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Platone
LE LEGGI
PREMESSA
Platone Le
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LIBRO PRIMO
ATENIESE: Un dio
o un uomo presso di voi, stranieri, ha fama di essere l'autore delle
istituzioni delle leggi?
CLINIA: Un dio, straniero,
un dio, se vogliamo esprimerci nel modo più giusto: presso di noi Zeus, presso
gli
Spartani, donde
questi è venuto, penso che dicano che sia stato Apollo. O no?
MEGILLO: Sì.
ATENIESE: Forse
tu affermi, come Omero, che Minosse (1) ogni nove anni si recava dal padre per
incontrarlo e
che, secondo gli
oracoli di quello, stabiliva le leggi per le vostre città?
CLINIA: Così si
dice presso di noi: e si dice anche che suo fratello Radamante - avete già
sentito questo nome - sia
stato uomo di
grande giustizia. E noi Cretesi potremmo dire che costui si è giustamente
meritato questo elogio per il
modo con cui
allora ha ammimstrato la giustizia.
ATENIESE: E bella
è questa fama, e ben si addice al figlio di Zeus. E poiché tu e lui siete stati
allevati nelle
consuetudini di
tali leggi, penso che non vi dispiacerà se ora faremo una conversazione sulla
costituzione dello stato e
sulle leggi,
parlando ed insieme ascoltando lungo il cammino. In ogni caso la strada che da
Cnosso porta all'antro di
Zeus e al suo
tempio ci sarà sufficiente, come sappiamo, e lungo la strada, mi pare, vi sono
luoghi ombreggiati per
riposarsi,
situati in mezzo ad alti alberi, dato che a quest'ora il caldo è torrido, e
alla nostra età sarà conveniente fermarci
di frequente in
quei luoghi, e confortandoci l'un l'altro con i discorsi, compiere facilmente
tutto il cammino.
CLINIA:
Proseguendo nel cammino, straniero, si trovano, nei boschi sacri, splendide
piante di cipresso per la loro
altezza e
bellezza, e prati in cui potremo riposare e conversare.
ATENIESE: Dici
bene.
CLINIA:
Certamente. E quando li vedremo lo diremo ancora più volentieri. Ma andiamo, e
la sorte ci sia benevola.
ATENIESE: Sia
così. Dimmi: perché la legge ha stabilito da voi i pasti in comune, i ginnasi,
e quel modo che avete
di portare le
armi?
CLINIA: Credo,
straniero, che a chiunque sia facile comprendere le nostre usanze. Come vedete,
la natura di tutta la
regione di Creta
non è pianeggiante come quella dei Tessali, (2) ed è per questo motivo che quelli
si servono per lo più
di cavalli,
mentre noi corriamo a piedi: il nostro territorio infatti è irregolare, ed è
più adatto alla pratica della corsa. In
questa regione è
necessario possedere armi leggere e correre senza portare con sé cose pesanti:
la leggerezza degli archi
e delle frecce
sembra dunque essere adatta. Tutte queste cose ci preparano ad affrontare la
guerra, e, mi sembra, tutto è
stato ordinato
dal legislatore in vista di questo obbiettivo: perché anche per i pasti in
comune, forse li ha introdotti,
vedendo che
tutti, quando fanno una guerra, sono costretti dalla situazione stessa a
mangiare insieme durante questo
tempo per motivi
di sicurezza. Del resto mi sembra che abbia voluto condannare la stoltezza
della maggior parte di
coloro i quali
non capiscono che ogni stato si trova sempre in una guerra incessante contro un
altro stato finché vive. Se
allora in tempo
di guerra bisogna mangiare insieme per ragioni di sicurezza, e comandanti e
soldati devono essere
addestrati per la
guardia, questo dev'essere fatto anche in tempo di pace. Infatti, quella che la
maggior parte degli
uomini chiama
pace, è soltanto un nome, perché di fatto ogni stato è per natura sempre in
guerra, anche se non
dichiarata,
contro un altro stato. Considerando la cosa da questo punto di vista, scoprirai
che il legislatore di Creta
stabili tutte le
nostre consuetudini pubbliche e private in vista della guerra, e che per questa
ragione ci comandò di
osservarle,
poiché pensava che nessun'altra ricchezza o possesso fosse utile, se non si
vincesse in guerra, dato che tutti i
beni dei vinti
finiscono nelle mani dei vincitori.
ATENIESE: Bene,
straniero, mi sembra che ti sia esercitato a comprendere la legislazione di
Creta. Ma spiegami
questo punto con
maggior chiarezza: mi pare che in base al criterio da te stabilito per
giudicare uno stato ben governato,
affermi che tale
stato deve essere organizzato e guidato in modo tale da poter vincere in guerra
le altre città. O no?
CLINIA: Certo. E
penso che anche costui sia d'accordo con me.
MEGILLO: In quale
altro modo potrebbe rispondere, divino, uno spartano qualsiasi?
ATENIESE: Forse
questo sistema vale per i rapporti fra stato e stato, ed è diverso per i
rapporti fra villaggio e
villaggio?
CLINIA:
Nient'affatto.
ATENIESE: Allora
vale lo stesso sistema?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E così
tra una famiglia ed un'altra di un villaggio, e addirittura tra un uomo e un
alt ro, è valido lo stesso
sistema?
CLINIA: Lo stesso
sistema.
ATENIESE: E così,
di fronte a se stessi, bisogna considerarsi come nemico di fronte a nemico? O
come dobbiamo
dire?
CLINIA: Straniero
Ateniese - infatti non vorrei chiamarti Attico, poiché mi sembri più degno di
un nome vicino a
quello della dea
- riportando giustamente il discorso al suo principio, lo hai reso più chiaro,
sicché scoprirai più
facilmente che
quello che abbiamo detto adesso era giusto, e cioè che in pubblico tutti sono
nemici di tutti, e in privato
ciascuno lo è di
se stesso.
ATENIESE: Che
cosa hai detto, o uomo meraviglioso?
CLINIA: Anche in
quell'occasione il vincere se stessi è la principale e la più nobile vittoria,
mentre l'essere vinto da
se stessi è la
peggiore e più turpe sconfitta. Questo è dunque un segno che ciascuno di noi è
in guerra con se stesso.
ATENIESE:
Torniamo allora indietro nel ragionamento. Poiché ciascuno di noi può vincere o
esser vinto da se
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stesso, diciamo
che la stessa cosa vale per la famiglia, il villaggio, e lo stato?
CLINIA: Stai
dicendo che uno vince se stesso e l'altro è vinto?
ATENIESE: Sì.
CLINIA: Giusta
anche questa domanda: questo accade senza dubbio, soprattutto negli stati.
Infatti, quando in uno
stato i migliori
vincono la massa e i peggiori, giustamente si può dire che quello stato domina
se stesso, e ancor più
giustamente lo si
loderà per tale vittoria: tutto il contrario, naturalmente, nel caso opposto.
ATENIESE:
Lasciamo stare la questione se ciò che è peggiore può mai dominare ciò che è
migliore - infatti sarebbe
un discorso
troppo lungo -, ma ora capisco quel che hai detto, e cioè che talvolta
cittadini affini e originari dello stesso
stato, malvagi e
riuniti molti insieme, tentano con la violenza di rendere schiavi una minoranza
di cittadini giusti, e se
riescono a
dominare, si può dire giustamente che quello stato è inferiore e nel contempo
malvagio, mentre se sono
dominati, quello
è più forte e migliore.
CLINIA: E assai
strano, o straniero, quel che ora si è detto, tuttavia dobbiamo convenire che è
così.
ATENIESE: Stai
attento. Facciamo ancora attenzione a questo. Molti fratelli possono nascere da
un solo uomo e da
una sola donna, e
non vi è nulla di incredibile se fra di loro i più sono ingiusti, mentre vi è
una minoranza di giusti.
CLINIA: No,
certo.
ATENIESE: E non sarebbe
conveniente né a me né a voi cercare di sapere questo, e cioè che se dominano i
malvagi
bisogna dire che
la famiglia o tutta la stessa parentela è inferiore a se stessa, mentre è
superiore se sono dominati: infatti
ora non dobbiamo valutare
l'eleganza o meno dei termini, in relazione alla parlata della maggior parte di
persone, ma
ciò che per
natura è giusto o sbagliato in relazione alle leggi.
CLINIA: Quello
che dici è verissimo, straniero.
MEGILLO: Bene,
anche a me sembra così per ora.
ATENIESE: Vediamo
anche questo: vi può essere un giudice per quei fratelli di cui abbiamo appena
parlato?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: E quale
giudice sarebbe migliore? Quello che farebbe morire quanti di essi sono
malvagi, e
comandasse ai
migliori di governarsi da soli, o quello che facesse governare i buoni, e
lasciasse in vita i peggiori
obbligandoli a
sottomettersi volontariamente al potere? Oppure, in relazione alla virtù,
diciamo che vi è un terzo giudice
che, adottando
una famiglia discorde, non uccide nessuno, ma riappacificando i componenti per
il tempo futuro e
stabilendo per
loro delle leggi, è in grado di garantire che essi siano l'un l'altro amici.
CLINIA: Di gran
lunga migliore sarebbe un giudice e un legislatore di questo genere.
ATENIESE: Ed egli
darebbe loro delle leggi non in vista della guerra, ma al suo contrario.
CLINIA: Questo è
vero.
ATENIESE: E che
dire di chi mette ordine in uno stato? Dovrà ordinare la vita di questo stato
in vista di una guerra
esterna piuttosto
che a quella guerra che ogni volta nasce al suo interno e che si chiama
sedizione? E a proposito di
questa guerra,
nessuno mai vorrebbe che nascesse nel proprio stato, e, una volta sorta,
vorrebbe che terminasse il più
presto possibile.
CLINIA: In vista
di questa guerra interna, è chiaro.
ATENIESE: E
sarebbe preferibile che la pace nascesse dalla sedizione, dopo che una parte
fosse stata annientata e
un'altra avesse
avuto la meglio, oppure che l'amicizia e la pace nascessero dalla
riconciliazione, in modo tale da prestare
necessariamente
attenzione verso i nemici esterni?
CLINIA: Ognuno
preferirebbe per il proprio stato questa soluzione piuttosto che l'altra.
ATENIESE: E anche
un simile legislatore?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Non è
forse in vista dell'ottimo bene che ogni legislatore stabilisce tutto il
complesso delle leggi?
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: E
l'ottimo bene non è la guerra e neppure la sedizione - anzi è abominevole avere
bisogno di esse -, ma
è la pace reciproca
e la benevolenza. Inoltre, vincere se stesso per uno stato non è, pare, il bene
più grande, ma una
necessità. Come
se, ad esempio, si ritenesse che un corpo malato sottoposto a cure mediche è in
ottima salute, e non si
prestasse
attenzione a quel corpo che non ha bisogno di nessuna cura, allo stesso modo,
quando si rifletta in questi
termini sulla
felicità della città o del singolo cittadino, non si è mai un vero politico, se
si guarda solo e principalmente
alle guerre
esterne, e neppure si è diligenti legislatori, se non si stabiliscono in vista
della pace le leggi sulla guerra
piuttosto che in
vista della guerra le leggi sulla pace.
CLINIA: Mi pare
che questo discorso, straniero, sia giusto, anzi, mi meraviglio che la nostra
legislazione e anche
quella spartana
non abbia indirizzato ogni sforzo in vista di queste cose.
ATENIESE: Può
darsi: ma ora non dobbiamo polemizzare aspramente con loro, ma interrogarli
serenamente, poiché
tanto noi quanto
loro ci occupiamo col massimo impegno delle stesse cose. Seguitemi nel
ragionamento: invochiamo
Tirteo, (3)
ateniese di nascita e, in seguito, cittadino di Sparta, poiché fra tutti gli
uomini di più si è occupato di queste
cose, e ha detto:
«Non potrei ricordare né tener conto di un uomo», (4) neppure se fosse il più
ricco degli uomini,
continua, né se
possedesse molti beni, e li dice quasi tutti, se in guerra non fosse sempre il
migliore. Anche tu avrai
ascoltato questi
versi: e Megillo, credo, ne sarà sazio.
MEGILLO:
Certamente.
CLINIA: Anche da
noi sono giunti, portati proprio da Sparta.
ATENIESE: Avanti,
interroghiamo insieme il poeta con queste parole: «O Tirteo, il più divino fra
i poeti - infatti tu
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ci sembri saggio e
buono perché hai lodato in modo eccellente coloro che in modo eccellente si
distinsero in guerra -, io,
Megillo, e Clinia
di Cnosso che è qui siamo d'accordo con te, o almeno sembra: tuttavia vogliamo
sapere con chiarezza
se stiamo o no
parlando delle stesse persone. Dicci dunque: ritieni anche tu che vi siano due
specie di guerra, come noi
sicuramente
pensiamo, o che cosa pensi?». Credo che ad una domanda come questa anche una
persona meno importante
di Tirteo direbbe
il vero, e cioè che vi siano due generi di guerra: l'uno che chiamiamo tutti
"sedizione", e che fra tutte le
guerre è la più
dura, come abbiamo appena detto; l'altro genere, invece - e credo che su questo
punto siamo tutti
d'accordo -
riguarda quella guerra che ci impegna contro i nemici esterni e di altra
stirpe, ed è molto più mite della
prima.
CLINIA: Come non
potrebbe essere così?
ATENIESE:
«Coraggio, quali uomini hai elogiato, e per quale delle due guerre li hai
elogiati, umiliando gli altri?
Pare che tu abbia
elogiato coloro che si trovano di fronte a nemici esterni: perché nelle tue
poesie tu hai detto di non
sopportare
affatto quel genere di persone che non hanno il coraggio di guardare
un'uccisione cruenta, "e non colpiscono
un nemico
incalzandolo da vicino".(5) Dunque, dopo queste parole, potremmo dire che
il tuo elogi, Tirteo, si indirizza,
a quanto pare,
verso coloro che si sono segnalati nella guerra esterna contro lo straniero».
Dirà che è così e sarà
d'accordo?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: E noi,
benché costoro siano uomini valorosi, diciamo che di gran lunga migliori e
molto più valorosi
sono coloro che
si distinguono nella guerra più importante: e chiamiamo a testimone un poeta,
Teognide, (6) cittadino
di Megara in
Sicilia, che dice: «L'uomo fedele è stimato alla pari dell'oro e dell'argento,
o Cirna, nel terribile giorno
della
discordia».(7) Diciamo infatti che costui nella guerra più aspra è di gran
lunga migliore di quell'altro, nella misura
in cui giustizia,
temperanza, e prudenza messe insieme al coraggio sono migliori del coraggio
stesso preso da solo.
Perché non è
possibile mantenersi fedeli ed integri durante le sedizioni, se si è privi
della virtù nel suo complesso:
mentre nella
guerra di cui parla Tirteo sono moltissimi i mercenari che resistendo e
combattendo desiderano la morte, e
fra costoro la
maggior parte diventano insolenti, ingiusti, violenti, e i più dissennati fra
tutti, fatta eccezione per pochi.
Come possiamo ora
concludere questo discorso? E che cosa mai ha voluto dimostrare dicendo le cose
che ha detto?
Questo
chiaramente, e cioè che ogni legislatore, anche di scarso valore, ma
soprattutto questo di qui che è stato
consigliato da
Zeus, stabilirà sempre le leggi tenendo conto di nient'altro se non della virtù
più importante: e questa
virtù, come dice
Teognide, consiste nel mantenersi fedeli nei momenti difficili, e si potrebbe
definire come l'aspetto più
completo della
giustizia. Quanto alla virtù sommamente elogiata da Tirteo, essa è bella ed è
stata adornata in modo
conveniente dal
poeta, ma è al quarto posto secondo il numero e il valore, se vogliamo parlare
correttamente.
CLINIA:
Straniero, allora respingiamo il nostro legislatore considerandolo fra i più
lontani dalla giustizia.
ATENIESE: Ma no,
carissimo amico, condanniamo noi stessi se pensiamo che tutto il complesso di
leggi che sono a
Sparta e in
questo luogo sia stato stabilito da Licurgo (8) e da Minosse proprio in vista
della guerra.
CLINIA: Che cosa
dovevamo dire allora?
ATENIESE: Quello
che è vero e giusto dire, come credo, quando si discorre di uno stato che ha
fondamenta divine,
e cioè che il dio
stabilì le leggi badando non ad una parte di virtù, e per giunta a quella di v
alore più scarso, ma a tutta la
virtù nel suo
complesso, e che cercò le leggi secondo ciascuno degli aspetti della virtù, e
non secondo gli aspetti che si
propongono gli
attuali legislatori nelle loro ricerche. Oggi ciascuno ricerca e si propone di
esaminare solo quegli aspetti
della legge di
cui ha bisogno - uno si interessa della legislazione riguardante l'eredità e
gli eredi, un altro delle leggi
concernenti gli
oltraggi, altri ancora di innumerevoli altre cose -, mentre noi diciamo che chi
vuole svolgere una corretta
ricerca intorno alle
leggi deve muoversi come noi adesso abbiamo cominciato a fare. E mi rallegro
moltissimo con te
per
l'interpretazione che hai cominciato a dare alle leggi: perché è corretto
cominciare dalla virtù, dicendo che in vista di
quella il
legislatore ha stabilito le leggi, ma quando hai affermato che quello ha
legiferato riferendo tutto il complesso di
leggi ad una
parte di virtù, e per giunta a quella di più scarso valore, mi è parso che tu
non parlassi più correttamente, e
perciò ho fatto tutto
quest'ultimo discorso. Come dunque avrei voluto sentire che tu esponessi il tuo
discorso? Vuoi che
te lo dica?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE:
«Forestiero», bisognava dire, «le leggi dei Cretesi non sono invano stimate in
maniera eccellente
presso tutti i
Greci: esse sono giuste perché rendono felici coloro che le applicano, poiché
procurano tutti i beni. E i beni
si dividono in
due specie: quelli umani e quelli divini. Da quelli divini dipendono gli umani,
e se uno stato possiede quei
beni più grandi possiede
di conseguenza anche i piccoli, in caso contrario e privo di entrambi. Fra i
beni minori viene
inclusa
innanzitutto la salute, come secondo la bellezza, terzo la forza fisica nella
corsa e in tutti gli altri movimenti del
corpo, quarto la
ricchezza che non è cieca ma è dotata di perspicacia e si accompagna alla
prudenza. Fra i beni divini,
invece, il primo
bene è proprio la prudenza, il secondo, dopo l'intelletto, la saggia
disposizione dell'anima, da questi
beni mescolati al
coraggio deriva il terzo, e cioè la giustizia, quarto il coraggio.
Tutti questi beni
sono per natura disposti prima di quegli altri, e il legislatore deve
rispettare tale disposizione. Dopo
di ciò deve
avvertire i suoi concittadini che tutte le altre prescrizioni loro impartite sono
pensate in vista di questi beni,
così come i beni
umani sono pensati in vista di quelli divini, e quelli divini in vista
dell'intelletto che è la guida di tutti.
Deve quindi
occuparsi dei matrimoni contratti, e, dopo di ciò, della nascita e dell'educazione
dei figli, maschi e
femmine -
partendo dalla loro giovinezza per giungere attraverso la maturità fino alla
vecchiaia - premiandoli o
punendoli quando
è opportuno. E sorvegliando osservando in ogni altra loro relazione i dolori, i
piaceri, i desideri, e la
cura di tutte le
passioni, deve correttamente criticarli ed elogiarli mediante le leggi stesse:
e così nei momenti d'ira, e
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nelle paure, e
nei casi in cui l'anima è sconvolta per la cattiva sorte o quando per una buona
sorte trova scampo da quei
patimenti, e in
tutte le circostanze che accadono agli uomini nel corso di malattie, guerre,
povertà, ma anche in eventi
contrari a
questi, in tutti questi casi, allora, egli deve insegnare e definire, in
relazione alla disposizione d'animo di
ciascuno, ciò che
è bene e ciò che non lo è. Dopo di che il legislatore deve controllare come
avvengono gli acquisti e le
spese dei
cittadini, e come stabiliscono le relazioni fra loro e come le sciolgono,
volontariamente o no, e osservare se in
ciascuno di
questi rapporti vi sia o no giustizia, e distribuire onori a chi ubbidisce alle
leggi, e punizioni ben determinate
a chi non
ubbidisce, finché, giunto al termine di tutta la costituzione, veda anche per i
morti quale dev'essere la
sepoltura più
adatta per ciascuno e quali onori gli si debbano assegnare. Considerato ciò,
chi ha stabilito queste leggi
dovrà porre dei
custodi per tutte, e di questi custodi alcuni agiranno mediante la prudenza,
altri mediante la vera
opinione, in modo
che l'intelletto, connettendo insieme tutte queste norme, dimostri che esse si
accompagnano alla
temperanza e alla
giustizia, e non alla ricchezza e alla brama di onori». Così stranieri, avrei
voluto, e ancora adesso lo
desidero, che voi
mi spiegaste come nelle leggi che si dice siano di Zeus e di Apollo Pizio,(9) e
che Minosse e Licurgo
hanno stabilito,
vi siano tutte queste norme, e come nell'ordine che hanno assunto si mostrino
in tutta la loro evidenza a
chi abbia fatto
esperienza delle leggi mediante lo studio o una pratica abituale, mentre
restano oscure a noi altri.
CLINIA: Come,
straniero, dobbiamo continuare dopo queste cose?
ATENIESE: Mi
sembra che si debba riprendere ad esaminare nuovamente dal principio così come
avevamo
cominciato: in
primo luogo le pratiche del coraggio, e in seguito, se volete, le altre specie
di virtù esaminandole una
dopo l'altra. Non
appena avremo terminato questa prima analisi, tenteremo, stabilendo questo
modello e discutendo in
questo modo delle
altre cose, di alleviare la fatica del viaggio, e poi, dopo aver trattato di
tutta quanta la virtù,
mostreremo, se il
dio lo vuole, che proprio in vista della virtù, è concepito tutto il complesso
delle leggi.
MEGILLO: Dici
bene, e prova prima di tutto a giudicare costui che elogia Zeus ed è qui con
noi.
ATENIESE:
Proverò, e anche tu con me, poiché la discussione è comune.
Dite dunque:
dobbiamo affermare che i pasti in comune e i ginnasi sono stati escogitati dal
legislatore in vista della
guerra?
MEGILLO: Sì.
ATENIESE: E come terza
e quarta istituzione che cosa ha trovato?
Bisognerà infatti
usare tale enumerazione anche per le altre parti della virtù - parti o come si
debbano chiamare
purché si indichi
chiaramente ciò di cui si parla -.
MEGILLO: Come
terza istituzione, direi io e allo stesso modo qualsiasi altro spartano, egli
escogitò la caccia.
ATENIESE:
Cerchiamo di dire che cosa ha esogitato come quarta e come quinta istituzione,
se siamo capaci.
MEGILLO: Posso
provare a dire che cosa escogitò come quarta. Si tratta di esercitazioni per
sopportare le
sofferenze che
sono praticate presso di noi nelle lotte di pugilato e in certi saccheggi che
ogni volta si verificano con
molte percosse. E
vi è ancora quella che si chiama mirabilmente "la scorreria segreta",
assai faticosa, ma che ci abitua a
resistere al
dolore e alla fatica, e d'inverno l'andare scalzi e il dormire sulla nuda
terra, e il soccorrersi da soli senza
l'aiuto di servi,
vagando notte e giorno per tutta la regione. E ancora durante le ginnopedie vi sono
presso di noi terribili
esercitazioni per
lottare contro la forza del caldo e molte altre ancora che quasi non si
finirebbe più di esaminarle tutte.
ATENIESE: Dici
bene, straniero di Sparta. Ma via, come possiamo definire il coraggio? Forse
diremo che è solo
una semplice
lotta contro le paure e i dolori, o anche contro i desideri, i piaceri, e
contro quelle terribili lusinghe degli
adulatori che
rendono morbido come cera l'animo di chi pensa di essere venerabile?
MEGILLO: Credo
sia così: una lotta contro tutte queste passioni.
ATENIESE: Se
dunque ricordiamo i discorsi precedenti, costui diceva che uno stato o un
individuo può cedere a se
stesso. è così,
strapero di Cnosso?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: E
adesso chi diciamo che sia malvagio: chi cede ai dolori o ai piaceri?
CLINIA: Chi,
piuttosto, soccombe ai piaceri, mi pare: tutti infatti tendenzialmente diciamo
che chi si lascia vincere
dai piaceri cede
a se stesso più vergognosamente di chi si lascia vincere dai dolori.
ATENIESE: Ma
allora il legislatore di Zeus e quello di Apollo non hanno forse stabilito per
legge un coraggio
zoppo, capace di
resistere solo a sinistra, ma incapace, a destra, di resistere ad ingannevoli
lusinghe. O forse resiste
all'una e
all'altra parte?
CLINIA: Credo che
resista ad ambedue le parti.
ATENIESE: Diciamo
di nuovo quali sono nei vostri due stati le consuetudini che, facendovi gustare
i piaceri senza
rifuggire da
essi, come non facevano sfuggire ai dolori, ma vi conducevano in mezzo ad essi,
vi costringono e vi
persuadono con
gli onori a dominarli? Dove viene previsto qualcosa del genere nelle vostre
leggi riguardo ai piaceri?
Ditemi cos'è mai
che da voi rende gli stessi individui ugualmente coraggiosi di fronte alle
sofferenze e ai piaceri, e
vincitori di ciò
che si deve vincere, e per nulla inferiori a nemici che sono loro così vicini e
che sono i più terribili.
MEGILLO: Così
allora, straniero, come avevo la possibilità di citare molte leggi schierate
contro il dolore, sarei in
difficoltà a
parlare delle leggi concernenti i piaceri, secondo grandi e ben distinti
raggruppamenti: ma forse potrei farlo
con piccoli
dettagli.
CLINIA: Neppure
io, nelle leggi di Creta, potrei fare chiaramente qualcosa del genere.
ATENIESE: Nulla
di strano, carissimi stranieri. Ma se uno di noi volesse criticare le leggi di
ciascuno dei nostri
stati, con
l'intenzione di mettere in evidenza l'elemento autentico e migliore, accettiamo
sereni questa critica
vicendevole,
senza essere maldisposti.
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CLINIA: Quello che
dici è giusto, straniero di Atene, e bisogna obbedirti.
ATENIESE: Certo,
Clinia, che a uomini della nostra età non sarebbe conveniente una polemica di
quel genere.
CLINIA: No,
certamente.
ATENIESE: Se sia
giusto o no criticare la costituzione spartana e cretese, è un altro discorso:
ma su ciò che
comunemente si
dice, sarei in grado di parlarne io più di voi due. Presso di voi infatti,
quand'anche il complesso delle
leggi sia stato perfettamente
organizzato, una delle leggi più belle consiste nel non permettere ad alcun
giovane di
ricercare in esse
ciò che è buono e ciò che non lo è, ma ad una voce sola e da una sola bocca
devono tutti asserire che
tutte sono buone
perché sono state poste dagli dèi, e se qualcuno dice in altro modo, non si
tollera affatto che lo si
ascolti. Se poi
qualcuno dei vecchi vuole fare delle considerazioni sulle vostre leggi, può
fare questi discorsi dinanzi ai
magistrati e a
persone della sua età, ma nessun giovane dev'essere presente.
CLINIA: Hai
parlato nel modo più giusto, straniero, e come un indovino, così lontano dal
pensiero di chi allora
stabilì quelle
leggi, ora mi sembra che hai avanzato delle perfette congetture e che dici
l'assoluta verità.
ATENIESE: E non è
forse vero che in questo momento non vi è alcun giovane presente? E a noi,
grazie alla nostra
vecchiaia, non è
forse concesso dal legislatore di discorrere tra noi soltanto proprio di questi
argomenti, senza compiere
alcun fallo?
CLINIA: è proprio
così, e allora non tralasciare neppure un particolare che si possa criticare
nelle nostre leggi, dato
che non è
disonorevole riconoscere che vi è qualcosa di non bello, ma anzi avviene che di
qui possa scaturire un
rimedio per chi
accoglie le critiche non con animo invidioso, ma con benevolenza.
ATENIESE: Bene:
non farò alcuna critica nei confronti delle vostre leggi se prima non le avrò
attentamente
esaminate.
Piuttosto posso avanzare qualche perplessità. A voi soltanto, fra i Greci e fra
i barbari di cui abbiamo notizie,
il legislatore ha
ordinato di astenervi dai più grandi piaceri e dai divertimenti e di non
gioirne, e pensò, come abbiamo
spiegato poco fa,
che se qualcuno sin da giovane evita continuamente i dolori e le paure, quando
per necessità viene a
trovarsi di
fronte a travagli, paure, e dolori, non potrà evitare coloro che in essi si
sono esercitati e diventerà loro
schiavo. A mio
avviso il legis1atore avrebbe dovuto fare la stessa considerazione intorno ai
piaceri, dicendo fra sé e sé
che se qui da noi
i nostri cittadini fin da giovani saranno inesperti dei più grandi piaceri, e
non si esercitano a resistere
loro, e non si
fanno costringere a compiere qualcosa di turpe, essi subiranno, in virtù della
dolce condiscendenza verso i
piaceri, lo stesso
destino di chi cede ai dolori: e in un modo diverso ma ancor più vergognoso
saranno schiavi di chi è
capace di
resistere ai piaceri ed è in grado di possederli, individui talvolta
assolutamente malvagi, ed avranno la loro
anima da una parte
schiava e dall'altra libera, e non saranno degni della pura e semplice
definizione di uomini
coraggiosi e
liberi. Riflettete allora se almeno qualcosa delle parole che ho detto adesso
vi sembra giusto.
CLINIA: Ci sembra
di sì, mentre tu parlavi: e tuttavia aderire subito e con estrema facilità
intorno a questioni così
importanti è
proprio dei giovani e di persone poco assennate.
ATENIESE: Ma se,
o Clinia e straniero di Sparta, dopo di ciò trattassimo il secondo degli
argomenti proposti - dopo
il coraggio
dobbiamo parlare della temperanza -, troveremo qualche differenza in queste
costituzioni rispetto a quelle
ordinate a caso,
come ora si è notato per le costituzioni riguardanti la guerra?
MEGILLO: Non è
certo facile, ma mi pare che i pasti in comune, i ginnasi, siano stati ben
escogitati in vista di
entrambe le
virtù.
ATENIESE: Mi
pare, stranieri, che sia difficile che le costituzioni funzionino
incontestabilmente bene tanto sul
piano pratico
quanto in quello teorico. Si rischia infatti, come nei corpi, che non sia
possibile prescrivere ad un solo
corpo una sola
dieta senza che questa stessa risulti dannosa da una parte e utile dall'altra
ai nostri corpi. Perché anche
questi ginnasi e
i pasti in comune sono adesso per molte altre ragioni utili agli stati, ma sono
dannosi nelle sedizioni - lo
dimostrano i
figli dei Milesi, dei Beoti, e dei Turii -; (10) ed inoltre pare che questo
costume abbia guastato un'antica
legge naturale,
vale a dire i piaceri dell'amore non solo degli uomini ma anche delle bestie. E
di questi mali si
potrebbero
ritenere responsabili per primi i vostri stati e quanti fra gli altri si
occupano soprattutto dei ginnasi: e sia che
tali
considerazioni si debbano fare per scherzo, sia sul serio, occorre riflettere
che un simile piacere è stato concesso
dalla natura al
sesso femminile e a quello maschile perché si unissero insieme in vista della
generazione, mentre
l'unione dei
maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura ed è
un'impresa temeraria compiuta da
coloro che per
primi erano mossi dall'intemperanza del piacere. Tutti accusiamo i Cretesi di
aver inventato il mito di
Ganimede: (11)
poiché si credeva che le loro leggi provenissero da Zeus, essi attribuirono a
Zeus questo mito, affinché,
seguendo il dio,
si potesse godere anche dei frutti di questo piacere. Ma adesso lasciamo la
favola: quando gli uomini
riflettono sulle
leggi, quasi tutta la loro riflessione verte sui piaceri e sui dolori negli
stati e nei costumi privati. Questi
sono come due
sorgenti che vengono lasciate liberamente scorrere dalla natura, e chi vi
attinge - e dove, e quando, e
come, non ha
importanza - è felice, sia che si tratti dello stato, o di un privato
cittadino, o, di un qualsiasi essere vivente,
mentre chi vi attinge
senza criterio e nel momento meno opportuno vive in una condizione contraria.
MEGILLO: Si dice
questo, straniero, e va bene: ma ci sorprende come un'afasia intorno al modo in
cui si deve
rispondere a
queste cose.
A me in ogni caso
sembra giusto che il legislatore a Sparta prescriva di fuggire i piaceri:
quanto alle leggi di Cnosso
costui, se vuole,
le difenderà. Mi pare dunque che le leggi di Sparta in materia di piacere siano
le più belle fra quelle
poste dagli
uomini: infatti la nostra legge bandisce dall'intera regione ciò che fa cadere
gli uomini nei più grandi piaceri,
nell'insolenza, e
in ogni genere di stoltezza, e non ti capiterà di vedere per i campi o nelle
città che sono sotto la
protezione degli
Spartani né simposi né tutto ciò che si accompagna ad essi e mette in moto i
piaceri più sfrenati. Inoltre
non vi è nessuno
che, incontrando un tale che cammina per la strada pieno di vino, non lo
punisca immediatamente e
Platone Le
leggi
10
con grande
severità, e non lo lasci andare neppure se avesse il pretesto delle Dionisie,
(12) come invece talvolta ho visto
da voi la gente
sui carri, e a Taranto, presso la nostra colonia, ho assistito come spettatore
ad una città intera in
condizione di
ubriachezza: da noi una cosa simile non succederebbe.
ATENIESE:
Straniero di Sparta, tutte queste cose sono encomiabili se si ha la capacità di
sopportarle, ma se tali
capacità si
allentano, allora si diventa indolenti: e se qualcuno volesse difendere le
nostre usanze potrebbe
immediatamente
coglierti di sorpresa citando la licenza delle vostre donne. Ma per tutti i
casi di questo genere, a
Taranto come da
noi o da voi, mi sembra che valga un'unica risposta per risolverli, la quale
evidenzi che queste usanze
non sono cattive,
ma giuste. Perché chiunque risponde ad uno straniero che si meraviglia di
vedere costumi per lui
insoliti dirà:
«Non meravigliarti, straniero: presso di noi vi è una simile legge, e forse
presso di voi per le stesse cose ve
n'è un'altra».
E ora il nostro
discorso, amici, non verte sugli altri uomini in generale, ma sui difetti e sui
pregi dei legislatori stessi.
Parliamo ancora
un momento dell'ubriachezza in generale: non è una consuetudine di poco conto,
e il compito di
prenderla in
esame non può spettare ad un legislatore di scarso valore. E non parlo del
vino, se lo si possa bere o no, ma
dell'ubriachezza
stessa, e cioè se bisogna avere con essa lo stesso rapporto che hanno gli Sciti
e i Persiani, e ancora i
Cartaginesi, e i
Celti, e gl'Iberi, e i Traci,(13) che sono tutti popoli guerrieri, oppure se si
debba fare come fate voi: voi
infatti, come
dici tu stesso, non lo bevete affatto, mentre gli Sciti e i Traci lo bevono
assolutamente puro, uomini e
donne, e se lo
versano anche sui vestiti, e ritengono di osservare una bella e fortunata
usanza. I Persiani, poi, si
abbandonano ad
altri lussi che voi respingete, ma lo fanno con più moderazione di quei popoli.
MEGILLO:
Carissimo, noi tutti costoro li allontaniamo, quando prendiamo in mano le armi.
ATENIESE: Non
dire così, ottimo uomo: molte fughe e molti inseguimenti imprevisti ci sono
stati e ci saranno;
perciò quando
citiamo la vittoria o la sconfitta in battaglia, non possiamo considerare
questo come un chiaro criterio per
valutare le usanze
buone da quelle che non lo sono, ma del tutto discutibile. Perché gli stati più
grandi vincono in
battaglia quelli
più piccoli e li rendono schiavi, come i Siracusani con i Locresi (14) - anche
se questi sembrano avere le
leggi migliori
fra gli abitanti di quei luoghi -, e gli Ateniesi con gli abitanti di Ceo, e
ancora molti altri casi che
potremmo trovare.
Ma proviamo a parlare di ciascuna usanza presa di per sé persuadendoci di essa,
e lasciamo per ora
fuori dal
discorso le vittorie e le sconfitte, dicendo che questa cosa è buona e quella
non lo è. Prima di tutto ascoltatemi
su come in tali
questioni si debba esaminare ciò che è utile e ciò che non lo è.
MEGILLO: Come
dici?
ATENIESE: Non mi
sembra affatto giusto l'atteggiamento di chi decide di parlare di un'usanza, e
dopo averla
esposta, subito
la biasima o la elogia, soltanto a pronunciarne il nome: essi si comportano
come quel tale che, sentendo
elogiare il
frumento come un buon alimento, immediatamente lo critica senza informarsi né
delle sue proprietà, né
dell'uso, né in
che modo, né per mezzo di quali mezzi, né con chi, né in quali condizioni viene
prodotto e si può
utilizzare. Ora
mi sembra che noi facciamo la stessa cosa nei nostri discorsi: perché basta
soltanto sentire la parola
ubriachezza, che
già alcuni di noi la criticano e altri la elogiano, ma sempre in modo
inopportuno. Noi infatti, ciascuno
dal suo punto di
vista, tessiamo l'elogio sulla base di testimoni e sostenitori, e mentre alcuni
di noi credono che abbia
più validità la
propria opinione per il fatto di procurarsi molti sostenitori, altri pensano la
stessa cosa poiché vedono
vincere in
battaglia coloro che non bevono vino: ma questo fatto lo riteniamo discutibile.
Se procediamo così anche per
ciascuno degli
aspetti della restante legislazione, non procediamo secondo le mie intenzioni.
In un altro modo,
dunque, che mi sembra di dover esporre, voglio allora parlare di questa stessa
questione,
l'ubriachezza,
cercando, se posso, di mostrarvi la via giusta che bisogna seguire nelle
discussioni di questo genere,
poiché
moltississimi popoli, trovandosi in disaccordo con voi sulle vostre usanze,
entrerebbero in contesa con i vostri
due stati.
MEGILLO: Se
allora disponiamo di un corretto metodo di indagine su tali questioni, non dobbiamo
esitare ad
ascoltarti.
ATENIESE:
Esaminiamo la cosa in questo modo. Coraggio, se qualcuno elogiasse
l'allevamento delle capre e la
capra stessa come
un buon possesso, ed un altro, avendo visto delle capre pascolare senza pastore
su terreni coltivati
recandovi dei
danni, le biasimasse, e biasimasse così ogni animale senza una guida o
accompagnato da una guida
cattiva, dobbiamo
ritenere che il biasimo di quel tale sia in ogni caso inattaccabile?
MEGILLO: E come?
ATENIESE: Un
capitano di una nave è valente solo se conosce la scienza della navigazione,
sia che soffra il mal di
mare sia che non
lo soffra, o come dobbiamo dire?
MEGILLO: Non lo è
affatto se alla scienza si aggiunge anche quel malessere di cui parli.
ATENIESE: E un generale
di soldati? Se è fornito della scienza della guerra, sarà in grado di
comandare, anche se è
vile dinanzi ai
pericoli e se la paura lo fa stare male come se fosse ubriaco?
MEGILLO: E come
potrebbe?
ATENIESE: E se
non è fornito dell'arte ed è vile?
MEGILLO: Parli di
una persona totalmente priva di valore, che non potrebbe mai comandare degli
uomini, ma
qualche donnetta.
ATENIESE: E che
dire di quel tale che loda o critica una qualsiasi comunità - che per natura ha
bisogno di una
guida con il
quale può recare vantaggio -, che forse non ha mai visto una comunità
perfettamente associata sotto la
guida di un capo,
ma sempre senza guida oppure unita a guide malvagie? Crediamo che simili
osservatori di comunità
di questo genere
forniscano una critica o una lode attendibili?
Platone Le
leggi
11
MEGILLO: Come
potrebbero, se non hanno mai visto e non hanno mai fatto parte di nessuna di
quelle comunità
perfettamente
associate?
ATENIESE:
Attenzione! Fra le molte comunità potremmo considerare come una qualsiasi comunità
quella dei
convitati e i
simposi?
MEGILLO: Ma
certamente.
ATENIESE: E
qualcuno ha mai assistito a un simposio ben ordinato?
E a voi due è
facile rispondere: «No, mai, assolutamente». Infatti presso di voi non vi sono
queste usanze e non sono
neppure
consentite dalla legge. Per quanto mi riguarda, invece, ne ho frequentati molti
e in molti luoghi, e per giunta
tutti quanti, se
così si può dire, li ho interrogati, e non mi è quasi mai capitato di vederne o
sentirne nessuno che fosse
perfettamente
organizzato, se non in qualche minuscolo e trascurabile aspetto, mentre la
maggior parte di essi era per
così dire
viziata.
CLINIA: Che cosa
vuoi dire con queste parole, straniero? Parla in modo ancora più chiaro: noi
infatti, come anche
tu hai detto,
siamo inesperti di tali riunioni, e neppure se le frequentassimo, saremmo forse
subito in grado di
riconoscere ciò
che in esse è giusto da ciò che non lo è.
ATENIESE: Quello
che dici è vero: ma io ti rispiego la cosa e tu cerca di capire. Capisci che in
ogni assemblea, in
ogni
associazione, quale che sia la sua attività, è giusto che vi sia sempre una
guida?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E
adesso dicevamo che chi è alla guida di uomini che combattono dev'essere
valoroso.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E chi è
valoroso viene turbato dalla paura meno dei vili.
CLINIA: Anche
questo è giusto.
ATENIESE: E se
con qualche espediente si riuscisse a porre a capo di un esercito una persona
che non viene affatto
sfiorata dalla
paura e non è turbata da nulla, non faremmo questo in ogni modo?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Ora
però non parliamo del capo di un esercito che dovrà guidare gli scontri fra
uomini nemici contro
altri nemici
durante la guerra, ma di chi dovrà presiedere, in tempo di pace, la benevola
unione di amici con altri amici.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Una
riunione come questa, se si svolgesse fra l'ubriachezza, non potrebbe essere
ordinata. O no?
CLINIA: E come
potrebbe? Anzi, sarebbe tutto l'opposto.
ATENIESE Dunque
innanzitutto c'è bisogno di una guida anche per questi?
CLINIA: Certo,
come in nessun altro caso.
ATENIESE:
Bisognerebbe allora procurare, se fosse possibile, una guida priva di
turbamenti?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E
bisognerebbe che fosse accorto nelle riunioni: infatti diventa il custode
dell'amicizia che si stabilisce
fra i
partecipanti, ed inoltre si prende cura affinché, nel corso della riunione,
questa si rafforzi sempre di più.
CLINIA:
Verissimo.
ATENIESE: E
quindi non bisognerà che una persona sobria e saggia sia messa a capo di
persone ubriache, e non
tutto l'opposto?
Infatti se la
guida degli ubriachi fosse un ubriaco, e per giunta giovane privo di saggezza,
sarebbe assai fortunato se
non causasse una
grave disgrazia.
CLINIA: Molto
fortunato davvero.
ATENIESE: Se
dunque uno critica le adunanze di tal genere, che nel modo più corretto si
svolgono negli stati,
biasimando la
cosa in sé, può darsi che la sua critica sia giusta: ma se attacca a fondo
un'usanza perché la vede del tutto
errata, per prima
cosa è chiaro che non riconosce l'anormalità di quel che accade, e in secondo
luogo che ogni cosa
appare in ogni
modo malvagia, se avviene senza un padrone o una guida sobri. Non vedi che un
nocchiere ubriaco, o
una qualsiasi altra
guida manda tutto in rovina, navi, carri, eserciti, e ogni altra cosa guidata
da lui?
CLINIA: Quello
che hai detto è tutto vero, straniero. E dopo di ciò spiegaci questo: quale
bene deriverebbe a noi se
questa usanza dei
simposii si svolgesse correttamente? Secondo l'esempio di cui ora parlavamo, se
un esercito è guidato
rettamente, i
soldati che si attengono a tale guida vinceranno in guerra, e non è un bene di
scarso valore, e così sarà in
altri casi: ma un
simposio guidato correttamente quali vantaggi procurerà ai privati cittadini o
allo stato?
ATENIESE: E
dunque? Se un solo fanciullo o anche un solo coro di fanciulli viene educato
come si deve, quale
vantaggio
possiamo dire che derivi per lo stato? Se fossimo interrogati in questo modo,
diremmo che dall'educazione di
un solo fanciullo
deriverebbe uno scarso vantaggio per lo stato, ma se si domanda in generale
quale vantaggio deriva
allo stato
dall'educazione di tutti coloro che vengono educati, non è difficile rispondere
che coloro che vengono educati
rettamente
diventeranno uomini valorosi, e diventando tali agiranno bene in tutte le altre
cose, e soprattutto avranno la
meglio sui nemici
in battaglia. L'educazione può dunque portare con sé anche la vittoria, mentre
la vittoria talvolta
rende privi dell'educazione:
molti infatti diventarono insolenti per le vittorie riportate in guerra e per
questa insolenza si
riempirono di
innumerevoli altri mali, e mentre l'educazione non è mai stata una vittoria di
Cadmo, molte vittorie sono
state e saranno
tali per gli uomini.
CLINIA: Ci
sembra, amico, che tu parli di quelle conversazioni che si tengono fra
bevitori, come di cosa che
contribuisce in
grande misura all'educazione, se si svolgono correttamente.
ATENIESE: E
allora?
Platone Le
leggi
12
CLINIA: Sei in grado
di dimostrare, dopo di ciò, che quello che hai detto ora è vero?
ATENIESE:
Sostenere con vigore che in realtà le cose stanno così, quando molti sono in
disaccordo, è impresa
degna di un dio:
ma se devo dire come la penso, non vi è alcun problema, dal momento che oggi
abbiamo cominciato a
fare questi
discorsi sulle leggi e sulla costituzione.
CLINIA: è proprio
questo che cerchiamo di sapere, e cioè il tuo parere su queste e controversie
che oggi ci
impegnano.
ATENIESE: Allora
bisogna fare così, e pertanto voi dovete sforzarvi di apprendere, mentre io
proverò a spiegarvi
tale questione.
Prima di tutto ascoltate quanto segue: tutti i Greci sono convinti che il
nostro stato sia amante di molti e
bei discorsi, e
che Sparta e Creta siano l'una caratterizzata da brevi discorsi, e l'altra
esercitata nella riflessione piuttosto
che
nell'abbondanza di discorsi.
Ecco perché devo
fare attenzione a non darvi l'impressione che io dica molte cose intorno ad un
piccolo problema
svolgendo intorno
ad una questione di poca importanza come quella dell'ubriachezza, ad esempio,
un discorso troppo
lungo. Ma non è
possibile fornire una spiegazione chiara e sufficiente del giusto valore
dell'ebbrezza, conformandola in
modo corretto
alla sua natura, senza aver definito la natura della musica, e d'altra parte
non si può parlare della musica
senza trattare
l'educazione nel suo complesso: e tutto ciò richiederebbe un enorme discorso.
Vedete dunque che
cosa possiamo fare, e cioè se dobbiamo lasciar perdere queste cose nella
circostanza presente e
passare ad un
altro aspetto che riguardi le leggi.
MEGILLO:
Straniero di Atene, forse non sai che la mia famiglia è ospite (15) del vostro
stato. Probabilmente
dunque a tutti i
ragazzi, non appena vengono a sapere di essere ospiti di uno stato, capita
questo: fin da giovani si
insinua
immediatamente in ciascuno di noi ospiti una certa benevolenza verso lo stato
ospitante, come se fosse la
seconda patria
dopo la propria. Ed è proprio lo stato d'animo che è sorto in me. Infatti
ascoltando i fanciulli spartani che
criticavano o
elogiavano in qualcosa gli Ateniesi dicendo: «O Megillo, il vostro stato ci ha
fatto quel bene o quel male»,
ascoltando
questo, allora, e difendendovi sempre contro chi muoveva queste critiche al
vostro stato, nutrivo un profondo
sentimento di
benevolenza, e anche adesso mi è assai cara la vostra voce, e quel detto comune
che afferma che se gli
Ateniesi sono
buoni lo sono in modo eccellente mi sembra assai rispondente alla verità: essi
soli, infatti, sono buoni
senza essere
costretti da necessità alcuna, ma proprio in virtù della loro natura, per una
sorte divina, e non lo sono in
modo fittizio, ma
veramente.
Per quanto mi
riguarda, allora, puoi dire tutto quello che vuoi.
CLINIA: E anche
da parte mia, straniero, ascolta e accogli un discorso, e in seguito di' pure
quello che vuoi. Forse
hai sentito che
in questo paese nacque Epimenide, (16) uomo divino, nostro parente ancora, che
venne da voi dieci anni
prima delle
guerre persiane, secondo l'oracolo del dio, e compì alcuni sacrifici che il dio
gli aveva ordinato. E poiché gli
Ateniesi temevano
la spedizione persiana, disse che non sarebbero giunti prima di dieci anni, e
quando fossero giunti, si
sarebbero
allontanati senza aver compiuto nulla di ciò che era nelle loro speranze,
subendo invece molti più mali di
quanto ne
avrebbero compiuti. In quel tempo dunque i nostri antenati stabilirono con voi
rapporti di ospitalità, e da
allora io e i
miei famigliari nutriamo un sentimento di benevolenza nei vostn confronti.
ATENIESE: A
quanto pare voi siete preparati ad ascoltare, mentre io vorrei esser pronto a
parlare, e anche se non è
facile, tuttavia
ci proverò. Prima di tutto definiamo, in relazione a questo discorso, che cos'è
l'educazione e qual è la sua
validità. Per
questa strada, diciamo, deve procedere il discorso che oggi abbiamo intrapreso,
finché non giunga al
cospetto del dio.
CLINIA: Sì,
facciamo pure così, se ti piace.
ATENIESE: Quando dico
che cosa mai si deve dire che sia l'educazione, verificate se la mia
definizione vi piace.
CLINIA: Parla
pure.
ATENIESE: E
allora parlo, e dico che chi vuole diventare eccellente in qualsiasi cosa, fin
da giovane deve
esercitarsi in essa,
e sia quando gioca sia quando si applica deve cercare quei singoli aspetti che
si riferiscono a quella
cosa. Ad esempio,
chi vuole diventare un bravo contadino o un bravo architetto, bisogna che
giochi, uno a costruire
quelle case che i
fanciulli amano costruire, l'altro a coltivare la terra, e chi li educa dovrà
procurare ad entrambi piccoli
strumenti che
imitano quelli veri. E ancora, è necessario che essi apprendano tutte le
nozioni che bisogna apprendere da
fanciulli, ad
esempio, per l'architetto il misurare e l'usare il filo a piombo, per il
militare il cavalcare giocando, o
compiere qualche
altro esercizio del genere, in modo da cercare di volgere, mediante il gioco, i
piaceri e i desideri dei
fanciulli verso
il punto in cui un giorno dovranno giungere e realizzarsi. E noi diciamo che il
punto essenziale
dell'educazione
consiste in un corretto allevamento che, tramite il gioco, diriga il più
possibile l'anima del fanciullo ad
amare quello che,
divenuto uomo, dovrà renderlo perfetto nella virtù propria della sua
professione.
Vedete dunque se
quello che ho detto fino ad ora vi piace.
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Non
lasciamo allora nel vago ciò che chiamiamo educazione.
Ora infatti,
criticando ed elogiando l'educazione di ciascuno, diciamo che quello, fra noi,
è ben educato e quell'altro
privo di
educazione, e anche, talvolta, ci riferiamo a chi è ben addestrato nei commerci
e nei traffici marittimi, e ad altri
uomini assai
esperti in altre attività. Ma il nostro ragionamento, a quanto pare, non è proprio
di chi pensa che
l'educazione
consista in queste cose, ma di chi piuttosto crede che l'educazione formi sin
da giovani alla virtù,
suscitando
l'amore e il desiderio di realizzarsi come cittadini, in modo da saper
governare ed essere governati secondo
giustizia. Dopo
aver circoscritto questo tipo di educazione, questa sola il nostro discorso,
per quel che mi sembra,
intende definire
con il termine di educazione, mentre quella che tende alle ricchezze o alla
forza o a qualche altra abilità
Platone Le leggi
13
che sia priva
dell'intelletto e della giustizia, è volgare, servile, e non è affatto degna di
essere chiamata educazione. Ma
ora non
discutiamo sul nome, e rimaniamo invece fedeli al termine sul quale poco fa ci
siamo accordati, dicendo che
coloro che sono
stati rettamente educati sono buoni, e che non si deve affatto disprezzare
l'educazione, poiché è il più
importante fra
gli splendidi beni che ricevono gli uomini migliori: e se talvolta ci
allontaniamo dalla strada maestra,
possiamo correggere
il nostro cammino, e questa cosa chiunque deve fare nel corso della sua vita,
nel limite delle sue
possibilità.
CLINIA: Giusto,
siamo d'accordo con quello che dici.
ATENIESE: E anche
prima eravamo d'accordo che i buoni sono in grado di dominare se stessi, i
cattivi no.
CLINIA: Quello
che dici è giustissimo.
ATENIESE:
Riprendiamo ancora più chiaramente proprio questo concetto che stiamo dicendo.
E lasciate che vi
mostri quello che
dirò con un'immagine, se sono capace.
CLINIA: Di' pure.
ATENIESE: Stabiliamo
allora che ciascuno di noi è uno?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E non è
fornito di due consiglieri opposti e dissennati che chiamiamo piacere e dolore?
CLINIA: è così.
ATENIESE: E oltre
a questi due vi sono le opinioni sul futuro, cui comunemente si dà il nome di
"speranza", e in
particolare si
dice "timore" l'attesa del dolore, e "fiducia" l'attesa di
ciò che è contrario: sopra tutti questi stati d'animo vi
è come un calcolo
che stabilisce qual è di essi il migliore e quale il peggiore, che diventando
pubblico decreto per la
città assume il
nome di "legge".
CLINIA: A stento
ti seguo, ma dimmi pure il seguito del ragionamento come ti seguissi.
MEGILLO: Anch'io
provo la stessa sensazione.
ATENIESE:
Riflettiamo allora in questo modo su tali cose. Dobbiamo pensare che ciascuno
di noi, esseri viventi, è
come una macchina
prodigiosa realizzata dagli dèi, vuoi per loro divertimento, vuoi per uno scopo
serio; questo non lo
sappiamo. Ciò che
invece sappiamo è che queste passioni, che sono in noi come corde o funicelle,
ci tirano, ed essendo
opposte fra loro,
ci tirano in senso contrario, trascinandoci verso azioni opposte, ed è così che
si stabilisce la differenza
fra la virtù e il
vizio. La ragione ci consiglia di seguire sempre uno solo di questi stimoli, di
non abbandonarlo affatto, e
di resistere a
tutti gli altri fili: questa è la regola d'oro della ragione, quella sacra
condotta che viene chiamata la
pubblica legge
dello stato, e se le altre sono dure come fossero di ferro e assumono le forme
più svariate, questa è
duttile, perché è
d'oro. Bisogna collaborare sempre con la splendida guida della legge: poiché la
ragione è bella, mite, e
priva di
violenza, la sua guida ha bisogno di collaboratori affinché in noi la stirpe
d'oro vinca sulle altre stirpi. E così il
mito della virtù,
secondo cui noi siamo come macchine prodigiose, verrà salvaguardato, e in un
certo senso
comprenderemo più
chiaramente il senso dell'espressione: «essere superiori o inferiori a se
stessi». E per quanto
riguarda lo stato
e il privato cittadino, bisogna che il privato cittadino accolga dentro di sé
la vera ragion d'essere di
questi stimoli e
ad essa conformi la propria vita, mentre lo stato, ricevendo da un dio o da
quel cittadino che abbia
conosciuto tale
ragione, deve stabilirla come legge sia nelle relazioni con se stesso, sia in
quelle con gli altri stati. Così
avremo distinto
più chiaramente il vizio e la virtù: e chiariti questi concetti, anche
l'educazione e tutte le altre usanze
saranno forse più
evidenti, e addirittura la questione riguardante i simposi. A questo proposito
si potrà pensare che
intorno ad un
argomento di scarsa importanza si è fatto un giro di parole troppo lungo e
superfluo, ma forse non sembra
affatto indegno
di tante parole.
CLINIA: Dici
bene, ma adesso cerchiamo di trattare quei problemi che sono degni della nostra
discussione di oggi.
ATENIESE: Dimmi:
se in questa macchina prodigiosa aggiungiamo del vino, in quale condizione mai
la rendiamo?
CLINIA: Che cosa
vuoi indagare con questa domanda?
ATENIESE: Nulla,
ma voglio solo sapere questo in generale, e cioè cosa diventerà, se essa
partecipa di quello stato.
Cercherò di
spiegare ancor più chiaramente ciò che voglio dire. Ecco la domanda: il bere
vino rende più intensi i piaceri
e i dolori, l'ira
e l'amore?
CLINIA: Certo!
ATENIESE: E che
dire delle sensazioni e della memoria, delle opinioni e dei pensieri? Saranno
allo stesso modo più
intensi?
Oppure
abbandonano del tutto chi è pieno di vino?
CLINIA: Sì, lo
abbandonano del tutto.
ATENIESE: E la
condizione della sua anima non diviene identica a quella di quand'era bambino?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: E non
sarà affatto padrone di se stesso?
CLINIA: Affatto.
ATENIESE: E tale
condizione, diremo, non è la peggiore?
CLINIA: Non c'è
dubbio.
ATENIESE: Non
solo il vecchio, a quanto pare, diviene bambino una seconda volta, ma anche
l'ubriaco.
CLINIA: Dici
benissimo, straniero.
ATENIESE: Vi può
essere un argomento che cercherà di convincerci che tale consuetudine
dev'essere assaporata,
senza evitarla,
per quanto possibile, con ogni sforzo?
CLINIA: Mi pare
che ci sia: sei tu che lo hai detto, anzi un momento fa eri pronto ad esporlo.
Platone Le
leggi
14
ATENIESE: Quello
che ricordi è vero: anche adesso sono pronto, dato che avete detto di volermi
ascoltare
volentieri.
CLINIA: Come
infatti non ascoltarti? Ne vale la pena, se non altro perché ascolteremo
qualche cosa di incredibile e
assurdo, ovvero
per quale ragione un uomo deve gettarsi volontariamente nella più totale
miseria.
ATENIESE: Parli
dell'anima? O no?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E
allora? Se un tale, amico, rendesse il suo corpo brutto, magro, deforme, e
debilitato, ci stupiremmo se
giungesse volontariamente
in tale condizione?
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: E
dunque? Pensiamo che chi si reca dal medico per prendere una medicina non
sappia che subito dopo
e per molti
giorni il suo corpo sarà in condizioni tali che se per sempre dovesse essere
così, non accetterebbe l'idea di
vivere? E quanti
si recano nei ginnasi a compiere esercizi fisici, non sappiamo che sul momento
sono deboli?
CLINIA: Sappiamo
bene tutto questo.
ATENIESE: E che
si recano volentieri pensando al vantaggio che seguirà?
CLINIA: Benissimo.
ATENIESE: Dunque
anche per le altre usanze non si deve pensarla allo stesso modo?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Bisogna
allora pensarla così anche riguardo ai passatempi del vino, se in essi si può
correttamente
pensare qualcosa
di utile.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Se
dunque ci risultano avere un qualche vantaggio che non sia affatto inferiore a
quello degli esercizi
del corpo, sin
dal principio essi saranno superiori all'esercizio fisico, perché quello si
accompagna alla sofferenza,
mentre essi ne
sono esenti.