Platone: LE
LEGGI
()
Platone Le
leggi
2
Platone
LE LEGGI
PREMESSA
Platone Le
leggi
5
LIBRO QUINTO
ATENIESE: Presti
attenzione chiunque ha appena udito ciò che ho detto sugli dèi e sui cari
antenati: infatti fra tutti i
beni che si
possiedono l'anima è quello più divino dopo gli dèi, il più intimo.
Tutte le cose che
ognuno possiede si dividono in due generi.
Il primo genere,
superiore e migliore, comanda, il secondo, inferiore e peggiore, serve: bisogna
allora preferire
quelle cose che
dentro noi comandano rispetto a quelle che servono. Dicendo allora che dopo gli
dèi, che sono i padroni,
e dopo quelli che
seguono gli dèi, bisogna onorare come seconda la propria anima, formulo una
giusta esortazione:
eppure nessuno di
noi, per così dire, onora rettamente la propria anima, anc he se lo pensa.
L'onore infatti è
un bene divino, mentre nessuno dei mali è degno di onore, e chi crede di
accrescere la propria
anima mediante
discorsi, o doni, o certe concessioni non la rende assolutamente migliore da
peggiore che era, e anche
se crede di
renderle onore, non lo fa affatto. Non appena ogni individuo diventa uomo
ritiene di essere in grado di
conoscere ogni
cosa e pensa di onorare la propria anima elogiandola, e le permette volentieri
di fare ciò che vuole; ma
secondo quel che diciamo
ora, comportandosi in questo modo, la si danneggia e non la si onora: bisogna
allora, come
diciamo,
considerarla seconda per importanza dopo gli dèi. E quando un uomo non ritiene
di essere responsabile dei
propri sbagli e
di moltissimi e gravissimi mali, ma incolpa gli altri esimendosi sempre da ogni
responsabilità, non rende
certo onore alla
propria anima, come crede, ma ne è ben lontano: la danneggia. E quando trae
godimento dai piaceri
oltre la norma e
l'approvazione del legislatore, allora non le rende affatto onore, anzi la
disonora riempiendola di mali e
di pentimenti. E
neppure quando, al contrario, non si esercita a resistere, ma cede dinanzi alle
fatiche, alle paure, alle
sofferenze e ai
dolori che vengono elogiati, allora cedendo non la onora: non la rende degna di
onori, dunque, quando
compie tutte
queste cose. E neppure quando ritiene che il vivere sia sotto ogni aspetto un
bene, la onora, anzi, la
disonora: quando
infatti l'anima ritiene che tutto ciò che si trova nell'Ade sia malvagio, l'uomo
cede e non sa reagire,
invece di
insegnarle e di dimostrarle che essa non sa neppure se, al contrario, presso
gli dèi in quel luogo, vi sono i beni
più grandi per
noi. E se si preferirà la bellezza alla virtù, non sarà altro che un effettivo
e assoluto disonore per l'anima.
Questo discorso
dice infatti che il corpo è più degno di onori dell'anima, ed è fallace: perché
nessun essere nato dalla
terra è più degno
di onori degli dèi olimpi, ma chi sull'anima ha un'opinione diversa, trascura
il fatto di possedere un
bene
meraviglioso. E quando si prova l'ardente desiderio di possedere disonestamente
delle ricchezze e non ci si
tormenta di tale
possesso, con questi doni non si onora la propria anima - tutt'altro - dato che
l'onore e la sua bellezza
vengono venduti
per poco oro: e tutto l'oro che si trova sulla terra e sotto terra non è
equivalente alla virtù. In sintesi, chi
non voglia da un
lato staccarsi in alcun modo dalle cose che il legislatore ha giudicato e
sancito malvagie e turpi,
cercando
dall'altro di coltivare con ogni sforzo quelle che di contro sono belle e
buone, ogni uomo che si comporta così
non sa che tratta
l'anima, il bene più divino, nel modo più disonorevole e più sconveniente. E
nessuno, per così dire,
calcola la pena
che viene definita come la più grave e che è da porre in relazione con la
malvagità: è pena gravissima il
rendersi simili a
chi è malvagio, e una volta diventati simili, evitare gli uomini e i discorsi
onesti, e separarsi da essi, e
congiungersi
invece a quegli altri inseguendoli e intrecciando con loro fitti rapporti; è
inevitabile che chi frequenta
questo genere di
persone faccia e subisca ciò che quelle persone sono solite fare e subire fra
loro. E questa condizione in
cui ci si viene a
trovare non coincide con la giustizia - la giustizia e il giusto sono realtà
belle - ma con la punizione, che
è la condizione
che si accompagna all'ingiustizia, ed è infelice sia chi s'imbatte sia chi non
s'imbatte in tale punizione,
questo perché non
guarisce, quello perché si annienta affinché molti altri si salvino. In
sostanza, l'onore consiste per noi
nel seguire il
meglio, e di rendere il peggio, che contiene la facoltà di migliorarsi, il
meglio possibile.
Nell'uomo non vi
è dunque nessun bene che più dell'anima sia nato allo scopo di evitare il male,
da un lato, e a
mettersi sulle
tracce e ad afferrare, dall'altro, l'ottimo bene, e una volta afferratolo,
vivere con esso per tutto il resto dela
vita: perciò
abbiamo stabilito che l'anima fosse seconda quanto ad onore, mentre il terzo posto
spetta - e chiunque può
intenderlo -
all'onore che per natura si riserva al corpo. Bisogna quindi prendere in esame
gli onori, e di questi alcuni
sono veritieri,
ed altri illusori, ma questo compito spetta al legislatore. Mi sembra che egli
indichi gli onori e dica che
sono questi e che
alcuni siano così: il corpo è onorato non perché è bello, forte, veloce,
grande, e sano - anche se molti
lo pensano -, e
neppure per le sue qualità opposte, ma ciò che partecipa del giusto mezzo di
tutte queste proprietà è
quanto di più
saggio e sicuro possa esserci, poiché le une rendono le anime vanitose e
sfrontate, le altre misere e senza
libertà. Lo
stesso vale per il possesso di ricchezze e di beni, i cui onori vengono
scanditi in egual modo: l'eccesso infatti
di tutti questi
beni determina inimicizie e sedizioni negli stati e fra i privati cittadini, e
la loro mancanza la schiavitù,
nella maggior
parte dei casi. Nessuno ami eccessivamente le ricchezze per i figli, per
lasciarli quanto più ricchi è
possibile, perché
non è la cosa migliore né per loro, né per lo stato. Un patrimonio lasciato ai
giovani che non li renda
intemperanti, e
neppure bisognosi del necessario, è il più eccellente e il migliore, perché
accordando e armonizzando
tutti gli aspetti
della nostra vita la rende priva di sofferenze. Ai figli bisogna lasciare in
grande misura il senso del
rispetto, non
l'oro. Noi crediamo che castigando i giovani che mancano di rispetto lasceremo
loro questa virtù: non si
può però far
questo con le esortazioni impartite oggi ai giovani, secondo le quali si dice
al giovane che deve aver
rispetto di ogni
cosa. Il legislatore assennato consiglierà piuttosto i più anziani a rispettare
i giovani, e a fare attenzione
che, più di ogni altra
cosa, nessun giovane li veda o li ascolti mentre fanno o dicono qualcosa di
turpe, perché se i
vecchi mancano
del pudore, è inevitabile che anche i giovani siano più sfacciati:
un'educazione eccellente per i giovani
così come per noi
non è costituita dall'impartire ammonizioni, ma nel comportarsi espressam ente,
nel corso della vita,
secondo gli
ammonimenti che vengono impartiti ad un altro. E chi onora e venera la
parentela e tutti quelli che con lui
condividono gli
dèi protettori della famiglia e la natura dello stesso sangue avrà
ragionevolmente gli dèi tutelari della
Platone Le
leggi
51
nascita benevoli
verso il seme dei suoi figli. E si procurerà amici e compagni benevoli nelle
relazioni della vita, se
riterrà i servizi
che quelli gli rendono più importanti e ragguardevoli di quanto quelli credano,
e se, d'altro canto,
considererà i
favori ch'egli rende agli amici meno grandi di quanto li ritengano invece gli
amici e i compagni. Per lo
stato e i
cittadini sarà dunque di gran lunga migliore chi, invece di vincere nelle gare
di Olimpia e in tutte le
competizioni che
si svolgono in guerra e in pace, preferirà vincere per la fama di aver servito
le leggi della sua patria, e
di averle servite
più nobilmente di tutti gli altri uomini nel corso della sua vita. Bisogna
inoltre ritenere che i rapporti
con gli stranieri
sono sacri al massimo grado: infatti tutte le colpe commesse dagli stranieri e
quelle commesse nei loro
confronti
dipendono da un dio vendicatore più di quelle che riguardano i cittadini.
Poiché infatti lo
straniero è solo, senza compagni e parenti, merita più pietà da parte degli
uomini e degli dèi: chi ha
la possibilità di
vendicarlo lo aiuta più volentieri, e chi ha questa speciale possibilità è un
demone che protegge ogni
straniero e un
dio che si accompagna a Zeus Ospitale. Con molta precauzione, anche per chi
abbia una scarsa
previdenza, si
può trascorrere tutta la vita sino alla fine senza compiere alcuna mancanza nei
confronti degli stranieri.
Ma fra tutte le
colpe che riguardano gli stranieri e i conterranei, la più grave per ciascuno è
quella che si commette
contro i
supplici: perché il supplice, attraverso le sue suppliche, chiama un dio a
testimoniare i suoi voti, e questo dio
diviene un
protettore particolare di colui che ha subito, sicché chi ha sofferto non
subirà mai senza vendetta ciò che ha
sofferto.
Abbiamo allora
passato in rassegna i doveri che bisogna osservare nei confronti dei genitori,
di se stessi, e dei propri
averi, quelli
riguardanti lo stato, gli amici, e la parentela, e, ancora, quelli verso gli
stranieri e anche i conterranei.
Quanto alla
disposizione in cui ci deve trovare per trascorrere la vita nel modo migliore,
lo esaminiamo qui di seguito:
sul fatto, cioè,
che non la legge, ma l'azione educativa della lode e del biasimo rendono ogni
persona docile e ben
disposta alle
leggi che stanno per essere fissate, proprio questo diremo qui di seguito. La
verità dunque guida tutti i beni
tanto per gli
dèi, quanto per gli uomini: e possa subito in principio prenderne parte chi
vuole diventare beato e felice, in
modo che
trascorra la maggior parte del tempo insieme ad essa. Questi, infatti, è una
persona sincera: infido invece chi
ama mentire
volontariamente, stolto chi lo fa contro la sua volontà. Né l'uno né l'altro si
devono invidiare. Senza amici è
infatti chiunque
sia infido e stolto, e, con il passare del tempo, divenuto noto per i suoi
difetti, riserva per sé una totale
solitudine,
quando alla fine della vita si appressa la difficile vecchiaia, sicché, siano
ancora in vita i suoi compagni e i
suoi figli o non
lo siano più, vive quasi come un orfano la sua esistenza.
Degno di onori,
invece, chi non commette ingiustizia alcuna, e chi non lascia agli ingiusti
commettere ingiustizie è
più del doppio
degno di onori rispetto a quell'altro: l'onore del primo, infatti, equivale ad
un solo uomo, quello del
secondo a molti
altri, poiché segnala ai magistrati l'ingiustizia degli altri. E chi concorre
con i magistrati, nei limiti delle
sue possibilità,
ad infliggere punizioni, lo si consideri uomo grande e perfetto nell'ambito
dello stato, e lo si proclami
vittorioso nella
gara della virtù.
Questo stesso
elogio si deve dire anche riguardo alla temperanza e all'intelligenza e a tutti
gli altri beni che uno non
solo ha la
possibilità di avere, ma di cui può anche rendere partecipi gli altri: e colui
che rende partecipe dei propri beni
dev'essere
onorato come il più valente, mentre bisogna lasciare al secondo posto chi non è
in grado di rendere partecipe
gli altri, ma lo
vorrebbe, infine, chi è invidioso, e di sua volontà non rende amichevolmente
partecipi di alcun bene gli
altri, allora
costui bisogna biasimare; mentre non si deve affatto biasimare il bene per chi
lo possiede, bisogna bensì con
ogni sforzo
cercare di possederlo.
Chiunque gareggi
con noi per la virtù, ma senza invidia. Un uomo come questo incrementerà gli
stati, gareggiando
lui stesso, senza
ostacolare gli altri con la calunnia; chi invece è invidioso, credendo di dover
superare gli altri con la
calunnia,
diminuisce la sua tensione verso la vera virtù e getta nello scoramento quelli
che gareggiano con lui,
biasimandoli
ingiustamente, e per queste ragioni rende l'intero stato privo di allenamento
alla gara per la virtù e
sminuisce, per
quel che è il suo contributo, la buona fama. Ogni uomo dev'essere irascibile,
ma anche, per quel che gli è
possibile, mite.
Non vi è infatti altro modo di sfuggire alle cattiverie degli altri, se esse
sono moleste e difficili a curarsi
o addirittura del
tutto incurabili, che quello di combattere e difendersi riportando la vittoria,
e di punire senza fare
alcuna
concessione: e non è possibile che ogni anima compia questo se non ha un cuore
nobile. Quanto agli errori di
quelli che
compiono ingiustizie, e sono curabili, bisogna innanzitutto riconoscere che
ogni persona ingiusta è
involontariamente
ingiusta: nessuno vorrà mai per nulla al mondo procurarsi spontaneamente alcuno
dei mali più
grandi,
soprattutto fra i suoi beni più degni di onore.
L'anima, abbiamo
detto, è in verità il bene per tutti più degno di onori: e dunque in ciò che è
più degno di onori
nessuno riceverà
mai spontaneamente il male più grande vivendo tutta la vita nel suo possesso.
Ma degno di pietà è
l'ingiusto, come
colui che ha in sé i mali, ed è lecito provare pietà per chi ha un male
curabile e trattenendo la propria ira
cercare di
mitigarla, e non sdegnandosi ed inasprendosì come una donna, mentre verso chi
assolutamente ed
inesorabilmente
si trova nell'errore e nel male bisogna dar libero corso alla propria collera:
ecco perché diciamo che
l'uomo onesto
dev'essere ogni volta irascibile e mite.
Il più grande di
tutti i mali è connaturato nell'anima di molti, e usando ognuno indulgenza nei
propri confronti per
questo male, non
escogita alcun mezzo per sfuggirlo: questo è quel che si dice per sostenere che
ogni uomo per natura è
caro a se stesso,
e che è giusto che debba essere così. In verità, la ragione di tutti gli errori
di ogni persona risiede ogni
volta in un
eccessivo amor proprio. Chi ama infatti è cieco riguardo a ciò che ama, e
giudica male il giusto, il buono, e il
bello, ritenendo
di dover sempre preferire alla verità ciò che lo riguarda: chi allora vuol
essere un grande uomo non
deve amare né se
stesso, né le sue cose, ma il giusto, sia che venga compiuto da lui stesso, sia
soprattutto che sia stato
fatto da altri.
Da questo stesso errore è scaturito quell'errore per cui tutti pensano di
identificare la propria ignoranza con
Platone Le
leggi
52
la sapienza: per
questa ragione, pur non sapendo nulla, per così dire, crediamo di sapere tutto,
e non affidiamo ad altri
ciò che non
sappiamo fare, essendo così costretti a sbag liare facendolo da soli. Bisogna
perciò che ogni uomo eviti
l'eccessivo amor proprio,
e segua sempre ciò che è migliore di lui, senza porre innanzi il pretesto della
vergogna che
proverebbe in
quel caso.
Vi sono cose meno
importanti di queste e di cui spesso si parla, ma non meno utili, e di cui
bisogna ricordarsi di
parlare: come infatti
bisogna che quando qualcosa scorre via, qualcos'altro al contrario affluisca,
così il ricordo affluisce
quando
l'intelligenza vien meno. Bisogna perciò trattenersi dalle risa e dai pianti
eccessivi, ed ogni uomo deve
ammonire un altro
uomo, e nascondendo una grande gioia come un grande dolore bisogna cercare di
mantenere un
comportamento
dignitoso, sia quando nella buona sorte il demone si mantiene stabile, sia
quando nell'avversità alcuni
demoni
contrastano le nostre opere che vengono così a trovarsi come di fronte ad
ostacoli altissimi ed insormontabili, e
si deve sperare
sempre che il dio, mediante i beni che ci dona, renderà più tenui invece che
più pesanti le sventure che ci
piombano addosso,
e, ancora, che trasformerà in meglio la situazione presente, e che tutti i beni
contrari a queste
sventure sempre
giungeranno insieme alla buona sorte. Con queste speranze ciascuno deve vivere,
ricordandosi di
queste cose,
senza astenersene affatto, e tanto nei divertimenti come nelle occasioni serie
deve ricordarli espressamente
a sé e agli
altri.
Parlando dunque
dei comportamenti che bisogna tenere e di come dev'essere ciascun individuo, ci
siamo mantenuti
in un ambito
divino, mentre ora dobbiamo dire dei comportamenti umani: conversiamo infatti
con uomini, non con dèì.
Connaturati in
modo particolare alla natura umana sono i piaceri, i dolori, e i desideri, da
cui è inevitabile che ogni
essere mortale
dipenda e sia come sospeso con i più grandi affanni. Bisogna allora tessere
l'elogio della vita più bella,
non solo perché
grazie alla sua forma esteriore ha la forza di procurarci buona fama, ma anche
perché, se si vuole
gustarne e non
evitarla quando si è giovani, essa prevale anche sotto quell'aspetto che tutti
cerchiamo, e cioè il godere di
più e il soffrire
di meno per tutta la vita. E che sarà così, se si gusta rettamente, risulterà
subito e assolutamente in tutta
la sua evidenza.
Ma cos'è tale rettitudine? Questo dev'essere ormai esaminato attingendolo dal
nostro discorso: sia che
la nostra vita,
disposta in un determinato modo, sia conforme a natura, sia che sia disposta in
un altro e sia contro
natura,
confrontando un genere di vita con un altro, bisogna prendere in esame la vita
più piacevole e quella più
dolorosa in
questo modo.
Noi da un lato
vogliamo per noi il piacere, dall'altro non scegliamo e non vogliamo il dolore,
mentre quando non vi
sono né l'uno né
l'altro, non vogliamo sostituire questa condizione con il piacere, ma
desidereremmo scambiarla con il
dolore: e se
vogliamo minor dolore accompagnato da maggior piacere, non vogliamo minor
piacere accompagnato da
maggior dolore,
mentre non saremmo in grado di dire con certezza se vorremmo che piacere e
dolore si equivalessero.
Tutti questi casi
differiscono o meno, a seconda della volontà che si ha nella scelta di ciascuna
di queste cose, per
numero e
grandezza, per intensità e uguaglianza, e per quanto è ad essi contrario.
Essendo le cose inevitabilmente
ordinate in
questo modo, vogliamo vivere in quella vita in cui piaceri e dolori siano
abbondanti, grandi, ed intensi, ma
soprattutto i
piaceri siano prevalenti, mentre non vogliamo vivere in una vita dove piaceri e
dolori siano pochi, piccoli e
quieti, e dove
soprattutto siano i dolori a prevalere, e vogliamo vivere in una vita in cui vi
sia tutto l'opposto. Quanto al
vivere in una
vita in equilibrio fra piaceri e dolori, bisogna riflettere come si è fatto
prima: vogliamo una vita equilibrata
se prevale quel
che ci è caro, non la vogliamo se prevale quel che ci è ostile. Bisogna
considerare tutti questi generi di
vita come legati
a queste proprietà, e bisogna vedere quali per natura vogliamo: se affermiamo
di volere qualcosa di
contrario a quel
che si è detto, facciamo queste affermazioni per ignoranza e inesperienza della
vita reale.
Quali e quanti
sono i generi di vita, riguardo ai quali si deve preferire ciò che
spontaneamente si desidera rispetto a
ciò che non si
vuole e non si desidera, considerandolo alla stregua di una legge stabilita in
sé e preferendo così ciò che è
caro e nello
stesso tempo dolce, e ottimo e bellissimo, sicché l'uomo viva nel modo più
beato possibile? Diciamo che un
genere consiste
nella vita temperante, un altro nella vita assennata, un altro ancora in quella
valorosa, e stabiliamone
ancora uno che
coincide con la vita sana. A questi generi di vita che sono quattro
corripondono altri quattro generi di
vita opposti: la
vita dissennata, quella vile, quella intemperante, e la malata. Chi conosce la
vita temperante ammetterà
che essa è mite
sotto ogni aspetto, ed offre quieti dolori e quieti piaceri, teneri desideri e
amori che non sono furenti;
mentre la vita
intemperante è impetuosa sotto ogni aspetto, ed offre intensi dolori e intensi
piaceri, forti e furibondi
desideri e amori
che sono il più possibile furenti; che nella vita temperante i piaceri
prevalgono sui dolori, mentre nella
intemperante i
dolori superano i piaceri per grandezza, numero, e frequenza.
Di qui deriva
necessariamente che, secondo natura, la prima è per noi la più piacevole delle
vite, la seconda la più
dolorosa, e non è
possibile che chi voglia vivere piacevolmente viva volontariamente in modo
intemperante, ma risulta
invece ormai
chiaro che, se è giusto quello che abbiamo detto ora, ogni uomo è di necessità
intemperante contro la sua
volontà: infatti
o per ignoranza o per debolezza, o per entrambe le cose insieme, la parte degli
uomini vive senza la
temperanza. Le
stesse considerazioni si possono fare a proposito della vita malata e di quella
sana, e cioè che hanno in
sé piaceri e
dolori, e che i piaceri superano i dolori nella vita sana, mentre i dolori
superano i piaceri nelle malattie.
Nell'atto di
scegliere i generi di vita non vogliamo affatto che la parte di dolore sia
eccessiva, ma anzi, giudichiamo più
piacevole quella
vita in cui il dolore sia superato.
Possiamo dunque
dire che la vita temperante, quella assennata, quella valorosa hanno in sé
piaceri e dolori meno
numerosi, più
deboli, e più rari della vita intemperante, dissennata, e vile, e che poiché le
prime prevalgono sulle
seconde per il
piacere, e le seconde prevalgono sulle prime per il dolore, il valoroso vince
il vile e l'assennato vince lo
stolto, sicché vi
è una vita più piacevole delle altre, vale a dire la vita temperante, valorosa,
assennata e sana sono più
piacevoli della
vita vile, stolta, intemperante, e malata: in sintesi, allora, la vita che
possiede la virtù relativamente al
Platone Le
leggi
53
corpo e all'anima
è più piacevole di quella vita che contiene la perversità, e sotto ogni altro
aspetto eccelle per bellezza,
rettitudine,
virtù e buona fama, sicché in tutto e per tutto chi vive questa vita è più
felice di chi segue quella opposta.
E qui abbia fine
il proemio sulle leggi che abbiamo pronunciato.
Dopo il proemio
segue di necessità la legge, o meglio, in verità, si devono tracciare le leggi
della costituzione. E
come dunque per
un tessuto o una qualsiasi opera di intreccio non è possibile che la trama e
l'ordito siano realizzati con
lo stesso
materiale, ma è necessario che ciò che costituisce l'ordito sia di valore
differente - infatti è forte ed ha una certa
resistenza quando
lo si piega, mentre la trama è più morbida e presenta una giusta pieghevolezza
- così in un certo
senso, allo
stesso modo, si devono ogni volta dividere coloro che eserciteranno il potere
negli stati da quelli che,
secondo alcune
prove, risultano avere una scarsa educazione. Vi sono infatti due forme di
costituzione: l'istituzione
delle magistrature
con la conseguente nomina di ciascun magistrato, e l'assegnazione delle leggi
alle magistrature.
Ma prima di
affrontare queste cose conviene fare le seguenti riflessioni. Il pastore, o il
bovaro, o l'allevatore di
cavalli o di
qualsiasi altra specie di animali che abbia ricevuto un intero gregge, non
comincerà mai ad occuparsene se
prima non lo
abbia purificato secondo quelle purgazioni che convengono a ciascun gruppo,
separando quelli sani da
quelli che non lo
sono, quelli di razza e quelli bastardi, e spedirà in altre greggi gli uni e si
occuperà degli altri,
pensando che vana
e inefficace sarebbe quella fatica riguardante quei corpi e quelle anime che,
corrotte dalla natura e da
una malvagia
educazione, corrompono inoltre quella parte che in ciascun gregge è sana e
integra tanto nell'indole
quanto nei corpi,
se nessuno, appunto, operasse una purificazione degli animali posseduti.
L'allevamento degli altri
animali richiede
uno sforzo minore, e si è creduto opportuno di inserirlo nel discorso soltanto
come esempio: quanto
all'allevamento
degli uomini, invece, esso richiede il massimo sforzo da parte del legislatore
per esaminare ed indicare
l'epurazione che
convenga in ciascun caso e tutti gli altri metodi da seguire. Per venire subito
a noi, l'epurazione dello
stato dovrebbe
avvenire secondo questa modalità: fra i molti sistemi di purificazione alcuni
sono più blandi, altri più
duri, e questi
ultimi che sono duri sono anche i migliori, ma solo un tiranno che sia nello
stesso tempo legislatore
potrebbe usarli,
mentre un legislatore che privo di quel potere tirannico istituisca una nuova
costituzione e nuove leggi,
se riuscisse a
operare purificazioni secondo la più blanda delle epurazioni, facendo così
dovrebbe già ritenersi
soddisfatto. è doloroso
il sistema migliore, come tutti medicamenti di questo genere, poiché conduce
alla punizione
mediante il
giusto castigo applicando alla fine la pena della morte e dell'esilio: esso è
solito disfarsi di coloro che hanno
commesso i più
gravi reati, e che sono ormai incurabili e rappresentano un gravissimo danno
per lo stato. Il sistema di
epurazione più
blando, secondo noi, avviene così: tutti quelli che per mancanza di cibo si
dimostrano pronti e preparati
a seguire i loro
capi per assaltare, essi che non hanno alcun bene, quelli che invece possiedono
i beni, costoro dunque,
che sono come un
morbo sviluppatosi nella città, vengono allontanati il più benevolmente
possibile con un eufemismo,
stabilendo il
nome di "colonia". Questo in principio, in un modo o nell'altro, deve
fare il legislatore, ma noi ora ci
troviamo in una
situazione meno penosa di quelle che adesso abbiamo esaminato: nella
circostanza presente non si deve
infatti
escogitare il sistema della colonia né operare una selezione, ma come le acque
che scorrono da molte fonti e da
molti fiumi in un
solo lago, è necessario prestare attenzione e sorvegliare affinché l'acqua che
scorre sia la più pura
possibile,
attingendo una parte di essa, deviandone un'altra e facendola refluire altrove.
E la fatica, a quanto pare, e il
rischio sono
connessi alla costituzione dello stato. Ma poiché ora noi compiamo queste
operazioni solo con la parola e
non nei fatti,
sia già avvenuta questa raccolta di uomini, e, secondo il nostro progetto,
anche l'epurazione: dopo che
infatti avremo
messo alla prova con ogni sistema di persuasione e per tutto il tempo
necessario i malvagi fra quanti
tentano di venir
ad essere cittadini del nostro stato, impediremo loro di entrarvi, mentre con
benevolenza e con gioia
introdurremo, nei
limiti delle nostre possibilità, le persone oneste.
Non dobbiamo
ignorare la buona sorte che ora ci tocca e che, abbiamo detto, accompagnò la
formazione delle
colonie degli
Eraclidi, secondo cui è possibile evitare quella terribile e pericolosa contesa
riguardante la remissione dei
debiti e la
distribuzione delle terre. E quando uno stato fondato in tempi antichi si vede
costretto a fissare leggi su tale
materia non può
da un lato lasciare la situazione immutata, ma neppure mutarla secondo un certo
orientamento: allora
gli rimane solo,
per così dire, una preghiera e il deside rio di una piccola e cauta riforma che
operi gradualmente e in un
lungo arco di
tempo le novità seguenti. Se ci sono sempre dei riformatori che dispongono di
un'abbondanza di terra, e
hanno molti
debitori, e se desiderano venire incontro alle loro difficoltà rendendoli
partecipi dei loro beni, grazie ad un
loro sentimento
di equità, ora rimettono i debiti, ora distribuiscono le ricchezze, usando un
criterio di moderazione e
ritenendo che la
povertà consista non nella diminuizione della ricchezza, ma nell'aumento
dell'insaziabilità. Questo è
allora il
principio più importante della salvezza dello stato, e su questo principio come
su una solida base è possibile per
chiunque edificare
in seguito quell'ordinamento politico che si adatta ad una simile formazione
dello stato: ma se questa
base è marcia,
non vi sarà in alcun stato azione politica successiva che sia praticabile. E a
tale inconveniente, come
diciamo, noi
riusciamo a sfuggire: e tuttavia sarebbe assai giusto dire, nel caso non
fossimo riusciti a sfuggire, dove mai
potremmo trovare
un modo per evitare un simile inconveniente. E ora possiamo dire che non c'è
altra via di scampo, né
larga, né stretta,
che non sia quel mezzo per cui si rinuncia ad amare in modo eccessivo le
ricchezze secondo giustizia: e
questo ora noi
dobbiamo porre come base su cui poggia lo stato. Bisogna che le ricchezze non
diano luogo in un modo o
nell'altro a
litigi fra i cittadini, e non è opportuno per coloro che abbiano un po' di
cervello procedere volontariamente in
nuovi affari se
prima non abbiano regolato le antiche questioni concernenti i dissidi
reciproci: e per quanti, come per noi
ora, il dio diede
un nuovo stato da abitare senza che vi fossero inimicizie reciproche, il fatto
di diventare causa di odio
reciproco per la
distribuzione della terra e delle case costituirebbe una totale malvagità e
un'ignoranza non concepibile
in termini umani.
Qual è dunque il
modo di procedere ad una giusta spartizione?
Platone Le
leggi
54
In primo luogo
bisogna stabilire il numero dei cittadini e vedere quanto dev'essere grande,
quindi bisogna convenire
sulla
distribuzione dei cittadini in classi, e cioè in quante classi bisogna dividerli
e quanto numerose devono essere: in
base a queste
divisioni si devono spartire la terra e le case nel modo più equo possibile.
Quanto al numero
ideale degli abitanti, esso non può essere scelto secondo nessun'altra corretta
procedura che non
sia quella di
rapportarlo alla terra e agli stati delle regioni vicine.
La terra sarà
tanto grande quanto può nutrire adeguatamente i cittadini che vivono secondo
uno stile di vita
temperante, e non
dev'essere più grande; quanto al numero di cittadini, essi devono essere in un
numero tale da poter
scacciare le
popolazioni vicine che cercano di aggredirli e venire in loro aiuto nel caso in
cui fossero aggrediti, sempre
che non si
trovino in una condizione di assoluta necessità. E queste cose noi possiamo
stabilire non solo in pratica, ma
anche in teoria,
dopo aver osservato la regione e i vicini: ed ora come se volessimo completare
una figura o un disegno,
il nostro
discorso si sposti sulla legislazione.
Se si deve
fissare un numero conveniente, siano stabiliti nel numero di cinquemilaquaranta
i proprietari terrieri che
siano anche in
grado di difendere la loro porzione di terra: terra e case, allo stesso modo,
siano divisi in altrettanti lotti, e
ad ogni uomo
corrisponda perfettamente un lotto. Si divida dapprima il numero complessivo in
due parti, e poi in tre
parti: per natura
è divisibile in quattro, in cinque, e così di seguito sino a dieci. Ri guardo
ai numeri ogni legislatore deve
fare una
considerazione di questo genere, e cioè quale numero e di qual natura possa
essere più utile per gli stati.
Dobbiamo dire che
quel numero è quello che contiene in sé più divisori e che siano soprattutto
uno di seguito all'altro. Il
numero nel suo
complesso implica ogni sorta di divisione in vista di ogni fine: e il numero di
cinquemilaquaranta, per
quel che riguarda
la guerra e tutti i contratti e gli affari che si stipulano in tempo di pace, e
relativamente ai tributi e alle
distribuzioni,
non può essere diviso da più di cinquantanove divisori, di cui il numero dall'uno
al dieci sono consecutivi.
Bisogna che con
tutta tranquillità comprendano stabilmente queste divisioni coloro cui la legge
ha affidato il
compito di
riceverle: non può essere infatti che così, ma bisogna ora che queste cose
siano dette a chi fonda uno stato
per questi
motivi. Sia che un tale edifichi un nuovo stato dal principio, sia che
ricostruisca un antico stato che era stato
distrutto, per
quanto riguarda gli dèi e i templi che in uno stato devono essere eretti in
onore di ciascuna divinità, e
riguardo alle
denominazioni che si devono assegnare agli dèi e ai demoni, nessuno che abbia
un po' di intelligenza
tenterà di
mettere in scompiglio quanto hanno rivelato gli oracoli di Delfi, di Dodona, e
di Ammone, (1) o quelle
antiche leggende
che sono diventate oggetto di credenza e che hanno svolto la loro opera di
persuasione con la nascita
di visioni o
grazie alla cosidetta ispirazione divina; e una volta prestata fede a questi
fenomeni, infatti, si istituirono
sacrifici combinati
insieme a cerimonie religiose, e sia che fossero sorti nella regione, sia che
giungessero dalla
Tirrenia, dalla
Cipria, o da qualsiasi altra regione, in virtù di tali racconti si consacrarono
oracoli, statue, altari, templi, e
un recinto cinse
ciascuno di queste costruzioni sacre. Ora, il legislatore non deve mutare
neppure il particolare più
insignificante di
queste cose sacre, ma a ciascuna parte dello stato dovrà assegnare un dio, o un
demone, o un eroe, e
nella divisione
della terra darà a queste parti per prime gli appezzamenti scelti e tutto ciò
che loro convenga, in modo
che in periodi di
tempo prefissati avvengano riunioni di cittadini di ciascuna parte dello stato
le quali forniscano loro
delle
agevolazioni in merito ad ogni cosa cui hanno necessità, ed essi si trattino
amichevolmente fra loro durante i
sacrifici, e
acquisiscano familiarità e si conoscano; e in uno stato non vi è alcun bene più
grande di questo e cioè
dell'acquisire
appunto familiarità reciproca. Dove non c'è la luce, ma ombra nelle loro
relazioni reciproche, nessuno
potrà mai
ottenere rettamente quell'onore di cui è degno, né le cariche, né mai quella
giustizia che gli spetta: bisogna
che ogni uomo in
ogni stato si sforzi di far questo, e cioè di non mostrarsi mai ingannevole
verso alcuna persona, ma
sempre schietto e
sincero, e faccia in modo che nessun altro lo inganni essendo tale.
Dopo queste cose
operiamo uno spostamento nell'ordinamento delle leggi, come se spostassimo
delle pedine dalla
linea sacra,
spostamento certamente inconsueto, e che forse meraviglierà chi lo ascolta per
la prima volta: ma ad un tale
che rifletta con
attenzione e abbia un po' di esperienza apparirà come una seconda fondazione
dello stato dopo quello
ideale.
Probabilmente qualcuno non vorrà accettarlo in quanto non adatto ad un
legislatore che non sia tiranno: ma la
cosa più giusta
che si può fare è quella di esporre la costituzione migliore, poi la seconda,
ed infine la terza, e
esponendole,
concedere la scelta a ciascuna persona che abbia l'autorità di fondare uno
stato. Secondo questo
ragionamento
facciamo così anche noi adesso, dicendo la forma di costituzione che è prima
per virtù, la seconda e la
terza: a Clinia
concediamo ora la scelta, e anche a qualcun altro che sempre volesse,
procedendo lungo una scelta del
genere,
riservarsi secondo il suo costume ciò che gli è caro della sua patria.
La prima forma di
stato, e la costituzione e le leggi migliori, si ritrovano laddove si realizzi
quanto più è possibile
quell'antico
detto che dice: davvero comuni sono le cose degli amici.
Se dunque questo
detto trovi ora attuazione o la troverà un giorno - avere cioè in comune le
donne, in comune i figli,
in comune tutte
quante le ricchezze -, se con ogni mezzo sia dovunque estirpato dalla vita ciò
che si considera privato,
se si escogiti il
sistema che renda possibile di mettere in qualche modo in comune ciò che per
natura è personale, come
se ad esempio
occhi, orecchi, e mani sembrino vedere, ascoltare, e agire sempre in comune, in
modo che tutti quanti
insieme, per
quanto è possibile, facciano elogi o biasimi e per le stesse cose provino gioia
o dolore, se, in sostanza, si
voglia stabilire
un altro criterio per giudicare la superiorità, rispetto alla virtù, di quelle
leggi che cercano di unificare
quanto più
possono uno stato, non se ne troverebbe un altro più giusto e migliore di
questo. In tale stato, dove sia dèi,
sia figli di dèi
lo abitano e sono più di uno, i suoi abitanti vivono felici conformandosi a
queste regole: perciò non
bisogna cercare
altrove un modello di costituzione, ma prendendo questa come punto di
riferimento, bisogna ricercare
quella che le si
avvicini il più possibile. Quanto allo stato cui ora abbiamo messo mano, esso
sarà vicinissimo
all'immortalità e
secondo quanto ad unità: per quanto riguarda il terzo, se il dio lo vuole, lo
prenderemo in esame in
Platone Le
leggi
55
seguito. Ma ora
come definiremo questa seconda forma di stato e quale diremo che è la sua
formazione?
Innanzitutto i
cittadini si dividano terra e case, e non lavorino i campi in comune, dato che
si è già detto che una
cosa del genere
sarebbe superiore a uomini che hanno ricevuto l'attuale nascita, formazione, ed
educazione: ma si divida
in ogni caso
tenendo presente questa considerazione, e cioè chi ha ricevuto in sorte questa
porzione deve considerarla
come proprietà
comune di tutto lo stato, e poiché sua patria è la terra deve venerarla di più
di quanto i figli devono
venerare la
madre, ed essendo una dea, è signora degli esseri mortali; e bisogna avere le
stesse opinioni riguardo agli dèi
locali e ai
demoni. Perché questo assetto si conservi per tutto il tempo si deve
considerare che il numero dei focolari che
ora noi abbiamo
distribuito deve rimanere sempre invariato, e non deve né aumentare, né
diminuire.
Tale ordinamento
può essere mantenuto stabilmente in tutto lo stato in questo modo: chi abbia
ricevuto in sorte un
lotto lasci fra i
figli uno solo erede di questo patrimonio, quello che gli è più caro, che gli
succederà e si occuperà degli
dèi, della famiglia,
dello stato, di quanti vivono e dì quanti hanno ormai raggiunto il termine
della vita. Quanto agli altri
figli, per quelli
che ne hanno più di uno, diano in spose le femmine secondo la legge che
stabiliremo in materia, e
distribuiscano i maschi
come figli a chi manca di discendenza, soprattutto per fare un favore, ma se ad
alcuni manchino
le occasioni per
fare i favori, o se i figli maschi o femmine siano più del dovuto, o anche, al
contrario, siano in numero
minore, per una
crisi delle nascite, di tutti questi problemi dovrà occuparsi l'autorità che
abbiamo stabilito come la più
importante e la
più degna di onori, la quale, valutando che cosa si debba fare in caso di
eccesso o di mancanza di figli
fornisca un
sistema grazie al quale le famiglie saranno sempre e soltanto
cinquemilaquaranta. I sistemi sono molti: si
può vietare di
procreare a quelli che nella procreazione sono troppo fecondi, e così al
contrario si possono attuare le
cure e le
sollecitudini per incrementare le nascite mediante onori, castighi, e precetti
formulati dai più vecchi e rivolti ai
più giovani sotto
forma di discorsi di esortazione, che permettono di raggiungere lo scopo di cui
parliamo. E se alla fine
ci troveremo
nell'assoluta difficoltà di mantenere invariato il numero di cinquemilaquaranta
famiglie, verificandosi un
esubero di
cittadini a causa dell'amore reciproco dei coniugi, per questo imbarazzo esiste
l'antico rimedio di cui spesso
abbiamo parlato,
cioè l'invio di colonie, ovvero amici che si separano da amici, formate secondo
il criterio
dell'opportunità:
se al contrario avviene una sciagura che porta con sé un'ondata di malattie, o
una rovina a seguito di
guerre, e,
rimanendo orfana, la popolazione diminuisce rispetto al numero stabilito, non
bisogna introdurre
volontariamente
come cittadini coloro che hanno ricevuto un'educazione illegittima, e neppure
il dio, si dice, può fare
violenza sulla
necessità.
Giunti a questo
punto, supponiamo che il discorso che ora stiamo facendo ci esorti con queste
parole: «O voi che
siete i migliori
di tutti gli uomini, non cessate mai di onorare secondo natura la somiglianza e
l'uguaglianza, l'identità e
ciò che viene
stabilito di comune accordo, sia in relazione al numero, sia in relazione alla
determinazione propria delle
azioni belle e
nobili: e anche adesso conservate innanzitutto per tutta la vita il numero di
cui si è detto, e quindi non
disprezzate
l'importanza e la grandezza di quel patrimonio che precedentemente vi siete
divisi secondo la giusta misura
con la reciproca compravendita
- perché in tali azioni non è vostra alleata né la sorte che fece quelle
divisioni e che è un
dio, né il
legislatore -. Ora infatti la legge comanda per la prima volta al trasgressore,
premettendo che chi vuole può o
no partecipare
alle distribuzioni per sorteggio della terra, che, essendo la terra prima di
tutto cosa sacra a tutti gli dèi, e
quindi dovendo i
sacerdoti e le sacerdotesse fare voti nei primi, nei secondi, e anche nei terzi
sacrifici, chi effettui
compravendite di
case o terre ricevute in sorte subisca pene adeguate per operazioni di questo
genere. Questi sacerdoti
collocheranno nei
templi tavole di cipresso che essi avranno scritto, memorie scritte per il
tempo futuro, e inoltre come
custodi di queste
norme, affinché siano attuate, saranno nominati quei magistrati che sembrino
possedere vista assai
acuta, in modo
che non sfuggano loro le trasgressioni che ogni volta avvengono contro quelle,
ma puniscano chi
disobbedisce alla
legge e insieme al dio. Quanto grande sia il bene dell'attuale legge per tutti
gli stati che la accettano, e
l'ordinamento
corrispondente ché ad essa si aggiunga, secondo l'antico proverbio, nessuno che
sia malvagio potrà
saperlo, ma solo chi
è esperto e possiede nobili costumi. In tale ordinamento non c'è spazio per gli
affari, e ad esso
segue la norma
per cui nessuno deve e può accumulare ricchezze facendo affari propri di
persone che non sono libere,
in quanto un
mestiere considerato così vergognoso devia l'indole libera, ragi on per cui non
si ammetterà affatto un tale
modo di
raccogliere ricchezze».
A tutte queste
regole segue inoltre la legge secondo cui non è possibile ad alcun privato
cittadino possedere oro o
argento, ma solo
la moneta per gli scambi giornalieri che sono necessarì agli artigiani e a
tutti coloro che svolgono
simili mansioni e
devono pagare lo stipendio ai salariati, schiavi e stranieri. Per questi motivi
diciamo che essi devono
possedere una
moneta che abbia un valore interno, ma che non abbia alcun valore presso le
altre genti: si può pensare ad
una moneta comune
a tutta la Grecia coniata per spedizioni militari e viaggi all'estero presso
altre genti, come le
ambascerie o
qualche altra missione diplomatica di cui abbia bisogno lo stato, quando, in
sostanza, si debba inviare un
cittadino
all'estero; solo per queste ragioni è allora necessario che lo stato possegga
ogni volta una moneta greca. Se un
privato cittadino
ha bisogno dì recarsi all'estero, si rechi pure, sempre che abbia il permesso
dei magistrati, e se,
tornando a casa
abbia ancora con sé danaro straniero, lo versi allo stato cambiandolo con
valuta locale: e se risulta che
qualcuno se ne è
appropriato, gli venga confiscato, e chi è a conoscenza del fatto, ma non lo
denuncia, sia sottoposto
alla maledizione
e all'oltraggio insieme al colpevole, ed inoltre ad una multa non minore della
quantità di danaro
straniero che
aveva importato. Chi prende moglie o sposerà la figlia non dia né riceva
affatto dote di alcun genere;
nessuno poi
depositi danaro presso una persona che non sia di sua fiducia, né presti danaro
ad interesse, poiché è
consentito a chi
ha ricevuto il prestito non pagare gli interessi né restituire il capitale.
Queste sono le consuetudini
migliori che uno
stato possa coltivare, se le si osservi in tal modo e le si giudichi
rettamente, riferendole sempre ai
principi e alle
intenzioni che sono alla base del nostro discorso. L'intenzione di un uomo
politico che abbia un po' di
Platone Le leggi
56
intelligenza, noi
diciamo, non è quella che molti ricordano, secondo cui il valente legislatore
deve proporsi uno stato
che sia il più
esteso possibile, al quale rivolga il suo pensiero per stabilire buone leggi, e
assai ricco e fornito di oro e di
argento, e capace
di comandare il maggior numero possibile di popoli per terra e per mare: e
forse aggiungerebbero che
chi legifera
rettamente deve desiderare che lo stato sia il migliore e il più felice
possibile. Di tutte queste cose alcune
sono possibili,
altre no: e chi ordina uno stato potrà dunque volere ciò che è possibile,
mentre sarà una sua velleità
volere e tentare
l'impossibile. è quasi una necessità che chi è felice sia nel contempo onesto -
e questo potrà volerlo -,
ma è impossibile essere
assai ricchi ed onesti ad un tempo, almeno se penso a quelli che la maggior
parte delle persone
considera ricchi:
la maggior parte delle persone, infatti, considera ricchi i pochi uomini che
dispongono di ricchezze
quantificabili in
grandi quantità di danaro; ricchezze, queste, che anche un malvagio vorrebbe
avere. Se la questione sta
in questi
termini, non potrò mai trovarmi d'accordo con chi sostiene che il ricco può
diventare davvero felice anche se
non è onesto: è
impossibile che un tale sia superiore per onestà e per ricchezza nel contempo.
«Perché?», domanderà
qualcuno.
«Perché», risponderemmo noi, «l'entrata che proviene da un'azione giusta e da
una ingiusta è più del doppio
di quella che
proviene solo dall'azione giusta, e le spese di chi non vuole spendere né bene
né male sono doppiamente
minori di chi
desidera fare spese oneste e per onesti motivi: non può allora diventare più
ricco chi si comporta
esattamente
all'opposto di coloro che hanno doppie le entrate e dimezzate le spese». Fra
questi l'uno è onesto, l'altro non
è malvagio se è
economo, anche se talvolta può essere assai malvagio, in ogni caso non può
essere mai onesto nel senso
in cui lo si è
inteso ora. Chi si è arricchito in modo giusto o ingiusto e non spende né in
modo giusto, né in modo
ingiusto, se è
anche economo, è ricco, chi invece è assai malvagio, essendo scialacquatore
sotto molti aspetti, sarà
assolutamente
povero: ma chi fa spese oneste e chi si procura ricchezza solo attraverso
giusti guadagni non potrà
facilmente distinguersi
per ricchezza e neppure diventare troppo povero. Sicché è corretto il nostro
ragionamento,
secondo il quale,
appunto, coloro che sono assai ricchi non possono essere onesti, e, di
conseguenza, se non sono onesti,
non possono
neppure essere felici.
Il progetto delle
nostre leggi si orientava in questa direzione: fare in modo cioè che i
cittadini siano il più possibile
felici e quanto
più concordi fra di loro. E i cittadini non saranno mai concordi dove molti
saranno i processi celebrati gli
uni contro gli
altri e molte le ingiustizie, ma lo saranno dove queste cose saranno di scarsa
importanza e ridotte ad un
numero
piccolissimo. Noi diciamo allora che nello stato non devono esserci né oro, né
argento, né un eccessivo volume
di affari
procurato mediante vili mestieri, usura, e turpe commercio di bestiame, ma
quanto offre e produce la
coltivazione
della terra, e anche di questi non ci si deve arrichire in misura tale da
trascurare il fine per cui nascono le
ricchezze: mi
riferisco all'anima e al corpo, che senza la ginnastica ed il resto
dell'educazione non possono diventare
degni di
considerazione. Perciò abbiamo detto più di una volta che bisogna riservare
alla cura delle ricchezze l'ultimo
posto negli
onori: poiché fra tutte le cose sono tre quelle intorno a cui si concentrano le
attenzioni degli uomini, la cura
delle ricchezze
occupa l'ultimo e terzo posto, se è correttamente inteso, le cure del corpo la
posizione intermedia, e la
cura dell'anima
il primo posto. E anche adesso, a proposito della costituzione che stiamo
trattando, se si rispetta questa
scala di valori,
essa risulterà perfettamente costituita: ma se qualcuna delle leggi che sono
stabilite risulterà nello stato
rendere onore
alla salute prima che alla temperanza, o alla ricchezza prima che alla salute e
alla temperanza, è evidente
che questa legge
non sarà concepita in modo giusto. Bisogna che il legislatore sottolinei
frequentemente questo punto:
«Che cosa intendo
compiere?», e «Mi accade che questo si verifichi, oppure mi allontano dallo scopo?».
Così
probabilmente
potrà realizzare la legislazione, liberando gli altri da questa responsabilità,
mentre non potrà mai fare in
altro modo.
Chi dunque abbia
ricevuto in sorte il proprio lotto, diciamo, lo possegga secondo le condizioni di
cui prima si è
detto.
Sarebbe bello che
ciascuno giungesse nella colonia avendo uguali anche tutte le altre cose: e
dato che ciò non è
possibile, ma vi
giungerà chi possiede più ricchezze e chi ne possiede di meno, bisogna che per
molte ragioni, e
specialmente
perché vi sia una certa uguaglianza nelle diverse fasi della vita dello stato,
ci siano classi di cittadini
disuguali per
censo, in modo che cariche, tributi, e distribuzioni, che vengono rapportati al
valore di ciascuno, non siano
regolati soltanto
in base all'onore degli antenati o al proprio, né in base alla forza o alla
bellezza dei corpi, ma anche
secondo l'uso
della ricchezza e la povertà, per cui, ricevendo onori e cariche nel modo più
equo possibile proprio grazie
a questa
proporzonata disuguaglianza, non nascano discordie. Per queste ragioni bisogna
costituire quattro classi
censuarie in base
all'entità del patrimonio, assegnando ai componenti delle singole classi i nomi
di primi, secondi, terzi,
e quarti, o con
quali altri nomi li si vogliono chiamare, sia che rimangano nella stessa
classe, sia che - diventati più
ricchi da poveri
che erano, o poveri da ricchi - passino ciascuno nella classe che loro si
adatta.
Su queste basi,
io stabilirei il seguente progetto di legge: bisogna che in uno stato, diciamo,
che non vuole convivere
con quel
gravissimo male che sarebbe più giusto chiamare "divisione" piuttosto
che "sedizione", non vi sia né una
molesta
condizione di povertà presso alcuni suoi cittadini e neppure la ricchezza,
perché l'una e l'altra condizione
determinano
rispettivamente questi due mali: ora dunque il legislatore deve definire il
limite di questi due mali. Come
limite della
povertà sia fissato il valore del lotto ricevuto in sorte, il quale deve
rimanere così com'è, e nessun magistrato
e allo stesso
modo nessuno fra gli altri che sia ambizioso di conseguire la virtù permetterà
ad alcuno di renderlo minore.
Fissato quel
limite come unità di misura, il legislatore permetterà che si possegga il
doppio, il triplo, sino al quadruplo
di quel lotto: e
se uno possiederà sostanze oltre questi limiti, o perché le ha trovate, o
perché gli sono state donate, o
perché le ha
guadagnate, o perché ne è venuto in possesso per altre circostanze di questo
genere, distribuendo le
ricchezze in
eccesso allo stato e agli dèi che reggono lo stato, godrà di buona fama e non
sarà punito; ma se qualcuno
disobbedisce a
questa legge, chiunque lo voglia potrà denunciarlo con la condizione di avere
la metà di quel patrimonio
Platone Le
leggi
57
in eccesso, e il colpevole
stesso pagherà un'altra parte corrispondente all'intero suo acquisto, mentre
l'altra metà sarà
versata agli dèi.
Ogni acquisto che superi il lotto che tutti hanno ricevuto in sorte sia
iscritto in un pubblico registro
tenuto in
custodia dai magistrati incaricati dalla legge, in modo che i processi
riguardanti gli arricchimenti illeciti siano
facili e
assolutamente
Platone Le
leggi
58
alimenti migliori
o peggiori, ma è non meno capace di sortire gli stessi effetti sulle anime. Fra
tutti questi luoghi
saranno
assolutamente superiori quelli in cui spira un certo soffio divino e che sono
stati assegnati in sorte a demoni,
che possono
accogliere benevolmente o meno quelli che sempre verranno ad abitarli.
E un legislatore
che abbia un po' di intelligenza, sulla base dell'osservazione di questi
fattori, per quanto un uomo è
capace di
osservare tali cose, tenterà di stabilire in questo modo le leggi.
E questo è quello
che devi fare tu, Clinia, dato che questa è la prima cosa cui deve pensare chi
vuole colonizzare una
regione.
CLINIA: Quello
che dici è giustissimo, straniero di Atene, ed io devo fare così.
NOTE: 1)L'oracolo
di Dodona si trovava in Epiro, quello di Zeus Ammone nel deserto libico.
2) Vergine figlia
di Crono e Rea, dea del focolare e della famiglia.
3) Divinità
protettrice di Atene.
Platone Le
leggi
59