FRIEDRICH NIETZSCHE

L’ANTICRISTO

 

(tratto da OUSIA.IT)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Premessa

 

 

 

Questo libro appartiene a pochissime persone. Forse nessuna di esse esiste ancora. O forse sono i lettori che capiscono il mio Zarathustra: come potrei confondermi con loro ai quali viene oggi prestato ascolto? Solo il dopodomani mi appartiene. C’è chi nasce postumo.

Le condizioni per cui mi si capisce, e mi si capisce quindi necessariamente, le conosco fin troppo bene. Bisogna essere integri fino alla durezza per sopportare nelle questioni spirituali la mia serietà e la mia passione. Si deve essere avvezzi alla vita sulle montagne, a vedere al di sotto le meschine ed effimere chiacchiere della politica e dell’egoismo dei popoli. Bisogna diventare indifferenti, senza mai chiedersi se la verità sia utile o fatale per qualcuno… Una predilezione della forza per domande che nessuno ha oggi il coraggio di porre; il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un’esperienza fatta di sette solitudini. Nuove orecchie per una nuova musica. Nuovi occhi per ciò che è più distante. Una nuova coscienza per verità finora rimaste mute. E la volontà per l’economia in grande stile: mantenere la propria energia, il proprio entusiasmo… Il rispetto per sé stessi; l’amor proprio, la libertà illimitata in relazione a se stessi…

Ebbene! Solo costoro sono i miei lettori, i miei veri lettori, i miei lettori predestinati: che importanza ha il resto? Il resto è soltanto l’umanità. Si deve essere superiori all’umanità. Si deve essere superiori all’umanità per forza, per altezza d’animo, per disprezzo…

 

 

I

 

Guardiamoci in faccia: siamo iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. “Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli iperborei”: già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? “Non so che fare; sono tutto ciò che non sa che fare”, sospira l’uomo moderno… E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che “perdona” tutto perché “comprende” tutto, è scirocco per noi. Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti del sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”… Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò, perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, una meta…

 

 

II

 

Che cosa è bene? Tutto ciò che accresce il senso di potenza, la volontà di potenza e la potenza stessa dell’uomo.

Che cosa è male? Tutto ciò che deriva dalla debolezza.

Che cosa è la felicità? Sentire che la potenza aumenta, che si vince una resistenza.

Non soddisfazione, ma più potenza; non pace universale, ma guerra; non virtù, ma abilità (virtù nello stile rinascimentale, virtus,libera da convenzioni morali).

I deboli e i malriusciti dovranno perire: primo principio della nostra filantropia. Inoltre li si dovrà aiutare a farlo.

Che cosa è più dannoso di qualsiasi vizio? L'attiva pietà per tutti i deboli e i malriusciti, il cristianesimo...

 

 

III

 

II problema che qui sollevo non è che cosa debba sostituire l'umanità nella successione delle specie (l'essere umano rappre­senta un termine): piuttosto che tipo di essere umano si debba educare e auspicare, perché più valido, più degno di vivere e più sicuro del futuro.

Questo tipo di maggior valore è già esistito piuttosto spesso: ma come caso fortuito, un'eccezione, mai perché voluto. È stato invece il più temuto: finora ha costituito ciò che mette paura. E per paura è stato voluto, educato e ottenuto il tipo opposto: l'animale domestico, la bestia del gregge, l'insano animale umano, il cristiano...

 

 

IV

 

L 'umanità non rappresenta, come si ritiene oggi, un'evoluzione verso il migliore, il più forte o il più elevato. Quella di «progresso» è soltanto un'idea moderna, vale a dire un'idea falsa. L'europeo di oggi vale assai meno dell'europeo del Rinascimento; evoluzione nel tempo non significa assolutamente evoluzione, progresso o rafforzamento.

In un altro senso, esistono singoli casi di riuscita che fanno costantemente la loro comparsa nelle più svariate parti della Terra e nelle più diverse civiltà dove si manifesta un tipo superiore, qualche cosa che in relazione all'intera umanità costituisce una specie di superuomo. Queste occasioni fortuite di grande riuscita sono sempre state possibili, e forse lo saranno sempre. Persino intere generazioni, tribù e popoli possono rappresentare, sotto determinati aspetti, tale colpo fortunato.

 

 

V

 

Non si dovrebbe abbellire né mascherare il cristianesimo: esso ha intrapreso una guerra a morte contro questo tipo superiore di uomo, ne ha scomunicato tutti gli istinti fondamentali e ne ha distillato il male, il cattivo, l'uomo forte come il riprovevole, come «l'abietto». Il cristianesimo ha preso le parti di tutto ciò che è debole, vile, malriuscito; ha fatto un ideale dell'opposizione agli istinti di conservazione della vita forte. Ha persino corrotto la ragione delle nature intellettualmente più vigorose, insegnando agli uomini a considerare i valori supremi della spiritualità come peccaminosi, come ingannevoli, come tentazioni. L'esempio più deplorevole è la corruzione di Pascal, il quale riteneva la propria ragione giunta alla perversione per colpa del peccato originale, mentre era solo stata corrotta dal suo cristianesimo!

 

VI

 

Davanti a me si apre uno spettacolo desolante e spaventoso: ho sollevato la cortina dalla corruzione dell'uomo. Nella mia bocca questa parola è indenne almeno da un sospetto: che contenga un'accusa morale all'uomo. Vorrei sottolinearlo ancora una volta: è scevra di ogni ipocrisia morale; e ciò fino al punto che trovo quella corruzione proprio là dove sinora si mirava più consape­volmente alla «virtù» e alla «divinità». Come si sarà già intuito, intendo la corruzione nel senso di décadence2: sostengo che tutti i valori nei quali attualmente l'umanità riassume la sua più alta aspirazione sono valori della décadence.

Definisco corrotto un animale, una specie, un individuo quando perde i propri istinti, quando sceglie e preferisce ciò che gli è dan­noso. Una storia dei «sentimenti più elevati», degli «ideali dell'u­manità» - ed è possibile che finisca necessariamente per narrar­la - quasi costituirebbe anche una spiegazione del perché l'uomo sia così corrotto. Considero la vita stessa un istinto di crescita, di durata, di accumulo di forze e di potenza: dove la volontà di poten­za vien meno, là è il declino. Affermo che questa volontà manca in tutti i valori supremi dell'umanità, che sotto i nomi più santi regnano valori di declino, valori nichilistici.

 

 

VII

 

II cristianesimo si chiama religione della pietà. La pietà è in anti­tesi alle affezioni toniche che accrescono l'energia del sentimen­to vitale: ha un effetto depressivo. Quando si compatisce si perde forza. La perdita di forza che la vita ha già subito per la sofferen­za è ulteriormente aumentata e moltiplicata dalla pietà. La stessa sofferenza grazie alla compassione diventa contagiosa; talvolta può condurre a una perdita collettiva di vita e di energia vitale, che è assurda se rapportata al quantum della causa (il caso della morte del Nazareno). Questo è il primo aspetto; ma ve n'è uno ancora più importante. Se si considera la compassione in base al valore delle reazioni che di solito scatena, il suo carattere letale appare in una luce assai più chiara. La pietà contrasta nel complesso la legge dell'evoluzione, che poi è la legge della selezione. Preserva ciò che è maturo per la distruzione; difende i disereda­ti e i condannati della vita; a causa del gran numero di soggetti cagionevoli di ogni specie che mantiene in vita conferisce alla vita stessa un aspetto tetro e incerto. Si è osato definire la pietà una virtù (in ogni morale nobile invece viene considerata una debo­lezza); si è andati ancora oltre, si è fatto di essa la virtù per eccel­lenza, il fondamento e l'origine di ogni virtù; e questo, non biso­gna dimenticarlo, solo, in verità, dal punto di vista di una filoso­fia nichilista, che recava scritto negazione della vita sul proprio scudo. Schopenhauer era nel giusto quando affermava: la vita è negata e resa più degna di essere negata dalla pietà; la pietà è la pras­si del nichilismo. Lo ripetiamo ancora: questo istinto depressivo e contagioso contrasta quelli che tendono alla conservazione e all'elevazione del valore della vita: sia come moltiplicatore di mise­ria che come conservatore di tutto ciò che è miserabile, è uno degli strumenti fondamentali dell'incremento della décadence: la pietà induce al nulla!... Non si parla del «nulla»: al suo posto si dice «l'aldilà», o «Dio», o «la vera vita», o il nirvana, la redenzione, la beatitudine... Questa retorica innocente tratta dal dominio del­l'idiosincrasia religioso-morale appare subito molto meno innocente non appena si intuisce quale tendenza in questo contesto si celi sotto i drappeggi di un mantello di parole sublimi: la tendenza ostile alla vita. Schopenhauer era ostile alla vita: perciò la compassione per lui divenne una virtù... Aristotele, come risaputo, vedeva nella pietà una condizione patologica e pericolosa dalla quale di tanto in tanto era bene liberarsi con un purgante: egli intese la tragedia come una purga. A vantaggio dell'istinto della vita, si dovrebbe davvero cercare uno strumento per colpire con una punta acuminata un'accozzaglia di pietà tanto morbosa e pericolosa, come dimostra il caso di Schopenhauer (e sfortuna­tamente anche quello della nostra intera décadence letteraria e artistica da San Pietroburgo a Parigi, da Tolstoj a Wagner), per­ché possa scoppiare... Nella nostra malsana modernità nulla è più dannoso della pietà cristiana. Qui esser medici, qui essere ineso­rabili, qui brandire il bisturi, questo è il compito che ci spetta, questa è la nostra forma di filantropia ed è per questa che noi siamo filosofi, noi iperborei!

 

 

VIII

 

È necessario definire chi consideriamo nostra antitesi: i teologi e tutti coloro in cui scorre sangue di teologo nelle vene, tutta la nostra filosofìa... Bisogna aver visto da vicino questa fatalità, anco­ra meglio, occorre averne fatto esperienza, esserne quasi stati uccisi, per non trovarvi più nulla di divertente (il libero pensiero dei nostri naturalisti e fisiologi è, ai miei occhi, una buffonata; costoro mancano di passione per tali argomenti, mancano di sof­ferenza). Questo avvelenamento giunge ben più lontano di quan­to si pensi: ho trovato l'istinto teologico della superbia ovunque oggi ci si senta «idealisti», ovunque, in virtù di un'origine più ele­vata, ci si arroghi il diritto di guardare la realtà con atteggiamen­to di superiorità e di estraneità... Proprio come il sacerdote, l'i­dealista ha tutti i grandi concetti in mano (e non solo in mano!), li impiega con caritatevole disprezzo contro F«intelligenza», i «sensi», ['«onore», la «vita agiata», la «scienza», vede queste cose al di sotto di sé, come forze nocive e seducenti sulle quali si libra «lo spirito» nella sua pura astrazione, come se l'umiltà, la castità, la povertà, in una parola la santità, non avessero finora arrecato alla vita più danno di ogni sorta di orrore o di vizio... Lo spirito puro è pura menzogna... Fino a quando il sacerdote, questo negatore, calunniatore e avvelenatore della vita per professione, verrà ancora considerato una razza superiore di essere umano, non vi potrà essere risposta alla domanda: che cosa è la verità? Se que­sto consapevole difensore del nulla e della negazione viene sti­mato come il rappresentante della «verità», la si è già capovolta...

 

 

IX

 

Dichiaro guerra a questo istinto teologico: ne ho trovato tracce ovunque. Chiunque abbia nelle vene sangue di teologo ha un'at­titudine radicalmente falsa e disonesta nei confronti di tutte le cose. Il pathos che esso genera è chiamato fede: chiudere gli occhi una volta per tutte davanti a sé stessi per non soffrire alla vista di un'incurabile ipocrisia. Con questa falsa prospettiva su tutte le cose, ci si crea una morale, una virtù, una santità su misura, si uni­sce la buona coscienza alla falsa visione, si pretende che nessun altro tipo di ottica abbia valore, dopo che si è resa sacrosanta la propria con le parole «Dio», «redenzione», «eternità». Ho scova­to l'istinto teologico in ogni dove: è la più diffusa, la più sotterra­nea forma di falsità esistente sulla Terra. Ciò che un teologo per­cepisce come vero è sicuramente falso: questo è quasi un criterio di verità. E il suo istinto più basso di autoconservazione a proibirgli di considerare un qualsiasi aspetto della realtà o anche solo di parlarne. Ovunque si estenda l'influenza teologica, viene capo­volto il giudizio di valore, i concetti di «vero» e di «falso» sono necessariamente rovesciati: qui viene chiamato «vero» ciò che è più dannoso alla vita, mentre ciò che la eleva, la rafforza, la affer­ma, la giustifica e la fa trionfare è chiamato «falso»... Se capita che, tramite la «coscienza» di prìncipi (o di popoli), i teologi allunghino le mani sul potere, non vi sono dubbi su ciò che sem­pre ne è la causa: la volontà della fine, il volere nichilistico brama il potere...

 

 

X

 

I tedeschi mi capiranno immediatamente se affermo che la filo­sofia è stata corrotta dal sangue dei teologi. Il pastore protestante è l'avo della filosofia tedesca, il protestantesimo stesso ne è il peccatum originale. Definizione del protestantesimo: semiparalisi del cristianesimo e della ragione... Basta solo pronunciare le paro­le «Scuola di Tubinga» per capire cosa sia la filosofia tedesca in realtà: una scaltra teologia... Gli svevi sono i migliori mentitori della Germania, mentono con innocenza... Perché nel mondo accademico tedesco, costituito per tre quarti da figli di pastori e insegnanti, si esultò tanto all'apparire di Kant? Donde proveniva la convinzione dei tedeschi, che trova eco ancora oggi, secondo cui con Kant inizia un cambiamento verso il meglio ? L'istinto teo­logico nel tedesco erudito presagiva quello che era nuovamente possibile per l'avvenire... Si disvelava un sentiero segreto verso il vecchio ideale; il concetto di «mondo vero» e il concetto di mora­le come essenza del mondo (i due errori più scellerati che esista­no!), grazie a uno scetticismo malizioso e scaltro, riapparivano, se non dimostrabili, per lo meno non più confutabili... La ragione, il diritto della ragione non arriva tanto lontano... Si era fatto della realtà una «apparenza»; un mondo completamente falsificato, quello dell'essere, era trasformato in realtà... Il successo di Kant è semplicemente il successo del teologico: Kant, come Lutero e Leibniz, fu una costrizione ulteriore alla integrità tedesca, di per sé poco salda...

 

 

XI

 

Ancora una parola contro Kant moralista. Una virtù deve essere una nostra creazione, la nostra più personale difesa e necessità: in qualsiasi altro senso è solo un pericolo. Ciò che non rappresenta una condizione vitale le è nocivo: una virtù dettata semplicemen­te da un senso di rispetto per l'idea di «virtù», come auspicava Kant, è dannosa. «Virtù», «dovere», «bene in sé», il bene con il carattere dell'impersonalità e dell'universalità: fantasmi, espres­sioni di declino, dell'estremo indebolimento della vita, di cinese­rie di Kònigsberg. Le leggi più profonde della conservazione e della crescita richiedono l'opposto: che ognuno di noi escogiti la sua virtù per sé, il suo imperativo categorico. Un popolo perisce quando confonde il dovere personale con il concetto di dovere in generale. Niente guasta tanto in profondità e intimamente quanto qualsiasi dovere «impersonale», qualsiasi sacrificio al Moloch dell'astrazione. L'imperativo categorico di Kant avrebbe dovuto essere percepito come mortalmente pericoloso!... L'istinto teologico fu il solo a prenderlo sotto la sua protezione! Un'azione determinata dall'istinto della vita si dimostra retta per la gioia della sua attuazione: invece quel nichilista, dalle viscere cristiano-dogmatiche, intende la gioia come un'obiezione... Che cosa è più deleterio del lavorare, del pensare, del sentire senza una neces­sità interiore, senza una profonda scelta personale, senza gioia, come un automa del «dovere»? Addirittura è la ricetta per la décadence, per l'idiozia... e Kant divenne idiota. Ed era contempora­neo di Goethe!. Questo ragno fatale era reputato il filosofo tede­sco, e lo è ancora! Mi guardo bene dall'esprimere ciò che penso dei tedeschi...Kant non vedeva forse nella rivoluzione francese la transizione da una forma inorganica dello Stato a una organica? Non si era chiesto se esistesse un evento altrimenti inspiegabile se non con una predisposizione morale dell'umanità, così che la «tendenza dell'umanità a cercare il bene» si dimostrasse una volta per tutte? La risposta di Kant: «È la rivoluzione». L'istinto erroneo in tutto e per tutto, la contro natura come istinto, la décadence tedesca fatta filosofia: questo è Kant!

 

 

XII

 

Escludo pochi scettici che rappresentano il tipo onesto nella storia della filosofia: ma il resto ignora i primi requisiti dell'integrità intel­lettuale. Questi grandi visionali ed esseri prodigiosi si comportano tutti come donnicciole: prendono «i buoni sentimenti» già per argomenti, il «petto in fuori» per mantice della divinità, la convin­zione per un criterio di verità. Alla fine Kant, nella sua innocenza «tedesca», tentò di conferire a questa forma di corruzione, a que­sta mancanza di coscienza intellettuale, una facciata scientifica sotto il concetto della «ragion pratica»: inventò una ragione specifica per cui non si dovrebbe badare alla ragione quando la morale, la subli­me pretesa «tu devi», si fa sentire. Se si considera che, presso quasi tutti i popoli, il filosofo è solo un ulteriore sviluppo del tipo sacer­dotale, non sorprenderà più scoprire questa eredità del sacerdote, questa falsificazione davanti a sé stessi. Quando si hanno compiti sacri, come quello di migliorare, salvare e redimere gli uomini, quando si portarla divinità nel petto, quando si è i portavoce dell'imperati­vo ultraterreno, si è già, con tale missione, al di sopra di ogni valutazione puramente razionale, si è già santificati da un compito simi­le, sì è già modelli di un ordine superiore!... Che importa a un sacerdote della scienza! È troppo al di sopra di essa! E il sacerdote ha dominato fino a oggi! Ha fissato i concetti di «vero» e di «falso»!...

 

 

XIII

 

Non sottovalutiamo ciò: noi stessi, noi spiriti liberi, siamo già una «trasvalutazione di tutti i valori», l'incarnazione della dichia­razione di guerra e di vittoria a tutti i vecchi concetti di «vero» e di «falso». Le concezioni più preziose sono le ultime a essere sco­perte, ma le concezioni più valide sono i metodi. Tutti i metodi, tutti i presupposti del nostro costume scientifico attuale sono stati per millenni oggetto del più profondo disprezzo: a causa loro si veniva esclusi dalla frequentazione di uomini «onesti», si era con­siderati «nemici di Dio», spregiatori della verità, uomini «posse­duti». In quanto mentalità scientifiche si era dei Ciandala1... Abbiamo avuto l'intero pathos dell'umanità contro di noi, la sua concezione di ciò che la verità deve essere, di ciò che deve essere il servizio della verità: ogni «tu devi» fino a oggi è stato indirizza­to contro di noi... I nostri oggetti, i nostri procedimenti, la nostra natura quieta, cauta e diffidente: tutto ciò appariva loro assoluta­mente indegno e spregevole. Alla fine occorrerebbe domandar­si, e a ragione, se non sia stato in realtà un gusto estetico quello che ha mantenuto l'umanità in una cecità tanto lunga: essa richiedeva un effetto pittoresco alla verità, pretendeva da chi per­segue il sapere anche la produzione di una potente impressione sui sensi. La nostra modestia per lunghissimo tempo andò contro il loro gusto... Oh, come avevano indovinato bene tutto ciò, que­sti tacchini di Dio!...

 

 

XIV

 

Noi abbiamo imparato di nuovo il mestiere. Siamo divenuti più modesti sotto ogni aspetto. Non traiamo più le origini dell'uomo dallo «spirito», dalla «divinità», lo abbiamo ricollocato tra gli ani­mali. Lo consideriamo l'animale più forte perché è il più astuto: la sua intelligenza ne è una conseguenza. D'altro canto ci pro­teggiamo da una vanità che vorrebbe trovare espressione persino qui: la pretesa che l'uomo sia il grande obiettivo segreto dell'e­voluzione animale. L'uomo non è assolutamente il coronamento della creazione: ogni altro essere è, accanto a lui, allo stesso grado di perfezione... E affermando ciò già siamo eccessivi: l'uomo è, relativamente parlando, tra gli animali il meno riuscito, il più malato e quello più pericolosamente deviato dai propri istinti. Con tutto ciò, è certo anche il più interessante! Riguardo agli ani­mali, Descartes fu il primo che, con ammirevole coraggio, osò pensare all'animale come a una macchina: tutta la nostra scienza fisiologica è dedita alla dimostrazione di tale tesi. Ma noi, logica­mente, non mettiamo da parte l'uomo, come pure fece Descartes; la nostra conoscenza dell'uomo oggi non supera i con­fini di una visione meccanicistica. In altri tempi si attribuiva all'uomo il «libero arbitrio», dote derivatagli da un ordine supe­riore: oggi gli abbiamo persino sottratto la volontà, nel senso che la volontà non può più essere intesa come facoltà. Il vecchio ter­mine «volontà» serve solo a designare una risultante, una specie di reazione individuale che necessariamente segue da una molti­tudine di stimoli in parte contraddittori e in parte concordanti. La volontà non «opera» più, non «muove» più nulla... Un tempo nella coscienza dell'uomo, nel suo «spirito» si coglieva la prova della sua origine superiore, della sua divinità; per renderlo più perfetto gli fu consigliato di rinchiudere in sé i propri sensi, come una tartaruga, di cessare i rapporti con ciò che è terreno e di spo­gliarsi della veste mortale: allora sarebbe rimasta la sua parte essenziale, lo «spirito puro». Anche su questo abbiamo cambiato idea: il divenire coscienti, «lo spirito», sono per noi un sintomo di una relativa imperfezione dell'organismo, di un tentativo, di un annaspare, di un errore grossolano, come di una fatica in cui viene impiegata inutilmente un'enorme quantità di forza nervosa; neghiamo che alcunché possa essere fatto alla perfezione fintanto che è fatto cosciente. Lo «spirito puro» è una pura idiozia: se astraiamo dal sistema nervoso, dai sensi, dalle «mortali spo­glie», abbiamo fatto male i calcoli, tutto qui!

 

 

XV

 

Nel cristianesimo, né la morale né la religione hanno punti in contatto con la realtà. Nient'altro che cause immaginarie («Dio», «anima», «io», «spirito», «libero arbitrio», ovvero il «non libero arbitrio»): solo effetti immaginari («peccato», «redenzione», «gra­zia», «castigo», «remissione dei peccati»). Un rapporto tra esseri immaginari («Dio», «spiriti», «anime»); una scienza naturale immaginaria (antropocentrica; una totale mancanza del concet­to di cause naturali); una psicologia immaginaria (soltanto auto­fraintendimenti, interpretazioni di sentimenti generali piacevoli o spiacevoli, per esempio degli stati del nervus sympathicus, con l'ausilio del linguaggio di segni dell'idiosincrasia religioso-mora­le: «pentimento», «rimorso di coscienza», «tentazione del demo­nio», «cospetto di Dio»); una teleologia immaginaria (il «regno di Dio», il «giudizio universale», la «vita eterna»). Questo mondo puramente fittizio con suo grande svantaggio si distingue dal mondo dei sogni per il fatto che quest'ultimo rispecchia la realtà, mentre il primo la falsifica, la svaluta e la nega. Dopo che il con­cetto di «natura» è stato inventato come antitetico al concetto di «Dio», il termine «naturale» è diventato sinonimo di «deprecabi­le»; tutto questo mondo fittizio ha le sue radici nell'odio per il naturale (la realtà!) ed è l'espressione di un profondo disagio davanti al reale... Ma ciò spiega tutto. Chi è il solo ad aver motivo di astrarsi dalla realtà con le menzogne? Colui che ne soffre. Ma soffrire a causa della realtà significa essere un fallimento... La pre­ponderanza del sentimento di dispiacere su quello di piacere è la causa di questa morale e di questa religione fittizie: ma una tale preponderanza offre pure la formula della décadence...

 

 

XVI

 

Un esame critico della concezione cristiana di Dio conduce neces­sariamente a un'identica conclusione. Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il proprio Dio. In lui venera le con­dizioni grazie alle quali ha prosperato, le proprie virtù; proietta il suo appagamento, il suo sentimento di potere su un essere a cui si può rendere grazie. Chi è ricco vuole donare; un popolo fiero ha bisogno di un Dio a cui fare sacrifici... Sulla base di queste pre­messe, la religione è una forma di gratitudine. Si è grati per sé stessi: per questo si ha bisogno di un Dio. Un Dio deve poter esse­re allo stesso tempo utile e nocivo, amico e nemico. Lo si venera nel bene e nel male. La castrazione contronatura di un Dio per un Dio soltanto del bene sarebbe qui al di fuori di tutto ciò che si può auspicare. Si ha bisogno del Dio cattivo come del Dio buono, poiché non si deve certo la propria esistenza alla filantropia o alla tolleranza... Quale importanza avrebbe un Dio che non cono­scesse alcunché della rabbia, della vendetta, dell'invidia, della derisione, della scaltrezza, degli atti di violenza? Al quale fossero sconosciuti persino i più estatici ardeurs della vittoria e della distruzione? Un tale Dio sarebbe incomprensibile: perché averlo dunque? Certo: quando un popolo è in disfacimento; quando sente svanire completamente la fede nel futuro e la speranza della libertà; quando nella sua coscienza la servitù diventa di prima necessità e le virtù dei servi sono una condizione della sua sopravvivenza, allora anche il suo Dio deve modificarsi. Ecco che diviene bigotto, timido e modesto, raccomanda la «pace dell'ani­ma»: non più odio, ma indulgenza, «amore» per gli amici e pure per i nemici. Moraleggia continuamente, s'insinua strisciando nella tana di ogni virtù privata, diviene il Dio per tutti, l'uomo del privato, un cosmopolita... Un tempo rappresentava un popolo, la forza di un popolo, tutto ciò che nell'anima di un popolo vi era di aggressività e sete di potere: ora è soltanto il buon Dio... In effetti per gli dèi non c'è alternativa: o sono la volontà di poten­za, e quindi saranno dèi di un popolo, o sono l'incapacità alla potenza, e allora diventeranno necessariamente buoni...

 

 

XVII

 

In tutte le forme in cui viene meno la volontà di potenza si veri­fica sempre pure una regressione fisiologica, una décadence. La divinità della décadence, recisa di tutte le sue virtù e i suoi istinti più virili, diviene allora il Dio dei ritardati fisiologici, dei deboli. Questi non si definiscono deboli, ma «buoni»... Senza apportare ulteriori esempi, si capisce in quale momento della storia diven­ne per la prima volta possibile la dualistica finzione di un Dio buono e di un Dio cattivo. Con il medesimo istinto con cui i sot­tomessi riducono il proprio Dio al «bene in sé», essi cancellano le buone qualità del Dio dei loro conquistatori; si vendicano sui dominatori demonizzando il loro Dio. Il buon Dio e il diavolo: sono entrambi risultati della décadence. Come è possibile ancora oggi rimettersi così tanto alla semplicità dei teologi cristiani, al punto di sostenere con essi che l'evoluzione del concetto di Dio, dal «Dio d'Israele», dal Dio di un popolo al Dio cristiano, compen­dio di tutte le bontà, sia un passo avanti? Ma Renan lo fa. Come se Renan avesse diritto alla ingenuità! Ma il contrario salta agli occhi. Quando le condizioni di una vita ascendente, quando tutto ciò che c'è di forte, coraggioso, imperioso e fiero viene escluso dal concetto di Dio; quando passo dopo passo declina a simbolo di bastone per gli infermi, di àncora di salvezza per quelli che stanno annegando; quando diventa il Dio della povera gente, il Dio dei peccatori, il Dio dei malati par excellence, e i suoi attributi «salvatore» e «redentore» rimangono quali unici attributi del divi­no: di cosa parla una tale trasformazione? una simile riduzione del divino? Certo: finora il «regno di Dio» si è ingrandito per mezzo di ciò. Un tempo Dio aveva soltanto il suo popolo, il popolo «elet­to». Frattanto, proprio come il suo stesso popolo, è andato in terre straniere, ha vagabondato; da allora non si è più fermato in alcun luogo: finché si è sentito a casa ovunque, il gran cosmopo­lita, fino a quando ha avuto la «grande maggioranza» e metà della Terra dalla sua parte. Ma il Dio della «grande maggioran­za», il democratico tra gli dèi, tuttavia non è divenuto un fiero Dio pagano: è rimasto ebreo, il Dio del cantuccio, il Dio di tutti i luoghi e degli angoli oscuri, di tutti i quartieri malsani dell'inte­ro mondo!... Come in precedenza, il suo impero mondiale è un regno d'oltretomba, un ospedale, un impero sotterraneo, un impero del ghetto... Ed egli stesso è così emaciato e debole, così décadent... Persino i più esangui tra i pallidi sono riusciti a domi­narlo, i signori metafisici, gli albini del concetto. Costoro gli hanno tessuto intorno la loro tela tanto a lungo che, ipnotizzato da quei movimenti, è divenuto egli stesso un ragno, un metafisi­co. Allora ha ripreso a tessere il mondo fuori di sé, sub specie Spinozae, e da quel momento si è trasformato in qualcosa di ancor più pallido e inconsistente, si è mutato in un «ideale», uno «spi­rito puro», un «absolutum», una «cosa in sé»... Decadenza di un Dio: Dio è diventato una «cosa in sé»...

 

 

XVIII

 

La concezione cristiana di Dio, Dio come Dio dei malati, Dio come ragno, Dio come spirito, è una delle concezioni di Dio più corrotte che siano mai state raggiunte sulla Terra. Forse rappre­senta persino il livello più basso nell'evoluzione discendente del tipo di divinità. Dio degenerato nella contraddizione della vita, inve­ce di esserne la trasfigurazione e l'eterno ! In Dio una dichia­razione di ostilità alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio come formula per ogni calunnia del «mondo di qua», per ogni menzogna del «mondo aldilà»! In Dio il nulla deificato, la volontà del nulla santificata!...

 

 

XIX

 

Che le razze forti dell'Europa settentrionale non abbiano ripu­diato il Dio cristiano certo non fa onore alla loro attitudine reli­giosa, per non parlare del loro gusto. Avrebbero dovuto sentirsi obbligate a farla finita con un prodotto della décadence tanto mala­to e decrepito. Invece pesa su di loro una maledizione per non essersene disfatti: hanno accolto la malattia, la vecchiaia, la con­traddizione in tutti i loro istinti, da allora non hanno più creato alcun Dio! Quasi due millenni e non un solo nuovo Dio! Esiste invece ancora questo pietoso Dio del monoteismo cristiano, come di diritto, come un ultimatum e un maximum della forza creativa di Dio, del creator spiritus nell'uomo! Questo ibrido di declino fatto di nulla, concetto e contraddizione, in cui trovano la loro sanzione tutti gli istinti della décadence, tutte le viltà e le stanchezze dell'anima!

 

 

XX

 

Con la mia condanna del cristianesimo non vorrei avere fatto torto a una religione affine che addirittura giunge a superarlo in quanto a numero di fedeli: il buddhismo. Entrambe, essendo reli­gioni nichilistiche, sono correlate, sono religioni della décadence; ma si differenziano l'una dall'altra in modo sorprendente. Il cri­tico del cristianesimo è profondamente grato ai saggi indiani, giacché ora è possibile comparare queste due religioni. Il buddhi­smo è cento volte più realista del cristianesimo, ha ereditato un modo freddo e oggettivo di porsi i problemi; nasce dopo un movimento filosofico durato centinaia di anni; appena esso sorge, il concetto di «Dio» è già eliminato. Il buddhismo è l'unica religio­ne veramente positivistica che la storia ci mostri, anche nella sua teoria della conoscenza (un rigoroso fenomenalismo); esso non parla più di «lotta contro il peccato» bensì, e in ciò dando del tutto ragione alla realtà, di «lotta contro il dolore». Si è già lasciato alle spalle, e questo lo distingue profondamente dal cristianesimo, l'autoinganno dei concetti morali; si trova, per esprimere il con­cetto con parole mie, al di là del bene e del male. I due fatti fisio­logici su cui si fonda e sui quali concentra il suo sguardo sono: innanzi tutto un'eccessiva eccitabilità della sensibilità che si espri­me con una raffinata capacità di soffrire, e in secondo luogo un eccesso di intellettualismo, una vita spesa troppo a lungo sui con­cetti e sulle procedure logiche, sotto i quali l'istinto personale ha subito il male a vantaggio dell’«impersonale» (due condizioni che, come me, almeno alcuni dei miei lettori, gli «obiettivi», conosceranno per esperienza). Sulla base di tali condizioni fisiologiche si sviluppa un stato di depressione: contro essa Buddha prende delle misure igieniche. Vi oppone la vita all'aria aperta, la vita in movimento; la moderazione e la scelta dei cibi; la cautela verso tutte le bevande alcooliche, come pure verso tutti i senti­menti che producono bile e riscaldano il sangue; nessuna preoccupazione né per sé né per gli altri. Egli esige pensieri che diano o quiete o allegria, e trova il modo per disabituarsi a quelli di altro tipo. Intende la bontà, l'essere buoni, come vantaggioso alla salute. La preghiera è esclusa, come pure l'ascetismo; nessun impe­rativo categorico, soprattutto nessuna costrizione, nemmeno nelle comunità monastiche (si è liberi di andarsene) : tutto ciò sarebbe un modo per accrescere quell'eccessiva eccitabilità. Sempre per questa ragione pretende che non si combatta contro coloro che hanno un modo diverso di pensare; il suo insegnamento si oppo­ne più di ogni altra cosa al sentimento di vendetta, di avversione, di ressentiment («l'inimicizia non cessa con l'inimicizia», è questo il commovente ritornello di tutto il buddhismo). E a ragione: queste emozioni sarebbero del tutto dannose rispetto al principale obiettivo dietetico. Combatte la stanchezza spirituale che egli trova e che si esprime con eccessiva «obiettività» (vale a dire con una diminuzione dell'interesse dell'individuo, con una per­dita del baricentro, dell'«egoismo»), con un severo ritorno anche agli interessi più spirituali, alla, persona. Nella dottrina di Buddha l'egoismo diviene un dovere: il principio «una sola cosa è neces­saria», il «come ti puoi liberare dalla sofferenza» regolano e cir­coscrivono tutta la dieta spirituale (si rammenti quell'ateniese che in modo analogo muoveva guerra alla «scientificità» pura, si ricordi Socrate, il quale elevò l'egoismo individuale alla dignità di principio morale persino nel regno dei problemi).

 

 

XXI

 

La condizione per il buddhismo è un clima assai dolce, una gran­de mitezza e liberalità nei costumi, nessun militarismo; assieme al fatto che il movimento ha il suo focolare nelle classi più elevate e colte. Si ambisce alla serenità, alla tranquillità, all'assenza di desi­deri come meta suprema e si raggiunge tale meta. Il buddhismo non è una religione in cui si aspira semplicemente alla perfezio­ne: la perfezione è la norma.

Nel cristianesimo gli istinti di chi è sottomesso e oppresso sono in primo piano: le classi inferiori sono quelle che vi cercano la sal­vezza. Qui la casistica del peccato, l'autocritica, l'inquisizione della coscienza è praticata come occupazione, come rimedio spe­cifico contro la noia; qui è costantemente tenuto in vita un rap­porto affettivo con un potente chiamato «Dio» (con la preghie­ra) ; il più elevato viene considerato irraggiungibile, un dono, una «grazia». Qui manca anche un luogo che sia pubblico: i luoghi nascosti, le stanze buie sono cristiani. Qui si disprezza il corpo, si ripudia l'igiene come forma di sensualità; la Chiesa si oppone alla pulizia (la prima misura presa dai cristiani dopo la cacciata dei mori fu la chiusura dei bagni pubblici, mentre la sola Cordova ne possedeva 270). È cristiano un certo senso di crudeltà verso sé stessi e verso gli altri, è cristiano l'astio per coloro che la pensano differentemente, è cristiana la volontà persecutoria. Idee tetre ed eccitanti sono in primo piano; gli stati spirituali più desiderati e designati con i nomi più eccelsi sono quelli epilettoidi; la dieta viene scelta in modo da favorire fenomeni morbosi e sovreccita­re i nervi. È cristiana l'ostilità mortale contro i dominatori della Terra, contro i «nobili», e nello stesso tempo una competizione più nascosta e segreta  (si lascia loro il corpo, si vuole solo l'«anima»). È cristiano l'odio per lo spirito, l'orgoglio, il coraggio, la libertà, il libertinaggio spirituale; è cristiano l'odio per i sensi, per la gioia dei sensi, l'odio per la gioia in generale...

 

 

XXII

 

II cristianesimo, quando lasciò il suo luogo d'origine, le classi più umili, i bassifondi del mondo antico, quando cercò il potere fra popoli barbari, non si trovò davanti uomini stanchi, ma uomi­ni dall'animo selvaggio, che si distruggevano tra di loro, uomini forti eppure malriusciti. L'insoddisfazione di sé, il dolore di sé stessi, non sono, come per i buddhisti, un'eccessiva eccitabilità e la facoltà di soffrire, ma, al contrario, il desiderio predominante di nuocere, di sfogare una tensione interiore attraverso azioni e idee ostili. Per dominare sui barbari il cristianesimo aveva bisogno di valori e di concetti barbari: il sacrificio del primogenito, il bere sangue alla comunione, il disprezzo per lo spirito e la cultura, la tortura in ogni sua forma, fisica e spirituale, una grande pompa nel culto pubblico. Il buddhismo è una religione per uomini più . maturi, per razze divenute più benevoli e miti, straordinariamen­te spirituali, sensibili al dolore (l'Europa non è neppure lontana­mente matura per esso) : il ricondurre alla pace e alla serenità, a una dieta nelle cose dello spirito, a un certo irrobustimento del corpo. Il cristianesimo invece vuole dominare sulle belve; il suo rimedio è renderle malate, indebolire è la ricetta cristiana per addomesticare, per condurre alla «civiltà». Il buddhismo è una religione per la fine, per la stanchezza della civiltà, il cristianesi­mo non ne incontra una dinanzi a sé, eventualmente la fonda.

 

 

XXIII

 

II buddhismo, ripetiamolo, è cento volte più freddo, più veritie­ro, più oggettivo. Non ha più bisogno di rendere dignitoso il suo dolore, la sua capacità di soffrire, attraverso l'interpretazione del peccato: dice semplicemente ciò che pensa: «io soffro». Invece per il barbaro il dolore in sé non è decoroso: egli come prima cosa ha bisogno di un'interpretazione del dolore per ammettere a se stesso che soffre (il suo istinto lo induce piuttosto a negare le sofferenze, spingendolo a sopportarle in silenzio). In questo caso la parola «diavolo» fu un beneficio: si aveva un nemico schiac­ciante e terribile, non bisognava vergognarsi di soffrire a causa di un simile nemico. Nel fondo del cristianesimo sono riscontrabili alcune sottigliezze che appartengono all'Oriente. Innanzi tutto sa che è assolutamen­te indifferente che una cosa sia vera in se stessa, ma che è della mas­sima importanza quanto essa sia creduta vera. La verità e la fede che qualcosa sia vero: due mondi di interesse totalmente diversi, quasi antitetici, ai quali si giunge percorrendo due strade completamen­te differenti. Essere sapienti a tale riguardo è sufficiente in Oriente per rendere un uomo saggio: così la pensano i brahmani, così ritie­ne Platone, così intendono gli studiosi di scienza esoterica. Se, per esempio, la felicità consiste nel credersi redenti dal peccato, per un uomo non è necessario, come condizione, essere un peccatore, ma sentirsi peccatore. Però, se è indispensabile soprattutto la fede, allo­ra si dovranno screditare la ragione, la conoscenza e la ricerca: la via per la verità diviene una via proibita. Una forte speranza è uno stimulans per la vita, più grande di ogni singola felicità che si rea­lizzi effettivamente. È necessario sostenere chi soffre, con una spe­ranza che nessuna realtà possa smentire, che nessuna realizzazione possa vanificare: una speranza nell'aldilà. (Fu proprio a causa di questa capacità di tenere in sospeso gli infelici che i greci conside­ravano la speranza il male dei mali, il male più insidioso: quello rimasto in fondo al vaso del male). Perché l'amore sia possibile, Dio deve essere una persona; affinchè gli istinti più bassi abbiano voce, Dio deve essere giovane. Per soddisfare l'ardore delle donne si pone in primo piano un santo di bell'aspetto, per appagare quel­lo degli uomini una Maria. Ciò si fonda sul presupposto che il cri­stianesimo intendeva dominare su un terreno dove il culto di Afrodite e Adone aveva già determinato il concetto di culto religio­so. La pretesa della castità rafforza la veemenza e l'intensità interiore dell'istinto religioso, rende il culto più caldo, più fanatico e spiritualmente più intenso. L'amore è la condizione in cui l'uomo il più delle volte vede le cose come non sono. La forza illusoria rag­giunge qui il suo apice, come pure quella che mitiga e trasfigura. Nell'amore si sopporta di più, si tollera tutto. Si trattava di rintrac­ciare una religione nella quale l'amore fosse possibile: con essa ci poniamo al di sopra degli aspetti peggiori della vita, non lo si vede nemmeno più. E così è per le tre virtù cristiane: fede, speranza e carità: io le definisco i tre stratagemmi cristiani. Il buddhismo è troppo maturo, troppo positivistico per essere ancora tanto astuto.

 

 

XXIV

 

Qui accenno soltanto al problema dell'origine del cristianesimo. La prima tesi per la soluzione di questo afferma: il cristianesimo si può comprendere solo a partire dal terreno dal quale si svi­luppò; non è un movimento contro l'istinto ebraico, è la conse­guenza stessa di esso, un'ulteriore conclusione della sua logica terrificante. Nella formula del Redentore: «La salvezza viene dagli ebrei» '. La seconda tesi è: il tipo psicologico del galileo è ancora riconoscibile, ma solo nella sua completa degenerazione (che è al contempo una mutilazione e un'accumulazione di caratteri estranei) potè servire allo scopo cui fu destinato, quello di essere il tipo di redentore dell'umanità.

Gli ebrei sono il popolo più considerevole della storia del mondo, poiché, posti davanti alla questione dell'essere e del non­essere, con una consapevolezza davvero impressionante preferi­rono l'essere a ogni costo: questo fu la radicale falsificazione di ogni natura, di ogni naturalezza, di ogni realtà di tutto il mondo interiore e di quello esteriore. Si definirono oppositori di tutte le con­dizioni alle quali a un popolo fino ad allora era possibile, era con­cesso vivere; crearono da sé un concetto contrario alle condizio­ni naturali. Progressivamente capovolsero in modo irreparabile la religione, il culto religioso, la morale, la storia e la psicologia nell'opposto dei loro valori naturali. Incontriamo nuovamente lo stesso fenomeno sviluppato in proporzioni indicibili. Tuttavia solo come imitazione. Rispetto alla «nazione dei santi», la Chiesa cristiana non ha alcuna pretesa di originalità. È proprio per que­sta stessa ragione che gli ebrei sono il popolo più fatale della sto­ria del mondo: attraverso il loro ulteriore effetto hanno falsificato l'umanità a tal punto che ancora oggi il cristiano può avere un modo di sentire antisemita senza comprendere di essere l'ultima derivazione dell'ebraismo.

Nella mia Genealogia della morale ho presentato per la prima volta psicologicamente il concetto antitetico di una morale nobile e di una morale del ressentiment, quest'ultimo derivante dalla nega­zione del primo: ma ciò corrisponde totalmente alla morale giudaico-cristiana. Per essere in grado di dire no a tutto ciò che rappresenta il movimento ascendente della vita, la buona riuscita, la potenza, la bellezza, l'affermazione di sé sulla Terra, l'istinto di ressentiment, qui divenuto genio, dovette inventare un altro mondo riguardo al quale quell'affermazione della vita apparisse come il male, il deplorevole in se stesso. Considerato da un punto di vista psicologico, il popolo ebreo è il popolo dalla forza vitale assai tena­ce, e che, posto in condizioni impossibili, liberamente, con una profondissima intelligenza di autoconservazione, s'allea con tutti gli istinti della décadence, non perché ne sia dominato, ma perché ravvisa in essi una forza grazie alla quale potrà prevalere sul «mondo». Gli ebrei sono l'opposto di tutti i décadent: sono stati costretti a fare i décadent fino all'illusione, hanno saputo porsi, con un non plus ultra del loro genio istrionico, alla testa di tutti i movi­menti di décadence (quale nel cristianesimo di Paolo) per farsi più forti di qualsiasi partito della vita che dice di sì. Per quel tipo di uomo che nel giudaismo e nel cristianesimo ambisce giungere alla potenza, il tipo sacerdotale, la décadence è soltanto un mezzo: questo tipo di uomo ha un interesse vitale nel rendere malata l'umanità e nel conferire un senso pericoloso alla vita, un senso denigratorio del mondo, ai concetti di «buono» e «cattivo», «vero» e «falso».

 

 

XXV

 

La storia d'Israele, in quanto storia emblematica dello snaturamento di tutti i valori naturali, è inestimabile: ne indicherò cinque fatti. Originariamente, in particolare nel periodo dei re, anche Israele si trovava rispetto a tutte le cose in una relazione corretta, vale a dire naturale. Il suo Javeh era l'espressione della consape­volezza del potere, della gioia di sé, della speranza in sé: da lui si aspettava vittoria e salvezza, con lui si faceva affidamento sulla natura, che questa desse ciò di cui il popolo aveva bisogno, soprattutto la pioggia. Javeh è il Dio d'Israele e quindi il Dio di giustizia; la logica di ogni popolo che ha la potenza e ne ha una buona conoscenza. Questi due aspetti dell'autoaffermazione di un popolo trovano espressione nel culto solenne: il popolo è grato per i grandi destini che lo fecero ascendere al potere, è grato per le stagioni dell'anno e per tutta la sorte favorevole nel­l'allevamento del bestiame e nell'agricoltura. Tale stato di cose rimase per lungo tempo quello ideale, anche dopo essere stato liquidato in modo triste: con l'anarchia all'interno e gli assiri all'esterno. Ma il popolo conservò come sua suprema aspirazione quella visione di un re che fosse un soldato valoroso e un giudice severo: come soprattutto quel profeta tipico (cioè critico e satiri­co nei confronti dell'epoca), Isaia. Ogni speranza però rimase inappagata. L'antico Dio non poteva più nulla di quello che in altri tempi aveva potuto. Bisognava abbandonarlo. Che accadde? Si modificò il suo concetto, si snaturò il suo concetto: a questo prez­zo si potè trattenerlo. Javeh, il Dio della «giustizia», non fu più una cosa sola con Israele, l'espressione del sentimento di sé pro­prio di un popolo: fu solo un Dio sotto condizioni... Il suo con­cetto divenne uno strumento in mano agli agitatori sacerdotali che da quel momento interpretarono ogni felicità come una ricompensa e la disgrazia come un castigo per la disobbedienza a Dio, per il «peccato»: il modo più falso di interpretare un pre­sunto «ordine morale del mondo» attraverso il quale il concetto naturale di «causa» ed «effetto» veniva capovolto per sempre. Quando la causalità naturale viene eliminata dal mondo per mezzo della ricompensa e del castigo, si ha il bisogno di una cau­salità contro natura: allora segue tutto il resto di ciò che è contrario alla natura. Un Dio che chiede, invece di un Dio che aiuta, che consiglia, che in una parola è l'espressione di ogni felice ispi­razione del coraggio e della fiducia in sé stessi... La morale non è più l'espressione delle condizioni di vita e di sviluppo di un popo­lo, non è più l'istinto vitale più profondo, ma è diventata astratta, contraria alla vita, la morale come peggioramento sistematico della fantasia, come il «malocchio» per tutte le cose. Che cosa è la morale giudaica? E quella cristiana? Il caso che ha perduto la sua innocenza; l'infelicità macchiata dal concetto di peccato; il benessere come pericolo, come «tentazione»; il malessere fisiolo­gico, avvelenato dal tarlo della coscienza...

 

 

XXVI

 

Falsato il concetto di Dio; falsato il concetto di moralità, la casta sacerdotale ebraica non si fermò qui. Non si poteva adoperare tutta la storia d'Israele: si sbarazzarono di essa! Questi sacerdoti compiro­no una prodigiosa falsificazione, di cui resta come documento una buona parte della Bibbia: con un singolare disprezzo per ogni tra­dizione, per ogni realtà storica hanno tradotto in senso religioso il pro­prio passato di popolo, cioè lo hanno reso uno sciocco meccanismo salvifico di colpa contro Javeh, e di castigo, di devozione e di ricom­pensa. Se millenni d'interpretazione ecclesiastica non ci avessero reso quasi insensibili alle esigenze di rettitudine in historicis, senti­remmo questo vergognoso atto di falsificazione della storia molto più dolorosamente. Pure i filosofi appoggiarono la Chiesa: la men­zogna di un «ordine morale del mondo» permea l'intera evoluzione della filosofia, persino di quella moderna. Che significa «ordine morale del mondo»? Che esiste una volta per tutte una volontà di Dio, che decide tutto ciò che l'uomo deve o non deve fare; che nei destini di un popolo o di un individuo la volontà di Dio appare domi­nante; cioè che egli castiga o premia a seconda del grado di obbedienza. La realtà, messa al posto da tale miserevole menzogna, signi­fica: una certa classe di uomini parassiti, quella di sacerdote, pro­spera soltanto a spese di ogni forma di vita sana, e abusa del nome di Dio: chiama «regno di Dio» una forma di società nella quale il sacerdote è colui che fissa il valore delle cose; chiama «volontà di Dio» i mezzi per raggiungere o mantenere tale stato di cose; giudi­ca con freddo cinismo popoli, epoche e individui a seconda che siano stati utili o che abbiano resistito alla preponderanza sacerdo­tale. Basta osservarli all'opera: in mano ai sacerdoti ebraici l'epoca grandiosa della storia d'Israele divenne un'epoca di decadenza; l'e­silio, i lunghi anni di sventura. Essa si trasformò in un castigo eterno per la grande epoca, periodo in cui il sacerdote non era ancora nes­suno.... Trasformarono le figure molto libere e potenti della storia d'Israele, a seconda delle necessità, in bigotti e miserabili ipocriti o in «atei», semplificarono la psicologia di ogni grande evento nella formula idiota «obbedienza o disobbedienza a Dio». Ma v'è di più: la «volontà di Dio» (cioè la condizione per mantenere il potere della casta sacerdotale) deve essere nota; a questo scopo era neces­saria una «rivelazione». In parole povere: si richiede una grande fal­sificazione letteraria e si svelano le Sacre Scritture, si rendono pubbli­che con ieratico fasto, con digiuni e lamentazioni per il «lungo pec­cato». La «volontà di Dio» si era già istituita da molto tempo: tutto il male risiedeva nel fatto che il popolo si era allontanato dalle Sacre Scritture... La «volontà di Dio» si era già rivelata a Mosè... Che era accaduto? Con severità e pedanteria, fino alle imposte grandi e pic­cole che gli si dovevano pagare (senza dimenticare i bocconi di carne più gustosi: perché il sacerdote è un divoratore di bistecche), il sacerdote aveva formulato una volta per tutte quello che pretende­va, «quale era la volontà di Dio»... Da quel momento si organizzò tutta la vita in modo da rendere il prete indispensabile in ogni cir­costanza: in tutti gli eventi della vita, la nascita, il matrimonio, la malattia o la morte, per non parlare del «sacrificio» (la cena). Ecco apparire il santo parassita per snaturalizzarli, secondo lui per «santificarli»... Perché si deve comprendere questo: ogni costume natu­rale, ogni istituzione naturale (lo stato, l'ordinamento giudiziario, il matrimonio, l'assistenza dei malati e dei poveri), ogni necessità suscitata dall'istinto per la vita, in breve tutto ciò che ha valore in sé, a causa del parassitismo del sacerdote (o dell'«ordine morale del mondo»), diviene completamente privo di valore, nemico del valo­re. Alla fine si richiede una sanzione, è necessaria una potenza che conferisca valore, che neghi in ciò la natura di queste cose e crei allo­ra, proprio per questo un valore... Il sacerdote svaluta, dissacra la natura: esiste solo a questo prezzo. La disobbedienza a Dio, cioè al sacerdote, alla «legge», ora prende il nome di «peccato»; i mezzi per «riconciliarsi con Dio», come è giusto, sono mezzi che assicurano ancora più profondamente la sottomissione al prete: solo il sacer­dote «redime»... Da un punto di vista psicologico, i «peccati» sono indispensabili in qualsiasi società organizzata da sacerdoti: sono i veri e propri strumenti del potere: il sacerdote vive dei peccati, ha bisogno che si «pecchi»... Principio supremo: «Dio perdona chi fa penitenza», in sostanza: colui che si sottomette al sacerdote.

 

 

XXVII

 

In un ambiente completamente falso, ove ogni natura, ogni valo­re naturale, ogni realtà avevano contro i più radicati istinti delle classi dirigenti, là nacque il cristianesimo, forma finora insupera­ta di odio a morte contro la realtà. Il «popolo santo», che non aveva conservato per ogni cosa che valori sacerdotali, parole di sacerdote, con una coerenza logica terrificante si era allontanato da tutto ciò che era ancora potente sulla Terra, definendolo «profano», «mondo», «peccato»; questo popolo elaborò per i propri istinti un'ultima formula, coerente fino all'autonegazione: come cristianesimo negò persino l'ultima forma della realtà, il «popolo santo», il «popolo eletto», la stessa realtà ebraica. Il caso è di primissimo ordine, il piccolo movimento di ribellione, che viene battezzato con il nome di Gesù di Nazareth, è ancora una volta l'i­stinto ebraico, in altre parole l'istinto sacerdotale che non può più tollerare il sacerdote come realtà, l'invenzione di una forma di esistenza anche più astratta, di una visione del mondo anche più irreale di quella che determina l'organizzazione di una Chiesa organizzata. Il cristianesimo nega la Chiesa... Non vedo contro che cosa fosse diretta questa rivolta, di cui si pensò, o si fraintese, che Gesù fosse il propugnatore, se non con­tro la Chiesa ebraica, la «Chiesa» presa proprio nel senso in cui l'intendiamo oggi. Fu una rivolta contro i «buoni» e i «giusti», contro i «santi d'Israele», contro la gerarchia sociale, non contro la corruzione di questi ma contro la casta, il privilegio, l'ordine, la formula; fu la sfiducia negli «uomini superiori», un no pronunciato contro tutto ciò che concerneva preti e teologi. Ma la gerarchia che per questo venne messa in dubbio, sebbene solo momentaneamente, fu la palafitta sulla quale solamente il popo­lo ebraico continuò a esistere in mezzo all'«acqua», l'ultima pos­sibilità faticosamente acquistata di sopravvivere, il residuum della sua esistenza politica autonoma: un attacco contro di essa era un attacco al più profondo istinto di un popolo, contro la più tenace volontà di vivere di un popolo mai esistita sulla Terra. Questo santo anarchico che innalzò gli umili, i reietti e i «peccatori», Ciandala all'interno del giudaismo fino a contrastare l'ordine dominante, in un linguaggio che, se si deve credere ai Vangeli, porterebbe ancora oggi in Siberia, era un criminale politico, per quanto fossero possibili i criminali politici in una società assurda­mente apolitica. Questo lo portò alla croce: prova ne è l'iscrizione apposta su di essa. Morì per sua colpa e manca ogni fondamen­to per affermare che morì per i peccati degli altri.

 

 

XXVIII

 

Tutt'altra questione è se Gesù fosse stato davvero cosciente di una tale contraddizione o se egli non fosse solo concepito come questa stessa contraddizione. E qui per la prima volta sfioro il problema della psicologia del Redentore. Confesso che leggo pochi libri con tanta difficoltà come i Vangeli. Tali difficoltà differiscono molto da quelle rilevate dalla curiosità sapiente dello spirito tedesco e celebrate come uno dei suoi più memorabili trionfi. È già lonta­no il tempo in cui anch'io, come ogni giovane letterato e con l'in­telligente lentezza di un raffinato filologo, assaporavo il lavoro dell'incomparabile Strauss. Allora avevo vent'anni: ora sono troppo serio per questo. Che m'importa delle contraddizioni della «tradizione»? Come si possono definire le leggende dei santi «tradizione»? Le storie dei santi sono la letteratura più ambi­gua che esista: applicare il metodo scientifico a esse, quando non esiste più alcun'altra testimonianza, mi sembra un'operazione con­dannata dall'inizio, una pura vanità da erudito...

 

 

XXIX

 

Ciò che mi interessa è il tipo psicologico del Redentore. Infatti potrebbe trovarsi nei Vangeli a dispetto dei Vangeli, anche se mutila­to e sovrastrutturato con tratti estranei: come quello di Francesco d'Assisi è conservato nelle leggende che lo riguardano, a dispet­to delle sue leggende. Non la verità in merito a ciò che ha fatto, di ciò che ha detto, o di come è morto, ma la questione se il suo tipo sia ancora concepibile, se è «tramandato». I tentativi da me conosciuti di dedurre addirittura la storia di un'«anima» dai Vangeli mi sembrano testimoniare una deprecabile leggerezza psi­cologica. Il signor Renan, questo buffone in psychologicis, ha for­nito per l'interpretazione del tipo del Gesù i due concetti più ina­deguati che si possono dare: il concetto di genio e quello di eroe (heros). Ma se esiste qualcosa che non è evangelico è proprio il concetto di eroe! Esattamente l'opposto di ogni lotta, di ogni coinvolgimento nella lotta qui è diventato istinto: l'incapacità di resistere diviene morale («Non opporti al male!» è la massima più profonda del Vangelo, in un certo senso la sua chiave), la bea­titudine nella pace, nella dolcezza, nell'incapacità all'inimicizia. Che cosa significa «buona novella»? Si scopre la vita vera, la vita eterna: questa non è promessa, è qui, è dentro di voi: in quanto vissuta nell'amore, nell'amore senza sottrazione o esclusioni, senza distanza. Tutti sono figli di Dio, Gesù non reclama assolu­tamente nulla solo per sé e in quanto è figlio di Dio: ciascuno è uguale all'altro... Fare di Gesù un eroe! E che malinteso peggiore ancora il termine «genio»! Ogni nostra nozione, ogni nostro concetto culturale di «spirito» non aveva alcun significato nel mondo in cui visse Gesù. Detto con il rigore del fisiologo, una parola totalmente diversa sarebbe qui al suo posto più idonea: la parola idiota. Conosciamo uno stato di eccitazione patologica del senso tattile, che indietreggia spaventato dinanzi a ogni con­tatto, nel vedersi toccare oggetti solidi. Si riduca un tale habitus fisiologico alla sua logica estrema, come odio istintivo per ogni realtà; come fuga nell’«incomprensibile», nell'«inconcepibile»; come avversione verso ogni formula, verso ogni concetto tempo­rale e spaziale, verso tutto ciò che è solido, consuetudine, istitu­zione, Chiesa; come essere di casa in un mondo in cui non si tocca più alcuna specie di realtà, in un mondo ormai solamente «interiore», in un mondo «vero», in un mondo «eterno»... «Il regno di Dio è in voi»...

 

 

XXX

 

L'odio istintivo per la realtà: conseguenza di una estrema capacità di soffrire, di un'estrema irritabilità che in genere non vuole più essere «toccata» poiché avverte ogni contatto con troppa intensità. L'esclusione istintiva di ogni avversione, di ogni inimicizia, di ogni limi­te e distanza nel sentimento: conseguenza di una estrema capacità di soffrire, di un'estrema irritabilità che, in ogni resistenza, in ogni necessità di resistenza, provoca come un dispiacere insopportabile (cioè come qualcosa di dannoso, come qualcosa che l'istinto di conservazione disapprova) e che conosce la beatitudine (il piace­re) soltanto nel non resistere più a niente, a nessuno, né al male, né al cattivo: l'amore come sola e ultima possibilità di vita... Queste sono le due realtà fisiologiche sulle quali e a partire dalle quali si è sviluppata la dottrina della redenzione. Io la intendo come una sublime evoluzione dell'edonismo su basi assoluta­mente patologiche. Il suo parente più prossimo, anche se con una considerevole aggiunta di vitalità greca e di energia nervosa, è l'epicureismo, la dottrina della redenzione del paganesimo. Epicuro è un tipico décadent: io per primo l'ho giudicato tale. La