Made by
IL PIACERE
di Gabriele D'Annunzio
A FRANCESCO PAOLO MICHETTI
Questo libro, composto nella tua casa dall'ospite bene accetto,
viene a te come un rendimento di grazie, come un
ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la
tua presenza m'era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che
seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità
del tuo ragionamento m'era esempio ed emendazione. Ne' dubbii che seguivano lo
sforzo dell'analisi, non di rado una tua sentenza profonda m'era di
lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello
spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che
intendi le leggi per cui si svolge l'interior vita dell'uomo come intendi le
leggi del disegno e del colore, a te che sei tanto acuto conoscitor di anime
quanto grande artefice di pittura io debbo l'esercizio e lo sviluppo della più
nobile tra le facoltà dell'intelletto: debbo l'abitudine dell'osservazione e
debbo, in ispecie, il metodo. Io sono ora, come te, convinto che c'è per noi un
solo oggetto di studii: la Vita. Siamo, in verità, assai lontani dal
tempo in cui, mentre tu nella Galleria Sciarra eri intento a penetrare i segreti
del Vinci e del Tiziano, io ti rivolgeva un saluto di rime sospiranti
all'Ideale che
non ha
tramonti,
alla
Bellezza che non sa dolori!
Ben, però, un vóto di quel tempo s'è compiuto. Siam tornati
insieme alla dolce patria, alla tua « vasta casa ». Non gli arazzi medìcei
pendono alle pareti, né convengono dame ai nostri decameroni, né i coppieri e i
levrieri di Paolo Veronese girano intorno alle mense, né i frutti soprannaturali
empiono i vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordinò a Maffeo di Clivate. Il
nostro desiderio è men superbo: e il nostro vivere è più primitivo, forse anche
più omerico e più eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni
d'Ajace, che interrompono i digiuni laboriosi.
Sorrido quando
penso che questo libro, nel quale io studio, non senza tristezza, tanta
corruzione e tanta depravazione e tanta sottilità e falsità e crudeltà vane, è
stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della tua casa, fra gli
ultimi stornelli della messe e le prime pastorali della neve, mentre insieme con
le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
Certo, se
nel mio libro è qualche pietà umana e qualche bontà, rendo mercede al tuo
figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d'una vita
che si schiude. Perfino lo spettacolo dell'aurora cede a quella
meraviglia.
Ecco, dunque, il volume. Se, leggendolo, l'occhio ti
corra più oltre e veda tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti,
come nella divina strofe di Catullo, semihiante labello, interrompi la
lettura. E le piccole calcagna rosee, dinanzi a te, premano le pagine dov'è
prappresentata tutta la miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia
simbolo e augurio.
Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran mercé.
Dal convento: secondo Carmine, 1889.
G. d'A.
Libro primo
I
L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro
spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel cel
di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la
piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in
corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo
alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo
Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco
del profumo ch'esalavan ne' vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano
immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di
stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di
quelle che sorgon dietro la Vergine del tondo di Sandro Botticelli alla
Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma:
i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare
imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli
aspettava nelle sue stanze un'amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti
una special cura d'amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola
tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante
ornate d'istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d'inimitabile
grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera
esametri d'Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a
melagrane d'argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva
i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul
tappeto.
L'orologio della Trinità de' Monti suonò le tre e mezzo.
Mancava mezz'ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov'era disteso e andò ad
aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell'appartamento; poi aprì un
libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con
lo sguardo dubitante. L'ansia dell'aspettazione lo pungeva così acutamente
ch'egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con
un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il
fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i
carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il
tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano
e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito
dell'aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo
amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un'ora di intimità. Ella aveva
molt'arte nell'accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle
pesanti con ambo le mani e rovesciava un po' indietro il capo ad evitar le
faville. Il suo corpo sul tappeto, nell'atto un po' faticoso, per i movimenti
de' muscoli e per l'ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture,
e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d'un pallor d'ambra che
richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le
estremità un po' correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi
direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della
metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l'opera, le
legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume
rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe' vetri lottavano qualche tempo.
L'odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva
presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva
l'abitudine, un po' crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch'eran ne'
vasi, alla fine d'ogni convegno d'amore. Quando tornava nella stanza, dopo
essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a
quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell'atto che ogni volta ella
faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l'altro
perché l'amante chino legasse i nastri delle scarpe ancóra
disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le
cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le
imagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni,
Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz'ora, certo, ella sarebbe
venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la
faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose
avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due
anni.
Il giorno del gran commiato fu appunto il venticinque di
marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una
carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora,
aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una
lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva
d'innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le
cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle
loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al
trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d'innanzi agli
sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di
tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale
vedevasi un sentiero fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura
abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di
sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell'ampio
mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio.
Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla
pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di
lei. Ambedue si credevano lontani dagli altri, soli; ma d'improvviso passava la
carrozza nera d'un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici
violacei, o una mandria di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte
ella disse:
- Scendiamo.
Nella campagna la luce
fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva; e, come gli alberi al vento
ondeggiavano, pareva per un'illusion visuale che l'ondeggiamento si comunicasse
a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul
terreno aspro:
- Io parto stasera. Questa è l'ultima
volta...
Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la
necessità della partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di
tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella seguitava.
Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la
carne del polso:
- Non più! Non più!
Si avanzavano
lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla donna, in quella
solitudine alta e grave, si sentì d'improvviso entrar nell'anima come l'orgoglio
d'una vita più libera, una sovrabbondanza di forze.
- Non
partire! Non partire! Io ti voglio ancóra, sempre...
Le nudò il
polso e insinuò le dita nella manica, tormentandole la pelle con un moto
inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.
Ella gli
volse uno di quegli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino. Il ponte era
da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il fiume pareva immobile e
metallico in tutta la lunghezza della sua sinuosità. I giunchi s'incurvavano su
la riva, e le acque urtavano leggermente alcune pertiche infisse nella creta per
reggere forse le lenze.
Allora egli cominciò ad incitarla con i
ricordi. Le parlava de' primi giorni, del ballo al Palazzo Farnese, della caccia
nella campagna del Divino Amore, degli incontri mattutini nella piazza di Spagna
lungo le vetrine degli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile,
quando ella usciva dal palazzo Barberini seguita dalle ciociare che le
offerivano nei canestri le rose.
- Ti ricordi? Ti
ricordi?
- Sì.
- E quella sera de' fiori, in
principio; quando io venni con tanti fiori... Tu eri sola, accanto alla
finestra: leggevi. Ti ricordi?
- Sì, sì.
- Io
entrai. Tu ti volgesti appena; tu mi accogliesti duramente. Che avevi? Io non
so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu incominciasti a parlare di
cose inutili, senza volontà e senza piacere. Io pensai, scorato: « Già ella non
mi ama più! » Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n'era piena. Io ti
veggo ancóra, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci affondasti
tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata pareva esangue e gli occhi
parevano alterati come da una specie di ebrietà...
- Segui,
segui! - disse Elena, con la voce fievole, china sul parapetto, incantata dal
fascino delle acque correnti.
- Poi, sul divano: ti ricordi? Io
ti ricoprivo il petto, le braccia, la faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu
risorgevi continuamente, porgendo la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Fra
la tua pelle e le mie labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo
il collo, tu rabbrividivi in tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi
lontano. Oh, allora... Avevi la testa affondata nei cuscini, il petto nascosto
dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e nulla era più amoroso e più dolce
che il piccolo tremito delle tue mani pallide su le mie tempie... Ti
ricordi?
- Sì. Segui!
Egli seguiva, crescendo
nella tenerezza. Inebriato delle sue parole, egli quasi perdeva la conscienza di
ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla luce, andavasi chinando
all'amante. Ambedue sentivano a traverso le vesti il contatto indeciso dei
corpi. Sotto di loro, le acque del fiume passavano lente e fredde alla vista; i
grandi giunchi sottili, come capigliature, vi si incurvavano entro ad ogni
soffio e fluttuavano largamente.
Poi non parlarono più; ma,
guardandosi, sentivano negli orecchi un rumore continuo che si prolungava
indefinitamente portando seco una parte dell'essere loro, come se qualche cosa
di sonoro sfuggisse dall'intimo del loro cervello e si spandesse ad empire tutta
la campagna circostante.
Elena, sollevandosi,
disse:
- Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere
acqua?
Si diressero allora verso l'osteria romanesca, passato il
ponte. Alcuni carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il
chiaror dell'occaso feriva il gruppo umano ed equino, con viva
forza.
Come i due entrarono, nella gente dell'osteria non avvenne
alcun moto di meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano intorno a
un braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pel rosso,
sonnecchiava in un angolo, tenendo ancóra fra i denti la pipa spenta. Due
giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi negli intervalli con
uno sguardo pieno d'ardor bestiale. E l'ostessa, una femmina pingue, teneva fra
le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.
Mentre Elena
beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le mostrava il bambino,
lamentandosi.
- Guardate, signora mia! Guardate, signora
mia!
Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza
miserevole; le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l'interno
della bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fossa di
già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora le muffe
vegetavano.
- Sentite, signora mia, le mani come sono fredde. Non
può più bere; non può più inghiottire; non può più dormire...
La
femmina singhiozzava. Gli uomini febbricitanti guardavano con occhi pieni di una
immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri fecero un atto
d'impazienza.
- Venite, venite! - disse Andrea ad Elena,
prendendole il braccio, dopo aver lasciato sul tavolo una moneta. E la trasse
fuori.
Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene
ora andavasi accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante
attraversava l'arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma più
lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La campagna
accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una general tinta
violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore.
- Povera
creatura! - mormorò Elena con suono profondo di misericordia, stringendosi al
braccio d'Andrea.
Il vento imperversava. Una torma di cornacchie
passò nell'aria accesa, in alto, schiamazzando.
Allora,
d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese l'anima di quei due,
in conspetto della solitudine. Pareva che qualche cosa di tragico e di eroico
entrasse nella loro passione. I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto
l'influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrestò.
- Non
posso più - ella disse, ansando.
La carrozza era ancóra lontana,
immobile, nel punto dove essi l'avevano lasciata.
- Ancóra un
poco, Elena! Ancóra un poco! Vuoi ch'io ti porti?
Andrea, preso
da un impeto lirico infrenabile, si abbandonò alle parole.
«
Perché ella voleva partire? Perché ella voleva spezzare l'incanto? i loro
destini ormai non erano legati per sempre? Egli aveva bisogno di lei per
vivere, degli occhi, della voce, del pensiero di lei... Egli era tutto penetrato
da quell'amore; aveva tutto il sangue alterato come da un veleno, senza rimedio.
Perché ella voleva fuggire? Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l'avrebbe prima
soffocata sul suo petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! »
Elena
ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza rispondere. Dopo un
poco, ella sollevò il braccio per far cenno al cocchiere di avanzarsi. I cavalli
scalpitarono.
- Fermatevi a Porta Pia - gridò la signora, salendo
nella carrozza insieme all'amante.
E con un movimento subitaneo
si offerse al desiderio di lui che le baciò la bocca, la fronte, i capelli, gli
occhi, la gola, avidamente, rapidamente, senza più respirare.
-
Elena! Elena!
Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza,
riflesso dalle case color di mattone. Si avvicinava nella strada il trotto
sonante di molti cavalli.
Elena, piegandosi su la spalla
dell'amante con una immensa dolcezza di sommessione, disse:
-
Addio, amore! Addio! Addio!
Come ella si sollevò, a destra e a
sinistra passarono a gran trotto dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti
dalla caccia della volpe. Uno, il duca di Beffi, passando rasente, si curvò in
arcione per guardare nello sportello.
Andrea non parlò più. Egli
sentiva ora tutto il suo essere mancare in un abbattimento infinito. La puerile
debolezza della sua natura, sedata la prima sollevazione, gli dava ora un
bisogno di lacrime. Egli avrebbe voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la
pietà della donna con le lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa d'una
vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei
capelli.
- Addio - ripeté Elena.
Sotto l'arco
della Porta Pia la carrozza si fermava, perché egli
discendesse.
Così dunque, aspettando, Andrea rivedeva nella
memoria quel giorno lontano; rivedeva tutti i gesti, riudiva tutte le parole.
Che aveva fatto egli, appena scomparsa la carrozza di Elena verso le Quattro
Fontane? Nulla, in verità, di straordinario. Anche allora, come sempre, appena
lontano l'oggetto immediato da cui il suo spirito traeva quella specie di
esaltazione fatua, egli aveva riacquistato quasi d'un tratto la tranquillità, la
conscienza della vita comune, l'equilibrio. Era salito su una vettura publica
per tornare a casa; là s'era messo l'abito nero, come al solito, non
dimenticando alcuna particolarità di eleganza; ed era andato a pranzo da sua
cugina, come in ogni altro mercoledì, al palazzo Roccagiovine. Tutte le cose
dell'esistenza esteriore avevano su lui un gran potere d'oblio, lo occupavano,
lo eccitavano al godimento rapido dei piaceri mondani.
Quella
sera, infatti, il raccoglimento gli era venuto assai tardi, quando cioè
rientrando nella sua casa aveva veduto brillare sopra un tavolo il piccolo
pettine di tartaruga dimenticato da Elena due giorni innanzi. Allora, in
compenso, tutta la notte, aveva sofferto, e con molti artifici del pensiero
aveva acuito il suo dolore.
Ma il momento si approssimava.
L'orologio della Trinità de' Monti suonò le tre e tre quarti. Egli pensò, con
una trepidazione profonda: « Fra pochi minuti Elena sarà qui. Quale atto io farò
accogliendola? Quali parole io le dirò? »
L'ansia in lui era
verace e l'amore per quella donna era in lui rinato veracemente; ma la
espressione verbale e plastica de' sentimenti in lui era sempre così
artificiosa, così lontana dalla semplicità e dalla sincerità, che egli ricorreva
per abitudine alla preparazione anche ne' più gravi commovimenti
dell'animo.
Cercò d'imaginare la scena; compose alcune frasi;
scelse con gli occhi intorno il luogo più propizio al colloquio. Poi anche si
levò per vedere in uno specchio se il suo volto era pallido, se rispondeva alla
circostanza. E il suo sguardo, nello specchio, si fermò alle tempie,
all'attaccatura dei capelli, dove Elena allora soleva mettere un bacio
delicato. Aprì le labbra per mirare la perfetta lucentezza dei denti e la
freschezza delle gengive, ricordando che un tempo ad Elena piaceva in lui sopra
tutto la bocca. La sua vanità di giovine viziato ed effeminato non trascurava
mai nell'amore alcun effetto di grazia o di forma. Egli sapeva, nell'esercizio
dell'amore, trarre dalla sua bellezza il maggior possibile godimento. Questa
felice attitudine del corpo e questa acuta ricerca del piacere appunto gli
cattivavano l'animo delle donne. Egli aveva in sé qualche cosa di Don Giovanni e
di Cherubino: sapeva essere l'uomo di una notte erculea e l'amante timido,
candido, quasi verginale. La ragione del suo potere stava in questo: che,
nell'arte d'amare, egli non aveva ripugnanza ad alcuna finzione, ad alcuna
falsità, ad alcuna menzogna. Gran parte della sua forza era nella
ipocrisia.
« Quale atto io farò accogliendola? Quali parole io le
dirò? » Egli si smarriva, mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva già con
quali disposizioni Elena sarebbe venuta.
L'aveva incontrata la
mattina innanzi per la via de' Condotti, mentre ella guardava nelle vetrine. Era
tornata a Roma da pochissimi giorni, dopo una lunga assenza oscura. L'incontro
improvviso aveva dato ad ambedue una commozione viva; ma la publicità della
strada li aveva costretti ad un riserbo cortese, cerimonioso, quasi freddo. Egli
le aveva detto, con un'aria grave, un po' triste, guardandola negli occhi: - Ho
tante cose da raccontarvi, Elena. Venite da me, domani? Nulla è mutato nel
buen retiro. - Ella aveva risposto, semplicemente: - Bene; verrò.
Aspettatemi alle quattro, circa. Ho anch'io qualche cosa da dirvi. Ora
lasciatemi.
Ella aveva accettato sùbito l'invito, senza
esitazione alcuna, senza metter patti, senza mostrar di dare importanza alla
cosa. Una tal prontezza aveva da prima suscitato in Andrea non so qual
preoccupazione vaga. Sarebbe ella venuta come un'amica o come un'amante? Sarebbe
venuta a riallacciare l'amore o a rompere ogni speranza? In quei due anni che
era mai accaduto nell'animo di lei? Andrea non sapeva; ma gli durava ancóra la
sensazione avuta dallo sguardo di lei, nella strada, quando egli erasi inchinato
a salutarla. Era pur sempre il medesimo sguardo, così dolce, così profondo, così
lusinghevole, tra i lunghissimi cigli.
Mancavano due o tre minuti
all'ora. L'ansia dell'aspettante crebbe a tal punto ch'egli credeva di
soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità.
Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede
sull'ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto
di piazza ch'è d'innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un
poco ondeggiante risonare sul lastrico, se la piazza era
silenziosa.
L'orologio batté le quattro. Giungeva dalla piazza di
Spagna e dal Pincio il romore delle vetture. Molta gente camminava sotto gli
alberi, d'innanzi alla Villa Medici. Due donne stavano sul sedile di pietra,
sotto la chiesa, a guardia di alcuni bimbi che correvano intorno l'obelisco.
L'obelisco era tutto roseo, investito dal sole declinante; e segnava un'ombra
lunga, obliqua, un po' turchina. L'aria diveniva rigida, come più s'appressava
il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d'oro, contro un cielo pallidissimo
sul quale già i cipressi del Monte Mario si disegnavano
neri.
Andrea trasalì. Vide un'ombra apparire in cima alla piccola
scala che costeggia la casa dei Casteldelfino e discende su la piazzetta
Mignanelli. Non era Elena; ma una signora che voltò per la via Gregoriana,
camminando adagio.
« S'ella non venisse? » dubitò, ritraendosi
dalla finestra. E nel ritrarsi dall'aria fredda, sentì più molle il tepore della
stanza, più acuto il profumo del ginepro e delle rose, più misteriosa l'ombra
delle tende e delle portiere. Pareva che in quel momento la stanza fosse tutta
pronta ad accogliere la donna desiderata. Egli pensò alla sensazione che Elena
avrebbe avuto entrando. Certo, ella sarebbe stata vinta da quella dolcezza così
piena di memorie; avrebbe d'un tratto perduta ogni nozione della realtà, del
tempo; avrebbe creduto di trovarsi ad uno de' convegni abituali, di non aver mai
interrotta quella pratica di voluttà, d'esser pur sempre la Elena d'una volta.
Se il teatro dell'amore era immutato, perché sarebbe mutato l'amore? Certo, ella
avrebbe sentita la profonda seduzione delle cose una volta
dilette.
Allora cominciò nell'aspettante una nuova tortura. Gli
spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno
poetico dànno alle cose un'anima sensibile e mutabile come l'anima umana; e
leggono in ogni cosa, nelle forme, ne' colori, ne' suoni, ne' profumi, un
simbolo trasparente, l'emblema d'un sentimento o d'un pensiero; ed in ogni
fenomeno, in ogni combinazion di fenomeni credono indovinare uno stato psichico,
una significazione morale. Talvolta la visione è così lucida che produce in
quegli spiriti un'angoscia: si sentono essi come soffocare dalla pienezza della
vita rivelata e si sbigottiscono de' loro stessi fantasmi.
Andrea
vide nell'aspetto delle cose intorno riflessa l'ansietà sua; e come il suo
desiderio si sperdeva inutilmente nell'attesa e i suoi nervi s'indebolivano,
così parve a lui che l'essenza direi quasi erotica delle cose anche vaporasse e
si dissipasse inutilmente. Tutti quegli oggetti, in mezzo a' quali egli aveva
tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa
della sua sensibilità. Non soltanto erano testimoni de' suoi amori, de' suoi
piaceri, delle sue tristezze, ma eran partecipi. Nella sua memoria, ciascuna
forma, ciascun colore armonizzava con una imagine muliebre, era una nota in un
accordo di bellezza, era un elemento in una estesi di passione. Per la natura
del suo gusto, egli ricercava negli amori un gaudio molteplice: il complicato
diletto di tutti i sensi, l'alta commozione intelettuale, gli abbandoni del
sentimento, gli impeti della brutalità. E poiché egli ricercava con arte, come
un estetico, traeva naturalmente dal mondo delle cose molta parte della sua
ebrezza. Questo delicato istrione non comprendeva la comedia dell'amore senza
gli scenarii.
Perciò la sua casa era un perfettissimo teatro; ed
egli era un abilissimo apparecchiatore. Ma nell'artificio quasi sempre egli
metteva tutto sé; vi spendeva la ricchezza del suo spirito largamente; vi si
obliava così che non di rado rimaneva ingannato dal suo stesso inganno,
insidiato dalla sua stessa insidia, ferito dalle sue stesse armi, a somiglianza
d'un incantatore il quale fosse preso nel cerchio stesso del suo
incantesimo.
Tutto, intorno, aveva assunto per lui quella
inesprimibile apparenza di vita che acquistano, ad esempio, gli arnesi sacri, le
insegne d'una religione, gli strumenti d'un culto, ogni figura su cui si
accumuli la meditazione umana o da cui l'imaginazione umana poggi a una qualche
ideale altezza. Come una fiala rende dopo lunghi anni il profumo dell'essenza
che vi fu un giorno contenuta, così certi oggetti conservavano pur qualche vaga
parte dell'amore onde li aveva illuminati e penetrati quel fantastico amante. E
a lui veniva da loro una incitazione tanto forte ch'egli n'era turbato talvolta
come dalla presenza d'un potere soprannaturale.
Pareva, in vero,
ch'egli conoscesse direi quasi la virtualità afrodisiaca latente in ciascuno di
quegli oggetti e la sentisse in certi momenti sprigionarsi e svolgersi e
palpitare intorno a lui. Allora, s'egli era nelle braccia dell'amata, dava a sé
stesso ed al corpo ed all'anima di lei una di quelle supreme feste il cui solo
ricordo basta a rischiarare una intiera vita. Ma s'egli era solo, un'angoscia
grave lo stringeva, un rammarico inesprimibile, al pensiero che quel grande e
raro apparato d'amore si perdeva inutilmente.
Inutilmente! Nelle
alte coppe fiorentine le rose, anch'esse aspettanti, esalavano tutta la intima
lor dolcezza. Sul divano, alla parete, i versi argentei in gloria della donna e
del vino, frammisti così armoniosamente agli indefinibili colori serici nel
tappeto persiano del XVI secolo, scintillavano percossi dal tramonto, in un
angolo schietto disegnato dalla finestra, e rendevan più diafana l'ombra vicina,
propagavano un bagliore ai cuscini sottostanti. L'ombra, ovunque, era diafana e
ricca, quasi direi animata dalla vaga palpitazion luminosa che hanno i santuarii
oscuri ov'è un tesoro occulto. Il fuoco nel camino crepitava; e ciascuna delle
sue fiamme era, secondo l'imagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in
una luce sempre mobile. Pareva all'amante che ogni forma, che ogni colore, che
ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza, in quell'attimo.
Ed ella non veniva! Ed ella non veniva!
Sorse
allora nella mente di lui, per la prima volta, il pensiero del
marito.
Elena non era più libera. Aveva rinunziato alla bella
libertà della vedovanza, passando in seconde nozze con un gentiluomo
d'Inghilterra, con un Lord Humphrey Heathfield, alcuni mesi dopo l'improvvisa
partenza da Roma. Andrea infatti si ricordava di aver visto l'annunzio del
matrimonio in una cronaca mondana, nell'ottobre del mille ottocento ottanta
cinque; e d'aver sentito fare su la nuova Lady Helen Heathfield una infinità di
commenti per tutte le villeggiature di quell'autunno romano. Anche si ricordava
di avere incontrato una decina di volte, nel precedente inverno, quel Lord
Humphrey ai sabati della principessa Giustiniani-Bandini e nelle vendite
publiche. Era un uomo di quarant'anni, d'una biondezza cinerea, calvo su le
tempie, quasi esangue, con due occhi chiari ed acuti, con una grande fronte
sporgente solcata di vene. Il suo nome, Heatfield, era ben quello del
luogotenente generale che fu l'eroe della celebre difesa di Gibilterra
(1779-83), reso immortale anche dal pennello di Joshua
Reynolds.
Qual parte aveva quell'uomo nella vita di Elena? Da
quali legami, oltre che dalle nozze, era Elena legata a colui? Quali
transformazioni aveva operato in lei il contatto materiale e spirituale del
marito?
Gli enigmi sorsero d'un tratto nell'animo di Andrea,
tumultuariamente. In mezzo al tumulto, gli apparve netta e precisa l'imagine del
connubio fisico di que' due; e il dolore fu così insopportabile ch'egli si levò
col balzo istintivo d'un uomo il quale si senta d'improvviso ferire in un membro
vitale. Attraversò la stanza, uscì nell'anticamera, origliò alla porta ch'egli
aveva lasciata socchiusa. Eran quasi le cinque meno un
quarto.
Dopo un poco, egli udì su per le scale un passo, un
fruscìo di vesti, un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il
sangue gli si mosse con tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione,
egli credeva di smarrire le forze e di cadere. Ma pure udì il suono del piede
feminile su gli ultimi gradini, un respiro più lungo, il passo sul pianerottolo,
su la soglia. Elena entrò.
- Oh, Elena!
Finalmente.
Era in quelle parole così profonda l'espressione
dell'angoscia durata che alla donna apparve su le labbra un'indefinibile
sorriso, misto di misericordia e di piacere. Egli le prese la destra, ch'era
senza guanto, traendola verso la stanza. Ella ansava ancóra; ma aveva per tutto
il volto diffusa una lieve fiamma, sotto il velo nero.
-
Perdonatemi, Andrea. Ma non ho potuto liberarmi prima d'ora. Tante visite...
tanti biglietti da restituire... Sono giornate faticose. Non ne posso più. Come
fa caldo qui! Che profumo!
Ella stava ancóra in piedi, nel mezzo
della stanza; un po' titubante e preoccupata, sebbene parlasse rapida e leggera.
Un mantello di panno Carmélite, con maniche nello stile dell'Impero
tagliate dall'alto in larghi sgonfi, spianate e abbottonate al polso, con un
immenso bavero di volpe azzurra per unica guarnitura, le copriva tutta la
persona senza toglierle la grazia della snellezza. Ella guardava Andrea, con gli
occhi pieni di non so che sorriso tremulo che ne velava l'acuta indagine.
Disse:
- Voi siete un poco mutato. Non saprei dirvi in che. Avete
ora nella bocca, per esempio, qualche cosa di amaro ch'io non
conosceva.
Disse queste parole con un tono di familiarità
affettuosa. La voce di lei, risonando nella stanza, dava ad Andrea un diletto
così vivo ch'egli esclamò:
- Parlate, Elena; parlate
ancóra!
Ella rise. E domandò:
-
Perché?
Egli rispose, prendendole la mano:
- Voi
lo sapete.
Ella ritrasse la mano; e guardò il giovine fin dentro
gli occhi.
- Io non so più nulla.
- Voi siete
dunque mutata?
- Molto mutata.
Già il « sentimento
» li traeva ambedue. La risposta di Elena chiariva d'un tratto il problema.
Andrea comprese; e, rapidamente ma precisamente, per un fenomeno d'intuizione
non raro in certi spiriti esercitati all'analisi dell'essere interiore,
intravide l'attitudine morale della visitatrice e lo svolgimento della scena che
doveva seguire. Egli però era già tutto invaso dalla malia di quella donna, come
una volta. Inoltre, la curiosità lo pungeva forte. Disse:
- Non
sedete?
- Sì, un momento.
- Là, su la
poltrona.
- Ah, la mia poltrona! - ella stava per dire,
con un moto spontaneo, poiché l'aveva riconosciuta; ma si
trattenne.
Era una seggiola ampia e profonda, ricoperta d'un
cuoio antico, sparso di Chimere pallide a rilievo, in sul gusto di quello che
ricopre le pareti d'una stanza del palazzo Chigi. Il cuoio aveva preso quella
tinta calda e opulenta che ricorda certi fondi di ritratti veneziani, o un bel
bronzo conservante appena una traccia di doratura o una scaglia di tartaruga
fina da cui trasparisca una foglia d'oro. Un gran cuscino, tagliato in una
dalmatica, d'un colore assai disfatto, di quel colore che i setaiuoli fiorentini
chiamavano rosa di gruogo, rendeva molle la spalliera.
Elena
sedette. Posò su l'orlo della tavola da tè il guanto destro e il portabiglietti
ch'era una sottile guaina d'argento liscio con sopra incise due giarrettiere
allacciate, recanti un motto. Quindi si tolse il velo, sollevando le braccia per
sciogliere il nodo dietro la testa; e l'atto elegante destò qualche onda lucida
nel velluto: alle ascelle, lungo le maniche, lungo il busto. Poiché il calore
del camino era soverchio, ella si fece schermo con la mano nuda che s'illuminò
come un alabastro rosato: gli anelli nel gesto scintillarono. Ella
disse:
- Coprite il fuoco; vi prego. Brucia
troppo.
- Non vi piace più la fiamma? Ed eravate, un tempo, una
salamandra! Questo camino è memore...
- Non movete le memorie -
ella interruppe. - Coprite dunque il fuoco, e accendete un lume. Io farò il
tè.
- Non volete togliervi il mantello?
- No,
perché debbo andar via presto. E' già tardi.
- Ma
soffocherete.
Ella si levò, con un piccolo atto
d'impazienza.
- Aiutatemi, allora.
Andrea sentì,
nel toglierle il mantello, il profumo di lei. Non era più quello d'una volta; ma
era d'una tal bontà che gli giunse fino ai precordii.
- Avete un
altro profumo - egli disse, con un accento singolare.
Rispose
ella, semplicemente:
- Sì. Vi piace?
Andrea,
ancóra tenendo il mantello fra le mani, affondò il volto nella pelliccia che
ornava il collo e che più quindi era profumata dal contatto della carne e de'
capelli di lei. Poi chiese:
- Come si chiama?
- E'
senza nome.
Ella di nuovo sedette su la poltrona, entrando nel
chiaror della fiamma. Aveva un abito nero, tutto composto di merletti in mezzo a
cui brillavano perline innumerevoli, nere e d'acciaio.
Il
crepuscolo moriva contro i vetri. Andrea accese su i candelabri di ferro certe
candele attorte, di colore aranciato molto intenso. Poi trasse d'innanzi al
caminetto il parafuoco.
Ambedue, in quell'intervallo di silenzio,
erano nell'animo perplessi. Elena non aveva la conscienza esatta del momento, né
la sicurezza di sé; pur tentando uno sforzo, non riusciva a riafferrare il suo
proposito, a raccogliere le sue intenzioni, a riprendere la sua volontà.
D'innanzi a quell'uomo a cui un tempo l'aveva stretta una così alta passione, in
quel luogo dove ella aveva vissuto la sua più ardente vita, sentiva a poco a
poco tutti i pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi. Ormai il suo spirito
stava per entrare in quello stato delizioso, direi quasi di fluidità
sentimentale, in cui riceve ogni movimento, ogni attitudine, ogni forma dalle
vicende esterne, come un vapore aereo dalle mutazioni dell'atmosfera. Esitava,
prima di abbandonarvisi.
Andrea disse, piano, quasi
umile:
- Va bene, così?
Ella gli sorrise, senza
rispondere, poiché quelle parole le avevano dato un diletto indefinibile, quasi
un tremolio di dolcezza a sommo del petto. Incominciò la sua opera delicata.
Accese la lampada sotto il vaso dell'acqua; aprì la scatola di lacca, dov'era
conservato il tè, e mise nella porcellana una quantità misurata d'aroma; poi
preparò due tazze. I suoi gesti erano lenti e un poco irresoluti, come di chi
operando abbia l'animo rivolto ad altro oggetto; le sue mani bianche e purissime
avevano nel muoversi una leggerezza quasi di farfalle, non parendo toccare le
cose ma appena sfiorarle; dai suoi gesti, dalle sue mani, da ogni lieve
ondulamento del suo corpo usciva non so che tenue emanazion di piacere e andava
a blandire il senso dell'amante.
Andrea, seduto da presso, la
guardava con gli occhi un poco socchiusi, bevendo per le pupille il fascino
voluttuoso che nasceva da lei. Era come se ogni moto divenisse per lui tangibile
idealmente. Quale amante non ha provato questo inesprimibile gaudio, in cui par
quasi che la potenza sensitiva del tatto si affini così da avere la sensazione
senza la immediata materialità del contatto?
Ambedue tacevano.
Elena s'era abbandonata sul cuscino: aspettava che l'acqua bollisse. Guardando
la fiamma azzurra della lampada, toglieva dalle dita gli anelli, e se li
rimetteva di continuo, smarrita in un'apparenza di sogno. Non era un sogno, ma
come una rimenbranza vaga, ondeggiante, confusa, fuggevole. Tutte le momorie
dell'amor passato le risorgevano nello spirito, ma senza chiarezza: e le davano
una espressione incerta ch'ella non sapeva se fosse un piacere o un dolore.
Pareva come quando da molti fiori estinti, de' quali ciascuno ha perduto ogni
singolarità di colori e di effluvi, nasce una comune esalazione in cui e'
possibile riconoscere i diversi elementi. Pareva ch'ella portasse in sé l'ultimo
alito dei ricordi già spirati, l'ultima traccia delle gioie già scomparse,
l'ultimo risentimento della felicità già morta, qualche cosa di simile a un
vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza contorno, interrotte.
Ella non sapeva se fosse un piacere o un dolore; ma a poco a poco
quell'agitazione misteriosa, quella inquietudine indefinibile aumentavano e le
gonfiavano il cuore di dolcezza e di amarezza. I presentimenti oscuri, i segreti
rimpianti, i timori superstiziosi, le aspirazioni combattute, i dolori
soffocati, i sogni travagliati, i desiderii non appagati, tutti quei torbidi
elementi che componevano l'interior vita di lei ora si rimescolavano e
tempestavano.
Ella taceva, tutta raccolta in sé. Mentre il suo
cuore quasi traboccava, ella godeva accumularvi ancóra col silenzio la
commozione. Parlando, ella l'avrebbe dispersa.
Il vaso dell'acqua
incominciò a levare il bollore pianamente.
Andrea su la sedia
bassa, tenendo il gomito poggiato al ginocchio e il mento nella palma, guardava
ora la bella creatura con tale intensità ch'ella, pur non volgendosi, sentiva su
la sua persona quella persistenza e ne aveva quasi un vago malessere fisico.
Andrea, guardandola, pensava: « Io ho posseduto questa donna, un giorno. » Egli
ripeteva a sé stesso l'affermazione, per convincersi; e faceva, per convincersi,
uno sforzo mentale, richiamava alla memoria una qualche attitudine di lei nel
piacere, cercava di rivederla fra le sue braccia. La certezza del possesso gli
sfuggiva. Elena gli pareva una donna nuova, non mai goduta, non mai
stretta.
Ella era, in verità, ancor più desiderabile che una
volta. L'enigma quasi direi plastico della sua bellezza era ancor più oscuro e
attirante. La sua testa dalla fronte breve, dal naso dritto, dal sopracciglio
arcuato, d'un disegno così puro, così fermo, così antico, che pareva essere
uscita dal cerchio d'una medaglia siracusana, aveva negli occhi e nella bocca un
singolar contrasto di espressione: quell'espressione passionata, intensa,
ambigua, sopraumana, che solo qualche moderno spirito, impregnato di tutta la
profonda corruzione dell'arte, ha saputo infondere in tipi di donna immortali
come Monna Lisa e Nelly O' Brien.
« Altri ora la possiede »
pensava Andrea, guardandola. « Altre mani la toccano, altre labbra la baciano. »
E, mentre egli non giungeva a formar nella fantasia l'imagine dell'unione di sé
con lei, vedeva nuovamente invece, con implacabile precisione, l'altra imagine.
E una smania l'invadeva, di sapere, di scoprire, d'interrogare,
acutissima.
Elena s'era chinata al tavolo, poiché il vapore
fuggiva, per la commessura del coperchio, dal vaso bollente. Versò appena un
poco d'acqua su tè; poi mise due pezzi di zucchero in una sola tazza; poi versò
sul tè altra acqua; poi spense la fiamma azzurra. Ella fece tutto questo con una
cura quasi tenera, ma senza mai volgersi ad Andrea. L'interno tumulto
risolvevasi ora in un intenerimento così molle ch'ella si sentiva chiudere la
gola e inumidire gli occhi; e non poteva resistere. Tanti pensieri contrarii,
tante contrarie agitazioni e alterazioni dell'animo si raccoglievano ora in una
lacrima.
Ella, per un gesto, urtò il portabiglietti d'argento,
che cadde sul tappeto. Andrea lo raccolse, e guardò le due giarrettiere incise.
Portava ciascuna un motto sentimentale: From Dreamland - A stranger
hither; Dal Paese del Sogno - Straniera qui.
Com'egli levava
gli occhi, Elena gli offerì la tazza fumante, con un sorriso un poco velato
dalla lacrima.
Vide egli quel velo; e innanzi a quell'inaspettato
segno di tenerezza fu invaso da un tale impeto d'amore e di riconoscenza che
posò la tazza, s'inginocchiò, prese la mano d'Elena, sopra vi mise la
bocca.
- Elena! Elena!
Le parlava a voce bassa, in
ginocchio, così da vicino che pareva volesse beverne l'alito. L'ardore era
sincero, mentre le parole talvolta mentivano. « Egli l'amava, l'aveva sempre
amata, non aveva mai mai mai potuto dimenticarla! aveva sentito, rincontrandola,
tutta la sua passione insorgere con tal violenza che n'aveva avuto quasi
terrore: una specie di terrore ansioso, come s'egli avesse intravisto, in un
lampo, lo sconvolgimento di tutta la sua vita. »
- Tacete!
Tacete! - disse Elena, con il volto atteggiato di dolore,
pallidissima.
Andrea seguitava, sempre in ginocchio, accendendosi
nell'imaginazione del sentimento. « Egli aveva sentito trascinar via da lei, in
quella fuga improvvisa, la maggior e miglior parte di sé. Dopo, egli non sapeva
dirle tutta la miseria dei suoi giorni, l'angoscia de' suoi rimpianti, l'assidua
implacabile divorante sofferenza interiore. La tristezza era per lui in fondo a
tutte le cose. La fuga del tempo gli era un supplizio insopportabile. Non tanto
egli rimpiangeva i giorni felici quanto si doleva de' giorni che ora passavano
inutilmente per la felicità. Quelli almeno gli avevan lasciato un ricordo:
questi gli lasciavano un rammarico profondo, quasi un rimorso... La sua vita si
consumava in sé stessa, portando in sé la fiamma inestinguibile d'un sol
desiderio, l'incurabile disgusto d'ogni altro godimento. Talvolta lo assalivano
impeti di cupidigia quasi rabbiosi, disperati ardori verso il piacere; ed era
come una ribellion violenta del cuore non saziato, come un sussulto della
speranza che non si rassegnava a morire. Talvolta anche gli pareva d'esser
ridotto a nulla; e rabbrividiva innanzi ai grandi abissi vacui del suo essere:
di tutto l'incendio della sua giovinezza non gli restava che un pugno di cenere.
Talvolta anche, a simiglianza d'uno di que' sogni che si dileguano su l'alba,
tutto il suo passato, tutto il suo presente si dissolvevano; si distaccavano
dalla sua conscienza e cadevano, come una spoglia fragile, come una veste vana.
Egli non si ricordava più di nulla, come un uomo escito da una lunga infermità,
come un convalescente stupefatto. Egli alfine obliava; sentiva l'anima sua
entrar dolcemente nella morte... Ma, d'improvviso, su da quella specie di
tranquillità obliosa scaturiva un nuovo dolore e l'idolo abbattuto risorgeva più
alto come un germe indistruttibile. Ella, ella era l'idolo che seduceva
in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze
dell'intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell'anima chiuse ad
ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per
sempre... »
Andrea mentiva; ; ma la sua eloquenza era così calda,
la sua voce era così penetrante, il tócco delle sue mani era così amoroso, che
Elena fu invasa da una infinita dolcezza.
- Taci! - ella disse. -
Io non debbo ascoltarti; io non sono più tua; io non potrò essere tua più mai.
Taci! Taci!
- No, ascoltami.
- Non voglio. Addio.
Bisogna ch'io vada. Addio, Andrea. E' già tardi, lasciami.
Ella
sviluppò la mano dalla stretta del giovine; e, superando ogni interno languore,
fece atto di levarsi.
- Perché dunque sei venuta? - chiese egli,
con la voce un po' roca, impedendole quell'atto.
Sebbene la
violenza fosse lievissima, ella corrugò i sopraccigli, ed esitò prima di
rispondere.
- Son venuta - ella rispose, con una certa lentezza
misurata, guardando l'amante negli occhi - son venuta perché tu m'hai chiamata.
Per l'amore d'una volta, per il modo con cui quell'amore fu rotto, per il lungo
silenzio oscuro della lontananza, io non avrei potuto senza durezza ricusare
l'invito. E poi, io voleva dirti quel che t'ho detto: c'hio non sono più tua,
che non potrò essere tua più mai. Volevo dirti questo, lealmente, per evitare a
me e a te qualunque inganno doloroso, qualunque pericolo, qualunque amarezza,
nell'avvenire. Hai inteso?
Andrea chinò il capo, quasi su le
ginocchia di lei, in silenzio. Ella gli toccò i capelli, col gesto un tempo
familiare.
- E poi - seguitò, con una voce che mise a lui un
brivido in tutte le fibre - e poi... volevo dirti ch'io ti amo, ch'io ti amo non
meno d'una volta, che ancóra tu sei l'anima dell'anima mia, e che io voglio
essere la tua sorella più cara, la tua amica più dolce. Hai
inteso?
Andrea non si mosse. Ella, prendendo le tempie di lui fra
le sue mani, gli sollevò la fronte; lo costrinse a guardarla negli
occhi.
- Hai frainteso? - ripeté, con una voce anche più tenera e
più sommessa.
I suoi occhi, all'ombra de' lunghi cigli, parevano
come suffusi d'un qualche olio purissimo e sottilissimo. La sua bocca, un poco
aperta, aveva nel labbro superiore un piccolo tremito.
- No; tu
non mi amavi, tu non mi ami! - ruppe infine Andrea, togliendosi dalle tempie le
mani di lei e traendosi indietro, poiché sentiva già nelle vene il fuoco
insinuante ch'esalavano anche involontariamente quelle pupille e provava più
acre il dolore d'aver perduto il possesso materiale della bellissima donna. - Tu
non mi amavi! Tu, allora avesti cuore d'uccidere l'amor tuo,
d'improvviso, quasi a tradimento, mentre ti dava la sua ebrezza più forte. Tu mi
fuggisti, tu mi abbandonasti, tu mi lasciasti solo, sbigottito, tutto doloroso,
a terra, mentre io ero ancóra accecato di promesse. Tu non mi amavi, tu non mi
ami! Dopo una lontananza così lunga, piena di misteri, muta e inesorabile; dopo
una così lunga attesa, in cui ho consunto il fiore della mia vita a nutrire una
tristezza che m'era cara perché mi veniva da te; dopo tanta felicità e dopo
tanta sciagura, ecco, tu rientri in un luogo dove ogni cosa per noi costudisce
un ricordo ancóra vivo, e mi dici soavemente: « Io non sono più tua. Addio. »
Ah, tu non mi ami!
- Ingrato! Ingrato! - esclamò Elena, ferita
dalla voce quasi irosa del giovine. - Che sai tu di quel ch'è accaduto, di quel
ch'io ho sofferto? Che sai?
- Io non so nulla, io non voglio
nulla sapere - rispose Andrea, duramente, involgendola d'uno sguardo un po'
torbido, in fondo a cui tralucevano i suoi desideri esasperati. - Io so che tu
fosti mia, un giorno, tutta quanta, con un abbandono senza ritegno, con una
voluttà senza misura, come non mai alcuna altra donna; e so che né il mio
spirito né la mia carne dimenticheranno mai quella ebrezza...
-
Taci!
- Che fa a me la tua pietà di sorella? Tu, contro il tuo
volere, ma la offri guardandomi con occhi d'amante, toccandomi con mani
malsicure. Troppe volte ho veduto i tuoi occhi spengersi nel gaudio; troppe
volte le tue mani m'han sentito rabbrividire. Io ti
desidero.
Incitato dalle sue stesse parole, egli la strinse forte
ai polsi ed appressò la sua faccia a quella di lei così ch'ella ebbe in su la
bocca il caldo alito.
- Io ti desidero, come non mai - seguitò
egli, cercando d'attirarla al suo bacio, circondandole con un braccio il busto.
- Ricórdati! Ricórdati!
Elena si levò respingendolo. Tremava
tutta.
- Non voglio. Intendi?
Egli non intendeva.
Si riavvicinava ancóra, con le braccia tese, per prenderla: pallidissimo,
risoluto.
- Soffriresti tu - gridò ella con la voce un po'
soffocata, non potendo patire la violenza - soffriresti tu di spartire con altri
il mio corpo?
Ella aveva profferita quella domanda crudele, senza
pensare. Ora, con gli occhi molto aperti, guardava l'amante: ansiosa e quasi
sbigottita, come chi per salvarsi abbia vibrato un colpo senza misurarne la
forza, e tema di aver ferito troppo nel profondo.
L'ardore di
Andrea cadde d'un tratto. E gli si dipinse sul volto un dolor così grave che la
donna n'ebbe al cuore una fitta.
Andrea disse, dopo un intervallo
di silenzio:
- Addio.
In quella sola parola era
l'amarezza di tutte le altre parole ch'egli aveva ricacciate
indietro.
Elena rispose dolcemente:
- Addio.
Perdonami.
Ambedue sentirono la necessità di chiudere, per quella
sera, il colloquio periglioso. L'uno assunse una forma di cortesia esteriore
quasi esagerata. L'altra divenne anche più dolce, quasi umile; e l'agitava un
tremito incessante.
Prese ella di su la sedia il suo mantello.
Andrea l'aiutò, con maniere premurose. Come ella non giungeva a mettere un
braccio in una manica, Andrea la guidò, appena toccandola; quindi le porse il
cappello e il velo.
- Volete andare di là, allo
specchio?
- No, grazie.
Ella andò verso la parete,
a fianco del caminetto, ove pendeva un piccolo specchio antico dalla cornice
ornata di figure scolpite con uno stile così agile e franco che parevano,
piuttosto che nel legno, formate in un oro malleabile. Era un'assai leggiadra
cosa, uscita certo dalle mani d'un delicato quattrocentista per una Mona
Amorrosisca o per una Laldomine. Molte volte, nel tempo felice, Elena s'era
messo il velo d'innanzi a quella lastra offuscata e maculata che aveva apparenza
d'un'acqua torba, un poco verdastra. Ora, si risovveniva.
Quando
vide la sua imagine apparire in quel fondo, ebbe un'impressione singolare.
Un'onda di tristezza, più densa, le traversò lo spirito. Ma non
parlò.
Andrea la guardava, con occhi intenti.
Come
fu pronta, ella disse:
- Sarà molto tardi.
- Non
molto. Saranno le sei, forse.
- Io ho licenziata la mia carrozza
- ella soggiunse. - Vi sarei tanto grata se mi faceste prendere una vettura
chiusa.
- Permettete ch'io vi lasci qui sola, un momento? Il mio
domestico è fuori.
Ella assentì.
- Date voi stesso
l'indirizzo al vetturino, vi prego: Albergo del Quirinale.
Egli
uscì, chiudendo dietro di sé la porta della stanza. Ella rimase
sola.
Rapidamente, volse gli occhi intorno, abbracciò con uno
sguardo indefinibile tutta la stanza, si fermò alle coppe dei fiori. Le pareti
le sembravano più vaste, la volta le sembrava più alta. Guardando, ella aveva la
sensazione come d'un principio di vertigine. Non avvertiva più il profumo; ma
certo l'aria doveva essere ardente e grave come in una serra. L'imagine di
Andrea le appariva in una specie di balenio intermittente; le sonava negli
orecchi qualche onda vaga della voce di lui. Stava ella per aver male? - Pure,
che delizia chiudere gli occhi e abbandonarsi a quel
languore!
Scotendosi, andò verso la finestra, l'aprì, respirò il
vento. Rianimata, si volse di nuovo alla stanza. Le fiamme pallide delle candele
oscillavano agitando leggere ombre su le pareti. Il camino non aveva più vampa,
ma i tizzoni illuminavano in parte le figure sacre del parafuoco fatto d'un
frammento di vetrata ecclesiastica. La tazza di tè era rimasta su l'orlo del
tavolo, fredda, intatta. Il cuscino della poltrona conservava ancóra l'impronta
del corpo ch'eravisi affondato. Tutte le cose intorno esalavano una melancolia
indistinta che affluiva e s'addensava al cuor della donna. Il peso cresceva su
quel debole cuore, diveniva un'oppressione dura, un affanno
insopportabile.
- Mio Dio! Mio Dio!
Ella avrebbe
voluto fuggire. Una folata di vento più viva gonfiò le tende, agitò le
fiammelle, sollevò un fruscìo. Ella trasalì, con un brivido; e quasi
involontariamente chiamò:
- Andrea!
La sua voce,
quel nome nel silenzio, le diedero uno strano sussulto, come se la voce, il nome
non fossero partiti dalla sua bocca. - Perché Andrea indugiava? - Ella si mise
in ascolto. Non giungeva che il rumor sordo, cupo, confuso della vita urbana,
nella sera di San Silvestro. Su la piazza della Trinità de' Monti non passava
alcuna vettura. Come il vento a tratti soffiava forte, ella richiuse la
finestra: intravide la cima dell'obelisco, nera sul cielo
stellato.
Forse Andrea non aveva trovato sùbito la vettura
coperta, in piazza Barberini. Ella aspettò, seduta sul divano, cercando di
quietare la folle agitazione, evitando di guardarsi nell'anima, forzando la sua
attenzione alle cose esteriori. Attirarono i suoi occhi le figure vitree del
parafuoco, appena illuminate dai tizzoni semispenti. Più sopra, su la sporgenza
del caminetto, da una della coppe cadevano le foglie d'una grande rosa bianca
che si disfaceva a poco a poco, languida, molle, con qualche cosa di feminino,
direi quasi di carnale. Le foglie, concave, si posavano delicatamente sul marmo,
simili a falde di neve nella caduta.
« Quanto, allora, pareva
soave alle dita quella neve odorante! » ella pensò. « Tutte sfogliate, le rose
conspargevano i tappeti, i divani, le sedie; ed ella rideva, felice, in mezzo
alla devastazione; e l'amante, felice, erale ai piedi. »
Ma udì
fermarsi una carrozza d'innanzi alla porta, nella strada; e si levò, scotendo la
povera testa, come per cacciar via quella specie di ottusità che la fasciava.
Sùbito dopo, rientrò Andrea, ansante.
- Perdonatemi - disse. -
Ma, non avendo trovato il portiere, sono sceso fino in piazza di Spagna. La
vettura è giù che aspetta.
- Grazie - fece Elena guardandolo
timidamente a traverso il velo nero.
Egli era serio e pallido, ma
calmo.
- Mumps arriverà forse domani - soggiunse ella, con una
voce tenue. - Vi scriverò un biglietto, per dirvi quando potrò
vedervi.
- Grazie - fece Andrea.
- Addio, dunque -
ella riprese, tendendogli la mano.
- Volete che vi accompagni fin
giù alla strada? Non c'è nessuno.
- Sì,
accompagnatemi.
Ella guardavasi a torno, un poco
esitante.
- Avete dimenticato nulla? - chiese
Andrea.
Ella guardò i fiori. Ma rispose:
- Ah sì,
il portabiglietti.
Andrea corse a prenderlo sul tavolo del tè.
Porgendolo a lei, disse:
- A stranger
hither!
- No, my dear. A friend.
Elena
pronunziò questa risposta con la voce molto animata, vivacemente. Poi, d'un
tratto, con un sorriso tra supplichevole e lusinghevole, misto di temenza e di
tenerezza, su cui tremolò l'orlo del velo che giungeva fino al labbro superiore
lasciando tutta libera la bocca:
- Give me a
rose.
Andrea andò a ciascun vaso; e tolse tutte le rose,
stringendole in un fascio ch'egli a stento reggeva tra le mani. Alcune caddero,
altre si sfogliarono.
- Erano per voi, tutte - egli disse, senza
guardare l'amata.
Ed Elena si volse per uscire, col capo chino,
in silenzio, seguita da lui.
Discesero le scale, sempre in
silenzio. Egli le vedeva la nuca, così fresca e delicata, dove di sotto al nodo
del velo i piccoli riccioli neri si mescolavano alla pelliccia
cinerea.
- Elena! - chiamò, a voce bassa, non potendo più vincere
la struggente passione che gli gonfiava il cuore.
Ella si
rivolse, mettendosi l'indice su le labbra per indicargli di tacere, con un gesto
dolente che pregava, mentre gli occhi le lucevano. Affrettò il passo, salì nella
vettura, si sentì posare su le ginocchia le rose.
- Addio!
Addio!
E, come la vettura si mosse, ella s'abbandonò al fondo,
sopraffatta, rompendo in lacrime senza freno, straziando le rose con le povere
mani convulse.
II
Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte
belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo
quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di
generazione in generazione una certa tradizion familiare d'eletta cultura,
d'eleganza e di arte.
A questa classe, ch'io chiamerei arcadica
perché rese appunto il suo più alto splendore nell'amabile vita del XVIII
secolo, appartenevano gli Sperelli. L'urbanità, l'atticismo, l'amore delle
delicatezze, la predilezione per gli studii insoliti, la curiosità estetica, la
mania archeologica, la galanteria raffinata erano nella casa degli Sperelli
qualità ereditarie. Un Alessandro Sperelli, nel 1466, portò a Federico
d'Aragona, figliuolo di Ferdinando re di Napoli e fratello d'Alfonso duca di
Calabria, il codice in foglio contenente alcune poesia « men rozze » de' vecchi
scrittori toscani, che Lorenzo de' Medici aveva promesso in Pisa nel '65; e
quello stesso Alessandro scrisse per la morte della divina Simonetta, in coro
con i dotti del suo tempo, una elegìa latina, malinconica ed abbandonata a
imitazion di Tibullo. Un altro Sperelli, Stefano, nel secolo medesino, fu in
Fiandra, in mezzo alla vita pomposa, alla preziosa eleganza, all'inaudito fasto
borgognone; ed ivi rimase alla corte di Carlo il Temerario, imparentandosi con
una famiglia fiamminga. Un figliuol suo, Giusto, praticò la pittura sotto gli
insegnamenti di Giovanni Gossaert; e insieme col maestro venne in Italia, al
seguito di Filippo di Borgogna ambasciator dell'imperator Massimiliano presso il
papa Giulio II, nel 1508. Dimorò a Firenze, dove il principal ramo della sua
stirpe continuava a fiorire; ed ebbe a secondo maestro Piero di Cosimo, quel
giocondo e facile pittore, forte ed armonioso colorista, che risuscitava
liberamente col suo pennello le favole pagane. Questo Giusto fu non volgare
artista; ma consumò tutto il suo vigore in vani sforzi per conciliare la
primitiva educazione gotica con il recente spirito del Rinascimento. Verso la
seconda metà del secolo XVII la casata degli Sperelli si trasportò a Napoli. Ivi
nel 1679 un Bartolomeo Sperelli pubblicò un trattato astrologico De
Nativitatibus; nel 1720 un Giovanni Sperelli diede al teatro un'opera buffa
intitolata La Faustina e poi una tragedia lirica intitolata
Progne; nel 1756 un Carlo Sperelli stampò un libro di versi amatorii in
cui molte classiche lascivie erano rimate con l'eleganza oraziana allora di
moda. Miglior poeta fu Luigi, ed uomo di squisita galanteria, alla corte del re
lazzarone e della regina Carolina. Verseggiò con un certo malinconico e gentile
epicureismo, assai nitidamente; ed amò da fino amatore, ed ebbe avventure in
copia, talune celebri, come quella con la marchesa di Bugnano che per gelosia
s'avvelenò, e come quella con la contessa di Chesterfield che morta etica egli
pianse in canzoni, odi, sonetti ed elegìe soavissime sebbene un poco
frondose.
Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, unico erede,
proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in verità, l'ideal tipo del giovine
signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d'una stirpe di
gentiluomini e di artisti elegante, ultimo discendente d'una razza
intelettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli
alternò, fino a vent'anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del
padre e poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura
paterna, senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi. Dal padre appunto ebbe
il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale
disprezzo de' pregiudizi, l'avidità del piacere.
Questo padre,
cresciuto in mezzo agli estremi splendori della corte borbonica, sapeva
largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme
una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo
matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa
passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace
coniugale. Finalmente s'era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il
figliuolo, viaggiando con lui per tutta l'Europa.
L'educazione
d'Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto
in conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto
dall'alta cultura ma anche dall'esperimento; e in lui la curiosità diveniva più
acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di
sé; poiché la grande forza sensitiva, ond'egli era dotato, non si stancava mai
di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l'espansion di quella sua forza era
la distruzione in lui di un'altra forza, della forza morale che il padre
stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita
era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo
piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva
sempre più d'intorno, inesorabilmente sebben con lentezza.
Il
padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: « Bisogna
fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita
d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
»
Anche, il padre ammoniva: « Bisogna conservare ad ogni costo
intiera la libertà, fin nell'ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola:
- Habere, non haberi. »
Anche, diceva: « Il rimpianto è il
vano pascolo d'uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto
occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
»
Ma queste massime volontarie, che per l'ambiguità loro
potevano anche essere interpretate come alti criterii morali, cadevano appunto
in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era
debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente
fruttificato nell'animo di Andrea: il seme del sofisma. « Il sofisma » diceva
quell'incauto educatore « è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano.
Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il
proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta
nell'oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l'uomo
d'intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della
parola, sono infatti i più squisiti goditori dell'antichità. I sofismi
fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
»
Un tal seme trovò nell'ingegno malsano del giovine un terreno
propizio. A poco a poco, in Andrea la menzogna non tanto verso gli altri quanto
verso sé stesso divenne un abito così aderente alla conscienza ch'egli giunse a
non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sé
stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli
si trovò solo, a ventun anno, signore d'una fortuna considerevole, distaccato
dalla madre, in balia delle sue passioni e de' suoi gusti. Rimase quindici mesi
in Inghilterra. La madre passò in seconde nozze, con un amante antico. Ed egli
venne a Roma, per predilezione.
Roma era il suo grande amore: non
la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme,
dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato
tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna,
l'Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca
dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l'attraeva assai più della ruinata
grandiosità imperiale. E il suo gran sogno era di possedere un palazzo
incoronato da Michelangelo e istoriato dai Caracci, come quello Farnese; una
galleria piena di Raffaelli, di Tiziani, di Domenichini, come quella Borghese;
una ville, come quella d'Alessandro Albani, dove i bussi profondi, il granito
rosso d'Oriente, il marmo bianco di Luni, le statue della Grecia, le pitture del
Rinascimento, le memorie stesse del luogo componessero un incanto intorno a un
qualche suo superbo amore. In casa della marchesa d'Ateleta sua cugina, sopra un
albo di confessioni mondane, accanto alla domanda « Che correste voi essere? »
egli aveva scritto « Principe romano ».
Giunto a Roma in sul
finir di settembre del 1884, stabilì il suo home nel palazzo Zuccari alla
Trinità de' Monti, su quel dilettoso tepidario cattolico dove l'ombra
dell'obelisco di Pio VI segna la fuga delle Ore. Passò tutto il mese di ottobre
tra le cure degli addobbi; poi, quando le stanze furono ornate e pronte, ebbe
nella nuova casa alcuni giorni d'invincibile tristezza. Era una estate di San
Martino, una primavera de' morti, grave e soave, in cui Roma adagiavasi, tutta
quanta d'oro come una città dell'Estreno Oriente, sotto un ciel quasi latteo,
diafano come i cieli che si specchiano ne' mari australi.
Quel
languore dell'aria e della luce, ove tutte le cose parevano quasi perdere la
loro realità e divenire immateriali, mettevano nel giovine una prostrazione
infinita, un senso inesprimibile di scontento, di sconforto, di solitudine, di
vacuità, di nostalgia. Il malessere vago proveniva forse anche dalla mutazione
del clima, delle abitudini, degli usi. L'anima converte in fenomeni psichici le
impressioni dell'organismo mal definite, a quella guisa che il sogno trasforma
secondo la sua natura gli incidenti del sonno.
Certo egli ora
entrava in un novello stadio. - Avrebbe alfin trovato la donna e l'opera capaci
d'impadronirsi del suo cuore e di divenire il suo scopo? - Non aveva
dentro di sé la sicurezza della forza né il presentimento della gloria o della
felicità. Tutto penetrato e imbevuto di arte, non aveva ancóra prodotto nessuna
opera notevole. Avido d'amore e di piacere, non aveva ancóra interamente amato
né aveva ancor mai goduto ingenuamente. Torturato da un Ideale, non ne portava
ancóra ben distinta in cima de' pensieri l'imagine. Aborrendo dal dolore per
natura e per educazione, era vulnerabile in ogni parte, accessibile al dolore in
ogni parte.
Nel tumulto delle inclinazioni contraddittorie egli
aveva smarrito ogni volontà ed ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva
ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico appunto, sottilissimo e
potentissimo e sempre attivo, gli manteneva nello spirito un certo equilibrio;
così che si poteva dire che la sua vita fosse una continua lotta di forze
contrarie chiusa ne' limiti d'un certo equilibrio. Gli uomini d'intelletto,
educati al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori
depravazioni, una specie di ordine. La concezion della Bellezza è, dirò così,
l'asse del loro essere interiore, intorno al quale tutte le loro passioni
gravitano.
Fluttuava ancóra su quella tristezza il ricordo di
Costantia Landbrooke, vagamente, come un profumo svanito. L'amore di Conny era
stato un assai fino amore; ed ella era una molto piacevole donna. Pareva una
creatura di Thomas Lawrence; aveva in sé tutte le minute grazie feminine che son
care a quel pittore dei falpalà, dei merletti, dei velluti, degli occhi
luccicanti, delle bocche semiaperte; era una seconda incarnazione della piccola
contessa di Shaftesbury. Vivace, loquace, mobilissima, prodiga di diminutivi
infantili e di risa scampanellanti, facile alle tenerezze improvvise, alle
malinconie subitanee, alle rapide ire, ella portava nell'amore molto movimento,
molta varietà, molti capricci. La sua qualità più amabile era la freschezza, una
freschezza tenace, continua, di tutte le ore. Quando si svegliava, dopo una
notte di piacere, ella era tutta fragrante e monda come se uscisse allora dal
bagno. La figura di lei, infatti, tornava nella memoria di Andrea specialmente
con un'attitudine; con i capelli in parte sciolti sul collo e raccolti in parte
al sommo del capo da un pettine fatto di greche d'oro; con l'iride degli
occhi natante nel bianco, come una viola pallida nel latte; con la bocca aperta,
rorida, tutta illuminata da' denti ridenti nel sangue roseo delle gengive;
all'ombra delle cortine che diffondevano sul letto un albore tra glauco ed
argenteo, simile alla luce d'un antro maritimo.
Ma il cinguettio
melodioso di Conny Landbrooke era passato su l'animo di Andrea come una di
quelle musiche leggere che lascian per qualche tempo nella mente un ritornello.
Più d'una volta ella gli aveva detto, in qualche sua malinconia vespertina, con
gli occhi velati di lacrime: « I know you love me not... » Egli, infatti,
non l'amava, non n'era pago. Il suo ideale muliebre era men nordico. Idealmente,
egli si sentiva attratto da una di quelle cortigiane del secolo XVI che sembrano
portar sul volto non so qual velo magico, non so qual transparente maschera
incantata, direi quasi un oscuro fascino notturno, il divino orrore della
Notte.
Incontrando la duchessa di Scerni, Donna Elena Muti, egli
pensò: « Ecco la mia donna. » Tutto il suo essere ebbe una sollevazione
di gioia, nel presentimento del possesso.
Fu il primo incontro in
casa della marchesa d'Ateleta. Questa cugina d'Andrea nel palazzo Roccagiovine
aveva saloni molto frequentati. Ella attraeva specialmente per la sua arguta
giocondità, per la libertà de' suoi motti, per il suo infaticabile sorriso. I
lineamenti gai del volto rammentavano certi profili feminini ne' disegni del
Moreau giovine, nelle vignette del Gravelot. Ne' modi, ne' gusti, nelle fogge
del vestire ella aveva qualche cosa di pompadouresco, non senza una lieve
affettazione, poiché era legata da una singolar somiglianza alla favorita di
Luigi XV.
Il mercoledì d'ogni settimana Andrea Sperelli aveva un
posto alla mensa della marchesa. Un martedì a sera, in un palco del Teatro
Valle, la marchesa gli aveva detto, ridendo:
- Bada di non
mancare, Andrea, domani. Abbiamo tra gli invitati una persona
interessante, anzi fatale. Premunisciti però contro la malia... Tu
sei in un momento di debolezza.
Egli le aveva risposto,
ridendo:
- Verrò inerme, se non ti dispiace, cugina; anzi in
abito di vittima. E' un abito di richiamo, che porto da molte sere; inutilmente,
ahimè!
- Il sacrificio è prossimo, cugino mio.
-
La vittima è pronta.
La sera seguente, egli venne al palazzo
Roccagiovine alcuni minuti prima dell'ora consueta, avendo una mirabile gardenia
all'occhiello e una inquietudine vaga in fondo all'anima. Il suo coupé si
fermò innanzi alla porta, perché l'androne era già occupato da un'altra
carrozza. Le livree, i cavalli, tutta la cerimonia che accompagnava la discesa
della signora, avevano l'impronta della grande casata. Il conte intravide una
figura alta e svelta, un'acconciatura tempestata di diamanti, un piccolo piede
che si posò sul gradino. Poi, come anch'egli saliva la scala, vide la dama alle
spalle.
Ella saliva d'innanzi a lui, lentamente, mollemente, con
una specie di misura. Il mantello foderato d'una pelliccia nivea come la piuma
de' cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto
lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l'avorio polito,
divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti
del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali;
e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli,
come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un
nodo, sotto il morso delle forcine gemmate.
Quell'armoniosa
ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d'Andrea un diletto così vivo
ch'egli si fermò un istante, sul primo pianerottolo, ad ammirare. Lo strascico
faceva su i gradini un fruscìo forte. Il servo caminava indietro, non su i passi
della sua signora lungo la guida di tappeto rosso, ma da un lato, lungo la
parete, con una irreprensibile compostezza. Il contrasto tra quella magnifica
creatura e quel rigido automa era assai bizzarro. Andrea
sorrise.
Nell'anticamera, mentre il servo prendeva il mantello,
la dama gittò uno sguardo rapidissimo al giovine ch'entrava. Questi udì
annunziare:
- Sua Eccellenza la duchessa di
Scerni!
Sùbito dopo:
- Il signor conte
Sperelli-Fieschi d'Ugenta!
E gli piacque che il suo nome fosse
pronunziato accanto al nome di quella donna.
Nel salone erano già
il marchese e la marchesa d'Ateleta, il barone e la baronessa d'Isola, Don
Filippo del Monte. Il fuoco ardeva nel caminetto; alcuni divani erano disposti
nel raggio del calore; quattro musae dalle larghe foglie venate di
sanguigno si protendevano su le spalliere basse.
La marchesa,
facendosi incontro ai due sopraggiunti, disse con quel suo bel riso
inestinguibile:
- Per l'amabilità del caso, non c'è più bisogno
di presentazione tra voi due. Cugino Sperelli, inchinatevi alla divina
Elena.
Andrea s'inchinò profondamente. La duchessa gli offrì la
mano, con un gesto di grazia, guardandolo negli occhi.
- Son
molto lieta di vedervi, conte. Mi parlò tanto di voi, a Lucerna, l'estate
scorsa, un vostro amico: Giulio Musèllaro. Ero, confesso, un po' curiosa...
Musèllaro anche mi diede a leggere la rarissima vostra Favola
d'Ermafrodito e mi regalò la vostra acquaforte del Sonno, una prova
avanti lettera, un tesoro. Voi avete in me un'ammiratrice cordiale.
Ricordatevi.
Ella parlava con qualche pausa. Aveva la voce così
insinuante che quasi dava la sensazione d'una carezza carnale; e aveva quello
sguardo involontariamente amoroso e voluttuoso che turba tutti gli uomini e ne
accende d'improvviso la brama.
Un servo
annunziò:
- Il cavalier Sakumi!
Ed apparve
l'ottavo ed ultimo commensale.
Era il segretario della Legazione
giapponese, piccolo di statura, giallognolo, con i pomelli sporgenti, con gli
occhi lunghi ed obliqui, venati di sangue, su cui le palpebre battevano di
continuo. Aveva il corpo troppo grosso in paragon delle gambe troppo sottili; e
camminava con le punte de' piedi in dentro, come se una cintura gli stringesse
forte le anche. Le falde della sua giubba erano troppo abondanti; i calzoni
facevano una quantità di pieghe; la cravatta portava assai visibili i segni
della mano inesperta. Egli pareva un daimio cavato fuori da una di quelle
armature di ferro e di lacca che somiglian gusci di crostacei mostruosi e poi
ficcato ne' panni d'un tavoleggiante occidentale. Ma, pur nella sua goffagine,
aveva un'espressione arguta, una specie di finezza ironica agli angoli della
bocca.
A mezzo del salone, s'inchinò. Il gibus gli cadde
di mano.
La baronessa d'Isola, una bionda piccoletta, dalla
fronte tutta coperta di riccioli, graziosa e smorfiosa come una giovine
bertuccia, disse con la sua voce acuta:
- Venite qua, Sakumi,
qua, accanto a me!
Il cavaliere giapponese s'inoltrava reiterando
i sorrisi e gli inchini.
- Vedremo stasera la principessa Issé? -
gli domandò Donna Francesca d'Ateleta, che piacevasi di raccogliere ne' suoi
saloni i più bizzarri esemplari delle colonie esotiche in Roma per amor della
varietà pittoresca.
L'Asiatico parlava una lingua barbarica,
appena intelligibile, mista d'inglese, di francese e
d'italiano.
Tutti, a un punto, parlavano. Era quasi un coro, di
mezzo a cui si levavano di tratto in tratto, come zampilli d'argento, le fresche
risa della marchesa.
- Io vi ho certo veduta un'altra volta; non
so più dove, non so più quando, ma vi ho certo veduta - diceva Andrea Sperelli
alla duchessa, ritto in piedi d'innanzi a lei. - Su per le scale, mentre vi
guardavo salire, nel fondo della mia memoria si risvegliava un ricordo
indistinto, qualche cosa che prendeva forma seguendo il ritmo di quel vostro
salire, come un'imagine nascente da un'aria di musica... Non son giunto ad aver
limpido il ricordo; ma, quando vi siete voltata, ho sentito che il vostro
profilo aveva una non dubbia rispondenza con quella imagine. Non poteva essere
una divinazione; era dunque un oscuro fenomeno della memoria. Io vi ho certo
veduta, un'altra volta. Chi sa! Forse in un sogno, forse in una creazione
d'arte, forse anche in un diverso mondo, in una esistenza
anteriore...
Pronunziando queste ultime frasi troppo sentimentali
e chimeriche, egli rise apertamente come per prevenire un sorriso o incredulo o
ironico della dama. Elena invece rimase grave.
« Ascoltava ella o
pensava ad altro? Accettava ella quella specie di discorsi o voleva con quella
serietà prendersi gioco di lui? Intendeva ella di secondare l'opera di seduzione
iniziata da lui così sollecitamente o si chiudeva nell'indifferenza e nel
silenzio incurante? Era ella, insomma, una donna per lui espugnabile o no? »
Andrea, perplesso, interrogava il mistero. A quanti hanno l'abitudine della
seduzione, specialmente ai temerarii, è nota questa perplessità che certe donne
sollevano tacendo.
Un servo aprì la grande porta che dava nella
sala da pranzo.
La marchesa mise il suo braccio sotto quello di
Don Filippo del Monte e diede l'esempio. Gli altri seguirono.
-
Andiamo - disse Elena.
Parve ad Andrea che ella gli si
appoggiasse con un po' di abbandono. « Non era un'illusione del suo desiderio?
Forse. » Egli pendeva nel dubbio; ma, ad ogni attimo che passava, si sentiva più
a dentro conquistare dalla malia dolcissima; ad ogni attimo gli cresceva
l'ansietà di penetrare l'animo della donna.
- Cugino, qui - disse
Donna Francesca assegnandogli il posto.
Nella tavola ovale, egli
stava tra il barone d'Isola e la duchessa di Scerni, avendo di fronte il
cavaliere Sakumi. Il quale stava tra la baronessa d'Isola e Don Filippo del
Monte. Il marchese e la marchesa occupavano i capi. Su la mensa le porcellane,
le argenterie, i cristalli, i fiori scintillavano.
Assai poche
dame potevan gareggiare con la marchesa d'Ateleta nell'arte di dar pranzi. Ella
metteva più cura nella preparazione di una mensa che in un abbigliamento. La
squisitezza del suo gusto appariva in ogni cosa; ed ella era, in verità,
l'arbitra delle eleganze conviviali. Le sue fantasie e le sue raffinatezze si
propagavano per tutte le tavole della nobiltà quirite. Ella, appunto, in
quell'inverno aveva introdotta la moda delle catene di fiori sospese dall'un
capo all'altro, fra i grandi candelabri; ed anche la moda dell'esilissimo vaso
di Murano, latteo e cangiante come l'opale, con entro una sola orchidea, messo
tra i varii bicchieri innanzi a ciascun convitato.
- Fior
diabolico - disse Donna Elena Muti, prendendo il vaso di vetro e osservando da
vicino l'orchidea sanguigna e difforme.
Ella aveva la voce così
ricca di suono che anche le parole più volgari e le frasi più comuni parevano
prendere su la sua bocca non so qual significato occulto, non so qual misterioso
accento e qual grazia nuova. Alla guisa medesima il re frigio faceva d'oro
quantunque cosa ei toccasse con la mano.
- Fiore simbolico, tra
le vostre dita - mormorò Andrea, guardando la dama che in quell'attitudine era
sovrammirabile.
La dama vestiva un tessuto d'un color ceruleo
assai pallido, sparso di punti d'argento, che brillava di sotto ai merletti
antichi di Burano bianchi d'un bianco indefinibile, pendente un poco nel fulvo
ma tanto poco che appena pareva. Il fiore, quasi innaturale, come generato da un
malefizio, ondeggiava in sul gambo, fuor di quel fragile tubo che certo
l'artefice avea foggiato con un soffio in una gemma liquefatta.
-
Ma io preferisco le rose - disse Elena, posando l'orchidea, con un atto di
repulsione che faceva contrasto al suo precedente moto di
curiosità.
Poi si gettò nella conversazione generale. Donna
Francesca parlava dell'ultimo ricevimento all'Ambasciata
d'Austria.
- Vedesti Madame de Cahen? - le chiese Elena. - Aveva
un abito di tulle giallo tempestato di non so quanti colibrì con gli
occhi di rubino. Una magnifica uccelliera danzante... E Lady Ouless, la vedesti?
Aveva una vesta di tarlatane bianca, tutta sparsa di alghe marine e di
non so che pesci rossi, e su l'alghe e su i pesci una seconda vesta di
tarlatane verderame. Non la vedesti? Un acquario di bellissimo
effetto...
Ed ella, dopo le piccole maldicenze, rideva d'un riso
cordiale che le dava un tremolio alla parte inferiore del mento e alle
narici.
D'innanzi a quella volubilità incomprensibile, Andrea
rimaneva ancor titubante. Quelle cose frivole o maligne uscivano dalle stesse
labbra che allora allora, pronunziando una frase semplicissima, l'avevan turbato
fin nel profondo; uscivano dalle stesse labbra che allora allora, tacendo,
eragli parsa la bocca della Medusa di Leonardo, umano fiore dell'anima
divinizzato dalla fiamma della passione e dall'angoscia della morte. « Qual era
dunque la vera essenza di quella creatura? Aveva ella percezione e conscienza
della sua metamorfosi costante o era ella impenetrabile anche a sé stessa,
rimanendo fuori dal proprio mistero? Quanto nelle sue espressioni e
manifestazioni entrava d'artificio e quanto di spontaneità? » Il bisogno di
conoscere lo pungeva anche fra la delizia in lui effusa dalla vicinanza della
donna ch'egli incominciava ad amare. La trista consuetudine dell'analisi
l'incitava pur sempre, gli impediva pur sempre di obliarsi; ma ogni tentativo
era punito, come la curiosità di Psiche, dall'allontanamento dell'amore,
dall'offuscamento dell'oggetto vagheggiato, dalla cessazion del piacere. « Non
era meglio, invece, abbandonarsi ingenuamente alla prima ineffabile dolcezza
dell'amor che nasceva? » Egli vide Elena nell'atto di bagnare le labbra in un
vino biondo come un miele liquido. Scelse tra i bicchieri quello ove il servo
aveva versato un egual vino; e bevve con Elena. Ambedue, nel tempo medesimo,
posarono su la tovaglia il cristallo. La comunità dell'atto fece volgere l'una
verso l'altro. E lo sguardo li accese ambedue, più assai del
sorso.
- Non parlate? - chiesegli Elena, con un'affettazione di
leggerezza, che le alterava un poco la voce. - Corre fama voi siate uno
squisitissimo parlatore... Scuotetevi, dunque!
- Ah, cugino,
cugino! - esclamò Donna Francesca, con un'aria di commiserazione, mentre Don
Filippo del Monte le mormorava qualche cosa nell'orecchio.
Andrea
si mise a ridere.
- Cavaliere Sakumi, noi siamo i taciturni.
Scuotiamoci!
All'Asiatico scintillarono di malizia i lunghi
occhi, ancor più rosseggianti sul rossor fosco che i vini gli accendevano ai
pomelli. Fino a quel momento, egli aveva guardato la duchessa di Scerni, con
l'espressione estatica d'un bonzo che sia nel conspetto della divinità. La sua
larga faccia, che pareva uscita fuori da una pagina classica del gran figuratore
umorista O-kou-sai, rosseggiava come una luna d'agosto, tra le catene de'
fiori.
- Sakumi - soggiunse a bassa voce Andrea, chinandosi verso
Elena - è innamorato.
- Di chi?
- Di voi. Non ve
ne siete accorta?
- No.
-
Guardatelo.
Elena si volse. E l'amorosa contemplazione del
daimio travestito le chiamò alle labbra un riso così aperto che quegli si
sentì ferire e restò visibilmente umiliato.
- Tenete - ella disse
per compensarlo; e, spiccando dal festone una camelia bianca, la gittò
all'inviato del Sol Levante. - Trovate una similitudine, in mia
lode.
L'Asiatico portò la camelia alle labbra, con un gesto
comico di divozione.
- Ah, Ah, Sakumi, - fece la piccola
baronessa d'Isola - voi mi siete infedele!
Egli balbettò qualche
parola, accendendosi anche più nel volto. Tutti ridevano, liberamente, come se
quello straniero fosse stato invitato appunto per dare agli altri argomento di
gioco. E Andrea, ridendo, si volse alla Muti.
Ella tenendo il
capo sollevato, anzi piegato indietro un poco, guardava il giovine furtivamente,
di fra le palpebre socchiuse, con uno di quegli indescrivibili sguardi della
donna, che paiono assorbire e quasi direi bevere dall'uom preferito tutto ciò
che in lui è più amabile, più desiderabile, più godibile, tutto ciò che in lei
ha destata quella istintiva esaltazion sessuale da cui ha principio la passione.
I lunghissimi cigli velavano l'iride inclinata all'angolo dell'orbita; e il
bianco nuotava come in una luce liquida, un po' azzurra; e un tremolio quasi
impercettibile moveva la palpebra inferiore. Pareva che il raggio dello sguardo
andasse alla bocca di Andrea, come alla cosa più dolce.
Elena era
presa, infatti, da quella bocca. Pura di forma, accesa di colore, gonfia di
sensualità, con un'espressione un po' crudele quando rimaneva serrata, quella
bocca giovenile ricordava per una singolar somiglianza il ritratto del
gentiluomo incognito ch'è nella Galleria Borghese, la profonda e misteriosa
opera d'arte in cui le imaginazioni affascinate credetter ravvisare la figura
del divino Cesare Borgia dipinta dal divino Sanzio. Quando le labbra si aprivano
al riso, quell'espressione fuggiva; e i denti bianchi quadri, eguali, d'una
straordinaria lucentezza, illuminavano una bocca tutta fresca e gioconda come
quella d'un fanciullo.
Appena Andrea si volse, Elena ritrasse lo
sguardo; ma non così presto che il giovine non ne cogliesse il baleno. N'ebbe
egli una gioia così forte che sentì salire alle gote una fiamma. « Ella mi
vuole! Ella mi vuole! » pensò, esultando, nella certezza d'aver già conquistata
la rarissima creatura. Ed anche pensò: « E' un piacere non mai provato.
»
Ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non
iscambierebbe con l'intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto
accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più
alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà
quell'attimo.
Elena domandò, mentre intorno la conversazione
facevasi più viva:
- Restereta a Roma tutto
l'inverno?
- Tutto l'inverno, e oltre - rispose Andrea, a cui
quella semplice domanda parve chiudere una promessa d'amore.
-
Avete dunque una casa?
- Casa Zuccari: domus
aurea.
- Alla Trinità de' Monti? Voi felice!
-
Perché felice?
- Perché voi abitate in un luogo ch'io
prediligo.
- V'è raccolta, è vero? come un'essenza in un vaso,
tutta la sovrana dolcezza di Roma.
- E' vero! Tra l'obelisco
della Trinità e la colonna della Concezione è sospeso ex-voto il mio
cuore cattolico e pagano.
Ella rise di quella frase. Egli aveva
pronto un madrigale intorno il cuor sospeso, ma non lo profferì; perché gli
spiaceva di prolungare il dialogo su quel tono falso e leggero e di disperdere
così l'intimo suo godimento. Tacque.
Ella rimase un poco pensosa.
Poi, di nuovo, si gittò nella conversazione generale, con una vivacità anche
maggiore, profondendo i motti e le risa, facendo scintillare i suoi denti e le
sue parole. Donna Francesca mordeva un poco la principessa di Ferentino, non
senza finezza, accennando all'avventura lesbica di lei con Giovenella
Daddi.
- A proposito, la Ferentino annunzia per l'Epifania
un'altra fiera di beneficenza - disse il barone d'Isola. - Non ne sapete ancóra
nulla?
- Io sono patronessa - rispose Elena
Muti.
- Voi siete una patronessa preziosa - fece Don Filippo del
Monte, un uomo quarantenne, quasi tutto calvo, sottile aguzzatore di epigrammi,
che portava sul volto una specie di maschera socratica in cui l'occhio destro
scintillava mobilissimo per mille diverse espressioni e il sinistro rimaneva
sempre immobile e quasi vetrificato sotto la lenta rotonda, come se l'uno
servisse per esprimere e l'altro per vedere. - Nella Fiera di maggio, riceveste
una nuvola d'oro.
- Ah, la Fiera di maggio! Una follia - esclamò
la marchesa d'Ateleta.
Come i servi venivan mescendo vin
ghiacciato di Sciampagna, ella soggiunse:
- Ti ricordi, Elena? I
nostri banchi erano vicini.
- Cinque luigi per sorso! Cinque
luigi per morso! - si mise a gridare Don Filippo del Monte, imitando per gioco
la voce di un banditore.
La Muti e l'Ateleta
ridevano.
- Già, già è vero. Voi gittavate il bando, Filippo -
disse Donna Francesca. - Peccato che tu non ci fossi, cugino mio! Per cinque
luigi avresti mangiato un frutto segnato prima da' miei denti e per altri cinque
luigi avresti bevuto Champagne nel concavo delle mani
d'Elena.
- Che scandalo! - interruppe la baronessa d'Isola, con
una smorfietta d'orrore.
- Ah, Mary! E tu non vendevi le
sigarette accese prima da te, e molto inumidate, per un luigi? - fece Donna
Francesca, sempre ridendo.
E Don Filippo:
- Io
vidi qualche cosa di meglio. Leonetto Lanza ottenne dalla contessa di Lùcoli,
per non so quanto, un sigaro d'avana ch'ella aveva tenuto sotto
l'ascella...
- Ohibò! - interruppe di nuovo la piccola baronessa,
comicamente.
- Ogni opera di carità è santa - sentenziò la
marchesa. - Io, a furia di morsi nelle frutta, misi insieme circa dugento
luigi.
- E voi? - chiese Andrea Sperelli alla Muti, sorridendo a
mala pena. - E voi, con la vostra coppa carnale?
- Io, dugento
settanta.
Così motteggiavano tutti, tranne il marchese. Questo
Ateleta era un uomo già vecchio, afflitto da una sordità incurabile, bene
incerettato, dipinto d'un color biondastro, artefatto dal capo a' piedi. Pareva
uno di quei personaggi finti che si vedono ne' gabinetti di figure in cera. Ogni
tanto, quasi sempre male a proposito, metteva fuori una specie di risolino secco
che pareva lo stidore d'una macchinetta arruginita ch'egli avesse dentro il
corpo.
- Ma, a un certo punto, il prezzo del sorso arrivò a dieci
luigi. Capite? - soggiunse Elena. - E all'ultimo quel matto di Galeazzo Secìnaro
venne ad offrirmi un biglietto da cinquecento lire chiedendo in cambio ch'io
m'asciugassi le mani alla sua barba bionda...
Il finale del
pranzo era, come sempre in casa d'Ateleta, splendidissimo; poiché il vero lusso
d'una mensa sta nel dessert. Tutte quelle squisite e rare cose
dilettavano la vista, oltre il palato, disposte con arte in piatti di cristallo
guarniti d'argento. I festoni intrecciati di camelie e di violette s'incurvavano
tra i pampinosi candelabri del XVIII secolo animati dai fauni e dalle ninfe. E i
fauni e le ninfe e le altre leggiadre forme di quella mitologia acadica, e i
Silvandri e le Filli e le Rosalinde animavan della lor tenerazze, su le
tappezzerie delle pareti, un di que' chiari paesi citerèi ch'esciron dalla
fantasia d'Antonio Watteau.
La leggera eccitazione erotica, che
prende gli spiriti al termine d'un pranzo ornato di donne e di fiori, rivelavasi
nelle parole, rivelavasi ne' ricordi di quella Fiera di maggio ove le dame
spinte da una emulazione ardente a raccogliere la maggior possibile somma nel
loro ufficio di venditrici, avevano attirato i compratori con inaudite
temerità.
- Accettaste? - chiese Andrea Sperelli alla
duchessa.
- Sacrificai le mie mani alla Beneficenza - ella
rispose. - Venticinque luigi di più!
- All the perfumes of
Arabia will not sweeten this little hand...
Egli rideva,
ripetendo le parole di Lady Macbeth, ma in fondo a lui era una sofferenza
confusa, un tormento non bene definito, che somigliava la gelosia. Gli appariva
ora, all'improvviso, quel non so che di eccessivo e quasi direi di cortigianesco
onde in qualche momento offuscavasi la gran maniera della gentildonna. Da certi
suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi
sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco.
Ella dispensava con troppa facilità il godimento visuale delle sue grazie. Di
tratto in tratto, alla vista di tutti, forse involontariamente, ella aveva una
movenza o una posa o una espressione che nell'alcova avrebbe fatto fremere un
amante. Ciascuno, guardandola, poteva rapirle una scintilla di piacere, poteva
involgerla d'imaginazioni impure, poteva indovinarne le segrete carezze. Ella
pareva creata, in verità, soltanto ad esercitare l'amore; - e l'aria ch'ella
respirava era sempre accesa dai desiderii sollevati intorno.
«
Quanti l'han posseduta? » pensò Andrea. « Quanti ricordi ella serba, della carne
e dell'anima? »
Il cuore gli si gonfiava come d'un'onda amara, in
fondo a cui per sempre bolliva quella sua tirannica intolleranza d'ogni possesso
imperfetto. E non sapeva distogliere gli occhi dalle mani
d'Elena.
In quella mani incomparabili, morbide e bianche, d'una
transparenza ideale, segnata d'una trama di vene glauche appena visibile; in
quelle palme un poco incavate e ombreggiate di rose, ove un chiromante avrebbe
trovato oscuri intrichi, avevano bevuto, dieci, quindici, venti uomini, l'un
dopo l'altro, a prezzo. Egli vedeva le teste di quegli uomini sconosciuti
chinarsi e suggere il vino. Ma Galeazzo Secìnaro era uno de' suoi amici: bello e
gagliardo signore, imperialmente barbato come un Lucio Vero, rivale
temibile.
Allora, sotto l'incitazione di quelle imagini, la
cupidigia gli crebbe così fiera e l'invase una impazienza così tormentosa che il
termine del pranzo gli pareva non giungesse più mai. « Io avrò da lei, in questa
sera medesima, la promessa » pensò. Dentro, lo pungeva un'ansietà come di chi
tema vedersi fuggire un bene a cui molti emuli mirano. E l'incurabile e
insaziabile vanità gli rappresentava l'ebrezza della vittoria. Certo, quanto più
la cosa da un uom posseduta suscita negli altri l'invidia e la brama, tanto più
l'uomo ne gode e n'è superbo. In questo appunto è l'attrattivo delle donne di
palco scenico. Quando tutto il teatro risona di applausi e fiammeggia di
desiderii, quegli che solo riceve lo sguardo e il sorriso della diva si sente
inebriare dall'orgoglio come da una tazza di vin troppo forte e smarrisce la
ragione.
- Tu che sei una innovatrice - diceva la Muti
rivolgendosi a Donna Francesca, mentre bagnava le dita nell'acqua tiepida d'un
vaso di cristallo azzurro orlato d'argento - dovresti rimmeter l'uso del dare
acqua alle mani col mesciroba e col bacino antico, fuor di tavola. Questa
modernità è brutta. Non vi pare, Sperelli?
Donna Francesca si
levò. Tutti la imitarono. Andrea offerse il braccio a Elena, inchinandosi, ed
ella lo guardò, senza sorridere, mentre posava il braccio nudo su quello di lui
lentamente. Le sue ultime parole erano state gaie e leggere; quello sguardo
invece era così grave e profondo che il giovine si sentì prendere
l'anima.
- Andate - ella chiese - andate domani sera al ballo
dell'Ambasciata di Francia?
- E voi? - chiese a sua volta
Andrea.
- Io, sì.
- Io,
sì.
Sorrisero, come due amanti. Ed ella soggiunse, mentre
sedeva:
- Sedete.
Il divano era discosto dal
caminetto, lungo la coda del pianoforte che le pieghe ricche d'una stoffa
celavano in parte. Una gru di bronzo, a una estremità, reggeva nel becco levato
un piatto sospeso a tre catenelle, come quel d'una bilancia; e il piatto
conteneva un libro nuovo e una piccola sciabola giapponese, un
waki-zashi, ornato di crisantemi d'argento nella guaina, nella guardia,
nell'elsa.
Elena prese il libro ch'era a metà intonso; lesse il
titolo; poi lo ripose nel piatto che ondeggiò. La sciabola cadde. Come ella ed
Andrea si chinavano nel tempo medesimo per raccoglierla, le loro mani
s'incontrarono. Ella, rialzatasi, esaminò la bell'arma curiosamente; e le tenne,
mentre Andrea le parlava di quel nuovo libro di romanzo e s'insinuava in
argomenti generali d'amore.
- Perché mai rimanete così lontano
dal « gram pubblico »? - gli domandò ella. - Avete giurato fedeltà ai «
Venticinque Esemplari »?
- Sì, per sempre. Anzi il mio sogno è
l'« Esemplare Unico » da offerire alla « Donna Unica ». In una società
democratica com'è la nostra, l'artefice di prosa o di verso deve rinunziare ad
ogni benefizio che non sia di amore. Il lettor vero non è già chi mi compra ma
chi mi ama. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro non ad altro
serve che ad attirare il mirto...
- Ma la
gloria?
- La vera gloria è postuma, e quindi non godibile. Che
importa a me d'avere, per esempio, cento lettori nell'isola dei Sardi ed anche
dieci ad Empoli e cinque, mettiamo, ad Orvieto? E qual voluttà mi viene
dall'essere conosciuto quanto il confettiere Tizio od il profumiere Caio? Io,
autore, andrò nel conspetto dei posteri armato come potrò meglio; ma io, uomo,
non desidero altra corona di trionfo che una... di belle braccia
ignude.
Egli guardò le braccia di Elena, scoperte insino alla
spalla. Erano così perfette nell'appiccatura e nella forma che richiamavano la
similitudine firenzuolesca del vaso antico « di mano di buon maestro » e tali
dovevano essere « quelle di Pallade quando era innanzi al pastore ». Le dita
vagavano su le cesellature dell'arma; e l'unghie lucenti parevan continuare la
finezza delle gemme che distinguevano le dita.
- Voi, se non
erro, - disse Andrea, involgendo lei del suo sguardo come d'una fiamma - dovete
avere il corpo della Danae del Correggio. Lo sento, anzi, lo veggo, dalla forma
delle vostre mani.
- Oh, Sperelli!
- Non imaginate
voi dal fiore la intera figura della pianta? Voi siete, certo, come la figlia
d'Acrisio, che riceve la nuvola d'oro, non quella della Fiera di maggio, ohibò!
Conoscete il quadro della Galleria Borghese?
- Lo
conosco.
- Mi sono ingannato?
- Basta, Sperelli:
vi prego.
- Perché?
Ella tacque. Ormai ambedue
sentivano avvicinarsi il cerchio che doveva chiuderli e stringerli insieme
rapidamente. Né l'una né l'altro aveva conscienza di quella rapidità. Dopo due o
tre ore dal primo vedersi, già l'una si dava all'altro, in ispirito; e la
scambievole dedizione pareva naturale.
Ella disse, dopo un
intervallo, senza guardarlo:
- Siete molto giovine. Avete già
molto amato?
Egli rispose con un'altra domanda.
-
Credete voi che ci sia più nobiltà di animo e di arte ad imaginare in una sola
unica donna tutto l'Eterno feminino, oppure che un uomo di spiriti sottili ed
intensi debba percorrere tutte le labbra che passano, come le note d'un
clavicembalo ideale, finché trovi l'Ut gaudioso?
- Io non so. E
voi?
- Neanche io so risolvere il gran dubbio sentimentale. Ma,
per istinto, ho percorso il clavicembalo; e temo d'aver trovato l'Ut, a
giudicare almeno dall'avvertimento interiore.
-
Temete?
- Je crains ce que j'espère.
Egli
parlava con naturalezza quel linguaggio manierato, quasi estenuando
nell'artifizio delle parole la forza del suo sentimento. Ed Elena si sentiva
dalla voce di lui prendere come in una rete e trarre fuor della vita che
movevasi a torno.
- Sua Eccellenza la principessa di Micigliano!
- annunziava il servo.
- Il signor conte di
Gissi!
- Madame Chrysoloras!
- Il signor marchese
e la signora marchesa Massa d'Albe!
I saloni si popolavano.
Lunghi strascichi lucenti passavano sul tappeto purpureo; fuor de' busti
constellati di diamanti, ricamati di perle, avvivati di fiori, emergevano le
spalle nude; le capigliature scintillavano quasi tutte di que' meravigliosi
gioielli ereditarii che fanno invidiata la nobiltà di Roma.
- Sua
Eccellenza la principessa di Ferentino!
- Sua Eccellenza il duca
di Grimiti!
Già si formavano i diversi gruppi, i diversi focolari
della malignità e della galanteria. Il gruppo maggiore, tutto composto di
uomini, stava presso il pianoforte, intorno la duchessa di Scerni ch'erasi
levata in piedi per tener testa a quella specie d'assedio. La Ferentino si
avvicinò a salutare l'amica con un rimprovero.
- Perché non sei
venuta oggi da Ninì Santamarta? Ti aspettavamo.
Ella era alta e
magra, con due strani occhi verdi che parevan lontani in fondo alle occhiaie
oscure. Vestiva di nero, con una scollatura a punta sul petto e sulle spalle;
portava tra i capelli, d'un biondo cinereo, una gran mezzaluna di brillanti, a
simiglianza di Diana, e agitava un gran ventaglio di piume rosse, con gesti
repentini.
- Ninì va stasera da Madame Van
Huffel.
- Anch'io andrò, più tardi, per un poco - disse la Muti.
- La vedrò.
- Oh, Ugenta, - fece la principessa, volgendosi ad
Andrea - vi cercavo per rammentarvi il nostro appuntamento. Domani è giovedì. La
vendita del cardinale Immenraet comincia domani, a mezzogiorno. Venite a
prendermi all'una.
- Non mancherò, principessa.
-
Bisogna ch'io porti via quel cristallo di ròcca ad ogni costo.
-
Avrete però qualche competitrice.
- Chi?
- Mia
cugina.
- E poi?
- Me - disse la
Muti.
- Te? Vedremo.
I cavalieri intorno
chiedevano schiarimenti.
- Una contesa di dame del XIX secolo,
per un vaso di cristallo di ròcca già appartenuto a Niccolò Niccoli; su quel
vaso è intagliato il troiano Anchise che scioglie un de' calzari di Venere
Afrodite - annunziò solennemente Andrea Sperelli. - Lo spettacolo è dato per
grazia, domani, dopo la prima ora del pomeriggio, nelle sale delle vendite
publiche, in via Sistina. Contendono: la principessa di Ferentino, la duchessa
di Scerni, la marchesa d'Ateleta.
Tutti ridevano, a quel
bando.
Il Grimiti domandò:
- Son lecite le
scommesse?
- La côte! La côte! - si mise a garrire Don
Filippo del Monte, imitando la voce stridula del bookmaker
Stubbs.
La Ferentino col suo ventaglio rosso gli diede un colpo
sulla spalla. Ma la facezia parve buona. Le scommesse incominciarono. Come dal
gruppo partivano risa e motti, a poco a poco altre dame e altri gentiluomini si
avvicinarono per prender parte all'ilarità. La notizia della contesa si spargeva
rapidamente; prendeva le proporzioni d'un avvenimento mondano; occupava tutti i
belli spiriti.
- Datemi un braccio e facciamo un giro - disse
Donna Elena Muti ad Andrea.
Quando furono lontani dal gruppo, nel
salone contiguo, Andrea stringendole il braccio mormorò:
-
Grazie!
Ella si appoggiava a lui, soffermandosi di tratto in
tratto per rispondere ai saluti. Pareva un poco stanca; ed era pallida come le
perle delle sue collane. Ciascun giovine elegante le faceva un complimento
volgare.
- Questa stupidità mi soffoca - ella
disse.
Nel volgersi, vide Sakumi che la seguiva portando la
camelia bianca all'occhiello, in silenzio, con gli occhi imbambolati, senza
osare d'accostarsi. Gli mandò un sorriso misericorde.
- Povero
Sakumi!
- L'avete veduto ora soltanto? - le chiese
Andrea.
- Sì.
- Quando eravamo seduti accanto al
pianoforte, egli dal vano d'una finestra guardava continuamente le vostre mani
che giocavano con un'arma del suo paese destinata a tagliar le pagine d'un libro
occidentale.
- Dianzi?
- Già, dianzi. Forse egli
pensava: « Dolce cosa far harakiri con quella piccola sciabola ornata di
crisantemi che paion fiorire dalla lacca e dal ferro al tocco delle sue dita!
»
Ella non sorrise. Su la sua faccia era disceso un velo di
tristezza e quasi di sofferenza; i suoi occhi parevano occupati da un'ombra più
cupa, vagamente illuminati sotto la palpebra superiore, come dell'albor d'una
lampada; un'espressione dolente le abbassava un poco gli angoli della bocca.
Ella teneva il braccio destro abbandonato lungo la veste, reggendo nella mano il
ventaglio e i guanti. Non porgeva più la mano ai salutatori e ai lusingatori; né
dava più ascolto ad alcuno.
- Che avete, ora? - le chiese
Andrea.
- Nulla. Bisogna ch'io vada dalla Van Huffel. Conducetemi
a salutare Francesca; e poi accompagnatemi fin giù, alla mia
carrozza.
Tornarono nel primo salone. Luigi Gullì, un giovine
maestro venuto dalle natali Calabrie in cerca di fortuna, nero e crespo come un
arabo, eseguiva con molta anima la Sonata in do diesis minore di Ludovico
Beethoven. La marchesa d'Ateleta, ch'era una sua proteggitrice, stava in piedi
accanto al pianoforte, guardando la tastiera. A poco a poco la musica grave e
soave prendeva tutti que' leggeri spiriti ne' suoi cerchi, come un gorgo tardo
ma profondo.
- Beethoven - disse Elena, con un accento quasi
religioso, arrestandosi e sciogliendo il suo braccio da quello di
Andrea.
Ella così rimase ad ascoltare, in piedi, presso una delle
banane. Tenendo proteso il braccio sinistro, si metteva un guanto, con estrema
lentezza. In quell'attitudine l'arco delle sue reni appariva più svelto; tutta
la figura, continuata dallo strascico, appariva più alta ed eretta; l'ombra
della pianta velava e quasi direi spiritualizzava il pallore della carne. Andrea
la guardò. E le vesti, per lui, si confusero con la persona.
«
Ella sarà mia » pensava, con una specie d'ebrietà, poiché la musica patetica gli
aumentava l'eccitamento. « Ella mi terrà fra le sue braccia, sul suo cuore!
»
Imaginò di chinarsi e di posare la bocca su la spalla di lei. -
Era fredda quella pelle diafana che sembrava un latte tenuissimo attraversato da
una luce d'oro? - Ebbe un brivido sottile; e socchiuse le palpebre, come per
prolungarlo. Gli giungeva il profumo di lei, una emanazione indefinibile, fresca
ma pur vertiginosa come un vapore d'aròmati. Tutto il suo essere insorgeva e
tendeva con ismisurata veemenza verso la stupenda creatura. Egli avrebbe voluto
involgerla, attrarla entro di sé, suggerla, beverla, possederla in un qualche
modo sovrumano.
Quasi constretta dal soverchiante desiderio del
giovine, Elena si volse un poco; e gli sorrise d'un sorriso così tenue, direi
quasi così immateriale, che non parve espresso da un moto delle labbra, sì bene
da una irradiazione dell'anima per le labbra, mentre gli occhi rimanevan tristi
pur sempre, e come smarriti nella lontananza d'un sogno interiore. Eran
veramente gli occhi della Notte, così inviluppati d'ombra, quali per una
Allegoria avrebbeli forse imaginati il Vinci dopo aver veduta in Milano Lucrezia
Crivelli.
E nell'attimo che durò il sorriso, Andrea si sentì
solo con lei, in mezzo alla moltitudine. un orgoglio enorme gli gonfiava
il cuore.
Poiché Elena fece l'atto di mettersi l'altro guanto,
egli la pregò sommesso:
- No, non quello!
Elena
intese; e lasciò nuda la mano.
Una speranza era in lui, di
baciarle la mano, prima ch'ella partisse. D'improvviso, gli risorse nello
spirito la visione della Fiera di maggio, quando gli uomini le bevevano nel
concavo delle palme il vino. Di nuovo, un'acuta gelosia lo
punse.
- Ora, andiamo - ella disse, riprendendogli il
braccio.
Finita la Sonata, le conversazioni si riannodavano più
vive. Il servo annunziò altri tre o quattro nomi, tra cui quello della
principessa Issé che entrava con un piccolo passo incerto, vestita all'europea,
sorridente dal volto ovale, candida e minuta come la figurina d'un
netske. Un movimento di curiosità si propagò pel salone.
-
Addio, Francesca - disse Elena. prendendo congedo dall'Ateleta. - A
domani.
- Così presto?
- Mi aspettano in casa Van
Huffel. Ho promesso di andare.
- Peccato! Canterà, ora, Mary
Dyce.
- Addio. A domani.
- Prendi. E addio. Cugino
amabile, accompagnatela.
La marchesa le diede un mazzo di
violette doppie; e si volse poi ad incontrar la principessa Issè, graziosamente.
Mary Dyce, vestita di rosso, alta e ondeggiante come una fiamma, incominciava a
cantare.
- Sono tanto stanca! - mormorò Elena, appoggiandosi ad
Andrea. - Chiedete, vi prego, la mia pelliccia.
Egli prese la
pelliccia dal servo che glie la porgeva. Aiutando la dama a indossarla, le
sfiorò l'omero con le dita; e sentì ch'ella rabbrividiva. Tutta l'anticamera era
piena di valletti in livree diverse, che s'inchinavano. La voce soprana di Mary
Dyce portava le parole d'una Romanza di Robert Schumann: « Ich kann's nicht
fassen, nicht glauben... »
Scendevano in silenzio. Il servo
era andato innanzi a fare avanzare la carrozza fino a piè della scala. Udivasi
rintronare lo scalpitìo de' cavalli sotto l'androne sonoro. Ad ogni scalino,
Andrea sentiva il premere lieve del braccio di Elena che s'abbandonava un poco,
tenendo il capo sollevato, anzi alquanto piegato indietro, con gli occhi
socchiusi.
- Nel salire, vi seguiva la mia ammirazione
sconosciuta. Nel discendere vi accompagna il mio amore - le disse Andrea,
sommessamente, quasi umilmente, ponendo tra le ultime parole una pausa
esitante.
Ella non rispose. Ma portò alle nari il mazzo delle
viole ed aspirò il profumo. Nell'atto, l'ampia manica del mantello scivolò lungo
il braccio, oltre il gomito. La vista di quella viva carne, uscente di fra la
pelliccia come una massa di rose bianche fuor della neve, accese ancor più ne'
sensi del giovine la brama, per la singolar procacità che il nudo feminile
acquista allor quando è mal celato da una veste folta e grave. un piccolo
fremito gli moveva le labbra; ed egli trattenava a stento le parole
desiose.
Ma la carrozza era pronta a piè della scala, e il servo
era allo sportello.
- Casa Von Huffel - ordinò la duchessa,
montando, aiutata dal conte.
Il servo s'inchinò, lasciando lo
sportello; ed occupò il suo posto. I cavalli scalpitavano forte, levando
faville.
- Badate! - gridò Elena, tendendo al giovine la mano; e
i suoi occhi e i suoi diamanti scintillavano nell'ombra.
« Essere
con lei, là nell'ombra e cercare con la bocca il suo collo fra la pelliccia
profumata! » Egli avrebbe voluto dirle:
- Prendetemi con
voi!
I cavalli scalpitavano.
- Badate! - ripeté
Elena.
Egli le baciò la mano, premendo, come per lasciarle su la
cute un'impronta di passione. Quindi chiuse lo sportello. E, al colpo, la
carrozza partì rapidamente, con un alto rimbombo per tutto l'androne, uscendo
nel Fòro.
III
Così ebbe principio l'avventura di Andrea Sperelli con
Donna Elena Muti.
Il giorno dopo, le sale delle vendite publiche,
in via Sistina, erano piene di gente elegante, venuta per assistere
all'annunziata contesa.
Pioveva forte. In quelle stanze umide e
basse entrava una luce grigia; lungo le pareti erano disposti in ordine alcuni
mobili di legno scolpito e alcuni grandi trittici e dittici della scuola toscana
del XIV secolo; quattro arazzi fiamminghi, rappresentanti la Storia di
Narcisso, pendevano fino a terra; le maioliche metaurensi occupavano due
lunghi scaffali; le stoffe, per lo più ecclesiastiche, stavano o spiegate su le
sedie o ammucchiate su i tavoli; i cimeli più rari, gli avorii, gli smalti, i
vetri, le gemme incise, le medaglie, le monete, i libri di preghiere, i codici
miniati, gli argenti lavorati erano raccolti entro un'alta vetrina, dietro il
banco dei periti; un odor singolare, prodotto dall'umidità del luogo e da quelle
cose antiche, empiva l'aria.
Quando Andrea Sperelli entrò,
accompagnando la principessa di Ferentino, ebbe un segreto tremito. Pensò: «
Sarà già venuta? » E i suoi occhi rapidamente la
cercarono.
Ella era già venuta, infatti. Sedeva innanzi al
banco, tra il cavaliere Dàvila e Don Filippo del Monte. Aveva posato su l'orlo
del banco i guanti e il manicotto di lontra da cui usciva fuori un mazzo di
violette. Teneva tra le dita un quadretto d'argento, attribuito a Caradosso
Foppa; e l'osservava con molta attenzione. Gli oggetti passavano di mano in
mano, lungo il banco; il perito ne faceva le lodi ad alta voce; le persone in
piedi, dietro la fila delle sedie, si chinavano per guardare; quindi
incominciava l'incanto. Le cifre si seguivano rapidamente. Ad ogni tratto, il
perito gridava:
- Si delibera! Si
delibera!
Qualche amatore, incitato dal grido, gittava una più
alta cifra, guardando gli avversarii. Il perito gridava, con alzato il
martello:
- Uno! Due! Tre!
E percoteva il banco.
L'oggetto apparteneva all'ultimo offerente. Un mormorio si propagava intorno;
poi di nuovo accendevasi la gara. Il cavaliere Dàvila, un gentiluomo napoletano
che aveva le forme gigantesche e maniere quasi feminee, celebre raccoglitore e
conoscitor di maioliche, dava il suo giudizio su ciascun pezzo importante. Tre,
veramente, in quella vendita cardinalizia, eran le cose « superiori »: la
Storia di Narcisso, la tazza di cristallo di ròcca, e un elmo d'argento
cesellato da Antonio del Pollajuolo, che la Signoria di Firenze donò al conte
d'Urbino nel 1472, in ricompensa de' servigi da lui resi nel tempo della presa
di Volterra.
- Ecco la principessa - disse Don Filippo del Monte
alla Muti.
La Muti si levò per salutare l'amica.
-
Di già sul campo! - esclamò la Ferentino.
- Di
già.
- E Francesca?
- Non è ancor
giunta.
Quattro o cinque eleganti signori, il duca di Grimiti,
Roberto Casteldieri, Ludovico Barbarisi, Giannetto Rùtolo, si appressarono.
Altri sopravvenivano. Lo scroscio della pioggia copriva le
parole.
Donna Elena porse la mano allo Sperelli, francamente,
come ad ognuno. Egli si sentì, da quella stretta di mano, allontanare. Elena gli
parve fredda e grave. Tutti i suoi sogni s'agghiacciarono e precipitarono, in un
attimo; i ricordi della sera innanzi si confusero; le speranze si estinsero. Che
aveva ella? Non era più la donna medesima. Vestiva una specie di lunga tunica di
lontra e portava sul capo una specie di tòcco, anche di lontra. Aveva
nell'espressione del volto qualche cosa di aspro e quasi di
sprezzante.
- C'è ancóra tempo, alla tazza - ella disse alla
principessa; e si rimise a sedere.
Ogni oggetto passava per le
sue mani. Un Centauro intagliato in un sardonio, opera assai fina, forse
proveniente dal disperso museo di Lorenzo il Magnifico, la tentò. Ed ella prese
parte alla gara. Comunicava la sua offerta al perito, a voce bassa, senza levare
gli occhi su di lui. A un certo punto, i competitori si arrestarono; ella
ottenne la pietra, a buon prezzo.
- Acquisto eccellente - disse
Andrea Sperelli, che stava in piedi, dietro la sedia di
lei.
Elena non poté trattenere un lieve sussulto. Prese il
sardonio e lo diede a vedere, levando la mano all'altezza della spalla, senza
voltarsi. Era veramente un'assai bella cosa.
- Potrebbe essere il
Centauro che Donatello copiò - soggiunse Andrea.
E nell'animo di
lui, insieme con l'ammirazione per la cosa bella, sorse l'ammirazione per il
nobile gusto della dama che ora la possedeva. « Ella è dunque, in tutto, una
eletta » pensò. « Quali piaceri può dare ella a un amante raffinato! »
Colei s'ingrandiva, nella sua imaginazione; ma, ingrandendosi, sfuggivagli. La
gran sicurezza della sera innanzi mutavasi in una specie di scoraggiamento; e i
dubbii primitivi risorgevano. Egli aveva troppo sognato, nella notte, a occhi
aperti, nuotando in una felicità senza fine, mentre il ricordo d'un gesto, d'un
sorriso, d'un'aria della testa, d'una piega del vestito lo prendeva e
l'allacciava, come una rete. Ora, tutto quel mondo imaginario crollava
miseramente al contatto della realtà. Egli non aveva visto negli occhi di Elena
il singolar saluto a cui aveva tanto pensato; egli non era stato distinto da
lei, in mezzo agli altri, con nessun segno. « Perché? » Si sentiva umiliato.
Tutta quella gente fatua, d'intorno, gli faceva ira; gli facevano ira quelle
cose che attraevan l'attenzione di lei; gli faceva ira Don Filippo del Monte che
di tratto in tratto chinavasi verso di lei per mormorarle forse qualche
malignità. Sopravvenne l'Ateleta. La quale era, come sempre, allegra. Il suo
riso, tra i signori che già l'attorniavano, fece volgere vivamente Don
Filippo.
- La Trinità è perfetta - egli disse, e si
levò.
Andrea occupò sùbito la sedia, accanto alla Muti. Come gli
giunse alle nari il profumo sottile delle viole, mormorò:
- Non
sono quelle di ieri sera.
- No - fece Elena,
freddamente.
Nella sua mobilità, ondeggiante e carezzante come
l'onda, c'era sempre la minaccia del gelo inaspettato. Ella era soggetta a
rigidità subitanee. Andrea tacque, non comprendendo.
- Si
delibera! Si delibera! gridava il perito.
Le cifre salivano. La
gara era ardente intorno l'elmo d'Antonio del Pollajuolo. Anche il cavalier
Dàvila entrava in lizza. Pareva che a poco a poco l'aria si riscaldasse e che il
desiderio di quelle cose belle e rare prendesse tutti gli spiriti. La mania si
propagava, come un contagio. In quell'anno, a Roma, l'amore del bibelot e
del bric-à-brac era giunto all'eccesso; tutti i saloni della nobiltà e
dell'alta borghesia erano ingombri di « curiosità »; ciascuna dama tagliava i
cuscini del suo divano in una pianeta o in un piviale e metteva le sue rose in
un vaso di farmacia umbro o in una coppa di calcedonio. I luoghi delle vendite
publiche erano un ritrovo preferito; e le vendite erano frequentissime. Nelle
ore pomeridiane del tè le signore, per eleganza, giungevano dicendo: « Vengo
dalla vendita del pittore Campos. Molta animazione. Magnifici i piatti
arabo-ispani! Ho preso un gioiello di Maria Leczinska. Eccolo.
»
- Si delibera!
Le cifre salivano. Intorno al
banco si accalcavano gli amatori. La gente elegante si dava ai bei parlari, fra
le Natività e le Annunciazioni giottesche. Le signore, fra
quell'odore di muffa e di anticaglie, portavano il profumo delle loro pellicce e
segnatamente quello delle violette, poiché tutti i manicotti contenevano un
mazzolino secondo la moda leggiadra. Per la presenza di tante persone, un tepore
dilettoso diffondevasi nell'aria, come in una umida cappella dove fossero molti
fedeli. La pioggia seguitava a crosciar di fuori e la luce a diminuire. Furono
accese le fiammelle del gas; e i due diversi chiarori
lottavano.
- Uno! Due! Tre!
Il colpo di martello
diede il possesso dell'elmo fiorentino a Lord Humphrey Heathfield. L'incanto
ricominciò di nuovo su piccoli oggeti, che passavano lungo il banco, di mano in
mano. Elena li prendeva delicatamente, li osservava e li posava quindi innanzi
ad Andrea, senza dir nulla. Erano smalti, avorii, orologi del XVIII secolo,
gioielli d'oreficeria milanese del tempo di Ludovico il Moro, libri di preghiere
scritti a lettere d'oro su pergamena colorita d'azzurro. Tra le dita ducali
quelle preziose materie parevano acquistar pregio. Le piccole mani avevano
talvolta un leggero tremito al contatto delle cose più desiderabili. Andrea
guardava intensamente; e nella sua imaginazione egli trasmutava in una carezza
ciascun moto di quelle mani. « Ma perché Elena posava ogni oggetto sul banco,
invece di porgerlo a lui? »
Egli prevenne il gesto di Elena,
tendendo la mano. E da allora in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli
passarono dalle dita dell'amata in quelle dell'amante, comunicando un
indefinibile diletto. Pareva ch'entrasse in loro una particella dell'amoroso
fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d'una
calamita. Era veramente una sensazione magnetica di diletto, una di quelle
sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto negli inizii di un
amore e che non paiono avere né una sede fisica né una sede spirituale, a
simiglianza di tutte le altre, ma sì bene una sede in un elemento neutro del
nostro essere, in un elemento quasi direi intermedio, di natura ignota, men
semplice d'uno spirito, più sottile d'una forma, ove la passione si raccogli