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Platone
LE LEGGI
PREMESSA
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LIBRO OTTAVO
ATENIESE: In
relazione a queste cose bisogna ordinare e fissare per legge le feste, con
l'ausilio dell'oracolo di
Delfi, vedendo
quali sacrifici sarebbe meglio e preferibile che lo stato eseguisse, e per
quali dèi; e quando e quanti di
numero. Credo che
forse su alcune di queste cose sarebbe nostro compito legiferare.
CLINIA:
Probabilmente sul numero.
ATENIESE:
Parliamo per primo del numero: essi, i sacrifici, non dovranno essere di meno
di
trecentosessantacinque,
in modo che un magistrato faccia sempre sacrifici a qualcuno degli dèi o dei
demoni in favore
dello stato, dei
cittadini stessi, e delle loro ricchezze. Interpreti, sacerdoti, sacerdotesse,
e indovini si riuniscano insieme
ai custodi delle
leggi e stabiliscano ciò che il legislatore deve necessariamente tralasciare: e
dovranno essere essi stessi
ispettori di ciò
che viene tralasciato. La legge fisserà dodici feste in onore dei dodici dèi da
cui trae il nome ciascuna
tribù, e per
ciascuno di questi ogni mese si faranno sacrifici, con cori e agoni musicali e
altre gare ginniche,
distribuendoli in
modo conveniente agli dèi e ad ogni singola stagione e ripartendo le feste
femminili in quelle che è
conveniente
celebrare senza gli uomini e in quelle che non è conveniente. E inoltre non
bisogna confondere, ma, anzi, si
devono tenere ben
distinti i sacrifici in onore degli inferi e quelli in onore di quegli dèi che
dobbiamo chiamare
"celesti",
e quanti ad essi si accompagnano, assegnando per legge ai primi il dodicesimo
mese, quello di Plutone. (1) E
questa divinità
non sia odiata dagli uomini che si trovano in guerra, ma venga onorata come la
divinità migliore per il
genere umano:
l'unione di anima e di corpo non è infatti migliore della loro dissoluzione,
come vorrei dire parlando
seriamente. Inoltre
coloro che vorranno ripartire in modo adeguato queste feste devono avere in
mente tale pensiero, e
cioè che fra gli
stati attuali non si troverebbe alcun altro stato come il nostro che abbia
abbondanza di tempo libero e di
occupazioni necessarie,
così da poter vivere bene come vivrebbe un singolo individuo.
Coloro che
vogliono vivere felici non devono innanzitutto compiere essi stessi
ingiustizia, né devono subirla da altri:
la prima di
queste due condizioni non è difficile da realizzare, mentre è assai difficile
da ottenere la seconda, vale a dire
avere tanta forza
da evitare le ingiustizie, ed essa non si può perfettamente conseguire se non
si diventa completamente
buoni cittadini.
La stessa cosa avviene per lo stato, che se sarà buono vivrà in pace, se sarà
malvagio, vivrà in guerra
dentro e fuori i
suoi confini. Se le cose stanno press'a poco così, ognuno non deve esercitarsi
alla guerra in guerra, ma in
tempo di pace.
Bisogna che lo stato che abbia intelligenza ogni mese si eserciti alla guerra,
per un giorno almeno, o
anche più, se i
magistrati lo ritengono opportuno, senza tener conto del freddo e del caldo, e
tutti, anche donne e
fanciulli vi
prendano parte, se ai magistrati parrà opportuno condurre fuori dallo stato
tutto il popoìo, ora separatamente,
ora a turno: e
alcuni bei divertimenti si devono allestire insieme ai sacrifici perché le
battaglie della festa imitino le
battaglie della
guerra il più chiaramente possibile. Si distribuiscano premi e ricompense ai
vincitori di ciascuna di
queste gare, e ci
si faccia reciprocamente elogi o critiche, a seconda di come ciascuno si è
comportato negli agoni e nel
corso di tutta la
vita, esaltando chi si è ritenuto migliore e criticando chi non lo è stato.
Poeta di questi componimenti
non sia una
persona qualunque, ma innanzitutto uno che non abbia meno di cinquant'anni, e
non sia scelto fra coloro che
posseggono in se
stessi un'adeguata capacità poetica e musicale, ma non hanno mai composto
alcuna opera bella ed
illustre: si
cantino invece le composizioni di coloro che sono buoni e onorati nello stato,
e sono autori di nobili opere,
anche se per
natura non sono musicali. La scelta di questi poeti sia di competenza
dell'educatore e degli altri custodi
delle leggi, che
assegneranno loro il privilegio di godere essi soli della libertà di parola in
poesia, mentre nessun altro
avrà mai questa
libertà, né oserà cantare un canto che non sia passato al vaglio e non sia
stato giudicato favorevolmente
dai custodi delle
leggi, neppure se si tratta di un canto più dolce di Tamiri e di quelli di
Orfeo.
Riceveranno
l'approvazione solo i componimenti giudicati sacri e dedicati agli dèì, e
quelli, opera di uomini
valorosi, in cui
si critica o si biasima qualcuno, e che, sempre secondo il giudizio generale, abbiano
svolto
adeguatamente
questo compito. Lo stesso discorso che ho fatto sulle esercitazioni militari e
sulla libertà poetica deve
valere ugualmente
per le donne e per gli uomini.
Bisogna che il
legislatore, rivolgendosi a se stesso, si proponga questo discorso: «Avanti,
quali cittadini allevo, dopo
che ho allestito
tutto lo stato? Atleti preparati a gare impegnative, dinanzi ai quali stanno un
numero incalcolabile di
avversari?»
«Certamente», risponderebbe giustamente qualcuno. Ebbene?
Se allevassimo degli
atleti per il pugilato o per il pancrazio o per qualche altra gara di questo
genere, li faremmo
scendere in gara
senza averli precedentemente allenati con nessuno, giorno dopo giorno? E se noi
stessi fossimo pugili,
non cercheremmo di
imparare a combattere molti giorni prima della gara, e non ci eserciteremmo ad
imitare tutte quelle
mosse di cui in
seguito potremo aver bisogno quando gareggeremo per la vittoria? E
avvicinandoci il più possibile alla
verosimiglianza
della gara non ci legheremmo delle palle al posto di cesti per allenarci a dare
e a parare i colpi nel
modo migliore? E
se fossimo in grande difficoltà nel reperire compagni di allenamento, temendo
il riso degli sciocchi,
non avremmo il
coraggio di appendere un fantoccio e di esercitarci con esso? E trovandoci in
tale difficoltà da non
riuscire a
reperire né uomini, né fantocci, in assenza di compagni di allenamento non
avremmo il coraggio di
combattere contro
noi stessi combattendo effettivamente contro la nostra ombra?
O in quale altro
modo si potrebbe dire che si svolge l'allenamento del pugile che mena le mani
di qua e di là?
CLINIA: Direi,
straniero, in nessun altro modo se non in quello che tu ora hai enunciato.
ATENIESE: Ebbene?
La forza militare del nostro stato oserà ogni volta andare incontro alla più
importante delle
gare meno
preparata di questa gente, quando si combatte per la propria vita, per quella
dei figli, per le ricchezze, e per
tutto lo stato? E
il legislatore, temendo che gli esercizi in cui i cittadini si esercitano
reciprocamente appaiano ridicoli a
qualcuno, non
dovrà stabilire leggi in proposito, ordinando soprattutto di compiere ogni
giorno piccole esercitazioni
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militari senza l'uso
delle armi, orientando in questo senso i cori e tutta quanta la ginnastica? E
non comanderà che si
facciano più
grandi e anche meno grandi esercitazioni militari non meno dì una volta al
mese, lasciando che i cittadini
facciano gare fra
di loro in tutta la regione e si esercitino ad occupare luoghi e a tendere
imboscate, ed imitino la guerra
in ogni suo
aspetto, lottando come nel pugilato e lanciando dardi che si avvicinino il più
possibile a quelli veri,
servendosi di
pericolose armi da getto, in modo che il gioco che vede impegnati gli uni
contro gli altri non sia del tutto
privo di timore,
ma susciti invece qualche preoccupazione, mettendo così in un certo senso in
evidenza chi è coraggioso
e chi non lo è? E
distribuendo rettamente onori e disonori agli uni e agli altri, non preparerà
lo stato intero perché nel
corso di tutta la
sua vita sia pronto ad affrontare la vera battaglia? E se qualcuno viene ucciso
nel corso di queste
esercitazioni,
dato che l'uccisione è stata involontaria, il legislatore stabilirà che
l'uccisore, dopo aver compiuto i riti
purificatori
previsti dalla legge abbia le mani pure, pensando che da un lato non sono molti
gli uomini che muoiono,
mentre d'altro
canto altri nasceranno non peggiori di quelli, ma che se morirà il timore, non
si riuscirà più a mettere alla
prova, nel corso
di tali esercitazioni, i migliori e i peggiori, e questo per lo stato sarebbe
un male ben più grave di
quell'altro.
CLINIA: Anche noi
siamo d'accordo, straniero, che tutto lo stato deve stabilire per legge tali
pratiche e in esse deve
esercitarsi.
ATENIESE:
Conosciamo tutti la ragione per cui ora in questi stati tali competizioni
corali non abbiano affatto
luogo, se non in
piccola misura? O diciamo che ciò avviene a causa dell'ignoranza della maggior
parte di persone e di
coloro che
stabiliscono le leggi?
CLINIA: Forse.
ATENIESE:
Nient'affatto, caro Clinia: conviene affermare che due sono le ragioni di
questi fenomeni, e sono
ampiamente sufficienti.
CLINIA: Quali
sono?
ATENIESE: La
prima è costituita dall'amore per la ricchezza che occupa tutto il tempo,
impedendo di curare altre
faccende che non
siano la cura dei propri beni, e dalla cura di questi beni dipende ogni anima
di ogni cittadino che non
può più occuparsi
di altre cose che non siano il guadagno quotidiano: e se vi sia un qualche
studio o anche una certa
pratica che
conduca a questi scopo, ogni cittadino privatamente è prontissimo ad
apprenderla e ad esercitarsi in essa,
facendosi beffe
di tutto il resto. E conviene dire che tutto ciò è una sola cosa, e che questa
è l'unica ragione per cui uno
stato non vuole
seriamente occuparsi di questa pratica né di nessun altra che sia bella e
buona, ma ogni cittadino, per il
desiderio insaziabile
di oro e di argento si piega volontariamente a qualsiasi mestiere, a qualsiasi
espediente, bello o
disonorevole che
sia, pur di diventare ricco, e accetta di compiere una qualsiasi azione, lecita
o illecita che sia, o
addirittura
vergognosa, senza farsi remore alcune, solo perché possa avere la possibilità,
come un animale, di mangiare
ogni genere di
cibi e allo stesso modo di bere tutto quel che vuole, e di saziare
completamente il desiderio di sesso.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Questa
ragione di cui parlo sia da noi stabilita come una delle cause che impedisce e
non permette agli
stati di
esercitarsi in modo adeguato a nessun bene e neppure alla guerra, ma fa in modo
che quegli uomini che
sarebbero
moderati per natura siano mercanti, imprenditori marittimi, e in genere servi,
e rende gli individui coraggiosi
ladri,
scassinatori, profanatori di templi, attaccabrighe e tiranni, trasformandoli
così in sventurati, anche se talvolta non
sono privi di
qualche dote naturale.
CLINIA: Come
dici?
ATENIESE: Come dovrei
chiamare costoro se non assolutamente disgraziati, dal momento che trascorrono
necessariamente
tutta la vita con un'incessante fame nell'anima?
CLINIA: Questa
dunque è la prima ragione: qual è allora la seconda ragione di cui parli,
straniero?
ATENIESE: Me
l'hai ricordata a proposito.
CLINIA: Questa,
come tu dici, è una delle due cause, e consiste in quell'insaziabile ricerca
che dura tutta la vita, e
non lasciando a
nessuno neppure un momento di libertà, impedisce ai singoli di esercitarsi come
si deve in relazione
alla guerra.
Ebbene, ora dicci
la seconda.
ATENIESE: Vi do
l'impressione che invece di parlare stia indugiando, perché mi trovo in
difficoltà?
CLINIA: No, ma ci
sembra che che tu abbia punito questo costume di vita più del dovuto, come se
lo detestassi, con
il discorso che
ora si è presentato.
ATENIESE: Avete
fatto benissimo a rimproverarmi, stranieri: e ascoltate quel che segue, se vi
pare.
CLINIA: Parla.
ATENIESE: Direi
che la seconda ragione consiste in quelle non costituzioni di cui spesso ho
parlato nei precedenti
discorsi, e che
sono la democrazia, l'oligarchia, e la tirannide. Nessuna di queste è una
costituzione politica, ma si
potrebbero più
correttamente definire tutte quante "sedizioni": nessuna di esse
esercita volontariamente il suo potere su
sudditi che
volontariamente l'accettano, ma comanda deliberatamente contro la volontà dei
sudditi, sempre con una
qualche violenza,
e poiché chi comanda teme coloro che sono governati non permetterà volentieri
ch'essi diventino
nobili, ricchi,
forti, valorosi, e assolutamente non addestrati alla guerra. Queste sono dunque
le due cause di tutti i mali
in generale, e di
questi in particolare. Ma l'attuale costituzione, della quale stiamo dicendo le
leggi, sfugge all'una e
all'altra: essa gode
infatti del massimo tempo libero, e liberi sono i cittadini gli uni dagli
altri, e sono assai poco amanti
delle ricchezze,
io credo, grazie a queste leggi, sicché verosimilmente e ragionevolmente una
costituzione fondata in
modo simile è
l'unica, fra quelle attuali, capace di accogliere l'educazione che abbiamo
appena esposto e insieme la
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formazione alla
guerra, che è stata portata a termine dal nostro discorso.
CLINIA: Bene.
ATENIESE: E in
conseguenza di queste cose, non dobbiamo ricordare, riguardo a tutte le gare
ginniche, che bisogna
praticare quante
di esse costituiscono delle esercitazioni finalizzate alla guerra e bisogna
stabilire dei premi per la
vittoria, mentre
quelle che non offrono tutto questo bisogna lasciarle perdere? Sarebbe meglio
dire dal principio quali
sono, e fissarle
per legge. Non dobbiamo innanzitutto fissare quelle gare che riguardano la
corsa e in genere la velocità?
CLINIA: Dobbiamo
fissarle.
ATENIESE: L'agilità
del corpo in genere, tanto dei piedi, quanto delle mani, è la qualità che più
di tutte ha attinenza
con la guerra:
quella dei piedi serve per fuggire ed afferrare i nemici, mentre nella mischia
la battaglia e lo scontro
hanno bisogno di
vigore fisico e di forza.
CLINIA:
Certamente.
ATENIESE: Nessuna
delle due ha grande utilità se si è sprovvisti di armi.
CLINIA: Come
potrebbero averle?
ATENIESE: In
primo luogo il nostro araldo, secondo la consuetudine attuale, chiamerà in gara
chi corre uno stadio,
e questi entrerà
in gara armato: non stabiliremo nessun premio per l'atleta che è sprovvisto
delle armi. Per primo allora
entrerà in gara
colui che, armato, correrà lo stadio, per secondo quello che correrà il
diaulo,(2) terzo chi correrà la corsa
a cavallo, quarto
chi correrà la lunga corsa, quinto il corridore che, primo fra gli armati con
armi pesanti, lasceremo
partire perché
percorra una distanza di sessanta stadi sino al tempio di Ares, ritornando
indietro, e lo chiameremo
"oplita",
proprio perché armato con l'armatura più pesante, ed effettuerà la sua gara
percorrendo una strada più
pianeggiante, un
altro, infine, l'arciere, correrà, con tutta l'armatura propria dell'arciere,
cento stadi sino al tempio di
Apollo e di
Artemide, superando nella gara le montagne e una gran varietà di regioni: e noi
che abbiamo stabilito la
gara li
attenderemo finché non giungano al traguardo, e assegneremo il premio al
vincitore di ogni gara.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE:
Consideriamo queste gare divise in tre categorie, una per i bambini, un'altra
per gli adolescenti, e
un'altra ancora
per gli uomini: per le gare degli adolescenti stabiliremo che la lunghezza
della corsa sia di due terzi, per i
bambini la metà di
questi due terzi, sia che gareggino armati da opliti o da arcieri. Quanto alle
donne, se sono bambine
che non hanno
ancora raggiunto la pubertà, stabiliremo che percorrano nude lo stadio, il
diaulo, la corsa a cavallo, e la
lunga corsa,
gareggiando così nelle stesse corse, se hanno tredici anni devono continuare
sino alle nozze, per un periodo
di tempo che non
vada oltre i vent'anni e non sia inferiore ai diciotto: e queste ultime
dovranno gareggiare in tali corse
con un armamento
che sia loro adatto. Queste le norme circa le corse degli uomini e delle donne.
Quanto alle gare di
forza, invece
della lotta e di altre simili gare, che oggi si considerano pesanti, si possono
introdurre combattimenti
armati, in cui si
combatte uno contro uno, due contro due, sino a dieci avversari che combattono
fra loro contro dieci
avversari. Per
definire che cosa si debba fare e che cosa non si debba subire, e quale sia il
punteggio per vincere, così
come attualmente
nella lotta quelli che si occupano della lotta stessa hanno stabilito qual è
l'attività del buon lottatore e
quale quella di
quello cattivo, allo stesso modo bisogna che, chiamando i migliori nel
combattimento ad armi pesanti,
ordiniamo a
costoro di disporre insierme leggi per stabilire chi sia il legittimo vincitore
di questi combattimenti, quali
colpi deve
infliggere o evitare, e così per chi perde, in base a quale ordinamento sia
giudicato tale. Le stesse norme
valgano anche per
le donne sino all'età del matrimonio. Bisogna che al combattimento del
pancrazio sia contrapposto
l'arte del
peltasta, e si gareggerà con archi, scudi leggeri, giavellotti, pietre
scagliate a mano o con la fionda, e si
stabiliranno
leggi anche in tale ambito, e si debbono attribuire premi e vittorie a chi avrà
osservato nel modo migliore
tali norme. Dopo
di che bisogna stabilire le norme relative ai concorsi ippici: noi non abbiamo
un grande bisogno di
molti cavalli, e
non sono di grande utilità, data la conformazione fisica di Creta, sicché è
inevitabile che anche
l'interesse
relativo al loro allevamento e alle gare che con essi si possono disputare sia
minore. Qui da noi non c'è
assolutamente
nessuno che allevi cavalli da corsa, e nessuno nutre ragionevolmente questa
ambizione, sicché non
avrebbe senso e
non parrebbe intelligente istituire simili gare, dato che non sono conformi
all'usanza della regione: se
stabilissimo
invece gare per cavalli da sella - per puledri di prima dentizione, o per
puledri adulti ma solo per metà, e
per coloro che
abbiano raggiunto la maturità - potremmo così fornire, in conformità con la
natura della regione, il
divertimento
ippico che le spetta. Le gare e le contese di questi atleti abbiano luogo
secondo la legge, e ai filarchi e agli
ipparchi sia
affidato in comune il giudizio di tutte queste corse e di tutti quelli che
scendono in gara con le armi: non
sarebbe invece
opportuno stabilire per legge delle gare, né ginniche, né quelle dì cui ora
stiamo parlando, per coloro che
sono sprovvisti
di armi. Gli arcieri a cavallo non sarebbero inutili a Creta, e neppure i
lanciatori di dardi, sicché anche
quelli abbiano le
loro contese e le loro gare finalizzate al divertimento.
Quanto alle
donne, non si può costringerle a prendere parte a queste gare con la forza
delle leggi e delle prescrizioni:
ma se a causa
della educazione ricevuta in precedenza esse vi si abituano, e la loro natura
accetta tali gare e non è
maldisposta,
bambine e vergini non ancora sposate vi prendano parte, e non le si critichi.
Per quanto
riguarda le gare e la disciplina della ginnastica, quella relativa agli
allenamenti nelle gare e quella che
apprendiamo ogni
giorno dai maestri di ginnastica, abbiamo ormai completato il discorso. Allo
stesso modo, anche la
parte relativa
alla musica è già stata in buona misura trattata; mentre per quanto riguarda i
rapsodi e quanti ad essi si
accompagnano, e
1e gare dei cori che necessariamente si svolgono nelle feste, stabiliti i mesi,
i giorni, gli anni dedicati
agli dèi e alle
altre divinità, si potranno allora ordinare, stabilendo che abbiano luogo ogni
tre anni, oppure ogni cinque,
e distribuendole
a seconda dell'ordine che gli dèi intendano attribuire. Bisogna prevedere che
in questi casi si terranno a
turno anche le
gare musicali, e saranno stabilite dai giudici di gara, dai sovrintendenti
all'educazione dei giovani e dai
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custodi delle
leggi, che si riuniranno insieme per decidere in proposito e diverranno
legislatori, stabilendo quando, e chi,
e con chi si
terranno le competizioni relative a tutte le specie di coro e alla danza
corale. Come debbano essere ciascuna
di queste
composizioni, secondo la parola, i canti, e le armonie combinati con i ritmi e
le danze, è stato ripetuto più
volte dal primo
legislatore, e dunque i legislatori che verranno in un secondo tempo devono
legiferare in conformità, e
attribuiranno le
gare convenienti a ciascun sacrificio nei tempi opportuni, assegnando allo
stato le feste da celebrare. In
ogni caso non è
difficile sapere in che modo tutte queste cose ed altre simili ad esse devono
assumere un ordine stabilito
dalla legge, e
neppure mutando qualcosa qua e là si potrebbe avere un grande vantaggio o un
grande danno per lo stato:
vi sono invece
questioni che non hanno scarso rilievo, alle quali è difficile persuadere, e
che dovrebbero essere
soprattutto opera
di un dio, se tali ordini provenissero mai da quello. Ora invece può darsi che
occorra un uomo
coraggioso, il
quale, tenendo in particolar conto la libertà di parola, dirà quel che gli
sembra meglio per lo stato e per i
cittadini,
ordinando ad anime corrotte ciò che conviene e si adatta al complesso della
nostra costituzione, ed affermando
il contrario di
quel che suggeriscono i desideri più intensi, senza avere nessun uomo come
aiutante, ma seguendo
unicamente la
sola ragione.
CLINIA: Qual è il
discorso che ora stiamo facendo, straniero? Non capiamo.
ATENIESE: è
naturale: ma cercherò di spiegarvelo più chiaramente.
Non appena giunsi
nel mio discorso alla questione riguardante l'educazione, vidi ragazzi e
ragazze che si facevano
reciprocamente
manifestazioni d'affetto: e fui naturalmente colto dal timore, pensando che
cosa si dovesse fare in uno
stato simile in
cui i giovani e le giovani sono bene allevati, liberi dalle fatiche più pesanti
che attenuano il desiderio di
eccessi, occupati
tutti quanti, per tutta la vita, a fare sacrifici, feste, e cori. In che modo
allora, in questo stato, si potrà
stare lontani da
quelle passioni che gettano la maggior parte delle persone in condizioni di
estrema gravità, passioni da
cui la ragione
ordina di astenersi, se solo potesse diventare legge? E non c'è da stupirsi se
le norme precedentemente
stabilite tengono
a freno la maggior parte di quelle passioni - il proibire infatti di
arricchirsi eccessivamente costituisce
un bene non
piccolo per la temperanza; e tutto il complesso dell'educazione è stato
ordinato secondo delle leggi che
mirano a questi
stessi scopi; ed inoltre l'occhio dei magistrati, obbligato a non guardare
altrove, ma a controllare sempre
e soprattutto i
giovani, cerca di frenare, per quanto è umanamente possibile, le altre passioni
-; ma come guardarsi dagli
amori dei
bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di
uomini, o da quelli degli uomini
che assumono il
ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in
privato, sia per gli stati
interi? E quale
farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad
un simile rischio? Non è
per nulla facile
la questione, Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in
aiuto in tutte le altre cose,
quando fissiamo
delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori -
diciamolo con franchezza
dato che siamo
fra di noi - ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, conformandosi
alla natura, ristabilisse la
legge in vigore
prima di Laio, (3) affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i
maschi o con i ragazzi,
come se fossero
donne, nell'unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione
degli animali,
dimostrando a tal
proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è
contro natura,
ricorrerrebbe
forse a un'argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri
stati. Inoltre, proprio quel fatto
su cui diciamo
che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con
questa materia. Noi infatti
cerchiamo sempre
quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora,
se fossimo d'accordo nel
stabilire per
legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient'affatto
vergognose, quale contributo
potrebbero darci
per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell'anima di chi viene
persuaso l'inclinazione al
coraggio, o in
quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai
lasciarsi persuadere da queste
cose, facendo,
piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede
ai piaceri e non è in grado di
resistervi? E non
criticherà quell'uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa?
Chi fra gli
uomini stabilirà per legge questo costume di vita?
Nessuno, credo,
se ha in mente che cos'è la vera legge. Ma come possiamo dire che quello che
diciamo è vero? In
effetti è
necessario osservare qual è la natura dell'amicizia, della passione, e dei
cosiddetti amori, se si vogliono
comprendere
rettamente tali questioni: due sono le specie di questi stati d'animo, e da
queste due specie scaturisce
un'altra terza
specie, ma poiché vi è un solo nome che tutte le comprende, nascono difficoltà
di ogni genere che rendono
oscura l'intera
materia.
CLINIA: E come è
possibile?
ATENIESE: Noi
diciamo che il simile ama il suo simile, riguardo ad una qualche virtù, e
l'uguale il suo uguale, ma
diciamo anche che
l'indigenza ama la ricchezza, che è di genere opposto: ora quando l'una o
l'altra di queste inclinazioni
si fanno intense,
diamo il nome di amore.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE:
L'attrazione che scaturisce dai contrari è terribile e selvaggia, e spesso non
trova in noi rispondenza,
mentre quella che
scaturisce dai simili è dolce e trova tutta la vita rispondenza: quella che
nasce dalla combinazione
delle due
innanzitutto non è da intendersi, né è facile comprendere che cosa vuole che
accada chi ha in sé questa terza
specie d'amore; e
poi si è perplessi, perché uno è trascinato in opposte direzioni, e uno stato
d'animo lo incita a cogliere
la stagione della
giovinezza, e l'altro glielo vieta. Chi infatti ama il corpo, e ha fame della
giovinezza come di un frutto
maturo, incita se
stesso a saziarsene, e non attribuisce alcun onore alla disposizione dell'anima
della persona amata: chi
invece assegna un
valore secondario al desiderio del corpo, osservandolo piuttosto che amandolo,
mentre la sua anima
concupisce un'altra
anima, ritiene oltraggioso che un corpo voglia saziarsi di un altro corpo, e
rispettando e venerando la
temperanza, il
coraggio, la nobiltà d'animo, l'intelligenza, vorrebbe sempre vivere castamente
insieme al casto oggetto
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del suo
desiderio. Questa è la terza specie d'amore che risulta dalla mescolanza di
quelle due, e che ora abbiamo trattato
per terza.
E se tale è la
natura di queste tre specie d'amore, forse bisogna che la legge le impedisca
tutte e tre, vietando che
nascano in noi, o
non è chiaro che vorremmo che nel nostro stato vi fosse l'amore per la virtù,
quell'amore che desidera
che il giovane
diventi il migliore, mentre impediremmo, nei limiti del possibile, gli altri
due? Come dobbiamo parlare,
caro Megillo?
MEGILLO: Quello
che hai detto ora intorno a queste cose è assolutamente giusto, straniero.
ATENIESE: Dunque,
a quanto pare, sei d'accordo con me, amico, e del resto lo pensavo: non ho
bisogno di
esaminare che
cosa la vostra legge pensi a tal proposito, ma mi è sufficiente accettare il
fatto che tu in questo discorso
sia d'accordo con
me. Dopo di che, più avanti, cercherò di persuadere anche Clinia, incantandolo.
Questa è dunque
una concessione che fate a me, ma ora torniamo a dare completa esposizione
delle leggi.
MEGILLO:
Giustissimo.
ATENIESE: Dovendo
stabilire questa legge, posseggo in questo momento un'arte, per certi versi
facile, ma che, in
un certo senso, è
in assoluto la più difficile.
MEGILLO: Come
dici?
ATENIESE: Noi
sappiamo che anche ora la maggior parte degli uomini, benché viva illegalmente,
evita a proposito
e diligentemente
le relazioni intime con le belle persone, e non lo fa involontariamente, ma il
più possibile di sua
spontanea
volontà.
MEGILLO: E
quando?
ATENIESE: Quando
un tale abbia ad esempio un bel fratello o una bella sorella. E allo stesso
modo la stessa legge
non scritta che
riguarda il figlio e la figlia osserva in modo assai conveniente che non ci si
corichi con loro, né
apertamente, né
di nascosto, o che non si abbiano contatti con costoro per un affetto inteso
diversamente da come lo si
dovrebbe
intendere: e in ogni caso non si insinua affatto nella maggior parte delle
persone il desiderio di simili
relazioni.
MEGILLO: Vero.
ATENIESE: Dunque un
piccolo discorso spegne tutti i piaceri come questi?
MEGILLO: Quale
discorso?
ATENIESE:
Affermare cioè che queste sono azioni assolutamente empie, odiose alla
divinità, e le più turpi fra tutte
le azioni
vergognose. E non è forse questo il motivo, cioè che a tal proposito tutti
dicono la stessa cosa, e ciascuno di
noi come nasce
sente sempre e ovunque raccontare le stesse cose, tanto nella commedia
destinata a suscitare riso,
quanto in ogni
rappresentazione seria che viene detta "tragedia", quando vengono
introdotti in scena i Tieste, gli Edipi,
o i Macarei, (4)
inconsapevoli amanti delle loro sorelle, che, avendo visto la verità dei fatti,
infliggono prontamente a se
stessi la morte
come castigo della loro colpa?
MEGILLO: Quel che
dici è giustissimo, vale a dire che questa fama tramandata ha un'incredibile
potenza, se
nessuno emette in
alcun modo neppure un soffio che sia contrario alla legge.
ATENIESE: è
dunque giusto ciò che si diceva un momento fa, e cioè che il legislatore che vuole
assoggettare quella
passione che
rende particolarmente schiavi gli uomini può vedere facilmente come trattarla:
rendendo sacra presso tutti
questa
tradizione, allo stesso modo presso gli schiavi e i liberi, i fanciulli e le
donne, e così presso tutta la città, darà
solidità a questa
legge.
MEGILLO:
Certamente. Ma come sarà possibile far sì che tutti sostengano volentieri una
cosa di questo genere?
ATENIESE: Giusta
osservazione: e proprio questo ho detto prima, e cioè che ero in grado di
possedere un'arte in
vista di questa
legge che regola secondo natura le unioni carnali finalizzate alla
procreazione, evitando che ci si astenga
dall'unione fra
maschi, in modo che non si elimini premeditatamente il genere umano disperdendo
il seme sulle pietre e
sui sassi, dove
mai il seme potrà mettere le sue radici e trovare una natura feconda, e lo si
possa tenere lontano da ogni
grembo di donna
nel quale tu non vorresti che nascesse. Se questa legge avrà durata e potere,
così come ora ha potere
sulle unioni
carnali con i genitori, se giustamente vincerà anche nelle altre unioni
illecite, allora determinerà una serie
infinita di beni.
Prima di tutto si fonda sulla natura, e, quindi, fa in modo di tenere lontani
gli uomini dal furore e dalla
follia erotica,
da tutti gli adulteri, da tutti gli eccessi nel bere e nel mangiare, e li rende
affettuosi verso le loro mogli: ma
molti altri beni
potrebbero nascere, se si riuscirà ad essere padroni di questa legge. Forse
potrebbe comparire dinanzi a
noi un uomo
energico e giovane, pieno di molto sperma, e ascoltando la legge che abbiamo
stabilito ci insulterà
aspramente come
se avessimo stabilito delle norme sciocche e impossibili, e urlerà dappertutto:
in considerazione di
queste cose io
feci quel discorso, e cioè che possedevo un'arte, da un lato la più facile di
tutte, e dall'altro la più difficile,
che controllasse
che questa legge, una volta stabilita, durasse nel tempo. è infatti assai
facile comprendere quale legge è
possibile applicare,
e come - diciamo infatti che se questa norma verrà adeguatamente consacrata
renderà schiava ogni
anima e farà in
modo che con senso di timore obbediscano alle leggi stabilite -, ma ora siamo
giunti ad un punto che
sembra che ciò
non possa verificarsi, così come non si crede possibile che uno stato intero
trascorra tutta la vita
praticando la
consuetudine dei pasti in comune. Ma i fatti provano che anche presso di voi
avviene così, benché neppure
nei vostri stati
viene ritenuto conforme a natura il fatto che Le donne vi prendano parte. Per
questa ragione, allora, e
cioè per la forza
dell'incredulità, ho detto che era assai difficile stabilire per legge queste
due consuetudini.
MEGILLO: Quello
che tu dici è giusto.
ATENIESE: Volete
che io faccia il tentativo di dirvi un certo discorso, che ha in sé un certo
grado di persuasione,
dicendo qualcosa
che non è al di sopra delle umane possibilità, ma può avvenire?
Platone Le
leggi
95
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Si
asterrà più facilmente dai piaceri d'amore e si conformerà volentieri e in modo
conveniente alla
norma stabilita
intorno a questa materia chi ha un bel corpo e non trascura di esercitarlo,
oppure chi ha un corpo debole?
CLINIA: Molto dì
più chi non trascura di esercitare il proprio corpo.
ATENIESE: E non
abbiamo mai sentito parlare del Tarantino Icco (5) a proposito della gara
olimpica e di altre
competizioni?
Per l'ambizione
di vincere queste gare, possedendo tanto l'arte quanto il coraggio, insieme
alla temperanza, nel suo
animo, secondo
quanto si racconta, non toccò mai donna o bambino in tutto quel periodo in cui
l'allenamento era più
intenso: e lo
stesso discorso vale per Crisone, Astio, Diopompo, (6) e molti altri. Eppure
erano educati, per quanto
riguarda le
anime, in maniera di gran lunga peggiore rispetto ai miei e ai tuoi
concittadini, Clinia, mentre pieni di vigore
erano i loro
corpi.
CLINIA: Quello
che dici è vero. Anche gli antichi sostengono con forza, parlando di questi
atleti, che allora le cose
avvennero
effettivamente così.
ATENIESE: Ebbene?
Costoro per conseguire una vittoria nella lotta, nelle corse, e in altre gare
del genere ebbero il
coraggio di
astenersi da quella pratica che molti definiscono felice, mentre i nostri figli
non riusciranno a resistere in
vista di una vittoria
molto più nobile, vittoria di cui noi parleremo loro sin da bambini nei miti, e
nei racconti, e nei
canti, come della
più bella che si possa conseguire, e della quale, incantandoli, li
affascineremo?
CLINIA: Di quale
vittoria parli?
ATENIESE: Della
vittoria sui piaceri, per cui, se si riesce a dominarli, si vive felici, mentre
se si è dominati, accade
tutto il
contrario. Ed inoltre la paura di compiere qualcosa che non sia affatto lecito
non avrà, secondo noi, una forza
tale che li farà
dominare su quelle passioni sulle quali altri, inferiori a loro, hanno
dominato?
CLINIA: è
naturale.
ATENIESE: Poiché
siamo giunti a questo punto parlando di questa legge, e siamo caduti in
difficoltà a causa della
malvagità dei
molti, io dico che la nostra legge deve assolutamente procedere, dicendo,
riguardo a queste stesse
questioni, che i
nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molti altri
animali, i quali, generati in
grandi frotte,
sino all'età della procreazione, non ancora accoppiati, vivono casti e puri, e
quando giungono all'età giusta,
il maschio si
accoppia con la femmina che più gli è gradita, e la femmina con il maschio, e
vivono tutto il resto del
tempo nella
santità e nel rispetto della giustizia, mantenendo stabili i primi accordi del
loro amore: bisogna che i nostri
cittadini siano
appunto migliori delle bestie. E se si lasciano corrompere dagli altri Greci e
dalla maggior parte dei
barbari, vedendo
e anche sentendo dire che quell'Afrodite (7) che è detta priva di ordine ha
grande potere presso di loro,
e così quelli non
siano più capaci di dominarsi, bisogna che i custodi delle leggi, diventando
legislatori, cerchino di
escogitare una
seconda legge.
CLINIA: Quale
legge hai deciso di stabilire per loro, se la legge che ora è stabilita sfugge
loro di mano?
ATENIESE: è
chiaro che è quella che viene per seconda, subito dopo questa, Clinia.
CLINIA: Di quale
parli?
ATENIESE: Parlo
di una legge che renda quanto più è possibile senza allenamento la forza dei
piaceri, volgendo in
altre parti del
corpo, attraverso le fatiche, l'afflusso e il nutrimento di quella forza.
Questo potrebbe avvenire, se nel
comportamento
riguardante i piaceri sessuali non vi fosse una totale mancanza di pudore: se
per vergogna, infatti, quelli
facessero scarso
uso dei piaceri sessuali, anche la padrona che hanno in sé risulterà
indebolita.
Ritengano dunque
nobile compiere tali pratiche di nascosto, e questa consuetudine, considerata
come usanza e legge
non scritta,
diventi legge, mentre sia turpe il non nascondersi, ma non il non agire affatto
in tal modo. E così questo
comportamento
vergognoso e nobile sia stabilito nella nostra legge secondariamente, avendo un
valore di secondaria
importanza, e
comprendendo in tre generi quell'unico genere formato da quelli che sono
corrotti nella loro natura, e che
diciamo che sono
inferiori a se stessi, li si costringerà a non andare contro la legge.
CLINIA: Quali
sono questi generi.
ATENIESE: La
pietà verso gli dèi, l'amore per gli onori, e il desiderio non di bei corpi, ma
delle nobili indoli
dell'anima.
Queste cose che abbiamo detto come in un mito sono delle preghiere che, se si
realizzassero,
rappresenterebbero
un gran bene per tutti gli stati. Forse, se il dio vorrà, riusciremo con la
forza ad ottenere l'una o
l'altra di queste
due condizioni riguardo ai piaceri d'amore: o che nessuno abbia il coraggio di
toccare nessun cittadino
libero e
legittimo che non sia, per il marito, la sua sposa, e che nessuno sparga semi
illegittimi e bastardi su concubine,
o, essendo
sterile, sui maschi, andando contro natura; oppure che si eliminino del tutto
le relazioni intime fra maschi, e
riguardo alle
donne, se qualcuno avrà relazioni intime con qualcuna che non sia entrata in
casa sua con l'auspicio degli
dèi e con le
sacre nozze, sia essa comprata o sia stata acquistata in qualche modo, e questo
fatto non sia nascosto a
nessuno, uomini e
donne, risultino da noi fissate correttamente, a quanto pare, le leggi, se
stabiliamo la norma per cui
egli sia privato
dei diritti civili, come fosse realmente uno straniero. Questa legge, sia che
si debba dire che è una, o
anche che sono
due, sia stabilita a proposito dei piaceri sessuali e di tutti i piaceri
d'amore in genere che, mossi da questi
desideri, fanno
in modo che noi intrecciamo delle relazioni, comportandoci più o meno
rettamente.
MEGILLO: Per
quanto mi riguarda, straniero, accetto molto volentieri questa legge, e lo
stesso Clinia esprima il suo
parere in merito.
CLINIA: Questo
avverrà, Megillo, quando mi sembrerà che sia giunta l'occasione propizia: ma
ora lasciamo che lo
straniero proceda
ancora nella sua esposizione delle leggi.
MEGILLO: Giusto.
Platone Le
leggi
96
ATENIESE: E ora
procedendo innanzi siamo ormai giunti all'istituzione dei pasti in comune - e
abbiamo detto che
altrove tale
consuetudine è difficile da realizzare, mentre a Creta nessuno penserebbe di
dover fare diversamente -:
quanto alle
modalità con cui devono avvenire, se come in questo luogo, o come a Sparta, o
se vi è una terza specie di
pasti in comune
che sia diversa e migliore di queste due, questo non mi sembra difficile da
scoprire, anche se non penso
che, una volta
scoperta, possa determinare grandi vantaggi, dato che anche adesso essi hanno
una buona organizzazione.
Ai pasti in
comune segue l'organizzazione pratica della vita, e il modo in cui essa debba
conformarsi a quelli. La vita
negli altri stati
è organizzata nei modi più diversi e le rendite provengono da molte parti, e
anzi, sono doppie rispetto a
quelle di questo
stato: il nutrimento viene fornito alla maggior parte dei Greci dalla terra e
dal mare, mentre ai nostri
cittadini viene
solo dalla terra. Questo fatto rappresenta una facilitazione per il
legislatore: basteranno infatti non
soltanto la metà
delle leggi, ma molte di meno, e solo quelle che si adattano agli uomini
liberi.
Dunque il
legislatore si libera dalle leggi che riguardano armatori, commercianti
all'ingrosso e al minuto,
albergatori,
riscossori di imposte, minatori, e quanti fanno prestiti e cercano di
realizzare interessi su interessi, e da altre
leggi che
riguardano molte altre questioni come queste, dicendo loro addio, mentre
fisserà leggi per gli agricoltori, per i
pastori, per gli
apicultori, per coloro che custodiscono i loro prodotti, e per quanti
fabbricano i loro strumenti di lavoro,
avendo già del
resto stabilito leggi sulle questioni più importanti, ovvero sulle nozze, e
sulla generazione e
sull'allevamento
dei figli, e ancora sulla loro educazione, e sull'istituzione delle
magistrature nello stato: ora sarebbe
dunque necessario
che il legislatore si volgesse a legiferare per quelli che procurano il
nutrimento e per i loro aiutanti.
Vi siano in primo
luogo le leggi che prendono il nome di "agrarie".
Prima legge sia
quella dì Zeus, dio dei confini, e reciti così: nessuno rimuova i confini della
terra, né se è di un
vicino che è suo
concittadino, né se è di uno straniero di uno stato confinante, nel caso in cui
abbia acquistato un terreno
ai confini dello
stato, pensando che questo vorrebbe dire muovere veramente ciò che non si può
muovere. Chiunque
preferisca
tentare di muovere la pietra più grande, ma che non costituisca un confine,
piuttosto che una piccola pietruzza
che delimita
l'inimicizia e l'ostilità stabilita dai giuramenti degli dèi: e dell'uno è testimone
Zeus protettore di chi è della
stessa tribù,
dell'altro Zeus protettore degli stranieri, i quali si risvegliano con le
guerre più feroci. E chi obbedirà alla
legge non subirà
alcun male proveniente da essa, ma chi la disprezza sarà sottoposto a doppia
punizione, una derivante
dagli dèi, ed è
la prima, e la seconda dalla legge.
Nessuno allora
rimuova volontariamente i confini della terra dei suoi vicini: e se qualcuno
invece li rimuove,
chiunque lo
voglia, lo segnali agli agricoltori, e quelli lo conducano in tribunale. Se in
questa causa viene riconosciuto
colpevole di
invalidare la suddivisione delle terre con la frode e la violenza, il tribunale
decida quale multa o pena egli
deve pagare.
Vi sono poi molti
e piccoli torti che avvengono fra vicini, ma che a causa della loro frequenza
determinano una mole
considerevole di
inimicizia e rendono assai molesta la vicinanza. Perciò bisogna che il vicino
eviti nel modo più
assoluto di fare
qualcosa di spiacevole al vicino, evitando sempre in modo particolare, fra il
resto, di non coltivare il
campo altrui:
danneggiare infatti non è affatto cosa difficile da fare, ed anzi ogni uomo è
capace, mentre il recare
vantaggio non è
affatto semplice per nessuno.
Chi allora,
superando i confini, lavora nel campo del vicino, paghi il danno, e per
rimediare alla sua impudenza e
alla sua
illiberalità, paghi al danneggiato il doppio del danno: di questi e di tutti
gli altri delitti di questo genere siano
arbitri, giudici,
ed estimatori dell'entità della pena gli agronomi; per quelli più gravi, come
si diceva in precedenza, il
giudizio spetti
all'intero ordine di ciascuna delle dodici parti, per i meno gravi ai
frurarchi.
E se qualcuno fa
pascolare sul terreno di un altro il suo bestiame, constatando l'entità del
danno, essi giudichino e
stabiliscano la
pena. E se qualcuno si appropria degli sciami d'api di un altro, e, adattandosi
a quello che le api
avvertono come un
piacere, produce un rumore metallico e così se le porta a casa, paghi il danno.
E se un tale bruciando
il bosco non ha
riguardi per i beni del vicino, sia punito in base alla multa decisa dai
magistrati. E se uno piantando
delle piante non
rispetti le misure di distanza dai terreni del vicino, subisca quelle pene che
sono già state formulate
adeguatamente da
molti legislatori, legislatori di cui si possono utilizzare le leggi, e non è
affatto necessario che il più
importante
ordinatore dello stato venga a legiferare su tutte le numerose questioni di
scarso interesse, che possono
essere benissimo
di competenza di un qualsiasi legislatore: poiché infatti anche per quanto
riguarda le acque sono
stabilite delle
antiche e belle leggi che interessano gli agricoltori, non è il caso di farle
scorrere nei nostri discorsi. Ma
chi vuole
condurre l'acqua nel suo terreno, la conduca pure facendola derivare dalle
pubbliche fontane, e senza
intercettare le
fonti che appartengono chiaramente ad un privato; conduca allora l'acqua per
dove vuole, ma non
attraverso case,
luoghi sacri, e monumenti, limitando i danni alla sola costruzione del canale.
Se un'aridità connaturata a
certi luoghi, per
le caratteristiche specifiche della terra, trattiene l'acqua piovana, e viene
così a mancare l'acqua potabile
necessaria, si
faccia uno scavo nel proprio terreno sino a trovare l'argilla, e se a questa
profondità in alcun modo si
incontra l'acqua,
la si attinga dai vicini, sino a giungere alla quantità necessaria d'acqua per
ciascun familiare. E se
anche i vicini
dispongono di una quantità limitata entro precisi termini, gli agronomi
stabiliscano la quantità d'acqua, in
modo che ogni
giorno ciascuno si porti via quanto gli spetta, e in tal modo si prenda parte
con i vicini dell'acqua. E se
quando piove, un
contadino, stando più in basso, reca danno a chi sta più in alto o anche a chi
gli è attiguo, non
lasciando che
l'acqua defluisca, o, al contrario, chi sta in alto danneggia chi sta in basso
lasciando che i corsi d'acqua
scorrano a caso,
e su tali cose non ci si voglia mettere d'accordo vicendevolmente, chiunque lo
voglia chiami in città
l'astinomo, in
campagna l'agronomo, e si stabilisca che cosa bisogna fare per l'una e per
l'altra parte in causa. E chi non
si sottomette
alla decisione sia denunciato come persona invidiosa e malevola, e l'accusato
paghi il doppio del danno
alla parte lesa,
poiché non ha voluto obbedire ai magistrati.
Platone Le
leggi
97
Bisogna che tutti
partecipino della stagione dei frutti maturi nel modo che segue. La dea di
questa stagione ci offre
due graditi doni:
uno è costituito dal divertimento dionisiaco, che non può essere custodito,
l'altro per natura nasce per
essere riposto. E
questa sia la legge riguardante i frutti autunnali: chi degusti frutta
selvatica, uva o fichi, prima che sia
giunta la
stagione della raccolta che si accompagna al sorgere della stella di Arturo,
(8) sia che si trovi nel suo terreno,
sia che si trovi
in quello altrui, paghi a Dionisio cinquanta dracme se ha colto i frutti dal
suo campo, una dracma se ha
colto da quello
dei vicini, e due parti di mina, se da altri ancora. Chi vuole cogliere l'uva
che ora si dice pregiata o i fichi
pregiati, e li
coglie nel suo terreno, li colga come e quando vuole, se li coglie da altri
senza autorizzazione, sia punito in
conformità alla legge
secondo cui non si deve toccare ciò che non è stato deposto: se uno schiavo,
senza l'autorizzazione
del padrone tocca
questi prodotti della terra, sia frustato con un numero di colpi pari agli
acini d'uva e ai fichi che ha
preso. Lo
straniero immigrato colga, se vuole, la frutta pregiata, ma deve pagarla, e se
lo straniero di passaggio ha
desiderio, strada
facendo, di mangiare frutta, prenda quella pregiata, se vuole, insieme ad uno
che lo accompagni, senza
pagarla e
ricevendola come dono ospitale, ma la legge vieti qui da noi agli stranieri di
prendere parte della frutta
selvatica e di
prodotti simili: e se lo straniero o uno schiavo, ignorando tale disposizione,
tocca questa frutta, lo schiavo
sia punito con la
verga, mentre il libero sia spedito via dopo che lo si è ammonito e gli si è
insegnato di cogliere l'altra
frutta che non è
adatta ad essere conservata per farne uva passa, vino, e fichi secchi. Non sia
ritenuto vergognoso
cogliere di
nascosto pere, mele, melegrane e tutti gli altri frutti del genere, ma chi
viene colto e abbia meno di trent'anni,
sia battuto e
allontanato senza ferite, e anche ad un uomo libero non sia affatto consentito
ricorrerre alla giustizia per tali
percosse.
Allo straniero
sia consentito di prendere parte di questi prodotti così come si è visto per i
frutti maturi: se un
cittadino più
vecchio di trent'anni tocca questa frutta, e se la mangia sul posto senza
portarsela via, prenda parte di
questi frutti
come lo straniero; ma se non obbedisce alla legge, corra allora il rischio di
non partecipare alle
competizioni per
la virtù, nel caso in cui si ricordino ai giudici della gara i precedenti che
lo riguardano.
L'acqua è assai
indicata per nutrire gli orti, ma si inquina facilmente: né la terra, né il
sole, né i venti, che con l'acqua
concorrono al
nutrimento dei vegetali che crescono dalla terra, si possono facilmente
inquinare con i veleni, o deviare, o
rubare, mentre
per quanto riguarda la natura dell'acqua, è possibile che avvenga tutto questo;
ecco perché essa ha
bisogno dell'aiuto
della legge. Questa sia dunque la legge sull'acqua: se uno inquina
volontariamente con veleni l'acqua
di un altro, sia
di fonte o anche raccolta, o con scavi la devia e la ruba, il danneggiato lo
denunci agli astinomi, mettendo
per iscritto la stima
del danno. E se quel tale risulti colpevole di aver danneggiato con dei veleni,
oltre alla multa
purifichi la
fonte o la riserva d'acqua, a seconda delle modalità indicate dalle norme degli
interpreti delle leggi secondo
le quali deve
ogni volta avvenire la purificazione per ciascuno.
Per quanto
riguarda il trasporto di tutti i prodotti agricoli, sia consentito a chi vuole
di trasportare i propri prodotti in
ogni luogo,
facendo però in modo da non danneggiare nessuno in alcun modo, o che il suo
guadagno sia triplo rispetto
al danno arrecato
al vicino: arbitri di tali questioni siano i magistrati, e così di tutti gli
altri danni che vengono
volontariamente
arrecati, con la violenza o con la frode, a chi non vuole subirli - alla
persona e al suo patrimonio -
nell'uso dei
propri beni; in tutti questi casi la parte lesa segnali la situazione ai
magistrati e sporga denuncia, per ottenere
la punizione
della controparte, se il danno non supera le tre mine. Se uno accusa un altro
di aver subito un danno
maggiore,
portando la causa dinanzi ai pubblici tribunali, si punisca chi ha arrecato
l'offesa. E se uno dei magistrati
sembra giudicare
il danno con un'ingiusta sentenza, sia condannato a pagare il doppio alla parte
lesa: e a proposito delle
ingiustizie dei
magistrati, chiunque lo voglia denunci ogni singola ingiustizia dinanzi ai
pubblici tribunali. E poiché vi
sono tutta una
serie di piccole norme che stabiliscono come devono avvenire le punizioni, e
riguardano le querele,
l'istituzione dei
processi, le citazioni in giudizio, la convocazione dei testimoni, se bisogna
convocarne due o quanti, e
tutte le altre
questioni di questo genere, esse non possono non essere disciplinate dalla
legge, e non sono neppure degne
di un legislatore
anziano. Sono dunque i giovani che devono regolare questa materia con delle
leggi imitando la
normativa dei
precedenti legislatori, le norme piccole ad imitazione delle grandi, e devono
ricorrere all'esperienza che
gli deriva dalla
pratica necessaria con tali cose, finché tutto non risulti essere adeguatamente
disposto: allora le
renderanno
immobili, e finché vivono si serviranno di esse che risponderanno finalmente a
dei criteri ben precisi.
Quanto agli
artigiani, conviene comportarsi così. In primo luogo nessuno indigeno, o nessun
servo di uomo
indigeno, si
accosti alle attività degli artigiani. Il cittadino infatti è già
sufficientemente impegnato in un'attività che
richiede molto
esercizio e molto studio, al fine di salvaguardare e mantenere l'ordine nello
stato, ed è un'impresa che
non richiede un
impegno marginale: nessuna natura umana può coltivare con sufficiente
precisione due occupazioni o
due professioni,
e non è in grado di esercitarsi in una di queste, e di controllare che un altro
si eserciti nell'altra. Questa
condizione deve
innanzitutto realizzarsi nel nostro stato: nessun fabbro eserciti il mestiere
di falegname, e a sua volta
nessun falegname
si prenda cura degli altri fabbri più che del suo mestiere, con il pretesto
secondo cui, dovendo
occuparsi di
molti servi che lavorano per lui, sarà naturalmente più impegnato nel seguire
costoro, dato che guadagnerà
di più facendo in
quel modo che occupandosi della propria arte; mentre nello stato ciascuno abbia
un solo mestiere e
tragga da quello
il necessario per vivere. Sarà cura degli astinomi salvaguardare questa legge,
e l'indigeno, se ripiega
verso un certo
mestiere piuttosto che verso la cura della virtù sia punito con pubblici
biasimi e privazioni di diritti,
finché non lo
abbiano ricondotto sulla retta strada; e se uno straniero esercita due
mestieri, lo puniscano con carcere,
con multe, con
l'espulsione dallo stato, costringendolo ad essere un solo uomo, e non molti.
Per quanto riguarda il loro
pagamento e i
lavori che si incaricano di compiere, se qualcuno commetta ingiustizia nei loro
confronti, o siano essi
stessi che la
compiono nei confronti di qualcun altro, sino a cinquanta dracme giudichino gli
astinomi, oltre a questa
somma siano i
pubblici tribunali a giudicare secondo la legge.
Platone Le
leggi
98
Nessuno paghi
alcuna tassa nello stato né per i beni esportati, né per quelli importati: per
quanto riguarda l'incenso e
tutti i profumi
stranieri, simili a quello, che si usano nei sacrifici agli dèi, e per quanto
riguarda la porpora e tutte le
tinture che non
sono prodotte nella regione, o qualsiasi altra materia prima di cui si richieda
l'importazione per una
qualche arte, se
non vi è reale necessità, non li si dovranno importare, né si esporti ciò che
necessariamente deve
rimanere nello
stato: arbitri e sovrintendenti di tutte queste questioni siano, con
l'eccezione dei cinque anziani, i dodici
custodi delle
leggi che seguono per età.
Per quanto
riguarda le armi e tutti gli strumenti che servono per la guerra, se c'è
bisogno di importare o una qualche
arte, o una
pianta, o metalli, o una lega, o animali, proprio per quest'uso, gli ipparchi e
gli strateghi siano i responsabili
dell'importazione
e dell'esportazione di queste cose, come se fosse lo stato a dare e a ricevere,
mentre i custodi delle
leggi fisseranno
delle leggi convenienti ed adeguate alla materia: e in ogni caso non si faccia
commercio al minuto di
queste cose né di
nient'altro, a scopo di lucro, sia in tutta la regione, sia nella nostra città.
Circa
l'alimentazione e la distribuzione dei prodotti della regione, mi pare che
sarebbe giusto aderire in un certo
senso alla legge
cretese.
Bisogna dividere
tutti i prodotti della regione in dodici parti, e bisogna consumarli così: ogni
dodicesima parte - ad
esempio di
frumento o d'orzo, e di tutti gli altri prodotti che ad essi si accompagnano e
che devono essere distribuiti, e
così di tutti gli
animali da vendere che sono nei singoli luoghi - sia suddivisa in tre parti,
secondo una proporzione, e
cioè una parte
per i liberi, una per i loro servi; la terza per gli artigiani e per gli
stranieri in genere, sia quelli che, venuti
ad abitare
stabilmente da noi hanno bisogno del nutrimento necessario, sia quelli che ogni
volta giungono per trattare un
qualche affare
con lo stato o con un privato. Di tutti questi generi di prima necessità,
questa terza parte, una volta
distribuita, è
l'unica che si dovrà obbligatoriamente vendere, mentre non vi sia alcun obbligo
di vendere le altre due
parti. Ma come si
potranno vendere nel modo più giusto queste cose? Prima di tutto è chiaro che
per certi versi si
dividerà in parti
uguali, mentre per certi altri disuguali.
CLINIA: Come
dici?
ATENIESE: è
inevitabile che la terra faccia nascere e nutra ciascuno di questi prodotti, in
modo peggiore o
migliore.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Sotto
questo aspetto nessuna delle parti, che sono tre, abbia nulla in più, né quella
assegnata ai padroni
o ai servi, né
quella degli stranieri, ma la distribuzione assegni a tutti una parte che
risponda a criteri di uguaglianza: una
volta che ciascuno
dei cittadini abbia ricevuto le due parti, abbia facoltà di distribuirle a
schiavi e liberi, quanto e come
vuole. Quel che
avanza bisogna distribuirlo così, secondo le misure e il numero: calcol ato il
numero di tutti gli animali
che necessitano del
nutrimento che proviene dalla terra, si divida in base a quel numero.
Dopo di che
bisogna che le case di queste persone siano disposte separatamente: questo è
l'ordine che si adatta a tali
cose. Bisogna che
vi siano dodici villaggi, ciascuno al centro di ognuna delle dodici parti dello
stato; in ciascun
villaggio si
scelga innanzitutto il luogo per i templi e per la piazza, luoghi sacri agli
dèi e ai demoni che seguono gli dèi,
sia che siano
divinità locali dei Magneti, (9) sia che siano costruzioni sacre di antiche
divinità di cui si sia conservata
memoria, cui si
dovranno rendere gli onori già loro tributati dagli antenati; e ovunque sorgano
costruzioni sacre in onore
di Estia, Zeus,
Atena, e a qualsiasi altra divinità che sia a capo di ciascuna delle dodici
parti. I primi edifici costruiti
siano situati
intorno a queste costruzioni sacre, dove il luogo sia più elevato, e servano da
ricovero fortificato per le
guardie, ed esso
sia il più possibile munito: il resto della regione sia tutto quanto fornito di
artigiani divisi in tredici
gruppi, e uno di
questi gruppi si stabilisca in città, diviso anche questo a sua volta nelle
dodici parti della città intera; ed
essi siano
distribuiti all'esterno e circolarmente; in ciascun villaggio avranno sede
quelle categorie di artigiani che sono
utili ai
contadini. Responsabili di tutta questa gente siano i capi degli agronomi che
decideranno di quanti e di quali
artigiani ciascun
luogo ha bisogno, e dove andando ad abitare procureranno i minori fastidi e il
vantaggio più grande ai
contadini. Allo
stesso modo saranno gli astinomi che si prenderanno cura degli artigiani che
risiedono in città.
Gli agoranomi
devono occuparsi di ogni cosa che riguarda l'agorà.
Dopo aver
controllato che nessuno rechi danno ai templi che sono presso l'agorà, si
prendano cura in secondo luogo
delle relazioni
fra gli uomini, vigilando sulla temperanza e sull'insolenza, e punendo secondo
il necessario. Quanto alle
cose che sono
messe in vendita, e soprattutto riguardo a ciò che i cittadini devono vendere
agli stranieri, controllino in
primo luogo se
tutto avviene secondo la legge. Ed ecco la legge per ogni caso: il primo giorno
del mese gli incaricati,
gli stranieri per
i cittadini o anche gli schiavi, portino al mercato quella parte di derrate che
devono essere vendute agli
stranieri, prima
di tutto la dodicesima parte del grano, e gli stranieri in quel primo giorno
facciano provvista di frumento
e delle altre
granaglie per tutto il mese; il decimo giorno del mese gli uni vendano e gli
altri acquistino i liquidi, che
siano in quantità
sufficiente per tutto il mese. Il ventitreesimo giorno avvenga la vendita degli
animali: si dovranno
vendere e
comprare a seconda delle esigenze di ciascuno, e si effettuerà la vendita agli agricoltori
di tutti gli utensili e di
tutti i beni,
come ad esempio pelli e vestiti di ogni genere, tessuti, feltri, e altre cose
simili che gli stranieri sono
necessariamente
costretti a comprare da altri. Per quanto riguarda il commercio al minuto di queste
cose, dell'orzo o
delle farine, o anche per tutto il resto del nutr