SENECA
DE BENEFICIIS
(alcuni estratti)
Libro Primo
Parte settima. Caratteristiche di un beneficio autentico
[1] Se i benefici consistessero nelle cose donate e non nella volontà stessa di fare il bene, sarebbero tanto maggiori quanto maggiori sono i doni che riceviamo. Questo, invece, è falso: non di rado ci sentiamo maggiormente in debito con chi ci ha donato poco, ma con generosità, con chi eguagliava le ricchezze dei re con la disposizione d'animo, con chi ci ha reso un servizio minimo, ma di buon animo, con chi ha dimenticato la sua povertà guardando la mia, con chi ha avuto non soltanto la volontà, ma quasi la brama di aiutarmi, con chi ha ritenuto di ricevere egli stesso un beneficio facendolo a me, con chi ha ricevuto il contraccambio come se non avesse mai donato, con chi ha cercato e ha colto l'occasione per essermi utile. [2] Invece, non sono graditi, come ho detto, benché sembrino di valore e molto belli, quei doni che vengono quasi carpiti o che cadono di mano al donatore, poiché risulta molto più gradito un dono che giunge spontaneamente di uno a piene mani. [3] E' poco ciò che costui mi ha dato, ma non avrebbe potuto darmi di più; invece, è molto ciò che mi ha dato quell'altro, ma ha esitato, ha rinviato, si è lamentato nel dare, ha dato con arroganza, ha fatto sapere a tutti di quel dono e ha voluto riuscire gradito, ma non a colui al quale l'offriva; ha donato per la sua ambizione, non per me.
Parte ottava. Socrate e un discepolo povero
[1] Poiché a Socrate offrivano, ciascuno in proporzione alle sue possibilità, molti doni, Eschine, un discepolo povero, gli disse: "Non trovo niente da offrirti che sia degno dite, e per questo soltanto mi rendo conto di essere povero. Perciò, ti dono l'unica cosa che possiedo: me stesso. Ti prego di gradire questo dono, qualunque sia, e pensa che gli altri, pur avendoti donato molto, hanno tenuto per se stessi molto di più".
[2] E Socrate gli rispose: "E perché il dono che mi hai fatto non dovrebbe essere prezioso, a meno che tu non abbia poca stima di te? Avrò, dunque, cura di restituirti te stesso migliore di come ti ho ricevuto". Con questo dono Eschine superò la generosità di Alcibiade, che era pari alla sua ricchezza, e quella di tutti i discepoli ricchi.
Parte decima. Bisogna concedere benefici anche se andranno sprecati
[1] Ma l'impeto, stimolato dal soggetto, mi porta troppo lontano; perciò, fermiamoci, perché la colpa non ricada tutta sulla nostra generazione. Di questo si sono lamentati i nostri antenati, di questo ci lamentiamo noi, di questo si lamenteranno i posteri: che i costumi sono stati ribaltati, che regna la malvagità, che l'umanità precipita verso il peggio e verso ogni nefandezza; ma queste cose restano allo stesso punto e vi resteranno, soltanto muovendosi leggermente in un senso o nell'altro, come le onde che l'alta marea spinge più lontano, la bassa marea, invece, riconduce dentro i limiti interni dei lidi.
[2] Ora l'adulterio sarà una colpa commessa più spesso delle altre e la castità romperà i freni che la trattengono; ora sarà di moda la smania dei banchetti e l'arte culinaria, ignobile causa di rovina per i patrimoni; ora la cura eccessiva del corpo e la preoccupazione per la bellezza esteriore, che mostra la bruttezza dell'animo; ora una libertà male regolata sfocerà in insolenza e impudenza; ora si andrà verso le efferatezze private e pubbliche e la pazzia delle guerre civili, che profanano tutto quanto c'è di santo e di sacro; talvolta si onorerà l'ubriachezza e il valore consisterà nel bere più vino degli altri.
[3] I vizi non si fermano in un unico luogo, ma, mobili e in discordia fra loro, si agitano, scacciano o sono a loro volta messi in fuga; per altro, su di noi dobbiamo dare sempre lo stesso giudizio: siamo malvagi, siamo stati malvagi e, aggiungerò controvoglia, saremo malvagi. [4] Ci saranno sempre omicidi, tiranni, ladri, adulteri, seduttori, sacrileghi, traditori; ma peggiore di tutte queste colpe è l'ingratitudine, se non altro perché tutte queste derivano dall'ingratitudine, senza la quale quasi nessun grave delitto ha assunto vaste proporzioni.
Tu guardati dal commettere questo crimine, considerandolo come il più grave di tutti, però perdonalo come se fosse il più lieve, se viene commesso nei tuoi riguardi. Infatti, tutto il torto subito si riduce a questo: hai sprecato un beneficio. Ti resta intatto, però, il meglio di esso: l'aver donato.
[5] Ora, come bisogna curarsi di rivolgere i nostri benefici soprattutto vero coloro che risponderanno con gratitudine, così ne faremo alcuni anche senza speranza che siano bene impiegati, e li accorderemo non solo se penseremo che i destinatari saranno ingrati, ma anche se sapremo che lo sono già stati. Per esempio, se potrò restituire a qualcuno i figli, dopo averli sottratti a un grave pericolo, senza correre alcun rischio, non esiterò a farlo. Se uno lo merita, lo difenderà anche a prezzo del mio sangue e condividerò con lui i pericoli; se uno non lo merita, ma potrà strappano ai briganti con un semplice grido, non mi spiacerà levare quel grido che può salvare la vita a un uomo.
Libro II
Parte prima: come concedere i benefici
[1] Esaminiamo, o Liberale, che sei il migliore fra gli uomini, ciò che rimane ancora della prima parte, cioè come si debba concedere il beneficio, questione per la quale, credo, indicherò la soluzione più semplice: doniamo così come vorremmo ricevere.
[2] Prima di tutto di buon animo, prontamente, senza alcuna esitazione. Non è gradito quel beneficio che è rimasto attaccato a lungo alle mani di chi lo concedeva, quel beneficio da cui l'autore è sembrato distaccarsi a malincuore, come se gli venisse strappato. Anche se sopraggiunge qualche motivo di indugio, evitiamo in ogni modo di dare l'impressione di essere stati indecisi: chi esita è molto vicino a chi nega e non attirerà alcuna riconoscenza. Infatti, nel beneficio ciò che fa più piacere è la volontà di chi dà, ma poiché l'esitazione testimonia che uno dà controvoglia, in realtà costui non ha dato, ma ha resistito male agli sforzi di chi lo tirava verso di sé; molti, infatti, sono resi generosi o dal caso o dalla debolezza.
[3] I benefici più graditi sono quelli dati prontamente, con naturalezza, quelli che vengono quasi incontro, nei quali non c'è alcun indugio, se non per il pudore di chi riceve. Ottima cosa è prevenire il desiderio di ciascuno o assecondarlo immediatamente; è meglio, però, anticiparlo prima di essere pregati, perché a un uomo virtuoso, quando chiede, si serrano le labbra e il viso si cosparge di rossore, e quindi chi gli risparmia questo tormento moltiplica il valore del suo dono.
[4] Chi riceve dopo aver chiesto non riceve gratuitamente, poiché come è parso anche ai nostri antenati, uomini molto seri, nulla costa più caro di ciò che si compra con le preghiere. Gli uomini esprimerebbero con più moderazione i loro desideri, se lo dovessero fare in pubblico; e anche gli dèi - ai quali è onorevole rivolgere le nostre suppliche - preferiamo pregarli in silenzio e nell'intimità del nostro cuore.
Parte seconda
[1] "Chiedo" è una parola sgradita, pesante, da dirsi ad occhi bassi. Bisogna evitarla, una parola simile, all'amico e a chiunque tu, rendendotene benemerito, voglia far diventare tuo amico: tardi ha concesso un beneficio chi, pur affrettandosi, lo ha concesso solo dietro richiesta. Per questo bisogna indovinare i desideri di ognuno e, una volta compresili, bisogna evitargli il pesante obbligo di chiedere: ricòrdati che solo quel beneficio che è venuto spontaneo vivrà gradito e perenne nell'animo. [ 2] Se non ci è stato possibile prevenire la richiesta, interrompiamo almeno i lunghi discorsi di chi domanda e per non dare l'impressione che ci siamo fatti pregare, ma solo che ci siamo fatti informare, promettiamo subito e dimostriamo, già con la nostra fretta, senza bisogno di ripetute richieste, che noi manteniamo le promesse. Come per gli ammalati il cibo dato al momento opportuno è salutare e un po' d'acqua somministrata a tempo e luogo vale come medicina, così un beneficio, anche se di poco conto e comune, se dato prontamente, senza la benchè minima perdita di tempo, ci guadagna assai e riesce più gradito di uno magari prezioso, ma dato tardi e dopo lunga esitazione. Non c'è dubbio che chi agisce così prontamente, agisce spontaneamente: quindi agisce con gioia e sul suo volto traspare la sua disposizione d'animo.
Parte undicesima. Quali benefici concedere e in che modo
[1]Ci resta da dire quali siano i benefici da concedere e in che modo. Prima di tutto, concediamo ciò che è necessario, poi ciò che è utile, poi ciò che è piacevole, e in ogni caso in modo che duri.
Bisogna cominciare da ciò che è necessario, poiché, come si dice, un beneficio che conservi la vita ha ben altro effetto rispetto a un beneficio che la abbellisca o la renda comoda. Ci può sempre essere qualcuno schizzinoso nei confronti di ciò di cui potrebbe facilmente fare a meno, che dica: "Riprenditelo, non lo voglio; sono soddisfatto di quello che ho". Talvolta poi si avrebbe voglia non solo di restituire ciò che si è ricevuto, ma di gettarlo lontano da se.
[2] Fra i benefici che sono necessari, il primo posto spetta ad alcuni senza i quali non potremmo vivere, il secondo ad alcuni senza i quali non dovremmo vivere, il terzo ad alcuni senza i quali non vorremmo vivere. [3] I primi sono di questo genere: essere strappati alle mani dei nemici o all'ira dei tiranni o alle proscrizioni o agli altri pericoli che in modi vari e imprevedibili insidiano la vita umana. Quanto più grave e terribile sarà stata la disgrazia che avremo stornato, tanto maggiore sarà la riconoscenza cui andremo incontro; poi, infatti, subentra la riflessione sulla gravità del male evitato e la paura provata prima rende più gradito il beneficio ricevuto. Non per questo, però, cioè perché la paura dia più valore al nostro beneficio, dobbiamo intervenire più tardi per salvare qualcuno. [4] Subito dopo questi ci sono i benefici senza i quali potremmo sì vivere, ma una vita tale che sarebbe preferibile la morte, come la libertà, la pudicizia, la moralità. Dopo questi metteremo ciò che ci è caro o per parentela o per legame di sangue o per un rapporto abituale e inveterato, come i figli, la moglie, la casa e le altre cose alle quali ci siamo affezionati tanto che il distacco da esse ci sembra più grave di quello dalla vita. [5] Dopo questi vengono i benefici utili, àmbito vario ed esteso. Qui rientrerà il denaro, in quantità non eccessiva, ma procurato in misura equilibrata; qui rientreranno gli onori e i successi per coloro che aspirano all'ascesa sociale: infatti, non c'è niente di più utile che il rendersi utile ai cittadini.
Dopo questi, gli altri benefici sono un sovrappiù e risvegliano la raffinatezza: faremo in modo che questi benefici risultino graditi per la loro opportunità, che non siano grossolani, che o siano pochi ad averli o pochi fra quelli del nostro tempo o che, pur non essendolo per loro natura, diventino preziosi per il momento o per il luogo in cui sono stati conferiti. [6] Cerchiamo il dono la cui offerta arrecherà più piacere, che più di frequente cadrà sotto gli occhi del possessore e ogni volta gli susciti il nostro ricordo; eviteremo in ogni caso di inviare doni inutili, come armi da caccia a una donna o a un vecchio, libri a un campagnolo o reti a un uomo dedito agli studi. E, viceversa, dovremo fare ugualmente attenzione, proprio volendo fare doni graditi, a non regalare cose che rinfaccino al destinatario il suo difetto, come vino a un ubriacone e medicine a uno cagionevole di salute. Infatti, comincia a diventare un'offesa, non più un dono, ciò in cui si riconoscono i difetti del destinatario.
Parte dodicesima. Caratteristiche che rendono graditi i benefici
[1] Se la scelta del dono dipende da noi, cercheremo soprattutto cose destinate a durare, perché il dono sia il meno possibile caduco. Pochi, infatti, sono così riconoscenti da tener presente quello che hanno ricevuto anche quando è sottratto alla loro vista. 11 ricordo del beneficio assale anche gli ingrati contemporaneamente all'immagine del dono stesso, quando questo è davanti ai loro occhi e non solo non consente di dimenticarsene, ma ridesta e imprime nell'animo il ricordo del suo donatore. E dobbiamo cercare beni destinati a durare anche per un altro motivo: perché non dobbiamo farli ricordare noi; sia l'oggetto stesso a risvegliare la debole memoria. [2] Donerò più volentieri dell'argenteria che delle monete d'argento, una statua piuttosto che un abito o qualcosa che l'uso consuma rapidamente. Sono pochi quelli che continuano a essere riconoscenti anche dopo la scomparsa del dono; presso i più il ricordo del dono non dura oltre il tempo per cui ne fanno uso. Io, se possibile, non voglio che il mio dono si consumi: resista, si attacchi al mio amico, viva con lui.
Parte quattordicesima: talvolta il beneficio è negare, non dare
[1] Ci sono alcuni doni però che nuocerebbero a coloro che li chiedono: allora il beneficio consiste non nel darli ma nei negarli; dovremo valutare pertanto l'utilità e non il desiderio di coloro che chiedono. Spesso, infatti, bramiamo cose a noi nocive né ci è possibile capire quanto danno ci arrecherebbero perchè le nostre facoltà di giudizio sono offuscate dalla passione; quando però si acquieta la nostra bramosia, quando vien meno quella eccitazione dell'animo che impedisce il discernimento, malediciamo coloro che col concederci doni dannosi ci hanno fatto del male. [2] Come neghiamo l'acqua fredda agli ammalati, e un'arma a coloro che si affliggono o che sono furenti contro se stessi, come agli innamorati neghiamo tutto ciò che la loro esaltata passione chiede e che userebbero a loro danno, allo stesso modo le cose che potrebbero essere dannose saremo inflessibili nel non darle, anche se ce le chiedono con insistenza, con umiltà, e talvolta anche riuscendo a suscitare la nostra commozione. Bisogna guardare non solo i primi frutti di un beneficio, ma anche le ultime conseguenze e quindi bisogna dare quei doni che ci sia gradito non solo ricevere, ma anche aver ricevuto. [3] Ci sono molti che dicono: "So che questo non gli gioverà, ma che fare? egli chiede ed io non posso resistere alle sue preghiere; se la veda poi lui: si lamenterà di se stesso, non di me ". E' un criterio sbagliato: proprio di te si lamenterà e ben a ragione; quando tornerà a ragionare rettamente, quando gli sarà sbollita quella furia che gli infiammava l'animo, come non dovrà odiare colui che lo ha aiutato per il suo danno e per la sua rovina?
[4] Accogliere le preghiere di coloro che chiedono cose rovinose per loro, significa dar prova di una bontà che ha del crudele. Come è un'opera quanto mai lodevole salvare, loro malgrado, anche coloro che non vorrebbero essere salvati, così il concedere, a coloro che li chiedono, doni che saranno rovinosi significa, malgrado l'apparente bontà e comprensione, voler loro male. Cerchiamo di dare invece doni che con l'andar del tempo piacciano sempre più, che non si risolvano mai in danno. Non darò del denaro a chi so già che lo porterà ad una adultera, né mi farò complice, col mio aiuto, di chi macchina una turpe impresa o un turpe piano; se potrò, cercherò di dissuaderlo, altrimenti non aiuterò affatto la sua impresa criminosa. [5] Sia che l'ira lo spinga là dove non dovrebbe, sia che un'ardente ambizione lo distolga dalla giusta strada, io non permetterò che si serva di altre forze che non siano le sue e non farò in modo che un giorno possa dire: "Quegli, col volermi bene, mi ha rovinato ". Spesso non c'è alcuna differenza tra i doni degli amici e le speranze dei nemici.
Parte ventiduesima: come accettare i benefici.
[1] Quando giudichiamo che si deve accettare, accettiamo con letizia, manifestando la nostra gioia e questo dimostriamolo palesemente a colui che ci dà il dono affinchè ne tragga un frutto immediato: è un legittimo motivo di contentezza vedere contento l'amico, motivo ancora più legittimo è l'averlo reso contento; indichiamo con l'effusione dei nostri sentimenti non solo di fronte al donatore, ma in qualsiasi occasione, quanta gioia ci abbia arrecato quel dono. Chi riceve il beneficio con animo grato è come se avesse pagato la prima rata del suo debito.
Parte ventitreesima: come accettare i benefici
[1] Vi sono alcuni che non sono disposti ad accettare se non in segreto ed evitano che qualcuno sia testimone o a conoscenza del beneficio da loro ricevuto: gente simile - puoi esserne sicuro -è male intenzionata. Come colui che dà deve divulgare la notizia del dono fatto, quel tanto che farà piacere a colui che lo riceve, allo stesso modo questi deve chiamare il pubblico a testimonio: altrimenti se si vergogna di essere in debito, non avrebbe dovuto accettare. [2] Alcuni ringraziano di nascosto e parlandoti all'orecchio: questo modo d'agire non è dettato da un senso di pudore, ma è un modo di minimizzare il loro debito: chi ringrazia senza voler testimoni è un ingrato. Alcuni, ricevendo denaro a prestito, non vogliono che il creditore segni il loro nome, nè che ci siano intermediari, nè che si chiamino testimoni per firmare, acconsentono solo a rilasciare una dichiarazione autografa; allo stesso modo si comportano coloro che cercano di mantenere quanto più segreto possibile il bene ricevuto.
Temono di renderlo noto, perchè vogliono si dica che l'hanno ottenuto più per i loro meriti che per l'aiuto altrui; e nel compiere i loro doveri verso coloro cui devono la vita o il loro rango sociale, non mostrano troppo zelo e per volersi guardare dalla taccia di clienti, cadono in quella, ben più grave, di ingrati.
Parte ventiquattresima
[1] Alcuni parlano con più astio proprio di quelli da cui hanno maggiormente ricevuto. Certuni è meno pericoloso offenderli anzichè averli beneficati: infatti ricorrono all'odio per dimostrare di non esserci debitori di nulla. Invece a nulla si deve badare di più che a radicare in noi il ricordo dei nostri debiti, che bisogna continuamente ravvivare, dato che non può manifestare la gratitudine se non chi ricorda, e chi ricorda la manifesta già. [2] Non si deve accettare facendo gli schizzinosi, e nemmeno con servile umiltà. Chi infatti è poco entusiasta proprio nel momento in cui riceve, proprio quando ogni dono, appunto perchè nuovo è gradito, come si comporterà quando il piacere iniziale vien meno? C'è chi accoglie il dono con sufficienza, come se dicesse: [3] "Non ne ho di bisogno, ma poichè tu ci tieni tanto, mi metterà a tua disposizione"; c'è chi lo accoglie passivamente sì da far sorgere, nella mente di chi offre, il dubbio che non se ne sia accorto; un altro invece muove a stento le labbra e dimostra più ingratitudine che se avesse taciuto. [4] Bisogna spenderne parecchie di parole, invece, in rapporto alla grandezza di ciò che si riceve ed aggiungere anche: "Sono più numerosi di quanto credi coloro che ti sono obbligati" (non c'è nessuno che non si compiaccia di veder ampliato il suo beneficio); "Tu non sai il favore che mi hai fatto, ma devi proprio sapere quanto esso sia più grande di quel che tu pensi" (si dimostra subito riconoscente colui che si accresce il suo debito); "Non potrò mai adeguatamente sdebitarmi; e non cesserà di proclamano, in ogni occasione: non potrò mai sdebitarmi ".
Libro III
Parte ventinovesima: possono i figli superare i genitori nei benefici?
[I] …Ci si pone anche questo problema: se i figli, talvolta, possano fare ai loro genitori un bene maggiore dì quello che hanno ricevuto.
[2] Anzitutto si ammetterà che molte volte i figli sono diventati più potenti e più importanti dei loro genitori; e molte volte anche migliori. Ammesso ciò, può succedere che possano dare anche di più, dato che dispongono di una maggiore fortuna e di sentimenti migliori.
[4] "Qualsiasi cosa il figlio dia al padre" si dice " è sempre meno, perché questa stessa facoltà di dare, la deve al padre. E così, per quanto riguarda i benefici non si può superare colui che ci ha dato proprio questa possibilità di poterlo superare ".
Anzitutto c'è da obiettare che alcune cose traggono inizio da altre e tuttavia finiscono col diventare maggiori; il fatto che una cosa non avrebbe potuto andare avanti se non avesse avuto un inizio non è una buona ragione perché non diventi maggiore di ciò che le ha dato origine. [4] Non c'è cosa che non superi a gran passi la sua origine. Le sementi sono la causa di ogni cosa, e tuttavia sono una parte piccolissima di ciò che poi generano. Guarda il Reno, l'Eufrate e tutti gli altri fiumi famosi: non sono nulla se tu li consideri alla loro origine; tutto ciò che li rende temibili o famosi l'hanno acquistato man mano che procedevano. [5] Elimina le radici: non ci saranno più boschi e rimarranno spoglie le immense montagne. Considera gli alberi sia per l'altezza (s'innalzano verso il cielo) che per la rigogliosa ampiezza dei rami (si estendono largamente in giro): quanto è poco, al loro paragone, lo spazio che la radice con le sue esigue fibre occupa! Templi e città poggiano sulle loro fondamenta, ma proprio esse, che furono gettate per sostenere tutta quanta la costruzione, non si vedono. [6] Lo stesso avviene in altri campi: il principio delle cose è sempre travolto dalla loro successiva crescita. Non avrei mai potuto conseguire nulla se i miei genitori non mi avessero prima giovato coi loro benefici. Ma non per questo, tutto quanto ho conseguito deve essere da meno di ciò che ne è stata la premessa inevitabile. …[8] Se io sono debitore alla mia origine, di tutto ciò che sarò, medita allora che né mio padre né il mio avo sono la mia origine, ma ci sarà sempre qualcosa di precedente da cui deriva ciò che sembra essere l'origine immediata. Nessuno però dirà che io sono debitore, in misura maggiore che a mio padre, ad antenati ignoti e addirittura al di fuori delle possibilità della mia memoria: eppure debbo loro veramente una maggiore gratitudine, dal momento che la possibilità di avermi generato, mio padre la deve ai suoi antenati.
Libro VII
Parte diciannovesima. Che cosa significa rendere un beneficio
[1] "Rendere", si dice, "significa dare a chi accetterà. Ma come? Se tu devi del vino a qualcuno e questi te lo fa versare in una reticella o in un crivello, dirai di averglielo restituito? O vorrai rendere ciò che mentre viene reso, passando di mano, va perso?".
[2] Rendere significa dare quello che devi al proprietario che lo vuole indietro. Solo questo io devo fare; che poi egli conservi quello che ha ricevuto da me è un'altra questione; io non sono tenuto a fargli da custode, ma a tener fede all'impegno ed è molto meglio che sia lui a non conservare piuttosto che io a non rendere. [3] Anche a un creditore che porterà subito al macello ciò che riceverà io restituirà; anche se farà cadere il denaro che riceverà dalle pieghe della toga indossata senza cintura, io glielo darò. Io ho il dovere di restituire, non di conservare o di sorvegliare dopo aver restituito; io ho il dovere di custodire un beneficio quando l'ho ricevuto, non quando l'ho reso. Finché resta presso di me, sia intatto, per il resto, anche se sfugge dalle mani di chi lo riceve, bisogna darglielo quando ce lo chiede. All'uomo virtuoso restituirà quando gli converrà, al malvagio quando me lo chiederà.
[4] "Non puoi rendergli un beneficio dello stesso genere di quello che hai ricevuto; infatti, l'hai ricevuto da un saggio, lo rendi a uno stolto", si obietta. No; io lo restituisco a lui nello stato in cui ora lo può ricevere, non dipende da me se restituisco peggiorato ciò che ho ricevuto, ma dipende da lui: se egli ritorna alla saggezza, gli restituirà il beneficio nello stato in cui me l'ha dato, mentre è nella malvagità glielo restituirò nello stato in cui può riceverlo.
[5] "E se egli è diventato non solo malvagio, ma anche feroce, bestiale, come Apollodoro o Falaride, gli renderai il beneficio che hai ricevuto?", si chiede. La natura non permette un cambiamento così radicale nel saggio. E inevitabile che chi cade dal massimo bene al massimo male conservi anche nel male qualche traccia del bene, non credi? La virtù non si spegne mai a tal punto da non imprimere nell'animo dei segni troppo netti perché un qualsiasi cambiamento li cancelli. [6] Le bestie feroci domate da noi, se forzano le gabbie per fuggire nei boschi, conservano qualcosa della loro precedente mansuetudine e si differenziano tanto dagli animali più miti quanto dalle fiere vere e proprie che non hanno mai sentito la mano dell'uomo. Nessuno che abbia aderito alla saggezza cade mai nel grado più basso della malvagità; se ne è impregnato troppo profondamente per poterla cancellare completamente e trasformarla nel colore della malvagità. [7] E poi domando se quest'uomo è feroce solo nell'intimo o se lo manifesta anche all'esterno, provocando danno generale. Tu mi hai menzionato il tiranno Falaride e Apollodoro: ora, se il malvagio dentro di sé ha la natura di costoro, perché non dovrei restituirgli il beneficio, per non avere più niente a che fare con lui?
[8] Se, invece, non solo gode del sangue umano, ma se ne pasce ed esercita la sua crudeltà insaziabile torturando persone di ogni età e infierisce non solo con collera, ma con quasi una brama di accanirsi, se sgozza i figli sotto gli occhi dei genitori, se non contento della morte pura e semplice, tortura e non solo brucia, ma arrostisce coloro che ha intenzione di far morire, se la sua rocca gronda sempre di sangue fresco, allora è poco non rendergli il beneficio. Qualunque fosse il legame che mi univa a lui, la violazione da parte sua di ogni legge della vita associata lo ha reciso. [9] Se egli mi avesse fatto del bene, ma desse inizio alle ostilità contro la mia patria, perderebbe qualunque riconoscenza si fosse meritato, e dimostrargli riconoscenza sarebbe considerato un delitto; se non assale la mia patria, ma opprime la sua e, lontano dalla mia gente, perseguita la sua, una tale malvagità d'animo rescinde ugualmente ogni mio legame con lui e, anche se non me lo rende nemico, me lo rende odioso, perché il mio dovere verso il genere umano viene prima ed è più importante del mio dovere verso un singolo uomo.
Parte ventesima. Restituirò un beneficio a un malvagio, se ciò non sarà di danno ad altri
[1] Ma, benché le cose stiano così e io sia libero di agire come mi pare nei suoi confronti, dal momento in cui, violando ogni legge, ha fatto sì che niente fosse illecito verso di lui, io crederei di dover mantenere con lui questo criterio: se il mio beneficio non gli darà maggiori forze da impiegare per la rovina generale, né rinsalderà quelle che ha, se quindi sarà qualcosa che gli si possa restituire senza provocare un danno generale, glielo restituirlo.
[2] Salverà il suo bambino piccolo: questo beneficio come potrà nuocere a coloro che sono straziati dalla sua crudeltà? Non gli fornirò, però, denaro con il quale stipendiare i suoi sgherri. Se desidererà marmi e vesti, questo apparato del suo lusso non danneggerà nessuno, ma non gli fornirò soldati e armi.
[3] Se chiederà come un gran dono attori e meretrici e cose che mitighino la sua ferocia, glieli offrirò volentieri. A colui al quale non manderei triremi e navi rivestite di lamine di bronzo, manderà navi da diporto e navi cabinate e altri oggetti per il divertimento dei re che scherzano spensieratamente sul mare. E se non ci sarà più alcuna speranza che egli guarisca, con lo stesso gesto con cui darà un beneficio a tutti, lo restituirà a lui, perché per uomini del genere il rimedio è la morte, e la cosa migliore per chi non potrà più ritornare in sé è andarsene. [4] Ma una tale malvagità è rara ed è sempre considerata una cosa mostruosa, come le voragini che si aprono nel terreno o l'eruzione del fuoco dalle profondità del mare; perciò, lasciamola stare e parliamo di quei vizi che detestiamo senza averne orrore.
[5] A quell'uomo malvagio che posso trovare in qualunque piazza e del quale i singoli hanno paura, renderò il beneficio che ho ricevuto. Non bisogna che io tragga vantaggio dalla sua malvagità: ciò che non è mio ritorni al suo padrone! Che egli sia buono o cattivo, che importanza ha? Farei un'indagine approfondita, se dovessi dare, non restituire.