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Platone
LE LEGGI
PREMESSA
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LIBRO SECONDO
ATENIESE: Dopo di
ciò, a quanto pare, bisogna esaminare, a questo riguardo, se i simposi hanno soltanto
questo
bene, e cioè
quello di esaminare la disposizione della nostra indole, oppure se nell'uso
corretto delle riunioni dove si
beve vino vi sia
qualche altro grande vantaggio degno di molta attenzione. Che cosa dunque
diciamo? Che questo
vantaggio esiste,
come pare che il mio discorso voglia dimostrare: ma dove e come lo si ottenga,
ascoltiamo e facciamo
attenzione, per
non rimanere noi stessi vittima del nostro stesso ragionamento.
CLINIA: Parla
dunque.
ATENIESE:
Desidero ricordare ancora una volta che cosa mai intendiamo per retta
educazione. La sua salvezza
consiste infatti,
per quel che ora capisco, nello svolgimento corretto di questa pratica.
CLINIA: Quello
che dici è importante.
ATENIESE: Dico
dunque che le prime sensazioni infantili dei bambini sono piacere e dolore, ed
è in quest'ambito di
piacere e dolore
che si insediano per la prima volta, nella loro anima, virtù e vizi, mentre per
quanto riguarda la
prudenza e le
opinioni vere e stabili, può ritenersi fortunato colui che riesce a venirne in
possesso quando giunge alla
vecchiaia:
perfetto è dunque quell'uomo che possiede questi beni e tutti quelli che vi
sono inclusi.
Denomino
educazione quella virtù che per la prima volta si insedia nei fanciulli: e se
il piacere e l'amore, e il dolore
e l'odio nascono
correttamente nelle loro anime, quando ancora non sono in grado di coglierli
con la ragione, e se, non
appena potranno
cogliere la ragione, si accordano ad essa, essendo stati abituati a farlo nei
modi più convenienti,
proprio
quest'accordo rappresenterà la più completa virtù. Se allora individuiamo con
il ragionamento quello che
costituisce il
corretto orientamento verso i piaceri e i dolori, sicché si odia quel che si
deve odiare, subito, dall'inizio
sino alla fine, e
si ama quel che si deve amare, e chiamiamo questo complesso di cose educazione,
a mio avviso gli
assegneremo una
denominazione corretta.
CLINIA: E
infatti, straniero, ci sembra che anche prima, così come in questo momento, tu
abbia parlato in modo
corretto
dell'educazione.
ATENIESE: Bene
dunque. E poiché l'educazione, che consiste in quel corretto orientamento verso
i piaceri e i
dolori, si
allenta e si corrompe in molte circostanze della vita, gli dèi, provando pietà
per il genere umano che è
destinato a
vivere in mezzo ai travagli, stabilirono, per gli uomini come delle pause fra
questi travagli, che sono
rappresentate
dall'alternarsi delle feste in onore degli dèi, e diedero loro le Muse, e
Apollo signore delle Muse, e
Dionisio perché,
celebrandole con loro, fossero resi migliori, e la loro educazione fosse
seguita nelle feste dagli dèi
stessi. Bisogna
allora vedere se per noi è veritiero o no, e conforme alla sua natura, il
discorso che oggi celebriamo. Si
dice che ogni
giovane essere vivente, per così dire, non riesca mai a stare quieto con il
corpo e con la voce, ma cerchi
sempre di
muoversi e di parlare forte, e alcuni saltano e balzano, come se danzassero con
piacere e giocassero, altri
emettono ogni
sorta di suoni. E mentre gli altri esseri viventi non hanno percezione dell'ordine
e del disordine che si
verifica in
questi movimenti e a cui diamo il nome di "ritmo" ed
"armonia", a noi invece quegli dèi che, abbiamo detto
prima, ci furono
dati come compagni di danza, fecero anche dono della percezione del ritmo e
dell'armonia
accompagnati al
piacere, con cui ci muovono e guidano i nostri cori, legandoci gli uni agli
altri con canti e danze, e li
hanno chiamati
"cori" per quel senso di gioia che in essi è connaturato.
Accetteremo,
intanto, questo discorso? Stabiliamo che la primitiva educazione fu opera delle
Muse e di Apollo, o
come diremo?
CLINIA: Così va
bene.
ATENIESE: Dunque
sarà secondo noi privo di educazione chi non conosce l'arte dei cori, e
consideriamo invece
educato chi ha di
essi una buona conoscenza?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: I cori
consistono nell'unione di danza e canto.
CLINIA:
Necessariamente.
ATENIESE: Chi è
educato bene sarà capace di cantare e danzare bene.
CLINIA: Mi pare.
ATENIESE: Vediamo
che cosa significa quello che ora è stato detto.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: «Canta
bene», diciamo, «e danza bene». Ma aggiungiamo o no: «Se anche belli sono i
canti e le
danze»?
CLINIA:
Aggiungiamolo.
ATENIESE: E che
dire se uno ritiene bello ciò che è bello, e brutto ciò che è brutto, e in
questo modo se ne serve?
Per noi sarà
meglio educata nella danza e nella musica una persona simile, o chi potendo
ogni volta imitare
adeguatamente con
il corpo e con l'intonazione della voce ciò che viene concepito come bello, non
gioisce del bello, né
detesta ciò che
bello non è? O chi non sia affatto in grado di esprimere con la voce e con il
corpo ciò che pensa, e senta
con il piacere e
con il dolore, rallegrandosi di ciò che è bello ed evitando infastidito ciò che
invece non è bello?
CLINIA: Grande è
la differenza di educazione, straniero.
ATENIESE: Se
dunque noi tre siamo a conoscenza del bello nel canto e nella danza, non
sappiamo anche
individuare
correttamente chi sia fornito di educazione e chi ne sia privo? Ma se non
sappiamo ciò, non possiamo
neppure sapere se
vi sia e dove sia una salvaguardia dell'educazione. O non è così?
CLINIA: è così.
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ATENIESE: Proprio
questo noi dobbiamo investigare, come fossimo cagne sulle tracce della preda:
la bellezza della
movenza, della
melodia, del canto e della danza. E se tutto ciò ci sfuggisse di mano e
sparisse, sarebbe inutile tutto il
nostro discorso
successivo intorno alla retta educazione dei Greci e dei Barbari.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Ebbene:
qual è mai la movenza o la melodia che dobbiamo dire bella? Avanti, movenze e
gesti di un
uomo dall'animo
virile e di un altro dall'animo vile saranno somiglianti quando si vengano a
trovare in mezzo ad
identici ed
uguali travagli?
CLINIA: E come
potrebbero, quando in comune non hanno neppure il colore del viso?
ATENIESE: Bene,
amico. Ma nella musica vi sono movenze e melodie, poiché la musica si fonda sul
ritmo e
sull'armonia,
sicché è giusto dire che una musica è ben ritmata e ben armonizzata, mentre è
improprio dire, mediante
un'immagine, che una
melodia o una movenza sono ben coloriti, come fanno i maestri dei cori: del
resto esiste la
movenza o la
melodia dell'uomo vile e di quello valoroso, e si può giustamente definire
bello quello degli uomini
valorosi, e turpe
quello dei vili. E per non fare un discorso troppo lungo intorno a tutto ciò,
si dica semplicemente che
tutte le movenze
e le melodie dell'anima o del corpo che esprimono direttamente la virtù o ne
sono immagine sono
belle, mentre
quelle che esprimono il vizio sono tutto il contrario.
CLINIA: è giusta
la tua provocazione, e noi adesso rispondiamo che siamo d'accordo con te.
ATENIESE: Voglio
aggiungere ancora questo: proviamo tutti lo stesso godimento per ogni coro, o è
ben lontano
dall'essere così?
CLINIA: è ben
lontano dall'essere così.
ATENIESE: Che
cos'è allora che diciamo che ci induce in errore?
Forse le stesse
cose non sono belle per noi tutti, oppure lo sono, ma non sembrano tali?
Infatti nessuno dirà che i cori
che sono
espressione del vizio sono più belli di quelli che sono espressione della
virtù, e neppure che mentre trae
godimento da
malvagie movenze, gli altri godono di un'opposta Musa: eppure la maggioranza
dice che la regolarità
della musica
consiste nella capacità di procurare diletto all'anima. Ma questo modo di
esprimerci è del tutto intollerabile
ed empio a dirsi,
e questa è verosimilmente la causa del nostro errore.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Poiché
le rappresentazioni corali sono imitazione di modi di vita che riguardano
azioni e circostanze di
ogni genere, e
ciascuna avviene grazie alla pratica dell'imitazione, è inevitabile che coloro
che trovano corrispondenti
alla loro natura
o alla loro sensibilità - o all'una e all'altra cosa insieme - ciò che viene
detto o cantato, e in ogni caso
rappresentato dai
cori, ne traggano godimento, e lo esaltino con lodi, e lo definiscano bello,
mentre coloro che lo
trovano
contrastante con la loro natura, con la loro sensibilità, e con i loro costumi
di vita non potranno trarne
godimento e
neppure elogiarlo, ma diranno che è brutto.
Quelli poi che
hanno una buona indole naturale, ma cattive abitudini di vita, oppure quelli
che hanno corrette
abitudini di
vita, ma una cattiva indole naturale, rivolgono i loro elogi in modo opposto ai
loro piaceri: perché
affermano che
ciascuna di queste danze è piacevole ma malvagia, e dinanzi ad altre persone
che credono che siano
sagge si
vergognano di muoversi con il corpo secondo tali movenze, e si vergognano di
cantare tali melodie, come se
volessero
dimostrare seriamente che sono belle, mentre dentro di sé ne traggono
godimento.
CLINIA: Quello
che dici è giustissimo.
ATENIESE: E
godere delle movenze o delle melodie del male porta forse con sé qualche danno,
mentre il ricevere
piaceri da cose
opposte reca qualche vantaggio?
CLINIA: è
verosimile.
ATENIESE: è
verosimile o anche necessario che accada la stessa cosa come se un tale,
essendo in relazione con
cattive abitudini
di uomini malvagi, non le detesti, ma le accetti e ne tragga godimento, e le
rimproveri solo per scherzo,
vedendo in sogno
la propria depravazione? Allora è inevitabile che chi gode divenga simile a
queste cose di cui gode,
benché si
vergogni di lodarle: ebbene quale bene o quale male più grande di questi
possiamo dire che necessariamente
ci possono
capitare?
CLINIA: Nessuno,
mi sembra.
ATENIESE: Laddove
siano stabilite buone leggi, o lo saranno per il tempo futuro, relative
all'educazione delle
Muse e al
divertimento, pensiamo che sarà possibile ai poeti insegnare nei cori ai
giovani e ai figli dei cittadini retti da
ottime leggi ciò
che nella poesia riscalda l'animo del poeta stesso per il ritmo, la melodia, e
la parola, conducendoli al
vizio o alla
virtù così come capita?
CLINIA: Questo
discorso non ha senso: come infatti potrebbero?
ATENIESE: Ora
questo, per così dire, puo essere compiuto in tutti gli stati, fatta eccezione
per l'Egitto.
CLINIA: E come
dici che in Egitto le leggi amministrano una simile materia?
ATENIESE: è
incredibile anche solo a sentirne parlare. Perché anticamente, a quanto pare,
fu riconosciuto da quelli
quel criterio che
noi ora affermiamo, e cioè che i giovani negli stati devono abituarsi ad avere
a che fare con le belle
movenze e i bei
canti: stabilite quali e come dovevano essere, li misero in mostra nei templi,
e oltre a questi non era
permesso né ai
pittori, né a tutti gli altri che riproducono figure e altre cose del genere,
di trasformarle o di concepirne
altre che non
fossero quelle patrie, e neppure ora è lecito, né in questo ambito, né in tutto
il campo della musica. E se
vuoi indagare,
troverai che in quel luogo sculture e pitture di diecimila anni fa - di
diecimila anni fa veramente, e non
così per dire -,
non sono né più belle né più brutte di quelle realizzate adesso, perché sono
realizzate con la stessa
tecnica.
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CLINIA: Davvero
incredibile quello che dici.
ATENIESE: E
questo discorso vale specialmente per ciò che concerne le leggi e la politica.
Anche lì puoi trovare
delle cose di
scarso valore: ma per quel che riguarda la musica è vero e degno di considerazione
il fatto che era
possibile dettare
con sicurezza leggi intorno a tali questioni, confidando in melodie che
offrivano per loro natura
rettitudine. E
ciò sarebbe opera di un dio o di un uomo divino, così come lì si dice che le melodie
che si sono conservate
per un tempo così
lungo sono opera di Iside. (1) Sicché, dicevo, se si potesse afferrare, in
qualunque modo, il giusto
valore di queste
cose, bisognerebbe coraggiosamente fissarle nella legge e nell'ordinamento: in
questo modo la ricerca
di piacere e di
dolore che va sempre alla scoperta di nuove forme musicali da utilizzare non è
così forte da poter
annientare la
danza consacrata rimproverandone l'antichità. In Egitto pare che non avesse
affatto alcuna forza di
annientarla, ma
avvenne il contrario.
CLINIA: Da ciò
che ora hai detto risulta che questo sia così.
ATENIESE:
Possiamo tranquillamente affermare che l'uso della musica e del gioco insieme
alla danza sia corretto
solo se viene
impiegato in tale modo? Non pensiamo forse di provare godimento quando ci
troviamo in una felice
circostanza, o di
trovarci in una felice circostanza quando proviamo godimento? Non è così
dunque?
CLINIA: Sì, è
così.
ATENIESE: E
quando in una simile circostanza proviamo godimento, non riusciamo a stare
tranquilli.
CLINIA: è così.
ATENIESE: E
quelli che fra noi sono giovani non sono sempre pronti a danzare? Ma quando
invecchiamo, non
riteniamo più
conveniente essere spettatori dei giovani, rallegrandoci del loro gioco e della
loro festa, dato che l'agilità
ora ci abbandona?
E rimpiangendo e congendandoci da quest'agilità, non proponiamo delle gare per
chi sia in grado di
ridestarci,
almeno con la memoria, verso la giovinezza trascorsa?
CLINIA:
Verissimo.
ATENIESE: Non
dobbiamo forse ritenere senza dubbio vano il ragionamento che ora viene fatto
intorno a chi
partecipa alle
feste, e cioè che si deve ritenere più sapiente e dev'essere giudicato
vincitore colui che fa in modo di
dilettarci e di
procurarci il massimo godimento? Bisogna allora, se è vero che in tali
occasioni ci siamo concessi di
divertirci, che
sia maggiormente onorato e, come ora dicevo, riporti il premio della vittoria
chi riesca a procurare il
maggior godimento
presso il numero più ampio possibile di persone. Non sarebbe giusto parlare e comportarci
così, se
avvenisse una
situazione simile?
CLINIA: Può
darsi.
ATENIESE: Ma,
amico, non diamo un giudizio affrettato riguardo ad una questione del genere.
Dividiamola invece
in parti ed
esaminiamo così: se un tale bandisse una gara, così, semplicemente, senza
specificare se si tratti di una gara
ginnica,
musicale, o ippica, ma, radunati tutti quanti i cittadini, proponesse dei premi
per i vincitori e dicesse che
chiunque può venire
a gareggiare a condizione soltanto di procurare piacere, e se colui che riesce
a divertire il maggior
numero possibile
di spettatori vincerà, senza che per lui vengano stabilite altre regole, ma
solo in virtù del fatto che si
rivela capace di
divertire moltissimo, e sarà giudicato il più piacevole fra i concorrenti, che
cosa pensiamo che
accadrebbe in
seguito a questo bando?
CLINIA: Che cosa
vuoi dire?
ATENIESE: è
verosimile che uno declamerebbe una rapsodia, come Omero, un altro eseguirebbe
un motivo con la
cetra, un altro
ancora una tragedia, un altro infine una commedia, e non ci sarebbe da stupirsi
se uno ritenesse di vincere
proponendo uno
spettacolo di marionette: e noi saremmo in grado di stabilire giustamente il
vincitore, se si
presentassero questi
ed altri innumerevoli concorrenti?
CLINIA: La tua
domanda è assurda: chi potrebbe risponderti, come se si conoscessero prima di
averli ascoltati e di
aver assistito
personalmente alle prove dei singoli concorrenti?
ATENIESE: E allora?
Volete che sia io a rispondervi a questa assurda domanda?
CLINIA: E dunque?
ATENIESE: Se a
giudicare fossero i bambini più piccoli, darebbero la loro preferenza a chi
propone uno spettacolo
di marionette. O
no?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Se
fossero i ragazzi più grandi, la preferenza andrebbe a chi mette in scena la
commedia, mentre
darebbero la
preferenza alla tragedia le donne colte, i giovani, e in genere la maggioranza
delle altre persone.
CLINIA:
Probabilmente sì.
ATENIESE: E se un
rapsodo recitasse in modo perfetto l'Iliade, l'Odissea, o qualche passo di
Esiodo, (2) forse noi
vecchi,
ascoltandolo piacevolmente, diremmo che costui vince senz'altro. Chi è dunque
il vero vincitore? E questo che
dobbiamo dire. O
no?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: è
chiaro che per me e per voi è necessario affermare che i veri vincitori sono
coloro che sono stati
giudicati da
persone della nostra età. Infatti il nostro modo di vivere sembra essere
senz'altro migliore rispetto a quello
di coloro che ora
vivono in tutti gli stati e dovunque.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Anch'io
sono d'accordo con la maggioranza delle persone che la musica dev'essere
giudicata in base al
piacere, ma non
del piacere di una persona a caso: la Musa più bella è quella che rallegra gli
animi dei migliori e di
coloro che hanno
ricevuto un'adeguata educazione, ma soprattutto quella che rasserena quel solo
che si distingue per
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virtù e
formazione. Perciò diciamo che i giudici di queste prove hanno bisogno della virtù,
perché debbono prendere
parte della
prudenza e del coraggio. Il vero giudice non deve imparare a giudicare a
teatro, turbato dal chiasso della
folla e dalla
propria incompetenza, e neppure, per debolezza o viltà, se è consapevole di ciò
che giudica, deve
proclamare a cuor
leggero un verdetto, pronunciando il falso con quella stessa bocca con cui
aveva invocato gli dèi
prima di
accingersi a giudicare: non come scolaro, ma piuttosto come maestro degli
spettatori deve sedere il giudice, ed
è giusto che sia
così, e deve opporsi a quanti procurano agli spettatori un piacere sconveniente
ed ingiusto. Anticamente
anche l'antica
legge dei Greci consentiva ciò che ora è permesso dalla legge in Sicilia e in
Italia dove, affidandosi alla
maggioranza degli
spettatori che giudica il vincitore per alzata di mano, la legge ha rovinato i
poeti stessi - essi
compongono i loro
versi per soddisfare il piacere di basso livello di questi giudici, sicché sono
gli spettatori stessi che li
educano -, e ha
rovinato i piaceri del teatro stesso: se infatti gli spettatori, ascoltando
vicende che propongono costumi
di vita più
nobili dei loro, dovrebbero trarre un più nobile piacere, ora avviene che per
colpa loro facciano tutto
l'opposto. Che
cosa dunque vuole mettere in luce tutto ciò che ora è stato esposto?
Vedete se è
questo.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Mi
sembra che per la terza o la quarta volta il nostro discorso, dopo averci
girato intorno, giunga allo
stesso punto, e
cioè che l'educazione consiste nell'attrarre e nel guidare i fanciulli verso
quel retto criterio stabilito dalla
legge, e che è
garantito come veramente tale da parte dei cittadini più virtuosi e da quelli
piu anziani per la loro
esperienza.
Perché dunque l'anima del fanciullo non si abitui a godere o a soffrire di
qualcosa che sia contrario alla
legge e a coloro
che ad essa obbediscono, ma le sue gioie e i suoi dolori seguano fedelmente le
gioie e i dolori dei
vecchi, per
queste ragioni sono stati composti quelli che chiamiamo "canti", e
che a tutti gli effetti ora sono per le anime
parole che
incantano, adattate diligentemente in modo da realizzare quell'armonia di cui
parliamo. E poiché le anime dei
giovani non sono
in grado di sopportare un serio impegno, si chiamano giochi e canti, e si
praticano come tali, proprio
come ai malati e
a coloro che sono in condizioni fisiche precarie quelli che li hanno in cura
cercano di somministrare il
nutrimento
conveniente sotto forma di cibi e di bevande piacevoli, mentre ciò che è
dannoso sotto forma di alimenti
sgradevoli, in
modo che si abituino correttamente a desiderare i primi e ad evitare i secondi.
Secondo questo stesso
ragionamento, il
retto legislatore convincerà, o addirittura costringerà se non si lascerà
convincere, il poeta, quando
compone, a comporre
in modo conveniente - servendosi di un linguaggio nobile ed elogiativo - le
movenze, nei ritmi
delle danze, e le
melodie, nelle armonie, che sono proprie di uomini saggi, valorosi, e buoni
sotto ogni aspetto.
CLINIA: Ora, per
Zeus, straniero, ti sembra che negli altri stati si faccia così? Per quanto ne
so io, tranne che da noi
e presso gli
Spartani, non so dove si facciano le cose di cui parli, mentre sono al corrente
di certe cose sempre nuove
che avvengono
nell'ambito delle danze e in tutto il resto della musica, e questo continuo
mutare non è determinato dalle
leggi, ma da
certi confusi desideri, che non solo sono assai lontani dall'essere identici e
allo stesso modo, come invece
tu asserisci che
accada in Egitto, ma addirittura non sono mai i medesimi.
ATENIESE:
Benissimo, Clinia. Se ti è parso che parlassi delle cose di cui hai appena
detto come di cose attuali, non
mi stupirei di
aver provocato, con le dovute conseguenze, il malinteso, proprio per non aver
espresso chiaramente il mio
pensiero: ma io
dicevo semplicemente ciò che vorrei si realizzasse per quel che riguarda la
musica, sicché
probabilmente ti
è sembrato che ti parlassi di queste cose come fossero reali. Biasimare mali
incurabili e che si sono
spinti molto
innanzi sulla via dell'errore non è affatto piacevole, eppure talvolta è
necessario. Ma poiché la pensi come
me, coraggio,
dimmi: pensi che tali cose avvengano maggiormente da voi e presso quelli di qui
che presso gli altri
Greci.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Ma se
avvenisse così anche presso tutti gli altri, diremmo che tali cose sarebbero
migliori di quanto lo
sono nella
condizione attuale?
CLINIA: Vi
sarebbe un'enorme differenza se le cose andassero così come va nno presso
quelli di qui e da noi, ed
inoltre come tu
ora dici che dovrebbero andare.
ATENIESE: Avanti,
adesso mettiamoci d'accordo. Intorno al complesso dell'educazione e della
musica non si dice
da voi null'altro
se non queste cose? In sostanza voi costringete i poeti a dire che l'uomo
buono, che è prudente e giusto,
è felice e beato,
sia egli grande e forte, piccolo e debole, ricco o no; mentre se fosse anche
più ricco di Cinira (3) e di
Mida,(4) ma
ingiusto, è un miserabile e vive la sua esistenza in mezzo ai travagli. «Non
vorrei ricordare», dice il vostro
poeta, se lo dice
correttamente, «e neppure vorrei prendere in considerazione quell'uomo» che non
compia e non
acquisti secondo
giustizia tutto ciò che si dice che sia bello compiere ed acquistare, ed
essendo tale «incalzi un nemico e
lo colpisca»; ma
se è ingiusto non avrà il coraggio di «assistere alla cruenta uccisione» né in
corsa supererà «il tracio
vento Borea», e
non possiederà mai nessuno di quelli che sono chiamati beni. Quelli che infatti
la maggior parte delle
persone chiama
beni non è corretto chiamarli così. Si dice che il bene più importante sia la
salute, come secondo la
bellezza, terzo
la ricchezza, e si chiamano beni innumerevoli altre cose: avere vista e udito
acuti, e possedere ogni altra
facoltà sensitiva
ben sviluppata, ed inoltre far tutto ciò che si vuole come un tiranno, e, punto
di arrivo della più totale
beatitudine,
diventare il più rapidamente immortali grazie al fatto di possedere tutti
questi beni. Ma voi ed io diciamo
che tutti questi
beni, che sono splendidi tesori per gli uomini giusti e pii, sono tutti quanti
pessimi per gli ingiusti, a
cominciare dalla
salute: la vista, l'udito, il provare le sensazioni, e il vivere sono tutti
gravissimi mali per colui che, pur
essendo in ogni
tempo immortale e possedendo tutti quelli che vengono chiamati beni, è privo di
giustizia e di ogni
virtù; allora il
male minore sarebbe che costui vivesse nello spazio di tempo più breve
possibile. Credo dunque che voi
persuaderete e
costringerete i poeti che sono presso di voi a dire le stesse cose che dico io
adesso, ed inoltre ad educare i
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vostri figli
conformando ritmi ed armonie a queste cose che ho detto. Non è così? Fate
attenzione. Per quanto mi
riguarda, dico
chiaramente che quelli che sono chiamati mali sono beni per gli ingiusti, e
sono mali per i giusti, e che
quelli che sono
chiamati beni sono effettivamente un bene per i buoni, e un male per i malvagi.
Come vi ho
domandato prima, siamo d'accordo, io e voi, o no?
CLINIA: Per quel che
riguarda alcune questioni mi sembra di sì, per quel che riguarda altre,
nient'affatto.
ATENIESE: Se
dunque uno possiede salute, ricchezza, e potere incondizionato - e per farvi un
piacere aggiungo una
forza
straordinaria, e il valore che si accompagna all'immortalità, e l'immunità da
ogni altro cosidetto male -, e abbia in
sé soltanto
ingiustizia ed insolenza, non riuscirei a convincervi che chi vive in questo
modo non è felice, ma è
chiaramente
miserabile?
CLINIA: Quello
che dici è verissimo.
ATENIESE: Ebbene:
che cosa vi devo dire dopo di ciò? Non vi sembra allora che un uomo valoroso,
forte, bello, e
ricco, e libero
di fare tutto ciò che desidera per tutta la vita, se è ingiusto e insolente,
conduca necessariamente una vita
turpe? O forse
questo lo concederete, e cioè che vive vergognosamente?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: E
dunque? Che conduce anche una vita malvagia?
CLINIA: Non è la
stessa cosa.
ATENIESE: Allora
che la sua vita è ripugnante e nociva a se stessa?
CLINIA: E come
potremmo essere d'accordo su questo punto?
ATENIESE: Come? A
quanto pare, amici, solo se un dio ci concedesse un accordo, dato che adesso
siamo in
disaccordo gli
uni dagli altri. Le cose che ho detto mi sembrano necessarie come neanche può
esserlo il fatto evidente
che Creta sia
un'isola, caro Clinia: e se fossi legislatore cercherei di costringere i poeti
e tutti i cittadini ad esprimersi in
questo modo, e
poco ci manca che applicherei la pena capitale, se qualcuno andasse dicendo
nella regione che vi sono sì
uomini malvagi,
ma che conducono una vita piacevole, o che una cosa è guadagnare e fare i
propri interessi e un'altra
essere giusti. E
inoltre persuaderei i miei cittadini a parlare diversamente da come ora, a
quanto sembra, parlano i
Cretesi e gli
Spartani e tutti gli altri uomini. Coraggio, per Zeus e per Apollo, o voi che
siete i migliori fra gli uomini, se
interrogassimo
così tutti questi dèi che hanno stabilito le vostre leggi: «La vita più giusta
è quella più dolce, oppure vi
sono due generi
di vita, una assai dolce e l'altra assai giusta?», e se ci rispondessero che vi
sono due generi di vita,
potremmo
nuovamente interrogarli così, se è giusto fare questa domanda: «Dobbiamo dire
che sono più felici coloro
che trascorrono
la vita soprattutto all'insegna della giustizia o all'insegna del piacere più
intenso?». Se rispondessero che
sono coloro che
vivono all'insegna del piacere più intenso, la loro risposta sarebbe senza
dubbio assurda. Ma non voglio
che si pensi che
gli dèi si esprimano così: piuttosto potrebbero essere i nostri padri e
legislatori a parlare in questo
modo. E in base
alle domande precedenti, si interroghi allora il padre o il legislatore, e si
immagini che costui risponda
che è assai beato
chi conduce la vita all'insegna del massimo piacere. In seguito, dopo di ciò,
gli direi: «Padre, non
desideravi che io
vivessi una vita felice al massimo grado? Ma non smettevi affatto di
consigliarmi di vivere una vita
che fosse la più
giusta possibile». E così sarebbe evidente che sia il legislatore, sia il padre
che abbiamo i mmaginato si
troverebbe
nell'assurda difficoltà, io penso, di essere coerente con se stesso. Se poi
dichiarasse che la vita più giusta è
quella più
felice, chiunque lo udisse cercherebbe di sapere, credo, quale bene vi è in
essa più potente del piacere, quale
bellezza che
viene elogiata dalla legge. Quale bene può mai esistere per un giusto che sia
separato dal piacere?
Coraggio! La
gloria e la lode sono per gli uomini una cosa buona e bella, ma spiacevole, e
il contrario il disonore?
No certo, caro
legislatore, diremo noi. E non commettere ingiustizie né subirle da alcuno, è
spiacevole, anche se è
buono e bello,
mentre è piacevole il contrario, anche se è turpe e malvagio?
CLINIA: E come
potrebbe?
ATENIESE: Dunque
il ragionamento che non separa ciò che è piacevole da ciò che è giusto, buono,
e bello
persuade, se non
altro, a voler vivere una vita pia e giusta, sicché per un legislatore non vi
sarebbe peggiore
ragionamento e
così contrario alla sua opera di chi affermi che queste cose non stanno in
questi ter mini: nessuno infatti
vorrebbe
volontariamente convincersi di fare ciò in cui non risulti più piacere che
dolore. Se osserviamo un oggetto da
lontano, tutti, e
per così dire anche i bambini, lo vediamo con la vista annebbiata, a meno che
il legislatore non ci
conduca dinanzi
all'opinione contraria, dissipando la nebbia, e ci convinca in qualunque modo
con abitudini, lodi,
ragionamenti, che
ciò che è giusto e ciò che è ingiusto sono come pitture in prospettiva, e che
l'ingiusto, stando di fronte
al giusto appare
piacevole a chi lo guarda se è egli stesso ingiusto e cattivo, e il giusto
assai spiacevole, ma a chi osserva
dal punto di
vista della giustizia appare tutto l'opposto, sia nell'uno che nell'altro caso.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: Quale
dei due giudizi diciamo che ha più possibilità di essere vero? Quello
dell'anima peggiore o
quello dell'anima
migliore?
CLINIA: Quello
dell'anima migliore, naturalmente.
ATENIESE: E
naturalmente una vita ingiusta non solo è più turpe e miserabile, ma è anche,
in verità, meno
piacevole di una
vita giusta e pia.
CLINIA: Può
essere così, secondo il ragionamento che ora abbiamo fatto, amici.
ATENIESE: Un
legislatore che abbia un minimo di capacità, quand'anche le cose non stessero
così come il
ragionamento di
adesso le ha prospettate, se avesse il coraggio di mentire in qualche cosa per
il bene dei giovani, pensi
che possa mentire
con una menzogna più utile di questa, la quale abbia una capacità tale da far
compiere a tutti, non con
la forza, ma volontanamente,
ogni cosa giusta?
Platone Le
leggi
22
CLINIA: Cosa
bella e stabile è la verità, straniero: e non pare che sia facile l'azione
della persuasione.
ATENIESE: Ebbene:
ma non è stato facile far credere il mito dell'uomo di Sidone, (5) che pure era
così incredibile,
e molti altri
ancora?
CLINIA: Quali?
ATENIESE: Quello
degli opliti nati dai denti seminati. Si tratta certamente di un grande esempio
per un legislatore
di come si possa
persuadere le anime dei giovani a credere in ciò di cui si vuole convincere,
sicché nient'altro egli deve
indagare se non
di che cosa deve convincerlo perché realizzi per lo stato il bene più grande, e
quindi, deve scoprire con
ogni mezzo in che
modo una simile comunità, come è appunto lo stato, sempre, su queste cose, per
tutta la vita,
esprima, per
quanto è possibile, un'unica ed identica opinione, nei canti, nei miti, e nei
discorsi. E se vi sembra che le
cose stiano in
modo diverso da così, non fatevi alcun problema ed avanzate le vostre
perplessità.
CLINIA: Ma mi sembra
che nessuno di noi due possa avanzare delle obbiezioni intorno a queste cose.
ATENIESE: Dopo di
ciò, allora, dovrei essere io a parlare. E infatti dico che tutti e tre i cori
devono acquietare con
il canto le anime
dei bambini, che sono ancora giovani e delicate, raccontando tutte le nobili
cose che prima abbiamo
passato in
rassegna e che ancora esamineremo. E questo sia il punto essenziale di tali
cose: dicendo che la medesima
vita è ritenuta dagli
dèi assai piacevole e ottima ad un tempo, diremo la più importante verità, e
insieme persuaderemo
chi dobbiamo
persuadere di più che se ci esprimessimo in un qualsiasi altro modo.
CLINIA: Si deve
per forza essere d'accordo con quello che dici.
ATENIESE:
Innanzitutto sarà assai giusto che il coro delle Muse, composto di bambini,
entri per primo in mezzo
alla scena per
cantare con grande impegno dinanzi alla città intera le cose di cui si è detto;
e che per secondo entri il
coro di coloro
che giungono sino ai trent'anni, il quale invochi Peana come testimone della
verità delle cose dette e lo
preghi di essere
propizio per quanto riguarda la persuasione dei giovani. Bisogna poi che canti
anche un terzo coro
composto di
uomini di età compresa fra i trenta e i sessant'anni. I cittadini che superano
i sessant'anni, invece, poiché
non sarebbero più
in grado di cantare, siano lasciati liberi di raccontare miti intorno agli
stessi costumi di vita, secondo
l'ispirazione
divina.
CLINIA: Vuoi
spiegarci, straniero, che cosa intendi per questa terza specie di cori? Infatti
non comprendiamo
chiaramente la
spiegazione che tu fornisci di essi.
ATENIESE: Eppure
sono proprio questi cori per i quali si è spesa la maggior parte delle parole
che si sono dette
prima.
CLINIA: Non
abbiamo ancora capito: cerca di essere più chiaro ancora.
ATENIESE: Abbiamo
detto, se lo ricordiamo, in principio di questa discussione, che la natura di
tutti i giovani,
essendo come
infuocata, non è in grado di stare in quiete, né con il corpo, né con la voce,
ma urla e salta sempre in
modo disordinato,
e che nessuno degli altri esseri viventi possiede il senso dell'ordine di
questi due generi di
comportamento, se
non la sola natura umana: e "ritmo" si chiama l'ordine del movimento,
mentre quello della voce,
quando il tono
acuto si equilibra con il grave, si chiama "armonia", e, ancora,
l'unione di questi due elementi si chiama
"danza
corale". Dicevamo anche che gli dèi, provando pietà per noi, ci diedero
come compagni nelle danze e nei cori
Apollo e le Muse,
e, se ci ricordiamo, in terzo luogo, abbiamo detto anche Dionisio.
CLINIA: Come non
ricordarlo?
ATENIESE: Del
coro di Apollo e di quello delle Muse si è già parlato: ora è necessario
parlare del terzo coro che ci
è rimasto, ovvero
quello di Dionisio.
CLINIA: E come?
Parla! Sarebbe assai assurdo, così, ad ascoltare tutt'a un tratto questa cosa,
che vi sia u n coro di
vecchi consacrato
a Dionisio, se è vero che per lui danzano in coro uomini che sono oltre i
trenta e i cinquant'anni di
età, fino ai
sessanta.
ATENIESE: Quello
che dici è verissimo. Bisogna, io penso, fare un discorso a questo proposito,
per spiegare qual è
la ragione per
cui vi sia un coro così composto.
CLINIA: E dunque?
ATENIESE: Siamo d'accordo
su quello che è stato detto prima?
CLINIA: Su che
cosa?
ATENIESE: Sul
fatto che ognuno, uomo o fanciullo, libero o schiavo, maschio o femmina, e in
sostanza l'intero
stato deve
incantare se stesso, tutto se stesso, incessantemente, con quelle cose che
prima abbiamo esposto, mutandole
in qualsiasi modo
e variandole del tutto, sicché i cantori abbiano sempre un'insaziabile
desiderio e un piacere per il
canto.
CLINIA: Come
possiamo non consentire che si debba fare così?
ATENIESE: E
questa che a nostro avviso è la parte migliore dello stato, che è la più capace
di persuadere i cittadini
per età e per
intelligenza, com'è che compirà i beni più grandi cantando le cose più belle?
Oppure trascureremo in modo
tanto
sconsiderato questa parte che è decisiva per quanto riguarda i canti più belli
e più utili?
CLINIA: Ma è
impossibile trascurarla, proprio per quel che è stato detto ora.
ATENIESE: Quale
sarà allora il comportamento più conveniente?
Vedete un po' se
è questo.
CLINIA: Quale?
ATENIESE:
Chiunque, invecchia esita ogni volta di più a cantare, e gode sempre meno nel
farlo, e, colto dalla
necessità, tanto
più si vergognerà quanto più è vecchio e saggio. O non è così?
CLINIA: Sì, è
così.
Platone Le
leggi
23
ATENIESE: E
ancora di più si vergognerà se deve cantare a teatro, stando dritto in piedi,
dinanzi a persone di ogni
genere: e ancora,
se costoro fossero costretti a cantare estenuati per aver esercitato la voce, e
a digiuno come i cori che
gareggiano per la
vittoria, non canterebbero senz'altro con un gran senso di fastidio, oltre che
di vergogna, facendolo di
mala voglia?
CLINIA: Quello
che dici è assolutamente inevitabile.
ATENIESE: Come
dunque potremo esortarli ad amare il canto? Stabiliremo prima di tutto una
legge secondo la
quale i giovani
sino ai diciotto anni non debbano affatto gustare il vino, insegnando che non
bisogna versare fuoco sul
fuoco del loro
corpo e della loro anima, prima che essi siano stati introdotti alle fatiche,
in modo da tenere sotto
controllo l'esuberante
indole dei giovani: in seguito, sino ai trent'anni, potranno gustare il vino,
ma con moderazione,
perché un giovane
deve stare alla larga dalle ubriacature e dal bere smodato. Giunti a
quarant'anni, riuniti nei banchetti
dei pasti in
comune, potranno chiamare gli altri dèi ed invocare Dionisio perché sia
presente a quelli che sono festosi riti
di iniziazione
dei più anziani: e in questa festa egli donò agli uomini la medicina del vino
come rimedio all'asprezza
della vecchiaia, sicché
ci faccia ringiovanire, e, dimenticando le afflizioni, l'anima, da dura che era
diventi più morbida,
come lo diventa
il ferro quando lo si mette nel fuoco, e sia così più facile da plasmare.
Chiunque sia stato
precedentemente
preparato in questo modo non sarà più desideroso di cantare, provando minor
vergogna, e, come prima
spesso si è
detto, di incantare non dico fra un ubblico numeroso, ma fra un numero
conveniente di persone, che non
siano estranee,
ma familiari?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Questo
sistema non sarebbe affatto sconveniente per spingerli a partecipare al nostro
canto.
CLINIA:
Nient'affatto.
ATENIESE: Quale
canto tali uomini canteranno? Non è forse chiaro che dovranno usare una musa
che sia loro
adatta?
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Qual è
allora la musa che conviene a uomini divini? Forse quella dei cori?
CLINIA: Noi,
straniero, e costoro, non saremmo in grado di cantare un altro canto che non
sia quello che abbiamo
appreso, per
abitudine, nei cori.
ATENIESE:
Naturalmente, dato che non siete ancora realmente partecipi del canto più
bello. Voi avete la
costituzione di
un accampamento di soldati, non quella di chi abita nelle città, e come se
fossero molti puledri radunati
insieme in un
gregge, possedete e fate pascolare i vostri giovani: nessuno di voi prende il
proprio, e lo strappa ancora
selvaggio e
recalcitrante ai suoi compagni di gregge, e gli impone in privato un
allevatore, e lo educa strigliandolo e
addomesticandolo,
e gli assegna tutto ciò che conviene all'allevamento dei figli, in modo che non
solo diventi un
valoroso soldato,
ma sia anche in grado di guidare uno stato o una città, e in principio abbiamo
detto che si trattava di
un soldato più
valoroso di quelli descritti da Tirteo, dato che onorerà sempre e dovunque il
coraggio come la quarta
virtù, e non come
il primo bene, per i singoli cittadini e per tutto lo stato.
CLINIA:
Straniero, non so perché disprezzi nuovamente i nostri legislatori.
ATENIESE: No,
carissimo, non lo faccio intenzionalmente, se anche lo faccio: ma se volete,
andiamo dove ci
conduce il
discorso. E se possediamo una musa più bella di quella dei cori e di quella che
si trova nei pubblici teatri,
cerchiamo di
trasmetterla a coloro che diciamo che si vergognano di questa, e cercano di essere
partecipi di quella, che
è appunto la più
bella.
CLINIA: Senza
dubbio.
ATENIESE:
Innanzitutto dunque, non bisogna forse che ciò cui si accompagna un certo
godimento abbia questa
caratteristica, e
cioè che abbia soltanto questo godimento come elemento essenziale, o abbia
anche un certo valore, o,
infine, una
qualche utilità?
Ad esempio dico
che mangiare, bere, e il nutrimento in generale, sono strettamente legati a
quel godimento che
chiamiamo
piacere: e per quanto riguarda il loro valore o la loro utilità, ciò che ogni
volta diciamo che è l'elemento
salutare dei cibi
costituisce appunto quel valore presente in essi.
CLINIA: Senza
dubbio.
ATENIESE: E anche
all'apprendimento si accompagna una certa gioia, e cioè il piacere, ma il suo
valore, la sua
utilità, e ciò
che in esso è bello e buono, gli deriva compiutamente dalla verità.
CLINIA: è così.
ATENIESE: E che
dire della realizzazione di cose simili, che fa parte delle arti figurative?
Non si deve a buon
diritto chiamare
godimento, quando si verifica, ciò che esse producono e che è legato al
piacere?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Ma sarà
l'uguaglianza, sia quantitativa che qualitativa così per dire in generale, che
determinerà il
valore di tali
opere, e non il piacere.
CLINIA: Bene.
ATENIESE: Dunque
secondo il criterio del piacere potrà essere giudicato rettamente soltanto ciò
che, nell'atto della
sua
realizzazione, non offre utilità, né verità o somiglianza, e neppure danno, ma
che esiste soltanto in funzione del
godimento che è
legato ad altri fatti, e che si può benissimo chiamare piacere, quando non si
accompagni a nessuna di
queste cose
appena dette?
CLINIA: Tu parli
soltanto del piacere che non reca con sé danno.
ATENIESE: Sì, e
dico che questo piacere è divertimento, quando non reca con sé danno o
vantaggio tali da meritare
Platone Le
leggi
24
attenzione o
discorso.
CLINIA: Quello
che dici è verissimo.
ATENIESE: Non
dovremmo allora dire, in base a quanto ora detto, che non conviene affatto
giudicare ogni
imitazione secondo
il piacere e l'opinione non vera - e neppure ogni altra uguaglianza: infatti
non è perché a uno sembri
o a un altro
piaccia che l'uguale è uguale e il proporzionato proporzionato, in genere - ma
solo e soprattutto sulla base
della verità e su
nient'altro?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Non
diciamo dunque che tutta la musica è rappresentativa e mimetica?
CLINIA: Ebbene?
ATENIESE: Se uno
sostenga che la musica si debba giudicare in base al criterio del piacere, non
dobbiamo per nulla
al mondo
accettare questo discorso, e non è affatto da ricercare tale musica come se
fosse frutto di impegno, se mai
esista, ma
dovremo invece ricercare quella che possiede la sua somiglianza in rapporto
all'imitazione della bellezza.
CLINIA:
Verissimo.
ATENIESE: Quelli
che ricercano il canto più bello non devono, a quanto pare, ricercare la musa
che offre piacere,
ma quella
autentica: infatti il valore dell'imitazione, come dicevamo, consiste nel
realizzare l'oggetto imitato secondo la
sua esatta
quantità e qualità.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E a
proposito della musica chiunque si troverà d'accordo nel sostenere che tutte le
sue opere sono
imitazione e
rappresentazione.
Su questo punto
non saranno tutti d'accordo, poeti, ascoltatori ed attori?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: A
quanto pare bisogna conoscere, riguardo a ciascuna opera, ciò che costituisce
la sua essenza, se non
si vuole
sbagliare: se infatti non si conosce l'essenza, che cosa mai essa vuole, ciò di
cui essa è realmente immagine,
difficilmente si
potrà riconoscere se lo scopo che si era prefissato è stato correttamente
raggiunto oppure non è stato
colto.
CLINIA:
Difficilmente: e come no?
ATENIESE: E se
non si conosce l'effettivo valore, non è vero che non si potrà mai distinguere
ciò che è buono da
ciò che è cattivo?
Ma non sto
parlando in modo abbastanza chiaro: così forse mi esprimerò meglio.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Vi sono
innumerevoli rappresentazioni che possiamo cogliere con la vista.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Ebbene,
se si ignora che cos'è ciascuno dei corpi imitati in tali rappresentazioni? Si
potrà mai
riconoscere se la
loro esecuzione è ben fatta? Voglio dire, ad esempio, se si potrà sapere se
sono state mantenute le
proporzioni
numeriche del corpo e la disposizione delle singole parti, e se, stando alcune
sue parti in relazione con le
altre, hanno
conservato i loro reciproci rapporti secondo l'ordine conveniente - e anche i
colori e le forme -, oppure se
tutto ciò è stato
fatto in modo confuso: vi sembra forse che possa mai comprendere tutto questo
un tale che ignora come
sia fatto
l'essere vivente, oggetto di imitazione?
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Se
invece sapessimo che ciò che è stato raffigurato o modellato è un uomo, e che
tutte le sue parti gli
sono state assegnate
dall'arte, i colori come i contorni? Non è forse necessario che chi conosce
queste cose è anche
pronto a
riconoscere se la composizione è bella oppure se essa manca di bellezza?
CLINIA: Tutti, per
così dire, straniero, in tale circostanza saremmo in grado di riconoscere la
bellezza degli esseri
viventi.
ATENIESE: Quello
che dici è giustissimo. E allora chi vorrà essere un saggio giudice di ogni
rappresentazione
imitativa -
pittorica, musicale, o qualsiasi altra -, non deve forse avere questi tre
requisiti: primo, conoscere l'oggetto in
questione, quindi
il suo valore in rapporto alla sua rappresentazione, e terzo, capire se una
rappresentazione qualsiasi
risulta ben
realizzata con le parole, le melodie, e il ritmo?
CLINIA: Pare
così, dunque.
ATENIESE: Ma non
possiamo rinunciare ad affermare quanto sia difficile tale giudizio quando
riguarda la musica:
poiché essa viene
celebrata in modo particolare rispetto alle altre rappresentazioni, essa necessita
di più attenzione
rispetto a tutte
le rappresentazioni.
Chi infatti vi
commette un errore può arrecare a se stesso un grandissimo danno abbracciando
cattivi costumi, ed è
difficilissimo
che i poeti si rendano conto di questo, poiché sono assai inferiori rispetto
alle stesse Muse. Mai le Muse
sbaglierebbero in
modo tale da comporre parole per gli uomini, assegnandovi colore e melodia che
si adattano a donne,
o così da
comporre canto e movenze per uomini liberi armonizzandoli ai ritmi degli
schiavi e di individui senza libertà,
o, ancora, in
modo da comporre ritmi e movenze da uomo libero assegnando loro canto o parole
contrari a quei ritmi; ed
inoltre mai
metterebbero insieme voci di animali, di uomini, di organi, e rumori di ogni
genere, come se volessero
imitare una sola
cosa: i poeti umani, invece, intrecciando e mescolando insieme queste cose
senza criterio, farebbero
ridere quegli
uomini che, come dice Orfeo, (6) ebbero in sorte la felice età del godimento.
Infatti essi vedono queste
cose mescolate, ed
inoltre i poeti separano ritmo e movenza dal canto, mettendo in versi le nude
parole, e d'altro canto
compongono
melodia e ritmo senza parole, usando la nuda cetra e il flauto, e in questo
caso è assai difficile riconoscere
Platone Le
leggi
25
che cosa vogliono
rappresentare ritmo e armonia senza parole, e a quale delle imitazioni degne di
considerazione siano
somiglianti. Ma è
necessario rendersi conto che è assai grossolana tale propensione alla
rapidità, e ad omettere le pause
che conviene
porre, e alle voci di animali, così da usare il flauto e la cetra, senza che
vengano accompagnati dal coro o
dal canto, e
l'uso dell'uno e dell'altro strumento, senza accompagnamento, è d'altra parte
un prodigio che non riguarda
l'arte. Queste
cose stanno allora in questi termini. D'altronde noi non stiamo indagando le
ragioni per cui chi abbia già
trent'anni o
abbia superato la cinquantina non debba coltivare le Muse, ma i motivi per cui
debba coltivarle. E in base
alle cose dette
mi sembra che il nostro discorso indichi ormai questa cosa, e cioè che coloro
che hanno cinquant'anni e
ai quali convenga
cantare debbano essere educati in modo migliore nell'arte del coro. è
necessario che essi abbiano
eccellente
sensibilità e conoscano alla perfezione i ritmi e le armonie: o come potrebbero
riconoscere l'autentico valore
delle melodie, e
a quale convenga il dorico e a quale non convenga, e se sia giusto o no il
ritmo che il poeta vi ha
adattato?
CLINIA: In nessun
modo, è chiaro.
ATENIESE: Davvero
ridicola è la gran folla che crede di riconoscere a sufficienza ciò che nel
ritmo e nell'armonia è
regolare e ciò
che non lo è, e si tratta di coloro che sono stati costretti a cantare
accompagnati dallo strumento e a
muoversi secondo
il ritmo, ma non si accorgono che fanno queste cose senza conoscerne i singoli
elementi. Ogni
melodia è infatti
corretta se possiede ciò che deve possedere, errata se possiede ciò che non è
conveniente.
CLINIA:
Necessariamente.
ATENIESE: E chi
non conosce neppure gli elementi che compongono una melodia, potrà mai
riconoscere, come
dicevamo, il loro
intrinseco valore?
CLINIA: E in che
modo?
ATENIESE: Adesso
mi pare che siamo giunti alla scoperta di questo fatto, e cioè che questi
nostri cantori che ora
invitiamo, e, in
un certo senso, costringiamo a cantare con animo ben disposto devono essere
stati educati fino al punto
in cui ciascuno
di essi sia in grado di seguire la cadenza dei ritmi e le note della musica, in
modo che esaminando le
armonie e i ritmi,
sappiano scegliere quelli che sono convenienti e che devono essere eseguiti da
persone della loro età e
della loro
condizione, e così cantino, e cantando provino immediatamente innocui piaceri,
e divengano guida per i più
giovani verso un giusto
amore di onesti costumi. Raggiunto questo livello di educazione, avranno in
mano
un'educazione più
accurata di quella che possiede la massa e di quella dei poeti stessi. Non vi è
alcun bisogno che il
poeta conosca
quel terzo requisito, e cioè se una rappresentazione è bella oppure no, ma
soltanto l'armonia e il ritmo:
quanto agli
altri, invece, essi devono conoscere tutti e tre i requisiti per scegliere
l'opera più bella, preferendola a quella
che per bellezza
è seconda, perché altrimenti non potranno mai incantare i giovani come si deve,
guidandoli lungo la via
della virtù. E
così abbiamo detto, nei limiti delle nostre possibilità, ciò che il discorso si
proponeva all'inizio, e cioè
dimostrare che
valeva la pena venire in soccorso al coro di Dionisio: verifichiamo se questo è
avvenuto. Capita che
un'adunanza del
genere, quanto più si procede nel bere, diventi di necessità sempre più
turbolenta: e in principio
abbiamo premesso
che ciò fosse inevitabile riferendoci a quelle riunioni di cui parliamo.
CLINIA:
Necessariamente.
ATENIESE: Ed
ognuno si sente più leggero, si esalta, è allegro, ha molta voglia di parlare e
non vuole ascoltare i
vicini, e crede
di essere diventato capace di guidare se stesso e gli altri.
CLINIA: Ebbene?
ATENIESE: E non
dicevamo che, quando si verificano fatti del genere, le anime dei bevitori,
diventando
incandescenti
come ferro, si fanno più morbide e più tenere, sicché avviene che si concedano
docili a chi possa e sappia
educarle e
plasmarle, proprio come quand'erano giovani? E questo scultore non è lo stesso
di allora, il buon legislatore,
che deve
stabilire leggi in materia di simposi le quali siano capaci di far sì che colui
che è pieno di buone speranze, e
audace, e più
sfrontato del necessario, e che non vuole sottostare all'ordine di fare
silenzio, e di parlare, e di bere e di
cantare quando è
il suo turno, divenga desideroso di fare tutto il contrario? Leggi che, con
l'ausilio della giustizia,
oppongono a
quell'audacia non bella che sempre si insinua la più bella paura, quel divino
timore che chiamammo
pudore e
vergogna?
CLINIA: è così.
ATENIESE: Custodi
di queste leggi e loro collaboratori saranno gli uomini che non si lasciano
condizionare dai
tumulti, e i
sobri guideranno quelli che sobri non sono, senza i quali è più pericoloso
combattere l'ubriachezza che i
nemici, se non si
hanno delle guide capaci di mantenere la calma. E chi non è in grado di voler
obbedire a costoro e alle
guide di
Dionisio, che hanno oltre i sessant'anni di età, recherà con sé uguale e
maggior vergogna di chi non obbedisce
alle guide di
Ares.(7) CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Dunque
se tale fosse l'ubriachezza, tale il divertimento, non trarrebbero vantaggio
questi bevitori, e non
si separerebbero
gli uni dagli altri più amici di prima, e non come oggi, nemici, dopo che sono
stati insieme per tutta la
riunione secondo
le leggi, seguendo i sobri quando guidavano coloro che non lo erano?
CLINIA: Giusto,
se fosse così come ora dici.
ATENIESE: Non disprezziamo
più allora con tanta semplicità il dono di Dionisio, come fosse malvagio e
indegno
di essere accolto
in uno stato. Altre cose, infatti, si potrebbero passare in rassegna: ma si ha
qualche esitazione a parlare
alla massa del
più grande bene di cui ci fa dono, per timore che sia male interpretato dagli
uomini e non capiscano ciò
che di esso viene
detto.
CLINIA: Che cosa
vuoi dire?
ATENIESE: Si
tratta di una leggenda, e nel contempo di una voce che in qualche modo si è
diffusa, secondo la
Platone Le
leggi
26
quale egli fu
privato del senno dalla matrigna Era, e che allora come vendetta suscita le
orge e ogni folle danza: e che
quindi, proprio
per questo motivo, ci avrebbe donato il vino. Ma lascio che queste cose le
dicano coloro che credono
che si possa
parlare con sicurezza degli dèi, mentre, per quanto mi riguarda, io so che ogni
essere vivente, quando
nasce, non è a
quel livello di ragione che dovrebbe raggiungere quando giunge al compimento
della sua maturità: e in
quel tempo in cui
non possiede ancora quell'intelligenza che è propria e la sua natura, è
completamente folle, e grida in
modo scomposto, e
se riesce a sollevarsi in piedi, salta in modo scoordinato. Ora ricordiamo che
questi, come dicemmo,
sono i princìpi
della musica e della ginnastica.
CLINIA: Lo
ricordiamo. E come no?
ATENIESE: E non
dicevamo che tali princìp i suscitavano in noi uomini la percezione del ritmo e
dell'armonia, e
che fra gli dèi
furono causa Apollo, le Muse, e Dionisio?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E il
vino, a quanto pare, fu dato, secondo la comune credenza, agli uomini per
vendetta, per farci
impazzire. Noi
ora invece diciamo che ci venne dato per una ragione opposta, perché l'anima
acquistasse pudore, e il
corpo la salute e
la forza.
CLINIA: Hai
ricordato benissimo il discorso che abbiamo fatto.
ATENIESE: E
dunque abbiamo condotto a termine metà della trattazione riguardante la danza
corale: per quanto
riguarda l'altra
metà possiamo trattarla o lasciarla perdere, a seconda di come voi volete fare.
CLINIA: Che cosa
vuoi dire, e come distingui le due parti?
ATENIESE: Il
complesso della danza corale rappresentava per noi l'educazione nella sua
interezza, di cui fanno
parte, per quanto
riguarda la voce, i ritmi e le armonie.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: D'altro
canto, ciò che si riferisce al movimento del corpo aveva in comune con il
movimento della voce
il ritmo, come
elemento proprio la movenza. Il movimento della voce, invece, aveva come
elemento caratteristico la
melodia.
CLINIA:
Verissimo.
ATENIESE: Alla
voce che giunge sino all'anima educandola alla virtù, non so in che modo
abbiamo dato il nome di
musica.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Per
quanto riguarda quel movimento del corpo che abbiamo definito danza di uomini
che si divertono,
se tale movimento
si svolge con l'intento di educare il corpo alla virtù, possiamo chiamare
ginnastica quell'arte di
guidarlo verso
tale mèta.
CLINIA:
Giustissimo.
ATENIESE: Per
quanto riguarda la musica, si dica anche ora ciò che adesso dicevamo che è
stato trattato e svolto
come quasi metà della danza corale: quanto all'altra metà, dobbiamo dirla, o come dobbiamo comportarci?