LA NOZIONE DI BENE

Realizzato da Silvia

" Dovremmo ora definire la nostra precedente nozione di uomo giusto con un'aggiunta. Abbiamo detto che era giusto fare il bene all'amico e il male al nemico, ma dobbiamo ora aggiungere che è giusto fare il bene all'amico se egli è buono e ferire il nemico se egli è cattivo? " (Platone, La Repubblica).




Le relazioni umane implicano un codice etico che possa definire le regole del "gioco". Questo codice deve necessariamente rapportarsi con il soggettivismo e con il prospettivismo: gli uomini hanno propri principi morali che difficilmente possono infrangere. Inoltre, c'è un problema di definizione: chi è colui che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Se ogni singola persona ha le proprie regole, quali di queste, da particolari diventeranno universali ? E' importante iniziare la nostra ricerca dalla cultura greca per trovare le origini del concetto di nemico e di conseguenza stabilire la sua differenza con l'amico; esisteva una sola parola per definire sia l'ospite che lo straniero: xenos. Questa persona era diversa dai cittadini greci, proveniva da un'altra città e doveva essere ospitata. Uno straniero non era un nemico. I Greci avevano anche due tipi di guerra: la stasis e il polemos: la prima era negativa, inutile ed improduttiva perché contro gli adelphoi, i fratelli, mentre la seconda era positiva, utile e costruttiva perché contro i barbaroi. Questa parola crea problemi: un barbaros era qualcuno che non parlava correntemente il greco, senza balbettare. Quindi, era soltanto una differenza culturale che divideva i Greci in amici e nemici ? Analizziamo ora ciò che accadeva nella cultura latina; la parola hostis significava sia ospite che nemico: perché? L'hospes, cioè colui che dava ospitalità ad uno straniero, ad uno xenos, ignorava se il suo ospite fosse suo amico o nemico ma aveva l'obbligo di accoglierlo ugualmente, altrimenti avrebbe contraddetto il suo essere host - anche in inglese la radice semantica è la stessa. Tutto ciò comporta l'idea di una natura mutevole che è costitutiva degli uomini e che li può trasformare da amici in nemici: non abbiamo un ruolo fisso ma, al contrario, viviamo semplicemente in un limbo, tra chi non siamo più e chi non siamo ancora. Continuando la nostra ricerca storica, notiamo che non c'è più una differenziazione tra amico e nemico ma i relativi concetti di bene e male sono ricondotti al soggetto individuale: gli uomini stessi sono giusti o ingiusti, al di là del loro essere amici o nemici. "Gli uomini non fanno il bene se non costretti; appena hanno la certezza dell'impunità, fanno il male" diceva Machiavelli e anche Hobbes intendeva qualcosa di simile quando sosteneva che "homo homini lupus". Forse possiamo provare a dedurre il concetto di nemico ( e quindi di amico ) da ciò che Hobbes diceva della libertà personale: se la mia personale libertà finisce laddove inizia quella di un altro, allora un amico è una persona che non interferisce con la sfera della mia libertà e un nemico è qualcuno che lo fa. E se una persona agendo entro i limiti della propria libertà, facesse qualcosa che mi danneggia? Sarebbe un amico che, approfittando di essere tale, agisse di fatto come un nemico? In questa situazione potremmo avere dei problemi nel seguire il principio etico che ci dice di "fare il bene ad un amico e il male ad un nemico", dal momento che, decisamente, non sapremmo cosa è bene e cosa è male, chi è un amico e chi un nemico. D'altra parte, se decidessimo di "fare il bene all'amico se è buono e ferire il nemico se è cattivo", dovremmo affrontare la possibilità di un amico che sia malvagio e di un nemico che sia buono...Così, se un amico può essere sia buono che cattivo, e viceversa, ciò significa che i concetti di bene e male non sono impliciti nell'"essere un amico" ed "essere un nemico". La nozione di amico può essere o soggettiva o formale: una persona può essere un "amico per me" ma un nemico per altri oppure può essere un amico solo nominalmente, mentre nei fatti si comporta da nemico. Il linguaggio è subordinato alle azioni, all'esperienza: sarebbe giusto fare il bene all'amico e ferire il nemico a priori, senza verificare in cosa lo status astratto- formale si traduce? E' più saggio fare il bene o il male a posteriori, cioè non tenendo in considerazione la condizione formale di amico-nemico. E' l'esperienza, è l'a posteriori, che ci può dire chi sia il vero amico o nemico, al di là dell'apparenza. Non dobbiamo fermarci davanti a ciò che una parola evoca, ma agire solo dopo aver osservato cosa le corrisponda all'atto pratico. Dobbiamo diffidare delle convenzioni e dell'apparenza perché possono essere false nella praxis. Perciò, se ci preme essere giusti, è corretto fare il bene all'amico solo se egli è buono e di conseguenza sarebbe parimenti sbagliato ferire il nemico se è buono. Se beneficassimo o danneggiassimo le persone basandoci esclusivamente sullo status astratto di amico o nemico, non faremmo altro che seguire la doxa, che noi tutti sappiamo essere ingannevole. Inoltre, essere un nemico non implica necessariamente il male: possiamo decidere di chiamare "nemico" qualcuno che è semplicemente diverso da noi, uno straniero …Questo spiegherebbe sia perché nell'antica Grecia lo xenos non fosse un nemico e non fosse cattivo, sia perché in latino la stessa parola designasse l'ospite e il nemico. Il nostro status può cambiare così come noi stessi cambiamo: "panta rei", diceva Eraclito, e la nostra finitudo, la nostra natura mutevole, non ci devono spaventare. Saremo tanto più saggi quanto più accetteremo i nostri limiti. Non dovremmo dimenticare che l'armonia degli opposti è estremamente importante e che la stessa rilevanza appartiene al conflitto leale tra di essi: "polemos panton pater basileus", Eraclito può aiutarci ancora. Quando c'è differenza - per esempio tra bene e male, amico e nemico - c'è dialogo ed esso è la base della nostra cultura: dall'interazione di due ( o più ) distanti e diverse persone, opinioni, concetti, sentimenti, emerge il logos stesso, una verità che non appartiene a nessuno, non è più o meno valida di un'altra, è semplicemente una nuova creazione, un nuovo inizio. Così, fare il bene o il male è una decisione privata, che dobbiamo prendere seguendo il nostro soggettivo codice etico e basandoci sull'esperienza: ex-per-ientia significa letteralmente "procedere attraverso qualcosa provenendo da un altro posto" e questo luogo d'origine è la contingenza, cioè la realtà stessa. Dichiarare che agiremo in un certo modo piuttosto che in un altro implica che abbiamo acquisito una certezza relativa all'oggetto delle nostre azioni: saremo perciò uomini giusti se terremo sempre in profonda considerazione il regno della possibilità, quell'universale se caratteristico della vita, come Kierkegaard ci direbbe. Nel fare il bene all'amico se egli è buono e ferire il nemico se è cattivo, dobbiamo anche ricordare gli imperativi categorici di Kant: "agisci in modo che il tuo principio possa essere una regola universale" e "non considerare gli altri come un mezzo ma come un fine". Questo significa che, al di là del loro essere amiche o nemiche, non dobbiamo strumentalizzare le persone o far loro ciò che non vorremmo che esse facessero a noi; è altresì vero che la reazione dovrebbe essere commisurata all'offesa ma senza dimenticare che siamo tutti umani, il che vuol dire estremamente inclini all'errore. Per concludere, qual è allora la nozione di uomo giusto? Cosa è giusto e cosa sbagliato? Chi sono gli amici e chi i nemici? La risposta risiede nei nostri cuori e nella contingenza che ci circonda: non esiste affatto una verità unica, universale, che possiamo usare come metro di valutazione, non vi sono idee platoniche che ci aiutino a conoscere senza ombra di dubbio quale sia la vera essenza di una cosa o di una persona. Solo l'esperienza è in grado di rispondere, una vera esperienza che ci cambi - come direbbe Gadamer. E' vero che i concetti di bene e male non sono empirici e che appartengono alla nostra natura metafisica, ma è anche vero che spesso essi dipendono dalle azioni. Così, prima di decidere se qualcuno sia un amico o un nemico, chi beneficare o ferire, forse dovremmo andare oltre l'apparenza ed il linguaggio e capire che, in ogni caso, non sapremo mai se avevamo ragione o torto prima che tutti i fatti si siano verificati. Comunque, anche se riuscissimo ad essere uomini giusti, potremmo davvero essere certi del fondamento del nostro essere giusti? Secondo Platone non potremmo: "non vi sarebbe alcuna differenza tra l'uomo giusto e quello ingiusto se il giusto possedesse l'anello di Gige" (La Repubblica)…

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