Platone: LE LEGGI

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Platone Le leggi

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Platone

LE LEGGI

PREMESSA

Platone Le leggi

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LIBRO OTTAVO

ATENIESE: In relazione a queste cose bisogna ordinare e fissare per legge le feste, con l'ausilio dell'oracolo di

Delfi, vedendo quali sacrifici sarebbe meglio e preferibile che lo stato eseguisse, e per quali dèi; e quando e quanti di

numero. Credo che forse su alcune di queste cose sarebbe nostro compito legiferare.

CLINIA: Probabilmente sul numero.

ATENIESE: Parliamo per primo del numero: essi, i sacrifici, non dovranno essere di meno di

trecentosessantacinque, in modo che un magistrato faccia sempre sacrifici a qualcuno degli dèi o dei demoni in favore

dello stato, dei cittadini stessi, e delle loro ricchezze. Interpreti, sacerdoti, sacerdotesse, e indovini si riuniscano insieme

ai custodi delle leggi e stabiliscano ciò che il legislatore deve necessariamente tralasciare: e dovranno essere essi stessi

ispettori di ciò che viene tralasciato. La legge fisserà dodici feste in onore dei dodici dèi da cui trae il nome ciascuna

tribù, e per ciascuno di questi ogni mese si faranno sacrifici, con cori e agoni musicali e altre gare ginniche,

distribuendoli in modo conveniente agli dèi e ad ogni singola stagione e ripartendo le feste femminili in quelle che è

conveniente celebrare senza gli uomini e in quelle che non è conveniente. E inoltre non bisogna confondere, ma, anzi, si

devono tenere ben distinti i sacrifici in onore degli inferi e quelli in onore di quegli dèi che dobbiamo chiamare

"celesti", e quanti ad essi si accompagnano, assegnando per legge ai primi il dodicesimo mese, quello di Plutone. (1) E

questa divinità non sia odiata dagli uomini che si trovano in guerra, ma venga onorata come la divinità migliore per il

genere umano: l'unione di anima e di corpo non è infatti migliore della loro dissoluzione, come vorrei dire parlando

seriamente. Inoltre coloro che vorranno ripartire in modo adeguato queste feste devono avere in mente tale pensiero, e

cioè che fra gli stati attuali non si troverebbe alcun altro stato come il nostro che abbia abbondanza di tempo libero e di

occupazioni necessarie, così da poter vivere bene come vivrebbe un singolo individuo.

Coloro che vogliono vivere felici non devono innanzitutto compiere essi stessi ingiustizia, né devono subirla da altri:

la prima di queste due condizioni non è difficile da realizzare, mentre è assai difficile da ottenere la seconda, vale a dire

avere tanta forza da evitare le ingiustizie, ed essa non si può perfettamente conseguire se non si diventa completamente

buoni cittadini. La stessa cosa avviene per lo stato, che se sarà buono vivrà in pace, se sarà malvagio, vivrà in guerra

dentro e fuori i suoi confini. Se le cose stanno press'a poco così, ognuno non deve esercitarsi alla guerra in guerra, ma in

tempo di pace. Bisogna che lo stato che abbia intelligenza ogni mese si eserciti alla guerra, per un giorno almeno, o

anche più, se i magistrati lo ritengono opportuno, senza tener conto del freddo e del caldo, e tutti, anche donne e

fanciulli vi prendano parte, se ai magistrati parrà opportuno condurre fuori dallo stato tutto il popoìo, ora separatamente,

ora a turno: e alcuni bei divertimenti si devono allestire insieme ai sacrifici perché le battaglie della festa imitino le

battaglie della guerra il più chiaramente possibile. Si distribuiscano premi e ricompense ai vincitori di ciascuna di

queste gare, e ci si faccia reciprocamente elogi o critiche, a seconda di come ciascuno si è comportato negli agoni e nel

corso di tutta la vita, esaltando chi si è ritenuto migliore e criticando chi non lo è stato. Poeta di questi componimenti

non sia una persona qualunque, ma innanzitutto uno che non abbia meno di cinquant'anni, e non sia scelto fra coloro che

posseggono in se stessi un'adeguata capacità poetica e musicale, ma non hanno mai composto alcuna opera bella ed

illustre: si cantino invece le composizioni di coloro che sono buoni e onorati nello stato, e sono autori di nobili opere,

anche se per natura non sono musicali. La scelta di questi poeti sia di competenza dell'educatore e degli altri custodi

delle leggi, che assegneranno loro il privilegio di godere essi soli della libertà di parola in poesia, mentre nessun altro

avrà mai questa libertà, né oserà cantare un canto che non sia passato al vaglio e non sia stato giudicato favorevolmente

dai custodi delle leggi, neppure se si tratta di un canto più dolce di Tamiri e di quelli di Orfeo.

Riceveranno l'approvazione solo i componimenti giudicati sacri e dedicati agli dèì, e quelli, opera di uomini

valorosi, in cui si critica o si biasima qualcuno, e che, sempre secondo il giudizio generale, abbiano svolto

adeguatamente questo compito. Lo stesso discorso che ho fatto sulle esercitazioni militari e sulla libertà poetica deve

valere ugualmente per le donne e per gli uomini.

Bisogna che il legislatore, rivolgendosi a se stesso, si proponga questo discorso: «Avanti, quali cittadini allevo, dopo

che ho allestito tutto lo stato? Atleti preparati a gare impegnative, dinanzi ai quali stanno un numero incalcolabile di

avversari?» «Certamente», risponderebbe giustamente qualcuno. Ebbene?

Se allevassimo degli atleti per il pugilato o per il pancrazio o per qualche altra gara di questo genere, li faremmo

scendere in gara senza averli precedentemente allenati con nessuno, giorno dopo giorno? E se noi stessi fossimo pugili,

non cercheremmo di imparare a combattere molti giorni prima della gara, e non ci eserciteremmo ad imitare tutte quelle

mosse di cui in seguito potremo aver bisogno quando gareggeremo per la vittoria? E avvicinandoci il più possibile alla

verosimiglianza della gara non ci legheremmo delle palle al posto di cesti per allenarci a dare e a parare i colpi nel

modo migliore? E se fossimo in grande difficoltà nel reperire compagni di allenamento, temendo il riso degli sciocchi,

non avremmo il coraggio di appendere un fantoccio e di esercitarci con esso? E trovandoci in tale difficoltà da non

riuscire a reperire né uomini, né fantocci, in assenza di compagni di allenamento non avremmo il coraggio di

combattere contro noi stessi combattendo effettivamente contro la nostra ombra?

O in quale altro modo si potrebbe dire che si svolge l'allenamento del pugile che mena le mani di qua e di là?

CLINIA: Direi, straniero, in nessun altro modo se non in quello che tu ora hai enunciato.

ATENIESE: Ebbene? La forza militare del nostro stato oserà ogni volta andare incontro alla più importante delle

gare meno preparata di questa gente, quando si combatte per la propria vita, per quella dei figli, per le ricchezze, e per

tutto lo stato? E il legislatore, temendo che gli esercizi in cui i cittadini si esercitano reciprocamente appaiano ridicoli a

qualcuno, non dovrà stabilire leggi in proposito, ordinando soprattutto di compiere ogni giorno piccole esercitazioni

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militari senza l'uso delle armi, orientando in questo senso i cori e tutta quanta la ginnastica? E non comanderà che si

facciano più grandi e anche meno grandi esercitazioni militari non meno dì una volta al mese, lasciando che i cittadini

facciano gare fra di loro in tutta la regione e si esercitino ad occupare luoghi e a tendere imboscate, ed imitino la guerra

in ogni suo aspetto, lottando come nel pugilato e lanciando dardi che si avvicinino il più possibile a quelli veri,

servendosi di pericolose armi da getto, in modo che il gioco che vede impegnati gli uni contro gli altri non sia del tutto

privo di timore, ma susciti invece qualche preoccupazione, mettendo così in un certo senso in evidenza chi è coraggioso

e chi non lo è? E distribuendo rettamente onori e disonori agli uni e agli altri, non preparerà lo stato intero perché nel

corso di tutta la sua vita sia pronto ad affrontare la vera battaglia? E se qualcuno viene ucciso nel corso di queste

esercitazioni, dato che l'uccisione è stata involontaria, il legislatore stabilirà che l'uccisore, dopo aver compiuto i riti

purificatori previsti dalla legge abbia le mani pure, pensando che da un lato non sono molti gli uomini che muoiono,

mentre d'altro canto altri nasceranno non peggiori di quelli, ma che se morirà il timore, non si riuscirà più a mettere alla

prova, nel corso di tali esercitazioni, i migliori e i peggiori, e questo per lo stato sarebbe un male ben più grave di

quell'altro.

CLINIA: Anche noi siamo d'accordo, straniero, che tutto lo stato deve stabilire per legge tali pratiche e in esse deve

esercitarsi.

ATENIESE: Conosciamo tutti la ragione per cui ora in questi stati tali competizioni corali non abbiano affatto

luogo, se non in piccola misura? O diciamo che ciò avviene a causa dell'ignoranza della maggior parte di persone e di

coloro che stabiliscono le leggi?

CLINIA: Forse.

ATENIESE: Nient'affatto, caro Clinia: conviene affermare che due sono le ragioni di questi fenomeni, e sono

ampiamente sufficienti.

CLINIA: Quali sono?

ATENIESE: La prima è costituita dall'amore per la ricchezza che occupa tutto il tempo, impedendo di curare altre

faccende che non siano la cura dei propri beni, e dalla cura di questi beni dipende ogni anima di ogni cittadino che non

può più occuparsi di altre cose che non siano il guadagno quotidiano: e se vi sia un qualche studio o anche una certa

pratica che conduca a questi scopo, ogni cittadino privatamente è prontissimo ad apprenderla e ad esercitarsi in essa,

facendosi beffe di tutto il resto. E conviene dire che tutto ciò è una sola cosa, e che questa è l'unica ragione per cui uno

stato non vuole seriamente occuparsi di questa pratica né di nessun altra che sia bella e buona, ma ogni cittadino, per il

desiderio insaziabile di oro e di argento si piega volontariamente a qualsiasi mestiere, a qualsiasi espediente, bello o

disonorevole che sia, pur di diventare ricco, e accetta di compiere una qualsiasi azione, lecita o illecita che sia, o

addirittura vergognosa, senza farsi remore alcune, solo perché possa avere la possibilità, come un animale, di mangiare

ogni genere di cibi e allo stesso modo di bere tutto quel che vuole, e di saziare completamente il desiderio di sesso.

CLINIA: Giusto.

ATENIESE: Questa ragione di cui parlo sia da noi stabilita come una delle cause che impedisce e non permette agli

stati di esercitarsi in modo adeguato a nessun bene e neppure alla guerra, ma fa in modo che quegli uomini che

sarebbero moderati per natura siano mercanti, imprenditori marittimi, e in genere servi, e rende gli individui coraggiosi

ladri, scassinatori, profanatori di templi, attaccabrighe e tiranni, trasformandoli così in sventurati, anche se talvolta non

sono privi di qualche dote naturale.

CLINIA: Come dici?

ATENIESE: Come dovrei chiamare costoro se non assolutamente disgraziati, dal momento che trascorrono

necessariamente tutta la vita con un'incessante fame nell'anima?

CLINIA: Questa dunque è la prima ragione: qual è allora la seconda ragione di cui parli, straniero?

ATENIESE: Me l'hai ricordata a proposito.

CLINIA: Questa, come tu dici, è una delle due cause, e consiste in quell'insaziabile ricerca che dura tutta la vita, e

non lasciando a nessuno neppure un momento di libertà, impedisce ai singoli di esercitarsi come si deve in relazione

alla guerra.

Ebbene, ora dicci la seconda.

ATENIESE: Vi do l'impressione che invece di parlare stia indugiando, perché mi trovo in difficoltà?

CLINIA: No, ma ci sembra che che tu abbia punito questo costume di vita più del dovuto, come se lo detestassi, con

il discorso che ora si è presentato.

ATENIESE: Avete fatto benissimo a rimproverarmi, stranieri: e ascoltate quel che segue, se vi pare.

CLINIA: Parla.

ATENIESE: Direi che la seconda ragione consiste in quelle non costituzioni di cui spesso ho parlato nei precedenti

discorsi, e che sono la democrazia, l'oligarchia, e la tirannide. Nessuna di queste è una costituzione politica, ma si

potrebbero più correttamente definire tutte quante "sedizioni": nessuna di esse esercita volontariamente il suo potere su

sudditi che volontariamente l'accettano, ma comanda deliberatamente contro la volontà dei sudditi, sempre con una

qualche violenza, e poiché chi comanda teme coloro che sono governati non permetterà volentieri ch'essi diventino

nobili, ricchi, forti, valorosi, e assolutamente non addestrati alla guerra. Queste sono dunque le due cause di tutti i mali

in generale, e di questi in particolare. Ma l'attuale costituzione, della quale stiamo dicendo le leggi, sfugge all'una e

all'altra: essa gode infatti del massimo tempo libero, e liberi sono i cittadini gli uni dagli altri, e sono assai poco amanti

delle ricchezze, io credo, grazie a queste leggi, sicché verosimilmente e ragionevolmente una costituzione fondata in

modo simile è l'unica, fra quelle attuali, capace di accogliere l'educazione che abbiamo appena esposto e insieme la

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formazione alla guerra, che è stata portata a termine dal nostro discorso.

CLINIA: Bene.

ATENIESE: E in conseguenza di queste cose, non dobbiamo ricordare, riguardo a tutte le gare ginniche, che bisogna

praticare quante di esse costituiscono delle esercitazioni finalizzate alla guerra e bisogna stabilire dei premi per la

vittoria, mentre quelle che non offrono tutto questo bisogna lasciarle perdere? Sarebbe meglio dire dal principio quali

sono, e fissarle per legge. Non dobbiamo innanzitutto fissare quelle gare che riguardano la corsa e in genere la velocità?

CLINIA: Dobbiamo fissarle.

ATENIESE: L'agilità del corpo in genere, tanto dei piedi, quanto delle mani, è la qualità che più di tutte ha attinenza

con la guerra: quella dei piedi serve per fuggire ed afferrare i nemici, mentre nella mischia la battaglia e lo scontro

hanno bisogno di vigore fisico e di forza.

CLINIA: Certamente.

ATENIESE: Nessuna delle due ha grande utilità se si è sprovvisti di armi.

CLINIA: Come potrebbero averle?

ATENIESE: In primo luogo il nostro araldo, secondo la consuetudine attuale, chiamerà in gara chi corre uno stadio,

e questi entrerà in gara armato: non stabiliremo nessun premio per l'atleta che è sprovvisto delle armi. Per primo allora

entrerà in gara colui che, armato, correrà lo stadio, per secondo quello che correrà il diaulo,(2) terzo chi correrà la corsa

a cavallo, quarto chi correrà la lunga corsa, quinto il corridore che, primo fra gli armati con armi pesanti, lasceremo

partire perché percorra una distanza di sessanta stadi sino al tempio di Ares, ritornando indietro, e lo chiameremo

"oplita", proprio perché armato con l'armatura più pesante, ed effettuerà la sua gara percorrendo una strada più

pianeggiante, un altro, infine, l'arciere, correrà, con tutta l'armatura propria dell'arciere, cento stadi sino al tempio di

Apollo e di Artemide, superando nella gara le montagne e una gran varietà di regioni: e noi che abbiamo stabilito la

gara li attenderemo finché non giungano al traguardo, e assegneremo il premio al vincitore di ogni gara.

CLINIA: Giusto.

ATENIESE: Consideriamo queste gare divise in tre categorie, una per i bambini, un'altra per gli adolescenti, e

un'altra ancora per gli uomini: per le gare degli adolescenti stabiliremo che la lunghezza della corsa sia di due terzi, per i

bambini la metà di questi due terzi, sia che gareggino armati da opliti o da arcieri. Quanto alle donne, se sono bambine

che non hanno ancora raggiunto la pubertà, stabiliremo che percorrano nude lo stadio, il diaulo, la corsa a cavallo, e la

lunga corsa, gareggiando così nelle stesse corse, se hanno tredici anni devono continuare sino alle nozze, per un periodo

di tempo che non vada oltre i vent'anni e non sia inferiore ai diciotto: e queste ultime dovranno gareggiare in tali corse

con un armamento che sia loro adatto. Queste le norme circa le corse degli uomini e delle donne. Quanto alle gare di

forza, invece della lotta e di altre simili gare, che oggi si considerano pesanti, si possono introdurre combattimenti

armati, in cui si combatte uno contro uno, due contro due, sino a dieci avversari che combattono fra loro contro dieci

avversari. Per definire che cosa si debba fare e che cosa non si debba subire, e quale sia il punteggio per vincere, così

come attualmente nella lotta quelli che si occupano della lotta stessa hanno stabilito qual è l'attività del buon lottatore e

quale quella di quello cattivo, allo stesso modo bisogna che, chiamando i migliori nel combattimento ad armi pesanti,

ordiniamo a costoro di disporre insierme leggi per stabilire chi sia il legittimo vincitore di questi combattimenti, quali

colpi deve infliggere o evitare, e così per chi perde, in base a quale ordinamento sia giudicato tale. Le stesse norme

valgano anche per le donne sino all'età del matrimonio. Bisogna che al combattimento del pancrazio sia contrapposto

l'arte del peltasta, e si gareggerà con archi, scudi leggeri, giavellotti, pietre scagliate a mano o con la fionda, e si

stabiliranno leggi anche in tale ambito, e si debbono attribuire premi e vittorie a chi avrà osservato nel modo migliore

tali norme. Dopo di che bisogna stabilire le norme relative ai concorsi ippici: noi non abbiamo un grande bisogno di

molti cavalli, e non sono di grande utilità, data la conformazione fisica di Creta, sicché è inevitabile che anche

l'interesse relativo al loro allevamento e alle gare che con essi si possono disputare sia minore. Qui da noi non c'è

assolutamente nessuno che allevi cavalli da corsa, e nessuno nutre ragionevolmente questa ambizione, sicché non

avrebbe senso e non parrebbe intelligente istituire simili gare, dato che non sono conformi all'usanza della regione: se

stabilissimo invece gare per cavalli da sella - per puledri di prima dentizione, o per puledri adulti ma solo per metà, e

per coloro che abbiano raggiunto la maturità - potremmo così fornire, in conformità con la natura della regione, il

divertimento ippico che le spetta. Le gare e le contese di questi atleti abbiano luogo secondo la legge, e ai filarchi e agli

ipparchi sia affidato in comune il giudizio di tutte queste corse e di tutti quelli che scendono in gara con le armi: non

sarebbe invece opportuno stabilire per legge delle gare, né ginniche, né quelle dì cui ora stiamo parlando, per coloro che

sono sprovvisti di armi. Gli arcieri a cavallo non sarebbero inutili a Creta, e neppure i lanciatori di dardi, sicché anche

quelli abbiano le loro contese e le loro gare finalizzate al divertimento.

Quanto alle donne, non si può costringerle a prendere parte a queste gare con la forza delle leggi e delle prescrizioni:

ma se a causa della educazione ricevuta in precedenza esse vi si abituano, e la loro natura accetta tali gare e non è

maldisposta, bambine e vergini non ancora sposate vi prendano parte, e non le si critichi.

Per quanto riguarda le gare e la disciplina della ginnastica, quella relativa agli allenamenti nelle gare e quella che

apprendiamo ogni giorno dai maestri di ginnastica, abbiamo ormai completato il discorso. Allo stesso modo, anche la

parte relativa alla musica è già stata in buona misura trattata; mentre per quanto riguarda i rapsodi e quanti ad essi si

accompagnano, e 1e gare dei cori che necessariamente si svolgono nelle feste, stabiliti i mesi, i giorni, gli anni dedicati

agli dèi e alle altre divinità, si potranno allora ordinare, stabilendo che abbiano luogo ogni tre anni, oppure ogni cinque,

e distribuendole a seconda dell'ordine che gli dèi intendano attribuire. Bisogna prevedere che in questi casi si terranno a

turno anche le gare musicali, e saranno stabilite dai giudici di gara, dai sovrintendenti all'educazione dei giovani e dai

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custodi delle leggi, che si riuniranno insieme per decidere in proposito e diverranno legislatori, stabilendo quando, e chi,

e con chi si terranno le competizioni relative a tutte le specie di coro e alla danza corale. Come debbano essere ciascuna

di queste composizioni, secondo la parola, i canti, e le armonie combinati con i ritmi e le danze, è stato ripetuto più

volte dal primo legislatore, e dunque i legislatori che verranno in un secondo tempo devono legiferare in conformità, e

attribuiranno le gare convenienti a ciascun sacrificio nei tempi opportuni, assegnando allo stato le feste da celebrare. In

ogni caso non è difficile sapere in che modo tutte queste cose ed altre simili ad esse devono assumere un ordine stabilito

dalla legge, e neppure mutando qualcosa qua e là si potrebbe avere un grande vantaggio o un grande danno per lo stato:

vi sono invece questioni che non hanno scarso rilievo, alle quali è difficile persuadere, e che dovrebbero essere

soprattutto opera di un dio, se tali ordini provenissero mai da quello. Ora invece può darsi che occorra un uomo

coraggioso, il quale, tenendo in particolar conto la libertà di parola, dirà quel che gli sembra meglio per lo stato e per i

cittadini, ordinando ad anime corrotte ciò che conviene e si adatta al complesso della nostra costituzione, ed affermando

il contrario di quel che suggeriscono i desideri più intensi, senza avere nessun uomo come aiutante, ma seguendo

unicamente la sola ragione.

CLINIA: Qual è il discorso che ora stiamo facendo, straniero? Non capiamo.

ATENIESE: è naturale: ma cercherò di spiegarvelo più chiaramente.

Non appena giunsi nel mio discorso alla questione riguardante l'educazione, vidi ragazzi e ragazze che si facevano

reciprocamente manifestazioni d'affetto: e fui naturalmente colto dal timore, pensando che cosa si dovesse fare in uno

stato simile in cui i giovani e le giovani sono bene allevati, liberi dalle fatiche più pesanti che attenuano il desiderio di

eccessi, occupati tutti quanti, per tutta la vita, a fare sacrifici, feste, e cori. In che modo allora, in questo stato, si potrà

stare lontani da quelle passioni che gettano la maggior parte delle persone in condizioni di estrema gravità, passioni da

cui la ragione ordina di astenersi, se solo potesse diventare legge? E non c'è da stupirsi se le norme precedentemente

stabilite tengono a freno la maggior parte di quelle passioni - il proibire infatti di arricchirsi eccessivamente costituisce

un bene non piccolo per la temperanza; e tutto il complesso dell'educazione è stato ordinato secondo delle leggi che

mirano a questi stessi scopi; ed inoltre l'occhio dei magistrati, obbligato a non guardare altrove, ma a controllare sempre

e soprattutto i giovani, cerca di frenare, per quanto è umanamente possibile, le altre passioni -; ma come guardarsi dagli

amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini

che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati

interi? E quale farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad un simile rischio? Non è

per nulla facile la questione, Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in aiuto in tutte le altre cose,

quando fissiamo delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori - diciamolo con franchezza

dato che siamo fra di noi - ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, conformandosi alla natura, ristabilisse la

legge in vigore prima di Laio, (3) affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi,

come se fossero donne, nell'unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali,

dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura,

ricorrerrebbe forse a un'argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati. Inoltre, proprio quel fatto

su cui diciamo che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con questa materia. Noi infatti

cerchiamo sempre quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora, se fossimo d'accordo nel

stabilire per legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient'affatto vergognose, quale contributo

potrebbero darci per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell'anima di chi viene persuaso l'inclinazione al

coraggio, o in quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai lasciarsi persuadere da queste

cose, facendo, piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede ai piaceri e non è in grado di

resistervi? E non criticherà quell'uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa?

Chi fra gli uomini stabilirà per legge questo costume di vita?

Nessuno, credo, se ha in mente che cos'è la vera legge. Ma come possiamo dire che quello che diciamo è vero? In

effetti è necessario osservare qual è la natura dell'amicizia, della passione, e dei cosiddetti amori, se si vogliono

comprendere rettamente tali questioni: due sono le specie di questi stati d'animo, e da queste due specie scaturisce

un'altra terza specie, ma poiché vi è un solo nome che tutte le comprende, nascono difficoltà di ogni genere che rendono

oscura l'intera materia.

CLINIA: E come è possibile?

ATENIESE: Noi diciamo che il simile ama il suo simile, riguardo ad una qualche virtù, e l'uguale il suo uguale, ma

diciamo anche che l'indigenza ama la ricchezza, che è di genere opposto: ora quando l'una o l'altra di queste inclinazioni

si fanno intense, diamo il nome di amore.

CLINIA: Giusto.

ATENIESE: L'attrazione che scaturisce dai contrari è terribile e selvaggia, e spesso non trova in noi rispondenza,

mentre quella che scaturisce dai simili è dolce e trova tutta la vita rispondenza: quella che nasce dalla combinazione

delle due innanzitutto non è da intendersi, né è facile comprendere che cosa vuole che accada chi ha in sé questa terza

specie d'amore; e poi si è perplessi, perché uno è trascinato in opposte direzioni, e uno stato d'animo lo incita a cogliere

la stagione della giovinezza, e l'altro glielo vieta. Chi infatti ama il corpo, e ha fame della giovinezza come di un frutto

maturo, incita se stesso a saziarsene, e non attribuisce alcun onore alla disposizione dell'anima della persona amata: chi

invece assegna un valore secondario al desiderio del corpo, osservandolo piuttosto che amandolo, mentre la sua anima

concupisce un'altra anima, ritiene oltraggioso che un corpo voglia saziarsi di un altro corpo, e rispettando e venerando la

temperanza, il coraggio, la nobiltà d'animo, l'intelligenza, vorrebbe sempre vivere castamente insieme al casto oggetto

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del suo desiderio. Questa è la terza specie d'amore che risulta dalla mescolanza di quelle due, e che ora abbiamo trattato

per terza.

E se tale è la natura di queste tre specie d'amore, forse bisogna che la legge le impedisca tutte e tre, vietando che

nascano in noi, o non è chiaro che vorremmo che nel nostro stato vi fosse l'amore per la virtù, quell'amore che desidera

che il giovane diventi il migliore, mentre impediremmo, nei limiti del possibile, gli altri due? Come dobbiamo parlare,

caro Megillo?

MEGILLO: Quello che hai detto ora intorno a queste cose è assolutamente giusto, straniero.

ATENIESE: Dunque, a quanto pare, sei d'accordo con me, amico, e del resto lo pensavo: non ho bisogno di

esaminare che cosa la vostra legge pensi a tal proposito, ma mi è sufficiente accettare il fatto che tu in questo discorso

sia d'accordo con me. Dopo di che, più avanti, cercherò di persuadere anche Clinia, incantandolo.

Questa è dunque una concessione che fate a me, ma ora torniamo a dare completa esposizione delle leggi.

MEGILLO: Giustissimo.

ATENIESE: Dovendo stabilire questa legge, posseggo in questo momento un'arte, per certi versi facile, ma che, in

un certo senso, è in assoluto la più difficile.

MEGILLO: Come dici?

ATENIESE: Noi sappiamo che anche ora la maggior parte degli uomini, benché viva illegalmente, evita a proposito

e diligentemente le relazioni intime con le belle persone, e non lo fa involontariamente, ma il più possibile di sua

spontanea volontà.

MEGILLO: E quando?

ATENIESE: Quando un tale abbia ad esempio un bel fratello o una bella sorella. E allo stesso modo la stessa legge

non scritta che riguarda il figlio e la figlia osserva in modo assai conveniente che non ci si corichi con loro, né

apertamente, né di nascosto, o che non si abbiano contatti con costoro per un affetto inteso diversamente da come lo si

dovrebbe intendere: e in ogni caso non si insinua affatto nella maggior parte delle persone il desiderio di simili

relazioni.

MEGILLO: Vero.

ATENIESE: Dunque un piccolo discorso spegne tutti i piaceri come questi?

MEGILLO: Quale discorso?

ATENIESE: Affermare cioè che queste sono azioni assolutamente empie, odiose alla divinità, e le più turpi fra tutte

le azioni vergognose. E non è forse questo il motivo, cioè che a tal proposito tutti dicono la stessa cosa, e ciascuno di

noi come nasce sente sempre e ovunque raccontare le stesse cose, tanto nella commedia destinata a suscitare riso,

quanto in ogni rappresentazione seria che viene detta "tragedia", quando vengono introdotti in scena i Tieste, gli Edipi,

o i Macarei, (4) inconsapevoli amanti delle loro sorelle, che, avendo visto la verità dei fatti, infliggono prontamente a se

stessi la morte come castigo della loro colpa?

MEGILLO: Quel che dici è giustissimo, vale a dire che questa fama tramandata ha un'incredibile potenza, se

nessuno emette in alcun modo neppure un soffio che sia contrario alla legge.

ATENIESE: è dunque giusto ciò che si diceva un momento fa, e cioè che il legislatore che vuole assoggettare quella

passione che rende particolarmente schiavi gli uomini può vedere facilmente come trattarla: rendendo sacra presso tutti

questa tradizione, allo stesso modo presso gli schiavi e i liberi, i fanciulli e le donne, e così presso tutta la città, darà

solidità a questa legge.

MEGILLO: Certamente. Ma come sarà possibile far sì che tutti sostengano volentieri una cosa di questo genere?

ATENIESE: Giusta osservazione: e proprio questo ho detto prima, e cioè che ero in grado di possedere un'arte in

vista di questa legge che regola secondo natura le unioni carnali finalizzate alla procreazione, evitando che ci si astenga

dall'unione fra maschi, in modo che non si elimini premeditatamente il genere umano disperdendo il seme sulle pietre e

sui sassi, dove mai il seme potrà mettere le sue radici e trovare una natura feconda, e lo si possa tenere lontano da ogni

grembo di donna nel quale tu non vorresti che nascesse. Se questa legge avrà durata e potere, così come ora ha potere

sulle unioni carnali con i genitori, se giustamente vincerà anche nelle altre unioni illecite, allora determinerà una serie

infinita di beni. Prima di tutto si fonda sulla natura, e, quindi, fa in modo di tenere lontani gli uomini dal furore e dalla

follia erotica, da tutti gli adulteri, da tutti gli eccessi nel bere e nel mangiare, e li rende affettuosi verso le loro mogli: ma

molti altri beni potrebbero nascere, se si riuscirà ad essere padroni di questa legge. Forse potrebbe comparire dinanzi a

noi un uomo energico e giovane, pieno di molto sperma, e ascoltando la legge che abbiamo stabilito ci insulterà

aspramente come se avessimo stabilito delle norme sciocche e impossibili, e urlerà dappertutto: in considerazione di

queste cose io feci quel discorso, e cioè che possedevo un'arte, da un lato la più facile di tutte, e dall'altro la più difficile,

che controllasse che questa legge, una volta stabilita, durasse nel tempo. è infatti assai facile comprendere quale legge è

possibile applicare, e come - diciamo infatti che se questa norma verrà adeguatamente consacrata renderà schiava ogni

anima e farà in modo che con senso di timore obbediscano alle leggi stabilite -, ma ora siamo giunti ad un punto che

sembra che ciò non possa verificarsi, così come non si crede possibile che uno stato intero trascorra tutta la vita

praticando la consuetudine dei pasti in comune. Ma i fatti provano che anche presso di voi avviene così, benché neppure

nei vostri stati viene ritenuto conforme a natura il fatto che Le donne vi prendano parte. Per questa ragione, allora, e

cioè per la forza dell'incredulità, ho detto che era assai difficile stabilire per legge queste due consuetudini.

MEGILLO: Quello che tu dici è giusto.

ATENIESE: Volete che io faccia il tentativo di dirvi un certo discorso, che ha in sé un certo grado di persuasione,

dicendo qualcosa che non è al di sopra delle umane possibilità, ma può avvenire?

Platone Le leggi

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CLINIA: Come no?

ATENIESE: Si asterrà più facilmente dai piaceri d'amore e si conformerà volentieri e in modo conveniente alla

norma stabilita intorno a questa materia chi ha un bel corpo e non trascura di esercitarlo, oppure chi ha un corpo debole?

CLINIA: Molto dì più chi non trascura di esercitare il proprio corpo.

ATENIESE: E non abbiamo mai sentito parlare del Tarantino Icco (5) a proposito della gara olimpica e di altre

competizioni?

Per l'ambizione di vincere queste gare, possedendo tanto l'arte quanto il coraggio, insieme alla temperanza, nel suo

animo, secondo quanto si racconta, non toccò mai donna o bambino in tutto quel periodo in cui l'allenamento era più

intenso: e lo stesso discorso vale per Crisone, Astio, Diopompo, (6) e molti altri. Eppure erano educati, per quanto

riguarda le anime, in maniera di gran lunga peggiore rispetto ai miei e ai tuoi concittadini, Clinia, mentre pieni di vigore

erano i loro corpi.

CLINIA: Quello che dici è vero. Anche gli antichi sostengono con forza, parlando di questi atleti, che allora le cose

avvennero effettivamente così.

ATENIESE: Ebbene? Costoro per conseguire una vittoria nella lotta, nelle corse, e in altre gare del genere ebbero il

coraggio di astenersi da quella pratica che molti definiscono felice, mentre i nostri figli non riusciranno a resistere in

vista di una vittoria molto più nobile, vittoria di cui noi parleremo loro sin da bambini nei miti, e nei racconti, e nei

canti, come della più bella che si possa conseguire, e della quale, incantandoli, li affascineremo?

CLINIA: Di quale vittoria parli?

ATENIESE: Della vittoria sui piaceri, per cui, se si riesce a dominarli, si vive felici, mentre se si è dominati, accade

tutto il contrario. Ed inoltre la paura di compiere qualcosa che non sia affatto lecito non avrà, secondo noi, una forza

tale che li farà dominare su quelle passioni sulle quali altri, inferiori a loro, hanno dominato?

CLINIA: è naturale.

ATENIESE: Poiché siamo giunti a questo punto parlando di questa legge, e siamo caduti in difficoltà a causa della

malvagità dei molti, io dico che la nostra legge deve assolutamente procedere, dicendo, riguardo a queste stesse

questioni, che i nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molti altri animali, i quali, generati in

grandi frotte, sino all'età della procreazione, non ancora accoppiati, vivono casti e puri, e quando giungono all'età giusta,

il maschio si accoppia con la femmina che più gli è gradita, e la femmina con il maschio, e vivono tutto il resto del

tempo nella santità e nel rispetto della giustizia, mantenendo stabili i primi accordi del loro amore: bisogna che i nostri

cittadini siano appunto migliori delle bestie. E se si lasciano corrompere dagli altri Greci e dalla maggior parte dei

barbari, vedendo e anche sentendo dire che quell'Afrodite (7) che è detta priva di ordine ha grande potere presso di loro,

e così quelli non siano più capaci di dominarsi, bisogna che i custodi delle leggi, diventando legislatori, cerchino di

escogitare una seconda legge.

CLINIA: Quale legge hai deciso di stabilire per loro, se la legge che ora è stabilita sfugge loro di mano?

ATENIESE: è chiaro che è quella che viene per seconda, subito dopo questa, Clinia.

CLINIA: Di quale parli?

ATENIESE: Parlo di una legge che renda quanto più è possibile senza allenamento la forza dei piaceri, volgendo in

altre parti del corpo, attraverso le fatiche, l'afflusso e il nutrimento di quella forza. Questo potrebbe avvenire, se nel

comportamento riguardante i piaceri sessuali non vi fosse una totale mancanza di pudore: se per vergogna, infatti, quelli

facessero scarso uso dei piaceri sessuali, anche la padrona che hanno in sé risulterà indebolita.

Ritengano dunque nobile compiere tali pratiche di nascosto, e questa consuetudine, considerata come usanza e legge

non scritta, diventi legge, mentre sia turpe il non nascondersi, ma non il non agire affatto in tal modo. E così questo

comportamento vergognoso e nobile sia stabilito nella nostra legge secondariamente, avendo un valore di secondaria

importanza, e comprendendo in tre generi quell'unico genere formato da quelli che sono corrotti nella loro natura, e che

diciamo che sono inferiori a se stessi, li si costringerà a non andare contro la legge.

CLINIA: Quali sono questi generi.

ATENIESE: La pietà verso gli dèi, l'amore per gli onori, e il desiderio non di bei corpi, ma delle nobili indoli

dell'anima. Queste cose che abbiamo detto come in un mito sono delle preghiere che, se si realizzassero,

rappresenterebbero un gran bene per tutti gli stati. Forse, se il dio vorrà, riusciremo con la forza ad ottenere l'una o

l'altra di queste due condizioni riguardo ai piaceri d'amore: o che nessuno abbia il coraggio di toccare nessun cittadino

libero e legittimo che non sia, per il marito, la sua sposa, e che nessuno sparga semi illegittimi e bastardi su concubine,

o, essendo sterile, sui maschi, andando contro natura; oppure che si eliminino del tutto le relazioni intime fra maschi, e

riguardo alle donne, se qualcuno avrà relazioni intime con qualcuna che non sia entrata in casa sua con l'auspicio degli

dèi e con le sacre nozze, sia essa comprata o sia stata acquistata in qualche modo, e questo fatto non sia nascosto a

nessuno, uomini e donne, risultino da noi fissate correttamente, a quanto pare, le leggi, se stabiliamo la norma per cui

egli sia privato dei diritti civili, come fosse realmente uno straniero. Questa legge, sia che si debba dire che è una, o

anche che sono due, sia stabilita a proposito dei piaceri sessuali e di tutti i piaceri d'amore in genere che, mossi da questi

desideri, fanno in modo che noi intrecciamo delle relazioni, comportandoci più o meno rettamente.

MEGILLO: Per quanto mi riguarda, straniero, accetto molto volentieri questa legge, e lo stesso Clinia esprima il suo

parere in merito.

CLINIA: Questo avverrà, Megillo, quando mi sembrerà che sia giunta l'occasione propizia: ma ora lasciamo che lo

straniero proceda ancora nella sua esposizione delle leggi.

MEGILLO: Giusto.

Platone Le leggi

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ATENIESE: E ora procedendo innanzi siamo ormai giunti all'istituzione dei pasti in comune - e abbiamo detto che

altrove tale consuetudine è difficile da realizzare, mentre a Creta nessuno penserebbe di dover fare diversamente -:

quanto alle modalità con cui devono avvenire, se come in questo luogo, o come a Sparta, o se vi è una terza specie di

pasti in comune che sia diversa e migliore di queste due, questo non mi sembra difficile da scoprire, anche se non penso

che, una volta scoperta, possa determinare grandi vantaggi, dato che anche adesso essi hanno una buona organizzazione.

Ai pasti in comune segue l'organizzazione pratica della vita, e il modo in cui essa debba conformarsi a quelli. La vita

negli altri stati è organizzata nei modi più diversi e le rendite provengono da molte parti, e anzi, sono doppie rispetto a

quelle di questo stato: il nutrimento viene fornito alla maggior parte dei Greci dalla terra e dal mare, mentre ai nostri

cittadini viene solo dalla terra. Questo fatto rappresenta una facilitazione per il legislatore: basteranno infatti non

soltanto la metà delle leggi, ma molte di meno, e solo quelle che si adattano agli uomini liberi.

Dunque il legislatore si libera dalle leggi che riguardano armatori, commercianti all'ingrosso e al minuto,

albergatori, riscossori di imposte, minatori, e quanti fanno prestiti e cercano di realizzare interessi su interessi, e da altre

leggi che riguardano molte altre questioni come queste, dicendo loro addio, mentre fisserà leggi per gli agricoltori, per i

pastori, per gli apicultori, per coloro che custodiscono i loro prodotti, e per quanti fabbricano i loro strumenti di lavoro,

avendo già del resto stabilito leggi sulle questioni più importanti, ovvero sulle nozze, e sulla generazione e

sull'allevamento dei figli, e ancora sulla loro educazione, e sull'istituzione delle magistrature nello stato: ora sarebbe

dunque necessario che il legislatore si volgesse a legiferare per quelli che procurano il nutrimento e per i loro aiutanti.

Vi siano in primo luogo le leggi che prendono il nome di "agrarie".

Prima legge sia quella dì Zeus, dio dei confini, e reciti così: nessuno rimuova i confini della terra, né se è di un

vicino che è suo concittadino, né se è di uno straniero di uno stato confinante, nel caso in cui abbia acquistato un terreno

ai confini dello stato, pensando che questo vorrebbe dire muovere veramente ciò che non si può muovere. Chiunque

preferisca tentare di muovere la pietra più grande, ma che non costituisca un confine, piuttosto che una piccola pietruzza

che delimita l'inimicizia e l'ostilità stabilita dai giuramenti degli dèi: e dell'uno è testimone Zeus protettore di chi è della

stessa tribù, dell'altro Zeus protettore degli stranieri, i quali si risvegliano con le guerre più feroci. E chi obbedirà alla

legge non subirà alcun male proveniente da essa, ma chi la disprezza sarà sottoposto a doppia punizione, una derivante

dagli dèi, ed è la prima, e la seconda dalla legge.

Nessuno allora rimuova volontariamente i confini della terra dei suoi vicini: e se qualcuno invece li rimuove,

chiunque lo voglia, lo segnali agli agricoltori, e quelli lo conducano in tribunale. Se in questa causa viene riconosciuto

colpevole di invalidare la suddivisione delle terre con la frode e la violenza, il tribunale decida quale multa o pena egli

deve pagare.

Vi sono poi molti e piccoli torti che avvengono fra vicini, ma che a causa della loro frequenza determinano una mole

considerevole di inimicizia e rendono assai molesta la vicinanza. Perciò bisogna che il vicino eviti nel modo più

assoluto di fare qualcosa di spiacevole al vicino, evitando sempre in modo particolare, fra il resto, di non coltivare il

campo altrui: danneggiare infatti non è affatto cosa difficile da fare, ed anzi ogni uomo è capace, mentre il recare

vantaggio non è affatto semplice per nessuno.

Chi allora, superando i confini, lavora nel campo del vicino, paghi il danno, e per rimediare alla sua impudenza e

alla sua illiberalità, paghi al danneggiato il doppio del danno: di questi e di tutti gli altri delitti di questo genere siano

arbitri, giudici, ed estimatori dell'entità della pena gli agronomi; per quelli più gravi, come si diceva in precedenza, il

giudizio spetti all'intero ordine di ciascuna delle dodici parti, per i meno gravi ai frurarchi.

E se qualcuno fa pascolare sul terreno di un altro il suo bestiame, constatando l'entità del danno, essi giudichino e

stabiliscano la pena. E se qualcuno si appropria degli sciami d'api di un altro, e, adattandosi a quello che le api

avvertono come un piacere, produce un rumore metallico e così se le porta a casa, paghi il danno. E se un tale bruciando

il bosco non ha riguardi per i beni del vicino, sia punito in base alla multa decisa dai magistrati. E se uno piantando

delle piante non rispetti le misure di distanza dai terreni del vicino, subisca quelle pene che sono già state formulate

adeguatamente da molti legislatori, legislatori di cui si possono utilizzare le leggi, e non è affatto necessario che il più

importante ordinatore dello stato venga a legiferare su tutte le numerose questioni di scarso interesse, che possono

essere benissimo di competenza di un qualsiasi legislatore: poiché infatti anche per quanto riguarda le acque sono

stabilite delle antiche e belle leggi che interessano gli agricoltori, non è il caso di farle scorrere nei nostri discorsi. Ma

chi vuole condurre l'acqua nel suo terreno, la conduca pure facendola derivare dalle pubbliche fontane, e senza

intercettare le fonti che appartengono chiaramente ad un privato; conduca allora l'acqua per dove vuole, ma non

attraverso case, luoghi sacri, e monumenti, limitando i danni alla sola costruzione del canale. Se un'aridità connaturata a

certi luoghi, per le caratteristiche specifiche della terra, trattiene l'acqua piovana, e viene così a mancare l'acqua potabile

necessaria, si faccia uno scavo nel proprio terreno sino a trovare l'argilla, e se a questa profondità in alcun modo si

incontra l'acqua, la si attinga dai vicini, sino a giungere alla quantità necessaria d'acqua per ciascun familiare. E se

anche i vicini dispongono di una quantità limitata entro precisi termini, gli agronomi stabiliscano la quantità d'acqua, in

modo che ogni giorno ciascuno si porti via quanto gli spetta, e in tal modo si prenda parte con i vicini dell'acqua. E se

quando piove, un contadino, stando più in basso, reca danno a chi sta più in alto o anche a chi gli è attiguo, non

lasciando che l'acqua defluisca, o, al contrario, chi sta in alto danneggia chi sta in basso lasciando che i corsi d'acqua

scorrano a caso, e su tali cose non ci si voglia mettere d'accordo vicendevolmente, chiunque lo voglia chiami in città

l'astinomo, in campagna l'agronomo, e si stabilisca che cosa bisogna fare per l'una e per l'altra parte in causa. E chi non

si sottomette alla decisione sia denunciato come persona invidiosa e malevola, e l'accusato paghi il doppio del danno

alla parte lesa, poiché non ha voluto obbedire ai magistrati.

Platone Le leggi

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Bisogna che tutti partecipino della stagione dei frutti maturi nel modo che segue. La dea di questa stagione ci offre

due graditi doni: uno è costituito dal divertimento dionisiaco, che non può essere custodito, l'altro per natura nasce per

essere riposto. E questa sia la legge riguardante i frutti autunnali: chi degusti frutta selvatica, uva o fichi, prima che sia

giunta la stagione della raccolta che si accompagna al sorgere della stella di Arturo, (8) sia che si trovi nel suo terreno,

sia che si trovi in quello altrui, paghi a Dionisio cinquanta dracme se ha colto i frutti dal suo campo, una dracma se ha

colto da quello dei vicini, e due parti di mina, se da altri ancora. Chi vuole cogliere l'uva che ora si dice pregiata o i fichi

pregiati, e li coglie nel suo terreno, li colga come e quando vuole, se li coglie da altri senza autorizzazione, sia punito in

conformità alla legge secondo cui non si deve toccare ciò che non è stato deposto: se uno schiavo, senza l'autorizzazione

del padrone tocca questi prodotti della terra, sia frustato con un numero di colpi pari agli acini d'uva e ai fichi che ha

preso. Lo straniero immigrato colga, se vuole, la frutta pregiata, ma deve pagarla, e se lo straniero di passaggio ha

desiderio, strada facendo, di mangiare frutta, prenda quella pregiata, se vuole, insieme ad uno che lo accompagni, senza

pagarla e ricevendola come dono ospitale, ma la legge vieti qui da noi agli stranieri di prendere parte della frutta

selvatica e di prodotti simili: e se lo straniero o uno schiavo, ignorando tale disposizione, tocca questa frutta, lo schiavo

sia punito con la verga, mentre il libero sia spedito via dopo che lo si è ammonito e gli si è insegnato di cogliere l'altra

frutta che non è adatta ad essere conservata per farne uva passa, vino, e fichi secchi. Non sia ritenuto vergognoso

cogliere di nascosto pere, mele, melegrane e tutti gli altri frutti del genere, ma chi viene colto e abbia meno di trent'anni,

sia battuto e allontanato senza ferite, e anche ad un uomo libero non sia affatto consentito ricorrerre alla giustizia per tali

percosse.

Allo straniero sia consentito di prendere parte di questi prodotti così come si è visto per i frutti maturi: se un

cittadino più vecchio di trent'anni tocca questa frutta, e se la mangia sul posto senza portarsela via, prenda parte di

questi frutti come lo straniero; ma se non obbedisce alla legge, corra allora il rischio di non partecipare alle

competizioni per la virtù, nel caso in cui si ricordino ai giudici della gara i precedenti che lo riguardano.

L'acqua è assai indicata per nutrire gli orti, ma si inquina facilmente: né la terra, né il sole, né i venti, che con l'acqua

concorrono al nutrimento dei vegetali che crescono dalla terra, si possono facilmente inquinare con i veleni, o deviare, o

rubare, mentre per quanto riguarda la natura dell'acqua, è possibile che avvenga tutto questo; ecco perché essa ha

bisogno dell'aiuto della legge. Questa sia dunque la legge sull'acqua: se uno inquina volontariamente con veleni l'acqua

di un altro, sia di fonte o anche raccolta, o con scavi la devia e la ruba, il danneggiato lo denunci agli astinomi, mettendo

per iscritto la stima del danno. E se quel tale risulti colpevole di aver danneggiato con dei veleni, oltre alla multa

purifichi la fonte o la riserva d'acqua, a seconda delle modalità indicate dalle norme degli interpreti delle leggi secondo

le quali deve ogni volta avvenire la purificazione per ciascuno.

Per quanto riguarda il trasporto di tutti i prodotti agricoli, sia consentito a chi vuole di trasportare i propri prodotti in

ogni luogo, facendo però in modo da non danneggiare nessuno in alcun modo, o che il suo guadagno sia triplo rispetto

al danno arrecato al vicino: arbitri di tali questioni siano i magistrati, e così di tutti gli altri danni che vengono

volontariamente arrecati, con la violenza o con la frode, a chi non vuole subirli - alla persona e al suo patrimonio -

nell'uso dei propri beni; in tutti questi casi la parte lesa segnali la situazione ai magistrati e sporga denuncia, per ottenere

la punizione della controparte, se il danno non supera le tre mine. Se uno accusa un altro di aver subito un danno

maggiore, portando la causa dinanzi ai pubblici tribunali, si punisca chi ha arrecato l'offesa. E se uno dei magistrati

sembra giudicare il danno con un'ingiusta sentenza, sia condannato a pagare il doppio alla parte lesa: e a proposito delle

ingiustizie dei magistrati, chiunque lo voglia denunci ogni singola ingiustizia dinanzi ai pubblici tribunali. E poiché vi

sono tutta una serie di piccole norme che stabiliscono come devono avvenire le punizioni, e riguardano le querele,

l'istituzione dei processi, le citazioni in giudizio, la convocazione dei testimoni, se bisogna convocarne due o quanti, e

tutte le altre questioni di questo genere, esse non possono non essere disciplinate dalla legge, e non sono neppure degne

di un legislatore anziano. Sono dunque i giovani che devono regolare questa materia con delle leggi imitando la

normativa dei precedenti legislatori, le norme piccole ad imitazione delle grandi, e devono ricorrere all'esperienza che

gli deriva dalla pratica necessaria con tali cose, finché tutto non risulti essere adeguatamente disposto: allora le

renderanno immobili, e finché vivono si serviranno di esse che risponderanno finalmente a dei criteri ben precisi.

Quanto agli artigiani, conviene comportarsi così. In primo luogo nessuno indigeno, o nessun servo di uomo

indigeno, si accosti alle attività degli artigiani. Il cittadino infatti è già sufficientemente impegnato in un'attività che

richiede molto esercizio e molto studio, al fine di salvaguardare e mantenere l'ordine nello stato, ed è un'impresa che

non richiede un impegno marginale: nessuna natura umana può coltivare con sufficiente precisione due occupazioni o

due professioni, e non è in grado di esercitarsi in una di queste, e di controllare che un altro si eserciti nell'altra. Questa

condizione deve innanzitutto realizzarsi nel nostro stato: nessun fabbro eserciti il mestiere di falegname, e a sua volta

nessun falegname si prenda cura degli altri fabbri più che del suo mestiere, con il pretesto secondo cui, dovendo

occuparsi di molti servi che lavorano per lui, sarà naturalmente più impegnato nel seguire costoro, dato che guadagnerà

di più facendo in quel modo che occupandosi della propria arte; mentre nello stato ciascuno abbia un solo mestiere e

tragga da quello il necessario per vivere. Sarà cura degli astinomi salvaguardare questa legge, e l'indigeno, se ripiega

verso un certo mestiere piuttosto che verso la cura della virtù sia punito con pubblici biasimi e privazioni di diritti,

finché non lo abbiano ricondotto sulla retta strada; e se uno straniero esercita due mestieri, lo puniscano con carcere,

con multe, con l'espulsione dallo stato, costringendolo ad essere un solo uomo, e non molti. Per quanto riguarda il loro

pagamento e i lavori che si incaricano di compiere, se qualcuno commetta ingiustizia nei loro confronti, o siano essi

stessi che la compiono nei confronti di qualcun altro, sino a cinquanta dracme giudichino gli astinomi, oltre a questa

somma siano i pubblici tribunali a giudicare secondo la legge.

Platone Le leggi

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Nessuno paghi alcuna tassa nello stato né per i beni esportati, né per quelli importati: per quanto riguarda l'incenso e

tutti i profumi stranieri, simili a quello, che si usano nei sacrifici agli dèi, e per quanto riguarda la porpora e tutte le

tinture che non sono prodotte nella regione, o qualsiasi altra materia prima di cui si richieda l'importazione per una

qualche arte, se non vi è reale necessità, non li si dovranno importare, né si esporti ciò che necessariamente deve

rimanere nello stato: arbitri e sovrintendenti di tutte queste questioni siano, con l'eccezione dei cinque anziani, i dodici

custodi delle leggi che seguono per età.

Per quanto riguarda le armi e tutti gli strumenti che servono per la guerra, se c'è bisogno di importare o una qualche

arte, o una pianta, o metalli, o una lega, o animali, proprio per quest'uso, gli ipparchi e gli strateghi siano i responsabili

dell'importazione e dell'esportazione di queste cose, come se fosse lo stato a dare e a ricevere, mentre i custodi delle

leggi fisseranno delle leggi convenienti ed adeguate alla materia: e in ogni caso non si faccia commercio al minuto di

queste cose né di nient'altro, a scopo di lucro, sia in tutta la regione, sia nella nostra città.

Circa l'alimentazione e la distribuzione dei prodotti della regione, mi pare che sarebbe giusto aderire in un certo

senso alla legge cretese.

Bisogna dividere tutti i prodotti della regione in dodici parti, e bisogna consumarli così: ogni dodicesima parte - ad

esempio di frumento o d'orzo, e di tutti gli altri prodotti che ad essi si accompagnano e che devono essere distribuiti, e

così di tutti gli animali da vendere che sono nei singoli luoghi - sia suddivisa in tre parti, secondo una proporzione, e

cioè una parte per i liberi, una per i loro servi; la terza per gli artigiani e per gli stranieri in genere, sia quelli che, venuti

ad abitare stabilmente da noi hanno bisogno del nutrimento necessario, sia quelli che ogni volta giungono per trattare un

qualche affare con lo stato o con un privato. Di tutti questi generi di prima necessità, questa terza parte, una volta

distribuita, è l'unica che si dovrà obbligatoriamente vendere, mentre non vi sia alcun obbligo di vendere le altre due

parti. Ma come si potranno vendere nel modo più giusto queste cose? Prima di tutto è chiaro che per certi versi si

dividerà in parti uguali, mentre per certi altri disuguali.

CLINIA: Come dici?

ATENIESE: è inevitabile che la terra faccia nascere e nutra ciascuno di questi prodotti, in modo peggiore o

migliore.

CLINIA: Come no?

ATENIESE: Sotto questo aspetto nessuna delle parti, che sono tre, abbia nulla in più, né quella assegnata ai padroni

o ai servi, né quella degli stranieri, ma la distribuzione assegni a tutti una parte che risponda a criteri di uguaglianza: una

volta che ciascuno dei cittadini abbia ricevuto le due parti, abbia facoltà di distribuirle a schiavi e liberi, quanto e come

vuole. Quel che avanza bisogna distribuirlo così, secondo le misure e il numero: calcol ato il numero di tutti gli animali

che necessitano del nutrimento che proviene dalla terra, si divida in base a quel numero.

Dopo di che bisogna che le case di queste persone siano disposte separatamente: questo è l'ordine che si adatta a tali

cose. Bisogna che vi siano dodici villaggi, ciascuno al centro di ognuna delle dodici parti dello stato; in ciascun

villaggio si scelga innanzitutto il luogo per i templi e per la piazza, luoghi sacri agli dèi e ai demoni che seguono gli dèi,

sia che siano divinità locali dei Magneti, (9) sia che siano costruzioni sacre di antiche divinità di cui si sia conservata

memoria, cui si dovranno rendere gli onori già loro tributati dagli antenati; e ovunque sorgano costruzioni sacre in onore

di Estia, Zeus, Atena, e a qualsiasi altra divinità che sia a capo di ciascuna delle dodici parti. I primi edifici costruiti

siano situati intorno a queste costruzioni sacre, dove il luogo sia più elevato, e servano da ricovero fortificato per le

guardie, ed esso sia il più possibile munito: il resto della regione sia tutto quanto fornito di artigiani divisi in tredici

gruppi, e uno di questi gruppi si stabilisca in città, diviso anche questo a sua volta nelle dodici parti della città intera; ed

essi siano distribuiti all'esterno e circolarmente; in ciascun villaggio avranno sede quelle categorie di artigiani che sono

utili ai contadini. Responsabili di tutta questa gente siano i capi degli agronomi che decideranno di quanti e di quali

artigiani ciascun luogo ha bisogno, e dove andando ad abitare procureranno i minori fastidi e il vantaggio più grande ai

contadini. Allo stesso modo saranno gli astinomi che si prenderanno cura degli artigiani che risiedono in città.

Gli agoranomi devono occuparsi di ogni cosa che riguarda l'agorà.

Dopo aver controllato che nessuno rechi danno ai templi che sono presso l'agorà, si prendano cura in secondo luogo

delle relazioni fra gli uomini, vigilando sulla temperanza e sull'insolenza, e punendo secondo il necessario. Quanto alle

cose che sono messe in vendita, e soprattutto riguardo a ciò che i cittadini devono vendere agli stranieri, controllino in

primo luogo se tutto avviene secondo la legge. Ed ecco la legge per ogni caso: il primo giorno del mese gli incaricati,

gli stranieri per i cittadini o anche gli schiavi, portino al mercato quella parte di derrate che devono essere vendute agli

stranieri, prima di tutto la dodicesima parte del grano, e gli stranieri in quel primo giorno facciano provvista di frumento

e delle altre granaglie per tutto il mese; il decimo giorno del mese gli uni vendano e gli altri acquistino i liquidi, che

siano in quantità sufficiente per tutto il mese. Il ventitreesimo giorno avvenga la vendita degli animali: si dovranno

vendere e comprare a seconda delle esigenze di ciascuno, e si effettuerà la vendita agli agricoltori di tutti gli utensili e di

tutti i beni, come ad esempio pelli e vestiti di ogni genere, tessuti, feltri, e altre cose simili che gli stranieri sono

necessariamente costretti a comprare da altri. Per quanto riguarda il commercio al minuto di queste cose, dell'orzo o

delle farine, o anche per tutto il resto del nutr