LA MORTE DI EMPEDOCLE
PRIMA STESURA
ATTO PRIMO
Scena prima
Pantea, Delia
PANTEA
Ecco il suo giardino. Nell'ombra
misteriosa ove la sorgente scaturisce
stava recentemente, quando passai di lì.
Tu non l'hai veduto mai?
DELIA
Oh, Pantea! Solo da ieri con mio padre
sono giunta in Sicilia. Ma un tempo,
quand'ero ancora bambina, l'ho visto
ai giochi d'Olimpia
in gara sopra un cocchio.
Di lui si parlò molto, allora,
e sempre mi è rimasto il suo nome.
PANTEA
Dovresti vederlo ora! Ora!
Si dice che le piante al suo passaggio
lo scrutino attente, e le acque sotterranee
scaturiscano dove il suo bastone tocca il suolo.
Può darsi che tutto ciò sia vero!
E se durante i temporali leva lo sguardo al cielo,
le nuvole si squarciano e subito appare
il giorno sereno.
Ma che importa? Devi vederlo, un solo istante,
e poi allontanarti! Io stessa lo evito poiché,
tremendo, ha in sé il potere di trasformare tutto.
DELIA
E come vive in mezzo agli altri?
Non riesco a comprendere un essere simile.
Ha, come tutti noi, quei giorni vuoti
in cui ci sembra di essere vecchi e miserabili?
E anch'egli conosce qualche pena umana?
PANTEA
L'ultima volta che lo vidi, all'ombra
dei suoi alberi aveva certo - lui, divino -
toccato il fondo del suo dolore.
Con grande struggimento, cercando, triste,
come se molto avesse perduto,
chinava gli occhi al suolo o li innalzava
verso la penombra del boschetto, quasi la sua vita
avesse preso il volo verso azzurre lontananze,
e l'umiltà del suo aspetto regale
mi commosse - Anche tu tramonterai,
splendida stella, e tra non molto. -
Fu il mio presentimento.
DELIA
Hai già parlato
con lui, Pantea?
PANTEA
Quali memorie ridesti! Non molto tempo fa
giacevo malata, moribonda. Già mi si annebbiava
il giorno chiaro e, intorno al sole,
come un fantasma inanimato il mondo vacillava.
Allora mio padre, sebbene ostile e avverso
a questo grande, quando vide perduta ogni speranza,
a lui ricorse, al confidente della Natura:
e quando il Magnifico mi porse la pozione,
la vita agonizzante si ricompose
in armonica magia, e quasi ritornata
all'eterea dolcezza dell'infanzia,
pur essendo desta, dormii per molti giorni
quasi senza bisogno del respiro.
E quando con rinnovata gioia l'essere mio
si dischiuse al mondo da lungo tempo assente,
quando con giovanile curiosità il mio sguardo si riapri
al giorno, lui era lì, Empedocle, divino,
e quanto a me presente! Nel sorriso
dei suoi occhi mi rifiorì la vita,
come una nuvola mattutina il mio cuore
volò incontro alla sublime e dolce luce
e ne fui il tenero riflesso.
DELIA
O Pantea!
PANTEA
Quella voce dal suo petto! In ogni sillaba
risuonavano tutte le melodie e nelle sue parole
lo spirito. Vorrei rimanere ai suoi piedi
per ore, discepola e figlia,
contemplare il suo cielo ed esultare
in lui, finché la mia mente
si perdesse nelle sue celesti altezze.
DELIA
Se lo sapesse, cara, cosa direbbe?
PANTEA
Non lo sa. Libero da bisogno vive in un mondo
unicamente suo; sereno come un dio
passeggia silenzioso tra i suoi fiori,
neppure l'aria osa disturbare la sua felicità
e da lui stesso
con piacere crescente nasce e sale l'entusiasmo,
finché dalla feconda estasi notturna
come una scintilla scaturisce il pensiero
o le serene immagini di future imprese
gli si affollano nel cuore,
e il mondo, la vita fermentante
dei mortali, e la più grande Natura
si presentano a lui: allora si sente
come un dio nel suo elemento e la sua gioia
è canto celeste poi tra gli uomini
ritorna, quando sono in movimento
e nel tumulto irresoluto è necessario
un dominatore; e qui governa il grande
pilota e reca aiuto; e quando infine
l'hanno guardato bene e alla sua presenza,
comunque estranea, vorrebbero abituarsi,
prima che se ne accorgano, dilegua:
lo attrae tra le sue ombre il quieto mondo vegetale,
ove meglio si ritrova, quella vita misteriosa
che a lui è presente in tutte le sue forze.
DELIA
Oracolo, come conosci tutto questo?
PANTEA
Costantemente penso a lui... oh, quanto mi rimane
da riflettere ancora su di lui? E se anche l'avessi capito
a che mi gioverebbe? Essere come lui: questa
è la vita, e noi non ne siamo che il sogno.
A lungo mi ha parlato di lui Pausania, il suo amico
che non passa giorno senza incontrarlo,
e l'aquila di Giove - io credo -
non è più orgogliosa di lui!
DELIA
Non posso biasimare ciò che dici, cara,
ma ne sono stranamente rattristata:
vorrei e nello stesso tempo non vorrei
essere come te. Siete dunque tutti uguali
in quest'isola? Anche noi proviamo gioia
nel possedere uomini illustri, come colui
che ora è lo splendore delle ateniesi
quel Sofocle che primo fra i mortali
intuì la natura luminosa delle vergini
e nel cuore per pura memoria
l'accolse...
e ognuna vorrebbe
vivere nel pensiero di quel grande e,
prima di sfiorire, poter serbare la giovinezza
eternamente bella nel cuore del poeta,
e cerca e chiede quale delle vergini di Atene
sia la severa e tenera eroina
a cui si ispirò nel ritrarre Antigone;
e la nostra fronte s'illumina
quando l'amico degli dèi appare
nel teatro in un giorno di festa, e siamo
senza pena e il nostro cuore non si perde
in così doloroso e travolgente omaggio. -
Tu ti sacrifichi - sì, egli è troppo grande
perché tu possa mantenere la tua pace,
è illimitato e tu senza limiti:
lo ami, ma giova a lui? Anima cara,
tu stessa hai presagito la sua fine:
vuoi forse morire insieme a lui?
PANTEA
Non farmi
inorgoglire e non temere
per me come per lui! Non sono lui,
né il suo tramonto potrebbe mai essere il mio,
poiché dei grandi anche la morte è grande...
ciò che accade a quest'uomo
accade, credimi, soltanto a lui
e se anche avesse offeso tutti gli dei
sfidando il peso della loro collera
e volessi peccare quanto lui
per condividerne la sorte, sarei simile
a chi s'immischia, estraneo,
in una lite fra amanti. «Cosa pretendi?»,
direbbero gli dèi, «Non puoi
offenderci come fece lui».
DELIA
Forse sei simile
a lui più di quanto tu non creda,
perché altrimenti lo ameresti tanto?
PANTEA
Anima cara,
neppure io so perché gli appartengo.
Se tu lo vedessi! Pensavo che forse
sarebbe uscito
tu allora l'avresti visto
allontanarsi. Un desiderio, vero?
Ma non dovrei desiderare ancora,
poiché sembra che gli dèi non amino
le preghiere impazienti dei mortali.
Hanno ragione. Ed io mai più... Ma, benigni
dèi, devo pur sperare e altro non conosco
se non lui...
Vorrei implorare anch'io, come tutti
soltanto sole e pioggia, se potessi!
Mistero eterno: ciò che siamo
e cerchiamo, non possiamo trovare:
ciò che troviamo, non siamo.
Delia, che ora sarà?
DELIA
Non so se dobbiamo restare o andar via...
Vedo venir tuo padre.
PANTEA
Mio padre, dici? Andiamo. Vieni!
Scena seconda
Crizia (arconte), Ermocrate (sacerdote)
ERMOCRATE
Chi è mai laggiù?
CRIZIA
È mia figlia, se non erro,
e Delia, la figlia di quell'ospite
che ieri ho accolto in casa mia.
ERMOCRATE
È un caso o anch'esse lo cercano credendo,
come il popolo, che sia scomparso?
CRIZIA
Non credo che la strana diceria sia giunta
finora alle orecchie di mia figlia.
Ma anch'ella, come tutti, è legata a lui.
Oh, fosse andato tra i boschi o nei deserti
oltre il mare o sotto terra, ovunque
lo spirito esaltato possa averlo spinto!
ERMOCRATE
Niente affatto. Lo devono vedere
affinché crolli la loro folle illusione.
CRIZIA
Dove sarà?
ERMOCRATE
Certo non lontano
L'anima assente, seduto al buio
gli dèi gli hanno tolto ogni energia
dal giorno in cui, nella sua ebbrezza,
davanti a tutti s'è proclamato dio.
CRIZIA
Il popolo è ebbro, come lui.
Non hanno più leggi, né giudici,
né doveri, i loro costumi
come placidi arenili sono sommersi
da frastuoni oscuri.
Ogni giorno è una festa sfrenata,
è sempre festa, e le modeste ricorrenze
consacrate agli dèi si sono tutte
fuse insieme; ricoprendo tutto di tenebre
il mago avvolge cielo e terra
nella tempesta che ha scatenato
e lui guarda e gioisce del suo spirito
nel silenzio della sua dimora.
ERMOCRATE
Un potere immenso
ha esercitato su di voi l'anima di quest'uomo.
CRIZIA
Ti dico: non conoscono che lui,
e solo da lui vogliono ricevere tutto.
È lui che vogliono come dio e re.
Davanti a lui io stesso mi prostrai umiliato
quando salvò mia figlia dalla morte.
Ermocrate, che pensi di lui?
ERMOCRATE
Gli dèi lo hanno molto amato.
Ma non è il primo che abbiano respinto,
più tardi, nelle tenebre dell'incoscienza
dalle altezze del loro favore,
perché nell'eccesso della sua fortuna
troppo dimenticò le distanze
e si ritenne unico, così è stato punito
con una solitudine infinita.
Ma per lui non è ancora suonata l'ora estrema:
a lungo viziato non può più tollerare,
io temo, l'ignominia, e il suo
spirito assopito si riaccende
nuovamente per la vendetta,
e in dormiveglia, pericoloso sognatore,
afferma, come i vecchi tracotanti
che trasmigrano per le vie dell'Asia,
che dalla sua parola un tempo ebbero origine
gli dei. Allora il mondo immenso, vivo,
opulento, sta di fronte a lui come una sua
perduta proprietà, e immense voglie
gli ardono nel petto, e questa fiamma,
dovunque si abbatta, apre un varco.
Egli rovescia tutto ciò che il tempo
ha maturato prima di lui - leggi,
costumi e arti e nobili leggende -
e non può tollerare tra i viventi
né pace né serenità. Non sarà mai in pace.
Se per lui tutto andò perduto,
tutto vorrà riprendere, e nessun mortale
arresterà la furia di questo folle.
CRIZIA
Vecchio, tu vedi cose senza nome.
È giusto quanto dici, e se accadesse,
guai a te, Sicilia, così bella
nei tuoi giardini e nei tuoi templi!
ERMOCRATE
La sentenza degli dèi lo colpirà
prima che inizi l'opera. Raduna il popolo
affinché gli mostri il volto dell'uomo
che, a quanto dicono, è già salito in cielo.
Voglio che siano testimoni
dell'anatema che sto per scagliargli contro.
Verrà scacciato nel deserto selvaggio
da cui non potrà più fare ritorno
e l'espierà l'ora fatale in cui
si fece dio.
CRIZIA
Ma se l'audace
domina il popolo debole, non temi
per noi e per i tuoi dei?
ERMOCRATE
La parola del sacerdote stronca lo spirito d'audacia.
CRIZIA
E tu credi che dopo averlo amato
per così gran tempo, vedendolo patire
l'onta della maledizione, lo scacceranno dai giardini
in cui amava vivere, e dalla città natale?
ERMOCRATE
Chi potrà tollerare nella sua patria
un mortale colpito da un giusto anatema?
CRIZIA
E se il popolo che lo considera un dio
ti accusasse di essere blasfemo?
ERMOCRATE
Il deliro passerà non appena
avranno rivisto con i loro occhi
colui che credono asceso tra gli dei.
E già si sono ravveduti: percorrendo
ieri questa stessa strada, li ho visti
aggirarsi in preda a smarrimento,
rattristati, parlando a lungo di lui.
Allora dissi loro che oggi li avrei
guidati da lui, e che nell'attesa
rimanessero tranquilli in casa.
Per questo ti ho pregato di venire con me
per vedere se mi avessero obbedito.
Non c'è nessuno qui. Su, vieni!
CRIZIA
Ermocrate!
ERMOCRATE
Che c'è?
CRIZIA
Laggiù, lo vedo
chiaramente.
ERMOCRATE
Andiamo, Crizia,
che non ci irretisca in qualche suo discorso.
Scena terza
EMPEDOCLE
Nel mio silenzio sei giunto con passo
lieve, giorno splendido, e mi hai trovato,
amico, nel buio della grotta, ma non venivi
inatteso, e da lontano, da lassù,
sopra la terra sentii con chiarezza
il tuo ritorno, e il vostro, miei confidenti,
agili e operose forze dell'altezza,
e voi, vicini come un tempo,
alberi felici del mio bosco!
Siete ancora cresciuti, e giorno dopo giorno
umili, la fonte del cielo vi abbeverava
di luce e l'etere ha versato gocce
di vita a fecondare i vostri fiori.
O intima Natura che mi stai dinnanzi
più non riconosci l'amico, il prediletto,
non riconosci in me quel sacerdote
che ti offriva il suo canto di vita
come sangue immolato con gioia in sacrificio?
Oh, alle sacre fonti ove si raccolgono
le acque tranquille che nei giorni torridi
danno refrigerio a chi ha sete, un tempo
in me confluivate, sorgenti di vita,
dalle viscere del mondo, e a me venivano
gli assetati... Ora sono inaridito,
e gioia di me più non hanno i mortali.
Sono solo? E anche di giorno quassù è notte?
Ahimè, colui che più di ogni altro spinse
lo sguardo in alto, ora brancola accecato...
Miei numi, dove siete? Mi abbandonate
come un mendicante? E avete ripudiato
questo cuore che amoroso vi aveva presagiti,
l'avete stretto in ceppi ignobili,
lui che era nato libero, che esisteva per
se stesso e non era soggetto ad alcuno?
E dovrei sopportare tutto questo,
come i deboli che nello spaventoso Tartaro
stanno inchiodati, giorno dopo giorno, alla pena antica?
Io so chi sono; io lo voglio! Voglio farmi
largo, e che spunti il giorno! Largo!
Per il mio orgoglio! Non bacerò la polvere
di questa strada ove già camminai perduto
in un bel sogno. È finita. O dèi fui amato da voi.
Vi conoscevo bene, agivo insieme a voi, secondo
quanto il mio spirito, da voi guidato, mi dettava,
tali vi conoscevo, tali in me vivevate... Oh no!
Non era un sogno; con il cuore ti sentivo
etere silenzioso, quando l'errore umano
mi stringeva l'anima e tu, grande conciliatore,
mi guarivi con il tuo respiro,
quando bagnavi il mio petto ferito dall'amore
e i miei occhi, luce che tutto evolvi,
contemplarono la tua divina azione,
e tutte voi, potenze eterne...
Ombre, nient'altro! È finita
e tu, non lo nascondere,
la colpa è tua, misero Tantalo.
Tu hai profanato il santuario,
con tracotante orgoglio hai rotto l'alleanza.
Quando i geni del mondo, o sciagurato,
in te si fusero amorosi, solo a te pensasti
e ti illudesti, folle meschino, che i Celesti,
i Benigni, si fossero venduti a te
per servirti come stolidi schiavi.
Non c'è un vendicatore in qualche luogo,
e dovrò attirare da solo sulla mia anima
maledizione e vergogna? C'è qualcuno
migliore di me che strappi dalla mia fronte
la corona delfica e strappi i miei capelli
come si conviene al vate calvo?...
Scena quarta
Empedocle, Pausania
PAUSANIA
E voi tutti,
potenti dèi del cielo, cosa vedo?
EMPEDOCLE
Va' via!
Chi t'ha mandato? Per completare
l'opera a mio danno? Ti dirò
tutto, se non sai: ti sia di insegnamento,
Pausania; non cercare l'uomo che
amavi, perché non esiste più.
E vattene, caro giovane! Il tuo volto
m'infiamma l'anima: e, sia un bene o un male,
eccessiva è per me, una cosa e l'altra.
Ma sia come tu vuoi.
PAUSANIA
Che cosa accade? A lungo ti ho atteso, e quando da lontano
ti ho visto, resi grazie alla luce del giorno
Ma qui ti trovo, ahimè, come la quercia
percossa da Zeus, squarciato
dalla testa ai piedi. Ma non eri solo.
Non ho afferrato le tue parole,
ma ancora ne odo l'estraneo tono funebre.
EMPEDOCLE
Era la voce di colui che si era vantato di essere
più che un mortale, perché l'amorosa Natura
l'aveva colmato di eccessiva felicità.
PAUSANIA
Per chi, come te,
è amico di tutto ciò che al mondo esiste
di divino, non è mai eccessiva.
EMPEDOCLE
Parlavo così anch'io
caro, quando il sacro incanto
non m'aveva ancora lasciato,
quando i geni del mondo
rispondevano al mio profondo amore.
Oh grande Luce! - E sono stati gli uomini
a insegnarmelo-. Già da tempo,
da quando il cuore anelante
non riusciva a trovar la Tuttaviva
mi volsi a te, fidando in te ciecamente,
seguendo te, non essendo facile
per un mortale riconoscere i puri.
Ma quando
il mio spirito fiorì come tu fiorisci
ed esclamai: Tu vivi, e come
tra gli uomini ti aggiri serenamente,
come, in divina giovinezza, irraggi
su tutti il tuo splendore pieno di grazia,
e tutti assumono il colore del tuo spirito,
così anche la mia vita divenne
poesia. Viveva in me la tua anima
e al pari tuo, il mio cuore apertamente
si donò alla Terra sofferente e solenne, e spesso,
nella notte sacra, feci il voto di amare sempre lei,
la Fatale, senza timore e in fede, e di non disprezzare
nessuno dei suoi misteri. Allora nel bosco
si udiva uno stormire diverso e teneri
mormoravano i ruscelli dei suoi monti.
E tutte le tue gioie, Terra, escluse
quelle che sorridendo porgi ai deboli,
stupende come sono, e calde e vere,
maturate d'amore e di fatica, tutte mi donasti,
e spesso, stando su monti lontani, stupito
meditavo sul sacro fluire della vita,
in preda a commozione per le tue metamorfosi,
e presagendo il mio stesso destino, l'etere
bagnava con il suo respiro me come te
per medicare il mio petto ferito d'amore
e come per magia nel suo profondo
si scioglievano i miei enigmi...
PAUSANIA
Oh, te felice!
EMPEDOCLE
Lo fui. Oh, potessi dire come fu, nominare
il maturare e l'operare delle forze geniali,
portentose, mie compagne, o Natura!
Poterle far rivivere ancora una volta
affinché il mio cuore, muto e devastato
nuovamente vibrasse di tutte le tue voci!
La mia vita? Per me hanno risonato
tutti i suoi canti alati e ho sentito,
grande Natura, i tuoi remoti accordi?
Abbandonato da tutti, non sono forse
vissuto con questa Terra sacra, con questa luce,
con te, paterno cielo, da cui mai
si separa l'anima mia, e con tutti i viventi
in un presente e riunificato Olimpo?
Come un reietto ora piango,
e in nessun luogo posso sostare
e anche tu mi sei strappato... Non dire nulla!
L'amore si estingue quando gli dèi ci abbandonano,
tu lo sai bene, e ora lasciami, io non sarò
più me stesso e tu non sei più nulla per me.
PAUSANIA
Tu lo sei ancora, come lo sei stato sempre.
Non comprendo perché tu voglia
distruggere a tal punto te stesso.
Credo che talvolta anche la tua anima
si assopisca, quando troppo si è aperta
al mondo, nello stesso modo in cui la terra,
che tu ami, si chiude in un profondo sonno.
La chiami morta, tu, quando riposa?
EMPEDOCLE
Con quanto affetto mi vuoi consolare!
PAUSANIA
Tu deridi l'inesperto e pensi
che, non avendo conosciuto come te
la tua felicità, ora che soffri
io venga a dirti solo cose assurde?
Dalle tue azioni ti conobbi, quando
allo stato barbaro conferisti forma e senso,
e sperimentai la potenza del tuo spirito
e del tuo mondo quando una tua parola nell'istante
consacrato faceva sorgere in me molti anni di vita,
e allora si apriva alla mia giovinezza un'era nuova
e bella, e come ai cervi mansueti che pensano
alla terra natale quando stormisce lontana la foresta,
così spesso mi palpitava il cuore se parlavi
della felicità del mondo primitivo, e innanzi a me
non disegnavi forse a grandi linee gli anni futuri,
come fa l'artista che nel suo quadro
inserisce un elemento e colma una lacuna?
Non è forse chiaro per te il destino umano?
E non conosci con esattezza le forze naturali
che in confidenza, come nessun altro mortale,
sai condurre e governare a tuo piacimento?
EMPEDOCLE
Basta! Non comprendi che ogni tua parola
detta è una spina per me?
PAUSANIA
Nella tua irritazione devi dunque odiare tutto?
EMPEDOCLE
Rispetta ciò che non comprendi!
PAUSANIA
E tu, perché
me lo tieni celato? Perché rendi la tua pena
un enigma irrisolto? Credimi, non esiste strazio maggiore.
EMPEDOCLE
E nulla è più straziante, mio Pausania,
che decifrare il dolore. Non comprendi?
Come preferirei che tu non sapessi
nulla di me e della mia tristezza!
No, sacra Natura, non dovrei dirlo!
Tu fuggi, vergine, le menti rozze.
Io ti ho disprezzata, io
mi proclamai signore, altezzoso
barbaro! Seguii la vostra semplicità,
potenze pure, in eterno giovani, voi che m'educaste
nella gioia, che mi nutriste di delizie,
e poiché sempre uguali a me ritornavate,
non onorai, benigni, il vostro spirito.
Io ho conosciuto profondamente l'esistenza
della Natura: non potevo amarla
come un tempo. Gli dèi s'erano posti
al mio servizio, io solo ero dio,
e nel mio arrogante orgoglio lo proclamai.
Sarebbe stato meglio che non fossi
nato.
PAUSANIA
Come? Per una sola parola?
Tu sei eroico: perché ti perdi d'animo?
EMPEDOCLE
Sì, per un'unica parola. Possano gli dei
annientarmi così come mi hanno
amato!
PAUSANIA
Gli altri non parlano così?
EMPEDOCLE
Gli altri! Come potrebbero?
PAUSANIA
Certo,
uomo prodigioso! Nessuno come te
vide così intimamente e amò il mondo
immortale e i geni e le sue forze
e, per questo, solo a te fu concesso pronunciare
quella parola audace, per questo tu soltanto
senti come una sillaba orgogliosa
poté strapparti al cuore degli dei
e per amore verso loro ti sacrifichi.
Ah! Empedocle!
EMPEDOCLE
Guarda! Chi sta arrivando?
Ermocrate, il prete, e insieme a lui
la folla del popolo, e Crizia, l'arconte.
Cosa vorranno da me?
PAUSANIA
A lungo
ti hanno cercato.
Scena quinta
Empedocle, Pausania, Ermocrate, Crizia, Agrigentini
ERMOCRATE
Ecco l'uomo che voi dite
asceso vivo all'Olimpo.
CRIZIA
E appare triste, come un mortale.
EMPEDOCLE
Miserabili schernitori! godete forse
vedendo soffrire uno che v'era apparso grande?
E ritenete che sia una preda facile da catturare
il forte che è divenuto debole? Soltanto
il frutto che maturo cade al suolo vi tenta
ma, datemi ascolto, non tutte le cose maturano per voi..
UN AGRIGENTINO
Che ha detto?
EMPEDOCLE
Andate via, ve ne prego!
Allontanatevi per la vostra strada, senza interferire
con quella che è solo mia...
ERMOCRATE
Ma il prete
non ha forse il diritto di parlarti?
EMPEDOCLE
Ahimè!
divinità viventi e pure!
proprio lui, quest'ipocrita, dovrà
avvelenare la mia tristezza? Va' via,
ti ho risparmiato molte volte: è giusto
che tu risparmi me. Te l'ho già detto,
conosco te e tutta la tua congrega,
e a lungo mi sono chiesto come possa
tollerarvi la Natura. Sin da giovane
il mio animo pio rifuggiva da voi,
corruttori di tutto, e con amore
incrollabile seguiva il sole, il cielo
e tutti i messaggeri della grande
Natura, ed era un presagio ancora lontano,
poiché nel mio timore capivo perfettamente
che il mio libero amore per gli dei
volevate snaturare in servizio ignobile,
facendo di me un vostro pari.
Via di qui! via! non posso tollerare di aver di fronte
chi delle cose sacre fa un mestiere.
Il suo volto è falso, è freddo e morto
come lo sono i suoi dei. Perché restate
qui, perplessi? Andate via!
CRIZIA
Non prima
che l'anatema ti sia impresso in fronte,
tristo e vile bestemmiatore.
ERMOCRATE
Stai calmo, amico.
Ti avevo ben detto che senza dubbio
si sarebbe incollerito. Avete udito,
popolo di Agrigento, mi deride
ma io non voglio, in lite furibonda,
scambiare con lui parole dure e aspre,
questo non si addice a un vecchio come me.
Siate voi a chiedergli chi afferma di essere.
EMPEDOCLE
Tacete!
A nessuno, lo vedete bene, giova
inasprire un cuore ferito. Lasciate
che io percorra serenamente il mio cammino
sacro e quieto verso la morte. Se al sacrificio
conducete la vittima, dopo averla liberata
dall'aratro, non la pungolate più:
nello stesso modo, lasciatemi in pace. Non profanate
con parole amare il mio dolore:
è sacro, e appartiene agli dei. E a me,
risparmiate le vostre miserie.
PRIMO AGRIGENTINO
Che è accaduto, Ermocrate, a costui
per fargli dire parole così strane?
SECONDO AGRIGENTINO
Ci respinge quasi ci temesse.
ERMOCRATE
Che volete? Ha la mente ottenebrata,
essendosi dinnanzi a voi proclamato dio.
Ma poiché non credete mai alle mie parole
domandatelo a lui. Sia lui a dirvelo.
TERZO AGRIGENTINO
Ma noi ti crediamo.
PAUSANIA
A lui credete,
svergognati! Oggi non vi è più gradito
il vostro Giove: si è rannuvolato.
Il vostro idolo si è fatto scomodo,
forse per questo credete a lui? Osservatelo:
si affligge e vi cela quello spirito suo
che, quando non sarà più, gli adolescenti
di un'era senza eroi ricercheranno;
e ora gli strisciate intorno sibilando.
Vi sembra giusto? o siete così ottusi
da non sentirvi ammoniti dal suo sguardo?
Lui che, essendo mite, è bersaglio dei codardi...
Sacra Natura, come puoi tollerare
un simile vermicaio nel tuo mondo?
E voi mi fissate senza sapere bene
cosa fare di me, è al prete che dovete
chiederlo, a lui che sa tutto.
ERMOCRATE
Avete udito come c'insulta in faccia
il giovane insolente? Cosa non farebbe?
Lo può fare, perché il suo maestro
fa ciò che vuole. Chi conquista il popolo
so che parla a piacere. Non mi oppongo
per puntiglio se gli dèi lasciano fare.
E molto è quello che tollerano
e tacciono finché all'estremo eccesso
giunge il folle ardire. Ma allora il sacrilego
dovrà precipitare nella tenebra dell'abisso.
TERZO AGRIGENTINO
Cittadini, in futuro non voglio
avere più nulla a che fare con costoro.
PRIMO AGRIGENTINO
Dite,
come poté costui incantarci?
SECONDO AGRIGENTINO
Via, via di qui, discepolo e maestro!
ERMOCRATE
È dunque l'ora. Invoco voi, tremende
divinità della vendetta! Giove
governa le tempeste e Poseidone doma
i marosi, ma voi dal passo lieve,
voi dominate le ragioni occulte
e quando un arrogante esce dalla culla
voi siete presenti, e mentre lui
cresce e procede superbo verso il crimine,
ascoltate il suo cuore che, farneticante,
a voi si rivela nemico di ogni dio.
Anche costui vi è noto, il seduttore
che, subdolo, traviò il popolo
e si fece beffa delle leggi patrie.
E mai rispettò gli antichi dei
di Agrigento e i loro sacerdoti.
Né ignoravate, voi tremendi numi,
mentre taceva, il suo pensiero spaventoso.
Credevi, scellerato, che dovessero
esultare perché al loro cospetto
recentemente ti proclamasti dio?
Avresti poi regnato in Agrigento,
come unico tiranno onnipotente,
e tuo sarebbe stato, tuo soltanto,
il popolo buono e questo paese bello.
Tacquero, essi, e rimasero allibiti;
tu invece impallidisti, soffocato
dalla maligna rabbia nella buia
grotta dove scendesti per sfuggire
la luce del giorno. E ora vieni qui,
e mi vomiti contro la tua ira
e bestemmi i nostri dei.
PRIMO AGRIGENTINO
Ormai è chiaro, bisogna giudicarlo!
CRIZIA
Ve lo dissi, io non ebbi mai fiducia
in questo sognatore.
EMPEDOCLE
Oh, dissennati!
ERMOCRATE
E ancora osi parlare
ignori che tra noi non esiste più rapporto,
sei divenuto straniero, ignoto
a tutti i viventi. La fonte che disseta
non ti appartiene, né quella viva fiamma
che ci riscalda, e ciò che allieta il cuore
dei mortali ti è negato dai sacri
dei vendicatori. Non ti appartiene
questa luce, né la verdeggiante terra,
né i suoi frutti, e a te non concede l'aria
il suo ristoro quando il tuo petto
sospira e ha sete di frescura. È vana
la tua speranza di tornare a ciò che è nostro;
appartieni agli dèi della vendetta
e della morte. - E d'ora innanzi guai
a chi ascolterà da amico una tua frase,
a chi ti rivolgerà il saluto e ti porgerà la mano,
a chi al meriggio ti offrirà da bere,
o alla sua mensa ti ospiterà,
a chi ti concederà di riposare sotto il suo tetto
se busserai di notte alla sua porta,
a chi ti appresterà il rogo funebre quando
sarai morto: guai a lui e a te!
Vattene! gli dèi della patria,
qui dove sorgono i loro sacrari,
non tollerano più colui che tutto disprezza.
AGRIGENTINI
Via! vada via! che la maledizione non ci contamini.
PAUSANIA
Vieni con me! Non andrai via solo. Uno è rimasto
che ti rispetta, benché sia vietato.
Caro, tu sai come l'affetto dell'amico conti
molto di più della maledizione
di questo prete. Anche laggiù, in una lontana terra,
potremo trovare il cielo azzurro,
io pregherò che illumini il tuo cuore.
Anche laggiù, nella Grecia
superba e gloriosa, verdeggiano colline
e l'ombra dell'acero è larga, e i miti
venti donano frescura al viandante,
e quando in giorni torridi sosterai
sul ciglio della strada, con queste mie stesse mani
per te coglierò il cibo e attingerò acqua
dalla sorgente gelida, e curverò i rami
sopra il tuo capo, raccoglierò muschio e foglie
per il giaciglio, e mentre dormirai, veglierò
sul tuo sonno, e innalzerò, se necessario,
il rogo che questi infami
ora ti negano!
EMPEDOCLE
O cuore fedele! - Per me,
cittadini, non vi chiedo nulla:
come volete, sia. V'imploro
soltanto per questo giovane.
Oh, non guardate altrove! Forse
non vi riunivate intorno a me, amici?
Non osavate stringermi la mano,
venire ad accalcarvi convulsamente intorno a me
vi sembrava scortese: mandavate
perciò i fanciulli a stringermi la mano,
e portavate i bambini in spalla
o sulle braccia. Ora non sono più quello?
Più non riconoscete l'uomo a cui dicevate
che, a un suo cenno, eravate pronti
a mendicare con lui di terra in terra
e perfino a seguirlo giù, sino al Tartaro?
Bambini! avreste voluto darmi tutto
e spesso ero costretto ad accettare
quanto sostentava o rallegrava
la vostra vita; poi vi rendevo del mio
che voi stimavate maggiore di ogni vostro bene.
Ora vi lascio; e non mi sia negata
quest'unica preghiera: risparmiate
questo giovane. Non vi ha fatto del male,
mi ama, ecco tutto, come anche voi
mi amaste. E dite: non è forse
nobile e bello? Ascoltatemi: un giorno
lo ricercherete. Quante volte dissi
che cadrebbero notte e gelo sulla terra
e che le anime miseramente perirebbero
se periodicamente le divinità benigne,
per donare nuova linfa al vivere avvizzito,
non ci inviassero giovani simili a questo.
Sacri, dicevo, vi dovrebbero essere
simili geni. Proprio per questo
non vogliate condannarlo! Promettetelo!
TERZO AGRIGENTINO
Va' via! via! Non vogliamo ascoltare nulla
di ciò che tu dici.
ERMOCRATE
Costui avrà la sorte che si è scelta.
Paghi per la sua folle insolenza.
Venga con te, e condivida la tua maledizione.
EMPEDOCLE
Crizia, tu taci? Anche tu, non negarlo,
sei turbato. Lo conoscevi, vero?
Fiumi di sangue di animali sacrificati
non laveranno questa colpa. Ti prego, amico, parla,
sono come ebbri, pronuncia una parola calma
affinché a questa povera gente ritorni il senno.
TERZO AGRIGENTINO
Ecco, c'insulta nuovamente! Pensa alla tua
maledizione, e non parlare. Va' via
altrimenti potremmo usarti violenza.
CRIZIA
Ben detto,
cittadini.
EMPEDOCLE
Ah sì? Violenza?
Sono ancora vivo e già mi bramano le Arpie
fameliche? Non potete attendere il momento
in cui la vita m'abbia abbandonato per profanare
la mia salma? Su, venite, sbranatemi
e spartitevi la preda, e il prete brandisca
la vostra esultanza, inviti a mensa
i vendicatori infernali, a lui così
familiari. Hai paura, scellerato?
Non mi conosci? Devo rovinarti l'ignobile scherzo che mi fai?
Per i tuoi capelli grigi dovresti
divenire fango, e onore eccessivo per te
sarebbe servire come schiavo le Furie.
Sei infame! E tu hai osato farti mio
padrone? Ma è misero mestiere dare
la caccia a una fiera sanguinante.
Ero ferito: lui lo seppe e al codardo
crebbe il coraggio; mi ha catturato
e aizza contro di me le zanne della plebe.
Chi laverà l'oltraggio? chi accoglierà
quel senzapatria che con i segni dell'onta
passa tra le case altrui e implora dagli dei
silvestri un nascondiglio? Vieni, figlio mio!
Le loro offese avrei dimenticate.
Come però dimenticare te? - Oh, gente senza nome
precipita verso la tua rovina,
soccombi di una morte lenta
e ti accompagni il prete con la sua nenia
di corvo! E poiché ci sono lupi
dove ci sono cadaveri, se ne trovi
uno per voi, che beva il vostro sangue
e la Sicilia liberi da voi. Inaridisca
questa terra ove il grappolo purpureo prosperava
per un popolo migliore, e i frutti d'oro tra le fronde
e il nobile frumento; e lo straniero
appoggiando un giorno il piede sopra i ruderi
dei vostri templi, chiederà: era qui edificata
la città? Adesso andate! Tra un'ora
qui non mi troverete più. (mentre si allontanano)
Crizia,
vorrei dirti ancora una parola.
PAUSANIA (quando Crizia è tornato indietro)
Lascia
che io vada dal mio vecchio padre
a prendere congedo.
EMPEDOCLE
Ma perché?
O dèi, in cosa mai vi ha offeso questo giovane?
Va' pure. Ti aspetterò sulla strada
per Siracusa. Partiremo insieme.
(Pausania esce dalla parte opposta.)
Scena sesta
Empedocle, Crizia
CRIZIA
Che c'è?
EMPEDOCLE
Anche tu mi perseguiti?
CRIZIA
Che idea,
io perseguitarti?
EMPEDOCLE
Lo so bene. Tu vorresti
odiarmi, eppure non mi odi. Hai solo
paura, ma non avevi nulla da temere.
CRIZIA
Tutto questo è passato. C'è dell'altro?
EMPEDOCLE
Mai avresti pensato
una cosa simile da solo, ma è stato il prete
a importi il suo volere; io non ti accuso.
Se almeno tu avessi detto una parola
sincera in suo favore, ma tu temevi
il popolo.
CRIZIA
È solo questo
che avevi da dirmi? Ti sono sempre piaciuti
i discorsi inutili.
EMPEDOCLE
Modera le parole,
io salvai tua figlia.
CRIZIA
È vero, l'hai fatto.
EMPEDOCLE
Ti ripugna e ti vergogni
di parlare con chi è stato maledetto dalla patria.
Ti comprendo. Immagina allora che sia
la mia ombra a parlarti, onorata e risorta
dal sereno soggiorno della pace.
CRIZIA
Non sarei venuto al tuo richiamo
se il popolo non avesse richiesto di sapere
cosa tu avessi ancora da dirmi.
EMPEDOCLE
Ciò che ho da dirti
non riguarda il popolo.
CRIZIA
E cos'hai da dirmi.
EMPEDOCLE
Tu devi abbandonare questo paese; lo dico
per amore di tua figlia.
CRIZIA
Pensa a te stesso
e degli altri non curarti.
EMPEDOCLE
Non la conosci?
Non ti rendi conto di quanto sia preferibile
che sprofondi totalmente una città di stolti
anziché una sola giovane eletta?
CRIZIA
Di che cosa si può dire
che sia priva?
EMPEDOCLE
Non la conosci?
E tratti come un cieco il dono
degli dei? Nella tua casa
risplende invano la dolce luce?
Ascolta: l'anima pia non troverà pace
tra questa gente, e rimarrà sola,
lei così bella, e morirà senza gioia.
Lei, la figlia degli dèi, così severa
e tenera, non potrà mai accettare
di stringere al suo seno uno di questi barbari?
Oh, credimi! Chi sta per congedarsi dice il vero.
E non stupirti del consiglio!
CRIZIA
Cosa vuoi
che ti risponda?
EMPEDOCLE
Parti con lei
verso qualche terra sacra, va' nell'Ellade
o a Delo, tra coloro che lei cerca,
dove tra i lauri sorgono, in silenziosa
assemblea, le statue degli eroi. Qui troverà
pace, tra le mute immagini la sua anima bella
e delicata si sentirà appagata;
tra le nobili ombre svanirà
il dolore che in segreto la tormenta.
Quando in un giorno festivo e sereno
la gioventù dell'Ellade si riunirà
e quegli ignoti le si faranno intorno
a salutarla e, come nube d'oro,
la vita lieta di speranze splenderà
in tutti i cuori ecco che quest'aurora
ridesterà il desiderio nella schiva sognatrice
e tra valorosi conquistatori d'inni e lauri
nelle nobili gare, ella sceglierà
uno che la strappi alle ombre
a cui troppo precocemente si è accompagnata.
Se questo ti piace...
CRIZIA
Ancora ti restano tante parole d'oro
nel tuo affanno?
EMPEDOCLE
Lascia lo scherno!
Chi prende congedo aspira ad essere giovane
ancora una volta. È come il lampo estremo
della luce che un giorno risplendette tra di noi
gioiosamente in tutto il suo fulgore. Lascia che si spenga
serenamente, e se anche vi ho maledetti, a tua figlia
dono, se mi è lecito, la mia benedizione.
CRIZIA
Basta, taci, e non trattarmi da fanciullo.
EMPEDOCLE
Prometti che farai come ti dico,
e lascia questa terra. Se rifiuti,
che preghi e implori la desolata un'aquila
che la salvi da questi schiavi, in cielo.
È questo il mio consiglio migliore.
CRIZIA
Oh, dimmi, forse non abbiamo agito giustamente
nei tuoi confronti?
EMPEDOCLE
E me lo domandi? Io ti ho già
perdonato. Ma farai ciò che ti ho detto?
CRIZIA
Non posso
decidere così ripidamente.
EMPEDOCLE
Decidi bene.
Che lei non rimanga dove soccomberebbe.
E che ricordi, dille, colui che un giorno
fu caro agli dei. Lo farai?
CRIZIA
E me lo chiedi? Lo farò, certo.
E ora, infelice, va' per la tua strada. (Esce.)
Scena settima
EMPEDOCLE
Sì!
Vado per il mio cammino, Crizia,
e so dove conduce. E mi prende vergogna
per avere esitato così a lungo.
Perché attendere tanto, sino a perdere
felicità e giovinezza e spirito, e che
più nulla mi rimanesse se non follia e miseria.
Quante volte, quante volte una voce mi ammonì!
Sarebbe stato bello allora. Ma ora è necessario.
O dèi misericordiosi! Dei del silenzio!
La parola insofferente precorre l'uomo
e non lascia che maturi in pace l'ora
della riuscita. Molte cose sono consumate
e ora tutto è più facile. A tutto
si aggrappa il vecchio stolto! E quando
un giorno, fanciullo spensierato,
giocava sulla terra verdeggiante,
era più libero di quanto lo sia oggi.
Oh, distacco! Non mi si lascia neppure la dimora
che mi ospitò... Anche questo, o dèi!
Scena ottava
Empedocle, tre suoi schiavi
PRIMO SCHIAVO
Tu parti, Maestro?
EMPEDOCLE
Sì, parto, mio caro...
Va' a prepararmi il bagaglio, quel tanto
che possano reggere le mie spalle,
e portalo là fuori sulla strada; questo
sarà il tuo ultimo servizio.
SECONDO SCHIAVO
O dèi!
EMPEDOCLE
Voi
siete stati al mio servizio
volentieri sin dalla cara infanzia,
e crescemmo insieme in questa casa
di mio padre e mia, ed estranea al mio cuore
è la fredda parola del comando.
Qui non avete patito mai il destino
d'essere schiavi. Liberamente, ne sono certo,
con me verreste là dove è necessario che io vada.
Ma non posso tollerare che vi tormenti
la maledizione del prete. Il mondo si apre
dinnanzi a voi e a me, lo sapete bene,
e spetta a ognuno scegliere la propria sorte.
TERZO SCHIAVO
Oh, no!
Non ti lasceremo. Non lo possiamo.
SECONDO SCHIAVO
Che ne sa il prete di quanto tu ci sia caro?
L'anatema colpisca altri, non noi.
PRIMO SCHIAVO
Se noi ti apparteniamo, lasciaci
stare con te. Non è da ieri, infatti,
che viviamo insieme, anche tu l'hai detto.
EMPEDOCLE
O dèi, io non ho avuto figli e vissi
solo con costoro, e nonostante questo
mi sento ancora legato a questo asilo
ove dormivo, e lotto come in un sogno.
Orsù, miei cari, è necessario!
Basta parlarne, ve ne prego,
fate come se non fossimo più vivi.
Non voglio che quell'uomo maledica
tutti coloro che m'amano... Per questo
non potete seguirmi, ve l'ho detto.
Entrate in casa, prendete ciò che vi serve
e senza indugio fuggite, affinché
nuovi padroni non vi catturino: diventereste
in tal caso schiavi di un vigliacco.
SECONDO SCHIAVO
Con parole così aspre tu ci scacci?
EMPEDOCLE
Lo faccio per voi e per me. Ormai siete liberi!
Assumete ora la vostra vita virilmente,
chiedete agli dèi che vi diano conforto;
siete solo all'inizio. I mortali sorgono
e tramontano. Non indugiate più a lungo!
Fate come ho detto.
PRIMO SCHIAVO
Padrone del mio cuore,
vivi, non perire!
TERZO SCHIAVO
Non ti rivedremo
Dunque più?
EMPEDOCLE (in tono imperioso)
Non domandate,
è vano!
SECONDO SCHIAVO (mentre si allontanano)
Come un mendico dovrà dunque vagare,
sempre incerto della propria vita?
EMPEDOCLE (seguendoli con lo sguardo)
Addio, vilmente vi ho allontanati,
o miei fedeli. Addio, casa paterna,
dove sono vissuto. E voi, alberi,
che con un canto di gioia io, l'amico degli dèi,
ho consacrato: voi, custodi
della mia pace, morite e rendete
ai venti il vostro spirito, poiché all'ombra
la rozza plebe si trastulla e dove
fui felice, mi si dileggia.
Ahi, messo al bando, o dei? e questo prete
ha forse imitato, senz'anima e senza vocazione,
quello che voi, celesti, m'infliggete? Voi avete
abbandonato me che vi oltraggiai, o elementi!
E ora costui mi scaccia dalla patria!
L'anatema che contro di me lanciai
si rivolge contro me stesso per bocca della plebe?
Ahimè, colui che un giorno intimamente
visse con voi, beati, e per la gioia
proclamò suo il mondo, dove potrà riposare
non sa, né trova pace nel suo cuore.
Dove conducete, strade dei mortali? Siete
molteplici, ma qual è la mia? quale
la più veloce? la più breve? Indugiare è vergognoso.
Miti numi, nello stadio guidavo, spensierato, il cocchio
su fumanti ruote e voglio così rapidamente riunificarmi
a voi, benché l'impazienza sia pericolosa.
(Esce.)
Scena nona
Pantea, Delia
DELIA
Taci, cara fanciulla,
frena il tuo dolore! Che nessuno ci senta.
Entrerò nella sua casa. Può darsi che ci sia,
e ancora una volta potrai vederlo.
Ma nell'attesa taci... Devo forse
entrare?
PANTEA
Sì, entra, cara Delia.
Io cercherò di calmarmi, affinché il cuore
non mi si schianti, se mi apparirà quel grande
in quest'amara ora fatale.
DELIA
O Pantea!
PANTEA (sola, dopo una breve pausa)
Non posso farlo... D'altronde sarebbe
una vergogna, come entrare là senza passione.
L'hanno maledetto? No, non è possibile.
O nero enigma, alla fine mi schianterai!
Come sarà?
(Pausa. Angosciata, a Delia che ritorna)
Cosa hai trovato?
DELIA
Ahimè, tutto è morto
e deserto.
PANTEA
È partito?
DELIA
Temo di sì. Le porte
sono aperte, ma dentro non c'è nessuno.
Ho chiamato, ma solo l'eco ha risposto.
Non ho voluto indugiare...
Oh! La poverina è muta e pallida, mi guarda
come fossi un'estranea. Non mi riconosci?
Anima cara, il tuo dolore è il mio.
PANTEA
Andiamo, vieni!
DELIA
Ma dove?
PANTEA
Dove? Io stessa
l'ignoro, dèi buoni. Sciagura!
Nessuna speranza! E tu, luce d'oro,
invano splendi, lassù in alto.
Egli è partito. Come posso sapere, desolata,
se i miei occhi sono ancora limpidi?
No, non è possibile! È troppo temerario,
questo gesto, troppo mostruoso. E tuttavia
voi l'avete compiuto. Dovrei ancora vivere
tra uomini simili, e tacere? E piangere,
poiché non mi resta altro?
DELIA
Piangi, mia cara! È preferibile piangere
piuttosto che tacere o parlare.
PANTEA
Delia,
qui passeggiava, e questo giardino m'era tanto caro
solo perché a lui piaceva tanto.
Quando mi sentivo insoddisfatta della vita e triste
e con altri mi aggiravo, schiva, per questi colli,
quante volte il mio sguardo cercava queste vette
di alberi e pensavo: là lui vive!
Così mi rasserenavo. Mentalmente
vivevo con gioia al suo fianco.
Conoscevo le sue ore. Il mio pensiero
si accompagnava a lui più fiducioso
e con lui, così caro, dividevo
i miei puerili crucci... Ah, crudelmente
hanno infranto, gettata nella strada,
l'effigie del mio eroe: chi l'avrebbe pensato?
Oh, cento primavere numerose volte augurai,
stolta, a lui e ai suoi giardini.
DELIA
Buoni dèi, perché privarla di questo
caro conforto e di questa dolce gioia?
PANTEA
Cosa dici?
A noi veniva come un nuovo sole
splendido e gentilmente attraeva a sé
con fiori d'oro i giovani immaturi.
Da tempo la Sicilia era in attesa di lui.
Sull'isola non regnò mai mortale
che fosse pari a lui. Intuivano
che dei geni del mondo era alleato.
E tu con grande affetto li stringesti tutti
al petto. Per questo devi vagare oltraggiato
di terra in terra, con il veleno in cuore
che ti hanno dato come viatico?
Questo gli avete fatto, giudici sapienti!
Ma non lasciate che io mi allontani impunita!
Giacché io lo venero, voglio dirvelo
in faccia se voi non lo sapevate, e allora
esiliate anche me dalla vostra città.
E se mio padre, il folle, ha maledetto
lui, che maledica anche me!
E voi
fiori del cielo, splendide stelle,
appassirete anche voi? E calerà la notte,
o padre Etere, sulla tua anima
quando i tuoi chiari figli innanzi a te
si spegneranno? Lo so, è necessario
che cada tutto ciò che è divino.
Ma la sua caduta mi ha resa veggente,
e quando incontro un genio splendido,
si dichiari uomo o dio,
so presagire l'ora per lui infausta...
DELIA
O Pantea, l'altezza dei tuoi lamenti
mi atterrisce. È simile a te anche lui?
Nutre lo spirito orgoglioso
di dolore, e si esalta soffrendo?
Non voglio crederlo, ne avrei paura.
Quale sarà mai la sua sorte?
PANTEA
Tu vuoi
tormentarmi? Cosa ho dunque detto?
Non vorrò mai più... voglio essere paziente,
più non voglio, o dèi, vanamente aspirare
a quanto mi vietaste, e accetterò
tutto quello che vorrete donarmi.
Tu sei sacro! e se anche non mi fosse dato
incontrarti, potrò gioire poiché qui
tu hai vissuto. Voglio rimanere calma, affinché da me,
sconvolta, non si allontani la sua nobile immagine
e il frastuono del giorno non scacci
l'ombra fraterna che, se il mio passo sarà lieve,
resterà al mio fianco.
DELIA
O sognatrice, cara! Ma lui vive ancora!
PANTEA
Vive? È vero, vive! Notte e giorno
vaga nel vasto mondo. Oscure nubi
gli fanno da tetto e la dura terra
è il suo giaciglio. Il vento gli scompiglia
i capelli e la pioggia e il pianto
gli rigano le guance e il sole
asciuga le sue vesti nell'ardente meriggio
quando attraversa deserti privi d'ombra.
Evita le strade frequentate, cammina tra dirupi
con i predoni che, stranieri come lui,
sono sospetti a tutti, ma non sanno
del suo bando; dimora presso di loro
che dividono con lui il rustico cibo
con cui ristorare il corpo nel cammino.
Ecco come vive, e neppure questo è certo!
DELIA
È spaventoso, Pantea.
PANTEA
Spaventoso?
È così che sai dare conforto?
E tra non molto loro verranno
e diranno, parlottando tra loro,
che giace, ferito a morte, su una strada.
Lo tollereranno gli dei: non hanno forse
taciuto quando con vergogna e infamia
fu scacciato dalla patria in esilio?
E tu come finirai? Esausto e prostrato
a terra segnerai il cammino con tuo sangue
mentre il vile cacciatore ti afferra
e sbatte la tua testa morente contro la roccia
non smetterai la lotta, aquila fiera!
E lo chiamaste beniamino di Giove!
DELIA
Non così, anima cara!
Non dire parole simili. Se tu sapessi
quanto mi fai pena! T'implorerei
in ginocchio, se servisse.
Calmati, e allontaniamoci da qui.
Molto può ancora mutare, Pantea.
Potrebbe anche darsi che il popolo si penta.
Tu sai come l'amava. Andiamo. Vieni!
Io pregherò tuo padre e tu mi aiuterai.
Chi può dirlo? Forse riusciremo a conquistarlo.
PANTEA
O dèi! sì, dovremmo riuscire!
ATTO SECONDO
Zona dell'Etna. Capanna rustica
Scena prima
Empedocle, Pausania
EMPEDOCLE
Perché mai sei qui?
PAUSANIA
Quanto fa bene,
caro, sentire finalmente una tua parola!
Anche per te è così? Quassù non ha valore
l'anatema, e la nostra terra è lontana.
Su queste alture si respira più liberamente
e l'occhio può nuovamente contemplare
il giorno, e l'affanno non turba più
il nostro sonno; forse troveremo mani umane
che ci offriranno il cibo abituale.
Hai bisogno di cure, mio diletto. E il monte
sacro, paterno accoglierà e concederà
riposo ai suoi ospiti erranti.
Se lo desideri, per qualche tempo resteremo
in questa capanna... o vuoi che domandi
se per caso qualcuno ci offre un asilo?
EMPEDOCLE
Si può tentare, ma qualcuno sta già uscendo.
Scena seconda
I precedenti, un contadino
CONTADINO
Cosa volete? La strada
scende di là.
PAUSANIA
Ospitaci a casa tua
buon uomo, e non badare al nostro aspetto.
Aspro è il cammino e spesso chi soffre
sembra sospetto... che gli dèi ti dicano,
se lo vogliono, chi siamo.
CONTADINO
Senza dubbio un tempo dovete aver vissuto
meglio di ora. Questo credo. Ma la città
non è lontana da qui. Di certo là avrete
un amico che possa ospitarvi. È preferibile
andare da lui che da un estraneo.
PAUSANIA
Ahimè!
L'ospite potrebbe vergognarsi di noi
se ci vedesse giungere in questo stato.
Ma non gratuitamente l'estraneo ci darebbe
quel poco che gli abbiamo chiesto.
CONTADINO
Di dove siete?
PAUSANIA
A che serve saperlo?
Se ci ospiterai noi ti daremo dell'oro.
CONTADINO
All'oro si schiudono molte porte,
ma non la mia.
PAUSANIA
Che significa? Portaci
pane e vino, ed esigi il tuo compenso.
CONTADINO
Vi sarà più facile trovarli altrove.
PAUSANIA
Parole dure! Ma potrai almeno darmi
del lino per fasciare i piedi
sanguinanti di quest'uomo, straziati
dalle pietre del sentiero... Guardalo
Egli è il benefattore di Sicilia
è più dei vostri principi, e ora è qui
davanti alla tua porta, pallido e sofferente,
e mendica pane e l'ombra della tua capanna
e tu glieli neghi? Mortalmente stanco
e assetato tu lo lasci qui, fuori,
in questo giorno in cui il sole ardente
spinge nelle loro tane persino gli animali?
CONTADINO
Vi riconosco. Sciagura! Costui è il maledetto
di Agrigento. Ne avevo già il sospetto.
Andate via!
PAUSANIA
Per il Tonante, non andremo via!
Voglio, amico diletto, che costui sia garante
di te, mentre vado in cerca di cibo. Riposa
sotto quest'albero... e tu, ascolta: se dovesse
accadergli una disgrazia, da parte di chiunque,
verrò di notte, e prima che te ne renda conto,
darò alle fiamme la tua casa di paglia.
Pensaci bene!
Scena terza
Empedocle, Pausania
EMPEDOCLE
Non angustiarti, figlio mio!
PAUSANIA
Perché parli così? Che io mi preoccupi
per la tua salvezza mi sembra giusto.
E costui pensa che nulla valga la salvezza
dell'uomo cui fu inflitta la condanna
e può darsi che gli prenda la voglia
di ucciderlo, non fosse altro che per il mantello,
perché a loro sembra assurdo
che lui si trovi ancora tra i viventi.
Non lo sai?
EMPEDOCLE
Sì, lo so.
PAUSANIA
Lo dici
sorridendo, Empedocle?
EMPEDOCLE
Cuore fedele!
Ti ho ferito. Non lo
volevo.
PAUSANIA
Sono solo insofferente, ecco tutto.
EMPEDOCLE
Non preoccuparti per me, amico caro. Presto
sarà tutto finito.
PAUSANIA
Cosa intendi dire?
EMPEDOCLE
Presto
lo vedrai.
PAUSANIA
Come stai? Vuoi che vada in cerca di cibo
nei campi? Ma se non ne hai bisogno
preferirei restare qui, oppure, ancor meglio,
andiamo alla ricerca di un rifugio
su per il monte.
EMPEDOCLE
Guarda! Qui vicino risplende
l'acqua di una fonte, che certo è anche nostra.
Prendi il tuo recipiente, la zucca svuotata,
affinché il mio spirito possa ristorarsi.
PAUSANIA (alla fonte)
Limpida e fresca
e viva sgorga, padre, dalla terra scura!
EMPEDOCLE
Bevi. Poi attingi dell'acqua e portamela.
PAUSANIA (porgendo da bere)
Gli dèi ti siano propizi.
EMPEDOCLE
Io libo a voi,
miei numi, per la vostra lunga benevolenza!
E a te, Natura, per il mio ritorno.
Ormai tutto è mutato. E voi, geni benigni,
prima che vi raggiunga, siete là? Deve fiorire
prima che maturi!... Figlio mio, sii sereno e ascoltami:
non si parli più di ciò che è stato.
PAUSANIA
Tu sei mutato e il tuo sguardo risplende
come quello di un vincitore. Non comprendo.
EMPEDOCLE
Oggi potremo rimanere ancora insieme,
come giovani, a parlare di molte cose.
È facile trovare un'ombra amica
ove intimi e fedeli confidenti
si uniscano sereni in un dialogo d'amore;
o mio diletto, non abbiamo forse, come
buoni fanciulli con un grappolo,
saziato il cuore in un istante bello,
e tu non hai voluto accompagnarmi
perché nessuna delle nostre ore solenni,
neppure questa, si perdesse senza nulla in cambio?
Con pena l'hai conquistata, è vero, ma neppure
a me gli dèi fanno doni gratuiti.
PAUSANIA
Oh, parla! Spiegami ogni cosa affinché anch'io
possa essere lieto come tu lo sei.
EMPEDOCLE
Ma non vedi? Oggi ritorna
il tempo splendido della mia esistenza,
ancora più grande è quello che verrà.
Su, figlio, saliremo fino alla cima
dell'Etna antico e sacro, giacché gli dei
sono più che altrove presenti sulle altezze.
Con questi occhi, oggi stesso
voglio vedere dall'alto fiumi, isole e il mare;
e mentre indugiano sopra le acque d'oro,
mi benedica il sole declinante,
stupendo e giovane, che io amai per primo.
Ed ecco splendere intorno a noi
silenti le immortali stelle, e dalle
profonde voragini salire il fuoco
della terra, e lo spirito che tutto
muove accarezzarci in volto. Allora...
PAUSANIA
Tu mi spaventi,
perché ti esprimi per enigmi.
Appari sereno e dici grandi cose,
ma preferirei vederti triste.
Non ti brucia l'affronto
che ti fecero, e stimi così poco
tutto ciò che sei?
EMPEDOCLE
O dèi, anche costui deve
tormentarmi e turbarmi con parole rozze?
Se questo vuoi, va' pure! Per la vita
e per la morte, non è più il tempo
di commentare ciò che soffro
e ciò che sono. È tutto lontano:
non voglio più saperne. Non sono dolori
che, sorridenti e ben nutriti,
s'attaccano ad un seno triste e gioioso:
sono morsi di vipere, e non sono
il primo cui gli dèi abbiano messo
in cuore queste Erinni velenose.
L'ho meritato? Posso perdonarti
l'inopportuno monito; hai davanti
agli occhi il sacerdote e nelle orecchie
i clamori di scherno della plebe e
la nenia che ci fu fraternamente
compagna quando uscimmo dalla nostra cara città.
Con me - per tutti i numi che mi guardano -
non avrebbero osato agire come hanno fatto
se fossi stato l'uomo di un tempo
Quale vergogna! Uno solo dei miei giorni
mi ha dato in pasto a questi vili... Taci!
Voglio che svanisca, voglio che sia sepolto profondamente,
più profondamente di quanto un mortale sia mai stato sepolto.
PAUSANIA
Ah! Quanto ho fatto male a turbargli
il cuore sereno, l'anima sublime;
più angosciante di prima è ora l'affanno.
EMPEDOCLE
Smetti di piangere
e non turbarmi più; col tempo
tutto si risolve in bene. Presto con i mortali
e gli dèi mi sarò riconciliato, e già lo sono.
PAUSANIA
Possibile? Guarisce la tua tremenda tristezza
e più non ti senti solo e misero?
E tu consideri le azioni umane
innocenti come la fiamma accesa sul focolare?
Lo dicevi spesso, ora s'è nuovamente avverato?
Allora benedico la sorgente
da cui è rifiorita la tua nuova esistenza.
Domani scenderemo lieti verso il mare
che ci trasporterà verso una riva sicura.
Che importanza avranno le fatiche e gli affanni
del viaggio, se lo spirito è sereno?
EMPEDOCLE
Sei proprio un fanciullo. Non ricordi
che nulla è dato gratuitamente ai mortali?
Ma esiste un rimedio. Tu, giovane eroico,
no, non impallidire! Se l'antica
mia fortuna, sia pur inconcepibile,
riporta a me, già appassito, la divina giovinezza
che m'imporpora le guance, non sarà certo un male!
Va', figlio! Non vorrei rivelare interamente
il mio disegno, il mio desiderio.
Non ti si addice, non te ne appropriare,
lascialo a me, come io lascio a te il tuo.
Che c'è?
PAUSANIA
Una grande folla. Giungono
dal basso.
EMPEDOCLE
Li riconosci?
PAUSANIA
Non credo
ai miei occhi.
EMPEDOCLE
Come? vogliono che diventi pazzo furioso,
e con immenso cordoglio e rabbia dovrò scendere
là dove speravo di giungere in pace.
Sono Agrigentini.
PAUSANIA
Non è possibile.
EMPEDOCLE
Sogno forse?
È lui, il mio nobile avversario,
il prete col suo seguito... Vergogna!
Così meschina è dunque la battaglia
in cui ho ricevuto ferite, e per combattermi
non si sono trovate forze più degne?
È terribile battersi con gente disprezzabile.
Ahimè, in quest'ora sacra, mentre l'anima
si prepara e si armonizza con la Natura,
sempre pronta al perdono, la plebaglia
nuovamente mi assale e mescola grida feroci
e insensate al mio canto
di cigno. E sia! Venite! Ve ne farò
pentire. Troppo ho risparmiato sempre
la maligna plebaglia e a sufficienza
ospitato nella mia casa i falsi mendicanti.
Ancora non mi avete perdonato
il bene che vi feci? Ora non voglio io.
Venite, sciagurati! Se necessario,
anche furente posso raggiungere i numi.
PAUSANIA
Ah, come finirà tutto questo?
Scena quarta
Detti, Ermocrate, Crizia, Popolo
ERMOCRATE
Non temere!
Né ti spaventi il rumoreggiare di coloro
che ti espulsero. Ti hanno perdonato.
EMPEDOCLE
Impudenti! Non pensate ad altro?
Cosa volete? Eppure dovreste conoscermi!
Mi ha marchiato, ma vuole la rissa,
questa plebe senza cuore, per sentirsi viva?
E dopo aver scacciato e ripudiato l'uomo
che temevano, tornano a cercarlo affinché
la sua sofferenza stimoli il loro spirito?
Aprite gli occhi e vedrete a qual punto
siete vili, e che il dolore possa paralizzare
le vostre lingue grottesche ed esecrande.
Sciagurati, non sapete arrossire? La Natura
pietosa priva della vergogna il malvagio,
affinché la paura della grandezza non l'uccida.
Come potrebbe diversamente sostenerla?
ERMOCRATE
Espiasti tutto il male commesso.
La miseria ti ha segnato a sufficienza;
guarisci e poi ritorna: il popolo buono
nuovamente ti accoglie nella patria.
EMPEDOCLE
In verità, mi annuncia gran ventura
il pio messaggero di pace. Giorno
per giorno dovrei assistere al ballo
macabro in cui vi rincorrete l'un l'altro,
in cui vi scimmiottate, senza posa, inquieti,
vagabondi, come ombre d'insepolti,
accozzaglia meschina, abbandonata
dagli dei; grande onore è l'essere vicino
alle vostre ridicole arti di miserabili!
Non mi fosse data miglior sorte, vorrei vivere
muto, straniero, fra gli animali dei monti,
sotto la pioggia e il fuoco del sole,
spartire il pasto con le bestie, pur di
non tornare alla vostra miseria.
ERMOCRATE
È così che ci ringrazi?
EMPEDOCLE
Se osi farlo,
dillo nuovamente e solleva gli occhi verso questa
luce che tutto vede; ma perché
non rimanesti a casa e venisti qui,
sfrontato, a strapparmi l'estrema parola
che ti accompagnerà fino all'Acheronte?
Sai cosa hai fatto? E che t'ho fatto, io?
Mi limitai ad ammonirti, e t'incatenò
le mani la paura e a lungo in ceppi
ti esasperò la rabbia, che il mio spirito
imprigionava. Non avevi pace,
a tal punto ti tormentava la mia vita.
Oh, più che sete o fame la più alta
nobiltà reca affanno ai vigliacchi.
Era proprio necessario che tu osassi venirmi
dinnanzi? Mostro, hai potuto illuderti
di rendermi simile a te, solo imponendomi
sul volto la maschera della tua grave ignominia.
Stupida idea, codesta! Se anche il tuo tossico
mi porgessi, il mio guardingo genio
non si unirebbe a te, e con il mio sangue
da te avvelenato, ti rigetterebbe.
Inutile: seguiamo vie diverse.
Muori di morte vile, com'è giusto,
con il sentimento vuoto dello schiavo.
Destino diverso è il mio, diverso cammino,
o dèi che, presenti alla mia nascita,
mi prometteste un giorno...
Se ne stupisce l'uomo esperto in ogni cosa?
Il tuo disegno è compiuto, e i tuoi intrighi
non raggiungono la mia felicità. Lo comprendi?
ERMOCRATE
È certo che non comprendo chi delira.
CRIZIA
Ermocrate, ora basta! Non fai che esasperare
la sua collera di oltraggiato.
PAUSANIA
Se le vostre intenzioni erano buone,
perché, stolti, prendeste con voi
il freddo sacerdote e sceglieste come conciliatore
lui che è abbandonato dagli dèi, che non sa amare:
per il dissidio e la morte, non per la pace,
lui e i suoi pari furono disseminati tra i viventi.
Ora lo capite, ma se l'aveste inteso allora!
Non poco si sarebbe risparmiato
ad Agrigento. Hai fatto molto, Ermocrate
da quando vivi: hai sottratto agli uomini
molteplici gioie, le hai uccise con il terrore,
numerosi figli di eroi hai strangolato in fasce,
e, come il fiore del prato, cadde giovane
e forte la Natura sotto i colpi della
tua falce. Molto io stesso potei vedere,
altro mi fu narrato. Quando un popolo deve perire,
basta che le Furie mandino un uomo
che sparga l'illusione e convinca del misfatto
ogni uomo che sia esuberante di vita.
Infine, appresa l'arte, lo strangolatore
attacca, deridendo il sacro, l'uomo unico
e riesce, fatto rivoltante, nell'intento
che il più divino cada per mano del più volgare.
Procedi, Empedocle, lungo il cammino che hai scelto!
Non posso impedirlo, anche se il sangue
mi brucia nelle vene. Ma costui,
che ha ricoperto d'infamia la tua vita,
questo pervertitore, io lo saprò stanare
quando mi lascerai, e se anche si rifugiasse
sull'altare, a nulla gli servirà,
dovrà seguirmi perché conosco il suo elemento,
lo trascinerò alla palude morta, e se implorerà gemendo
avrò pietà dei suoi capelli bianchi
come egli la ebbe di quelli altrui:
che sprofondi!
(a Ermocrate)
Lo capisci? Io mantengo la parola data.
PRIMO CITTADINO
Pausania, non è necessario che tu attenda!
ERMOCRATE
Cittadini!
SECONDO CITTADINO
Intendi usare ancora la lingua?
Con le tue menzogne tu ci traviasti,
ci rendesti malvagi, fosti tu a rapirci l'amore
del semidio. Non è più lui. Non ci riconosce.
Con occhi pieni di dolcezza ci guardava
un tempo l'uomo regale; ora il suo sguardo
mi sconvolge il cuore.
TERZO CITTADINO
Eppure eravamo
simili agli antichi al tempo di Saturno
quando il sublime viveva tra noi da amico,
ognuno aveva gioia in casa propria
e non chiedeva di più. Perché addossasti
a noi la sua maledizione, quando
la scagliò, peso indimenticabile?
Non poté farne a meno, e i nostri figli,
divenuti grandi, ci diranno: Avete
ucciso il messaggero degli dèi!
SECONDO CITTADINO
Piange! Oggi mi sembra ancora più grande e caro.
E tu continui a opporti a lui fingendo
di non vedere, mentre le tue ginocchia
non si piegano dinnanzi a lui.
A terra! giù!
PRIMO CITTADINO
E tu
vorresti ancora atteggiarti a idolo, così
ti piacerebbe continuare? Piega la fronte, giù!
Ti premerò il piede sulla nuca sin quando
non avrai annunciato che al Tartaro
sei sceso spinto dalle tue menzogne.
TERZO CITTADINO
Sai cos'hai fatto? Sarebbe preferibile
per te aver commesso un sacrilegio!
Noi l'adoravamo ed era giusto: lui
ci avrebbe resi liberi come dei.
Ma come una peste inattesa la tua malvagità
ci assalì, e così perdemmo e cuore e voce,
in un delirio odioso, e ogni gioia
che da lui avevamo avuto in dono.
O infamia! Infamia. Come forsennati
esultammo quando oltraggiasti mortalmente
l'uomo amatissimo. Tutto questo è irreparabile.
E se anche tu morissi sette volte non potresti
mutare ciò che hai fatto a lui e a noi.
EMPEDOCLE
Il sole volge al tramonto,
figli, e questa stessa notte
devo riprendere il cammino. Troppo
si è già discusso. Il passato
si dilegua totalmente e per il futuro
ci lasceremo in pace a vicenda.
PAUSANIA
Tutto è dunque indifferente?
TERZO CITTADINO
Ritorna e amaci ancora!
SECONDO CITTADINO
Ritorna a vivere
in Agrigento! Da un romano
ho saputo che la loro grandezza
era dovuta a Numa, il re. Vieni, o divino!
Sii il nostro Numa! Già si pensava
che avresti dovuto essere re. Sii il nostro re!
Per primo così ti saluto, e tutti lo desiderano.
EMPEDOCLE
La nostra non è più un'epoca di re.
I CITTADINI (allibiti)
E tu chi sei?
PAUSANIA
L'esempio di come si sappia rifiutare
una corona, cittadini.
PRIMO CITTADINO
Non riusciamo a comprendere
le tue parole, Empedocle.
EMPEDOCLE
L'aquila
custodisce forse i nati nel nido
indefinitamente? Sì, provvede a loro
quando sono ciechi, e sotto le sue ali
dormono gli implumi la loro esistenza dolce,
crepuscolare. Ma quando vedono la luce
del sole e sono maturate le loro ali
essa li lancia fuori dal nido
affinché inizino a volare.
È vergognoso volere ancora un re.
Siete troppo invecchiati; diverso era il tempo
dei vostri padri. Non è possibile aiutarvi,
se non vi aiutate da voi stessi.
CRIZIA
Per tutti gli dèi celesti, perdona! Grande
tu sei, e tradito!
EMPEDOCLE
Fu ben triste il giorno,
che ci divise, arconte.
SECONDO CITTADINO
Perdona e rimani con noi! Il sole
della nostra terra risplenderà più amico
per te qui che in ogni altro luogo
e se rifiuti il potere tuo di diritto
abbiamo per te doni e altri onori,
corone verdi e splendidi nomi e bronzo
imperituro, per la tua erma.
Vieni! Avrai i nostri adolescenti,
i puri che non t'hanno offeso mai;
purché tu rimanga vicino a noi, siamo pronti
ad accettare che tu rifugga da noi
e che tu viva nei tuoi giardini solitari
fino a dimenticare il torto che hai subìto.
EMPEDOCLE
Per una volta ancora, luce originaria
che mi nutristi, e voi, giardini della
mia giovinezza e della gioia, che io vi ricordi
nei giorni della gloria, quando tra questo popolo
vivevo sereno e senza subire offesa.
Cari, siamo riconciliati, e ora vi lascio!
È preferibile per voi non vedere più
quel volto che offendeste, maggiore gioia
vi darà il ricordo dell'uomo
che amaste, e avrete saldo il cuore.
In giovinezza eterna vivrà tra voi la mia immagine
E molto più belli, quando sarò lontano, risuoneranno
i canti di esultanza che mi avete promesso.
Separiamoci prima che stoltezza
e vecchiaia ci separino; già lo sperimentammo,
e restiamo uniti, noi che, nell'istante voluto,
sapremo liberamente scegliere l'ora del distacco.
TERZO CITTADINO
Così ci vuoi lasciare disperati?
EMPEDOCLE
Mi offriste, cittadini,
una corona! In cambio prendete
ciò che ho di sacro. Da tempo lo tenevo in serbo.
Molte volte nelle notti serene, quando in alto
si apriva il mondo bello, e l'aria con tutto
il firmamento mi circondava come un nembo
di pensieri gloriosi, in me sentivo
urgere più che mai la vita;
con il nascere del giorno vi avrei detto
la parola, severa, contenuta.
E con lieta impazienza già evocavo
dall'Oriente la prima nube d'oro
per la nuova festa, quando il mio canto
solitario si fosse unito a voi in un coro di gioia.
Ma il mio cuore sempre si richiudeva
e attendevo che l'ora maturasse.
Oggi è il mio giorno autunnale e il frutto
cade da solo.
PAUSANIA
Oh, avesse parlato prima! Forse
non avrebbe patito tutto questo.
EMPEDOCLE
Cari, non vi lascio disperati.
Non temete! Solitamente i mortali
rifuggono da quanto è nuovo e a loro estraneo,
ma aspirano a rimanere immobili nella loro sede
solo le piante e gli animali felici.
Costretti nel loro breve cerchio
sono unicamente tesi a sopravvivere,
e altro non sanno. Eppure alla fine, trepidi,
devono uscirne e riunificarsi,
morendo, agli elementi, per rinnovarsi,
come in un bagno, in una giovinezza nuova.
All'uomo invece è data la grande gioia
di ritrovare la gioventù da se stesso.
E dalla morte purificatrice che essi
hanno scelto nel tempo adatto, rinascono,
come Achille dallo Stige, i popoli.
Assecondate la Natura prima che s'impadronisca di voi!
Da tempo avete sete dell'insolito, come da un corpo
gravemente infermo l'anima di Agrigento
vuole abbandonare gli antichi schemi.
Coraggio, osate! Ciò che avete ereditato, le vostre
conquiste, ciò che i padri vi hanno detto e insegnato,
leggi e costumi, nomi di antichi dèi,
tutto dimenticate con ardimento, e rinascendo
alzate gli occhi alla Natura divina.
E quando alla luce del cielo lo spirito
s'infiamma, e un tenero soffio di vita
vi gonfia il petto come al primo giorno, e le selve, cariche
d'aurei frutti, stormiscono e sgorgano
sorgenti dalla roccia: quando la vita universale,
spirito di pace, vi conquista e come sacra
cantilena culla la vostra anima;
allora, trasparendo le delizie come da un bel velo,
splenderà più luminosa la terra verdeggiante,
e il monte, il mare, e stelle e nubi, e nobili
energie, come essenze eroiche, sorgeranno
dinnanzi a voi, e il vostro petto
come di chi si prepara alla battaglia,
palpiterà, con bramosia di agire,
in un mondo bello e vostro.
Allora stringetevi le mani, stipulate un patto, i beni dividete
tra voi, come Dioscuri fedeli, azioni e gloria.
Siano tutti uguali. Sopra giuste norme
come agili colonne, riposi nuova vita
e sia la vostra unione saldamente cementata dalla Legge.
E allora, o geni della Natura
e delle sue metamorfosi, voi che,
così sereni in abissi e altezze
scoprite la gioia, e sotto forma di pena
e di felicità, di pioggia e di sole,
la recate da un mondo infinitamente lontano
alla mente degli umili mortali - il popolo libero
vi invita alle sue feste, ospitale e devoto,
poiché, quando ama, l'uomo dona il suo meglio,
se la schiavitù non gli serra e imprigiona il petto...
PAUSANIA
Padre!
EMPEDOCLE
Allora, o Terra, i cuori umani ti riameranno;
e come il fiore sboccia dalle tue tenebre,
così vedrai fiorire per te di gratitudine il roseo
delle guance dall'intima vita e dal sorriso felice.
E
Inghirlandato con amore, scende il ruscello
scrosciante, cresce tra benedizioni,
diviene fiume, e con l'eco di spiagge
vibrando, viene ripetuto, di te degno,
oceano paterno, l'inno in lode della gioia.
Si sente rinnovato vicino a te, divino sole,
in comunione celeste il genio umano, e ciò che plasma
appartiene a te come a lui. Piacere, coraggio,
vitalità gli rendono agevoli,
come i tuoi raggi, le sue gesta.
E più non muoiono le cose belle nel petto
tristemente muto. Molte volte il cuore dei mortali
dorme, come nobile grano, dentro un guscio morto,
finché giunge il suo tempo; e con amore
intorno ad essi alita sempre l'etere,
e con le aquile il loro sguardo
beve la luce dell'alba, ma non dona, questa,
la sua benedizione ai trasognati,
e il loro sopore si alimenta dello scarso
nettare che gli dèi porgono giornalmente
alla Natura, finché si stancano di questo vivere
angusto, e il petto nel remoto gelo
si sente prigioniero come Niobe,
lo spirito si sente più robusto
di ogni leggenda e, memore del suo principio,
ricerca la vita e la vivente bellezza
e gioiosamente si sviluppa in presenza
dei puri. Allora sorge un nuovo giorno
diverso da ogni altro, la Natura
e stupito,
incredulo, come a un nuovo incontro
dopo un periodo disperato, l'amato
abbraccia l'essere caro che credeva morto,
così il cuore
sono loro!
gli dèi da così lungo tempo assenti, i vivi,
i buoni,
tramontare con l'astro della vita!
Addio! Queste furono le parole del mortale
che con amore esita ancora
fra voi e gli dèi che lo hanno chiamato.
Nel giorno del distacco il nostro spirito
profetizza, e dice il vero chi non torna.
CRIZIA
Dove vai? Per l'Olimpo vivente
che alla fine hai dischiuso a me che sono
vecchio e cieco, non partire! Solo
se sei vicino, l'anima rinnovata di questo popolo
prospera e si riproduce in rami e frutti.
EMPEDOCLE
Quando sarò lontano parleranno per me
i fiori del cielo, le costellazioni fiorenti,
e quelli che dalla terra germinano a migliaia.
La divina Natura non richiede discorsi;
e una volta presente non vi lascia
mai soli e il suo attimo rimane
incancellabile; e vittoriosa agisce in eterno
la sua fiamma celeste, rendendovi felici.
Quando poi giungeranno gli splendidi giorni di Saturno,
rinnovati e più virili, ricordate
il tempo perduto ed al tepore del genio
si rinnovi la leggenda dei padri!
Salga alla luce della primavera
come una musica e alla festa venga
dal regno delle ombre l'immenso
mondo dimenticato degli eroi e insieme all'aurea
nube della tristezza vi circondino,
nella vostra letizia, le memorie!
PAUSANIA
E tu? e tu? ahimè, non voglio annunciarlo
a questa gente felice...
che non immagini ciò che accadrà!
No! tu non puoi.
EMPEDOCLE
I desideri! Siete fanciulli, eppure
cercate di sapere, e questo è giusto
e comprensibile. Tu sbagli! dite
al potere che può molto più di voi.
Ma invano, o stolti! Giacché la vita, come
le stelle, prosegue la sua corsa verso la perfezione.
Non vi è nota la voce degli dei?
Prima ancora d'apprendere, ascoltando,
la lingua dei miei antenati, al primo sguardo,
al mio primo respiro, già la intesi, e sempre
la considerai superiore alla parola umana.
M'incitavano: in alto! e ogni spirare di vento eccita
la mia ansiosa nostalgia, e se anche volessi
indugiare qui, sarebbe come se
l'adolescente si dilettasse, goffo,
con i suoi giochi d'infanzia. Ah, senz'anima
vivrei come schiavo in tenebra e vergogna
davanti a voi ed ai miei numi.
Ho vissuto; e come dalle vette
degli alberi si stacca il fiore e il frutto
d'oro, come dal suolo buio spunta il fiore e il
nello stesso modo da fatiche e da pene maturò
per me la gioia e scesero dal cielo forze amiche.
Nelle profonde valli, o Natura,
si riunificano le fonti delle alture,
e vennero tutte le tue gioie nel mio petto
per trovar pace, un'unica felicità.
E quando consideravo la bellezza della vita,
una sola preghiera rivolgevo agli dei:
che se un giorno non avessi sopportato
più la felicità della mia giovane forza, senza vertigine,
e se la ricchezza della mente, come accade ai vecchi
beniamini dei numi, si fosse trasformata
in stoltezza, mi ammonissero fulmineamente,
mi mandassero nel cuore un destino inatteso,
affinché potessi intendere che era
giunta l'ora della mia purezza,
e avessi ancora il tempo di salvarmi in una giovinezza rinnovata
e, amico dei celesti, non divenissi tra la mia gente
una vergogna, uno scandalo o uno zimbello.
Mi hanno esaudito. Un potente monito
mi fu inviato, unico è vero, ma
bastante. Se non lo intendessi, sarei
come il ronzino che non avverte lo sprone
e attende di essere costretto
dalla sferza. E allora non chiedete
che a voi ritorni l'uomo che vi amò,
per breve tempo nato, e tra di voi
fu come straniero; orsù, non esigete
che per i mortali arrischi ciò che a lui è sacro
e l'anima! Un commiato bello infatti
ci fu dato, e ciò che possiedo di più caro
ho potuto infine donarvi dal mio cuore.
Perciò lasciatemi. Che potrei fare ancora tra voi?
PRIMO CITTADINO
Ci serve il tuo consiglio.
EMPEDOCLE
Interrogate questo giovane, senza vergogna!
La saggezza più alta nascerà dal suo spirito nuovo,
se a lui porrete quesiti grandi e solenni.
L'antica Pizia, la sacerdotessa, da fonte giovane
attingeva i responsi degli dei.
Giovani sono i vostri stessi dei.
Mio caro, volentieri vado via; dopo di me tu vivrai;
io fui soltanto la nube del mattino
inattiva e fuggevole, e sono fiorito
solitario, quando il mondo era immerso nel sonno,
mentre tu sei nato nel giorno luminoso.
PAUSANIA
Oh, dover tacere!
CRIZIA
Tu non tentare, caro,
di persuadere te stesso e noi! Tutto è buio
ai miei occhi e non riesco a vedere cosa intendi fare,
né posso dire: resta! Aspetta ancora un giorno!
Spesso l'attimo ci afferra meravigliosamente
e siamo trascinati via con la fuggente vita.
La bellezza di un'ora spesso sembra
predisposta da tempo, eppure
è solo l'ora che ci abbaglia, e così solo
questa noi distinguiamo nel passato.
Perdona! Non intendo schernire
lo spirito del più potente, né
questo giorno; comprendo che è necessario
lasciarti, posso solamente assistere,
anche se l'anima è triste...
TERZO CITTADINO
No, no!
Non andrà fra stranieri, né oltre il mare,
alle rive dell'Ellade o in Egitto,
dai suoi fratelli che da tanto tempo
non hanno visto più il sublime saggio...
pregatelo, pregatelo che resti!
Presentimenti e brividi mi vengono
da quest'uomo pacifico, ma terribile
e sacro, che attraversa la mia vita,
e dentro a me si fa più luce e anche
tenebra: un gran destino vedi e
dentro di te, lo porti volentieri;
stupendo è il tuo pensiero. Ma ricorda
anche coloro che ti vogliono bene,
i puri, e quelli che hanno errato per poi
pentirsi. Tu, benigno, hai donato generosamente;
ma che sarà senza di te? Non puoi
restar con noi ancora un po' di tempo?
EMPEDOCLE
O cara ingratitudine! Eppure io, a sufficienza,
vi diedi di che vivere. È destino vostro
di vivere fin tanto che avete fiato; non mio. Per tempo
deve congedarsi colui dalla cui bocca lo spirito
ha parlato. La Natura divina si rivela
spesso in questo modo e così la stirpe umana
nelle sue ricerche può riconoscerla. Ma una volta
che il mortale, a cui di delizia ha colmato
il cuore, l'abbia proclamata, fate
che infranga il vaso, affinché a usi diversi
non serva e il divino non si trasformi
in opera umana. Lasciate
che questi eletti muoiano, lasciate
che gli spiriti liberi, al tempo stabilito
e con amore, agli dèi si sacrifichino, prima
che in prepotenza e superbia e vergogna si spengano.
E questa è la mia sorte, ne sono cosciente
e da tempo, dai giorni della giovinezza, l'ho predetta
a me stesso. Rispettatela! Domani,
non trovandomi più, potrete dire:
«Non doveva invecchiare, né contare i giorni,
né essere schiavo di affanni e malattie,
non visto si è congedato; mano umana
non l'ha sepolto, e nessun occhio sa
delle sue ceneri, perché niente altro
a lui si addice; infatti innanzi a lui
nell'ora lieta e sacra della morte
gli dèi sono apparsi senza velo...
Alla luce e alla terra egli era caro, e lo spirito,
lo spirito del mondo destava in lui il suo stesso spirito,
in cui esse vivevano, e al quale morendo fa ritorno».
CRIZIA
È inesorabile, purtroppo, e il cuore
si vergogna di dirgli altre parole.
EMPEDOCLE
Vieni Crizia, e porgimi le mani.
E così voi, voi tutti. - Tu, diletto
rimarrai fino a sera con l'amico,
tu, giovane e fedele. Non piangete,
poiché sacra è la mia morte e già... oh, aria,
aria che circondi chi è rinato,
quando cammina per sentieri nuovi,
io già ti sento, come il navigante
che, giunto presso i boschetti in fiore
dell'isola natia, sente il suo cuore
palpitare più forte e il volto segnato dal tempo
si trasfigura nel ricordo dell'aurea gioventù beata.
Oblio! Riconciliazione!...
L'animo mio vi benedica; andate
e salutate la città paterna
e le campagne; quando un giorno andrete
nel sacro bosco a venerare i numi
della Natura, a purificare gli occhi
dagli affanni quotidiani, e là sarete
ricevuti con canti amici, scesi
da serene altitudini, allora
un mio suono aleggerà in quel canto
e, nell'amoroso coro del mondo bello,
ascolterete ancora la mia parola - tanto più stupenda.
Ciò che vi ho detto, mentre ancora vivo,
non è molto, ma forse un raggio luminoso lo porterà giù
attraverso i banchi di nuvole del crepuscolo,
fino alla fonte quieta che vorrebbe
darvi la sua benedizione. Allora
ripenserete a me.
CRIZIA
O uomo sacro,
sì, sacro! Sono dominato da te,
riconosco con venerazione il tuo destino,
ma non intendo dargli un nome.
Era proprio necessario? Tutto accadde
con estrema rapidità. Quando vivevi ancora
in Agrigento, nel tuo quieto regno,
non ci badavamo, ed ora ci sei tolto
all'improvviso. La gioia viene e ci lascia,
ma non appartiene a noi mortali,
e lo spirito sfugge alle domande
e prosegue per la sua via. Chi potrà
mai dire che hai vissuto con noi?
Scena quinta
Empedocle, Pausania
PAUSANIA
È fatto. Ora allontana anche me.
Ti sarà facile.
EMPEDOCLE
No, no!
PAUSANIA
Lo so, non dovrei parlare così al sacro
straniero, ma io non intendo reprimere
il mio cuore. Tu stesso l'hai viziato,
l'hai allevato alla tua scuola...
e finché fui solo un ragazzo incolto,
considerai un mio pari quel sublime maestro
che si degnava di conversare con me da amico:
le sue parole mi sembravano familiari
da molto tempo. Tutto ormai
è passato, Empedocle. Ti chiamo ancora
per nome, ancora stringo la tua mano
fiduciosa, prima che mi lasci, e ho l'impressione,
mi sembra, che tu non possa abbandonarmi.
Spirito della mia giovinezza
felice, mi abbracciavi dunque invano,
ti aprii il mio cuore invano nel piacere
di una vittoria e con grandi speranze?
Non ti riconosco più. È stato un sogno.
Non posso crederci.
EMPEDOCLE
Non hai dunque compreso?
PAUSANIA
Comprendo il mio cuore
che, fedele e orgoglioso, batte e freme per il tuo.
EMPEDOCLE
E allora concedi almeno l'onore al mio.
PAUSANIA
Solo nella morte c'è onore?
EMPEDOCLE
Mi hai inteso.
E l'anima tua lo conferma: non esiste
altro per me.
PAUSANIA
Ahimè, è dunque vero?
EMPEDOCLE
Chi
riconosci in me?
PAUSANIA (affettuoso)
Figlio d'Urania,
come puoi dubitarne?
EMPEDOCLE (con amore)
E tu vuoi che sopravviva,
come uno schiavo, al giorno del mio disonore?
PAUSANIA
No.
Non voglio, per il tuo magico spirito,
fare oltraggio, neppure se l'amore
me l'ordinasse. Muori dunque, caro, e rendi
testimonianza di te stesso! Se è necessario.
EMPEDOCLE
Lo sapevo,
anima eroica, che non mi avresti lasciato
senza donarmi gioia.
PAUSANIA
Dov'è il dolore ormai? Un chiarore
di aurora ti circonfonde il capo, e il tuo sguardo mi dona,
per una volta ancora, i suoi possenti raggi.
EMPEDOCLE
E sulle tue labbra, baciandole, io imprimo
le promesse: tu diverrai grande,
come giovane fiamma brillerai, saprai
trasmutare tutto ciò che è mortale
in fuoco e anima che con te s'innalzi
nel sacro etere. Non invano, caro,
con te sono vissuto, e sotto un cielo
clemente, fin dal primo aureo istante,
molteplici gioie inconsuete a noi si aprirono,
e il mio giardino quieto e la mia casa
te le riporteranno alla memoria, in primavera,
quando passerai per quei luoghi e sentirai
rivivere intorno a te quello spirito che ci unì:
tu gli renderai grazie, e rendigli grazie ora,
o figlio, figlio della mia anima.
PAUSANIA
Padre
ringrazierò, ma solo quando mi sarà tolta
questa estrema amarezza.
EMPEDOCLE
Ma è anche bello, caro,
ringraziare finché la gioia indugia,
prossima a lasciarli, tra coloro che si stanno separando.
PAUSANIA
Dovrà dunque svanire? Non lo comprendo,
e a te che servirebbe
EMPEDOCLE
Così da mortale, impavido in tutto il mio vigore
discendo ora per la via che ho scelto io stesso.
Questa è la mia felicità, è il mio
privilegio.
PAUSANIA
Oh taci! Non ripetermi
la cosa spaventevole! Tu respiri ancora,
ascolti la parola dell'amico,
e vivace fluisce il tuo prezioso
sangue dal cuore, eretto guardi il mondo
chiaro, e limpido è il tuo sguardo al cospetto degli dèi,
il cielo splende sulla tua fronte libera,
e per la gioia universale il tuo genio
magnifico risplende sulla terra,
e tutto ciò dovrebbe ora perire!
EMPEDOCLE
Perire? Ma
quello che si ferma è simile al fiume,
incatenato dal gelo. Figlio stolto! Dorme forse
e si arresta il sacro, puro spirito della vita
in qualche luogo affinché tu possa legarlo?
Sempre gioioso, mai lo vedrai languire entro prigioni
né indugiare in un luogo senza speranza.
Vuoi sapere dove vada? Le delizie
di un mondo lui deve assaporare senza
finire mai... Giove Liberatore!...
Entra e prepara per me la mensa affinché
ancora una volta possa assaporare il frutto
dello stelo e il vigore della vite,
e grato e lieto sia il mio commiato,
ed alle dolci Muse che mi amarono
il nostro canto nuovamente s'innalzi... Fallo figlio!
PAUSANIA
Meravigliosamente mi soggioga la tua parola,
a te devo cedere, devo ubbidirti. Voglio e al tempo stesso
non voglio.
(Esce.)
Scena sesta
EMPEDOCLE (solo)
Ah, Giove Liberatore? Sempre più
si avvicina la mia ora e dai dirupi
giunge sino a me il fido araldo della notte,
il vento della sera, messaggero
d'amore. È maturato il tempo. Palpita,
o cuore mio, muovi le tue onde
giacché lo spirito sta sopra di te
come astro luminoso, mentre in cielo
trasmigrano le nubi senza patria,
sempre in fuga. Che sento? Mi stupisco
come se la mia vita cominciasse,
perché tutto è diverso e solamente ora
io sono. Sono... e per questo dunque un desiderio ardente
ti assaliva mentre riposavi nella tua quiete religiosa?
Per questo la vita ti fu così lieve,
perché tu sperimentassi le gioie del trionfatore
in un'unica, ma perfetta azione?
Vengo. Morire? Un solo passo mi separa dalle tenebre,
ma tu, occhio mio, vorresti ancora vedere.
Concluso è il tuo servizio solerte!
Ora è necessario che la Notte per qualche tempo
copra di ombre la mia fronte.
Ma gioiosa ora si liberi la fiamma
dal mio coraggio. Un brivido di desiderio?
Come? La morte infine infiamma
la mia vita? e tu, Natura, mi porgi
il calice tremendo e spumeggiante,
affinché il tuo cantore possa bere
l'entusiasmo supremo! Sono felice,
non cerco altrove il luogo della fine.
Arco d'Iride che sovrasti cascate,
dove l'onda si dissolve in nebbia
d'argento, a te somiglia la mia gioia...
Scena settima
Pantea, Delia
DELIA
Mi hanno detto: diversamente pensano
gli dèi e i mortali. Quanto sembra solenne agli uni,
appare scherzo agli altri. Per gli dei
spirito e virtù sono realtà solenni, ma è gioco
per loro il lungo tempo e l'affannarsi umano.
Mi sembra che più da dio che da uomo
pensi il vostro amico.
PANTEA
Non mi stupisce
che arda per il desiderio di raggiungere
i suoi dei. Cosa gli hanno dato gli uomini?
Il suo popolo ha forse alimentato
quello spirito sublime, o la loro vita inconcludente
gli ha corrotto il cuore?
Prendilo, portalo via, Natura, tu che
tutto hai donato a lui, e lui a noi!
Più caduchi sono i tuoi prediletti,
lo so bene, diventano possenti
e nessuno sa dire come
e poi a loro volta scompaiono,
i fortunati.
DELIA
Vedi, credo dia più felicità
dimorare lietamente tra gli uomini.
Me lo perdoni, lui, l'Incomprensibile.
E il mondo qui è così bello.
PANTEA
Sì, è bello,
e ora più che mai bello. Non può lasciare
che quell'audace si separi da lui privo di doni.
Leva lo sguardo ancora verso te, luce celeste?
E tu lo vedi, Delia, mentre io forse
non potrò più rivederlo? Con lo stesso amore si guardano
i fratelli eroici prima di separarsi
per raggiungere il luogo del riposo,
ma al mattino non si vedranno forse nuovamente?
Parole! Certo, buona fanciulla, il mio cuore
rabbrividisce come il tuo, e vorrei
che quello non accadesse, ma ne ho vergogna.
Lui farà quel gesto: non sarà forse sacro?
DELIA
Chi è quel giovane straniero che scende
dal monte?
PANTEA
È Pausania. Dunque così dobbiamo
ritrovarci, orfano del padre?
Scena ottava
Pausania, Pantea, Delia
PAUSANIA
Forse Empedocle è qui? O Pantea,
tu gli sei devota, vieni quassù,
puoi ancora vederlo, il viandante solenne,
sul suo cammino di tenebre.
PANTEA
Ma dove si trova?
PAUSANIA
Lo ignoro. Mi ha fatto allontanare
e quando non l'ho più visto.
L'ho chiamato lungo tutta la montagna, ma
senza trovarlo. Tornerà, ne sono certo.
Mi promise, da amico, di rimanere sino a notte.
Almeno venisse! L'ora a me più cara
fugge più rapida di una freccia.
Ancora una volta sarei felice con lui,
e anche tu, Pantea, e anche lei, la nobile
straniera che una sola volta poté contemplare
questa stupenda immagine di sogno.
Vi spaventa la sua fine, manifesta,
che però nessuno osa nominare; lo credo,
ma la rifiutereste se aveste
veduto quale vita abita e fiorisce in lui.
Poiché in sua presenza straordinariamente si dissolve
ciò che ai mortali sembra triste e spaventoso.
E tutto è luminoso per il suo sguardo beato.
DELIA
Quanto lo ami! Eppure invano
lo pregasti, e molto l'hai pregato,
l'austero, di rimanere e di vivere
ancora a lungo tra i mortali.
PAUSANIA
Avrei forse potuto?
Egli domina la mia anima quando
mi espone il suo volere. Oh, è bene tutto questo!
Non dispensa che gioia anche quando si rifiuta,
e più profondo risuona l'eco e l'accordo
del cuore che vibra con lui quanto più
l'imperscrutabile insiste nel suo volere.
Non è soltanto vana persuasione, puoi
credermi, perché egli sa essere maestro di vita;
numerose volte, quando orgoglioso e modesto
taceva nel suo mondo, io lo contemplavo
con un presentimento oscuro e incomprensibile
che colmava la mia anima, turbandola.
La presenza del puro, dell'intangibile
mi angosciava; ma quando la parola
gli scoccava decisiva dalle labbra,
era come se un cielo di delizie risuonasse
in lui, in me, e io ero vinto senza riserve,
e mi sentivo più profondamente libero.
Oh, se almeno potesse sbagliare! Riconoscerei
più profondamente la sua verità inesauribile,
e se morisse vedrei dalle sue ceneri
divampare più luminoso il suo genio.
DELIA
Anima grande! La morte dell'uomo grande
ti esalta, ma a me procura solo strazio.
L'essere mortale, bimbo estraneo, perché ricordarlo,
non appena si è dischiuso al mondo,
non appena si è animato e ha trovato il conforto familiare,
è subito respinto da un freddo destino,
lui, nato innocente, un tempo,
e neppure agli eletti è dato riposare
tranquilli nella loro gioia; anche i migliori
passano sulla sponda degli dèi della morte,
e partono lieti suscitando in noi
la vergogna di rimanere tra i mortali.
PAUSANIA
Oh, per i supremamente Felici! Non condannare
il Sublime a cui la gloria
procurò così grande sventura,
che deve morire perché la sua vita fu troppo bella,
perché troppo fu amato dagli dei.
Se si oltraggia un altro che non sia lui,
è perdonabile, ma lui, se a lui
cosa può il figlio degli dèi?
Sopra di lui, infinito, il colpo è senza fine.
Mai volto più nobile subì un'offesa
più rivoltante! Avrei dovuto
assistere,
SECONDA STESURA
Personaggi
EMPEDOCLE
PAUSANIA
PANTEA
DELIA
ERMOCRATE
MECADE
ANFARE
DEMOCLE, Agrigentini
ILA
La scena è in parte in Agrigento, in parte sulle pendici dell'Etna.
ATTO PRIMO
Scena prima
Coro di Agrigentini in lontananza Mecade, Ermocrate
MECADE
Odi il popolo ebbro?
ERMOCRATE
Cercano lui.
MECADE
Lo spirito di quell'uomo
è possente tra di loro.
ERMOCRATE
Lo so, com'erba secca
la gente prende fuoco.
MECADE
Quando esagita così la folla
è come il fulmine di Giove quando ghermisce
la foresta, e anche più spaventevole.
ERMOCRATE
Per questo agli uomini noi bendiamo
gli occhi, affinché non si nutrano
di eccessiva luce.
Il divino non deve
mostrarsi a loro.
Né al loro cuore è dato
trovare cosa viva.
Non conosci gli antichi
che sono chiamati prediletti dèi celesti?
Nutrivano se stessi
con energie del mondo
e, alzando gli occhi luminosi verso l'alto,
sentivano presente
quanto è immortale;
e per questo, superbi,
non chinavano mai la fronte.
E nulla poteva sostenere la loro potenza,
e tutto si trasformava dinnanzi a loro.
MECADE
E lui?
ERMOCRATE
La familiare intimità
con i numi lo ha reso
troppo potente.
La sua parola risuona al popolo
come venisse dall'Olimpo.
Gli sono grati
perché rapisce al cielo
la fiamma della vita
e la rivela ai mortali.
MECADE
Non conoscono che lui,
è il loro dio,
è il loro re.
Dicono che Apollo
edificò la città ai troiani,
ma è preferibile, aggiungono,
godere l'aiuto di un uomo grande.
Affermano di lui molte cose oscure
e non rispettano leggi
né doveri né costumi.
Una cometa è divenuto
il nostro popolo
e fortemente temo che questo segno
esprima un presagio minaccioso
che egli cova in silenzio.
ERMOCRATE
Calmati, Mecade!
Non lo farà.
MECADE
Ti senti più potente?
ERMOCRATE
Chi comprende,
è più forte dei forti.
E perfettamente conosco quest'uomo straordinario.
Crebbe troppo fortunato;
sin dalla sua giovinezza fu viziato:
basta un nonnulla per sviarlo.
Espierà il suo amore eccessivo
per i mortali.
MECADE
Ho l'impressione
che non durerà a lungo.
Ma sarà durato pur sempre troppo
se cadrà solo dopo la riuscita.
ERMOCRATE
È già caduto.
MECADE
Che dici?
ERMOCRATE
Non te n'accorgi? I poveri di spirito
hanno traviato il suo grande spirito,
i ciechi il seduttore.
Egli gettò al popolo la propria anima;
e rivelò magnanimamente al volgo il favore degli dèi,
ma per vendetta l'eco vuota di un cuore inerte
si prese gioco del folle.
Sopportò per un poco;
se ne accorò paziente,
non trovò spiegazione all'errore; e intanto crebbe
l'ebbrezza popolare; rabbrividivano
osservando che il petto gli tremava
parlando, e dicevano:
Non è così che gli dèi parlano!
E all'orgoglioso rattristato quegli schiavi
diedero nomi che non voglio riferirti.
Infine l'assetato prende il tossico:
l'infelice entra in disaccordo
con se stesso e non trova chi gli sia simile,
si conforta con la furibonda adorazione,
accecato, diviene simile a quei superstiziosi;
perduta la sua forza,
brancola nelle tenebre,
non sa uscirne,
ma noi lo aiuteremo.
MECADE
Ne sei così certo?
ERMOCRATE
Lo conosco.
MECADE
Ricordo un suo discorso superbo
che ultimamente pronunciò nell'àgora.
Non so cosa il popolo prima gli avesse
detto; giungevo in quel momento,
ero lontano... «Voi mi onorate»
rispondeva «e questo è giusto,
essendo muta la Natura, estranei vivono
l'uno all'altro il sole e l'aria e la terra
e i loro figli, in solitudine,
quasi non si appartenessero.
Con energia perpetua nello spirito
divino le immortali e libere forze
del cosmo ruotano intorno
all'altrui vita fugace,
ma, come piante selvagge
su selvaggio suolo,
tutti i mortali, nutriti scarsamente,
sono seminati nel grembo degli dèi,
e morto apparirebbe
il suolo se uno non lo curasse
suscitando vita.
E questo campo è mio. La forza e l'anima
in me scambiando, insieme fondono
i mortali e i numi.
E con calore più intenso le potenze
eterne il cuore abbracciano anelante,
e più forti nella libertà
prosperano i sensibili mortali,
e tutto si ridesta! Giacché io
concilio quanto è diverso,
la mia parola dà nome all'ignoto;
io governo l'amore dei viventi:
ciò che a uno manca,
io prendo da un altro,
unifico animando e trasformo
ringiovanendo il mondo titubante,
e a nessuno somiglio e nello stesso tempo a tutti».
Così parlava l'arrogante.
ERMOCRATE
È ancora poco. In lui c'è anche di peggio.
Conosco lui, come conosco i figli del cielo
viziati, che non sentono nulla
tranne la loro stessa anima.
Quando l'attimo li scuote
- e sono fragili, esposti a perire facilmente -
nulla più li placa, una bruciante
ferita li tormenta, un inguaribile fermento
hanno nel petto. Anche lui! per quanto
sembri tranquillo, da quando ha in odio
il popolo, gli ardono nel cuore brame da tiranno.
O lui o noi! Non è un danno
se lo sacrifichiamo. Il suo tramonto
è necessario.
MECADE
Non irritarlo! Non alimentare la fiamma
che cova in lui, lascia che si estingua!
Lascialo! Non offrirgli un pretesto!
Se non lo trova per compiere un atto audace
se può sbagliare solo a parole,
morirà da stolto e irrilevante per noi sarà il danno.
Un valido nemico lo rende tremendo.
Soltanto allora avverte il suo potere.
ERMOCRATE
Tu temi lui e tutto, misero uomo.
MECADE
Vorrei solo risparmiarmi il rimorso,
vorrei salvare quanto è possibile salvare.
Ma questo non serve al prete, che sa tutto,
né al santo, che rende sacra ogni cosa.
ERMOCRATE
Oh, inesperto, cerca di capire prima
di offendermi. Lui deve cadere;
se si potesse risparmiarlo, credi,
lo farei più di te. Essendo lui più vicino
a me che a te. Ma dammi ascolto:
più rovinoso che la spada e il fuoco
è lo spirito dell'uomo, il simile agli dèi,
quando non sa tacere
o custodire celato il suo segreto.
Se silenzioso rimane nel profondo
e svela quanto occorre, è propizio,
ma è fuoco divorante se oltrepassa i limiti.
Perisca dunque perché mette a nudo
e l'anima e gli dèi e, temerario,
vuole esprimere l'inesprimibile,
e versa e sperpera come se fosse acqua
la ricchezza pericolosa che possiede.
È peggio di un omicida; e tu vorresti
difenderlo? Rassegnati: è il suo destino.
Lui se l'è scelto e vivere come lui
e come lui perire, in pena e follia,
possa chiunque il divino tradisca
e, sconvolgendo misteriosi arcani,
nelle mani del volgo lo trasmette.
Deve cadere!
MECADE
Tanto grave sarà dunque la pena per chi ha donato
il meglio della sua anima ai mortali?
ERMOCRATE
Lo faccia pure, interverrà la Nemesi.
Dica parole grandi ed avvilisca
la vita pudicamente celata,
porti alla luce l'oro degli abissi,
usi ciò che agli uomini
non è dato in uso,
il primo a sprofondare sarà lui.
Non gli hanno già confuso la mente? La sua anima
traboccante e tenera non si è ormai
inselvatichita per il suo popolo?
Come ha potuto trasformarsi in despota costui
che divideva tutto con tutti?
L'uomo buono! Si è fatto così insolente
che mortali e dèi per lui contano quanto
un gesto delle mani.
MECADE
Dici cose tremende, sacerdote, ma
le tue parole oscure sembrano vere. E sia!
Sarò al tuo fianco. Ma non so
da che parte prenderlo. Per quanto uno
sia grande, non è arduo giudicarlo.
Ma essere più potente del prepotente
che come un mago il popolo trascina,
mi sembra cosa ben diversa, Ermocrate.
ERMOCRATE
È fragile la sua magia, e più
del necessario ci ha spianato la strada.
Il suo malumore nell'ora adatta
si mutò, a suo segreto sdegno contro
se stesso incrudelisce, se anche avesse
il potere, non saprebbe apprezzarlo; l'affligge
il suo tramonto e ritornando indietro
cerca la vita di un tempo, il dio,
che con le chiacchiere
ha smarrito.
Raduna il popolo! Io lo accuso,
invoco su di lui la maledizione, voglio
che siano presi da orrore per il loro idolo,
che lo scaccino nel fondo di un deserto
e là, senza ritorno,
espierà per aver svelato
ai mortali più del necessario.
MECADE
Ma di quale delitto intendi accusarlo?
ERMOCRATE
Le parole che mi hai riferito
bastano.
MECADE
Con accuse così fragili pensi
di strapparlo dal cuore del popolo?
ERMOCRATE
Qualunque accusa ha forza, nel momento opportuno,
e questa non è lieve.
MECADE
Quand'anche lo accusassi di omicidio dinnanzi a loro,
sarebbe inutile.
ERMOCRATE
Appunto! Sono disposti a perdonare
una colpa evidente, i superstiziosi,
ma l'invisibile deve essere inquietante
per loro, deve accecarli, e solo allora
li commuove, tanto sono ottusi.
MECADE
L'hanno nel cuore: frenarli e dirigerli
non ti sarà facile! Lo amano!
ERMOCRATE
Lo amano? Sì, fin quando fiorisce
e splende
ne sono bramosi.
Ma che se ne faranno, ora che è triste
e desolato? Non c'è più nulla che possa
giovare loro e abbreviare la loro noia.
Il campo è mietuto e abbandonato.
Ora a piacimento v'imperversano
le tempeste e i nostri passi.
MECADE
Provoca la sua collera! Provocalo e vedrai!
ERMOCRATE
Lo spero, Mecade! Lui è paziente.
MECADE
Sì, la sua pazienza li conquisterà.
ERMOCRATE
Tutt'altro.
MECADE
Tu non rispetti nulla e perderai
te stesso e me e lui e tutto.
ERMOCRATE
Stimo scarsamente, in verità,
le bizzarrie e i sogni degli umani.
Vorrebbero essere dèi e come tali
venerare se stessi,
e per un poco dura.
Temi che il sofferente, che il paziente
li conquisti? Gli si rivolteranno contro,
quegli stolti, del suo dolore
intenderanno il caro inganno,
senza pietà rinfacceranno all'uomo
adorato d'essere anch'egli un debole:
e ben gli sta, poiché si mescola
con loro.
MECADE
Vorrei restarmene fuori da questa storia, sacerdote.
ERMOCRATE
Confida in me e non temere quanto è necessario.
MECADE
Eccolo. Cerca te stesso, spirito
smarrito, tu che stai perdendo tutto.
ERMOCRATE
Andiamo via! Lasciamolo!
Scena seconda
EMPEDOCLE (solo)
Nel mio silenzio sei giunto con passo
lieve, o giorno bello, e mi trovasti
o amabile, nel buio della grotta,
ma non venivi inaspettato, e da lontano
da lassù, sopra la terra, sentii con chiarezza
il tuo ritorno; ed anche voi, mie forze
familiari e operose dell'altezza;
e voi, vicini ancora come sempre,
alberi felici del mio bosco!
Siete cresciuti ancora nel frattempo,
ogni giorno su voi pioveva luce
dal cielo e l'etere versava gocce
di vita a fecondare i vostri fiori.
Schietta Natura che mi stai dinnanzi,
più non conosci l'amico, il prediletto?
non riconosci in me
quel sacerdote che ti dedicava un canto vivo come
sangue sparso con gioia sull'altare?
Oh, per le sacre fonti,
là dove le acque dalle vene della terra
si raccolgono
e nel giorno torrido
ristorano chi ha sete! in me,
in me, sorgenti di vita,
sgorgando dalle viscere del mondo
confluivate un giorno, e a me venivano
gli assetati... ma ora?
Addolorato? sono proprio solo?
E anche durante il giorno qui fuori è notte?
Colui che più d'ogni altro spinse lo sguardo
in alto, ora brancola accecato di qua e di là...
di qua e di là...
Miei numi dove siete?
Ahimè, mi abbandonate
come un mendicante,
e questo cuore,
che amoroso vi aveva presagito,
voi lo ripudiate
e lo serrate in miserevoli catene
lui ch'era nato per vivere libero,
e non soggetto a nessun altro? E dovrebbe
continuare a vivere così colui
che a lungo fu viziato
e con tutti i viventi, nel bel tempo sacro,
sentì beato la loro vita e li ritenne
cuore di un mondo e delle sue regali forze divine,
così dannato nell'animo dovrebbe andarsene,
ripudiato, senza amici,
l'amico degli dei?
Pascersi del suo nulla e della notte,
tollerare l'intollerabile,
come i deboli che nel tenebroso Tartaro
stanno inchiodati allo sforzo quotidiano.
A tal punto sono caduto? Non per niente:
una cosa, una, hanno dovuto lasciarmela,
stolto, sei pur lo stesso e t'immagini
d'essere debole. Una volta ancora
voglio esser vivo. Voglio! La salvezza
o la maledizione! Non pensare
umilmente che non ci siano forze nel tuo petto!
Voglio far largo intorno a me,
con la mia stessa fiamma illuminarmi!
Così sarai contento, povero spirito prigioniero,
e in un mondo tuo ti sentirai
libero e grande e ricco... e ancora solo, ahimè, ancora solo?
Ah! Solo! Solo! Solo!
Non più, miei dèi,
io vi ritrovo,
non più, Natura,
torno alla tua vita.
Mi hai messo al bando! È vero,
non ti rispettai,
sopra di te mi sollevai superbo, ma non fosti tu
ad abbracciarmi un giorno con le tue ali tiepide,
o tenera, a salvarmi dal sonno?
Il folle che rifiutava il nutrimento
tu, pietosa, ammaliante, l'hai attirato
al tuo nettare affinché crescesse e fiorisse
e, divenuto ebbro e potente,
ti schernisse in faccia? O Spirito,
Spirito, tu che mi crescesti grande,
è il tuo signore che allevasti:
vecchio Saturno, allevasti un nuovo Giove -
ma più debole e insolente.
Poiché, lingua ingiuriosa egli non sa che insultarti,
non esiste un vendicatore in qualche luogo, e devo da me stesso
invocare sulla mia anima scherno e maledizione?
Devo essere solo anche in questo?
Scena terza
Pausania, Empedocle
EMPEDOCLE
Sento che il giorno volge al tramonto, amico.
E presto sarà buio per me, e freddo.
È come un ritorno, o caro, ma non verso il riposo,
come per l'uccello quando, rallegrato dalla preda,
nasconde il capo in un sonno beato e ristoratore,
sino al risveglio. Diverso è il mio destino.
Risparmiami i lamenti. Lasciali a me!
PAUSANIA
Come mi sei divenuto estraneo,
Empedocle! Più non mi riconosci?
E io non so più riconoscerti, o magnifico?
Come hai potuto mutare così, nobile volto,
come hai potuto divenire un enigma,
e come può il dolore prostrare a tal punto
i beniamini della terra? E tu non sei uno di loro,
forse? Guarda, tutti ti sono grati
e in aurea gioia non ci fu un altro
potente come te fra i suoi concittadini.
EMPEDOCLE
Mi onorano? Oh, di' loro
che desistano... gli ornamenti
non mi si addicono, e seccano
anche le verdi foglie
sull'albero divelto.
PAUSANIA
Ma stai ancora ritto e acque sorgive
irrorano le tue radici e tra le tue vette spira
dolcemente il vento, di cibo non effimero
si alimenta il tuo cuore: al di sopra di te s'impongono
energie ben più immortali.
EMPEDOCLE
La giovinezza, caro, mi riporti alla memoria.
PAUSANIA
Ancora più bella mi sembra l'età matura.
EMPEDOCLE
E quando essa declina, volentieri
gli occhi dei morituri guardano indietro
ancora una volta con gratitudine. Che tempi erano quelli!
O voluttà d'amore, quando l'anima,
sprofondata nel sonno degli infanti,
mi fu destata da dèi come Endimione,
si schiuse e li sentì viventi, i sempre
giovani grandi Geni della vita:
e tu, o sole splendido!
Non furono uomini a insegnarmelo;
ma il cuore, dominato da immortale amore,
mi spinse verso gli immortali,
verso di te, verso di te, luce silente,
e nulla di più divino m'apparve.
E come tu la vita non risparmi
nel tuo giorno e, serena, spensierata,
prodighi l'aurea tua ricchezza, così io, che ti appartengo,
donavo con gioia il meglio del mio cuore
ai mortali; e il mio cuore libero
senza paura si donava totalmente, come te,
alla Terra severa, al destino che porta,
e spesso in confidenza le promisi
di dedicarle, in gioia giovanile,
l'intera mia vita sino alla fine;
così strinsi con lei il patto mortale.
Da allora fu diverso lo stormire degli alberi nel bosco
e teneri mormorarono le sorgenti dei suoi monti...
Tutte le gioie, Terra, vere, calde, piene, frutto d'amore
e di fatica, tutte mi donasti. E molteplici volte,
quando sulle tacite alture con stupore
meditavo sull'eterno errare umano,
turbato dal tuo mutare,
nel presentire il mio stesso declino,
per me, come per te, spirava l'etere
e medicava il mio petto ferito dall'amore;
come i fumi di un fuoco i miei affanni
svanivano nel sublime azzurro.
PAUSANIA
Figlio del cielo!
EMPEDOCLE
Sì, io lo fui e vorrei narrare,
evocare, o Natura, ancora una volta
l'operare delle forze del tuo genio,
stupende, che mi furono compagne,
affinché il mio petto, muto e desolato,
risuonasse di tutte le tue voci.
Lo sono ancora? O vita! Hanno risuonato per me, grande
Natura, tutte le tue melodie?
e ho udito la tua armonia antica?
Io, solitario, non ho forse vissuto
con questa sacra Terra e questa Luce,
con te, Etere paterno,
da cui l'anima mia non può separarsi,
e con tutti i viventi, io, l'amico
dei numi, nel presente Olimpo? Sono
reietto, sono solo, e il dolore
mi è compagno di giorno e condivide
il giaciglio con me nelle mie notti.
La buona sorte non è con me... Va'!
non domandare! Immagini ch'io sogni?
Guardami! e non stupirti
se sono precipitato così in basso, o caro;
una strana maledizione, quando
la loro felicità trabocca,
è riservata ai figli del cielo.
PAUSANIA
Non posso tollerare un simile discorso!
Tu? No, non posso tollerarlo.
Non devi angosciare così la tua
anima e la mia. È segno infausto
quando lo spirito dei potenti,
il sempre sereno, comincia ad offuscarsi.
EMPEDOCLE
L'hai notato? Significa che presto
si abbatterà a terra tra tempeste.
PAUSANIA
Non ti crucciare, caro! Che vi fece,
o dèi della morte, questo puro,
per ottenebrargli a tal punto
l'anima? Non hanno dunque nulla
di proprio i mortali in alcun luogo, e fino
al loro cuore sale il tormento
e il Fato eterno regna anche nel petto
dei più forti? Via, domina l'angoscia,
esercita il potere, tu che più
di ogni altro sei potente. Riconosci chi sei
da questo mio amore: pensa
a te stesso, e vivi!
EMPEDOCLE
Tu non conosci te stesso né me, morte né vita.
PAUSANIA
Conosco poco la morte
a cui raramente ho pensato.
EMPEDOCLE
Vivere in solitudine
e senza dèi, questa è la morte.
PAUSANIA
Lasciala, io ti conosco, dalle tue azioni
ti riconobbi; del tuo spirito
sperimentai la potenza e il suo mondo,
quando una tua parola
in sacri istanti faceva nascere
una vita di molti anni, e per me,
adolescente, si apriva
un'era nuova e grande. Come al cervo mansueto,
quando sente stormire la selva in lontananza
e pensa al luogo in cui è nato, così spesso
a me palpitava il cuore quando tu, che conosci i giorni puri,
mi parlavi della felicità originaria e innanzi a te
si apriva nella sua interezza il destino umano.
Non disegnavi forse davanti a me le grandi linee
del futuro con lo sguardo sicuro dell'artista che inserisce
l'elemento mancante? E non conosci
più di ogni altro le forze della Natura,
al punto che segretamente e familiarmente
le guidi e le governi a tuo piacimento?
EMPEDOCLE
Proprio così. Tutto, tutto io conosco
e domino, come opera mia
io riconosco e guido a piacimento,
signore degli spiriti, la vita
di tutti! Il mondo mi appartiene e ogni forza
mi è soggetta e serva,
la Natura, bisognosa
di un signore, si è posta al mio servizio.
E se ancora accoglie onori lo deve a me.
Che mai sarebbe il mare e il cielo,
e le isole e le stelle, e quanto all'occhio umano
si offre, che mai sarebbe questo spento suono
di cetra se io non gli infondessi
suono e anima e parola? Cosa
sarebbero gli dèi e il loro spirito
se io non li affermassi? Dimmi, chi sono io?
PAUSANIA
Deridi pure insieme a te, nel malumore,
ciò che rende splendidi i mortali,
la loro attività, la loro parola, amareggiami
l'animo, e spaventami come fossi ancora bambino;
ma dillo chiaro: in odio tu hai te stesso
e chi ti ama e chi vorrebbe emularti.
Vorresti esser diverso da chi sei,
del tuo onor non ti appaghi e ti sacrifichi
ad altri. Tu non vuoi restare, e vuoi
andare a fondo. Ahimè, dentro al tuo petto
alberga meno pace che nel mio.
EMPEDOCLE
Oh, innocente!
PAUSANIA
E tu accusi te stesso?
Di che cosa? Non far che il tuo dolore
mi sia sempre un enigma! Mi strazia.
EMPEDOCLE
Con calma deve agire colui che pensa,
deve far evolvere la vita
intorno a sé, favorirla, e renderla serena
poiché, con alto significato,
con tacita energia la grande Natura
accoglie colui che presagisce, affinché
plasmi il mondo e ne evochi lo spirito;
da profonde radici
s'eleva in lui l'aspirazione possente.
Molto egli può e magnifica
è la sua parola