Jean-François
Lyotard è morto nell'aprile del 1998 all'ospedale Necker di Parigi. Aveva 73
anni e, secondo quanto riportato dall'Università di Emory (Atlanta) dove
insegnava dal 1991, era malato di leucemia. Professore emerito presso
l'Università di Parigi dal 1984, aveva insegnato alla Sorbona. Durante la sua
carriera ha scritto più di 40 testi, tra cui il più celebre rimane " La
condizione postmoderna " (1979), una ricerca commissionatagli dal governo
canadese che è finita presto per divenire un punto di riferimento nel dibattito
filosofico e culturale degli ultimi anni del Novecento. Con quel libro Lyotard
ha proposto una vera e propria categoria interpretativa della società
contemporanea, la "società postmoderna", la cui caratteristica peculiare è il
venir meno delle " grandi narrazioni " metafisiche (illuminismo,
idealismo, marxismo) che hanno giustificato ideologicamente la coesione sociale
e ne hanno ispirato, nella modernità, le utopie rivoluzionarie. Con il declino
del pensiero totalizzante si è aperto, secondo Lyotard, il problema di reperire
criteri di giudizio e di legittimazione che abbiano valore locale e non più
universale. Di formazione fenomenologico-marxista, ha svolto per dodici anni
lavoro politico ed è stato uno dei redattori della rivista "Socialisme ou
barbarie" (importante gruppo di minoranza della sinistra francese). Ha
partecipato ai principali movimenti di contestazione e all'esperienza delle
avanguardie artistiche. Sono significativi i seguenti saggi di Lyotard: " La
phénoménologie ", (1954); " Discorso, figura o" (1971) ; "
Economie libidinale ", (1974); " Dérives à partir de Marx et Freud
" (1973) ; " La condition postmoderne " (1979); " Essai sur le secret
dans l'oeuvre de Baruchello " (1982); " Il dissidio " (1983); " Le
différend " (l984); " L'enthousiasme. La critique kantienne de
l'histoire " (l986); " Heidegger et les juif " (1988); " La guerre
des Algériens, Ecrits l956-l963 " (l989); " Leçons sur l'Analytique du
sublime " ( l99l); " Lectures d'enfance " (l99l); " Signé
Malraux " (l996).
Questi grandi quadri di riferimento si sono ormai consumati, né sono stati sostituiti da costruzioni altrettanto forti e unitarie. Come ha detto Weber, si è ormai nell'epoca del disincanto. La loro frantumazione ha fatto emergere la pluralità e le differenze e ha moltiplicato le forme del sapere. Contrariamente alle critiche tradizionali nei confronti della scienza, Lyotard non nutre nostalgia per l'unità e la totalità perduta, ma riconosce la positività di ciò che è molteplice, frammentato, polimorfo e instabile. Egli ritiene, anzi, che non si tratti soltanto di prendere atto di questo processo in corso, ma di contribuire alla sua affermazione, attraverso pratiche di regionalizzazione dei campi del sapere. Occorre smascherare l'inconsistenza di presunte unificazioni, la rottura dei canoni tradizionali, la diffusa ibridazione , ossia la contaminazione dei generi. Lyotard è conosciuto, tra le altre cose, per aver coniato il fortunato termine di postmoderno per definire l'epoca attuale. Il termine designa uno sviluppo tecnologico e scientifico che ha delle ricadute immediate sulla vita quotidiana e sulla politica. Il filosofo francese si domanda: la scrittura, la pittura, il buon cinema , insomma gli oggetti della nostra creatività, si può dire che sono prodotti dal sistema? Per le automobili si vede bene che è il sistema a produrle, che ci sono uomini che si mettono al servizio della produttività, in modo da conseguire una perfezione sempre maggiore. La stessa cosa si può dire per i missili interstellari o per gli aerei. Ma quando si scrive, quando si dipinge, quando si fa musica si può dire che è il sistema a produrre tutto ciò? C'è un' azione del sistema, sia pure inconsapevole e invisibile? Il carattere invasivo dello sviluppo e della logica della produzione penetra addirittura nei laboratori, nelle redazioni, persino nella camera dove lo scrittore lavora per ottenere, alla fine, il prodotto che il sistema saprà smerciare e far circolare. Per Lyotard la crisi delle cosiddette avanguardie deriva dal fatto che il sistema impone questo ordine. Spesso si è sentito dire: "ne abbiamo abbastanza di pittori inguardabili e di scrittori illeggibili. Dateci dei prodotti decifrabili e spendibili!". Il sistema esige una merce che possa essere messa in circolazione sul mercato culturale. Qui subentra la nozione di industria culturale
Ma il riconoscimento di questi processi di modernizzazione non può indurre a
trascurare che essi si trovano a coesistere con i fenomeni psicologico-culturali
post-moderni. E da questa coesistenza oggi risulta che in ampia misura la
modernità si configura, per così dire, come un involucro, una forma vuota,
soprattutto per le giovani generazioni. E' presente anche un notevole degrado
esistenziale che molte delle maggiori personalità intellettuali dell'Occidente
tra l'Ottocento e il primo Novecento hanno presagito. Esso si manifesta in
sintomi quali carenza di progettualità e distacco da valori ultimi, che sono
classificabili come indicatori di crisi della modernità. N. Elias, infine, con
riferimento all'atteggiamento nei confronti della morte, sostiene che al
contrario dei suoi antenati, dalla preistoria al primo Novecento, l'uomo
occidentale dell'epoca post-moderna è incapace di affrontare la morte nei suoi
diversi aspetti: la comunicazione con il moribondo, la preparazione della salma,
la sepoltura, la familiarizzazione e l'educazione all'idea della morte, una
partecipazione emotiva intensa. La morte è divenuta un tabù come lo fu il tabù
sessuale in epoca vittoriana e i rituali di lutto pubblici e privati si sono
penosamente impoveriti. I nostri antenati sapevano affrontare la morte perché
avevano di essa un'esperienza psicologica dotata di autenticità: per loro la
morte racchiudeva gli elementi della terribilità, della fascinazione e del
mutamento radicale. E ciò indipendentemente dalla credenza o meno in
un'esistenza al di là della morte. L'odierna elusione e banalizzazione della
morte attraverso il silenzio e rituali degradati è spiegabile con l'impotenza a
integrare nel proprio vissuto le dimensioni fondamentali della esistenza. Appare
evidente, allora, che, qualora si ritenga di condividere con Lyotard e gli altri
assertori del postmoderno la tesi del declino dei valori costitutivi dell'epoca
moderna, si prospetta l'esigenza di ulteriori considerazioni. In Italia, in
particolare, persino la stampa più legata ai valori della modernizzazione non ha
esitato a denunciare l'opacità, la "stupidità" degli anni Ottanta, che hanno
visto l'espansione della condizione postmoderna. R. Dahrendorf sostiene che si
possono notare due segnali molto chiari che ci indicano le dissoluzioni della
società avanzata. Il primo è la rinuncia alla storia, il lasciare che il fare,
il progettare ci derubino del passato; il secondo è la straordinaria difficoltà
che i partiti politici di oggi hanno nel definirsi, nel darsi un programma. I
giovani non hanno più né i grandi maestri del passato, né i punti di riferimento
nel presente.