IL SIGNIFICATO DEL TERMINE FILOSOFIA

Realizzato da Methusela

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philo sophia sophos

amante sapienza sapiente

Questa indicazione rimane dubbia, sia per la mania dei greci di considerare il più antico il più autentico, sia perché Pitagora è piuttosto dogmatico, rispetto all’umiltà caratteristica introdotta da Socrate, che davvero distingue l’uomo dal Dio.

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LA TRIPARTIZIONE DELLA FILOSOFIA

METHODOS

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dialettica: dialogo sviluppato attraverso interrogazioni, con l’obiettivo di confutare l’avversario;
retorica: si occupa di discorsi più lunghi e con mezzi di persuasione per un determinato fine;

sofistica: parte da conoscenze apparenti o è apparentemente sillogistica, mira ai guadagni;

eristica: simile alla sofistica, senza l’intento del guadagno, ma per conseguire una vittoria.

A ognuna di queste fa capo un tipo di sillogismo.

La dialettica è utile per l’esercizio, per le conversazioni, per le scienze connesse alla filosofia (sia nei casi di aporie o difficoltà, sia nell’indagine dei principi apoditticamente indimostrabili delle scienze – Aristotele ammette che l’intuizione intellettuale possa essere mossa da induzione o dall’analisi dialettica).

La dialettica è usata soprattutto nella filosofia pratica, cioè nell’ambito del contingente.

PHILOSOPHIA

 

 

 

GENERI

SPECIE

THEORETIKE’ era considerata dai greci una conoscenza dannosa. Per Aristotele è la conoscenza dell’essere fine a se stessa, non modifica nulla, è sapere disinteressato. Deriva da the|orein (guardare intensamente), ovvero contemplare, rispondendo al bisogno di conoscere innato.

-MATEMATICA si occupa dei numeri ideali

-FISICA si occupa di tutto ciò che diviene, della physis

-PROTE’ PHILOSOPHIA non è la più importante gerarchicamente, ma la più alta forma dei saperi. Oggi è identificabile con la metafisica (studia al di là della fisica i fondamenti teorici e ontologici), che tratta l’essenza (ousia)

PRAKTIKE’

-PHRONESIS non è una lo scopo della disciplina filosofica come in Platone, ma è una caratteristica dell’individuo in azione

POLITIKE’ è il sapere scegliere

OIKONOMIKE’ è il saper governare saggiamente

PHRONESIS è la felicità individuale data dal saper convivere

grazie alla virtù della giustizia, si impara con l’età

-PHILOSOPHIA ANTHROPINA filosofia pratica, riflessione sulla Phronesis per l’insegnamento. Il filosofo affianca il politico e lo consiglia in senso generale

POLITICA corrisponde alla Politiké

ETICHE’ corrisponde alla Phronesis

POIETIKE’ sapere produttivo (technai)

POIETIKE’ poesia, attraverso la quale sono modificati il mondo e gli oggetti esterni (trattato nella Poetica, soprattutto l’aspetto della tragedia)

POIETIKE’ RETHORIKE’ retorica, produce discorsi con effetto concreto. Può essere politica, giudiziaria o epidippica (elogiativa). E’ tutta la filosofia per Socrate, ma poi viene svalutata perché la si fa per guadagno.

ORGANON à trattato sulla logica, intesa come strumento, serie di norme per ragionare bene. Essa non fa parte

del sapere; si muove attraverso i sillogismi, modelli di verifica dei ragionamenti, schemi di valutazione.

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La retorica è utile per: non perdere una causa giusta, perché alcune persone si convincono di più con le nozioni comuni, perché consente una miglior confutazione dell’avversario, per difendersi con la parola.

Per quanto riguarda lo stile la retorica è simile alla poetica, ad esempio la metafora è considerata un segno di perspicacia.

LUOGHI E SCUOLE DEL SAPERE FILOSOFICO

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Dopo Speusippo scolarca fu eletto Senocrate, che forse aveva fondato una scuola fuori da Atene prima.

Dopo Polmone le vicende furono complesse, diverse secessioni corrispondenti ai cambiamenti di scolarca, fino ad Arcesilao, con cui inizia il periodo scettico dell’Accademia, a cui forse si oppose Antioco fondando l’Antica Accademia. Comunque la scuola era sulla via della disintegrazione (fu distrutta durante l’assedio di Silla nel 90 a.C.). Ufficialmente fu chiusa da Giustiniano nel 529 d.C..

Qui tipicamente si raccoglievano e catalogavano dati, non ci si interessava più di tanto della vita politica, e si viveva secondo il bios theoretikos. Non esisteva il proselitismo, ognuno metteva a disposizione il proprio patrimonio.

Aristotele fu costretto a fuggire, attaccato dal partito popolare come possibile elemento filomacedone, quindi la scuola fu presa in mano da Teofrasto, che la istituzionalizzò acquistando un giardino, e rendendola simile a un tempio. La scuola peripatetica era una fondazione perpetua il cui scopo era l’attuazione del bios theoretikos.

Teofrasto e Stratone proseguirono specialmente la fisica aristotelica, ma poi la scuola iniziò a decadere, intorno al 90 a.C., distrutta da Silla, e dopo aver favorito la frantumazione della conoscenza in più scienze particolari.

La scuola si basa sulla dottrina esposta nei libri Peri Physeos, e rispecchia un’esigenza più pratica, di liberazione dal dolore e raggiungimento della felicità, tutto all’insegna dello spirito di solidarietà e amicizia.

La scuola sopravvisse a lungo, supportata anche dall’imperatore Adriano (II o III sec. d.C.), probabilmente per la sua ortodossia.

Cleante gli successe, ma essendo un’organizzazione debole sfociò in varie scissioni, nonostante il comune vocabolario, fino a Crisippo che la riorganizzò, aggiungendo modificazioni e scritti simili al Peri Physeos epicureo.

Gli Stoici avevano ripreso a insegnare dietro pagamento, ma ormai questo non suscitava più scandalo.

Dopo Crisippo la scuola pare aver perso importanza, traducendosi in una serie di interpretazioni del pensiero di Zenone

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La scuola non sopravvisse al suo fondatore.

Ad Atene l’Accademia fu restaurata nel IV sec. da Plutarco (pagano come tutta la vita culturale).

I filosofi erano così economicamente indipendenti, ma comunque la filosofia rimane appannaggio delle classi alte.

I discepoli vivevano insieme al maestro ed erano considerati suoi figli; le lezioni erano di tipo cattedratico; vi sono legami con la corrente mistica e teurgia.

DIALEKTIKE’ / RETHORIKE’

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Zenone ne è considerato il fondatore, perché argomenta contro altri, a favore della dottrina parmenidea. Anche prima di lui esisteva la confutazione, ma non sottoforma di argomenti che conducono all’assurdo, solo invettive, critiche. L’argomento è uno strumento per generare consenso, le sue caratteristiche sono: presenza di due interlocutori, conclusione che consiste nel convincimento dell’avversario.

La tecnica dialettica rispecchia la civiltà greca dettata dalla continua lotta, di tipo agonale, ancora dai tempi di Omero (vincere e convincere).

Il dialettico difende con argomenti un contenuto di verità (a differenza della retorica che tratta argomenti fondati sulla probabilità).

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La separazione tra dialettica e retorica si ha con Gorgia, che pur essendo retore rimane filosofo eleatico nel metodo e dimostra la forza della parola. L’arte del discutere diventa una strategia.

Diventa eristica se mira al puro convincimento dell’avversario.

Diventa sofistica se mira al guadagno.

 

 

 

 

LINGUAGGIO/LOGICA

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Modus ponens

se

A,

B

ma

 

A

quindi

 

B

Modus tollens

se

A,

B

ma non

 

B

quindi non

 

A

 

 

 

 

 

SCIENZA/METAFISICA

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ENTE / SOSTANZA

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Dunque l’Ente è determinato dalla sostanza come sostrato, chiamata ousia (ousia)= essenza, e dalla reciproca necessità e sintesi tra sostanza e accidenti (che hanno un’essenza, ma non possono essere essenza). Questi sono riferibili a una serie di categorie (es. sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, posizione, possesso, azione, passione).

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ARCHE’ / AITIA

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MATERIA / COSMO

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NUMERO / ARMONIA

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ARETE’ / EUDAIMONIA

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PASSIONE / RAGIONE

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STATO / LEGGI

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POLITICA / CITTADINO

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ARTE / TECHNE

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Quanto Platone parla di bellezza nel senso di valore metafisico assoluto, intende come referente sensibile l’oggetto erotico e non l’opera d’arte.

La sua avversione è giustificata anche dalla volontà di rivoluzione delle virtù omeriche.

Nella Poetica viene analizzata la tragedia, e sono esposte teorie come la catarsi delle passioni, e la mìmesis intesa come prospettiva da una nuova ottica, che innalza rappresentazioni particolari a rappresentazioni universali, qui inoltre sono posti dei requisiti per la poesia, tra cui la verisimiglianza, che esonera la poesia dalla corrispondenza a verità logiche o astratte; la concatenazione unitaria e necessaria e i canoni di equilibrio e proporzione.

Riprendendo le teorie pitagoriche egli riconosce il bello nell’ordine e simmetria.

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FILOSOFIA E TRAGEDIA

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La filosofia da una parte sembra avere al suo interno un’essenza tragica, dall’altra è la tragedia stessa, che scaturisce da una concezione che vede la centralità dell’uomo in quanto individuo di fronte all’altro da sé.

1.

Si è teorizzato il passaggio da mythos a logos, dato l’approccio razionale della filosofia, ma d’altra parte si riconosce l’importanza dell’irrazionale da cui la filosofia parte pur non potendolo afferrare (e questo discorso vale anche per il suo interrogarsi su sé medesima).

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La tragedia (tragodìa rinvia a canto, sacrificio del capro), si propone come strumento di salvezza e liberazione, permette al gruppo di identificarsi e riconoscere i propri valori (Aristotele), ma anche punta a cogliere il versante nascosto, dal quale bisogna salvarsi.

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Filosofia e tragedia sembrano dunque essere complementari, entrambe vogliono rendere l’uomo consapevole e più forte. La filosofia prospetta il futuro basato sulla razionalità, la tragedia aiuta l’uomo a prendere le distanze dal passato, mostrando i lati del vivere prima nascosti. La filosofia ha un’anima rassicurante in questa prospettiva (Nietzsche poi si renderà conto che nulla si può fare contro ciò che è stato messo a tacere).

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Filosofia e tragedia vengono a coincidere per coordinate cronologiche, e anche per gli stessi linguaggi: Eschilo individua in Zeus non più il Dio religioso, ma il principio eterno del Tutto, al di sopra di ogni concezione mitica, ormai più vicino al sapere epistemico, che manifestando Verità, caccia il dolore dall’uomo; e ancora con Prometeo si scopre l’essere della condizione umana e della civiltà occidentale, che con l’introduzione della tecnica pensa di trovare il rimedio all’angoscia del divenire.

Per Aristotele la tragedia è attività filosofica più elevata della storia, perché si occupa della realtà generale.

La ragione è mediatrice tra l’uomo e ciò che a lui è nascosto, essa si fa interprete del mondo che sfugge, limitandosi dunque a prenderne atto.

Per Platone la follia è positiva, ed è presupposto alla conoscenza filosofica, ne è alla base: colui che prova l’amore poi deve saperlo comunicare tornando all’assennatezza. Il discorso è valido anche per Parmenide, che torna dal viaggio e racconta razionalmente consapevole ciò che gli è accaduto (e così espone le sue teorie simili alla condanna della tecnica di Eschilo, cioè condanna del divenire, che da consistenza al non-essere).

La filosofia nasce con il riconoscimento della debolezza e impotenza umana di fronte alla necessità, e allo stesso tempo esplica i propri limiti di fronte al mondo, evidenziando la sua essenza tragica.

MARGINALI

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Per marginali si intendono alcuni singolari personaggi che riuscirono a farsi distinguere soprattutto per il loro modo di atteggiarsi, figure di transizione, manifestanti tradizioni sacre o mitiche, cultori delle scienze pratiche. Tali informazioni si ricavano generalmente dalla Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi scritta nel III sec. da Diogene Laerzio, che sistematizza il pensiero filosofico e riporta le vicende biografiche

1.

EMPEDOCLE coniugava la dimensione fisico/naturalistica con quella magico/religiosa, rendendole quasi complementari. Egli dunque era filosofo e mago, affermava di essere diventato un Dio, dato il potere derivante dalla sua conoscenza. A ciò si adeguava anche la sua condotta di vita, alquanto stravagante.

2.

ANTISTENE è considerato il fondatore della scuola cinica (deriva da cane), secondo cui il saggio è un uomo dalla vita semplice e naturale, secondo atteggiamenti ascetici e predicatori. La padronanza di sé (autàrkeia) cinica presuppone una grande forza di volontà, e pone l’uomo all’altezza di tutti gli altri. La virtù del saggio è dunque sufficiente alla felicità e il piacere è pericoloso perché compromette la concentrazione.

DIOGENE DI SINOPE è il famoso filosofo che viveva in una botte, fuori dalla società, per opporsi ai valori della vita.

3.

ARISTIPPO DI CIRENE si oppone all’etica del piacere cinica, individuando nel piacere immediato il fine della vita, perché ricercato spontaneamente ancora prima dell’uso della ragione. Il piacere è sempre buono e sempre vero. Esistono due tipi di passione: il piacere (movimento lieve) e il dolore (movimento violento). I Cirenaici non riescono però a cogliere la funzione razionale che si mette in moto per il riconoscimento di un piacere.

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PIRRONE DI ELIDE incontrò i saggi orientali, e visse evitando di attenersi a qualsiasi parametro predefinito, dunque nell’indifferenza e impassibilità, ricercando di essere indifferente anche a questa scelta di indifferenza. Egli così diede le basi all’epochè scettica.

I FILOSOFI E L’USO DEL PASSATO

LE OPERE: COME SONO FATTE

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SIGNIFICATO DEL TERMINE FILOSOFIA

PHILOSOPHIA à SOPHOS (sapiente) à amore per la sapienza

9 fino al VII sec. a.C. artigianato, poi TECHNE

9 SOPHOI sapiente in tutti i sensi

9 SOPHISTES elogiativo fino a Socrate

aneddoto di Talete à PHILOSOPHOS = disinteressato, osserva e ricerca la verità

secondo l’Accademia à VII sec. a.C. PITAGORA = philosophos à ricerca la sapienza, l’aletheia (uomo)

sophos à Dio, possiede la sapienza

Eraclito à critica Pitagora per la polimathia

Filosofia ricerca dell’archè, contemplazione, continuo domandare

Bios à modo di vivere, metodo = percorso di vita

FILOSOFIA INTESA DAI FILOSOFI

SOCRATE à primo filosofo

non scrive (scrivere uccide la filosofia)

bios, missione à maieutica

consapevolezza dell’ignoranza

dialogo per valori universali

felicità come fine, attraverso le virtù

PLATONE à ricerca della sapienza e saggezza (phronesis) à giustizia à felicità

Contemplazione degli enti puri, attraverso la dialettica

Filosofo ha impegno sociale di tipo socratico

Ricerca della bellezzaà bene supremo che rende felice

ARISTOTELE à filosofo è mosso dalla meraviglia

L’uomo puà possedere l’episteme perché ha il nous-intelletto come parte divina che rende immortale

Filosofia è ricerca dei principi, razionalizzazione, contemplazione

Tutte le scienze indagano l’essere che è uno, la pròte philosophia indaga l’essere in quanto tale e Dio

Diventare simile a Dio significa avere beatitudine e felicità

ELLENISTICO ROMANA à pharmakon per colui che lo somministra

Mira alla felicità personale

Saggezza è preferita a sapienza

Sviluppo dell’etica come filosofia pratica

TRIPARTIZIONE DELLA FILOSOFIA

IV sec. a.C. SENOCRATE à fisica, etica, logica

SISTEMA: etica à fine

Fisica à sistema teorico

Logica à metodo di ricerca

FISICA studia la natura (physis) à PRESOCRATICI = ontologia

PLATONE = metafisica del sensibile

ARISTOTELE = scienza della sostanza con movimento e quiete

ELLENISMO = ontologia

ETICA indaga il fine dell’uomo e i mezzi per raggiungerlo à eudaimonia

LOGICA delimita l’ambito della speculazione à logica dell’identità (eleatica) = concetto di essere come uno

Logica dialettica (platonica) = differenza tra idee e fenomeni

Logica analitica (aristotelica) = sillogismo, strumento

Logica canonica (ellenistica) = criterio della verità

STOICI à contribuiscono alla tripartizione

Discorso filosofico = insieme di proposizioni dell’ordine degli incorporei

Tre parti prospettive di un sistema o porzioni separabili

METAFISICA à pròte philosophia, ricerca delle cause e principi

 

METHODOS

= lungo la via = insieme delle procedure per la ricerca

PARMENIDE à pensiero e oggetto del pensiero coincidono

Il non-essere non esiste e non è pensabile

Viene introdotto il concetto di Assoluto = unico, immobile, immutabile

ZENONE à difende i concetti di Parmenide con la dialettica

Le dicotomie sono successive bipartizioni di concetti che sfociano nell’aporia

GORGIA à nulla esiste, è pensabile o comunicabile

Parola non dipende dalla verità à retorica (psicagogia)

SOCRATE à procedimento ironico à confronta opinioni diverse e dimostra quelle errate frutto della contingenza

Con la maieutica giunge a opinioni più universali

PLATONE à attraverso la dialettica ricorda verità assolute

Il pensiero discute con se stesso elevandosi a un punto di vista universale

ARISTOTELE à abbandona il dialogo à la dialettica è legata al probabile e postula il suo oggetto

Adotta la logica-apodittica basata su conoscenze vere e sillogismi

Dialettica dovrebbe modellarsi sul metodo sillogistico, predicabili e significato delle parole

Filosofia prima si basa sul metodo diaforetico, analisi semantica e principio di non contraddizione

Filosofia, dialettica, retorica, sofistica, eristica vanno da conoscenze vere a probabili, ognuna di esse ha

un metodo sillogistico

logica è distinta dalla filosofia in quanto ne è strumento

MAPPA DELLE DISCIPLINE TEORICHE

THEORETIKE’

Conoscenza dell’essere

fine a se stessa,

contemplazione

MATEMATICA studia i numeri ideali

FISICA studia tutto ciò che diviene

PROTE PHILOSOPHIA studia i fondamenti teorici e ontologici

PRAKTIKE’

PHRONESIS caratteristica dell’individuo in azione

POLITIKE’ saper scegliere nell’assemblea

OIKONOMIKE’ saper governare giustamente

PHRONESIS felicità del saper convivere

PHILOSOPHIA ANTHROPINA filosofia pratica, insegnamento

POLITIKE’ insegnamento della politikè

ETICHE’ pratica della phronesis

POIETIKE’

POIETIKE’ poesia che modifica il mondo

POIETIKE’ RETHORIKE’ discorsi con effetto concreto

POLITICA

GIUDIZIARIA

EPIDITTICA

PHILOSOPHIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ORGANON trattato sulla logica, intesa come strumento della filosofia, si muove attraverso sillogismi, modelli di verifica del ragionamento.

 

SCUOLE

ORIGINE à colonie, punto d’incontro della cultura (Ionia, Italia)

TIPI à istituzioni fisse (specialmente dal III sec. a.C)

SCUOLA = scholae (tempo libero)

PRESOCRATICI à gruppi di discepoli e maestro, spesso imparentati

Anche con scopi religiosi e politici

PITAGORICI à Pitagora fonda la scuola a Crotone nel VII sec. a.C.

Nel VI sec. a.C. dominano Crotone

Seguono precetti rituali (acusmata), sono dogmatici

Vi è una scissione tra acusmatici e matematici

Alla morte della scuola i pitagorici vagano insegnando gli acusmata

SOFISTI à specialisti che girano di città in città

Insegnamenti a pagamento, specifici in base alla città

Vicini alla sfera politica

Il loro lavoro rende inferiori, in realtà esistono fino al Rinascimento

Le lezioni consistono in dialoghi retorici

PLATONE à fonda nel IV sec. a.C. l’Accademia come la scuola pitagorica

Vi sono giovani discepoli (neoniscos) e membri anziani (presbiteroi)

Si discute di essere, bene, uno, scienza

Platone indirizza e propone i dialoghi

Il nucleo dottrinale sono semplici frasi a memoria (poi scritte con Speusippo)

La letteratura verso l’esterno ha fini proselitici

Dopo Polemone vi sono scissioni

Arcesilao inizia il periodo scettico, fino alla distruzione nel 90 a.C. con l’assedio di Silla

Nel IV sec. è restaurata da Plutarco, ma le lezioni sono cattedratiche e il pubblico classi alte

ARISTOTELE à non può fondare una scuola ad Atene

Insegna in un locale con strumenti

Gli scritti sono essoterici e acroamatici

Vi si catalogano dati per il continuo confronto e miglioramento

Ognuno mette a disposizione il proprio patrimonio

Quando A. è costretto a fuggire Teofrasto istituzionalizza la scuola peripatetica

Contribuisce alla frantumazione della scienza

È distrutta nel 90 a.C. con l’assedio di Silla

EPICURO à fonda la scuola fuori Atene

I discepoli seguono i suoi dogmi scritti nel Peri Physeos

Lo scopo è dare a tutti la possibilità di fare filosofia

Solo i più ricchi pagavano, all’insegna della solidarietà e amicizia

Come ortodossa si protrasse a lungo

ROMA à la verità è già stata scoperta, ci si limita all’esegesi

Fino al II sec. i filosofi sono disprezzati, perché distolgono dalla guerra

I filosofi romani sono retori e politici: la retorica si basa su concetti filosofici

Sono frequenti i sofisti nelle case patrizie

Plotino fonda una scuola nel III sec. in una casa patrizia, si riprende Platone, senza il metodo dialogico

ALESSANDRIA à attorno al 300 a.C. si fonda il Museo, sostenuto dai Tolomei

Si studiano letteratura e le varie scienze

Le scuole filosofiche approdano dopo il 90 a.C.

È distrutta dagli arabi nel 642

CRISTIANESIMO à dilaga fino al 529, quando Giustiniano bandisce la filosofia e chiude tutte le scuole rimaste

 

DIALEKTIKE’ / RETHORIKE’

DIALETTICA à DIA|LOGOS = ragionamento reciproco

Arte di discutere con un altro

ZENONE = fondatore, argomenta per la confutazione di tesi

Usa dicotomie che sfociano nell’aporia

Prima di lui le argomentazioni criticavano solamente

ARGOMENTO = strumento per confutare e convincere l’avversario

CONTENUTO = conoscenze vere

SOCRATE e PLATONE la usano come metodo principale

Tipica dell’abitudine alla lotta in Greca

RETORICA à REMA = verbo

Moralmente neutra à la positività dipende dal tipo di uso

GORGIA = è il primo che la distingue dalla filosofia

La parola ha potenza perché non è legata alla verità

La retorica è una tecnica di convincimento

PLATONE e SOCRATE la rifiutano perché si basa sul probabile

ARISTOTELE = ha contenuti probabili, uditorio più ampio, discorsi più lunghi della dialettica

Si basa su probabilità, segni, esempi, pur fornendo ragionamenti come la dialettica

Può essere discorso deliberativo, giudiziario, epidittico

I suoi mezzi sono ethos, pathos, argomentazioni

È utile per difendersi, confutare, far valere le proprie convinzioni (come per Protagora)

ETA’ ROMANA = si basa su contenuti filosofici

Vi sono 5 momenti: inventio, dispositio, elocutio, actio, memoria

ERISTICA = se mira alla vittoria con i discorsi doppi

SOFISTICA = se mira al guadagno

LINGUAGGIO / LOGICA

LOGOS = non ha significato preciso, riguarda la riflessione e la comunicazione

LINGUAGGIO à SOFISTI = prima riflessione, usavano il linguaggio negli insegnamenti

PLATONE = naturale, i nomi sono l’essenza delle cose

ARISTOTELE = artificiale, tra nomi e cose c’è l’affezione nell’anima (gnoseologico)

Nome e verbo sono gli elementi principali della frase

STOICI = analizzano il campo semantico

Vi sono tre livelli (triangolo): significante, ente (corporei), significato (incorporeo)

È ciò che differenzia l’uomo dagli animali, è strumento di espressione per i filosofi

LOGICA à è sempre usata, specialmente nella retorica

ARISTOTELE = primo a teorizzarla nell’Organon

È strumento di verifica dei ragionamenti

SILLOGISMO (connessione di ragionamenti) è l’analisi dei rapporti tra predicati, forma più

perfetta alla quali si riconducono i ragionamenti (poste due condizioni universali si conclude

una terza diversa)

le inferenze sono analizzate tramite figure (schemi)

STOICI = il sillogismo analizza i rapporti tra proposizioni (condizionali)

Modus ponens e modus tollens

EPICUREI = scelta tra proposizioni vere o false

 

SCIENZA / METAFISICA

EPISTEME à allude alla stabilità e all’imporsi

Ha carattere universale

Tende all’assoluto mediante ricerca logica e teorica

Si interessa dei fondamenti e principi dell’essere

Si basa sul postulato nulla viene dal nulla

L’archè a volte non si può trovare perché la natura si svela attraverso i fenomeni

Diventa scienza moderna quando parte dal basso (Bacone)

METAFISICA à va oltre la natura, ricerca le cause formali e finali

È la pròte philosophia di Aristotele

Metafisica e fisica sono indissolubili ed entrambe episteme

Il termine è stato introdotto da Andronico di Rodi

ENTE / SOSTANZA

ENTE à tò òn (ciò che è) = participio presente del verbo essere

È determinato e dipende da una causa o principio

SOSTANZA à sub-stantia = ciò che sta sotto

È stabile, presuppone che vi si sovrappongano altre determinazioni

PLATONE = sostanza è l’idea, la cui conoscenza è garantita dall’osservazione del fenomeno

ARISTOTELE = distingue sostanza come sostrato = ousia (essenza) e sostanza come relazione con gli

accidenti à entrambe determinano l’ente

PLOTINO = ogni cosa è in quanto riesce a esprimere il suo essere e tende all’Uno

ARCHE’ / AITIA

ARCHE’ à ANASSIMANDRO = è il primo ad usarlo

È fonte, foce e permanente sostegno delle cose

È radice = riza

Si riferisce anche al comando, magistratura

PRESOCRATICI = è una realtà prima materiale e permanente

PITAGORICI = sono numeri

PLATONE = è l’inizio di un processo, le idee ingenerate, imperiture, che muovono se stesse, comprensibili e

Determinate

ARISTOTELE = coincide con aitia

6 sensi (fisici e logici): punto di partenza del movimento, punto dal quale le cose si

effettuano al meglio, ciò che è immanente e ciò che non è immanente all’oggetto ma da cui

inizia l’esistenza, cià per il cui arbitrio le cose si muovono, ciò da cui parte la conoscenza

AITIA à può essere causa, spiegazione, responsabilità

In origine si riferisce a un’accusa giuridica

PLATONE = critica la causa come radice fissa

È relazione logico-formale tra idea e cosa (mimesi, metessi, koinonia, parusia) – Fedone

È un poioun, un agente: causa divina (Demiurgo) e causa necessaria (synaition) – Timeo

Causa formale (idea); causa materiale (chora); causa efficiente (Demiurgo)

ARISTOTELE = è relazione asimmetrica tra due realtà

È causa materiale, formale, efficiente, finale

ELLENISTICA = causa efficiente e motrice

Ci sono più aitiai

EPICUREI = aggregato atomico che si trasmette per contatto ad un altro, è un’attività

STOICI = è una cosa (che agisce su un’altra)

NEOPLATONICI = riprendono più tipi di aitia e li identificano con l’Uno

 

MATERIA / COSMO

MATERIA à PRESOCRATICI = causa, principio originario = archè

PLATONE = elabora il concetto in relazione alla forma

Le idee agiscono su tre livelli: solidi geometrici; triangoli rettangoli isoscele e scaleno; chora

(caos a cui tutto tende a tornare, in continua formazione e distruzione)

l’anima è formata dalle idee identico e diverso, in continuo movimento razionale

ARISTOTELE = non è un ente prestabilito

Funzione correlata alla forma

Non esiste la chora

La hule ha potenza ontologica come causa materiale

ELLENISTICA = tutto è materia, il logos è corporeo, Zeus è pneuma

EPICUREI = è fatta di tomi in equilibrio

NEOPLATONICI = è negativa perché senza qualità

È il massimo dell’indeterminatezza

COSMO à ESIODO = con la Teogonia inventa di Dei

In seguito diventano forze fisiche

La terra è al centro del cosmo, il sistema è chiuso e ordinato

PITAGORICI e PLATONE = è matematizzata e in armonia

ARISTOTELE = ordina il moto dei pianeti

Non si può sapere altro al riguardo, non può esservi scienza

Non esiste luogo al di fuori del cosmo

STOICI = è infinito e incorporeo, ma qualcosa per forza

Esistono infiniti cicli cosmici identici

EPICUREI = nell’infinito la collisione casuale tra atomi in caduta crea molteplici mondi e molteplici verità

NEOPLATONICI = il mondo sensibile è sovrastato dal mondo intelligibile

NUMERO / ARMONIA

NUMERO à EUCLIDE = molteplicità composta di unità, per cui ogni cosa è detta uno

ARITHMOS = un certo numero di cose, quantità di oggetti distinti, non indica numeri astratti

PITAGORA = i numeri sono figure, quindi l’essenza delle cose

PLATONE = i numeri sono le idee, quindi l’essenza delle cose

La matematica (geometria, stereometria, aritmetica, astronomia, armonia) è propedeutica alla

filosofia, che raggiunge il Bene in sé sorpassando le ipotesi

ARISTOTELE = i numeri e gli oggetti matematici non sono enti in sé

I numeri sono misura degli enti (numeri numerati) o astratti (successione numerica)

ARMONIA à PITAGORICI = è la realtà del cosmo

Deriva da una limitazione numerica dell’indeterminato

ERACLITO = l’universo è armonia e conflitto di contrari

Può presupporre l’intelligenza come principio

 

ARETE’ / EUDAIMONIA

ARETE’ à VIRTU’ = capacità di svolgere bene la propria funzione

Non sottintende un comportamento morale

SOFISTI = abilità e accortezza nel parlare (politikè techne)

SOCRATE = conoscenza che permette all’anima di esprimere la propria essenza

È sapienza, giustizia, saggezza, temperanza e fortezza

PLATONE = la virtù del singolo si esplica nel Bene dello Stato

Psiche è divisa in facoltà; razionale, irascibile, appetitiva

Lo Stato è diviso in tre classi relative alle virtù cardinali

L’etica platonica è eudaimonistica

ARISTOTELE = anima divisa in: vegetativa, sensitiva, intellettiva

All’anima irrazionale corrispondono le virtù etiche

All’anima razionale corrispondono le virtù dianoetiche (saggezza e sapienza)

L’etica aristotelica è un’etica del dovere, senza premi

EPICUREI = le quattro virtù cardinali sono condizioni per la felicità

STOICI = accettano solo le virtù dianoetiche

EUDAIMONIA à colui che gode della protezione degli dei

DEMOCRITO = stato di benessere psichico

SOCRATE = vi contribuiscono anche i beni esteriori se usati con raziocinio

È la piena realizzazione della natura umana (ragione) attraverso le virtù

PLATONE = felicità è il Bene supremo del singolo attraverso le sue virtù e dello Stato attraverso la

giustizia

ARISTOTELE = fini e beni sono strumentali o per se stessi

La felicità è relativa alle virtù etiche e dianoetiche

EPICURO = è il fine della filosofia

È uno stato di equilibrio psichico (atarassia) e fisico (aponia)

STOICI = è il fine della vita secondo ragione, superando le passioni

PASSIONE / RAGIONE

Le passioni si devono razionalizzare per raggiungere la felicità

PLATONE = appartengono al corpo – Fedone

Appartengono all’anima – Filebo

ARISTOTELE = derivano dall’anima irrazionale

EPICUREI = sono modificazioni prodotte dall’interazione del corpo con l’ambiente, la ragione le rende utili alla felicità

Possono essere positive se naturali, negative se culturali

STOICI = sono errati giudizi di ragione, devono essere dominate

STATO / LEGGI

STATO à si deve ai greci lo spazio della politica come spazio di confronto

In Omero era lo spazio dell’assemblea per discutere di guerra

Le poleis erano prive di nazionalità, formate dai cittadini

Spazio civico è il centro dell’agorà (ES MESON)

Attorno all’agorà vi sono le oikia, case private (OIKOS)

Le oikia sono rappresentate dal maschio adulto (andreia e self control)

Res publica = ta pragmata = gli affari politici

Res privata = to koinon = sfera personale

Non esiste lo stato come personalità giuridica contrapposta all’individuo

Sopra l’agorà c’è l’akropolis, centro di adorazione degli dei, vi vivevano i re, ora sono eletti solo per le

cerimonie

La religione è divisa dalla politica, fornisce solo suggerimenti

La repubblica promuove il bene pubblico

LEGGI à scritte (NOMOI) / non scritte (NOMOI AGRAFOI)

NOMOS à ripartizione del time-prestigio, contrapposto a physis

500 a.C. il concetto di ISONOMIA si concretizza in democrazia e libertà

 

POLITICA / CITTADINO

PLATONE à corrispondenza tra psiche individuale e articolazione sociale

Produttori – anima concupiscibile – temperanza

Guerrieri – anima irascibile – fortezza

Custodi – anima razionale – sapienza – filosofi

Tutti contribuiscono alla giustizia, virtù dello Stato

I cittadini sono divisi in specializzazioni, su attitudini individuali

Comunismo etico e intellettualistico à felicità

Governo: aristocratico, oligarchico, timocratico, democratico, tiranno

Lo Stato perfetto può essere solo divino

La politica diventa arte appannaggio dei cittadini

ARISTOTELE à uomo è zòon politikòn: ha il linguaggio che gli permette di discernere tra giusto e ingiusto

L’uomo è tale solo nel rapporto sociale

Libertà e schiavitù dipendono da attitudini individuali naturali

Governo: monarchia – tirannide; aristocrazia – oligarchia; politia – democrazia

5 classi sociali: agricoltori e artigiani (schiavi), commercianti (stranieri), militari, governanti, sacerdoti

la razionalità si sviluppa col tempo e meno nelle donne

Nelle civiltà ellenistiche esiste la polis, ma è privata di poteri

Nasce il sentimento cosmopolita: tutti i saggi sono amici

STOICI à partecipano alla vita di corte, insegnano a pagamento

EPICUREI à ‘vivi nascosto’ per la sicurezza (asphaleia)

La tranquillità personale è presupposto per la buona convivenza

ARTE / TECHNE

1735 Baumgarten parla di AESTHETICA come branca della filosofia: si occupa della bellezza, opere d’arte, gusto

arte e techne inizialmente sono inglobate à vengono ammirate le conoscenze applicate, è disprezzata la fatica fisica

arti servili (come gli schiavi) / arti libere (non manuali, più nobili)

PITAGORICI à cosmo armonico, segue i canoni dell’acustica (concerti)

DEMOCRITO à arte è creare imitando la natura

SOFISTI à l’arte è edonistica e soggettivistica, dipende dal contesto

SOCRATE à divide per primo arte da techne

Arte è imitazione selettiva della realtà, tende alla perfezione

Harmotton è la bellezza data dalla realizzazione delle virtù degli oggetti

PLATONE à poesia è irrazionale

Arte è mìmesis della mìmesis, doppiamente imperfetta

Può solo essere subordinata alla filosofia (come retorica)

La bellezza si riferisce all’oggetto erotico

ARISTOTELE à arti pratiche e arti belle sono l’ultimo grado della conoscenza, perché non sono fini a se stesse

Completano, integrano o riproducono la natura

Nella Poetica la tragedia deve avere requisiti: verisimiglianza, concatenazione unitaria e necessaria,

equilibrio e proporzione

EPICUREI à arte procura piacere, è disprezzata quella che non lo produce

SCETTICI à criticano l’arte e gli stessi giudizi scientifici su di essa

STOICI à è preferita la bellezza morale a quella corporea

Introducono il concetto di immaginazione e phantasia, superiori all’imitazione

ROMANI à riprendono l’harmotton e lo distinguono in pulchrum (bellezza della forma) e decorum (bellezza dell’utilità)

NEOPLATONICI à arte è una forma della mente dell’artista, mutuata da un’idea perfetta

 

FILOSOFIA / TRAGEDIA

Entrambe individuano la centralità dell’individuo di fronte all’altro da sé

filosofia ha essenza tragica perché esplica i limiti umani di fronte al mondo

TRAGEDIA à permette al gruppo di identificarsi e riconoscere i propri valori

Aiuta a prendere le distanze dal passato, annunciando ciò che è nascosto, rende l’uomo consapevole

FILOSOFIA à per rendere l’uomo forte prospetta un futuro di razionalità

Parte da un irrazionale che rincorre ma non può afferrare

Hanno stesso periodo e stesso linguaggio

ESCHILO à Zeus è principio eterno del Tutto, che manifestando verità caccia il dolore dall’uomo

la tecnica è un rimedio all’angoscia

PLATONE e PARMENIDE à la follia permette di conoscere la verità, ma poi il senno la deve comunicare

ARISTOTELE à tragedia si occupa della realtà generale

la ragione può solo prendere atto di ciò che è nascosto

MARGINALI

Sono figure di transizione, particolari per il loro atteggiamento, per le tradizioni sacre o mitiche, cultori delle scienze pratiche.

DIOGENE LAERZIO à li descrive nel III sec. nel ‘Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi’

EMPEDOCLE à credeva di essere un Dio

ANTISTENE à fonda la scuola cinica, elogia la padronanza di sé

DIOGENE DI SINOPE à viveva in una botte

ARISTIPPO DI CIRENE à il fine della vita è il piacere immediato

PIRRONE DI ELIDE à è indifferente e impassibile, crea l’epochè scettica

IL PASSATO IN FILOSOFIA

SOPHOI à partivano da indagini personali o rivelazioni divine

PLATONE à i dialoghi si riferivano ad anni passati

ARISTOTELE à nel De Philosophia indica le origini con i Magi, i Sette Sapienti, Orfeo, Museo, Parmenide

DOSSOGRAFIE à inizialmente a scopo critico e derisorio, poi contengono commenti utili

ROMANI à ricostruzioni storiche fittizie, commentano gli antichi

NEOPLATONISMO à inizia l’unione tra platonismo e aristotelismo

LE OPERE

4 FASI à tavoletta rasabile, rotolo di papiro, pietra da incidere

grafia bustrofedica, mancano i riferimenti, è costoso

à II sec. pelli di pergamena in codici

nuova grafia, suddivisione del testo, correzioni soggettive

à metà 1400 Gutemberg stampa meccanica su carta

perfetta riproducibilità, grandi quantità, tipografi-editori

à libro virtuale stampabile, ricerca veloce e pratica

FILOLOGIA à dal 1800 ricerca metodi e testi antichi originali

Prima di Platone si hanno solo tradizioni indirette

PRESOCRATICI à ordinati da Diels e Kranz

A testimonianze

B frammenti

C echi e imitazioni

# filosofo

PLATONE à sistemazione in tetralogie di Trasillo

Paragrafazione 1500

ARISTOTELE à sistemazione volumi di papiro I sec. a.C. Andronico di Rodi

Paragrafazione Accademia Prussiana 1800

STOICI à raccolta di Hans Von Arnim

La tradizione è pervenuta nell’ordine: Platone à Aristotele à Teofrasto à Dossografi

Bisogna sempre tener conto della reinterpretazione dell’autore

- ETICA NICOMACHEA -

 

CONTESTO

La discussione di Aristotele risente di tutta la cultura greca. Il dibattito tra i filosofi è anteriore alla formazione delle scuole, già nel VIII sec. a.C., quindi durante il periodo dei poemi omerici, vi sono riflessioni sul tema della responsabilità, non sottoforma di dibattiti veri e propri, ma riflessioni poetiche sull’agire umano. Le nozioni di determinismo e responsabilità che come noi le conosciamo si riferiscono ad azioni positive, negative o neutre moralmente, in nell’antichità si riferiscono in particolar modo alla colpa di colui che compie azioni malvagie; tale concezione si protrae per tutta la storia greca, essendo Omero sempre presente nella formazione culturale del cittadino (Iscomaco è kalos kagazos=perfetto gentiluomo, conoscendo Omero a memoria), e scatenando così le riflessioni successive. Omero racchiude l’Ethos della civiltà antica, non imposto da un clero o da sanzioni pubbliche, e solo più tardi questo sarà oggetto di discussione filosofica, a partire dai Sofisti.

In Grecia è da sottolineare l’assenza di una religione rivelata, la presenza di una religione civica, della polis, fatta di rituali sociali; essa non impone dunque alcun tipo di morale, come non la impone lo Stato attraverso sanzioni. Come in Cina la morale religiosa è assente, e gli dei sono esseri viventi eterni non privi di difetti, più forti dell’uomo ma in rapporto di convivenza nel cosmo con questo. La responsabilità non è legata alla concezione di salvezza divina, ma fa riferimento a un mondo pericoloso in cui è necessario realizzarsi al meglio prima della morte. L’insegnamento è di tipo pratico, avviene vivendo nella polis, conoscendo il teatro, la poesia, i racconti dei rapsodi, presi come modelli di comportamento.

Sia la società degli uomini che quella degli dei sono rette da monarchie non assolute, ma possibili di scontri e gerarchiche, suddivise in base ai compiti e soprattutto controllate dalla Moira (mv ira), che spesso viene identificata con il destino, il fato, e non è rappresentata da una figura divina. Essa è la parte assegnata a ogni essere vivente nella rappresentazione della vita (deriva dal verbo ‘dividere’), è uno scontro di cose: la Moira dell’uomo è la morte, quella degli dei è l’immortalità. Hybris (u b r i z ) è l’infrazione della Moira, l’arroganza che fa tanto irritare il pubblico, difensore e mantenitore della Moira. La Moira è un elemento di armonia, Hybris di conflitto. Questo è una rottura dell’ordine vissuta dagli altri con imbarazzo e sorpresa, a cui segue una punizione che tende a far tornare l’ordine, il quale però rimarrà sempre un’aspirazione perché la Moira è sempre messa in discussione dai singoli, contro l’indignazione e la pressione della comunità. Essa non è la legge, nonostante non vi fosse suddivisione tra i campi del sapere e dell’agire.

Secondo la filologia tedesca del primo ‘900 in Omero le persone sono concepite come marionette. Tale assunto deriva da descrizioni di occasioni in cui un comportamento hybristico viene compiuto da qualche eroe per influenza divina (apparizione in sogno, possessione). Vi è la sensazione di un oscuramento del senno umano (Ate), durante il quale l’uomo compie azioni diverse da quelle che farebbe normalmente. L’azione però ricade sull’uomo che la compie come mezzo, che pur accetta gloria e umiliazione conseguenti da tale influenza. La colpa è qui intesa come un miasma, una forma di contaminazione, infezione oggettiva, addirittura contagiabile. Questo avviene in realtà in pochi casi, si tratta della colpa tragica poco studiata, a differenza della responsabilità delle proprie azioni, più largamente diffusa; tale distinzione è comunque conosciuta dai Greci, e già presente in Omero (secondo Crisippo) nell’Odissea. Qui l’atmosfera è meno arcaica che nell’Iliade, si tratta di un poema di pace ed avventura, dove si evolve facilmente la teoria morale. La gerarchia divina è più fissata, Zeus è il padre di tutti gli dei, e il mondo è un’armonia retta dalla giustizia divina. Il cosmo è qui etico morale, propugna una visione del mondo in cui la giustizia supera la Morda, divenendo un bene a cui tutti tendono. La responsabilità si fa più vicina alla concezione contemporanea: l’uomo possiede il libero arbitrio (pur ammettendo in alcuni passi la presenza della colpa tragica) e lo pone in funzione del bene.

In età arcaica (VII – VI sec. a.C.) la poesia domina ancora, affiancata dai valori e dalle dottrine morali della società nobiliare, ora al potere, con la scomparsa della monarchia. Questa classe tende a far coincidere la nobiltà di razza con la nobiltà d’animo, ma in realtà la società risulta più gerarchizzata e statica. In particolare è diffusa la poesia gnomica, in cui tale classe presenta i propri valori, riaffermando la propria identità di fronte alle altre classi; questi sono canti conviviali, ricorrenti nei simposi (alcuni autori sono Teognide, Tirteo, Cleobunina, Pindaro come critico). La situazione politica arcaica porta a un peggioramento della visione del mondo. Il mondo degli umani e il mondo degli dei si dividono, il primo non può più conoscere il secondo, e addirittura non si parla più di dei, ma di un dio generale, ostile e geloso dei successi dell’uomo, sempre pronto a demolirlo. La visione tragica dell’esistenza non fa bastare nessuna gloria, perché la divinità è padrona di tutte le cose e le azioni dell’uomo sono vane, possono in ogni momento suscitare lo Phthonos, invidia degli dei. Per Teognide nessuno è aitios (responsabile di ciò che gli capita), cioè la divinità punisce tutti con disegni incomprensibili, e come in Eschilo è crudele e ambigua, ama umiliare tutto ciò che spicca. In quest’ottica le uniche virtù possibili sono coraggio, speranza e sopportazione, le uniche a rimanere nel vaso di Pandora. La cupezza tipica di quest’epoca conduce alla prima teorizzazione della concezione di destino.

L’età classica (V – IV sec. a.C.) vede uno spostamento dei sophoi ad Atene, in seguito alle guerre persiane e alla grandezza acquisita da questa polis, retta da una democrazia e da tradizioni che influenzeranno le tesi filosofiche. Le discussioni riguardo la colpa sono infatti influenzate dalla politica ateniese: i primi ad analizzare la colpa in relazione alla sfera giudiziaria sono Anassagora e Antifonte, attraverso l’uso di paradossi. Dunque non c’è più ne’ poesia ne’ memoria poetica, ma l’argomentazione, la forza del logos, ancora sfumato tra logica e retorica. Nelle tetralogie di Antifonte ad esempio si tratta di casi giudiziari analizzati attraverso argomenti dicotomici di carattere sofistico, al fine di individuare un responsabile. Anche la posizione di Socrate si avvicina a tale procedimento, perché ostili entrambi al senso comune, ma egli parte dalla necessità di convincere le persone attraverso un ragionamento. Secondo Socrate nessuno da fa del male volontariamente, le azioni malvagie sono involontarie, ma a differenza della colpa tragica, qui si tratta di errori di ragionamento. Questo viene detto intellettualismo socratico, poi ripreso da Platone, che individua una tendenza, una volontà universale del bene proprio, presente in ogni azione. L’identificazione corretta di tale bene comporta che il bene individuale coincida con quello collettivo, mentre gli errori portano ad azioni malvagie. Così il filosofo diventa medico dell’anima, e i malvagi devono essere puniti (in senso civico e non morale), pur non essendo colpevoli. Il criterio di valutazione del bene è lo stato della propria anima (conosci te stesso). Platone riprende l’intellettualismo socratico nel Timeo: il cattivo diventa tale per uno stato morboso del corpo e per il tipo di allevamento che ha ricevuto. L’uomo dunque è tendenzialmente buono, e la colpa dei suoi atti malvagi è del corpo, dei genitori e della polis.

Un’altra posizione importante contemporanea a Socrate è quella di Democrito, di cui ci parla Aristotele. Egli è il primo filosofo determinista, sebbene siano rimaste soprattutto massime etiche banali e tradizionali, proverbi. Il determinismo si scorge soprattutto nelle opere fisiche, che rivelano una concezione rigorosa della natura. Gli atomi (uguali per qualità ma distinti nella forma) di Democrito hanno le caratteristiche dell’essere parmenideo, a cui si contrappone il non-essere, il vuoto, quindi il tutto è infinito. Il movimento è qui spiegato da un vortice singolo (simile al concetto di chora-chaos), che per altro è semanticamente simile a dio (d i o z - d i n o z ). Il movimento vorticoso degli atomi è una necessità (a n a g c h ), è causa della generazione. Per Epicuro invece tale affermazione sarà male, perché non lascia spazio alla libera azione umana.

Aristotele si trova a discutere contro Platone e Socrate, ma dunque anche contro il determinismo fisico, più difficile da combattere (è alla base di tutta la tradizione basata sulla causalità).

 

 

L’ETICA DI ARISTOTELE

Aristotele scrisse due trattati di etica, l’Etica Nicomachea e l’Etica Eudemia, e un terzo trattato è attribuito però a un suo discepolo, la Grande Etica. Tutte e tre le opere presentano lo stesso ordine tematico: il bene supremo e la felicità; la virtù etica in generale e le particolari; le virtù dianoetiche; i vizi; l’amicizia; la felicità completa. Questi temi seguono un ordine logico che mira a scoprire il bene umano e la felicità (in tutte le opere aristoteliche appare chiara la concezione finalistica dell’agire umano), secondo il metodo tipico della retorica che consiste nell’esposizione di una tesi e una seguente dimostrazione di questa attraverso argomentazioni.

Chi parla di etica deve secondo Aristotele sapere qualcosa di psicologia, dal punto di vista della morale, non la psicologia descrittiva, rivolta ai soli specialisti.

Per quanto riguarda l’Etica Nicomachea l’indagine è suddivisa in una decina di libri in questo modo:

libro I – definizione del bene supremo come attività dell’anima secondo virtù, in base alle due parti dell’anima etica e

dianoetica

libro II – indagine sull’origine della virtù etica ed esposizione della dottrina del giusto mezzo

libro III – discussione sulle condizioni dell’azione, necessaria per definire un agire virtuoso

libro IV – analisi delle virtù particolari

libro V – descrizione della virtù della giustizia

libro VI – discussione sulle virtù dianoetiche, in particolare sulla saggezza, ragione legata alla prassi, la quale si serve

della sapienza

libro VII – studio delle azioni viziose e del piacere

libro VIII e IX – studio della nozione di amicizia

libro X – indagine sulla felicità perfetta, che consiste nel bios theoretikos (vita intellettuale e coltivazione della sapienza).

Vi sono difficoltà nella traduzione, che spesso risulta impropria o scarna rispetto alla versione originale, soprattutto per la scelta dei termini latini spesso inventati dai filosofi romani, primi interpreti. Allora in Aristotele eudaimonia è la piena realizzazione di sé stessi, il perfetto funzionamento della nostra razionalità, è completezza e successo; agathon e kakon, bene e male, non sempre hanno significato morale, spesso indicano la nobiltà delle azioni, nel senso di qualità; aretè è l’eccellenza di un’attività svolta da un ente (ma come per ergon indica anche l’agente stesso), ha la funzione di condurre all’eudaimonia; logos è discorso, argomento, parola, proporzione, ragione e non ha carattere normativo come alcuni (Stewart, Gauthier, Zanatta ) gli vorrebbero attribuire similmente a Kant.

Aristotele indica la sua etica non tanto con episteme praktike ma con l’espressione he peri ta anthropeia philosophia (la disciplina filosofica che riguarda le cose umane), ma a volte anche con theoria ethike, o con politike tis (nel senso che si occupa del fine della politica pratica, non è politica, e come questa accetta definizioni approssimative e per lo più), o philosophia politike. La forma degli scritti etici è definita methodos (indagine) o pragmateia (trattazione), si tratta dunque del consueto metodo dialettico. La piena concezione di etica si avrà solo con l’età ellenistica.

Lo scopo pratico dell’etica determina un’inversione del rapporto tra universale e particolare: in questo campo sono infatti i discorsi particolari che ci interessano, mentre quelli universali diventano vuoti e inapplicabili. Il filosofo in quest’ottica assume l’impegno di chiarire la nozione di bene umano già implicitamente presente nelle opinioni degli uomini migliori, i quali concretizzano le definizioni generali in una serie di modelli particolari.

Il finalismo universale nel campo dell’azione individua un bene a cui tutto tende, e una serie di fini che possono essere azioni, produzioni, e altro organizzati in serie gerarchiche, da cui si suppone che vi siano fini ultimi a cui i vari fini tendono. Non esiste dunque solo un fine ultimo, bensì esiste il bene supremo, individuato nella felicità che è per opinione comune il bios (modo di vivere razionale attorno a un’attività principale, che è il fine della vita e che la rende completa e perfetta). A questo punto è necessario per Aristotele determinare teoreticamente la natura umana, ricercando quale sia l’attività propria dell’uomo in quanto tale: essa è individuata nell’attività della sua parte razionale secondo arete. La vita attiva è euzoia (vita buona) e eupraxia (vita realizzata), è prassi, uso delle proprie capacità. La concezione si fa così praticistica, ed introduce l’elemento di precarietà, data l’incertezza dell’azione in vista delle mutevoli circostanze che la determinano. L’azione umana ha inoltre natura duplice: in quanto attività, ha il suo fine in sé stessa, in quanto movimento tende al successo. La contrapposizione tra felicità come attività di una vita concreta secondo virtù completa e felicità come bios theoretikos è stata oggetto di discussione ed ha trovato varie risposte: le due spiegazioni possono essere componenti paritetiche della felicità; Aristotele può essersi evoluto da una concezione all’altra; la vita secondo virtù etiche è subordinata alla vita teoretica; la felicità è in generale vita secondo virtù, ma queste sono tante per cui è obbligatoria una scelta che sacrifichi le altre (più accettabile). L’ultima spiegazione fa capire come non esista contraddizione tra le concezioni, ma una precisazione: la scelta migliore tra le varie virtù è quella che privilegia l’attività migliore, ossia la contemplazione. Infine la felicità è attività della parte razionale dell’anima, nella sua versione più eccellente, e la virtù è il funzionamento eccellente dell’anima, e le attività delle sue parti sono molteplici, quindi vi sono molteplici virtù.

Le virtù tout court sono le forme di funzionamento eccellente della parte dell’anima in cui risiede il desiderio (orexis). Esso è fondamentale perché permette di muovere il corpo, essendo legato alle membra tramite lo pneuma. La ragione comunica con il desiderio sottoforma di immagini o phantasmata, ed esso può ribellarsi a essa (epithumia) o seguirla (boulesis). I desideri e le emozioni sono allora imprescindibili, a patto che si cerchi di provarne di buona qualità, secondo la regola della coerenza e del giusto mezzo; la medietà va calcolata in base alle caratteristiche della persona. Così virtù può essere definita uno stato abituale che produce scelte, consistente in una medietà rispetto a noi.

La teoria del giusto mezzo definisce la felicità come buon funzionamento di un essere umano nella sua sfera razionale ed emozionale, è equilibrio del carattere e dell’agire, perché l’azione eccellente è tale per cosa si fa ma anche per il modo in cui si fa (si avvicina alla persona capace di autocontrollarsi odierna – enkrates).

Si aggiunge un elenco di virtù particolari esemplificate da individui dotati di una di esse, da prendere come modelli, sulla base dell’etica dei modelli tipica dell’antichità (Aristotele fornisce una imitatio pratica).

Nel libro V dell’Etica Nicomachea la trattazione riguarda la giustizia, qualità che si distingue in "giusto in senso ampio" che consiste nel comportamento secondo tutte le virtù nei rapporti sociali, ed è virtù completa; e "giusto in senso ristretto" che riguarda l’equa distribuzione di beni materiali e morali. In questa sezione si tratta anche della giustizia negli scambi commerciali e dell’importanza della moneta, seppur la misura del valore rimanga il bisogno delle merci. Segue una parte descrittiva, in cui tra l’altro si accenna alla giustizia per natura, poi utilizzata nella dottrina giusnaturalista. Superiore al giusto è l’equo, che consiste nella specificazione delle norme legali in relazione al caso presente.

Superando l’intellettualismo socratico Aristotele distingue sapere teorico, indipendente dalle emozioni e non determina l’azione, da sapere pratico, che è mescolanza di intelletto e desiderio e determina l’agire. In questo senso il mondo delle emozioni assume una sua razionalità, ed è indagabile dal filosofo. La phronesis è la virtù della parte calcolatrice dell’anima (logistikon), che dirige le scelte, quindi i mezzi cui si adegua il desiderio corretto e che tende come fine all’agire bene, mentre lo scopo è retto in base a virtù. Aristotele distingue le forme di razionalità e sapere, e le imputa a una base comune che è il sillogismo. La struttura logica della saggezza ha anche un fine pratico, che è porre il modello del filosofo. Il ragionamento pratico è concepito in confronto al sapere scientifico; questo ha dei principi propri, che sono le ipotesi, che derivano da un lungo processo di esperienza che permette al nous di cogliere l’universale. Il ragionamento pratico si basa sul fine, e il nous pratico è rivolto al caso singolo ed equivale alla sensibilità pratica; i principi pratici derivano dalle virtù, dunque dall’addestramento a una certa azione (che si apprende facendola). L’induzione teorica è qui sostituita dall’ethismos, il processo per cui si giunge a compiere azioni belle in modo virtuoso. Il sillogismo pratico è una ricostruzione virtuale dove la premessa maggiore è l’universale del fine, e consiste nella virtù e nell’educazione morale; la saggezza ha il compito di individuare la premessa minore, indicando i modi di realizzare il fine, attraverso la deliberazione, ovvero la ricerca (zetesis) che ci permetta di attuare il bene e il fine. La deliberazione è il caso in cui sono più evidenti la libertà e responsabilità umana, perché ha per oggetto ciò che dipende da noi; essa è presente però solo nelle azioni che hanno la causa motrice nel nostro desiderio. Il saggio sa come realizzare il bene. Saggezza si divide in politike (phronesis nomothetike e politike), phronesis, oikonomia. La funzione della saggezza è trasmettere il desiderio dal fine ai mezzi praticamente realizzabili, e perciò richiede un buono stato psichico. Nel caso in cui uno comprenda la premessa minore intellettualmente, ma non riesca a trasmettere il desiderio in modo corretto, si ha debolezza del volere: uno può sapere cosa è bene e non agire di conseguenza, ovvero un desiderio universale buono è in conflitto con un desiderio particolare cattivo; la seconda premessa deve essere oggetto di intelletto e desiderio insieme.

Nel libro VII e X dell’Etica Nicomachea viene trattato il tema del piacere, ed Aristotele lo definisce un bene, sebbene non tutti i piaceri lo siano. Vi è una critica decisa alle tesi antiedonistiche di Speusippo, secondo cui il piacere è un movimento, e come tale non può essere un bene o un fine. Per Aristotele alcuni piaceri sono un bene perché perfezionano l’attività, e il fatto che molti ricerchino i piaceri del corpo e non il piacere vero dipende dalla nostra fisiologia, dato che le nostre attività sono sempre mescolate al movimento.

Nel libro VII dell’Etica Eudemia e nel libro VIII dell’Etica Nicomachea si trova un’ampia fenomenologia dei rapporti d’amicizia della Grecia al tempo di Aristotele, a seguito di una definizione generale del caso più perfetto di amicizia, in cui due uomini si voglio bene e sono buoni per se stessi in quanto simili nelle loro virtù. Si può avere l’amicizia per utile o per piacere, tra superiori e inferiori, e una serie di specie particolari che esclude l’amicizia tra i malvagi.

I temi più importanti dell’etica aristotelica sono: la concezione di fine pratico e moralità in termini di felicità e non di dovere; la felicità intesa come attività e piena realizzazione di se stessi; emozioni, desiderio e piacere indipendenti dalla ragione ma non necessariamente estranei a essa; la rivalutazione degli endoxa, con una pretesa di verità nelle opinioni diffuse, anche riguardo alla problematica del consenso dei propri ascoltatori, coloro che si trovano a dover agire.

 

 

ETICA E POETICA

Il modello normativo non è adottato nell’etica aristotelica, dove si trova invece una visione più psicologica, emotiva-caratteriale, comune alla trattazione sulla poetica. L’arte non è per Aristotele moralismo, puro perfezionamento come per i moderni, e nemmeno puro sfogo.

Nel campo della poetica parliamo di poiesis, che deriva dal verbo poieo, fare, creare un oggetto, verbo transitivo per eccellenza; mentre nel campo dell’etica parliamo di praxis, che deriva dal verbo praxo, fare nel senso di agire, verbo intransitivo. La tragedia è il momento più perfetto della poetica (in particolare la tragedia del teatro ateniese di Sofocle).

La Poetica indica come deve essere strutturata la tragedia: non si può rinunciare al logos, inteso come composizione dei fatti, che non ha derivazione divina (Aristotele ha un atteggiamento disincantato di fronte ad essa); il tragediografo è un artefice che sa interpretare bene le esigenze dello spettatore, e il fine insito nella composizione (non è più l’invasato di Platone); i poeti narrano storie verosimili, e da questo punto di vista la poesia è più alta della storia, perché tratta l’universale, è più filosofica ed intelligibile, mentre la storia tratta il particolare, ovvero i fatti accaduti realmente (è preferibile l’evento impossibile verosimile, piuttosto dell’evento possibile inverosimile, proprio per adeguarsi alle esigenze dello spettatore, per consentire l’intelligibilità degli eventi, del destino dell’umano); le azioni devono svolgersi secondo una sequenzialità logica ed equilibrio, secondo parametri di verisimiglianza.

L’arte intesa come techne ha struttura teleologica, è simile ad un organismo vivente, che imita o completa la natura. Le cause finali della poetica sono l’imitazione, mimesis, della natura, da cui l’artista trae piacere, e il piacere che gli altri traggono dall’osservare l’opera; per questo l’arte non ha fine moralistico: essa ha fine nel piacere, essa deve essere sempre capace di indurre alla meraviglia.

Proairesis è qui la scelta tecnica, la scelta sia dell’azione dei personaggi, che della concatenazione degli eventi. Il racconto è l’imitazione delle azioni, sistemate in modo tale da non suscitare nello spettatore emozioni troppo forti, infatti egli deve avere una visione sinottica degli eventi, per scorgere in essi il suo destino di uomo, e per consentire questo, egli deve padroneggiare un personaggio mediamente virtuoso, che finisce nella sfortuna, e ciò comporta la riflessione etica di pietà (per l’innocente) e paura (per il simile); la partecipazione viene a mancare se sono presentati personaggi dai caratteri eccessivi. La vicenda diventa intelligibile grazie all’errore del personaggio, ovvero alla presenza dell’intemperanza e della punizione (vedi Edipo). Ciò che conta inoltre sono gli eventi, nella loro concatenazione causale, necessaria e verosimile (perché così più vicina al per lo più etico).

Dunque i temi in comune con l’etica sono il carattere, legato necessariamente all’azione; la colpa, derivante dall’errore tragico; la connessione degli eventi secondo necessità e verisimiglianza.

 

 

ANALISI DEL TESTO

a/b à prima o seconda colonna

# § à righe

à Il punto di inizio è sempre segnato dall’indagine delle opinioni diffuse tra il popolo e la loro messa in pratica, attraverso il procedimento dialettico. Esse presentano una generale tendenza alla ricerca del Bene, quindi hanno anche un’alta probabilità di essere vere, e vengono accettate da Aristotele a differenza della tradizione che fondava l’etica sul logos, o comunque rifiutava le e n d o x a (in particolare Socrate, che pur indirizza Aristotele di non presentare approcci paradossali). Il termine indica qualcosa di radicato nell’opinione, qualcosa di famoso, e la sua autorevolezza deriva dall’ampia diffusione e successo; a differenza di Platone non basta un ragionamento coerente perché le sue conclusioni siano vere. Si tratta comunque di opinioni dotate di attendibilità. Oltre a queste Aristotele fa anche riferimento ai phainomena, ciò che si mostra evidente all’osservatore nella fisica, ciò che appare vero all’uditorio nella morale, più certo delle doxai. In particolare le trattazioni etiche ritengono il sapere morale indipendente dalla metafisica, basato su propri principi, tra l’altro delimitati, nonostante vi siano questioni da conoscere in generale. L’etica ha uno scopo pratico, serve a diventare buoni, e presenta la costante greca dell’impostazione practicistica della filosofia.

Libro I cap. 1 à ogni azione persegue un fine, che può essere l’attività fine a se stessa, o un’opera derivante da questa (migliore). Vi sono molte specie di azione, quindi anche molti fini, che sono il bene ricercato. I fini del ragionamento pratico derivano dalla particolare induzione che è l’Ethismos, l’assumere abitudini, oggetto dello studio del filosofo.

Libro I cap. 4 à è negata la possibilità di dedurre l’etica dalla filosofia prima e dalla fisica, al contrario di Platone che dal Bene Assoluto ricavava la morale umana (4 obiezioni), perché non è possibile dedurre i principi di una scienza da una scienza diversa, sebbene il punto d’arrivo dell’etica aristotelica sia quell’oggetto della contemplazione assunto anche come Bene Sommo. In etica non si può parlare di Bene sommo, anche se i beni particolari di cui essa è composta derivano dal concetto universale; essa è una disciplina del relativo e dell’indefinito, per questo è paragonata alla politica.

Libro I cap. 6 à Il concetto di felicità deriva dalla nozione di Bene supremo al quale tutto tende, e che tutti conoscono, ovvero l’eudaimonia (avere un demone favorevole, stato oggettivo di una buona condizione di vita), rintracciabile anche nella Retorica, benché qui più popolare. La felicità in pratica, dunque il bene umano, è una certa attività dell’anima in generale (razionale), secondo virtù intellettuale completa (dunque sia vita teoretica che phronesis). Nell’etica aristotelica virtù è intesa come stato abituale che produce scelte. Il criterio per definire ciò che è bene da ciò che è male è l’uomo felice, pienamente realizzato, quindi non esiste un parametro fisso imposto, come per il Bios Theoretikos, modo migliore per essere felici. Basandosi sulle opinioni popolari è necessario cancellare la loro consistenza (piaceri fisici, ricchezza, potere), per sostituirla con il concetto di completo sviluppo delle capacità umane. Quindi eudaimonia è connesso ad aretè (svolgere bene la propria funzione), in particolar modo alle virtù dianoetiche, perché l’uomo è soprattutto psiche, ed è qui che differisce dagli animali.

Libro I 2a parte à A. ha una concezione prassistica-attivistica della virtù, che sottintende l’esercizio delle attività virtuose. Queste richiedono delle specifiche condizioni (anche non essere sottoposti a restrizioni), in assenza delle quali si è buoni ma non felici. Per questo Aristotele è accusato di far dipendere la felicità dalla fortuna (Attico). Ciò che segna una svolta è in realtà l’assunzione della prassi (non diverge con il Bios Theoretikos perché la contemplazione è azione): gli uomini sono felici quando agiscono secondo le loro virtù (e non per le loro virtù) – differentemente dal pensiero orientale che presuppone il non agire (wu wei), ovvero l’inserimento nel ritmo dell’universo. La prassi come fondamento è tipicamente greca, e comporta la preservazione dell’individualità e della finalità.

Libro II e III à l’azione umana è concretizzazione della felicità, questa da sola non c’è mai. Si tratta sempre di azioni volontarie. L’etica nicomachea è paradigmatica, cioè fornisce dei modelli a cui è consigliabile (ma non obbligatorio) avvicinarsi, a differenza delle etiche più recenti che forniscono norme.

Platone parla di due facoltà dell’anima thymos (q u m o z ) – parte aggressiva – e epithymia (e p i q u m i a ) – parte desiderante rispetto alla sopravvivenza del corpo, istintuale, sita nell’intestino; mentre Aristotele individua una sola facoltà emotiva la orexis, sotto cui troviamo più parti, modi in cui essa si attua: epythumia, boulesis (b o u l h s i z ) e thymos (rispondono alla distinzione genere/specie). Epithymia è il desiderio irrazionale, atti che si ribellano alla ragione; boulesis è il desiderio che risponde alla ragione; thymos è una forma di desiderio iracondo, coraggioso. Tutti i tipi di azioni che ne scaturiscono sono comunque nostre, perché derivano dal desiderio causa motrice.

Libro II cap. 1-1103 a 14 à l’arete degli animali è naturale, generalmente innata, mentre l’uomo non nasce né buono né cattivo, egli ha la possibilità di svilupparsi nelle due direzioni. Dunque le funzioni peculiari dell’uomo, che è zoon politikon, sono frutto di un insegnamento. In particolare le virtù dianoetiche hanno bisogno di tempo ed esperienza, mentre le virtù etiche abbisognano dell’abitudine, derivando dal carattere (ethos), che è stato abituale dell’anima, il modo di essere che riguarda la parte emotiva-irrazionale dell’anima. Il salto da innatismo a insegnamento è già operato dai sofisti, per cui la polis, la società insegna le virtù attraverso premi, esempi, punizioni (in particolare Protagora verrà ripreso da Aristotele). Per abitudine si intende quel meccanismo per cui si forma una seconda natura, che consiste nel comportarsi in un certo modo, secondo il principio del piacere. Il piacere, a cui tutti tendono, è diretto dal contesto sociale, da cui la volontà non può prescindere (anche perché non esiste nella grecità tale concetto).

Libro II cap. 1 à la virtù intellettuale nasce dall’insegnamento, e per questo ha bisogno di esperienza; la virtù morale (ethike) deriva dall’abitudine (ethos). La natura ci dota di certe capacità, e queste ci permettono di compiere determinate azioni, ma la virtù non è dono naturale dell’uomo, egli nasce solo capace di orientare la sua facoltà desiderante. Quindi la virtù si acquisisce con l’esercizio, se questo è di atti virtuosi (secondo boulesis) si avrà una persona giusta, se è esercizio di atti non virtuosi (secondo epithymia) si avrà la persona ingiusta. La ripetizione di tali atti, all’inizio forzata dalla pressione sociale, diventa poi piacevole e volontaria, quasi automatica. La natura biologica tenderebbe al piacere immediato, invece in questo modo le spinte desideranti sono tenute sotto controllo e portano alla vera felicità che sta nel giusto mezzo (tema ricorrente anche oltre l’etica). La società crea così una seconda natura (abitudinaria), e ciò è logico nell’ottica della polis (i modelli che impone sono molto più forti di quelli imposti nell’intera Ellade), che entra nella vita dei cittadini direttamente, e le cui leggi non ponevano tanto norme, quanto modelli etici. La formazione etica si ha allora con la pratica, e non con l’insegnamento scolastico. La filosofia in quest’ottica serve a rendere coscienza razionale delle virtù acquisite, e a discernere tra le buone e le cattive abitudini (nell’interpretazione di Heidegger la prassi è norma a se stessa).

Libro II cap. 2 à non si tratta di fare sociologia ma di porre dei modelli per diventare buoni, ovvero come compiere le azioni. Il termine praxis è solitamente legato al rovesciamento della teoria e in esso viene tutto ricompresso nelle filosofie idealistiche, mentre in Aristotele esso indica tutte le azioni morali o immorali opposte a poiesis (produzione, attività di tipo strumentale), in pratica i rapporti sociali con un fine diverso dal guadagno.

Bisogna agire rettamente e secondo ragione. I filosofi non possono fornire una precettistica, perché non si possono prevedere tutte le situazioni particolari, dunque non si può parlare di insegnamento, piuttosto di modelli virtuosi in cui calare ogni occasione singolare: è necessario l’adattamento razionale alla situazione (m h t i z - metis rappresentata da Ulisse). Inoltre bisogna evitare gli eccessi, sia nell’azione che nell’emozione, e tener sempre conto della giusta misura, individuabile dall’osservazione dei vizi, che sono meglio riconoscibili delle virtù, e quindi una volta individuati saranno facilmente esclusi.

Libro II cap. 2-1104b à la trattazione sulla virtù dovrà riguardare piacere e dolore, dato che questi influenzano le nostre azioni, conseguono ad ogni azione, sono necessari per abituarsi alla ricerca del bene, hanno a che fare con le punizioni, rafforzano i lati peggiori del carattere, il piacere consegue a tutte le scelte, la tendenza al piacere è innata, entrambi sono giudici delle nostre azioni, e la ragione difficilmente vi si oppone.

Libro III à Per Aristotele tutti coloro che sono virtuosi, agiscono virtuosi, perché chi solo agisce virtuosamente non è detto sia virtuoso, l’azione può essere forzata dall’esterno: l’azione è di chi la causa, non di chi la compie. Cade l’idea del miasma, la concezione oggettiva della colpa, atto concluso poi dagli Stoici che inseriscono il momento interno di responsabilità. Inoltre l’azione virtuosa deve essere costante, e determina le caratteristiche dell’uomo saggio, modello in grado di governare una città (in questo senso si configura un’etica rivolta alla politica, che non considera del tutto virtuoso nemmeno Socrate). Il bene dell’azione non si valuta dalle qualità di colui che la compie: l’azione deve essere consapevole e libera, fatta per se stessa, non strumento ad altro fine. Il piacere dell’azione bella non è distinguibile dall’azione stessa, il piacere non è il fine, è l’accompagnamento inevitabile dell’azione virtuosa (infatti la filosofia è bios, non semplice erudizione). È responsabile chi ha in sé la causa motrice, se si è portati a fare un’azione per un tale fine, esso non scarica la responsabilità dell’agente. Solo nei casi più semplici il fine è esterno all’azione, perché se esso ci costringesse tutte le cose sarebbero necessarie: le cause finali invece non sono costrittive, sono scelte dell’individuo, che non portano necessariamente all’azione (contro l’intellettualismo per cui tutti perseguono il bene, l’errore sta nel mal giudicarlo). Vi deve essere uguaglianza tra azione buona ed azione cattiva, perché se nessuno pecca volontariamente, allora nessuno fa il bene volontariamente.

Libro III cap. 1à e c o u s i o n (volontarietà riferita all’azione volontaria) e e c w n (colui che agisce volontariamente) sono distinti da a c o u s i o n e a c w n , loro negazioni (prima di ora si parlava di eidos e proairoumenos=consapevole e in base a una scelta). In Aristotele si parla di azioni volontarie sebbene non esista il concetto di volontà, cioè non c’è nella Grecia antica un atto interno che scatena l’atto esterno, e per stabilire la volontarietà di un’azione bisogna procedere ancora una volta per esclusione dalle varie azioni involontarie (più evidenti). L’azione per essere volontaria non deve essere né compiuta per forza o per ignoranza. Si indicano così le condizioni di un’azione: condizione necessaria, senza la quale non si dà l’azione, e sufficiente, data la quale l’azione avviene necessariamente (1100 a 1).

Libro III cap. 1-1110a4à Se l’archè (causa efficiente) è esterna l’azione è involontaria (ricorda che per Aristotele archè significa punto di partenza, principio-fondamento, ciò che domina-comanda), ma ci può essere il caso di responsabilità condivisa, nei casi misti, in cui la scelta della persona forzata è comunque condizione sufficiente perché l’azione sia compiuta. Le azioni volontarie invece trovano la causa motrice nella nostra mente, e già nella Metafisica Aristotele spiegava come il principio d’azione sia interno all’uomo, precisamente nella mente, mossa a sua volta dal desiderio, forza che tende al bene, che contrae lo pneuma, materia sottile da cui deriva il movimento delle membra (da qui l’anima è motore immobile). Il desiderio risponde a impressioni piacevoli o dolorose provenienti dall’esterno, non secondo una relazione di causalità, ma secondo una relazione finale, individuando appunto nell’interpretazione dell’immagine colta (e non nella percezione oggettiva, che comunque è sempre accompagnata da un’interpretazione) la causa finale dell’azione, questa mai costrittiva, altrimenti tutte le cose sarebbero determinate e necessarie, quindi non è eliminata la responsabilità dell’agente. L’oggetto del desiderio è un fine, un bene, non un motore, e il desiderio (essendo emozione) si muove da solo figurandosi una fantasia, tramite un’immagine che la ragione gli suggerisce, perché in quel momento il fine materialmente non esiste, quindi non può essere principio di causalità. Nelle azioni umane generalmente il fine c’è sempre, ma in natura vi sono casi in cui vi può non esserci causa finale, data la poca razionalità della materia. Sappiamo che oltre alla causa finale e motrice vi sono causa materiale e formale (che indica il modo dell’azione).Tra causa motrice e causa finale non c’è necessità (al contrario per un determinista contemporaneo). I casi dubbi sono casi in cui non si può scegliere, e in genere inducono al perdono di chi compie l’azione, o alla lode: si tratta di situazioni in cui la minaccia è più grave della soluzione trovata nell’azione, dunque bisogna sempre tener conto delle circostanze (nonostante sia sempre possibile la via del suicidio) (1110 a 5-14). Contro l’etica di Socrate è considerato ridicolo attribuire a se stessi la responsabilità delle azioni buone e all’esterno la responsabilità delle cattive, il meccanismo delle azioni buone vale anche per le azioni non buone. Non c’è costrizione nell’educazione, perché nello sceglierla il soggetto agisce liberamente (si parla di soggetti maggiori dei 14 anni), ed è essa che suggerisce i fini, che non sono mai costrittivi se non nel caso dell’abitudine.

Libro III cap. 1-1110bà ciò che è forzato è ciò il cui principio è esterno, e cui non contribuisce affatto colui che viene costretto.

Libro III cap. 2à Una seconda forma di involontarietà è data dall’ignoranza, per cui l’azione non è nemmeno virtuosa. In base alla tendenza di definire ogni occorrenza empirica Aristotele definisce involontarie le azioni compiute in stato di ignoranza ma che provocano pentimento, diversamente sono non volontarie le azioni che non conducono a pentimento. Un’altra distinzione è agire per ignoranza, o agire ignorando (non è una scusante). È tipico identificare l’ignoranza con la malvagità e mancanza di buon funzionamento della ragione (o nel secondo caso momento di inattività razionale). Nel caso dell’azione involontaria non si tratta né dell’ignoranza dei fini, né dei mezzi (ignoranza che si annida nella scelta), ma delle circostanze, e tra queste i casi più gravi sono non sapere cosa si sta facendo, e ciò cui si perviene. L’ignoranza del fine (ignoranza in universale), comporta azioni malvagie, date dal mal funzionamento della ragione, comunque volontarie e punibili (anche in queste però il fine non è il male, ma sempre il bene; l’azione malvagia in assoluto non esiste). Virtù e vizio per Aristotele sono volontari, perché chi è in un certo stato è responsabile di ciò che fa, nonostante non possa più tornare indietro.

Libro III cap. 3 e Libro VII 1154b21à La volontarietà si riferisce a tutte le azioni compiute da enti animati, in quanto possiedono l’elemento psichico (anche se è difficile pensare che bambini e animali possano capire le condizioni dell’azione). L’uomo è fatto di logos ed azioni o passioni irrazionali (t a a l o i a ), e queste azioni sbagliate non sono meno umane. L’opposizione all’intellettualismo socratico è intesa nella concezione di uomo come animale duplice, al confine tra bestia e dio, quindi in preda ai conflitti (sebbene nella grecità non esistesse il concetto di conflitto psicologico). La divinità è pura ragione e quindi ha un solo tipo di piacere, mentre l’uomo è scisso e può provare dispiacere; l’equilibrio tra le sue due nature provoca azioni né piacevoli né dolorose.

Ci sono movimenti automatici sia negli enti animati che negli enti inanimati: i quattro elementi hanno movimenti specifici, causati dagli astri che con il loro movimento di avvicinamento e allontanamento alla terra producono differenti temperature, che agiscono sulle sfere tendenzialmente fisse degli elementi, a cui questi tendono a tornare, in uno schema dal complesso al semplice e viceversa. In questi casi si parla di automatismi che non presuppongono la facoltà desiderante e quindi la volontarietà.

Libro III cap. 4 à nell’ambito della volontarietà ciò che distingue l’umano è la proairesis, la scelta. Il termine deriva dal verbo aireo, scegliere, rafforzato dalla particella pro, che indica una scelta al posto di un’altra, oppure qualcosa che viene prima della scelta, un proponimento. Termine proprio dell’etica aristotelica, sarà poi ripreso da Epitteto, ma con accezione più ampia. La scelta non è un desiderio puro, né un’opinione, né volontà. La boulesis è volere, è un’aspirazione relativa al fine, più che alla scelta dei mezzi che lo comportano; essa differisce dalla scelta in quanto questa non si dà delle cose impossibili, ed è ciò che porta al fine. L’opinione riguarda tutto il reale, e in essa non è presente il desiderio (il puro desiderio comporta l’atto impulsivo, l’assenza del desiderio dunque la pura ragione comporta un’idea); riguarda ciò che è vero e ciò che è falso (infatti la buona opinione rimane compatibile con la cattiveria, a differenza della scelta), e può esserci anche riguardo a cose che non conosciamo bene. La scelta è unione di ragione e desiderio, ed è buona o cattiva; essa è un atto volontario (genere), che segue un’analisi deliberativa.

Libro III cap. 5 à sia boulè che boulesis stanno a significare deliberazione, e derivano dai termini relativi all’assemblea, dove si discuteva e si sceglieva le direttive politiche. Si intende la deliberazione come atto del deliberare, momento in cui si ragiona con se stessi per arrivare ad una scelta: in questo senso la proairesis è il risultato della boulesis, dunque è preferibile la prima traduzione del termine, una scelta al posto di un’altra, a seguito di una deliberazione, valutazione dei pro e contro di ciò che è generato da noi, in casi indeterminati. E’ un procedimento razionale tipico dell’uomo, ad essa si oppongono i procedimenti automatici, ma si tratta di un potenziale deliberativo, più che ciò che viene deliberato di fatto, perché la vita umana è fatta anche di automatismi. Il concetto è legato al concetto di possibilità insito nell’uomo (in Alessandro D’Afrodisia sarà la deliberazione a dimostrare la libertà dell’uomo). È caratteristica delle arti come delle azioni morali, sebbene nelle prime sia più evidente, in generale riguarda l’ambito del contingente e incerto, e più particolarmente ciò che dipende da noi (casi per lo più). L’uomo virtuoso vede immediatamente il fine, senza dover deliberare: è la virtù che stabilisce i fini, e la deliberazione ne viene a conoscenza. Una volta che si è appresa una capacità non è più necessario deliberare ogni volta che la si mette in pratica, è bastata la prima volta. La deliberazione si può spiegare attraverso il sillogismo: la prima premessa, universale, è data dalla virtù, che stabilisce un fine universale; cercare un termine medio che renda più particolare la premessa in relazione alla situazione, in modo da raggiungere il fine è la deliberazione, la ricerca dei mezzi dunque. La soluzione di questo tipo di sillogismo non è una proposizione ma un’azione che permette di particolareggiare il fine. Nella deliberazione si concretizza il desiderio, essa è una ricerca (x h t h s i z ), ma non ogni ricerca è una deliberazione. È un’analisi il cui ultimo passo è il primo della realizzazione dell’azione: il processo che segue il pensiero è inverso a quello seguito dall’azione, perché l’azione non è mai fatta per se stessa, ma ha un fine diverso. La scelta risulta dunque desiderio deliberato, l’atto che segue la deliberazione, in cui si uniscono intelletto e azione, analisi e realizzazione: la prima guida e il secondo la segue.

Nella visione aristotelica è più importante il risultato, il successo dell’azione (tra l’altro qualità intrinseca dell’azione buona) che l’azione stessa, a differenza delle etiche ellenistiche, l’efficacia non è infatti esterna all’etica, sebbene i mezzi scelti rimangano anche belli moralmente.

L’etica di Aristotele è un sapere pratica dell’efficacia. L’esperienza di vita è fondamentale per l’azione morale, la deliberazione infatti è una ricerca dei mezzi, ritrovabili solo nell’esperienza, che ci permette di prevedere l’effetto della loro messa in pratica. Non è l’età, ma la quantità di esperienza accumulata che fa la differenza. La pianificazione su cui si basa la deliberazione presuppone che le azioni siano caratterizzate da una certa costanza, che deriva dall’induzione utilizzata nella scelta dei fini (il retore-politico sa consigliare in base all’esperienza).

Libro III cap. 6 à Aristotele presenta la dialettica tra coloro che riconoscono l’oggetto del volere nel bene assoluto (t o a g a q o n ) e coloro che lo riconoscono nel bene apparente (t o j a i n o m e n o n a g a q o n ). Attraverso lo sviluppo delle aporie (d i a p o r e i n ), si determinano le conseguenze di entrambe le posizioni. Per Protagora l’oggetto del volere è il bene apparente (è bene per ognuno, ciò che gli sembra bene); per Socrate il volere ha sempre per oggetto il vero bene, il male non è mai desiderato. Per Aristotele bisogna trovare una terza via tra queste: per il singolo, oggetto del bene vero è il bene apparente, ma esistono individui diversi, che danno giudizi diversi, sbaglia chi non identifica correttamente il bene (la misura è l’uomo eccellente che vede il vero nei singoli casi e non nel divino! Il criterio del bene è calcolato nella storia; Aristotele ritiene che esista una natura umana realizzata in maniere più o meno perfette).

Libro III cap. 7 à Aristotele presenta due obiezioni contro se stesso (nella sua tesi "l’uomo è padre delle sue azioni"): la prima è di tipo socratico, e ad essa si risponde portando la testimonianza dei singoli e dei legislatori, in particolare della presenza di premi e punizioni, impossibili se le azioni non fossero volontarie, anche nel caso della colpevolezza dell’ignoranza (ripresa degli endoxa, secondo un generale ottimismo verso le società che hanno tutte buone probabilità di dire il vero); inoltre nessuno incita a compiere azioni che non dipendono da noi e non sono volontarie. La seconda obiezione riguarda il determinismo insito nella naturalezza del carattere, e Aristotele risponde portando esempi e negando che il carattere sia frutto della natura, infatti esso dipende da scelte individuali precedenti. La terza obiezione riguarda il carattere apparente del bene, a cui si risponde affermando la relazione causale tra l’individuo e il suo stato abituale, per cui egli risulta anche causa dell’apparire. Di nuovo si presenta l’obiezione della natura e dell’intellettualismo socratico: contro l’occhio che sa riconoscere ciò che è bene e ciò che è male, Aristotele afferma che il fine appare evidente sia al buono che al cattivo, naturalmente o per qualsiasi altro motivo.

I vizi sono volontari quanto le virtù: se le azioni dipendono da noi, anche il carattere e dunque anche felicità e infelicità dipendono da noi; esistono certamente influenze dalla società, ma noi abbiamo l’ultima parola, è sempre possibile rifiutare ciò che ci viene insegnato; inoltre gli stati abituali sono meno volontari delle azioni, in quanto lo sono solo all’inizio e perché dipende da noi il farne uso o meno (una volta appresi è difficile disfarsene).



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