L'argomento di questo saggio non è la cosiddetta "libertà della volontà",
tanto infelicemente contrapposta a quella che è impropriamente chiamata dottrina
della necessità filosofica, ma la libertà civile, o sociale: la natura e i
limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull'individuo.
Questione raramente enunciata, e quasi mai discussa in termini generali, ma la
cui presenza latente influisce profondamente sulle polemiche quotidiane del
nostro tempo, e che probabilmente si paleserà ben presto come il problema
fondamentale del futuro. È così poco nuova che, in un certo senso, ha diviso
l'umanità quasi fin dai tempi più remoti; ma, allo stadio di progresso cui sono
ora giunti i settori più civilizzati della nostra specie, si presenta alla luce
di condizioni nuove e richiede di essere trattata in modo diverso e più
fondamentale. La lotta tra libertà e autorità è il carattere più evidente dei
primi periodi storici di cui veniamo a conoscenza, in particolare in Grecia,
Roma e Inghilterra. Ma nell'antichità si trattava di conflitti tra sudditi, o
alcune classi di sudditi, e governo. Per libertà si intendeva la protezione
dalla tirannia dei governanti, concepiti (salvo che nel caso di alcuni governi
popolari della Grecia) come necessariamente antagonisti al popolo da essi
governato. Si trattava di un singolo, o di una tribù o casta dominante, la cui
autorità era ereditaria o frutto di conquista, in ogni caso non della volontà
dei governatori, e la cui supremazia gli uomini non osavano, o forse non
desideravano, porre in discussione, quali che fossero le eventuali misure di
precauzione contro un suo esercizio troppo oppressivo. Il potere dei governanti
era considerato necessario, ma anche estremamente pericoloso: un'arma che essi
avrebbero cercato di usare contro i propri sudditi altrettanto che contro i
nemici esterni. Per impedire che i membri più deboli della comunità venissero
depredati e tormentati da innumerevoli avvoltoi, era indispensabile la presenza
di un rapace più forte degli altri, con l'incarico di tenerli a bada. Ma, poiché
il re degli avvoltoi sarebbe stato voglioso quanto le minori arpie di depredare
il gregge, si rendeva necessario un perpetuo atteggiamento di difesa contro il
suo becco e i suoi artigli. Quindi, lo scopo dei cittadini era di porre dei
limiti al potere sulla comunità concesso al governante: e questa delimitazione
era ciò che essi intendevano per libertà. Si cercava di conseguirla in due modi:
in primo luogo, ottenendo il riconoscimento di certe immunità, chiamate libertà
o diritti politici, la cui violazione da parte del governante sarebbe stata
considerata infrazione ai doveri del suo ufficio, e avrebbe giustificato
l'opposizione specifica o la ribellione generale. Una seconda modalità,
generalmente successiva, era la creazione di vincoli costituzionali per cui il
consenso della comunità, o di un qualche organismo che avrebbe dovuto
rappresentarne gli interessi, veniva reso condizione necessaria per alcuni degli
atti fondamentali dell'esercizio del potere. Nella maggior parte dei paesi
europei, i governanti furono più o meno costretti ad accettare il primo sistema
ma non il secondo, e conseguirlo, o conseguirlo più compiutamente nelle
situazioni in cui già in una certa misura esisteva, divenne in ogni paese
l'obiettivo principale di chi amava la libertà. E, fino a quando l'umanità si
accontentò di combattere un nemico con un altro, e di avere un signore a
condizione di essere più o meno efficacemente garantita contro la sua tirannide,
le sue aspirazioni si fermarono qui. Tuttavia, a un certo punto del progresso
umano, gli uomini cessarono di pensare che i governanti dovessero
necessariamente essere un potere indipendente, con interessi opposti ai propri,
e giudicarono molto preferibile che i vari magistrati dello Stato ricevessero in
concessione l'esercizio del potere, fossero cioè dei delegati revocabili a
piacimento dalla comunità. Solo così, si pensava, gli uomini avrebbero potuto
essere completamente sicuri che non si sarebbe mai abusato a loro danno dei
poteri di governo. Gradualmente, questa nuova richiesta di governo temporaneo e
elettivo divenne l'obiettivo principale dell'azione dei partiti popolari ovunque
essi esistessero, sostituendosi in larga misura ai precedenti tentativi di
limitare il potere dei governanti. Con lo sviluppo della lotta per fare emanare
il potere dalla scelta periodica dei governanti, alcuni cominciarono a pensare
che si era attribuita troppa importanza alla limitazione del potere in quanto
tale, limitazione che a loro giudizio andava invece considerata un'arma contro
quei governanti i cui interessi si contrapponessero abitualmente a quelli
popolari. Ciò che ora si voleva era l'identificazione dei governanti con il
popolo, la coincidenza del loro interesse e volontà con quelli della nazione.
Quest'ultima non aveva bisogno di essere protetta dalla propria volontà: non vi
era da temere che diventasse il tiranno di se stessa. Se i governanti fossero
stati effettivamente responsabili verso di essa, e da essa immediatamente
amovibili, la nazione avrebbe potuto permettersi di affidare loro un potere il
cui uso sarebbe dipeso dalla sua volontà: il potere di governo non sarebbe stato
altro che quello della nazione, concentrato in forma tale da permetterne un
efficace esercizio. Questa linea di pensiero, o – forse più esattamente – questo
sentimento, era diffusa nell'ultima generazione del liberalismo europeo, e
sembra ancora predominare nel Continente. Coloro che ammettono limiti alle
possibilità di azione di un governo, salvo che si tratti di governi che a loro
avviso non dovrebbero esistere, sono delle brillanti, isolate eccezioni tra i
pensatori politici del Continente: e un sentimento analogo potrebbe ormai
prevalere anche nel nostro paese se le circostanze che lo hanno per un certo
periodo favorito fossero rimaste immutate. Ma, nelle teorie politiche e
filosofiche come nelle persone, il successo pone in luce difetti e debolezze che
l'insuccesso avrebbe potuto mantenere celati. L'idea secondo cui non vi è
necessità che il popolo limiti il proprio potere su se stesso poteva sembrare
assiomatica in tempi in cui il governo popolare era solo un obiettivo
fantasticato o lo si conosceva attraverso le letture, come fenomeno di un
lontano passato: né venne necessariamente scossa da aberrazioni temporanee come
quelle della Rivoluzione francese, le peggiori delle quali erano opera di pochi
usurpatori, e che comunque non erano proprie del funzionamento permanente di
istituzioni popolari, ma di un'improvvisa e convulsa esplosione contro il
dispotismo monarchico e aristocratico. A un certo punto, tuttavia, vi fu una
repubblica democratica che si sviluppò fino a occupare una vasta distesa di
territorio e a far sentire il proprio peso come uno dei membri più potenti nella
comunità delle nazioni; e in questo modo il governo elettivo e responsabile
divenne oggetto delle osservazioni e delle critiche che accompagnano ogni grande
realtà. Ci si rese allora conto che espressioni come "autogoverno" e "potere del
popolo su se stesso" non esprimevano il vero stato delle cose. Il "popolo" che
esercita il potere non coincide sempre con coloro sui quali quest'ultimo viene
esercitato; e l'"autogoverno" di cui si parla non è il governo di ciascuno su se
stesso, ma quello di tutti gli altri su ciascuno. Inoltre, la volontà del popolo
significa, in termini pratici, la volontà della parte di popolo più numerosa o
attiva – la maggioranza, o coloro che riescono a farsi accettare come tale; di
conseguenza, il popolo può desiderare opprimere una propria parte, e le
precauzioni contro ciò sono altrettanto necessarie quanto quelle contro ogni
altro abuso di potere. Quindi, la limitazione del potere del governo sugli
individui non perde in alcun modo la sua importanza quando i detentori del
potere sono regolarmente responsabili verso la comunità, cioè al partito che in
essa predomina. Questa impostazione, che soddisfa sia la riflessione
intellettuale sia le tendenze di quelle importanti classi della società europea
ai cui interessi, reali o presunti, si oppone la democrazia, non ha trovato
difficoltà a imporsi; e il pensiero politico ormai comprende generalmente "la
tirannia della maggioranza" tra i mali da cui la società deve guardarsi. Come
altre tirannie, quella della maggioranza fu dapprima – e volgarmente lo è ancora
– considerata, e temuta, soprattutto in quanto conseguenza delle azioni delle
pubbliche autorità. Ma le persone più riflessive compresero che, quando la
società stessa è il tiranno – la società nel suo complesso, sui singoli
individui che la compongono –, il suo esercizio della tirannia non si limita
agli atti che può compiere per mano dei suoi funzionari politici. La società può
eseguire, ed esegue, i propri ordini: e se gli ordini che emana sono sbagliati,
o comunque riguardano campi in cui non dovrebbe interferire, esercita una
tirannide sociale più potente di molti tipi di oppressione politica, poiché,
anche se generalmente non viene fatta rispettare con pene altrettanto severe,
lascia meno vie di scampo, penetrando più profondamente nella vita quotidiana e
rendendo schiava l'anima stessa. Quindi la protezione dalla tirannide del
magistrato non è sufficiente: è necessario anche proteggersi dalla tirannia
dell'opinione e del sentimento predominanti, dalla tendenza della società a
imporre come norme di condotta e con mezzi diversi dalle pene legali, le proprie
idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo – e a prevenire, se
possibile, la formazione – di qualsiasi individualità discordante, e a
costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello. Vi è un limite alla
legittima interferenza dell'opinione collettiva sull'indipendenza individuale: e
trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla
buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico.
Ma, anche se quest'asserzione è difficilmente opinabile in termini generali,
nella questione pratica della determinazione del limite – di come conseguire
l'equilibrio più opportuno tra indipendenza individuale e controllo sociale –
quasi tutto resta ancora da fare. Tutto ciò che rende l'esistenza di chiunque
degna di essere vissuta dipende dall'impostazione di restrizioni sulle azioni
altrui. Di conseguenza devono essere imposte alcune regole di condotta – dalla
legge in primo luogo, e dall'opinione nei molti campi che non si prestano a
legislazione. Quali debbano essere queste regole è il problema principale della
collettività umana; ma, ad eccezione di alcuni dei casi più ovvii, è questo un
problema verso la cui soluzione sono stati compiuti minori progressi.
Nessun'epoca, e quasi nessun paese, lo hanno risolto nello stesso modo; e la
soluzione di un paese o epoca è lo stupore degli altri: e tuttavia, gli uomini
di qualsiasi singolo paese, o epoca, non ne sospettano mai le difficoltà, come
se l'umanità fosse sempre stata unanime su questo argomento. Le regole secondo
cui vivono sembrano loro ovvie e autogiustificantesi. Quest'illusione del tutto
universale è un esempio della magica influenza della consuetudine, che non è
solo, come afferma il proverbio, una seconda natura, ma viene continuamente
scambiata per la prima. L'efficacia della consuetudine nel prevenire ogni dubbio
sulle norme di condotta che gli uomini si impongono a vicenda è tanto più
completa perché l'argomento è uno di quelli su cui non viene generalmente
considerato necessario fornire spiegazioni, né agli altri né a se stessi. Gli
uomini sono abituati a credere, e a ciò sono stati incoraggiati da alcuni che
aspirano a essere definiti filosofi, che in questioni di tale natura i loro
sentimenti siano meglio delle ragioni e le rendano inutili. Il principio pratico
che forma le loro opinioni sulle regole della condotta umana è il sentimento, da
parte di ciascuno, che a ciascuno dovrebbe essere prescritto di agire come
piacerebbe a lui e a coloro con cui simpatizza. Nessuno, è vero, ammette a se
stesso che il suo criterio di giudizio è il suo gradimento; ma un'opinione su un
dato tipo di condotta, che non sia confortata da ragioni, può solo essere
considerata una preferenza individuale; e se le ragioni addotte sono
semplicemente un appello a una simile preferenza condivisa da altri, l'opinione
è solo il gradimento di molti invece che di uno. Tuttavia, per un uomo comune la
sua preferenza, su una simile base, è non solo una ragione perfettamente
soddisfacente ma generalmente l'unica che giustifica qualunque sua nozione di
morale, gusto o decoro che non sia espressamente prevista dal suo credo
religioso, e la sua principale guida anche nell'interpretazione di quest'ultimo.
Di conseguenza, le opinioni degli uomini su ciò che sia degno di lode o di
biasimo sono condizionate da tutte le molteplici cause che ne influenzano i
desideri riguardanti l'altrui condotta, le quali sono altrettanto numerose
quanto quelle che determinano i desideri umani in ogni altro campo. Talvolta è
la ragione; talaltra i pregiudizi o le superstizioni; spesso le passioni
sociali, non di rado quelle antisociali, l'invidia o la gelosia, l'arroganza o
il disprezzo; ma soprattutto i desideri o le paure per se stessi – gli interessi
personali, legittimi o illegittimi. Dovunque vi sia una classe dominante, la
morale del paese emana, in buona parte, dai suoi interessi di classe e dai suoi
sentimenti di superiorità di classe. L'etica dei rapporti tra Spartani e Iloti,
tra piantatori e negri, tra principi e sudditi, tra nobili e rotuners, tra
uomini e donne è stata per la maggior parte creata da questi interessi e
sentimenti di classe; e i sentimenti così generati reagiscono a loro volta sulla
morale dei membri della classe dominante nei loro rapporti reciproci. Dove,
d'altro canto, una classe non sia più dominante, o il suo predominio sia
impopolare, i sentimenti morali prevalenti sono frequentemente improntati a
un'impaziente avversione per la sua superiorità. Un altro grande principio che
ha determinato le norme di condotta – intesa sia come azione sia come omissione
– fatte rispettare dalla legge o dall'opinione è stato il servilismo degli
uomini nei confronti delle supposte preferenze o antipatie dei loro signori
temporali o dei loro dei. Questo servilismo, anche se essenzialmente egoistico,
non è ipocrisia; dà luogo a sentimenti di orrore del tutto genuini; ha fatto
bruciare maghi e eretici. Tra tante mediocri influenze, anche gli interessi
generali e evidenti della società hanno naturalmente avuto un ruolo, importante,
nell'orientamento dei sentimenti morali: meno, tuttavia, in quanto elementi
razionali, e per i propri meriti intrinseci, che in virtù delle conseguenze
delle simpatie e antipatie da essi originate; e simpatie e antipatie che con gli
interessi della società avevano poco o nulla a che fare hanno avuto un peso
altrettanto grande nell'affermazione delle morali sociali. Le simpatie e
antipatie della società, o di qualche suo potente settore, sono quindi il
fattore principale che ha in pratica determinato le norme di comportamento da
osservare per non incorrere nelle sanzioni della legge o dell'opinione. E, in
generale, coloro il cui pensiero o i cui sentimenti erano più avanzati di quelli
della loro società hanno evitato di attaccare in linea di principio questo stato
di cose, anche se talvolta possono essersi trovati in conflitto con alcuni suoi
aspetti. Si sono preoccupati di determinare ciò che la società dovrebbe
preferire o avversare, piuttosto che di chiedersi se queste simpatie o antipatie
debbano aver valore di legge per gli individui: hanno preferito tentare di
modificare i sentimenti degli uomini rispetto alle questioni particolari su cui
essi stessi erano degli eretici, piuttosto che far causa comune con gli eretici
in generale per difendere la libertà. Il solo caso in cui si è scelta per
principio questa posizione più elevata, e la si è mantenuta con coerenza, salvo
rare eccezioni individuali, è quello delle convinzioni religiose: caso per molti
aspetti istruttivo, non da ultimo perché costituisce un esempio straordinario
della fallibilità di ciò che è chiamato senso morale; poiché l'odium
theologicum, in un sincero bigotto, è uno dei casi più inequivocabili di
sentimento morale. Coloro che per primi spezzarono il giogo di quella che si
autodefiniva Chiesa Universale erano in generale altrettanto poco inclini di
quest'ultima a permettere differenze di opinione religiosa. Ma, quando si spense
la vampata del conflitto senza che nessun contendente riportasse completa
vittoria, e ogni chiesa o setta si trovò costretta a limitare le proprie
speranze al mantenimento del terreno che in quel momento occupava, le minoranze,
consce di non aver alcuna possibilità di diventare maggioranze, dovettero
necessariamente richiedere a coloro che non potevano convertire il permesso di
dissentire. Di conseguenza è su questo campo di battaglia – caso quasi unico –
che i diritti dell'individuo, contrapposti a quelli della società, sono stati
rivendicati su un'ampia base di principio, e la pretesa da parte della società
di esercitare la propria autorità sui dissenzienti è stata apertamente
contestata. I grandi scrittori cui il mondo è debitore del grado di libertà
religiosa di cui gode hanno per la maggior parte rivendicato la libertà di
coscienza come diritto inalienabile, e assolutamente negato che si debba rendere
conto ad altri delle proprie convinzioni religiose. Tuttavia, l'intolleranza, in
tutti i campi che realmente contano per l'umanità, è tanto connaturata che la
libertà religiosa non è stata quasi mai realizzata in pratica, salvo che nei
casi in cui l'indifferenza religiosa, che non gradisce essere turbata da dispute
teologiche, ha fatto valere il proprio peso. Quasi tutte le persone religiose,
anche nei paesi più tolleranti, ammettono il dovere della tolleranza con tacite
riserve. Qualcuno sopporterà il dissenso in questioni di governo ecclesiastico,
ma non di dogma; un altro tollererà tutti, purché non siano papisti o unitari;
pochi spingono la propria carità un poco più oltre, ma non transigono sulla
questione dell'esistenza di un Dio e della vita futura. Dovunque il sentimento
religioso della maggioranza rimane genuino e intenso, si scopre che la sua
pretesa di essere ubbidito è appena mitigata. Le particolari circostanze della
nostra storia politica fanno sì che in Inghilterra, anche se il giogo
dell'opinione è forse più pesante, quello della legge sia più lieve che nella
maggior parte degli altri paesi europei; e vi è un'accentuata insofferenza per
l'intervento diretto del potere legislativo o esecutivo nella condotta
individuale, non tanto per un giusto rispetto dell'indipendenza individuale, ma
perché sussiste ancora l'abitudine di considerare il governo come espressione di
interessi contrapposti a quelli dei cittadini. La maggioranza non ha ancora
imparato a percepire il potere del governo come proprio potere, o le opinioni
governative come proprie. Quando ciò avverrà, la libertà individuale sarà
probabilmente altrettanto esposta agli assalti dello Stato quanto lo è già a
quelli dell'opinione pubblica. Ma, ancor oggi, prevale un diffuso sentimento
pronto a essere mobilitato contro ogni tentativo da parte della legge di
controllare gli individui in campi in cui fino ad ora non sono stati abituati a
tale controllo; è una reazione quasi del tutto indiscriminata, che non si chiede
se una data questione appartenga o meno alla sfera legittima del controllo
legale; tanto che questo sentimento, nel complesso altamente salutare, nella
pratica viene forse evocato altrettanto spesso a torto che a ragione. In
effetti, non vi è alcun principio riconosciuto sulla cui base venga valutata
abitualmente la maggiore o minore opportunità dell'interferenza statale. Gli
uomini decidono secondo le loro preferenze personali: alcuni, di fronte alla
possibilità di realizzare un bene o di rimediare a un male, incitano volentieri
lo Stato a prendersene carico, mentre altri preferiscono sopportare quasi ogni
sorta di male sociale piuttosto che aumentare, fosse pure di uno, il numero dei
settori di attività umane riconducibili sotto il controllo statale. E, in
ciascun caso particolare, gli uomini si schierano in uno dei due campi, secondo
quest'inclinazione generale dei loro sentimenti, o secondo il loro grado di
interesse nella questione per cui è proposto l'intervento statale, o secondo le
loro previsioni sul comportamento dello Stato, giudicato nei termini delle loro
preferenze; ma molto di rado prendono partito in base a una loro opinione
coerente su ciò che spetti allo Stato compiere. E mi sembra che, a causa di
questa mancanza di una regola o principio, attualmente i due opposti campi
errino nella stessa misura: l'interferenza dello Stato è, quasi con la stessa
frequenza, auspicata a torto e condannata a torto. Scopo di questo saggio è
formulare un principio molto semplice, che determini in assoluto i rapporti di
coartazione e controllo tra società e individuo, sia che li si eserciti mediante
la forza fisica, sotto forma di pene legali, sia mediante la coazione morale
dell'opinione pubblica. Il principio è che l'umanità è giustificata,
individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d'azione di
chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può
legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità
civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene
dell'individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente.
Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui,
perché lo renderà più felice, perché, nell'opinione altrui, è opportuno o
perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo
o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si
comporti diversamente. Perché la costrizione o la punizione siano giustificate,
l'azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causare danno a
qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve
rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l'aspetto che
riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se
stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano. È forse
superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri umani nella
pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di giovani che
sono per legge ancora minori d'età. Coloro che ancora necessitano
dell'assistenza altrui devono essere protetti dalle proprie azioni quanto dalle
minacce esterne. Per la stessa ragione, possiamo tralasciare quelle società
arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne. Le difficoltà
che inizialmente si oppongono al progresso spontaneo sono così grandi che
raramente si può scegliere tra diversi mezzi di superarle: e un governante
animato da intenzioni progressiste è giustificato a impiegare ogni mezzo che
permetta di conseguire un fine forse altrimenti impossibile. Il dispotismo è una
forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine
sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale
conseguimento. La libertà, come principio, non è applicabile in alcuna
situazione precedente il momento in cui gli uomini sono diventati capaci di
migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali. Fino ad allora, non vi
è nulla per loro, salvo l'obbedienza assoluta a un Aqbar o a un Carlomagno se
sono così fortunati da trovarlo. Ma, non appena gli uomini hanno conseguito la
capacità di essere guidati verso il proprio progresso dalla convinzione o dalla
persuasione (condizione da molto tempo raggiunta in tutte le nazioni di cui ci
dobbiamo occupare), la costrizione, sia in forma diretta sia sotto forma di pene
e sanzioni per chi non si adegua, non è più ammissibile come strumento di
progresso, ed è giustificabile solo per la sicurezza altrui. È opportuno
dichiarare che rinuncio a qualsiasi vantaggio che alla mia argomentazione
potrebbe derivare dalla concezione del diritto astratto come indipendente
dall'utilità. Considero l'utilità il criterio ultimo in tutte le questioni
etiche; ma deve trattarsi dell'utilità nel suo senso più ampio, fondata sugli
interessi permanenti dell'uomo in quanto essere progressivo. La mia tesi è che
questi interessi autorizzano l'assoggettamento della spontaneità individuale al
controllo esterno solo rispetto alle azioni individuali che riguardino interessi
altrui. Se qualcuno commette un atto che danneggia altri, vi è motivo evidente
di punirlo con sanzioni legali o, nel caso in cui siano di incerta applicazione,
con la disapprovazione generale. Vi sono anche molte azioni positive a favore di
altri che ciascuno può essere legittimamente obbligato a compiere: per esempio,
testimoniare davanti a un tribunale, portare il giusto contributo alla difesa
comune o a ogni altra attività collettiva necessaria agli interessi della
società di cui si gode la protezione, compiere certi atti di assistenza
individuale, come salvare la vita di un altro essere umano o intervenire a
proteggere delle persone indifese contro gli abusi – tutte quelle azioni insomma
che costituiscono un palese dovere, del cui mancato adempimento si può
legittimamente essere chiamati a rispondere alla società. Una persona può
causare danno agli altri non solo per azione ma anche per omissione, e in
entrambi i casi ne deve giustamente rendere loro conto. È vero che il secondo
caso richiede, in misura molto maggiore del primo, cautela nell'esercizio della
coercizione. Rendere chiunque responsabile del male che fa agli altri è la
regola; renderlo responsabile del male che non impedisce è, in termini relativi,
l'eccezione. Tuttavia vi sono molti casi sufficientemente chiari e gravi da
giustificarlo. In tutto ciò che riguarda i rapporti esterni dell'individuo,
quest'ultimo è de jure responsabile verso coloro i cui interessi sono coinvolti,
e, se necessario, verso la società in quanto loro protettore. Vi sono spesso
buone ragioni per non richiamarlo a questa responsabilità, ma devono dipendere
dalle particolarità specifiche della situazione: o si tratta di casi in cui,
tutto considerato, è probabile che l'individuo si comporti meglio se lo si
lascia agire come ritiene più opportuno e non si esercita su di lui alcuno dei
controlli di cui la società ha il potere; oppure il tentativo di esercitare un
controllo produrrebbe altri mali, maggiori di quelli che eviterebbe. Quando
ragioni come queste impediscono il richiamo alla responsabilità, dovrebbe essere
la coscienza dell'individuo a farsi giudice e a proteggere gli interessi di chi
non gode di protezioni esterne, esercitando un giudizio tanto più severo in
quanto la situazione lo esime dal rendere conto ai suoi simili. Ma vi è una
sfera d'azione in cui la società, in quanto distinta dall'individuo, ha, tutt'al
più, soltanto un interesse indiretto: essa comprende tutta quella parte della
vita e del comportamento di un uomo che riguarda soltanto lui, o se riguarda
anche altri, solo con il loro libero consenso e partecipazione, volontariamente
espressi e non ottenuti con l'inganno. Quando dico "soltanto" lui, intendo
"direttamente e in primo luogo", poiché tutto ciò che riguarda un individuo può
attraverso di lui riguardare altri; e l'obiezione che può sorgere in questa
circostanza verrà presa in considerazione più avanti. Questa, quindi, è la
regione propria della libertà umana. Comprende, innanzitutto, la sfera della
coscienza interiore, ed esige libertà di coscienza nel suo senso più ampio,
libertà di pensiero e sentimento, assoluta libertà di opinione in tutti i campi,
pratico o speculativo, scientifico, morale, o teologico. La libertà di esprimere
e rendere pubbliche le proprie opinioni può sembrare dipendere da un altro
principio, poiché rientra in quella parte del comportamento individuale che
riguarda gli altri, ma ha quasi altrettanta importanza della stessa libertà di
pensiero, in gran parte per le stesse ragioni, e quindi ne è in pratica
inscindibile. In secondo luogo, questo principio richiede la libertà di gusti e
occupazioni, di modellare il piano della nostra vita secondo il nostro
carattere, di agire come vogliamo, con tutte le possibili conseguenze, senza
essere ostacolati dai nostri simili, purché le nostre azioni non li danneggino,
anche se considerano il nostro comportamento stupido, nervoso, o sbagliato. In
terzo luogo, da questa libertà di ciascuno discende, entro gli stessi limiti,
quella di associazione tra individui: la libertà di unirsi per qualunque scopo
che non implichi altrui danno, a condizione che si tratti di adulti, non
costretti con la forza o l'inganno. Nessuna società in cui queste libertà non
siano rispettate nel loro complesso è libera, indipendentemente dalla sua forma
di governo; e nessuna in cui non siano assolute e incondizionate è completamente
libera. La sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro
bene a nostro modo, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o li
ostacoliamo nella loro ricerca. Ciascuno è l'unico autentico guardiano della
propria salute, sia fisica sia mentale e spirituale. Gli uomini traggono maggior
vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal
costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri. Benché questa dottrina sia
tutt'altro che nuova, e per alcuni possa aver l'aria di un truismo, non ve n'è
altra che si contrapponga più direttamente alla tendenza generale dell'opinione
e della pratica attuali. La società ha sempre tentato di costringere (per quanto
le era possibile) i suoi membri a conformarsi alle sue nozioni di eccellenza, e
quella personale è sicuramente stata oggetto di altrettanti sforzi che quella
sociale. Le comunità antiche, con l'approvazione dei filosofi, si ritenevano in
diritto di esercitare il controllo pubblico su ogni aspetto della condotta
individuale, giustificandolo col fatto che lo Stato aveva un profondo interesse
nell'intera disciplina mentale e fisica di ogni suo cittadino – un modo di
pensare che poteva essere ammissibile in piccole repubbliche circondate da
nemici potenti, in continuo pericolo di essere rovesciate da attacchi esterni o
moti interni, per i quali anche un breve intervallo di rilassamento dell'energia
e dell'autocontrollo avrebbe potuto così facilmente risultare fatale che non
potevano permettersi di attendere i salutari effetti permanenti della libertà.
Nel mondo moderno, le maggiori dimensioni delle comunità politiche e,
soprattutto, la separazione tra autorità spirituale e temporale (che ha posto la
direzione delle coscienze degli uomini in mani diverse da quelle che ne
controllano le sorti terrene) hanno impedito che la legge interferisse a tal
punto nella vita privata; ma gli strumenti di repressione morale hanno infierito
sul dissenso dall'opinione dominante con maggiore accanimento, nelle questioni
private ancor più che in quelle sociali; infatti la religione, l'elemento più
potente per la formazione del sentimento morale, è stata quasi sempre
assoggettata o all'ambizione di una gerarchia che cercava di controllare ogni
aspetto della condotta umana, o allo spirito del Puritanesimo. E alcuni di quei
moderni riformatori che si sono più violentemente opposti alle religioni del
passato non sono certo stati da meno di chiese o sette nella loro asserzione del
diritto alla dominazione spirituale: in particolare Comte, il cui sistema
sociale, descritto nel suo Système de Politique Positive, mira a instaurare
(anche se con mezzi morali più che legali) un dispotismo della società
sull'individuo che oltrepassa qualsiasi ideale politico del più ferreo e severo
filosofo antico. A parte i curiosi dogmi di singoli pensatori, vi è in generale
nel mondo anche una crescente inclinazione a estendere indebitamente i poteri
della società sull'individuo, sia con la forza dell'opinione sia con quella
della legislazione; e, poiché la tendenza di tutti i mutamenti in corso nel
mondo è a rafforzare la società e diminuire il potere dell'individuo, questo
abuso non è un male che tende a scomparire spontaneamente, ma, al contrario,
diventa sempre più formidabile. L'inclinazione degli uomini, siano essi
governanti o semplici cittadini, a imporre agli altri, come norme di condotta,
le proprie opinioni e tendenze è così energicamente appoggiata da alcuni dei
migliori e dei peggiori sentimenti inerenti all'umana natura, che quasi sempre è
frenata soltanto dalla mancanza di potere; e poiché quest'ultimo non è in
diminuzione ma in aumento, dobbiamo attenderci che, se non si riesce a erigere
una solida barriera di convinzioni morali contro di esso, nella situazione
attuale del mondo il male si estenda. Ai fini della nostra argomentazione sarà
opportuno, invece di affrontare immediatamente la tesi generale, limitarci per
il momento a un suo aspetto singolo, riguardo al quale il principio da noi
enunciato è ammesso dall'opinione corrente, se non completamente, almeno fino a
un certo punto. Questo aspetto è la libertà di pensiero, da cui è impossibile
separare la connessa libertà di parola e di scrittura. Anche se esse, in misura
abbastanza considerevole, fanno parte dell'etica politica di tutti i paesi
professanti la tolleranza religiosa e le libere istituzioni, le basi, sia
filosofiche sia pratiche, su cui si fondano non sono forse del tutto familiari
all'opinione comune, né comprese tanto a fondo quanto ci si attenderebbe da
molti, tra cui anche uomini politici. Queste basi, se correttamente comprese,
hanno una validità che non si limita soltanto a questo aspetto della questione,
il cui esame approfondito si rivelerà la migliore introduzione agli altri. Spero
quindi che coloro ai quali nulla di ciò che mi appresto a dire suonerà nuovo mi
scusino se mi permetto di discutere ancora una volta un argomento che da ormai
tre secoli è stato così frequentemente oggetto di dibattito.
II DELLA LIBERTA' DI PENSIERO E
DISCUSSIONE
È da sperare che sia trascorsa l'epoca in cui era necessario difendere la
"libertà di stampa" come una delle garanzie contro un governo corrotto o
tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario dimostrare che non si
può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi non si
identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle opinioni e di
stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare. Inoltre,
questo aspetto della questione è stato così spesso e con tale successo fatto
valere da autori precedenti che è inutile insistervi particolarmente in questa
sede. Anche se la legge d'Inghilterra è, per quanto riguarda la stampa,
altrettanto servile oggi di quanto lo era all'epoca dei Tudor, vi è scarso
pericolo che venga effettivamente applicata contro la discussione politica,
salvo che in situazioni temporanee di panico, in cui la paura di insurrezioni
spinge ministri e giudici a violare le regole che devono governare la loro
condotta ; e, più in
generale, nei paesi a regime costituzionale non vi è da temere che i governi,
siano essi completamente responsabili verso il popolo o no, tentino spesso di
controllare l'espressione delle opinioni, salvo nei casi in cui così facendo
esprimano l'intolleranza generale dei cittadini. Supponiamo quindi che il
governo concordi totalmente con i cittadini, e non sia mai tentato di esercitare
alcun potere coercitivo che non corrisponda a quella che ritiene la loro
opinione. Ma io nego il diritto del popolo a esercitare questa coercizione, sia
da solo sia mediante il proprio governo. Il potere stesso è illegittimo: il
migliore governo non vi ha più diritto del peggiore. È altrettanto, o forse più,
dannoso quando lo si esercita seguendo l'opinione pubblica che contro di essa.
Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero più
diritto di far tacere quell'unico individuo di quanto ne avrebbe lui di far
tacere, avendone il potere, l'umanità. Se l'opinione fosse un bene privato,
privo di valore eccetto che per il suo proprietario, se essere ostacolati nel
suo godimento fosse semplicemente un danno privato, il numero delle persone che
lo subiscono farebbe una certa differenza. Ma impedire l'espressione di
un'opinione è un crimine particolare, perché significa derubare la razza umana,
i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall'opinione dissentono ancor più
di chi la condivide: se l'opinione è giusta, sono privati dell'opportunità di
passare dall'errore alla verità; se è sbagliata, perdono un beneficio quasi
altrettanto grande, la percezione più chiara e viva della verità, fatta
risaltare dal contrasto con l'errore. È necessario considerare separatamente
queste due ipotesi, a ciascuna delle quali corrisponde un aspetto distinto della
nostra argomentazione. Non possiamo mai essere certi che l'opinione che stiamo
cercando di soffocare sia falsa; e anche se lo fossimo, soffocarla resterebbe un
male. In primo luogo, l'opinione che si cerca di sopprimere d'autorità può forse
essere vera. Naturalmente, coloro che desiderano sopprimerla ne negheranno la
verità: ma non sono infallibili. Non hanno alcuna autorità di decidere la
questione per tutta l'umanità, togliendo a chiunque altro la possibilità di
giudizio. Rifiutarsi di ascoltare un'opinione perché si è certi che è falsa
significa presupporre che la propria certezza coincida con la certezza assoluta.
Ogni soppressione della discussione è una presunzione di infallibilità: per
condannarla basta questo ragionamento, semplice, ma non per questo inefficace.
Sfortunatamente per il buon senso degli uomini, la loro effettiva fallibilità
non ha certo nei loro giudizi pratici il peso che le viene sempre attribuito
nella teoria; poiché, mentre ciascuno sa benissimo di essere fallibile, pochi
ritengono necessario cautelarsi dalla propria fallibilità o ammettere la
supposizione che una qualsiasi opinione di cui si sentano del tutto certi possa
essere un esempio di quell'errore cui si riconoscono soggetti. I sovrani
assoluti, o coloro che sono abituati a una deferenza illimitata, generalmente
hanno questa completa fiducia nelle proprie opinioni su quasi ogni questione. Le
persone in una condizione più felice, le cui opinioni sono talvolta contestate e
per cui non è del tutto insolito essere corrette quando hanno torto, hanno la
stessa fiducia illimitata soltanto nelle opinioni condivise da tutti coloro che
le circondano, o di coloro ai cui giudizi si rimettono; poiché, in misura
proporzionale alla sua mancanza di fiducia nel proprio giudizio individuale,
l'uomo abitualmente si basa, con fiducia assoluta, sull'infallibilità del
"mondo" in generale. E il mondo significa, per ciascuno, la parte di esso con
cui è in contatto: il suo partito, la sua setta, la sua chiesa, la sua classe
sociale; al confronto l'uomo per cui il significato del mondo si estende a
comprendere il suo paese o la sua epoca può essere quasi definito liberale e di
larghe vedute. E la sua fede in questa autorità collettiva non è affatto scossa
dal sapere che altre epoche, nazioni, sette, chiese, classi e parti politiche
hanno pensato, e tuttora pensano, esattamente il contrario. L'uomo scarica sul
proprio mondo la responsabilità di essere nel giusto, contro il dissenso dei
mondi altrui; e non è mai turbato dal fatto che è stato il puro accidente a
decidere quale di questi numerosi mondi sia oggetto della sua fiducia, e che le
stesse cause che lo hanno reso anglicano a Londra l'avrebbero fatto diventare
buddista o confuciano a Pechino. Tuttavia è di per sé evidente, senza alcun
bisogno di dimostrazione, che le epoche storiche non sono più infallibili degli
individui: ciascuna ha creduto vere molte opinioni giudicate non solo false ma
assurde da epoche successive; ed è certo che molte opinioni, attualmente comuni,
saranno respinte dal futuro, come molte opinioni comuni in passato sono respinte
dal presente. L'obiezione più plausibile a questo ragionamento verrebbe
probabilmente formulata nel modo seguente. Il divieto di propagare l'errore non
implica una presunzione di infallibilità maggiore di quella implicita in
qualsiasi altro atto compiuto dall'autorità pubblica in base al suo giudizio e
alla sua responsabilità. Il giudizio è dato agli uomini perché lo usino. Dato
che lo possono esercitare erroneamente, bisogna dirgli che non dovrebbero usarlo
affatto? Vietare ciò che ritengono dannoso non significa pretendere di essere
immuni dall'errore, ma adempiere al dovere, che tocca loro anche se sono
fallibili, di agire in base alle proprie convinzioni e coscienze. Se non
agissimo mai sulla base delle nostre opinioni perché possono essere erronee,
trascureremmo tutti i nostri interessi e verremmo meno a tutti i nostri doveri.
Una obiezione che riguardi il complesso del comportamento umano non può essere
valida per alcun comportamento particolare. È dovere dei governi, e degli
individui, formarsi opinioni che rispondano il più possibile al vero; formarsele
con cura, e non imporle mai ad altri se non si è certi di aver ragione. Ma, una
volta che ne siano certi (così proseguirebbero i sostenitori di questa
posizione), sarebbero mossi non dalla coscienza ma dalla viltà se evitassero di
agire in base alle proprie opinioni e permettessero a dottrine che in buona fede
ritengono pericolose per il benessere dell'umanità, in questa vita o in
un'altra, di diffondersi senza freno, per la sola ragione che altri, in tempi
meno illuminati, hanno perseguitato opinioni oggi considerate vere. Stiamo
attenti – si potrebbe ammonire – a non compiere lo stesso errore; ma i governi e
le nazioni hanno errato in altri campi, in cui l'esercizio dell'autorità non
viene considerato illegittimo: hanno imposto tassazioni inique, scatenato guerre
ingiuste. Dovremmo allora non imporre tasse e, per quanto provocati, non
dichiarare guerre? Uomini e governi devono agire come meglio sanno. La certezza
assoluta non esiste, ma esiste una sicurezza sufficiente ai fini della vita
umana. Nella guida della nostra condotta possiamo, e dobbiamo, presumere che la
nostra opinione sia vera: proibire a dei malvagi di sconvolgere la società
diffondendo opinioni che riteniamo false e perniciose non presuppone nulla di
più. La mia risposta è che presuppone molto di più. Vi è la massima differenza
tra presumere che un'opinione è vera perché, pur esistendo ogni opportunità di
discuterla, non è stata confutata, e presumerne la verità al fine di non
permetterne la confutazione. È proprio la completa libertà di contraddire e
confutare la nostra opinione che ci giustifica quando ne presumiamo la verità ai
fini della nostra azione; e solo in questi termini chi disponga di facoltà umane
può trovare una sicurezza razionale di essere nel giusto. Se consideriamo la
storia dell'opinione oppure la normale condotta delle vicende umane, qual è la
causa per cui entrambe non sono peggiori di quanto siano? Non certo la forza
intrinseca della comprensione umana, poiché per ogni questione che non sia del
tutto ovvia vi sono novantanove persone completamente incapaci di darne un
giudizio per una che lo è; e la capacità della centesima è soltanto relativa,
dal momento che la maggior parte degli uomini illustri di ciascuna generazione
passata ha sostenuto molte opinioni che oggi vengono riconosciute erronee, e
compiuto o approvato molti atti che oggi nessuno giustificherebbe. Perché,
allora, tra gli uomini nel complesso predominano comportamenti e opinioni
razionali? Se davvero vi è questo predominio – e deve esservi, altrimenti gli
uomini sarebbero, e sarebbero sempre stati, in una situazione quasi disperata –,
è dovuto a una qualità della mente umana, la fonte di tutto ciò che vi è di
rispettabile nell'uomo inteso come essere sia intellettuale sia morale, e cioè
la possibilità di correggere i propri errori, di rimediarvi con la discussione e
l'esperienza. Non con la sola esperienza: la discussione è necessaria per
indicarne l'interpretazione. Le opinioni e le pratiche erronee cedono
gradualmente ai fatti e agli argomenti: che però per avere effetto sulla mente
devono essere sottoposti alla sua considerazione. Pochissimi fatti si spiegano
da soli, senza necessità di commenti che ne mostrino il significato. Dato quindi
che la forza e il valore del giudizio umano dipendono interamente dalla sua
proprietà di poter venire corretto quando è errato, esso è attendibile soltanto
quando i mezzi per correggerlo sono tenuti costantemente a disposizione.
Consideriamo una persona il cui giudizio sia veramente degno di fiducia: come lo
è diventato? Perché si è mantenuto aperto alle critiche riguardanti le sue
opinioni e la sua condotta. Perché si è imposto come prassi costante di
ascoltare tutto ciò che potesse venire detto contro di lui; di metterne a
profitto quanto fosse giusto, e di chiarire, a se stesso e se necessario ad
altri, l'erroneità di quanto fosse erroneo. Perché ha intuito che il solo modo
in cui un uomo può in una certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva
di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, e
studiando tutte le modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di
vista. Nessuno è mai giunto alla saggezza in altro modo; né la natura
dell'intelletto umano consente altri modi di diventare saggi. La costante
abitudine a correggere e completare la propria opinione confrontandola con le
altrui non solo non causa dubbi ed esitazioni nel tradurla in pratica, ma anzi è
l'unico fondamento stabile di una corretta fiducia in essa; poiché, conoscendo
tutto ciò che può, almeno nella misura del prevedibile, venire detto contro di
noi, e avendo preso una posizione rispetto a tutti i nostri oppositori – sapendo
di aver cercato le obiezioni e le difficoltà invece di evitarle, e di aver preso
in esame ogni punto di vista – abbiamo il diritto di considerare il nostro
giudizio migliore di quello di qualsiasi persona, o gruppo di persone, che non
abbia seguito una procedura analoga. Non è eccessivo richiedere che
quell'eterogenea massa di pochi saggi e molti stupidi chiamata pubblico si
sottoponga ai criteri che i più saggi tra gli uomini, coloro che più hanno
diritto a confidare nel proprio giudizio, ritengono necessari per giustificare
tale fiducia. La chiesa cattolica romana, la più intollerante di tutte, ammette
persino alla canonizzazione di un santo l'"avvocato del diavolo", e lo ascolta
pazientemente: a quanto pare, nemmeno il più puro tra gli uomini può essere
ammesso agli onori postumi prima che tutte le pecche che il diavolo gli può
rinfacciare non siano note e pesate. Se si vietasse di dubitare della filosofia
di Newton, gli uomini non potrebbero sentirsi così certi della sua verità come
lo sono. Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra
salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate.
Se la sfida non viene raccolta, o viene tentata e perduta, siamo ancora molto
lontani dalla certezza, ma abbiamo fatto quanto di meglio ci consente la
presente condizione della ragione umana: non abbiamo trascurato nulla pur di
offrire alla verità una possibilità di raggiungerci; se l'invito resta aperto,
possiamo sperare che, se esiste una verità migliore, essa venga scoperta quando
la mente umana sarà in grado di recepirla; e nel frattempo possiamo avere la
sicurezza di esserci avvicinati alla verità nella misura a noi possibile. Questo
è il grado di certezza raggiungibile da un essere soggetto all'errore, e questo
il solo modo di raggiungerlo. È strano che gli uomini ammettano la validità
degli argomenti a favore della libera discussione, ma obiettino se "vengono
spinti alle estreme conseguenze", senza rendersi conto che se date ragioni non
valgono in un caso estremo non valgono in alcun caso. Strano che immaginino di
non presumersi infallibili quando ammettono che vi deve essere libertà di
discussione su tutte le questioni che possano essere dubbie, ma pensano che vada
vietata la discussione di un particolare principio o dottrina perché è così
certo, cioè perché sono certi che è certo. Definire certa qualsiasi proposizione
quando vi è chi ne negherebbe la certezza se ciò non gli fosse vietato significa
presumere che noi, e chi è d'accordo con noi, siamo i giudici della certezza – e
giudici che ignorano gli oppositori. Nell'epoca attuale – che è stata descritta
come "priva di fede, ma terrorizzata dallo scetticismo" –, in cui gli uomini si
sentono sicuri non tanto della verità delle loro opinioni quanto del fatto che
non saprebbero che fare senza di esse, le pretese di un'opinione a essere
protetta da attacchi pubblici si fondano non tanto sulla sua verità quanto sulla
sua importanza per la società. Si sostiene che certe convinzioni sono così
utili, per non dire indispensabili, al bene comune che i governi hanno il dovere
di proteggerle quanto qualsiasi altro interesse della società. Si afferma che in
un caso di tale necessità, che fa parte così integrante del loro dovere,
qualcosa di meno dell'infallibilità può giustificare, e persino obbligare, i
governi ad agire in base alla propria opinione, confermata da quella
dell'umanità in generale. Viene inoltre spesso sostenuto, e ancora più spesso
pensato, che solo i malvagi desidererebbero minare queste salutari convinzioni;
e non è sbagliato, si pensa, coartare dei malvagi e vietare ciò che solo loro
vorrebbero compiere. Questo modo di pensare rende la giustificazione delle
restrizioni imposte alla discussione non una questione di verità delle varie
dottrine ma della loro utilità, e così si illude di sfuggire alla responsabilità
di dichiararsi giudice infallibile delle opinioni. Ma chi si acquieta la
coscienza in questo modo non comprende che così facendo la presupposizione di
infallibilità viene semplicemente spostata. L'utilità di una opinione è essa
stessa una questione di opinione – altrettanto controversa, aperta al dibattito,
e da discutere, che l'opinione stessa. Vi è la stessa necessità di un
infallibile giudice delle opinioni per decidere la nocività di un'opinione che
per deciderne la falsità, a meno che l'opinione condannata riceva ogni
opportunità di difendersi. E non vale obiettare che si può consentire
all'eretico dl affermare che la sua opinione è utile o innocua, pur vietandogli
di dire che è vera. La verità di un'opinione è parte della sua utilità. Se
volessimo sapere se è desiderabile o meno che una data proposizione sia creduta,
potremmo rifiutarci di vagliarne la verità? Nell'opinione, non dei malvagi, ma
dei migliori, nessuna convinzione contraria alla verità può essere realmente
utile; e si può loro impedire di addurre questo argomento quando sono accusati
di negare una dottrina di cui viene asserita l'utilità, ma che ritengono falsa?
Coloro che stanno dalla parte delle opinioni comunemente accettate non mancano
mai di trarre ogni possibile vantaggio da questo argomento; non sono certo loro
a trattare la questione dell'efficacia come se fosse completamente isolabile da
quella della verità; al contrario, è soprattutto perché la loro dottrina è "la
verità" che conoscerla o credervi è ritenuto così indispensabile. Non si può
discutere la questione dell'utilità ad armi pari quando un argomento tanto
essenziale può essere impiegato da una parte, ma non dall'altra. E infatti,
quando la legge o il sentimento pubblico non permettono di porre in dubbio la
verità di un'opinione, tollerano altrettanto poco la negazione della sua
utilità: al massimo consentono ad attenuarne la necessità assoluta, o la gravità
della colpa di rifiutarla. Per illustrare più chiaramente quanto sia negativo
rifiutarci di prestare attenzione a opinioni che il nostro giudizio ha
condannato, sarà opportuno ancorare la discussione a un caso concreto: e
preferisco scegliere i casi a me più sfavorevoli – quelli in cui
l'argomentazione contro la libertà di opinione è considerata più valida, sia in
termini di verità sia di utilità. Siano le opinioni contestate la fede in un Dio
e in una vita futura, oppure qualsiasi dottrina morale comunemente accettata.
Combattere su questo terreno dà un grande vantaggio a un antagonista sleale, che
sicuramente domanderà (e molti, senza alcuna intenzione di slealtà, lo
domanderanno tacitamente): "Sono queste le dottrine che non ritieni
sufficientemente certe da essere poste sotto la tutela della legge? Credere in
un Dio è una delle opinioni la cui certezza presuppone, a tuo avviso,
l'infallibilità? " Ma mi si deve permettere di osservare che sentirsi sicuri di
una dottrina (qualunque essa sia) non è ciò che io chiamo una presunzione di
infallibilità: lo è incaricarsi di decidere la questione per conto di altri,
senza permettere loro di ascoltare le possibili opinioni contrarie. E denuncio e
biasimo questa pretesa, tanto più se è avanzata a favore delle mie convinzioni
più solenni. Per quanto si possa essere positivamente convinti non solo della
falsità ma delle perniciose conseguenze – non solo delle perniciose conseguenze,
ma (per adottare espressioni che condanno in toto) dell'immoralità e
dell'empietà – di un'opinione, tuttavia se in base a questo giudizio
individuale, anche se appoggiato dal giudizio di concittadini e contemporanei,
si impedisce che essa venga difesa, si presuppone la propria infallibilità. E
questo assunto non è meno criticabile o pericoloso perché l'opinione è definita
immorale o empia, anzi questo è il caso in cui esso è più fatale. Sono
esattamente queste le occasioni in cui una generazione commette quegli
spaventosi errori che lasciano attoniti e inorriditi i posteri: qui troviamo i
casi storici memorabili di impiego del braccio armato della legge per sterminare
gli uomini migliori e le più nobili dottrine; con disgraziato successo, per
quanto riguarda gli uomini, anche se alcune dottrine sono sopravvissute per
essere invocate (come per beffa) a difesa di analoga condotta nei confronti di
chi dissente da esse, o dalla loro interpretazione comunemente accettata.
All'umanità non sarà mai troppo spesso ricordato un uomo di nome Socrate, e il
suo memorabile scontro con le autorità legali e l'opinione pubblica del suo
tempo. Nato in epoca e in un paese ricchi di grandezza individuale, quest'uomo
ci è stato tramandato come il più virtuoso del suo tempo da chi meglio conosceva
entrambi; mentre noi lo conosciamo come capo e prototipo di tutti i successivi
maestri di virtù, fonte ugualmente dell'alta ispirazione di Platone e del
giudizioso utilitarismo di Aristotele, "i maestri di color che sanno", le due
sorgenti della filosofia etica e di tutte le altre. Questo maestro riconosciuto
da tutti i grandi pensatori vissuti dopo di lui – la cui fama, ancora crescente
dopo più di duemila anni, quasi supera quella complessiva di tutti gli altri
nomi che rendono illustre la sua città natale – fu messo a morte dai suoi
concittadini, dopo che un tribunale lo aveva condannato per empietà e
immoralità. Empietà, poiché negava gli dei riconosciuti dallo Stato; anzi, il
suo accusatore affermò (vedi l'Apologia) che non credeva in alcun dio.
Immoralità, poiché era, con le sue dottrine e i suoi insegnamenti, un
"corruttore della gioventù". Vi è ogni ragione di credere che il tribunale lo
trovò colpevole di queste imputazioni in tutta onestà, e condannò un uomo che
probabilmente, dei nati fino ad allora, più meritava la gratitudine
dell'umanità, a essere messo a morte come un criminale. Passiamo da questo al
solo altro caso di iniquità giudiziaria la cui menzione dopo la condanna di
Socrate non sarebbe una caduta nella banalità: l'evento del Calvario più di
mille e ottocento anni fa. L'uomo che lasciò nella memoria di chi fu testimone
della sua vita e delle sue parole una tale impressione di grandezza morale che i
diciotto secoli successivi l'hanno venerato come la personificazione
dell'Onnipotente, perché fu mandato ignominiosamente a morte? Perché blasfemo.
Gli uomini non si limitarono a non riconoscere il loro benefattore, lo
scambiarono per l'esatto contrario di ciò che era e lo trattarono come quel
prodigio di empietà che ora sono loro stessi ritenuti, per ciò che gli fecero. I
sentimenti con cui gli uomini di oggi considerano questi due deplorevoli eventi,
specialmente il secondo, li rendono estremamente ingiusti nel giudizio sui loro
infelici autori. Stando a ogni apparenza, non erano dei malvagi – non peggiori
degli uomini normali, semmai il contrario: uomini che condividevano pienamente,
forse anzi in misura eccessiva i sentimenti religiosi, morali e patriottici del
loro tempo e popolo: esattamente quel tipo di uomini che in ogni epoca, compresa
la nostra, hanno ogni probabilità di attraversare la vita circondati da stima e
rispetto. Il gran sacerdote che si strappò le vesti quando furono pronunciate le
parole che, secondo tutte le idee del suo paese, costituivano la colpa più nera,
era in tutta probabilità altrettanto sincero nel suo orrore e nella sua
indignazione quanto lo è oggi, nei sentimenti morali e religiosi professati, la
generalità degli uomini rispettabili e pii; e la gran maggioranza di coloro che
oggi sono inorriditi dalla sua condotta avrebbero agito precisamente come lui se
fossero stati degli ebrei suoi contemporanei. I cristiani ortodossi che sono
tentati di considerare peggiori di sé coloro che lapidarono i primi martiri
farebbero meglio a ricordarsi che tra i persecutori c'era san Paolo.
Consideriamo un ultimo esempio, il più impressionante di tutti se si misura la
grandezza di un errore con la saggezza e la virtù di chi vi cade. Se mai un
detentore del potere ha avuto buoni motivi per ritenersi il migliore e il più
illuminato tra i suoi contemporanei, questo fu l'imperatore Marco Aurelio.
Monarca assoluto di tutto il mondo civile, mantenne per tutta la vita non solo
la giustizia più irreprensibile ma, cosa che ci si sarebbe meno aspettata dalla
sua educazione stoica, l'animo più sensibile. Le poche manchevolezze
attribuitegli furono tutte dovute a eccessiva indulgenza, mentre i suoi scritti,
il più elevato prodotto etico del pensiero antico, poco o nulla differiscono dai
più caratteristici insegnamenti di Cristo. Quest'uomo, in ogni senso, salvo che
in quello dogmatico, miglior cristiano di quasi tutti i sovrani nominalmente
cristiani venuti dopo di lui, perseguitò il Cristianesimo. Vissuto in quello che
allora era l'apice del progresso umano, dotato di un intelletto aperto e privo
di pregiudizi, di un carattere che lo portò spontaneamente a incarnare nelle sue
opere morali l'ideale cristiano, Marco Aurelio tuttavia non vide che il
Cristianesimo avrebbe costituito un bene e non un male per il mondo, nei cui
confronti aveva una così profonda coscienza dei propri doveri. Sapeva che la
società del suo tempo si trovava in condizioni deplorevoli: ma vedeva, o gli
pareva di vedere, che ciò che la teneva insieme e le impediva di peggiorare
erano la fede nelle divinità comunemente accettate e il loro culto. In quanto
signore dell'umanità, riteneva suo dovere non permettere che la società si
disgregasse; e non vedeva come, se fossero scomparsi i legami esistenti, se ne
potessero formare altri che la ricomponessero. La nuova religione mirava
apertamente a distruggere questi legami: di conseguenza, gli sembrava suo dovere
o schiacciarla oppure adottarla. Quindi, dato che la teologia del Cristianesimo
non gli sembrava vera o di origine divina, che questa strana storia di un Dio
crocifisso gli appariva inverosimile, e dato che non poteva prevedere che un
sistema che asseriva di basarsi interamente su un fondamento per lui così
completamente incredibile fosse quel fattore di rinnovamento che, cessate le
tempeste, si è in effetti dimostrato, il più sensibile e generoso dei filosofi e
dei governanti, ispirandosi a un solenne senso del dovere, autorizzò la
persecuzione dei cristiani. A mio parere questo è uno degli eventi più tragici
di tutta la storia. È amaro pensare quanto avrebbe potuto essere diversa la
Cristianità se la fede cristiana fosse stata adottata come religione dell'Impero
sotto Marco Aurelio invece che sotto Costantino. Ma sarebbe ugualmente ingiusto
verso di lui e verso la verità negare che Marco Aurelio, nel combattere, come
fece, la diffusione del Cristianesimo, poteva addurre tutte le ragioni che
vengono addotte per combattere gli insegnamenti anticristiani. Nessun cristiano
crede che l'ateismo sia falso e tenda alla disgregazione della società più
fermamente di quanto Marco Aurelio non credesse le stesse cose del
Cristianesimo; lui che, tra tutti i suoi contemporanei, si sarebbe potuto
ritenere il più capace di apprezzarlo. A meno che chiunque approvi la punizione
della diffusione di opinioni non si illuda di essere migliore e più saggio di
Marco Aurelio – il più profondo conoscitore del pensiero del suo tempo,
intellettualmente più elevato rispetto ad esso, più impegnato nella ricerca
della verità, e più sinceramente devoto a essa una volta trovatala –, è meglio
che eviti quella presunzione di essere, insieme alla moltitudine, infallibile,
presunzione che il grande figlio di Antonino pagò con risultati così tragici.
Consci dell'impossibilità di difendere la repressione violenta delle opinioni
antireligiose mediante argomenti che non giustifichino Marco Aurelio, i nemici
della libertà religiosa accettano talvolta, quando hanno le spalle al muro,
questa conseguenza e affermano, con il dott. Johnson, che i persecutori del
Cristianesimo avevano ragione che la persecuzione è una prova cui la verità deve
sottoporsi e che sempre supera, poiché le sanzioni legali si rivelano, a lungo
andare, impotenti di fronte alla verità anche se talvolta hanno effetti benefici
contro errori nocivi. È una forma abbastanza notevole di argomentazione a favore
dell'intolleranza religiosa, e non la si può ignorare. A una teoria secondo cui
la persecuzione della verità è giustificabile perché non può in alcun modo
nuocerle, non si può imputare di essere intenzionalmente contraria ad ammettere
verità nuove; ma non se ne può lodare la generosità nei confronti delle persone
cui l'umanità ne è debitrice. Svelare al mondo qualcosa che lo riguarda da
vicino e che fino ad allora ha ignorato, dimostrargli che ha errato in una
questione essenziale di interesse temporale o spirituale, è il maggior servizio
che un uomo possa rendere ai suoi simili e in alcuni casi, come quelli dei primi
cristiani e dei riformatori, è ritenuto dagli estimatori del dott. Johnson il
dono più prezioso che l'umanità potesse ricevere. Che gli autori di questi
splendidi benefici siano stati contraccambiati col martirio e per ricompensa
siano stati trattati come i criminali più abbietti, non è, secondo questa
teoria, un errore deplorevole, una disgrazia che gli uomini dovrebbero lamentare
cospargendosi il capo di cenere, ma uno stato di cose normale e giustificabile.
Stando a questa dottrina, chi propone una nuova verità dovrebbe farlo come chi,
sotto la legislazione dei Locresi, proponeva una nuova legge: con un cappio al
collo, pronto a essere serrato se l'assemblea dei cittadini, sentite le sue
ragioni, non avesse immediatamente accettato la sua proposta. Non si può pensare
che chi difende questo modo di trattare i benefattori attribuisca grande valore
ai benefici; e credo che una simile opinione sia condivisa quasi solamente dal
tipo di persone che pensano che delle nuove verità potevano essere desiderabili
una volta, ma che ora ne abbiamo abbastanza. Ma, in realtà, il detto che la
verità trionfa sempre sulle persecuzioni è una di quelle gradevoli falsità che
gli uomini continuano a ripetersi finché non diventano luoghi comuni, ma che
tutta l'esperienza contraddice. La storia abbonda di casi in cui la verità è
stata costretta al silenzio dalle persecuzioni: quando non è soppressa
definitivamente, può essere rinviata di secoli. Per menzionare solo le opinioni
religiose: la Riforma esplose almeno venti volte prima di Lutero, e fu
soppressa. Arnaldo da Brescia fu soppresso. Fra Dolcino fu soppresso. Gli
Albigesi furono soppressi. I Valdesi furono soppressi. I Lollardi furono
soppressi. Gli Hussiti furono soppressi. Anche dopo Lutero, nei casi in cui si
insisté nelle persecuzioni, esse ebbero successo. In Spagna, Italia, Fiandre,
Impero austriaco, il Protestantesimo fu sradicato; e molto probabilmente avrebbe
fatto la stessa fine in Inghilterra se la regina Maria fosse vissuta o la regina
Elisabetta fosse morta. Le persecuzioni sono sempre riuscite, salvo quando gli
eretici erano troppo forti per poter essere perseguitati efficacemente. Nessuna
persona ragionevole può dubitare che il Cristianesimo avrebbe potuto essere
sradicato dall'Impero romano: si diffuse e divenne predominante perché le
persecuzioni furono occasionali, di breve durata, e separate da lunghi
intervalli di propaganda quasi indisturbata. È sentimentalismo inutile pensare
che la verità semplicemente in quanto tale abbia un qualche potere intrinseco,
negato all'errore, di prevalere contro le segrete e il rogo. Gli uomini non
hanno più zelo per la verità di quanto non ne abbiano spesso per l'errore, e
un'adeguata applicazione di sanzioni legali o anche soltanto sociali riuscirà in
generale ad arrestare la diffusione di entrambi. Il reale vantaggio della verità
è che quando un'opinione è vera la si può soffocare una, due, molte volte, ma
nel corso del tempo vi saranno in generale persone che la riscopriranno, finché
non riapparirà in circostanze che le permetteranno di sfuggire alla persecuzione
fino a quando si sarà sufficientemente consolidata da resistere a tutti i
successivi sforzi di sopprimerla. Si dirà che oggi non mandiamo a morte chi
introduce opinioni nuove: non siamo come i nostri padri che trucidavano i
profeti; innalziamo loro perfino dei mausolei. È vero che non giustiziamo più
gli eretici; è anche vero che le sanzioni penali oltre cui il sentimento moderno
probabilmente non permetterebbe di andare, anche nei casi delle opinioni più
nocive non sarebbero sufficientemente gravi da estirparle. Ma non illudiamoci di
essere già liberi dalla macchia della persecuzione, anche solo legale. La legge
prevede ancora delle pene per le opinioni, o almeno per la loro espressione; e
non ve n'è, anche oggi, una così tale mancanza di esempi da rendere impensabile
che un giorno possano ritornare nel pieno del loro vigore. Nell'anno 1857, alla
sessione estiva delle assise della contea di Cornovaglia, un uomo la cui
condotta venne dichiarata irreprensibile sotto tutti gli aspetti ebbe la
sfortuna di venire condannato a ventun mesi di carcere per aver pronunciato, e
scritto su un portone, alcune parole che offendevano il Cristianesimo . Un mese dopo, al
tribunale dell'Old Bailey, in due diverse occasioni , due uomini furono ricusati come
giurati, e uno di essi fu volgarmente insultato dal giudice e da uno degli
avvocati, perché avevano onestamente dichiarato di non avere opinioni
teologiche; e a un terzo, straniero , per la stessa ragione fu negata giustizia contro un
ladro. Questa riparazione gli venne rifiutata in virtù della dottrina legale
secondo cui nessuno che non professi di credere in un Dio (qualunque dio va
bene) e in una vita futura può essere ammesso a testimoniare in un'aula di
giustizia, il che equivale a dichiarare queste persone dei fuorilegge, esclusi
dalla tutela dei tribunali, per cui non solo possono essere derubati o assaliti
impunemente se sono soli o se i presenti condividono le loro opinioni, ma
chiunque può essere derubato o assalito impunemente se la prova del crimine
dipende dalla loro testimonianza. La presunzione su cui si fonda tutto ciò è che
il giuramento di una persona che non crede in una vita futura non ha valore –
presunzione che indica una vasta ignoranza della storia da parte di chi la
sostiene (poiché è storicamente vero che moltissimi non credenti di tutti i
tempi sono state persone di grande integrità e onore), e che non sarebbe
condivisa da nessuno che si renda minimamente conto di quante siano le persone
di alta reputazione, per virtù o azioni, il cui agnosticismo è ben noto, almeno
a chi gli è vicino. Inoltre, la norma è suicida e mina le sue stesse fondamenta.
Con la presunzione che gli atei devono essere dei mentitori, ammette la
testimonianza di tutti gli atei disposti a mentire, e ricusa soltanto quelli che
sfidano l'ignominia e confessano pubblicamente un'opinione detestata piuttosto
che affermare il falso. Una norma del genere, la cui assurdità rispetto allo
scopo che si propone si condanna da sola, non può essere mantenuta in vigore se
non come segno di odio, residuo di una persecuzione dotata di una specifica
particolarità: per esserne fatti oggetto va chiaramente provato che non la si
merita. La norma, e la teoria da essa implicata, non sono un insulto minore per
i credenti che per i non credenti: se chi non crede in una vita futura è
necessariamente un mentitore, ne segue che i credenti non mentono – supposto che
non mentano – soltanto per paura dell'inferno. Non offenderemo autori e fautori
di questa norma supponendo che la loro concezione della virtù cristiana si
modelli sulle loro coscienze. Questi sono, in effetti, brandelli e resti di
persecuzione e possono essere considerati non tanto indicazioni di un'intenzione
persecutoria, quanto esempi di quella frequentissima follia degli inglesi, che
li porta ad affermare con stupido piacere un principio malvagio quando non sono
più abbastanza malvagi da desiderarne veramente l'attuazione pratica. Ma
purtroppo il pubblico non può essere sicuro che la sospensione delle peggiori
forme di persecuzione legale, che dura da circa una generazione, continui. In
quest'epoca, la tranquilla routine quotidiana è scossa da tentativi di
risuscitare mali del passato altrettanto quanto da sforzi per introdurre nuovi
benefici. Ciò che attualmente viene magnificato come risveglio della religione è
sempre, per le mentalità ristrette e ignoranti, almeno in pari misura, risveglio
del fanatismo; e quando i sentimenti degli uomini comprendono un robusto,
permanente fermento di intolleranza, sempre presente tra le classi medie del
nostro paese, poco basta per spingerli a perseguitare attivamente coloro che non
hanno mai cessato di considerare meritevoli di giusta persecuzione . Poiché è questo – cioè le
opinioni e i sentimenti che gli uomini nutrono verso chi disconosce le
convinzioni che ritengono importanti – che fa del nostro un paese in cui non vi
è libertà intellettuale. Da ormai molto tempo, l'aspetto più negativo delle
sanzioni legali è che ribadiscono il marchio d'infamia imposto dalla società. È
quest'ultimo a essere realmente efficace, tanto che l'asserzione di opinioni
bollate dalla società è in Inghilterra molto meno comune di quanto in molti
altri paesi non lo sia l'ammissione di idee per cui si rischiano sanzioni
legali. Nei confronti di tutti, salvo coloro che la condizione economica rende
indipendenti dal benvolere altrui, l'opinione è in questo campo altrettanto
efficace che la legge: non vi è differenza tra imprigionare un uomo e impedirgli
di guadagnarsi da vivere. Chi non ha problemi di sopravvivenza e non desidera
favori dal potere, da associazioni o dal pubblico, professando apertamente
qualsiasi opinione ha solo da temere per la sua reputazione, e non è
indispensabile essere eroi per sopportarne una cattiva: sono persone per le
quali non ci si può appellare ad misericordiam. Ma, anche se oggi non
infliggiamo a coloro che dissentono da noi tanto male quanto solevamo, può darsi
che il nostro trattamento dei dissenzienti ci danneggi altrettanto quanto in
passato. Socrate fu mandato a morire, ma la filosofia socratica s'innalzò come
il sole nel cielo e illuminò l'intero firmamento intellettuale. I primi
cristiani furono gettati ai leoni, ma la chiesa cristiana crebbe come un albero
nobile e frondoso, superando le piante meno giovani e vigorose, e soffocandole
nella sua ombra. La nostra intolleranza limitata alla sfera sociale non uccide
nessuno e non sradica opinioni, ma spinge gli uomini a celarle o a evitare di
impegnarsi attivamente a diffonderle. Da noi, le opinioni eretiche non
guadagnano né perdono percettibilmente terreno in un decennio o in una
generazione: non divampano mai dappertutto, ma continuano a covare nelle
ristrette cerchie di pensatori e studiosi da cui traggono origine senza mai
illuminare gli affari umani della loro luce, vera o ingannevole che sia. Viene
così mantenuto uno stato di cose secondo alcuni molto soddisfacente perché,
senza incidenti spiacevoli come multe o arresti, lascia apparentemente
indisturbate tutte le opinioni predominanti, e nel contempo non vieta
assolutamente l'esercizio della ragione ai dissenzienti malati di pensiero. Un
comodo piano per garantire la pace del mondo intellettuale, e mantenervi più o
meno la solita routine. Ma il prezzo di questa sorta di pacificazione è il
completo sacrificio del coraggio morale e intellettuale. Una situazione in cui
una vasta parte delle intelligenze più attive e vivaci ritiene consigliabile
tenere per sé i principi generali e i fondamenti delle proprie convinzioni e,
quando si rivolge al pubblico, cerca quanto più può di comunicare le conclusioni
derivate da premesse cui ha tra sé rinunciato, non può produrre le personalità
coraggiose e aperte, gli intelletti coerenti e logici che una volta erano
l'ornamento del pensiero umano. Il tipo di uomini che si possono trovare sotto
questa superficie sono o semplici conformisti che si adeguano ai luoghi comuni,
oppure opportunisti della verità, le cui argomentazioni su ogni questione
importante sono quelle che giudicano più adatte al loro pubblico, non quelle che
li hanno convinti. Coloro che evitano questa alternativa lo fanno restringendo i
propri pensieri e interessi ad argomenti che possono essere discussi senza
avventurarsi nel campo dei principi, cioè a piccole questioni pratiche che si
risolverebbero da sole se soltanto le menti degli uomini riacquistassero vigore
e ampiezza di vedute, e che non saranno mai effettivamente risolte finché si
persisterà a sfuggire a ciò che rinvigorisce e amplia il pensiero – la libera e
audace riflessione sugli argomenti più elevati. Chi pensa che questo silenzio
degli eretici non sia un male dovrebbe innanzitutto considerare che a causa di
esso non vi è mai discussione equanime e approfondita delle loro opinioni; e che
gli eretici che non sarebbero in grado di reggerla sono sì impossibilitati a
moltiplicarsi, ma non scompaiono. Ma non sono gli intelletti ereticali i più
danneggiati dal bando imposto a ogni indagine che non termini con le conclusioni
ortodosse: il danno maggiore è per coloro che eretici non sono, il cui intero
sviluppo mentale è bloccato, e la ragione intimorita, dalla paura dell'eresia.
Chi può calcolare quanto perde il mondo con la moltitudine di intelletti
promettenti ma uniti a caratteri deboli che non osano sviluppare alcuna linea di
pensiero audace, vigorosa, indipendente, per timore di ritrovarsi con qualcosa
che potrebbe venire considerato irreligioso o immorale? Tra essi si trovano
talvolta uomini di profonda coscienza e di sottile e raffinato intelletto, che
passano la vita in ragionamenti sofistici con un'intelligenza che non possono
far tacere ed esauriscono il loro ingegno nel tentativo di riconciliare gli
impulsi della coscienza e della ragione con l'ortodossia, talvolta non
riuscendovi fino alla fine. Nessuno può essere un grande pensatore se non
riconosce che, in quanto uomo di pensiero, suo primo dovere è seguire il proprio
intelletto indipendentemente dalle conclusioni cui esso conduca. La verità trae
maggior vantaggio dagli errori di chi, con l'opportuna ricerca e preparazione,
riflette da solo, che dalle opinioni vere di coloro che le hanno solo perché non
si consentono di pensare. Non che la libertà di pensiero sia necessaria
solamente, o soprattutto, al fine di formare grandi pensatori: anzi, è
altrettanto e ancor più indispensabile per permettere agli uomini normali di
raggiungere il grado di sviluppo intellettuale di cui sono capaci. Vi sono
stati, e vi potranno ancora essere, grandi pensatori isolati in un'atmosfera
generale di schiavitù mentale; ma in essa non è mai esistito, né esisterà mai,
un popolo intellettualmente attivo. Quando un popolo lo è temporaneamente stato,
l'ha dovuto a una momentanea sospensione dell'orrore per la speculazione
eterodossa. Dove per tacita convenzione i principi non vanno posti in dubbio e
il dibattito sui massimi problemi dell'umanità è considerato chiuso, non
possiamo sperare di trovare quel livello generalmente alto di attività mentale
che ha reso così notevoli alcuni periodi storici. Quando la discussione ha
evitato gli argomenti sufficientemente vasti e importanti da suscitare
entusiasmi, l'intelletto di un popolo non è mai stato stimolato in profondità,
né è stato dato l'impulso che eleva anche le persone intellettualmente mediocri
a partecipare in qualche misura della dignità di esseri pensanti. Un esempio di
questo tipo è stata l'Europa nell'epoca immediatamente successiva alla Riforma;
un altro, anche se limitato al Continente e alla classe colta il movimento
speculativo della seconda metà del diciottesimo secolo; un terzo, di ancor più
breve durata, il fermento intellettuale della Germania al tempo di Goethe e
Fichte. Questi periodi sono stati molto diversi per il tipo di opinioni da essi
sviluppate, ma simili perché durante tutte e tre fu spezzato il giogo
dell'autorità. In ciascuno di essi un vecchio dispotismo mentale era stato
abbattuto, e uno nuovo non ne aveva ancora preso il posto. L'impulso dato in
questi tre periodi ha fatto dell'Europa quella che è oggi: ciascun singolo
progresso del pensiero umano o delle istituzioni può essere chiaramente
ricondotto a uno di essi. Da qualche tempo tutto sembra indicare che i tre
impulsi sono ormai quasi esauriti; e non possiamo attenderci un nuovo inizio se
non riasseriamo la nostra libertà intellettuale. Passiamo ora al secondo aspetto
della nostra argomentazione, e, scartando la supposizione che alcune opinioni
comunemente accettate possano essere false, ammettiamo che siano vere ed
esaminiamo quale sia il valore dei modi secondo cui verranno probabilmente
percepite ed espresse nel caso che non se ne dibatta liberamente e apertamente
la verità. Per quanto chi è fermamente convinto di un'opinione ammetta a
malincuore la possibilità che sia falsa, dovrebbe essere stimolato dalla
considerazione che, per vera che essa sia, se non la si discute a fondo, spesso
e senza timore, finirà per essere creduta un freddo dogma, non una verità
attuale. Vi sono uomini (fortunatamente, non tanti quanto una volta) che
ritengono sufficiente che una persona approvi incondizionatamente ciò che essi
giudicano vero, anche se ignora completamente gli elementi su cui la loro
opinione si fonda e non è in grado di difenderla passabilmente dall'obiezione
più superficiale. Se costoro riescono a far imporre il loro credo dall'autorità,
pensano naturalmente che permettere di porlo in dubbio non sia fonte di alcun
vantaggio, ma anzi di qualche danno. Quando prevalgono, rendono quasi
impossibile respingere l'opinione comunemente accettata sulla base di accurate
considerazioni, anche se la si può ancora rifiutare sconsideratamente o per
ignoranza: infatti raramente si può sopprimere completamente la discussione, e
al suo primo insorgere le convinzioni prive di solidi fondamenti tendono a
crollare di fronte alla minima parvenza di argomento. Tralasciamo tuttavia
questa possibilità e supponiamo che un'opinione sia vera, ma venga pensata come
se fosse un pregiudizio, una credenza indipendente da argomento e ad essi
refrattaria: non è questo il modo in cui un essere razionale dovrebbe possedere
la verità; questo non è conoscere la verità. In queste condizioni, la verità non
è altro che un'ennesima superstizione, associata a parole che enunciano una
verità. Se l'intelletto e il giudizio degli uomini vanno coltivati – necessità
che almeno i protestanti non negano –, le questioni migliori per esercitarli
sono quelle che riguardano l'individuo tanto da vicino da far ritenere
necessario che se ne formi un'opinione. Se nell'educazione intellettuale vi è un
fattore predominante, è sicuramente l'esame dei fondamenti delle proprie
opinioni. Qualsiasi convinzione si abbia in campi in cui è essenziale avere una
opinione corretta, si deve essere in grado di difenderla almeno contro le
obiezioni più comuni. Qualcuno potrebbe tuttavia affermare: "Insegniamo agli
uomini i fondamenti delle loro opinioni; ciò non significa che le debbano
soltanto ripetere meccanicamente perché non vengono mai contraddette. Chi studia
la geometria non si limita a imparare a memoria i teoremi, ma comprende e studia
anche le dimostrazioni; e sarebbe assurdo affermare che egli rimane
nell'ignoranza dei fondamenti delle verità geometriche perché nessuno le nega o
cerca di confutarle". Senza dubbio: e un insegnamento del genere è sufficiente
in un campo come la matematica, in cui non vi è alcun argomento dalla parte
dell'errore La peculiarità dell'evidenza delle verità matematiche sta nel fatto
che tutti gli argomenti sono da un'unica parte: non esistono obiezioni, né
risposte ad esse. Ma in ogni campo in cui è possibile una differenza di
opinioni, la verità dipende dall'individuazione dell'equilibrio tra due gruppi
di ragioni contrastanti. Anche nella filosofia naturale è sempre possibile
fornire un'altra spiegazione degli stessi fatti: una teoria geocentrica invece
di quella eliocentrica, il flogisto invece dell'ossigeno, e bisogna dimostrare
perché l'altra teoria non può essere quella vera; e fino a quando non sia data
la dimostrazione e non sappiamo come svolgerla, non comprendiamo i fondamenti
della nostra opinione. Ma se ci volgiamo a campi infinitamente più complessi, la
morale, la religione, la politica, i rapporti sociali, e gli affari della vita,
tre quarti degli argomenti a favore di qualsiasi opinione controversa consistono
nel demolire le apparenze che ne favoriscono un'altra. Il secondo oratore
dell'antichità affermava di studiare sempre gli argomenti dell'avversario con
uguale, se non maggiore, attenzione dei propri. Il metodo che procurò a Cicerone
il successo forense va imitato da chiunque studi qualsiasi campo per giungere
alla verità. Chi conosce solo gli argomenti a proprio favore conosce poco: può
avere delle buone ragioni, che magari nessuno è mai stato capace di confutare;
ma se è altrettanto incapace di confutare le ragioni avversarie, se neppure le
conosce, non ha basi per scegliere tra le due opinioni. In questo caso il suo
atteggiamento razionale dovrebbe essere la sospensione del giudizio; se ciò non
lo soddisfa si farà guidare dall'autorità, oppure adotterà, come fa in generale
il mondo, la posizione per cui propende. Né gli è sufficiente ascoltare le tesi
degli avversari dalla bocca dei suoi maestri, espresse con le parole di questi
ultimi e accompagnate dalle loro confutazioni. Non è questo il modo di rendere
giustizia agli argomenti opposti o di venire realmente a contatto con essi. Deve
poterli udire da persone che ne sono realmente convinte, che li difendono
accanitamente e al massimo delle loro possibilità. Deve conoscerli nella loro
formulazione più plausibile e persuasiva, e sentire l'intero peso della
difficoltà che l'opinione vera deve affrontare e demolire; altrimenti non si
impadronirà mai realmente di quella parte della verità che viene incontro
all'obiezione e la elimina. Il novantanove per cento dei cosiddetti uomini di
cultura sono in questa condizione, anche quelli in grado di sostenere
elegantemente le proprie opinioni. La loro conclusione può essere vera ma, per
quel che ne sanno, potrebbe anche essere falsa: non si sono mai messi al posto
di chi pensa diversamente da loro, considerandone le possibili argomentazioni; e
di conseguenza non conoscono, in nessuna accezione corretta del termine, la
dottrina che essi stessi professano. Non ne conoscono le parti che spiegano e
giustificano il resto – le considerazioni che mostrano come due fatti
apparentemente contraddittori possano essere conciliabili, o come tra due
ragioni apparentemente di uguale forza vada scelta l'una piuttosto che l'altra.
È loro estranea tutta quella parte della verità che fa pendere la bilancia a suo
favore e determina il giudizio di chi è perfettamente informato; essa è
realmente nota soltanto a chi ha dedicato un'attenzione uguale e imparziale alle
opposte ragioni, cercando di vederle il più chiaramente possibile. Questa
disciplina è così essenziale a una reale comprensione delle questioni morali e
umane che se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile
inventarli e munirli dei più validi argomenti che il più astuto avvocato del
diavolo riesce a inventare. Supponiamo che, per controbattere la forza di queste
considerazioni, un nemico della libertà di discussione affermi che non è
necessario che tutti gli uomini conoscano e comprendano tutto ciò che filosofi e
teologi possono asserire pro o contro le reciproche opinioni. Che gli uomini
normali non hanno bisogno di essere in grado di individuare tutte le inesattezze
e gli errori di un ingegnoso oppositore; basta che ci sia sempre qualcuno capace
di controbattervi in modo da confutare tutto ciò che potrebbe trarre in inganno
gli incolti. Che dei semplici, cui siano stati insegnati i fondamenti più
evidenti delle verità che gli sono state inculcate, possono per il resto
affidarsi all'autorità e, consci di non possedere né le conoscenze né l'ingegno
necessari a risolvere ogni possibile difficoltà, star certi che tutte quelle già
affiorate sono state, o possono essere, risolte da chi è specialmente addestrato
a questo compito. Pur accordando a questo ragionamento tutto il valore che può
avere per coloro cui non importa che si creda in una verità senza comprenderla
perfettamente, l'argomento a favore della libera discussione non ne esce in
alcun modo indebolito. Infatti persino questa dottrina ammette che gli uomini
dovrebbero avere la sicurezza razionale che a tutte le obiezioni si è risposto
in modo soddisfacente; e come si risponde se la risposta adatta non viene
formulata? Oppure, come si può sapere che è soddisfacente se gli obiettori non
hanno l'opportunità di dimostrare che non lo è? Se non il pubblico, almeno i
filosofi e i teologi deputati a risolvere le difficoltà devono familiarizzarsi
con esse, nelle loro forme più complesse; il che non è possibile se non vengono
enunciate liberamente e nella luce ad esse più vantaggiosa. La chiesa cattolica
ha un suo modo di risolvere questo imbarazzante problema: compie una netta
distinzione tra coloro cui è permesso di adottare le sue dottrine per
convinzione e chi deve accettarle sulla fiducia. In effetti, a nessuno dei due
gruppi è consentito scegliere che cosa accettare: ma il clero, o almeno quella
parte di esso che è completamente fidata, può legittimamente e meritoriamente
studiare gli argomenti degli oppositori per poterli controbattere, e quindi può
leggere libri eretici; invece i laici non lo possono salvo che in seguito a una
speciale dispensa, difficile da ottenere. Questa disciplina riconosce che la
conoscenza degli argomenti nemici è utile ai suoi maestri, ma trova modo,
coerentemente, di negarla al resto del mondo, permettendo così all'élite una
cultura, anche se non una libertà intellettuale, superiore a quella che permette
alle masse. Con questo mezzo la chiesa riesce a conseguire il genere di
superiorità intellettuale richiesto dai suoi scopi; poiché, anche se la cultura
senza libertà non ha mai formato una mente liberale e di ampie vedute, può
formare un astuto avvocato del nisi prius. Ma nei paesi che professano il
protestantesimo questa soluzione è impossibile, poiché i protestanti affermano,
almeno in teoria, che ciascuno deve avere la responsabilità di scegliersi la
religione, e non può scaricarla sui suoi maestri. Inoltre, al giorno d'oggi è
praticamente impossibile mantenere la popolazione incolta all'oscuro di opere
che le persone colte leggono. Perché i maestri dell'umanità possano conoscere
tutto ciò che dovrebbero, vi deve essere libertà incondizionata di scrittura e
pubblicazione. Tuttavia, se la nociva soppressione della libertà di parola, in
una situazione in cui le opinioni comunemente accettate sono vere, si limitasse
a lasciare gli uomini nell'ignoranza dei fondamenti di queste opinioni, la si
potrebbe considerare un male intellettuale ma non morale, che non diminuisce la
validità delle opinioni in quanto elementi che influiscono sul carattere. Nella
realtà però la mancanza di discussione non solo fa dimenticare i fondamenti di
un'opinione, ma il suo stesso significato. Le parole che la esprimono non
suggeriscono più idee, o suggeriscono solo una piccola parte di quelle che
comunicavano originariamente. Al posto di un concetto vigoroso e di una
convinzione viva, restano soltanto poche frasi meccanicamente apprese; oppure,
se resta qualcosa del significato, è solo l'involucro, e la profonda essenza si
è persa. Non si studierà e mediterà mai a sufficienza il grande capitolo della
storia umana che questo fenomeno costituisce. Lo illustra l'esperienza di quasi
tutte le dottrine morali e le religioni. Per i loro fondatori, e i loro diretti
discepoli, sono tutte piene di significato e vitalità. Il loro significato
continua ad essere sentito in tutta la sua forza e anzi diventa forse ancor più
evidente finché dura la lotta per il predominio tra la nuova dottrina o fede e
le altre. Infine, o essa ha il sopravvento e diventa l'opinione generale, oppure
il suo progresso si arresta: mantiene il terreno che si è conquistata, ma smette
di espandersi. Quando uno dei due esiti è ormai chiaro, le controversie si
acquietano, e gradualmente si spengono. La dottrina ha conquistato la sua
posizione, se non di opinione generalmente ammessa, di setta o settore di
opinione consentito; i suoi seguaci l'hanno in generale ereditata e non
adottata; e le conversioni da una dottrina all'altra, essendo ormai divenute
l'eccezione, non hanno più molto posto tra le preoccupazioni dei maestri. Questi
ultimi, invece di essere come una volta costantemente all'erta per difendersi
dal mondo o per portarlo dalla propria parte, si sono quietati e ammansiti e non
ascoltano, se appena possono evitarlo, gli argomenti contro la loro fede, né
molestano i dissenzienti (se ve ne sono) con argomenti a suo favore.
Generalmente è a questo momento che si può far risalire il declino della forza
vitale di una dottrina. Spesso sentiamo i maestri di ogni fede lamentarsi di
quanto sia difficile mantenere viva nei fedeli la percezione della verità che a
parole professano, in modo che possa penetrare i loro sentimenti e determinare
realmente il loro comportamento. Questa difficoltà non viene mai avvertita
quando la fede sta lottando per sopravvivere; in quel momento anche i più deboli
comprendono e sentono ciò per cui combattono, e la sua differenza dalle altre
dottrine; e in questa fase dell'esistenza di ogni fede si possono trovare molti
adepti che ne hanno compreso i principi fondamentali in ogni aspetto del
pensiero, ne hanno pesato e considerato tutte le conseguenze importanti, e hanno
sperimentato in se stessi l'intero effetto che la loro fede dovrebbe provocare
in una mente che ne sia completamente imbevuta. Ma quando la fede è diventata
ereditaria, ricevuta passivamente e non attivamente – quando il pensiero non è
più costretto come agli inizi a esercitare le sue forze vitali sulle questioni
con cui la sua fede lo confronta – vi è una tendenza progressiva a dimenticarne
tutto salvo le formule, o a tributarle un consenso fiacco e torpido – come se la
sua accettazione sulla fiducia dispensasse dalla necessità di averne piena
coscienza o di sperimentarla nell'esperienza personale – finché la fede non ha
quasi più rapporto con la vita interiore dell'individuo. Allora compaiono i
casi, ormai così frequenti da costituire quasi la maggioranza, in cui la fede
resta per così dire esterna alla mente, ma la incrosta e la calcifica contro
tutte le altre influenze che si rivolgono agli aspetti più elevati della nostra
natura; e manifesta il suo potere sbarrando l'accesso a tutto ciò che è nuovo e
vivo, ma non facendo nulla per la mente e il cuore, salvo che starvi da
sentinella per tenerli vuoti. Il modo in cui dottrine intrinsecamente destinate
a esercitare il più profondo influsso sulla mente umana vi sopravvivano come
morte credenze, senza mai esprimersi nei sentimenti, nell'immaginazione o nel
pensiero, è esemplificato dall'atteggiamento della maggioranza dei credenti
verso le dottrine del Cristianesimo. Per Cristianesimo intendo qui ciò che è
definito tale da tutte le chiese e sette – le massime e i precetti contenuti nel
Nuovo Testamento, considerati sacri e accettati come legge da tutti coloro che
si dichiarano cristiani. E tuttavia si esagera di poco o nulla se si afferma che
non un cristiano su mille determina o giudica la propria condotta personale in
base a queste leggi: il criterio cui si riferisce è la consuetudine del suo
paese, della sua classe o della sua confessione religiosa. Ha quindi, da un
lato, una collezione di massime etiche che crede gli siano state affidate da una
saggezza infallibile perché vi ispiri la propria condotta; dall'altro, un
insieme di giudizi e pratiche quotidiane che concordano in una certa misura con
alcune massime, un po' meno con altre, sono il contrario di altre ancora, e
complessivamente costituiscono un compromesso tra la fede cristiana e gli
interessi e le suggestioni della vita di questo mondo. Al primo criterio offre
il suo omaggio; al secondo, la sua reale sottomissione. Tutti i cristiani
credono che beati sono i poveri e gli umili, e coloro che il mondo perseguita;
che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco
entrare nel regno dei cieli; che non devono giudicare, se non vogliono essere
giudicati; che non dovrebbero mai giurare; che dovrebbero amare il loro prossimo
come se stessi; che se qualcuno gli prende il mantello, gli devono dare anche la
veste; che non dovrebbero pensare al domani; che se fossero perfetti dovrebbero
vendere tutto quello che hanno e darlo ai poveri. Non sono insinceri quando
affermano di credere in tutto ciò: ci credono, come si crede in ciò che si è
sempre sentito lodare e mai discutere. Ma se il credere è inteso come
convinzione viva e presente che determina la condotta umana, credono in queste
dottrine solo nella misura in cui abitualmente agiscono in base a esse. Nella
loro integrità, le dottrine servono a essere scagliate contro gli avversari;
inoltre è convenuto che le si può usare (quando è possibile) a giustificazione
di tutto ciò che si ritenga giusto fare. Ma chiunque ricordasse ai cristiani che
le loro massime richiedono un'infinità di cose cui non hanno mai neppure
pensato, otterrebbe solo di finire nel novero di quei personaggi alquanto
impopolari che pretendono di essere migliori degli altri. Le dottrine non hanno
presa sui credenti comuni – non hanno potere sulle loro menti. I fedeli nutrono
un rispetto consuetudinario per la loro formulazione, ma non un sentimento che
dalle parole si estenda alle cose che significano e costringa la mente a
prendere coscienza di queste, e a modificarle in modo che corrispondano alla
formula. Quando è questione di condotta, i cristiani cercano il signor A e il
signor B per farsi dire fino a che punto devono obbedire a Cristo. Ora, possiamo
star certi che al tempo dei primi cristiani la situazione era ben diversa. Fosse
stata come oggi, il Cristianesimo non si sarebbe trasformato da un'oscura setta
dei disprezzati ebrei nella religione dell'Impero romano. Quando sentivano i
loro nemici dire "Guardate come si amano questi cristiani" (osservazione
alquanto improbabile al giorno d'oggi), sicuramente i cristiani avevano una
percezione molto più viva del significato della loro fede di quanto non abbiano
più avuto in seguito. Ed è probabilmente questo il motivo principale per cui
oggi il Cristianesimo fa così fatica a estendere il proprio dominio, e dopo
diciotto secoli è ancora diffuso quasi esclusivamente tra gli europei e i loro
discendenti. Anche nel caso dei credenti di stretta osservanza, che prendono
molto seriamente le loro dottrine e conferiscono a molte di esse maggiore
significato di quanto venga loro generalmente attribuito, accade comunemente che
l'aspetto in loro generalmente più attivo sia stato elaborato da Calvino, o
Knox, o da qualcun altro molto più vicino al loro carattere. Nelle loro menti i
detti di Cristo coesistono passivamente, senza quasi altri effetti che quelli
causati dal semplice ascolto di parole così miti e soavi. Indubbiamente sono
molte le ragioni per cui le dottrine che caratterizzano una setta mantengono la
loro vitalità più di quelle comuni a tutte le sette riconosciute, e per cui i
maestri della religione fanno maggiori sforzi per tenerne vivo il significato;
ma una è certamente che le dottrine caratteristiche sono le più discusse, quelle
che più spesso vanno difese da esperti oppositori. Sia i maestri che gli allievi
si addormentano al loro posto di guardia non appena il nemico è scomparso.
Altrettanto vale, in termini generali, per tutte le dottrine tradizionali – sia
quelle di saggezza ed etica pratiche che quelle più propriamente morali o
religiose. Tutte le lingue e le letterature abbondano di osservazioni generali
sulla vita, cosa è e come comportarvisi – osservazioni che tutti conoscono, che
tutti ripetono o odono con rassegnazione, che sono accolte come truismi, e di
cui tuttavia quasi tutti apprendono veramente il significato la prima volta che
un'esperienza, generalmente dolorosa, le fa diventare una loro realtà. Quanto
spesso, sotto la frustata di una disgrazia imprevista o di una delusione, ci
ritorna in mente un detto o un proverbio che abbiamo sentito per tutta la vita,
il cui significato, se solo l'avessimo capito come lo capiamo ora, ci avrebbe
risparmiato questo male. Anche di questo esistono ragioni che non si limitano
alla mancata discussione: di molte verità non si può comprendere pienamente il
significato senza esperienza personale. Ma anche il loro significato sarebbe
stato molto meglio compreso e sarebbe rimasto molto più profondamente impresso
se si fosse stati abituati a sentirlo discutere, in positivo e in negativo, da
persone che lo comprendevano. La fatale tendenza degli uomini a smettere di
pensare a una questione quando non è più dubbia è causa di metà dei loro errori.
Un autore contemporaneo ha giustamente parlato del "profondo sonno dogmatico
indotto da un'opinione definitiva". Ma come! (ci si può chiedere), la mancanza
di unanimità è una condizione indispensabile per il vero sapere? È necessario
che una parte dell'umanità persista nell'errore perché qualcuno si possa rendere
conto della verità? Una convinzione cessa di essere reale e vitale non appena è
generalmente accettata – e una proposizione non è mai compresa e sentita fino in
fondo se non resta in qualche modo in dubbio? Non appena gli uomini l'abbiano
unanimemente accettata, una verità gli muore dentro? Fino ad ora si è pensato
che lo scopo più alto, e il miglior effetto, di un'intelligenza affinata fosse
unire sempre più l'umanità nel riconoscimento di verità fondamentali; e
l'intelligenza esiste solo finché non ha raggiunto il suo scopo? I frutti della
vittoria si dileguano proprio perché è completa? Non affermo nulla del genere.
Col progresso umano, il numero delle dottrine che non saranno più oggetto di
dispute o dubbi aumenterà costantemente; e si può quasi misurare il benessere
degli uomini col numero e l'importanza delle verità che sono ormai incontestate.
Lo spegnersi, in una questione dopo l'altra, del dibattito serio è un accidente
necessario nel consolidamento dell'opinione – tanto salutare nel caso di
opinioni vere quanto è pericoloso e nocivo se le opinioni sono errate. Ma anche
se questo progressivo restringersi dei limiti della diversità di opinione è
necessario in entrambi i sensi del termine – è contemporaneamente inevitabile e
indispensabile –, non siamo perciò obbligati a concludere che debba avere solo
conseguenze positive. La perdita di un aiuto così importante all'intelligente e
viva comprensione di una verità, come è quello dato dalla necessità di chiarirla
o difenderla nel contraddittorio, è una conseguenza negativa non trascurabile
all'universale riconoscimento del vero, anche se non ne supera i benefici.
Quando questo aiuto viene a mancare, confesso che vorrei che i maestri
dell'umanità ne cercassero un surrogato – uno strumento che renda chi studia una
data questione altrettanto cosciente delle sue difficoltà che se gli venissero
contestate da un oppositore teso a convertirlo. Ma, invece di trovarne di nuovi,
si perdono gli strumenti del passato. La dialettica socratica, così
magnificamente illustrata nei dialoghi di Platone, era uno strumento analogo. Si
trattava sostanzialmente di una discussione negativa delle grandi questioni
della filosofia e della vita, diretta con consumata abilità al fine di
convincere chiunque si limitasse a far suoi i luoghi comuni dell'opinione
corrente che non comprendeva la questione – che non aveva ancora attribuito un
significato preciso alle dottrine professate –, affinché, resosi conto della sua
ignoranza, si incamminasse verso una convinzione solida, fondata sulla chiara
comprensione del significato delle dottrine e dell'evidenza a loro favore. Le
discussioni scolastiche medioevali avevano uno scopo abbastanza simile: far sl
che l'allievo comprendesse la propria opinione e (per necessaria correlazione)
l'opposta, e fosse in grado di affermare i fondamenti dell'una e confutare
quelli dell'altra. Queste sfide oratorie avevano certo l'irrimediabile difetto
che le premesse cui si rifacevano derivavano dall'autorità e non dalla ragione;
e, come disciplina mentale, erano sotto ogni aspetto inferiori alla potente
dialettica che aveva formato gli intelletti dei socratici viri; ma il pensiero
moderno deve a entrambi molto più di quanto non voglia generalmente ammettere, e
l'educazione moderna non comprende alcun strumento che minimamente svolga la
funzione di questi due. Chi deriva tutta la sua istruzione da insegnanti e
libri, anche se sfugge all'incombente tentazione del nozionismo, non ha alcun
obbligo di considerare entrambi gli aspetti di una questione, che quindi
raramente sono conosciuti, persino dai filosofi; e la parte più debole di ogni
argomentazione a difesa di un'opinione è la replica agli antagonisti.
Attualmente è di moda screditare la logica negativa – quella che individua
debolezze teoriche o errori pratici senza affermare verità positive. Questa
critica negativa sarebbe certo molto insoddisfacente come punto d'arrivo, ma
come mezzo per conseguire conoscenze positive o convinzioni degne di essere
chiamate tali non sarà mai abbastanza apprezzata; e fino a quando non se ne
riprenderà l'insegnamento e l'esercizio sistematico vi saranno pochi grandi
pensatori e un basso livello intellettuale complessivo in tutti i campi che non
siano la speculazione matematica e fisica. In ogni altro settore, non vi è
nessuno le cui opinioni meritino di essere definite sapere, a meno che altri non
gli abbiano imposto, o non abbia seguito spontaneamente, lo stesso percorso
intellettuale che un'attiva controversia con degli oppositori gli avrebbe
richiesto di compiere. È quindi molto peggio che assurdo rifiutare, quando ci si
offre spontaneamente, ciò che quando manca è così indispensabile, eppure così
difficile, creare. Se vi sono persone che negano un'opinione generalmente
accettata o che la negherebbero se la legge o il pubblico glielo permettessero,
ringraziamole, ascoltiamole a mente aperta e rallegriamoci che qualcuno faccia
per nostro conto ciò che altrimenti dovremmo fare da soli, e con fatica molto
maggiore, se abbiamo un minimo di rispetto per la certezza o la vitalità delle
nostre convinzioni. Resta ancora da menzionare una delle cause principali che
rendono così vantaggiosa la diversità di opinioni, e continueranno a farlo
finché gli uomini saranno giunti a uno stadio di progresso intellettuale da cui
ora sembrano incalcolabilmente lontani. Fino a questo punto abbiamo considerato
soltanto due possibilità: che l'opinione comunemente accettata possa essere
falsa, e qualcun'altra, di conseguenza, vera; oppure che l'opinione comune sia
vera, ma il contrasto con l'errore sia essenziale per una chiara comprensione e
una profonda percezione della sua verità. Ma vi è un terzo caso, più frequente
dei primi due: quando le dottrine contrastanti, invece di essere una vera e
l'altra falsa, contengono entrambe una parte di verità, e l'opinione dissidente
è necessaria per integrare la dottrina più generalmente accettata con ciò che le
manca. In questioni che esulano dal dominio dei sensi, l'opinione popolare è
spesso vera, ma di rado o mai costituisce l'intera verità. Ne è una parte,
grande o piccola a seconda dei casi, ma esagerata, distorta, e isolata dalle
altre verità che dovrebbero accompagnarla e precisarla. D'altro canto, le
opinioni eretiche sono generalmente alcune di queste verità soppresse e
trascurate che spezzano i vincoli che le imprigionavano e, o cercano di
riconciliarsi con la verità contenuta nell'opinione comune, o affrontano
quest'ultima come un nemico, proclamando in modo altrettanto esclusivo di essere
l'intera verità. Fino a oggi è stato più frequente il secondo caso, poiché tra
gli uomini l'unilateralità è sempre stata la norma, la multilateralità,
l'eccezione; quindi anche nelle rivoluzioni dell'opinione una parte della verità
generalmente tramonta al sorgere di un'altra. Persino il progresso, che dovrebbe
assommarle, nella maggior parte dei casi si limita a sostituire una verità
parziale e incompleta a un'altra; e il miglioramento consiste soprattutto nel
fatto che il nuovo frammento di verità è più richiesto, più adatto alle
necessità dell'epoca di quello che sostituisce. Dato questo carattere di
parzialità dell'opinione predominante anche quando i suoi fondamenti sono veri,
ogni opinione che comprenda in una certa misura la parte di verità omessa
dall'opinione dominante, dovrebbe essere considerata preziosa, anche se in essa
si frammischiano confusamente verità ed errore. Nessun buon giudice delle cose
umane si indignerà perché coloro che ci costringono a prendere nota di verità
che altrimenti ci sarebbero sfuggite se ne lasciano a loro volta sfuggire alcune
che per noi sono evidenti: penserà anzi che finché la verità generalmente
accettata è unilaterale, è più che in altri casi auspicabile che anche quella
impopolare abbia assertori unilaterali, come lo sono generalmente i più
energici, quelli che più riescono ad attrarre un'attenzione riluttante su quel
frammento che ai loro occhi è tutta la saggezza. Così nel XVIII secolo quasi
tutte le persone colte, e tutti gli incolti che da loro si facevano guidare, si
perdevano nell'ammirazione della cosiddetta civiltà, delle meraviglie della
scienza, della letteratura e della filosofia moderne, e sopravvalutavano di
molto la differenza tra i moderni e gli antichi, illudendosi che fosse tutta a
loro favore; nel mezzo di questo compiacimento generale, fu estremamente
salutare l'esplosione dei paradossi di Rousseau, che frantumarono la massa
compatta di questa opinione unilaterale costringendone gli elementi a
ricombinarsi in una forma migliore, arricchiti da altri fattori. Non che le
opinioni prevalenti fossero nel loro complesso più lontane dalla verità di
quelle di Rousseau; al contrario le erano più vicine: contenevano più verità
positive, e molto meno errore. Ciononostante, nella dottrina di Rousseau era
racchiusa – ed è stata trasportata fino a noi dalla corrente dell'opinione – una
notevole misura proprio di quelle verità che mancavano all'opinione comune e che
sono il sedimento rimasto dopo l'ondata di piena La superiorità della vita
semplice, l'effetto snervante e demoralizzante dei vincoli e delle ipocrisie di
una società artificiale, sono idee che dopo Rousseau non sono più state
completamente ignorate dalle persone colte e che col tempo produrranno il loro
effetto, anche se attualmente vanno più che mai ribadite, soprattutto nei fatti
– poiché in questo campo le parole hanno quasi esaurito il loro potere. Anche in
politica è quasi un luogo comune che un partito dell'ordine o della stabilità e
un partito del progresso o delle riforme sono entrambi elementi necessari di una
vita politica sana, fino a quando uno dei due non avrà così ampliato la sua
visione delle cose da diventare un partito ugualmente d'ordine e di progresso,
che sappia distinguere ciò che va conservato da ciò che va abolito. Ambedue
questi atteggiamenti mentali derivano la loro utilità dalle carenze dell'altro;
ma è in larga misura l'opposizione dell'altro a mantenerli entrambi nei limiti
della ragione. Se le opinioni favorevoli alla democrazia e all'aristocrazia,
alla proprietà e all'uguaglianza, alla cooperazione e alla competizione, al
lusso e alla frugalità, alla socialità e all'individualità, alla libertà e alla
disciplina, e a tutte le altre opposizioni intrinseche alla vita quotidiana, non
vengono espresse con uguale libertà e fatte rispettare con uguale talento e
energia, non vi è alcuna probabilità che i due elementi ricevano un trattamento
equo: la bilancia penderà certamente da una parte o dall'altra. Nei grandi
problemi pratici della vita, la verità è una questione di conciliazione e
combinazione di opposti, a tal punto che pochissime menti sono abbastanza vaste
e imparziali da riuscirne a dare una soluzione anche solo parzialmente corretta,
che quindi finisce col dipendere da un caotico processo conflittuale tra opposte
fazioni. In ognuna delle grandi questioni aperte che ho elencato, se delle due
opinioni ve n'è una che ha maggior diritto non solo a essere tollerata ma a
venire incoraggiata e favorita, è quella che in un dato momento e luogo è in
minoranza. Rappresenta allora gli interessi trascurati, quegli aspetti del
benessere umano che rischiano di ottenere meno attenzione di quanta è loro
dovuta. So bene che nel nostro paese le differenze di opinione sulla maggior
parte di questi argomenti sono tollerate: vengono addotte a dimostrare con
esempi accettati e molteplici l'universalità del fatto che allo stato presente
dell'intelletto umano soltanto la varietà delle opinioni offre uguali
opportunità a tutti gli aspetti della verità. Quando si trovano persone che
fanno eccezione all'apparente unanimità del mondo su un qualsiasi argomento,
anche se il mondo ha ragione, è sempre probabile che i dissenzienti abbiano da
dire a proprio favore qualcosa che merita attenzione, e che, se tacessero, la
verità perderebbe qualcosa. Si potrebbe obiettare "Ma alcuni principi
comunemente accettati, specialmente quelli che riguardano le questioni più
elevate e essenziali, sono più che delle mezze verità. Per esempio, la morale
cristiana è nel suo campo specifico la completa verità, e chiunque predichi una
morale che se ne discosti è completamente in errore". Dato che tra tutti i casi
pratici questo è il più importante, è anche il più adatto a controllare la
validità della nostra asserzione generale. Ma prima di stabilire che cosa sia o
non sia la morale cristiana, sarebbe opportuno decidere che cosa si intenda per
morale cristiana. Se significa la morale del Nuovo Testamento, mi chiedo come
chiunque la conosca dalla lettura del testo possa supporre che sia stata
presentata, o intesa, come una dottrina morale completa. Il Vangelo si riferisce
sempre alla morale preesistente, e limita i suoi insegnamenti agli aspetti in
cui essa andava corretta e sostituita da un'etica più aperta e elevata, che
inoltre è espressa in termini estremamente generali, spesso impossibili da
interpretare letteralmente, partecipi dell'efficacia della poesia o
dell'eloquenza più che della precisione della legislazione. Non è stato mai
possibile derivarne una dottrina etica organica senza riferirsi al Vecchio
Testamento, cioè a un sistema effettivamente molto elaborato, ma sotto molti
aspetti barbaro, e concepito soltanto per un popolo barbaro. Anche san Paolo,
nemico dichiarato di questa interpretazione giudaica della dottrina tendente a
completare lo schema del Maestro, assume una morale preesistente, cioè quella
greca e romana: e il suo insegnamento ai cristiani è in larga misura un sistema
di compromesso che giunge al punto di legittimare in apparenza la schiavitù. La
morale che viene chiamata cristiana – ma il termine dovrebbe essere "teologica"
– non è opera di Cristo o degli Apostoli, ma ha un'origine molto posteriore,
essendo stata costruita gradualmente dalla chiesa cattolica dei primi cinque
secoli; anche se moderni e protestanti non l'hanno adottata in toto, l'hanno
modificata molto meno di quanto ai si potesse aspettare. In effetti nella
maggior parte dei casi si sono accontentati di eliminare le aggiunte risalenti
al Medioevo, sostituendole con altre, variabili a seconda delle tendenze e
caratteristiche delle varie sette. Sarei l'ultimo a negare che gli uomini
abbiano un grande debito verso questa morale e i suoi primi maestri, ma non
esito ad affermare che sotto molti importanti aspetti è incompleta e unilaterale
e che se idee e sentimenti da essa non sanciti non avessero contribuito alla
formazione della società e del carattere dell'Europa, gli uomini si troverebbero
in una condizione peggiore dell'attuale. La (cosiddetta) morale cristiana ha
tutti i caratteri di una reazione; è in gran parte una protesta contro il
paganesimo. Il suo ideale è negativo piuttosto che positivo; passivo piuttosto
che attivo; è l'innocenza piuttosto che la nobiltà d'animo; astenersi dal male
piuttosto che perseguire energicamente il bene; nei suoi precetti (è stato
giustamente notato), il "non farai" predomina eccessivamente sul "farai". Nel
suo orrore della sensualità, ha fatto dell'ascetismo un idolo che a forza di
compromessi è diventato idolo della legalità. Indica la speranza del paradiso e
la minaccia dell'inferno come motivazioni esplicite e opportune di una vita
virtuosa: cade così molto al di sotto di quanto di meglio offriva il pensiero
antico, e fa quanto è in suo potere per dare alla morale umana un carattere
essenzialmente egoista, scindendo il senso del dovere di ciascuno dagli
interessi dei suoi simili, che vanno sì consultati ma per motivi sostanzialmente
egoistici. È essenzialmente una dottrina dell'ubbidienza passiva; inculca lo
spirito di sottomissione a tutte le autorità costituite; e mentre sostiene che
non bisogna in effetti ubbidire attivamente quando ordinano ciò che la religione
vieta, afferma che neppure però si deve resistere, e ancor meno ribellarsi,
qualunque torto ci facciano. E mentre nella morale delle migliori nazioni pagane
il dovere verso lo Stato ha un peso persino sproporzionato e tale da violare la
giusta libertà dell'individuo, nell'etica cristiana pura questo grande campo di
doveri riceve scarsissima attenzione o menzione. È nel Corano, non nel Nuovo
Testamento, che leggiamo la massima: "Un governante che investa di una carica un
uomo quando nei suoi domini ve n'è un altro a essa più idoneo pecca contro Dio e
contro lo Stato". Quel minimo di riconoscimento che il concetto di obbligo verso
i cittadini ha nella morale moderna deriva da fonti greche e romane, non
cristiane; e ugualmente, anche nella morale privata, i concetti di magnanimità,
nobiltà d'animo, dignità personale, persino di senso dell'onore, risalgono alla
parte puramente umana della nostra educazione, non a quella religiosa, e non si
sarebbero mai potuti sviluppare da criteri etici che riconoscono esplicitamente
un unico valore, l'obbedienza. Sarei l'ultimo a sostenere che questi difetti
sono necessariamente inerenti all'etica cristiana, indipendentemente dal modo in
cui è concepita, o che i molti requisiti di una dottrina morale completa che non
possiede siano con essa inconciliabili: e ancor meno lo insinuerei sulla base
dei precetti e delle dottrine propri di Cristo. Credo che i detti di Cristo
siano esattamente ciò che, da quanto sappiamo, egli intendeva fossero; che non
siano inconciliabili con nessuno dei requisiti di una morale completa; che tutto
ciò che nobilita l'etica possa esservi ricondotto senza dover sforzarne il
linguaggio più di quanto abbiano fatto tutti coloro che hanno cercato di dedurne
qualsiasi sistema di norme pratiche. Ma è del tutto coerente credere anche che
contengano, e originariamente intendevano contenere, solo parte della verità;
che molti elementi essenziali della morale più elevata sono tra le cose di cui
non si occupano, né intendevano occuparsi, i detti del fondatore del
Cristianesimo giunti fino a noi; che tali elementi sono stati completamente
esclusi dal sistema etico costruito sulla base di questi detti dalla chiesa
cristiana. Stando così le cose, ritengo un grave errore persistere a cercare
nella dottrina cristiana quella norma completa per la nostra vita che il suo
Autore voleva riaffermare e far valere, ma solo in parte delineare con le sue
parole. Credo inoltre che questa ottusa teoria stia diventando gravemente
dannosa nella pratica, in particolare nella formazione e istruzione morale che
tante persone benintenzionate stanno oggi cercando con grandi sforzi di
favorire. Temo molto che il tentativo di formare intelletto e sentimenti secondo
una tipologia esclusivamente religiosa che respinge quei criteri laici (li
chiamiamo così in mancanza di termini migliori) che fino a oggi hanno coesistito
e collaborato con l'etica cristiana in un mutuo scambio spirituale, darà, anzi
dà già, come risultato, dei caratteri bassi, abietti e servili che, per quanto
sottomessi a ciò che ritengono la Volontà Suprema, sono incapaci di comprendere
o di apprezzare il concetto di Bene Supremo. Credo che se si vuole la
rigenerazione morale dell'umanità, etiche diverse da quelle di derivazione
esclusivamente cristiana debbano coesistere con la morale cristiana; e che il
sistema cristiano non costituisca un'eccezione alla regola secondo cui in uno
stadio imperfetto dello sviluppo intellettuale umano gli interessi della verità
esigono la presenza di opinioni diverse. Non è necessario che gli uomini,
smettendo di ignorare le verità morali non contenute nella dottrina cristiana,
ignorino alcuna di quelle che contiene. Ignoranze o pregiudizi del genere sono
sempre e incondizionatamente un male, che però non possiamo sperare di evitare
sempre e dobbiamo considerare il prezzo di un bene inestimabile. Si deve
protestare contro la pretesa esclusiva di una parte della verità a essere
considerata la verità intera; e, se chi protesta per reazione diventa a sua
volta ingiusto, questa unilateralità, come l'altra, può essere deplorata ma va
tollerata. Se i cristiani vogliono insegnare ai pagani a essere giusti verso il
Cristianesimo, devono essere giusti verso il paganesimo. Non giova alla verità
il tentativo di occultare il fatto, noto a chiunque abbia una minima conoscenza
della storia della letteratura, che una buona parte degli insegnamenti morali
più nobili e validi è dovuta non solo a uomini che ignoravano la fede cristiana,
ma a uomini che la conoscevano e la rifiutavano. Non pretendo che l'esercizio
più incondizionato della libertà di enunciare tutte le opinioni possibili possa
por fine ai mali del settarismo religioso o filosofico. Ogni verità propugnata
da uomini di mentalità ristretta sarà certamente asserita, inculcata, e persino
applicata come se al mondo non ne esistesse altra, o comunque non ne esistesse
alcuna che possa limitarla o precisarla. Riconosco che la più libera discussione
non cura la tendenza di tutte le opinioni a diventare settarie, e anzi spesso la
acuisce e esacerba; la verità che si sarebbe dovuta vedere ma non si è vista
viene rifiutata tanto più violentemente perché è asserita da persone considerate
oppositori. Ma non è tanto sul sostenitore appassionato, quanto sul testimone
più calmo e disinteressato che questo contrasto di opinioni opera un effetto
salutare. Il male più temibile non è il violento conflitto tra parti diverse
della verità, ma la silenziosa soppressione di una sua metà; finché la gente è
costretta ad ascoltare le due opinioni opposte c'è sempre speranza; è quando ne
ascolta una sola che gli errori si cristallizzano in pregiudizi, e la verità
stessa cessa di avere effetto perché l'esagerazione la rende falsa. E poiché
poche qualità mentali sono più rare della facoltà che permette di giudicare
intelligentemente tra due visioni contrapposte di una questione, di cui una sola
ha un difensore, le probabilità di vittoria della verità sono proporzionali alla
misura in cui ciascun suo aspetto, ciascuna opinione che ne esprima una pur
minima parte, non solo trova chi la difende, ma viene attivamente difesa e
ascoltata. Abbiamo quindi riconosciuto la necessità, ai fini del benessere
mentale dell'umanità (da cui dipende ogni altra forma di benessere), della
libertà di opinione e della libertà di espressione, per quattro distinte ragioni
che ora ricapitoleremo brevemente: In primo luogo, ogni opinione costretta al
silenzio può, per quanto possiamo sapere con certezza, essere vera. Negarlo
significa presumere di essere infallibili. In secondo luogo, anche se l'opinione
repressa è un errore, può contenere, e molto spesso contiene, una parte di
verità; e poiché l'opinione generale o prevalente su qualsiasi questione è
raramente, o mai, l'intera verità, è soltanto mediante lo scontro tra opinioni
opposte che il resto della verità ha una probabilità di emergere. In terzo
luogo, anche se l'opinione comunemente accettata è non solo vera ma costituisce
l'intera verità, se non si permette che sia, e se in effetti non è,
vigorosamente e accanitamente contestata, la maggior parte dei suoi seguaci
l'accetterà come se fosse un pregiudizio, con scarsa comprensione e percezione
dei suoi fondamenti razionali. Non solo, ma, quarto, il significato stesso della
dottrina rischierà di affievolirsi o svanire, e perderà il suo effetto vitale
sul carattere e il comportamento degli uomini: come dogma, diventerà
un'asserzione puramente formale e priva di efficacia benefica, e costituirà un
ingombro e un ostacolo allo sviluppo di qualsiasi convinzione, reale e veramente
sentita, derivante dal ragionamento o dall'esperienza personale. Prima di
abbandonare la questione della libertà di opinione, è bene dedicare qualche
parola a chi afferma che la libera espressione di tutte le opinioni va
consentita a condizione che si discuta educatamente, senza oltrepassare i limiti
della moderazione. Vi sarebbero molte ragioni per sostenere che è impossibile
definire questi presunti limiti: poiché se il criterio di definizione è l'offesa
a coloro le cui opinioni vengono attaccate, ritengo per esperienza che essi si
offendano ogni volta che l'attacco è vigoroso e va a segno, e che ogni
oppositore che li incalzi e renda loro difficile replicare sembri smodato se ha
idee chiare e le difende. Ma questa considerazione, anche se importante sotto
l'aspetto pratico, rientra in un'obiezione più fondamentale. Senza dubbio il
modo in cui si asserisce un'opinione, anche se vera, può essere molto sgradevole
e venire giustamente e severamente riprovato. Ma in questa sfera le scorrettezze
principali sono di tale natura che è quasi impossibile dimostrarle, a meno che
chi le commetta non si tradisca accidentalmente. Le scorrettezze più gravi sono:
argomentare per sofismi, nascondere fatti o argomenti, esporre la questione in
modo inesatto, o travisare l'opinione avversa. Ma questi atti di slealtà vengono
così continuamente commessi in perfetta buona fede, anche nelle forme più gravi,
da persone che non sono considerate – per molti altri aspetti giustificatamente
– ignoranti o incompetenti, che di rado si può dichiarare fondatamente e in
piena coscienza che la deformazione della verità in questione è moralmente
riprovevole; ancor più è impensabile che la legge interferisca in controversie
riguardanti scorrettezze di questo tipo. Per quanto concerne ciò che comunemente