Le relazioni umane implicano un codice etico che possa definire
le regole del "gioco". Questo codice deve necessariamente rapportarsi con il
soggettivismo e con il prospettivismo: gli uomini hanno propri principi morali
che difficilmente possono infrangere. Inoltre, c'è un problema di definizione:
chi è colui che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Se ogni singola persona
ha le proprie regole, quali di queste, da particolari diventeranno universali ?
E' importante iniziare la nostra ricerca dalla cultura greca per trovare le
origini del concetto di nemico e di conseguenza stabilire la sua differenza con
l'amico; esisteva una sola parola per definire sia l'ospite che lo straniero:
xenos. Questa persona era diversa dai cittadini greci, proveniva da un'altra
città e doveva essere ospitata. Uno straniero non era un nemico. I Greci avevano
anche due tipi di guerra: la stasis e il polemos: la prima era negativa, inutile
ed improduttiva perché contro gli adelphoi, i fratelli, mentre la seconda era
positiva, utile e costruttiva perché contro i barbaroi. Questa parola crea
problemi: un barbaros era qualcuno che non parlava correntemente il greco, senza
balbettare. Quindi, era soltanto una differenza culturale che divideva i Greci
in amici e nemici ? Analizziamo ora ciò che accadeva nella cultura latina; la
parola hostis significava sia ospite che nemico: perché? L'hospes, cioè colui
che dava ospitalità ad uno straniero, ad uno xenos, ignorava se il suo ospite
fosse suo amico o nemico ma aveva l'obbligo di accoglierlo ugualmente,
altrimenti avrebbe contraddetto il suo essere host - anche in inglese la radice
semantica è la stessa. Tutto ciò comporta l'idea di una natura mutevole che è
costitutiva degli uomini e che li può trasformare da amici in nemici: non
abbiamo un ruolo fisso ma, al contrario, viviamo semplicemente in un limbo, tra
chi non siamo più e chi non siamo ancora. Continuando la nostra ricerca storica,
notiamo che non c'è più una differenziazione tra amico e nemico ma i relativi
concetti di bene e male sono ricondotti al soggetto individuale: gli uomini
stessi sono giusti o ingiusti, al di là del loro essere amici o nemici. "Gli
uomini non fanno il bene se non costretti; appena hanno la certezza
dell'impunità, fanno il male" diceva Machiavelli e anche Hobbes intendeva
qualcosa di simile quando sosteneva che "homo homini lupus". Forse possiamo
provare a dedurre il concetto di nemico ( e quindi di amico ) da ciò che Hobbes
diceva della libertà personale: se la mia personale libertà finisce laddove
inizia quella di un altro, allora un amico è una persona che non interferisce
con la sfera della mia libertà e un nemico è qualcuno che lo fa. E se una
persona agendo entro i limiti della propria libertà, facesse qualcosa che mi
danneggia? Sarebbe un amico che, approfittando di essere tale, agisse di fatto
come un nemico? In questa situazione potremmo avere dei problemi nel seguire il
principio etico che ci dice di "fare il bene ad un amico e il male ad un
nemico", dal momento che, decisamente, non sapremmo cosa è bene e cosa è male,
chi è un amico e chi un nemico. D'altra parte, se decidessimo di "fare il bene
all'amico se è buono e ferire il nemico se è cattivo", dovremmo affrontare la
possibilità di un amico che sia malvagio e di un nemico che sia buono...Così, se
un amico può essere sia buono che cattivo, e viceversa, ciò significa che i
concetti di bene e male non sono impliciti nell'"essere un amico" ed "essere un
nemico". La nozione di amico può essere o soggettiva o formale: una persona può
essere un "amico per me" ma un nemico per altri oppure può essere un amico solo
nominalmente, mentre nei fatti si comporta da nemico. Il linguaggio è
subordinato alle azioni, all'esperienza: sarebbe giusto fare il bene all'amico e
ferire il nemico a priori, senza verificare in cosa lo status astratto- formale
si traduce? E' più saggio fare il bene o il male a posteriori, cioè non tenendo
in considerazione la condizione formale di amico-nemico. E' l'esperienza, è l'a
posteriori, che ci può dire chi sia il vero amico o nemico, al di là
dell'apparenza. Non dobbiamo fermarci davanti a ciò che una parola evoca, ma
agire solo dopo aver osservato cosa le corrisponda all'atto pratico. Dobbiamo
diffidare delle convenzioni e dell'apparenza perché possono essere false nella
praxis. Perciò, se ci preme essere giusti, è corretto fare il bene all'amico
solo se egli è buono e di conseguenza sarebbe parimenti sbagliato ferire il
nemico se è buono. Se beneficassimo o danneggiassimo le persone basandoci
esclusivamente sullo status astratto di amico o nemico, non faremmo altro che
seguire la doxa, che noi tutti sappiamo essere ingannevole. Inoltre, essere un
nemico non implica necessariamente il male: possiamo decidere di chiamare
"nemico" qualcuno che è semplicemente diverso da noi, uno straniero …Questo
spiegherebbe sia perché nell'antica Grecia lo xenos non fosse un nemico e non
fosse cattivo, sia perché in latino la stessa parola designasse l'ospite e il
nemico. Il nostro status può cambiare così come noi stessi cambiamo: "panta
rei", diceva Eraclito, e la nostra finitudo, la nostra natura mutevole, non ci
devono spaventare. Saremo tanto più saggi quanto più accetteremo i nostri
limiti. Non dovremmo dimenticare che l'armonia degli opposti è estremamente
importante e che la stessa rilevanza appartiene al conflitto leale tra di essi:
"polemos panton pater basileus", Eraclito può aiutarci ancora. Quando c'è
differenza - per esempio tra bene e male, amico e nemico - c'è dialogo ed esso è
la base della nostra cultura: dall'interazione di due ( o più ) distanti e
diverse persone, opinioni, concetti, sentimenti, emerge il logos stesso, una
verità che non appartiene a nessuno, non è più o meno valida di un'altra, è
semplicemente una nuova creazione, un nuovo inizio. Così, fare il bene o il male
è una decisione privata, che dobbiamo prendere seguendo il nostro soggettivo
codice etico e basandoci sull'esperienza: ex-per-ientia significa letteralmente
"procedere attraverso qualcosa provenendo da un altro posto" e questo luogo
d'origine è la contingenza, cioè la realtà stessa. Dichiarare che agiremo in un
certo modo piuttosto che in un altro implica che abbiamo acquisito una certezza
relativa all'oggetto delle nostre azioni: saremo perciò uomini giusti se terremo
sempre in profonda considerazione il regno della possibilità, quell'universale
se caratteristico della vita, come Kierkegaard ci direbbe. Nel fare il bene
all'amico se egli è buono e ferire il nemico se è cattivo, dobbiamo anche
ricordare gli imperativi categorici di Kant: "agisci in modo che il tuo
principio possa essere una regola universale" e "non considerare gli altri come
un mezzo ma come un fine". Questo significa che, al di là del loro essere amiche
o nemiche, non dobbiamo strumentalizzare le persone o far loro ciò che non
vorremmo che esse facessero a noi; è altresì vero che la reazione dovrebbe
essere commisurata all'offesa ma senza dimenticare che siamo tutti umani, il che
vuol dire estremamente inclini all'errore. Per concludere, qual è allora la
nozione di uomo giusto? Cosa è giusto e cosa sbagliato? Chi sono gli amici e chi
i nemici? La risposta risiede nei nostri cuori e nella contingenza che ci
circonda: non esiste affatto una verità unica, universale, che possiamo usare
come metro di valutazione, non vi sono idee platoniche che ci aiutino a
conoscere senza ombra di dubbio quale sia la vera essenza di una cosa o di una
persona. Solo l'esperienza è in grado di rispondere, una vera esperienza che ci
cambi - come direbbe Gadamer. E' vero che i concetti di bene e male non sono
empirici e che appartengono alla nostra natura metafisica, ma è anche vero che
spesso essi dipendono dalle azioni. Così, prima di decidere se qualcuno sia un
amico o un nemico, chi beneficare o ferire, forse dovremmo andare oltre
l'apparenza ed il linguaggio e capire che, in ogni caso, non sapremo mai se
avevamo ragione o torto prima che tutti i fatti si siano verificati. Comunque,
anche se riuscissimo ad essere uomini giusti, potremmo davvero essere certi del
fondamento del nostro essere giusti? Secondo Platone non potremmo: "non vi
sarebbe alcuna differenza tra l'uomo giusto e quello ingiusto se il giusto
possedesse l'anello di Gige" (La Repubblica)…