CLEMENTE ALESSANDRINO
PROTREPTICO AI GRECI
A cura di Diego Fusaro
CAPITOLO 1
Amfione tebano e Arione di Metimna furono, tutti e due, abili nel canto, e, tutti. e due, mito e ancora questo loro canto È... argomento di canto per il coro degli Elleni - a causa dell'arte musicale per la quale l'uno adescò un pesce, l'altro cinse di mura Tebe. Un altro cantore, un trace (altro mito ellenico, questo), ammansiva le fiere col semplice canto e trapiantava da un posto all'altro gli alberi, i faggi, per mezzo della musica. Potrei narrarti anche un altro mito, fratello di questi, e parlarti di un altro cantore, Eunomo locrese, e della cicala Pitica. Era raccolta a Pito una solenne adunanza di Elleni, per celebrare la morte del serpente, ed era Eunomo che cantava il canto funebre del rettile; se questo canto fosse un inno o un lamento funebre sul serpente non saprei dire: quello che È certo È che vi era una gara, ed Eunomo suonava la cetra nell'ora della calura, quando le cicale, scaldate dal sole, cantavano sotto le foglie, su per i monti. Esse cantavano certamente, non in onore del serpente morto, del Pitico, ma del Dio sapientissimo un canto sciolto da ogni legge, migliore dei canti di Eunomo, regolati da leggi. Ed ecco si spezza una corda al Locrese, la cicala vola sul giogo della cetra, trillava sopra lo strumento musicale come su di un ramo: e il cantore, adattato il suo al canto della cicala, suppl in tal modo la corda mancante. Non fu dunque la cicala a essere attirata dal canto di Eunomo, come vuole il mito, che innalzò a Pito una statua di bronzo raffigurante Eunomo con la sua cetra, e la alleata del Locrese nella gara: ma spontaneamente essa vola sulla cetra, e canta spontaneamente, mentre agli Elleni, invece, sembra che essa non abbia fatto che rispondere alla musica di quello. Come dunque avete potuto prestar fede a vane favole, fino a supporre che gli animali siano affascinati dalla musica? Invece, solo il volto luminoso della verità (a quanto pare) vi sembra imbellettato, ed È guardato da voi con diffidenza. E cosi, il Citerone e l'Elicona e i monti degli Odrisi e dei Traci, luoghi di iniziazione all'errore, a causa dei misteri sono stati consacrati e celebrati con inni. Io, sebbene non si tratti che di favole, mi commuovo alle tante sventure, che sogliono essere argomento di tragedie: per voi invece le storie luttuose sono diventate drammi, e gli attori dei drammi spettacolo di gioia. Ma i drammi, e i poeti concorrenti alle Lenee, e già completamente ebbri, recingiamoli magari di edera, mentre essi delirano stranamente nel celebrare il bacchico rito, ma... rinchiudiamoli, insieme coi satiri e il tiaso furente e col restante coro di demoni, nei già invecchiati Elicona e Citerone. E facciamo scendere, invece, dall'alto, dal cielo, la Verità, insieme con la splendidissima Sapienza, verso il monte sacro di Dio e il coro sacro dei profeti. Ed essa, brillando di una luce che splende quanto più lontano È possibile, illumini dappertutto coloro che si rotolano nelle tenebre, e liberi gli uomini dall'errore, tendendo la sua altissima mano, cioè l'intelligenza, verso la salvezza. Ed essi, rialzate le loro teste, e levati gli occhi verso l'alto, lascino il Citerone e l'Elicona ed abitino Sion: "Da Sion infatti uscirà la Legge e il Verbo del Signore da Gerusalemme", cioè il Verbo celeste, il genuino competitore, incoronato nel teatro di tutto il mondo. E il mio Eunomo canta, non sul modo di Terpandro Né su quello di Capione, e neppure su quello frigio o lidio o dorico, ma sull'eterno modo della nuova armonia, che ha nome da Dio, "il canto nuovo", il canto levitico: che duolo ed ira lenisce e dà l'oblio d'ogni male. Dolce e verace farmaco contro il dolore È stato infuso in questo canto. Mi sembra perciò che quel Trace e il Tebano e il Metimneo siano stati una sorta di uomini che non sono uomini, degli impostori, e che col pretesto della musica avendo corrotto la vita umana, per mezzo di qualche abile incantesimo essendo invasati dal demone, per condurre gli uomini alla rovina, celebrando delle efferatezze nei riti dei misteri e facendo dei lutti l'oggetto di onori divini, per primi abbiano tratto gli uomini al culto degli idoli: e con pietre e con tavole, cioè con statue e pitture, abbiano posto le fondamenta alla balordaggine della consuetudine, aggiogando alla estrema schiavitù, coi loro canti e i loro incantamenti, quella libertà veramente bella, di coloro che sono liberi cittadini sotto il cielo. Ma non tale È il mio cantore, Né È giunto per sciogliere in lungo tempo l'amara schiavitù dei demoni che ci tiranneggiano: ma facendoci passare dal giogo dei demoni al giogo mite e filantropico della pietà, di nuovo richiama verso il cielo quelli che sono stati scagliati sulla terra. Solo lui infatti, fra quanti mai furono, mansuefaceva le fiere più selvagge di tutte, cioè gli uomini: mansuefaceva volatili, cioè gli uomini leggeri, rettili, cioè gli ingannatori, leoni, cioè gli iracondi, porci, cioè gli uomini dediti ai piaceri, lupi, cioè gli uomini rapaci. Pietre e legno sono gli inintelligenti, ma anche più insensibile delle pietre È l'uomo immerso nell'ignoranza. Testimone venga a noi la voce profetica, che s'accorda col canto della verità, voce che compiange coloro che si son consumati nell'ignoranza e nella follia: "Dio È capace di far sorgere da queste pietre dei figli ad Abramo ": Dio, il quale, avendo commiserato la grande stupidità e la durezza di cuore di quelli che sono diventati pietre rispetto alla verità, destò il seme della pietà, dotato del sentimento della virtù, da quelle pietre, cioè, dalle genti che hanno creduto nelle pietre. Un'altra volta, in un certo punto ha chiamato "prole di vipere" certi ipocriti velenosi e versipelle, che tendono insidie alla giustizia. Ma anche di questi serpenti, se qualcuno di sua volontà si penta, seguendo il Verbo, diventa "uomo di Dio ". Altri chiama allegoricamente "lupi", vestiti di pelli di pecore, intendendo significare i rapaci in forme di uomini. E tutte queste selvaggissime fiere, e le consimili pietre, lo stesso canto celeste le trasformò in uomini mansueti. "Eravamo infatti, eravamo una volta anche noi dissennati, disobbedienti, erranti, schiavi di piaceri e desideri vani, viventi nella malizia e nell'invidia, odiosi e odiantici l'un l'altro", come dice la Scrittura Apostolica, "ma quando apparve la bontà e la filantropia di Dio, nostro Salvatore, essa ci salvò, non per effetto delle opere che noi compiemmo in giustizia, ma secondo la sua misericordia". Vedi quanto potÈ il nuovo canto! Esso ha fatto uomini dalle pietre e uomini dalle fiere. Quelli che erano altrimenti morti, perché non erano partecipi di quella che È veramente vita, solo ch'ebbero ascoltato il canto, rivissero. Questo canto anche ordinò armoniosamente l'universo, e accordò la dissonanza degli elementi in un ordine di consonanza, affinché l'intero cosmo si armonizzasse con esso: e lasciò andare libero il mare, ma gli imped di invadere la terra, e rese ferma, al contrario, la terra, che prima era mobile, e la fissò come confine del mare. E calmò l'impeto del fuoco con l'aria, quasi che temperasse l'armonia dorica con la lidia; e mitigò il rigido freddo dell'aria con la mescolanza del fuoco, temperando armonicamente queste estreme note dell'universo. E questo canto incorrotto - sostegno del tutto e armonia dell'universo - che si estese dal centro alle estremità e dai vertici al centro, armonizzò questo tutto, non secondo la musica tracia, che È simile a quella di Iubal, ma secondo la paterna volontà di Dio, che David emulò. Il Verbo di Dio, nato da David ed esistente prima di lui, disprezzò la lira e la cetra, strumenti inanimati, e, avendo armonizzato collo Spirito Santo questo mondo, ed il piccolo mondo, cioè l'uomo, la sua anima come il suo corpo, suona a Dio per mezzo di questo strumento di molte voci, e canta con questo strumento che È l'uomo: " Giacché tu sei per me cetra e flauto e tempio ": cetra, per l'armonia, flauto, per lo spirito, tempio, per il Verbo, affinchÈ l'una risuoni, l'altro spiri, e l'altro comprenda il Signore. Appunto David, il re, il citarista, di cui poco fa abbiamo fatto menzione, esortava alla verità, distoglieva dagli idoli, e molto era lontano dal celebrare i demoni, i quali anzi erano scacciati da lui con la musica verace, con la quale egli col solo canto guar Saul, quando questi era posseduto da essi. Il Signore fece l'uomo bello, spirante strumento, fatto a sua immagine: e certamente Egli stesso È uno strumento di Dio: strumento in tutto armonico, ben accordato e santo, sapienza che È sopra questo mondo, Verbo celeste. Che cosa vuole dunque questo strumento, il Verbo di Dio, il Signore, e il Nuovo Canto? Schiudere gli occhi dei ciechi e aprire le orecchie dei sordi e guidare verso il cammino della giustizia quelli che zoppicano o errano, mostrare Dio agli uomini dissennati, far cessare la corruzione, vincere la morte, riconciliare col Padre i figli disobbedienti. Lo strumento di Dio È filantropico: il Signore compassiona, castiga, esorta, ammonisce, salva, custodisce, e, per di più, come ricompensa della nostra istruzione, promette il regno dei cieli, questo solo guadagno traendo di noi, cioè la nostra salvezza. Il vizio infatti si nutre della rovina degli uomini, la verità, invece, come l'ape, senza guastare nessuna delle cose esistenti, non si allieta che della salvezza degli uomini. Tu hai dunque la promessa di Dio, hai la sua filantropia: partecipa della grazia. E il mio canto salutare non crederlo nuovo nello stesso senso in cui si dice nuovo un utensile o una casa: giacché esso era "prima della stella del mattino" e "nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo ". Ma antico l'errore, e cosa nuova la verità sembra essere. Sia dunque che l'antichità dei Frigi sia dimostrata da mitiche capre, o, al contrario, che quella degli Arcadi sia dimostrata dai poeti che li dichiarano anteriori alla luna, o ancora, che quella degli Egiziani sia dimostrata da coloro che sognano che la terra di costoro sia stata la prima a produrre dei ed uomini: ma nessuno di costoro È anteriore a questo mondo, noi, invece, siamo anteriori alla fondazione del cosmo, in quanto a che, per il fatto di essere destinati ad essere in Lui, siamo stati generati anteriormente da Dio, noi, le creature razionali del Verbo di Dio, per il quale esistiamo dal principio, perché il "Verbo era nel principio". Ma in quanto il Verbo era dall'origine, era ed È principio divino di ogni cosa, ma in quanto ora prese il nome - anticamente santificato, e degno della potenza: Cristo - il Verbo È stato da me chiamato Nuovo Canto. Il Verbo dunque, cioè Cristo, È la causa, e del nostro essere anticamente (era infatti in Dio) e del nostro esser bene, ed ora È apparso personalmente agli uomini questo Verbo, il solo che È tutte e due le cose, Dio e uomo, causa per noi di tutti i beni, dal quale imparando il vivere rettamente, siamo avviati verso la vita eterna. Infatti, secondo quel divino Apostolo del Signore, "la grazia salutare di Dio apparve a tutti gli uomini istruendoci, affinché, rifiutata l'empietà e i desideri mondani, vivessimo sobriamente e giustamente e piamente nel mondo di ora, aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo ". Questo È il Canto Nuovo, cioè l'apparizione, che fra di noi ha brillato soltanto ora, del Verbo che era nel principio, e perciò preesisteva: apparve sulla terra da poco il preesistente Salvatore, apparve Colui che esiste in Colui che esiste (perché " il Verbo era presso Dio "), come Maestro; apparve il Verbo dal quale sono state create tutte le cose, e dopo averci dato nel principio il vivere, mediante la creazione, come Demiurgo, ci insegnò il ben vivere, apparsoci come Maestro; per poterci procurare dopo, come Dio, il vivere eternamente. Egli però non ora per la prima volta ebbe compassione di noi, per il nostro errore, ma già prima, dal principio, ne aveva avuto compassione, ed ora Egli, essendo apparso, ci ha salvati mentre eravamo già sul punto di perire. Giacché ancora la maligna e strisciante fiera, con le sue arti magiche rende schiavi gli uomini e li supplizia, vendicandosi su di essi, come a me pare, al modo dei barbari, che si dice leghino gli schiavi di guerra ai cadaveri, finché insieme putrefacciano. Questo maligno tiranno, infatti, questo serpente, avvinti a pietre e tavole e statue e altrettali idoli, mediante l'infelice vincolo della superstizione, quegli uomini che riesce a far suoi finì dalla nascita, li porta, proprio secondo il detto, a seppellire vivi insieme con quelli, finché insieme con quelli periscano. Perciò (Poiché uno solo È l'ingannatore, che nel principio trasse Eva verso la morte, e ora vi trae anche gli altri uomini), uno anche È il soccorritore e ausiliatore nostro, il Signore, che dal principio preannunziava profeticamente e ora già anche chiaramente ci invita alla salvezza. Fuggiamo dunque, ubbidendo al precetto dell'Apostolo, "il principe della potestà dell'aria, dello spirito che ora opera nei figli della disobbedienza ", e accorriamo presso il Salvatore, il Signore, che ora e sempre esortava gli uomini alla salvezza, per mezzo dei prodigi e dei segni in Egitto, e nel deserto per mezzo del rovo e della nuvola che in grazia della Sua filantropia seguiva, come una ancella, gli Ebrei. Col timore destato da queste cose egli incitava gli uomini dal cuore indurito, ma in seguito anche per mezzo del sapientissimo MosÈ e dell'amante della verità, Isaia, e di tutto il coro profetico, Egli converte al Verbo in modo più razionale quelli che hanno orecchie per udire; e qualche volta insulta, qualche volta anche minaccia, su alcuni degli uomini anche piange, per altri canta: e fa come un buon medico, che cura i corpi ammalati, applicando ad alcuni cataplasmi, per altri ricorrendo a frizioni, e per altri a lavaggi, e alcuni aprendo col ferro, altri bruciando, qualche volta anche amputando, se mai sia possibile che l'uomo, anche a costo di perdere qualche parte o membro, ricuperi la salute. Di molte voci È il Salvatore, e di molti modi, per ottenere la salvezza degli uomini: minacciando ammonisce, insultando converte, lamentando compassiona, suonando esorta, per mezzo del rogo parla (perché quelli avevano bisogno di segni e di prodigi) e col fuoco spaventa gli uomini, facendo suscitare in cima a una colonna la fiamma, segno insieme di grazia e di terrore: per gli obbedienti, luce, per i disobbedienti, fuoco. Ma Poiché la carne È più pregevole della colonna e del rovo, dopo quelle cose parlano i profeti, il Signore stesso che parla in Isaia, Egli stesso in Elia, Egli stesso nella bocca dei profeti. Ma se tu non credi nei profeti e ritieni una favola così gli uomini come il fuoco, ti parlerà il Signore stesso, " il quale, essendo nella forma di Dio, non fece sua proprietà della sua uguaglianza con Dio: ma vuotò se stesso ", il Dio misericordioso che desidera salvare l'uomo. E lo stesso Verbo ormai ti parla chiaramente, riempiendo di vergogna la vostra incredulità, s, dico, il Verbo di Dio diventato uomo, affinché anche tu da un uomo possa imparare come un uomo diventi Dio. Quindi non È assurdo, o amici, che, mentre Dio sempre ci esorta alla virtù, noi, invece, rifiutiamo l'aiuto e rimandiamo la salvezza? Non ci esorta dunque alla salvezza anche Giovanni e non È egli interamente una voce esortatrice? Interroghiamo dunque lui stesso: " Chi sei? di quale paese?" Non dirà di essere Elia, negherà di essere Cristo, ma confesserà di essere voce gridante nel deserto. Chi È dunque Giovanni? Per abbracciarlo in una immagine, sia lecito dirlo "una voce del Verbo esortatrice, gridante nel deserto". Che cosa gridi, o voce? " Dillo anche a noi". " Fate diritte le vie del Signore ". Precursore È Giovanni e la sua voce È precorritrice del Verbo, voce incitatrice, che prepara alla salvezza, voce esortatrice alla eredità dei cieli, voce per la quale la terra sterile e deserta finisce di essere infeconda. Questa fertilità secondo me la predisse la voce dell'Angelo; precorritrice del Signore era anche quella, la quale dava la buona novella alla donna sterile, come Giovanni al deserto. Per questa voce del Verbo, dunque, la donna sterile diventa feconda di figli e la terra deserta produce frutti. Le due voci precorritrici del Signore, quella dell'Angelo e quella di Giovanni, vogliono significare, secondo me, la salvezza riposta in serbo per noi, cosicché, dopo l'apparizione di questo Verbo, noi riportiamo il frutto della fecondità, cioè la vita eterna. La Scrittura, infatti, col mettere insieme le due voci, chiarisce il tutto: " Ascolti, colei che non partorisce; parli, colei che non ha i dolori del parto, Poiché più numerosi saranno i figli della derelitta, che di colei che ha il marito " . E a noi che l'Angelo recava la buona novella, noi che Giovanni esortava a conoscere l'agricoltore, a cercare l'uomo. Il marito della sterile e il coltivatore della terra deserta sono infatti una stessa persona, la quale riemp della divina potenza così la donna sterile come la terra deserta. Poiché molti erano i figli della donna di nobile nascita, ma era in seguito senza figli a causa della sua incredulità (cioè, la donna ebrea, che in origine aveva avuto molti figli), la donna sterile riceve il marito, la terra deserta l'agricoltore; quindi ambedue diventarono madri l'una di frutti, l'altra di figli credenti, in virtù del Verbo; ma ancora per gli increduli rimane sterile e deserta. Giovanni, l'araldo del Verbo, in questo modo esortava ad essere preparati per la venuta di Dio, cioè di Cristo: e questo era ciò che voleva significare il silenzio di Zacharia: silenzio, che aspettava il frutto precursore di Cristo, affinché la luce della verità, cioè il Verbo, rompesse, divenuto buona novella, il mistico silenziò dei profetici enigmi. Ma tu, se desideri vedere veramente Dio, ricorri a purificazioni, che si addicono a Dio, non a foglie di alloro e a bende adornate di lana e di porpora, ma incoronato di giustizia e cinto delle foglie della temperanza, cerca con ogni cura Cristo. "Giacché io sono la porta", dice in un luogo, la quale bisogna che imparino coloro che vogliono conoscere Dio, affinchÈ egli ci apra tutte le porte dei cieli; giacché sono razionali le porte del Verbo, e non le apre che la chiave della fede. " Nessuno conobbe Dio se non il Figlio e colui al quale l'abbia rivelato il Figlio ". Io so bene che Colui che apre questa porta, sinora chiusa, dopo rivela le cose che son dentro e ci mostra quelle cose che non era possibile prima conoscere, se non da coloro che siano entrati per mezzo di Cristo, ch’è il solo per mezzo del quale si possa contemplare Dio.
CAPITOLO 2
Non state dunque a cercare i penetrali dei templi, dove non È Dio, e le bocche dei baratri, piene di ciurmeria, o il lebete Thesprotio o il tripode Cirrheo o il vaso di bronzo di Dodona. La "vecchia quercia" venerata dalle sabbie deserte e l'oracolo ch’è ivi, marcito insieme con la quercia, abbandonateli alle leggende che hanno fatto già il loro tempo. Ha taciuto così la fonte di Castalia, e l'altra fonte di Colofone e le altre acque profetiche ugualmente son morte: e, benché tardi, si sono tuttavia rivelate finalmente vuote del loro vano orgoglio, dopochÈ si dispersero insieme colle leggende che loro erano proprie. Esponici, anche, della restante vaticinazione o piuttosto farneticazione, i responsi... che non rispondono: l'oracolo Clario, il Pitico, il Didimeo, Amfiarao, Apollo, e Amfiloco; e, se vuoi, consacra insieme con essi gli osservatori dei prodigi, e gli auguri e gli interpreti dei sogni. Va' a porre nello stesso tempo presso il Pitio gli aleuromanti e i crithomanti e i ventriloqui, che son tenuti tuttora in grande onore presso il popolo. E i santuari degli Egiziani e le necromanzie dei Tirreni siano abbandonati alle tenebre. Vere scuole di inganno degli uomini non credenti, e bische di pretto errore, sono queste, in tutto piene di follia. Compagni di questo genere di ciurmeria sono le capre, esercitate alla vaticinazione, e i corvi educati dagli uomini a dare responsi. E che diresti se ti esponessi i misteri? Non ne farò la parodia, come dicono abbia fatto Alcibiade, ma metterò a nudo assai bene, fondandomi sulla verità, la ciurmeria che È nascosta sotto di essi, e, come sulla scena della vita, presenterò per mezzo dell'encyclema agli spettatori della verità gli stessi vostri così detti dei, ai quali appartengono le mistiche iniziazioni. Dioniso furente i Baccanti lo adorano col rito della pazzia sacra, la quale consiste nel divoramento di carni crude, per il quale essi compiono la distribuzione rituale delle carni delle vittime, incoronati di serpenti, invocando col nome di Evan quella Eva, a causa della quale l'errore tenne dietro da presso; e simbolo dei riti bacchici È un serpente consacrato. Ora, va notato che, secondo l'esatta voce degli Ebrei, il nome Evia, con lo spirito aspro, significa serpente femina; Demetra e Core sono diventate già l'argomento di un dramma mistico, e l'errare e il ratto e il lutto delle due li celebra Eleusi alla luce delle fiaccole. Ora, mi sembra che l'etimologia delle parole orgia e mysteria sia, per la prima, da org‚ (= ira) - dall'ira, cioè, che Demetra concep contro Zeus -, per l'altra da mysos - dalla contaminazione cioè, che si verificò nei riguardi di Dioniso -. Ma se anche derivi da un certo Myunte attico, che Apollodoro dice essere perito in una caccia, io non ho alcuna difficoltà: vuol dire che i vostri misteri sono stati glorificati con onori sepolcrali. Puoi seguire altra via, e intendere mysteria - Poiché le lettere si corrispondono - come mytheria: giacché, se mai altri, proprio questi tali miti vanno a caccia dei più barbari dei Traci, dei più insensati dei Frigi, dei superstiziosi tra gli Elleni. Perisca dunque colui che fu l'iniziatore di questo inganno per gli uomini: sia esso Dardano, che introdusse i misteri della Madre degli dei, sia Eetione, che fondò le cerimonie e i riti dei Samotraci, sia quel Frigio, Mida, che imparò dall'Odrisio, e quindi diffuse tra i suoi sudditi, l'abile inganno. Giacché, quanto a me, non mi potrebbe mai persuadere coi suoi inganni il ciprio isolano, Cinyra, il quale, nell'ambizione di divinizzare una meretrice del suo paese, osò portare dalla notte alla luce del giorno gli osceni riti di Afrodite. Melampo, il figlio di Amythaone, fu, secondo altri, quegli che trasportò dall'Egitto nell'Ellade le feste di Demetra, cioè un lutto celebrato con inni. Per conto mio, questi uomini, padri di empi miti e di perniciosa superstizione, io li chiamerei originatori di mali, Poiché furono essi che piantarono nella vita umana quel seme di male e di rovina che sono i misteri. Ma ormai, giacché È giunto il momento, dimostrerò che piene di inganno e di ciurmeria sono le vostre stesse cerimonie: e se voi siete stati iniziati, ancora di più riderete di queste vostre venerate leggende. Parlerò apertamente delle cose che voi tenete nascoste, senza vergognarmi di dire quello che voi non vi vergognate di adorare. Quella aphrogenes (0= nata dalle spume), dunque, e kyprogenes (= nata a Cipro), l'amante di Cinyra (dico Afrodite, la " philomedes, perché nacque dai medea ", da quei genitali amputati di Urano, da quei genitali libidinosi, che dopo il taglio fecero violenza all'onda), in quanto È per voi degno frutto delle parti salaci, nei riti in cui si celebra questa voluttà marina un grano di sale, come simbolo della sua nascita, e un fallo sono dati in regalo a coloro che si iniziano nell'arte della fornicazione; e questi nell'essere iniziati, pagano ad essa il tributo di una moneta, come gli amanti all'amica. I misteri di Deo non sono altro che gli amorosi amplessi di Zeus con la madre Demetra, e l'ira di Deo (che non so se in seguito debba chiamare ancora madre o moglie) a causa delfa quale si dice sia stata chiamata Brimo, e le supplicazioni di Zeus, e la bevanda di fiele e lo strappamento del cuore delle vittime e le altre operazioni nefande. I medesimi riti compiono i Frigi in onore di Attis e di Cibele e dei Coribanti. Essi hanno diffuso la storia di Zeus, come egli, strappati i testicoli di un montone, sia andato a gettarli in mezzo al seno di Deo, pagando così una finta pena dell'amplesso violento, col simulare di aver mutilato se stesso. I simboli di questa iniziazione, quando io ve li abbia, per soprappiù, esposti, vi muoveranno certamente il riso, anche se non ne abbiate voglia per la condanna che loro ne deriva. " Mangiai dal timpano, bevvi dal cembalo, portai il cerno, mi introdussi nella camera nuziale". Questi simboli non sono un obbrobrio? non sono una beffa i misteri? E che diresti se aggiungessi il resto? Diventa incinta Demetra, cresce Core e di nuovo questo Zeus, che l'aveva generata, si unisce con Persefone, con la propria figlia, dopo essersi unito con la madre Deo, dimentico della precedente contaminazione (padre e corruttore della vergine, Zeus), e si unisce in forma di serpente e così si rivelò per quello che era in realtà. È certo almeno che simbolo dei misteri Sabazii per coloro che si iniziano È il " dio che si avvolge attraverso il seno"; questo È un serpente che È fatto svolgere attraverso il seno di coloro che vengono iniziati, una prova della intemperanza di Zeus. Persefone diviene incinta di un bimbo in forma di toro; certo, dice un poeta cultore degli idoli: Padre al serpente un toro e padre al toro un serpente, sopra il monte un bifolco È il suo nascosto stimolo, con stimolo di bifolco indicando, io credo, la ferula che incoronano i Baccanti. Vuoi che ti racconti anche la raccolta dei fiori fatta da Persefone, e il suo canestro, e il ratto compiuto da Aidoneo, e la voragine apertasi nella terra, e le troie di Eubuleo, inghiottite insieme con le due dee, ch’è la ragione per la quale nelle Tesmoforie, nel visitare le sacre caverne della dea, sogliono cacciarvi dentro delle porchette?. Questo È il mito che le donne festeggiano variamente nelle città, nelle Tesmoforie, nelle Sciroforie, nelle Arretoforie, rappresentando drammaticamente in molti modi, come in una tragedia, il ratto di Persefone. I misteri di Dioniso sono addirittura inumani. Egli era ancora piccolo, e, mentre i Cureti danzavano intorno a lui una danza guerriera, i Titani essendosi introdotti con inganno, e avendolo allettato con giocattoli infantili, questi Titani dunque lo fecero a brani, che ancora era un bambino, come dice il poeta della Iniziazione, il tracio Orfeo: il turbo, il rombo, e i pupattoli dalle flessibili membra ed i begli aurei pomi delle canore Esperidi. E non È inutile, allo scopo di condannarli, esporre gli inutili simboli di questa vostra iniziazione: l'astragalo, la palla, la trottola, le mele, il rombo, lo specchio, il vello. Atena dunque, per avere sottratto il cuore di Dioniso, fu chiamata Pallade dal palpitare (p llein) del cuore. Ma i Titani che lo avevano sbranato, posto un lebete su di un tripode e gettatevi le membra di Dioniso, prima le facevano cuocere e poi, conficcatele negli spiedi, "le tenevano sopra il fuoco ". Zeus, apparso dopo (forse, Poiché era dio, per avere sentito l'odore delle carni che stavano cuocendo, che È " l'onore dovuto", che i vostri dei riconoscono " di avere avuto in sorte") fa scempio dei Titani col fulmine, e le membra di Dioniso le affida al figlio suo Apollo perché le seppellisca. Questi, giacché non disobbed a Zeus, le trasporta sul Parnaso e qui depone il cadavere fatto a brani. Se vuoi contemplare anche i riti dei Coribanti, sappi che questi erano tre fratelli, due dei quali, avendo ucciso il terzo, avvolsero in un drappo di porpora il capo del morto e, dopo averlo incoronato, lo seppellirono, portandolo su uno scudo di bronzo ai piedi dell'Olimpo. E questo sono i misteri, per dirla in breve, niente altro che stragi e seppellimenti; i sacerdoti di questi misteri, chiamati Anactotelesti da coloro ai quali interessa chiamarli, aggiungono altri strani portenti a questo fatto luttuoso, quando proibiscono di porre sulla tavola apio con tutte le radici; giacché credono che l'apio appunto sia nato dal sangue coribantico versato: alla stessa guisa precisamente che le donne che festeggiano le Tesmoforie evitano di mangiare i frutti del melograno che siano caduti a terra, perché ritengono che i melograni siano nati dalle gocce del sangue di Dioniso. Chiamando poi col nome di Cabiri i Coribanti proclamano anche il rito dei Cabiri: giacché questi due fratricidi, presa, quasi spoglia del combattimento la cesta, nella quale erano posti i genitali di Dioniso, la portarono nella Tirrenia, mercanti di merce gloriosa; e qui prendevano dimora, essendo esuli, e trasmisero ai Tirreni il loro prezioso insegnamento di pietà, consistente nella venerazione di genitali e di una cesta. E questa fu non senza verosimiglianza la ragione per la quale alcuni vogliono dare a Dioniso il nome di Attis, perché privato dei genitali. E che meraviglia che i Tirreni, che sono dei barbari, siano così iniziati ai misteri di vergognose passioni, quando gli Ateniesi e il resto dell'Ellade, mi vergogno perfino a dirlo, hanno miti pieni di vergogna come quelli che si riferiscono a Deo? Deo infatti, errando alla ricerca della figlia Core, presso Eleusi (questa È una località dell'Attica) È vinta dalla stanchezza, e si siede su un pozzo, in preda al dolore. Questo È proibito anche ora a coloro che vengono iniziati, affinché non sembri che gli iniziati imitino la dea nel suo dolore. Abitavano in quel tempo Eleusi degli indigeni i cui nomi erano Baubò, Dysaules, Triptolemo, e inoltre Eumolpo ed Eubuleo. Bifolco era Triptolemo, pastore Eumolpo, porcaro Eubuleo; È da essi che fior in Atene questa ierofantica stirpe degli Eumolpidi e dei Keryci. Ordunque (giacchÈ non mi tratterrò dal dirlo) Baubò, avendo ospitato Deo, le porge un beverone, e Poiché questa rifiutava di prenderlo e non voleva bere (Poiché era in lutto), Baubò dispiaciutasi fortemente della cosa, ritenendo il rifiuto come un'offesa fatta a lei, alzate le vesti, scopre le sue vergogue, e le mostra alla dea. Essa invece, Deo, si diletta di quella vista e a stento finalmente accetta la pozione, rallegrata da quello spettacolo. Questi sono i secreti misteri degli Ateniesi. Questi misteri riferisce anche Orfeo, e io ti citerò i versi stessi di Orfeo, affinché tu abbia nel mistagogo un testimone della loro svergognatezza: Così dicendo, i pepli si tirò in alto e mostrò un'immagine oscena del corpo; era quella di Iacco fanciullo, ridente (Poiché l'agitava) di sotto al sen di Baubò; e allora la dea, Poiché vide, sorrise dentro il suo cuore, e accettò il lucido vaso con entro la mista bevanda. E il motto dei misteri eleusinii È: " digiunai, bevvi il cyceone, presi dalla cesta, avendo fatto quello che dovevo fare, riposi nel canestro e dal canestro nella cesta ". Begli spettacoli davvero, e che si addicono a una dea! Questi riti di iniziazione sono dunque degni della notte e del fuoco e del " magnanimo", o piuttosto insensato, popolo degli Erettidi, e, inoltre, anche degli altri Elleni, cui " dopo morte attendono cose che neppure si aspettano". A chi vaticina Eraclito di Efeso? Ai " nottivaghi, ai maghi, ai baccanti, alle baccanti, ai mysti ", a costoro egli minaccia le pene dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco; " giacché empiamente essi si iniziano ai misteri che sono in uso fra gli uomini " . Consuetudine dunque e vana credenza sono i misteri, e cioè un inganno teso dal serpente, inganno che gli uomini venerano, allorchÈ con falsa pietà coltivano queste iniziazioni che non sono in realta iniziazioni e questi riti pieni di empietà. E quali sono anche le ceste mistiche! Bisogna infatti rivelare le cose sacre che si contengono in esse, e denunziare le cose non dicibili. Queste cose non sono dolci di sesamo, e piramidi e dolci in forma di gomitoli e focacce dai molti ombelichi e grani di sale e un serpente, il mistico simbolo di Dioniso Bassareo? Non sono melagrane, oltre a ciò, e rami di fico, e ferule, e tralci di edera, e oltre a ciò, focacce rotonde e papaveri? Sono queste le loro cose sacre! E, inoltre, gli ineffabili simboli di GE Temide (cioè Demetra): l'origano, la lucerna, la spada, il pettine femminile, che È, in linguaggio eufemistico e mistico, l'organo femminile. O che sfacciata impudenza! Una volta la notte, che copriva il piacere per gli uomini temperanti, era silenziosa: ora, divenuta una tentazione all'intemperanza per coloro che si iniziano, la notte È piena di voci; e il fuoco con la luce delle fiaccole rivela le oscene passioni. Spegni, o ierofante, il fuoco. Risparmia, o daduco, le lampade; la luce accusa il tuo Iacco; lascia che la notte nasconda i misteri; i riti siano onorati dalle tenebre; il fuoco non rappresenta una parte da teatro: il suo compito È di convincere e di punire. Questi, i misteri degli atei: atei giustamente io chiamo costoro, che non hanno conosciuto Colui che È veramente Dio, e venerano un bambino sbranato dai Titani e una donnetta in lutto, e le parti che veramente ma soltanto per pudore non si possono nominare. Duplice È la forma di ateismo di cui essi sono affetti, la prima consistente nel fatto che ignorano Dio, in quanto a che non riconoscono come Dio quegli che È veramente Dio; l'altra, la seconda, la quale consiste in questo errore, di credere che esistano coloro che non esistono, e di chiamare dei questi che in realtà non sono dei o piuttosto che neppure esistono, ma che non sono che semplici nomi. Per questo l'Apostolo ci biasima dicendo: " Ed eravate stranieri ai patti della promessa, non avendo la speranza, ed essendo atei nel mondo". Molti beni ricadano sul capo del re degli Sciti, chiunque mai egli sia stato! Questi trafisse con un dardo un suo concittadino, che presso gli Sciti imitava il rito della Madre degli dei, in uso presso i Ciziceni, battendo un timpano e facendo risuonare un cembalo e tenendo appese al collo immagini della dea, come un menagyrte: per la considerazione che questi, che era divenuto lui stesso effeminato presso i Greci, si faceva maestro anche agli altri Sciti di quella morbosa effeminatezza. Perciò (giacché non bisogna affatto nasconderlo) mi vien fatto di meravigliarmi come mai abbiano chiamato atei Evemero di Agrigento e Nicanore di Cipro e Diagora e Ippone, tutti e due di Melo, e inoltre quello di Cirene (chiamato Teodoro) e molti altri, che sono vissuti saggiamente e hanno scorto più acutamente, credo, degli altri uomini l'errore riguardante questi dei. Essi, È vero, non hanno conosciuto la verità stessa, ma almeno hanno sospettato l'errore, il che non È piccola scintilla di saggezza, la quale cresce, come seme, verso la verità. Uno di essi prescrive agli Egiziani: " Se li stimate dei, non piangeteli Né battetevi; ma se li piangete, non stimateli più dei "; un altro, avendo preso un Eracle, fatto d'un pezzo di legno (stava a cuocere qualche cosa in casa, come È verosimile), " Su dunque, o Eracle disse - ora È tempo che come ad Euristeo, così anche a noi compia questa tredicesima fatica, e a Diagora appresti il desinare! ", e quindi lo pose nel fuoco come un pezzo di legno. Punti estremi dell'ignoranza sono dunque l'ateismo e l'adorazione dei demoni, al di qua dei quali bisogna cercare in tutti i modi di mantenersi. Non vedi il santo interprete della verità, MosÈ, che vieta all'eunuco e al mutilato dei genitali e inoltre al figlio della meretrice di prender parte all'assemblea?. Vuol significare oscuramente, coi due primi, il costume ateo, che È stato privato della divina e generativa potenza, con l'altro, col terzo, colui che si attribuisce molti falsi dei, invece di colui che solo È Dio, come il figlio della cortigiana si attribuisce molti padri, per ignoranza del suo vero padre. Ma vi era negli uomini una certa innata, originaria comunanza col cielo, la quale si È ottenebrata per l'ignoranza, ma improvvisamente balza fuori dalle tenebre e torna a risplendere, come mostrano, per esempio, quei versi nei quali da qualcuno È stato detto: Vedi questo infinito etere in alto che circonda la terra nel suo molle abbraccio... E questi altri: Della terra veicolo, che hai sede sopra la terra, chiunque sia, a vedere incomprensibile... E quante altre cose di tal natura cantano i figli dei poeti. Ma opinioni errate e condotte fuori dalla retta via, opinioni veramente perniciose, volsero " la pianta celeste ", l'uomo, fuori dalla vita celeste e lo piegarono sulla terra, a figure fatte di terra avendolo indotto ad attaccarsi. Alcuni infatti, facilmente ingannandosi riguardo allo spettacolo del cielo, e fidando nella sola vista, nell'osservare i movimenti degli astri, furono presi da meraviglia e divinizzarono gli astri chiamandoli dei da thein (= correre), e adorarono il sole, come gli Indi, e la luna, come i Frigi. Altri, nel cogliere i frutti coltivati delle piante, chiamarono Deo il grano, come gli Ateniesi, e Dioniso la vite, come i Tebani. Altri, avendo considerato il contraccambio che suole avere il male, divinizzano le punizioni, adorando perfino le sventure. Da qui i poeti drammatici hanno inventato le Erinni e le Eumenidi, e dei Palamnei e Prostropei e, inoltre, Alastori. Anche alcuni filosofi, seguendo l'esempio dei poeti, rappresentano, anche loro, come divinità le varie forme delle vostre passioni, il Timore, e l'Amore, e la Gioia, e la Speranza, come fece appunto anche l'antico Epimenide, che innalzò in Atene altari alla Hybris e alla Anaideia. Altri dei, derivati dagli stessi avvenimenti della vita, sono creati dagli uomini e sono rappresentati corporeamente tali sono le divinità attiche Dike e Clotho e Lachesi e Atropo, e EimarmÈne, e Auxò e Thallò. Vi È una sesta maniera di introdurre l'inganno e di fornire nuovi dei, quella, in base alla quale gli uomini annoverano i dodici d‚i, dei quali Esiodo canta quella sua teogonia, e ai quali si riferisce tutto ciò che Omero dice intorno agli dei. Ne resta un'ultima (Poiché sette sono tutte queste maniere), quella che ha origine dai benefici divini che vengono agli uomini. Non conoscendo infatti il dio che li beneficava inventarono certi Dioscuri salvatori, ed Eracle allontanatore di mali e Asclepio medico. Sono queste le sdrucciolevoli e dannose trasgressioni della verità, che trascinano giù dal cielo l'uomo e lo volgono verso il baratro. Voglio ora mostrarvi da vicino gli stessi dei, perché vediate quali siano e se veramente esistano, affinché una buona volta cessiate dall'errore e di nuovo accorriate al cielo. " Giacché eravamo anche noi figli dell'ira, come anche gli altri; ma Dio, che È ricco in misericordia, per il grande suo amore, col quale ci amò, quando eravamo già morti nel peccato ci fece rivivere insieme con Cristo". " Giacché il Verbo È vivente ", e quegli che È stato sepolto insieme con Cristo È elevato insieme con Dio. Ma quelli che sono ancora non credenti, sono chiamati " figli dell'ira", allevati, cioè, per l'ira. Ma noi non siamo più creature dell'ira, perché ci siamo staccati dall'errore, e balziamo verso la verità. In questo modo noi, che una volta eravamo figli della licenza, siamo diventati ora, grazie all'amore del Verbo per l'uomo, figli di Dio; ma È a voi che si riferisce il vostro poeta, l'agrigentino Empedocle: È per questo che voi, da gravi mali crucciati non mai dagli acerbi dolori l'animo alleggerirete. Orbene, la maggior parte delle cose riguardanti i vostri dei non sono che favole e invenzioni; ma le altre, quelle che si È creduto che siano realmente avvenute, non sono che delle notizie riferentisi a degli uomini turpi e che sono vissuti dissolutamente: Con folle orgoglio voi andate, e il dritto e giusto sentiero abbandonato, per quello partiste di rovi e di spini. A che andate errando, mortali? Cessate, o stolti, Lasciate l'oscuritd della notte, e conquistate la luce! Questo ci prescrive la profetica e poetica Sibilla, ce lo prescrive anche la Verità, la quale, spogliando da queste spaventevoli e terrificanti maschere la turba degli dei, dimostra con alcune somiglianze di nome la falsità delle vostre credenze. Così, per esempio: vi son di quelli i quali riferiscono che vi furono tre dei chiamati Zeus, uno, nato dall'Etere, in Arcadia, gli altri due, figli di Crono; di questi due, l'uno nato in Creta, l'altro, invece, in Arcadia. Vi sono di quelli che suppongono esseri state cinque dee chiamate Atena, l'una figlia di Efesto, la Ateniese, l'altra di Nilo, l'Egiziana, la terza di Crono, la inventrice della guerra, la quarta di Zeus, che i Messeni hanno chiamato Coryphasia dalla madre, e infine la figlia di Pallante e di Titanide figlia dell'Oceano, la quale, avendo ucciso empiamente il padre, si È adornata della pelle paterna come di un vello. Inoltre, di divinità chiamate Apollo, Aristotele ne elenca una prima, il figlio di Efesto e di Atena (qui non È più vergine Atena), una seconda in Creta, il figlio di Cyrbante, una terza, il figlio di Zeus, e una quarta, l'Arcade, il figlio di Sileno; questo È chiamato Nomio presso gli Arcadi; oltre a questi il libico, il figlio di Ammone. E il grammatico Didimo aggiunse a questi anche un sesto, il figlio di Magnete. Ma quanti Apolli vi sono anche attualmente, uomini innumerevoli, mortali e destinati a perire, i quali sono stati chiamati in modo simile a quello con cui furono chiamate le divinità sopradette? E se ti dicessi i molti Asclepii o gli Ermes che si annoverano o gli Efesti della mitologia? Non vi parrà che io faccia opera superflua, sommergendo i vostri orecchi con tutti questi nomi? Ma le patrie e le arti e le vite e, oltre a ciò, le tombe, dimostrano che essi sono stati uomini. Ares, per esempio, il quale È quanto più È possibile onorato anche presso i poeti, Ares, degli uomini peste, omicida, eversore di mura. questo " voltafaccia" e " implacabile" era, come dice Epicarmo, spartano, ma Sofocle lo sa trace ed altri arcade. Omero dice che fu tenuto incatenato per tredici mesi: Tollerò Ares, allora che Oto ed il forte Efialte, d'Aloeo figli, legaronlo in saldi nodi gagliardi; ed in prigione di bronzo fu legato per tredici mesi. Molti beni ricadano sulla testa dei Cari, i quali gli fanno sacrifizi di cani. E gli Sciti non cessino di sacrificargli gli asini, come dice Apollodoro, e Callimaco: Febo di tra iperborei sacrifizi d'asini sorge. E lo stesso poeta, altrove: Dilettan Febo le splendide immolazioni di asini. Efesto, che Zeus scagliò dall'Olimpo, " dalla soglia divina ", caduto a Lemno, faceva il fabbro ferraio, essendo storpio di tutti e due i piedi, " ma sotto, le gambe sottili movevansi agili ". Hai anche il medico, non solo il fabbro tra gli dei; e il medico era avaro, si chiamava Asclepio. E ti citerò il tuo poeta, il beota Pindaro: Indusse anche quello con grande mercede nelle mani apparsogli, l'oro; ma con le mani il Cronide lanciata la folgore traverso il petto di entrambi, lor tolse il respiro rapidamente, ed il fulmine ardente inflisse loro la morte; ed Euripide: Fu Zeus la causa, che mi uccise il figlio Asclepio, col lanciargli in cuor la folgore. Questo dunque giace fulminato nei confini di Cynosuride. Filocoro poi, dice che in Teno È onorato come medico Poseidone; e che la Sicilia È posta sopra Crono e che qui egli giace sepolto. Patrocle di Thuri e Sofocle il giovane in alcune tragedie narravano la storia dei due Dioscuri. Questi Dioscuri furono degli uomini mortali, se la testimonianza di Omero È attendibile quando dice: ormai li teneva la terra datrice di vita là in Lacedemone, nella patria terra diletta. Venga innanzi anche l'autore dei poemi Ciprii: Mortale Castore, e a lui È stato assegnato un destino di morte: immortale È invece, il rampollo d'Ares, Polluce. Questa È una menzogna poetica, ma Omero È più degno di fede di lui, quando parla di ambedue i Dioscuri, e, oltre a ciò, quando mostra che Eracle era un fantasma: " l'eroe" - dice infatti - " Eracle, di grandi opere esperto". Eracle dunque anche lo stesso Omero sa che fu uomo mortale. Il filosofo Ieronimo descrive anche la conformazione del suo corpo: piccolo, dai capelli ricci, forzuto. E Dicearco lo dice magro, muscoloso, nero, dal naso aquilino, dagli occhi cilestrini, dai capelli lunghi. Questo Eracle dunque, dopo essere vissuto cinquantadue anni, finì la vita, ed ebbe gli onori funebri per mezzo della pira dell'Eta. E le Muse, che Alcmane fa nascere da Zeus e da Mnemosyne, e gli altri poeti e prosatori divinizzano e venerano, e già anche intere città consacrano musei in loro onore, - queste non erano che delle servette Mysie, comprate da Megaclo, la figlia di Macar. Macar era re dei Lesbii, ed era sempre in lite con la moglie. Se n'affliggeva Megaclo per la madre; e che cosa non era disposta a fare? E così essa compra queste ancellette Myse, tante di numero (quante le Muse), e le chiama Moisai secondo il dialetto eolico. E insegnò loro a cantare le antiche imprese, e ad accompagnarsi con la cetra armoniosamente. Ed esse, citareggiando continuamente e bellamente affascinandolo coi loro canti, placavano l'animo di Macar e lo facevano cessare dall'ira. A ricordo di questo beneficio, Megaclo, come ringraziamento per conto della madre, innalzò statue di bronzo raffiguranti le fanciulle e ordinò che fossero onorate in tutti i templi. E tali sono le Muse; il racconto si trova presso Myrsilo di Lesbo. Udite ora gli amori dei vostri dei, le straordinarie storie della loro intemperanza e le loro ferite e le catene e le risa e le battaglie e le schiavitù e i simposi e gli amplessi e le lacrime e le passioni e le lascive voluttà. Chiamami Poseidone e lo stuolo delle fanciulle da lui corrotte, Amfitrite, Amymone, Alope, Melanippe, Alcyone, Ippothoe, Chione e le altre innumerevoli, nelle quali, pur essendo tante, non si saziavano ancora i desideri del vostro Poseidone. Chiamami anche Apollo: egli È Febo, tanto vate sacro che buon consigliere. Ma non dice così Sterope Né Aethusa Né Arsinoe Né Zeuxippe, Né Prothoe Né Marpessa Né Hypsipyle; giacché Dafne riusc, solo lei, a sfuggire al vate e alla sua violenza. E venga infine lo stesso Zeus, "il padre " - secondo voi - " degli uomini e degli dei ". Tanto egli era dato ai piaceri venerei da desiderare tutte le donne e saziare in tutte il suo desiderio. Si saziava infatti di donne, non meno che di capre il becco dei Thmuiti. E io ammiro, o Omero, i tuoi versi: Disse, e col cenno delle c‹anee ciglia il Cronide assentì: le chiome divine ondeggiaron sul capo immortale del nume, e scrollò il grande Olimpo... Pieno di maestà, o Omero, tu rappresenti Zeus, e gli attribuisci un cenno del capo che È stato molto pregiato. Ma se per poco gli mostri, o uomo, il cinto (di Venere), Zeus si rivela per quello che È, e la sua chioma si copre di disonore. A qual punto di intemperanza si È spinto quello Zeus, che tante notti godette con Alcmena! Neppure, infatti, le nove notti furon lunghe per l'intemperante (ma l'intera vita, al contrario, era breve per la sua incontinenza) perché ci procreasse il dio allontanatore di mali. Figlio di Zeus era Eracle, di Zeus veramente, egli che fu generato da una lunga notte e che compì pazientemente le dodici fatiche in lungo tempo, ma le cinquanta figlie di Thestio in una lunga notte violò, nello stesso tempo divenuto adultero e sposo di tante vergini. Non senza ragione dunque i poeti lo chiamano " infelice " e " scellerato ". Lungo sarebbe riferire i suoi adulterii d'ogni sorta e le sue corruzioni di fanciulli. Neppure, infatti, neppure dai fanciulli si astennero i vostri dei: uno amò Ila, un altro Iacintho, un altro Pelope, un altro Chrysippo, un altro Ganimede. Questi sono gli dei che le vostre donne debbono adorare, tali essi si augurino che siano i loro mariti, altrettanto temperanti, affinché siano simili agli dei, col mostrarsi pieni di uno zelo uguale al loro. Questi dei i vostri figli si abituino a venerare, perché diventino uomini, prendendo gli dei come un chiaro esempio di fornicazione. Ma forse, degli dei, soltanto i maschi sono infrenabili riguardo ai piaceri venerei; ma le dee, come donne, restarono in casa, ciascuna, per pudore - dice Omero, - vergognandosi, le dee, nella loro gravità, di vedere Afrodite sorpresa in adulterio. Ma esse sono più ardentemente licenziose, essendo legate in adulterio - Eos con Tithono, Selene con Endymione, Nereide con Eaco, Teti con Peleo, Demetra con Iasione, Persefone con Adoni. Afrodite, copertasi di vergogna con Ares, passò a Cinyra e sposò Anchise e insidiava Fetonte e amava Adoni, gareggiava con la boopide, e le dee, svestitesi, a causa del pomo, stavano nude, intente al pastore, per vedere quale di esse gli sembrasse bella. Su dunque, esaminiamo brevemente anche gli agoni e disperdiamo queste solenni adunanze sepolcrali, i giuochi istimici, nemei, pitici e soprattutto olimpici. A Pito dunque si venera il serpente pitico e l'adunanza tenuta in onore del serpente prende il nome di giuochi Pitici. Nell'istmo il mare sputò un miserevole rifiuto, e i giuochi Istmici piangono Melicerte. A Nemea giace sepolto un altro ragazzo, Archemoro, e la celebrazione fatta sulla tomba di questo ragazzo prende il nome di giuochi Nemei. La vostra Pisa, o Panelleni, È la tomba di un auriga frigio, e le libazioni che si fanno in onore di Pelope, cioè i giuochi Olimpici, lo Zeus di Fidia se le fa proprie. Misteri erano dunque, in origine, come sembra, gli agoni, Poiché si tenevano in onore di morti, come anche gli oracoli, e ambedue, dopo, sono divenuti pubblici. Ma i misteri che si tengono ad Agra e quelli che si tengono ad Alimunte dell'Attica sono stati limitati ad Atene; ma gli agoni e i falli che si consacrano a Dioniso, i quali hanno infestato la vita umana, sono, invece, una infamia mondiale. Bacchus enim descendendi ad Inferos desiderio flagrabat, sed viam ignorabat: hanc Prosymnus quidam promittit se monstraturum, verum non sine mercede. Merces ea in se quidem parum erat honesta, attamen honesta satis Baccho. Erat autem gratia Venerea, quam Bacchus postulabatur. Deo igitur non repugnanti petitio statim explicatur: isque iureiurando promittit, si redierit, se, quod vellet, facturum. Cum viam didicisset, abiit, rursusque rediit, nec offendit Prosymnum erat enim mortuus. Tum vero amatori ut debitum solveret, ad monumentum eius se confert, et muliebria patiendi desiderio flagrat. Cum ergo ficulneum excidisset ramum, instar virilis membri efformat; et ei insidens, promissum persolvit mortuo. Atque hoc facinus mystico ritu commemorant, qui Baccho Phallos fere per universas Graeciae urbes erigunt. " Giacché, se non fosse in onore di Dioniso che fanno il corteo solenne e cantano l'inno alle vergogne, sarebbe vergognosissimo quello che compiono " - dice Eraclito -, " Ade È lo stesso che Dioniso, in onore del quale folleggiano e baccheggiano ", non tanto, come io credo, per l'ubbriachezza del corpo, quanto per la vergognosa rivelazione sacra della licenza. A ragione perciò questi vostri dei sono schiavi, perché si sono resi schiavi delle passioni, ché anzi, anche prima dei così detti iloti presso i Lacedemoni, subiva il giogo servile Apollo sotto Admeto in Fere, Eracle in Sardi, sotto Omfale; Poseidone e Apollo erano servi di Laomedonte, quest'ultimo come un servo inutile, che evidentemente non aveva nemmeno potuto ottenere la libertà dal precedente padrone; in quel tempo essi anche edificarono le mura di Ilio al Frigio. Omero non si vergogna di dire che Atena faceva luce ad Ulisse, "tenendo un'aurea lucerna " nelle mani. E leggemmo di Afrodite, che, come una serviciattola impudica, portò ad Elena lo sgabello e lo pose di fronte al suo amante perche lo attirasse all'amplesso. Paniasi, inoltre, racconta che, oltre questi, moltissimi altri dei servirono ad uomini, così scrivendo: Soffrì Demetra, e il famoso dai piedi storpiati soffrì e soffrì Poseidone, soffrì Apollo dall'arco d'argento, di servir presso un uomo mortale per la durata di un anno: soffrì, costretto dal padre, anche Ares dall'animo ardente, e quello che segue. È naturale, per conseguenza, che qucsti vostri dei - dediti agli amori e soggetti alle passioni - ci siano presentati anche soggetti in tutto agli accidenti propri dell'umana natura. "GiacchÈ certamente ad essi mortale È la carne". Lo testimonia con molta precisione Omero, quando introduce Afrodite a lanciare alte e acute grida per la ferita, e narra che lo stesso bellicosissimo Ares fu ferito da Diomede nel fianco. Polemone poi dice che anche Atena fu ferita da Ornyto; e Omero dice inoltre che anche Aidoneo fu ferito di saetta da Eracle, e la stessa cosa narra Paniasi di Elios. Questo stesso Paniasi racconta che anche Era, la pronuba, fu ferita "in Pylo sabbiosa" dallo stesso Eracle. E Sosibio dice che anche Eracle fu ferito dagli Ippocoontidi nella mano. Se vi sono ferite, vi È anche sangue; il poetico icore infatti È anche più schifoso del sangue, giacché per icore non si intende altro che la putrefazione del sangue. È necessario dunque offrir loro cure e cibi, di cui hanno bisogno. Per questo, banchetti e sbornie e risate e amplessi, mentre, se fossero immortali e bisognosi di niente ed esenti da vecchiaia, non godrebbero dei piaceri umani dell'amore Né metterebbero al mondo figliuoli Né si addormenterebbero. Lo Stesso Zeus partecipò ad una mensa umana presso gli Etiopi, e a una inumana e nefanda, invitato presso Lycaone l'arcade. Certo È che, senza volerlo, egli si riempiva di carni umane; giacchÈ il dio ignorava che Lycaone l'arcade, il suo ospite, aveva sgozzato il proprio figlio (si chiamava Nyctimo) e l'aveva imbandito, come piatto prelibato, a Zeus. Bello, questo Zeus, l'indovino, l'ospitale, il protettore dei supplici, il clemente, il panompheo, il vendicatore delle colpe: o, piuttosto, l'ingiusto, l'iniquo, il senza legge, l'empio, l'inumano, il violento, l'adultero, il lascivo. Ma allora egli esisteva, quando era tale, quando cioè era un uomo: ora, invece, mi pare che i anche vostri miti siano già invecchiati. Zeus non È più serpente, non cigno, non aquila, non uomo lascivo, non vola come dio, non È dato all'amore di fanciulli, non ama, non fa violenza: eppure vi sono ancora molte e belle donne, anche più belle di Leda e più floride di Semele, e giovanetti più freschi e più eleganti del frigio bifolco. Dov'èra quell'aquila? dove il cigno? dove lo stesso Zeus? Egli È invecchiato insieme con l'ala; non però si pente dei trascorsi amorosi Né impara a essere temperante. Il mito vi È svelato nella sua nudità; morì Leda, morì il cigno, morì l'aquila. Cerchi il tuo Zeus? Non frugare il cielo, ma la terra. Te lo dirà il Cretese, nella cui terra È seppellito, come dice Callimaco nei suoi inni: ... ché il tuo sepolcro, o sovrano, l'hanno innalzato i Cretesi... È morto dunque Zeus (non dolertene, o Leda), come il cigno, come l'aquila, come l'uomo lascivo, come il serpente. Ma mi sembra che ormai anche gli stessi adoratori dei demoni, benchè a malincuore, comprendano tuttavia il loro errore riguardo agli dei: ché non son nati da antica quercia, e neppure da pietra, ma "sono della stirpe degli uomini", benché fra poco si troverà che essi non sono che quercie e pietre. Stafilo, per esempio, racconta che a Sparta era venerato uno Zeus Agamennone. Fanocle nel libro intitolato " Gli amori o i belli" racconta che Agamennone, il re degli Elleni, È quegli che innalzò un tempio ad Argynno Afrodite, in memoria del suo amasio Argynno. Gli Arcadi, come dice Callimaco negli "Aitia", venerano una Artemide Apanchomene (strangolata). E un'altra Artemide, detta Condylitis, È onorata in Metimna. Vi È anche, nella Laconia, il tempio di un'altra Artemide, detta Podagra, come dice Sosibio. Polemone conosce una statua di Apollo "con la bocca aperta", e un'altra ancora, onorata nell'Elide, di Apollo "goloso". Qui, nell'Elide, gli Elei sacrificano a Zeus "scacciatore di mosche"; e i Romani sacrificano ad Eracle scacciatore di mosche e alla Febbre e allo Spavento, che essi mettono, anche questi, tra i compagni di Eracle. Lascio andare gli Argivi e i Laconi: gli Argivi rendono culto ad Afrodite Tymborychos (= scavatrice di sepolcri), e gli Spartani venerano Artemide Chelytis (= che tossisce), Poiché nel loro dialetto si dice chelyttein il tossire. Credi che le notizie che ti presentiamo siano desunte da noi da qualche fonte non autentica? Sembra che tu non riconosca neppure i tuoi scrittori - che io chiamo a testimoni contro la tua incredulità -, quali hanno riempito di empio ludibrio - poveri voi! tutta la vostra vita, che non merita, in realtà, di essere chiamata vita. Non sono invero onorati uno Zeus calvo, in Argo, e un altro, vendicatore, in Cipro? Non sacrificano ad Afrodite Peribaso (= divaricatrix) gli Argivi, e ad Afrodite etera gli Ateniesi, e ad Afrodite callipigia i Siracusani, quella che il poeta Nicandro ha in un punto chiamato " calliglutea"?. Taccio, infine, di Dioniso choiropsalas: adorano i Sicioni questo Dioniso, avendolo posto a presiedere agli organi femminili, venerando in questo modo, come ispettore della vergogna, il fondatore della licenza. Tali sono per gli stessi loro adoratori gli dei, e tali sono gli adoratori stessi che si fan giuoco degli dei o piuttosto beffeggiano ed oltraggiano se stessi. E quanto migliori dei Greci, che adorano tali dei, non sono gli Egiziani, che per villaggi e città venerano i bruti animali? Infatti queste divinità degli Egiziani, sebbene siano degli animali, non sono però adultere, non sono lascive e neppure una di esse va in caccia di piaceri che siano contro natura. Ma di quale natura siano invece le divinità dei Greci, che bisogno c’è ancora di dirlo, quando esse sono state già smascherate a sufficienza? Ordunque, gli Egiziani, dei quali poco fa ho fatto menzione, sono divisi secondo i loro culti. Di essi, i Syeniti venerano il pesce fagro, quelli che abitano Elefantina, il meote (altro pesce, questo), gli Oxyrynchiti, ugualmente, il pesce che prende il nome dalla loro regione; ancora, gli Eracleopolitani l'ichneumone, i Saiti e i Tebani la pecora, i Lycopolitani il lupo, i Cynopolitani il cane, il bue Api quelli di Memfi, i Mendesi il capro. Ma voi, che siete in tutto migliori degli Egiziani - esito a dirvi peggiori -, che non cessate di deridere ogni giorno gli Egiziani, come vi comportate nei riguardi degli animali irragionevoli? Tra voi, i Tessali onorano le cicogne a causa della costumanza, i Tebani le donnole a causa dalla nascita di Eracle. E che dire, per tornare ad essi, dei Tessali? Si racconta che essi venerano le formiche Poiché hanno appreso che Zeus, presa la forma di una formica, si mescolò con Eurymedusa, la figlia di Cletore, e generò Myrmidone. Polemone racconta che gli abitanti della Troade venerano i topi indigeni, che chiamano sminthi, perché rosero le corde degli archi nemici, e da quei topi diedero ad Apollo il nome di Sminthio. Eraclide nelle sue " Fondazioni dei templi dell'Acarnania" dice che dove È il promontorio di Actio e il tempio di Apollo Actio si sacrifica prima un bue alle mosche. NÉ mi dimenticherò dei Sami (i Sami, come dice Euforione, venerano la pecora) Né dei Siri che abitano la Fenicia, dei quali alcuni venerano le colombe, altri i pesci, così esageratamente come gli Elei venerano Zeus. Ebbene dunque, dal momento che non sono dei quelli ai quali rendete culto, mi sembra opportuno esaminare quindi se essi siano in realtà demoni, iscritti, come voi dite, in questa seconda categoria. Giacché, se essi sono realmente demoni, sono ingordi e impuri. È possibile trovare demoni indigeni, che raccolgono onore nelle varie città anche apertamente (come gli dei): presso i Cythni Menedemo, presso i Teni, Callistagora, presso i Delii, Anio, presso i Laconi, Astrabaco. È onorato anche un certo eroe a Falero " sulla poppa della nave", e la Pitia ordinò ai Plateesi di sacrificare ad Androcrate e a Democrate e a Cycleo e a Leucone nel tempo in cui le guerre mediche erano nel loro pieno. E chi È capace di fare anche un piccolo esame può abbracciare di un solo sguardo anche altri numerosissimi demoni: tre miriadi sono sulla terra nutrice di molti i demoni immortali, custodi di umani mortali. Chi siano questi custodi, o Beota, non rifiutarti di dirci. O È chiaro che essi sono questi, e quelli più onorati di essi, i grandi demoni, Apollo, Artemide, Leto, Demetra, Core, Plutone, Eracle, e lo stesso Zeus. Ma essi, o Ascreo, non ci custodiscono per impedirci di fuggire, ma forse per impedirci di peccare: essi, che certamente di peccati sono inesperti. Qui È il caso di dire il proverbio: " il padre che non si emenda, emenda il figlio". Se anche, dunque, essi sono custodi, lo fanno, non perché si ispirino a sentimenti di benevolenza verso di voi, ma perché, tutti intesi alla vostra rovina, a guisa di adulatori, si gettano sulla vita umana, adescati dal fumo dei sacrifizi. E i demoni stessi riconoscono in un certo punto la loro ghiottoneria quando dicono: La libazione e il fumo: È questo l'onor che sortimmo. Quali altre parole, se acquistassero la parola, direbbero gli dei degli Egiziani, quali i gatti e le donnole, se non queste parole omeriche e poetiche, e amiche dell'odore del grasso, e dell'arte della cucina? Tali sono dunque presso di voi gli dei e i demoni, e se vi sono anche altri chiamati semidei, alla stessa maniera dei semiasini. NÉ infatti avete penuria di nomi per formare i composti necessari alla vostra empietà.
CAPITOLO 3
Orbene dunque, aggiungiamo anche questo, che i vostri dei sono demoni inumani e odiatori degli uomini, che non solo sono lieti della follia degli uomini, ma, oltre a ciò, anche godono delle umane uccisioni. Essi forniscono a se stessi occasioni di godimento, ora nelle lotte armate degli stadi, ora nelle innumerevoli contese delle guerre, per avere al massimo grado di che rimpinzarsi a sazietà di sangue umano; e già essi, piombando come flagelli per città e popoli, chiesero l'offerta di libagioni crudeli. Aristomene di Messene, per esempio, sgozzò trecento uomini a Zeus di Ithome, credendo di avere buoni auspici, sacrificando tante e, insieme, tali ecatombi tra gli altri era Teopompo, il re dei Lacedemoni, nobile vittima. I popoli Tauri, che abitano intorno alla penisola taurica, sacrificano senz'altro ad Artemide Taurica quelli degli stranieri che abbiano catturati nel loro territorio, di quelli cioè che hanno fatto naufragio. Questi tuoi sacrifizi li presenta sulla scena in una tragedia Euripide. Monimo nella sua " Raccolta delle cose mirabili " racconta di un uomo, di un Acheo, sacrificato a Peleo e a Chirone in Pelle, città della Tessaglia; Anticleide nei " Ritorni " ci fa sapere che i Lyctii (sono questi una tribù di Cretesi) immolano uomini a Zeus, e Dosida dice che i Lesbi offrono un simile sacrifizio a Dioniso. Quanto ai Focesi (non tralascerò infatti neppure questi), Pitocle nel terzo libro dell'opera " Sulla Concordia ", racconta che questi offrono l'olocausto di un uomo ad Artemide Taurica. L'attico Eretteo e il romano Mario sacrificarono le loro proprie figlie, l'uno a Persefone, come narra Demarato nel primo libro della sua opera " Argomenti di tragedie ", e l'altro, Mario, agli dei allontanatori di mali, come narra Doroteo nel quarto libro della sua " Storia italica ". Filantropici davvero appaiono da questi esempi i vostri demoni: e come non dovrebbero, analogamente, apparire pii i loro adoratori? Gli uni, che sono invocati come salvatori, gli altri, che chiedono la salvezza agli insidiatori della loro salvezza. Certamente, mentre suppongono di fare a quelli un sacrifizio favorevole, non s'accorgono di sgozzare, intanto, degli uomini. Infatti un'uccisione non diventa sacrifizio in ragione del luogo in cui essa È stata consumata, neppure se uno sgozzi un uomo ad Artemide e a Zeus in un luogo in apparenza - sacro, piuttosto che per ira e cupidigia, altri demoni dello stesso genere, sugli altari piuttosto che nelle strade, e lo consacri come vittima; ma uccisione e omicidio È un tale sacrificio. Perché dunque, o uomini sapientissimi tra tutti gli esseri viventi, fuggiamo le fiere selvagge, e se ci imbattiamo in un orso o in un leone, ci volgiamo fuori della nostra strada come chi ha visto un serpente, s'arresta ed arretra di scatto nelle gole di un monte, e trema per tutte le membra, e si ritira indietro..., e quanto ai demoni invece, pur sentendo già prima e comprendendo che essi sono esiziali e nefasti insidiatori e odiatori degli uomini e sterminatori, non cambiate strada di fronte ad essi, e non tornate indietro? Che cosa di vero potrebbero dire i malvagi o a chi potrebhero giovare? Comunque, io posso dimostrarti che l'uomo È migliore di questi vostri dei - i quali, poi, non sono che demoni - e che Ciro e Solone sono migliori di Apollo, il dio della vaticinazione. Amante dei doni È il vostro Febo, ma non amante degli uomini. Trad il suo amico Creso, e dimenticatosi della mercede che aveva ricevuto (così era amante dell'ambiguità) trasse Creso attraverso l'Aly sulla pira. Amando in questo modo, i demoni guidano verso il fuoco. Ma tu, o uomo, più filantropico e più veritiero di Apollo, abbi compassione di colui che sta legato sulla pira. E tu, o Solone, vaticina la verità, e tu, o Ciro, fa' spegnere la pira. Impara finalmente, o Creso, a essere saggio, ora che la sventura ti ha insegnato la vera saggezza. Ingrato È quello che tu adori, prende la mercede, e, dopo aver preso l'oro, in cambio, mentisce. " Vedi la fine " non È il demone a dirtelo, ma l'uomo. Non ambiguamente vaticina Solone. Questo solo oracolo troverai veritiero, o barbaro; questo tu metterai alla prova sulla pira. Da ciò mi vien fatto di domandarmi maravigliato, da quali mai fantasie siano stati indotti coloro che per primi, essendo stati essi stessi ingannati, proclamarono agli uomini la loro superstizione, ordinando per legge di venerare degli scellerati demoni: sia che sia stato quel Foroneo, sia che Merope, sia che qualche altro, i quali la leggenda vuole che per primi abbiano innalzato ai demoni templi ed altari, e, inoltre, abbiano offerto sacrifizi. È certo che in tempi posteriori inventavano degli dei, che facevano oggetto di adorazione. Certo, questo Eros, che si dice essere tra i più antichi degli dei, non l'onorava nessuno prima che Charmo avesse fatto suo un giovinetto e gli avesse innalzato un'ara nell'Accademia come segno di riconoscenza per la brama appagata: e hanno chiamato Eros l'intemperanza della passione, deificando così una brama smodata. E gli Ateniesi, di Pan non sapevano nemmeno chi fosse, prima che Filippide lo avesse detto loro. È naturale dunque che la superstizione, avendo preso principio da un qualche punto, sia divenuta fonte di stolta malvagità, e quindi, non essendo stata frenata, ma sempre più accresciutasi, procedendo con l'abbondanza di un fiume, si sia fatta creatrice di molti demoni, sacrificando ecatombi e tenendo solenni adunanze e innalzando statue ed edificando templi, i quali - giacché non tacerò neppure di questi, ma smaschererò anche essi - sono chiamati templi eufemisticamente, ma in realtà furono dei sepolcri. Ma voi, almeno ora, dimenticate il culto dei demoni, vergognandovi di onorare delle tombe. Nel tempio di Atena in Larissa, nell'acropoli, vi È la tomba di Acrisio; ad Atene, nell'acropoli, vi È quella di Cecrope, come dice Antioco nel libro nono delle sue " Storie". Ed Erittonio? Non È sepolto nel tempio di Atena Poliade? E Immarado, il figlio di Eumolpo e di Daira, non È sepolto nel recinto dell'Eleusinio, che È sotto l'acropoli? Le figlie di Celeo non sono state sepolte ad Eleusi? A che elencarti le donne Hyperboree? Esse si chiamano Hyperoche e Laodice, e sono sepolte in Delo, nell'Artemisio; questo È nel tempio di Apollo Delio. Leandrio dice che Cleocho È stato sepolto a Mileto nel Didimeo. Non si deve trascurare qui, seguendo Zenone di Mindo, il monumento funebre di Leucophryne, la quale ha avuto sepoltura nel tempio di Artemide in Magnesia, Né l'ara di Apollo in Telmesso; narrano che sia, anche questo, il monumento funebre dell'indovino Telmesso. Tolomeo, il figlio di Agesarco, nel primo libro dell'opera " Intorno al Filopatore " dice che in Pafo nel tempio di Afrodite ha avuto sepoltura Cinyra e i discendenti di Cinyra. Ma, se volessi percorrere tutti i sepolcri adorati da voi, neppur mi basterebbe tutto il tempo; quanto a voi, se non penetra in voi un qualche senso di vergogna per la vostra audacia, siete allora addirittura come dei morti che vanno in giro, perché credete nei morti: Miseri, che È questo male di cui soffrite? Di tenebre sono le vostre teste avvolte...
CAPITOLO 4
Se, oltre a questo, io vi porrò innanzi le statue stesse, perché le osserviate, passandole in rassegna troverete che È una vera sciocchezza questa vostra consuetudine, per la quale venerate delle opere insensibili, " fatte da mani di uomini ". Anticamente infatti gli Sciti adoravano l'acinace, gli Arabi la pietra, i Persiani il fiume, e, degli altri uomini, quelli che erano ancora più antichi innalzavano pali altissimi di legno ed erigevano colonne di pietre, che chiamavano x¢ana, per il fatto che la materia era stata levigata (x‚o]. Certo, in Icaro il simulacro di Artemide era un pezzo di legno non lavorato, e quello di Era Citeronia in Tespia era un tronco tagliato, e quello della Era di Samo, come dice Aethlio, prima era una tavola, dopo, durante il governo di Prode, fu fatta in forma umana. Dopoché si cominciò a dare agli x¢ana forma umana, questi presero il nome di brete, da brotoi (= uomini). Lo storico Varrone dice che in Roma anticamente lo x¢anon di Ares non era che un'asta, Poiché gli artisti non si erano volti ancora a questa, bella in apparenza, arte della malora. Ma dopoché fior l'arte, crebbe l'errore. È senz'altro evidente, oramai, come delle pietre e del legno, e per dirla in breve, della materia, gli uomini abbiano fatto statue di forma umana, con le quali simulate la pietà, calunniando la verità; ma tuttavia, Poiché questo punto ha bisogno di una qualche dimostrazione, non ci dobbiamo rifiutare di darla. Che, dunque, lo Zeus di Olimpia e la Poliade di Atene le abbia fatte Fidia, d'oro e d'avorio, È chiaro probabilmente a tutti. Che, poi, lo x¢anon di Era in Samo sia stato fatto da Smilide figlio di Euclide, lo racconta Olimpico nella sua " Storia di Samo ". Non dubitate dunque che delle così dette Dee " Venerande " in Atene, due le abbia fatte Scopa della così detta pietra lychnea, e Calos quella di mezzo; posso citarti Polemone che lo racconta nel quarto libro della sua opera " Contro Timeo". NÉ dubitate che le statue di Zeus e di Apollo in Patara della Licia le abbia fatte ancora quel Fidia, come anche i leoni che sono dedicati insieme con esse; ma se, come dicono alcuni, l'arte ‚ quella di Bryaxis, non ne faccio una questione: hai anche questo statuario, attribuiscile a quale dei due tu voglia. E inoltre opera di Telesio di Atene, come dice Filocoro, sono le statue di nove cubiti di Poseidone e di Amfitrite, che si adorano in Teno. Demetrio nel secondo libro della " Storia di Argo ", riferisce che dello x¢anon di Era in Tirinto la materia fu il pero e l'autore Argo. Molti forse si meraviglieranno nell'apprendere che il Palladio, quello chiamato " caduto-dal-cielo", che si racconta Diomede e Ulisse abbiano tolto da Ilio e affidato a Demofoonte, era fatto delle ossa di Pelope, come l'Olimpico Zeus di altre ossa, quelle di una fiera indica; e come fonte di questa notizia adduco Dionisio, che la racconta nella quinta parte del " Ciclo". Apella nella " Storia di Delfo " dice che vi sono due Palladii, e che ambedue sono stati costruiti da uomini. Ma perché nessuno supponga che io abbia tralasciato questo per ignoranza, vi citerò la statua di Dioniso Morycho in Atene, la quale È stata fatta della così detta pietra phellatas, ed È opera di Sicone, figlio di Eupalamo, come dice Polemone in una epistola. Vi furono anche due altri scultori, credo cretesi (si chiamavano Scillide e Dipeno); questi fecero le statue dei Dioscuri in Argo e la statua di Eracle in Tirinto e lo x¢anon di Artemide Munychia in Sicione. Ma a che indugiare in queste cose, quando È possibile mostrarvi chi era il gran demone stesso, l'egiziano Sarapide, che sappiamo essere stato ritenuto degno di particolare venerazione da parte di tutti gli uomini, quello di cui hanno osato dire che non È fatto da mani d'uomo? Alcuni raccontano che esso fu mandato come offerta di ringraziamento dai Sinopei a Tolomeo Filadelfo re dell'Egitto il quale se li era cattivati, quando essi, soffrendo di una carestia, avevano mandato a prendere frumento dall'Egitto -, e che questo x¢anon era una statua di Plutone. Egli, ricevuta la statua, la innalzò sul promontorio, che ora chiamano Rhacoti, dove si trova anche il tempio di Sarapide, oggetto di venerazione; la regione È vicina al cimitero. Essendo morta in Canobo la sua concubina Blistiche, Tolomeo la fece là trasportare e le diede sepoltura sotto il tempio anzidetto. Altri dicono che Sarapide era una statua del Ponto, e che fu trasportata ad Alessandria con l'onore di una solenne adunanza festiva. Solo Isidoro dice che la statua fu portata da parte delle genti di Seleucia abitanti presso Antiochia, le quali si erano trovate, anche esse, in penuria di frumento ed erano state sostentate da Tolomeo. Ma Atenodoro, il figlio di Sandone, mentre voleva dimostrare l'arcaicità di Sarapide, inciampò in non so che cosa, Poiché venne a dimostrare che esso È una statua fatta da uomini. Egli dice che il re egiziano Sesostri, dopo aver soggiogato la maggior parte delle genti elleniche, tornato in Egitto, condusse con s‚ degli abili artisti; fu lui dunque che fece fare con grande sontuosità la statua del suo avo Osiride, della quale È autore l'artista Bryaxis - non l'ateniese, ma un omonimo di quel Bryaxis -, il quale si ‚ servito, per la costruzione, di una materia mista e varia. Egli aveva infatti limatura di oro e di argento e di rame e di ferro e di piombo e anche di stagno; e non gli mancava nessuna delle pietre egiziane, frammenti di zaffiro e di ematite e di smeraldo, ma anche di topazio. Avendo ridotto in polvere, dunque, tutte queste cose e avendole mescolate, le colorò col ciano, a causa di che il colore della statua È nerastro, e avendo impastato il tutto con la tintura rimasta dal funerale di Osiride e di Api, egli plasmò la statua di Sarapide, il cui nome anche allude alla comunanza col funerale e al fatto di essere stata costruita col materiale della sepoltura, essendo Osirapide un composto di Osiride e di Api. Un altro nuovo dio, in Egitto, quasi proprio tra i Greci, lo ha creato l'imperatore dei Romani, divinizzando solennemente il suo amato, che era bellissimo sopra ogni altro. Antinoo egli consacrò allo stesso modo come con Ganimede aveva fatto Zeus; non si frena facilmente infatti una brama che non ha ritegno; e ora vi sono degli uomini che celebrano le notti sacre di Antinoo, la vergogna delle quali conosceva l'amante, che le aveva vegliate insieme con lui. Perché mi annoveri tra gli dei quegli che È stato onorato per la sua prostituzione? Perché ordinasti che fosse pianto come un figlio? Perché vai magnificando la sua bellezza? È vergognosa la bellezza che l'oltraggio ha fatto marcire. Non tiranneggiare, o uomo, la bellezza, Né recare oltraggio al giovane ch’è nel suo fiore: conservala pura perché sia bella. Sii re della bellezza, non tiranno. Rimanga libera; allora riconoscerò la tua bellezza, quando tu hai conservato pura la sua immagine; allora adorerò la bellezza, quando essa È il vero archetipo delle cose belle. Ma ormai vi È già un sepolcro dell'amato, vi È un tempio di Antinoo e una città; e come, io credo, i templi, così anche i sepolcri sono ammirati, piramidi e mausolei e labirinti, altri templi dei morti, come quelli sono sepolcri degli dei. Come maestra vi citerò la profetica Sibilla: Non la parola profetica di Febo bugiardo, che gli uomini stolti dissero dio ed a torto chiamarono vate, ma del gran Dio, che mani d'uomini non plasmarono simile agli idoli muti, di levigata pietra. Essa però chiama rovine i templi, preannunziando così che il tempio di Artemide Efesia "per effetto di voragini e di terremoti ", sarà inghiottito: Supina gemerò Efeso, piangendo presso le rive, e un tempio invano cercando, che non esiste più. Dice che il tempio di Iside e di Sarapide in Egitto sarà distrutto e bruciato: Iside, dea infelicissima, presso il corso del Nilo rimani, sola, furente, muta sulle sabbie dell'Acheronte, e continuando quindi: E tu di molte pietre inerti coperto, Sarapide, giaci, ruina grandissima, nell'Egitto tre volte infelice. Ma tu, se non vuoi dare ascolto alla profetessa, ascolta almeno il tuo filosofo, Eraclito di Efeso, che rimprovera ai simulacri la loro insensibilità: " E pregano questi simulacri, come se uno conversasse con le pareti della casa". Non sono strani infatti coloro che supplicano delle pietre, e poi le collocano, tuttavia, quasi che fossero vive ed agenti, dinanzi alle porte, che adorano Ermes come dio, e pongono l'Agyieo come portiere? Se infatti li offendono come privi di senso, perché li adorano come dei? Se poi credono che essi abbiano della sensibilità perché li pongono come portieri? I Romani, attribuendo alla Tyche i loro più grandi successi, e credendo questa una dea grandissima, l'andarono a porre nella latrina, assegnando alla dea, come degno tempio, la cloaca. Ma certamente alla pietra insensibile, e al legno, e al ricco oro non importa affatto Né del grasso Né del sangue Né del fumo, dai vapori del quale, mentre si intende onorarli, sono anche anneriti; ma neppure dell'onore, come neppure dell'insulto. Le statue sono più spregevoli di qualunque essere vivente. E non riesco a comprendere come mai siano state divinizzate le cose insensibili, e compiango come infelici, a causa della loro stoltezza, quelli che cadono in questo errore. Sebbene infatti vi siano alcuni animali che non hanno tutti i sensi, come i vermi e i bruchi e quanti appaiono subito imperfetti a causa della nascita, come le talpe e il topo-ragno, che Nicandro chiama " cieco e sordo ", ma almeno essi sono superiori a questi x¢ana e alle statue, che sono interamente insensibili, Poiché almeno un senso solo lo hanno, per esempio quello dell'udito o quello del tatto o quello corrispondente all'olfatto o al gusto: quelle invece, le statue, non hanno neppure un senso solo. Vi sono molti degli animali, che non hanno Né vista Né udito Né voce, come ad esempio la famiglia delle ostriche, ma vivono tuttavia e crescono e inoltre sentono l'influsso della luna: le statue, invece, sono brute, non fanno nulla, non sentono nulla, sono legate, inchiodate, fissate, fuse, limate, segate, levigate, cesellate. Gli statuari " oltraggiano la insensibile terra", facendole cambiare la natura che le È propria, con l'indurre per effetto della propria arte gli uomini ad adorarla; i fabbricatori di dei adorano, non gli dei e i demoni, almeno secondo il mio modo di intendere, ma la terra e l'arte, cioè le statue. La statua È infatti veramente materia morta alla quale ha dato forma la mano dell'artista. Per noi invece l'immagine di Dio non È una cosa sensibile, di materia sensibile, ma È cosa intellegibile. Cosa intellegibile, non sensibile, È Dio, quegli che solo È veramente Dio. E, d'altra parte, negli stessi infortuni che incolgono alle statue, i cultori dei demoni, gli adoratori delle pietre, apprendono per esperienza a non adorare la materia insensibile, soggetta alla stessa necessità degli altri, ma sono trascinati alla rovina dalla loro superstizione; sebbene disprezzino le statue, non vogliono tuttavia apparire di disprezzarle del tutto, ma il comportamento degli stessi dei ai quali le statue sono state dedicate dà loro la dimostrazione dell'errore in cui sono caduti. Infatti, il tiranno Dionisio il giovane, tolta alla statua di Zeus in Sicilia la veste d'oro, ordinò di mettergliene una di lana, dicendo spiritosamente che questa era migliore di quella d'oro, perché d'estate più leggera e più calda d'inverno. Antioco di Cizico, essendo in difficoltà finanziarie, ordinò di fondere la statua d'oro di Zeus, che era della grandezza di quindici cubiti, e di collocare al suo posto una statua simile a quella, ma fatta di altra materia meno preziosa, e solo ricoperta di foglie d'oro. E le rondini, e la maggior parte degli uccelli, volando lasciano cadere sulle statue stesse il contenuto del loro ventre, senza curarsi Né di Zeus Olimpio Né di Asclepio Epidaurio Né di Atena Poliade o dell'egiziano Sarapide: voi neppure da essi apprendete che le statue sono prive di sensibilità. Ma vi sono anche dei malfattori o dei nemici invasori, i quali, per turpe avidità di guadagno, devastarono i templi e depredarono le offerte votive o anche fusero le statue. E se Cambise o Dario o altri, nel suo furore, pose mano a imprese di questo genere, e se un tale uccise l'egiziano Api, io rido perché.., uccise il loro stesso dio, ma mi indigno se perpetrava ciò per amore di guadagno. Volentieri dunque trascurerò questo genere di malvagità, perché lo ritengo frutto di avidità, non prova della debolezza degli idoli. Ma non sono certo avidi di guadagno il fuoco e i terremoti, Né, certo, temono o hanno rispetto dei demoni e delle loro statue più di quanto non ne abbiano le onde dei ciottoli ammucchiati lungo i lidi. Io conosco un fuoco capace di convincere e di curare il male della superstizione: se vuoi cessare da questa demenza, il fuoco ti illuminerà Questo fuoco consumò tra le fiamme il tempio che era in Argo, insieme con la sacerdotessa Cryside, e il tempio di Artemide in Efeso, il secondo dopo il tempo delle Amazzoni, e spesso ha devastato il Campidoglio che È a Roma; non si astenne neppure dal tempio di Sarapide che È nella città di Alessandria. Ad Atene ahbatt‚ il tempio di Dioniso Eleuterio, e quello di Apollo in Delfi prima fu preda di una procella e dopo fu annientato da un " fuoco intelligente ". In questo ti È mostrato solo il preludio di quelle cose che ti promette il fuoco. Gli autori delle statue, poi, non fanno vergognare quelli di voi che sono in senno, e non li inducono a disprezzare la materia? L'ateniese Fidia, per esempio, che scrisse sul dito dello Zeus Olimpio "Pantarce bello " (giacché per lui non era bello Zeus, ma il proprio amato); Prassitele, come mostra chiaramente Posidippo nel suo libro " Intorno a Cnido ", nell'apprestare la statua della Afrodite Cnidia, la ha rappresentata somigliante nell'aspetto alla sua amante Cratina, affinchÈ gli sciagurati potessero adorare l'amante di Prassitele. Quando Frine, la etera tespiese, era nel suo fiore, tutti i pittori prendevano a modello la bellezza di Frine nel dipingere le immagini di Afrodite, come, da parte loro, gli scultori effigiavano gli Ermes in Atene prendendo a modello Alcibiade. Non resta che al tuo giudizio il còmpito di concluderne se voglia adorare anche le etere. Da qui, credo, furono spinti gli antichi re a disprezzare questi miti, e a proclamare liberamente - Poiché la cosa non offriva pericoli da parte degli uomini - se stessi come dei, dimostrandoci in questo modo che anche gli altri dei non erano che degli uomini, i quali erano stati divinizzati a cagione della fama: Ceyce, il figlio di Eolo, era chiamato Zeus dalla moglie Alcione, Alcione, a sua volta, era, chiamata Era dal marito. Tolomeo quarto era chiamato Dioniso, e Mitridate il Pontico era chiamato, anche lui, Dioniso. Voleva anche Alessandro essere creduto figlio di Ammone ed essere rappresentato con le corna dagli statuari, desiderando oltraggiare con un corno il bel volto di uomo. E non solo i re, ma anche dei privati glorificavano se stessi con denominazioni divine, come il medico Menecrate, quello che era soprannominato Zeus. Che bisogno c’è di citare Alexarco (questi, che era, quanto al sapere, grammatico, come narra Aristo di Salamina, trasformava se stesso nel dio Sole)? Che bisogno c’è di ricordare anche Nicagora (era questi Zelita di stirpe, vivente ai tempi di Alessandro; Nicagora si chiamava Ermes e portava il vestimento di Ermes, come egli stesso attesta) - dal momento che a svilire i miti intorno agli dei sono intere nazioni e città con tutti i loro abitanti, le quali si mettono la maschera di adulatori: semplici uomini, che gonfi di vanagloria, trasformano se stessi (cioè degli uomini come loro) in esseri pari agli dei, e votano a se stessi onori straordinari? E ora decretano che si adori nel Cynosarge il Macedone di Pella, Filippo il figlio di Aminta, quello " dalla clavicola spezzata e storpio di una gamba", quello a cui fu cavato un occhio, e in seguito proclamano Demetrio, anche lui, dio, e nel punto in cui egli discese dal cavallo nell'entrare in Atene, vi È il tempio di Demetrio Cataibàtes (= che discende), e are dappertutto, e gli si preparavano dagli Ateniesi le nozze con Atena, ma egli disdegnava la dea, non potendo sposare la sua statua, e saliva con l'etera Lamia sull'acropoli e si giaceva nel talamo di Atena, mostrando alla vecchia vergine le posizioni erotiche della giovane etera. Non bisogna prendersela dunque neppure con Ippone, che immortala la sua morte. Questo Ippone fece scrivere sul suo monumento funebre questo distico: Questa È la tomba di Ippone, che pari ai numi immortali fu fatto dalla Moira, poi che egli fu morto. Bravo, o Ippone! Tu ci indichi l'errore umano. Se gli uomini non hanno prestato fede a te, quando potevi parlare, di te morto divengano perciò discepoli. Questo È l'oracolo di Ippone: cerchiamo di comprenderlo. Quelli che sono adorati presso di voi furono una volta degli uomini, che in seguito, naturalmente, sono morti: il mito e il tempo li hanno circondati di onore. Sogliono infatti, in certo qual modo, le cose presenti essere disprezzate a causa della consuetudine, ma le cose passate, lontane, a causa della oscurità prodotta dal tempo, dalla possibilità di un'immediata confutazione, sogliono trarre onore dalle cose inventate, e, mentre le cose presenti sogliono non essere credute, quelle passate sono invece anche ammirate. E così dunque gli antichi morti, glorificati nel lungo periodo dell'errore, sono stimati dei dai posteri. Una prova di questo ve la danno i vostri stessi misteri, le solenni adunanze, le catene e le ferite e gli dei piangenti: Povero me, ché SarpÈdone, il più diletto degli uomini, È destin che da Patroclo, figliuol di Menezio, sia vinto! È stato superato il volere di Zeus, e il vostro Zeus, a causa di Sarpedone, piange, sconfitto. A ragione cosi voi stessi li avete chiamati idoli (cioè fantasmi) e demoni, Poiché Atena stessa e gli altri dei Omero li chiamò demoni, onorandoli così per la loro natura cattiva: Essa saliva all'Olimpo alla casa di Zeus che ha l'egida, presso i restanti demoni. Come dunque potranno ancora essere ritenuti dei gli idoli e i demoni, quando questi non sono in realtà che spiriti abbominevoli e impuri, riconosciuti da tutti come terreni e immondi, incombenti sulla terra, " aggirantisi intorno ai sepolcri e alle tombe", che sono precisamente i luoghi dove essi appaiono confusamente come " foschi fantasmi"?. Questo sono i vostri dei, gli idoli, le ombre e, oltre a questi, quelle " zoppe " e " rugose, dagli occhi distorti ", le Litai, figlie di Tersite piuttosto che di Zeus, così che non senza spirito mi sembra dica Bione, quando si domanda come potrebbe essere giusto che gli uomini chiedano a Zeus quella bellezza di prole che neppure lui potÈ dare a se stesso. AhimÈ, quale empietà! Voi sotterrate, nella misura in cui vi È possibile, la incorruttibile essenza, e quell'essere incontaminato, quell'essere santo, avete seppellito nelle tombe, privando la divinità della sua reale e vera essenza. Perché dunque attribuiste a quelli che non sono dei gli onori che sono propri di Dio? Perché, abbandonato il cielo, avete onorato la terra? Che altro È l'oro o l'argento o l'acciaio o il ferro o il rame o l'avorio o le pietre preziose? Non sono essi terra e provenienti dalla terra? Non sono figli di una sola madre, la terra, tutte queste cose che tu vedi? Perché dunque, o stolti e senza senno (giacchÈ voglio tornare sull'argomento), avendo bestemmiato il luogo iperuranio, avete trascinato al suolo la pietà, foggiandovi divinità terrene, e, andando dietro a queste cose generate invece che al Dio ingenerato, siete piombati in tenebre più profonde? È bello il marmo pario, ma non È ancora Poseidone, È bello l'avorio, ma non È ancora l'Olimpio. La materia ha bisogno sempre dell'arte, Dio non ne ha bisogno. Sorse l'arte, la materia È stata rivestita della forma; e la ricchezza della sostanza rappresenta un valore economico, ma per la sola forma diventa oggetto di venerazione. Oro È la tua statua, È legno, È pietra, È, se la consideri dall'origine, terra, la quale ha ricevuto forma dall'artista. Io mi sono abituato a calpestare la terra, non ad adorarla; giacchÈ per me non È lecito affidare mai le speranze dell'anima alle cose inanimate. Bisogna perciò avvicinarsi, quanto più È possibile, alle statue, affinché sia dimostrato anche dal loro aspetto che connaturato con esse È l'errore. Sono improntate infatti molto chiaramente le figure delle statue, del segno caratteristico dei demoni. Così, se qualcuno, andando intorno, osservi le pitture e le statue, riconoscerà subito i vostri dei dalle riprovevoli caratteristiche, Dioniso dalla sua veste, Efesto dalla sua arte, Demetra dalla sua sventura, Ino dal suo velo, dal suo tridente Poseidone, dal suo cigno Zeus; Eracle lo indica la pira, e se uno veda rappresentata una donna nuda, riconosce "l'aurea" Afrodite. Così il famoso Pigmalione di Cipro si innamorò di una statua di avorio; la statua era di Afrodite, ed era nuda; È vinto il Ciprio da quella figura e si mescola con la statua; e questo, lo racconta Filostefano. Un'altra Afrodite in Cnido era di marmo, ed era bella, un altro si innamorò di essa e si mescola col marmo, (lo racconta Posidippo; il primo nella " Storia di Cipro", l'altro in quella di Cnido): tanto potere ebbe l'inganno esercitato dall'arte, la quale divenne in tal modo seduttrice e trascinatrice nel baratro per quegli uomini lascivi. Capace di simili effetti È l'arte manuale, ma essa non È tale da ingannare la parte razionale, e quelli che vivono secondo la ragione. A causa infatti della somiglianza della pittura, dei colombi volarono verso un dipinto rappresentante una colomba, e cavalli nitrirono verso cavalle bellamente dipinte. Dicono che una fanciulla si innamorò di una immagine, e un bel giovane, di una statua cnidia: ma in tali casi erano gli occhi degli spettatori a essere ingannati dall'arte. Giacché nessun uomo sano di mente si sarebbe mescolato con la statua di una dea, Né sarebbe stato seppellito con una morta, Né si sarebbe innamorato di un demone e di una pietra. Ma, quanto a voi, l'arte vi inganna con un altro genere di ciurmeria, se anche non inducendovi ad innamorarvene, certamente però ad onorare e ad adorare e statue ed i dipinti. Il dipinto È somigliante: si lodi, in tal caso, l'arte, ma non inganni l'uomo, cercando di passare per verità. È rimasto tranquillo il cavallo, la colomba non si È mossa, pigra È rimasta l'ala: ma la vacca di Dedalo, la quale era di legno, sedusse un toro selvaggio, e l'arte costrinse la fiera, trattala in inganno, a coprire una donna innamorata. Tanto stimolo le arti, coi loro malvagi artifici, destarono nelle creature prive di senno. Ma le scimmie sono oggetto di ammirazione presso i loro allevatori e guardiani perché esse non si lasciano ingannare dalla somiglianza di immagini di cera o di fango e dagli abbigliamenti di fanciulle: voi sarete dunque inferiori alle scimmie, Poiché ponete attenzione a immaginette di pietra e di legno e d'oro e di avorio e a pitture. Di tali perniciosi trastulli sono per voi autori gli scalpellini e gli statuari e i pittori e i carpentieri e i poeti, che introducono una simile, grande moltitudine di dei, nei campi Satiri e Pani, nelle selve Ninfe, oreadi e amadriadi, e inoltre presso le acque e presso i fiumi e le fonti, le Naiadi, e presso il mare, le Nereidi. I maghi vantano perfino come servitori della loro empietà i demoni, essendoseli aggregati come domestici, Poiché li hanno resi a forza loro schiavi mediante l'azione delle loro formule magiche. Inoltre le nozze degli dei e le loro procreazioni di figli e i loro parti, che tutti ricordano, e gli adulteri, che sono cantati dai poeti, e i banchetti, che danno materia a commedie, e le risate durante il convito, introdotte nei vostri poemi, mi spingono a gridare (anche se io voglia tacere): ahimÈ, quale empietà! Avete fatto del cielo una scena, e ciò ch’è divino È diventato per voi dramma, e, sotto la maschera di demoni, avete fatto commedia di ciò ch’è santo, volgendo in derisione, come in un dramma satiresco, la vera pietà, per mezzo della superstizione. Egli intanto, suonando la lira, cominciava a cantar bellamente: Cantaci, Omero, quel bel canto intorno all'amore di Are e Afrodite dalla bella corona, come la prima volta nelle case di Efesto si unirono, di nascosto; e avea fatti parecchi doni, e macchiò il letto di Efesto sovrano... Cessa, Omero, il canto; non È bello, insegna l'adulterio; di fornicare noi non permettiamo neppure alle nostre orecchie. Giacché noi, noi siamo i portatori dell'immagine di Dio in questo simulacro, che vive e si muove, ch’è l'uomo, immagine che abita con noi, ci consiglia, ci accompagna, partecipa del nostro focolare, dei nostri affetti, si commuove per noi. Noi siamo stati consacrati come un'offerta a Dio per amore di Cristo, noi " la razza eletta, il regale sacerdozio, la gente santa, il popolo scelto, che una volta non eravamo popolo e ora siamo il popolo di Dio ", che, secondo Giovanni, non siamo " dal basso ", ma abbiamo appreso il tutto da colui che venne dall'alto, che abbiamo compreso la distribuzione di Dio, che ci siamo esercitati " a camminare in novità di vita". Ma non la pensano così i più; gettati da parte il pudore e il timore, essi si fanno dipingere nelle loro case le impure passioni dei loro demoni. E così, intesi come sono alla lussuria, essi hanno ornato le loro camere nuziali con certe tavolette dipinte, appese in alto a guisa di offerte votive, prendendo l'intemperanza per pietà: e mentre giacciono nel letto, durante gli amplessi, fissano lo sguardo a quella Afrodite ignuda, stretta in catene nell'atto dell'adulterio. E tanto prediligono la rappresentazione della effeminatezza che fanno imprimere nei castoni dei loro anelli il lascivo uccello volante verso Leda, servendosi così di un sigillo, ch’è in tutto degno della intemperanza di Zeus. Questi sono i modelli della vostra mollezza, questo il fondamento divino delle vostre sregolatezze, questi gli insegnamenti offerti dai vostri dei, che fornicano insieme con voi. " Giacché, ciò che ciascuno vuole, questo anche crede ", secondo l'oratore ateniese. E quali anche le altre vostre immagini! Statuine di Pan e fanciulle nude e satiri ubbriachi e itifalli, che vengono presentati nudi nelle pitture, e che la loro stessa intemperanza condanna. Ormai non vi vergognate più di ammirare i dipinti rappresentanti le posizioni di ogni genere di lussuria esposti apertamente in pubblico; ma anzi li custodite, tenendoli appesi in alto come offerte votive, come se fossero veramente le immagini dei vostri dei, consacrando nelle vostre case queste stele di svergognatezza, facendovi dipingere ugualmente, così le posizioni di Filenide come le fatiche di Eracle. Di queste cose noi vi dichiariamo che bisogna dimenticare non solo l'uso, ma anche la vista e la semplice audizione. Hanno fornicato le vostre orecchie, si sono prostituiti i vostri occhi, e, ciò che È la cosa più strana, prima dell'amplesso, i vostri sguardi hanno commesso adulterio. O voi che faceste violenza all'uomo e cancellaste con l'ignominia ciò che di divino È nella creatura, siete del tutto non credenti per potervi abbandonare alle vostre passioni, e credete negli idoli perché imitate la loro intemperanza, ma non credete in Dio, perché non sopportate la temperanza; e le cose migliori le avete odiate, le cose peggiori onorate, fattivi spettatori della virtù e campioni del vizio. " Beati " solo perciò, per dir così, per consenso unanime, tutti quelli, secondo la Sibilla, che negheran tutti i templi, pur avendoli visti, e gli altari che sono sedi vane di pietre insensibili, e i simulacri di pietra e le statue fatte da mani, di sangue animato insozzate e di sacrifici cruenti di quadrupedi e bipedi e di uccelli e di fiere. A noi invece È espressamente proibito di esercitare quest'arte ingannatrice. " GiacchÈ tu non farai ", dice il profeta, " somiglianza di qualunque cosa, fra quante sono in cielo, in alto, e fra quante sono in terra, in basso ". Forse ancora potremmo stimare dei la Demetra di Prassitele e la Core e il mistico Iacco, oppure l'arte di Lisippo e le mani di Apelle, le quali hanno rivestito la materia della forma della gloria divina? Ma voi ponete ogni vostra cura al modo come mai la statua possa essere fatta quanto più bella È possibile, e intanto non vi date pensiero che non siate resi voi stessi simili alle statue, a cagione della insensibilità. Molto chiaramente e brevemente perciò la parola del profeta biasima questa abitudine, quando dice che " tutti gli dei delle genti sono immagini di demoni; Dio fece i cieli" e ciò che È nel cielo. E così alcuni, movendo da qui, cadono, non so come, in errore e adorano, piuttosto che Dio, l'arte divina, il sole e la luna e il restante coro degli astri, assurdamente ritenendoli dei, mentre non sono altro che gli strumenti per misurare il tempo. " Giacché dal Verbo di lui furono fissati stabilmente e dal soffio della sua bocca tutta la potenza di essi". Ma l'arte umana crea case e navi e città e pitture: le cose che fa Dio, come le potrei enumerare? Volgi lo sguardo al mondo intero, È opera di lui; e il cielo e il sole e gli angeli e gli uomini sono " opera delle sue dita". Quanto È grande la potenza di Dio! La sua sola volontà È creazione del mondo. Solo Dio infatti lo fece, Poiché egli solo È veramente Dio. Col semplice volere egli crea, e alla sola espressione del suo volere segue immediatamente l'attuazione. Qui si svia il coro dei filosofi, i quali, mentre riconoscono che l'uomo È mirabilmente fatto per la contemplazione del cielo, adorano le cose che appaiono nel cielo e che si percepiscono con la vista. Se anche infatti non siano umane le opere che sono nel cielo, ma certamente sono state fatte per gli uomini. E nessuno di voi adori il sole, ma desideri l'autore del sole, Né divinizzi il mondo, ma cerchi il creatore del mondo. Un solo rifugio resta dunque, a quanto pare, a chi vuole giungere alle porte della salvazione: la divina sapienza. Da qui, come da un sacro asilo, l'uomo che tende alla salvezza da nessuno dei demoni può essere più trascinato via.
CAPITOLO 5
Percorriamo, se vuoi, anche le dottrine che i filosofi affermano orgogliosamente intorno agli dei, se mai ci riesca di scoprire che anche la stessa filosofia per vanità di dottrina personifica la materia, o di poter mostrare di passaggio che, anche quando sono delle potenze divine quelle che divinizza, essa vede la verità come in sogno. Essi ci lasciarono infatti gli elementi, celebrando come principii di tutte le cose, Talete di Mileto l'acqua, e Anassimene, anche lui di Mileto, l'aria, il quale fu seguito da Diogene d'Apollonia. Parmenide di Elea introdusse come dei il fuoco e la terra; di questi due, supposero dio uno solo, il fuoco, Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso; quanto ad Empedocle d'Agrigento, questi, avendone incontrato un gran numero, annovera tra gli dei, oltre a questi quattro elementi, l'odio e l'amicizia. Atei erano dunque anche questi, perché con una certa sapienza che non È sapienza adorarono la materia e, se anche non onorarono le pietre o il legno, divinizzarono tuttavia la terra che È la madre di questi, e, se anche non inventano Poseidone adorano tuttavia l'acqua stessa. Che altro È mai infatti Poseidone se non una sostanza liquida chiamata così da posis?. Come certamente il bellicoso Ares È così chiamato da arsis e da anairesis (= distruzione), che È soprattutto la ragione, mi pare, per la quale molti, confitta al suolo la spada, si limitano a sacrificare ad essa, quasi che sacrificassero ad Ares. Tale costume È degli Sciti, come dice Ludosso nel secondo libro del suo " Periodo della terra ", mentre, tra gli Sciti, i Sauromati, come dice Icesio nel suo libro " Sui misteri", venerano l'acinace. Questo È stato anche il caso dei seguaci di Eraclito, che venerano il fuoco come principio generatore del mondo: giacché questo fuoco È quello che altri chiamarono Efesto. Tra i Persiani i Magi onorano il fuoco e così molti di quelli che abitano l'Asia, e, oltre questi, i Macedoni, come dice Diogene nel primo libro della sua "Storia persiana ". Che bisogno c’è che io menzioni i Sauromati, i quali, come racconta Nimfodoro, nei suoi " Costumi barbarici ", venerano il fuoco? O i Persiani e i Medi e i Magi? Dinone dice che questi sacrificano a cielo scoperto, perché ritengono che il fuoco e l'acqua siano le sole immagini di dei. Non vi ho celato neppure l'ignoranza di costoro. Giacché, se essi credono di sfuggire per la massima parte all'errore, scivolano però in un altro inganno: non hanno ritenuto, come gli Elleni, immagini di dei il legno e le pietre, Né gli ibis e gli icneumoni, come gli Egiziani, ma hanno ritenuto tali il fuoco e l'acqua, come i filosofi. Molti secoli dopo tuttavia, come Berosso nel terzo libro della sua "Storia caldaica " ci mostra, essi veneravano statue di forma umana; questo costume fu introdotto da Artaserse, figlio di Dario e padre di Ocho, il quale fu il primo a innalzare a Babilonia e a Susa e ad Echatana la statua di Afrodite Anaitide e insegnò ad adorarla ai Persiani e ai Baetri e a Damasco e a Sardi. Riconoscano dunque i filosofi come loro maestri i Persiani o i Sauromati o i Magi, dai quali essi hanno appreso l'empietà di considerare come oggetto di venerazione i primi principii, ignorando il primo autore di tutte le cose e creatore degli stessi primi principii, il Dio senza principio, e invece venerando questi elementi " umili " e " deboli ", come dice l'Apostolo, che sono stati fatti per il servizio degli uomini. Degli altri filosofi, quanti, superati gli elementi, cercarono qualche cosa di più alto e di più eccellente, celebrarono, alcuni l'infinito, come Anassimandro (era di Mileto) e Anassagora di Clazomene e Archelao di Atene. Questi due preferirono la mente all'infinito, Leucippo di Mileto invece e Metrodoro di Chio lasciarono anche essi, a quanto sembra, due principii, il pieno e il vuoto. Prese questi due principii e vi aggiunse le immagini (idoli) l'abderita Democrito. Quanto al crotoniate Alcmeone, questi credeva che fossero dei gli astri, ritenendoli animati (non tacerò neppure l'impudenza di costoro), Senocrate (di Calcedone, questi) dice oscuramente che i pianeti sono sette dei, e che l'ottavo È il mondo risultante di tutte le stelle fisse. NÉ tralascerò gli Stoici, i quali dicono che il divino attraversa tutta la materia, anche la più spregevole, e così coprono addirittura di vergogna la filosofia. Non credo gravoso, giunto a questo punto, far menzione anche dei Peripatetici. Il padre di questa setta, Poiché non conobbe il padre di tutte le cose, crede che quegli che È detto " supremo " sia l'anima del tutto; cioè egli suppone che l'anima del mondo sia Dio, e così egli si trafigge da se stesso. GiacchÈ egli limita la provvidenza solo fino alla luna, e poi ritiene Dio il cosmo, e così cade in contraddizione perché afferma che È Dio ciò che È privo di Dio. Il celebre Teofrasto di Ereso, il discepolo di Aristotele, in un punto suppone che sia Dio il cielo, in un altro che sia lo spirito. Epicuro solo dimenticherò e volentieri, il quale crede, nella sua estrema empietà, che nulla stia a cuore a Dio. E quanto ad Eraclide Pontico, che cosa bisogna dire? Vi È un solo punto in cui non sia tratto, anche lui, verso gli idoli di Democrito?
CAPITOLO 6
E una grande turba di questo genere si riversa sopra di me, introducendo, come una specie di spauracchio, delle assurde immagini illusorie di strani demoni, e favoleggiando con chiacchierio di vecchiette: noi siamo però molto lontani dal permettere ad uomini di ascoltare tali discorsi, noi che neppure siamo soliti confortare i nostri bambini quando piangono, raccontando loro delle favole, perché temiamo di nutrire in essi nello stesso tempo l'empietà proclamata da costoro, che si credono sapienti, mentre non conoscono la verità meglio dei bambini. Perché dunque - in nome della verità! - tu dimostri che coloro che credono in te sono soggetti a flusso e a movimento e a disordinati vortici? Perché mi riempi la vita umana di idoli, immaginando che venti o aria o fuoco o terra o pietre o legno o ferro, questo mondo stesso, siano dei, e parlando vanamente e ciarlando della divinità anche degli astri erranti, agli uomini che in realtà sono diventati erranti per mezzo di questa molto celebrata astrologia - non direi astronomia? Io desidero il Signore dei venti, il Signore del fuoco, il Creatore del mondo, il Datore della luce al sole: Dio cerco, non le opere di Dio. Chi dunque potrei prendere dalla tua parte come compagno nella ricerca? Giacché noi non disperiamo interamente di te. Se vuoi, prendiamo Platone. Come dunque bisogna andare alla ricerca di Dio, o Platone? " Il padre e autore di questo mondo È impresa difficile trovare e, trovatolo, È impossibile dichiararlo a tutti". Perché insomma, in nome di Lui stesso? " Perché non può essere espresso assolutamente". Bene, o Platone; hai sfiorato la verità, ma non stancarti, insieme con me intraprendi la ricerca intorno al bene; giacchÈ in tutti gli uomini interamente, ma specialmente in quelli che occupano il loro tempo nei ragionamenti, È stato instillato un certo effluvio divino. In grazia di esso, anche mal volentieri, essi riconoscono che vi È un solo Dio, e che questo È esente da morte e da nascita, e che in alto, nelle più lontane regioni del cielo, in una sua propria e particolare specola, esiste veramente per sempre. Dio, quale deve, dimmi, concepirsi? Quegli che tutto vede e non È visto, dice Euripide. Mi sembra perciò che erri Menandro, dove dice: O Sole, te bisogna adorar prima, poi ch’è per te che gli altri dei si vedono, giacché neppure il sole potrebbe mostrar mai il vero Dio, ma lo potrebbe mostrare il buon Verbo, il quale È il sole dell'anima, per il quale soltanto, quando dentro sia sorto nella profondità della mente, s'illumina l'occhio dell'anima. Perciò non senza ragione Democrito dice che " pochi degli uomini sapienti, sollevate le mani verso quel luogo che ora noi Elleni chiamiamo aere, favoleggiano di Zeus; giacché egli tutto sa e dà tutto e lo toglie ed È re di tutto ". Ragionando in modo simile anche Platone dice oscuramente di Dio: " Intorno al re di tutte le cose, tutte le cose sono, e quella È la causa di tutti quanti i beni ". Chi È dunque il re di tutte le cose? Dio, la misura della verità delle cose che sono. Come perciò le cose che si misurano sono comprese dalla misura, così anche la verità È misurata e compresa dal conoscere Dio. Il veramente santo MosÈ dice: "Non vi sarà nella tua borsa bilancia e bilancia, grande o piccola, Né vi sarà nella tua casa misura grande o piccola, ma una bilancia vera e giusta sarà a te ", intendendo Dio come bilancia e misura e numero del tutto. Giacché gli ingiusti e iniqui idoli stanno nascosti in casa, nella borsa, e cioè nella, per così dire, anima insozzata. Ma la sola giusta misura, cioè il solo veramente Dio, il quale È sempre invariabilmente e costantemente imparziale, misura tutte le cose e le pesa, abbracciando e tenendo in equilibrio la natura universa con la sua giustizia, come con una bilancia. " Dio, come anche dice l'antico discorso, avendo il principio e la fine e il mezzo di tutte quante le cose che esistono, tiene una via diritta, andando intorno secondo natura. A lui tien dietro sempre la giustizia, punitrice di quelli che si allontanano dalla legge divina". Da dove derivi, o Platone, la verità a cui tu alludi oscuramente? Da dove derivi l'abbondante apporto degli argomenti, il quale vaticina il culto di Dio? " Più sapienti di questi, egli dice, sono le genti barbare ". Conosco i tuoi maestri, anche se tu voglia nasconderli. Tu apprendi la geometria dagli Egiziani, l'astronomia dai Babilonesi, ricevi dai Traci le salutari incantagioni, molte cose te le hanno insegnate gli Assiri; ma nelle leggi, in quelle che sono veraci, e nella credenza intorno a Dio, tu sei stato aiutato dagli stessi Ebrei, che non con inganni vani onorano l'opre degli uomini fatte d'oro e di bronzo e d'argento e di avorio, immagini di uomini morti, in legno e in marmo effigiati, e quante i mortali onorano nel loro vano consiglio; ma levano verso il cielo le pure mani nell'alba, dal letto appena levati, e sempre purificano il corpo con acqua, ed onorano solo chi sempre regna immortale. E a me, o filosofia, non questo solo, Platone, ma molti altri ancora affrÈttati a presentare, che proclamano Dio quello che solo È veramente Dio, per ispirazione di Lui, se in qualche punto abbiano colto la verità. Non È di carattere cinico questa concezione, di Antistene, ma effetto dell'insegnamento di Socrate: "Dio - egli dice - non somiglia a nessuno, perciò nessuno può conoscerlo esattamente da una somiglianza". Senofonte ateniese, apertamente, anche lui, avrebbe scritto intorno alla verità, portando la sua testimonianza al pari di Socrate, se non avesse temuto il veleno che uccise Socrate; non di meno vi allude oscuramente. " Quegli - dice - che scuote tutte le cose e le serena, che sia grande e potente È chiaro, ma quale sia di forma non È chiaro: neppure il sole infatti, che appare luminosissimo, neppure esso sembra permettere che lo si guardi, ma se qualcuno impudentemente lo miri, È privato della vista". Donde deriva dunque il figlio di Grillo questa sua sapienza? O non È chiaro che dalla profetessa degli Ebrei, che così oracoleggia? Ma quale carne può dunque vedere con gli occhi il celeste, e vero Dio immortale, che abita nel cielo? Ma neppure, di fronte ai raggi del sole resistere possono gli occhi degli uomini, poi ch'ei son nati mortali. Cleante di Pedase, il filosofo stoico, espone non una teogonia poetica, ma una vera teologia. Egli non nascose quello che pensava intorno a Dio: Il bene quale sia, mi chiedi? Ascolta: esso È ordinato, giusto, santo, pio, di s‚ padron, proficuo, bello, debito, grave, schietto, sempre vantaggioso, senza paura o duolo, utile, anòdino, giovevole, piacevole, sicuro, caro, onorato, coerente.... glorioso, modesto, mite, provvido, forte, costante, eterno, senza biasimo. Non libero È chi mira all'opinione, sperando di ritrarne un qualche bene. Qui chiaramente egli insegna, credo, quale È la natura di Dio, e come l'opinione comune e la consuetudine riducano in servitù coloro che seguono esse e non cercano Dio. Non bisogna trascurare neppure Pitagora e quelli della sua scuola, i quali dicono: "Dio È uno solo; ma egli non È, come alcuni credono, fuori dell'ordinamento dell'universo, ma È in esso, essendo presente interamente nello intero ciclo, presiedente a tutta la creazione, temperamento di tutte le età, e autore di tutti i suoi poteri, e illuminatore di tutte le sue opere nel cielo, e padre di tutto, mente e animazione dell'intero ciclo, movimento di tutte le cose ". Bastano anche queste cose, riferite dagli stessi pagani per ispirazione di Dio, e da noi scelte, come una guida verso la conoscenza di Dio, a colui che È capace, sebbene in piccola misura, di scorgere la verità.
CAPITOLO 7
Ma venga a noi (poiché non basta la sola filosofia) anche la stessa poesia, sebbene interamente occupata nella menzogna, a testimoniare una buona volta la verità, o piuttosto a confessare dinanzi a Dio la sua deviazione da essa, rappresentata dai suoi miti. Si presenti qualunque poeta voglia venire per primo. Arato, dunque, pensa che la potenza di Dio attraversa l'universo: ...perché ben salde tutte le cose crescano, per questo, lui sempre per primo, e ultimo si propiziano; salve, padre, grande prodigio, e grande aiuto per gli uomini! Allo stesso modo anche Esiodo di Ascra parla oscuramente di Dio: Giacché egli È di tutti sovrano e di tutti signore, Né degli immortali alcun altro con te sul potere ha conteso. Inoltre, anche sulla scena essi svelano la verità: l'uno, Euripide, volto lo sguardo all'etere e al cielo, " Questo stima Dio ", dice; l'altro, Sofocle, il figlio di Sofillo: Uno in verità, un solo È Dio, che fece il cielo e la terra vastissima, e dei flutti marini il rilucente rigonfiamento, e la forza dei venti. Ma noi, molti mortali, errando in cuore, come conforto delle nostre pene, i simulacri degli dei innalzammo, immagini di pietra o bronzo o d'oro o d'avorio. Ed a questi dedicando sacrifizi e solenni feste vane in questo modo d'esser pii crediamo. Questo qui, ormai anche temerariamente presentò sulla scena agli spettatori la verità. E il tracio interprete dei misteri e nello stesso tempo poeta, Orfeo, figlio di Eagro, dopo l'esposizione dei riti sacri e la trattazione della divinità degli idoli, introduce la palinodia della verità, cantando così una buona volta, sebbene tardi, un discorso veramente sacro: Parlerò a quelli ch’è lecito, chiudete le porte o profani, tutti ugualmente; tu, ascoltami, figliuol della Luna, Museo, giacche il vero dirò, Né le cose che pria ti parvero in petto della vita diletta ti priveranno. E tu guarda alla divina parola, ed a questa sta attento, e dirigi rettamente del cuore l'urna ove ha sede intelletto; e per la via dritta incamminati, e guarda solo al Signore, del mondo, immortale. Quindi continuando, soggiunge apertamente: Uno solo ‚, da s‚ nato, e da uno solo son nate tutte le cose; e in esse ei si aggira, e nessun dei mortali lo vede, ed ei vede tutti... Così dunque Orfeo: col tempo almeno egli comprese finalmente di essere stato nell'errore. Ma tu non indugiare, accorto mortale, ed affrettati, e indietro rivolgendoti, propiziati così Dio. I Greci infatti, sebbene, avendo indubbiamente ricevuto talune scintille del Verbo divino, abbiano fatto sentire solo pochi accenti della verità, testimoniano la potenza di essa che non È stata nascosta; ma insieme, d'altra parte, rivelano la propria debolezza, perché non giunsero fino al termine. Giacché oramai credo che a chiunque È diventato chiaro che coloro che fanno o anche dicono qualche cosa senza il Verbo della Verità, sono simili a quelli che si sforzano di camminare senza piedi. Ti spingano alla salvezza anche gli attacchi che i poeti comici, costretti dalla forza della verità, fanno ai vostri dei. Il poeta comico Menandro, per esempio, dice nella commedia intitolata " L'auriga ": Non mi piace un dio che vada fuori con una vecchia a spasso, Né che penetri dentro le case con la tavoletta, come un sacerdote questuante: tali infatti sono i sacerdoti questuanti di Cibele. Donde a ragione Antistene diceva ad essi, quando chiedevano l'elemosina: "Io non nutro la madre degli dei, perché la nutrono gli dei". Di nuovo lo stesso poeta comico, nella commedia intitolata " La sacerdotessa", indignato contro questa consuetudine, cerca di combattere l'empia arroganza di questo errore, aggiungendo saggiamente: se, dunque, l'uomo trae coi cembali Dio dovunque voglia quei che fa questo È più grande di Dio. Ma sono questi strumenti d'audacia e di forza, trovati dagli uomini... E non solo Menandro, ma anche Omero ed Euripide e molti altri poeti smascherano i vostri dei e non temono minimamente di insultarli. Per esempio, Atena la chiamano " mosca canina ", ed Efesto " zoppo di tutti e due i piedi", e ad Afrodite Elena dice: Né coi tuoi piedi all'Olimpo fare ritorno mai più. Di Dioniso scrive Omero apertamente: Ei che una volta di Dioniso furente perseguitò le nutrici pel monte di Nisa santissimo; ed esse tutte versarono a terra i sacri arredi, dal crudo Licurgo (percosse)... Degno veramente della socratica scuola È Euripide, Poiché guardò solo la verità e disprezzò gli spettatori, sia quando smaschera Apollo, che le sedi del centro della terra abita, e dà ai mortali sicurissimi oracoli, con queste parole: a lui ubbidendo uccisi la madre, lui giudicate empio ed uccidete; lui, e non io, peccò, che più ignorante e del bello e del giusto egli È di me, sia quando introduce Eracle furioso e, in altro punto, ubbriaco e insaziabile. Come no, infatti? Egli che, mentre banchettava con carni mangiava dopo fichi verdi sguaiatamente latrando così che l'avrebbe un barbaro compreso... E già nel dramma intitolato " Ione " presenta senza alcun ritegno gli dei agli spettatori: Come può esser giusto che voi stessi che faceste per gli uomini le leggi siate accusati di violarle? Se - ciò non sarò, ma voglio far l'ipotesi - tu e Poseidone e Zeus ch’è re del cielo delle nozze violente il conto rendere agli uomini doveste, il fio pagando delle ingiustizie, vuotereste i templi.
CAPITOLO 8
È tempo dunque, ora che gli altri argomenti sono stati già da noi trattati nell'ordine dovuto, di passare alle scritture dei profeti. E infatti i loro oracoli, coll'indicarci nel modo più chiaro le basi per giungere alla pietà, costituiscono il fondamento della verità. Se anche dei sistemi di vita virtuosi siano accorciatoie della salvezza, sono le divine scritture - spoglie come sono di ogni ornamentazione e di ogni estranea bellezza di parole e di ogni vacuità e adulazione - che rialzano l'uomo soffocato dal vizio, rendendo saldo ciò che di sdrucciolevole È nella vita, con una sola e medesima voce curando molti mali, distogliendoci, da una parte, dall'inganno dannoso e, dall'altra, esortandoci chiaramente alla salvezza che ci sta dinanzi agli occhi. Così per esempio, per prima la profetessa, la Sibilla, ci canti il canto della salvazione: Ecco, a tutti Egli È chiaro, senza errore; venite, non ricercate sempre la tenebra e la caligine. Del sole, ecco, la dolce luce sopra ogni altra risplende. Ma imparate e ponete nei vostri petti sapienza. V'È un solo Dio, che manda i terremoti e le piogge e i venti e i fulmini e fami e pesti e lutti dogliosi, e nevi e geli. Ma a che dire ad una ad una le cose? Governa il cielo e domina la terra ed esiste realmente. Con grande ispirazione essa assomiglia qui l'inganno alla tenebra e la conoscenza di Dio al sole e alla luce; e avendo posto tutte e due le cose in comparazione, ci insegna quale debba essere la nostra scelta; giacché la menzogna non È dispersa dal nudo confronto col vero, ma È scacciata a forza, e bandita, dalla pratica della verità. Geremia, il profeta sapientissimo, o piuttosto lo Spirito Santo in Geremia, mostra che cosa È Dio. "Io sono", dice, " un Dio che È vicino, e non un Dio lontano. Se l'uomo farà qualche cosa di nascosto, non lo vedrò io? Non riempio io i cieli e la terra? dice il Signore ". Di nuovo poi per mezzo di Isaia: " Chi misurerà", dice, "il cielo col palmo e la intera terra col pugno? ". Considera la grandezza di Dio, e stupisci! Questi È quello che dobbiamo adorare, del quale dice il profeta: " Davanti alla tua faccia i monti si liqueferanno, come davanti alla faccia del fuoco si liquefà la cera". Questi, dice, È Dio, " del quale È trono il cielo, sgabello la terra", " il quale se aprirà il cielo, tremore prenderà te ". Vuoi anche sentire che cosa dice questo profeta intorno agli idoli? "Saranno esposti a esempio di fronte al sole e i loro cadaveri saranno cibo per gli uccelli del cielo e per le fiere della terra, e saranno fatti putrefare dal sole e dalla luna, cose che essi stessi amarono ed a cui essi stessi servirono, e sarà incendiata la loro città". Dice anche che gli elementi e il mondo saranno distrutti insieme con essi: " La terra", dice, " invecchierà e il cielo passerà ", " ma la parola di Dio rimane in eterno ". E che cosa dice Dio, quando di nuovo vuole rivelarsi per mezzo di MosÈ? " Vedete, vedete che io sono Dio e non vi È altro Dio all'infuori di me. Io ucciderò e farò vivere; io percuoterò e io sanerò, e non vi È uno che sfuggirà alle mie mani". Ma vuoi udire anche un altro vaticinatore? Hai tutto il coro dei profeti, i compagni di MosÈ. Che cosa dice ad essi lo Spirito Santo per mezzo d Osea? Non esiterò a dirvelo: " Ecco, io sono colui che dà forza al tuono e che crea il vento ", le mani del quale fondarono la milizia del cielo. E ancora per mezzo di Isaia (ti ricorderò anche queste parole): "Io sono", dice, " io sono il Signore che parla il linguaggio della giustizia e annunzia la verità. Riunitevi insieme e venite; deliberate insieme, voi che siete salvi dalle genti. Non compresero, quelli che innalzano il legno, immagine scolpita di essi, e pregano gli dei che non li salveranno". Quindi, un po' più giù: "Io sono", dice " Dio, e non vi È, tranne me, altro giusto, e salvatore non vi È all'infuori di me. Volgetevi a me e sarete salvati, voi che venite dai confini della terra; io sono Dio e non ve n'È altro; su me stesso lo giuro". E si adira contro gli idolatri, dicendo: " A chi assomigliaste il Signore? O a quale somiglianza lo assomigliaste? Fece forse il fabbro un'immagine, o, fuso l'oro, l'orefice la indorò? ", e quello che segue. Forse siete dunque anche voi idolatri? Ma ora almeno evitate le minacce del Signore: giacché gemeranno le immagini scolpite e fatte con le mani, o piuttosto quelli che hanno creduto in esse, giacché la materia È insensibile. Inoltre, egli dice: " Il Signore scuoterà le città abitate e prenderà con la sua mano tutta la terra come un nido ". A che parlarti dei misteri di sapienza e dei detti che provengono da un giovane ebreo sapientissimo?. "Il Signore mi creò nel principio delle sue vie, avanti le sue opere " e " Il Signore dà sapienza e dalla sua faccia sono conoscenza e intelligenza ". " Fino a quando, o pigro, giacerai? Quando ti desterai dal sonno? Se sarai solerte, verrà a te come fonte la tua messe", cioè il Verbo paterno, la buona lucerna, il Signore che reca la luce, la fede e la salvezza a tutti. Giacché " il Signore che fece la terra nella sua forza", come dice Geremia, "raddrizzò il mondo nella sua sapienza ". La sapienza infatti, che È il suo Verbo, raddrizza verso la verità noi che eravamo caduti nella idolatria. E questa È la prima resurrezione, la resurrezione dalla trasgressione: perciò, per distoglierci da ogni forma di idolatria, il divino MosÈ ha lanciato questo grido bellissimo: "Odi, Israel, il Signore È il tuo Dio, il Signore È uno solo", e: " Adorerai il Signore tuo Dio e a lui solo servirai ". Ora dunque intendete, o uomini, secondo l'ammonimento di quel beato salmista che fu David: " Date opera all'istruzione, affinché un giorno non si adiri il Signore, e voi andrete in rovina fuori della via giusta, quando divamperà rapidamente il suo sdegno. Beati tutti quelli che hanno creduto in Lui ". E già, nella sua immensa pietà per noi, il Signore ci dà il canto salutare, simile a un motivo di marcia: "Figli degli uomini, fino a quando sarete gravicordi? Perché amate la vanità e cercate la menzogna? " Quale È, dunque, questa vanità e quale questa menzogna? Te lo spiegherà il santo Apostolo del Signore quando accusa gli Elleni " perché, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio, Né gli resero grazie, ma diventarono vani nei loro ragionamenti, e mutarono la gloria di Dio nella somiglianza di una immagine di uomo corruttibile, e servirono alla creatura piuttosto che al Creatore ". E invero Dio È quegli che " nel principio fece il cielo e la terra"; e tu invece non comprendi Dio, ma adori il cielo, e come non È empietà la tua? Ascolta ancora un profeta che dice: " Verrà meno il sole e il cielo si oscurerà, ma splenderà l'onnipotente in eterno e saranno scosse le potenze dei cieli, e i cieli saranno arrotolati, essendo distesi e ripiegati insieme come una pelle " (queste infatti sono le parole profetiche) " e la terra fuggirà dalla faccia del Signore ".
CAPITOLO 9
E potrei addurti infiniti passi della Scrittura, dei quali neppure " una virgola passerà", che non sia compiuta; " giacché la bocca del Signore", cioè lo Spirito Santo, " disse queste cose". " Non più far poco conto, dunque", dice, " o figlio mio, della punizione del Signore, Né scoraggiarti quando sei da lui biasimato". Oh l'immenso amore per l'uomo! Non fa come il maestro con gli scolari, Né come il padrone coi servi, Né come Dio con gli uomini, ma "come un tenero padre ", che ammonisce i suoi figli. Quindi, MosÈ confessa " di essere spaurito e tremante ", quando udiva parlare del Verbo; e tu, quando odi lo stesso Verbo divino, non sei preso da timore? Non sei turbato? Non stai in guardia e, nello stesso tempo, non ti affretti ad imparare, cioè non ti affretti verso la salvezza, temendo l'ira di Dio, amando la sua grazia, cercando ardentemente la speranza, per potere evitare il giudizio? Venite, venite, o miei giovani; "giacché, se non diverrete di nuovo come i fanciulli e non sarete rigenerati", come dice la Scrittura, non potrete ricevere il Padre vero, "Né entrerete mai nel regno dei cieli ". Come infatti È permesso di entrare allo straniero? Ma quando, credo, egli sarà iscritto e avrà la cittadinanza e riceverà il Padre, allora egli sarà "nelle cose del padre ", allora sarà stimato degno di ottenere l'eredità, allora parteciperà del regno paterno insieme col figlio legittimo, " l'amato ". Giacché questa È la Chiesa primogenita, la quale È composta di molti buoni figliuoli. Questi sono "i primogeniti, che sono stati iscritti nella popolazione dei cieli", e celebrano solenni feste insieme con tante " miriadi di angeli ". Questi primogeniti figli siamo noi, che siamo gli alunni di Dio, i legittimi amici del suo " primogenito ", che primi fra tutti gli altri uomini abbiamo conosciuto Dio, che primi ci siamo distaccati dal peccato, primi ci siamo separati dal demonio. Ma ora, tanto più negatori di Dio sono taluni, quanto più amico degli uomini È Dio. Egli infatti da schiavi vuole che noi diventiamo suoi figli, questi anche di diventare suoi figli hanno disdegnato. O la grande follia! È del Signore che voi avete vergogna. Egli promette la libertà, ma voi fuggite verso la servitù. Largisce la salvezza, ma voi vi abbassate alla condizione umana. Dona la vita eterna, ma voi aspettate la sua punizione e preferite " il fuoco che il Signore preparò per il diavolo e i suoi angeli ". Per questo il beato Apostolo dice: " Attesto nel Signore che non più voi camminiate, come anche le Genti camminano, nella vanità della loro mente, essendo ottenebrate nel loro intelletto e alienate dalla vita di Dio, per l'ignoranza che È in esse a causa dell'indurimento del loro cuore; le quali, essendo divenute insensibili, si abbandonarono alla intemperanza per commettere ogni opera di impurità e di cupidigia". Quando un tale testimone biasima la stoltezza degli uomini e invoca il nome di Dio, che altro resta allora ai non credenti, se non il giudizio e la condanna? Ma il Signore non si stanca di ammonirli, di spaventarli, di esortarli, di incita