Lettera aperta a S.E. il cardinal Ruini
di Gianni Vattimo
Eminenza,
non ho alcuna delega per scrivere questa lettera, che
indirizzo a Lei come vicario del vicario per Roma e anche come capo della
Conferenza dei vescovi italiani. Ma vorrei che Lei la considerasse almeno come
un caso degno di attenzione perché non del tutto isolato ed eccezionale nel
panorama della cristianità italiana, forse persino rappresentativo di un disagio
e di un insieme di stati d'animo diffusi tra i cattolici - tali anche solo
perché, essendo battezzati, ,sono così censiti dall'anagrafe.
Come
cominciare? Per esempio dalla constatazione che anche quest'anno non andrò in
chiesa in occasione della Pasqua, salvo che mi capiti di visitare qualche amico
monaco in comunità eterodosse, o comunque aperte, come quella di Bose. Anche lì,
però, avrei un certo disagio; che non provavo invece negli anni in cui,
militante della Gioventù Cattolica, mi sentivo in aperta polemica con le
posizioni ufficiali della Chiesa italiana ma ero parte di un vasto e visibile
movimento di dissenso cattolico che faceva sentire in molti modi la propria
voce: Carretto, e poi Mario Rossi, contro Gedda e l'operazione Sturzo; Cisl,
Acli e preti operai torinesi contro Valletta, i suoi reparti confino, padre
Lombardi e la Madonna pellegrina. E così via. Oggi i cattolici "impegnati"
probabilmente ci sono ancora, ma si dedicano, molto meritoriamente del resto, al
volontariato, anche in regioni lontane, e non si immischiano nelle posizioni
pubbliche della Chiesa. Nemmeno don Ciotti polemizza pubblicamente con il papa,
per esempio sulla "scomunica" del profilattico in tempi di Aids, o sull'ostinata
proibizione di qualunque pianificazione familiare, o più di recente sulla
sperimentazione con gli embrioni umani, che potrebbe accelerare la scoperta di
farmaci decisivi per la vita di tanta gente. E non mi basterebbe ormai più, come
forse sarebbe bastato in altri momenti della mia vita, che il papa e i vescovi
smettessero di considerare gli omosessuali come peccatori contro lo Spirito
Santo, colpevoli di un comportamento che (catechismo della mia infanzia) "grida
vendetta al cospetto di Dio". Non posso frequentare i riti e partecipare ai
sacramenti di una Chiesa che mi considera nel migliore dei casi come un fratello
disgraziato da compatire e da tenere nascosto - e che comunque accetta la mia
"inclinazione" ma mi comanda di non seguirla in alcun modo; mentre - parlo
sempre degli anni Cinquanta - fa pervenire agli sposi cristiani un telegramma di
auguri del Santo Padre, che viene letto a conclusione della cerimonia nuziale,
perché crescano, si moltiplichino, facciano l'amore con la sicura coscienza che
il papa è con loro.
Lo scandalo che ho sempre provato da giovane di fronte al
telegramma papale di auguri agli sposi, e che non era ovviamente motivato da
sessuofobia, ma solo da sdegno per la discriminazione di cui mi sentivo vittima,
è stato tuttavia provvidenziale per me; oggi, data la sempre più aperta
tolleranza dei confessori nei confronti del sesso "normale" si è persino
arrivati, se non sbaglio, a considerare il perfezionamento reciproco (leggi:
anche il piacere sessuale) come uno dei fini primari del matrimonio, accanto
alla procreazione - moltissimi giovani rischiano di non avere più questa
fondamentale occasione di riesame critico nei confronti della disciplina e della
morale della Chiesa. La massa di profilattici (presumibilmente usati) che è
stata raccolta dai servizi di nettezza urbana di Roma sul terreno della grande
adunata giubilare di Tor Vergata mostra quanto poco anche quei giovani
pellegrini che si spellano le mani per applaudire Giovanni Paolo II facciano
caso sia ai suoi inviti alla castità, sia al suo divieto del preservativo. Con
ciò dimostrando che la via più tradizionalmente seguita per l'abbandono della
pratica religiosa oggi non è più percorribile, ci si può sempre iscrivere, se mi
permette lo scherzo pesante, a "Comunione e penetrazione", mischiando
tranquillamente una normale (e cioè ricca e piacevole) vita sessuale con i
meeting di Rimini e i comizi di Andreotti e dei forzitalioti di turno. Ebbene,
per me, e per altri come me, fortunatamente, questa indulgenza non c'è stata;
non ho trovato alcun "Opus gay" a cui aderire, e persino la favoleggiata
pervasività dei rapporti omofili, pedofili eccetera negli ambienti cattolici non
mi ha mai nemmeno sfiorato.
Ma appunto, oggi nessun giovane credente lascia
più la Chiesa per questi vecchi, "sordidi" motivi. Persino un giovane gay oggi
trova la sua associazione più o meno tollerata e fornita di assistente
spirituale. A patto sempre di non pretendere che la predicazione ufficiale del
papa e dei vescovi gli "dia ragione", per esempio accettando che la legge civile
- non parliamo di unione religiosa - istituisca qualcosa di paragonabile al Pacs
francese o alle unioni affettive di altri paesi. Gli omosessuali credenti hanno
certo molti meriti: conducono la loro battaglia nella Chiesa con la speranza
(contra spem speravi; o: credo quia absurdum) di ottenere prima o poi che cambi
atteggiamento.
Ho letto di recente, con prefazione di monsignor Bettazzi, il libro
confessione di un prete gay, ("La confessione", naturalmente anonima, raccolta e
redatta da Marco Politi, Editori Riuniti); il quale dopo varie peripezie, che lo
portano anche a mettersi in congedo per un certo tempo dal suo ministero e a
convivere stabilmente con un compagno, ritorna a fare il prete a tutti gli
effetti "accettandosi", il che significa concedendosi periodicamente scappate e
avventure gay (ma se ne confesserà ogni volta, pentendosi e prometlendo di non
farlo più?), e per il resto conformandosi pienamente alla "discrezione" con cui
la Chiesa tratta problemi come il suo. Del resto, e lo dice, essendo omosessuale
non può nemmeno esser tentato di violare lab regola del celibato imposta ai
preti; i quali, quando si sposano, vanno incontro alle note difficoltà di vita,
di lavoro, di emarginazione sociale. Cito questo libro, e anche la questione
dell'omofonia della Chiesa, perché mi sembra che vi si possano riconoscere i
tratti emblematici di tutto ciò che oggi allontana dalla pratica religiosa, e
anche dall'ascolto del Vangelo, molta gente - non solo i gay - la quale invece
mantiene con la tradizione cristiana e con i suoi contenuti un rapporto che non
si riduce al sentimento di avere in quella tradizione il proprio principio e
fine - in my end is my beginning, secondo un verso di Eliot (se non ricordo
male). Perché deve essere così difficile per tante persone mantenersi in
contatto con il Vangelo, dovendo superare lo scandalo continuo che proviene
dalla Chiesa - e non da suoi aspetti marginali, quali ci siamo abituati a
considerare la predicazione della povertà da parte di un sovrano temporale
vestito come un satrapo (espressione sentita dalla bocca di Giovanni XXIII,
altri tempi), ma dal modo in cui la rivelazione biblica viene legata a una
cultura che, in nome di una pretesa essenza naturale dell'uomo, della società,
della famiglia, è pronta a calpestare il comando cristiano della carità? La
sessuo - e omofobia papale non è uno di questi aspetti accidentali (che forse
accidenti non sono) dello scandalo storico della Chiesa. Qui devo fare un cenno
alla via specifica di "ritorno" al Vangelo che mi è stato dato di percorrere
grazie al mio lavoro di studioso di filosofia. In questo lavoro infatti, mi
sembra di aver "scoperto" - solo leggendo alcuni autori: Heidegger, Nietzsche,
Dilthey, per esempio - che il cristianesimo ha bensì introdotto nel mondo il
principio di un rinnovamento radicale della metafisica classica: non più lo
sguardo rivolto all'oggetto, alle forme naturali assunte come fisse ed eterne,
che si tratta solo di riconoscere anche come norme morali; ma, sguardo sulla
libertà e l'interiorità (in te redi, in interiore homine habitat veritas:
Agostino). Questo principio - che a me pare oggi si sia dispiegato finalmente
nello spostamento della nozione di verità dalla pretesa oggettività
all'intersoggettività (anche per capire le "prove" della fisica devi divenire un
fisico, entrare a far parte di una comunità che, sola, ti permette di accedere a
quel tipo di verità) - non ha potuto imporsi lungo i tanti secoli del medioevo e
della prima modernità perché la Chiesa, che ne era depositaria, lo ha frainteso
e oscurato essendosi trovata a dover esercitare funzioni di autorità civile
(tarda antichità, caduta dell'Impero, invasioni barbariche; anche con questo ha
dovuto fare i conti
Agostino), e avendo ereditato tratti essenziali della
cultura antica, e in specie il mito dell'oggettività delle leggi di natura che
le permettevano di comandare non in nome soltanto della rivelazione, ma in nome
dell'umanità stessa; dunque a tutti, compresi gli infedeli da convertire. Che
cosa succede ancora oggi quando la Chiesa, in Italia per lo meno, rivendica il
diritto di imporre limiti alla legislazione dello Stato sulla famiglia, alla
ricerca biologica o ad altri fondamentali aspetti della democrazia, pretendendo
di parlare in nome della natura stessa? Non si può (poteva) ammettere il
divorzio o l'aborto perché è contro la natura della famiglia e le leggi della
procreazione; non si possono ammettere le unioni civili perché la famiglia è
solo unione eterosessuale con il fine della procreazione. E via dicendo. Voglio
dire che sia sul piano delle (sempre più pesanti) ingerenze della Chiesa nelle
questioni di competenza dello Stato democratico, sia sul piano della filosofia
che mi interessa più da vicino, la Chiesa cattolica, soprattutto ma non solo in
Italia, mi scandalizza e mi allontana perché - spero naturalmente con
l'intento
della salvezza delle anime - rimane sempre quella che nei secoli
passati ha agito con ogni mezzo per salvare le anime anche contro la loro
volontà, secondo il motto "compelle intrare". Muccioli che lega e lascia morire
il drogato nella porcilaia mi sembra un ottimo esempio di questo; e quanti
fedeli cristiani che hanno ceduto alla tentazione della carne rispettando il
divieto papale del profilattico sono morti o moriranno di Aids non sono simili
al povero ragazzo ucciso a San Patrignano?
Tutto si tiene, nella Chiesa
wojtyliana. Non è difficile, mi sembra, riconoscere che questa Chiesa non può
cedere sulle questioni dell'etica sessuale e familiare perché altrimenti
dovrebbe cedere anche sul legame tra fede cristiana e oggettività delle leggi
naturali su cui fonda la propria autorità. Ma queste leggi non sono nient' altro
che la natura come appariva a società ed epoche che la Chiesa considera
archetipiche, identificandole con la verità eterna dell'uomo e della società. Le
donne non saranno mai preti perché la loro vocazione naturale - come appariva ai
tempi di Gesù - è un'altra; ma allora non c'erano nemmeno donne avvocato o donne
dirigenti d'azienda. Gli omosessuali non potranno mai vivere unioni familiari
"normali" (e saranno dunque condannati ad essere o eunuchi o puttanieri). Uno
Stato davvero democratico ha il dovere di finanziare le scuole religiose perché
è "naturale" che l'educazione apra le menti alla rivelazione cristiana; o, molto
peggio: che l'educazione corrisponda in tutto e per tutto, ed esclusivamente,
alle preferenze e alle convinzioni della famiglia.
Ma in generale: se c'è una
verità naturale e universale sull'uomo e il mondo, e questa verità è solo affare
della ragione illuminata dalla fede (senza, la ragione erra, c'è il peccato
originale), e cioè dall'insegnamento della Chiesa, la democrazia è solo un male
che si deve accettare quando si è minoranza: non ha un vero valore come tale,
checché si dica sulla libertà umana come dono divino: anche la libertà, se
esercitata fuori dalla verità, è illusione e tracotanza. La Chiesa come
istituzione non ha mai abbandonato questi principi: il Sillabo è stato messo da
parte, ma forse ,solo in attesa di tempi migliori, dobbiamo pensare.
C'è nel Vangelo qualcosa come la legge naturale? O la carità - cioè anzitutto
l'accoglienza dell'altro e la rinuncia a qualunque imposizione violenta sulla
sua libertà - è l'unica legge che Gesù ci ha insegnato? Persino lo scandalo per
la ricchezza della Chiesa come istituzione, che da buoni credenti abbiamo
imparato a superare, mettendolo da parte con ironia e comprensione per i limiti
,storici in cui ogni "incarnazione", si trova impigliata, anche questo scandalo
forse non era poi così superficiale.
L'Anticristo di cui parla san Paolo è
forse proprio questo, una Chiesa invischiata nella solidarietà con culture e
situazioni storiche che certo non può evitare di assumere, ma che dovrebbe con
altrettanta franchezza esser capace di lasciar da parte, per amore dell'uomo
come, anche per effetto della salvezza di Cristo, è diventato.
Mi accorgo,
Eminenza, di essermi lasciato prendere dalla passione per l'etica (e forse la
teologia?), trascurando la politica. Ma che, al di là di ogni motivazione
contingente, la Chiesa italiana da Lei guidata sia pronta a vendere il suo
appoggio al Polo per il piatto di lenticchie del finanziamento alle scuole
cattoliche, della revisione della legge sull'aborto (e il divorzio? Prima o
poi), del mantenimento e interpretazione ,sempre più restrittiva del Concordato,
di una regolamentazione oscurantista della ricerca scientifica, persino della
discriminazione contro le confessioni religiose non cattoliche e non cristiane
nel nostro paese (Biffi: cattolicesimo è italianità!), non è certo il motivo
meno grave dello scandalo che mi tiene lontano dalle chiese edifici di
culto.
Non crede che, come vicario del papa per la Chiesa in Italia, dovrebbe
pensare anche a questo?
Con cordiale rispetto
Gianni
Vattimo