FRIEDRICH POLLOCK

 

A cura di Giacomo Grasso

 

 

POLLOCK


 

 

Vita e opere



Friedrich Pollock nacque a Freiburg im Breisgau nel 1894. Apparteneva alla ricca borghesia ebraica della città: il padre, “estremamente autoritario e tendenzialmente antisemita”, era titolare di una ditta e si era ‘assimilato’ da tempo convertendosi al protestantesimo. La sua famiglia si trasferì nel 1911 a Stoccarda, e lì si instaurò il forte legame che lo tenne legato a Horkheimer: si è spesso data molta rilevanza al rapporto fra i due, in particolare in riferimento alla comune “sensibilità per l’ingiustizia sociale e la nostalgia per un mondo altro da quello in cui crebbero e vennero educati”. Allo scopo di mantenere questa amicizia stilarono un ‘contratto’ che venne poi aggiornato diverse volte lungo il corso della loro vita, nonostante fossero caratterialmente molto diversi, e uno di questi costituì i Materialen zur Neuformulierung von Gründsätzen del 1935. Pollock assunse ben presto un ruolo relativamente subordinato ad Horkheimer e, pur risultandogli tale posizione talvolta scomoda o fastidiosa, non cercò mai di cambiarla.

È del ’23 la sua tesi di laurea sulla teoria del denaro in Marx, che sancisce il punto di arrivo di un corso di studi incentrato sull’economia politica e integrato con corsi paralleli di filosofia. Proprio in quegli anni intanto, si vengono creando i presupposti per la fondazione dell’Institut für Sozialforschung, e quella che nel ’22 era stata una semplice settimana di studio sul marxismo, la  Erste Marxistische Arbeitwoche, divenne un’istituzione il 3 febbraio 1923 grazie ai finanziamenti di Felix Weil.

Il discorso inaugurale tenuto nel 1924 da Grünberg, probabilmente primo professore universitario apertamente marxista in Austria e Germania, è un primo passo nell’approccio al nostro autore, che fu suo assistente insieme a Henryk Groβmann in quei primi anni: esso volse a stabilire, sostenendo il carattere non collegiale della sua direzione, le linee essenziali del metodo scientifico e della Weltanschauung alla base degli studi, evitando così che la pluralità di visioni conducesse all’estraniazione di alcuni singoli collaboratori o a cattivi compromessi, mettendo a rischio l’identità stessa dell’Istituto. Non si trattava più, come nel caso del Grünberg-Archiv, di un “informale scambio di idee” ma di una “reale comunanza nella ricerca”: l’orizzonte teoretico è il materialismo storico marxiano, il metodo la dialettica.

L’ottimismo del direttore era evidente nella sua relazione iniziale. Se ad alcuni sembrava di vedere nella crisi non solo “le macerie del loro mondo, ma le macerie del mondo in genere”,  in realtà si trattava “dell’esaurirsi di ciò che è nato, si è sviluppato ed è giunto a maturazione in maniera storicamente condizionata e che appunto perciò deve scomparire”. In base all’esperienza storica infatti, egli era “scientificamente e fermamente convinto” della transitorietà della situazione attuale e dell’inevitabile sbocco nel socialismo in base allo sviluppo dialettico della realtà storica. Scientificità  voleva dire, per Grünberg, osservazione del processo storico e delineamento delle leggi come “ultime cause concepibili di questo processo di rivolgimento”, indipendentemente dai presupposti ideologici della ricerca stessa.

Il metodo infatti non doveva essere invalidato dalla visione del mondo, ma il problema dell’obiettività della conoscenza non fu mai preso troppo in considerazione. Era probabilmente fin troppo chiara la difficoltà di isolare la ricerca dai diversi ‘valori’ dell’interesse pratico, e ciò valeva a maggior ragione per le correnti socialiste. Così la Weltanschauung marxiana avrebbe dovuto necessariamente essere alla base di ogni ricerca senza però vincolarla nei risultati: se da un lato dunque, “jeder wird durch seine Weltanschauung geleitet” (Grünberg 1924, 12), dall’altro lato era forte il richiamo all’autocontrollo allo scopo di porre dei limiti alle influenze esterne.

Il principio di ricerca è l’interpretazione del marxismo come scienza sociale empirica, sicuramente un elemento importante verso la Soziaforschung horkheimeriana, eterodosso rispetto al classico ‘Diamat’ e una risposta forte all’ortodossia kautskiana: sotto questa prima direzione, venne evitata ogni tematica filosofica teorica propria del marxismo, così come ogni approfondimento di questioni epistemologiche. Si stabilirono sei ambiti di ricerca: materialismo storico e fondamenti filosofici del marxismo, economia politica, problemi dell’organizzazione economica di una società socialista, condizione della classe operaia nel passato e nel presente, e storia delle dottrine e dei partiti socialisti. Questa molteplicità dei temi d’indagine gioca a favore dell’ apertura di vedute della ricerca di quel primo periodo e a sfavore di quelle accuse di dogmatismo che  hanno portato spesso a considerare l’Istituto una sorta di “cittadella marxista”, ermeticamente isolata, omogenea e intollerante all’interno. Importante ricordare che fu curata in quegli anni, per la prima volta, l’edizione delle opere complete di Marx ed Engels con l’aiuto di Rjazanov. Nel 1928 Grünberg dovette abbandonare la sua funzione per motivi di salute, e nel ’30 Horkheimer assunse definitivamente il ruolo di direttore.

All’interno di questo ricco panorama si inserisce la «Sombarst Widerlegung» des Marxismus, come confutazione de Der proletarische Sozialismus (Marxismus) del 1924 in cui l’autore declassava la dialettica materialistica, colonna della ‘metafisica della storia’ marxista (Sombart  1924 I,28), a semplice visione del mondo sovrapposta alla realtà, in grado solo di impedirne un’indagine e una verifica empirica. A ciò Pollock replica definendo e riconoscendo la dialettica come perpetuo movimento della realtà, un continuo trapassare di tutto nel proprio contrario, e soprattutto come il metodo per rendere scientificamente feconda tale assunzione di fondo. Secondo C.Campani, la risposta risulta in parte incompleta in quanto non affronta il problema del rapporto tra ‘schema ‘ e costituzione dell’oggetto e tra Weltanschauung e metodo; e il rimando ai risultati concreti della ricerca non è in grado di risolvere, insomma, il problema epistemologico. Nonostante ciò, è proprio il metodo di Sombart a rilevare le carenze maggiori. Egli ha infatti adottato il metodo della Wesenschauung – sul modello di Scheler-, che vuole essere una immediata ‘visione d’essenza’ della realtà delle cose, mentre invece, in questo modo, si svincola da qualsiasi possibile verifica empirica. Basterebbe infatti sostenere l’incapacità dell’interlocutore critico di vedere l’‘idea’alla base della realtà, per smorzare ogni obiezione. Si tratta di un approccio il cui potenziale analitico è pressoché nullo, e che Pollock definì aprioristico, dogmatico e assolutamente non scientifico poiché deduttivo.

Una critica allo stesso modo di impostare l’analisi del reale si ripropone nel ’32, anno in cui Horkheimer compila uno dei suoi primi saggi introduttivi alla “teoria critica”: in Osservazioni sulla scienza e la crisi infatti, trova spazio un aperto attacco ai tentativi ‘metafisici’ – Husserl, Scheler - che avevano identificato la realtà concreta con la vita anziché con la società viva, isolando l’uomo e ipostatizzandolo, minimizzando allo stesso tempo l’importanza dei processi sociali. L’errore era stato chiaramente nel metodo eidetico. “Sorse così un’antropologia filosofica fiera della sua indipendenza che assolutizzò, nell’uomo, alcuni caratteri, e all’intelligenza critica venne contrapposta l’intuizione libera dalla coazione di criteri scientifici, sicura del proprio sguardo geniale”.

Diventa dunque essenziale un ritorno alla dottrina dello stesso Marx per capire come in realtà esista una vera e propria solidità e continuità epistemologica all’interno dell’Istituto: Pollock e gli altri intellettuali non aggiungeranno molto all’originale, che viene conservato e applicato nella sua integrità da molti di loro. Marx nel Capitale afferma: “ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica strettamente coincidessero”. Ed è infatti importante vedere, in particolare nell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, come l’autore stesso ci sveli l’inganno del ‘concreto’ come oggetto immediato di ricerca: nell’avvicinarsi ad esso, si scopre che questa realtà non è nient’altro che una semplificazione del reale stesso. In esso si danno infatti una molteplicità di concetti astratti sempre più sottili fino a raggiungere determinazioni elementari, considerate le quali “si tratterebbe di (compiere) un nuovo il viaggio all’indietro” verso il reale, pervenendo ad una chiara comprensione dello stesso. Qui l’astrazione non è assolutamente un ricorrere all’universale indifferente al particolare, ma un processo d’analisi del concreto e il suo dissolvimento nelle sue determinazioni specifiche astratte – cioè non immediatamente evidenti alla percezione. “Per la prima via (quella dell’economia politica), la rappresentazione piena viene volatizzata ad astratta determinazione; per la seconda (quella giusta), le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero […]. Il metodo di salire dall’astratto al concreto (quindi) è solo il modo in cui il pensiero si appropria il concreto, lo riproduce come spiritualmente concreto. Ma mai e poi mai il processo di formazione del concreto stesso”.

La stessa cosa vale per l’Isolierungsmethode, per definire il quale Henryk Groβmann, punto di riferimento imprescindibile per Pollock e per l’Istituto di Ricerca Sociale in quei primi anni, si rifà concretamente all’ortodossia: il “concreto è troppo complesso per venire immediatamente conosciuto”, perciò si deve preporre ad esso uno studio dei presupposti semplificanti propri dell’oggetto, che intermedino tra noi e il suo nucleo strutturale. L’uso degli schemi di riproduzione come punto di partenza dell’analisi permette dunque di rappresentarsi la struttura a fondamento di un fenomeno o processo storico, un tratteggiarsi della situazione che viene inizialmente riconosciuto dall’autore come “presupposto fittizio” e provvisorio; ma “ad ogni presupposto semplificante appartiene una correzione successiva che prende in considerazione gli elementi della realtà empirica”.

Tutti i fenomeni e i problemi vengono trattati così con due diversi criteri: prima separati dalla situazione che li caratterizza, definiti e spiegati con schemi astratti e non direttamente verificati, solo successivamente in rapporto alla realtà concreta. E questo doppio rapporto con il concreto spiegherebbe, oltretutto, la contraddizione che venne messa in luce da Böhm-Bawerk nel 1896 tra il I e il III libro del Capitale: non si tratterebbe assolutamente di una contraddizione teorica insolubile, bensì di un diverso criterio di analisi e di approccio al reale che avrebbe portato a due ‘risultati’ diversi.

Nel 1933, in piena sintonia con questo metodo, Pollock scrive: “questo saggio riporta delle riflessioni che sono sorte dalle discussioni scientifiche e dallo studio dei fatti e di una parte della letteratura teorica divenuta poco chiara per gli stessi specialisti, e che dovrebbero servire a inquadrare alcuni di questi enigmatici fenomeni in un contesto intelligibile”. L’oggetto è la struttura fondamentale di queste crisi, di ciò che non è casuale ma intimamente legato e assolutamente determinante, senza però perdersi o ridursi a concetti economici puri. Questo schema servirà da “filo conduttore nel labirinto dei fatti e delle opinioni”.

In questo contesto, si inserisce Die planwirtschaftlichen Versuche in der Sowjetunion, compilato da Pollock nella seconda metà degli anni ’20 con l’aiuto di D. Rjasanow. Egli ha modo di studiare sul campo teoria e prassi dell’economia pianificata sovietica per alcuni mesi ed entrare in contatto con dirigenti ed esperti ex-menscevichi o non iscritti al partito, impostando il lavoro in modo maggiormente oggettivo, notevole esempio di realgeschichtliche Betractung dello spirito grünberghiano. Lo scopo è quello di identificare elementi che possano contestare le accuse di inefficienza opposte dai teorici non socialisti, e fornire concetti su un argomento che non era ancora stato affrontato sufficientemente. Lo studio della realtà sovietica chiarì le lacune teoriche e pratiche:  innanzitutto, mancava un meccanismo che orientasse e regolasse il mercato indicando i possibili obiettivi e costi; poi, venne meno il profitto aziendale e ciò condusse al ristagno economico, spingendo così l’ideologia marxista dell’altruismo nella glorificazione del lavoro e del ‘sacrificio’. Ma tutto ciò rafforzò la consapevolezza della difficoltà dell’esperimento, ma non ne smorzò l’entusiasmo.

 

 

 

 

La teoria del valore

 

 

Pollock pubblicò Die markschen Geldtheorie nel 1928 nel Grünberg Archiv.: il testo costituì inizialmente la tesi di laurea scritta nel 1923, poi rivista e riadattata allo scopo di chiarificare i termini epistemologici essenziali del pensiero marxiano che erano stati travisati e mal interpretati nell’omonima opera compilata da H. Block nel 1926. È il primo passo del sistema teorico che si può riassumere nei tre momenti teorici di valore, crisi e pianificazione; ossia comprensione del sistema di mercato, analisi degli antagonismi interni che in qualche modo ne minano la stabilità, e infine formulazione di una soluzione possibile in grado di supplire a queste mancanze. L’analisi finale del nazionalsocialismo del 1941, è il riconoscimento della fallibilità della nuova proposta.

In questo testo è riconosciuto il ruolo centrale che la dottrina del denaro gioca all’interno del sistema marxiano e, preso atto della sua sostanziale incompletezza, diventa un’occasione per l’autore di affrontare in maniera concisa anche il rapporto essenza – fenomeno, fondamentale nel discorso più ampio sulla possibilità e sul metodo si un’analisi che si voglia dire scientifica.

“Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che vivono in società…,vale a dire dalla produzione socialmente determinata”: l’individualismo rappresenta un non-senso, un momento inspiegabile di un processo storico che tende alla socializzazione. Solo nel XVIII° secolo, ossia nella società borghese, i rapporti sociali si presentano al singolo come strumenti per assolvere ai propri fini privati, ossia “come una necessità esteriore”. Così come Marx, Pollock concentra l’attenzione sull’elemento sociale dei rapporti di produzione: “ all’insieme dei rapporti sociali degli uomini spetta una funzione, il cui esercizio costituisce il presupposto di tutti gli altri atti sociali: la produzione e riproduzione della vita reale”. Dunque, alla base dell’apparente ‘lotta per l’esistenza’ che il pensiero economico già postulava da tempo e che appare ovvia ad un primo approccio alla società odierna, è possibile riconoscere un sistema di reciproca dipendenza dei produttori -consumatori, occultata da norme giuridiche che all’opposto garantiscono fenomeni di concorrenza e di libero mercato improntati sull’autonomia dei produttori e la privatizzazione dei mezzi di produzione. Ed è appunto su questa rappresentazione fenomenica che insiste sul carattere oggettivo e a-storico delle categorie dell’analisi economica la quale, evitando quello studio penetrante del processo sociale di produzione capitalistico, non riesce a vedere, oltre la divisione sociale del lavoro, la sostanziale identità dei diversi soggetti e della loro prestazione.

Se questa è la struttura sociale, e se i rapporti tra individui diventano “rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose”, il valore di scambio a suo fondamento, risulta essenziale per capire la possibilità stessa di una comunità. Pollock riprende brevemente il discorso sul   feticismo della merce, ma per l’autore, il problema del valore di scambio risulta essenziale non solo a livello sociale, bensì anche in chiave più strettamente economica: se esso infatti si presenta come forma fenomenica della merce, quindi puramente sociale e qualitativamente indifferente, il suo essere equivalente universale tende da un lato a nascondere quella peculiarità propria d’ogni oggetto che è il valore d’uso, ma dall’altro permette di sistematizzare e organizzare qualsiasi forma di commercio tra produttori.

I presupposti teorici da cui l’analisi pollockiana prende le mosse sono la  proprietà privata dei mezzi di produzione e l’autonomia dei produttori: si è detto che il primo motore di tutto è il bisogno di conservazione della vita materiale della società, e che il modo di produzione capitalista  separa e pone in antagonismo il fabbisogno sociale e la produzione, interessata solo alla valorizzazione del capitale e quindi fine a se stessa, senza un diretto interesse al consumo. Il produttore così isolato, non è in grado “né, in linea generale, di influenzare, né addirittura di considerare nei particolari l’intero processo sociale di scambio”, e giunge a conoscere il valore di scambio del suo manufatto solo nel momento stesso della compravendita: ecco che si pone dunque il problema dell’interpretazione del concetto marxiano di lavoro socialmente necessario, per il quale il valore non incarna neanche più il numero di ore lavorative impiegate per produrlo singolarmente, ma giunge a rappresentare una porzione della produzione totale scambiata. Nel mercato esso assume la forma del denaro.

Dunque, “solo quando il tempo di lavoro socialmente necessario regola lo scambio di merci, una società di produttori di merci è vitale”, cioè solo nell’equilibrio produzione-consumo essa è in grado di sopravvivere; ma nel sistema attuale “questa regolazione non avviene per via razionale” (72). Ecco il carattere anarchico ed sostanzialmente disordinato del capitalismo, ed ecco anche la necessità non solo di cogliere il valore-denaro come equivalente universale, ma di interpretarlo considerando che “la sua essenza diviene accessibile solo a chi l’abbia colto come rapporto di produzione” (71). É ben vero e fondamentale il suo ruolo nella commensurabilità del valore di tutte le merci, “una necessità, dunque, che s’impone alla società come costrizione tecnica esteriore”; ma ciò che risulta nascosto ma risolutivo in questa rilettura pollockiana, è l’attenzione alla funzione regolativa  che il concetto di lavoro socialmente necessario e la sua incarnazione nella forma denaro riveste nel mettere in relazione la produzione e il Bedürfniss sociale.

Marx infatti non riconosce alcun ruolo al meccanismo della domanda e dell’offerta, e rifacendosi all’identità dialettica di termini apparentemente antitetici afferma: “vendita e compera sono un atto identico come relazione reciproca fra due persone polarmente opposte, possessore di merce e possessore di denaro”. Solo se la merce è ritenuta inutile dal mercato, per cui non viene convertita in denaro, non si realizza subito nello scambio e mette in moto un processo si squilibrio sociale di produzione, da cui ha origine la crisi come sproporzione, ossia come non realizzazione dialettica dello scambio. È allora il calcolo del valore delle singole merci, stabilito mediante la quantità di ore di lavoro necessario alla produzione di tutte le merci scambiate diviso il numero delle stesse, a regolare ed equilibrare produttore e consumatore.

Avendo così posto le basi del discorso, la critica di Pollock si concentra su alcuni punti essenziali fraintesi da H. Block nel suo saggio. In particolare, egli riconosce una doppia valenza al concetto di lavoro socialmente necessario, come lavoro tecnicamente medio e come lavoro necessario ad assolvere le esigenze della società, ma non potendo esprimere queste ultime in ore lavorative, prende in considerazione la “grandezza oggettivamente fissa, determinata dai mezzi finanziari di cui la domanda dispone” (76), ossia la quantità di denaro disponibile alla domanda aggregata. Ne scaturisce una teoria quantitativa della moneta, fortemente avversa dallo stesso Marx, per il quale invece la somma del denaro circolante corrisponderebbe alla somma dei prezzi delle merci - e non viceversa. Allo stesso modo, si verrebbe portati a considerare il valore come effetto delle dinamiche concorrenziali interne al mercato, rischiando così di dover “introdurre elementi soggettivistici nella teoria oggettivistica del valore”(77).

Il testo è molto schematico e riassuntivo, e in mancanza del testo blockiano risulta difficile ricostruire interamente i punti criticati. Ma ciò che ci interessa è il fatto che Pollock abbia ristabilito, rimanendo inscindibilmente legato alla dottrina originaria, le caratteristiche essenziali del mercato. Così, la moneta-oro ha un valore stabilito che è inerente alla sua produzione in quanto merce,  la velocità di circolazione media è data, e non è essa a determinare il livello dei prezzi, ma corrisponde alla somma del valore di tutte le merci. E benché la discussione verta su diversi punti dettagliatamente, un fattore sembra essenziale alla nostra trattazione, e cioè la centralità del concetto di lavoro socialmente necessario, e di conseguenza del valore, come elemento flessibile e variabile dipendente, in grado di regolare, determinandosi ogni volta nuovamente al momento dello scambio, l’intreccio di produzione e consumo e l’incontro di innumerevoli produttori ignari di tutto: insomma, come un meccanismo del mercato.

 

 

 

L’economia come ‘Hilfwissenschaft’

 

 

Nello stesso testo, Pollock rimprovera anche a Block di distinguere “ un modo di vedere da ‘filosofia sociale’ e uno da ‘teoria economica’”, ossia di separare teoria e prassi, attribuendo alla scienza economica specializzata un’autonomia e una validità esenti da problematiche sociali. In questo modo, anticipa alcune conclusioni che Horkheimer trarrà solo successivamente in Bemerkungen über Wissenschaft und Krise e che verranno riprese nella formulazione del metodo. Il problema economico è innanzitutto un problema della scienza economica, ed infatti esso ricompare in ogni suo saggio, a dimostrare sia la stretta dipendenza delle seppur diverse discipline, sia l’influenza diretta che l’economista ebbe nei confronti dell’amico, soprattutto nel primo periodo dell’Istituto.

Infatti, nel 1931 Horkheimer assume l’incarico di direttore e sancisce con la sua Antrittsvorlesung il nuovo metodo di ricerca  -definito da Habermas un materialismo interdisciplinare-, e la lunga serie di saggi comparsi sulla rivista dell’istituto mirarono a strutturare nelle sue linee essenziali il carattere della teoria critica come metodo di ricerca sociale, ricercando quella fondazione dei principi assolutamente estranea al discorso grünberghiano. E in questo metodo, critica sociale, economica ed epistemologica si diramano nei loro ambiti specifici per poi riconoscersi come facce della stessa medaglia, trovando un denominatore comune  sia nell’oggetto che nel soggetto dell’indagine, entrambi mutevoli in quanto momenti storici.

   Horkheimer risolve innanzitutto il problema dell’oggetto: “le contraddizioni tra le parti della teoria prese per sé non risultano quindi, poniamo, da errori o definizioni trascurate, bensì dal fatto che la teoria ha un oggetto che muta storicamente ma, nonostante tutte le lacerazioni, rimane uno”.

Dall’altro lato invece, si pone la questione del soggetto – e quindi dell’identità dell’Istituto-, che si articola nel suo rapporto problematico con il tempo e con il suo oggetto, cioè la società. Il discorso viene affrontato in Materialismo e Metafisica del 1933, in cui la contraddizione della scienza borghese è ricondotta alle incertezze e ai dubbi che la soluzione kantiana al problema gnoseologico lascia irrisolti. Infatti, se in Kant il tempo viene ricondotto e ridotto a categoria a priori ineliminabile della conoscenza umana limitata e finita, e quindi assolutamente soggettiva, ciò avviene per liberare l’oggetto da qualsiasi forma di divenire e decretare così la possibilità della scienza.  Il rapporto soggetto-oggetto viene appositamente descritto con l’immagine di due grandezze costanti, perfettamente chiarite sul piano concettuale, che si muovono l’una verso l’altra senza entrare però in un rapporto strettamente dialettico, il che vorrebbe anche dire un modificarsi dello stesso soggetto nei confronti del suo aliud, e di conseguenza una sempre meno possibile scientificità.

Ciò che Horkheimer vuole dunque dimostrare e spiegare, è l’infondatezza della concezione lineare della conoscenza kantiana e dell’idea di un costante avvicinamento progressivo della scienza alla natura in grado di mantenere inalterati i due estremi. Kant parla a proposito di un’attività supraindividuale (l’io penso), di cui il singolo individuo empirico è inconsapevole, “nella forma idealistica di una coscienza in sé, cioè di un’istanza puramente spirituale”; un’apologia, insomma, alla concezione borghese dell’io che vede il soggetto riconosciuto da una necessità logica e autonoma, assolutamente indipendente dalla situazione storica e sociale che lo circonda..

Paradossalmente fu proprio Hegel a invalidare questa visione statica della conoscenza con il metodo della dialettica. Egli  forgiò lo strumento idoneo a far sì che il materialismo prendesse coscienza della tensione, in perenne trasformazione eppure insuperabile, tra il proprio pensiero e la realtà. E il passaggio fondamentale del metodo dialettico dalla metafisica al reale (Feuerbach, Marx e Engels) avvenne in base ad un “bisogno di critica”, e permise anche di chiarire in che misura il soggetto venisse determinato o influenzato dall’oggetto, ossia dalla sua situazione sociale. Va sottolineato che questa reciproca influenza riguarda anche lo studio dei fenomeni naturali, apparentemente esonerato dalle dinamiche sociali, per affrontare i quali è necessaria “la consapevolezza che sia questa descrizione che le categorie in essa impiegate sono connesse con il lavoro e con l’indirizzo di interessi degli uomini”.

Le critiche rivolte alle altre dottrine diventano allo stesso tempo dei problemi da affrontare e superare con un nuovo impianto gnoseologico. È questa l’esigenza che induce Horkheimer a recuperare il materialismo, liberandolo dalle diverse critiche che lo rimproverano di sostenere semplicisticamente la realtà della sola materia (F.A.Lange) e di ridurre i processi psicologici stessi  a mero fenomeno della stessa. In opposizione a qualsiasi metafisica deduttiva nel metodo e normativa nell’azione, il materialismo mira a formulare principi induttivamente conclusivi “che contengono l’estratto più generale e più vuoto delle loro esperienze, e in nessun caso una norma per la loro azione…”, diventando così un sistema “dove la tesi è tanto poco determinante ai fini delle decisioni relative ai contenuti, che ad esempio alcuni influenti materialisti dell’illuminismo, primo fra tutti Diderot, poterono per tutta la vita essere incerti rispetto a questi oggetti generali, senza che per questo il carattere della loro presa di posizione pratica ne fosse in qualche modo modificato”. L’autore mette perciò in risalto il carattere dubitativo e perciò stesso critico della dottrina: il materialismo è “non solo quella dubbia enunciazione sulla totalità del reale, ma tutta una serie di idee e di modi di comportamento pratici”, estraneo ad ogni altra metafisica e nella sua variante realistica dello spiritualismo o dell’esistenzialismo.

Questa fu la posizione di Horkheimer nel 1933, ripresa e sostanzialmente mantenuta fino agli anni ’40. Bisogna ora chiarire il rapporto fra scienza, economia e società, che lo stesso Pollock contribuì a sviluppare, pur non affrontando direttamente l’argomento in nessuno dei suoi testi. 

I. In Osservazioni sulla scienza e la  crisi, il problema viene posto nei seguenti termini. È un  dato di fatto lo smarrimento della scienza, e questa situazione ha origine nella separazione e allontanamento di teoria e prassi, dove la prima degenera in costruzioni filosofiche che non tengono conto del procedere delle scienze empiriche,dei loro risultati e problemi, e la seconda si dissolve nel “caos della superspecializzazione” orientata da interessi esterni che, sembrano inalienabili ad ogni ricerca.

È chiaro infatti che la scienza, in generale, collabora come forza produttiva al processo della vita sociale. “Si tratta di una fecondità immanente ad essa”, e non cioè di una semplice “gnoseologia pragmatica” ossia attenta e orientata da interessi esterni; ma oggi questo è trascurato. La crisi che si sta vivendo in questo momento non è data dall’eccessiva razionalizzazione all’interno delle scienze, ma dalla restrizione del principio razionale al suo puro ambito di ricerca, come conseguenza dell’atteggiamento prettamente meccanicistico degli studi, scevro d’ogni preoccupazione extrascientifica che impedisce di inserire e inquadrare l’analisi specifica all’interno di un discorso più generale. Il metodo scientifico, che inizialmente aveva avuto un ruolo di emancipazione dai vincoli della mentalità dogmatica scolastica, diventa quindi oggi un limite che porta ad eternizzare il presente limitandosi a registrare e classificare la realtà, rimanendo indifferente all’essenziale, ossia al divenire storico-sociale e allo stretto rapporto dialettico, benché inconsapevole,  tra i due elementi della ricerca, il soggetto e l’oggetto. Si instaura cioè un “metodo orientato sull’essere e non sul divenire, il cui procedimento imperniato sulla registrazione di ciò che è ripetutamente presente, proprio della vecchia scienza naturale, non riesce affatto a rendere conto (della struttura dinamica della realtà sociale)”.

II. E in particolare, e con ciò arriviamo al punto nodale della nostra trattazione, nella generale crisi economica si rivela l’incapacità dell’ economia politica di adempiere alla sua funzione, ossia di organizzare adeguatamente le consistenti risorse sia conoscitive che tecniche al fine di soddisfare i bisogni della società. Per quanto infatti essa si riveli molto efficace in rapporto agli scopi che essa stessa si è posta –valorizzazione del capitale-, non lo è nel momento in cui viene inserita all’interno Weltanschauung più universale. Horkheimer coglie due contraddizioni essenziali. “Da un lato ( per la scienza economica) vale il principio che ciascuno dei suoi passi deve avere un fondamento gnoseologico, ma il passo più importante, e cioè la determinazione stessa dei suoi compiti, manca di fondazione teorica e sembra abbandonata all’arbitrio. In secondo luogo, la scienza ha a che fare con la conoscenza di ampie connessioni; ma la grande connessione da cui dipende al propria esistenza e la direzione del proprio lavoro, e cioè la società, essa non è in grado di comprenderla nella sua vita reale”.

 Così dunque, la contraddittorietà del reale economico viene colta nella contrapposizione tra monopolio e mercato anarchico, tra l’adeguamento dei mezzi al fine weberiano e il disordine caotico del laissez-faire, ossia come tensione irresolubile tra particolare razionale e universale irrazionale. Quest’inadeguatezza epistemologica a cogliere il tutto equivale, caeteris paribus, all’incapacità di organizzare la totalità dell’economia di mercato, che invece viene abbandonata al suo destino disegnato un’improbabile mano invisibile. Quando Pollock sostituirà il meccanismo di mercato con un controllo diretto di un apposito ufficio, avrà in mente proprio questo ideale utopico della razionalizzazione universale horkheimeriano.

III. Rimane il problema alla base dello scritto del ’37, ossia quali siano le aspirazioni più giuste e più vere in grado disorientare la ricerca, e ciò risulta essere basilare in quanto non è assolutamente possibile affrontare alcuni temi, in particolare quelli sociali, rimanendo imparziali. Così anche la stessa teoria critica non si esime dall’influenza della situazione presente, e il problema degli interessi e dei valori che devono stare alla base della stessa viene risolto con una forte presa di posizione ‘politica’, “sulla cui verità occorre decidere non con una riflessione apparentemente neutrale, ma ancora una volta agendo e pensando, appunto nell’attività storica concreta”.

Anzi, la stessa neutralità è un concetto illusorio: essa consiste semplicemente in un’autoconoscenza astratta da ogni legame con il reale, strettamente connessa con l’idea di un ego definito concentrato in un solo punto (Cartesio e Kant), tipico del pensiero borghese. Se per Durkheim la classificazione degli eventi sociali sulla base di inventari empirici completi è impossibile, la soluzione non sta nello “scegliere dei tratti particolarmente essenziali”. Anche la teoria critica comincia con delle determinazioni astatte ma “ il rapporto delle prime connessioni concettuali con il mondo dei fatti non è essenzialmente quello di generi ed esemplari…, e l’introduzione di tali determinazioni (elementi specifici)…, non ha luogo per semplice deduzione come nella teoria specialistica chiusa in se stessa”.

Se la centralità della ricerca consiste nella ricostruzione e comprensione del presente storico, il problema della situazione economica e della rispettiva scienza si pone in tutta la sua gravità: gli accenni a tale argomento sono sparsi negli scritti dei primi anni ’30 in rapporto a diversi problemi più o meno teorici. Così nel ’32 egli scrive che “non dobbiamo dimenticare che la situazione economica degli uomini agisce fin nelle fibre più profonde e sottili della loro vita psicologica”: una presa di posizione è inevitabile.

 

 

 

La situazione attuale del capitalismo

 

 

I riferimenti alle statistiche dell’Insitut für Konjunkturforschung a cui Pollock accenna all’inizio del saggio del 1932 non sono casuali, e l’illogicità strutturale del sistema di produzione oramai in recessione appare evidente: il crollo della fiducia conduce alla tesaurizzazione dei crediti e al crollo degli investimenti, ma ciò che colpisce e interessa sono sia “l’immane dispersione delle forze produttive materiali e umane e l’annientamento di una parte dei prodotti”, sia la “quantità di valori economici che si sarebbero potuti produrre con i mezzi attualmente disponibili” (87). Pollock denominò ‘metodo di Procuste’ il processo di distruzione di capitali e delle materie prime, evidenziandone l’aspetto tragico. La crisi da sovrapproduzione quindi, si presenta come il paradosso della società moderna, e “la stridente contraddizione tra l’impoverimento di strati sempre più larghi e la mancanza di mezzi per la stessa soluzione dei più urgenti problemi di civilizzazione dall’una parte, e le possibilità tecniche prodotte dal rivoluzionamento dei metodi produttivi impiegati nell’economia agricola e dai progressi dirompenti nella produttività del lavoro industriale dall’altra, costringono vastissimi strati a riflettere sull’opportunità dell’ordinamento economico capitalistico”(87).

Die gegenwärtige Lage des Kapitalismus und die Aussichten einer planwirtschaftlichen Neuordnung, scritto nel ’32 e pubblicato solo nel ’36, anticipa i temi essenziali del sistema teorico, dove però il discorso del piano rimane ancora in via di sviluppo. Nonostante il metodo fosse ancora quello grünberghiano dell’analisi empirica classica, sorse una forte polemica con Groβmann, che concludeva il suo saggio dichiarando l’ineluttabilità della crisi in base alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto, prendendo quindi le mosse dall’analisi esegetica del testo del capitale e limitandosi ad esso. Quest’opera si colloca infatti storicamente al di qua della crisi economica e delle colossali trasformazioni economiche e sociali.

La critica di Pollock si avvia nel considerare due insiemi di cause: innanzitutto quelle d’ordine politico, quindi le perturbazioni della divisione internazionale del lavoro, l’inquietudine politica in seguito al primo conflitto mondiale e la sfiducia nel sistema internazionale di credito, a cui si aggiungono fattori di perturbazione economica dovuti allo sviluppo tecnico della produzione agricola. Ma nel metodo di astrazione e considerazione dell’essenziale, sono le trasformazioni strutturali a interessarci maggiormente, in primis la formazioni di grandi imprese  in ambito più prettamente industriale cui fa seguito la centralizzazione delle funzioni di commercio e di organizzazione del capitale (bancarie). E l’ineluttabilità delle leggi marxiane è messa in discussione da queste varianti.

La crescita delle unità industriali conferisce all’economia di mercato quel ‘discusso’ carattere di irrigidimento costitutivo in antitesi al declamato ‘libero gioco delle forze’ del laissez-faire: il sostituirsi di grossi monopoli al sistema di concorrenza perfetta e la politica doganale diventano gli strumenti principali della politica dei prezzi. D’altra parte, la concentrazione della produzione in pochi soggetti economici ne aumenta considerevolmente l’importanza al livello nazionale, sì da diventare centro dell’attenzione d’ogni agire politico: il potere statale non può più rinunciare ad essi, corrobora la sua ingerenza in ambito produttivo e limita le libertà imprenditoriali a scopo protettivo. La politica di sconto della banca d’emissione centrale (91) non è più sufficiente.

La tendenza all’isolamento, la fine della divisione internazionale del lavoro e il conseguente restringimento del mercato in seguito alle leggi protezionistiche conosceranno un’ulteriore approfondimento e sviluppo nei saggi del’33.

Difficilmente sarà possibile tornare alla situazione pre-bellica. Contrariamente alle teorie armonizzanti che tendono a ridurre le diverse crisi a elementi di frizione, l’equilibro capitalistico ha sempre conosciuto, sin dal suo esistere, la possibilità di rotture a intervalli rivolte a ristabilire sproporzioni, risolvendole “così come per secoli la lotta contro le epidemie non fu possibile in altro modo che con l’isolamento di malati, che venivano abbandonati al loro destino” (94). Ancora una volta alla base di tutto sussistono i rapporti di produzione: “l’automatismo capitalistico produce un adattamento tendenziale della produzione alla domanda capace di pagare, mentre il vero problema è di rendere possibile una copertura migliore e più adeguata dl fabbisogno effettivo” (Ivi.). Il cerchio si chiude quindi intorno alla teoria del valore e alla possibilità reale che questa legge ha nella sistematizzazione dei rapporti essenzialmente disordinati dei produttori.

L’economia è cambiata, processi di ‘decapitalizzazione’ sono in corso, crollano i prezzi delle materie prime seguiti dai valori dei terreni. Sembrano essere a portata di mano tutti i presupposti per una ripresa, ma manca la ‘messa in moto’ da questa paralisi, e i programmi di intervento dei diversi governi sembrano essere le uniche possibilità d’avvio: molti considerano urgente la sostituzione del sistema economico, ma solamente la razionalizzazione totale, ossia non limitata a interventi parziali, convince l’autore (96).

I contributi teorici citati (Lorwin) richiamano all’analisi terminologica: “intendiamo con il termine economia di piano un sistema economico in cui produzione e distribuzione sono regolate centralmente mediante una pianificazione sociale”: il discorso di Hilferding sulla costituzione di un ‘cartello generale’ che permetta il mantenimento delle strutture essenziali del mercato quali la proprietà privata dei mezzi di produzione accordata con proprietà pubbliche e cooperativistiche –società per azioni-, è alla base di un progetto di un’economia di piano capitalistica, come attuabilità del principio di democrazia economica. Questa tesi verrà fortemente avversa da Pollock, che insisterà sempre di più sulla necessità di eliminare i diversi gruppi di interesse, legati in misura crescente al potere politico: “la mentalità da ingegnere deve essere trasferita dalla singola fabbrica all’economia complessiva”, in modo da aggiungere l’optimum di rendimento (98): ciò che nella fase liberale dell’economia costituiva un punto d’arrivo refrattario alla sopravvivenza stessa del sistema, la fine della libera concorrenza, finisce per essere anello di congiunzione imprescindibile nel passaggio alla fase successiva. Così funzionano l’economia di guerra, l’organizzazione dell’industria elettrica e carbonifera e l’istituzione di strutture (ex: Reconstuction Finance Corporation) creditizie al servizio di interventi regolatori.

Le grandi fabbriche e i mezzi tecnico- amministrativi, che permetterebbero un controllo maggiore del fabbisogno sociale, sono presupposti già dati nelle condizioni attuali dell’economia: gli avversari della pianificazione si raccolgono intorno a tre principali obiezioni, “fino a quando non si sarà arrivati alla verifica della prassi”(101).

I.                 incalcolabilità dei costi, minore produttività – legata alla distruzione del mercato e delle sue funzioni-, indisposizione  agli innovamenti, mantenimento dello status quo.

II.              venir meno dell’aspirazione al profitto.

III.           mancanza di principi alla base della pianificazione.

Citando diverse fonti, Pollock nega l’impossibilità di conciliare mercato e piano, riconoscendo anzi al secondo il vantaggio di poter determinare a piacimento i prezzi del mercato al fine di determinare i costi , e di poter calcolare meglio questi ultimi con un calcolo ‘economico-naturale’, senza l’utilizzo di prezzi fittizi.

La seconda obiezione viene invece considerata un semplice psicologismo. Anzi, la gestione collegiale e pubblica sottrae ai singoli soggetti e demandata agli organi sociali, occupati alla gestione degli investimenti anche in ambito di ricerca, e considerando che “l’attività inventrice è già oggi largamente razionalizzata negli istituti tecnico-scientifici aziendali e statali, si può parlare quasi di un’ininterrotta produzione di invenzioni” (104). Questo stesso problema è affrontato da Horkheimer nello stesso periodo: in Storia e psicologia (1932), questo considerare l’utile personale come un qualcosa di psicologicamente essenziale ed inalienabile dell’uomo è aspramente criticato dall’autore, per il quale l’egoismo economico è semplicemente, così come ogni altra realtà sociale, un elemento “storicamente condizionato e suscettibile di trasformazione radicale”. Si tratta di uno psicologismo razionalistico, che ha poi determinato l’economia politica liberalistica. È dunque errato, nella discussione sulla possibilità di un ordinamento economico non individualistico, ricorrere ad argomenti pro o contro questo presupposto problematico per la psicologia moderna stessa. Gli individui potrebbero essere soggetti a impulsi di altro tipo, vedi per esempio la solidarietà come principio di accettazione del dolore e della morte – così per l’autoconservazione, gli impulsi sessuali, etc...

 Contro l’ultima obiezione, viene messa in luce la principale opposizione tra centralizzazione decisionale e decentralizzazione produttiva: “le nostre obiezioni non si rivolgono alla conservazione dell’organizzazione di mercato in un’economia di transizione, bensì alla concezione per cui, in linea di principio, solo il mercato potrebbe consentire quei calcoli sui quali dovrebbe orientarsi una razionale politica economica”(105). Contro quindi la libera formazione dei prezzi, (Lorwin e Heimann), e il loro conseguente utilizzo come “puri e semplici mezzi di compensazione”( Ivi.).

Le ultime considerazioni si preoccupano solamente di ovviare a problemi in sé complessi, ma ritenuti non rilevanti o pienamente risolti da altri autori, così come il la questione della libertà di consumo e della possibilità di una pianificazione in un solo paese. L’idea di una pianificazione parziale viene osteggiata, così come la proposta di mantenere gli attuali rapporti di proprietà. In quest’ultimo caso, i proprietari sarebbero ridotti a semplici rentiers, per cui il piano non potrebbe essere tollerato da questi: “in nessun ordinamento sociale è stato possibile mantenere per lungo tempo la pura e semplice percezione di rendite a spese della società senza una concreta contropartita” (108). Riparleremo di ciò in seguito.

 

 

 

Autarchia e pianificazione

 

 

Se la crisi interna portò alla convinzione di una riorganizzazione razionale della sfera della produzione e distribuzione, la contrazione del mercato internazionale sembrò implicarne una caduta strutturale: il partito degli autarchisti, Sombart e il Tat-kreis ne dedussero la necessità di “annunciare la fine dell’industrialismo e di propugnare un’autarchia agraria”. Uno dei fattori resi noti, consiste nell’espansione territoriale del sistema industriale promossa dal protezionismo, cui seguirebbe la regressione del sistema di divisione internazionale del lavoro tra i paesi fornitori di materie prime e quelli manifatturieri (110). Pollock riprende tre questioni essenziali:

I.                 Diminuzione della capacità di importazione dei paesi di recente sviluppo capitalistico e ristagno della produttività nei paesi esportatori di materie prime: questi non sono più in grado offrire nessuna contropartita alle importazioni industriali non potendo allo stesso tempo esportare materiali e sviluppare una propria produzione, e cioè “sviluppare su base agraria due sistemi industriali, quello proprio e quello europeo”(111).

II.              Tendenza alla regressione demografica, cioè l’inaridimento della fonte dell’esportazione del capitale.

III.           Diminuzione dell’esportazione dei prodotti agricoli verso le aree industriali, in riferimento alle tesi di R. Luxemburg e Sternberg.

Il ripiegamento sul mercato interno risulta perciò inevitabile, visto some esito sicuro del crescente interventismo statale: consapevoli però dell’impossibilità della completa autosufficienza, si impone innanzitutto una classificazione delle singole importazioni in base a criteri economici, morali o politici (Diete). Le diverse obiezioni, in riferimento al rischio continuo di crisi (Döblin) e all’inevitabile abbassamento del tenore di vita, vengono eluse a favore della Weltanschauung autartica. Sostituendo perciò una regolamentazione cosciente al posto del decorso meccanico (114), si giungerebbe ad una sorta di ‘pianificazione’ ove la coercizione sostituirebbe la libertà del singolo: così in ambito mondiale si passerebbe ad un “immediato processo di reciproco scambio delle merci…, operante sulla base di contratti a percentuale e di privilegiamenti”(115). Dati questi presupposti teorici, risulta inevitabile instaurare un parallelo tra Autarkie e Planwirtschaft, le cui reciproche implicazioni materiali e pratiche ricondotte al denominatore comune della razionalizzazione e del controllo.

La posizione di Pollock tende al contrario, a tenere separati i due momenti: la lettura della situazione economica attuale in chiave più ottimistica, gli permette di intravedere le condizioni sufficienti alla ripresa. Nelle aree  neocapitaliste si riscontra lo sviluppo di apparati industriali nella sfera dei consumi svincolata dalla grande domanda interna di mezzi di produzione, legata alla produzione agricola e mineraria destinata all’esportazione: in seguito anche all’aumento delle importazioni di questi paesi – contro la prognosi basata sulla legge del calo di redditività del suolo (119)-, non sembrano esserci dubbi sulla sicura crescita del mercato mondiale.

É fuori discussione la centralità dello sviluppo industriale e tecnico-agrario nei paesi esportatori di materie prime e lo schiacciante inserimento di questi in alcuni rami di produzione: alla base del ridimensionato assorbimento dei mercati esteri sussiste una crisi industriale e soprattutto agraria, legata allo sviluppo delle tecniche e alla capitalizzazione del settore (120). “Finché i paesi agricoli sono rimasti in una condizione di dipendenza passiva dalla congiunzione economica costituivano, esportando le merci richieste nei paesi più colpiti dalla crisi, la sede naturale cui ricorrere per mitigare e, in parte, superare la depressione”( Ivi.).Il loro coinvolgimento all’interno della crisi, e l’esserne essi stessi la fonte, contribuisce a aumentarne la durata e l’intensità: ne seguirono le diverse misure protezionistiche, la sospensione dei crediti e il conseguente abbandono della parità monetaria da parte dei paesi debitori e la riattivazione della bilancia commerciale (121).

La possibilità di un’economia autarchica sono rilevabili quindi, da un lato nelle zone oltreoceano in fase di costruzione ex novo del capitalismo e nei paesi dittatoriali allo scopo di  proteggere le esigue strutture nazionali (Italia, Polonia, Ungheria), dall’altro solo nelle aree europee di coltivazione di frumento (Germania), dove però la diagnosi storica evidenzia la necessità di protezione dei prezzi. Infine, le argomentazioni sulla maggiore resistenza bellica, vengono smentite dalle politiche di Bismark e Caprivi i quali riconobbero l’insufficienza del settore agricolo nei finanziamenti volti ad incrementare le spese militari.

La critica pollockiana, pur mantenendosi a livello astratto, convince sull’autonomia dei due momenti economici: “solo la crisi degli ultimi anni, caratterizzata da una forte fluttuazione dei prezzi sul mercato mondiale, ha reso più volte inservibile la protezione doganale, imponendo l’adozione di una regolamentazione di tipo diretto del commercio con l’estero”(126). Di conseguenza la disciplina della produzione e distribuzione interna, gestita dallo stato e da monopoli, non esente da perturbazioni di breve e di lunga durata (USA). Nel testo, vengono successivamente ripresi e riproposti alcuni temi gia presenti in scritti precedenti: il calo inevitabile della produttività, l’inefficienza di un piano parziale perché nocivo ai rami non ancora regolati, l’adeguamento refrattario alla condizioni di mercato dei settori sovvenzionati e l’utilizzo dei fondi per compensare le perdite a scapito degli investimenti a lunga scadenza, considerando il fatto che là dove i prezzi vengono mantenuti più alti  la brama di profitto condurrebbe all’aumento della produzione e al sovraccarico dell’offerta aggregata.

Pollock torna infine a  discutere sulla necessità di un ‘Ufficio di pianificazione’, e sull’impossibilità della gestione di un sistema produttivo su base privata. La conclusione del saggio riconsidera i punti essenziali, tra cui la necessità d’un piano totale e non parziale, di un controllo del progresso tecnico [G1] e di una razionalizzazione del capitale senza l’impiego di metodi di politica doganale, ritenuto ormai inadeguato nel caso di un controllo collettivo e sociale del commerci.

 

Osservazioni sulla crisi economica

 

 

Bemerkungen zur Wirtschaftskrise viene pubblicato nello stesso numero della Zeitschrift für Sozialforschung nel 1933: molti temi sono ripresi, ma l’attenzione ruota intorno a fattori di ordine sociale, in sintonia con gli assunti di base. “Questo saggio riporta riflessioni…, che dovrebbero servire a inquadrare alcuni di questi enigmatici fenomeni in un contesto intelligibile. Esso tende a spiegare la struttura fondamentale di queste crisi a partire dal conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione, che si esprime nella contraddizione tra le illimitate possibilità tecnico-economiche e il limitato – e tendenzialmente sempre più arduamente realizzabile- scopo della valorizzazione del capitale” (135). Forse le intenzioni superano i mezzi, ma il bisogno di affrontare certi argomenti “fa avvertire il mero carattere probabilistico … come il male minore di fronte all’ignoramus della rassegnazione” (Ivi.).

In primis si tratta di disconoscere la validità delle teorie ‘esogene’, e il metodo adottato impone il riconoscimento delle regolarità delle crisi come di un qualcosa di intrinseco all’oggetto stesso: si tratta ormai del ‘tipico meccanismo’- limitazione produttiva, ristagnamento delle vendite…- di ‘depurazione’ delle ‘disproporzioni’ che avviene mediante la svalutazione o l’annientamento fisico dei prodotti. Le bancarotte entrano in circolo vizioso con le vendite forzate e l’abbassamento dei prezzi, i quali scendono al di sotto del valore al quale la produzione possa essere ancora considerabile redditizia. Pollock rievoca la crisi del 1873 conclusasi solo nel 1879, riconoscendone le affinità con quella attuale, e confuta la ‘teoria delle onde lunghe’ (139). Due cause ‘occasionali’ vengono prese in esame:

I.                 la guerra innanzitutto, la quale ha aumentato la capacità produttiva dei diversi paesi, distruggendo la divisione internazionale del lavoro, e portando scompiglio nei rapporti internazionali di credito a causa delle riparazioni belliche e ai debiti, rendendo difficile ogni tentativo volto a ristabilire dell’equilibrio (140). Nel clima di insicurezza internazionale, ogni intervento governativo rischia di essere ogni volta un motivo per nuove tensioni politiche.  A peggiorare la situazione convengono la scarsa elasticità delle grandi unità industriali e il rituro dei capitali dalla circolazione e la formazione di giacimenti auriferi “del tutto anacronistici”.

II.              la crisi agraria, provocata direttamente dal rivoluzionamento delle tecniche agricole d’oltreoceano e le ormai ovvie conseguenze.

Sarebbe però errato considerare questi fattori estranei al sistema; sarebbe probabilmente possibile dimostrare l’ineluttabilità di questi presupposti della crisi a partire dalle condizioni economiche e sociali dell’attuale sistema di produzione.

Una citazione apologetica del sistema di libera concorrenza di A. Salter, consente a Pollock di ritornare sul problema della fine della fase liberale del sistema economico, e dei suoi cambiamenti strutturali. In primo luogo sta l’incapacità delle grandi unità economiche di “resistere entro ampi margini all’anonimo diktat dei prezzi… senza subire gravi perdite. “È noto il ruolo disastroso che i ‘costi fissi’ giocano nelle grandi fabbriche…” (145). Il solo strumento di politica congiunturale di cui il liberismo dispone, la ‘vite di sconto’, risulta impotente di fronte ai grandi capitali. A ciò fa riscontro la politica d’appoggio finanziario da parte dello stato, che impedisce alla crisi di riequilibrare le  sproporzioni createsi a causa della sempre maggiore difficoltà degli spostamenti di capitale da un settore all’altro e la messa in circolazione di nuovi crediti. In secondo luogo, allo sviluppo produttivo non ha fatto seguito un’altrettanto ampia evoluzione del mercato e della distribuzione: allo stesso modo crolla il monopolio europeo e statunitense nella produzione e diffusione delle merci industriali – prodotti tessili, orologi …. Appare difficile il ripristino del vecchio modello di mercato.

A quattro anni dall’inizio della crisi sembra possibile intravedere i presupposti di una possibile ripresa. Il ‘risanamento’, prende le mosse dalla “revisione fondamentale del rapporto creditore-debitore”  – svalutazione dei debiti mediante inflazione (USA) o cancellazione aperta  e parziale senza dichiarazione di bancarotta (Germania)-, ruotando intorno al nodo centrale costituito dal governo forte. Solo se il risanamento interno d’ogni paese è stato portato a termine, può avere luogo una stabilizzazione del corso di cambio, attuabile nell’interesse degli stessi stati.

La sovrabbondanza di capitale monetario attualmente disponibile, con il ripristino della stabilità monetaria e della fiducia negli investimenti, dovrebbe cessare di essere fonte prima della depressione economica e orientarsi verso altre realtà economiche e continenti (Luxemburg). Importanti sono l’allargamento del mercato, e la ‘valorisation des colonies’, con lo Stato a ruolo di garante e con i nuovi paesi pronti ad assorbire i nuovi capitali. Inevitabile sarà anche la razionalizzazione produttiva e la riorganizzazione delle tecniche delle singole economie rurali.

Viene quindi riproposto il tema della ‘accensione iniziale’  non più casuale ma artificiale, che richiama all’ “assegnazione di molti lavori pubblici, aumento dei prezzi con politica monetaria e creditizia per la liberazione dei mercati dalle riserve che li ribassano, l’aumento dei salari e la combinazione con altri provvedimenti”. I punti di riferimento sono ovviamente tutte le riforme politiche dell’epoca, in particolare il New Deal roosveltiano: incoraggiamento delle fusioni, politica creditizia orientata in senso congiunturale e sicura nel controllo degli investimenti. E solo all’interno di questa situazione, Pollock rivaluta l’isolamento e l’autosufficienza economica. Rimane problematica l’efficacia e la durata di tali sistemi.

Pollock concentra ora l’attenzione sulla situazione sociale, dove è evidente una violenza prima d’ora sconosciuta del conflitto fra forze produttive e rapporti di produzione: “qualitativamente nulla di nuovo”, siamo cioè di fronte alla classica incapacità di un sistema economico di mettere al servizio di tutti le proprie potenzialità; è invece quantitativamente che si evidenzia con tutta la sua gravità la tensione sociale. Da un lato dunque, sussiste la possibilità di un aumento della pressione della classe lavoratrice (Groβmann), dall’altro lato invece il processo di adattamento prende avvio attraverso “una riduzione violenta delle forza produttive e con un ampliamento dei confini nei quali esse vengono costrette” , o “piuttosto un conflitto ricorrente, tra la crescita delle capacità tecnico-organizzative da un lato,e le esigenze di dominio e di autovalorizzazione del capitale”.  Perciò si svilupperebbero contemporaneamente il ‘metodo di Procuste’, “una lotta spietata contro le forze produttive che tendono a travalicarlo” (Ivi.), e il progressivo adeguamento dei rapporti di produzione alle mutate circostanze.

Pollock è molto attento all’idea dello spreco: il fatto che oggi si considerino le ingenti perdite produttive, ossia la chiusura delle fabbriche e la distruzione di macchine, come semplici ‘frizioni’ di sistema così come il disutilizzo della forza-lavoro sottoforma di operai, è uno dei punti di critica e di forza del principio organizzativo del piano. Anzi, lo sviluppo tecnico potrebbe condurre allo stesso modo alla riduzione del tempo di lavoro – per ora solo ‘tecnicamente possibile’- e all’elevazione culturale degli operai, e creare alcuni presupposti per la riorganizzazione della società: i lavoratori stanno apprendendo la capacità tecnica e d’amministrazione, la disciplina e senso di responsabilità, che potrebbero condurre ad un miglioramento delle sue condizioni. La stessa cosa vale anche per l’istruzione sempre più diffusa. Ma questi sviluppi vengono ostacolati dalla “propaganda del vangelo della vita dura e, screditando … l’educazione scolastica e il diritto all’autogestione e alle organizzazioni autonome”,  impediscono l’organizzazione pianificata della vita sociale sulla base di un’economia diretta in modo consapevole.

Il secondo processo invece si sviluppa attraverso forme di proprietà cooperativa o collettiva: le società per azioni, come detto, vagheggiavano quell’ideale di controllo democratico della produzione sperato da Hilferding. Benché poco concorde con questa visione ottimistica dei possibili sviluppi, l’autore considera inizialmente l’azionismo come un freno al rafforzamento smisurato dei proprietari, ma con la scissione tra proprietà e attività dispositiva (imprenditoriale), lo stesso principio si ripropone come centralizzazione del ‘controllo’, senza possibilità di veto da parte dei proprietari sparsi qua e là. Trusts e cartelli, secondo una “possibilità prevalentemente teorica”, possono condurre ad un impiego maggiormente razionale delle attuali forze produttive evitando errori d’investimento, classici dell’ignorare le esigenze del mercato: ma la realtà attuale dei monopoli è ancora lontana da questi risultati. L’antieconomicità della libera concorrenza viene superata nei rami nazionalizzati della produzione – sistema delle comunicazioni e allo stesso tempo viene fortemente limitata la libertà imprenditoriale . A questo consolidamento delle grandi unità mira la politica roosveltiana, e il coordinamento mediante una ‘centrale statale’ ci conduce al punto estremo dello sviluppo degli attuali rapporti di produzione. I contrasti tra gruppi di interesse oppone una forte resistenza ad un possibile accordo tra categorie diverse e si pone la questione, che rimane aperta, sulla garanzia ai due fondamenti presupposti, ossia la proprietà privata e la valorizzazione del capitale. Il dubbio sulla possibilità di conservare della prima è sempre più concreto.

 

 

 

 

 

Capitalismo di Stato

 

 

A partire dal 1934, il numero degli articoli di analisi economica comparsi sulla Zeitschrift für Sozialforschung tende a decrescere, e prende piede una vera e propria divisione del lavoro tra i diversi autori. In particolare, Kurt Mandelbaum  e Gehrard Meyer si occuparono principalmente di rispondere alle critiche mosse partendo da “un’articolata teoria dell’economia di piano”  cercando di fornire una rappresentazione ‘positiva’ degli obiettivi socialisti, mentre Pollock preferì continuare lo studio del sistema attuale e delle tendenze che avrebbero condotto al suo concetto di piano. Ciò nonostante si crearono all’interno del gruppo delle divergenze riguardo alla possibilità di uno sviluppo graduale della situazione in grado di prescindere da un forte rivoluzionamento dei rapporti di produzione: i saggi dei primi due autori rimasero comunque in secondo piano, tanto che lo  stesso Horkheimer li definì un “lavoro teorico preliminare” che avrebbe dovuto lasciare spazio alla verifica nella realtà e nella prassi.

A ciò si aggiunsero elementi di dissidio personale all’interno della scuola, così per esempio tra il direttore, E.Fromm e Pollock stesso. Quest’ultimo smise anche di pubblicare sulla rivista e fino al 1941 non comparvero che brevi recensioni: Campani spiega questa lunga pausa ricorrendo al ruolo amministrativo che sarebbe diventato fonte di grande apprensione per l’autore e ne avrebbe consumato gran parte delle energie. Probabilmente ci si era convinti del carattere esauriente delle diverse analisi già compiute, ma indipendentemente dalle diverse possibili spiegazioni, comparvero nei primi anni ’40 due saggi che fecero molto discutere.

Nel decimo numero della rivista di teoria critica compare infatti nel 1941 uno degli ultimi contributi pollockiani sull’attuabilità di un’economia di piano, alla fine di uno sviluppo ormai giunto al momento di trarre delle conclusioni: ritengo fondamentale questo testo, non tanto per i punti definitivamente chiariti, cioè sul detto, ma per ciò che in esso non viene detto.

Il discorso prende le mosse dall’inevitabile dissolvimento del libero mercato e dell’iniziativa il più possibile svincolata da regole alcune. Ogni possibile ritorno ad esso è sforzo inutile, e si pone l’urgenza di analizzare quello che può essere l’esito di questo processo - “la forma totalitaria del capitalismo di stato è una minaccia mortale per tutti i valori della civiltà occidentale”– per evitarne la realizzazione.

L’analisi rievoca metodologicamente Weber: se infatti non si può affermare l’esistenza effettiva dell’oggetto in questione, è possibile costruirne un modello (199) rifacendosi alle esperienze europee ed americana e considerandole come momenti di una fase di transizione. Il rapporto fra la situazione attuale e quella descritta non appare necessario, ma questo approccio ne facilita l’indagine. Quattro i punti essenziali definiscono il capitalismo di stato:

I.                 esso è successore del capitalismo privato,

II.              il mercato è spogliato delle sue funzioni di controllo, scompaiono le leggi economiche e la scienza economica stessa,

III.           lo stato detiene alcune importanti funzioni, per cui il controllo diretto per regolamentare ed espandere la produzione e per coordinarla ai consumi: primo obiettivo è lo sfruttamento pieno di tutte le risorse,

IV.           esso può assurgere a) come strumento di potere nella forma totalitaria di un nuovo gruppo dirigente, nato dal coagulo dei più forti soggetti industriali e finanziari, insieme a burocrati statali, militari o legati al partito vittorioso, oppure b) nella sua democratica, in cui lo stato mantiene la sua funzione di controllo ma deve sottostare a sua volta alla supervisione del popolo.

“Nessun provvedimento, all’infuori della riorganizzazione globale del sistema economico, può salvare le strutture sociali dalla disintegrazione”.Tre sono i gruppi di funzioni essenziali di coordinamento:

I.definizione dei bisogni della società in termini di beni di consumo, strutture e materie prime,

II.              organizzazione delle risorse, volta al massimo impiego e la massima soddisfazione

III.           coordinamento della produzione orientata all’efficacia

IV.           distribuzione

Come già espresso chiaramente – e Pollock non lesina certo nel riprendere termini già chiariti-, l’incapacità del mercato di assolvere il suo ruolo equilibratore di domanda e offerta sta alla base del suo superamento. In questo modo l’attenzione si sposta sul piano politico, e infatti l’autore conclude così: “il vero problema della società pianificata non sta nella sfera dell’economia, bensì in quella politica, nei principi sui quali debba essere costruita una scala di priorità nei confronti dei bisogni da soddisfare, nella decisione sulla quantità di lavoro socialmente necessario e sulla quantità di prodotto da consumare o da reinvestire per l’espansione”,sempre con un occhio di riguardo alle risorse disponibili.

Altri temi vengono brevemente affrontati. Il mercato non scompare del tutto, anzi, viene mantenuto come strumento di misurazione più sensibile e, se così si può dire, svolge un ruolo di maggiore adeguamento delle esigenze effettive alle quote stabilite con i calcoli – apparentemente difficili- da parte di un ufficio apposito: se fino ad oggi “l’amministrazione dei prezzi è più servita alla distruzione dell’automatismo del mercato che alla escogitazione di nuovi sistemi per rilevare le sue funzioni necessarie”, un’integrazione dei due sistemi può servire a individuare meglio le esigenze dei consumatori.

Contemporaneamente alle considerazioni più ‘tecniche’ e spesso in maniera assai cinica, Pollock si pone il problema dell’interesse alla base d’ogni agire: se precedentemente il profitto era il movente non mosso in grado di accendere la più acerrima corsa all’imprenditoria, ora due opinioni tendono escludersi cercando di spiegare la situazione attuale. Una lo afferma come incentivo tutt’oggi ancora valido, l’altra lo disconosce nel suo ruolo essenziale e ne recita il necrologio. Una soluzione rimane la “subordinazione dei singoli interessi al ‘piano generale’”, esprimendo così il significato dell’ideologia classica del nazionalismo secondo la quale il Gemeinnutz geht vor Eigenutz. Si cede dunque il passo al principio della direzione scientifica, e si considera la società come “unità organica paragonabile a uno dei moderni giganti della produzione di acciaio”: questa scientificità sarebbe in grado di imporsi, in modo che “nulla di essenziale vada tralasciato”, e facendo sì che “tutti i problemi economici vengano trattati come problemi politici”. 

Non accettando nessuna delle due posizioni antitetiche che assolutizzano o screditano categoricamente il ruolo degli utili lavorativi, è l’analisi della realtà che lo mette in grado di cogliere le peculiarità attuali di questo problema: se infatti il potere è passato al governo, il profitto non può che  trasfigurarsi in interesse al potere. “Nel capitalismo di stato, gli uomini – quegli stessi che il feticismo raffigurava liberi ed eguali nello scambio- , si incontrano l’uno con l’altro come comandante o comandato. Il grado di autorità o soggezione dipende in primo luogo dalla posizione nel corpo politico, e solo in via secondaria dalla proprietà”.

Tre sono le forme di disciplina, che Pollock riprende una ad una:

I. controllo della produzione, con i mezzi disponibili hic et nunc all’uomo. Obiettivo sono la piena occupazione ( amministrazione della forza-lavoro) e sviluppo degli impianti al pari con la tecnologia.

Piena fiducia quindi nei “metodi statistici e di valutazione” e gli errori, sempre possibili, non raggiungerebbero comunque la gravità di quelli in corso e verrebbero circoscritti con facilità: tutte le molte organizzazioni private – banche …- assurgono a agenzie governative per il controllo. Ma l’eliminazione dei rischi mette in crisi l’idea del profitto come ricompensa per gli azzardi e le incognite degli investimenti privati; l’investimento coatto del surplus da un lato, e la riduzione dell’ammontare dei rischi nelle diverse operazioni dall’altra, essenzializzano il proprietario a puro rentiers, come accennato, e lo riducono a semplice stipendiato statale in virtù di un possesso ‘originario’. Pollock cita Durbin:  “ nel capitale industriale la proprietà ha perduto completamente le funzioni sociali di cui era tradizionalmente investito…, ha cessato di essere un premio…, (ed) è diventata semplicemente il diritto, privo di funzioni, alla riscossione di una parte del prodotto industriale. Questa istituzione è peggio che indifendibile; è proprio inutile”.

Torna quindi il problema dell’incentivo che esclude ovviamente ogni situazione vincolata e strettamente determinata da una specifica necessità ( guerre ): per quanto riguarda “la stragrande maggioranza della popolazione…, al ricatto della disoccupazione viene sostituito il terrore politico e la promessa della ricompensa materiale e ideologica”. E anche per quanto riguarda la classe dirigente il discorso non cambia: ma qua riprende consistenza l’idea della brama di profitto volta a  stimolare l’efficienza dell’amministrazione, che dunque può venir interpretata e vissuta non come ritorno di un credito anticipato assumendosi dei rischi, ma come semplice premio di una condotta irreprensibile.

II. controllo della distribuzione: il problema è risolto invertendo i termini classici dello stesso. Infatti non si tratta più della distribuzione allo scopo di ‘smaltire’ le scorte del prodotto a prezzi vantaggiosi per il mercato instabile, ma di precedere inversamente definendo come variabile indipendente il fabbisogno sociale, e adeguando ad esso la produzione. Le falle e gli squilibri possono essere facilmente superati dall’amministrazione: i metodi ormai evidenti all’autore sono l’assegnazione diretta (priorità, quozienti) e l’amministrazione dei prezzi. La distribuzione quindi è riconosciuta come utile all’integrazione dei due momenti distinti e perciò non meno essenziale. E al di là delle diverse opinioni correnti, si pone nella sua centralità l’idea di un sistema di priorità e quote, a garanzia dell’esecuzione del piano nelle sue linee generali.

La ripartizione riguarda però anche le retribuzioni: negare la differenziazione dei salari è impensabile e “anzi, il potere centrale di pianificazione continua ad usar(la), come e più di prima, come incentivazione dell’impegno personale degli operai”. Gli stipendi vengono dunque amministrati ed in caso di penuria Pollock considera possibile anche l’assegnazione diretta dei beni di consumo. Risulta inevitabile, date anche le circostanze soggettive – che l’autore aveva assolutamente allontanato nella critica a Block-, il ridimensionamento della libertà di consumo: risparmi volontari o scelte volontarie dei consumatori altererebbe lo stato di cose, ma verrebbe presto ribilanciato dal meccanismo di mercato che il capitalismo di stato ha rinunciato ad eliminare del tutto.

Una breve analisi dei limiti , trae la conclusione delle considerazioni appena fatte: è più volte ripresa e affrontata la critica sull’incapacità del piano di andar oltre ad una situazione particolare di crisi, quale quella bellica, risultandone drasticamente compromessa l’efficiente produttività, e sul bisogno di investire parte sostanziale del reddito nazionale per far fronte alla disoccupazione: date tutte queste condizioni però, “potremmo perfino arrivare a dire che sotto il capitalismo di stato l’economia come scienza ha perduto il suo oggetto”.

 

 

 

Il nazionalsocialismo

        

Alla Columbia University, dove si trovava l’ormai Institute of Social Research, ebbe luogo nel 1941 una serie di cinque conferenze riguardo alla situazione tedesca in quegli stessi anni. La conclusione spettò a Pollock il quale, in discussione con i contributi precedenti, portò a confronto il modello ideale precedentemente teorizzato con la situazione reale: il problema della ‘novità’ dell’ordinamento si sviluppa in ambito socioeconomico. L’autore stabilisce quindi cinque caratteristiche che, con occhio di riguardo alla metodologia dell’analisi, risultano essenziali. 1. la classe dirigente 2. l’integrazione della società 3. l’operazione della vita economica 4. il rapporto tra governo e governati e infine 5. il ruolo dell’individuo. Massima attenzione, quindi, al sistema produttivo nella sua incidenza in ambito sociale e ai mutamenti all’interno dei rapporti di produzione, ripensando a quel processo di adattamento e trasformazione già affrontato. La struttura del saggio rispecchia questa ripartizione.

Prima dell’avvio, Pollock si sofferma su due osservazioni metodologiche: da un lato viene affermata la dinamicità di ogni sistema sociale, non in quanto progresso delle istituzioni legali prese in sé, che evidentemente rimangono costanti, quanto piuttosto per la loro funzione sociale – così per esempio la proprietà privata -, dall’altro il problema di quanto i diversi mutamenti siano strutturali, di quando, cioè, “il mutamento quantitativo si trasforma in mutamento qualitativo” (172).

I. l’autore cita la ripartizione in gruppi di potere espressa da F.Neumann – grande impresa, esercito, partito e burocrazia-, per decretare la fine del ruolo che la proprietà privata aveva assunto nella fase liberale, e cioè quella d’esser fonte di potere, d’influenza e di definizione dello status sociale del soggetto: i grandi rivoluzionamenti hanno fatto sì che sia ormai il ruolo all’interno del gruppo a incidere in maniera assoluta. L’interferenza politica nell’economia impone divieti e obblighi alla libera iniziativa e il processo di concentrazione viene accelerato dalla crescente organizzazione sovra-imprenditoriale: la scissione proprietà-gestione esautora poi definitivamente la figura del menager-padrone. Pollock riporta anche un paragrafo tratto dalla relazione di A.R.L.Gurland, mettendo in discussione il potere attribuito da quest’ultimo ai piccoli oligopoli o combines, evidenziando in primo piano la centralità del compromesso tra i diversi sistemi di controllo della produzione: “essi hanno interessi contrastanti se non proprio conflittuali, ma nonostante ciò sono legati e vincolati da mete comuni e dal timore di pericoli comuni” . “Il diritto legale alla proprietà è impotente”, per quanto i discorsi sul ‘finanziamento interno’ sembrano contraddirlo. “Il potere dei monopoli rimane enorme e, oggi come oggi, condizionato dalla buona volontà e dalla cooperazione dei ‘professionisti della violenza”. Il cambiamento qualitativo è dato.

II. Il Fronte del Lavoro ha convogliato in sé capitalisti e lavoro, e li ha “ideologicamente fusi in una comunità popolare”. Distribuisce salari e li organizza snaturando lo scopo di questi, cioè quello di equilibrare la forza lavoro all’interno dei diversi rami, e si costituisce come organizzazione omnicomprensiva che in grado di scardinare il classico rapporto tra proprietà, reddito e potere sociale. Ma ciò che socialmente cambia è l’inabissarsi dello scambio come punto e mezzo d’incontro dei liberi produttori, che invece la propaganda nazionalsocialista tende a sostituire con l’idea di un rapporto di tipo paternalistico tra leader e seguaci; il tutto viene ad essere una macchina burocratica disciplinata gerarchicamente.

III. Pollock distingue l’economia tedesca dall’ideale di piano da lui teorizzato: la prima è più un “ insieme disarmonico e disarticolato di soluzioni provvisorie progettate per far fronte a compiti e agli oneri creati dalla guerra e dalla corsa agli armamenti”. Quindi consiste sostanzialmente in  uno sforzo determinato e diretto da una necessità di fondo piuttosto che una scala di valori sulla quale orientare lo sviluppo. Da un lato quindi l’agricoltura si concentra solamente sull’indipendenza e sull’autonomia dal mercato internazionale e  dall’industria punta al maximum di produzione di mezzi strumentali e bellici. Il risultato è “un’epoca senza cicli economici”. L’effetto è comunque equivalente, e i metodi usati sono sostanzialmente già stati presi in considerazione precedentemente.

Il problema dei profitti come incentivi  riprende essenzialmente ciò che si era già detto di State Capitalism, in cui Pollock aveva spiegato come questi non dovessere più dirigere il flusso dei capitali al fine di equilibrare le diverse branche economiche. La produzione è solamente più destinata all’uso – dove il bisogno nazionale in una situazione pre-bellica non corrisponde ai bisogni di uomini liberi in una società armonica- e non più rivolta al mercato. Venendo anch’essi sottoposti al programma generale, finiscono per svolgere due funzioni essenziali, divenendo  “reddito per chi possiede la proprietà…, e premio per l’efficienza imprenditoriale (amministrativa)”.

IV. Il rapporto comandante-comandato si rispecchia in ambito giuridico: sono gli ordinamenti amministrativi a gestire il ruolo e di conseguenza lo status sociale, sostituendosi così alle norme del diritto civile e unificando i due ambiti produttivo e politico: “la duplice razionalità che assoggetta governanti e governati alle stesse formule è stata sostituita da una razionalità tecnicamente unilaterale”.Tutto mira alla precisione e alla velocità del meccanismo, particolarmente preciso e adatto alla calcolabilità tecnica. Al di là dell’apparente mantenimento delle vecchie istituzioni, “ di fatto non è rimasto assolutamente niente dell’ancien regime”.

V. L’ultimo punto risulta originale e estremamente interessante poiché, riprendendo e rielaborando temi classici dell’Istituto, riguarda l’individuo singolo quale particella nucleare della sfera sociale tanto essenziale alla dottrina,. La prima considerazione è il bisogno del nazionalsocialismo di liberare gli istinti più brutali al cui scopo funziona la propaganda, mirata a sviluppare al massimo l’individuo come forza-lavoro per poi sfruttarlo. È l’idea dell’uomo come sorgente d’energia. Egli viene mobilitato a prezzo dell’intrusione della vita sociale nella vita privata e la perdita totale della sua sfera d’indipendenza, ma dovendo successivamente compensare a queste privazioni con un effettivo incremento della libertà, incombeva per il regime il rischio di mettere in pericolo il sistema. Da qui l’idea rafforzare il medesimo abolendo determinati tabù sociali che avrebbero limitato l’individuo alla sua intimità e aprendola all’interferenza dello stato: ciò permise al governo di gestire una politica di popolamento imperialistico del Terzo Reich e orientare gli stessi impulsi divenuti sociali contro capri espiatori del regime. Questa struttura psicofisiologica garantisce e perpetua l’oppressione. Così anche la famiglia si disgrega e l’educazione passa nelle mani del partito.

Dei cambiamenti ci sono, ma che cos’è quest’ordine nuovo? Nella riformulazione del problema, citando uno scrittore nazista (Willi Neuling), Pollock conia il termine economia di comando, antitetico alla classica economia di scambio, per evidenziare la distanza tra il primo modello, il laissez-faire e la forma monopolistica della fase post-liberale. Infatti, per quanto il diverse forme di controllo preesistessero al nazionalsocialismo, “il mercato veniva comunque opportunamente manovrato e manipolato da gruppi antagonistici” e gli interventi avevano un carattere ancora limitato.

Si tratta indubbiamente di un ordine nuovo, ma che cosa lo differenzia da un’economia di piano socialista? Una volta stabiliti i caratteri comuni di ogni mercato organizzato, quali sono le differenze tra i diversi punti di arrivo possibili di questo processo? In quest’ultimo saggio si intrecciano elementi storici semplificati con elementi ipotetici e normativi di un sistema che deve ancora crearsi; non risulta assolutamente chiaro dove finisca il totalitarismo e  incominci il socialismo. L’idea della nazionalizzazione dell’apparato produttivo, inizialmente avanzata come condizione sine qua non del piano socialista non è approfondita, ed è probabile che lo stesso Pollock non credesse ormai molto alla sua attuabilità.

Sembra anche venir meno il metodo marxiano e grümberghiano che era già stato in parte abbandonato nei testi precedenti, per cui  ogni elemento riconosciuto al nuovo sistema sembra avulso da ogni contesto storico preciso. Si tratta effettivamente di una conferenza che intendeva solo riassumere risultati di ricerche diverse, ma questa mancanza non venne mai colmata nonostante Pollock progettasse un’opera assai più completa. Ciò rese oggetto l’autore di numerose critiche, in particolare da F.Neumann, allora ancora legato all’Istituto, il quale compilò un’opera fondamentale volta allo stesso scopo. Il Behemoth fu pubblicato alla Oxford University di New York nel 1942, e pone le basi per un’interpretazione della realtà tedesca volta a ribadire il ‘primato dell’economia’, sostenuta anche da Gurland e Kirchheimer, antitetica invece a quella pollockiana del ‘primato della politica’ simpatizzata da Horkheimer e Adorno. Bisogna riconoscere che quest’opposizione sfuma nell’originale dei due testi, nel momento in cui le considerazioni e spesso la terminologia concordano. La sezione dedicata all’economia s’avvia con un capitolo ironicamente intitolato “un’economia senza scienza economica?” oramai comprensibile al lettore: due sono i metodi di critica adottati.

Il primo mira a dedurre teoricamente l’impossibilità del ‘capitalismo di stato’: esso risulta essere una contradictio in adiecto, nel momento in cui il monopolio statale dei mezzi di produzione renderebbe impossibile il funzionamento di un’economia di mercato (R.Hilferding). Neumann critica il ‘modello’ come difficilmente giustificabile, volendo questo rispecchiare il punto d’arrivo di un processo ancora in fieri, ricordando che neanche Marx o Smith non avevano osato prefigurare un sistema a loro storicamente posteriore. “La nuova teoria viola il principio secondo il quale il modello o tipo ideale deve essere derivato dalla realtà e non deve trascenderla”. Questa considerazione metodologica non porta a invalidare la teoria, ma certamente ne indebolisce i risultati e la necessità del loro realizzarsi. Va anche  ricordato che questo modello si confonde con l’ideale dell’economia socialista; per cui i caratteri attribuitigli, quali la produzione per l’uso, la fine del profitto, la fine dell’antagonismo sociale tra forze produttive e mezzi di produzione…, non potrebbero definirsi in sé né negativi né positivi se non considerando il modo in cui vengono applicati. Per cui tale sistema oscilla tra il peggior totalitarismo e “la realizzazione del sogno dell’umanità”; la politica, separata dall’economia, diventa una semplice tecnica per il dominio delle masse, e di conseguenza ne viene messa in discussione la possibilità. Al di là dunque dell’approccio all’analisi sistematica, molte considerazioni risultano ambigue e sembrano lasciar spazio a dubbi e domande.

Per Franz Neumann il nazionalsocialismo non è considerabile un’economia di piano: l’unico principio valido è la priorità del benessere sociale sull’interesse personale, e il susseguirsi di piani generali mai applicati –  il programma dl partito del 1920, ribadito da G.Feder nel 1926- da credito all’uso di criteri pragmatici volti al massimo dell’efficienza. Nessuna teoria coerente si avvicina alla ‘scala di priorità’ idealizzata da Pollock. Anzi, il corporativismo stesso è strumentalizzato dai cartelli per rafforzare il loro potere, e non si tratta di organizzazioni autonome ma di organi dello stato che funzionano dall’alto verso il basso e dove gli industriali svolgono sostanzialmente funzioni amministrative: ma questa situazione non può essere interpretata o letta come fase di transizione, nessun dirigente nazista propone l’espropriazione della proprietà privata o il ‘controllo’ diretto dell’economia. Per Neumann quindi la dittatura della burocrazia manageriale non è certamente un sistema capitalista, non è inevitabile che ciò avvenga, e comunque sia questo non è l’obiettivo esplicito del sistema attuale.

La seconda via alla confutazione invece, mira a descrivere dettagliatamente la struttura e il funzionamento dell’economia tedesca:  partendo dalle Spitzverbände industriali e dal Führerprinzip il testo rimane strettamente legato alla realtà storica. Quando il maresciallo del grossdeutsche Reich H.Göring assunse il titolo di delegato generale del piano quadriennale, originariamente (nel 1936) una sorta di istituto per la pianificazione economica, la sua funzione non consistette nella gestione diretta dell’economia, benché legalmente gli fosse concesso questo potere. Si tratta piuttosto di manovre volte alla razionalizzazione dei singoli rami produttivi a al controllo delle posizioni economiche chiave da parte del partito. Nel testo seguono una densissima analisi strutturale dell’apparato produttivo e una presa di coscienza del sistema nel suo versante pratico: ciò porta a concludere che se in teoria il potere dello stato pare illimitato, “la legge, come il linguaggio, non sempre esprime la realtà: spesso anzi la nasconde”.

 Molto interessante vedere come uno dei cambiamenti maggiori consista nella rottura dell’integrazione tra proprietà privata e libertà contrattuale, le quali “non sono semplici categorie giuridiche ma svolgono funzioni sociali specifiche”: secondo la concezione classica  la seconda non avrebbe dovuto escludere la prima con la creazione di monopoli o cooperazioni che minassero alla base la libera concorrenza, basata sull’efficienza e non sulla distruzione del concorrente, ma sarebbe dovuta essere il mezzo attraverso il quale la società veniva tenta insieme. La contrattazione diviene all’opposto lo strumento primo atto a giustificare i diversi raggruppamenti industriali da un lato, e dall’altro risulta essere anche un incentivo alla formazione di organi sindacali e concorrenziali volti a destabilizzare i monopoli. Si giunge dunque ad un polarismo sociale fondato sul contratto, e questo antagonismo non poteva essere risolto e superato con l’abolizione dell’istituzione legale, in quanto avrebbe privato di fondamento i raggruppamenti economici stessi. Il nazionalismo ha soppresso così ogni libertà garantendo la proprietà con garanzie ausiliarie, in modo autoritario e con atti amministrativi, costringendo la produzione all’interno dei cartelli controllati dagli stessi magnati.

Neumann ripropone analiticamente gli stessi temi e spesso le stesse conclusioni del nostro autore; in particolare la concentrazione coatta, l’arianizzazione – e conseguente espropriazione delle proprietà ebraiche- e la germanizzazione, gli sviluppi tecnologici, il controllo dei prezzi, i finanziamenti e le società per azioni. Non si tratta di dirigenti ma di potenti capitalisti che agiscono in un sistema di concorrenza ancora più spietata, data la scarsità delle materie prime, e la formazione di cartelli “non è la negazione della concorrenza, ma solo un’altra forma di essa”.

Per concludere dunque, tutto ciò volse a rafforzare, anche con l’inserimento di persone legate al partito, i diversi complessi industriali sorti dalla cartellizzazione di interi rami della produzione. L’autore conclude: “l’economia tedesca attuale presenta due caratteristiche vistose e sorprendenti: è un’economia capitalistica, ed è un’economia guidata. È un’economia capitalistica privata, irrigidimentata dallo stato totalitario. Il termine migliore per descriverla è, a nostro avviso, ‘capitalismo monopolistico di stato’”.

Le analisi dei due autori non sono così molto distanti l’una dall’altra. L’essere invece giunti a conclusioni apparentemente opposte, è dato dal fatto che diversi erano alcuni loro presupposti teorici di partenza: molto verosimilmente, Neumann si basa su un concetto di capitalismo strettamente legato all’idea di autonomia e primato delle leggi di mercato e non accetta, insieme ad Adorno, l’idea di un antagonismo capitalista e di una crisi del sistema non fondati su di una libera dinamica economica – e solo partendo dalle contraddizioni di quest’ultima si potrebbe sperare in un crollo del sistema. Così si spiegherebbe anche l’inasprimento graduale del divario tra aspirazioni ideologiche - pseudoegualitarismo sociale, espressione culturale…- e realtà effettivamente irrazionale e distruttiva dell’organizzazione.

Al contrario, Pollock si concentra su una determinata struttura dei rapporti di produzione, per cui la situazione tedesca sarebbe definibile ancora come capitalismo poiché conserva inalterato (o addirittura esaspera) il carattere antagonistico dei rapporti.

 

 

 

Conclusione  Ragione e autoconservazione

 

Nelle  ultime battute di State Capitalism vengono alla luce tutti i problemi non facilmente risolvibili con una teoria intrecciata di categorie astratte. Pollock parla di “controllo del livello di vita” e di ostilità sociale nei confronti della classe di rentiers, tracciando le linee essenziali di una società dove la “stragrande maggioranza della popolazione ricade nella categoria dei salariati, soggetti al principio-guida del comando e dell’obbedienza…, e la dominazione politica si regge sul terrore organizzato e sulla propaganda a tappeto”. Non ultima la classica questione politica di “chi controlla il controllore”.

Queste conclusioni pessimistiche si inverano nella prassi dei due grandi sistemi totalitari, tanto che si parla di «congiura del silenzio» attuata dalla scuola e dal suo direttore nei confronti dell’URSS: nello specifico, ciò che colpisce in particolar modo i nostri autori è il fallimento del principio razionale nella sua applicazione alla società nella sua interezza. Con l’esclusione della variante democratica del piano, lo Stato appare come un Behemoth, ossia un non-stato, un caos o meglio un regno di illegalità e anarchia da un lato, e come un sistema razionalmente omnicomprensivo. L’incertezza della conclusione e dell’interpretazione dei risultati storici dividono gli intellettuali.

Nel 1942 Horkheimer stila un resoconto sulla situazione sociale attuale: Ragione e autoconservazione intende ricostruire lo sviluppo della ragione come concetto unitario nelle sue accezioni storiche, per comprendere gli elementi strutturali che hanno portato a questo risultato. La crisi riguarda concetti quali verità, libertà e giustizia, non nella loro datità storica immediata quanto piuttosto nel loro fondamento nell’idea più alta e nobile della società borghese, ossia il concetto di ragione come elemento regolativo nei rapporti fra uomini, e base degli ordinamenti naturali.

“La filosofia borghese è nella sua essenza razionalistica. Ma il razionalismo si volge contro il suo stesso principio e ricade sempre di nuovo nella scepsi”. Il momento di critica insito nell’approccio ‘illuminista’ a ogni verità che non si dimostri tale, è il primo passo verso un lento dissolvimento delle possibilità teoriche dell’uomo e dei suoi risultati: Horkheimer accenna a questo continuo rapporto dialettico tra dottrine filosofiche opposte, quali quelle tra Tommaso d’Aquino e Ruggero Bacone o tra Cartesio e Gassendi, dove insomma a ogni impianto teorico corrispondeva una posizione scettica che lo riconduceva entro limiti ben ristretti. Ma se questa ciclicità costruttiva e distruttiva nella storia delle idee ne costituiva originariamente l’elemento dinamico, ora è proprio questo continuo dubitare ad aver smantellato il concetto stesso di ragione e i suoi feticci concettuali. Tutte le categorie prima utilizzate vengono meno nel loro fondamento; così ad esempio le idee di spirito, volontà e causa finale diventano un fantasma per la scienza moderna, insieme a tutti quei concetti che trascendono la realtà immediatamente data.

Ma la ragione non scompare, e ripropone in tutta la sua radicalità la sua funzione strumentale rivolta all’utile; “freddezza e sobrietà sono le sue virtù”. E se la razionalità oggi si mostra strettamente legata alla prassi e ai suoi risultati, in realtà lo è sempre stata, seppur in forma diversa: Horkheimer ripropone un percorso interpretativo che prende le mosse dalla dottrina socratica dell’identità tra Utile e Bene, e si conclude con la realtà sociale attuale dominata da monopoli privati.

Un primo passaggio fondamentale consiste nel carattere soggettivo dell’utilità propria solo dell’epoca contemporanea: ciò che caratterizza infatti le dottrine antiche e  moderne è appunto il carattere universale della ragione nella forma e nelle sue conclusioni, in grado quindi di fornire gli elementi necessari a organizzare una società. Gli scopi umani sono risolvibili solo attraverso istanze sociali, e ciò fa sì che il singolo convenga ad accordare il proprio potere a un altro soggetto che gli possa garantire l’esistenza: il contratto sociale hobbesiano è la forma semplice di equilibrio tra individuale e sociale, dove i bisogni del primo necessitano del secondo tanto da convincerlo all’obbedienza delle leggi e spesso alla sottomissione sottoforma di classi sociali. La conclusione è evidente: “senza la totalità l’individuo non è niente”.

Mal nell’epoca moderna l’autointeresse dell’individuo borghese entra in attrito con la ‘volontà generale’ e riconosce la non verità e il carattere oppressivo della totalità stessa: l’interesse della società in generale coincide difficilmente con gli scopi dei singoli. La disputa tra empiristi e  razionalisti si compone lungo queste linee essenziali, e se da un lato i primi hanno ragione nel criticare l’idea astratta dalla situazione concreta, dall’altra i secondi rendono possibile, nel concetto di autonomia e di libertà, la solidarietà tra uomini che nella società borghese si afferma solo per vie violente e distruttive. La razionalità borghese nasce quindi come Organon, ossia come semplice strumento utile alla soluzione di problemi presenti e individuali, la cui validità è universale solo nella forma: la conoscenza diviene semplice registrazione e il progresso un semplice sviluppo della tecnica particolare. Dunque “gli scopi sorgono dall’arbitrio, mentre nel pensiero domina la necessità”; uno degli scopi principali è la conservazione del privilegio.

Questa ragione “epurata nominalisticamente”, ossia svuotata di un contenuto reale e ridotta a nomen, prende le difese della proprietà che diventa l’elemento essenziale del principio di autoconservazione tanto da spingere il singolo a sacrificarsi per essa. La situazione è paradossale, avviene infatti che l’elemento primo della sopravvivenza fisica e ‘esistenziale’ dell’io, la proprietà, divienga il motivo principale dell’abbandono della vita stessa. “Dalla stirpe allo stato, il gruppo ha rappresentato la proprietà. Una volta che gli individui raggiungono la coscienza della morte come catastrofe assoluta, la proprietà fornisce loro una rappresentazione per superarla…, e all’individuo atomizzato si assicura la continuità dopo la morte. Sacrificare la propria esistenza per lo stato le cui leggi garantiscono il legato, non contravviene all’autoconservazione. Il sacrificio diventa razionale”.

Il nuovo ordine sociale si basa su questo presupposto individualista; il protestantesimo non fa che diffonderlo nelle masse che non possono essere convinte razionalmente. Ad esso corrisponde un modello economico incentrato sulla libera e sanguinosa concorrenza tra produttori isolati, legati alla proprietà e alla sua espansione; minuziosamente calcolatore nel particolare, e irrazionale nella sua generalità. Il monopolio, in tutto questo, non è assolutamente un travisamento ma la forma assolutamente più sviluppata del principio che aveva regolato la fase liberale del sistema in precedenza. La libera concorrenza, nell’infinità dei soggetti impotenti che la componevano, era dunque in qualche modo riuscita a controllare il controllore riducendo il più possibile il potere del singolo: data invece la situazione attuale, il potere si concentra sempre di più in mano ai pochi che continuano a esercitarlo secondo il vecchio metodo, attribuendo ruoli politici a persone di fiducia. E il racket non è più dunque una novità del sistema nazionalsocialista, ma un’incarnazione di una realtà preesistente.

Si danno le basi per la futura teoria critica: il singolo è lentamente espropriato di tutto e  passa la vita adattandosi alle più diverse realtà che gli si presentano e non gli appartengono. “Al posto della lungimirante responsabilità borghese per sé e per i propri cari nelle generazioni, si afferma la capacità di adattarsi a compiti meccanici”. Ma queste considerazioni esulano dal nostro intento.

Con questo saggio del 1942, dunque,  è chiaro che le diverse concezioni sperate di pianificazione economica o “ l’idea leniniana della partecipazione diretta della popolazione al governo”, sfumano come utopie lasciando il posto a una trattazione. Friedrich Pollock smette di scrivere sulla rivista, e non solo a causa del suo pieno impiego amministrativo all’interno dell’Istituto. Benché non abbia mai ritrattato i punti fondamentali delle sue tesi, la distanza che lo allontana da esse è ormai incolmabile, dati gli sviluppi storici che fanno da sfondo in quell’epoca. La teoria critica diventa filosofia critica, un momento di revisione razionale del principio di ragione, una “dialettica dell’illuminismo”.

 

 

 

 

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