspetto e brollo,
la fama nostra il tuo animo
pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
così sicuro per lo 'nferno
freghi.
Questi, l'orme di cui pestar mi
vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non
credi:
nepote fu de la buona
Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e
con la spada.
L'altro, ch'appresso me la rena
trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser
gradita.
E io, che posto son con loro in
croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch'altro mi
nuoce».
S'i' fossi stato dal foco
coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avria
sofferto;
ma perch' io mi sarei brusciato
e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea
ghiotto.
Poi cominciai: «Non dispetto,
ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si
dispoglia,
tosto che questo mio segnor mi
disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente
venisse.
Di vostra terra sono, e sempre
mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e
ascoltai.
Lascio lo fele e vo per dolci
pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien
ch'i' tomi».
«Se lungamente l'anima
conduca
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te
luca,
cortesia e valor dì se
dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n'è gita
fora;
ché Guiglielmo Borsiere, il
qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con
le sue parole».
«La gente nuova e i sùbiti
guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già
ten piagni».
Così gridai con la faccia
levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com'
al ver si guata.
«Se l'altre volte sì poco ti
costa»,
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua
posta!
Però, se campi d'esti luoghi
bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere "I'
fui",
fa che di noi a la gente
favelle».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro
isnelle.
Un amen non saria possuto
dirsi
tosto così com' e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di
partirsi.
Io lo seguiva, e poco eravam
iti,
che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena
uditi.
Come quel fiume c'ha proprio
cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa
d'Apennino,
che si chiama Acquacheta suso,
avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è
vacante,
rimbomba là sovra San
Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser
recetto;
così, giù d'una ripa
discoscesa,
trovammo risonar quell' acqua tinta,
sì che 'n poc' ora avria
l'orecchia offesa.
Io avea una corda intorno
cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle
dipinta.
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me
sciolta,
sì come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e
ravvolta.
Ond' ei si volse inver' lo
destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell'
alto burrato.
«E' pur convien che novità
risponda»,
dicea fra me medesmo, «al novo cenno
che 'l maestro con
l'occhio sì seconda».
Ahi quanto cauti li uomini
esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i
pensier miran col senno!
El disse a me: «Tosto verrà di
sovra
ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch'al
tuo viso si scovra».
Sempre a quel ver c'ha faccia
di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
però che sanza
colpa fa vergogna;
ma qui tacer nol posso; e per
le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga
grazia vòte,
ch'i' vidi per quell' aere
grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor
sicuro,
sì come torna colui che va
giuso
talora a solver l'àncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare
è chiuso,
che 'n sù si stende e da piè si rattrappa.
CANTO XVII
[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l'ottavo cerchio de l'inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra '1 quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]
«Ecco la fiera con la coda
aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l
mondo appuzza!».
Sì cominciò lo mio duca a
parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d'i passeggiati
marmi.
E quella sozza imagine di
froda
sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse
la coda.
La faccia sua era faccia d'uom
giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro
fusto;
due branche avea pilose insin
l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e
di rotelle.
Con più color, sommesse e
sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per
Aragne imposte.
Come talvolta stanno a riva i
burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li
Tedeschi lurchi
lo bivero s'assetta a far sua
guerra,
così la fiera pessima si stava
su l'orlo ch'è di pietra e 'l
sabbion serra.
Nel vano tutta sua coda
guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta
armava.
Lo duca disse: «Or convien che
si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si
corca».
Però scendemmo a la destra
mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la
fiammella.
E quando noi a lei venuti
semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco
scemo.
Quivi 'l maestro «Acciò che
tutta piena
esperïenza d'esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor
mena.
Li tuoi ragionamenti sian là
corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri
forti».
Così ancor su per la strema
testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente
mesta.
Per li occhi fora scoppiava lor
duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al
caldo suolo:
non altrimenti fan di state i
cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da
tafani.
Poi che nel viso a certi li
occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io
m'accorsi
che dal collo a ciascun pendea
una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro
occhio si pasca.
E com' io riguardando tra lor
vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e
contegno.
Poi, procedendo di mio sguardo
il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca più
che burro.
E un che d'una scrofa azzurra e
grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in
questa fossa?
Or te ne va; e perché se' vivo
anco,
sappi che 'l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro
fianco.
Con questi Fiorentin son
padoano:
spesse fïate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier
sovrano,
che recherà la tasca con tre
becchi!"».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che
'l naso lecchi.
E io, temendo no 'l più star
crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da
l'anime lasse.
Trova' il duca mio ch'era
salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e
ardito.
Omai si scende per sì fatte
scale;
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa
far male».
Qual è colui che sì presso ha
'l riprezzo
de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
e triema tutto pur
guardando 'l rezzo,
tal divenn' io a le parole
porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa
servo forte.
I' m'assettai in su quelle
spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com' io credetti: 'Fa che tu
m'abbracce'.
Ma esso, ch'altra volta mi
sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi
sostenne;
e disse: «Gerïon, moviti
omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu
hai».
Come la navicella esce di
loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si sentì a
gioco,
là 'v' era 'l petto, la coda
rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a sé
raccolse.
Maggior paura non credo che
fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor,
si cosse;
né quando Icaro misero le
reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via
tieni!»,
che fu la mia, quando vidi
ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la
fera.
Ella sen va notando lenta
lenta;
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto
mi venta.
Io sentia già da la man destra
il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n giù
la testa sporgo.
Allor fu' io più timido a lo
stoscio,
però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond' io tremando tutto mi
raccoscio.
E vidi poi, ché nol vedea
davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da
diversi canti.
Come 'l falcon ch'è stato assai
su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu
cali!»,
discende lasso onde si move
isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e
fello;
così ne puose al fondo
Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre
persone,
si dileguò come da corda cocca.
CANTO XVIII
[Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de' ruffiani e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco e Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.]
Luogo è in inferno detto
Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno
il volge.
Nel dritto mezzo del campo
maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco
dicerò l'ordigno.
Quel cinghio che rimane adunque
è tondo
tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci
valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le
mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende
figura,
tale imagine quivi facean
quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son
ponticelli,
così da imo de la roccia
scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i
tronca e raccogli.
In questo luogo, de la schiena
scossi
di Gerïon, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi
mossi.
A la man destra vidi nova
pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era
repleta.
Nel fondo erano ignudi i
peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di là con noi, ma
con passi maggiori,
come i Roman per l'essercito
molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo
colto,
che da l'un lato tutti hanno la
fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro,
da l'altra sponda vanno
verso 'l monte.
Di qua, di là, su per lo sasso
tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di
retro.
Ahi come facean lor levar le
berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le
terze.
Mentr' io andava, li occhi miei
in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son
digiuno».
Per ch'ïo a figurarlo i piedi
affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in
dietro gissi.
E quel frustato celar si
credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: «O tu che
l'occhio a terra gette,
se le fazion che porti non son
false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti
salse?».
Ed elli a me: «Mal volontier lo
dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo
antico.
I' fui colui che la
Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la
sconcia novella.
E non pur io qui piango
bolognese;
anzi n'è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora
apprese
a dicer 'sipa' tra Sàvena e
Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro
seno».
Così parlando il percosse un
demonio
de la sua scurïada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da
conio».
I' mi raggiunsi con la scorta
mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là 'v' uno scoglio de la ripa
uscia.
Assai leggeramente quel
salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie
etterne ci partimmo.
Quando noi fummo là dov' el
vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e
fa che feggia
lo viso in te di quest' altri
mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi
insieme andati».
Del vecchio ponte guardavam la
traccia
che venìa verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente
scaccia.
E 'l buon maestro, sanza mia
dimanda,
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par
lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor
ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton
privati féne.
Ello passò per l'isola di
Lenno
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte
dienno.
Ivi con segni e con parole
ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre
ingannate.
Lasciolla quivi, gravida,
soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa
vendetta.
Con lui sen va chi da tal parte
inganna;
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n sé
assanna».
Già eravam là 've lo stretto
calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr' arco
spalle.
Quindi sentimmo gente che si
nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme
picchia.
Le ripe eran grommate d'una
muffa,
per l'alito di giù che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso
facea zuffa.
Lo fondo è cupo sì, che non ci
basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio più
sovrasta.
Quivi venimmo; e quindi giù nel
fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea
mosso.
E mentre ch'io là giù con
l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s'era
laico o cherco.
Quei mi sgridò: «Perché se' tu
sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché,
se ben ricordo,
già t'ho veduto coi capelli
asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
però t'adocchio più che li
altri tutti».
Ed elli allor, battendosi la
zucca:
«Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
ond' io non ebbi mai la
lingua stucca».
Appresso ciò lo duca «Fa che
pinghe»,
mi disse, «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con
l'occhio attinghe
di quella sozza e scapigliata
fante
che là si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora è in
piedi stante.
Taïde è, la puttana che
rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi
maravigliose!".
E quinci sian le nostre viste sazie».
CANTO XIX
[Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Niccola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de l'inferno.]
O Simon mago, o miseri
seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi
rapaci
per oro e per argento
avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza
bolgia state.
Già eravamo, a la seguente
tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l
fosso piomba.
O somma sapïenza, quanta è
l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua
virtù comparte!
Io vidi per le coste e per lo
fondo
piena la pietra livida di fóri,
d'un largo tutti e ciascun era
tondo.
Non mi parean men ampi né
maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i
battezzatori;
l'un de li quali, ancor non è
molt' anni,
rupp' io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel
ch'ogn' omo sganni.
Fuor de la bocca a ciascun
soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e
l'altro dentro stava.
Le piante erano a tutti accese
intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien
ritorte e strambe.
Qual suole il fiammeggiar de le
cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a
le punte.
«Chi è colui, maestro, che si
cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti»,
diss' io, «e cui più
roggia fiamma succia?».
Ed elli a me: «Se tu vuo' ch'i'
ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de'
suoi torti».
E io: «Tanto m'è bel, quanto a
te piace:
tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai
quel che si tace».
Allor venimmo in su l'argine
quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato
e arto.
Lo buon maestro ancor de la sua
anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la
zanca.
«O qual che se' che 'l di sù
tien di sotto,
anima trista come pal commessa»,
comincia' io a dir, «se
puoi, fa motto».
Io stava come 'l frate che
confessa
lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
richiama lui per che la
morte cessa.
Ed el gridò: «Se' tu già costì
ritto,
se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo
scritto.
Se' tu sì tosto di quell' aver
sazio
per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
la bella donna, e poi di
farne strazio?».
Tal mi fec' io, quai son color
che stanno,
per non intender ciò ch'è lor risposto,
quasi scornati, e
risponder non sanno.
Allor Virgilio disse: «Dilli
tosto:
"Non son colui, non son colui che credi"»;
e io rispuosi come a me
fu imposto.
Per che lo spirto tutti storse
i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: «Dunque che a me
richiedi?
Se di saper ch'i' sia ti cal
cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran
manto;
e veramente fui figliuol de
l'orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l'avere e qui me misi in
borsa.
Di sotto al capo mio son li
altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra
piatti.
Là giù cascherò io altresì
quando
verrà colui ch'i' credea che tu fossi,
allor ch'i' feci 'l sùbito
dimando.
Ma più è 'l tempo già che i piè
mi cossi
e ch'i' son stato così sottosopra,
ch'el non starà piantato coi
piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida
opra,
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me
ricuopra.
Nuovo Iasón sarà, di cui si
legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi
Francia regge».
Io non so s'i' mi fui qui
troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì:
quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san
Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non
"Viemmi retro".
Né Pier né li altri tolsero a
Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l'anima
ria.
Però ti sta, ché tu se' ben
punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo
ardito.
E se non fosse ch'ancor lo mi
vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita
lieta,
io userei parole ancor più
gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e
sollevando i pravi.
Di voi pastor s'accorse il
Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a
lui fu vista;
quella che con le sette teste
nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito
piacque.
Fatto v'avete dio d'oro e
d'argento;
e che altro è da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne
orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal
fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo
ricco patre!».
E mentr' io li cantava cotai
note,
o ira o coscïenza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le
piote.
I' credo ben ch'al mio duca
piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere
espresse.
Però con ambo le braccia mi
prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimontò per la via onde
discese.
Né si stancò d'avermi a sé
distretto,
sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto
argine è tragetto.
Quivi soavemente spuose il
carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro
varco.
Indi un altro vallon mi fu scoperto.
CANTO XX
[Canto XX, dove si tratta de l'indovini e sortilegi e de l'incantatori, e de l'origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.]
Di nova pena mi conven far
versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch'è d'i
sommersi.
Io era già disposto tutto
quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso
pianto;
e vidi gente per lo vallon
tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo
mondo.
Come 'l viso mi scese in lor
più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l
principio del casso,
ché da le reni era tornato 'l
volto,
e in dietro venir li convenia,
perché 'l veder dinanzi era lor
tolto.
Forse per forza già di
parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che
sia.
Se Dio ti lasci, lettor,
prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com' io potea tener
lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di
presso
vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo
fesso.
Certo io piangea, poggiato a un
de' rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se' tu
de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand' è ben
morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion
comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi
a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti:
"Dove rui,
Anfïarao? perché lasci la
guerra?".
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno
afferra.
Mira c'ha fatto petto de le
spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso
calle.
Vedi Tiresia, che mutò
sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte
quante;
e prima, poi, ribatter li
convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili
penne.
Aronta è quel ch'al ventre li
s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto
alberga,
ebbe tra ' bianchi marmi la
spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar non li era la
veduta tronca.
E quella che ricuopre le
mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa
pelle,
Manto fu, che cercò per terre
molte;
poscia si puose là dove nacqu' io;
onde un poco mi piace che
m'ascolte.
Poscia che 'l padre suo di vita
uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo
gio.
Suso in Italia bella giace un
laco,
a piè de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome
Benaco.
Per mille fonti, credo, e più
si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco
stagna.
Loco è nel mezzo là dove 'l
trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse
quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte
arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno più
discese.
Ivi convien che tutto quanto
caschi
ciò che 'n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per
verdi paschi.
Tosto che l'acqua a correr
mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade
in Po.
Non molto ha corso, ch'el trova
una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor
esser grama.
Quindi passando la vergine
cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti
nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio
umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo
corpo vano.
Li uomini poi che 'ntorno erano
sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da
tutte parti.
Fer la città sovra quell' ossa
morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Mantüa l'appellar sanz' altra
sorte.
Già fuor le genti sue dentro
più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno
ricevesse.
Però t'assenno che, se tu mai
odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna
frodi».
E io: «Maestro, i tuoi
ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien
carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che
procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente
rifiede».
Allor mi disse: «Quel che da la
gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu — quando Grecia fu di maschi
vòta,
sì ch'a pena rimaser per le
cune —
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima
fune.
Euripilo ebbe nome, e così 'l
canta
l'alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta
quanta.
Quell' altro che ne' fianchi è
così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l
gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi
Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si
pente.
Vedi le triste che lasciaron
l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con
imago.
Ma vienne omai, ché già tiene
'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le
spine;
e già iernotte fu la luna
tonda:
ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva
fonda».
Sì mi parlava, e andavamo introcque.
CANTO XXI
[Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l'offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.]
Così di ponte in ponte, altro
parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo,
quando
restammo per veder l'altra
fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente
oscura.
Quale ne l'arzanà de'
Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non
sani,
ché navicar non ponno — in
quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più
vïaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da
poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon
rintoppa — :
tal, non per foco ma per divin'
arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne
parte.
I' vedea lei, ma non vedëa in
essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder
compressa.
Mentr' io là giù fisamente
mirava,
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
mi trasse a sé del loco
dov' io stava.
Allor mi volsi come l'uom cui
tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita
sgagliarda,
che, per veder, non indugia 'l
partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio
venire.
Ahi quant' elli era ne
l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e
sovra i piè leggero!
L'omero suo, ch'era aguto e
superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' piè
ghermito 'l nerbo.
Del nostro ponte disse: «O
Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i'
torno per anche
a quella terra, che n'è ben
fornita:
ogn' uom v'è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar,
vi si fa ita».
Là giù 'l buttò, e per lo
scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a
seguitar lo furo.
Quel s'attuffò, e tornò sù
convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: «Qui non ha
loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel
Serchio!
Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola
soverchio».
Poi l'addentar con più di cento
raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi,
nascosamente accaffi».
Non altrimenti i cuoci a' lor
vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché
non galli.
Lo buon maestro «Acciò che non
si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t'acquatta
dopo uno scheggio,
ch'alcun schermo t'aia;
e per nulla offension che mi
sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch' altra volta fui a
tal baratta».
Poscia passò di là dal co del
ponte;
e com' el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura
fronte.
Con quel furore e con quella
tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove
s'arresta,
usciron quei di sotto al
ponticello,
e volser contra lui tutt' i runcigli;
ma el gridò: «Nessun di
voi sia fello!
Innanzi che l'uncin vostro mi
pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si
consigli».
Tutti gridaron: «Vada
Malacoda!»;
per ch'un si mosse — e li altri stetter fermi —
e venne a lui
dicendo: «Che li approda?».
«Credi tu, Malacoda, qui
vedermi
esser venuto», disse 'l mio maestro,
«sicuro già da tutti vostri
schermi,
sanza voler divino e fato
destro?
Lascian' andar, ché nel cielo è voluto
ch'i' mostri altrui questo
cammin silvestro».
Allor li fu l'orgoglio sì
caduto,
ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri:
«Omai non sia feruto».
E 'l duca mio a me: «O tu che
siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti
riedi».
Per ch'io mi mossi e a lui
venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch'io temetti ch'ei
tenesser patto;
così vid' ïo già temer li
fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici
cotanti.
I' m'accostai con tutta la
persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor
ch'era non buona.
Ei chinavan li raffi e «Vuo'
che 'l tocchi»,
diceva l'un con l'altro, «in sul groppone?».
E rispondien:
«Sì, fa che gliel' accocchi».
Ma quel demonio che tenea
sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: «Posa, posa,
Scarmiglione!».
Poi disse a noi: «Più oltre
andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al
fondo l'arco sesto.
E se l'andare avante pur vi
piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via
face.
Ier, più oltre cinqu' ore che
quest' otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu
rotta.
Io mando verso là di questi
miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno
rei».
«Tra'ti avante, Alichino, e
Calcabrina»,
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la
decina.
Libicocco vegn' oltre e
Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante
pazzo.
Cercate 'ntorno le boglienti
pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va
sovra le tane».
«Omè, maestro, che è quel ch'i'
veggio?»,
diss' io, «deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i'
per me non la cheggio.
Se tu se' sì accorto come
suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian
duoli?».
Ed elli a me: «Non vo' che tu
paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno ciò per li lessi
dolenti».
Per l'argine sinistro volta
dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca,
per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
CANTO XXII
[Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de' barattieri in persona d'uno navarrese, e de' barattieri medesimi questo canta.]
Io vidi già cavalier muover
campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro
scampo;
corridor vidi per la terra
vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr
giostra;
quando con trombe, e quando con
campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con
istrane;
né già con sì diversa
cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di
stella.
Noi andavam con li diece
demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi
ghiottoni.
Pur a la pegola era la mia
'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era
incesa.
Come i dalfini, quando fanno
segno
a' marinar con l'arco de la schiena
che s'argomentin di campar lor
legno,
talor così, ad alleggiar la
pena,
mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso
e nascondea in men che non
balena.
E come a l'orlo de l'acqua d'un
fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e
l'altro grosso,
sì stavan d'ogne parte i
peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i
bollori.
I' vidi, e anco il cor me
n'accapriccia,
uno aspettar così, com' elli 'ncontra
ch'una rana rimane e
l'altra spiccia;
e Graffiacan, che li era più di
contra,
li arruncigliò le 'mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una
lontra.
I' sapea già di tutti quanti 'l
nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi
come.
«O Rubicante, fa che tu li
metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i
maladetti.
E io: «Maestro mio, fa, se tu
puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari
suoi».
Lo duca mio li s'accostò
allato;
domandollo ond' ei fosse, e quei rispuose:
«I' fui del regno di
Navarra nato.
Mia madre a servo d'un segnor
mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue
cose.
Poi fui famiglia del buon re
Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch'io rendo ragione in questo
caldo».
E Cirïatto, a cui di bocca
uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l'una
sdruscia.
Tra male gatte era venuto 'l
sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: «State in là,
mentr' io lo 'nforco».
E al maestro mio volse la
faccia;
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima
ch'altri 'l disfaccia».
Lo duca dunque: «Or dì: de li
altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I'
mi partii,
poco è, da un che fu di là
vicino.
Così foss' io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia né
uncino!».
E Libicocco «Troppo avem
sofferto»,
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
sì che, stracciando,
ne portò un lacerto.
Draghignazzo anco i volle dar
di piglio
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno
con mal piglio.
Quand' elli un poco rappaciati
fuoro,
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domandò 'l duca mio sanza
dimoro:
«Chi fu colui da cui mala
partita
di' che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate
Gomita,
quel di Gallura, vasel d'ogne
froda,
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se
ne loda.
Danar si tolse e lasciolli di
piano,
sì com' e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non
picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel
Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono
stanche.
Omè, vedete l'altro che
digrigna;
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi
la tigna».
E 'l gran proposto, vòlto a
Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti 'n costà,
malvagio uccello!».
«Se voi volete vedere o
udire»,
ricominciò lo spaürato appresso,
«Toschi o Lombardi, io ne farò
venire;
ma stieno i Malebranche un poco
in cesso,
sì ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo
loco stesso,
per un ch'io son, ne farò venir
sette
quand' io suffolerò, com' è nostro uso
di fare allor che fori alcun
si mette».
Cagnazzo a cotal motto levò 'l
muso,
crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia
ch'elli ha pensata per
gittarsi giuso!».
Ond' ei, ch'avea lacciuoli a
gran divizia,
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand' io procuro a' mia
maggior trestizia».
Alichin non si tenne e, di
rintoppo
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro
di gualoppo,
ma batterò sovra la pece
l'ali.
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi
vali».
O tu che leggi, udirai nuovo
ludo:
ciascun da l'altra costa li occhi volse,
quel prima, ch'a ciò fare
era più crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo
colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si
sciolse.
Di che ciascun di colpa fu
compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò:
«Tu se' giunto!».
Ma poco i valse: ché l'ali al
sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso
il petto:
non altrimenti l'anitra di
botto,
quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna sù
crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la
buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la
zuffa;
e come 'l barattier fu
disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l
fosso ghermito.
Ma l'altro fu bene sparvier
grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente
stagno.
Lo caldo sghermitor sùbito
fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l'ali
sue.
Barbariccia, con li altri suoi
dolente,
quattro ne fé volar da l'altra costa
con tutt' i raffi, e assai
prestamente
di qua, di là discesero a la
posta;
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran già cotti dentro da la
crosta.
E noi lasciammo lor così 'mpacciati.
CANTO XXIII
[Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l'ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l'auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d'Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.]
Taciti, soli, sanza
compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno
per via.
Vòlt' era in su la favola
d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov' el parlò de la rana e
del topo;
ché più non si pareggia 'mo' e
'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la
mente fissa.
E come l'un pensier de l'altro
scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé
doppia.
Io pensava così: «Questi per
noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch'assai credo che lor
nòi.
Se l'ira sovra 'l mal voler
s'aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che 'l cane a quella lievre
ch'elli acceffa».
Già mi sentia tutti arricciar
li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand' io dissi: «Maestro,
se non celi
te e me tostamente, i' ho
pavento
d'i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li 'magino sì, che già
li sento».
E quei: «S'i' fossi di piombato
vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro
'mpetro.
Pur mo venieno i tuo' pensier
tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d'intrambi un sol
consiglio fei.
S'elli è che sì la destra costa
giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem
l'imaginata caccia».
Già non compié di tal consiglio
rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne
prendere.
Lo duca mio di sùbito mi
prese,
come la madre ch'al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme
accese,
che prende il figlio e fugge e
non s'arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una
camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa
dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra
bolgia tura.
Non corse mai sì tosto acqua
per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand' ella più verso le pale
approccia,
come 'l maestro mio per quel
vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come
compagno.
A pena fuoro i piè suoi giunti
al letto
del fondo giù, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì
era sospetto:
ché l'alta provedenza che lor
volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs' indi a tutti
tolle.
Là giù trovammo una gente
dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante
stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci
bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci
fassi.
Di fuor dorate son, sì ch'elli
abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di
paglia.
Oh in etterno faticoso
manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al
tristo pianto;
ma per lo peso quella gente
stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover
d'anca.
Per ch'io al duca mio: «Fa che
tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando,
intorno movi».
E un che 'ntese la parola
tosca,
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
voi che correte sì per
l'aura fosca!
Forse ch'avrai da me quel che
tu chiedi».
Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta,
e poi secondo il suo
passo procedi».
Ristetti, e vidi due mostrar
gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la
via stretta.
Quando fuor giunti, assai con
l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e
dicean seco:
«Costui par vivo a l'atto de la
gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave
stola?».
Poi disser me: «O Tosco, ch'al
collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in
dispregio».
E io a loro: «I' fui nato e
cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i'
ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto
distilla
quant' i' veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che
sì sfavilla?».
E l'un rispuose a me: «Le cappe
rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor
bilance.
Frati godenti fummo, e
bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme
presi
come suole esser tolto un uom
solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno
dal Gardingo».
Io cominciai: «O frati, i
vostri mali... »;
ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
un, crucifisso
in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si
distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e 'l frate Catalan, ch'a ciò
s'accorse,
mi disse: «Quel confitto che tu
miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a'
martìri.
Attraversato è, nudo, ne la
via,
come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
qualunque passa, come pesa,
pria.
E a tal modo il socero si
stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala
sementa».
Allor vid' io maravigliar
Virgilio
sovra colui ch'era disteso in croce
tanto vilmente ne l'etterno
essilio.
Poscia drizzò al frate cotal
voce:
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s'a la man destra giace alcuna
foce
onde noi amendue possiamo
uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d'esto fondo a
dipartirci».
Rispuose adunque: «Più che tu
non speri
s'appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt'
i vallon feri,
salvo che 'n questo è rotto e
nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel
fondo soperchia».
Lo duca stette un poco a testa
china;
poi disse: «Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua
uncina».
E 'l frate: «Io udi' già dire a
Bologna
del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli è bugiardo e padre
di menzogna».
Appresso il duca a gran passi
sen gì,
turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond' io da li 'ncarcati mi
parti'
dietro a le poste de le care piante.
CANTO XXIV
[Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de' ladroni sgrida contro a' Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.]
In quella parte del giovanetto
anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì
sen vanno,
quando la brina in su la terra
assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna
tempra,
lo villanello a cui la roba
manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond' ei
si batte l'anca,
ritorna in casa, e qua e là si
lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza
ringavagna,
veggendo 'l mondo aver cangiata
faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer
caccia.
Così mi fece sbigottir lo
mastro
quand' io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse
lo 'mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto
ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a piè
del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun
consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di
piglio.
E come quei ch'adopera ed
estima,
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver'
la cima
d'un ronchione, avvisava
un'altra scheggia
dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s'è
tal ch'ella ti reggia».
Non era via da vestito di
cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di
chiappa in chiappa.
E se non fosse che da quel
precinto
più che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei
ben vinto.
Ma perché Malebolge inver' la
porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle
porta
che l'una costa surge e l'altra
scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si
scoscende.
La lena m'era del polmon sì
munta
quand' io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
anzi m'assisi ne la
prima giunta.
«Omai convien che tu così ti
spoltre»,
disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien,
né sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita
consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in
acqua la schiuma.
E però leva sù; vinci
l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo
non s'accascia.
Più lunga scala convien che si
saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa sì che
ti vaglia».
Leva'mi allor, mostrandomi
fornito
meglio di lena ch'i' non mi sentia,
e dissi: «Va, ch'i' son forte
e ardito».
Su per lo scoglio prendemmo la
via,
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di
pria.
Parlando andava per non parer
fievole;
onde una voce uscì de l'altro fosso,
a parole formar
disconvenevole.
Non so che disse, ancor che
sovra 'l dosso
fossi de l'arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire
parea mosso.
Io era vòlto in giù, ma li
occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: «Maestro, fa
che tu arrivi
da l'altro cinghio e dismontiam
lo muro;
ché, com' i' odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente
affiguro».
«Altra risposta», disse, «non
ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera
tacendo».
Noi discendemmo il ponte da la
testa
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia
manifesta:
e vidivi entro terribile
stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi
scipa.
Più non si vanti Libia con sua
rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con
anfisibena,
né tante pestilenzie né sì
ree
mostrò già mai con tutta l'Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar
Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima
copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o
elitropia:
con serpi le man dietro avean
legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi
aggroppate.
Ed ecco a un ch'era da nostra
proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle
s'annoda.
Né O sì tosto mai né I si
scrisse,
com' el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando
divenisse;
e poi che fu a terra sì
distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e 'n quel medesmo ritornò
di butto.
Così per li gran savi si
confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno
appressa;
erba né biado in sua vita non
pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime
fasce.
E qual è quel che cade, e non
sa como,
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che
lega l'omo,
quando si leva, che 'ntorno si
mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando
sospira:
tal era 'l peccator levato
poscia.
Oh potenza di Dio, quant' è severa,
che cotai colpi per vendetta
croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello
era;
per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa
gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non
umana,
sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu
degna tana».
E ïo al duca: «Dilli che non
mucci,
e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue
e di crucci».
E 'l peccator, che 'ntese, non
s'infinse,
ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si
dipinse;
poi disse: «Più mi duol che tu
m'hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita
tolto.
Io non posso negar quel che tu
chiedi;
in giù son messo tanto perch' io fui
ladro a la sagrestia d'i
belli arredi,
e falsamente già fu apposto
altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da'
luoghi bui,
apri li orecchi al mio
annunzio, e odi.
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova
gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di
Magra
ch'è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e
agra
sovra Campo Picen fia
combattuto;
ond' ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch'ogne Bianco ne sarà
feruto.
E detto l'ho perché doler ti debbia!».
CANTO XXV
[Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr' a' fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.]
Al fine de le sue parole il
ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch'a te le
squadro!».
Da indi in qua mi fuor le serpi
amiche,
perch' una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che
più diche';
e un'altra a le braccia, e
rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un
crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non
stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo
avanzi?
Per tutt' i cerchi de lo
'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a
Tebe giù da' muri.
El si fuggì che non parlò più
verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov' è, ov' è
l'acerbo?».
Maremma non cred' io che tante
n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra
labbia.
Sovra le spalle, dietro da la
coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque
s'intoppa.
Lo mio maestro disse: «Questi è
Caco,
che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte
laco.
Non va co' suoi fratei per un
cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch'elli ebbe
a vicino;
onde cessar le sue opere
biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le
diece».
Mentre che sì parlava, ed el
trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de' quai né io né 'l duca mio
s'accorse,
se non quando gridar: «Chi
siete voi?»;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi
poi.
Io non li conoscea; ma ei
seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro
convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia
rimaso?»;
per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
mi puosi 'l dito su
dal mento al naso.
Se tu se' or, lettore, a creder
lento
ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che 'l vidi, a pena il
mi consento.
Com' io tenea levate in lor le
ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui
s'appiglia.
Co' piè di mezzo li avvinse la
pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l'una e
l'altra guancia;
li diretani a le cosce
distese,
e miseli la coda tra 'mbedue
e dietro per le ren sù la
ritese.
Ellera abbarbicata mai non
fue
ad alber sì, come l'orribil fiera
per l'altrui membra avviticchiò le
sue.
Poi s'appiccar, come di calda
cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l'un né l'altro già parea
quel ch'era:
come procede innanzi da
l'ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e 'l
bianco more.
Li altri due 'l riguardavano, e
ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se' né due
né uno».
Già eran li due capi un
divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov' eran due
perduti.
Fersi le braccia due di quattro
liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che
non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era
casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento
passo.
Come 'l ramarro sotto la gran
fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via
attraversa,
sì pareva, venendo verso
l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di
pepe;
e quella parte onde prima è
preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui
disteso.
Lo trafitto 'l mirò, ma nulla
disse;
anzi, co' piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre
l'assalisse.
Elli 'l serpente e quei lui
riguardava;
l'un per la piaga e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l
fummo si scontrava.
Taccia Lucano ormai là dov' e'
tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si
scocca.
Taccia di Cadmo e d'Aretusa
Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io
non lo 'nvidio;
ché due nature mai a fronte a
fronte
non trasmutò sì ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser
pronte.
Insieme si rispuosero a tai
norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e 'l feruto ristrinse
insieme l'orme.
Le gambe con le cosce seco
stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si
paresse.
Togliea la coda fessa la
figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là
dura.
Io vidi intrar le braccia per
l'ascelle,
e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto
accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro,
insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo
n'avea due porti.
Mentre che 'l fummo l'uno e
l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da
l'altra il dipela,
l'un si levò e l'altro cadde
giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava
muso.
Quel ch'era dritto, il trasse
ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in là venne
uscir li orecchi de le
gote scempie;
ciò che non corse in dietro e
si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò
quanto convenne.
Quel che giacëa, il muso
innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la
lumaccia;
e la lingua, ch'avëa unita e
presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l
fummo resta.
L'anima ch'era fiera
divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui
parlando sputa.
Poscia li volse le novelle
spalle,
e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,
com' ho fatt' io,
carpon per questo calle».
Così vid' io la settima
zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna
abborra.
E avvegna che li occhi miei
confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto
chiusi,
ch'i' non scorgessi ben Puccio
Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era
mutato;
l'altr' era quel che tu, Gaville, piagni.
CANTO XXVI
[Canto XXVI, nel quale si tratta de l'ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a' fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d'Ulisse e Diomedes pone loro pene.]
Godi, Fiorenza, poi che se' sì
grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si
spande!
Tra li ladron trovai cinque
cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne
sali.
Ma se presso al mattin del ver
si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non
ch'altri, t'agogna.
E se già fosse, non saria per
tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più
m'attempo.
Noi ci partimmo, e su per le
scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e
trasse mee;
e proseguendo la solinga
via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non
si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi
ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno
ch'i' non soglio,
perché non corra che virtù nol
guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io
stessi nol m'invidi.
Quante 'l villan ch'al poggio
si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi
tien meno ascosa,
come la mosca cede a la
zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e
ara:
di tante fiamme tutta
risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l
fondo parea.
E qual colui che si vengiò con
li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti
levorsi,
che nol potea sì con li occhi
seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù
salire:
tal si move ciascuna per la
gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore
invola.
Io stava sovra 'l ponte a veder
surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz'
esser urto.
E 'l duca che mi vide tanto
atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel
ch'elli è inceso».
«Maestro mio», rispuos' io,
«per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già
voleva dirti:
chi è 'n quel foco che vien sì
diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu
miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si
martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a
l'ira;
e dentro da la lor fiamma si
geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil
seme.
Piangevisi entro l'arte per
che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si
porta».
«S'ei posson dentro da quelle
faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l
priego vaglia mille,
che non mi facci de l'attender
niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi
piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera
è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si
sostegna.
Lascia parlare a me, ch'i' ho
concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci,
forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta
quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare
audivi:
«O voi che siete due dentro ad
un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai
o poco
quando nel mondo li alti versi
scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir
gissi».
Lo maggior corno de la fiamma
antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento
affatica;
indi la cima qua e là
menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse:
«Quando
mi diparti' da Circe, che
sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la
nomasse,
né dolcezza di figlio, né la
pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far
lieta,
vincer potero dentro a me
l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del
valore;
ma misi me per l'alto mare
aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui
diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin
la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare
intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e
tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi
riguardi
acciò che l'uom più oltre non
si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea
lasciata Setta.
"O frati", dissi, "che per
cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola
vigilia
d'i nostri sensi ch'è del
rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo
sanza gente.
Considerate la vostra
semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e
canoscenza".
Li miei compagni fec' io sì
aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei
ritenuti;
e volta nostra poppa nel
mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato
mancino.
Tutte le stelle già de l'altro
polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del
marin suolo.
Cinque volte racceso e tante
casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto
passo,
quando n'apparve una montagna,
bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa
alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto
tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno
il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte
l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'
altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta di que' medesimi aguatatori e falsi consiglieri d'inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.]
Già era dritta in sù la fiamma
e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce
poeta,
quand' un'altra, che dietro a
lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che
fuor n'uscia.
Come 'l bue cicilian che
mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l'avea temperato
con sua lima,
mugghiava con la voce de
l'afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor
trafitto;
così, per non aver via né
forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole
grame.
Ma poscia ch'ebber colto lor
vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in
lor passaggio,
udimmo dire: «O tu a cu' io
drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, più non
t'adizzo",
perch' io sia giunto forse
alquanto tardo,
non t'incresca restare a parlar meco;
vedi che non
incresce a me, e ardo!
Se tu pur mo in questo mondo
cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond' io mia colpa tutta
reco,
dimmi se Romagnuoli han pace o
guerra;
ch'io fui d'i monti là intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si
diserra».
Io era in giuso ancora attento
e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi
è latino».
E io, ch'avea già pronta la
risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se' là giù
nascosta,
Romagna tua non è, e non fu
mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi
lasciai.
Ravenna sta come stata è molt'
anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co' suoi
vanni.
La terra che fé già la lunga
prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si
ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo
da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan
d'i denti succhio.
Le città di Lamone e di
Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al
verno.
E quella cu' il Savio bagna il
fianco,
così com' ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive
e stato franco.
Ora chi se', ti priego che ne
conte;
non esser duro più ch'altri sia stato,
se 'l nome tuo nel mondo
tegna fronte».
Poscia che 'l foco alquanto
ebbe rugghiato
al modo suo, l'aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè
cotal fiato:
«S'i' credesse che mia risposta
fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più
scosse;
ma però che già mai di questo
fondo
non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
sanza tema d'infamia ti
rispondo.
Io fui uom d'arme, e poi fui
cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio
venìa intero,
se non fosse il gran prete, a
cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare,
voglio che m'intenda.
Mentre ch'io forma fui d'ossa e
di polpe
che la madre mi diè, l'opere mie
non furon leonine, ma di
volpe.
Li accorgimenti e le coperte
vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch'al fine de la terra il suono
uscie.
Quando mi vidi giunto in quella
parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le
sarte,
ciò che pria mi piacëa, allor
m'increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato
sarebbe.
Lo principe d'i novi
Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con
Giudei,
ché ciascun suo nimico era
Cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di
Soldano,
né sommo officio né ordini
sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più
macri.
Ma come Costantin chiese
Silvestro
d'entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per
maestro
a guerir de la sua superba
febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver
ebbre.
E' poi ridisse: "Tuo cuor non
sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
sì come Penestrino in terra
getti.
Lo ciel poss' io serrare e
diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che 'l mio antecessor non
ebbe care".
Allor mi pinser li argomenti
gravi
là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu
mi lavi
di quel peccato ov' io mo cader
deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti farà trïunfar ne l'alto
seggio".
Francesco venne poi, com' io
fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi
far torto.
Venir se ne dee giù tra ' miei
meschini
perché diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li
sono a' crini;
ch'assolver non si può chi non
si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol
consente".
Oh me dolente! come mi
riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch'io löico
fossi!".
A Minòs mi portò; e quelli
attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si
morse,
disse: "Questi è d'i rei del
foco furo";
per ch'io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi
rancuro».
Quand' elli ebbe 'l suo dir
così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l
corno aguto.
Noi passamm' oltre, e io e 'l
duca mio,
su per lo scoglio infino in su l'altr' arco
che cuopre 'l fosso
in che si paga il fio
a quei che scommettendo acquistan carco.
CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l'auttore vide punire coloro che commisero scandali, e' seminatori di scisma e discordia e d'ogne altro male operare.]
Chi poria mai pur con parole
sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar
più volte?
Ogne lingua per certo verria
meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco
seno.
S'el s'aunasse ancor tutta la
gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue
dolente
per li Troiani e per la lunga
guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non
erra,
con quella che sentio di colpi
doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor
s'accoglie
a Ceperan, là dove fu
bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il
vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual
mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia
sozzo.
Già veggia, per mezzul perdere
o lulla,
com' io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove
si trulla.
Tra le gambe pendevan le
minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si
trangugia.
Mentre che tutto in lui veder
m'attacco,
guardommi e con le man s'aperse il petto,
dicendo: «Or vedi
com' io mi dilacco!
vedi come storpiato è
Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al
ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi
qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi
così.
Un diavolo è qua dietro che
n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di
questa risma,
quand' avem volta la dolente
strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li
rivada.
Ma tu chi se' che 'n su lo
scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch'è giudicata in su le
tue accuse?».
«Né morte 'l giunse ancor, né
colpa 'l mena»,
rispuose 'l mio maestro, «a tormentarlo;
ma per dar lui
esperïenza piena,
a me, che morto son, convien
menarlo
per lo 'nferno qua giù di giro in giro;
e quest' è ver così com'
io ti parlo».
Più fuor di cento che, quando
l'udiro,
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il
martiro.
«Or dì a fra Dolcin dunque che
s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto
seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di
neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria
leve».
Poi che l'un piè per girsene
sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo
distese.
Un altro, che forata avea la
gola
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una
orecchia sola,
ristato a riguardar per
maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch'era di fuor
d'ogne parte vermiglia,
e disse: «O tu cui colpa non
condanna
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non
m'inganna,
rimembriti di Pier da
Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò
dichina.
E fa saper a' due miglior da
Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non è
vano,
gittati saran fuor di lor
vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno
fello.
Tra l'isola di Cipri e di
Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente
argolica.
Quel traditor che vede pur con
l'uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser
digiuno,
farà venirli a parlamento
seco;
poi farà sì, ch'al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né
preco».
E io a lui: «Dimostrami e
dichiara,
se vuo' ch'i' porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta
amara».
Allor puose la mano a la
mascella
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è
desso, e non favella.
Questi, scacciato, il dubitar
sommerse
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender
sofferse».
Oh quanto mi pareva
sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch'a dir fu così
ardito!
E un ch'avea l'una e l'altra
man mozza,
levando i moncherin per l'aura fosca,
sì che 'l sangue facea la
faccia sozza,
gridò: «Ricordera'ti anche del
Mosca,
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la
gente tosca».
E io li aggiunsi: «E morte di
tua schiatta»;
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come
persona trista e matta.
Ma io rimasi a riguardar lo
stuolo,
e vidi cosa ch'io avrei paura,
sanza più prova, di contarla
solo;
se non che coscïenza
m'assicura,
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del
sentirsi pura.
Io vidi certo, e ancor par
ch'io 'l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la
trista greggia;
e 'l capo tronco tenea per le
chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh
me!».
Di sé facea a sé stesso
lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com' esser può, quei sa che sì
governa.
Quando diritto al piè del ponte
fue,
levò 'l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole
sue,
che fuoro: «Or vedi la pena
molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna è grande
come questa.
E perché tu di me novella
porti,
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane
i ma' conforti.
Io feci il padre e 'l figlio in
sé ribelli;
Achitofèl non fé più d'Absalone
e di Davìd coi malvagi
punzelli.
Perch' io parti' così giunte
persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch'è in
questo troncone.
Così s'osserva in me lo contrapasso».
CANTO XXIX
[Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l'autore i Sanesi.]
La molta gente e le diverse
piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran
vaghe.
Ma Virgilio mi disse: «Che pur
guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l'ombre triste
smozzicate?
Tu non hai fatto sì a l'altre
bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle
volge.
E già la luna è sotto i nostri
piedi;
lo tempo è poco omai che n'è concesso,
e altro è da veder che tu
non vedi».
«Se tu avessi», rispuos' io
appresso,
«atteso a la cagion per ch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo
star dimesso».
Parte sen giva, e io retro li
andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a
quella cava
dov' io tenea or li occhi sì a
posta,
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù
cotanto costa».
Allor disse 'l maestro: «Non si
franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr' ello.
Attendi ad altro, ed ei
là si rimanga;
ch'io vidi lui a piè del
ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi' 'l nominar Geri
del Bello.
Tu eri allor sì del tutto
impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì
fu partito».
«O duca mio, la vïolenta
morte
che non li è vendicata ancor», diss' io,
«per alcun che de l'onta
sia consorte,
fece lui disdegnoso; ond' el
sen gio
sanza parlarmi, sì com' ïo estimo:
e in ciò m'ha el fatto a sé più
pio».
Così parlammo infino al loco
primo
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto
ad imo.
Quando noi fummo sor l'ultima
chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta
nostra,
lamenti saettaron me
diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond' io li orecchi con le
man copersi.
Qual dolor fora, se de li
spedali
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di
Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti
'nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le
marcite membre.
Noi discendemmo in su l'ultima
riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più
viva
giù ver' lo fondo, la 've la
ministra
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui
registra.
Non credo ch'a veder maggior
tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere sì pien
di malizia,
che li animali, infino al
picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti
hanno per fermo,
si ristorar di seme di
formiche;
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per
diverse biche.
Qual sovra 'l ventre e qual
sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per
lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza
sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor
persone.
Io vidi due sedere a sé
poggiati,
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di
schianze macolati;
e non vidi già mai menare
stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier
vegghia,
come ciascun menava spesso il
morso
de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più
soccorso;
e sì traevan giù l'unghie la
scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che più larghe
l'abbia.
«O tu che con le dita ti
dismaglie»,
cominciò 'l duca mio a l'un di loro,
«e che fai d'esse
talvolta tanaglie,
dinne s'alcun Latino è tra
costoro
che son quinc' entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto
lavoro».
«Latin siam noi, che tu vedi sì
guasti
qui ambedue», rispuose l'un piangendo;
«ma tu chi se' che di noi
dimandasti?».
E 'l duca disse: «I' son un che
discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a
lui intendo».
Allor si ruppe lo comun
rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di
rimbalzo.
Lo buon maestro a me tutto
s'accolse,
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia
ch'ei volse:
«Se la vostra memoria non
s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti
soli,
ditemi chi voi siete e di che
genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi
spaventi».
«Io fui d'Arezzo, e Albero da
Siena»,
rispuose l'un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui
non mi mena.
Vero è ch'i' dissi lui,
parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea
vaghezza e senno poco,
volle ch'i' li mostrassi
l'arte; e solo
perch' io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea
per figliuolo.
Ma ne l'ultima bolgia de le
diece
me per l'alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non
lece».
E io dissi al poeta: «Or fu già
mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì
d'assai!».
Onde l'altro lebbroso, che
m'intese,
rispuose al detto mio: «Tra'mene Stricca
che seppe far le
temperate spese,
e Niccolò che la costuma
ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme
s'appicca;
e tra'ne la brigata in che
disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo
senno proferse.
Ma perché sappi chi sì ti
seconda
contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,
sì che la faccia mia ben
ti risponda:
sì vedrai ch'io son l'ombra di
Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchìmia;
e te dee ricordar, se ben
t'adocchio,
com' io fui di natura buona scimia».
CANTO XXX
[Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.]
Nel tempo che Iunone era
crucciata
per Semelè contra 'l sangue tebano,
come mostrò una e altra
fïata,
Atamante divenne tanto
insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna
mano,
gridò: «Tendiam le reti, sì
ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco»;
e poi distese i dispietati
artigli,
prendendo l'un ch'avea nome
Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'annegò con l'altro
carco.
E quando la fortuna volse in
basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
sì che 'nsieme col regno il
re fu casso,
Ecuba trista, misera e
cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la
riva
del mar si fu la dolorosa
accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente
torta.
Ma né di Tebe furie né
troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché
membra umane,
quant' io vidi in due ombre
smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del
porcil si schiude.
L'una giunse a Capocchio, e in
sul nodo
del collo l'assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre
al fondo sodo.
E l'Aretin che rimase,
tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui
così conciando».
«Oh», diss' io lui, «se l'altro
non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di
qui si spicchi».
Ed elli a me: «Quell' è l'anima
antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore,
amica.
Questa a peccar con esso così
venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l'altro che là sen va,
sostenne,
per guadagnar la donna de la
torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento
norma».
E poi che i due rabbiosi fuor
passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri
mal nati.
Io vidi un, fatto a guisa di
lëuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo
ha forcuto.
La grave idropesì, che sì
dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a
la ventraia,
faceva lui tener le labbra
aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in
sù rinverte.
«O voi che sanz' alcuna pena
siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss' elli a noi, «guardate e
attendete
a la miseria del maestro
Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol
d'acqua bramo.
Li ruscelletti che d'i verdi
colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e
molli,
sempre mi stanno innanzi, e non
indarno,
ché l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond' io nel volto
mi discarno.
La rigida giustizia che mi
fruga
tragge cagion del loco ov' io peccai
a metter più li miei sospiri in
fuga.
Ivi è Romena, là dov' io
falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso
lasciai.
Ma s'io vedessi qui l'anima
trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei
la vista.
Dentro c'è l'una già, se
l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le
membra legate?
S'io fossi pur di tanto ancor
leggero
ch'i' potessi in cent' anni andare un'oncia,
io sarei messo già
per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente
sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di
traverso non ci ha.
Io son per lor tra sì fatta
famiglia;
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di
mondiglia».
E io a lui: «Chi son li due
tapini
che fumman come man bagnate 'l verno,
giacendo stretti a' tuoi
destri confini?».
«Qui li trovai — e poi volta
non dierno — »,
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
e non credo che
dieno in sempiterno.
L'una è la falsa ch'accusò
Gioseppo;
l'altr' è 'l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan
tanto leppo».
E l'un di lor, che si recò a
noia
forse d'esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l'epa
croia.
Quella sonò come fosse un
tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non
parve men duro,
dicendo a lui: «Ancor che mi
sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal
mestiere sciolto».
Ond' ei rispuose: «Quando tu
andavi
al fuoco, non l'avei tu così presto;
ma sì e più l'avei quando
coniavi».
E l'idropico: «Tu di' ver di
questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là 've del ver fosti a Troia
richesto».
«S'io dissi falso, e tu
falsasti il conio»,
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
e tu per più
ch'alcun altro demonio!».
«Ricorditi, spergiuro, del
cavallo»,
rispuose quel ch'avëa infiata l'epa;
«e sieti reo che tutto il
mondo sallo!».
«E te sia rea la sete onde ti
crepa»,
disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia
che 'l ventre innanzi
a li occhi sì t'assiepa!».
Allora il monetier: «Così si
squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s'i' ho sete e omor mi
rinfarcia,
tu hai l'arsura e 'l capo che
ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a 'nvitar
molte parole».
Ad ascoltarli er' io del tutto
fisso,
quando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,
che per poco che teco non
mi risso!».
Quand' io 'l senti' a me parlar
con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si
gira.
Qual è colui che suo dannaggio
sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse,
agogna,
tal mi fec' io, non possendo
parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea
fare.
«Maggior difetto men vergogna
lava»,
disse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;
però d'ogne trestizia ti
disgrava.
E fa ragion ch'io ti sia sempre
allato,
se più avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in
simigliante piato:
ché voler ciò udire è bassa voglia».
CANTO XXXI
[Canto XXXI, ove tratta de' giganti che guardano il pozzo de l'inferno, ed è il nono cerchio.]
Una medesma lingua pria mi
morse,
sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,
e poi la medicina mi
riporse;
così od' io che solea far la
lancia
d'Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di
buona mancia.
Noi demmo il dosso al misero
vallone
su per la ripa che 'l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun
sermone.
Quiv' era men che notte e men
che giorno,
sì che 'l viso m'andava innanzi poco;
ma io senti' sonare un
alto corno,
tanto ch'avrebbe ogne tuon
fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei
tutti ad un loco.
Dopo la dolorosa rotta,
quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente
Orlando.
Poco portäi in là volta la
testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond' io: «Maestro, dì, che
terra è questa?».
Ed elli a me: «Però che tu
trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare
abborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti
congiungi,
quanto 'l senso s'inganna di lontano;
però alquanto più te
stesso pungi».
Poi caramente mi prese per
mano
e disse: «Pria che noi siam più avanti,
acciò che 'l fatto men ti
paia strano,
sappi che non son torri, ma
giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l'umbilico in giuso tutti
quanti».
Come quando la nebbia si
dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela 'l vapor che
l'aere stipa,
così forando l'aura grossa e
scura,
più e più appressando ver' la sponda,
fuggiemi errore e crescémi
paura;
però che, come su la cerchia
tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che 'l pozzo
circonda
torreggiavan di mezza la
persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando
tuona.
E io scorgeva già d'alcun la
faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù
ambo le braccia.
Natura certo, quando lasciò
l'arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a
Marte.
E s'ella d'elefanti e di
balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la
ne tene;
ché dove l'argomento de la
mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la
gente.
La faccia sua mi parea lunga e
grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l'altre
ossa;
sì che la ripa, ch'era
perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere
a la chioma
tre Frison s'averien dato mal
vanto;
però ch'i' ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov' omo
affibbia 'l manto.
«Raphèl maì amècche zabì
almi»,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci
salmi.
E 'l duca mio ver' lui: «Anima
sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand' ira o altra
passïon ti tocca!
Cércati al collo, e troverai la
soga
che 'l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che 'l gran petto ti
doga».
Poi disse a me: «Elli stessi
s'accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel
mondo non s'usa.
Lasciànlo stare e non parliamo
a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come 'l suo ad altrui, ch'a
nullo è noto».
Facemmo adunque più lungo
vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro
trovammo l'altro assai
più fero e maggio.
A cigner lui qual che fosse 'l
maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l'altro e dietro il
braccio destro
d'una catena che 'l tenea
avvinto
dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al
giro quinto.
«Questo superbo volle esser
esperto
di sua potenza contra 'l sommo Giove»,
disse 'l mio duca, «ond'
elli ha cotal merto.
Fïalte ha nome, e fece le gran
prove
quando i giganti fer paura a' dèi;
le braccia ch'el menò, già mai
non move».
E io a lui: «S'esser puote, io
vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi
mei».
Ond' ei rispuose: «Tu vedrai
Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo
d'ogne reo.
Quel che tu vuo' veder, più là
è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel
volto».
Non fu tremoto già tanto
rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu
presto.
Allor temett' io più che mai la
morte,
e non v'era mestier più che la dotta,
s'io non avessi viste le
ritorte.
Noi procedemmo più avante
allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia
fuor de la grotta.
«O tu che ne la fortunata
valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand' Anibàl co' suoi diede le
spalle,
recasti già mille leon per
preda,
e che, se fossi stato a l'alta guerra
de' tuoi fratelli, ancor par
che si creda
ch'avrebber vinto i figli de la
terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura
serra.
Non ci fare ire a Tizio né a
Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer
lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render
fama,
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
se 'nnanzi tempo grazia a sé
nol chiama».
Così disse 'l maestro; e quelli
in fretta
le man distese, e prese 'l duca mio,
ond' Ercule sentì già
grande stretta.
Virgilio, quando prender si
sentio,
disse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;
poi fece sì ch'un
fascio era elli e io.
Qual pare a riguardar la
Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr' essa sì, ched ella
incontro penda:
tal parve Antëo a me che stava
a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra
strada.
Ma lievemente al fondo che
divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece
dimora,
e come albero in nave si levò.
CANTO XXXII
[Canto XXXII, nel quale tratta de' traditori di loro schiatta e de' traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l'inferno.]
S'ïo avessi le rime aspre e
chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte
l'altre rocce,
io premerei di mio concetto il
suco
più pienamente; ma perch' io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi
conduco;
ché non è impresa da pigliare a
gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o
babbo.
Ma quelle donne aiutino il mio
verso
ch'aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia
diverso.
Oh sovra tutte mal creata
plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o
zebe!
Come noi fummo giù nel pozzo
scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l'alto
muro,
dicere udi'mi: «Guarda come
passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri
lassi».
Per ch'io mi volsi, e vidimi
davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua
sembiante.
Non fece al corso suo sì grosso
velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto 'l freddo
cielo,
com' era quivi; che se
Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo
fatto cricchi.
E come a gracidar si sta la
rana
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la
villana,
livide, insin là dove appar
vergogna
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di
cicogna.
Ognuna in giù tenea volta la
faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor
testimonianza si procaccia.
Quand' io m'ebbi dintorno
alquanto visto,
volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,
che 'l pel del
capo avieno insieme misto.
«Ditemi, voi che sì strignete i
petti»,
diss' io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li
visi a me eretti,
li occhi lor, ch'eran pria pur
dentro molli,
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra
essi e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non
cinse
forte così; ond' ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li
vinse.
E un ch'avea perduti ambo li
orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in
noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti
due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor
fue.
D'un corpo usciro; e tutta la
Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d'esser fitta in
gelatina:
non quelli a cui fu rotto il
petto e l'ombra
con esso un colpo per la man d'Artù;
non Focaccia; non
questi che m'ingombra
col capo sì, ch'i' non veggio
oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi
fu.
E perché non mi metti in più
sermoni,
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi
scagioni».
Poscia vid' io mille visi
cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de'
gelati guazzi.
E mentre ch'andavamo inver' lo
mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno
rezzo;
se voler fu o destino o
fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l piè nel
viso ad una.
Piangendo mi sgridò: «Perché mi
peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi
moleste?».
E io: «Maestro mio, or qui
m'aspetta,
sì ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque
vorrai, fretta».
Lo duca stette, e io dissi a
colui
che bestemmiava duramente ancora:
«Qual se' tu che così rampogni
altrui?».
«Or tu chi se' che vai per
l'Antenora,
percotendo», rispuose, «altrui le gote,
sì che, se fossi vivo,
troppo fora?».
«Vivo son io, e caro esser ti
puote»,
fu mia risposta, «se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra
l'altre note».
Ed elli a me: «Del contrario ho
io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per
questa lama!».
Allor lo presi per la
cuticagna
e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti
rimagna».
Ond' elli a me: «Perché tu mi
dischiomi,
né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo
mi tomi».
Io avea già i capelli in mano
avvolti,
e tratti glien' avea più d'una ciocca,
latrando lui con li occhi
in giù raccolti,
quando un altro gridò: «Che hai
tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual
diavol ti tocca?».
«Omai», diss' io, «non vo' che
più favelle,
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porterò di te vere
novelle».
«Va via», rispuose, «e ciò che
tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or
così la lingua pronta.
El piange qui l'argento de'
Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
là dove i peccatori
stanno freschi".
Se fossi domandato "Altri chi
v'era?",
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la
gorgiera.
Gianni de' Soldanier credo che
sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch'aprì Faenza quando si
dormia».
Noi eravam partiti già da
ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l'un capo a l'altro
era cappello;
e come 'l pan per fame si
manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel
s'aggiugne con la nuca:
non altrimenti Tidëo si
rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e
l'altre cose.
«O tu che mostri per sì bestial
segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché», diss' io, «per
tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti
piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io
te ne cangi,
se quella con ch'io parlo non si secca».
CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.]
La bocca sollevò dal fiero
pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro
guasto.
Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io
rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io
ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien
seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai
insieme.
Io non so chi tu se' né per che
modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand' io
t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte
Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal
vicino.
Che per l'effetto de' suo' mai
pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è
mestieri;
però quel che non puoi avere
inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha
offeso.
Breve pertugio dentro da la
Muda,
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor
ch'altrui si chiuda,
m'avea mostrato per lo suo
forame
più lune già, quand' io feci 'l mal sonno
che del futuro mi
squarciò 'l velame.
Questi pareva a me maestro e
donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca
non ponno.
Con cagne magre, studïose e
conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la
fronte.
In picciol corso mi parieno
stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender
li fianchi.
Quando fui desto innanzi la
dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e
dimandar del pane.
Ben se' crudel, se tu già non
ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che
pianger suoli?
Già eran desti, e l'ora
s'appressava
che 'l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun
dubitava;
e io senti' chiavar l'uscio di
sotto
a l'orribile torre; ond' io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza
far motto.
Io non piangëa, sì dentro
impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre!
che hai?".
Perciò non lagrimai né rispuos'
io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo
uscìo.
Come un poco di raggio si fu
messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto
stesso,
ambo le man per lo dolor mi
morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito
levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia
men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le
spoglia".
Queta'mi allor per non farli
più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non
t'apristi?
Poscia che fummo al quarto dì
venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non
m'aiuti?".
Quivi morì; e come tu mi
vedi,
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto;
ond' io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra
ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l
dolor, poté 'l digiuno».
Quand' ebbe detto ciò, con li
occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come
d'un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le
genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son
lenti,
muovasi la Capraia e la
Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te
ogne persona!
Che se 'l conte Ugolino aveva
voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal
croce.
Innocenti facea l'età
novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto
suso appella.
Noi passammo oltre, là 've la
gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta
riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non
lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a
far crescer l'ambascia;
ché le lagrime prime fanno
groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto 'l ciglio tutto il
coppo.
E avvegna che, sì come d'un
callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso
stallo,
già mi parea sentire alquanto
vento;
per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore
spento?».
Ond' elli a me: «Avaccio sarai
dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato
piove».
E un de' tristi de la fredda
crosta
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v'è l'ultima
posta,
levatemi dal viso i duri
veli,
sì ch'ïo sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l
pianto si raggeli».
Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i'
ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la
ghiaccia ir mi convegna».
Rispuose adunque: «I' son frate
Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero
per figo».
«Oh», diss' io lui, «or se' tu
ancor morto?».
Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla
scïenza porto.
Cotal vantaggio ha questa
Tolomea,
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atropòs mossa le
dea.
E perché tu più volentier mi
rade
le 'nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima
trade
come fec' ïo, il corpo suo l'è
tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto
sia vòlto.
Ella ruina in sì fatta
cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi
verna.
Tu 'l dei saper, se tu vien pur
mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch'el fu
sì racchiuso».
«Io credo», diss' io lui, «che
tu m'inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme
e veste panni».
«Nel fosso sù», diss' el, «de'
Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel
Zanche,
che questi lasciò il diavolo in
sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con
lui fece.
Ma distendi oggimai in qua la
mano;
aprimi li occhi». E io non gliel' apersi;
e cortesia fu lui esser
villano.
Ahi Genovesi, uomini
diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perché non siete voi del
mondo spersi?
Ché col peggiore spirto di
Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si
bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.
CANTO XXXIV
[Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de' dimoni e de' traditori di loro signori, e narra come uscie de l'inferno.]
«Vexilla regis prodeunt
inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse 'l maestro mio, «se tu
'l discerni».
Come quando una grossa nebbia
spira,
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l
vento gira,
veder mi parve un tal dificio
allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era
altra grotta.
Già era, e con paura il metto
in metro,
là dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in
vetro.
Altre sono a giacere; altre
stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com' arco, il
volto a' piè rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto
avante,
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel
sembiante,
d'innanzi mi si tolse e fé
restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di
fortezza t'armi».
Com' io divenni allor gelato e
fioco,
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
però ch'ogne parlar
sarebbe poco.
Io non mori' e non rimasi
vivo;
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e
d'altro privo.
Lo 'mperador del doloroso
regno
da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io
mi convegno,
che i giganti non fan con le
sue braccia:
vedi oggimai quant' esser dee quel tutto
ch'a così fatta
parte si confaccia.
S'el fu sì bel com' elli è ora
brutto,
e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere
ogne lutto.
Oh quanto parve a me gran
maraviglia
quand' io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e
quella era vermiglia;
l'altr' eran due, che
s'aggiugnieno a questa
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e sé
giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e
gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde 'l Nilo
s'avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due
grand' ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid' io
mai cotali.
Non avean penne, ma di
vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean
da ello:
quindi Cocito tutto
s'aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava 'l pianto e
sanguinosa bava.
Da ogne bocca dirompea co'
denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così
dolenti.
A quel dinanzi il mordere era
nulla
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta
brulla.
«Quell' anima là sù c'ha
maggior pena»,
disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che 'l capo ha dentro
e fuor le gambe mena.
De li altri due c'hanno il capo
di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e
non fa motto!;
e l'altro è Cassio, che par sì
membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem
veduto».
Com' a lui piacque, il collo li
avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte
assai,
appigliò sé a le vellute
coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate
croste.
Quando noi fummo là dove la
coscia
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e
con angoscia,
volse la testa ov' elli avea le
zanche,
e aggrappossi al pel com' om che sale,
sì che 'n inferno i' credea
tornar anche.
«Attienti ben, ché per cotali
scale»,
disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,
«conviensi dipartir da
tanto male».
Poi uscì fuor per lo fóro d'un
sasso
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto
passo.
Io levai li occhi e credetti
vedere
Lucifero com' io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in sù
tenere;
e s'io divenni allora
travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto
ch'io avea passato.
«Lèvati sù», disse 'l maestro,
«in piede:
la via è lunga e 'l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza
terza riede».
Non era camminata di
palagio
là 'v' eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume
disagio.
«Prima ch'io de l'abisso mi
divella,
maestro mio», diss' io quando fui dritto,
«a trarmi d'erro un
poco mi favella:
ov' è la ghiaccia? e questi
com' è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc' ora,
da sera a mane ha
fatto il sol tragitto?».
Ed elli a me: «Tu imagini
ancora
d'esser di là dal centro, ov' io mi presi
al pel del vermo reo che
'l mondo fóra.
Di là fosti cotanto quant' io
scesi;
quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne
parte i pesi.
E se' or sotto l'emisperio
giunto
ch'è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui
colmo consunto
fu l'uom che nacque e visse
sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de
la Giudecca.
Qui è da man, quando di là è
sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim'
era.
Da questa parte cadde giù dal
cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar
velo,
e venne a l'emisperio nostro; e
forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch'appar di qua, e sù
ricorse».
Luogo è là giù da Belzebù
remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono
è noto
d'un ruscelletto che quivi
discende
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli
avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino
ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun
riposo,
salimmo sù, el primo e io
secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un
pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
[Explicit prima pars
Comedie Dantis Alagherii
Dantis Alagherii in qua tractatum est de
Inferis]
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PURGATORIO
CANTO I
[Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de' quali l'uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.]
Per correr miglior acque alza
le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì
crudele;
e canterò di quel secondo
regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa
degno.
Ma qui la morta poesì
resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto
surga,
seguitando il mio canto con
quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar
perdono.
Dolce color d'orïental
zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al
primo giro,
a li occhi miei ricominciò
diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li
occhi e 'l petto.
Lo bel pianeto che d'amar
conforta
faceva tutto rider l'orïente,
velando i Pesci ch'erano in sua
scorta.
I' mi volsi a man destra, e
puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a
la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor
fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se' di mirar
quelle!
Com' io da loro sguardo fui
partito,
un poco me volgendo a l'altro polo,
là onde 'l Carro già era
sparito,
vidi presso di me un veglio
solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun
figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco
mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto
doppia lista.
Li raggi de le quattro luci
sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse
davante.
«Chi siete voi che contro al
cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss' el, movendo quelle
oneste piume.
«Chi v'ha guidati, o che vi fu
lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle
inferna?
Son le leggi d'abisso così
rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie
grotte?».
Lo duca mio allor mi diè di
piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e 'l
ciglio.
Poscia rispuose lui: «Da me non
venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui
sovvenni.
Ma da ch'è tuo voler che più si
spieghi
di nostra condizion com' ell' è vera,
esser non puote il mio che a
te si nieghi.
Questi non vide mai l'ultima
sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger
era.
Sì com' io dissi, fui mandato
ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i'
mi son messo.
Mostrata ho lui tutta la gente
ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua
balìa.
Com' io l'ho tratto, saria
lungo a dirti;
de l'alto scende virtù che m'aiuta
conducerlo a vederti e a
udirti.
Or ti piaccia gradir la sua
venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita
rifiuta.
Tu 'l sai, ché non ti fu per
lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran dì sarà sì
chiara.
Non son li editti etterni per
noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove
son li occhi casti
di Marzia tua, che 'n vista
ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore
adunque a noi ti piega.
Lasciane andar per li tuoi
sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d'esser mentovato là giù
degni».
«Marzïa piacque tanto a li
occhi miei
mentre ch'i' fu' di là», diss' elli allora,
«che quante grazie
volse da me, fei.
Or che di là dal mal fiume
dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me
n'usci' fora.
Ma se donna del ciel ti move e
regge,
come tu di', non c'è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi
richegge.
Va dunque, e fa che tu costui
ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
sì ch'ogne sucidume
quindi stinghe;
ché non si converria, l'occhio
sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch'è di quei di
paradiso.
Questa isoletta intorno ad imo
ad imo,
là giù colà dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle
limo:
null' altra pianta che facesse
fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch'a le percosse non
seconda.
Poscia non sia di qua vostra
reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve
salita».
Così sparì; e io sù mi
levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui
drizzai.
El cominciò: «Figliuol, segui i
miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a' suoi
termini bassi».
L'alba vinceva l'ora
mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la
marina.
Noi andavam per lo solingo
piano
com' om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare
ire in vano.
Quando noi fummo là 've la
rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si
dirada,
ambo le mani in su l'erbetta
sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond' io, che fui accorto di sua
arte,
porsi ver' lui le guance
lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi
nascose.
Venimmo poi in sul lito
diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia
esperto.
Quivi mi cinse sì com' altrui
piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si
rinacque
subitamente là onde l'avelse.
CANTO II
[Canto secondo, nel quale tratta de la prima qualitade cioè dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.]
Già era 'l sole a l'orizzonte
giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto
punto;
e la notte, che opposita a lui
cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando
soverchia;
sì che le bianche e le
vermiglie guance,
là dov' i' era, de la bella Aurora
per troppa etate
divenivan rance.
Noi eravam lunghesso mare
ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo
dimora.
Ed ecco, qual, sorpreso dal
mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra 'l suol
marino,
cotal m'apparve, s'io ancor lo
veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che 'l muover suo nessun volar
pareggia.
Dal qual com' io un poco ebbi
ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior
fatto.
Poi d'ogne lato ad esso
m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a
lui uscìo.
Lo mio maestro ancor non facea
motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il
galeotto,
gridò: «Fa, fa che le ginocchia
cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti
officiali.
Vedi che sdegna li argomenti
umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l'ali sue, tra liti sì
lontani.
Vedi come l'ha dritte verso 'l
cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal
pelo».
Poi, come più e più verso noi
venne
l'uccel divino, più chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol
sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen
venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla
ne 'nghiottiva.
Da poppa stava il celestial
nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro
sediero.
'In exitu Isräel de
Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è
poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa
croce;
ond' ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne,
veloce.
La turba che rimase lì,
selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose
assaggia.
Da tutte parti saettava il
giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato
Capricorno,
quando la nova gente alzò la
fronte
ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire
al monte».
E Virgilio rispuose: «Voi
credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi
siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi
un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne
parrà gioco».
L'anime, che si fuor di me
accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro
smorte.
E come a messagger che porta
ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra
schivo,
così al viso mio s'affisar
quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d'ire a farsi
belle.
Io vidi una di lor trarresi
avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo
somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne
l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con
esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi
dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre
mi pinsi.
Soavemente disse ch'io
posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco
s'arrestasse.
Rispuosemi: «Così com' io
t'amai
nel mortal corpo, così t'amo sciolta:
però m'arresto; ma tu perché
vai?».
«Casella mio, per tornar altra
volta
là dov' io son, fo io questo vïaggio»,
diss' io; «ma a te com' è
tanta ora tolta?».
Ed elli a me: «Nessun m'è fatto
oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m'ha negato
esto passaggio;
ché di giusto voler lo suo si
face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta
pace.
Ond' io, ch'era ora a la marina
vòlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui
ricolto.
A quella foce ha elli or dritta
l'ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si
cala».
E io: «Se nuova legge non ti
toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie
doglie,
di ciò ti piaccia consolare
alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata
tanto!».
'Amor che ne la mente mi
ragiona'
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor
dentro mi suona.
Lo mio maestro e io e quella
gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la
mente.
Noi eravam tutti fissi e
attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò,
spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è
questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi
Dio manifesto».
Come quando, cogliendo biado o
loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato
orgoglio,
se cosa appare ond' elli abbian
paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch' assaliti son da maggior
cura;
così vid' io quella masnada
fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com' om che va, né sa
dove rïesca;
né la nostra partita fu men tosta.
CANTO III
[Canto III, nel quale si tratta de la seconda qualitade, cioè di coloro che per cagione d'alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a loro fine a pentersi e confessarsi de' loro falli, sì come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.]
Avvegna che la subitana
fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne
fruga,
i' mi ristrinsi a la fida
compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la
montagna?
El mi parea da sé stesso
rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t'è picciol fallo amaro
morso!
Quando li piedi suoi lasciar la
fretta,
che l'onestade ad ogn' atto dismaga,
la mente mia, che prima era
ristretta,
lo 'ntento rallargò, sì come
vaga,
e diedi 'l viso mio incontr' al poggio
che 'nverso 'l ciel più alto
si dislaga.
Lo sol, che dietro fiammeggiava
roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avëa in me de' suoi raggi
l'appoggio.
Io mi volsi dallato con
paura
d'essere abbandonato, quand' io vidi
solo dinanzi a me la terra
oscura;
e 'l mio conforto: «Perché pur
diffidi?»,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch'io
ti guidi?
Vespero è già colà dov' è
sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l'ha, e da
Brandizio è tolto.
Ora, se innanzi a me nulla
s'aombra,
non ti maravigliar più che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio
non ingombra.
A sofferir tormenti, caldi e
geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si
sveli.
Matto è chi spera che nostra
ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre
persone.
State contenti, umana gente, al
quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir
Maria;
e disïar vedeste sanza
frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente è dato lor per
lutto:
io dico d'Aristotile e di
Plato
e di molt' altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase
turbato.
Noi divenimmo intanto a piè del
monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe
pronte.
Tra Lerice e Turbìa la più
diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e
aperta.
«Or chi sa da qual man la costa
cala»,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
«sì che possa salir chi va
sanz' ala?».
E mentre ch'e' tenendo 'l viso
basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al
sasso,
da man sinistra m'apparì una
gente
d'anime, che movieno i piè ver' noi,
e non pareva, sì venïan
lente.
«Leva», diss' io, «maestro, li
occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver
nol puoi».
Guardò allora, e con libero
piglio
rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;
e tu ferma la spene,
dolce figlio».
Ancora era quel popol di
lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator
trarria con mano,
quando si strinser tutti ai
duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com' a guardar, chi
va dubbiando, stassi.
«O ben finiti, o già spiriti
eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch'i' credo che per voi
tutti s'aspetti,
ditene dove la montagna
giace,
sì che possibil sia l'andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa
più spiace».
Come le pecorelle escon del
chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio
e 'l muso;
e ciò che fa la prima, e
l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e
lo 'mperché non sanno;
sì vid' io muovere a venir la
testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare
onesta.
Come color dinanzi vider
rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la
grotta,
restaro, e trasser sé in dietro
alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché,
fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi
confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole
in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma
credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa
parete».
Così 'l maestro; e quella gente
degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man
faccendo insegna.
E un di loro incominciò:
«Chiunque
tu se', così andando, volgi 'l viso:
pon mente se di là mi
vedesti unque».
Io mi volsi ver' lui e guardail
fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo
avea diviso.
Quand' io mi fui umilmente
disdetto
d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a
sommo 'l petto.
Poi sorridendo disse: «Io son
Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond' io ti priego che, quando tu
riedi,
vadi a mia bella figlia,
genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro
si dice.
Poscia ch'io ebbi rotta la
persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che
volontier perdona.
Orribil furon li peccati
miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si
rivolge a lei.
Se 'l pastor di Cosenza, che a
la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta
questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno
ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave
mora.
Or le bagna la pioggia e move
il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov' e' le trasmutò a
lume spento.
Per lor maladizion sì non si
perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha
fior del verde.
Vero è che quale in contumacia
more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa
ripa in fore,
per ognun tempo ch'elli è
stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon
prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far
lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto
divieto;
ché qui per quei di là molto s'avanza».
CANTO IV
[Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardòe a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.]
Quando per dilettanze o ver per
doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si
raccoglie,
par ch'a nulla potenza più
intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch'un'anima sovr' altra
in noi s'accenda.
E però, quando s'ode cosa o
vede
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se
n'avvede;
ch'altra potenza è quella che
l'ascolta,
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata e
quella è sciolta.
Di ciò ebb' io esperïenza
vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito
era
lo sole, e io non m'era
accorto, quando
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: «Qui è
vostro dimando».
Maggiore aperta molte volte
impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva
imbruna,
che non era la calla onde
salìne
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si
partìne.
Vassi in Sanleo e discendesi in
Noli,
montasi su in Bismantova e 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien
ch'om voli;
dico con l'ale snelle e con le
piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e
facea lume.
Noi salavam per entro 'l sasso
rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di
sotto.
Poi che noi fummo in su l'orlo
suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss' io,
«che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo
caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna
scorta saggia».
Lo sommo er' alto che vincea la
vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro
lista.
Io era lasso, quando
cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non
restai».
«Figliuol mio», disse, «infin
quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il
poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole
sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i
piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi
ambedui
vòlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare
altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi
liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam
feriti.
Ben s'avvide il poeta ch'ïo
stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone
intrava.
Ond' elli a me: «Se Castore e
Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume
conduce,
tu vedresti il Zodïaco
rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del
cammin vecchio.
Come ciò sia, se 'l vuoi poter
pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra
stare
sì, ch'amendue hanno un solo
orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar
Fetòn,
vedrai come a costui convien
che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo
ben chiaro bada».
«Certo, maestro mio», diss' io,
«unquanco
non vid' io chiaro sì com' io discerno
là dove mio ingegno parea
manco,
che 'l mezzo cerchio del moto
superno,
che si chiama Equatore in alcun' arte,
e che sempre riman tra 'l
sole e 'l verno,
per la ragion che di', quinci
si parte
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda
parte.
Ma se a te piace, volontier
saprei
quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
più che salir non posson
li occhi miei».
Ed elli a me: «Questa montagna
è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant' om più va sù, e
men fa male.
Però, quand' ella ti parrà
soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com' a seconda giù andar per
nave,
allor sarai al fin d'esto
sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo
so per vero».
E com' elli ebbe sua parola
detta,
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai
distretta!».
Al suon di lei ciascun di noi
si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima
s'accorse.
Là ci traemmo; e ivi eran
persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza
a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava
lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse
basso.
«O dolce segnor mio», diss' io,
«adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua
serocchia».
Allor si volse a noi e puose
mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che
se' valente!».
Conobbi allor chi era, e quella
angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a
lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alzò la
testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il
carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte
parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me
non dole
di te omai; ma dimmi: perché
assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha'
ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù
che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede
in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel
m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine
i buon sospiri,
se orazïone in prima non
m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n
ciel non è udita?».
E già il poeta innanzi mi
saliva,
e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco
meridïan dal sole e a la
riva
cuopre la notte già col piè Morrocco».
CANTO V
[Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d'alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e soddisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo di Fano e Bonconte di Montefeltro.]
Io era già da quell' ombre
partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando
'l dito,
una gridò: «Ve' che non par che
luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si
conduca!».
Li occhi rivolsi al suon di
questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume
ch'era rotto.
«Perché l'animo tuo tanto
s'impiglia»,
disse 'l maestro, «che l'andare allenti?
che ti fa ciò che
quivi si pispiglia?
Vien dietro a me, e lascia dir
le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar
di venti;
ché sempre l'omo in cui pensier
rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l'un de
l'altro insolla».
Che potea io ridir, se non «Io
vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon
talvolta degno.
E 'ntanto per la costa di
traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a
verso a verso.
Quando s'accorser ch'i' non
dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un
«oh!» lungo e roco;
e due di loro, in forma di
messaggi,
corsero incontr' a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene
saggi».
E 'l mio maestro: «Voi potete
andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui è vera
carne.
Se per veder la sua ombra
restaro,
com' io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser
può lor caro».
Vapori accesi non vid' io sì
tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole
d'agosto,
che color non tornasser suso in
meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre
sanza freno.
«Questa gente che preme a noi è
molta,
e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:
«però pur va, e in andando
ascolta».
«O anima che vai per esser
lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco
il passo queta.
Guarda s'alcun di noi unqua
vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché
non t'arresti?
Noi fummo tutti già per forza
morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece
accorti,
sì che, pentendo e perdonando,
fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder
n'accora».
E io: «Perché ne' vostri visi
guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben
nati,
voi dite, e io farò per quella
pace
che, dietro a' piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi
si face».
E uno incominciò: «Ciascun si
fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non
ricida.
Ond' io, che solo innanzi a li
altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e
quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi
cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi
offese.
Quindi fu' io; ma li profondi
fóri
ond' uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a
li Antenori,
là dov' io più sicuro esser
credea:
quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
assai più là che dritto
non volea.
Ma s'io fosse fuggito inver' la
Mira,
quando fu' sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si
spira.
Corsi al palude, e le cannucce
e 'l braco
m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid' io
de le mie vene farsi
in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se
quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pïetate aiuta
il mio!
Io fui di Montefeltro, io son
Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con
bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual
ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua
sepultura?».
«Oh!», rispuos' elli, «a piè
del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo
nasce in Apennino.
Là 've 'l vocabol suo diventa
vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il
piano.
Quivi perdei la vista e la
parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne
sola.
Io dirò vero, e tu 'l ridì tra
' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel,
perché mi privi?
Tu te ne porti di costui
l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro
governo!".
Ben sai come ne l'aere si
raccoglie
quell' umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l
freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur
mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtù che
sua natura diede.
Indi la valle, come 'l dì fu
spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra
fece intento,
sì che 'l pregno aere in acqua
si converse;
la pioggia cadde, e a' fossati venne
di lei ciò che la terra
non sofferse;
e come ai rivi grandi si
convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la
ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la
foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio
petto la croce
ch'i' fe' di me quando 'l dolor
mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse
e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato
al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò 'l terzo spirito al
secondo,
«ricorditi di me, che son la
Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata
pria
disposando m'avea con la sua gemma».
CANTO VI
[Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volontà di vendicare la 'ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordella da Mantua.]
Quando si parte il gioco de la
zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo
impara;
con l'altro se ne va tutta la
gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si
reca a mente;
el non s'arresta, e questo e
quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca
si difende.
Tal era io in quella turba
spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea
da essa.
Quiv' era l'Aretin che da le
braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'annegò correndo
in caccia.
Quivi pregava con le mani
sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco
forte.
Vidi conte Orso e l'anima
divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com' e' dicea, non per
colpa commisa;
Pier da la Broccia dico; e qui
proveggia,
mentr' è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di
peggior greggia.
Come libero fui da tutte
quante
quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
sì che s'avacci lor
divenir sante,
io cominciai: «El par che tu mi
nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion
pieghi;
e questa gente prega pur di
questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m'è 'l detto tuo ben
manifesto?».
Ed elli a me: «La mia scrittura
è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente
sana;
ché cima di giudicio non
s'avvalla
perché foco d'amor compia in un punto
ciò che de' sodisfar chi
qui s'astalla;
e là dov' io fermai cotesto
punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perché 'l priego da Dio era
disgiunto.
Veramente a così alto
sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e
lo 'ntelletto.
Non so se 'ntendi: io dico di
Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e
felice».
E io: «Segnore, andiamo a
maggior fretta,
ché già non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l
poggio l'ombra getta».
«Noi anderem con questo giorno
innanzi»,
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma 'l fatto è d'altra forma
che non stanzi.
Prima che sie là sù, tornar
vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ' suoi raggi tu romper
non fai.
Ma vedi là un'anima che,
posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnerà la via più
tosta».
Venimmo a lei: o anima
lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta
e tarda!
Ella non ci dicëa alcuna
cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si
posa.
Pur Virgilio si trasse a lei,
pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo
dimando,
ma di nostro paese e de la
vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
«Mantüa…», e l'ombra, tutta
in sé romita,
surse ver' lui del loco ove
pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e
l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore
ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma
bordello!
Quell' anima gentil fu così
presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo
quivi festa;
e ora in te non stanno sanza
guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa
serra.
Cerca, misera, intorno da le
prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace
gode.
Che val perché ti racconciasse
il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz' esso fora la vergogna
meno.
Ahi gente che dovresti esser
devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti
nota,
guarda come esta fiera è fatta
fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la
predella.
O Alberto tedesco
ch'abbandoni
costei ch'è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar
li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle
caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor
temenza n'aggia!
Ch'avete tu e 'l tuo padre
sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio
sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e
Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e
questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la
pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com' è
oscura!
Vieni a veder la tua Roma che
piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non
m'accompagne?».
Vieni a veder la gente quanto
s'ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua
fama.
E se licito m'è, o sommo
Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi
rivolti altrove?
O è preparazion che ne
l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger
nostro scisso?
Ché le città d'Italia tutte
piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando
viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser
contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si
argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e
tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha
in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune
incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I' mi
sobbarco!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben
onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto
nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che
fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol
cenno
verso di te, che fai tanto
sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre
fili.
Quante volte, del tempo che
rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate
membre!
E se ben ti ricordi e vedi
lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su
le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
CANTO VII
[Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui all'ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.]
Poscia che l'accoglienze oneste
e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi,
chi siete?».
«Anzi che a questo monte fosser
volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian
sepolte.
Io son Virgilio; e per null'
altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il
duca mio.
Qual è colui che cosa innanzi
sé
sùbita vede ond' e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è…
non è…»,
tal parve quelli; e poi chinò
le ciglia,
e umilmente ritornò ver' lui,
e abbracciòl là 've 'l minor
s'appiglia.
«O gloria di Latin», disse,
«per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco
ond' io fui,
qual merito o qual grazia mi ti
mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di
qual chiostra».
«Per tutt' i cerchi del dolente
regno»,
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e
con lei vegno.
Non per far, ma per non fare ho
perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me
conosciuto.
Luogo è là giù non tristo di
martìri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son
sospiri.
Quivi sto io coi pargoli
innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa
essenti;
quivi sto io con quei che le
tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir
tutte quante.
Ma se tu sai e puoi, alcuno
indizio
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha
dritto inizio».
Rispuose: «Loco certo non c'è
posto;
licito m'è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi
t'accosto.
Ma vedi già come dichina il
giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel
soggiorno.
Anime sono a destra qua
remote;
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier
note».
«Com' è ciò?», fu risposto.
«Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria ché
non potesse?».
E 'l buon Sordello in terra
fregò 'l dito,
dicendo: «Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo 'l
sol partito:
non però ch'altra cosa desse
briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia
intriga.
Ben si poria con lei tornare in
giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il dì
tien chiuso».
Allora il mio segnor, quasi
ammirando,
«Menane», disse, «dunque là 've dici
ch'aver si può diletto
dimorando».
Poco allungati c'eravam di
lici,
quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li
sceman quici.
«Colà», disse quell' ombra,
«n'anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno
attenderemo».
Tra erto e piano era un
sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch'a
mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e
biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si
fiacca,
da l'erba e da li fior, dentr'
a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è
vinto il meno.
Non avea pur natura ivi
dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e
indistinto.
'Salve, Regina' in sul
verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle
non parean di fuori.
«Prima che 'l poco sole omai
s'annidi»,
cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate
ch'io vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti
e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi
accolti.
Colui che più siede alto e fa
sembianti
d'aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li
altrui canti,
Rodolfo imperador fu, che
potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si
ricrea.
L'altro che ne la vista lui
conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in
mar ne porta:
Ottacchero ebbe nome, e ne le
fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e
ozio pasce.
E quel nasetto che stretto a
consiglio
par con colui c'ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e
disfiorando il giglio:
guardate là come si batte il
petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando,
letto.
Padre e suocero son del mal di
Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì
li lancia.
Quel che par sì membruto e che
s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor portò cinta
la corda;
e se re dopo lui fosse
rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in
vaso,
che non si puote dir de l'altre
rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun
possiede.
Rade volte risurge per li
rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si
chiami.
Anche al nasuto vanno mie
parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e
Proenza già si dole.
Tant' è del seme suo minor la
pianta,
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si
vanta.
Vedete il re de la semplice
vita
seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore
uscita.
Quel che più basso tra costor
s'atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria
e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese».
CANTO VIII
[Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l'utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui a l'ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.]
Era già l'ora che volge il
disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici
addio;
e che lo novo peregrin
d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si
more;
quand' io incominciai a render
vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con
mano.
Ella giunse e levò ambo le
palme,
ficcando li occhi verso l'orïente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non
calme'.
'Te lucis
ante' sì devotamente
le uscìo di
bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
e l'altre poi dolcemente e
devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne
rote.
Aguzza qui, lettor, ben li
occhi al vero,
ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar
dentro è leggero.
Io vidi quello essercito
gentile
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e
umìle;
e vidi uscir de l'alto e
scender giùe
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le
punte sue.
Verdi come fogliette pur mo
nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e
ventilate.
L'un poco sovra noi a star si
venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si
contenne.
Ben discernëa in lor la testa
bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virtù ch'a troppo si
confonda.
«Ambo vegnon del grembo di
Maria»,
disse Sordello, «a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà
vie via».
Ond' io, che non sapeva per
qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le
fidate spalle.
E Sordello anco: «Or avvalliamo
omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazïoso fia lor vedervi
assai».
Solo tre passi credo ch'i'
scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi
volesse.
Temp' era già che l'aere
s'annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse ciò
che pria serrava.
Ver' me si fece, e io ver' lui
mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra
' rei!
Nullo bel salutar tra noi si
tacque;
poi dimandò: «Quant' è che tu venisti
a piè del monte per le
lontane acque?».
«Oh!», diss' io lui, «per entro
i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, sì
andando, acquisti».
E come fu la mia risposta
udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito
smarrita.
L'uno a Virgilio e l'altro a un
si volse
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per
grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel
singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che
non lì è guado,
quando sarai di là da le larghe
onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li 'nnocenti si
risponde.
Non credo che la sua madre più
m'ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!,
ancor brami.
Per lei assai di lieve si
comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto
spesso non l'accende.
Non le farà sì bella
sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com' avria fatto il gallo di
Gallura».
Così dicea, segnato de la
stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core
avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan
pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso
a lo stelo.
E 'l duca mio: «Figliuol, che
là sù guarde?».
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua
tutto quanto arde».
Ond' elli a me: «Le quattro
chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov'
eran quelle».
Com' ei parlava, e Sordello a
sé il trasse
dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;
e drizzò il dito
perché 'n là guardasse.
Da quella parte onde non ha
riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo
amaro.
Tra l'erba e ' fior venìa la
mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come
bestia che si liscia.
Io non vidi, e però dicer non
posso,
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro
mosso.
Sentendo fender l'aere a le
verdi ali,
fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste
rivolando iguali.
L'ombra che s'era al giudice
raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me
guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in
alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant' è mestiere infino al sommo
smalto»,
cominciò ella, «se novella
vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là
era.
Fui chiamato Currado
Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che
qui raffina».
«Oh!», diss' io lui, «per li
vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non
sien palesi?
La fama che la vostra casa
onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu
ancora;
e io vi giuro, s'io di sopra
vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de
la spada.
Uso e natura sì la
privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l
mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che 'l sol non
si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i piè
cuopre e inforca,
che cotesta cortese
oppinïone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che
d'altrui sermone,
se corso di giudicio non s'arresta».
CANTO IX
[Canto IX, nel quale pone l'auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l'entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l'entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.]
La concubina di Titone
antico
già s'imbiancava al balco d'orïente,
fuor de le braccia del suo
dolce amico;
di gemme la sua fronte era
lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la
gente;
e la notte, de' passi con che
sale,
fatti avea due nel loco ov' eravamo,
e 'l terzo già chinava in giuso
l'ale;
quand' io, che meco avea di
quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
là 've già tutti e
cinque sedavamo.
Ne l'ora che comincia i tristi
lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi
guai,
e che la mente nostra,
peregrina
più da la carne e men da' pensier presa,
a le sue visïon quasi è
divina,
in sogno mi parea veder
sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare
intesa;
ed esser mi parea là dove
fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo
consistoro.
Fra me pensava: 'Forse questa
fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in
piede'.
Poi mi parea che, poi rotata un
poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al
foco.
Ivi parea che ella e io
ardesse;
e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si
rompesse.
Non altrimenti Achille si
riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si
fosse,
quando la madre da Chirón a
Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il
dipartiro;
che mi scoss' io, sì come da la
faccia
mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che,
spaventato, agghiaccia.
Dallato m'era solo il mio
conforto,
e 'l sole er' alto già più che due ore,
e 'l viso m'era a la
marina torto.
«Non aver tema», disse il mio
segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma
rallarga ogne vigore.
Tu se' omai al purgatorio
giunto:
vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata là 've par
digiunto.
Dianzi, ne l'alba che procede
al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond' è là giù
addorno
venne una donna, e disse: "I'
son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l'agevolerò per la sua
via".
Sordel rimase e l'altre genti
forme;
ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le
sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi
dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno
ad una se n'andaro».
A guisa d'uom che 'n dubbio si
raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è
discoperta,
mi cambia' io; e come sanza
cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver'
l'altura.
Lettor, tu vedi ben com' io
innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s'io la
rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo
in parte
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro
diparte,
vidi una porta, e tre gradi di
sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea
motto.
E come l'occhio più e più
v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non
lo soffersi;
e una spada nuda avëa in
mano,
che reflettëa i raggi sì ver' noi,
ch'io dirizzava spesso il viso in
vano.
«Dite costinci: che volete
voi?»,
cominciò elli a dire, «ov' è la scorta?
Guardate che 'l venir sù
non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose
accorta»,
rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: "Andate là:
quivi è la porta"».
«Ed ella i passi vostri in bene
avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a' nostri gradi
innanzi».
Là ne venimmo; e lo scaglion
primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso
qual io paio.
Era il secondo tinto più che
perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per
traverso.
Lo terzo, che di sopra
s'ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di
vena spiccia.
Sovra questo tenëa ambo le
piante
l'angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di
diamante.
Per li tre gradi sù di buona
voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che 'l serrame
scioglia».
Divoto mi gittai a' santi
piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria
mi diedi.
Sette P ne la fronte mi
descrisse
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
quando se' dentro,
queste piaghe» disse.
Cenere, o terra che secca si
cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due
chiavi.
L'una era d'oro e l'altra era
d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì,
ch'i' fu' contento.
«Quandunque l'una d'este chiavi
falla,
che non si volga dritta per la toppa»,
diss' elli a noi, «non
s'apre questa calla.
Più cara è l'una; ma l'altra
vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch' ella è quella
che 'l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi
ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi
mi s'atterri».
Poi pinse l'uscio a la porta
sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n
dietro si guata».
E quando fuor ne' cardini
distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e
forti,
non rugghiò sì né si mostrò sì
acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase
macra.
Io mi rivolsi attento al primo
tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
udire in voce mista al dolce
suono.
Tale imagine a punto mi
rendea
ciò ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi
si stea;
ch'or sì or no s'intendon le parole.
CANTO X
[Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l'auttore sotto certi intagli d'antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.]
Poi fummo dentro al soglio de
la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perché fa parer dritta la via
torta,
sonando la senti' esser
richiusa;
e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo
degna scusa?
Noi salavam per una pietra
fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e
s'appressa.
«Qui si conviene usare un poco
d'arte»,
cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato
che si parte».
E questo fece i nostri passi
scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per
ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella
cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si
rauna,
ïo stancato e amendue
incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per
diserti.
Da la sua sponda, ove confina
il vano,
al piè de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un
corpo umano;
e quanto l'occhio mio potea
trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi
parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè
nostri anco,
quand' io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita
aveva manco,
esser di marmo candido e
addorno
d'intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe
scorno.
L'angel che venne in terra col
decreto
de la molt' anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo
divieto,
dinanzi a noi pareva sì
verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che
tace.
Giurato si saria ch'el dicesse
'Ave!';
perché iv' era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor
volse la chiave;
e avea in atto impressa esta
favella
'Ecce ancilla Deï', propriamente
come figura in cera si
suggella.
«Non tener pur ad un loco la
mente»,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore
ha la gente.
Per ch'i' mi mossi col viso, e
vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi
movea,
un'altra storia ne la roccia
imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acciò che fosse a li
occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo
stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio
non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta
quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un 'No',
l'altro 'Sì, canta'.
Similemente al fummo de li
'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al sì e al no discordi
fensi.
Lì precedeva al benedetto
vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e più e men che re era in quel
caso.
Di contra, effigïata ad una
vista
d'un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e
trista.
I' mossi i piè del loco dov' io
stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micòl mi
biancheggiava.
Quiv' era storïata l'alta
gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran
vittoria;
i' dico di Traiano
imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di
dolore.
Intorno a lui parea calcato e
pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr' essi in vista al vento si
movieno.
La miserella intra tutti
costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch'è morto,
ond' io m'accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or
aspetta
tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui
dolor s'affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi
fia dov' io,
la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo
metti in oblio?»;
ond' elli: «Or ti conforta;
ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e
pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa
nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si
trova.
Mentr' io mi dilettava di
guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder
care,
«Ecco di qua, ma fanno i passi
radi»,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne 'nvïeranno a li alti
gradi».
Li occhi miei, ch'a mirare eran
contenti
per veder novitadi ond' e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non
furon lenti.
Non vo' però, lettor, che tu ti
smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si
paghi.
Non attender la forma del
martìre:
pensa la succession; pensa ch'al peggio
oltre la gran sentenza
non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel
ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel
veder vaneggio».
Ed elli a me: «La grave
condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ' miei occhi pria
n'ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e
disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi
come ciascun si picchia».
O superbi cristian, miseri
lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi
passi,
non v'accorgete voi che noi
siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia
sanza schermi?
Di che l'animo vostro in alto
galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion
falla?
Come per sostentar solaio o
tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al
petto,
la qual fa del non ver vera
rancura
nascere 'n chi la vede; così fatti
vid' io color, quando puosi ben
cura.
Vero è che più e meno eran
contratti
secondo ch'avien più e meno a dosso;
e qual più pazïenza avea ne
li atti,
piangendo parea dicer: 'Più non posso'.
CANTO XI
[Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de' superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch'è uno de' rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.]
«O Padre nostro, che ne' cieli
stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch'ai primi effetti di là sù tu
hai,
laudato sia 'l tuo nome e 'l
tuo valore
da ogne creatura, com' è degno
di render grazie al tuo dolce
vapore.
Vegna ver' noi la pace del tuo
regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro
ingegno.
Come del suo voler li angeli
tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini
de' suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana
manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir
s'affanna.
E come noi lo mal ch'avem
sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo
nostro merto.
Nostra virtù che di legger
s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che sì la
sprona.
Quest' ultima preghiera, segnor
caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a
noi restaro».
Così a sé e noi buona
ramogna
quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che
talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a
tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del
mondo.
Se di là sempre ben per noi si
dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c'hanno al voler
buona radice?
Ben si de' loro atar lavar le
note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le
stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi
disgrievi
tosto, sì che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro
vi lievi,
mostrate da qual mano inver' la
scala
si va più corto; e se c'è più d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men
erto cala;
ché questi che vien meco, per
lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua
voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a
queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser
manifeste;
ma fu detto: «A man destra per
la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona
viva.
E s'io non fossi impedito dal
sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso
basso,
cotesti, ch'ancor vive e non si
noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a
questa soma.
Io fui latino e nato d'un gran
Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo già
mai fu vosco.
L'antico sangue e l'opere
leggiadre
d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la
comune madre,
ogn' uomo ebbi in despetto
tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico
ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me
danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel
malanno.
E qui convien ch'io questo peso
porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra '
vivi, qui tra ' morti».
Ascoltando chinai in giù la
faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li
'mpaccia,
e videmi e conobbemi e
chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro
andava.
«Oh!», diss' io lui, «non se'
tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte
ch'alluminar chiamata
è in Parisi?».
«Frate», diss' elli, «più ridon
le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore è tutto or suo, e mio
in parte.
Ben non sare' io stato sì
cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core
intese.
Di tal superbia qui si paga il
fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a
Dio.
Oh vana gloria de l'umane
posse!
com' poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l'etati
grosse!
Credette Cimabue ne la
pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui
è scura.
Così ha tolto l'uno a l'altro
Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà
del nido.
Non è il mondan romore altro
ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome
perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se
vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il
'pappo' e 'l 'dindi',
pria che passin mill' anni?
ch'è più corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che
più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco
piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen
pispiglia,
ond' era sire quando fu
distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com' ora è
putta.
La vostra nominanza è color
d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra
acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir
m'incora
bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
ma chi è quei di cui tu
parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose,
«Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a
le sue mani.
Ito è così e va, sanza
riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo
oso».
E io: «Se quello spirito
ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù
non ascende,
se buona orazïon lui non
aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui
largita?».
«Quando vivea più glorïoso»,
disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta,
s'affisse;
e lì, per trar l'amico suo di
pena,
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne
vena.
Più non dirò, e scuro so che
parlo;
ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini
faranno sì che tu potrai
chiosarlo.
Quest' opera li tolse quei confini».
CANTO XII
[Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de' superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.]
Di pari, come buoi che vanno a
giogo,
m'andava io con quell' anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce
pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e
varca;
ché qui è buono con l'ali e coi remi,
quantunque può, ciascun
pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi
rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e
scemi.
Io m'era mosso, e seguia
volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com' eravam
leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi
in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante
tue».
Come, perché di lor memoria
sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran
pria,
onde lì molte volte si
ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pïi dà de le
calcagne;
sì vid' io lì, ma di miglior
sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte
avanza.
Vedea colui che fu nobil
creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da
l'un lato.
Vedëa Brïareo fitto dal
telo
celestïal giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal
gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e
Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti
sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran
lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi
fuoro.
O Nïobè, con che occhi
dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi
figliuoli spenti!
O Saùl, come in su la propria
spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né
rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io
te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si
fé.
O Roboàm, già non par che
minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza
ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro
pavimento
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato
addornamento.
Mostrava come i figli si
gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il
lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo
scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di
sangue t'empio».
Mostrava come in rotta si
fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del
martiro.
Vedeva Troia in cenere e in
caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si
discerne!
Qual di pennel fu maestro o di
stile
che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno
sottile?
Morti li morti e i vivi parean
vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant' io calcai, fin che
chinato givi.
Or superbite, e via col viso
altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro
mal sentero!
Più era già per noi del monte
vòlto
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l'animo non
sciolto,
quando colui che sempre innanzi
atteso
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì
sospeso.
Vedi colà un angel che
s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì
l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti
addorna,
sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non
raggiorna!».
Io era ben del suo ammonir
uso
pur di non perder tempo, sì che 'n quella
materia non potea parlarmi
chiuso.
A noi venìa la creatura
bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina
stella.
Le braccia aperse, e indi
aperse l'ale;
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai
si sale.
A questo invito vegnon molto
radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così
cadi?».
Menocci ove la roccia era
tagliata;
quivi mi batté l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura
l'andata.
Come a man destra, per salire
al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra
Rubaconte,
si rompe del montar l'ardita
foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la
doga;
così s'allenta la ripa che
cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra
rade.
Noi volgendo ivi le nostre
persone,
'Beati pauperes spiritu!' voci
cantaron sì, che nol diria
sermone.
Ahi quanto son diverse quelle
foci
da l'infernali! ché quivi per canti
s'entra, e là giù per lamenti
feroci.
Già montavam su per li scaglion
santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea
davanti.
Ond' io: «Maestro, dì, qual
cosa greve
levata s'è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si
riceve?».
Rispuose: «Quando i P che son
rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com' è l'un, del
tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler
sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù
pinti».
Allor fec' io come color che
vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui
sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar
s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir
per la veduta;
e con le dita de la destra
scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel da le chiavi a me sovra
le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.
CANTO XIII
[Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapìa, moglie di messer Viviano de' Ghinibaldi da Siena, e molti altri.]
Noi eravamo al sommo de la
scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui
dismala.
Ivi così una cornice
lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo più tosto
piega.
Ombra non lì è né segno che si
paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la
petraia.
«Se qui per dimandar gente
s'aspetta»,
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d'indugio
nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi
porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé
torse.
«O dolce lume a cui fidanza i'
entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol
quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr'
esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li
tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio
si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia
pronta;
e verso noi volar furon
sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi
inviti.
La prima voce che passò
volando
'Vinum non habent' altamente disse,
e dietro a noi l'andò
reïterando.
E prima che del tutto non si
udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
passò gridando, e anco
non s'affisse.
«Oh!», diss' io, «padre, che
voci son queste?».
E com' io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da
cui male aveste'.
E 'l buon maestro: «Questo
cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d'amor le corde
de la ferza.
Lo fren vuol esser del
contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al
passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l'aere
ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la
grotta assiso».
Allora più che prima li occhi
apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra
non diversi.
E poi che fummo un poco più
avanti,
udia gridar: 'Maria, òra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro' e
'Tutti santi'.
Non credo che per terra vada
ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi
poi;
ché, quando fui sì presso di
lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave
dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean
coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran
sofferti.
Così li ciechi a cui la roba
falla,
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra
l'altro avvalla,
perché 'n altrui pietà tosto si
pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno
agogna.
E come a li orbi non approda il
sole,
così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
luce del ciel di sé largir
non vole;
ché a tutti un fil di ferro i
cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non
dimora.
A me pareva, andando, fare
oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio
consiglio saggio.
Ben sapev' ei che volea dir lo
muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e
arguto».
Virgilio mi venìa da quella
banda
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda
s'inghirlanda;
da l'altra parte m'eran le
divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan sì, che bagnavan le
gote.
Volsimi a loro e: «O gente
sicura»,
incominciai, «di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in
sua cura,
se tosto grazia resolva le
schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il
fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e
caro,
s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i'
l'apparo».
«O frate mio, ciascuna è
cittadina
d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia
peregrina».
Questo mi parve per risposta
udire
più innanzi alquanto che là dov' io stava,
ond' io mi feci ancor più
là sentire.
Tra l'altre vidi un'ombra
ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa
d'orbo in sù levava.
«Spirto», diss' io, «che per
salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per
luogo o per nome».
«Io fui sanese», rispuose, «e
con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne
presti.
Savia non fui, avvegna che
Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di
ventura mia.
E perché tu non creda ch'io
t'inganni,
odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
già discendendo l'arco
d'i miei anni.
Eran li cittadin miei presso a
Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e'
volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li
amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre
dispari,
tanto ch'io volsi in sù
l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
come fé 'l merlo
per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo
stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza
scemo,
se ciò non fosse, ch'a memoria
m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate
increbbe.
Ma tu chi se', che nostre
condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com' io credo, e
spirando ragioni?».
«Li occhi», diss' io, «mi fieno
ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
fatta per esser con
invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond' è
sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giù mi
pesa».
Ed ella a me: «Chi t'ha dunque
condotto
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch'è meco
e non fa motto.
E vivo sono; e però mi
richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li
mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sì cosa
nuova»,
rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo
talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu
più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben
mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente
vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch'a trovar la
Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli».
CANTO XIV
[Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da Calvoli e molti altri.]
«Chi è costui che 'l nostro
monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua
voglia e coverchia?».
«Non so chi sia, ma so ch'e'
non è solo;
domandal tu che più li t'avvicini,
e dolcemente, sì che parli,
acco'lo».
Così due spirti, l'uno a
l'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per
dirmi, supini;
e disse l'uno: «O anima che
fitta
nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne
ditta
onde vieni e chi se'; ché tu ne
fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più
mai».
E io: «Per mezza Toscana si
spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol
sazia.
Di sovr' esso rech' io questa
persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor
molto non suona».
«Se ben lo 'ntendimento tuo
accarno
con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu
parli d'Arno».
E l'altro disse lui: «Perché
nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com' om fa de l'orribili
cose?».
E l'ombra che di ciò domandata
era,
si sdebitò così: «Non so; ma degno
ben è che 'l nome di tal valle
pèra;
ché dal principio suo, ov' è sì
pregno
l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa
oltra quel segno,
infin là 've si rende per
ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond' hanno i fiumi ciò
che va con loro,
vertù così per nimica si
fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li
fruga:
ond' hanno sì mutata lor
natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in
pastura.
Tra brutti porci, più degni di
galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero
calle.
Botoli trova poi, venendo
giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce
il muso.
Vassi caggendo; e quant' ella
più 'ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata
fossa.
Discesa poi per più pelaghi
cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le
occùpi.
Né lascerò di dir perch' altri
m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi
disnoda.
Io veggio tuo nepote che
diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li
sgomenta.
Vende la carne loro essendo
viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio
priva.
Sanguinoso esce de la trista
selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si
rinselva».
Com' a l'annunzio di dogliosi
danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio
l'assanni,
così vid' io l'altr' anima, che
volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a sé
raccolta.
Lo dir de l'una e de l'altra la
vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi
mista;
per che lo spirto che di pria
parlòmi
ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far
non vuo'mi.
Ma da che Dio in te vuol che
traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch'io fui Guido
del Duca.
Fu il sangue mio d'invidia sì
rïarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore
sparso.
Di mia semente cotal paglia
mieto;
o gente umana, perché poni 'l core
là 'v' è mestier di consorte
divieto?
Questi è Rinier; questi è 'l
pregio e l'onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del
suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto
brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al
vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è
ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber
meno.
Ov' è 'l buon Lizio e Arrigo
Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in
bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si
ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola
gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango,
Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette
nosco,
Federigo Tignoso e sua
brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra è
diretata),
le donne e ' cavalier, li
affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son
fatti sì malvagi.
O Bretinoro, ché non fuggi
via,
poi che gita se n'è la tua famiglia
e molta gente per non esser
ria?
Ben fa Bagnacaval, che non
rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti
più s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l
demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d'essi
testimonio.
O Ugolin de' Fantolin,
sicuro
è 'l nome tuo, da che più non s'aspetta
chi far lo possa,
tralignando, scuro.
Ma va via, Tosco, omai; ch'or
mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m'ha nostra ragion la
mente stretta».
Noi sapavam che quell' anime
care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facëan noi del cammin
confidare.
Poi fummo fatti soli
procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra
dicendo:
'Anciderammi qualunque
m'apprende';
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola
scoscende.
Come da lei l'udir nostro ebbe
triegua,
ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che
tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni
sasso»;
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi,
il passo.
Già era l'aura d'ogne parte
queta;
ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo
che dovria l'uom tener dentro
a sua meta.
Ma voi prendete l'esca, sì che
l'amo
de l'antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o
richiamo.
Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi
si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a
terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».
CANTO XV
[Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo diputato a purgare la colpa e peccato de l'ira; e dichiara Virgilio a Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da Guido del Duca, e una visione ch'aparve in sogno a l'auttore, cioè Dante.]
Quanto tra l'ultimar de l'ora
terza
e 'l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di
fanciullo scherza,
tanto pareva già inver' la
sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte
era.
E i raggi ne ferien per mezzo
'l naso,
perché per noi girato era sì 'l monte,
che già dritti andavamo
inver' l'occaso,
quand' io senti' a me gravar la
fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m'eran le cose non
conte;
ond' io levai le mani inver' la
cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile
lima.
Come quando da l'acqua o da lo
specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo su per lo modo
parecchio
a quel che scende, e tanto si
diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperïenza
e arte;
così mi parve da luce
rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista
fu ratta.
«Che è quel, dolce padre, a che
non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
diss' io, «e pare inver'
noi esser mosso?».
«Non ti maravigliar s'ancor
t'abbaglia
la famiglia del cielo», a me rispuose:
«messo è che viene ad
invitar ch'om saglia.
Tosto sarà ch'a veder queste
cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti
dispuose».
Poi giunti fummo a l'angel
benedetto,
con lieta voce disse: «Intrate quinci
ad un scaleo vie men che
li altri eretto».
Noi montavam, già partiti di
linci,
e 'Beati misericordes!' fue
cantato retro, e 'Godi tu che
vinci!'.
Lo mio maestro e io soli
amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole
sue;
e dirizza'mi a lui sì
dimandando:
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte'
menzionando?».
Per ch'elli a me: «Di sua
maggior magagna
conosce il danno; e però non s'ammiri
se ne riprende
perché men si piagna.
Perché s'appuntano i vostri
disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a'
sospiri.
Ma se l'amor de la spera
supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto
quella tema;
ché, per quanti si dice più lì
'nostro',
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in
quel chiostro».
«Io son d'esser contento più
digiuno»,
diss' io, «che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la
mente aduno.
Com' esser puote ch'un ben,
distributo
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé che se da pochi è
posseduto?».
Ed elli a me: «Però che tu
rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre
dispicchi.
Quello infinito e ineffabil
bene
che là sù è, così corre ad amore
com' a lucido corpo raggio
vene.
Tanto si dà quanto trova
d'ardore;
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr' essa l'etterno
valore.
E quanta gente più là sù
s'intende,
più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
e come specchio l'uno a
l'altro rende.
E se la mia ragion non ti
disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun'
altra brama.
Procaccia pur che tosto sieno
spente,
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser
dolente».
Com' io voleva dicer 'Tu
m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
sì che tacer mi fer le
luci vaghe.
Ivi mi parve in una
visïone
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più
persone;
e una donna, in su l'entrar,
con atto
dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi
fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e
io
ti cercavamo». E come qui si tacque,
ciò che pareva prima,
dispario.
Indi m'apparve un'altra con
quell' acque
giù per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto
in altrui nacque,
e dir: «Se tu se' sire de la
villa
del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
e onde ogne scïenza
disfavilla,
vendica te di quelle braccia
ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
E 'l segnor mi parea,
benigno e mite,
risponder lei con viso
temperato:
«Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per
noi condannato?».
Poi vidi genti accese in foco
d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: «Martira,
martira!».
E lui vedea chinarsi, per la
morte
che l'aggravava già, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al
ciel porte,
orando a l'alto Sire, in tanta
guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà
diserra.
Quando l'anima mia tornò di
fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi
errori.
Lo duca mio, che mi potea
vedere
far sì com' om che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti
puoi tenere,
ma se' venuto più che mezza
lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno
piega?».
«O dolce padre mio, se tu
m'ascolte,
io ti dirò», diss' io, «ciò che m'apparve
quando le gambe mi
furon sì tolte».
Ed ei: «Se tu avessi cento
larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque
parve.
Ciò che vedesti fu perché non
scuse
d'aprir lo core a l'acque de la pace
che da l'etterno fonte son
diffuse.
Non dimandai "Che hai?" per
quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato
il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al
piede:
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando
riede».
Noi andavam per lo vespero,
attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e
lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo
farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da
cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
CANTO XVI
[Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l'ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.]
Buio d'inferno e di notte
privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant' esser può di nuvol
tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso
velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro
pelo,
che l'occhio stare aperto non
sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero
m'offerse.
Sì come cieco va dietro a sua
guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o
forse ancida,
m'andava io per l'aere amaro e
sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia
mozzo».
Io sentia voci, e ciascuna
pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata
leva.
Pur 'Agnus Dei' eran le
loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse
ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro,
ch'i' odo?»,
diss' io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d'iracundia van
solvendo il nodo».
«Or tu chi se' che 'l nostro
fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per
calendi?».
Così per una voce detto
fue;
onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va
sùe».
E io: «O creatura che ti
mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi
secondi».
«Io ti seguiterò quanto mi
lece»,
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terrà giunti in
quella vece».
Allora incominciai: «Con quella
fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale
ambascia.
E se Dio m'ha in sua grazia
rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor
del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la
morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fier le
nostre scorte».
«Lombardo fui, e fu' chiamato
Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso
l'arco.
Per montar sù dirittamente
vai».
Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
che per me prieghi quando
sù sarai».
E io a lui: «Per fede mi ti
lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non
me ne spiego.
Prima era scempio, e ora è
fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello
ov' io l'accoppio.
Lo mondo è ben così tutto
diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e
coverto;
ma priego che m'addite la
cagione,
sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e
un qua giù la pone».
Alto sospir, che duolo strinse
in «uhi!»,
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu
vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion
recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di
necessitate.
Se così fosse, in voi fora
distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per
male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti
inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
lume v'è dato a bene e a
malizia,
e libero voler; che, se
fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si
notrica.
A maggior forza e a miglior
natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non
ha in sua cura.
Però, se 'l mondo presente
disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera
spia.
Esce di mano a lui che la
vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo
pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa
nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la
trastulla.
Di picciol bene in pria sente
sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce
suo amore.
Onde convenne legge per fren
porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la
torre.
Le leggi son, ma chi pon mano
ad esse?
Nullo, però che 'l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha
l'unghie fesse;
per che la gente, che sua guida
vede
pur a quel ben fedire ond' ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più
oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala
condotta
è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi
sia corrotta.
Soleva Roma, che 'l buon mondo
feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo
e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è
giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza
mal convien che vada;
però che, giunti, l'un l'altro
non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn' erba si conosce
per lo seme.
In sul paese ch'Adice e Po
riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse
briga;
or può sicuramente indi
passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o
d'appressarsi.
Ben v'èn tre vecchi ancora in
cui rampogna
l'antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita
li ripogna:
Currado da Palazzo e 'l buon
Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice
Lombardo.
Dì oggimai che la Chiesa di
Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e
la soma».
«O Marco mio», diss' io, «bene
argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono
essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu
per saggio
di' ch'è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol
selvaggio?».
«O tuo parlar m'inganna, o el
mi tenta»,
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon
Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol
conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più
non vegno vosco.
Vedi l'albor che per lo fummo
raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l'angelo è ivi) prima ch'io
li paia».
Così tornò, e più non volle udirmi.
CANTO XVII
[Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l'amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.]
Ricorditi, lettor, se mai ne
l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle
talpe,
come, quando i vapori umidi e
spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per
essi;
e fia la tua imagine
leggera
in giugnere a veder com' io rividi
lo sole in pria, che già nel
corcar era.
Sì, pareggiando i miei co'
passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti già ne'
bassi lidi.
O imaginativa che ne
rube
talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille
tube,
chi move te, se 'l senso non ti
porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per sé o per voler che giù lo
scorge.
De l'empiezza di lei che mutò
forma
ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
ne l'imagine mia apparve
l'orma;
e qui fu la mia mente sì
ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei
ricetta.
Poi piovve dentro a l'alta
fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si
moria;
intorno ad esso era il grande
Assüero,
Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far
così intero.
E come questa imagine
rompeo
sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual
si feo,
surse in mia visïone una
fanciulla
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto
esser nulla?
Ancisa t'hai per non perder
Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a
l'altrui ruina».
Come si frange il sonno ove di
butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia
tutto;
così l'imaginar mio cadde
giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch'è in
nostro uso.
I' mi volgea per veder ov' io
fosse,
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi
rimosse;
e fece la mia voglia tanto
pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si
raffronta.
Ma come al sol che nostra vista
grava
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi
mancava.
«Questo è divino spirito, che
ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo
cela.
Sì fa con noi, come l'uom si fa
sego;
ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente già si mette al
nego.
Or accordiamo a tanto invito il
piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ché poi non si poria, se 'l
dì non riede».
Così disse il mio duca, e io
con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado
fui,
senti'mi presso quasi un muover
d'ala
e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
pacifici, che son sanz' ira
mala!'.
Già eran sovra noi tanto
levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più
lati.
'O virtù mia, perché sì ti
dilegue?',
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta
in triegue.
Noi eravam dove più non
saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia
arriva.
E io attesi un poco, s'io
udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e
dissi:
«Dolce mio padre, dì, quale
offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea
tuo sermone».
Ed elli a me: «L'amor del bene,
scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato
remo.
Ma perché più aperto intendi
ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra
dimora».
«Né creator né creatura
mai»,
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu
'l sai.
Lo naturale è sempre sanza
errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di
vigore.
Mentre ch'elli è nel primo ben
diretto,
e ne' secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal
diletto;
ma quando al mal si torce, o
con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore
adovra sua fattura.
Quinci comprender puoi ch'esser
convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta
pene.
Or, perché mai non può da la
salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose
tute;
e perché intender non si può
diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne
effetto è deciso.
Resta, se dividendo bene
stimo,
che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi
in vostro limo.
È chi, per esser suo vicin
soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua
grandezza in basso messo;
è chi podere, grazia, onore e
fama
teme di perder perch' altri sormonti,
onde s'attrista sì che 'l
contrario ama;
ed è chi per ingiuria par
ch'aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male
altrui impronti.
Questo triforme amor qua giù di
sotto
si piange: or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con
ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene
apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui
ciascun contende.
Se lento amore a lui veder vi
tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne
martira.
Altro ben è che non fa l'uom
felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d'ogne ben frutto e
radice.
L'amor ch'ad esso troppo
s'abbandona,
di sovr' a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito
si ragiona,
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
CANTO XVIII
[Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l'accidia; e qui mostra Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l'abate da San Zeno di Verona.]
Posto avea fine al suo
ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea
contento;
e io, cui nova sete ancor
frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
lo troppo dimandar ch'io fo
li grava'.
Ma quel padre verace, che
s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi
porse.
Ond' io: «Maestro, il mio veder
s'avviva
sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta
o descriva.
Però ti prego, dolce padre
caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo
contraro».
«Drizza», disse, «ver' me
l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si
fanno duci.
L'animo, ch'è creato ad amar
presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è
desto.
Vostra apprensiva da esser
verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa
volger face;
e se, rivolto, inver' di lei si
piega,
quel piegare è amor, quell' è natura
che per piacer di novo in voi
si lega.
Poi, come 'l foco movesi in
altura
per la sua forma ch'è nata a salire
là dove più in sua matera
dura,
così l'animo preso entra in
disire,
ch'è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa
gioire.
Or ti puote apparer quant' è
nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
ciascun amore in sé laudabil
cosa;
però che forse appar la sua
matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona
sia la cera».
«Le tue parole e 'l mio seguace
ingegno»,
rispuos' io lui, «m'hanno amor discoverto,
ma ciò m'ha fatto di
dubbiar più pregno;
ché, s'amore è di fuori a noi
offerto
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo
merto».
Ed elli a me: «Quanto ragion
qui vede,
dir ti poss' io; da indi in là t'aspetta
pur a Beatrice, ch'è
opra di fede.
Ogne forma sustanzïal, che
setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé
colletta,
la qual sanza operar non è
sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in
pianta vita.
Però, là onde vegna lo
'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili
l'affetto,
che sono in voi sì come studio
in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non
cape.
Or perché a questa ogn' altra
si raccoglia,
innata v'è la virtù che consiglia,
e de l'assenso de' tener
la soglia.
Quest' è 'l principio là onde
si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori
accoglie e viglia.
Color che ragionando andaro al
fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
però moralità lasciaro al
mondo.
Onde, poniam che di
necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo è in
voi la podestate.
La nobile virtù Beatrice
intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l'abbi a mente, s'a
parlar ten prende».
La luna, quasi a mezza notte
tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com' un secchion che
tuttor arda;
e correa contra 'l ciel per
quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ' Sardi e '
Corsi il vede quando cade.
E quell' ombra gentil per cui
si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la
soma;
per ch'io, che la ragione
aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com' om che
sonnolento vana.
Ma questa sonnolenza mi fu
tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già
volta.
E quale Ismeno già vide e
Asopo
lungo di sè di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser
uopo,
cotal per quel giron suo passo
falca,
per quel ch'io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto
amor cavalca.
Tosto fur sovr' a noi, perché
correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan
piangendo:
«Maria corse con fretta a la
montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in
Ispagna».
«Ratto, ratto, che 'l tempo non
si perda
per poco amor», gridavan li altri appresso,
«che studio di ben
far grazia rinverda».
«O gente in cui fervore aguto
adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far
messo,
questi che vive, e certo i' non
vi bugio,
vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;
però ne dite ond' è
presso il pertugio».
Parole furon queste del mio
duca;
e un di quelli spirti disse: «Vieni
di retro a noi, e troverai la
buca.
Noi siam di voglia a muoverci
sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia
tieni.
Io fui abate in San Zeno a
Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan
ragiona.
E tale ha già l'un piè dentro
la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d'avere avuta
possa;
perché suo figlio, mal del
corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di
suo pastor vero».
Io non so se più disse o s'ei
si tacque,
tant' era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e
ritener mi piacque.
E quei che m'era ad ogne uopo
soccorso
disse: «Volgiti qua: vedine due
venir dando a l'accidïa di
morso».
Di retro a tutti dicean: «Prima
fue
morta la gente a cui il mar s'aperse,
che vedesse Iordan le rede
sue.
E quella che l'affanno non
sofferse
fino a la fine col figlio d'Anchise,
sé stessa a vita sanza
gloria offerse».
Poi quando fuor da noi tanto
divise
quell' ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me
si mise,
del qual più altri nacquero e
diversi;
e tanto d'uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza
ricopersi,
e 'l pensamento in sogno trasmutai.
CANTO XIX
[Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si purga la colpa de l'avarizia; dove nomina papa Adriano nato di Genova de' conti da Lavagna.]
Ne l'ora che non può 'l calor
dïurno
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da
Saturno
- quando i geomanti lor Maggior
Fortuna
veggiono in orïente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le
sta bruna -,
mi venne in sogno una femmina
balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e
di colore scialba.
Io la mirava; e come 'l sol
conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le
facea scorta
la lingua, e poscia tutta la
drizzava
in poco d'ora, e lo smarrito volto,
com' amor vuol, così le
colorava.
Poi ch'ell' avea 'l parlar così
disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento
rivolto.
«Io son», cantava, «io son
dolce serena,
che ' marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a
sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin
vago
al canto mio; e qual meco s'ausa,
rado sen parte; sì tutto
l'appago!».
Ancor non era sua bocca
richiusa,
quand' una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far
colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è
questa?»,
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella
onesta.
L'altra prendea, e dinanzi
l'apria
fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
quel mi svegliò col
puzzo che n'uscia.
Io mossi li occhi, e 'l buon
maestro: «Almen tre
voci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
troviam
l'aperta per la qual tu entre».
Sù mi levai, e tutti eran già
pieni
de l'alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le
reni.
Seguendo lui, portava la mia
fronte
come colui che l'ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di
ponte;
quand' io udi' «Venite; qui si
varca»
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal
marca.
Con l'ali aperte, che parean di
cigno,
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro
macigno.
Mosse le penne poi e
ventilonne,
'Qui lugent' affermando esser beati,
ch'avran di
consolar l'anime donne.
«Che hai che pur inver' la
terra guati?»,
la guida mia incominciò a dirmi,
poco amendue da l'angel
sormontati.
E io: «Con tanta sospeccion fa
irmi
novella visïon ch'a sé mi piega,
sì ch'io non posso dal pensar
partirmi».
«Vedesti», disse, «quell'antica
strega
che sola sovr' a noi omai si piagne;
vedesti come l'uom da lei si
slega.
Bastiti, e batti a terra le
calcagne;
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote
magne».
Quale 'l falcon, che prima a'
pié si mira,
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto
che là il tira,
tal mi fec' io; e tal, quanto
si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l
cerchiar si prende.
Com' io nel quinto giro fui
dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta
in giuso.
'Adhaesit pavimento anima
mea'
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena
s'intendea.
«O eletti di Dio, li cui
soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti
saliri».
«Se voi venite dal giacer
sicuri,
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di
fori».
Così pregò 'l poeta, e sì
risposto
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro
nascosto,
e volsi li occhi a li occhi al
segnor mio:
ond' elli m'assentì con lieto cenno
ciò che chiedea la vista
del disio.
Poi ch'io potei di me fare a
mio senno,
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi
fenno,
dicendo: «Spirto in cui pianger
matura
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,
sosta un poco per me
tua maggior cura.
Chi fosti e perché vòlti avete
i dossi
al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di là ond' io vivendo
mossi».
Ed elli a me: «Perché i nostri
diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui
successor Petri.
Intra Sïestri e Chiaveri
s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua
cima.
Un mese e poco più prova' io
come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte
l'altre some.
La mia conversïone, omè!, fu
tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita
bugiarda.
Vidi che lì non s'acquetava il
core,
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me
s'accese amore.
Fino a quel punto misera e
partita
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son
punita.
Quel ch'avarizia fa, qui si
dichiara
in purgazion de l'anime converse;
e nulla pena il monte ha più
amara.
Sì come l'occhio nostro non
s'aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il
merse.
Come avarizia spense a ciascun
bene
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne
tene,
ne' piedi e ne le man legati e
presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e
distesi».
Io m'era inginocchiato e volea
dire;
ma com' io cominciai ed el s'accorse,
solo ascoltando, del mio
reverire,
«Qual cagion», disse, «in giù
così ti torse?».
E io a lui: «Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi
rimorse».
«Drizza le gambe, lèvati sù,
frate!»,
rispuose; «non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una
podestate.
Se mai quel santo evangelico
suono
che dice 'Neque nubent' intendesti,
ben puoi veder perch' io
così ragiono.
Vattene omai: non vo' che più
t'arresti;
ché la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ciò che
tu dicesti.
Nepote ho io di là c'ha nome
Alagia,
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro
malvagia;
e questa sola di là m'è rimasa».
CANTO XX
[Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta colpa de l'avarizia.]
Contra miglior voler voler mal
pugna;
onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
trassi de l'acqua non
sazia la spugna.
Mossimi; e 'l duca mio si mosse
per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a'
merli;
ché la gente che fonde a goccia
a goccia
per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
da l'altra parte
in fuor troppo s'approccia.
Maladetta sie tu, antica
lupa,
che più che tutte l'altre bestie hai preda
per la tua fame sanza
fine cupa!
O ciel, nel cui girar par che
si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa
disceda?
Noi andavam con passi lenti e
scarsi,
e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
pietosamente piangere e
lagnarsi;
e per ventura udi' «Dolce
Maria!»
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in
parturir sia;
e seguitar: «Povera fosti
tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato
santo».
Seguentemente intesi: «O buon
Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con
vizio».
Queste parole m'eran sì
piaciute,
ch'io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde
parean venute.
Esso parlava ancor de la
larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor
giovinezza.
«O anima che tanto ben
favelle,
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
tu queste degne lode
rinovelle.
Non fia sanza mercé la tua
parola,
s'io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch'al
termine vola».
Ed elli: «Io ti dirò, non per
conforto
ch'io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che
sie morto.
Io fui radice de la mala
pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne
schianta.
Ma se Doagio, Lilla, Guanto e
Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto
giuggia.
Chiamato fui di là Ugo
Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è
Francia retta.
Figliuol fu' io d'un beccaio di
Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in
panni bigi,
trova'mi stretto ne le mani il
freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d'amici
pieno,
ch'a la corona vedova
promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le
sacrate ossa.
Mentre che la gran dota
provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non
facea male.
Lì cominciò con forza e con
menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e
Guascogna.
Carlo venne in Italia e, per
ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per
ammenda.
Tempo vegg' io, non molto dopo
ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio
e sé e ' suoi.
Sanz' arme n'esce e solo con la
lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch'a Fiorenza fa
scoppiar la pancia.
Quindi non terra, ma peccato e
onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno
conta.
L'altro, che già uscì preso di
nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de
l'altre schiave.
O avarizia, che puoi tu più
farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la
propria carne?
Perché men paia il mal futuro e
'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo
esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser
deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser
anciso.
Veggio il novo Pilato sì
crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide
vele.
O Segnor mio, quando sarò io
lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira tua nel tuo
secreto?
Ciò ch'io dicea di quell' unica
sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna
chiosa,
tanto è risposto a tutte nostre
prece
quanto 'l dì dura; ma com' el s'annotta,
contrario suon prendemo in
quella vece.
Noi repetiam Pigmalïon
allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l'oro
ghiotta;
e la miseria de l'avaro
Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si
rida.
Del folle Acàn ciascun poi si
ricorda,
come furò le spoglie, sì che l'ira
di Iosüè qui par ch'ancor lo
morda.
Indi accusiam col marito
Saffira;
lodiam i calci ch'ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto 'l monte
gira
Polinestòr ch'ancise
Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che 'l sai: di che
sapore è l'oro?".
Talor parla l'uno alto e
l'altro basso,
secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora
a minor passo:
però al ben che 'l dì ci si
ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra
persona».
Noi eravam partiti già da
esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n'era
permesso,
quand' io senti', come cosa che
cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch'a
morte vada.
Certo non si scoteo sì forte
Delo,
pria che Latona in lei facesse 'l nido
a parturir li due occhi del
cielo.
Poi cominciò da tutte parti un
grido
tal, che 'l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr'
io ti guido».
'Glorïa in excelsis'
tutti 'Deo'
dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
onde
intender lo grido si poteo.
No' istavamo immobili e
sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che 'l tremar cessò
ed el compiési.
Poi ripigliammo nostro cammin
santo,
guardando l'ombre che giacean per terra,
tornate già in su l'usato
pianto.
Nulla ignoranza mai con tanta
guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non
erra,
quanta pareami allor, pensando,
avere;
né per la fretta dimandare er' oso,
né per me lì potea cosa
vedere:
così m'andava timido e pensoso.
CANTO XXI
[Canto XXI, ove si tratta del sopradetto quinto girone, dove si punisce e purga la predetta colpa de l'avarizia e la colpa de la prodigalitade; dove truova Stazio poeta tolosano.]
La sete natural che mai non
sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
samaritana domandò la
grazia,
mi travagliava, e pungeami la
fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta
vendetta.
Ed ecco, sì come ne scrive
Luca
che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
già surto fuor de la
sepulcral buca,
ci apparve un'ombra, e dietro a
noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì
parlò pria,
dicendo: «O frati miei, Dio vi
dea pace».
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli 'l cenno ch'a ciò si
conface.
Poi cominciò: «Nel beato
concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l'etterno
essilio».
«Come!», diss' elli, e parte
andavam forte:
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v'ha per la
sua scala tanto scorte?».
E 'l dottor mio: «Se tu
riguardi a' segni
che questi porta e che l'angel profila,
ben vedrai che
coi buon convien ch'e' regni.
Ma perché lei che dì e notte
fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e
compila,
l'anima sua, ch'è tua e mia
serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch'al nostro modo non
adocchia.
Ond' io fui tratto fuor de
l'ampia gola
d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto 'l potrà
menar mia scola.
Ma dimmi, se tu sai, perché tai
crolli
diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a'
suoi piè molli».
Sì mi diè, dimandando, per la
cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men
digiuna.
Quei cominciò: «Cosa non è che
sanza
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor
d'usanza.
Libero è qui da ogne
alterazione:
di quel che 'l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non
d'altro, cagione.
Per che non pioggia, non
grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di
tre gradi breve;
nuvole spesse non paion né
rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente
contrade;
secco vapor non surge più
avante
ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
dov' ha 'l vicario di
Pietro le piante.
Trema forse più giù poco o
assai;
ma per vento che 'n terra si nasconda,
non so come, qua sù non
tremò mai.
Tremaci quando alcuna anima
monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido
seconda.
De la mondizia sol voler fa
prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l'alma sorprende, e di voler le
giova.
Prima vuol ben, ma non lascia
il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al
tormento.
E io, che son giaciuto a questa
doglia
cinquecent' anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior
soglia:
però sentisti il tremoto e li
pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li
'nvii».
Così ne disse; e però ch'el si
gode
tanto del ber quant' è grande la sete,
non saprei dir quant' el mi
fece prode.
E 'l savio duca: «Omai veggio
la rete
che qui vi 'mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che
congaudete.
Ora chi fosti, piacciati ch'io
sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se', ne le parole tue mi
cappia».
«Nel tempo che 'l buon Tito,
con l'aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond' uscì 'l sangue per Giuda
venduto,
col nome che più dura e più
onora
era io di là», rispuose quello spirto,
«famoso assai, ma non con
fede ancora.
Tanto fu dolce mio vocale
spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di
mirto.
Stazio la gente ancor di là mi
noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la
seconda soma.
Al mio ardor fuor seme le
faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di
mille;
de l'Eneïda dico, la qual
mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz' essa non fermai peso di
dramma.
E per esser vivuto di là
quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir
di bando».
Volser Virgilio a me queste
parole
con viso che, tacendo, disse 'Taci';
ma non può tutto la virtù che
vuole;
ché riso e pianto son tanto
seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne'
più veraci.
Io pur sorrisi come l'uom
ch'ammicca;
per che l'ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove 'l
sembiante più si ficca;
e «Se tanto labore in bene
assommi»,
disse, «perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso
dimostrommi?».
Or son io d'una parte e d'altra
preso:
l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
ch'io dica; ond' io sospiro, e
sono inteso
dal mio maestro, e «Non aver
paura»,
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
quel ch'e' dimanda con
cotanta cura».
Ond' io: «Forse che tu ti
maravigli,
antico spirto, del rider ch'io fei;
ma più d'ammirazion vo' che
ti pigli.
Questi che guida in alto li
occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li
uomini e d'i dèi.
Se cagion altra al mio rider
credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui
dicesti».
Già s'inchinava ad abbracciar
li piedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
non far, ché tu se' ombra
e ombra vedi».
Ed ei surgendo: «Or puoi la
quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand' io dismento
nostra vanitate,
trattando l'ombre come cosa salda».
CANTO XXII
[Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.]
Già era l'angel dietro a noi
rimaso,
l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo
raso;
e quei c'hanno a giustizia lor
disiro
detto n'avea beati, e le sue voci
con 'sitiunt', sanz'
altro, ciò forniro.
E io più lieve che per l'altre
foci
m'andava, sì che sanz' alcun labore
seguiva in sù li spiriti
veloci;
quando Virgilio incominciò:
«Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua
paresse fore;
onde da l'ora che tra noi
discese
nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé
palese,
mia benvoglienza inverso te fu
quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch'or mi parran corte
queste scale.
Ma dimmi, e come amico mi
perdona
se troppa sicurtà m'allarga il freno,
e come amico omai meco
ragiona:
come poté trovar dentro al tuo
seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti
pieno?».
Queste parole Stazio mover
fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
«Ogne tuo dir d'amor m'è caro
cenno.
Veramente più volte appaion
cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son
nascose.
La tua dimanda tuo creder
m'avvera
esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
forse per quella cerchia
dov' io era.
Or sappi ch'avarizia fu
partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno
punita.
E se non fosse ch'io drizzai
mia cura,
quand' io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana
natura:
'Per che non reggi tu, o sacra
fame
de l'oro, l'appetito de' mortali?',
voltando sentirei le giostre
grame.
Allor m'accorsi che troppo
aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
così di quel come de li
altri mali.
Quanti risurgeran coi crini
scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li
stremi!
E sappie che la colpa che
rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo
verde secca;
però, s'io son tra quella gente
stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m'è
incontrato».
«Or quando tu cantasti le crude
armi
de la doppia trestizia di Giocasta»,
disse 'l cantor de' buccolici
carmi,
«per quello che Clïò teco lì
tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non
basta.
Se così è, qual sole o quai
candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le
vele?».
Ed elli a lui: «Tu prima
m'invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio
m'alluminasti.
Facesti come quei che va di
notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone
dotte,
quando dicesti: 'Secol si
rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel
nova'.
Per te poeta fui, per te
cristiano:
ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
a colorare stenderò la
mano.
Già era 'l mondo tutto quanto
pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno
regno;
e la parola tua sopra
toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond' io a visitarli presi
usata.
Vennermi poi parendo tanto
santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor
pianti;
e mentre che di là per me si
stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte
altre sette.
E pria ch'io conducessi i Greci
a' fiumi
di Tebe poetando, ebb' io battesmo;
ma per paura chiuso cristian
fu'mi,
lungamente mostrando
paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che 'l
quarto centesmo.
Tu dunque, che levato hai il
coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem
soverchio,
dimmi dov' è Terrenzio nostro
antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in
qual vico».
«Costoro e Persio e io e altri
assai»,
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
che le Muse lattar più
ch'altri mai,
nel primo cinghio del carcere
cieco;
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre
seco.
Euripide v'è nosco e
Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la
fronte.
Quivi si veggion de le genti
tue
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.
Védeisi quella che mostrò
Langia;
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue
Deïdamia».
Tacevansi ambedue già li
poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da
pareti;
e già le quattro ancelle eran
del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù
l'ardente corno,
quando il mio duca: «Io credo
ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come
far solemo».
Così l'usanza fu lì nostra
insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell'
anima degna.
Elli givan dinanzi, e io
soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano
intelletto.
Ma tosto ruppe le dolci
ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e
buoni;
e come abete in alto si
digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred' io, perché persona sù
non vada.
Dal lato onde 'l cammin nostro
era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le
foglie suso.
Li due poeti a l'alber
s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
gridò: «Di questo cibo avrete
caro».
Poi disse: «Più pensava Maria
onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi
risponde.
E le Romane antiche, per lor
bere,
contente furon d'acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò
savere.
Lo secol primo, quant' oro fu
bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne
ruscello.
Mele e locuste furon le
vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli è glorïoso e tanto
grande
quanto per lo Vangelio v'è aperto».
CANTO XXIII
[Canto XXIII, dove si tratta del sopradetto girone e di quella medesima colpa de la gola, e sgrida contro a le donne fiorentine; dove truova Forese de' Donati di Fiorenze col quale molto parla.]
Mentre che li occhi per la
fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua
vita perde,
lo più che padre mi dicea:
«Figliuole,
vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
più utilmente
compartir si vuole».
Io volsi 'l viso, e 'l passo
non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l'andar mi facean di
nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar
s'udìe
'Labïa mëa, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia
parturìe.
«O dolce padre, che è quel
ch'i' odo?»,
comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover
solvendo il nodo».
Sì come i peregrin pensosi
fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non
restanno,
così di retro a noi, più tosto
mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e
devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura
e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l'ossa la pelle
s'informava.
Non credo che così a buccia
strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n'ebbe
tema.
Io dicea fra me stesso
pensando: 'Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio
diè di becco!'.
Parean l'occhiaie anella sanza
gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta
l'emme.
Chi crederebbe che l'odor d'un
pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo
como?
Già era in ammirar che sì li
affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista
squama,
ed ecco del profondo de la
testa
volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual
grazia m'è questa?».
Mai non l'avrei riconosciuto al
viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l'aspetto in sé avea
conquiso.
Questa favilla tutta mi
raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di
Forese.
«Deh, non contendere a
l'asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di
carne ch'io abbia;
ma dimmi il ver di te, dì chi
son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi
favelle!».
«La faccia tua, ch'io lagrimai
già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos' io lui,
«veggendola sì torta.
Però mi dì, per Dio, che sì vi
sfoglia;
non mi far dir mentr' io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è
pien d'altra voglia».
Ed elli a me: «De l'etterno
consiglio
cade vertù ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond' io sì
m'assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo
canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifà
santa.
Di bere e di mangiar n'accende
cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua
verdura.
E non pur una volta, questo
spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir
sollazzo,
ché quella voglia a li alberi
ci mena
che menò Cristo lieto a dire 'Elì',
quando ne liberò con la
sua vena».
E io a lui: «Forese, da quel
dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu' anni non son vòlti infino
a qui.
Se prima fu la possa in te
finita
di peccar più, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne
rimarita,
come se' tu qua sù venuto
ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si
ristora».
Ond' elli a me: «Sì tosto m'ha
condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martìri
la Nella mia con suo pianger
dirotto.
Con suoi prieghi devoti e con
sospiri
tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
e liberato m'ha de li altri
giri.
Tanto è a Dio più cara e più
diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più
soletta;
ché la Barbagia di Sardigna
assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov' io la
lasciai.
O dolce frate, che vuo' tu
ch'io dica?
Tempo futuro m'è già nel cospetto,
cui non sarà quest' ora
molto antica,
nel qual sarà in pergamo
interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe
il petto.
Quai barbare fuor mai, quai
saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre
discipline?
Ma se le svergognate fosser
certe
di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le
bocche aperte;
ché, se l'antiveder qui non
m'inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola
con nanna.
Deh, frate, or fa che più non
mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove 'l
sol veli».
Per ch'io a lui: «Se tu riduci
a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar
presente.
Di quella vita mi volse
costui
che mi va innanzi, l'altr' ier, quando tonda
vi si mostrò la suora
di colui»,
e 'l sol mostrai; «costui per
la profonda
notte menato m'ha d'i veri morti
con questa vera carne che 'l
seconda.
Indi m'han tratto sù li suoi
conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che 'l mondo fece
torti.
Tanto dice di farmi sua
compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui
rimagna.
Virgilio è questi che così mi
dice»,
e addita'lo; «e quest' altro è quell' ombra
per cuï scosse dianzi
ogne pendice
lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
CANTO XXIV
[Canto XXIV nel quale si tratta del sopradetto sesto girone e di quelli che si purgano del predetto peccato e vizio de la gola; e predicesi qui alcune cose a venire de la città lucana.]
Né 'l dir l'andar, né l'andar
lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da
buon vento;
e l'ombre, che parean cose
rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere
accorte.
E io, continüando al mio
sermone,
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per
altrui cagione.
Ma dimmi, se tu sai, dov' è
Piccarda;
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi
riguarda».
«La mia sorella, che tra bella
e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l'alto Olimpo già di sua
corona».
Sì disse prima; e poi: «Qui non
si vieta
di nominar ciascun, da ch'è sì munta
nostra sembianza via per la
dïeta.
Questi», e mostrò col dito, «è
Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che
l'altre trapunta
ebbe la Santa Chiesa in le sue
braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la
vernaccia».
Molti altri mi nomò ad uno ad
uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch'io però non vidi un atto
bruno.
Vidi per fame a vòto usar li
denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte
genti.
Vidi messer Marchese, ch'ebbe
spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si
sentì sazio.
Ma come fa chi guarda e poi
s'apprezza
più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me
aver contezza.
El mormorava; e non so che
«Gentucca»
sentiv' io là, ov' el sentia la piaga
de la giustizia che sì li
pilucca.
«O anima», diss' io, «che par
sì vaga
di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare
appaga».
«Femmina è nata, e non porta
ancor benda»,
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch'om
la riprenda.
Tu te n'andrai con questo
antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le
cose vere.
Ma dì s'i' veggio qui colui che
fore
trasse le nove rime, cominciando
'Donne ch'avete intelletto
d'amore'».
E io a lui: «I' mi son un che,
quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo
significando».
«O frate, issa vegg' io», diss'
elli, «il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil
novo ch'i' odo!
Io veggio ben come le vostre
penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non
avvenne;
e qual più a gradire oltre si
mette,
non vede più da l'uno a l'altro stilo»;
e, quasi contentato, si
tacette.
Come li augei che vernan lungo
'l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e
vanno in filo,
così tutta la gente che lì
era,
volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler
leggera.
E come l'uom che di trottare è
lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi
l'affollar del casso,
sì lasciò trapassar la santa
greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch'io ti
riveggia?».
«Non so», rispuos' io lui,
«quant' io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch'io non sia
col voler prima a la riva;
però che 'l loco u' fui a viver
posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par
disposto».
«Or va», diss' el; «che quei
che più n'ha colpa,
vegg' ïo a coda d'una bestia tratto
inver' la valle
ove mai non si scolpa.
La bestia ad ogne passo va più
ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo
vilmente disfatto.
Non hanno molto a volger quelle
ruote»,
e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che 'l mio dir
più dichiarar non puote.
Tu ti rimani omai; ché 'l tempo
è caro
in questo regno, sì ch'io perdo troppo
venendo teco sì a paro a
paro».
Qual esce alcuna volta di
gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del
primo intoppo,
tal si partì da noi con maggior
valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran
marescalchi.
E quando innanzi a noi intrato
fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole
sue,
parvermi i rami gravidi e
vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in
laci.
Vidi gente sott' esso alzar le
mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e
vani
che pregano, e 'l pregato non
risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e
nol nasconde.
Poi si partì sì come
ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e
lagrime rifiuta.
«Trapassate oltre sanza farvi
presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da
esso».
Sì tra le frasche non so chi
diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato
che si leva.
«Ricordivi», dicea, «d'i
maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co' doppi
petti;
e de li Ebrei ch'al ber si
mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver' Madïan
discese i colli».
Sì accostati a l'un d'i due
vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri
guadagni.
Poi, rallargati per la strada
sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza
parola.
«Che andate pensando sì voi sol
tre?».
sùbita voce disse; ond' io mi scossi
come fan bestie spaventate e
poltre.
Drizzai la testa per veder chi
fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e
rossi,
com' io vidi un che dicea: «S'a
voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole
andar per pace».
L'aspetto suo m'avea la vista
tolta;
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com' om che va secondo
ch'elli ascolta.
E quale, annunziatrice de li
albori,
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da'
fiori;
tal mi senti' un vento dar per
mezza
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che fé sentir d'ambrosïa
l'orezza.
E senti' dir: «Beati cui
alluma
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir
non fuma,
esurïendo sempre quanto è giusto!».
CANTO XXV
[Canto XXV, lo quale tratta de l'essenzia del settimo girone, dove si punisce la colpa e peccato contro a natura ed ermafrodito sotto il vizio de la lussuria; e prima tratta alquanto del precedente purgamento de' ghiotti, dove Stazio poeta fae una distinzione sopra la natura umana.]
Ora era onde 'l salir non volea
storpio;
ché 'l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la
notte a lo Scorpio:
per che, come fa l'uom che non
s'affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo
il trafigge,
così intrammo noi per la
callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor
dispaia.
E quale il cicognin che leva
l'ala
per voglia di volare, e non s'attenta
d'abbandonar lo nido, e giù la
cala;
tal era io con voglia accesa e
spenta
di dimandar, venendo infino a l'atto
che fa colui ch'a dicer
s'argomenta.
Non lasciò, per l'andar che
fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
l'arco del dir, che
'nfino al ferro hai tratto».
Allor sicuramente apri' la
bocca
e cominciai: «Come si può far magro
là dove l'uopo di nodrir non
tocca?».
«Se t'ammentassi come
Meleagro
si consumò al consumar d'un stizzo,
non fora», disse, «a te
questo sì agro;
e se pensassi come, al vostro
guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti
parrebbe vizzo.
Ma perché dentro a tuo voler
t'adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le
tue piage».
«Se la veduta etterna li
dislego»,
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert' io far
nego».
Poi cominciò: «Se le parole
mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu
die.
Sangue perfetto, che poi non si
beve
da l'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa
leve,
prende nel core a tutte membra
umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene
vane.
Ancor digesto, scende ov' è più
bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr' altrui sangue in natural
vasello.
Ivi s'accoglie l'uno e l'altro
insieme,
l'un disposto a patire, e l'altro a fare
per lo perfetto loco
onde si preme;
e, giunto lui, comincia ad
operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé
constare.
Anima fatta la virtute
attiva
qual d'una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e
quella è già a riva,
tanto ovra poi, che già si move
e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond' è
semente.
Or si spiega, figliuolo, or si
distende
la virtù ch'è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra
intende.
Ma come d'animal divegna
fante,
non vedi tu ancor: quest' è tal punto,
che più savio di te fé già
errante,
sì che per sua dottrina fé
disgiunto
da l'anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide
organo assunto.
Apri a la verità che viene il
petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
l'articular del cerebro è
perfetto,
lo motor primo a lui si volge
lieto
sovra tant' arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù
repleto,
che ciò che trova attivo quivi,
tira
in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che vive e sente e sé in sé
rigira.
E perché meno ammiri la
parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l'omor che de la
vite cola.
Quando Làchesis non ha più del
lino,
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l'umano e 'l
divino:
l'altre potenze tutte quante
mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima
agute.
Sanza restarsi, per sé stessa
cade
mirabilmente a l'una de le rive;
quivi conosce prima le sue
strade.
Tosto che loco lì la
circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra
vive.
E come l'aere, quand' è ben
pïorno,
per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,
di diversi color
diventa addorno;
così l'aere vicin quivi si
mette
e in quella forma ch'è in lui suggella
virtüalmente l'alma che
ristette;
e simigliante poi a la
fiammella
che segue il foco là 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma
novella.
Però che quindi ha poscia sua
paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la
veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam
noi;
quindi facciam le lagrime e ' sospiri
che per lo monte aver sentiti
puoi.
Secondo che ci affliggono i
disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura;
e quest' è la cagion di che
tu miri».
E già venuto a l'ultima
tortura
s'era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad
altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor
balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei
sequestra;
ond' ir ne convenia dal lato
schiuso
ad uno ad uno; e io temëa 'l foco
quinci, e quindi temeva cader
giuso.
Lo duca mio dicea: «Per questo
loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch'errar potrebbesi
per poco».
'Summae Deus clementïae'
nel seno
al grande ardore allora udi' cantando,
che di volger mi fé caler
non meno;
e vidi spirti per la fiamma
andando;
per ch'io guardava a loro e a' miei passi,
compartendo la vista a
quando a quando.
Appresso il fine ch'a quell'
inno fassi,
gridavano alto: 'Virum non cognosco';
indi
ricominciavan l'inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: «Al
bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il
tòsco».
Indi al cantar tornavano; indi
donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio
imponne.
E questo modo credo che lor
basti
per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e
con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricuscia.
CANTO XXVI
[Canto XXVI, dove tratta di quello medesimo girone e del purgamento de' predetti peccati e vizi lussuriosi; dove nomina messer Guido Guinizzelli da Bologna e molti altri.]
Mentre che sì per l'orlo, uno
innanzi altro,
ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: «Guarda:
giovi ch'io ti scaltro»;
feriami il sole in su l'omero
destro,
che già, raggiando, tutto l'occidente
mutava in bianco aspetto di
cilestro;
e io facea con l'ombra più
rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt' ombre, andando,
poner mente.
Questa fu la cagion che diede
inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: «Colui non par corpo
fittizio»;
poi verso me, quanto potëan
farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser
arsi.
«O tu che vai, non per esser
più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che 'n sete
e 'n foco ardo.
Né solo a me la tua risposta è
uopo;
ché tutti questi n'hanno maggior sete
che d'acqua fredda Indo o
Etïopo.
Dinne com' è che fai di te
parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la
rete».
Sì mi parlava un d'essi; e io
mi fora
già manifesto, s'io non fossi atteso
ad altra novità ch'apparve
allora;
ché per lo mezzo del cammino
acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar
sospeso.
Lì veggio d'ogne parte farsi
presta
ciascun' ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a
brieve festa;
così per entro loro schiera
bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spïar lor via e lor
fortuna.
Tosto che parton l'accoglienza
amica,
prima che 'l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna
s'affatica:
la nova gente: «Soddoma e
Gomorra»;
e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua
lussuria corra».
Poi, come grue ch'a le montagne
Rife
volasser parte, e parte inver' l'arene,
queste del gel, quelle del
sole schife,
l'una gente sen va, l'altra sen
vene;
e tornan, lagrimando, a' primi canti
e al gridar che più lor si
convene;
e raccostansi a me, come
davanti,
essi medesmi che m'avean pregato,
attenti ad ascoltar ne' lor
sembianti.
Io, che due volte avea visto
lor grato,
incominciai: «O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace
stato,
non son rimase acerbe né
mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue
giunture.
Quinci sù vo per non esser più
cieco;
donna è di sopra che m'acquista grazia,
per che 'l mortal per
vostro mondo reco.
Ma se la vostra maggior voglia
sazia
tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi
ch'è pien d'amore e più
ampio si spazia,
ditemi, acciò ch'ancor carte ne
verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a'
vostri terghi».
Non altrimenti stupido si
turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico
s'inurba,
che ciascun' ombra fece in sua
paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto
s'attuta,
«Beato te, che de le nostre
marche»,
ricominciò colei che pria m'inchiese,
«per morir meglio,
esperïenza imbarche!
La gente che non vien con noi,
offese
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
"Regina" contra sé chiamar
s'intese:
però si parton "Soddoma"
gridando,
rimproverando a sé com' hai udito,
e aiutan l'arsura
vergognando.
Nostro peccato fu
ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie
l'appetito,
in obbrobrio di noi, per noi si
legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate
schegge.
Or sai nostri atti e di che
fummo rei:
se forse a nome vuo' saper chi semo,
tempo non è di dire, e non
saprei.
Farotti ben di me volere
scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch'a lo
stremo».
Quali ne la tristizia di
Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec' io, ma non a
tanto insurgo,
quand' io odo nomar sé stesso
il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amore usar dolci e
leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso
andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più
m'appressai.
Poi che di riguardar pasciuto
fui,
tutto m'offersi pronto al suo servigio
con l'affermar che fa credere
altrui.
Ed elli a me: «Tu lasci tal
vestigio,
per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può
tòrre né far bigio.
Ma se le tue parole or ver
giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar
d'avermi caro».
E io a lui: «Li dolci detti
vostri,
che, quanto durerà l'uso moderno,
faranno cari ancora i loro
incostri».
«O frate», disse, «questi ch'io
ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del
parlar materno.
Versi d'amore e prose di
romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon
ch'avanzi.
A voce più ch'al ver drizzan li
volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch'arte o ragion per lor
s'ascolti.
Così fer molti antichi di
Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l'ha vinto il
ver con più persone.
Or se tu hai sì ampio
privilegio,
che licito ti sia l'andare al chiostro
nel quale è Cristo
abate del collegio,
falli per me un dir d'un
paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è
più nostro».
Poi, forse per dar luogo altrui
secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l'acqua il pesce
andando al fondo.
Io mi fei al mostrato innanzi
un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso
loco.
El cominciò liberamente a
dire:
«Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu'ieu no me puesc ni voill a
vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e
vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper,
denan.
Ara vos prec, per aquella
valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma
dolor!».
Poi s'ascose nel foco che li affina.
CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta d'una visione che apparve a Dante in sogno, o come pervennero a la sommità del monte ed entraro nel Paradiso Terrestre chiamato paradiso delitiarum.]
Sì come quando i primi raggi
vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l'alta
Libra,
e l'onde in Gange da nona
rïarse,
sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
come l'angel di Dio
lieto ci apparse.
Fuor de la fiamma stava in su
la riva,
e cantava 'Beati mundo corde!'
in voce assai più che la
nostra viva.
Poscia «Più non si va, se pria
non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non
siate sorde»,
ci disse come noi li fummo
presso;
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual è colui che ne la
fossa è messo.
In su le man commesse mi
protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti
accesi.
Volsersi verso me le buone
scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non
morte.
Ricorditi, ricorditi! E se
io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a
Dio?
Credi per certo che se dentro a
l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un
capel calvo.
E se tu forse credi ch'io
t'inganni,
fatti ver' lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo
d'i tuoi panni.
Pon giù omai, pon giù ogne
temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra
coscïenza.
Quando mi vide star pur fermo e
duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo
muro».
Come al nome di Tisbe aperse il
ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso diventò
vermiglio;
così, la mia durezza fatta
solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi
rampolla.
Ond' ei crollò la fronte e
disse: «Come!
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa
ch'è vinto al pome.
Poi dentro al foco innanzi mi
si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci
divise.
Sì com' fui dentro, in un
bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant' era ivi lo
'ncendio sanza metro.
Lo dolce padre mio, per
confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi
già veder parmi».
Guidavaci una voce che
cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si
montava.
'Venite, benedicti Patris
mei',
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol
potei.
«Lo sol sen va», soggiunse, «e
vien la sera;
non v'arrestate, ma studiate il passo,
mentre che
l'occidente non si annera».
Dritta salia la via per entro
'l sasso
verso tal parte ch'io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol
ch'era già basso.
E di pochi scaglion levammo i
saggi,
che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
sentimmo dietro e io
e li miei saggi.
E pria che 'n tutte le sue
parti immense
fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
e notte avesse tutte
sue dispense,
ciascun di noi d'un grado fece
letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e 'l
diletto.
Quali si stanno ruminando
manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien
pranse,
tacite a l'ombra, mentre che 'l
sol ferve,
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s'è e lor di
posa serve;
e quale il mandrïan che fori
alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non
lo sperga;
tali eravamo tutti e tre
allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi
d'alta grotta.
Poco parer potea lì del di
fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e
maggiori.
Sì ruminando e sì mirando in
quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che 'l fatto sia, sa
le novelle.
Ne l'ora, credo, che de
l'orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre
ardente,
giovane e bella in sogno mi
parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando
dicea:
«Sappia qualunque il mio nome
dimanda
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una
ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui
m'addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede
tutto giorno.
Ell' è d'i suoi belli occhi
veder vaga
com' io de l'addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me
l'ovrare appaga».
E già per li splendori
antelucani,
che tanto a' pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando,
albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti
lati,
e 'l sonno mio con esse; ond' io leva'mi,
veggendo i gran maestri
già levati.
«Quel dolce pome che per tanti
rami
cercando va la cura de' mortali,
oggi porrà in pace le tue
fami».
Virgilio inverso me queste
cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste
iguali.
Tanto voler sopra voler mi
venne
de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le
penne.
Come la scala tutta sotto
noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi
suoi,
e disse: «Il temporal foco e
l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov' io per me più
oltre non discerno.
Tratto t'ho qui con ingegno e
con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie,
fuor se' de l'arte.
Vedi lo sol che 'n fronte ti
riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé
produce.
Mentre che vegnan lieti li
occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi
andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio
cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo
senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio».
CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Letè, il quale trovò nel detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.]
Vago già di cercar dentro e
dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo
giorno,
sanza più aspettar, lasciai la
riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte
auliva.
Un'aura dolce, sanza
mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave
vento;
per cui le fronde, tremolando,
pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim' ombra gitta il santo
monte;
non però dal loro esser dritto
sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor
arte;
ma con piena letizia l'ore
prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue
rime,
tal qual di ramo in ramo si
raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand' Ëolo scilocco
fuor discioglie.
Già m'avean trasportato i lenti
passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond' io mi
'ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un
rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua
ripa uscìo.
Tutte l'acque che son di qua
più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla
nasconde,
avvegna che si mova bruna
bruna
sotto l'ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né
luna.
Coi piè ristetti e con li occhi
passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d'i freschi
mai;
e là m'apparve, sì com' elli
appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro
pensare,
una donna soletta che si
gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond' era pinta tutta la sua
via.
«Deh, bella donna, che a' raggi
d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser
testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti
avanti»,
diss' io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender
che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual
era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella
primavera».
Come si volge, con le piante
strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena
mette,
volsesi in su i vermigli e in
su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi
onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser
contenti,
sì appressando sé, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi
intendimenti.
Tosto che fu là dove l'erbe
sono
bagnate già da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece
dono.
Non credo che splendesse tanto
lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo
costume.
Ella ridea da l'altra riva
dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme
gitta.
Tre passi ci facea il fiume
lontani;
ma Elesponto, là 've passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli
umani,
più odio da Leandro non
sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch' allor
non s'aperse.
«Voi siete nuovi, e forse
perch' io rido»,
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a l'umana natura
per suo nido,
maravigliando tienvi alcun
sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar
vostro intelletto.
E tu che se' dinanzi e mi
pregasti,
dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question
tanto che basti».
«L'acqua», diss' io, «e 'l suon
de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi'
contraria a questa».
Ond' ella: «Io dicerò come
procede
per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti
fiede.
Lo sommo Ben, che solo esso a
sé piace,
fé l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr' a lui
d'etterna pace.
Per sua difalta qui dimorò
poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce
gioco.
Perché 'l turbar che sotto da
sé fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro
al calor vanno,
a l'uomo non facesse alcuna
guerra,
questo monte salìo verso 'l ciel tanto,
e libero n'è d'indi ove si
serra.
Or perché in circuito tutto
quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio
d'alcun canto,
in questa altezza ch'è tutta
disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch' è
folta;
e la percossa pianta tanto
puote,
che de la sua virtute l'aura impregna
e quella poi, girando,
intorno scuote;
e l'altra terra, secondo ch'è
degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse
legna.
Non parrebbe di là poi
maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi
s'appiglia.
E saper dei che la campagna
santa
dove tu se', d'ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non
si schianta.
L'acqua che vedi non surge di
vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde
lena;
ma esce di fontana salda e
certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant' ella versa da due parti
aperta.
Da questa parte con virtù
discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben
fatto la rende.
Quinci Letè; così da l'altro
lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è
gustato:
a tutti altri sapori esto è di
sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch' io più non
ti scuopra,
darotti un corollario ancor per
grazia;
né credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco
si spazia.
Quelli ch'anticamente
poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco
sognaro.
Qui fu innocente l'umana
radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che
ciascun dice».
Io mi rivolsi 'n dietro allora
tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l'ultimo
costrutto;
poi a la bella donna torna' il viso.
CANTO XXIX
[Canto XXIX, dove si tratta sì come l'auttore contristato si conduoleva e come vide li sette doni del Santo Spirito e Cristo e la celestiale corte in forma di certe figure.]
Cantando come donna
innamorata,
continüò col fin di sue parole:
'Beati quorum tecta sunt
peccata!'.
E come ninfe che si givan
sole
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo
sole,
allor si mosse contra 'l fiume,
andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol
seguitando.
Non eran cento tra ' suoi passi
e ' miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch'a levante mi
rendei.
Né ancor fu così nostra via
molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: «Frate mio, guarda e
ascolta».
Ed ecco un lustro sùbito
trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise
in forse.
Ma perché 'l balenar, come
vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea:
'Che cosa è questa?'.
E una melodia dolce
correva
per l'aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l'ardimento
d'Eva,
che là dove ubidia la terra e
'l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto
alcun velo;
sotto 'l qual se divota fosse
stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga
fïata.
Mentr' io m'andava tra tante
primizie
de l'etterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più
letizie,
dinanzi a noi, tal quale un
foco acceso,
ci si fé l'aere sotto i verdi rami;
e 'l dolce suon per canti
era già inteso.
O sacrosante Vergini, se
fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch'io mercé
vi chiami.
Or convien che Elicona per me
versi,
e Uranìe m'aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in
versi.
Poco più oltre, sette alberi
d'oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch'era ancor tra noi e
loro;
ma quand' i' fui sì presso di
lor fatto,
che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
non perdea per
distanza alcun suo atto,
la virtù ch'a ragion discorso
ammanna,
sì com' elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare
'Osanna'.
Di sopra fiammeggiava il bello
arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo
mese.
Io mi rivolsi d'ammirazion
pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non
meno.
Indi rendei l'aspetto a l'alte
cose
che si movieno incontr' a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle
spose.
La donna mi sgridò: «Perché pur
ardi
sì ne l'affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non
guardi?».
Genti vid' io allor, come a lor
duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non
fuci.
L'acqua imprendëa dal sinistro
fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s'io riguardava in lei, come
specchio anco.
Quand' io da la mia riva ebbi
tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi
diedi sosta,
e vidi le fiammelle andar
davante,
lasciando dietro a sé l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean
sembiante;
sì che lì sopra rimanea
distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e
Delia il cinto.
Questi ostendali in dietro eran
maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan
quei di fori.
Sotto così bel ciel com' io
diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di
fiordaliso.
Tutti cantavan:
«Benedicta tue
ne le figlie d'Adamo, e benedette
sieno in etterno
le bellezze tue!».
Poscia che i fiori e l'altre
fresche erbette
a rimpetto di me da l'altra sponda
libere fuor da quelle
genti elette,
sì come luce luce in ciel
seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde
fronda.
Ognuno era pennuto di sei
ali;
le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
se fosser vivi, sarebber
cotali.
A descriver lor forme più non
spargo
rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
tanto ch'a questa non
posso esser largo;
ma leggi Ezechïel, che li
dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con
igne;
e quali i troverai ne le sue
carte,
tali eran quivi, salvo ch'a le penne
Giovanni è meco e da lui si
diparte.
Lo spazio dentro a lor quattro
contenne
un carro, in su due rote, trïunfale,
ch'al collo d'un grifon
tirato venne.
Esso tendeva in sù l'una e
l'altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch'a nulla, fendendo,
facea male.
Tanto salivan che non eran
viste;
le membra d'oro avea quant' era uccello,
e bianche l'altre, di
vermiglio miste.
Non che Roma di carro così
bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover
con ello;
quel del Sol che, svïando, fu
combusto
per l'orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente
giusto.
Tre donne in giro da la destra
rota
venian danzando; l'una tanto rossa
ch'a pena fora dentro al foco
nota;
l'altr' era come se le carni e
l'ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé
mossa;
e or parëan da la bianca
tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l'altre toglien l'andare e
tarde e ratte.
Da la sinistra quattro facean
festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d'una di lor ch'avea tre occhi
in testa.
Appresso tutto il pertrattato
nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e
sodo.
L'un si mostrava alcun de'
famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch'ell' ha
più cari;
mostrava l'altro la contraria
cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé
paura.
Poi vidi quattro in umile
paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia
arguta.
E questi sette col primaio
stuolo
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan
brolo,
anzi di rose e d'altri fior
vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra
da' cigli.
E quando il carro a me fu a
rimpetto,
un tuon s'udì, e quelle genti degne
parvero aver l'andar più
interdetto,
fermandosi ivi con le prime insegne.
CANTO XXX
[Canto XXX, dove narra come Beatrice apparve a Dante e Virgilio il lasciò, e lo recitare per l'alta donna de la incostanza e difetto di Dante, e qui l'auttore piange i suoi difetti con vergogna compuntiva.]
Quando il settentrïon del primo
cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né d'altra nebbia che di colpa
velo,
e che faceva lì ciascuno
accorto
di suo dover, come 'l più basso face
qual temon gira per venire a
porto,
fermo s'affisse: la gente
verace,
venuta prima tra 'l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua
pace;
e un di loro, quasi da ciel
messo,
'Veni, sponsa, de Libano' cantando
gridò tre volte, e tutti
li altri appresso.
Quali i beati al novissimo
bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce
alleluiando,
cotali in su la divina
basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e
messaggier di vita etterna.
Tutti dicean: 'Benedictus
qui venis!',
e fior gittando e di sopra e dintorno,
'Manibus,
oh, date lilïa plenis!'.
Io vidi già nel cominciar del
giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno
addorno;
e la faccia del sol nascere
ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga
fïata:
così dentro una nuvola di
fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di
fori,
sovra candido vel cinta
d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma
viva.
E lo spirito mio, che già
cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando,
affranto,
sanza de li occhi aver più
conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la
gran potenza.
Tosto che ne la vista mi
percosse
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di püerizia
fosse,
volsimi a la sinistra col
respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando
elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: 'Men che
dramma
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica
fiamma'.
Ma Virgilio n'avea lasciati
scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute
die'mi;
né quantunque perdeo l'antica
matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser
atre.
«Dante, perché Virgilio se ne
vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per
altra spada».
Quasi ammiraglio che in poppa e
in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben
far l'incora;
in su la sponda del carro
sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si
registra,
vidi la donna che pria
m'appario
velata sotto l'angelica festa,
drizzar li occhi ver' me di qua
dal rio.
Tutto che 'l vel che le scendea
di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer
manifesta,
regalmente ne l'atto ancor
proterva
continüò come colui che dice
e 'l più caldo parlar dietro
reserva:
«Guardaci ben! Ben son, ben son
Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom
felice?».
Li occhi mi cadder giù nel
chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
tanta vergogna mi
gravò la fronte.
Così la madre al figlio par
superba,
com' ella parve a me; perché d'amaro
sente il sapor de la pietade
acerba.
Ella si tacque; e li angeli
cantaro
di sùbito 'In te, Domine, speravi';
ma oltre 'pedes
meos' non passaro.
Sì come neve tra le vive
travi
per lo dosso d'Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti
schiavi,
poi, liquefatta, in sé stessa
trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la
candela;
così fui sanza lagrime e
sospiri
anzi 'l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li
etterni giri;
ma poi che 'ntesi ne le dolci
tempre
lor compatire a me, par che se detto
avesser: 'Donna, perché sì lo
stempre?',
lo gel che m'era intorno al cor
ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi
uscì del petto.
Ella, pur ferma in su la detta
coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così
poscia:
«Voi vigilate ne l'etterno
die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per
sue vie;
onde la mia risposta è con più
cura
che m'intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d'una
misura.
Non pur per ovra de le rote
magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son
compagne,
ma per larghezza di grazie
divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van
vicine,
questi fu tal ne la sua vita
nova
virtüalmente, ch'ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil
prova.
Ma tanto più maligno e più
silvestro
si fa 'l terren col mal seme e non cólto,
quant' elli ha più di
buon vigor terrestro.
Alcun tempo il sostenni col mio
volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte
vòlto.
Sì tosto come in su la soglia
fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi
altrui.
Quando di carne a spirto era
salita,
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men
gradita;
e volse i passi suoi per via
non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono
intera.
Né l'impetrare ispirazion mi
valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne
calse!
Tanto giù cadde, che tutti
argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute
genti.
Per questo visitai l'uscio d'i
morti,
e a colui che l'ha qua sù condotto,
li preghi miei, piangendo,
furon porti.
Alto fato di Dio sarebbe
rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno
scotto
di pentimento che lagrime spanda».
CANTO XXXI
[Canto XXXI, ove si tratta sì come Beatrice riprende l'auttore de le commesse colpe, e come la donna che avante li apparve il bagna.]
«O tu che se' di là dal fiume
sacro»,
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m'era
paruto acro,
ricominciò, seguendo sanza
cunta,
«dì, dì se questo è vero; a tanta accusa
tua confession conviene
esser congiunta».
Era la mia virtù tanto
confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi
fosse dischiusa.
Poco sofferse; poi disse: «Che
pense?
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da
l'acqua offense».
Confusione e paura insieme
miste
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor
mestier le viste.
Come balestro frange, quando
scocca
da troppa tesa, la sua corda e l'arco,
e con men foga l'asta il
segno tocca,
sì scoppia' io sottesso grave
carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo
varco.
Ond' ella a me: «Per entro i
mie' disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che
s'aspiri,
quai fossi attraversati o quai
catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la
spene?
E quali agevolezze o quali
avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor
passeggiare anzi?».
Dopo la tratta d'un sospiro
amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la
formaro.
Piangendo dissi: «Le presenti
cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si
nascose».
Ed ella: «Se tacessi o se
negassi
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice
sassi!
Ma quando scoppia de la propria
gota
l'accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra 'l taglio la
rota.
Tuttavia, perché mo vergogna
porte
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più
forte,
pon giù il seme del piangere e
ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne
sepolta.
Mai non t'appresentò natura o
arte
piacer, quanto le belle membra in ch'io
rinchiusa fui, e che so' 'n
terra sparte;
e se 'l sommo piacer sì ti
fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo
disio?
Ben ti dovevi, per lo primo
strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più
tale.
Non ti dovea gravar le penne in
giuso,
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve
uso.
Novo augelletto due o tre
aspetta;
ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
rete si spiega indarno o si
saetta».
Quali fanciulli, vergognando,
muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e
ripentuti,
tal mi stav' io; ed ella disse:
«Quando
per udir se' dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia
riguardando».
Con men di resistenza si
dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra
di Iarba,
ch'io non levai al suo comando
il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de
l'argomento.
E come la mia faccia si
distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon l'occhio
comprese;
e le mie luci, ancor poco
sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch'è sola una persona in due
nature.
Sotto 'l suo velo e oltre la
rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l'altre qui, quand'
ella c'era.
Di penter sì mi punse ivi
l'ortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi
si fé nemica.
Tanta riconoscenza il cor mi
morse,
ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion
mi porse.
Poi, quando il cor virtù di
fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea:
«Tiemmi, tiemmi!».
Tratto m'avea nel fiume infin
la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come
scola.
Quando fui presso a la beata
riva,
'Asperges me' sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non
ch'io lo scriva.
La bella donna ne le braccia
aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua
inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato
m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi
coperse.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel
siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei
per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma
nel giocondo
lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran
più profondo».
Così cantando cominciaro; e
poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a
noi.
Disser: «Fa che le viste non
risparmi;
posto t'avem dinanzi a li smeraldi
ond' Amor già ti trasse le
sue armi».
Mille disiri più che fiamma
caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra 'l grifone
stavan saldi.
Come in lo specchio il sol, non
altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri
reggimenti.
Pensa, lettor, s'io mi
maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l'idolo suo si
trasmutava.
Mentre che piena di stupore e
lieta
l'anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé
asseta,
sé dimostrando di più alto
tribo
ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico
caribo.
«Volgi, Beatrice, volgi li
occhi santi»,
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha
mossi passi tanti!
Per grazia fa noi grazia che
disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu
cele».
O isplendor di viva luce
etterna,
chi palido si fece sotto l'ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua
cisterna,
che non paresse aver la mente
ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il
ciel t'adombra,
quando ne l'aere aperto ti solvesti?
[Canto XXXII, dove si tratta come Beatrice comandò a l'auttore che scrivesse li miracoli che vide in quel luogo, e come elli con le donne seguio il carro, e l'aguglia percosse il carro, e una volpe sen fuggio, e de la puttana e del gigante.]
Tant' eran li occhi miei fissi
e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m'eran tutti
spenti.
Ed essi quinci e quindi avien
parete
di non caler - così lo santo riso
a sé traéli con l'antica rete!
-;
quando per forza mi fu vòlto il
viso
ver' la sinistra mia da quelle dee,
perch' io udi' da loro un «Troppo
fiso!»;
e la disposizion ch'a veder
èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser
mi fée.
Ma poi ch'al poco il viso
riformossi
(e dico 'al poco' per rispetto al molto
sensibile onde a forza
mi rimossi),
vidi 'n sul braccio destro
esser rivolto
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette
fiamme al volto.
Come sotto li scudi per
salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé
mutarsi;
quella milizia del celeste
regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo
legno.
Indi a le rote si tornar le
donne,
e 'l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna
crollonne.
La bella donna che mi trasse al
varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l'orbita sua con minore
arco.
Sì passeggiando l'alta selva
vòta,
colpa di quella ch'al serpente crese,
temprava i passi un'angelica
nota.
Forse in tre voli tanto spazio
prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice
scese.
Io senti' mormorare a tutti
«Adamo»;
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d'altra fronda
in ciascun ramo.
La coma sua, che tanto si
dilata
più quanto più è sù, fora da l'Indi
ne' boschi lor per altezza
ammirata.
«Beato se', grifon, che non
discindi
col becco d'esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il
ventre quindi».
Così dintorno a l'albero
robusto
gridaron li altri; e l'animal binato:
«Sì si conserva il seme
d'ogne giusto».
E vòlto al temo ch'elli avea
tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò
legato.
Come le nostre piante, quando
casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste
lasca,
turgide fansi, e poi si
rinovella
di suo color ciascuna, pria che 'l sole
giunga li suoi corsier
sotto altra stella;
men che di rose e più che di
vïole
colore aprendo, s'innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì
sole.
Io non lo 'ntesi, né qui non si
canta
l'inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta
quanta.
S'io potessi ritrar come
assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar
costò sì caro;
come pintor che con essempro
pinga,
disegnerei com' io m'addormentai;
ma qual vuol sia che l'assonnar
ben finga.
Però trascorro a quando mi
svegliai,
e dico ch'un splendor mi squarciò 'l velo
del sonno, e un
chiamar: «Surgi: che fai?».
Quali a veder de' fioretti del
melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel
cielo,
Pietro e Giovanni e Iacopo
condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni
rotti,
e videro scemata loro
scuola
così di Moïsè come d'Elia,
e al maestro suo cangiata
stola;
tal torna' io, e vidi quella
pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de' miei passi lungo 'l fiume
pria.
E tutto in dubbio dissi: «Ov' è
Beatrice?».
Ond' ella: «Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua
radice.
Vedi la compagnia che la
circonda:
li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e
più profonda».
E se più fu lo suo parlar
diffuso,
non so, però che già ne li occhi m'era
quella ch'ad altro
intender m'avea chiuso.
Sola sedeasi in su la terra
vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme
fera.
In cerchio le facevan di sé
claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d'Aquilone e
d'Austro.
«Qui sarai tu poco tempo
silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è
romano.
Però, in pro del mondo che mal
vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che
tu scrive».
Così Beatrice; e io, che tutto
ai piedi
d'i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov' ella
volle diedi.
Non scese mai con sì veloce
moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va
remoto,
com' io vidi calar l'uccel di
Giove
per l'alber giù, rompendo de la scorza,
non che d'i fiori e de le
foglie nove;
e ferì 'l carro di tutta sua
forza;
ond' el piegò come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia,
or da orza.
Poscia vidi avventarsi ne la
cuna
del trïunfal veiculo una volpe
che d'ogne pasto buon parea
digiuna;
ma, riprendendo lei di laide
colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l'ossa sanza
polpe.
Poscia per indi ond' era pria
venuta,
l'aguglia vidi scender giù ne l'arca
del carro e lasciar lei di sé
pennuta;
e qual esce di cuor che si
rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
«O navicella mia, com'
mal se' carca!».
Poi parve a me che la terra
s'aprisse
tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la
coda fisse;
e come vespa che ritragge
l'ago,
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago
vago.
Quel che rimase, come da
gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e
benigna,
si ricoperse, e funne
ricoperta
e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
che più tiene un
sospir la bocca aperta.
Trasformato così 'l dificio
santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra 'l temo e una in ciascun
canto.
Le prime eran cornute come
bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto
ancor non fue.
Sicura, quasi rocca in alto
monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m'apparve con le ciglia intorno
pronte;
e come perché non li fosse
tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna
volta.
Ma perché l'occhio cupido e
vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le
piante;
poi, di sospetto pieno e d'ira
crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei
mi fece scudo
a la puttana e a la nova belva.
CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, il quale si è l'ultimo de la seconda cantica, ove si racconta sì come Beatrice dichiaroe a Dante quelle cose ch'elli vide, trattando e dimostrando le future vendette e de la ingiuria nel predetto carro del grifone; e infine, veduti li quattro fiumi del Paradiso, escono verso il cielo.]
'Deus, venerunt gentes',
alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e
lagrimando;
e Bëatrice, sospirosa e
pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò
Maria.
Ma poi che l'altre vergini dier
loco
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come
foco:
'Modicum, et non
videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos
videbitis me'.
Poi le si mise innanzi tutte e
sette,
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e 'l savio che
ristette.
Così sen giva; e non credo che
fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi
percosse;
e con tranquillo aspetto «Vien
più tosto»,
mi disse, «tanto che, s'io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie
ben disposto».
Sì com' io fui, com' io dovëa,
seco,
dissemi: «Frate, perché non t'attenti
a domandarmi omai venendo
meco?».
Come a color che troppo
reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce
viva ai denti,
avvenne a me, che sanza intero
suono
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch'ad essa è
buono».
Ed ella a me: «Da tema e da
vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com' om
che sogna.
Sappi che 'l vaso che 'l
serpente ruppe,
fu e non è; ma chi n'ha colpa, creda
che vendetta di Dio
non teme suppe.
Non sarà tutto tempo sanza
reda
l'aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e
poscia preda;
ch'io veggio certamente, e però
il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure d'ogn' intoppo e
d'ogne sbarro,
nel quale un cinquecento diece
e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei
delinque.
E forse che la mia narrazion
buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch' a lor modo lo 'ntelletto
attuia;
ma tosto fier li fatti le
Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di
biade.
Tu nota; e sì come da me son
porte,
così queste parole segna a' vivi
del viver ch'è un correre a la
morte.
E aggi a mente, quando tu le
scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch'è or due volte dirubata
quivi.
Qualunque ruba quella o quella
schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l'uso suo la
creò santa.
Per morder quella, in pena e in
disio
cinquemilia anni e più l'anima prima
bramò colui che 'l morso in sé
punio.
Dorme lo 'ngegno tuo, se non
estima
per singular cagione essere eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la
cima.
E se stati non fossero acqua
d'Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e 'l piacer loro un Piramo
a la gelsa,
per tante circostanze
solamente
la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
conosceresti a l'arbor
moralmente.
Ma perch' io veggio te ne lo
'ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t'abbaglia il lume
del mio detto,
voglio anco, e se non scritto,
almen dipinto,
che 'l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il
bordon di palma cinto».
E io: «Sì come cera da
suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio
cervello.
Ma perché tanto sovra mia
veduta
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più
s'aiuta?».
«Perché conoschi», disse,
«quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la
mia parola;
e veggi vostra via da la
divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto
festina».
Ond' io rispuosi lei: «Non mi
ricorda
ch'i' stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che
rimorda».
«E se tu ricordar non te ne
puoi»,
sorridendo rispuose, «or ti rammenta
come bevesti di Letè
ancoi;
e se dal fummo foco
s'argomenta,
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia
altrove attenta.
Veramente oramai saranno
nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista
rude».
E più corusco e con più lenti
passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti,
fassi,
quando s'affisser, sì come
s'affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue
vestigge,
le sette donne al fin
d'un'ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi
rivi l'alpe porta.
Dinanzi ad esse Ëufratès e
Tigri
veder mi parve uscir d'una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi
pigri.
«O luce, o gloria de la gente
umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé
lontana?».
Per cotal priego detto mi fu:
«Priega
Matelda che 'l ti dica». E qui rispuose,
come fa chi da colpa si
dislega,
la bella donna: «Questo e altre
cose
dette li son per me; e son sicura
che l'acqua di Letè non gliel
nascose».
E Bëatrice: «Forse maggior
cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt' ha la mente sua ne li occhi
oscura.
Ma vedi Eünoè che là
diriva:
menalo ad esso, e come tu se' usa,
la tramortita sua virtù
ravviva».
Come anima gentil, che non fa
scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor
dischiusa;
così, poi che da essa preso
fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con
lui».
S'io avessi, lettor, più lungo
spazio
da scrivere, i' pur cantere' in parte
lo dolce ber che mai non
m'avria sazio;
ma perché piene son tutte le
carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de
l'arte.
Io ritornai da la santissima
onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella
fronda,
puro e disposto a salire a le stelle.
[Explicit secunda pars Comedie Dantis Alagherii
in qua tractatum est de Purgatorio]
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PARADISO
CANTO I
[Comincia la terza cantica de la Commedia di Dante Alaghiere di Fiorenza, ne la quale si tratta de' beati e de la celestiale gloria e de' meriti e premi de' santi, e dividesi in nove parti. Canto primo, nel cui principio l'auttore proemizza a la seguente cantica; e sono ne lo elemento del fuoco e Beatrice solve a l'auttore una questione; nel quale canto l'auttore promette di trattare de le cose divine invocando la scienza poetica, cioè Appollo chiamato il deo de la Sapienza.]
La gloria di colui che tutto
move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno
altrove.
Nel ciel che più de la sua luce
prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù
discende;
perché appressando sé al suo
disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può
ire.
Veramente quant' io del regno
santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio
canto.
O buono Appollo, a l'ultimo
lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato
alloro.
Infino a qui l'un giogo di
Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m'è uopo intrar ne l'aringo
rimaso.
Entra nel petto mio, e spira
tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra
sue.
O divina virtù, se mi ti
presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io
manifesti,
vedra'mi al piè del tuo diletto
legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai
degno.
Sì rade volte, padre, se ne
coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane
voglie,
che parturir letizia in su la
lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé
asseta.
Poca favilla gran fiamma
seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra
risponda.
Surge ai mortali per diverse
foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre
croci,
con miglior corso e con
migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e
suggella.
Fatto avea di là mane e di qua
sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l'altra
parte nera,
quando Beatrice in sul sinistro
fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s'affisse
unquanco.
E sì come secondo raggio
suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar
vuole,
così de l'atto suo, per li
occhi infuso
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole
oltre nostr' uso.
Molto è licito là, che qui non
lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l'umana
spece.
Io nol soffersi molto, né sì
poco,
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com' ferro che bogliente esce
del foco;
e di sùbito parve giorno a
giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole
addorno.
Beatrice tutta ne l'etterne
rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù
rimote.
Nel suo aspetto tal dentro mi
fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l'erba
che 'l fé consorto in mar de
li altri dèi.
Trasumanar significar per
verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia
serba.
S'i' era sol di me quel che
creasti
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo
lume mi levasti.
Quando la rota che tu
sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l'armonia che temperi e
discerni,
parvemi tanto allor del cielo
acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto
disteso.
La novità del suono e 'l grande
lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto
acume.
Ond' ella, che vedea me sì com'
io,
a quïetarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca
aprio
e cominciò: «Tu stesso ti fai
grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l'avessi
scosso.
Tu non se' in terra, sì come tu
credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch'ad esso
riedi».
S'io fui del primo dubbio
disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu'
inretito
e dissi: «Già contento
requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com' io trascenda
questi corpi levi».
Ond' ella, appresso d'un pïo
sospiro,
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra
figlio deliro,
e cominciò: «Le cose tutte
quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa
simigliante.
Qui veggion l'alte creature
l'orma
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata
norma.
Ne l'ordine ch'io dico sono
accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men
vicine;
onde si muovono a diversi
porti
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che
la porti.
Questi ne porta il foco inver'
la luna;
questi ne' cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe
e aduna;
né pur le creature che son
fore
d'intelligenza quest' arco saetta,
ma quelle c'hanno intelletto e
amore.
La provedenza, che cotanto
assetta,
del suo lume fa 'l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c'ha
maggior fretta;
e ora lì, come a sito
decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in
segno lieto.
Vero è che, come forma non
s'accorda
molte fïate a l'intenzion de l'arte,
perch' a risponder la
materia è sorda,
così da questo corso si
diparte
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, così pinta, in altra
parte;
e sì come veder si può
cadere
foco di nube, sì l'impeto primo
l'atterra torto da falso
piacere.
Non dei più ammirar, se bene
stimo,
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giuso ad
imo.
Maraviglia sarebbe in te se,
privo
d'impedimento, giù ti fossi assiso,
com' a terra quïete in foco
vivo».
Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
CANTO II
[Canto secondo, ove tratta come Beatrice e l'auttore pervegnono al cielo de la Luna, aprendo la veritade de l'ombra ch'appare in essa; e qui comincia questa terza parte de la Commedia quanto al proprio dire.]
O voi che siete in piccioletta
barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando
varca,
tornate a riveder li vostri
liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste
smarriti.
L'acqua ch'io prendo già mai
non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran
l'Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il
collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien
satollo,
metter potete ben per l'alto
sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l'acqua che ritorna
equale.
Que' glorïosi che passaro al
Colco
non s'ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto
bifolco.
La concreata e perpetüa
sete
del deïforme regno cen portava
veloci quasi come 'l ciel
vedete.
Beatrice in suso, e io in lei
guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce
si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil
cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere
ascosa,
volta ver' me, sì lieta come
bella,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n'ha congiunti con
la prima stella».
Parev' a me che nube ne
coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol
ferisse.
Per entro sé l'etterna
margarita
ne ricevette, com' acqua recepe
raggio di luce permanendo
unita.
S'io era corpo, e qui non si
concepe
com' una dimensione altra patio,
ch'esser convien se corpo in
corpo repe,
accender ne dovria più il
disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio
s'unio.
Lì si vedrà ciò che tenem per
fede,
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l'uom
crede.
Io rispuosi: «Madonna, sì
devoto
com' esser posso più, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m'ha
remoto.
Ma ditemi: che son li segni
bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare
altrui?».
Ella sorrise alquanto, e poi
«S'elli erra
l'oppinïon», mi disse, «d'i mortali
dove chiave di senso non
diserra,
certo non ti dovrien punger li
strali
d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha
corte l'ali.
Ma dimmi quel che tu da te ne
pensi».
E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari
e densi».
Ed ella: «Certo assai vedrai
sommerso
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l'argomentar ch'io li
farò avverso.
La spera ottava vi dimostra
molti
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi
volti.
Se raro e denso ciò facesser
tanto,
una sola virtù sarebbe in tutti,
più e men distributa e
altrettanto.
Virtù diverse esser convegnon
frutti
di princìpi formali, e quei, for ch'uno,
seguiterieno a tua ragion
distrutti.
Ancor, se raro fosse di quel
bruno
cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
fora di sua materia sì
digiuno
esto pianeto, o, sì come
comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
nel suo volume
cangerebbe carte.
Se 'l primo fosse, fora
manifesto
ne l'eclissi del sol, per trasparere
lo lume come in altro raro
ingesto.
Questo non è: però è da
vedere
de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
falsificato fia lo
tuo parere.
S'elli è che questo raro non
trapassi,
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar
non lassi;
e indi l'altrui raggio si
rifonde
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo
nasconde.
Or dirai tu ch'el si dimostra
tetro
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a
retro.
Da questa instanza può
deliberarti
esperïenza, se già mai la provi,
ch'esser suol fonte ai rivi
di vostr' arti.
Tre specchi prenderai; e i due
rimovi
da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,
tr'ambo li primi li occhi
tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il
dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti
ripercosso.
Ben che nel quanto tanto non si
stenda
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch'igualmente
risplenda.
Or, come ai colpi de li caldi
rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo
primai,
così rimaso te ne
l'intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo
aspetto.
Dentro dal ciel de la divina
pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l'esser di tutto suo contento
giace.
Lo ciel seguente, c'ha tante
vedute,
quell' esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui
contenute.
Li altri giron per varie
differenze
le distinzion che dentro da sé hanno
dispongono a lor fini e
lor semenze.
Questi organi del mondo così
vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto
fanno.
Riguarda bene omai sì com' io
vado
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo
guado.
Lo moto e la virtù d'i santi
giri,
come dal fabbro l'arte del martello,
da' beati motor convien che
spiri;
e 'l ciel cui tanti lumi fanno
bello,
de la mente profonda che lui volve
prende l'image e fassene
suggello.
E come l'alma dentro a vostra
polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si
risolve,
così l'intelligenza sua
bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua
unitate.
Virtù diversa fa diversa
lega
col prezïoso corpo ch'ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si
lega.
Per la natura lieta onde
deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla
viva.
Da essa vien ciò che da luce a
luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che
produce,
conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».
CANTO III
[Canto terzo, nel quale si tratta di quello medesimo cielo de la Luna e di certi spiriti che appariro in esso; e solve qui una questione: cioè se li spiriti che sono in cielo di sotto vorrebbero esser più sù ch'elli siano.]
Quel sol che pria d'amor mi
scaldò 'l petto,
di bella verità m'avea scoverto,
provando e riprovando,
il dolce aspetto;
e io, per confessar corretto e
certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva' il capo a proferer più
erto;
ma visïone apparve che
ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi
sovvenne.
Quali per vetri trasparenti e
tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi
sien persi,
tornan d'i nostri visi le
postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le
nostre pupille;
tali vid' io più facce a parlar
pronte;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi
a quel ch'accese amor
tra l'omo e 'l fonte.
Sùbito sì com' io di lor
m'accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser,
li occhi torsi;
e nulla vidi, e ritorsili
avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li
occhi santi.
«Non ti maravigliar perch' io
sorrida»,
mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
poi sopra 'l vero ancor
lo piè non fida,
ma te rivolve, come suole, a
vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di
voto.
Però parla con esse e odi e
credi;
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li
piedi».
E io a l'ombra che parea più
vaga
di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
quasi com' uom cui troppa voglia
smaga:
«O ben creato spirito, che a'
rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s'intende
mai,
grazïoso mi fia se mi
contenti
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond' ella, pronta e con occhi
ridenti:
«La nostra carità non serra
porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua
corte.
I' fui nel mondo vergine
sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l'esser più
bella,
ma riconoscerai ch'i' son
Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera
più tarda.
Li nostri affetti, che solo
infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine
formati.
E questa sorte che par giù
cotanto,
però n'è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in
alcun canto».
Ond' io a lei: «Ne' mirabili
aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da' primi
concetti:
però non fui a rimembrar
festino;
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m'è più
latino.
Ma dimmi: voi che siete qui
felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi
amici?».
Con quelle altr' ombre pria
sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor
nel primo foco:
«Frate, la nostra volontà
quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci
asseta.
Se disïassimo esser più
superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne
cerne;
che vedrai non capere in questi
giri,
s'essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben
rimiri.
Anzi è formale ad esto beato
esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch'una fansi nostre
voglie stesse;
sì che, come noi sem di soglia
in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com' a lo re che 'n suo
voler ne 'nvoglia.
E 'n la sua volontade è nostra
pace:
ell' è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella crïa o che natura
face».
Chiaro mi fu allor come ogne
dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d'un modo
non vi piove.
Ma sì com' elli avvien, s'un
cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel
si ringrazia,
così fec' io con atto e con
parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co
la spuola.
«Perfetta vita e alto merto
inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si
veste e vela,
perché fino al morir si vegghi
e dorma
con quello sposo ch'ogne voto accetta
che caritate a suo piacer
conforma.
Dal mondo, per seguirla,
giovinetta
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua
setta.
Uomini poi, a mal più ch'a bene
usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita
fusi.
E quest' altro splendor che ti
si mostra
da la mia destra parte e che s'accende
di tutto il lume de la
spera nostra,
ciò ch'io dico di me, di sé
intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l'ombra de le sacre
bende.
Ma poi che pur al mondo fu
rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già
mai disciolta.
Quest' è la luce de la gran
Costanza
che del secondo vento di Soave
generò 'l terzo e l'ultima
possanza».
Così parlommi, e poi cominciò
'Ave,
Maria' cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa
grave.
La vista mia, che tanto lei
seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior
disio,
e a Beatrice tutta si
converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non
sofferse;
e ciò mi fece a dimandar più tardo.
CANTO IV
[Canto IV, dove in quello medesimo cielo due veritadi si manifestano da Beatrice: l'una è del luogo de' beati, e l'altra si è de la voluntate mista e de la obsuluta; e propone terza questione del voto e se si puote satisfare al voto rotto e non osservato.]
Intra due cibi, distanti e
moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber' omo l'un recasse ai
denti;
sì si starebbe un agno intra
due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra
due dame:
per che, s'i' mi tacea, me non
riprendo,
da li miei dubbi d'un modo sospinto,
poi ch'era necessario, né
commendo.
Io mi tacea, ma 'l mio disir
dipinto
m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
più caldo assai che per
parlar distinto.
Fé sì Beatrice qual fé
Danïello,
Nabuccodonosor levando d'ira,
che l'avea fatto ingiustamente
fello;
e disse: «Io veggio ben come ti
tira
uno e altro disio, sì che tua cura
sé stessa lega sì che fuor non
spira.
Tu argomenti: "Se 'l buon voler
dura,
la vïolenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la
misura?".
Ancor di dubitar ti dà
cagione
parer tornarsi l'anime a le stelle,
secondo la sentenza di
Platone.
Queste son le question che nel
tuo velle
pontano igualmente; e però pria
tratterò quella che più
ha di felle.
D'i Serafin colui che più
s'india,
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non
Maria,
non hanno in altro cielo i loro
scanni
che questi spirti che mo t'appariro,
né hanno a l'esser lor più o
meno anni;
ma tutti fanno bello il primo
giro,
e differentemente han dolce vita
per sentir più e men l'etterno
spiro.
Qui si mostraro, non perché
sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestïal c'ha men
salita.
Così parlar conviensi al vostro
ingegno,
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d'intelletto
degno.
Per questo la Scrittura
condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio e altro
intende;
e Santa Chiesa con aspetto
umano
Gabrïel e Michel vi rappresenta,
e l'altro che Tobia rifece
sano.
Quel che Timeo de l'anime
argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che
senta.
Dice che l'alma a la sua stella
riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la
diede;
e forse sua sentenza è d'altra
guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser
derisa.
S'elli intende tornare a queste
ruote
l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
in alcun vero suo arco
percuote.
Questo principio, male inteso,
torse
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar
trascorse.
L'altra dubitazion che ti
commove
ha men velen, però che sua malizia
non ti poria menar da me
altrove.
Parere ingiusta la nostra
giustizia
ne li occhi d'i mortali, è argomento
di fede e non d'eretica
nequizia.
Ma perché puote vostro
accorgimento
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti farò
contento.
Se vïolenza è quando quel che
pate
nïente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest' alme per essa
scusate:
ché volontà, se non vuol, non
s'ammorza,
ma fa come natura face in foco,
se mille volte vïolenza il
torza.
Per che, s'ella si piega assai
o poco,
segue la forza; e così queste fero
possendo rifuggir nel santo
loco.
Se fosse stato lor volere
intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man
severo,
così l'avria ripinte per la
strada
ond' eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo
rada.
E per queste parole, se
ricolte
l'hai come dei, è l'argomento casso
che t'avria fatto noia ancor
più volte.
Ma or ti s'attraversa un altro
passo
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria
saresti lasso.
Io t'ho per certo ne la mente
messo
ch'alma beata non poria mentire,
però ch'è sempre al primo vero
appresso;
e poi potesti da Piccarda
udire
che l'affezion del vel Costanza tenne;
sì ch'ella par qui meco
contradire.
Molte fïate già, frate,
addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non
si convenne;
come Almeone, che, di ciò
pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà si fé
spietato.
A questo punto voglio che tu
pense
che la forza al voler si mischia, e fanno
sì che scusar non si
posson l'offense.
Voglia assoluta non consente al
danno;
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in più
affanno.
Però, quando Piccarda quello
spreme,
de la voglia assoluta intende, e io
de l'altra; sì che ver diciamo
insieme».
Cotal fu l'ondeggiar del santo
rio
ch'uscì del fonte ond' ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro
disio.
«O amanza del primo amante, o
diva»,
diss' io appresso, «il cui parlar m'inonda
e scalda sì, che più e
più m'avviva,
non è l'affezion mia tanto
profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e
puote a ciò risponda.
Io veggio ben che già mai non
si sazia
nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
di fuor dal qual
nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in
lustra,
tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio
sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di
rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch'al sommo pinge noi di
collo in collo.
Questo m'invita, questo
m'assicura
con reverenza, donna, a dimandarvi
d'un'altra verità che m'è
oscura.
Io vo' saper se l'uom può
sodisfarvi
ai voti manchi sì con altri beni,
ch'a la vostra statera non
sien parvi».
Beatrice mi guardò con li occhi
pieni
di faville d'amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le
reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
CANTO V
[Canto V, nel quale solve una questione premessa nel precedente canto e ammaestra li cristiani intorno a li voti ch'elli fanno a Dio; ed entrasi nel cielo di Mercurio, e qui comincia la seconda parte di questa cantica.]
«S'io ti fiammeggio nel caldo
d'amore
di là dal modo che 'n terra si vede,
sì che del viso tuo vinco il
valore,
non ti maravigliar, ché ciò
procede
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move
il piede.
Io veggio ben sì come già
resplende
ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
che, vista, sola e sempre
amore accende;
e s'altra cosa vostro amor
seduce,
non è se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi
traluce.
Tu vuo' saper se con altro
servigio,
per manco voto, si può render tanto
che l'anima sicuri di
letigio».
Sì cominciò Beatrice questo
canto;
e sì com' uom che suo parlar non spezza,
continüò così 'l processo
santo:
«Lo maggior don che Dio per sua
larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch'e'
più apprezza,
fu de la volontà la
libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son
dotate.
Or ti parrà, se tu quinci
argomenti,
l'alto valor del voto, s'è sì fatto
che Dio consenta quando tu
consenti;
ché, nel fermar tra Dio e l'omo
il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col
suo atto.
Dunque che render puossi per
ristoro?
Se credi bene usar quel c'hai offerto,
di maltolletto vuo' far
buon lavoro.
Tu se' omai del maggior punto
certo;
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
che par contra lo ver ch'i'
t'ho scoverto,
convienti ancor sedere un poco
a mensa,
però che 'l cibo rigido c'hai preso,
richiede ancora aiuto a tua
dispensa.
Apri la mente a quel ch'io ti
paleso
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere
inteso.
Due cose si convegnono a
l'essenza
di questo sacrificio: l'una è quella
di che si fa; l'altr' è la
convenenza.
Quest' ultima già mai non si
cancella
se non servata; e intorno di lei
sì preciso di sopra si
favella:
però necessitato fu a li
Ebrei
pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
sì permutasse, come saver
dei.
L'altra, che per materia t'è
aperta,
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si
converta.
Ma non trasmuti carco a la sua
spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de
la gialla;
e ogne permutanza credi
stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
come 'l quattro nel sei non è
raccolta.
Però qualunque cosa tanto
pesa
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si può con altra
spesa.
Non prendan li mortali il voto
a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima
mancia;
cui più si convenia dicer 'Mal
feci',
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca
de' Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel
volto,
e fé pianger di sé i folli e i savi
ch'udir parlar di così fatto
cólto.
Siate, Cristiani, a muovervi
più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch'ogne
acqua vi lavi.
Avete il novo e 'l vecchio
Testamento,
e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a
vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi
grida,
uomini siate, e non pecore matte,
sì che 'l Giudeo di voi tra voi
non rida!
Non fate com' agnel che lascia
il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer
combatte!».
Così Beatrice a me com' ïo
scrivo;
poi si rivolse tutta disïante
a quella parte ove 'l mondo è più
vivo.
Lo suo tacere e 'l trasmutar
sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni
avea davante;
e sì come saetta che nel
segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo
regno.
Quivi la donna mia vid' io sì
lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé 'l
pianeta.
E se la stella si cambiò e
rise,
qual mi fec' io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte
guise!
Come 'n peschiera ch'è
tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo
stimin lor pastura,
sì vid' io ben più di mille
splendori
trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia:
«Ecco chi crescerà li
nostri amori».
E sì come ciascuno a noi
venìa,
vedeasi l'ombra piena di letizia
nel folgór chiaro che di lei
uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui
s'inizia
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa
carizia;
e per te vederai come da
questi
m'era in disio d'udir lor condizioni,
sì come a li occhi mi fur
manifesti.
«O bene nato a cui veder li
troni
del trïunfo etternal concede grazia
prima che la milizia
s'abbandoni,
del lume che per tutto il ciel
si spazia
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer
ti sazia».
Così da un di quelli spirti
pii
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
sicuramente, e credi come a
dii».
«Io veggio ben sì come tu
t'annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch' e' corusca
sì come tu ridi;
ma non so chi tu se', né perché
aggi,
anima degna, il grado de la spera
che si vela a' mortai con altrui
raggi».
Questo diss' io diritto a la
lumera
che pria m'avea parlato; ond' ella fessi
lucente più assai di quel
ch'ell' era.
Sì come il sol che si cela elli
stessi
per troppa luce, come 'l caldo ha róse
le temperanze d'i vapori
spessi,
per più letizia sì mi si
nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi
rispuose
nel modo che 'l seguente canto canta.
CANTO VI
[Canto VI, dove, nel cielo di Mercurio, Iustiniano imperadore sotto brevità narra tutti li grandi fatti operati per li Romani sotto la 'nsegna de l'aquila, da l'avvenimento di Enea in Italia infino al tempo di Longobardi; e alcune cose si dicono qui in laude di Romeo visconte del conte Ramondo Berlinghieri di Proenza.]
«Poscia che Costantin l'aquila
volse
contr' al corso del ciel, ch'ella seguio
dietro a l'antico che
Lavina tolse,
cento e cent' anni e più
l'uccel di Dio
ne lo stremo d'Europa si ritenne,
vicino a' monti de' quai
prima uscìo;
e sotto l'ombra de le sacre
penne
governò 'l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia
pervenne.
Cesare fui e son
Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi
trassi il troppo e 'l vano.
E prima ch'io a l'ovra fossi
attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era
contento;
ma 'l benedetto Agapito, che
fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole
sue.
Io li credetti; e ciò che 'n
sua fede era,
vegg' io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e
falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i
piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l'alto lavoro, e tutto 'n lui
mi diedi;
e al mio Belisar commendai
l'armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch'i' dovessi
posarmi.
Or qui a la question prima
s'appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna
giunta,
perché tu veggi con quanta
ragione
si move contr' al sacrosanto segno
e chi 'l s'appropria e chi a
lui s'oppone.
Vedi quanta virtù l'ha fatto
degno
di reverenza; e cominciò da l'ora
che Pallante morì per darli
regno.
Tu sai ch'el fece in Alba sua
dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a' tre pugnar
per lui ancora.
E sai ch'el fé dal mal de le
Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti
vicine.
Sai quel ch'el fé portato da li
egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri
principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che
dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier
mirro.
Esso atterrò l'orgoglio de li
Aràbi
che di retro ad Anibale passaro
l'alpestre rocce, Po, di che tu
labi.
Sott' esso giovanetti
trïunfaro
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto 'l qual tu nascesti
parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto
'l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma
il tolle.
E quel che fé da Varo infino a
Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è
pieno.
Quel che fé poi ch'elli uscì di
Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né
penna.
Inver' la Spagna rivolse lo
stuolo,
poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch'al Nil caldo si sentì
del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si
mosse,
rivide e là dov' Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si
scosse.
Da indi scese folgorando a
Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana
tuba.
Di quel che fé col baiulo
seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu
dolente.
Piangene ancor la trista
Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e
atra.
Con costui corse infino al lito
rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il
suo delubro.
Ma ciò che 'l segno che parlar
mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch'a lui
soggiace,
diventa in apparenza poco e
scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto
puro;
ché la viva giustizia che mi
spira,
li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta a
la sua ira.
Or qui t'ammira in ciò ch'io ti
replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato
antico.
E quando il dente longobardo
morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la
soccorse.
Omai puoi giudicar di quei
cotali
ch'io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti
vostri mali.
L'uno al pubblico segno i gigli
gialli
oppone, e l'altro appropria quello a parte,
sì ch'è forte a veder
chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian
lor arte
sott' altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e
lui diparte;
e non l'abbatta esto Carlo
novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch'a più alto leon trasser
lo vello.
Molte fïate già pianser li
figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l'armi per
suoi gigli!
Questa picciola stella si
correda
d'i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li
succeda:
e quando li disiri poggian
quivi,
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin
men vivi.
Ma nel commensurar d'i nostri
gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né
maggi.
Quindi addolcisce la viva
giustizia
in noi l'affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna
nequizia.
Diverse voci fanno dolci
note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste
rote.
E dentro a la presente
margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l'ovra grande e bella mal
gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra
lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare
altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna
reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e
peregrina.
E poi il mosser le parole
biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque
per diece,
indi partissi povero e
vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a
frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe».
CANTO VII
[Canto VII, nel quale Beatrice mostra come la vendetta fatta per Tito de la morte di Gesù Cristo nostro Salvatore fue giusta, essendo la morte di Gesù Cristo giusta per ricomperamento de l'umana generazione e solvimento del peccato del primo padre.]
«Osanna, sanctus
Deus sabaòth,
superillustrans claritate tua
felices ignes horum
malacòth!».
Così, volgendosi a la nota
sua,
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume
s'addua;
ed essa e l'altre mossero a sua
danza,
e quasi velocissime faville
mi si velar di sùbita
distanza.
Io dubitava e dicea 'Dille,
dille!'
fra me, 'dille' dicea, 'a la mia donna
che mi diseta con le dolci
stille'.
Ma quella reverenza che
s'indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava
come l'uom ch'assonna.
Poco sofferse me cotal
Beatrice
e cominciò, raggiandomi d'un riso
tal, che nel foco faria l'uom
felice:
«Secondo mio infallibile
avviso,
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t'ha in pensier
miso;
ma io ti solverò tosto la
mente;
e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran
presente.
Per non soffrire a la virtù che
vole
freno a suo prode, quell' uom che non nacque,
dannando sé, dannò
tutta sua prole;
onde l'umana specie inferma
giacque
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch'al Verbo di Dio
discender piacque
u' la natura, che dal suo
fattore
s'era allungata, unì a sé in persona
con l'atto sol del suo
etterno amore.
Or drizza il viso a quel ch'or
si ragiona:
questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera
e buona;
ma per sé stessa pur fu ella
sbandita
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua
vita.
La pena dunque che la croce
porse
s'a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente
morse;
e così nulla fu di tanta
ingiura,
guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal
natura.
Però d'un atto uscir cose
diverse:
ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
per lei tremò la terra e
'l ciel s'aperse.
Non ti dee oramai parer più
forte,
quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta
corte.
Ma io veggi' or la tua mente
ristretta
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran
disio solver s'aspetta.
Tu dici: "Ben discerno ciò
ch'i' odo;
ma perché Dio volesse, m'è occulto,
a nostra redenzion pur
questo modo".
Questo decreto, frate, sta
sepulto
a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d'amor non è
adulto.
Veramente, però ch'a questo
segno
molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più
degno.
La divina bontà, che da sé
sperne
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
sì che dispiega le bellezze
etterne.
Ciò che da lei sanza mezzo
distilla
non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand' ella
sigilla.
Ciò che da essa sanza mezzo
piove
libero è tutto, perché non soggiace
a la virtute de le cose
nove.
Più l'è conforme, e però più le
piace;
ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più
vivace.
Di tutte queste dote
s'avvantaggia
l'umana creatura, e s'una manca,
di sua nobilità convien che
caggia.
Solo il peccato è quel che la
disfranca
e falla dissimìle al sommo bene,
per che del lume suo poco
s'imbianca;
e in sua dignità mai non
rivene,
se non rïempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste
pene.
Vostra natura, quando peccò
tota
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu
remota;
né ricovrar potiensi, se tu
badi
ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi
guadi:
o che Dio solo per sua
cortesia
dimesso avesse, o che l'uom per sé isso
avesse sodisfatto a sua
follia.
Ficca mo l'occhio per entro
l'abisso
de l'etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente
fisso.
Non potea l'uomo ne' termini
suoi
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedïendo
poi,
quanto disobediendo intese ir
suso;
e questa è la cagion per che l'uom fue
da poter sodisfar per sé
dischiuso.
Dunque a Dio convenia con le
vie sue
riparar l'omo a sua intera vita,
dico con l'una, o ver con
amendue.
Ma perché l'ovra tanto è più
gradita
da l'operante, quanto più appresenta
de la bontà del core ond'
ell' è uscita,
la divina bontà che 'l mondo
imprenta,
di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu
contenta.
Né tra l'ultima notte e 'l
primo die
sì alto o sì magnifico processo,
o per l'una o per l'altra, fu o
fie:
ché più largo fu Dio a dar sé
stesso
per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
che s'elli avesse sol da sé
dimesso;
e tutti li altri modi erano
scarsi
a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
non fosse umilïato ad
incarnarsi.
Or per empierti bene ogne
disio,
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perché tu veggi lì così com'
io.
Tu dici: "Io veggio l'acqua, io
veggio il foco,
l'aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione,
e durar poco;
e queste cose pur furon
creature;
per che, se ciò ch'è detto è stato vero,
esser dovrien da
corruzion sicure".
Li angeli, frate, e 'l paese
sincero
nel qual tu se', dir si posson creati,
sì come sono, in loro
essere intero;
ma li alimenti che tu hai
nomati
e quelle cose che di lor si fanno
da creata virtù sono
informati.
Creata fu la materia ch'elli
hanno;
creata fu la virtù informante
in queste stelle che 'ntorno a lor
vanno.
L'anima d'ogne bruto e de le
piante
di complession potenzïata tira
lo raggio e 'l moto de le luci
sante;
ma vostra vita sanza mezzo
spira
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la
disira.
E quinci puoi argomentare
ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi
allora
che li primi parenti intrambo fensi».
CANTO VIII
[Canto VIII, nel quale si manifestano alcune questioni per Carlo giovane, re d'Ungheria, il quale si mostroe nel circulo di Venere; e qui comincia la terza parte di questa cantica.]
Solea creder lo mondo in suo
periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo
epiciclo;
per che non pur a lei faceano
onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico
errore;
ma Dïone onoravano e
Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in
grembo a Dido;
e da costei ond' io principio
piglio
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa
or da ciglio.
Io non m'accorsi del salire in
ella;
ma d'esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch'i' vidi far più
bella.
E come in fiamma favilla si
vede,
e come in voce voce si discerne,
quand' una è ferma e altra va e
riede,
vid' io in essa luce altre
lucerne
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste
interne.
Di fredda nube non disceser
venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e
lenti
a chi avesse quei lumi
divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti
Serafini;
e dentro a quei che più innanzi
appariro
sonava 'Osanna' sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza
disiro.
Indi si fece l'un più presso a
noi
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti
gioi.
Noi ci volgiam coi principi
celesti
d'un giro e d'un girare e d'una sete,
ai quali tu del mondo già
dicesti:
'Voi che 'ntendendo il terzo
ciel movete';
e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,
non fia men
dolce un poco di quïete».
Poscia che li occhi miei si
fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé
contenti e certi,
rivolsersi a la luce che
promessa
tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande
affetto impressa.
E quanta e quale vid' io lei
far piùe
per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze
sue!
Così fatta, mi disse: «Il mondo
m'ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non
sarebbe.
La mia letizia mi ti tien
celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta
fasciato.
Assai m'amasti, e avesti ben
onde;
che s'io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che
le fronde.
Quella sinistra riva che si
lava
di Rodano poi ch'è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo
m'aspettava,
e quel corno d'Ausonia che
s'imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare
sgorga.
Fulgeami già in fronte la
corona
di quella terra che 'l Danubio riga
poi che le ripe tedesche
abbandona.
E la bella Trinacria, che
caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior
briga,
non per Tifeo ma per nascente
solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di
Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre
accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: "Mora,
mora!".
E se mio frate questo
antivedesse,
l'avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li
offendesse;
ché veramente proveder
bisogna
per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca
carcata più d'incarco non
si pogna.
La sua natura, che di larga
parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in
arca».
«Però ch'i' credo che l'alta
letizia
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
là 've ogne ben si
termina e s'inizia,
per te si veggia come la vegg'
io,
grata m'è più; e anco quest' ho caro
perché 'l discerni rimirando in
Dio.
Fatto m'hai lieto, e così mi fa
chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
com' esser può, di dolce
seme, amaro».
Questo io a lui; ed elli a me:
«S'io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come
tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che
tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi
corpi grandi.
E non pur le nature
provedute
sono in la mente ch'è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor
salute:
per che quantunque quest' arco
saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno
diretta.
Se ciò non fosse, il ciel che
tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma
ruine;
e ciò esser non può, se li
'ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che
non li ha perfetti.
Vuo' tu che questo ver più ti
s'imbianchi?».
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in
quel ch'è uopo, stanchi».
Ond' elli ancora: «Or dì:
sarebbe il peggio
per l'omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos'
io; «e qui ragion non cheggio».
«E puot' elli esser, se giù non
si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se 'l maestro vostro ben vi
scrive».
Sì venne deducendo infino a
quici;
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti
le radici:
per ch'un nasce Solone e altro
Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l'aere, il
figlio perse.
La circular natura, ch'è
suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l'un da
l'altro ostello.
Quinci addivien ch'Esaù si
diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a
Marte.
Natura generata il suo
cammino
simil farebbe sempre a' generanti,
se non vincesse il proveder
divino.
Or quel che t'era dietro t'è
davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che
t'ammanti.
Sempre natura, se fortuna
trova
discorde a sé, com' ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala
prova.
E se 'l mondo là giù ponesse
mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la
gente.
Ma voi torcete a la
religïone
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch'è da
sermone;
onde la traccia vostra è fuor di strada».
CANTO IX
[Canto IX, nel quale parla madonna Cunizza di Romano, antidicendo alcuna cosa de la Marca di Trevigi; e parla Folco di Marsilia che fue vescovo d'essa.]
Da poi che Carlo tuo, bella
Clemenza,
m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni
che ricever dovea la sua
semenza;
ma disse: «Taci e lascia muover
li anni»;
sì ch'io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro
ai vostri danni.
E già la vita di quel lume
santo
rivolta s'era al Sol che la rïempie
come quel ben ch'a ogne cosa è
tanto.
Ahi anime ingannate e fatture
empie,
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre
tempie!
Ed ecco un altro di quelli
splendori
ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
significava nel chiarir
di fori.
Li occhi di Bëatrice, ch'eran
fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato
fermi.
«Deh, metti al mio voler tosto
compenso,
beato spirto», dissi, «e fammi prova
ch'i' possa in te refletter
quel ch'io penso!».
Onde la luce che m'era ancor
nova,
del suo profondo, ond' ella pria cantava,
seguette come a cui di ben
far giova:
«In quella parte de la terra
prava
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di
Piava,
si leva un colle, e non surge
molt' alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande
assalto.
D'una radice nacqui e io ed
ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d'esta
stella;
ma lietamente a me medesma
indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al
vostro vulgo.
Di questa luculenta e cara
gioia
del nostro cielo che più m'è propinqua,
grande fama rimase; e pria
che moia,
questo centesimo anno ancor
s'incinqua:
vedi se far si dee l'omo eccellente,
sì ch'altra vita la prima
relinqua.
E ciò non pensa la turba
presente
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si
pente;
ma tosto fia che Padova al
palude
cangerà l'acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti
crude;
e dove Sile e Cagnan
s'accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui
carpir si fa la ragna.
Piangerà Feltro ancora la
difalta
de l'empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non
s'entrò in malta.
Troppo sarebbe larga la
bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi 'l pesasse a
oncia a oncia,
che donerà questo prete
cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del
paese.
Sù sono specchi, voi dicete
Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion
buoni».
Qui si tacette; e fecemi
sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com' era
davante.
L'altra letizia, che m'era già
nota
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol
percuota.
Per letiziar là sù fulgor
s'acquista,
sì come riso qui; ma giù s'abbuia
l'ombra di fuor, come la
mente è trista.
«Dio vede tutto, e tuo veder
s'inluia»,
diss' io, «beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot'
esser fuia.
Dunque la voce tua, che 'l ciel
trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la
coculla,
perché non satisface a' miei
disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu
t'inmii».
«La maggior valle in che
l'acqua si spanda»,
incominciaro allor le sue parole,
«fuor di quel mar
che la terra inghirlanda,
tra ' discordanti liti contra
'l sole
tanto sen va, che fa meridïano
là dove l'orizzonte pria far
suole.
Di quella valle fu' io
litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal
Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un
orto
Buggea siede e la terra ond' io fui,
che fé del sangue suo già caldo
il porto.
Folco mi disse quella gente a
cui
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s'imprenta, com' io fe' di
lui;
ché più non arse la figlia di
Belo,
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al
pelo;
né quella Rodopëa che
delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe
rinchiusa.
Non però qui si pente, ma si
ride,
non de la colpa, ch'a mente non torna,
ma del valor ch'ordinò e
provide.
Qui si rimira ne l'arte
ch'addorna
cotanto affetto, e discernesi 'l bene
per che 'l mondo di sù
quel di giù torna.
Ma perché tutte le tue voglie
piene
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi
convene.
Tu vuo' saper chi è in questa
lumera
che qui appresso me così scintilla
come raggio di sole in acqua
mera.
Or sappi che là entro si
tranquilla
Raab; e a nostr' ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si
sigilla.
Da questo cielo, in cui l'ombra
s'appunta
che 'l vostro mondo face, pria ch'altr' alma
del trïunfo di
Cristo fu assunta.
Ben si convenne lei lasciar per
palma
in alcun cielo de l'alta vittoria
che s'acquistò con l'una e l'altra
palma,
perch' ella favorò la prima
gloria
di Iosüè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la
memoria.
La tua città, che di colui è
pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la 'nvidia tanto
pianta,
produce e spande il maladetto
fiore
c'ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del
pastore.
Per questo l'Evangelio e i
dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a'
lor vivagni.
A questo intende il papa e '
cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabrïello aperse
l'ali.
Ma Vaticano e l'altre parti
elette
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro
seguette,
tosto libere fien de l'avoltero».
CANTO X
[Canto X, nel quale santo Tommaso d'Aquino de l'ordine de' Frati Predicatori parla nel cielo del Sole; e qui comincia la quarta parte.]
Guardando nel suo Figlio con
l'Amore
che l'uno e l'altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile
Valore
quanto per mente e per loco si
gira
con tant' ordine fé, ch'esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò
rimira.
Leva dunque, lettore, a l'alte
rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l'un moto e l'altro si
percuote;
e lì comincia a vagheggiar ne
l'arte
di quel maestro che dentro a sé l'ama,
tanto che mai da lei
l'occhio non parte.
Vedi come da indi si
dirama
l'oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li
chiama.
Che se la strada lor non fosse
torta,
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giù
morta;
e se dal dritto più o men
lontano
fosse 'l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l'ordine
mondano.
Or ti riman, lettor, sovra 'l
tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai
prima che stanco.
Messo t'ho innanzi: omai per te
ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond' io son fatto
scriba.
Lo ministro maggior de la
natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo
ne misura,
con quella parte che sù si
rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora
s'appresenta;
e io era con lui; ma del
salire
non m'accors' io, se non com' uom s'accorge,
anzi 'l primo pensier,
del suo venire.
È Bëatrice quella che sì
scorge
di bene in meglio, sì subitamente
che l'atto suo per tempo non si
sporge.
Quant' esser convenia da sé
lucente
quel ch'era dentro al sol dov' io entra'mi,
non per color, ma per
lume parvente!
Perch' io lo 'ngegno e l'arte e
l'uso chiami,
sì nol direi che mai s'imaginasse;
ma creder puossi e di
veder si brami.
E se le fantasie nostre son
basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra 'l sol non fu occhio
ch'andasse.
Tal era quivi la quarta
famiglia
de l'alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come
figlia.
E Bëatrice cominciò:
«Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo
sensibil t'ha
levato per sua grazia».
Cor di mortal non fu mai sì
digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto 'l suo gradir cotanto
presto,
come a quelle parole mi fec'
io;
e sì tutto 'l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne
l'oblio.
Non le dispiacque; ma sì se ne
rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose
divise.
Io vidi più folgór vivi e
vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in
vista lucenti:
così cinger la figlia di
Latona
vedem talvolta, quando l'aere è pregno,
sì che ritenga il fil che
fa la zona.
Ne la corte del cielo, ond' io
rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar
del regno;
e 'l canto di quei lumi era di
quelle;
chi non s'impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le
novelle.
Poi, sì cantando, quelli
ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a'
fermi poli,
donne mi parver, non da ballo
sciolte,
ma che s'arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno
ricolte.
E dentro a l'un senti'
cominciar: «Quando
lo raggio de la grazia, onde s'accende
verace amore e
che poi cresce amando,
multiplicato in te tanto
resplende,
che ti conduce su per quella scala
u' sanza risalir nessun
discende;
qual ti negasse il vin de la
sua fiala
per la tua sete, in libertà non fora
se non com' acqua ch'al mar
non si cala.
Tu vuo' saper di quai piante
s'infiora
questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
la bella donna ch'al ciel
t'avvalora.
Io fui de li agni de la santa
greggia
che Domenico mena per cammino
u' ben s'impingua se non si
vaneggia.
Questi che m'è a destra più
vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas
d'Aquino.
Se sì di tutti li altri esser
vuo' certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo
beato serto.
Quell' altro fiammeggiare esce
del riso
di Grazïan, che l'uno e l'altro foro
aiutò sì che piace in
paradiso.
L'altro ch'appresso addorna il
nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa
suo tesoro.
La quinta luce, ch'è tra noi
più bella,
spira di tale amor, che tutto 'l mondo
là giù ne gola di saper
novella:
entro v'è l'alta mente u' sì
profondo
saver fu messo, che, se 'l vero è vero,
a veder tanto non surse
il secondo.
Appresso vedi il lume di quel
cero
che giù in carne più a dentro vide
l'angelica natura e 'l
ministero.
Ne l'altra piccioletta luce
ride
quello avvocato de' tempi cristiani
del cui latino Augustin si
provide.
Or se tu l'occhio de la mente
trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l'ottava con sete
rimani.
Per vedere ogne ben dentro vi
gode
l'anima santa che 'l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben
ode.
Lo corpo ond' ella fu cacciata
giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa
pace.
Vedi oltre fiammeggiar
l'ardente spiro
d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più
che viro.
Questi onde a me ritorna il tuo
riguardo,
è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri
gravi a morir li parve
venir tardo:
essa è la luce etterna di
Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidïosi
veri».
Indi, come orologio che ne
chiami
ne l'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché
l'ami,
che l'una parte e l'altra tira
e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l ben disposto spirto
d'amor turge;
così vid' ïo la gloriosa
rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch'esser non pò
nota
se non colà dove gioir s'insempra.
CANTO XI
[Canto XI, nel quale il detto frate in gloria di san Francesco sotto brevitate racconta la sua vita tutta, e riprende i suoi frati, ché pochi sono quelli che '1 seguitino.]
O insensata cura de'
mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter
l'ali!
Chi dietro a iura e chi
ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o
per sofismi,
e chi rubare e chi civil
negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s'affaticava e chi si dava a
l'ozio,
quando, da tutte queste cose
sciolto,
con Bëatrice m'era suso in cielo
cotanto glorïosamente
accolto.
Poi che ciascuno fu tornato ne
lo
punto del cerchio in che avanti s'era,
fermossi, come a candellier
candelo.
E io senti' dentro a quella
lumera
che pria m'avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più
mera:
«Così com' io del suo raggio
resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde
cagioni apprendo.
Tu dubbi, e hai voler che si
ricerna
in sì aperta e 'n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch'al tuo sentir
si sterna,
ove dinanzi dissi: "U' ben
s'impingua",
e là u' dissi: "Non nacque il secondo";
e qui è uopo che ben
si distingua.
La provedenza, che governa il
mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che
vada al fondo,
però che andasse ver' lo suo
diletto
la sposa di colui ch'ad alte grida
disposò lei col sangue
benedetto,
in sé sicura e anche a lui più
fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per
guida.
L'un fu tutto serafico in
ardore;
l'altro per sapïenza in terra fue
di cherubica luce uno
splendore.
De l'un dirò, però che
d'amendue
si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,
perch' ad un fine fur
l'opere sue.
Intra Tupino e l'acqua che
discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d'alto monte
pende,
onde Perugia sente freddo e
caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con
Gualdo.
Di questa costa, là dov' ella
frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta
di Gange.
Però chi d'esso loco fa
parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Orïente, se proprio dir
vuole.
Non era ancor molto lontan da
l'orto,
ch'el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun
conforto;
ché per tal donna, giovinetto,
in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer
nessun diserra;
e dinanzi a la sua spirital
corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l'amò più
forte.
Questa, privata del primo
marito,
millecent' anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette
sanza invito;
né valse udir che la trovò
sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch'a tutto 'l mondo fé
paura;
né valse esser costante né
feroce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la
croce.
Ma perch' io non proceda troppo
chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar
diffuso.
La lor concordia e i lor lieti
sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di
pensier santi;
tanto che 'l venerabile
Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li
parve esser tardo.
Oh ignota ricchezza! oh ben
ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa
piace.
Indi sen va quel padre e quel
maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l'umile
capestro.
Né li gravò viltà di cuor le
ciglia
per esser fi' di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a
maraviglia;
ma regalmente sua dura
intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua
religïone.
Poi che la gente poverella
crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si
canterebbe,
di seconda corona
redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto
archimandrita.
E poi che, per la sete del
martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che
'l seguiro,
e per trovare a conversione
acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de
l'italica erba,
nel crudo sasso intra Tevero e
Arno
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni
portarno.
Quando a colui ch'a tanto ben
sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch'el meritò nel suo farsi
pusillo,
a' frati suoi, sì com' a giuste
rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l'amassero a
fede;
e del suo grembo l'anima
preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle
altra bara.
Pensa oramai qual fu colui che
degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto
segno;
e questo fu il nostro
patrïarca;
per che qual segue lui, com' el comanda,
discerner puoi che
buone merce carca.
Ma 'l suo pecuglio di nova
vivanda
è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote
che per diversi salti non
si spanda;
e quanto le sue pecore
remote
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l'ovil di latte
vòte.
Ben son di quelle che temono 'l
danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco
panno.
Or, se le mie parole non son
fioche,
se la tua audïenza è stata attenta,
se ciò ch'è detto a la mente
revoche,
in parte fia la tua voglia
contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra' il corrègger
che argomenta
"U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».
CANTO XII
[Canto XII, nel quale frate Bonaventura da Bagnoregio in gloria di santo Dominico parla e brevemente la sua vita narra.]
Sì tosto come l'ultima
parola
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominciò la santa
mola;
e nel suo giro tutta non si
volse
prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a
canto colse;
canto che tanto vince nostre
muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch'e'
refuse.
Come si volgon per tenera
nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella
iube,
nascendo di quel d'entro quel
di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch'amor consunse come sol
vapori,
e fanno qui la gente esser
presaga,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non
s'allaga:
così di quelle sempiterne
rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l'estrema a l'intima
rispuose.
Poi che 'l tripudio e l'altra
festa grande,
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudïose
e blande,
insieme a punto e a voler
quetarsi,
pur come li occhi ch'al piacer che i move
conviene insieme
chiudere e levarsi;
del cor de l'una de le luci
nove
si mosse voce, che l'ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo
dove;
e cominciò: «L'amor che mi fa
bella
mi tragge a ragionar de l'altro duca
per cui del mio sì ben ci si
favella.
Degno è che, dov' è l'un,
l'altro s'induca:
sì che, com' elli ad una militaro,
così la gloria loro
insieme luca.
L'essercito di Cristo, che sì
caro
costò a rïarmar, dietro a la 'nsegna
si movea tardo, sospeccioso e
raro,
quando lo 'mperador che sempre
regna
provide a la milizia, ch'era in forse,
per sola grazia, non per
esser degna;
e, come è detto, a sua sposa
soccorse
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvïato si
raccorse.
In quella parte ove surge ad
aprire
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa
rivestire,
non molto lungi al percuoter de
l'onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom
si nasconde,
siede la fortunata
Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e
soggioga:
dentro vi nacque l'amoroso
drudo
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a' suoi e a' nemici
crudo;
e come fu creata, fu
repleta
sì la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece
profeta.
Poi che le sponsalizie fuor
compiute
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u' si dotar di mutüa
salute,
la donna che per lui l'assenso
diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch'uscir dovea di lui e de le
rede;
e perché fosse qual era in
costrutto,
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era
tutto.
Domenico fu detto; e io ne
parlo
sì come de l'agricola che Cristo
elesse a l'orto suo per
aiutarlo.
Ben parve messo e famigliar di
Cristo:
ché 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio
che diè Cristo.
Spesse fïate fu tacito e
desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: 'Io son venuto a
questo'.
Oh padre suo veramente
Felice!
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si
dice!
Non per lo mondo, per cui mo
s'affanna
di retro ad Ostïense e a Taddeo,
ma per amor de la verace
manna
in picciol tempo gran dottor si
feo;
tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se 'l vignaio
è reo.
E a la sedia che fu già
benigna
più a' poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che
traligna,
non dispensare o due o tre per
sei,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum
Dei,
addimandò, ma contro al mondo
errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro
piante.
Poi, con dottrina e con volere
insieme,
con l'officio appostolico si mosse
quasi torrente ch'alta vena
preme;
e ne li sterpi eretici
percosse
l'impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più
grosse.
Di lui si fecer poi diversi
rivi
onde l'orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più
vivi.
Se tal fu l'una rota de la
biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil
briga,
ben ti dovrebbe assai esser
palese
l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì
cortese.
Ma l'orbita che fé la parte
somma
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch'è la muffa dov' era la
gromma.
La sua famiglia, che si mosse
dritta
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di
retro gitta;
e tosto si vedrà de la
ricolta
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l'arca li sia
tolta.
Ben dico, chi cercasse a foglio
a foglio
nostro volume, ancor troveria carta
u' leggerebbe "I' mi son quel
ch'i' soglio";
ma non fia da Casal né
d'Acquasparta,
là onde vegnon tali a la scrittura,
ch'uno la fugge e altro
la coarta.
Io son la vita di
Bonaventura
da Bagnoregio, che ne' grandi offici
sempre pospuosi la
sinistra cura.
Illuminato e Augustin son
quici,
che fuor de' primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero
amici.
Ugo da San Vittore è qui con
elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici
libelli;
Natàn profeta e 'l
metropolitano
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch'a la prim' arte degnò
porre mano.
Rabano è qui, e lucemi
dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico
dotato.
Ad inveggiar cotanto
paladino
mi mosse l'infiammata cortesia
di fra Tommaso e 'l discreto
latino;
e mosse meco questa compagnia».
CANTO XIII
[Canto XIII, nel quale san Tommaso d'Aquino, de l'ordine d'i frati predicatori solve una questione toccata di sopra da Salamone.]
Imagini, chi bene intender
cupe
quel ch'i' or vidi — e ritegna l'image,
mentre ch'io dico, come ferma
rupe —,
quindici stelle che 'n diverse
plage
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l'aere ogne
compage;
imagini quel carro a cu' il
seno
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch'al volger del temo non
vien meno;
imagini la bocca di quel
corno
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va
dintorno,
aver fatto di sé due segni in
cielo,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sentì di morte il
gelo;
e l'un ne l'altro aver li raggi
suoi,
e amendue girarsi per maniera
che l'uno andasse al primo e l'altro
al poi;
e avrà quasi l'ombra de la
vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov' io
era:
poi ch'è tanto di là da nostra
usanza,
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li
altri avanza.
Lì si cantò non Bacco, non
Peana,
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e
l'umana.
Compié 'l cantare e 'l volger
sua misura;
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando sé di cura in
cura.
Ruppe il silenzio ne' concordi
numi
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata
fumi,
e disse: «Quando l'una paglia è
trita,
quando la sua semenza è già riposta,
a batter l'altra dolce amor
m'invita.
Tu credi che nel petto onde la
costa
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto 'l mondo
costa,
e in quel che, forato da la
lancia,
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d'ogne colpa vince la
bilancia,
quantunque a la natura umana
lece
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l'uno e l'altro
fece;
e però miri a ciò ch'io dissi
suso,
quando narrai che non ebbe 'l secondo
lo ben che ne la quinta luce è
chiuso.
Or apri li occhi a quel ch'io
ti rispondo,
e vedräi il tuo credere e 'l mio dire
nel vero farsi come
centro in tondo.
Ciò che non more e ciò che può
morire
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il
nostro Sire;
ché quella viva luce che sì
mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l'amor ch'a lor
s'intrea,
per sua bontate il suo raggiare
aduna,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi
una.
Quindi discende a l'ultime
potenze
giù d'atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi
contingenze;
e queste contingenze essere
intendo
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel
movendo.
La cera di costoro e chi la
duce
non sta d'un modo; e però sotto 'l segno
idëale poi più e men
traluce.
Ond' elli avvien ch'un medesimo
legno,
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso
ingegno.
Se fosse a punto la cera
dedutta
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel
parrebbe tutta;
ma la natura la dà sempre
scema,
similemente operando a l'artista
ch'a l'abito de l'arte ha man che
trema.
Però se 'l caldo amor la chiara
vista
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi
s'acquista.
Così fu fatta già la terra
degna
di tutta l'animal perfezïone;
così fu fatta la Vergine
pregna;
sì ch'io commendo tua
oppinïone,
che l'umana natura mai non fue
né fia qual fu in quelle due
persone.
Or s'i' non procedesse avanti
piùe,
'Dunque, come costui fu sanza pare?'
comincerebber le parole
tue.
Ma perché paia ben ciò che non
pare,
pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
quando fu detto "Chiedi", a
dimandare.
Non ho parlato sì, che tu non
posse
ben veder ch'el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente
fosse;
non per sapere il numero in che
enno
li motor di qua sù, o se necesse
con contingente mai
necesse fenno;
non si est dare primum motum
esse,
o se del mezzo cerchio far si puote
trïangol sì ch'un retto non
avesse.
Onde, se ciò ch'io dissi e
questo note,
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia
intenzion percuote;
e se al "surse" drizzi li occhi
chiari,
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ' buon
son rari.
Con questa distinzion prendi 'l
mio detto;
e così puote star con quel che credi
del primo padre e del
nostro Diletto.
E questo ti sia sempre piombo
a' piedi,
per farti mover lento com' uom lasso
e al sì e al no che tu non
vedi:
ché quelli è tra li stolti bene
a basso,
che sanza distinzione afferma e nega
ne l'un così come ne l'altro
passo;
perch' elli 'ncontra che più
volte piega
l'oppinïon corrente in falsa parte,
e poi l'affetto
l'intelletto lega.
Vie più che 'ndarno da riva si
parte,
perché non torna tal qual e' si move,
chi pesca per lo vero e non
ha l'arte.
E di ciò sono al mondo aperte
prove
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapëan
dove;
sì fé Sabellio e Arrio e quelli
stolti
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti
volti.
Non sien le genti, ancor,
troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria
che sien mature;
ch'i' ho veduto tutto 'l verno
prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la
cima;
e legno vidi già dritto e
veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l'intrar de
la foce.
Non creda donna Berta e ser
Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio
divino;
ché quel può surgere, e quel può cadere».
CANTO XIV
[Canto XIV, nel quale Salamone solve alcuna cosa dubitata; e montasi ne la stella di Marte. La quinta parte comincia qui.]
Dal centro al cerchio, e sì dal
cerchio al centro
movesi l'acqua in un ritondo vaso,
secondo ch'è percosso
fuori o dentro:
ne la mia mente fé sùbito
caso
questo ch'io dico, sì come si tacque
la glorïosa vita di
Tommaso,
per la similitudine che
nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo
lui, piacque:
«A costui fa mestieri, e nol vi
dice
né con la voce né pensando ancora,
d'un altro vero andare a la
radice.
Diteli se la luce onde
s'infiora
vostra sustanza, rimarrà con voi
etternalmente sì com' ell' è
ora;
e se rimane, dite come,
poi
che sarete visibili rifatti,
esser porà ch'al veder non vi
nòi».
Come, da più letizia pinti e
tratti,
a la fïata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li
atti,
così, a l'orazion pronta e
divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira
nota.
Qual si lamenta perché qui si
moia
per viver colà sù, non vide quive
lo refrigerio de l'etterna
ploia.
Quell' uno e due e tre che
sempre vive
e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
non circunscritto, e
tutto circunscrive,
tre volte era cantato da
ciascuno
di quelli spirti con tal melodia,
ch'ad ogne merto saria giusto
muno.
E io udi' ne la luce più
dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l'angelo a
Maria,
risponder: «Quanto fia lunga la
festa
di paradiso, tanto il nostro amore
si raggerà dintorno cotal
vesta.
La sua chiarezza séguita
l'ardore;
l'ardor la visïone, e quella è tanta,
quant' ha di grazia sovra
suo valore.
Come la carne glorïosa e
santa
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta
quanta;
per che s'accrescerà ciò che ne
dona
di gratüito lume il sommo bene,
lume ch'a lui veder ne
condiziona;
onde la visïon crescer
convene,
crescer l'ardor che di quella s'accende,
crescer lo raggio che da
esso vene.
Ma sì come carbon che fiamma
rende,
e per vivo candor quella soverchia,
sì che la sua parvenza si
difende;
così questo folgór che già ne
cerchia
fia vinto in apparenza da la carne
che tutto dì la terra
ricoperchia;
né potrà tanta luce
affaticarne:
ché li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà
dilettarne».
Tanto mi parver sùbiti e
accorti
e l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d'i
corpi morti:
forse non pur per lor, ma per
le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser
sempiterne fiamme.
Ed ecco intorno, di chiarezza
pari,
nascere un lustro sopra quel che v'era,
per guisa d'orizzonte che
rischiari.
E sì come al salir di prima
sera
comincian per lo ciel nove parvenze,
sì che la vista pare e non par
vera,
parvemi lì novelle
sussistenze
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l'altre due
circunferenze.
Oh vero sfavillar del Santo
Spiro!
come si fece sùbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol
soffriro!
Ma Bëatrice sì bella e
ridente
mi si mostrò, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir
la mente.
Quindi ripreser li occhi miei
virtute
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in più alta
salute.
Ben m'accors' io ch'io era più
levato,
per l'affocato riso de la stella,
che mi parea più roggio che
l'usato.
Con tutto 'l core e con quella
favella
ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la
grazia novella.
E non er' anco del mio petto
essausto
l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
esso litare stato accetto e
fausto;
ché con tanto lucore e tanto
robbi
m'apparvero splendor dentro a due raggi,
ch'io dissi: «O Elïòs che
sì li addobbi!».
Come distinta da minori e
maggi
lumi biancheggia tra ' poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar
ben saggi;
sì costellati facean nel
profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti
in tondo.
Qui vince la memoria mia lo
'ngegno;
ché quella croce lampeggiava Cristo,
sì ch'io non so trovare
essempro degno;
ma chi prende sua croce e segue
Cristo,
ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,
vedendo in quell' albor
balenar Cristo.
Di corno in corno e tra la cima
e 'l basso
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e
nel trapasso:
così si veggion qui diritte e
torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d'i corpi, lunghe e
corte,
moversi per lo raggio onde si
lista
talvolta l'ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte
acquista.
E come giga e arpa, in tempra
tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è
intesa,
così da' lumi che lì
m'apparinno
s'accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza
intender l'inno.
Ben m'accors' io ch'elli era
d'alte lode,
però ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
come a colui che non
intende e ode.
Ïo m'innamorava tanto
quinci,
che 'nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci
vinci.
Forse la mia parola par troppo
osa,
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne' quai mirando mio disio ha
posa;
ma chi s'avvede che i vivi
suggelli
d'ogne bellezza più fanno più suso,
e ch'io non m'era lì rivolto
a quelli,
escusar puommi di quel ch'io
m'accuso
per escusarmi, e vedermi dir vero:
ché 'l piacer santo non è qui
dischiuso,
perché si fa, montando, più sincero.
CANTO XV
[Canto XV, nel quale messere Cacciaguida fiorentino parla laudando l'antico costume di Fiorenza, in vituperio del presente vivere d'essa cittade di Fiorenza.]
Benigna volontade in che si
liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la
iniqua,
silenzio puose a quella dolce
lira,
e fece quïetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e
tira.
Come saranno a' giusti preghi
sorde
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch'io le pregassi, a tacer fur
concorde?
Bene è che sanza termine si
doglia
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si
spoglia.
Quale per li seren tranquilli e
puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan
sicuri,
e pare stella che tramuti
loco,
se non che da la parte ond' e' s'accende
nulla sen perde, ed esso
dura poco:
tale dal corno che 'n destro si
stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì
resplende;
né si partì la gemma dal suo
nastro,
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad
alabastro.
Sì pïa l'ombra d'Anchise si
porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio
s'accorse.
«O sanguis meus, o
superinfusa
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa
reclusa?».
Così quel lume: ond' io
m'attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi
stupefatto fui;
ché dentro a li occhi suoi
ardeva un riso
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria
e del mio paradiso.
Indi, a udire e a veder
giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch'io non lo 'ntesi, sì
parlò profondo;
né per elezïon mi si
nascose,
ma per necessità, ché 'l suo concetto
al segno d'i mortal si
soprapuose.
E quando l'arco de l'ardente
affetto
fu sì sfogato, che 'l parlar discese
inver' lo segno del nostro
intelletto,
la prima cosa che per me
s'intese,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se' tanto
cortese!».
E seguì: «Grato e lontano
digiuno,
tratto leggendo del magno volume
du' non si muta mai bianco né
bruno,
solvuto hai, figlio, dentro a
questo lume
in ch'io ti parlo, mercé di colei
ch'a l'alto volo ti vestì le
piume.
Tu credi che a me tuo pensier
mei
da quel ch'è primo, così come raia
da l'un, se si conosce, il cinque e
'l sei;
e però ch'io mi sia e perch' io
paia
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba
gaia.
Tu credi 'l vero; ché i minori
e ' grandi
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il
pensier pandi;
ma perché 'l sacro amore in che
io veglio
con perpetüa vista e che m'asseta
di dolce disïar, s'adempia
meglio,
la voce tua sicura, balda e
lieta
suoni la volontà, suoni 'l disio,
a che la mia risposta è già
decreta!».
Io mi volsi a Beatrice, e
quella udio
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer
l'ali al voler mio.
Poi cominciai così: «L'affetto
e 'l senno,
come la prima equalità v'apparse,
d'un peso per ciascun di voi
si fenno,
però che 'l sol che v'allumò e
arse,
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono
scarse.
Ma voglia e argomento ne'
mortali,
per la cagion ch'a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in
ali;
ond' io, che son mortal, mi
sento in questa
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la
paterna festa.
Ben supplico io a te, vivo
topazio
che questa gioia prezïosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome
sazio».
«O fronda mia in che io
compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio,
rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: «Quel da cui
si dice
tua cognazione e che cent' anni e piùe
girato ha 'l monte in la
prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol
fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l'opere
tue.
Fiorenza dentro da la cerchia
antica,
ond' ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e
pudica.
Non avea catenella, non
corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la
persona.
Non faceva, nascendo, ancor
paura
la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e
quindi la misura.
Non avea case di famiglia
vòte;
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che 'n camera si
puote.
Non era vinto ancora
Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com' è vinto
nel montar sù, così
sarà nel calo.
Bellincion Berti vid' io andar
cinto
di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza 'l viso
dipinto;
e vidi quel d'i Nerli e quel
del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e
al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era
certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto
diserta.
L'una vegghiava a studio de la
culla,
e, consolando, usava l'idïoma
che prima i padri e le madri
trastulla;
l'altra, traendo a la rocca la
chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d'i Troiani, di Fiesole e di
Roma.
Saria tenuta allor tal
maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e
Corniglia.
A così riposato, a così
bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce
ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte
grida;
e ne l'antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e
Cacciaguida.
Moronto fu mio frate ed
Eliseo;
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si
feo.
Poi seguitai lo 'mperador
Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni
in grado.
Dietro li andai incontro a la
nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d'i pastor,
vostra giustizia.
Quivi fu' io da quella gente
turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt' anime
deturpa;
e venni dal martiro a questa pace».
CANTO XVI
[Canto XVI, nel quale il sopradetto messer Cacciaguida racconta intorno di quaranta famiglie onorabili al suo tempo ne la cittade di Fiorenza, de le quali al presente non è ricordo né fama.]
O poca nostra nobiltà di
sangue,
se glorïar di te la gente fai
qua giù dove l'affetto nostro
langue,
mirabil cosa non mi sarà
mai:
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne
gloriai.
Ben se' tu manto che tosto
raccorce:
sì che, se non s'appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le
force.
Dal 'voi' che prima a Roma
s'offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole
mie;
onde Beatrice, ch'era un poco
scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di
Ginevra.
Io cominciai: «Voi siete il
padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch'i'
son più ch'io.
Per tanti rivi s'empie
d'allegrezza
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che
non si spezza.
Ditemi dunque, cara mia
primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro
in vostra püerizia;
ditemi de l'ovil di San
Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti
scanni».
Come s'avviva a lo spirar d'i
venti
carbone in fiamma, così vid' io quella
luce risplendere a' miei
blandimenti;
e come a li occhi miei si fé
più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna
favella,
dissemi: «Da quel dì che fu
detto 'Ave'
al parto in che mia madre, ch'è or santa,
s'allevïò di
me ond' era grave,
al suo Leon cinquecento
cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua
pianta.
Li antichi miei e io nacqui nel
loco
dove si truova pria l'ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal
gioco.
Basti d'i miei maggiori udirne
questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare
onesto.
Tutti color ch'a quel tempo
eran ivi
da poter arme tra Marte e 'l Batista,
eran il quinto di quei
ch'or son vivi.
Ma la cittadinanza, ch'è or
mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l'ultimo
artista.
Oh quanto fora meglio esser
vicine
quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro
confine,
che averle dentro e sostener lo
puzzo
del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha
l'occhio aguzzo!
Se la gente ch'al mondo più
traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio
benigna,
tal fatto è fiorentino e cambia
e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l'avolo a la
cerca;
sariesi Montemurlo ancor de'
Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
e forse in Valdigrieve i
Buondelmonti.
Sempre la confusion de le
persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che
s'appone;
e cieco toro più avaccio
cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le
cinque spade.
Se tu riguardi Luni e
Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e
Sinigaglia,
udir come le schiatte si
disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine
hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor
morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son
corte.
E come 'l volger del ciel de la
luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la
Fortuna:
per che non dee parer mirabil
cosa
ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo
nascosa.
Io vidi li Ughi e vidi i
Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri
cittadini;
e vidi così grandi come
antichi,
con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
e Soldanieri e Ardinghi
e Bostichi.
Sovra la porta ch'al presente è
carca
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la
barca,
erano i Ravignani, ond' è
disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l'alto Bellincione ha
poscia preso.
Quel de la Pressa sapeva già
come
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l'elsa e 'l
pome.
Grand' era già la colonna del
Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch'arrossan per
lo staio.
Lo ceppo di che nacquero i
Calfucci
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e
Arrigucci.
Oh quali io vidi quei che son
disfatti
per lor superbia! e le palle de l'oro
fiorian Fiorenza in tutt' i
suoi gran fatti.
Così facieno i padri di
coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a
consistoro.
L'oltracotata schiatta che
s'indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
o ver la borsa, com'
agnel si placa,
già venìa sù, ma di picciola
gente;
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poï il suocero il fé lor
parente.
Già era 'l Caponsacco nel
mercato
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e
Infangato.
Io dirò cosa incredibile e
vera:
nel picciol cerchio s'entrava per porta
che si nomava da quei de la
Pera.
Ciascun che de la bella insegna
porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso
riconforta,
da esso ebbe milizia e
privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col
fregio.
Già eran Gualterotti e
Importuni;
e ancor saria Borgo più quïeto,
se di novi vicin fosser
digiuni.
La casa di che nacque il vostro
fleto,
per lo giusto disdegno che v'ha morti
e puose fine al vostro viver
lieto,
era onorata, essa e suoi
consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui
conforti!
Molti sarebber lieti, che son
tristi,
se Dio t'avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch'a città
venisti.
Ma conveniesi, a quella pietra
scema
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace
postrema.
Con queste genti, e con altre
con esse,
vid' io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde
piangesse.
Con queste genti vid' io
glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
non era ad asta mai
posto a ritroso,
né per divisïon fatto vermiglio».
CANTO XVII
[Canto XVII, nel quale il predetto messer Cacciaguida solve l'animo de l'auttore da una paura e confortalo a fare questa opera.]
Qual venne a Climenè, per
accertarsi
di ciò ch'avëa incontro a sé udito,
quei ch'ancor fa li padri
ai figli scarsi;
tal era io, e tal era
sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato
sito.
Per che mia donna «Manda fuor
la vampa
del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca
segnata bene de la
interna stampa:
non perché nostra conoscenza
cresca
per tuo parlare, ma perché t'ausi
a dir la sete, sì che l'uom ti
mesca».
«O cara piota mia che sì
t'insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in trïangol due
ottusi,
così vedi le cose
contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi
son presenti;
mentre ch'io era a Virgilio
congiunto
su per lo monte che l'anime cura
e discendendo nel mondo
defunto,
dette mi fuor di mia vita
futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di
ventura;
per che la voglia mia saria
contenta
d'intender qual fortuna mi s'appressa:
ché saetta previsa vien
più lenta».
Così diss' io a quella luce
stessa
che pria m'avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia
confessa.
Né per ambage, in che la gente
folle
già s'inviscava pria che fosse anciso
l'Agnel di Dio che le peccata
tolle,
ma per chiare parole e con
preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo
proprio riso:
«La contingenza, che fuor del
quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto
etterno;
necessità però quindi non
prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù
discende.
Da indi, sì come viene ad
orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti
s'apparecchia.
Qual si partio Ipolito
d'Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti
convene.
Questo si vuole e questo già si
cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si
merca.
La colpa seguirà la parte
offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la
dispensa.
Tu lascerai ogne cosa
diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio
pria saetta.
Tu proverai sì come sa di
sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per
l'altrui scale.
E quel che più ti graverà le
spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in
questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta
ed empia
si farà contr' a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà
rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo
processo
farà la prova; sì ch'a te fia bello
averti fatta parte per te
stesso.
Lo primo tuo refugio e 'l primo
ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il
santo uccello;
ch'in te avrà sì benigno
riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra
li altri è più tardo.
Con lui vedrai colui che
'mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier
l'opere sue.
Non se ne son le genti ancora
accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di
lui torte;
ma pria che 'l Guasco l'alto
Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d'argento né
d'affanni.
Le sue magnificenze
conosciute
saranno ancora, sì che ' suoi nemici
non ne potran tener le
lingue mute.
A lui t'aspetta e a' suoi
benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e
mendici;
e portera'ne scritto ne la
mente
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier
presente.
Poi giunse: «Figlio, queste son
le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
che dietro a pochi giri
son nascose.
Non vo' però ch'a' tuoi vicini
invidie,
poscia che s'infutura la tua vita
vie più là che 'l punir di lor
perfidie».
Poi che, tacendo, si mostrò
spedita
l'anima santa di metter la trama
in quella tela ch'io le porsi
ordita,
io cominciai, come colui che
brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e
ama:
«Ben veggio, padre mio, sì come
sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch'è più grave a chi più
s'abbandona;
per che di provedenza è buon
ch'io m'armi,
sì che, se loco m'è tolto più caro,
io non perdessi li altri
per miei carmi.
Giù per lo mondo sanza fine
amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi
levaro,
e poscia per lo ciel, di lume
in lume,
ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte
agrume;
e s'io al vero son timido
amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno
antico».
La luce in che rideva il mio
tesoro
ch'io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole
specchio d'oro;
indi rispuose: «Coscïenza
fusca
o de la propria o de l'altrui vergogna
pur sentirà la tua parola
brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne
menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov' è la
rogna.
Ché se la voce tua sarà
molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà
digesta.
Questo tuo grido farà come
vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d'onor poco
argomento.
Però ti son mostrate in queste
rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l'anime che son di fama
note,
che l'animo di quel ch'ode, non
posa
né ferma fede per essempro ch'aia
la sua radice incognita e
ascosa,
né per altro argomento che non paia».
CANTO XVIII
[Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi come li luminari spirituali figuravano mirabilmente.]
Già si godeva solo del suo
verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce
l'acerbo;
e quella donna ch'a Dio mi
menava
disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono
presso a colui ch'ogne torto
disgrava».
Io mi rivolsi a l'amoroso
suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui
l'abbandono:
non perch' io pur del mio
parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s'altri
non la guidi.
Tanto poss' io di quel punto
ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro
disire,
fin che 'l piacere etterno, che
diretto
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo
aspetto.
Vincendo me col lume d'un
sorriso,
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
ché non pur ne' miei occhi è
paradiso».
Come si vede qui alcuna
volta
l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,
che da lui sia tutta l'anima
tolta,
così nel fiammeggiar del folgór
santo,
a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora
alquanto.
El cominciò: «In questa quinta
soglia
de l'albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde
foglia,
spiriti son beati, che giù,
prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch'ogne musa ne sarebbe
opima.
Però mira ne' corni de la
croce:
quello ch'io nomerò, lì farà l'atto
che fa in nube il suo foco
veloce».
Io vidi per la croce un lume
tratto
dal nomar Iosuè, com' el si feo;
né mi fu noto il dir prima che 'l
fatto.
E al nome de l'alto
Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del
paleo.
Così per Carlo Magno e per
Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com' occhio segue suo falcon
volando.
Poscia trasse Guiglielmo e
Rinoardo
e 'l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto
Guiscardo.
Indi, tra l'altre luci mota e
mista,
mostrommi l'alma che m'avea parlato
qual era tra i cantor del cielo
artista.
Io mi rivolsi dal mio destro
lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto,
segnato;
e vidi le sue luci tanto
mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l'ultimo
solere.
E come, per sentir più
dilettanza
bene operando, l'uom di giorno in giorno
s'accorge che la sua
virtute avanza,
sì m'accors' io che 'l mio
girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
veggendo quel
miracol più addorno.
E qual è 'l trasmutare in
picciol varco
di tempo in bianca donna, quando 'l volto
suo si discarchi
di vergogna il carco,
tal fu ne li occhi miei, quando
fui vòlto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé
m'avea ricolto.
Io vidi in quella giovïal
facella
lo sfavillar de l'amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra
favella.
E come augelli surti di
rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra
schiera,
sì dentro ai lumi sante
creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or
L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota
moviensi;
poi, diventando l'un di questi segni,
un poco s'arrestavano e
taciensi.
O diva Pegasëa che li
'ngegni
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e '
regni,
illustrami di te, sì ch'io
rilevi
le lor figure com' io l'ho concette:
paia tua possa in questi versi
brevi!
Mostrarsi dunque in cinque
volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver
dette.
'DILIGITE IUSTITIAM',
primai
fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
'QUI IUDICATIS
TERRAM', fur sezzai.
Poscia ne l'emme del vocabol
quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d'oro
distinto.
E vidi scendere altre luci
dove
era il colmo de l'emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch'a sé
le move.
Poi, come nel percuoter d'i
ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono
agurarsi,
resurger parver quindi più di
mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come 'l sol che l'accende
sortille;
e quïetata ciascuna in suo
loco,
la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
rappresentare a quel distinto
foco.
Quei che dipinge lì, non ha chi
'l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch'è forma per
li nidi.
L'altra bëatitudo, che
contenta
pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
con poco moto seguitò la
'mprenta.
O dolce stella, quali e quante
gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu
ingemme!
Per ch'io prego la mente in che
s'inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond' esce il fummo che 'l tuo
raggio vizia;
sì ch'un'altra fïata omai
s'adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di
martìri.
O milizia del ciel cu' io
contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo
essemplo!
Già si solea con le spade far
guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che 'l pïo Padre a
nessun serra.
Ma tu che sol per cancellare
scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti,
ancor son vivi.
Ben puoi tu dire: «I' ho fermo
'l disiro
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al
martiro,
ch'io non conosco il pescator né Polo».
CANTO XIX
[Canto XIX, nel quale li spiriti ch'erano ne la stella di Iove insieme conglutinati in forma d'aguglia, ad una voce solvono uno grande dubbio, e abominano e infamano tutti li re cristiani che regnavano ne l'anno di Cristo MCCC.]
Parea dinanzi a me con l'ali
aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l'anime
conserte;
parea ciascuna rubinetto in
cui
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne' miei occhi rifrangesse
lui.
E quel che mi convien ritrar
testeso,
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già
mai compreso;
ch'io vidi e anche udi' parlar
lo rostro,
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
quand' era nel concetto e
'noi' e 'nostro'.
E cominciò: «Per esser giusto e
pio
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a
disio;
e in terra lasciai la mia
memoria
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la
storia».
Così un sol calor di molte
brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella
image.
Ond' io appresso: «O perpetüi
fiori
de l'etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri
odori,
solvetemi, spirando, il gran
digiuno
che lungamente m'ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo
alcuno.
Ben so io che, se 'n cielo
altro reame
la divina giustizia fa suo specchio,
che 'l vostro non
l'apprende con velame.
Sapete come attento io
m'apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m'è digiun
cotanto vecchio».
Quasi falcone ch'esce del
cappello,
move la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e
faccendosi bello,
vid' io farsi quel segno, che
di laude
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù
gaude.
Poi cominciò: «Colui che volse
il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e
manifesto,
non poté suo valor sì fare
impresso
in tutto l'universo, che 'l suo verbo
non rimanesse in infinito
eccesso.
E ciò fa certo che 'l primo
superbo,
che fu la somma d'ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde
acerbo;
e quinci appar ch'ogne minor
natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé
misura.
Dunque vostra veduta, che
convene
esser alcun de' raggi de la mente
di che tutte le cose son
ripiene,
non pò da sua natura esser
possente
tanto, che suo principio non discerna
molto di là da quel che l'è
parvente.
Però ne la giustizia
sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com' occhio per lo mare,
entro s'interna;
che, ben che da la proda veggia
il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l'esser
profondo.
Lume non è, se non vien dal
sereno
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo
veleno.
Assai t'è mo aperta la
latebra
che t'ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto
crebra;
ché tu dicevi: "Un uom nasce a
la riva
de l'Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi
scriva;
e tutti suoi voleri e atti
buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in
sermoni.
Muore non battezzato e sanza
fede:
ov' è questa giustizia che 'l condanna?
ov' è la colpa sua, se ei
non crede?".
Or tu chi se', che vuo' sedere
a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una
spanna?
Certo a colui che meco
s'assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a
maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti
grosse!
La prima volontà, ch'è da sé buona,
da sé, ch'è sommo ben, mai non
si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei
consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui
cagiona».
Quale sovresso il nido si
rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch'è pasto la
rimira;
cotal si fece, e sì leväi i
cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti
consigli.
Roteando cantava, e dicea:
«Quali
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
tal è il giudicio etterno
a voi mortali».
Poi si quetaro quei lucenti
incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo
reverendi,
esso ricominciò: «A questo
regno
non salì mai chi non credette 'n Cristo,
né pria né poi ch'el si
chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan "Cristo,
Cristo!",
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal
che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà
l'Etïòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e
l'altro inòpe.
Che poran dir li Perse a'
vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti
suoi dispregi?
Lì si vedrà, tra l'opere
d'Alberto,
quella che tosto moverà la penna,
per che 'l regno di Praga fia
diserto.
Lì si vedrà il duol che sovra
Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di
cotenna.
Lì si vedrà la superbia
ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
sì che non può soffrir
dentro a sua meta.
Vedrassi la lussuria e 'l viver
molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né
volle.
Vedrassi al Ciotto di
Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
quando 'l contrario segnerà
un emme.
Vedrassi l'avarizia e la
viltate
di quei che guarda l'isola del foco,
ove Anchise finì la lunga
etate;
e a dare ad intender quanto è
poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo
loco.
E parranno a ciascun l'opere
sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han
fatte bozze.
E quel di Portogallo e di
Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio
di Vinegia.
Oh beata Ungheria, se non si
lascia
più malmenare! e beata Navarra,
se s'armasse del monte che la
fascia!
E creder de' ciascun che già,
per arra
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e
garra,
che dal fianco de l'altre non si scosta».
CANTO XX
[Canto XX, nel quale ancora suonano nel becco de l'Aquila certe parole per le quali apprende di conoscere alcuni di quelli spirti de li quali quella Aquila è composta.]
Quando colui che tutto 'l mondo
alluma
de l'emisperio nostro sì discende,
che 'l giorno d'ogne parte si
consuma,
lo ciel, che sol di lui prima
s'accende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una
risplende;
e questo atto del ciel mi venne
a mente,
come 'l segno del mondo e de' suoi duci
nel benedetto rostro fu
tacente;
però che tutte quelle vive
luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e
caduci.
O dolce amor che di riso
t'ammanti,
quanto parevi ardente in que' flailli,
ch'avieno spirto sol di
pensier santi!
Poscia che i cari e lucidi
lapilli
ond' io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici
squilli,
udir mi parve un mormorar di
fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l'ubertà del
suo cacume.
E come suono al collo de la
cetra
prende sua forma, e sì com' al pertugio
de la sampogna vento che
penètra,
così, rimosso d'aspettare
indugio,
quel mormorar de l'aguglia salissi
su per lo collo, come fosse
bugio.
Fecesi voce quivi, e quindi
uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov'
io le scrissi.
«La parte in me che vede e pate
il sole
ne l'aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si
vole,
perché d'i fuochi ond' io
figura fommi,
quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
e' di tutti lor
gradi son li sommi.
Colui che luce in mezzo per
pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l'arca traslatò di villa in
villa:
ora conosce il merto del suo
canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch'è
altrettanto.
Dei cinque che mi fan cerchio
per ciglio,
colui che più al becco mi s'accosta,
la vedovella consolò del
figlio:
ora conosce quanto caro
costa
non seguir Cristo, per l'esperïenza
di questa dolce vita e de
l'opposta.
E quel che segue in la
circunferenza
di che ragiono, per l'arco superno,
morte indugiò per vera
penitenza:
ora conosce che 'l giudicio
etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de
l'odïerno.
L'altro che segue, con le leggi
e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si
fece greco:
ora conosce come il mal
dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia 'l mondo indi
distrutto.
E quel che vedi ne l'arco
declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo
vivo:
ora conosce come
s'innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa
vedere ancora.
Chi crederebbe giù nel mondo
errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci
sante?
Ora conosce assai di quel che
'l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna
il fondo».
Quale allodetta che 'n aere si
spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l'ultima dolcezza che la
sazia,
tal mi sembiò l'imago de la
'mprenta
de l'etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell' è
diventa.
E avvegna ch'io fossi al
dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch'el veste,
tempo aspettar tacendo
non patio,
ma de la bocca, «Che cose son
queste?»,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch'io di coruscar vidi
gran feste.
Poi appresso, con l'occhio più
acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar
sospeso:
«Io veggio che tu credi queste
cose
perch' io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono
ascose.
Fai come quei che la cosa per
nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la
prome.
Regnum
celorum vïolenza pate
da caldo amore
e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
non a guisa che l'omo a l'om
sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua
beninanza.
La prima vita del ciglio e la
quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli
dipinta.
D'i corpi suoi non uscir, come
credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d'i passuri e quel d'i
passi piedi.
Ché l'una de lo 'nferno, u' non
si riede
già mai a buon voler, tornò a l'ossa;
e ciò di viva spene fu
mercede:
di viva spene, che mise la
possa
ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia
esser mossa.
L'anima glorïosa onde si
parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa
aiutarla;
e credendo s'accese in tanto
foco
di vero amor, ch'a la morte seconda
fu degna di venire a questo
gioco.
L'altra, per grazia che da sì
profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l'occhio infino a la
prima onda,
tutto suo amor là giù pose a
drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l'occhio a la nostra
redenzion futura;
ond' ei credette in quella, e
non sofferse
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti
perverse.
Quelle tre donne li fur per
battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d'un
millesmo.
O predestinazion, quanto
remota
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion
tota!
E voi, mortali, tenetevi
stretti
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li
eletti;
ed ènne dolce così fatto
scemo,
perché il ben nostro in questo ben s'affina,
che quel che vole
Iddio, e noi volemo».
Così da quella imagine
divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave
medicina.
E come a buon cantor buon
citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto
acquista,
sì, mentre ch'e' parlò, sì mi
ricorda
ch'io vidi le due luci benedette,
pur come batter d'occhi si
concorda,
con le parole mover le fiammette.
CANTO XXI
[Canto XXI, nel quale si monta ne la stella di Saturno, che è il settimo pianeto; e qui comincia la settima parte, e come Pietro Dammiano solve alcune questioni.]
Già eran li occhi miei rifissi
al volto
de la mia donna, e l'animo con essi,
e da ogne altro intento
s'era tolto.
E quella non ridea; ma «S'io
ridessi»,
mi cominciò, «tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener
fessi:
ché la bellezza mia, che per le
scale
de l'etterno palazzo più s'accende,
com' hai veduto, quanto più si
sale,
se non si temperasse, tanto
splende,
che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che
trono scoscende.
Noi sem levati al settimo
splendore,
che sotto 'l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del
suo valore.
Ficca di retro a li occhi tuoi
la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
che 'n questo specchio ti
sarà parvente».
Qual savesse qual era la
pastura
del viso mio ne l'aspetto beato
quand' io mi trasmutai ad altra
cura,
conoscerebbe quanto m'era a
grato
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l'un con l'altro
lato.
Dentro al cristallo che 'l
vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque
ogne malizia morta,
di color d'oro in che raggio
traluce
vid' io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia
luce.
Vidi anche per li gradi scender
giuso
tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
che par nel ciel, quindi
fosse diffuso.
E come, per lo natural
costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le
fredde piume;
poi altre vanno via sanza
ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan
soggiorno;
tal modo parve me che quivi
fosse
in quello sfavillar che 'nsieme venne,
sì come in certo grado si
percosse.
E quel che presso più ci si
ritenne,
si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:
'Io veggio ben l'amor che
tu m'accenne.
Ma quella ond' io aspetto il
come e 'l quando
del dire e del tacer, si sta; ond' io,
contra 'l disio,
fo ben ch'io non dimando'.
Per ch'ella, che vedëa il tacer
mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: «Solvi il tuo caldo
disio».
E io incominciai: «La mia
mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che 'l chieder mi
concede,
vita beata che ti stai
nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sì presso mi
t'ha posta;
e dì perché si tace in questa
rota
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per l'altre suona sì
divota».
«Tu hai l'udir mortal sì come
il viso»,
rispuose a me; «onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non
ha riso.
Giù per li gradi de la scala
santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi
ammanta;
né più amor mi fece esser più
presta,
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti
manifesta.
Ma l'alta carità, che ci fa
serve
pronte al consiglio che 'l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu
osserve».
«Io veggio ben», diss' io,
«sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la
provedenza etterna;
ma questo è quel ch'a cerner mi
par forte,
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue
consorte».
Né venni prima a l'ultima
parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce
mola;
poi rispuose l'amor che v'era
dentro:
«Luce divina sopra me s'appunta,
penetrando per questa in ch'io
m'inventro,
la cui virtù, col mio veder
congiunta,
mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
la somma essenza de la
quale è munta.
Quinci vien l'allegrezza ond'
io fiammeggio;
per ch'a la vista mia, quant' ella è chiara,
la chiarità de
la fiamma pareggio.
Ma quell' alma nel ciel che più
si schiara,
quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,
a la dimanda
tua non satisfara,
però che sì s'innoltra ne lo
abisso
de l'etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è
scisso.
E al mondo mortal, quando tu
riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li
piedi.
La mente, che qui luce, in
terra fumma;
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché 'l
ciel l'assumma».
Sì mi prescrisser le parole
sue,
ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi
fue.
«Tra ' due liti d'Italia surgon
sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ' troni assai
suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama
Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a
sola latria».
Così ricominciommi il terzo
sermo;
e poi, continüando, disse: «Quivi
al servigio di Dio mi fe' sì
fermo,
che pur con cibi di liquor
d'ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne' pensier
contemplativi.
Render solea quel chiostro a
questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si
riveli.
In quel loco fu' io Pietro
Damiano,
e Pietro Peccator fu' ne la casa
di Nostra Donna in sul lito
adriano.
Poca vita mortal m'era
rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in
peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran
vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da
qualunque ostello.
Or voglion quinci e quindi chi
rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di
rietro li alzi.
Cuopron d'i manti loro i
palafreni,
sì che due bestie van sott' una pelle:
oh pazïenza che tanto
sostieni!».
A questa voce vid' io più
fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più
belle.
Dintorno a questa vennero e
fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui
assomigliarsi;
né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.
CANTO XXII
[Canto XXII, nel quale si tratta di quelli medesimi che nel precedente capitolo, qui sotto il titolo di Santo Maccario e di Santo Romoaldo; e infine dispitta il mondo e la sua picciolezza e le cose mondane, ripetendo e mostrando tutti li pianeti per li quali è intrato; ed entra con Beatrice nel segno d'i Gemini; e qui prende l'ottava parte di questa terza cantica.]
Oppresso di stupore, a la mia
guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si
confida;
e quella, come madre che
soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben
disporre,
mi disse: «Non sai tu che tu
se' in cielo?
e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa
vien da buon zelo?
Come t'avrebbe trasmutato il
canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che 'l grido t'ha mosso
cotanto;
nel qual, se 'nteso avessi i
prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu
muoi.
La spada di qua sù non taglia
in fretta
né tardo, ma' ch'al parer di colui
che disïando o temendo
l'aspetta.
Ma rivolgiti omai inverso
altrui;
ch'assai illustri spiriti vedrai,
se com' io dico l'aspetto
redui».
Come a lei piacque, li occhi
ritornai,
e vidi cento sperule che 'nsieme
più s'abbellivan con mutüi
rai.
Io stava come quei che 'n sé
repreme
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, sì del troppo si
teme;
e la maggiore e la più
luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia
contenta.
Poi dentro a lei udi': «Se tu
vedessi
com' io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero
espressi.
Ma perché tu, aspettando, non
tarde
a l'alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti
riguarde.
Quel monte a cui Cassino è ne
la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal
disposta;
e quel son io che sù vi portai
prima
lo nome di colui che 'n terra addusse
la verità che tanto ci
soblima;
e tanta grazia sopra me
relusse,
ch'io ritrassi le ville circunstanti
da l'empio cólto che 'l
mondo sedusse.
Questi altri fuochi tutti
contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e '
frutti santi.
Qui è Maccario, qui è
Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e
tennero il cor saldo».
E io a lui: «L'affetto che
dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch'io veggio e noto in tutti
li ardor vostri,
così m'ha dilatata mia
fidanza,
come 'l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant' ell' ha
di possanza.
Però ti priego, e tu, padre,
m'accerta
s'io posso prender tanta grazia, ch'io
ti veggia con imagine
scoverta».
Ond' elli: «Frate, il tuo alto
disio
s'adempierà in su l'ultima spera,
ove s'adempion tutti li altri e 'l
mio.
Ivi è perfetta, matura e
intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr'
era,
perché non è in loco e non
s'impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti
s'invola.
Infin là sù la vide il
patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d'angeli sì
carca.
Ma, per salirla, mo nessun
diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le
carte.
Le mura che solieno esser
badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina
ria.
Ma grave usura tanto non si
tolle
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci
sì folle;
ché quantunque la Chiesa
guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d'altro
più brutto.
La carne d'i mortali è tanto
blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al
far la ghianda.
Pier cominciò sanz' oro e sanz'
argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo
convento;
e se guardi 'l principio di
ciascuno,
poscia riguardi là dov' è trascorso,
tu vederai del bianco fatto
bruno.
Veramente Iordan vòlto
retrorso
più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che
qui 'l soccorso».
Così mi disse, e indi si
raccolse
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù
tutto s'avvolse.
La dolce donna dietro a lor mi
pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura
vinse;
né mai qua giù dove si monta e
cala
naturalmente, fu sì ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia
ala.
S'io torni mai, lettore, a quel
divoto
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi
percuoto,
tu non avresti in tanto tratto
e messo
nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno
che segue il Tauro e
fui dentro da esso.
O glorïose stelle, o lume
pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il
mio ingegno,
con voi nasceva e s'ascondeva
vosco
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
quand' io senti' di prima
l'aere tosco;
e poi, quando mi fu grazia
largita
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu
sortita.
A voi divotamente ora
sospira
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la
tira.
«Tu se' sì presso a l'ultima
salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e
acute;
e però, prima che tu più
t'inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti
fei;
sì che 'l tuo cor, quantunque
può, giocondo
s'appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo
etera tondo».
Col viso ritornai per tutte
quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch'io sorrisi del suo vil
sembiante;
e quel consiglio per migliore
approbo
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente
probo.
Vidi la figlia di Latona
incensa
sanza quell' ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara
e densa.
L'aspetto del tuo nato,
Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com' si move
circa e vicino a lui Maia e
Dïone.
Quindi m'apparve il temperar di
Giove
tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno
di lor dove;
e tutti e sette mi si
dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante
riparo.
L'aiuola che ci fa tanto
feroci,
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a
le foci;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
CANTO XXIII
[Canto XXIII, dove si tratta come l'auttore vide la Beata Virgine Maria e li abitatori de la celestiale corte, de la quale mirabilemente favella in questo canto; e qui si prende la nona parte di questa terza cantica.]
Come l'augello, intra l'amate
fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati
la notte che le cose ci
nasconde,
che, per veder li aspetti
disïati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono
aggrati,
previene il tempo in su aperta
frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che
l'alba nasca;
così la donna mïa stava
eretta
e attenta, rivolta inver' la plaga
sotto la quale il sol mostra men
fretta:
sì che, veggendola io sospesa e
vaga,
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando
s'appaga.
Ma poco fu tra uno e altro
quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più
rischiarando;
e Bëatrice disse: «Ecco le
schiere
del trïunfo di Cristo e tutto 'l frutto
ricolto del girar di
queste spere!».
Pariemi che 'l suo viso ardesse
tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza
costrutto.
Quale ne' plenilunïi
sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i
seni,
vid' i' sopra migliaia di
lucerne
un sol che tutte quante l'accendea,
come fa 'l nostro le viste
superne;
e per la viva luce
trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la
sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e
cara!
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si
ripara.
Quivi è la sapïenza e la
possanza
ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga
disïanza».
Come foco di nube si
diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù
s'atterra,
la mente mia così, tra quelle
dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non
sape.
«Apri li occhi e riguarda qual
son io;
tu hai vedute cose, che possente
se' fatto a sostener lo riso
mio».
Io era come quei che si
risente
di visïone oblita e che s'ingegna
indarno di ridurlasi a la
mente,
quand' io udi' questa proferta,
degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che 'l preterito
rassegna.
Se mo sonasser tutte quelle
lingue
che Polimnïa con le suore fero
del latte lor dolcissimo più
pingue,
per aiutarmi, al millesmo del
vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea
mero;
e così, figurando il
paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin
riciso.
Ma chi pensasse il ponderoso
tema
e l'omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott' esso
trema:
non è pareggio da picciola
barca
quel che fendendo va l'ardita prora,
né da nocchier ch'a sé medesmo
parca.
«Perché la faccia mia sì
t'innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di
Cristo s'infiora?
Quivi è la rosa in che 'l verbo
divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon
cammino».
Così Beatrice; e io, che a'
suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de' debili
cigli.
Come a raggio di sol, che puro
mei
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d'ombra, li occhi
miei;
vid' io così più turbe di
splendori,
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di
folgóri.
O benigna vertù che sì li
'mprenti,
sù t'essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t'eran
possenti.
Il nome del bel fior ch'io
sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l'animo ad avvisar lo
maggior foco;
e come ambo le luci mi
dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua
giù vinse,
per entro il cielo scese una
facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno
ad ella.
Qualunque melodia più dolce
suona
qua giù e più a sé l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata
tona,
comparata al sonar di quella
lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro
s'inzaffira.
«Io sono amore angelico, che
giro
l'alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro
disiro;
e girerommi, donna del ciel,
mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché
lì entre».
Così la circulata melodia
si
sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
Lo real manto di tutti i
volumi
del mondo, che più ferve e più s'avviva
ne l'alito di Dio e nei
costumi,
avea sopra di noi l'interna
riva
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov' io era, ancor non
appariva:
però non ebber li occhi miei
potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua
semenza.
E come fantolin che 'nver' la
mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di
fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in sù
si stese
con la sua cima, sì che l'alto affetto
ch'elli avieno a Maria mi
fu palese.
Indi rimaser lì nel mio
cospetto,
'Regina celi' cantando sì dolce,
che mai da me non si
partì 'l diletto.
Oh quanta è l'ubertà che si
soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone
bobolce!
Quivi si vive e gode del
tesoro
che s'acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò
l'oro.
Quivi trïunfa, sotto l'alto
Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l'antico e col novo
concilio,
colui che tien le chiavi di tal gloria.
CANTO XXIV
[Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di Beatrice essamina l'auttore sopra la fede cattolica.]
«O sodalizio eletto a la gran
cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è
sempre piena,
se per grazia di Dio questi
preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li
prescriba,
ponete mente a l'affezione
immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel
ch'ei pensa».
Così Beatrice; e quelle anime
liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di
comete.
E come cerchi in tempra
d'orïuoli
si giran sì, che 'l primo a chi pon mente
quïeto pare, e
l'ultimo che voli;
così quelle carole,
differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci
e lente.
Di quella ch'io notai di più
carezza
vid' ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più
chiarezza;
e tre fïate intorno di
Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi
ridice.
Però salta la penna e non lo
scrivo:
ché l'imagine nostra a cotai pieghe,
non che 'l parlare, è troppo
color vivo.
«O santa suora mia che sì ne
prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi
disleghe».
Poscia fermato, il foco
benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com' i' ho
detto.
Ed ella: «O luce etterna del
gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch'ei portò giù, di questo
gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e
gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare
andavi.
S'elli ama bene e bene spera e
crede,
non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi
dov' ogne cosa dipinta si
vede;
ma perché questo regno ha fatto
civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch'a lui
arrivi».
Sì come il baccialier s'arma e
non parla
fin che 'l maestro la question propone,
per approvarla, non per
terminarla,
così m'armava io d'ogne
ragione
mentre ch'ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal
professione.
«Dì, buon Cristiano, fatti
manifesto:
fede che è?». Ond' io levai la fronte
in quella luce onde
spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed
essa pronte
sembianze femmi perch' ïo spandessi
l'acqua di fuor del mio
interno fonte.
«La Grazia che mi dà ch'io mi
confessi»,
comincia' io, «da l'alto primipilo,
faccia li miei concetti
bene espressi».
E seguitai: «Come 'l verace
stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon
filo,
fede è sustanza di cose
sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua
quiditate».
Allora udi': «Dirittamente
senti,
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li
argomenti».
E io appresso: «Le profonde
cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì
ascose,
che l'esser loro v'è in sola
credenza,
sopra la qual si fonda l'alta spene;
e però di sustanza prende
intenza.
E da questa credenza ci
convene
silogizzar, sanz' avere altra vista:
però intenza d'argomento
tene».
Allora udi': «Se quantunque
s'acquista
giù per dottrina, fosse così 'nteso,
non lì avria loco ingegno
di sofista».
Così spirò di quello amore
acceso;
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d'esta moneta già la lega
e 'l peso;
ma dimmi se tu l'hai ne la tua
borsa».
Ond' io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi
s'inforsa».
Appresso uscì de la luce
profonda
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si
fonda,
onde ti venne?». E io: «La
larga ploia
de lo Spirito Santo, ch'è diffusa
in su le vecchie e 'n su le
nuove cuoia,
è silogismo che la m'ha
conchiusa
acutamente sì, che 'nverso d'ella
ogne dimostrazion mi pare
ottusa».
Io udi' poi: «L'antica e la
novella
proposizion che così ti conchiude,
perché l'hai tu per divina
favella?».
E io: «La prova che 'l ver mi
dischiude,
son l'opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte
incude».
Risposto fummi: «Dì, chi
t'assicura
che quell' opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non
altri, il ti giura».
«Se 'l mondo si rivolse al
cristianesmo»,
diss' io, «sanza miracoli, quest' uno
è tal, che li altri
non sono il centesmo:
ché tu intrasti povero e
digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta
pruno».
Finito questo, l'alta corte
santa
risonò per le spere un 'Dio laudamo'
ne la melode che là sù si
canta.
E quel baron che sì di ramo in
ramo,
essaminando, già tratto m'avea,
che a l'ultime fronde
appressavamo,
ricominciò: «La Grazia, che
donnea
con la tua mente, la bocca t'aperse
infino a qui come aprir si
dovea,
sì ch'io approvo ciò che fuori
emerse;
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua
s'offerse».
«O santo padre, e spirito che
vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver' lo sepulcro più giovani
piedi»,
comincia' io, «tu vuo' ch'io
manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui
chiedesti.
E io rispondo: Io credo in uno
Dio
solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
non moto, con amore e con
disio;
e a tal creder non ho io pur
prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci
piove
per Moïsè, per profeti e per
salmi,
per l'Evangelio e per voi che scriveste
poi che l'ardente Spirto vi
fé almi;
e credo in tre persone etterne,
e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto 'sono'
ed 'este'.
De la profonda condizion
divina
ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l'evangelica
dottrina.
Quest' è 'l principio, quest' è
la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in
me scintilla».
Come 'l segnor ch'ascolta quel
che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto
ch'el si tace;
così, benedicendomi
cantando,
tre volte cinse me, sì com' io tacqui,
l'appostolico lume al cui
comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!
CANTO XXV
[Canto XXV, che tratta come l'auttore parla con Beatrice e con santo Iacopo Maggiore sopra certe questioni de le quali santo Iacopo solve la prima.]
Se mai continga che 'l poema
sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per molti
anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi
serra
del bello ovile ov' io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno
guerra;
con altra voce omai, con altro
vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò 'l
cappello;
però che ne la fede, che fa
conte
l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la
fronte.
Indi si mosse un lume verso
noi
di quella spera ond' uscì la primizia
che lasciò Cristo d'i vicari
suoi;
e la mia donna, piena di
letizia,
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita
Galizia».
Sì come quando il colombo si
pone
presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
girando e mormorando,
l'affezione;
così vid' ïo l'un da l'altro
grande
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li
prande.
Ma poi che 'l gratular si fu
assolto,
tacito coram me ciascun s'affisse,
ignito sì che vincëa 'l
mio volto.
Ridendo allora Bëatrice
disse:
«Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si
scrisse,
fa risonar la spene in questa
altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più
carezza».
«Leva la testa e fa che
t'assicuri:
ché ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien ch'ai nostri
raggi si maturi».
Questo conforto del foco
secondo
mi venne; ond' io leväi li occhi a' monti
che li 'ncurvaron pria
col troppo pondo.
«Poi che per grazia vuol che tu
t'affronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l'aula più secreta co'
suoi conti,
sì che, veduto il ver di questa
corte,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò
conforte,
dì quel ch'ell' è, dì come se
ne 'nfiora
la mente tua, e dì onde a te venne».
Così seguì 'l secondo lume
ancora.
E quella pïa che guidò le
penne
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi
prevenne:
«La Chiesa militante alcun
figliuolo
non ha con più speranza, com' è scritto
nel Sol che raggia tutto
nostro stuolo:
però li è conceduto che
d'Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che 'l militar li sia
prescritto.
Li altri due punti, che non per
sapere
son dimandati, ma perch' ei rapporti
quanto questa virtù t'è in
piacere,
a lui lasc' io, ché non li
saran forti
né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
e la grazia di Dio ciò
li comporti».
Come discente ch'a dottor
seconda
pronto e libente in quel ch'elli è esperto,
perché la sua bontà si
disasconda,
«Spene», diss' io, «è uno
attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e
precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa
luce;
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo
duce.
'Sperino in te', ne la sua
tëodia
dice, 'color che sanno il nome tuo':
e chi nol sa, s'elli ha la
fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar
suo,
ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,
e in altrui vostra pioggia
repluo».
Mentr' io diceva, dentro al
vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di
baleno.
Indi spirò: «L'amore ond' ïo
avvampo
ancor ver' la virtù che mi seguette
infin la palma e a l'uscir del
campo,
vuol ch'io respiri a te che ti
dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti
'mpromette».
E io: «Le nove e le scritture
antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l'anime che Dio s'ha
fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna
vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce
vita;
e 'l tuo fratello assai vie più
digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci
manifesta».
E prima, appresso al fin d'este
parole,
'Sperent in te' di sopr' a noi s'udì;
a che rispuoser tutte
le carole.
Poscia tra esse un lume si
schiarì
sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
l'inverno avrebbe un
mese d'un sol dì.
E come surge e va ed entra in
ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun
fallo,
così vid' io lo schiarato
splendore
venire a' due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro
ardente amore.
Misesi lì nel canto e ne la
rota;
e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
pur come sposa tacita e
immota.
«Questi è colui che giacque
sopra 'l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande
officio eletto».
La donna mia così; né però
piùe
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole
sue.
Qual è colui ch'adocchia e
s'argomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non
vedente diventa;
tal mi fec' ïo a quell' ultimo
foco
mentre che detto fu: «Perché t'abbagli
per veder cosa che qui non ha
loco?
In terra è terra il mio corpo,
e saragli
tanto con li altri, che 'l numero nostro
con l'etterno proposito
s'agguagli.
Con le due stole nel beato
chiostro
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo
vostro».
A questa voce l'infiammato
giro
si quïetò con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino
spiro,
sì come, per cessar fatica o
rischio,
li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar
d'un fischio.
Ahi quanto ne la mente mi
commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benché
io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!
CANTO XXVI
[Canto XXVI, nel quale l'auttore ne conforta seguitare lo innefabile amore, e dove trova Adamo il nostro primo padre, dicente a lui il tempo de la sua felicitade e infelicitade.]
Mentr' io dubbiava per lo viso
spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece
attento,
dicendo: «Intanto che tu ti
risense
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la
compense.
Comincia dunque; e dì ove
s'appunta
l'anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non
defunta:
perché la donna che per questa
dia
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch'ebbe la man
d'Anania».
Io dissi: «Al suo piacere e
tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand' ella entrò
col foco ond' io sempr' ardo.
Lo ben che fa contenta questa
corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o
forte».
Quella medesma voce che
paura
tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in
cura;
e disse: «Certo a più angusto
vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l'arco tuo a tal
berzaglio».
E io: «Per filosofici
argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me
si 'mprenti:
ché 'l bene, in quanto ben,
come s'intende,
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate
in sé comprende.
Dunque a l'essenza ov' è tanto
avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch'un
lume di suo raggio,
più che in altra convien che si
mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa
prova.
Tal vero a l'intelletto mïo
sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze
sempiterne.
Sternel la voce del verace
autore,
che dice a Moïsè, di sé parlando:
'Io ti farò vedere ogne
valore'.
Sternilmi tu ancora,
incominciando
l'alto preconio che grida l'arcano
di qui là giù sovra ogne
altro bando».
E io udi': «Per intelletto
umano
e per autoritadi a lui concorde
d'i tuoi amori a Dio guarda il
sovrano.
Ma dì ancor se tu senti altre
corde
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti
morde».
Non fu latente la santa
intenzione
de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
dove volea menar mia
professione.
Però ricominciai: «Tutti quei
morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son
concorsi:
ché l'essere del mondo e
l'esser mio,
la morte ch'el sostenne perch' io viva,
e quel che spera ogne
fedel com' io,
con la predetta conoscenza
viva,
tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
e del diritto m'han posto a
la riva.
Le fronde onde s'infronda tutto
l'orto
de l'ortolano etterno, am' io cotanto
quanto da lui a lor di bene è
porto».
Sì com' io tacqui, un
dolcissimo canto
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri:
«Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si
disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in
gonna,
e lo svegliato ciò che vede
aborre,
sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non
soccorre;
così de li occhi miei ogne
quisquilia
fugò Beatrice col raggio d'i suoi,
che rifulgea da più di mille
milia:
onde mei che dinanzi vidi
poi;
e quasi stupefatto domandai
d'un quarto lume ch'io vidi tra
noi.
E la mia donna: «Dentro da quei
rai
vagheggia il suo fattor l'anima prima
che la prima virtù creasse
mai».
Come la fronda che flette la
cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la
soblima,
fec' io in tanto in quant' ella
diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond' ïo
ardeva.
E cominciai: «O pomo che
maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e
nuro,
divoto quanto posso a te
supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la
dico».
Talvolta un animal coverto
broglia,
sì che l'affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui
la 'nvoglia;
e similmente l'anima
primaia
mi facea trasparer per la coverta
quant' ella a compiacermi venìa
gaia.
Indi spirò: «Sanz' essermi
proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t'è
più certa;
perch' io la veggio nel verace
speglio
che fa di sé pareglio a l'altre cose,
e nulla face lui di sé
pareglio.
Tu vuogli udir quant' è che Dio
mi puose
ne l'eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti
dispuose,
e quanto fu diletto a li occhi
miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l'idïoma ch'usai e che
fei.
Or, figliuol mio, non il gustar
del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar
del segno.
Quindi onde mosse tua donna
Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo
concilio;
e vidi lui tornare a tutt' i
lumi
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch'ïo in terra
fu'mi.
La lingua ch'io parlai fu tutta
spenta
innanzi che a l'ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt
attenta:
ché nullo effetto mai
razïonabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre
fu durabile.
Opera naturale è ch'uom
favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che
v'abbella.
Pria ch'i' scendessi a
l'infernale ambascia,
I s'appellava in terra il sommo bene
onde
vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e
ciò convene,
ché l'uso d'i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e
altra vene.
Nel monte che si leva più da
l'onda,
fu' io, con vita pura e disonesta,
da la prim' ora a quella che
seconda,
come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».
CANTO XXVII
[Canto XXVII, dove tratta sì come santo Pietro appostolo, proverbiando li suoi successori papi, adempie l'animo de l'auttore di questo libro.]
'Al Padre, al Figlio, a lo
Spirito Santo',
cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
sì che m'inebrïava
il dolce canto.
Ciò ch'io vedeva mi sembiava un
riso
de l'universo; per che mia ebbrezza
intrava per l'udire e per lo
viso.
Oh gioia! oh ineffabile
allegrezza!
oh vita intègra d'amore e di pace!
oh sanza brama sicura
ricchezza!
Dinanzi a li occhi miei le
quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi
più vivace,
e tal ne la sembianza sua
divenne,
qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
fossero augelli e
cambiassersi penne.
La provedenza, che quivi
comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne
parte,
quand' ïo udi': «Se io mi
trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend' io,
vedrai trascolorar tutti
costoro.
Quelli ch'usurpa in terra il
luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol
di Dio,
fatt' ha del cimitero mio
cloaca
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
che cadde di qua sù, là
giù si placa».
Di quel color che per lo sole
avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid' ïo allora tutto 'l ciel
cosperso.
E come donna onesta che
permane
di sé sicura, e per l'altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si
fane,
così Beatrice trasmutò
sembianza;
e tale eclissi credo che 'n ciel fue
quando patì la supprema
possanza.
Poi procedetter le parole
sue
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò
piùe:
«Non fu la sposa di Cristo
allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto
d'oro usata;
ma per acquisto d'esto viver
lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto
fleto.
Non fu nostra intenzion ch'a
destra mano
d'i nostri successor parte sedesse,
parte da l'altra del popol
cristiano;
né che le chiavi che mi fuor
concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati
combattesse;
né ch'io fossi figura di
sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond' io sovente arrosso e
disfavillo.
In vesta di pastor lupi
rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché
pur giaci?
Del sangue nostro Caorsini e
Guaschi
s'apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien
che tu caschi!
Ma l'alta provedenza, che con
Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com' io
concipio;
e tu, figliuol, che per lo
mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch'io
non ascondo».
Sì come di vapor gelati
fiocca
in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
de la capra del ciel col
sol si tocca,
in sù vid' io così l'etera
addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi
soggiorno.
Lo viso mio seguiva i suoi
sembianti,
e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar
del più avanti.
Onde la donna, che mi vide
assolto
de l'attendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu
se' vòlto».
Da l'ora ch'ïo avea guardato
prima
i' vidi mosso me per tutto l'arco
che fa dal mezzo al fine il primo
clima;
sì ch'io vedea di là da Gade il
varco
folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa
dolce carco.
E più mi fora discoverto il
sito
di questa aiuola; ma 'l sol procedea
sotto i mie' piedi un segno e
più partito.
La mente innamorata, che
donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai
ardea;
e se natura o arte fé
pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue
pitture,
tutte adunate, parrebber
nïente
ver' lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso
ridente.
E la virtù che lo sguardo
m'indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo
m'impulse.
Le parti sue vivissime ed
eccelse
sì uniforme son, ch'i' non so dire
qual Bëatrice per loco mi
scelse.
Ma ella, che vedëa 'l mio
disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto
gioire:
«La natura del mondo, che
quïeta
il mezzo e tutto l'altro intorno move,
quinci comincia come da sua
meta;
e questo cielo non ha altro
dove
che la mente divina, in che s'accende
l'amor che 'l volge e la virtù
ch'ei piove.
Luce e amor d'un cerchio lui
comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che 'l cinge
solamente intende.
Non è suo moto per altro
distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da
quinto;
e come il tempo tegna in cotal
testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser
manifesto.
Oh cupidigia, che i mortali
affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le
tue onde!
Ben fiorisce ne li uomini il
volere;
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine
vere.
Fede e innocenza son
reperte
solo ne' parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian
coperte.
Tale, balbuzïendo ancor,
digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per
qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e
ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla
sepolta.
Così si fa la pelle bianca
nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch'apporta mane e lascia
sera.
Tu, perché non ti facci
maraviglia,
pensa che 'n terra non è chi governi;
onde sì svïa l'umana
famiglia.
Ma prima che gennaio tutto si
sverni
per la centesma ch'è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi
superni,
che la fortuna che tanto
s'aspetta,
le poppe volgerà u' son le prore,
sì che la classe correrà
diretta;
e vero frutto verrà dopo 'l fiore».
CANTO XXVIII
[Canto XXVIII, nel quale Beatrice distingue a l'auttore li nove ordini de li angeli gloriosi che sono nel nono cielo e il loro offizio.]
Poscia che 'ncontro a la vita
presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia
mente,
come in lo specchio fiamma di
doppiero
vede colui che se n'alluma retro,
prima che l'abbia in vista o in
pensiero,
e sé rivolge per veder se 'l
vetro
li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
con esso come nota con suo
metro;
così la mia memoria si
ricorda
ch'io feci riguardando ne' belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor
la corda.
E com' io mi rivolsi e furon
tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben
s'adocchi,
un punto vidi che raggiava
lume
acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per lo forte
acume;
e quale stella par quinci più
poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si
collòca.
Forse cotanto quanto pare
appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta
più è spesso,
distante intorno al punto un
cerchio d'igne
si girava sì ratto, ch'avria vinto
quel moto che più tosto
il mondo cigne;
e questo era d'un altro
circumcinto,
e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
dal quinto il
quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo sì
sparto
già di larghezza, che 'l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe
arto.
Così l'ottavo e 'l nono; e
chiascheduno
più tardo si movea, secondo ch'era
in numero distante più da
l'uno;
e quello avea la fiamma più
sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei
s'invera.
La donna mia, che mi vedëa in
cura
forte sospeso, disse: «Da quel punto
depende il cielo e tutta la
natura.
Mira quel cerchio che più li è
congiunto;
e sappi che 'l suo muovere è sì tosto
per l'affocato amore ond'
elli è punto».
E io a lei: «Se 'l mondo fosse
posto
con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,
sazio m'avrebbe ciò che
m'è proposto;
ma nel mondo sensibile si
puote
veder le volte tanto più divine,
quant' elle son dal centro più
remote.
Onde, se 'l mio disir dee aver
fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per
confine,
udir convienmi ancor come
l'essemplo
e l'essemplare non vanno d'un modo,
ché io per me indarno a ciò
contemplo».
«Se li tuoi diti non sono a tal
nodo
sufficïenti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto
sodo!».
Così la donna mia; poi disse:
«Piglia
quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;
e intorno da esso
t'assottiglia.
Li cerchi corporai sono ampi e
arti
secondo il più e 'l men de la virtute
che si distende per tutte lor
parti.
Maggior bontà vuol far maggior
salute;
maggior salute maggior corpo cape,
s'elli ha le parti igualmente
compiute.
Dunque costui che tutto quanto
rape
l'altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più
sape:
per che, se tu a la virtù
circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t'appaion
tonde,
tu vederai mirabil
consequenza
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a süa
intelligenza».
Come rimane splendido e
sereno
l'emisperio de l'aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond' è
più leno,
per che si purga e risolve la
roffia
che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride
con le bellezze d'ogne sua
paroffia;
così fec'ïo, poi che mi
provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il
ver si vide.
E poi che le parole sue
restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi
sfavillaro.
L'incendio suo seguiva ogne
scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li
scacchi s'inmilla.
Io sentiva osannar di coro in
coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne' quai
sempre fuoro.
E quella che vedëa i pensier
dubi
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
t'hanno mostrato Serafi e
Cherubi.
Così veloci seguono i suoi
vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son
soblimi.
Quelli altri amori che 'ntorno
li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che 'l primo ternaro
terminonno;
e dei saper che tutti hanno
diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne
intelletto.
Quinci si può veder come si
fonda
l'esser beato ne l'atto che vede,
non in quel ch'ama, che poscia
seconda;
e del vedere è misura
mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si
procede.
L'altro ternaro, che così
germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non
dispoglia,
perpetüalemente 'Osanna'
sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde
s'interna.
In essa gerarcia son l'altre
dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l'ordine terzo di Podestadi
èe.
Poscia ne' due penultimi
tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
l'ultimo è tutto d'Angelici
ludi.
Questi ordini di sù tutti
s'ammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti
tirano.
E Dïonisio con tanto disio
a
contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com' io.
Ma Gregorio da lui poi si
divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo
rise.
E se tanto secreto ver
proferse
mortale in terra, non voglio ch'ammiri:
ché chi 'l vide qua sù
gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri».
CANTO XXIX
[Canto XXIX, ove si tratta de la superbia e cacciamento de li rei e malvagi angeli e de la dilezione e gloria de' buoni; e infine si riprende tutti coloro che predicando si partono dal santo Evangelio e dicono favole; e contiencisi in questo canto certe declaragioni di certe oscuritadi del celestiale regno.]
Quando ambedue li figli di
Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l'orizzonte insieme
zona,
quant' è dal punto che 'l cenìt
inlibra
infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
cambiando l'emisperio, si
dilibra,
tanto, col volto di riso
dipinto,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m'avëa
vinto.
Poi cominciò: «Io dico, e non
dimando,
quel che tu vuoli udir, perch' io l'ho visto
là 've s'appunta
ogne ubi e ogne quando.
Non per aver a sé di bene
acquisto,
ch'esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo,
dir "Subsisto",
in sua etternità di tempo
fore,
fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,
s'aperse in nuovi amor
l'etterno amore.
Né prima quasi torpente si
giacque;
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra
quest' acque.
Forma e materia, congiunte e
purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d'arco tricordo tre
saette.
E come in vetro, in ambra o in
cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l'esser tutto non è
intervallo,
così 'l triforme effetto del
suo sire
ne l'esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in
essordire.
Concreato fu ordine e
costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu
produtto;
pura potenza tenne la parte
ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si
divima.
Ieronimo vi scrisse lungo
tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che l'altro mondo fosse
fatto;
ma questo vero è scritto in
molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n'avvedrai se bene
agguati;
e anche la ragione il vede
alquanto,
che non concederebbe che ' motori
sanza sua perfezion fosser
cotanto.
Or sai tu dove e quando questi
amori
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre
ardori.
Né giugneriesi, numerando, al
venti
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d'i vostri
alimenti.
L'altra rimase, e cominciò
quest' arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circüir non si
diparte.
Principio del cader fu il
maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo
costretto.
Quelli che vedi qui furon
modesti
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender
presti:
per che le viste lor furo
essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
sì c'hanno ferma e piena
volontate;
e non voglio che dubbi, ma sia
certo,
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l'affetto l'è
aperto.
Omai dintorno a questo
consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz'
altro aiutorio.
Ma perché 'n terra per le
vostre scole
si legge che l'angelica natura
è tal, che 'ntende e si
ricorda e vole,
ancor dirò, perché tu veggi
pura
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta
lettura.
Queste sustanze, poi che fur
gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si
nasconde:
però non hanno vedere
interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto
diviso;
sì che là giù, non dormendo, si
sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l'uno è più colpa e più
vergogna.
Voi non andate giù per un
sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor de l'apparenza e 'l suo
pensiero!
E ancor questo qua sù si
comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o
quando è torta.
Non vi si pensa quanto sangue
costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa
s'accosta.
Per apparer ciascun s'ingegna e
face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da' predicanti e 'l Vangelio
si tace.
Un dice che la luna si
ritorse
ne la passion di Cristo e s'interpuose,
per che 'l lume del sol
giù non si porse;
e mente, ché la luce si
nascose
da sé: però a li Spani e a l'Indi
come a' Giudei tale eclissi
rispuose.
Non ha Fiorenza tanti Lapi e
Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e
quindi:
sì che le pecorelle, che non
sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo
danno.
Non disse Cristo al suo primo
convento:
'Andate, e predicate al mondo ciance';
ma diede lor verace
fondamento;
e quel tanto sonò ne le sue
guance,
sì ch'a pugnar per accender la fede
de l'Evangelio fero scudo e
lance.
Ora si va con motti e con
iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non
si richiede.
Ma tale uccel nel becchetto
s'annida,
che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch'el si
confida:
per cui tanta stoltezza in
terra crebbe,
che, sanza prova d'alcun testimonio,
ad ogne promession si
correrebbe.
Di questo ingrassa il porco
sant' Antonio,
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta
sanza conio.
Ma perché siam digressi assai,
ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si
raccorci.
Questa natura sì oltre
s'ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto
vada;
e se tu guardi quel che si
revela
per Danïel, vedrai che 'n sue migliaia
determinato numero si
cela.
La prima luce, che tutta la
raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi
s'appaia.
Onde, però che a l'atto che
concepe
segue l'affetto, d'amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e
tepe.
Vedi l'eccelso omai e la
larghezza
de l'etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s'ha in che
si spezza,
uno manendo in sé come davanti».
CANTO XXX
[Canto XXX, ove narra come l'auttore vidde per conducimento di Beatrice li splendori de la divinità e le seggie de l'anime de li uomini, tra le quali vide già collocata quella de lo imperadore Arrigo di Lunzimborgo con la sua corona.]
Forse semilia miglia di
lontano
ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
china già l'ombra quasi al
letto piano,
quando 'l mezzo del cielo, a
noi profondo,
comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
perde il parere
infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima
ancella
del sol più oltre, così 'l ciel si chiude
di vista in vista infino
a la più bella.
Non altrimenti il trïunfo che
lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel
ch'elli 'nchiude,
a poco a poco al mio veder si
stinse:
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi
costrinse.
Se quanto infino a qui di lei
si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa
vice.
La bellezza ch'io vidi si
trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor
tutta la goda.
Da questo passo vinto mi
concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o
tragedo:
ché, come sole in viso che più
trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo
scema.
Dal primo giorno ch'i' vidi il
suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m'è il seguire al mio
cantar preciso;
ma or convien che mio seguir
desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l'ultimo suo ciascuno
artista.
Cotal qual io la lascio a
maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l'ardüa sua matera
terminando,
con atto e voce di spedito
duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch'è
pura luce:
luce intellettüal, piena
d'amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne
dolzore.
Qui vederai l'una e l'altra
milizia
di paradiso, e l'una in quelli aspetti
che tu vedrai a l'ultima
giustizia».
Come sùbito lampo che
discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l'atto l'occhio di più forti
obietti,
così mi circunfulse luce
viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla
m'appariva.
«Sempre l'amor che queta questo
cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il
candelo».
Non fur più tosto dentro a me
venute
queste parole brievi, ch'io compresi
me sormontar di sopr' a mia
virtute;
e di novella vista mi
raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser
difesi;
e vidi lume in forma di
rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil
primavera.
Di tal fiumana uscian faville
vive,
e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
quasi rubin che oro
circunscrive;
poi, come inebrïate da li
odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s'una intrava, un'altra n'uscia
fori.
«L'alto disio che mo t'infiamma
e urge,
d'aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più
turge;
ma di quest' acqua convien che
tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li
occhi miei.
Anche soggiunse: «Il fiume e li
topazi
ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
son di lor vero umbriferi
prefazi.
Non che da sé sian queste cose
acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto
superbe».
Non è fantin che sì sùbito
rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l'usanza
sua,
come fec' io, per far migliori
spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi
s'immegli;
e sì come di lei bevve la
gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta
tonda.
Poi, come gente stata sotto
larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che
disparve,
così mi si cambiaro in maggior
feste
li fiori e le faville, sì ch'io vidi
ambo le corti del ciel
manifeste.
O isplendor di Dio, per cu' io
vidi
l'alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com' ïo il
vidi!
Lume è là sù che visibile
face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua
pace.
E' si distende in circular
figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga
cintura.
Fassi di raggio tutta sua
parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e
potenza.
E come clivo in acqua di suo
imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne'
fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno
intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto
ha ritorno.
E se l'infimo grado in sé
raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne
l'estreme foglie!
La vista mia ne l'ampio e ne
l'altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e 'l quale di
quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né
leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla
rileva.
Nel giallo de la rosa
sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che
sempre verna,
qual è colui che tace e dicer
vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è 'l convento de le
bianche stole!
Vedi nostra città quant' ella
gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si
disira.
E 'n quel gran seggio a che tu
li occhi tieni
per la corona che già v'è sù posta,
prima che tu a queste
nozze ceni,
sederà l'alma, che fia giù
agosta,
de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
verrà in prima ch'ella sia
disposta.
La cieca cupidigia che
v'ammalia
simili fatti v'ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la
balia.
E fia prefetto nel foro
divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un
cammino.
Ma poco poi sarà da Dio
sofferto
nel santo officio; ch'el sarà detruso
là dove Simon mago è per
suo merto,
e farà quel d'Alagna intrar più giuso».
CANTO XXXI
[Canto XXXI, il quale tratta come l'auttore fue lasciato da Beatrice e trovò Santo Bernardo, per lo cui conducimento rivide Beatrice ne la sua gloria; poi pone una orazione che Dante fece a Beatrice che pregasse per lui lo nostro Segnore Iddio e la nostra Donna sua Madre; e come vide la Divina Maestà.]
In forma dunque di candida
rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece
sposa;
ma l'altra, che volando vede e
canta
la gloria di colui che la 'nnamora
e la bontà che la fece
cotanta,
sì come schiera d'ape che
s'infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro
s'insapora,
nel gran fior discendeva che
s'addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove 'l süo amor sempre
soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma
viva
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine
arriva.
Quando scendean nel fior, di
banco in banco
porgevan de la pace e de l'ardore
ch'elli acquistavan
ventilando il fianco.
Né l'interporsi tra 'l disopra
e 'l fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo
splendore:
ché la luce divina è
penetrante
per l'universo secondo ch'è degno,
sì che nulla le puote essere
ostante.
Questo sicuro e gaudïoso
regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad
un segno.
Oh trina luce che 'n unica
stella
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la
nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal
plaga
che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond'
ella è vaga,
veggendo Roma e l'ardüa sua
opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di
sopra;
ïo, che al divino da
l'umano,
a l'etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e
sano,
di che stupor dovea esser
compiuto!
Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
libito non udire e starmi
muto.
E quasi peregrin che si
ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com' ello
stea,
su per la viva luce
passeggiando,
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo
recirculando.
Vedëa visi a carità
süadi,
d'altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte
onestadi.
La forma general di
paradiso
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato
fiso;
e volgeami con voglia
rïaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era
sospesa.
Uno intendëa, e altro mi
rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti
glorïose.
Diffuso era per li occhi e per
le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si
convene.
E «Ov' è ella?», sùbito diss'
io.
Ond' elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco
mio;
e se riguardi sù nel terzo
giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le
sortiro».
Sanza risponder, li occhi sù
levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni
rai.
Da quella regïon che più sù
tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù
s'abbandona,
quanto lì da Beatrice la mia
vista;
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo
mista.
«O donna in cui la mia speranza
vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue
vestige,
di tante cose quant' i' ho
vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la
virtute.
Tu m'hai di servo tratto a
libertate
per tutte quelle vie, per tutt' i modi
che di ciò fare avei la
potestate.
La tua magnificenza in me
custodi,
sì che l'anima mia, che fatt' hai sana,
piacente a te dal corpo
si disnodi».
Così orai; e quella, sì
lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l'etterna
fontana.
E 'l santo sene: «Acciò che tu
assommi
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo
mandommi,
vola con li occhi per questo
giardino;
ché veder lui t'acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio
divino.
E la regina del cielo, ond' ïo
ardo
tutto d'amor, ne farà ogne grazia,
però ch'i' sono il suo fedel
Bernardo».
Qual è colui che forse di
Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l'antica fame non sen
sazia,
ma dice nel pensier, fin che si
mostra:
'Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza
vostra?';
tal era io mirando la
vivace
carità di colui che 'n questo mondo,
contemplando, gustò di quella
pace.
«Figliuol di grazia, quest'
esser giocondo»,
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur
qua giù al fondo;
ma guarda i cerchi infino al
più remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e
devoto».
Io levai li occhi; e come da
mattina
la parte orïental de l'orizzonte
soverchia quella dove 'l sol
declina,
così, quasi di valle andando a
monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l'altra
fronte.
E come quivi ove s'aspetta il
temo
che mal guidò Fetonte, più s'infiamma,
e quinci e quindi il lume si
fa scemo,
così quella pacifica
oriafiamma
nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
per igual modo allentava
la fiamma;
e a quel mezzo, con le penne
sparte,
vid' io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore
e d'arte.
Vidi a lor giochi quivi e a lor
canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri
santi;
e s'io avessi in dir tanta
divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua
delizia.
Bernardo, come vide li occhi
miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse
a lei,
che ' miei di rimirar fé più ardenti.
CANTO XXXII
[Canto XXXII, ove tratta come santo Bernardo mostrò a Dante ordinatamente li luoghi de' beati del Vecchio e del Nuovo Testamento; e come a la voce de l'Arcangelo Gabriello laudavano nostra Madonna, cioè la Virgine Maria.]
Affetto al suo piacer, quel
contemplante
libero officio di dottore assunse,
e cominciò queste parole
sante:
«La piaga che Maria richiuse e
unse,
quella ch'è tanto bella da' suoi piedi
è colei che l'aperse e che la
punse.
Ne l'ordine che fanno i terzi
sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con Bëatrice, sì come tu
vedi.
Sarra e Rebecca, Iudìt e
colei
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse 'Miserere
mei',
puoi tu veder così di soglia in
soglia
giù digradar, com' io ch'a proprio nome
vo per la rosa giù di
foglia in foglia.
E dal settimo grado in giù, sì
come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le
chiome;
perché, secondo lo sguardo che
fée
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre
scalee.
Da questa parte onde 'l fiore è
maturo
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo
venturo;
da l'altra parte onde sono
intercisi
di vòti i semicirculi, si stanno
quei ch'a Cristo venuto ebber
li visi.
E come quinci il glorïoso
scanno
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna
fanno,
così di contra quel del gran
Giovanni,
che sempre santo 'l diserto e 'l martiro
sofferse, e poi
l'inferno da due anni;
e sotto lui così cerner
sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in
giro.
Or mira l'alto proveder
divino:
ché l'uno e l'altro aspetto de la fede
igualmente empierà questo
giardino.
E sappi che dal grado in giù
che fiede
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito
si siede,
ma per l'altrui, con certe
condizioni:
ché tutti questi son spiriti asciolti
prima ch'avesser vere
elezïoni.
Ben te ne puoi accorger per li
volti
e anche per le voci püerili,
se tu li guardi bene e se li
ascolti.
Or dubbi tu e dubitando
sili;
ma io discioglierò 'l forte legame
in che ti stringon li pensier
sottili.
Dentro a l'ampiezza di questo
reame
casüal punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o
fame:
ché per etterna legge è
stabilito
quantunque vedi, sì che giustamente
ci si risponde da l'anello
al dito;
e però questa festinata
gente
a vera vita non è sine causa
intra sé qui più e meno
eccellente.
Lo rege per cui questo regno
pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più
ausa,
le menti tutte nel suo lieto
aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti
l'effetto.
E ciò espresso e chiaro vi si
nota
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber l'ira
commota.
Però, secondo il color d'i
capelli,
di cotal grazia l'altissimo lume
degnamente convien che
s'incappelli.
Dunque, sanza mercé di lor
costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero
acume.
Bastavasi ne' secoli
recenti
con l'innocenza, per aver salute,
solamente la fede d'i
parenti;
poi che le prime etadi fuor
compiute,
convenne ai maschi a l'innocenti penne
per circuncidere
acquistar virtute;
ma poi che 'l tempo de la
grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si
ritenne.
Riguarda omai ne la faccia che
a Cristo
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a
veder Cristo».
Io vidi sopra lei tanta
allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella
altezza,
che quantunque io avea visto
davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto
sembiante;
e quello amor che primo lì
discese,
cantando 'Ave, Maria, gratïa plena',
dinanzi a lei le sue
ali distese.
Rispuose a la divina
cantilena
da tutte parti la beata corte,
sì ch'ogne vista sen fé più
serena.
«O santo padre, che per me
comporte
l'esser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per
etterna sorte,
qual è quell' angel che con
tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di
foco?».
Così ricorsi ancora a la
dottrina
di colui ch'abbelliva di Maria,
come del sole stella
mattutina.
Ed elli a me: «Baldezza e
leggiadria
quant' esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì
volem che sia,
perch' elli è quelli che portò
la palma
giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio
carcar si volse de la
nostra salma.
Ma vieni omai con li occhi sì
com' io
andrò parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio
giustissimo e pio.
Quei due che seggon là sù più
felici
per esser propinquissimi ad Agusta,
son d'esta rosa quasi due
radici:
colui che da sinistra le
s'aggiusta
è il padre per lo cui ardito gusto
l'umana specie tanto amaro
gusta;
dal destro vedi quel padre
vetusto
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomandò di questo fior
venusto.
E quei che vide tutti i tempi
gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che s'acquistò con la lancia e
coi clavi,
siede lungh' esso, e lungo
l'altro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e
retrosa.
Di contr' a Pietro vedi sedere
Anna,
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare
osanna;
e contro al maggior padre di
famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le
ciglia.
Ma perché 'l tempo fugge che
t'assonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com' elli ha del panno
fa la gonna;
e drizzeremo li occhi al primo
amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant' è possibil per lo suo
fulgore.
Veramente, ne forse tu
t'arretri
movendo l'ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che
s'impetri
grazia da quella che puote
aiutarti;
e tu mi seguirai con l'affezione,
sì che dal dicer mio lo cor
non parti».
E cominciò questa santa orazione:
CANTO XXXIII
[Canto XXXIII, il quale è l'ultimo de la terza cantica e ultima; nel quale canto santo Bernardo in figura de l'auttore fa una orazione a la Vergine Maria, pregandola che sé e la Divina Maestade si lasci vedere visibilemente.]
«Vergine Madre, figlia del tuo
figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno
consiglio,
tu se' colei che l'umana
natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua
fattura.
Nel ventre tuo si raccese
l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo
fiore.
Qui se' a noi meridïana
face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana
vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto
vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar
sanz' ali.
La tua benignità non pur
soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar
precorre.
In te misericordia, in te
pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di
bontate.
Or questi, che da l'infima
lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad
una,
supplica a te, per grazia, di
virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima
salute.
E io, che mai per mio veder non
arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che
non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li
disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si
dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che
puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti
suoi.
Vinca tua guardia i movimenti
umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le
mani!».
Li occhi da Dio diletti e
venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son
grati;
indi a l'etterno lume
s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio
tanto chiaro.
E io ch'al fine di tutt' i
disii
appropinquava, sì com' io dovea,
l'ardor del desiderio in me
finii.
Bernardo m'accennava, e
sorridea,
perch' io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual
ei volea:
ché la mia vista, venendo
sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è
vera.
Da quinci innanzi il mio veder
fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a
tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando
vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente
non riede,
cotal son io, ché quasi tutta
cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da
essa.
Così la neve al sol si
disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di
Sibilla.
O somma luce che tanto ti
levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che
parevi,
e fa la lingua mia tanto
possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura
gente;
ché, per tornare alquanto a mia
memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua
vittoria.
Io credo, per l'acume ch'io
soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui
fossero aversi.
E' mi ricorda ch'io fui più
ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore
infinito.
Oh abbondante grazia ond' io
presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi
consunsi!
Nel suo profondo vidi che
s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si
squaderna:
sustanze e accidenti e lor
costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un
semplice lume.
La forma universal di questo
nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i'
godo.
Un punto solo m'è maggior
letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra
d'Argo.
Così la mente mia, tutta
sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi
accesa.
A quella luce cotal si
diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si
consenta;
però che 'l ben, ch'è del
volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò
ch'è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia
favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la
lingua a la mammella.
Non perché più ch'un semplice
sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era
davante;
ma per la vista che
s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom' io, a me si
travagliava.
Ne la profonda e chiara
sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una
contenenza;
e l'un da l'altro come iri da
iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente
si spiri.
Oh quanto è corto il dire e
come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non
basta a dicer 'poco'.
O luce etterna che sola in te
sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e
arridi!
Quella circulazion che sì
concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto
circunspetta,
dentro da sé, del suo colore
stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei
tutto era messo.
Qual è 'l geomètra che tutto
s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio
ond' elli indige,
tal era io a quella vista
nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi
s'indova;
ma non eran da ciò le proprie
penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia
venne.
A l'alta fantasia qui mancò
possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota
ch'igualmente è mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.
[Explicit Liber Comedie
Dantis Alagherii de
Florentia]