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Platone
LE LEGGI
PREMESSA
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LIBRO TERZO
ATENIESE: Così stanno
allora queste cose. E quale diciamo che sia stata l'origine delle costituzioni
politiche? Non
è forse da questa
parte che la si potrebbe scorgere più facilmente e nel modo migliore?
CLINIA: Da quale?
ATENIESE: Da
quella parte donde è possibile ogni volta osservare il progredire e il mutarsi
degli stati verso la virtù
o il vizio.
CLINIA: Da quale
parte intendi dire?
ATENIESE: Credo
che bisognerebbe porsi dalla parte della sconfinata lunghezza del tempo e dai
mutamenti che in
tale lasso di
tempo avvennero.
CLINIA: Che cosa
vuoi dire?
ATENIESE:
Coraggio: da quando esistono gli stati e gli uomini che sono governati dalle
costituzioni, credi di poter
calcolare quanto
tempo è trascorso?
CLINIA: Non è
affatto facile.
ATENIESE: Sarà
dunque immenso e incalcolabile?
CLINIA: Questo
senz'altro.
ATENIESE: In
tutto questo tempo non furono mille e più di mille gli stati che vennero alla
luce, e in numero non
inferiore, anzi,
secondo la stessa proporzione, quelli che vennero distrutti? E non sono stati dovunque
amministrati da
ogni sorta di
costituzione?
E ora da piccoli
sono diventati grandi, e da grandi sono diventati piccoli? E da migliori che
erano sono diventati
peggiori, e da
peggiori migliori?
CLINIA:
Necessario.
ATENIESE:
Cerchiamo di capire la causa di questi mutamenti, se possiamo: forse, infatti,
essa potrebbe mostrarci la
prima origine
delle costituzioni e il loro cambiamento.
CUNIA: Dici bene,
e allora bisogna che ci disponiamo in modo che tu mostri ciò che pensi riguardo
a quelle, e noi ti
seguiamo.
ATENIESE: Vi
sembra dunque che le antiche leggende contengano una certa verità?
CLINIA: Quali
leggende?
ATENIESE: Quelle
riguardanti i frequenti stermini degli uomini dovuti ad inondazioni, a
malattie, e a molti altri
eventi ancora, nel
corso dei quali una piccola parte del genere umano riuscì a scampare.
CLINIA: Chiunque
potrà prestare fede a queste credenze.
ATENIESE:
Coraggio, prendiamo in considerazione una delle molte distruzioni, quella ad
esempio che un tempo
avvenne a causa
del diluvio.
CLINIA: E quale
considerazione dobbiamo fare riguardo ad essa?
ATENIESE:
Dobbiamo pensare che coloro che allora scamparono a quella distruzione dovevano
essere pastori delle
montagne, ultime
e piccole scintille del genere umano che si sono salvati stando sui luoghi più
alti.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: è
inevitabile che costoro non avessero esperienza di ogni altra arte, e di quei
mezzi che nelle città gli
uomini escogitano
gli uni contro gli altri, e che sono volti al guadagno e all'ambizione, e di
tutte quante le altre
malvagità che
essi intendono arrecarsi l'un l'altro.
CLINIA: è vero.
ATENIESE: Non
dobbiamo supporre che le città edificate in pianura e presso il mare venissero
in quel tempo rase al
suolo?
CLINIA: Dobbiamo
supporlo.
ATENIESE: Non
diremo che in quell'occasione vennero distrutti tutti gli strumenti, e se
qualcosa che riguardi l'arte
o la politica o
qualsiasi altra forma di sapienza, era stato diligentemente scoperto andò tutto
quanto in rovina? Come,
carissimo, si
sarebbe potuto scoprire qualcosa di nuovo, se tali cose fossero rimaste per
tutto il tempo nella condizione
in cui sono
disposte ora?
CLINIA: Questo
significa che tali conoscenze rimasero celate agli uomini di allora
innumerevoli volte e per migliaia
di anni, e sono
mille o duemila anni che sono sorte, ed alcune si mostrarono a Dedalo,(1) altre
ad Orfeo, (2) altre ancora
a Palamede,(3) e
quelle riguardanti la musica a Marsia (4) e ad Olimpo, quelle concernenti la
lira ad Anfione,(5) e ad
altri tutte le
altre, le quali sono sorte, per così dire, ieri o l'altro ieri.
ATENIESE:
Benissimo, Clinia, dato che hai tralasciato il tuo amico che è senza dubbio
nato ieri.
CLINIA: Alludi
forse ad Epimenide?
ATENIESE: Sì,
proprio a lui: secondo voi egli superò di gran lunga tutti gli altri per quello
che inventò, amico, e ciò
che Esiodo con la
parola aveva anticamente predetto nei fatti quello lo realizzò, come voi dite.
CLINIA: Sì, lo
diciamo.
ATENIESE:
Possiamo allora dire che questa era la condizione umana quando avvenne quella distruzione:
un'immensa e
paurosa solitudine, la maggior parte della terra abbandonata, scomparsi tutti
gli altri animali, e
sopravvissuti
soltanto pochi armenti e qualche capra, e, in ogni caso, anche questi troppo
scarsi perché i pastori
potessero vivere
in quei tempi.
CLINIA:
Certamente.
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ATENIESE: Ma
dello stato, della costituzione, della legislazione, di ciò che ci ha fornito
l'occasione per il discorso
attuale,
riteniamo, per così dire, che sia rimasto almeno il ricordo?
CLINIA: Nient'affatto.
ATENIESE: Dunque
da ciò che si trovava in tale condizione non deriva tutto quanto è in nostro
possesso: stati,
costituzioni,
arti, leggi, molti vizi e molte virtù?
CLINIA: Come
dici?
ATENIESE:
Crediamo forse, carissimo, che gli uomini di allora, che non avevano esperienza
dei molti beni che vi
sono nella città
e del loro contrario, avessero realizzato la virtù e il vizio?
CLINIA: Dici
bene, e capiamo quello che vuoi dire.
ATENIESE: Dunque
con il passare del tempo e con il moltiplicarsi della nostra stirpe, tutto è
progredito sino a
giungere così
com'è ora?
CLINIA:
Giustissimo.
ATENIESE: Non
all'improvviso, a quanto pare, ma gradualmente, in un ampio lasso di tempo.
CLINIA: Ed è
assai conveniente che sia così.
ATENIESE: In
tutti, io credo, era ancora recente la paura che impediva di scendere dai
luoghi alti al piano.
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: E non
erano lieti di vedersi in quel tempo, per il fatto di essere un esiguo numero?
E i mezzi di
trasporto con cui
allora per terra e per mare si recavano gli uni dagli altri non erano stati
tutti pressoché distrutti, per
così dire,
insieme alle arti? Credo allora che non fosse possibile che essi si
mescolassero fra di loro: erano infatti
scomparsi il
ferro, il bronzo, e tutti i metalli mescolati insieme, sicché la difficoltà di
estrarli e di purificarli era assoluta,
e vi era scarsità
di provviste di legno. E se sui monti era rimasto qualche strumento,
consumandosi rapidamente era
scomparso, e non era
possibile realizzarne un altro, prima che giungesse nuovamente agli uomini
l'arte dei metalli.
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Dopo
quante generazioni pensiamo che questo sia avvenuto?
CLINIA: Dopo
moltissime, è chiaro.
ATENIESE: E
dunque anche tutte quelle arti che avevano bisogno del ferro, del bronzo, e di
tutti i metalli non
scomparvero per
lo stesso lasso di tempo, e anche più a lungo, in quel periodo?
CLINIA: E allora?
ATENIESE: E
allora sedizioni e guerre in quel tempo erano scomparse.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Prima
di tutto quegli uomini si amavano e usavano benevolenza gli uni verso gli altri
a causa della loro
solitudine, in
secondo luogo il nutrirsi non rappresentava per loro motivo di contesa. I
pascoli non mancavano, se non in
principio per
alcuni, e soprattutto dei pascoli in quel tempo vivevano: non mancavano affatto
né latte né carne, e inoltre
andando a caccia
si procuravano un non vile né scarso nutrimento. Ed erano forniti di vestiti,
di coperte, di case, e di
vasi da mettere
sul fuoco e da usare in altro modo: le arti plastiche e tessili, infatti, non
hanno affatto bisogno del ferro,
e un dio le donò
perché procurassero agli uomini tutto ciò che si è appena detto, e perché
quando il genere umano
venisse a
trovarsi in simili difficoltà avesse come un germoglio per potersi sviluppare.
Essi non erano del tutto poveri, e
la povertà non li
costringeva ad essere ostili fra loro: ma non erano neppure ricchi, poiché non
possedevano né oro né
argento, e questa
era in quel tempo la loro condizione.
E quando in una
comunità non convivono né ricchezza né povertà, nascono in essa i più nobili
costumi: e non vi
possono essere né
violenza, né ingiustizia, né invidie, né gelosie. Per queste ragioni erano
buoni e per quella che viene
definita
semplicità: se ascoltavano qualcosa di bello o di brutto, ritenenevano, nella
loro semplicità, che ciò che era stato
detto fosse
verissimo e vi prestavano fede. Nessuno sapeva sospettare il falso abilmente
come ora, ma tenendo per vero
ciò che si
raccontava degli dèi e degli uomini vivevano in questo modo: perciò erano tali
quali noi ora li abbiamo
descritti.
CLINIA: Siamo
d'accordo su queste cose, costui ed io.
ATENIESE: Non
dobbiamo allora dire che molte sono state le generazioni vissute in questo
modo, ed erano meno
progrediti di
quelli che vissero prima del diluvio e di quelli che vivono adesso, e più
ignoranti rispetto alle altre arti che
sarebbero
comparse, e alle arti della guerra, sia quelle che ora si praticano per terra e
per mare, sia anche quelle che si
esercitano solo
nelle città e che prendono il nome di processi e sedizioni, dove si escogitano
tutti gli espedienti, con le
parole e con i
fatti, per farsi vicendendevolmente del male e per compiere ingiustizie? Non
possiamo dire anche che
quegli uomini di
allora erano d'animo più semplice, e più valorosi, e più saggi, e sotto ogni
aspetto più giusti? La
ragione di queste
cose l'abbiamo già detta.
CLINIA: Dici
bene.
ATENIESE: Tutto
questo sia da noi detto, e quanto seguirà ancora si dica per questa ragione, e
cioè per capire quale
bisogno delle
leggi avevano quegli uomini di allora, e qual era il loro legislatore.
CLINIA: Hai detto
bene.
ATENIESE: E
dunque non è forse vero che quelli non avevano bisogno di legislatori, e nulla
di simile è solito
sorgere in quei
tempi?
Coloro che vivono
in questo periodo di tempo non possiedono la scrittura, ma vivono seguendo i
costumi e le leggi
che si dice che
siano dei padri.
CLINIA: è
verosimile.
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ATENIESE: E
questa è già una forma di costituzione politica.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Mi
sembra che tutti chiamano signoria la costituzione politica di quel tempo e che
ancora adesso viene
attuata in molti
luoghi, e presso i Greci e presso i barbari. Omero sostiene che essa si ritrova
nel governo dei Ciclopi,
quando afferma:
«Essi non hanno assemblee che danno consiglio né leggi, ma vivono sulle cime di
altissimi monti in
profonde caverne,
e ciascuno stabilisce leggi sui figli e sulle donne, e non si occupano l'uno
dell'altro». (6) CLINIA: Mi
pare che questo
vostro poeta sia davvero elegante. E noi abbiamo letto altri suoi passi di
grande acutezza, anche se non
molti, per la
verità: noi Cretesi, infatti, non coltiviamo molto la poesia straniera.
MEGILLO: Noi
invece la leggiamo, e ci sembra che Omero domini i poeti del suo genere, anche
se ogni volta
descrive la vita
ionica più di quella della Laconia. Ora però mi pare che renda una valida
testimonianza a sostegno del
tuo discorso,
avendo imputato, mediante il mito, alla feroce natura selvaggia i loro antichi
modi di vita.
ATENIESE: Sì.
Rende questa testimonianza, ed anzi, possiamo ritenerlo come una fonte ch e ci
indica che tali
costituzioni sono
in quel tempo esistite.
CLINIA: Bene.
ATENIESE: E queste
costituzioni non nascono forse da questi uomini dispersi in famiglie e stirpi
da una terribile
situazione
causata dalle distruzioni, costituzioni in cui i più vecchi hanno il potere, il
quale è loro derivato dal padre e
dalla madre, e
gli altri, seguendolì come fanno gli uccelli formano un solo gregge, e sono
retti dalle leggi paterne e
governati dal
governo più giusto di tutti i governi?
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Dopo di
che si riuniscono in comunità più numerose, formando organismi politici più
grandi, e si
rivolgono
dapprima alla coltivazione dei campi che si trovano ai piedi del monte, e
costruiscono intorno dei muri di
cinta, come di
siepe, per proteggersi dalle fiere, realizzando una sola grande dimora comune.
CLINIA: è
verosimile che le cose stiano in questi termini.
ATENIESE: Ebbene?
E questa cosa non è verosimile?
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Che
questi organismi familiari più grandi si svilupparono grazie a quei primi e più
piccoli organismi, e
ciascuno dei più piccoli
era presente con la propria stirpe, avendo come sua guida il più anziano e
portando con sé
alcune proprie
usanze, per il fatto di essere vissuti separati gli uni dagli altri; e avendo
avuto antenati ed educatori
diversi fra loro,
diversi erano stati anche i rapporti che avevano instaurato con gli dèi e fra
di loro, più disciplinati quelli
di coloro che
discendevano da antenati più disciplinati, più virili quello dei progenitori
più virili. E in questo modo,
ciascun organismo
formò i figli e i figli dei figli secondo le proprie concezioni, e, come
dicevamo, entrarono a far parte
della comunità
più grande con le proprie norme particolari.
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Ed è
inevitabile che a ciascuno sono più gradite le proprie norme e si preferiscono
a quelle degli altri.
CLINIA: è così.
ATENIESE: A
quanto pare senza accorgecene siamo giunti all'origine della legislazione.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Dopo di
che è allora necessario che tutti costoro che si sono riuniti in una comunità
scelgano alcuni di
loro, i quali,
esaminate le norme di ciascun gruppo, mostrino con chiarezza ai capi e ai
condottieri dei popoli come si
farebbe coi re,
quelle norme che secondo loro sono le più adatte, per quanto riguarda il comune
interesse, e le affidino
loro perché siano
discusse.
E quelli verranno
chiamati legislatori, e stabiliranno dei magistrati, e dalle signorie
formeranno l'aristocrazia o anche
una monarchia, e
governeranno nel corso di questo cambiamento della costituzione.
CLINIA: Le cose non
possono che succedersi in tale sequenza.
ATENIESE: Diciamo
che la terza forma di costituzione politica è quella in cui si incontrano ogni
specie di
costituzioni e di
stati, e i loro peculiari comportamenti.
CLINIA: Qual è
questa forma?
ATENIESE: Quella
che segue la seconda, e che Omero ha contrassegnato, affermando che la terza
era così. Ed egli
disse: «Fondò
Dardania, ché la sacra Ilio non ancora in pianura era stata edificata, città di
uomini mortali, che ancora
abitavano le
falde dell'Ida dalle molte sorgenti».(7) In questi versi e in quelli
riguardanti i Ciclopi egli parla
esprimendosi come
un dio, seguendo la natura delle cose.
Divina è infatti
la stirpe dei poeti, cantando inni ispirati, ogni volta riesce a cogliere la
verità di molti fatti con l'aiuto
delle Grazie e
delle Muse.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE:
Procediamo ancora innanzi in questo mito che ora si è presentato ai nostri
occhi: forse potrebbe
indicare qualcosa
che ha ache fare con il nostro intento. O non dobbiamo fare così?
CLINIA: Senza
dubbio.
ATENIESE: Ilio fu
fondata, dicevamo, quando gli abitanti scesero dai monti in una grande e bella
pianura, su di un
colle non troppo
alto, e ricco di molti fiumi che sorgevano dalle sommità dell'Ida.
CLINIA: Così
dicono.
ATENIESE: Non
pensiamo che ciò sia avvenuto molto tempo dopo il diluvio?
CLINIA: E come
non potrebbe essere avvenuto molto tempo dopo?
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ATENIESE: A
quanto pare si trovava allora presso di loro un terribile oblio della
distruzione di cui ora stiamo
parlando, quando
in tal modo fondarono la città collocandola vicino a molti fiumi che scorrevano
dalle alture, fidandosi
di luoghi non
eccessivamente alti.
CLINIA: è chiaro
che un periodo di tempo assai lungo doveva separarli da quel fatto.
ATENIESE: E molti
altri stati, io credo, venivano ormai fondati, moltiplicandosi la popolazione
umana.
CLINIA: E allora?
ATENIESE: E
questi stati ad un certo punto mossero guerra contro Ilio, e forse per mare,
poiché tutti ormai
solcavano il mare
senza paura.
CLINIA: Può
essere.
ATENIESE: E
rimasti là dieci anni, gli Achei distrussero Troia.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Dunque
in questo periodo di tempo, che durò appunto dieci anni, in cui Ilio venne
assediata, accaddero
molte sventure
all'interno di ciascuno degli stati assedianti causate dalle rivolte dei
giovani che non accolsero bene e
neppure secondo
giustizia i soldati che giungevano nei loro stati e nelle loro case, al punto
che vi furono innumerevoli
morti, uccisioni,
e fughe: e i fuggitivi fecero ritorno cambiando nome, e si chiamarono Dori
anziché Achei, poiché Doro
raccolse quelli
che allora erano fuggiti.(8) E tutti questi miti che voi, Spartani, raccontate
ed esponete in modo
completo, hanno
origine da questo punto.
MEGILLO: Ebbene?
ATENIESE: Ora
siamo nuovamente ritornati, come per un intervento divino, a quel punto da cui
in principio ci
eravamo
discostati, quando, discorrendo sulle leggi, ci siamo imbattuti nella musica e
nell'uso smodato del vino. Ed è
proprio il
discorso che ci offre l'occasione di tornare al punto di partenza: infatti esso
è giunto alla fondazione dello
stato spartano,
che voi avete detto che si trattò di una giusta fondazione, e a Creta, le cui
leggi sono come sorelle. Ora
grazie a questo
divagare del discorso abbiamo tratto un certo guadagno, poiché abbiamo passato
in rassegna alcune
costituzioni
politiche e fondazioni di stati: abbiamo visto una prima forma di stato, una
seconda, e una terza che, come
crediamo, vennero
fondate l'una dopo l'altra nel corso di sconfinati spazi di tempo. In questo momento
si impone alla
nostra attenzione
un quarto stato, o se volete un popolo, che un tempo fu fondato e ancora adesso
si regola su quei
princìpi. Se
dunque da tutte queste cose possiamo capire che cos'è che fu bene o male
regolato, e quali l eggi conservano
ciò che viene
conservato e quali invece distruggono ciò che viene distrutto, e quali
cambiamenti potrebbero rendere
felice uno stato,
o Megillo e Clinia, bisogna riprendere tutte queste cose dal principio, se non
vi è nulla da obiettare nei
discorsi che
abbiamo fatto.
MEGILLO: Se
dunque, straniero, un dio ci promettesse che, ricominciando un'altra volta
l'indagine sulla
legislazione, noi
ascolteremmo discorsi non peggiori né meno estesi di quelli che abbiamo fatto
ora, io vorrei percorrere
un lungo cammino,
e il giorno presente mi parrebbe breve. Eppure si è vicini a quel periodo in
cui il dio volge la
stagione estiva
in quella invernale.
ATENIESE:
Dobbiamo compiere, a quanto pare, questa indagine.
MEGILLO: Senza
dubbio.
ATENIESE: Andiamo
con il pensiero a quel tempo in cui Sparta, Argo, e Messene, e le loro terre
erano passate
nelle mani dei
vostri antenati, Megillo: dopo questi fatti, parve loro opportuno, come dice il
mito,(9) dividere l'esercito
in tre parti, e fondare
tre stati, Argo, Messene, e Sparta.
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: E
Temeno diventò re di Argo, (10) di Messene (11) Cresfonte, di Sparta Prode ed
Euristene.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E tutti
in quel tempo giurarono di soccorrersi, se qualcuno fosse venuto a distruggere
il loro regno.
MEGILLO: Ebbene?
ATENIESE: Si
dissolve un regno, per Zeus, o si è mai dissolto un governo, per causa di altri
piuttosto che per causa
degli stessi
governanti che lo detengono? O non è vero che proprio ora, imbattendoci poco fa
in questi discorsi, abbiamo
stabilito queste
cose di cui forse ora ci siamo dimenticati?
MEGILLO: E come
sarebbe?
ATENIESE: Dunque
ora rafforzeremo ancora di più questo punto: essendoci imbattuti in eventi che
sono realmente
avvenuti, a
quanto pare, siamo ritornati allo stesso discorso, sicché non faremo una
ricerca su di un argomento
inesistente, ma
su ciò che avvenne e che si fondò sulla verità. Accaddero queste cose: le tre
monarchie strinsero un
giuramento con i
tre stati loro sudditi, secondo le leggi comuni che essi avevano stabilito e
che riguardavano il rapporto
fra governanti e
sudditi, gli uni impegnandosi a non rendere più violento il comando con il
passare del tempo e delle
generazioni, gli altri,
sempre che i governanti mantenessero queste promesse, impegnandosi a non far
cadere quel potere
e a non
permettere ad altri di farlo, e, inoltre, i re giurarono di venire in soccorso
ai re e ai popoli vittime di soprusi, e i
popoli a loro
volta, di venire in aiuto ai re e ai popoli vittime di ingiustizie.
O non è così?
MEGILLO: Sì, è
così.
ATENIESE: Dunque
questo non era forse l'elemento più importante nella formazione delle
costituzioni politiche e
nella
legislazione di quei tre stati, sia che fossero i re a dare le leggi, sia che
fossero altri ancora?
MEGILLO: Quale
elemento?
ATENIESE: Il
fatto che vi erano sempre due stati pronti ad accorrere in soccorso di quel
terzo che disobbedisse alle
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leggi stabilite.
MEGILLO: è
chiaro.
ATENIESE: E la
maggioranza ordina ai legislatori di stabilire leggi tali che possano essere
accolte di buon grado dai
popoli e dalle
masse, come se si ordinasse ai maestri di ginnastica o ai medici di curare e di
guarire piacevolmente i
corpi che sono
oggetto di cure.
MEGILLO: Senza
dubbio.
ATENIESE: Ma
spesso ci si deve accontentare se i corpi possono riacquistare vigore e salute
con un dolore non
eccessivo.
MEGILLO: Certo.
ATENIESE: Anche
questo non era un elemento di scarsa importanza per rendere più facile
l'istituzione delle leggi.
MEGILLO: Quale?
ATENIESE: Il
fatto che quei legislatori non erano oggetto di feroci critiche, cercando di
fondare una certa
uguaglianza dei
beni; e queste critiche prendono corpo in molti altri stati che sono regolati
da una costituzione, quando
qualcuno cerca di
riformare il possesso della terra e di annullare i debiti, considerando che
senza queste riforme non si
potrebbe
conseguire adeguatamente l'uguaglianza.
Allora ognuno si
oppone al legislatore che tenta di promuovere queste riforme, dicendo di non
muovere ciò che non
si può muovere, e
maledice contro chi introduce nuove divisioni della terra e la rescissione dei
debiti, in modo che ogni
legislatore si
trova in grande difficoltà. Ma per i Dori anche questo andò bene e non suscitò
critiche, e infatti si divisero
la terra senza
entrare in controversie, e i debiti non erano enormi o d'antica data.
MEGILLO: Vero.
ATENIESE: Perché
allora, carissimi, finirono così male la loro costituzione e il complesso delle
loro leggi?
MEGILLO: Che
cos'è che rimproveri e in che modo?
ATENIESE: Il
fatto che, essendoci tre stati, due di essi distrussero rapidamente la loro
costituzione e le leggi, e
l'unico che
rimase fu proprio il vostro stato.
MEGILLO: Non è
certo facile quello che domandi.
ATENIESE: Ma
bisogna che indagando ed esaminando tale questione in questo momento, giocando
al gioco delle
leggi, un saggio
divertimento proprio dei vecchi, percorriamo la strada senza affaticarci, come
abbiamo detto quando
abbiamo
intrapreso il cammino.
MEGILLO: Ebbene?
Bisogna fare come dici.
ATENIESE: E quale
più bella indagine potremmo fare intorno alle leggi di questa che si occupa di
quelle leggi che
regolarono questi
stati? Di quali stati più illustri e anche più grandi prenderemo in esame la
fondazione?
MEGILLO: Non è
facile citarne altri che sostituiscano questi.
ATENIESE: è
chiaro che quegli uomini pensavano che una simile compagine di stati doveva
garantire un'adeguata
difesa non solo al
Peloponneso ma anche a tutti i Greci, se qualche barbaro volesse recare offesa,
così come allora quelli
che abitavano ad
Ilio, fidando nella potenza assira che era sorta con Nino, divennero insolenti
e suscitarono la guerra di
Troia. Non era infatti
di poca importanza quel che si era conservato della struttura di quella
potenza: come ora temiamo
il Gran Re, anche
in quel tempo si temeva quella compatta alleanza. La grande accusa nei loro
confronti consisteva
nella seconda
presa di Troia, quando essa faceva parte del loro impero. Contro tutte queste
forze venne allestito un
esercito solo,
diviso allora in tre parti come i tre stati, e comandato dai tre re fratelli,
figli di Eracle, che, a quanto
sembra, era ben
studiato e ordinato, superiore a quello che si era recato a Troia. Prima di
tutto si riteneva di avere negli
Eraclidi
condottieri migliori dei Pelopidi, (12) in secondo luogo si pensava che
quest'esercito superasse in virtù quello
che si era recato
a Troia: questi infatti erano vincitori, mentre quelli, gli Achei, erano stati
vinti dai Dori. Non dobbiamo
allora pensare
che quelli si prepararono sulla base di una simile considerazione?
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: è
dunque anche verosimile che essi ritenessero stabile questa loro potenza e
capace di durare per molto
tempo, ché
avevano condiviso insieme molte fatiche e pericoli, governati com'erano da re
fratelli di una sola stirpe, ed
inoltre poiché
avevano consultato molti indovini, e fra gli altri, anche Apollo di Delfo?
MEGILLO: Come non
potrebbe essere verosimile?
ATENIESE: E
questa potenza considerata così grande cadde, a quanto pare, in quel tempo e
assai velocemente, fatta
eccezione, come
dicevamo, per quella piccola parte del vostro paese, e che fino ad ora non ha
mai smesso di combattere
contro le altre
due parti: perché se quella armonia di intenti che allora si era realizzata
fosse rimasta unita, avrebbe
formato in guerra
una potenza irresistibile.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: Come e
perché si dissolse? Non è degno di attenzione indagare quale sorte abbia
annientato un
apparato così
antico e così importante?
MEGILLO: Sarebbe
inutile guardare altrove, volendo trascurare queste cose, per vedere se vi sono
altre leggi o
costituzioni che
siano in grado di conservare belle e grandi istituzioni, o, al contrario, di
mandarle del tutto in rovina.
ATENIESE: A
questo punto mi pare che ci siamo fortunatamente messi sulla strada di una
indagine adeguata.
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: Dunque,
carissimo, anche noi ora non ci siamo forse sbagliati, come tutti gli uomini,
ritenendo che,
ogni volta che
vediamo una nobile istituzione, realizzata in modo splendido, questo sia dovuto
al fatto che qualcuno
sappia servirsene
bene e in modo appropriato, e che quindi noi adesso proprio su di essa non abbiamo
pensato
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correttamente, né
secondo quella che è la sua natura, e così tutti non riflettono correttamente
su tutte le altre cose
quando riflettono
in questo modo?
MEGILLO: A che
cosa alludi? E a proposito di che cosa dobbiamo dire che tu hai fatto questo
discorso.
ATENIESE: Amico
mio, ora ho preso in giro me stesso. Avendo infatti rivolto la mia attenzione a
quell'esercito di
cui abbiamo
parlato, mi parve che fosse assai bello e capace di procurare splendide
ricchezze ai Greci, se, come dicevo,
qualcuno fosse
stato allora capace di utilizzarlo bene.
MEGILLO: Allora
tu non hai parlato bene e in modo saggio di tutte queste cose e noi in modo non
assennato ti
abbiamo
approvato?
ATENIESE: Forse:
e io rifletto sul fatto che chiunque, quando vede un qualcosa di grandioso e
dotato di molta
potenza e forza,
prova immediatamente questa impressione, per cui se chi possiede questa cosa
così importante sapesse
servirsene,
realizzerebbe molte imprese meravigliose e sarebbe felice.
MEGILLO: E questo
non è giusto? O come dici?
ATENIESE:
Considera qual è l'aspetto cui deve prestare attenzione chi elogia qualsiasi
cosa, se vuole far questo in
modo corretto:
prima di tutto, riferendoci alla questione di cui stiamo adesso parlando, se
quelli che allora ordinarono
l'esercito
avessero saputo disporlo in modo conveniente, avrebbero potuto in qualche modo
sfruttare l'occasione? Non
forse se lo
avessero solidamente ordinato e lo avessero mantenuto tale per il tempo futuro,
in modo da restare essi stessi
liberi e di
comandare tutte le altre genti che volessero, e di compiere, essi stessi e i
loro discendenti, tutto ciò che
volessero a tutti
gli altri uomini, Greci e barbari che fossero? Non dovrebbero meritarsi lodi
per questo?
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: E un
tale che veda una grande ricchezza, e onori che rendono superiore una famiglia,
e altre cose di
questo genere, e
dica le stesse parole di lode, non le dice pensando a questo, e cioè che con
quei mezzi si potranno
realizzare tutte
le cose che si desiderano, e la maggior parte di esse e quelle più degne di
considerazione?
MEGILLO: Mi pare.
ATENIESE:
Coraggio, non vi è forse un desiderio comune a tutti gli uomini che ora è stato
messo in evidenza da
queste parole,
così come lo stesso discorso afferma?
MEGILLO: E qual
è?
ATENIESE: Il
desiderio che le cose avvengano secondo quanto è stato predisposto dalla nostra
anima, tutte quante
se possibile, o,
altrimenti, almeno quelle umane.
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: Se
tutti vogliamo sempre una cosa del genere, da quando siamo giovani fino a
quando siamo vecchi,
non sarà
inevitabile che proprio questo sia incessantemente l'oggetto delle nostre
preghiere?
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E
pregheremo insieme ai nostri cari perché le loro preghiere vengano esaudite.
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: E il
figlio è caro al padre, egli che è un bambino all'uomo adulto.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E di
quelle cose che il figlio si augura che si avverino, molte il padre scongiurerà
gli dèi perché non
avvengano affatto
secondo le preghiere del figlio.
MEGILLO: Parli di
un figlio che è ancora privo della ragione e che prega ancora da bambino?
ATENIESE: E
quando il padre, essendo vecchio o anche troppo giovane, e non avendo
cognizione del bene e del
giusto, prega con
grande fervore trovandosi in condizioni simili a quelle in cui si trovava Teseo
nei confronti di Ippolito
(13) che fece una
misera fine, e il figlio invece abbia cognizione di queste cose, allora, tu
credi, il figlio pregherà
insieme al padre?
MEGILLO: Capisco
quello che stai dicendo. Mi sembra che tu voglia dire che non si deve pregare e
desiderare che
tutto segua il
nostro volere, ma piuttosto che sia il nostro volere a seguire l'intelligenza:
lo stato ed ognuno di noi deve
pregare e
sforzarsi in ogni modo di possedere dunque la mente.
ATENIESE: Sì, e
mi viene in mente che l'uomo politico che è legislatore deve sempre tenere
presente questo
principio quando
stabilisce gli ordinamenti delle leggi; e ora vi ricordo, se non abbiamo
dimenticato quanto abbiamo
detto all'inizio,
che secondo il vostro precetto era necessario che il buon legislatore
disponesse tutto il complesso delle
leggi in funzione
della guerra, mentre io sostenevo che tale precetto indirizzava le leggi verso
una sola virtù - ed esse
sono quattro -,
mentre bisognava tenerle tutte presente, e soprattutto, e per prima, quella che
è guida di tutta la virtù, e
cioè la prudenza,
e l'intelletto e l'opinione, insieme all'amore e al desiderio che ad essi si
accompagnano.
Il discorso è
così giunto di nuovo allo stesso punto, ed io che parlo ora dico di nuovo ciò
che dicevo allora, per
scherzo, se
volete, o seriamente, e cioè che è pericoloso far voti se si è privi
dell'intelletto, e che avviene il contrario di
quel che si
vuole.
E se volete assicurarvi
che io parlo seriamente, assicuratevi pure: prevedo sicuramente che voi ora
scoprirete,
seguendo quel
ragionanto che poco fa abbiamo esposto, che la causa della rovina di quei re e
di tutto quello che loro
concepirono non
fu la viltà né il fatto che i capi e quanti dovevano obbedire non conoscevano a
fondo le cose della
guerra, ma quei
regni andarono in rovina a causa di tutti i loro vizi, e soprattutto per
l'enorme ignoranza intorno alle
questioni umane.
E che queste cose sono avvenute in questo modo allora e anche adesso, se
avvengono, e non altrimenti
avverranno nel
tempo futuro, se volete, cercherò di scoprirlo, procedendo nel discorso, e di
mostrarlo, per quanto mi è
possibile, a voi
che siete amici.
Platone Le
leggi
34
CLINIA: Straniero,
lodarti a parole è cosa troppo molesta, e dunque lo faremo con i fatti:
seguiremo volentieri le tue
parole, ed è in
questo caso che l'uomo libero manifesta assai bene ciò che approva e ciò che
non approva.
MEGILLO:
Benissimo, Clinia, e facciamo come dici.
CLINIA: Sarà
così, se il dio lo vuole. Avanti, parla.
ATENIESE: Diciamo
dunque, procedendo lungo la strada che ancora ci resta da percorrere del nostro
discorso, che
la più grande
ignoranza annientò allora quella potenza, e che ancora adesso determina questa
stessa conseguenza, sicché
il legislatore,
se le cose stanno così, deve sforzarsi di ingenerare negli stati, secondo le
sue possibilità, un'assennata
prudenza, levando
via, per quanto gli è possibile, la stoltezza.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: Qual è
quella che si deve giustamente definire la più grande ignoranza? Vedete se
siete d'accordo
anche voi con
quello che dico: io propongo una definizione di questo genere.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Quella
secondo cui un tale, ritenendo una cosa bella o buona, non la ama, ma la
detesta, mentre
predilige e brama
ciò viene ritenuto malvagio ed ingiusto. Dunque io dico che questa dissonanza
di piacere e dolore con
l'opinione
conforme alla ragione costituisce il caso più estremo di ignoranza, e il più
grave, perché occupa la parte più
ampia dell'anima:
infatti il soffrire e il godere sono in essa come popolo e massa sono nello
stato.
E quando l'anima
si oppone alla conoscenza, all'opinione, e alla ragione, che per natura sono
preposte al comando,
chiamo questo
atteggiamento stoltezza, e la stessa cosa avviene in uno stato, quando la massa
non obbedisce ai
governanti e alle
leggi, e, ancora, nel singolo individuo, quando i bei ragionamenti che si
trovano nell'anima non fanno
nulla di più che esserci,
ma in realtà avviene tutto il contrario di quello che essi dicono: e tutte
queste forme di
ignoranza io le
considero fra le più sconvenienti per lo stato e per i singoli cittadini, e non
certo quella degli artigiani, se
capite,
stranieri, quello che voglio dire.
CLINIA: Capiamo,
amico, e siamo d'accordo con quello che dici.
ATENIESE:
Pertanto si stabilisca questo, proprio come è stato fissato e definito, e cioè
che ai cittadini che vivono in
una simile
ignoranza non conviene affidare alcun potere, ma si devono rimproverare per il
fatto di essere ignoranti,
anche se siano in
grado di ragionare assai bene e siano esercitati in ogni sorta di sottigliezza
o in tutto ciò che per natura
favorisce
l'agilità dell'anima, mentre quelli che sono il contrario di questi bisogna
chiamarli sapienti, anche se, per così
dire, non sanno
scrivere né nuotare, e si deve affidare loro il potere come a persone
assennate. Come, amici, potrebbe
esserci una forma
anche minima di assennata prudenza senza l'armonia? Non è possibile, ma si può
assai giustamente
dire che la più
bella e la più grande delle armonie sia la più grande sapienza, di cui è
partecipe chi vive secondo ragione,
mentre chi ne è
privo distrugge la propria casa e non può affatto salvare lo stato, ma appare
ogni volta tutto il contrario,
essendo appunto
ignorante. Tali cose siano dunque dette e stabilite così come si è detto un
momento fa.
CLINIA: Sia
stabilito così.
ATENIESE: è
necessario che negli stati vi siano governanti e governati.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Ebbene:
quali e quanti sono i princìpi del governare e dell'esser governati nei grandi
stati come in
quelli piccoli e
nelle famiglie? Non è forse vero che uno di essi riguarda il padre e la madre?
E non è ovunque un giusto
principio che i
genitori debbano esercitare il comando assoluto sui figli?
CLINIA: Senza
dubbio.
ATENIESE: A
questo segue il principio per cui coloro che sono nobili per nascita comandano
coloro che non sono
nobili: e a
questi due segue il terzo secondo cui i più vecchi devono comandare, e i più
giovani devono essere
comandati.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Il
quarto dice che gli schiavi devono esser comandati, e i padroni devono
comandare.
CLINIA: E come
no?
ATENIESE: Il quinto,
io credo, che il più forte deve comandare, e il più debole deve essere
comandato.
CLINIA: è del
tutto inevitabile questa forma di comando di cui tu parli.
ATENIESE: Ed è
quella che, per natura, si ritrova in più larga misura fra gli esseri viventi,
come disse un giorno il
tebano
Pindaro.(14) Ma il più importante, a quanto pare, dei princìpi è il sesto, che
prescrive all'ignorante di seguire, e
al saggio di
guidare e di comandare. E questo, o sapientissimo Pindaro, non potrei dire che si
verifichi contro natura, ma
secondo natura,
perché il comando della legge vale per chi lo accetta volontariamente, e non è
per natura violento.
CLINIA: Quello
che dici è giustissimo.
ATENIESE: Citando
ancora una forma di comando caro agli dèi e fortunato, ci avviciniamo alla
sorte, e diciamo
che è assai
giusto che comandi chi è stato scelto da lei, mentre colui al quale essa si è
opposta si ritiri e obbedisca.
CLINIA: Quello
che dici è verissimo.
ATENIESE: «Vedi,
legislatore», potremmo dire per scherzo ad uno di quelli che si accingono a
stabilire le leggi con
troppa
faciloneria, «quanti sono i princìpi c he riguardano i governanti, e come per
loro natura sono opposti fra di loro?
Ora infatti noi
abbiamo scoperto una fonte di sedizioni che tu devi curare. Per prima cosa
considera con noi come e
perché i re di
Argo e di Messene, contravvenendo a questi princìpi, distrussero se stessi e
insieme la potenza dei Greci,
davvero mirabile
in quel tempo. Non erano forse all'oscuro di quel giusto detto di Esiodo secondo
il quale "la metà è più
del tutto"?
(15) Quando prendere il tutto è dannoso, e la metà, invece, è segno di
moderazione, allora Esiodo ritenne che
il moderato è
meglio di ciò che è eccessivo, essendo migliore del secondo che appunto è
peggiore.
Platone Le
leggi
35
CLINIA:
Giustissimo.
ATENIESE:
Dobbiamo forse pensare che una corruzione del genere coinvolga ogni volta i re
prima dei popoli?
CLINIA:
Naturalmente questo è un male che colpisce soprattutto i re che vivono
nell'arroganza e nello sfarzo.
ATENIESE: Non è
dunque chiaro che i re di allora patirono dapprima questo male, quello cioè di
andare oltre le
leggi stabilite e
di non essere coerenti con se stessi, riguardo a ciò che con le parole e i
giuramenti avevano approvato, e
che la mancanza
di armonia che, come diciamo, è la forma più grave di ignoranza, prendendo le
sembianze della
sapienza, mandava
in rovina tutte quelle cose, a causa della discordanza e di un'amara mancanza
di armonia?
CLINIA: Così
pare.
ATENIESE: Bene. E
quali misure doveva allora adottare il legislatore per guardarsi dal sorgere di
questo male? Per
gli dèi, non ci
vuole ora una grande saggezza per riconoscere questa cosa, e non è difficile da
dirsi: ma se in quel tempo
fosse stato
possibile prevederlo, chi lo avrebbe previsto non sarebbe stato più sapiente di
noi?
MEGILLO: Che cosa
vuoi dire?
ATENIESE:
Considerando ciò che è avvenuto presso di voi, Megillo, oggi è facile sapere, e
sapendolo, dire ciò che
allora bisognava
che avvenisse.
MEGILLO: Parla
più chiaramente.
ATENIESE: In questo
modo sarò forse chiarissimo.
MEGILLO: Quale
modo?
ATENIESE: Se si
dà di più a ciò che richiede di meno, andando oltre la misura, vele alle navi e
nutrimento ai corpi
e potere alle
anime, tutto viene sconvolto, e per l'esuberanza i corpi vanno incontro alle
malattie, e le anime
all'ingiustizia
che è figlia della tracotanza. Che cosa mai vogliamo dire? Forse questo, e cioè
che non esiste, cari amici,
natura d'anima
mortale che possa mai reggere il supremo potere fra gli uomini, se essa è
giovane ed irresponsabile, in
modo che la sua
mente non sia del tutto occupata dalla più grave malattia, la stoltezza, e non
abbia l'odio degli amici più
stretti, cosa
che, quando avviene, distrugge la sua mente e annulla tutta la sua potenza?
Guardarsi da questo male,
conoscendo la
giusta misura, è proprio dei grandi legislatori. E adesso non è difficile
congetturare quanto avvenne
allora: pare le
cose andarono così.
MEGILLO: Come?
ATENIESE: Vi era un
dio che si preoccupava di voi, il quale prevedendo il futuro fece nascere per
voi una doppia
stirpe di re da
una che era, riducendola di più a giusta misura. Dopo di che un uomo, la cui
natura si era combinata con
una certa potenza
divina, vedendo che il vostro potere era piuttosto acceso, unì il moderato
potere dei vecchi alla
superba forza
della nobiltà, e fece in modo che il potere dei ventotto vecchi avesse lo
stesso diritto di suffragio, nelle
questioni più
importanti, di quello dei re. Il vostro terzo salvatore,(16) vedendo che il
potere ribolliva ancora d'orgoglio
ed era
intemperante, come un freno vi introdusse il potere degli efori, accostandolo
al potere della sorte: e per questa
ragione il potere
regio che è presso di voi, risultando composto di quegli elementi che dovevano
comporlo e possedendo
la giusta misura,
dopo aver salvato se stesso, fu causa di salvezza per gli altri. Poiché per
Temeno e Cresfonte e per i
legislatori di
allora - chiunque fossero quelli che stabilivano le leggi - nemmeno la parte di
Aristodemo (17) si sarebbe
mai salvata:
perché non erano abbastanza esperti di legislazione. Non avrebbero mai pensato
che una giovane anima si
sarebbe potuta
tenere a bada con giuramenti, quando essa avesse assunto un potere da cui era
possibile che scaturisse la
tirannide. E ora
il dio ha indicato quale doveva e quale deve essere il governo più stabile.
Il fatto che noi
conosciamo queste cose, come si è già detto prima, non è indice di sapienza,
ora che esse sono
avvenute -
svolgere infatti delle considerazioni sull'esempio di ciò che è avvenuto non è
per nulla difficile -, ma se in
quel tempo vi
fosse stato qualcuno in grado di prevedere queste cose e di contemperare
insieme i tre poteri, facendone
uno solo, allora
avrebbe salvato tutto quello che di bello era stato pensato in quel tempo, e né
l'esercito Persiano, né
nessun altro
esercito si sarebbe mosso alla volta della Grecia, disprezzandoci come persone
degne di scarsa
considerazione.
CLINIA: Quello
che dici è vero.
ATENIESE: E si sono
difesi in modo vergognoso, Clinia. E per vergognoso non intendo dire che quelli
di allora non
hanno vinto delle
belle battaglie vincendo per terra e per mare. Ma è questo ciò che dico che
allora fu vergognoso, e
cioè che,
innanzitutto, di quei tre stati uno solo difese la Grecia, mentre gli altri due
erano così corrotti dalla malvagità
che uno impedì
anche a Sparta di prenderne le difese, facendole guerra con tutta la sua forza,
l'altro, che al tempo d ella
suddivisione
aveva primeggiato, lo stato di Argo, chiamato a respingere il barbaro, non
ascoltò né portò soccorsi. E chi
volesse ricordare
i fatti che allora capitarono nel corso di quella guerra potrebbe rimproverare
alla Grecia molte cose del
tutto prive di
dignità. E neppure direbbe bene colui che dicesse che la Grecia si difese: ma,
se grazie al comune intento
di Ateniesi e di
Spartani non fosse stata respinta la schiavitù che incalzava, le stirpi dei
Greci sarebbero ormai tutte
mescolate fra
loro, quelle dei barbari con i Greci e quelle dei Greci con i barbari, così
come adesso quelle stirpi su cui i
Persiani
esercitano il loro dominio, disseminate e raccolte insieme, vivono
sciaguratamente disperse. Queste cose,
Clinia e Megillo,
dobbiamo rimproverare ai cosidetti uomini politici e legislatori di un tempo, e
anche a quelli attuali,
perché,
ricercando le cause di quegli eventi, scopriamo che cos'altro si doveva fare al
posto di ciò che si è fatto: ad
esempio, anche in
questo momento abbiamo detto che non bisogna stabilire poteri troppo grandi, né
che non siano
contemperati da
altri elementi, pensando che uno stato dev'essere libero e dotato di
intelligenza e coerente con se stesso,
e che chi
stabilisce le leggi deve legiferare tenendo presente questi princìpi. Non
meravigliamoci se proponendoci di
frequente certi
scopi, abbiamo detto che il legislatore deve legiferare in vista di quelli, e
che poi gli scopi proposti non ci
sembrano ogni
volta gli stessi: ma bisogna calcolare che, quando diciamo che bisogna prestare
attenzione alla
Platone Le
leggi
36
temperanza, o
all'intelligenza, o all'amicizia, questo fine non è diverso, ma è sempre lo
stesso, e non preoccupiamoci se
useremo molte
altri termini come questi.
CLINIA:
Cercheremo di fare così, quando ritorneremo a questi d iscorsi: e ora parla
dell'amicizia, dell'intelligenza e
della libertà, e
spiegaci a che cosa desideravi che il legislatore dovesse mirare, quando stavi
per parlare.
ATENIESE: Ora
ascolta. Vi sono due forme di costituzione che sono come due madri, dalle quali
non sarebbe
sbagliato dire
che sono nate tutte le altre: e una di queste si può giustamente chiamare
monarchia, l'altra democrazia, e
la prima ha il
suo punto più alto nella stirpe dei Persiani, l'altra qui da noi. Le altre come
dicevo, risultano dalla varia
unione di queste due.
Bisogna dunque, ed è anche necessario, che si prenda parte dell'una e
dell'altra, se è vero che
dovrà esserci
libertà ed amicizia, accompagnata dall'intelligenza: e questo è ciò che il
nostro discorso vuole prescrivere,
dicendo che uno
stato non potrà mai essere ben governato se non prende parte di costituzioni
come queste.
CLINIA: E come
potrebbe infatti?
ATENIESE: Poiché
l'una ama unicamente e più di quanto deve la monarchia, e l'altra la libertà,
nessuna delle due
costituzioni
possiede la giusta misura, ma le vostre, quella spartana e la cretese, la
possiedono in misura maggiore: gli
Ateniesi e i
Persiani una volta di più, ora di meno. Proviamo ora a spiegare le ragioni di
questi fatti, o no?
CLINIA:
Assolutamente sì, se voglia mo giungere allo scopo che ci siamo proposti.
ATENIESE:
Ascoltiamo. I Persiani, quando sotto Ciro (18) si erano avvicinati di più alla
giusta misura di schiavitù
e di libertà,
prima di tutto diventarono liberi, e in seguito signori di molti altri popoli.
Poiché i
comandanti rendevano partecipi della libertà i loro sottoposti e li conducevano
verso l'uguaglianza, i soldati
erano legati ai
comandanti da vincoli di amicizia più stretti, e si esponevano volentieri ai
pericoli. E se qualcuno di essi
era intelligente
e capace di dare consigli, poiché il re non era invidioso, ma concedeva piena
libertà dì parola e onorava
coloro che erano
in grado di dare consigli, metteva in comune e a disposizione della comunità
questa sua capacità di
fornire
intelligenti consigli, e ogni cosa allora progrediva presso di essi grazie alla
libertà, all'amicizia, e alla
partecipazione
comune dell'intelligenza.
CLINIA: Pare che
la situazione stesse proprio nei termini che tu hai illustrato.
ATENIESE: Perché
allora quell'impero andò in rovina sotto Cambise (19) per essere di nuovo quasi
salvato sotto
Dario? (20)
Volete che cerchiamo di capirlo servendoci della divinazione?
CLINIA: Questo
porta la nostra indagine nella direzione in cui si è mossa.
ATENIESE: Secondo
quel che ora posso congetturare riguardo a Ciro, suppongo che egli, comandante
valoroso e
amante della
patria fra le altre cose, non abbia affatto ricevuto una buona educazione, e
non abbia mai prestato
attenzione
all'amministrazione della casa.
CLINIA: Come
possiamo dire una cosa del genere?
ATENIESE: Pare
che fin da giovane egli abbia condotto guerre, e per tutta la vita, affidando
alle donne l'educazione
dei figli.
E queste li
allevarono come se fin da bambini fossero già subito felici e beati, e come se
non avessero alcun bisogno
di queste cose: e
quasi fossero già completamente felici, impedivano a chiunque di opporsi ad
essi su qualsiasi cosa, e
costringevano
tutti ad approvare qualsiasi cosa quelli dicevano o facevano, e quindi li
allevarono tali quali erano.
CLINIA: è bella, a
quanto pare, l'educazione di cui hai parlato.
ATENIESE: Si
trattava di un'educazione da donne; e di donne regali divenute ricche in tempi
recenti, e che
allevavano i
figli senza la presenza di uomini, poiché costoro non avevano tempo libero a
causa delle guerre e dei molti
pericoli che
dovevano affrontare.
CLINIA: Questo
ragionamento ha un senso.
ATENIESE: Il
padre conquistava per loro greggi di pecore, e mandrie, e schiere di uomini, e
molte altre cose, ma
ignorava che
quelli cui avrebbe consegnato queste cose non erano stati educati secondo
l'arte dei padri, quella persiana -
i Persiani
infatti erano pastori e provenivano da una terra aspra -, che era un'educazione
severa e capace di formare
pastori molto
forti, e tali da dormire sotto il cielo aperto e vegliare, e di far guerra se
ce ne fosse stato bisogno: trascurò
il fatto che i
suoi figli venivano educati da donne e da eunuchi secondo l'educazione dei Medi
(21) corrotta dalla
cosidetta
felicità, per cui essi diventarono tali quali era verosimile che diventassero,
allevati com'erano in maniera
permissiva. E
quando alla morte di Ciro i figli (22) ricevettero il regno, pieni di lusso e
di dissolutezza, per prima cosa
uno uccise
l'altro, (23) mal sopportando che gli fosse uguale, e dopo di che, impazzito lui
stesso a causa dell'ubriachezza
e per la mancanza
di educazione perdette il poter e per opera dei Medi, e di colui che allora
veniva chiamato "l'eunuco",
(24) che
disprezzava la stoltezza di Cambise.
CLINIA: Si dicono
queste cose, e pare che le cose avvennero all'incirca in questo modo.
ATENIESE: E si
dice che il potere sia di nuovo tornato nelle mani dei Persiani per opera di
Dario e dei Sette.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE:
Osserviamo questa cosa seguendo il discorso. Dario non era figlio di re e non
fu allevato con
un'educazione
sfarzosa; ma, giunto al potere e impadronitosi come settimo, lo divise
separandolo in sette parti, di cui
anche adesso sono
ancora rimaste piccole tracce come in sogno. E ritenne opportuno governare
fissando delle leggi con
cui introdusse
una certa comune uguaglianza, e per legge stabilì il tributo che Ciro aveva
promesso ai Persiani,
procurando
amicizia e alleanza a tutti i Persiani e cattivandosi il popoìo dei Persiani
con ricchezze ed onori: e dunque
gli eserciti
conquistarono con benevolenza per lui delle terre che non avevano minore
estensione di quelle lasciate da
Ciro. Dopo Dario
venne Serse,(25) che era stato nuovamente allevato secondo un'educazione regale
e sfarzosa - «O
Dario», si
potrebbe forse dire con ragione, «che non hai capito l'errore di Ciro, hai
allevato Serse negli stessi costumi in
Platone Le
leggi
37
cui Ciro allevò
Cambise!» - e questi dunque, poiché proveniva dalla medesima educazione,
commise quasi tutti gli
errori che aveva commesso
Cambise: e press'a poco da quell'epoca non nacque più fra i Persiani alcun re
davvero
grande, se non
per il nome. E la causa non è da imputarsi alla sorte, come sottolinea il mio
discorso, ma alla vita
malvagia che i
figli di coloro che sono particolarmente ricchi e dei re generalmente
conducono: non può infatti nascere
da un'educazione
come questa bambino, uomo, o vecchio che si distingua per virtù. Ed è proprio
questo il punto, noi
diciamo, che il
legislatore deve prendere in esame, e anche noi nella circostanza presente. Ed
è giusto, Spartani,
assegnare questo
riconoscimento al vostro stato, e cioè che non attribuite nessun onore o
educazione particolare al
povero e al
ricco, al privato cittadino e al re, se non quelli che in principio il divino legislatore
abbia determinato per voi
ricevendoli da un
qualche dio. Infatti non bisogna che in uno stato siano attribuiti onori
eccessivi ad un tale perché si
distingue per
ricchezza, o perché è agile, bello, forte, ma è privo della virtù, e di quella
virtù che manchi di temperanza.
MEGILLO: Che cosa
vuoi dire con questo, straniero?
ATENIESE: Il
coraggio non è una parte della virtù?
MEGILLO: E come
no?
ATENIESE: E
giudica dunque, dopo aver ascoltato il discorso, se accetteresti di avere uno
che viva con te o un
vicino assai
coraggioso, ma privo di temperanza e addirittura privo di qualsiasi freno.
MEGILLO:
Silenzio!
ATENIESE: Ebbene?
E un artigiano competente nel suo mestiere, ma ingiusto?
MEGILLO:
Nient'affatto.
ATENIESE: Ma ciò
che è giusto non nasce senza la temperanza.
MEGILLO: Come
potrebbe?
ATENIESE: E
neppure l'uomo saggio che ora noi abbiamo presentato, quello che possedeva
piaceri e dolori in
armonia con i
giusti ragionamenti con cui si accompagnano.
MEGILLO: No,
infatti.
ATENIESE:
Esaminiamo ancora questa cosa a proposito degli onori che vengono assegnati
negli stati, per vedere
quali sono giusti
e quali no, in ogni circostanza.
MEGILLO: Che
cosa?
ATENIESE: Se la
temperanza abitasse da sola in un'anima senza tutte le altre virtù, sarebbe
giusto che fosse onorata
o disonorata?
MEGILLO: Non so
come risponderti.
ATENIESE: E hai
detto come si doveva dire: se infatti tu avessi risposto in un modo o
nell'altro alla domanda che ti
ho fatto, mi
sembra che avresti risposto in modo sbagliato.
MEGILLO: Allora è
andata bene così.
ATENIESE: Bene. E
ciò che costituisce un'appendice che riguarda onori e disonori non è degno di
discorso, ma
piuttosto di un
silenzio privo di parole.
MEGILLO: Mi
sembra che tu parli della temperanza.
ATENIESE: Sì. E ciò
che fra le altre virtù ci è maggiormente utile insieme a questa aggiunta sarà
assai giustamente
degno di ricevere
molti onori, mentre ciò che viene per secondo, per secondo viene onorato: e
così secondo la logica
successione,
ciascun bene avrà successivamente gli onori che gli spettano, come è giusto.
MEGILLO: è così.
ATENIESE: E
allora? E non diremo che spetta al legislatore distribuire anche queste cose?
MEGILLO:
Certamente.
ATENIESE: Vuoi
che gli si affidi il compito di distribuire tutti gli onori, in base ad ogni
atto che abbiamo compiuto
e fino a giungere
a quelli più insignificanti, mentre noi, dal momento che siamo desiderosi di
fissare le leggi, facciamo
una triplice divisione, cercando di separare le cose più importanti da quelle di secondo e di terzo grado?