Qualche appunto sulle Logische Untersuchungen di Husserl

 

 

A cura di Jonathan Fanesi

 

 

 

[ Con queste poche pagine non ho intenzione di offrire un’esposizione sistematica delle problematiche teoretiche interne alle Logische Untersuchungen, impresa questa che sarebbe al di fuori della mia attuale portata, bensì fornire a qualsivoglia lettore, quell’insieme di appunti che io stesso ho avuto modo di scrivere durante lo studio dell’ opera. Nonostante siano solo appunti, ho pensato di far parlare lo stesso Husserl, introducendo una serie di citazioni tratte dalle stesse Logische Untersuchungen  con tanto di note a fondo pagina, in modo tale che da rimediare, nel caso fosse necessario, a una mia possibile nebulosità espressiva e, nello stesso tempo, far sì che queste “ carte “ siano solo l’ occasione, con la benedizione di Malebranche, di ritornare alle “ cose stesse “, al testo di Husserl. I diagrammi che qui compaiono, sono esemplificazioni visive o nella maggior parte dei casi, riassuntive, di alcune articolazioni concettuali che ho rinvenuto nell’ opera. Le Logische Untersuchungen, come ogni grande scritto, sollevano questioni che non trovano una loro contestualizzazione critica all’ interno dell’ orizzonte filosofico – speculativo in cui si stagliano, bensì hanno il fortunato destino di trascendere il contesto operativo – funzionale, quel contesto in cui compaiono e si esplicitano, per trovare la loro vera patria nella teoresi in senso lato.

Il precetto husserliano della chiarezza e dell’ evidenza, mai come nella nostra epoca, risulta fondamentale; eppure, molti procedono come se l’ unica legge fosse l’arbitrarietà assoluta, altri invece, affilano le punte di frecce che non scoccheranno mai contro il bersaglio e, altri ancora infine, spolverano i fossili all’ interno del museo della Filosofia, facendo passare il loro faticoso catalogare, il loro accurato spolverare, per un creativo e critico operare.  ]

 

 

 

 

 

Le problematiche trattate nelle Ricerche logiche (Logische Untersuchungen) – come lo stesso Husserl afferma all’ interno della “ Prefazione alla prima edizione “ dell’ opera ( 1900 ) –, sono sorte nel tentativo di operare una chiarificazione filosofica della matematica pura, chiarificazione che, nel procedere delle analisi, ha dischiuso il più vasto orizzonte della teoria in generale e del rapporto che intercorre tra la forma e la materia della conoscenza.

L’impostazione adottata nella “ Philosophie der Arithmetik “ ( 1891 ) si è rivelata inefficace nel momento in cui si passava dal piano dei nessi psicologici del pensiero all’unità logica del contenuto del pensiero: le nuove esigenze teoretiche riguardanti il problema della teoria e della conoscenza in generale unite al fallimentare tentativo di costruire una fondazione psicologia dell’ aritmetica, hanno portato Husserl a studiare analiticamente il rapporto tra la soggettività del conoscere e l’ oggettività del contenuto della conoscenza.

In questo modo le Logische Untersuchungen  rappresentano “ un’ opera di rottura, e quindi non un punto d’arrivo, ma un inizio “[1]: si tratta di realizzare un vero proprio Fundamentalarbeit che, pur sorgendo dalle macerie della fondazione psicologista ( psicologismo sui generis )  prima adottata, sappia coniugare la dimensione soggettiva con quella oggettiva.

Se lo psicologismo, almeno nell’ accezione naturalistica e non in quella attualistica – come nota Melandri –, é in sé da rifiutare, non per questo va cancellata la dimensione della soggettività, destinata quindi ad essere ripensata su base diversa. 

Le Logische Untersuchungen sono procedute dai Prolegomeni a una logica pura, un testo nato dalla rielaborazione di due serie complementari di lezioni tenute ad Halle nell’ estate e nell’ inverno del 1896. 

In questo breve testo, Husserl argomenta in maniera sistematica l’ impossibilità di pervenire ad una fondazione psicologica per la logica e l’ aritmetica, ponendo così le premesse per lo sviluppo delle successive ricerche finalizzate alla costituzione di una vera e propria logica pura.

La logica pura – come si vedrà inseguito –, intesa come disciplina nomologica volta alla chiarificazione fenomenologica dei concetti primitivi che costituiscono l’ idea dell’ unità teoretica di ogni scienza, rappresenta, in maniera inequivocabile, quel Fundamentalarbeit di cui gli scienziati non hanno bisogno nel loro procedere, incuranti di “ penetrare negli ultimi fondamenti del loro fare “[2].

Al filosofo – scrive Husserl –, non interessa la mera operatività funzionale di una determinata teoria scientifica e i risultati a cui essa può approdare sul piano tecnico – pratico, egli, ha a cuore la chiarezza gnoseologica dei costituenti essenziali della teoria in generale, delle forme connettive attraverso le quali i concetti atomici si coordinano in un’ unità sistematica: si viene a delineare così una distinzione ineludibile tra la sfera della scienza ingenuamente positiva e la filosofia, il cui tèlos primario è la chiarificazione teoretica dell’ essenza dei concetti di cui la prima fa uso.

Egli inizia distinguendo i tre fondamentali indirizzi della logica del tempo ( psicologista, formale e metafisico ), affermando che quello psicologista, sotto l’ influsso di Stuart Mill, si può considerare, sia per il numero che per l’ importanza dei suoi adepti, l’ indirizzo prevalente.

Se in Sigwart lo psicologismo è una concezione fondamentale che tiranneggia in maniera assoluta, in Erdmann viene confusa l’ impossibilità logica come assurdità del contenuto giudicativo – ideale con l’ impossibilità psicologica, intesa come ineffettuabilità dell’ atto giudicativo.

Nella folta schiera dei logici psicologisti, al di là delle divergenze teoriche, Husserl annovera Stuart Mill, Bain, Wundt, Sigwart, Erdmann e Lipps.

Sia la teoria di Cornelius che il principio Mach – Avenarius, sono da ritenere forme più o meno esplicite di psicologismo, quest’ ultimo può solo risultare fecondo nel momento in cui viene assunto all’ interno della logica come tecnologia.

A differenza degli autori poc’anzi citati, Leibniz, Kant ed Herbart, al di là dei limiti teorici presenti nelle loro opere, hanno compiuto, seppur in maniere diverse, delle svolte nella trattazione di queste problematiche: se a Kant, bisogna tributare il merito di aver distinto la logica pura dalla logica applicata ( al di là della discutibilissima divisione tra intelletto e ragione ), a Herbart, si deve la separazione, con tutte le riserve del caso, della psicologia dalla logica, infine a Leibniz, la tesi dell’ idealità della logica.

Dopo questa distinzione storico – teoretica, Husserl nota che proprio la confusione tra i campi, ha ostacolato il progresso nella conoscenza logica.

 

“ Tuttavia, ben più pericolosa è un’ altra deficienza nella delimitazione del campo, vale a dire la confusione tra i campi, la fusione di elementi eterogenei in modo tale da formare una presunta unità di campo, specialmente quando si fonda su un’ interpretazione del tutto erronea degli oggetti in questione che la scienza deve indagare. “[3]

 

Come si evincerà dal procedere successivo delle analisi, il rifiuto dello psicologismo da parte di Husserl, va valutato non solo in relazione alla cattiva fondazione a cui era approdato nell’ opera del 1891, ma da precise esigenze metodologico – teoretiche. 

La psicologia, che vuole avere un ruolo fondazionale per la logica è fondata su leggi che, lungi dall’ essere esatte e autentiche, sono vaghe generalizzazioni dell’ esperienza: essa, è quindi una scienza basata sull’esperienza, i cui enuncianti non sono altro che regolarità approssimative della coesistenza o successione dei fenomeni psichici.

Le leggi psicologiche, in quanto leggi naturali, non hanno un’ evidenza apodittica ed, essendo fondate attraverso un processo induttivo, si stagliano in un orizzonte di mera probabilità. Lo psicologismo in questo senso racchiude in sé tutti quegli errori che possono scaturire dalla confusione tra i campi: non distingue la legge come membro della causazione dalla legge come regola della causazione, confonde le leggi naturali con le leggi logiche, i giudizi stessi con le leggi come contenuti giudicativi.

I logici psicologisti non distinguono il piano reale da quello ideale, la regolamentazione causale da quella normativa, la necessità reale dalla necessità logica, il fondamento reale dal fondamento logico.

Tutte queste coppie di concetti antitetici vanno riportate in seno all’ epistemologia in senso lato, facendo scaturire una fondamentale distinzione tra le scienze ideali e le scienze reali: le prime, totalmente a – priori, sono costituite da leggi generali ed ideali fondate con evidenza in concetti generali, le seconde invece, sono empiriche e, in quanto dotate di proposizioni fattuali, formulano leggi che hanno un’ universalità reale.

Si delinea così una netta separazione tra la dimensione reale e quella ideale, tra la sfera fattuale a cui inerisce la temporalità e la sfera della verità a – temporale, tale da rendere impossibile l’ utilizzo di una legge logica come legge della fattualità della vita psichica: mentre nella scienza dei fatti la legalità autentica è un semplice ideale, nella conoscenza puramente concettuale si trova realizzata.

Se gli errori dello psicologismo sono dovuti ad una prima e fondamentale confusione, quella tra psicologia e logica, una nuova fondazione deve nascere attraverso un processo di chiarificazione concettuale – linguistica; se la psicologia si occupa dei nessi psichici di coesistenza e successione dei fenomeni psichici, questi sono da distinguere dai rapporti oggettivi di premessa e conseguenza, oggetto della logica.

L’ importanza di queste argomentazioni, non deve essere valutata solo in un’ ottica critico – demolitoria, bensì anche da un punto di vista costruttivo: la par destruens nel suo procedere ha posto le basi per la par costruens vera e propria.

La logica pura di cui si parla nei Prolegomeni, avendo un ruolo fondazionale – teoretico di primo piano, si occupa delle condizioni evidenti della possibilità di una teoria in generale; tali condizioni sono sia soggettive che oggettive: soggettive ( noetiche ), in quanto condizioni ideali radicate nella soggettività e nel rapporto che questa nutre in relazione alla conoscenza; oggettive, nel momento in cui non concernono l’unità soggettiva della conoscenza, bensì l’ unità oggettiva di proposizioni o verità, l’ unità teoretica.

Una teoria sopprime se – stessa se contravviene nel suo contenuto alle leggi senza le quali una teoria non avrebbe alcuno senso: contravviene alle condizioni soggettive se e solo se, nega ogni preminenza al giudizio evidente rispetto a quello cieco.

Da questo punto di vista, le teorie possono essere assurde, false, logicamente o poeticamente assurde e scettiche: se lo scetticismo in senso assoluto è intrinsecamente assurdo, non lo è lo scetticismo metafisico.

Questa breve parentesi sullo scetticismo e il relativismo, serve a mostrare come lo psicologico in “ tutte le sue varianti, non è altro che relativismo, soltanto che non sempre lo si riconosce e lo si ammette apertamente “[4].

Tra le forme di relativismo, Husserl annovera anche quelle teorie che riconducono la logica alle modalità funzionali dell’ intelletto care agli aprioristi ( non Kant, ma coloro che pur rifacendosi a Kant trascurano le leggi logiche fondamentali ).

Alla luce dell’imperativo metodologico di non confondere i campi, Husserl afferma che, in un’ultima analisi, tutte le posizioni relativistiche, scettiche e psicologiste, si possono ricondurre a profonde equivocazioni all’ interno della sfera terminologica della logica.

Molti problemi nascano a causa dell’ambigua terminologia adottata che, in tal modo si può prestare ad una duplice interpretazione: il termine “ giudizio “ ad esempio, nella visione psicologia della logica come tecnologia, è un’ assunzione di verità, mentre nella logica pura è un’unità ideale di significato.

L’ insostenibilità dello psicologismo nel campo della logica, non spinge però Husserl verso posizioni rigide e radicali care a chi, come a Frege, aveva bollato la “ Philosophie der Arithmetik ”, come un’ opera tout court psicologista: “ Nella controversia sulla fondazione psicologica oppure oggettiva della logica, io assumo una posizione intermedia “[5].

Gli stessi antipsicologisti cadono in errore nella misura in cui radicalizzano la funzione regolativa della conoscenza, in quanto sussiste una profonda differenza tra lo statuto autonomo delle proposizioni della logica e la loro applicazione pratica: in principi logici fondamentali – sentenzia Husserl –, benché possano fungere da norme, non sono essi stessi norme.

Nella scienza, è necessario distinguere un piano metodologico, che costituisce l’ apparato funzionale per avere conoscenze, dal suo contenuto teoretico ( idealiter ), indipendente dalla dimensione soggettiva: in questo modo la logica pura rappresenta quel nucleo fondamentale in cui le leggi sono puramente ideali, mentre la logica metodologica, non è altro che l’ insieme degli apparati per ottenere conoscenze in un determinato campo di verità.

 

“ La logica pura è il primo e più essenziale fondamento della logica metodologica. Ma naturalmente quest’ ultima ha fondamenti del tutto diversi da quelli che le offre la psicologia. “[6]

 

Gli esponenti dell’ antipsicologismo hanno attributo alla logica le leggi normali contrapposte alle leggi naturali di cui si occuperebbe la psicologia, quando invece l’ opposto della legge naturale è la legge ideale, la cui estensione è costituita da concetti puramente generali.

Da questo punto di vista, sia aritmetica che la logica pura, non dicono nulla sulla realtà, essendo scienze delle singolarità ideali di certi concetti generali.

Lo psicologismo, oltre a confondere il rapporto tra ideale e reale, misconosce la relazione essenziale che intercorre tra verità ed evidenza.

Al tal proposito, Husserl afferma che l’ evidenza non è altro che l’ accordo tra il senso dell enunciato e lo stato di cose, mentre l’ idea di tale accordo é la verità.

 

 

“ La psicologia vuole chiarire con evidenza come si formano le rappresentazioni del mondo: la scienza del mondo ( come concetto comprensivo della diverse scienze reali ) vuole conoscere ciò che è realiter come mondo vero ed effettivo; la teoria della conoscenza vuole invece comprendere con evidenza che cosa costituisca la possibilità di una conoscenza evidente del reale e la possibilità, dal punto di vista oggettivo ideale, di una scienza e di una conoscenza in generale. “[7]

 

 

Una volta dimostrata l’ inefficacia della fondazione psicologica ( nel senso prima precisato ) per la logica, Husserl si domanda quale sia la caratteristica peculiare della scienza: non trattandosi del nesso psicologico – reale, si evince che la scienza sarà tale in base all’unità del nesso obbiettivo – ideale di fondazione.

Tale nesso è, al tempo stesso, nesso delle cose e nesso delle verità; tra i due piani sussiste un rapporto di coodipendenza a - priori, con la conseguenza che possono essere pensati in maniera indipendente solo da un punto di vista astratto. Se al nesso delle cose spetta l’ essere in sé, al nesso delle verità la verità in sé.

Questa distinzione ( astratta o metodologica ) tra nesso delle cose e nesso delle verità interno alla scienza, permette a Husserl di procedere in quel cammino di chiarificazione metodologica che innerva i Prolegomeni.

Se ogni nesso esplicativo è un nesso deduttivo, non ogni nesso deduttivo è esplicativo; se tutti i fondamenti sono premesse, non tutte le premesse sono fondamenti; infine, c’è differenza tra una conclusione che segue da leggi e da una che segue secondo leggi.

Dopo aver realizzato lo status quaestionis, chiarito le differenze fondamentali tra la dimensione della logica e quella della psicologia, si tratta ora di sviluppare quell’ orizzonte puramente fondazionale che è la logica pura.

 

 

Organigramma

 

 

 

La logica pura deve chiarire e accertare scientificamente i concetti primitivi che costituiscono l’ idea dell’ unità teoretica della scienza in generale e che sono indipendenti rispetto alla particolarità di qualsiasi materia della conoscenza, le forme connettive elementari ( ad esempio la connessione disgiuntiva ), le categorie oggettuali pure ( formali ), le categorie pure del significato e infine le leggi di complicazione delle categorie pure secondo una legge.

La logica pura non si esaurisce nel processo di chiarificazione, ma deve risalire all’ origine fenomenologica dei concetti primitivi stessi, operare quindi una “ presentificazione intuitiva dell’ essenza in un’ intuizione adeguata “[8].

Il secondo gruppo di problemi di cui si occupa la logica pura, concernono la validità obbiettiva delle forme costruttive risultanti dalle categorie di significato e dalla categorie oggettuali pure: le leggi che ineriscono a tali forme risultanti hanno una generalità logico – categoriale, essendo dirette ai significati e agli oggetti.

In questo modo la logica pura diviene la scienza delle condizioni di possibilità di una teoria in generale, il cui oggetto di studio sono i concetti fondamentali, le forme connettive elementari e le leggi di complicazione.

La logica pura non opera una spiegazione ( Erklärung ) dei costituenti atomici della teoria in generale, bensì una loro chiarificazione ( Aufklärung ): ciò significa che, a differenza delle discipline matematiche, la logica pura non costruisce un insieme di proposizioni che si sviluppano nella loro validità ingenuamente positiva.

Tra Erklärung e Aufklärung c’è lo scarto che compare tra il normale procedere degli scienziati che – come Husserl scriverà nella Krisis –, sono nel migliori dei casi geniali tecnici del metodo, e i filosofi che, rispetto a i primi, sono dotati di un’ autocoscienza teoretica e hanno di mira i fondamenti che rimangono latenti al di sotto della mera operatività funzionale della scienza.

Come si è detto in precedenza, la logica pura si fonda su due istanze: la prima, concerne la chiarificazione dei concetti atomici e delle leggi di complicazione, la seconda invece, riguarda la riconduzione fenomenologica di tali concetti.

È quindi necessario, addentrarci all’ interno della seconda istanza, offrendo una delucidazione critica ai fini della nostra esposizione.

La fenomenologia, deve analizzare e dischiudere nella loro generalità essenziale i vissuti rappresentazionali giudicativi e conoscitivi e le fonti dalle quali scaturiscono i concetti fondamentali e leggi logiche della logica pura.

Al logico puro, non interessa il giudizio psicologico concreto, ma il giudizio logico, ossia l’enunciato identico, che è unico in rapporto ai molteplici vissuti di giudizio.

 

 

“ Pertanto questo esser – dato delle idee logiche e delle leggi pure che si costituiscono insieme ad esse non può bastare. Sorge così il grande compito di portare le idee logiche, i concetti e leggi, alla chiarezza e distinzione dal punto di vista gnoseologico. E a questo punto interviene l’analisi fenomenologica[9].

 

 

Anticipando le ricerche successive, Husserl scrive che i concetti logici hanno origine nell’ intuizione, sorgendo dall’ astrazione ideante sul fondamento di certi vissuti, e proprio per questo, “ debbono trovare nuova verifica ed essere ricompresi nella loro identità con se stessi ogni volta che questa astrazione è ripetuta “[10].

Si cominciano a delineare le peculiarità di questa fenomenologia interna alle Ricerche logiche: non è possibile accontentarsi di pure e semplici parole, bisogna ritornare alle cose stesse, ossia rendere evidente sulla base di intuizioni pienamente sviluppate che ciò che è stato dato nell’ astrazione effettuata corrisponde al significato delle parole: “ mantenere i significati nella loro invariabile identità (… ), mediante un’ intuizione riproducibile “[11].

La fenomenologia oltre ad assumere una funzione distruttiva nei confronti dell’ equivocazione linguistica, esige un orientamento innaturale del pensiero e dell’intuizione, in quanto bisogna rendere oggetti questi stessi atti e il loro contenuto immanente, ma nel far ciò, ricade nel linguaggio che cerca di chiarire.

 

“ Non è assolutamente possibile descrivere gli atti intenzionali senza ricorrere nell’ esposizione alle cose intenzionate “[12].

 

In questo arduo cammino di chiarificazione gnoseologica, il fenomenologo incontrerà difficoltà nel suo tentativo di pervenire a risultati evidenti, ma anche nell’esporli e trasmetterli ad altri.

Solo attraverso la fenomenologia pura, totalmente diversa dalla psicologia come scienza empirica delle proprietà e degli stati psicologici, è davvero possibile superare lo psicologismo.

Con le Ricerche logiche Husserl  non intende offrire un sistema di logica, ma preparare il terreno a una logica filosofica, “ chiarificata a partire dalle fonti originarie della fenomenologia “[13].

La fenomenologia intensa come conditio sine qua non della logica pura, non è volta a spiegare, ma a “ chiarificare l’ idea della conoscenza nei suoi elementi costitutivi e nelle sue leggi “[14].

Husserl subito dopo, afferma che fenomenologia si caratterizza per un’ assenza totale di presupposti metafisici, scientifico – naturalistici e psicologici.

Dopo aver concluso questa breve ricognizione sui Prolegomeni, è giunto il momento di passare in rassegna alle ricerche logiche vere e proprie, di cui la prima dedicata a “Espressione e significato “, è la conditio prima per una autentica comprensione delle successive, ragione per cui ci soffermeremo in maniera approfondita sulle problematiche teoretiche esplicitate da Husserl in questa ricerca.

Husserl esordisce dicendo che se ogni segno ( das Anzeichen ) è sempre segno di qualcosa, non ogni segno ha un significato, un senso che in esso si esprime: i segnali non esprimono nulla, a meno che, oltre alla funzione dell’ indicare, non assolvano anche a una funzione significante.

 

 

Organigramma

 

 

 

Posta la non identità tra segni indicativi e segni significativi, Husserl afferma che quest’ ultimi non perdono il loro valore di significazione nella vita psichica isolata: la sfera del significato, non può identificarsi con la mera funzione informativa del segno stesso.

 

“ L’ espressione è piú che un mero complesso fonetico. Esso intende qualcosa, riferendosi al tempo stesso all’ oggettualità “[15].

 

All’ interno dell’espressione Husserl distingue a livello metodologico gli atti che conferiscono il senso ( senso = significato ) o intenzioni significanti dagli atti che riempiono intuitivamente il significato ( non essenziali nell’ espressione ).

Ciò che un’ espressione esprime si articola in: a) informazione; b) contenuti ( = significati ); c) riferimento agli oggetti.

 

 

Organigramma

 

 

 

 

 

 

“ Non appena la vuota intenzione significante si riempie, i riferimento all’ oggetto si realizza, la denominazione diventa una relazione attualmente presente alla coscienza tra nome e oggetto nominato “[16].

 

La distinzione husserliana tra l’ intenzione significante e l’ intuizione riempiente, è una distinzione astratta, funzionale alle analisi; lo stesso Husserl scriverà infatti: “ Per il momento questi cenni possono bastare; il loro nesso è soltanto quelli di prevenire fini dall’ inizio l’ errore di considerare ovviamente distinguibili nell’ atto donatore di senso due aspetti, uno dei quali conferirebbe all’ espressione il significato, l’altro la determinatezza della direzione verso l’ oggetto “[17].

Husserl parla di significato anche a proposito degli atti di riempimento e quindi non solo per quanto concerne l’ intenzione significante; nell’ unità di riempimento il contenuto riempiente coincide con il contenuto significante, affinché la dimensione oggettuale non si scinda in intenzionata e data.

L’analisi fenomenologica prende in esame il tessuto degli atti intenzionali; la sua complessità si rivela non appena ci si rende conto “ che tutti  gli oggetti ed i riferimenti all’ oggetto sono per noi ciò che sono solo in virtù degli atti dell’ intenzionare ( … ) “[18].

Non è difficile accorgersi di come Husserl abbia distinto la dimensione della significazione a cui spetta il novero delle intenzioni significanti da, quella del riferimento oggettuale: significazione e riempimento, trovano una loro fusione, solo all’ interno della conoscenza.

La semantica che Husserl sviluppa all’ interno delle Logische Untersuchungen è una semantica intensionale che, a differenza di quella fregeana di stampo estensionale, s’ interessa al problema del significato, non facendo coincidere quest’ ultimo con il riferimento oggettuale.

Nel nome – scrive l’ Autore – bisogna distinguere l’ equivocità che inerisce al piano del significato, dalla pluriestensionalità o plurivalenza; inoltre, se l’ essenza dell’ espressione coincide con il significato, la stessa intuizione può riempire diverse espressioni.

“ Il vincitore di Jena “ e “ il vincitore di Waterloo “ hanno il medesimo riferimento all’ oggetto, ma due differenti significati ( Frege avrebbe invece parlato di identico significato, ma di sensi diversi ).

Se la significatività non coincide con l’ intuizione, il linguaggio privo d’intuizioni non è per questo privo d’idee, con la conseguenza che nel pensiero aritmetico - simbolico, non si opera con segni privi di significato.

Un’ ulteriore distinzione che compare all’ interno della prima ricerca, è quella che riguarda l’espressione soggettivo – occasionale, in cui solo le circostanze determinano, tra un gruppo concettualmente unitario di significati possibili, quale significato possieda attualmente e le espressioni obbiettive che, a differenza delle prime, sono indipendenti dalla persona e dalle circostanze in cui vengono pronunciate.

Questa differenza non va intesa come se le prime fossero immerse nel flusso dei vissuti psichici, mentre le seconde, fossero avulse dal continuo susseguirsi delle rappresentazioni soggettive: per essere precisi, è necessario parlare non di fluttuazione del significato, ma di fluttuazione del significare.

 

“ Cioè, fluttuano gli atti soggettivi che conferiscono significato all’ espressioni ( … ). Ma non si mutano i significati stessi ( … ) “[19].

 

Alla classe delle soggettive - occasionali apparteranno l’ espressioni relative alla percezione, al dubbio, alla speranza, al desiderio, mentre, tutte le espressioni teoretiche rientrano nella classe di quelle obbiettive.

La distinzione appena summenzionata, s’intreccia con altrettante distinzioni interne all’ espressione. Al tal proposito, basti ricordare l’ espressioni incomplete e complete, quelle anomale e quelle normali, quelle vaghe e quelle esatte.

Alla fine di Espressione e significato, alla luce delle problematiche trattate in questa ricerca, Husserl afferma che logica pura si occupa dei significati intesi come unità ideali e dei rapporti a - priori che intercorrerono tra questi: svolgendo questo compito, la logica pura è una disciplina nomologica che si rivolge all’ essenza ideale della scienza come tale.

L’ idealità del significato è un’idealità non in senso normativo, ma in un senso specifico, opponendosi così sia all’ individualità che alla realtà.

Nella seconda ricerca logica intitolata “ L’ unità delle specie e le teorie moderne dell’ astrazione “, l’ Autore, richiamandosi agli ultimi paragrafi della ricerca precedente, analizza il rapporto che intercorre tra il significato inteso come specie ( o specifico ) e l’ espressione significante; nel procedere dell’ argomentazione, verranno prese in considerazione alcune delle teorie dell’ astrazione, al fine di evidenziarne limiti e pregi, in un’ ottica funzionale al cammino di questa fenomenologia analitica.

Il significato come specie, emerge sullo sfondo dell’ espressione significante mediante l’ astrazione; tra il significato e l’ espressione significante, intercorre lo stesso rapporto che si realizza tra la specie “ rosso “ e il pezzo di carta rosso.

Nella fondazione fenomenologica della logica pura il problema dell’ astrazione è duplice: da un lato, riguarda nella classe categoriale dei significati, gli oggetti generali e gli oggettivi individuali, dall’ altro, concerne i significati in quanto unità specifiche.

Come è facile intuire, Husserl sviluppa l’ analisi dell’ astrazione sul piano degli atti della coscienza, ponendo una distinzione tra l’ atto individuale e l’ atto specializzante.

Per quanto concerne la teoria degli oggetti generali, sono state elaborate poliedriche teorie dell’ astrazione, ma tra queste, due in particolar modo, si presentano come completamente erronee: la prima, operando un’ ipostatizzazione metafisica del generale, assume l’ esistenza reale della specie al di fuori del pensiero ( realismo platonico ); la seconda invece, ipostatizza psicologicamente il generale, assumendo l’ esistenza reale della specie nel pensiero ( psicologia lockeana ).

Tra il realismo platonico e la psicologia lockeana, c’è stato il nominalismo che ha avuto la pretesa di risolvere il generale nel particolare, con la conseguenza che la generalità concerne la funzione associativa dei segni ( funzione psicologica ).

La teoria nominalistica dell’ astrazione cade in errore perché: 1) trascura le forme di coscienza nelle loro proprietà irriducibili; 2) confonde i diversi piani della generalità; 3) privilegia in maniera unilaterale la generalità propria dei concetti nella loro funzione predicativa.

Alla fenomenologia interessa esclusivamente il contenuto delle stesso vissuto di significato e di riempimento e quindi, la generalità non intesa come funzione psicologica, ma inerente al contenuto intenzionale degli stessi vissuti logici.

Per spiegare la profonda differenza che intercorre tra la generalità della funzione psicologica e la generalità in senso fenomenologico, Husserl ricorre ad una serie di esempi: mentre in “ un A “ il termine “ un “ esprime una forma logica primitiva, in “ tutti gli A “ la generalità appartiene alla forma dell’ atto stesso, infine, in “ A in generale “ siamo di fronte ad una generalità specifica.

La teoria dell’ astrazione di marca fenomenologica ha il compito di fare emergere l’essenza intuitiva della differenza tra i significati individuali e generali: l’ astrazione, è quindi l’ atto in cui si realizza la coscienza della generalità come riempimento dell’intenzione del nome generale.

 

“ Fuorviati dalla confusione tra oggetto e contenuto psichico, si dimentica che gli oggetti di cui diventiamo coscienti non sono semplicemente dentro la coscienza, come in una scatola, in modo tale che noi li possiamo reperire ed afferrare in essa; ma essi si costituiscono in primo luogo in ciò che essi sono e per ciò che essi valgono per noi, in diverse forme d’intenzioni oggettuali “[20].

 

 

La terza ricerca s’intitola “ Sulla teoria degli interi e delle parti “. Husserl dichiara sin dall’ inizio, che non si sta lavorando ad un’esposizione sistematica della logica, ma alla sua chiarificazione critico – conoscitiva.

In questa ricerca, vengono trattati problemi che hanno come minimo comune denominatore l’ indipendenza o la non – indipendenza: oggetti indipendenti – non indipendenti,concreto e astratto, contenuti indipendenti – non indipendenti.

Husserl afferma che la non – indipendenza è dovuta ad una legalità essenziale.

 

“ Gli oggetti non – indipendenti sono di specie pure in rapporto a cui vi è una legge essenziale secondo la quale essi esistono, quando esisterono, soltanto come parti un interi più comprensivi di una certa specie corrispondente “[21].

 

Al fine di chiarire il concetto di non – indipendenza, ci serviremo di una rappresentazione grafica.

 

 

 

 

Diagramma circolare                                                                                                                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli oggetti t1, t2, t3 sono non – indipendenti nella misura in cui esistono, secondo una legge essenziale, solo come parti di un intero più comprensivo T.

È bene notare che per Husserl anche l’ incompatibilità è una forma di non – indipendenza.

Espressioni come “t1 ha bisogno d’integrazione “ o “ t1 è fondato in un certo momento “ equivalgono a “t1 non – indipendente “.

La differenza tra oggetti indipendenti e non – indipendenti è una differenza oggettiva ( basata sull’essenza pura ), quella invece che compare tra contenuti intuitivamente distinti e fusi non può gettare luce sulla differenza degli oggetti prima summenzionata.

Alla non – indipendenza del contenuto appartiene sempre una legge a – priori ( necessità oggettivo – ideale ), questa che determina il modo in cui l’ oggetto non – indipendente è parte ( o momento ) di un intero comprensivo, varia a seconda dei casi; ciò significa che le leggi che definiscono una qualsiasi classi di oggetti si fondano sulla particolarità essenziale dei contenuti.

Il concetto di non – indipendenza è equivalente a quello di legalità ideale dei contesti puri: “ Se una parte si trova in un contesto idealmente regolato da una legge – un contesto non è quindi meramente fattuale – essa è allora non indipendente. “[22].

Dopo aver definito la non – indipendenza come una legalità ideale che regola i momenti ( contenuti ) di un contesto ( intero ) relazionale in base alla particolarità essenziale dei contenuti stessi, Husserl distingue le discipline sintetiche a – priori che appartengono alla sfera materiale, dalle discipline analitiche a – priori che invece ineriscono alla sfera formale.

Le proposizioni analiticamente necessarie ( formalizzabili completamente ) hanno una verità pienamente indipendente dalla natura intrinseca della loro oggettualità.

Alle discipline sintetiche a – priori spettano leggi che includono concetti materiali in modo tale da non consentire la loro formalizzazione salva veritate.

Se le leggi della non – indipendenza si basano ( = dipendono = non sono indipendenti dalla natura intrinseca della loro oggettualità )  sulla particolarità essenziale dei contenuti, saranno incluse nella sfera dell’ a – priori sintetico e non dell’ a – priori analitico.

La non – indipendenza e l’ indipendenza possono essere assunti o in maniera assoluta o in maniera relativa; inoltre, per quanto concerne le parti di un intero, se c’è un rapporto di fondazione ( = nesso ), può essere duplice: o bilaterale o unilaterale.

La fondazione può essere, oltre che bilaterale e unilaterale, immediata o mediata: in “ q ( G ) ”, “ q “ è parte immediata di “ G “; in “  q2 [ q1 ( G ) ] ”, “ q2 “ è parte mediata di “ G “.

Accanto a queste diverse tipologie di fondazione, ne compare una ulteriore che riguarda la parte: Husserl infatti, distingue la parte in quanto frazione ( in senso stretto ) e la parte in quanto momento ( astratta dell’ intero ).

 

“ Chiamiamo frazione ogni parte indipendente relativamente ad un intero G, momento di questo stesso intero G ogni parte non – indipendente relativamente ad esso “[23].

 

 

 

Organigramma

 

 

L’ intero non è un mero sistema di contenuteti qualsiasi ( un mero essere insieme ), ma un sistema di contenuti che vengono abbracciati da una fondazione unitaria.

Vi sono possono essere due tipologie di interi: la prima tipologia si basa su una fondazione per compenetrazione, la seconda tipologia invece, gode di una fondazione per concatenazione ( legge ).

Nella quarta ricerca intitolata “ La differenza tra significati indipendenti e non – indipendenti e l’idea di una grammatica pura “, Husserl analizza la differenza tra espressioni categorematiche e i sincategorematiche, concluse e in - concluse.

Si tratta di applicare la distinzione tra indipendenza e non – indipendenza al campo del significato, ottenendo in questo modo il fondamento necessario per accertare le categorie essenziali del significato nelle quali sono radicate una molteplicità di leggi a – priori del significato, che fanno astrazione dalla validità obiettiva dei significati.

Le leggi a – priori del significato, che separano il senso dal non – senso, danno alla logica pura le forme possibili di significato; tali leggi, inerenti alla comprensione dei significati offrono solide basi alla grammatica a – priori, premessa fondamentale alla morfologia pura dei significati.

Husserl distingue la morfologia pura dei significati ( complessione del significato ) dalla teoria pura delle validità ( logica in senso stretto ).

È bene sottolineare come non si possa spiegare il carattere composto dei significati come un puro riflesso del carattere composto degli oggetti.

Mantenendo ferma l’ idea che il significato proprio sia semplice, Husserl sostiene:

 

“ Il nome proprio E denomina l’ oggetto, per così dire, in un solo raggio che è in sé uniforme e quindi non può differenziarsi in rapporto al medesimo oggetto intenzionale “[24].

 

La distinzione tra espressioni categorematiche e sincategorematiche è valida, ma non nella forma di Bolzano.

L’ interpretazione puramente estrinseca ( Bolzano ) relativa alla distinzione tra sincategoremi e categoremi, pone sullo stesso piano dei sincategoremi, le sillabe, i suoni e le lettere alfabetiche.

L’ integrazione necessaria a un sincategorema all’ interno del contesto espressivo, ad esempio “ ma “, è diversa dall’ integrazione di un frammento espressivo come “ bi “ che, per esprimere un pensiero, deve prima diventare espressione tout court.

 

“ Con la formazione di strutture linguistiche complesse si costruisce, di grado in grado, il significato complessivo, nella formazione progressiva della parola, e soltanto dalla parola compiuta prende l’ avvio un pensiero “[25].

 

L’espressione sincategorematica in quanto necessita d’integrazione è incompleta: un’incompletezza da non confondere con un altro tipo di incompletezza, quello relativo all’espressioni lacunose.

La distinzione nel campo dei significati è una distinzione originaria e fondamentale, le articolazioni sintattiche possono essere fissate partendo solo dal piano semantico.

Il significato indipendente è tale se costituisce il pieno ed intero significato di un concreto atto significante; inoltre, la non – indipendenza si gioca sia sul piano del significato intenzionato che riempito.

Husserl, si domanda come sia possibile comprendere un sincategorema isolato? Egli risponde dicendo:

 

“ La non – indipendenza del significato riempiente che, nell’ effettuazione di ogni riempimento, funge necessariamente come componente di un significato riempiente di più ampia portata fa sì che si parli, per trasposizione, di non indipendenza del significato intenzionate. [26]

 

 

Come per gli oggetti non – indipendenti, ad ogni significato non – indipendente “ appartiene una certa legge essenziale che regola l’ integrazione mediante nuovi significati di cui ha bisogno, indicando così le specie e le forme dei contesti in cui deve essere inserito “[27].

In precedenza, si era detto che le leggi a – priori del significato, separano il senso dal non – senso; Husserl, ora distingue il non – senso di cui si occupano tali leggi, dal controsenso.

Nell’ espressione “ un quadrato rotondo “ siamo dinanzi ad un controsenso, in quanto pur avendo un significato, non c’è nessun oggetto evidente che gli corrisponda; nel caso di un “ quadrato o “, non si tratta di un controsenso, ma di un non – senso, poiché l’evidenza apodittica svela la mancanza di un significato unitario.

Husserl distingue un controsenso materiale ( sintetico ) come nel caso del “ quadrato rotondo”, da un controsenso formale, in cui vi è un’incompatibilità obbiettiva ( formale ), fondata sull’essenza pura delle categorie pure del significato.

La morfologia pura dei significati si occupa: a) della distinzione fondamentale tra significati indipendenti e non – indipendenti, dove la non – indipendenza è una certa “ legalità essenzialità che regola l’ integrazione mediante nuovi significati di cui ha bisogno, indicando così le specie e le forme dei contesti puri in cui dev’essere inserito “[28] ( nel connettere significati, noi non siamo  liberi; l’ impossibilità di connettere arbitrariamente i significati, non inserisce alla singolarità specifica di questi, ma alle categorie del significato ); b) delle leggi inerenti alla trasformazione del significato che riguardano i mutamenti del significare; queste leggi a – priori fanno sì che i significati si trasformino in nuovi significati mantenendo il loro nucleo essenziale ( Husserl fa l’ esempio della nominalizzazione dell’aggettivo e della suppositio materialis. Trasformazione intesa come passaggio dal significato originario a quello nominalizzato, che mantiene un abstractum comune, un nucleo che ha forme nucleari diverse. ).

La logica pura fissa in questo modo le forme primitive dei significati indipendenti, delle proposizioni complete, con le loro articolazioni immanenti e le strutture di queste articolazioni; questa fissazione, non riguarda solo le forme primitive ma anche le leggi a priori della complicazione e della modificazione di ogni forma primitiva: viene costituito così il campo a – priori del significato in rapporto a tutte quelle forme che hanno la loro origine a – priori nelle forme elementari.

Le leggi della morfologia pura dei significati, funzionali alla preclusione del non – senso, sono diverse da quelle leggi riguardanti la possibilità oggettuale ( che sanciscono se via un oggetto o no ), la verità e il senso formalmente coerente dal senso formalmente incoerente ( controsenso formale ).

All’ interno delle leggi analitiche, Husserl distingue quelle leggi della validità obbiettiva fondate sulle categorie pure del significato ( PDNC ), da quelle ontologiche, fondate invece sull’ analiticità apofantica.

Le ricerche condotte fin qui – scrive l’ Autore – riconoscono l’ indubbia legittimità dell’ idea di una grammatica universale, prospettata dal razionalismo del XVII e del XVIII secolo.

La morfologia pura, intesa come sfera fondamentale e in se stessa prima, opera con “ entità assolutamente a – priori “[29] e mette a nudo “ un’impalcatura  ideale[30] che ogni lingua fattuale riempie e riveste in modi diversi, anche se, la stessa grammatica pura non abbraccia tutte le lingue particolari.

Poiché la morfologia pura dei significati non tratta dei problemi relativi alla verità, all’oggettualità e alla possibilità obbiettiva, può essere definita una “ grammatica puramente logica “[31].

La quinta ricerca intitolata “ Sui vissuti intenzionali e i loro contenuti “ è l’ orizzonte operativo in cui Husserl, comincia ad analizzare il problema della coscienza e dei vissuti intenzionali, in relazione alle problematiche trattate in precedenza.

L’ analisi fenomenologica distingue il carattere d’ atto ( l’ atto è un vissuto intenzionale ) dal contenuto dell’ atto.

Per quanto riguarda la coscienza, l’Autore individua tre diverse concezioni: a) la prima intende la coscienza come una compagine fenomenologica reale dell’ io; b) la seconda, come un interno rendersi conto dei propri vissuti psichici; c) l’ ultima infine, come un insieme di vissuti intenzionali.

Il concetto fenomenologico di vissuto è diverso da quello comune; inoltre, la coscienza che ha espressioni vissute ( nell’accezione fenomenologica ), ha in sé solo gli atti correlativi del percepire, del giudicare, con il loro variabile materiale sensoriale.

 

“ L’ io fenomenologicamente ridotto non è nulla di peculiare che si trovi sospeso al di sopra dei molteplici vissuti, ma s’identifica semplicemente con la loro propria unità di connessione “[32].

 

Nelle Ricerche logiche Husserl – diversamente che nelle Ideen ritiene incomprensibile ammettere un autonomo principio egologico “ portatore di tutti i contenuti “[33], poiché l’ io fenomenologico non è altro che l’ unità di coscienza, l’ unità di connessione dei molteplici vissuti: con il termine atto non s’indica nessuna attività delle coscienza.

 

“ Debbo dunque confessare che non riesco affatto a scoprire questo io primitivo come un necessario punto di riferimento “[34].

 

Al fine di giungere fenomenologicamente alla coscienza ( “ complessione di vissuti “[35] ), bisogna attuare un processo di neutralizzazione ( die Ausschaltung ) di qualsiasi riferimento all’ esserci empirico – reale.

Per quanto concerne l’ intenzione si deve distinguere tra un concetto più ristretto ed uno più ampio d’ intenzione ( gli atti riempimenti o adempienti non sono atti in senso stretto ).

Il vissuto intenzionale ( che non è mai una sensazione ) inteso come atto, è “ l’ intendere – il – mondo mentre, il mondo è l’ oggetto inteso “[36] ( distinzione questa, anteriore a ogni metafisica ).

 

“ In rapporto a questa distinzione è indifferente – vogliamo sottolinearlo ancora una volta – in che modo si ponga il problema di sapere che cosa costituisca l’ essere oggettivo, il vero ed effettivo essere – in s- sé o di un altro oggetto qualsiasi “[37].

 

Tutte le differenze logiche ed in particolar modo tutte le differenze di forma categoriale, si costituiscono negli atti logici ( = intenzioni ).

Husserl distingue il contenuto reale dell’ atto dal suo contenuto fenomenologico: il contenuto reale è il sistema dei vissuti parziali di cui esso è realmente costituito ( l’ analisi di questa dimensione spetta alla psicologia descrittiva ); il contenuto intenzionale invece, si articola in : a) oggetto intenzionale dell’ atto; b) materia intenzionale; c) essenza intenzionale.

Il contenuto come materia è una componente del vissuto – atto che quest’ ultimo può avere in comune con atti di qualità completamente diversa; Husserl afferma che la materia non si limita a far sì che l’ atto apprende l’ oggettualità, ma determina in che modo esso l’ apprende.

Ciò che distingue un giudizio da un alto giudizio è la materia, “ ciò che conferisce all’atto il suo riferimento determinato all’ oggetto “[38].

Husserl definisce la rappresentazione qualsiasi atto in cui qualcosa si oggettualizza per noi in senso lato; inoltre, ogni atto è esso stesso una rappresentazione, oppure è fondato in una o più rappresentazione. 

L’ultima ricerca logica s’intitola “ Elementi di una chiarificazione fenomenologica della coscienza “, in questa ricerca Husserl sviluppa in maniera sistematica tutto quel novero di risultati a cui era giunto attraverso le analisi precedenti.

Tutto il pensiero e in particolare la conoscenza teoretica si “ effettua in certi atti che intervengono all’ interno del discorso espressivo “[39]; gli atti vanno inteso come la fonte di tutte le unità di validità, delle idee generali e pure.

Il significato dell’espressione è insito nell’ essenza intenzionale dell’ atto corrispondente.

Nel momento in cui ci chiediamo se vi siano atti specifici assegnati alla significazione, ci imbattiamo nella distinzione tra intenzione significante e intuizione riempiente.

Nel discutere del rapporto tra significazione e intuizione, Husserl dichiara la necessità di estendere il concetto di intuizione, tanto da distinguere un ‘intuizione semplice ( sensibilità ), da un’ intuizione categoriale ( fondata ).

Tutte le specie di atti possono fungere come veicoli di significato? Se tutti gli atti sono esprimibili, questo non ci porta a concludere che possano fungere da veicoli di significato ( la loro esprimibilità è irrilevante ).

Gli atti significanti possono presentarsi anche al di fuori dell’espressione? A questa domanda, Husserl risponde che gli atti significanti si presentano al di fuori dell’espressione, nel caso delle conoscenze senza le parole.

L’ Autore distingue all’ intero dell’ espressione tre elementi: a) percezione; b) atto; c) complesso fonetico.

L’ atto tra la percezione e il complesso fonetico è essenziale: “ Deve essere questo atto di mediazione che opera propriamente come donatore di senso, esso appartiene all’espressione sensata come la sua componente essenziale, facendo sì che il senso resti identico, sia che si associ ad una percezione che lo confermi o no “[40].

La non – essenzialità della percezione nella fissazione del significato, va valutata con più attenzione; infatti, se la percezione non contiene il significato, lo determina.

A tal proposito, Husserl prende in considerazione gli asserti “ il merlo “ e “ questo merlo “, mostrando come nel secondo asserto il pronome dimostrativo ponga in evidenza il ruolo della percezione.

 

“ La percezione realizza dunque la possibilità per il dispiegamento dell’ intendere – questo con il suo riferimento determinato all’ oggetto, ad esempio, a questo foglio di carta di fronte ai miei occhi; ma essa stessa non costituisce, a nostro avviso, il significato e neppure una sua parte “[41].

 

 

Il conoscere viene a delinearsi come l’ atto che media tra il complesso fonetico animato da un senso e l’ intuizione della cosa; attraverso il carattere d’ atto del conoscere, la parola deve il proprio riferimento di senso all’ oggettualità dell’ intuizione.

Parlando del riempimento Husserl distingue un riempimento statico da uno dinamico: nel riempimento statico, i membri del rapporto si trovano in una coincidenza temporale ed intrinseca, nel riempimento dinamico invece, i membri del rapporto sono temporalmente separati.

L’ unità della conoscenza si articola in: a) espressione verbale; b) atto del significare; c) atto dell’ intuire; d) unità del riempimento.

L’ opposto esclusivo del riempimento è l’ elusione.

L’ elusione o non – riempimento non indica un mera privazione di riempimento, ma un fatto descrittivo nuovo, una forma peculiare di sintesi: una sorta di sintesi di diversificazione, in cui l’intenzione non concorda con l’ elusione.

Oltre al riempimento e all’elusione, sussiste l’ inclusione: in questo caso, l’ intenzione si riempie in un atto che contiene più di quanto sia necessario al suo riempimento.

L’ unità dell’ identificazione e quindi qualsiasi unità conoscitiva in senso stretto, ha il suo luogo d’origine negli atti oggettivanti; questi, possono trovarsi in una possibile funzione conoscitiva, sia come atti intenzionanti, che come atti di riempimento o di elusione.

 

“ In generale possiamo affermare che tutte le differenze fenomenologiche degli atti oggettivanti possono essere ricondotte alle intenzioni elementari ed ai riempimenti di cui essi sono costituiti, entrambi unificati dalla sintesi del riempimento “[42].

 

 

Husserl, dopo aver detto che in ogni riempimento si realizza una più o meno traduzione intuitiva [ la traduzione intuitiva si realizza nel momento in cui c’è coincidenza tra l’ oggetto nell’ intenzione e nel riempimento ], scrive:

 

“ Ciò che l’ intenzione appunto intende, ma che porta a rappresentazione in modo più o meno indiretto o inadeguato, viene presentato di fronte a noi – o almeno in modo relativamente più diretto – dal riempimento, offre all’ intenzione la sua pienezza “.[43]

 

Se le intenzioni signitive sono vuote o bisognose di pienezza, attraverso l’ intuizione l’oggetto a cui l’ intenzione signitiva rinvia, viene reso presente in senso pregnante.

L’intenzione significante possono essere o possibili o impossibili; questa distinzione vale per tutti gli atti nella loro essenza conoscitiva.

L’ atto riempiente ha un vantaggio che manca alla mera intenzione, conducendo l’ intenzione almeno più direttamente in prossima della cosa stessa.

 

 

                            

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Quale rapporto intercorre tra il riempimento e la traduzione intuitiva? Se la traduzione intuitiva non esaurisce il riempimento, bisogna precisare che questa può essere propria o impropria.

Non ad ogni intenzione signitiva possono appartenere degli atti intuitivi nella modalità della traduzione oggettivamente completa.

Tra il piano del signitivo e quello dell’ intuitivo, esiste un gap: “ Ma il campo del significato è molto ampio di quello dell’ intuizione, cioè del campo complessivo dei riempimenti possibili. Infatti nella sfera dei significati si aggiunge quella molteplicità illimitata di significati complessi, che sono privi di << realtà >> o di << possibilità >>, si tratta di formazioni di significati che confluiscono bensì in significati unitari, ma a questi non può tuttavia corrispondere alcun correlato possibile ed unitario di riempimento. “[44]

Husserl, a proposito del rapporto tra intuitivo e signitivo, ammette due casi limiti: il primo, in cui il valore dell’ intuizione è 0 e quello signitivo 1; il secondo, invece, che presenta l’ intuizione con valore 1 e il signitivo con valore 0.

 

i + s = 1

 

- a)  [ ( i = 0 ) . ( s = 1 ) ]

 

- b)  [ ( i = 1 ) . ( s = 0 ) ]

 

 

Nel caso b non c’è nessun contenuto signitivo, in quanto tutto è pienezza.

Proprio in queste pagine Husserl espone un assioma riguardante il rapporto tra l’ intenzione e il riempimento: Ogni intenzione mediata richiede un riempimento mediato, che ovviamente termina dopo un numero finito di passi in un’intuizione immediata.

 

“ Non ogni volta che il riempimento dì un’ intenzione signitiva si compie sulla base di un’ intuizione, le materie dei due atti si trovano, come prima si era presupposto, in un rapporto di coincidenza, in modo tale che l’ oggetto che si manifesta intuitivamente sussiste in se stesso in quanto oggetto inteso nel significato. Ma solo quando ciò accade, si può parlare veramente di traduzione intuitiva, solo allora il pensiero è realizzato nel modo della percezione oppure illustrato nel modo dell’ immaginazione “[45].

 

 

In precedenza, a proposito degli atti intuitivi, Husserl aveva distinto la percezione dall’ immaginazione, si tratta ora di spiegare questa differenza.

Se la percezione è intesa come una “ presentazione “, l’ immaginazione è assunta come una riproduzione analogizzante.

Nel caso dell’ atto, bisogna distinguere lo statuto puramente intuitivo dallo statuto signitivo: se il primo è il sistema delle determinazioni dell’ oggetto che cadono nella manifestazione, il secondo è il sistema di tutte quelle determinazioni che non cadono nella manifestazione.

Per quanto riguarda la pienezza del contenuto intuitivo, si può distinguere: a) l’ estensione o ricchezza della pienezza; b) vivacità della pienezza; c) portata di realtà della pienezza.

Dopo aver trattato del rapporto tra intenzione e intuizione, si giunge ad uno dei capitoli ( Sensibilità e intelletto ) più importanti della sesta ricerca logica.

Husserl si domanda se per parole come “ il “, “ ma “, “ con “, “ alcuni “, “ due “ e “ è “, sia possibile il riempimento.

Essendo chiaro il riempimento dei significati nominali, bisogna chiedersi in che modo venga a riempirsi l’ intero enunciato.

Al fine di rispondere a questa domanda, è necessario non ridurre ( assolutizzare ) il rapporto tra significare e intuire sul modello significato proprio – percezione; asserzioni come “[46] l’ intenzione significante trova perciò nella mera percezione l’ atto in cui si riempie in modo completamente adeguato ( … ) “ possono essere soggette a fraintendimenti.

 

“ Così, ad esempio, quando parliamo del colore come genere o della specie rosso, il manifestarsi di una cosa rossa singola può eventualmente offrire l’ intuizione di conferma. “[47]

 

Posto che l’espressione non è un rispecchiamento in immagine della percezione, la situazione si fa critica, se si pensa che anche nella sfera delle generalità si parla di conoscenza, facendo riferimento agli atti intellettuali intuitivamente fondati.

In che misura si può parlare di riempimento riguardo alle forme integrative di significato?

Husserl compie una distinzione interna all’ enunciato, che estende al piano stesso degli atti oggettivanti, tra gli elementi sostanziali, che trovano riempimento nell’ intuizione, e le forme integrative le quali, benché abbiamo bisogno di un riempimento, non lo trovano nella percezione o in atti similari.

 

 

“ Io posso vedere il colore, non l’ esser – colorato. Posso avere la sensazione levigatezza, ma non dell’esser – levigato. Posso udire il suono ma non l’esser – sonoro. Nell’ oggetto l’ essere non è nulla, non è una sua parte, non è un momento insito in esso: non è una qualità o un carattere d’ intensità, e neppure una figura, una forma interna in generale, una proprietà costitutiva comunque intesa. Ma l’ essere non è nemmeno qualcosa che si aggiunga all’ oggetto, come non è una proprietà reale esterna: per questo, in senso reale, non è in generale una proprietà. “[48]

 

 

L’ origine del concetto di essere e delle altre categorie, non è insita nella percezione ( né interna né esterna ).

 

Un e il, e ed o, se e allora, tutti e nessuno, qualcosa e nulla, le forme della quantità e le determinazioni numeriche ecc. – tutti questi sono elementi proposizionali significanti, ma cercheremo invano i loro correlati oggettuali ( se in generale possiamo attribuire ad essi dei correlati oggettuali ) nella sfera degli oggetti reali, espressione che non vuol dire altro se non: oggetti di una percezione possibile. “[49]

 

 

Deve esserci quindi un atto che svolga rispetto agli elementi significanti, la stessa funzione assolta dalla percezione sensibile nei riguardi degli elementi sostanziali.

Quando diciamo che i significati categorialmente formati trovano un riempimento, vuol dire che tali significati sono riferiti all’ oggetto stesso nella sua messa in forma categoriale.

Husserl distingue gli oggetti sensibili o reali, oggetti del grado inferiore di un’ intuizione possibile, dagli oggetti categorial – ideale, di grado invece superiore.

I primi si presentano nella percezione in un atto di un solo grado, non sottostando alla necessità di una costituzione a più raggi.

La complessione di atti della semplicemente percezione fa sorgere atti ( fondati ) che costituiscono nuove oggettività ( negli atti fondati risiede la categoralità dell’ intuire ).

Al di là delle varie proprietà costitutive della cosa, l’ unità della percezione si realizza come “ unità semplice, fusione immediata delle intenzioni parziali e senza l’ intervento di nuovi atti intenzionali “[50].

Interrogandosi sul rapporto tra gli oggetti del grado inferiori e quelli di grado superiore, l’ Autore si domanda in che modo le percezioni singole costituiscano o fondino la percezione continua, essendo possibile osservare una cosa in un decorso percettivo continuo.

Nel caso di P = {p1, p2, p3…pn}, dove P è la percezione continua e p1, p2, p3…pn sono le singole percezioni, il rapporto di fondazione di p1, p2, p3…pn in P, è una situazione fenomenologicamente diversa, rispetto a quella che concerne gli atti ( fondati ) che costituiscono le nuove oggettività ( oggetti d’ ordine superiore ).

P è fondata nel senso in cui un intero è fondato dalle sue parti ( l’ oggetto intenzionato è sempre lo stesso ), ma non nel senso in cui l’ atto fondato deve produrre un nuovo carattere d’ atto.

L’ oggetto intenzionato nella percezione continua è esclusivamente l’ oggetto sensibile, non la sua identità con se – stesso; inoltre, vi è una profonda differenza tra l’ unità d’identificazione, che riguarda la stessità dell’ oggetto intenzionato nella percezione continua e l’ unità di un atto d’ identificazione, che concerne invece gli atti del secondo gruppo, essendo una “ nuova coscienza d’ oggettività, che porta a manifestazione un nuovo oggetto ( … ) “[51] ( in questo caso la sensibilità fondante dà la sostanza agli atti di forma categoriale ).

La funzione intellettivo – categoriale di una forma nuova fa rimanere immutato lo statuto sensibile dell’ oggetto; Husserl infatti scrive che le forme categoriali lasciano intatti i loro oggetti primari, realizzando così una ristrutturazione oggettiva di ciò che è primariamente intuito.

Gli atti categoriali, distinti dagli atti sensibili intesi come atti dell’ intuizione semplice, si distinguono in puramente categoriali  ( atti dell’ intelletto puro ), e misti ( affetti dalla sensibilità ).

L’aritmetica pura, la logica pura e la teoria pura delle varietà sono costituiti da concetti puramente categoriali.

Nel momento in cui gli atti categoriali fungono da oggetti fondanti, il riempimento si effettua in una catena di atti attraverso cui regrediamo ai livelli inferiori della successione delle fondazioni.

Dalla percezione sensibile alla percezione categoriale, si passa dall’ oggetto colto in maniera semplice, all’oggetto colto come membro relazionale: in questo modo, non è difficile capire come l’ astrazione sia un processo relazionale ( vedi p. 459 ).

L’ astrazione è un’apprensione che costituisce la generalità, dividendosi in: astrazione sensibile ( colore, cosa, virtù ) e, astrazione categoriale ( unità, pluralità, identità ).

 

“ L’ intenzione diretta al generale non decide ora sull’ essere ed il non – essere, bensì sulla possibilità e impossibilità del generale e della sua datiti nel modo dell’ astrazione adeguata. “[52]

 

 

Poiché riguardo agli atti fondati vi può essere una complicazione potenzialmente in infinitum, alla morfologia pura dei significati, una morfologia pura delle intuizioni “ in cui si dovrebbe dimostrare, attraverso una generalizzazione intuitiva, la possibilità dei tipi primitivi delle intuizioni semplici e complesse e definire le leggi della loro successiva complicazioni in intuizioni sempre nuove e più complicate “[53].

 

 

 

 

 

 



[1] E. Husserl, Ricerche logiche, V. 1, Net, Milano, 2005, p. 9.

[2] Ivi, p. 29.

[3] Ivi, p. 26.

[4] Ivi, p. 138.

[5] Ivi, p. 174.

[6] Ivi, p. 172.

[7] Ivi, p. 213.

[8] Ivi, p. 248.

[9] Ivi, p. 271 ( corsivo nostro )

[10] Ivi, p. 271.

[11] Ivi, p. 272 ( corsivo nostro ).

[12] Ivi, p. 276 ( corsivo nostro ).

[13] Ivi, p. 278.

[14] Ivi, p. 286.

[15] Ivi, p. 304 ( corsivo nostro ).

[16] Ivi, p. 304.

[17] Ivi, p. 316 ( corsivo nostro ).

[18] Ivi, p. 308 ( corsivo nostro ).

[19] Ivi, p. 319.

[20]  Ibidem, 435.

[21]  E. Husserl, Ricerche logiche, V. 2, Net, Milano, 2005, p .31.

[22] Ivi, p. 41.

[23] Ivi, p. 57 ( corsivo nostro ).

[24] Ivi, p. 93.

[25] Ibidem, p 98.

[26] Ivi, p. 105.

[27] Ibidem, p 107.

[28] Ivi, p. 107.

[29] Ivi, p. 127.

[30] Ivi, p. 127.

[31] Ivi, p. 128.

[32] Ivi, p. 145.

[33] Ivi, p. 145.

[34] Ivi, p. 151.

[35] Ivi, p. 175.

[36] Ivi, p. 175.

[37]  Ivi, p. 175.

[38] Ivi, p. 215.

[39] Ivi, p. 299.

[40] Ivi, p. 317.

[41] Ivi, p. 319.

[42] Ibidem, p 361.

[43] Ivi, p. 361.

[44] Ivi, p. 492.

[45] Ivi, p. 374.

[46] Ivi, p. 433.

[47] Ibidem, 435.

[48] Ibidem, 441.

[49] Ivi, p. 441.

[50] Ivi, p. 450 – 451.

[51] Ivi, p. 452 – 453.

[52] Ivi, p. 465.

[53] Ivi, p. 484.



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