LUCIO ANNEO SENECA
DE IRA
1. Il concetto di ira ed il ritratto dell’adirato
[1] Hai insistito, o Novato, perché scrivessi come si può placare l’ira, e mi pare che tu abbia buone ragioni di temere soprattutto questa passione che, più d’ogni altra, è spaventosa e furibonda. Le altre, a dir vero, hanno una componente di tranquillità e calma, questa è tutta eccitazione ed impulso a reagire, è furibonda e disumana brama di armi, sangue e supplizi, dimentica se stessa pur di nuocere all’altro, è pronta a precipitarsi immediatamente sulle armi ed è avida di una vendetta destinata a coinvolgere il vendicatore. [2] Per questo motivo, alcuni saggi definirono l’ira "un momento di pazzia"; come quella, infatti, è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto ed il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto.
[3] Per convincerti che i posseduti dall’ira sono dei dissennati, osserva bene il loro atteggiamento: come sono sicuri sintomi di pazzia l’espressione risoluta e minacciosa, la fronte aggrottata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro frequente ed affannoso, tali e quali sono i sintomi dell’ira incipiente: [4] gli occhi ardono e lampeggiano, il viso si copre di rossore per il rifluire di sangue dal fondo dei precordi, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si drizzano ispidi, il respiro diventa forzato e rumoroso, le articolazioni schioccano tormentandosi, i gemiti e i muggiti si intercalano in un parlare che inciampa in voci mozze, le mani battono continuamente e i piedi percuotono la terra, il corpo è tutto eccitato e "scagliante grandi minacce d’ira", i lineamenti sono brutti e spaventosi, quando un uomo si sfigura per corruccio.
[5] Impossibile sapere se è un vizio più detestabile o schifoso. Tutti gli altri si possono nascondere o nutrire in segreto: l’ira si manifesta ed affiora sul volto e, quanto più è grande, tanto più apertamente ribolle. Non vedi come tutti gli animali, quando insorgono per nuocere, ne mostrano in anticipo i sintomi e tutto il loro corpo abbandona l’abituale comportamento di calma ed esaspera la connaturata ferocia? [6] I cinghiali mandano spuma dalla bocca ed arrotano le zanne per aguzzarle, i tori danno di corno nel vuoto e spargono l’arena battendola con l’unghia, i leoni fremono, i serpenti, quando s’adirano, gonfiano il collo, le cagne rabide hanno aspetto minaccioso: non c’è animale tanto orribile o dannoso per natura, nel quale non appaia, al sopravvenire dell’ira, un nuovo aumento di ferocia.
[7] Certo, non ignoro che è difficile anche nascondere le altre passioni, che la libidine, il timore, l’audacia mostrano i loro sintomi e si possono conoscere in anticipo: non c’è, di fatto, nessun sconvolgimento interiore d’una certa violenza, che non alteri qualcosa sul nostro viso. Che differenza c’è, allora? Le altre passioni si notano, questa risalta.
2. Gli effetti dell’ira
[1] Ed ora, se vuoi esaminare gli effetti ed i danni, nessuna calamità è costata più cara al genere umano. Vedrai uccisioni ed avvelenamenti, reciproche infamie di colpevoli, distruzioni di città e stragi di intere popolazioni, vite di capi di Stato messe in vendita all’asta pubblica, fiaccole gettate nelle case, incendi non limitati alla cerchia delle mura, ma immense distese di territorio, rilucenti di fiaccole nemiche. [2] Osserva le fondamenta di città notissime, ormai quasi invisibili: le ha abbattute l’ira; osserva tanti deserti, disabitati per miglia e miglia: li ha spopolati l’ira; osserva tanti condottieri, passati alla storia come esempi di un destino fatale: l’ira ne ha trafitto uno sul suo letto, ne ha ucciso un altro a mensa, tra le sacre leggi dell’ospitalità, un altro lo ha fatto a pezzi durante il processo, sotto gli occhi della folla che riempiva il foro, un altro lo ha costretto a versare il suo sangue ad opera di un figlio parricida, un altro ad offrire la sua gola regale alla mano di uno schiavo, un altro a divaricare le sue membra su di un patibolo.
[3] E sto ancora narrando supplizi di singoli: che sarà, se vorrai tralasciare i casi in cui l’ira è divampata su individui e guardare intere assemblee passate a fil di spada, plebi trucidate da incursioni di soldatesche, interi popoli mandati a morte senza distinzione alcuna…
[Lacuna]
La componente razionale dell’ira: decisione di reagire all’ingiuria
[4] ... come se cessassero di occuparsi di noi o disprezzassero la nostra autorità. E che? Per quale motivo il popolo s’adira contro i gladiatori, e diventa tanto ingiusto, da ritenersi offeso se non muoiono volentieri? Si giudica sottovalutato e, con l’espressione, il gesto, l’eccitazione, da spettatore diventa nemico. [5] Ma fatti del genere non sono ira: sono una specie di ira, paragonabile a quella dei bambini che, se cadono, vogliono che si batta la terra e spesso non sanno nemmeno con chi si adirano: si adirano e basta, senza un motivo, senza essere stati ingiuriati, ma non senza una parvenza di ingiuria ed un desiderio di castigo. Perciò vengono ingannati con le finte percosse e placati con le false lacrime di scusa: una vendetta inconsistente pone fine ad un rancore inconsistente.
3. Alcune obiezioni e risposte. L’autorità di Aristotele. L’apparente ira degli animali
[1] "Spesso" si obietta "non ci adiriamo con chi ci ha fatto offesa, ma con chi si prepara a farla: sappi dunque che l’ira non è conseguenza dell’ingiuria".
È vero, noi ci adiriamo con chi si prepara ad offenderci, ma costoro ci offendono già con il pensiero e già ci ingiuria chi si prepara ad ingiuriarci.
[2] "Per renderti conto" si obietta "che l’ira non consiste nel desiderio di castigare, tieni presente che spesso i più deboli si adirano con i più potenti, senza un desiderio di castigarli, perché non possono sperare tanto".
Prima di tutto, ho detto che l’ira è il desiderio, non la possibilità concreta, di infliggere un castigo; ma gli uomini desiderano anche cose che non sono in grado di fare. Poi nessuno è tanto in basso da non sentirsela di sognarsi punitore anche dell’uomo più altolocato; in più, di fare del male ci sentiamo capaci tutti.
[3] La definizione di Aristotele non è molto lontana dalla nostra: dice, infatti, che l’ira è il desiderio di contraccambiare il male. Sarebbe lungo esporre minuziosamente le differenze tra la nostra definizione e questa. Ma si obietta ad ambedue che le bestie s’adirano, senza esser state irritate da ingiuria o senza desiderare l’altrui castigo o dolore, e se le conseguenze della loro ira sono le medesime, non è quella la loro intenzione. [4] Bisogna però chiarire che né le bestie, né alcun altro essere tranne l’uomo, è soggetto all’ira; infatti, pur essendo l’ira incompatibile con la ragione, tuttavia non nasce, se non dove c’è luogo per la ragione. Le bestie hanno impulsività, rabbia, ferocia, aggressività, ma non sono soggette all’ira più di quanto lo siano alla lussuria, anzi, riguardo a certi piaceri, sono più intemperanti dell’uomo.
[5] Non devi credere al poeta che dice:
dimentica l’ira il cinghiale, non più della corsa
si fida la cerva, né l’orso irrompe tra i forti giovenchi.
Chiama ira l’eccitarsi, lo slanciarsi, ma questi esseri non sanno adirarsi piú di quanto non sappiano perdonare. [6] Gli animali privi di parola non hanno sentimenti umani, hanno però istinti che somigliano ad essi. Altrimenti, se avessero amore ed odio, avrebbero anche amicizia ed antipatia, contrasto e concordia, cose di cui si notano tracce in essi, ma che, per il resto, sono beni e mali specifici dell’uomo. [7] A nessuno, tranne che all’uomo, è stata concessa la prudenza, la preveggenza, la diligenza, la riflessione, mentre gli animali sono stati privati non solo delle virtù umane, ma anche dei vizi. Tutta la loro configurazione, esterna ed interna, è ben diversa da quella dell’uomo: la facoltà che regge e governa è stata plasmata diversamente. Come hanno una voce, ma incomprensibile, inarticolata, incapace di tradursi in parola, come hanno una lingua, ma legata ed incapace di sciogliersi in mille movimenti, così la loro capacità di governarsi non è per nulla raffinata, per nulla perfetta. Riceve dunque percezioni e visioni di cose che possono stuzzicare l’impulsività, ma turbate e confuse. [8] Per questo motivo, i loro slanci e turbamenti sono impetuosi, ma non sono timori, ansie, abbattimenti, ire: sono soltanto qualcosa di simile, perciò ben presto cessano e si volgono al contrario. Gli animali, dopo essere stati smisuratamente furibondi o spaventati, tornano al pascolo e subito, ai loro fremiti ed al loro correre pazzesco, succedono il riposo ed il sonno.
4. L’ira e l’irascibilità
[1] Abbiamo già spiegato a sufficienza che cosa è l’ira. Si veda anche come differisca dall’irascibilità: come l’ubriaco dall’ubriacone e lo spaventato dal timido. Un adirato può non essere irascibile, un irascibile, talvolta, può non essere adirato. [2] Tutte le altre suddivisioni, con cui i Greci designano le sottospecie dell’ira, con ricca terminologia, le lascio cadere perché, in latino, non esistono vocaboli appropriati, anche se noi usiamo gli aggettivi "stizzoso, burbero", ed anche "bilioso, rabbioso, becero, intrattabile, rozzo", che esprimono altrettante sottospecie dell’ira; a questi puoi infine aggiungere "schifiltoso", una varietà raffinata di ira. [3] Ci sono delle ire che si limitano al gridare, altre sono tanto ostinate quanto frequenti, altre sono pronte alle vie di fatto ed avare di parole, altre si sfogano nell’amarezza dell’ingiuria, altre ancora non vanno oltre la lagna ed il brontolio, altre sono profonde, opprimenti, introverse, e ci sono mille altri aspetti di questo male dai tanti volti.
5. L’ira ripugna alla natura umana
[1] Ci siamo chiesti che cosa è l’ira, se ad essa sono soggetti altri esseri oltre l’uomo, come si diversifica dall’irascibilità, in quante specie si suddivide; domandiamoci, ora, se essa è consona alla natura, se è utile, se, almeno in parte, dobbiamo tenercela.
[2] Se essa sia consona alla natura, emergerà chiaramente da una attenta osservazione dell’uomo. C’è un essere più mite quando la sua mente è nel giusto assetto? E che cosa c’è di più crudele dell’ira? Esiste un essere che sappia amare gli altri più dell’uomo? E c’è cosa più indisponente dell’ira? L’uomo è nato per il reciproco aiuto, l’ira, per distruggere; l’uomo vuol associarsi, l’ira vuole la separazione; l’uomo vuole giovare, l’ira vuol nuocere; l’uomo vuol aiutare anche gli sconosciuti, l’ira, assalire anche gli esseri più cari; l’uomo è pronto anche a sacrificarsi a vantaggio degli altri, l’ira, ad affrontare il pericolo, pur di trascinare gli altri con sé. [3] Chi, dunque, misconosce la natura, più di colui che attribuisce questo vizio feroce e pernicioso alla sua opera migliore e più rifinita? Come si è detto, l’ira è avida di punire, è un desiderio che non può trovarsi, per natura, nel pacifico cuore dell’uomo. La vita umana poggia sulle buone azioni e sulla concordia, e si sente unita in alleanza e collaborazione comune, non in forza del terrore, ma del reciproco amore.
6. Casistica e norme: a) l’ira e la punizione del male
[1] "Allora non si danno casi in cui è necessaria una punizione?".
Perché no? Ma leale, ragionata, perché non deve nuocere, ma guarire dietro la parvenza del nuocere. Come scottiamo al fuoco certi giavellotti storti, per drizzarli, e li tagliamo ed applichiamo loro degli spinotti, non per spezzarli, ma per allungarli, così correggiamo i caratteri depravati dal vizio, con il dolore fisico e morale. [2] Appunto il medico, nei disturbi leggeri, per prima cosa tenta di modificare in parte le nostre abitudini quotidiane, di porre una regola al cibo, alle bevande, all’attività, e di rafforzare la nostra salute, limitandosi a cambiare il nostro tenore di vita. La restrizione giova subito; ma, se la restrizione e l’ordine non ci giovano, ci toglie e riduce qualche altra cosa; se neppure così c’è risultato, ci mette a digiuno e sbarazza il corpo con l’astinenza; se i rimedi più blandi non hanno avuto efficacia, ci fa un salasso ed interviene chirurgicamente su quelle membra che danneggiano le vicine o diffondono il male: nessuna terapia sembra dura, se produce la guarigione.
[3] Allo stesso modo, chi tutela la legge e governa la città deve curare le indoli, più a lungo che può con le parole, e le più garbate; per indurre al bene da farsi ed instillare negli animi il desiderio dell’onestà e della giustizia, provocare l’odio dei vizi e la stima delle virtù; in un secondo momento, deve passare ad un discorso più severo, per insistere sulle ammonizioni e per rimproverare; infine, passi alle pene, ma si limiti a quelle lievi e revocabili; assegni il supplizio estremo ai delitti estremi, affinché nessuno vada a morte, se non nel caso in cui il morire giovi anche a chi muore. [4] Su un sol punto si comporterà diversamente dai medici, in quanto quelli procurano una morte blanda a coloro cui non poterono donare la vita, egli invece toglie la vita ai condannati con disonore e pubblico scherno, non perché si diletti d’assistere ad una esecuzione (il saggio è alieno da una ferocia tanto disumana), ma perché siano di ammonimento per tutti e perché, dopo che quelli non hanno voluto giovare a nessuno, lo Stato abbia un sicuro utile dalla loro morte. La natura umana non è, dunque, incline al punire; perciò neppure l’ira, in quanto brama il castigo, è consona alla natura umana.
[5] Riporterò un argomento di Platone (che male c’è nell’utilizzare roba altrui, nei limiti entro cui concorda con noi?): "L’uomo buono" dice "non infligge il male". Castigare è infliggere un male; il castigare, dunque, non s’addice all’uomo buono; e perciò neppure l’ira, perché l’ira comporta il castigo. Se l’uomo buono non gioisce del castigo, non gioirà neppure di quella passione per la quale il castigo è voluttà: dunque l’ira non è consona alla natura.
7. b) l’ira non è mai utile
[1] "Anche se l’ira non è consona alla natura, non è ugualmente bene ammetterla, dato che in più di un caso è stata utile? Esalta ed eccita l’ardimento e, in guerra, senza di essa il coraggio non compie nessuna impresa straordinaria; è indispensabile accendere con questa fiamma e pungolare con questi sproni gli audaci, al momento di lanciarli nel pericolo. Perciò alcuni pensano che la regola migliore sia quella di moderare l’ira, ma senza eliminarla del tutto: una volta che le sia stato tolto quanto trabocca, ridurla a misura di utilità pratica, serbandone quel tanto senza cui l’azione si smorza e la forza ed il vigore d’animo si dileguano".
[2] Prima di tutto, è più facile eliminare le passioni rovinose che controllarle, non dare loro adito che governarle, dopo averle accolte; infatti, una volta che sono diventate padrone, sono più forti del loro presunto governatore, e non si lasciano sfrondare o sminuire. [3] Poi, anche la ragione, che tiene in mano le redini, ha potere solo per il tempo in cui rimane isolata dalle passioni, ma una volta che si sia confusa con esse e ne sia rimasta contaminata, non riesce più a controllarle, mentre, prima, le avrebbe potute bandire. La mente, una volta turbata ed abbattuta, è schiava di ciò che la stimola.
[4] Certe cose sono sotto nostro controllo all’inizio, ma, con la loro forza, ci sottraggono il seguito e non ci consentono un ripensamento. Come i corpi, che stanno precipitando, non possono più disporre di se stessi, non sono in grado di arrestare o di rallentare la propria caduta, perché il precipitare irrevocabile esclude ogni riflessione e pentimento e non è più possibile non arrivare là dove, prima, era possibile non andare, così l’animo, se si getta nell’ira, nell’amore e nelle altre passioni, non si sente più in grado di frenare lo slancio: è ineluttabile che il suo stesso peso e la natura del vizio, propensa al basso, lo trascinino e lo spingano fino in fondo.
8. c) bisogna controllare l’ira fin dal suo primo insorgere
[1] La regola migliore è di rifiutare subito il primo insorgere dell’ira, combatterne i remoti principi ed impegnarsi in concreto a non adirarsi. Infatti, se comincia a trasportarci fuori strada, è difficile tornare a salvezza, perché non c’è più nulla di ragionevole, una volta che s’è intromessa la passione e le si è concesso, di nostra volontà, un settore di dominio: su ciò che resta, farà quanto vorrà, non quanto le permetterai.
[2] In primo luogo, direi, bisogna tener lontano il nemico dal territorio; infatti, se riesce a far irruzione e ad oltrepassare le porte, non accetta condizioni dai suoi prigionieri. E l’animo non si trova in posizione isolata, ad osservare le passioni dall’esterno, allo scopo di poter loro impedire di avanzare oltre il giusto limite, ma esso stesso si tramuta in passione, e quindi non può fare appello a quella forza utile e salvatrice, che è già stata consegnata prigioniera e ridotta all’impotenza. [3] Come ho detto, queste passioni non hanno sedi proprie, realmente distinte e lontane: passione e ragione sono il volgersi dell’animo al meglio o al peggio. Allora, in che modo può risollevarsi una ragione conquistata ed oppressa dai vizi, dopo che ha ceduto all’ira? O in che modo si libererà da un miscuglio in cui prevale l’impasto delle componenti peggiori?
[4] "Ma alcuni", si obietta "nell’ira sanno moderarsi".
Ma al punto di non far nulla di quanto l’ira detta, o di farne qualcosa? Se non ne fanno nulla, è chiaro che l’ira non è necessaria a condurre in porto le imprese, eppure voi la chiamavate in aiuto, come se avesse qualcosa di più forte della ragione. [5] Per sbrigare la questione, vi chiedo: è più forte della ragione, o più debole? Se è più forte, in che modo la ragione potrà dettarle legge, dato che non sono avvezzi all’ubbidienza se non gli esseri più deboli? Se è più debole, la ragione, da sola e senza quella, basta a condurre ad effetto le imprese, senza invocare l’aiuto del più debole.
[6] "Ma ci sono degli adirati che si controllano e si dominano!".
Quando? Quando ormai l’ira svanisce e se ne va da sé, non quando è nel suo primo bollore: in quella fase, infatti, essa prevale.
[7] "E allora? Puoi negare che costoro, talvolta, anche adirati rimandano indenni ed intatti quelli che odiano, e si astengono dal far loro del male?".
Lo fanno, ma quando? Quando una passione ha annullato un’altra passione ed il timore o la cupidigia hanno ottenuto qualcosa. Ma allora non si è pacata per i buoni uffici della ragione, ma per una infida e cattiva pace tra passioni.
9. d) lo slancio e la decisione non sono ira
[1] Inoltre: l’ira non ha in sé niente di utile e non stimola l’anima alle imprese di guerra. La virtù non deve mai essere aiutata con il vizio: basta a se stessa. Ogni volta che ha bisogno di slancio, non si adira: si innalza, e si stimola nella misura che ritiene necessaria, poi si placa, proprio come quei dardi che vengono lanciati dalle macchine e che sono a completa disposizione di chi li lancia e ne regola la portata.
[2] "L’ira, dice Aristotele, è necessaria e, senza di essa, non si può venire a capo di nulla: essa deve gonfiarci l’animo ed infiammarci l’ardire. Ma non dobbiamo servircene come di un comandante, ma come di un soldato".
È falso. Infatti, se ascolta la ragione e la segue nel cammino che essa le traccia, non è più ira, dato che la caratteristica dell’ira è la ribellione; se, invece, recalcitra e non si ferma quando ne riceve l’ordine, ma si lascia portar oltre dalla sua indomabile sfrenatezza, è un inserviente dell’animo tanto inutile, quanto un soldato che non tiene conto del segnale di ritirata. [3] Quindi, se accetta che le si imponga una regola, la si deve chiamare con altro nome: non è più l’ira, che io concepisco come sfrenata e indomabile; se non accetta regole, è disastrosa, e non può essere annoverata tra gli aiuti. [4] Così o non è ira, o è inutile. Infatti, se uno infligge un castigo, non per avidità di punire, ma perché è suo dovere, non può essere annoverato fra gli irati. Il soldato utile è quello che sa ubbidire alle disposizioni; le passioni, invece, sono tanto cattivi inservienti quanto cattivi comandanti.
10. e) anche se controllata, l’ira è sempre un male
[1] Perciò la ragione non assumerà mai come aiutanti le passioni sprovvedute e violente, sulle quali essa non ha alcuna autorità e che sa di non poter mai frenare, se non opponendo loro passioni equivalenti e simili, come il timore all’ira, l’ira all’inettitudine o la cupidigia al timore.
[2] Alla virtù, non accadrà mai la sciagura di vedere la ragione rifugiarsi dietro i vizi! Un animo così non può fruire di duratura tranquillità: è inevitabile che rimanga scosso ed agitato l’uomo che cerca sicurezza nei suoi mali, che non sa essere forte senza l’ira, operoso senza la cupidigia, tranquillo senza il timore: deve vivere sotto tirannide, colui che finisce schiavo di una passione.
E non è vergogna umiliare la virtù, sottoponendola al patronato dei vizi?
[3] Inoltre, la ragione decade da ogni suo potere, se non può nulla senza la passione, anzi, incomincia ad essere simile ed equivalente ad essa. Che differenza resta, se finiscono sullo stesso piano la passione, una realtà sconsiderata perché priva di ragione, ed una ragione divenuta impotente senza la passione? Le due cose si equivalgono, dal momento che l’una non può essere senza l’altra. Ma chi avrebbe il coraggio di mettere sullo stesso piano ragione e passione? [4] "Ma sì", si obietta "la passione è utile, se è sotto controllo".
No: sarebbe utile, solo se fosse tale per natura. Ma se è insofferente dell’autorità della ragione, governandola, otterrai soltanto questo risultato: quanto più sarà debole, tanto minore male provocherà. Dunque, una passione sotto controllo non è altro che un male sotto controllo.
11. Prima conclusione: la razionalità e la tecnica giovano più dell’ira
[1] "Ma", si obietta "contro i nemici, l’ira è indispensabile". In nessun caso serve meno: è proprio allora che gli impulsi non debbono traboccare, ma esser controllati e sottomessi. Quale altro fattore fiacca i barbari, fisicamente tanto più robusti, tanto più resistenti alla fatica, se non l’ira quanto mai ostile a se stessa? E i gladiatori? La tecnica li protegge, l’ira li scopre.
[2] Poi che bisogno c’è dell’ira, quando la ragione ottiene altrettanto? O pensi che il cacciatore sia adirato con la selvaggina? Eppure ne sorprende l’arrivo, ne incalza la fuga, e tutto questo lo fa la ragione, senza l’ira. E i Cimbri e Teutoni, che s’erano riversati a migliaia e migliaia sulle Alpi, che cosa li ha tolti di mezzo al punto che, a portarne notizia ai loro compatrioti non fu un messaggero ma una voce anonima, se non il fatto che, in loro, l’ira sostituiva il valore? Eppure, come essa, talvolta, ha rovesciato ed abbattuto quanto ha incontrato, così, ben più spesso, provoca la propria rovina.
[3] Chi è più coraggioso dei Germani? Chi è più focoso nell’attaccare? Chi è più desideroso delle armi, tra le quali nascono e vengono allevati, delle quali esclusivamente si curano, senza interessarsi d’altro? Chi è più allenato a sopportare tutto, dato che non provvedono a coprire la maggior parte del corpo e non allestiscono rifugi contro l’eterno rigore della stagione? [4] Eppure Ispani e Galli ed imbelli soldati d’Asia e di Siria li fanno a pezzi, prima ancora che arrivino a vedere una legione, non approfittando d’altro che della loro iracondia. Ebbene, a quei corpi, a quelle anime che ignorano agi, lusso, ricchezze, dà una ragione, una vera educazione: per non dire di più, dovremo certamente rifarci ai costumi romani.
[5] Con quale altro mezzo, Fabio rimise in sesto le forze stremate della dominazione romana, se non con il saper temporeggiare, tirare in lungo e rinviare, espedienti del tutto ignoti agli adirati? Si sarebbe estinta quella dominazione che, in quel momento, si reggeva in condizioni disperate, se Fabio avesse osato tanto quanto suggeriva l’ira. Tenne fisso il pensiero al bene dello Stato e, valutate le forze, delle quali nulla si poteva perdere senza la catastrofe totale, mise da parte il dolore e la vendetta, badando a un solo scopo pratico: cogliere le occasioni favorevoli. Sconfisse prima l’ira che Annibale. [6] E Scipione? Abbandonato Annibale, l’esercito cartaginese e tutti coloro contro i quali ci si doveva adirare, non trasferì la guerra in Africa, con tanta lentezza che i maligni poterono credere in una sua mollezza ed indolenza? [7] E il secondo Scipione? Non mantenne un duro e lungo assedio attorno a Numanzia, e sopportò serenamente il cruccio suo e dello Stato, perché occorreva più tempo a sconfiggere Numanzia che Cartagine? A furia di scavar trincee e chiudere i nemici, li spinse al punto che si uccidevano con le loro stesse armi.
Dunque, l’ira non è utile, nemmeno nelle battaglie e nelle guerre, è propensa infatti alla temerità e non bada al proprio pericolo, nell’intento di arrecarne agli altri. È invece sicurissimo quel valore che sa guardarsi attorno a lungo e con attenzione, mettersi sulla strada buona ed avanzare con calma, secondo un preciso disegno.
12. Seconda serie di norme: a) saper fare il proprio dovere senza adirarsi
[1] "Ma allora", si obietta, "l’uomo buono non deve adirarsi se, sotto i suoi occhi, gli percuotono il padre o gli rapiscono la madre?".
Non deve adirarsi, ma farne vendetta, difenderli. Teme forse che la pietà filiale, anche senza l’ira, non sia per lui un pungolo sufficiente? Puoi formulare l’obiezione anche così: "Ma allora l’uomo buono, quando vede far a pezzi suo padre o suo figlio, non deve piangere, non deve perdersi d’animo?". Sono le cose che vediamo accadere alle donne, ogni volta che le sbigottisce il sospetto di un lieve pericolo.
[2] L’uomo buono adempirà i suoi doveri senza turbarsi né trepidare e, compiendo le azioni proprie dell’uomo buono, terrà una condotta che non ammette nulla che sia indegno per un uomo. Vogliono percuotere mio padre? Lo difenderò. Lo hanno già percosso? Lo vendicherò, perché è mio dovere, non per rancore. [3] Quando fai quella affermazione, o Teofrasto, poni in discredito i dettami più consoni al coraggio, ed abbandoni il giudice, per far ricorso all’uditorio. Poiché ognuno si adira quando accade ai suoi una faccenda del genere, tu pensi che gli uomini debbano ritenere che il loro comportamento risponda ad un dovere: di solito, infatti, ciascuno giudica giusta la passione che scopre in se stesso.
[4] "Gli uomini buoni, però, si adirano delle ingiurie fatte ai loro cari".
Ma fanno altrettanto, se non si porge loro l’acqua calda nel debito modo, se è stato rotto un bicchiere di vetro, se uno stivaletto è stato imbrattato di fango. Non è la pietà che eccita quell’ira, ma la debolezza, come nei fanciulli che piangeranno allo stesso modo la perdita dei genitori e quella delle noci.
[5] Adirarsi per i propri cari non è pietà d’animo, ma debolezza; è condotta bella e dignitosa uscire in difesa dei genitori, dei figli, degli amici, dei concittadini, sotto la guida e l’imperativo del dovere, con discernimento e cautela, non con impulsività e rabbia. Infatti nessuna passione brama la vendetta più dell’ira che, proprio per questo, diventa inetta a vendicarsi. Troppo impetuosa e forsennata, come, in genere, ogni passione, si ostacola da sé nel dirigersi allo scopo verso il quale si precipita. Perciò non è mai stata un bene, né in pace né in guerra; rende, infatti, la pace simile alla guerra e, in combattimento, dimentica che Marte non parteggia per nessuno; finisce sotto il dominio altrui, perché non sa dominare se stessa.
[6] Inoltre, il fatto che i vizi, talvolta, hanno ottenuto qualche buon risultato non è buon motivo per accettarne la pratica: anche le febbri dànno sollievo a certe razze di malattie, ma ciò non toglie che sia meglio non averne del tutto: è un tipo abominevole di cura il dovere la salute ad una malattia. Allo stesso modo, l’ira, anche se talvolta ha prodotto giovamenti del tutto inattesi, come possono produrli un avvelenamento, una caduta, un naufragio, non deve, per questo, esser giudicata salutare: non è la prima volta, infatti, che eventi pestiferi portano la salvezza.
13. L’ira non aiuta la virtù
[1] Poi, le virtù che si debbono avere, quanto più sono grandi, tanto più sono buone e desiderabili. Se la giustizia è un bene, nessuno dirà che essa diverrà migliore se le si sottrae qualche cosa; [2] se la fortezza è un bene, nessuno desidererà che essa sia sminuita di qualche sua componente. Dunque, anche l’ira, quanto più è grande, tanto più è buona: chi, infatti, ricuserebbe l’aumento di un bene? Eppure l’aumentarla non produce alcun utile: quindi, nemmeno la sua presenza. Non è un bene ciò che, aumentando, diventa un male.
[3] "L’ira è utile", si obietta "perché rende più combattivi".
Ragionando così, lo è anche l’ebbrezza: rende, infatti, sfrontati ed arroganti, e molti si troveranno più validi, nel maneggiare le armi, dopo una discreta bevuta, ma, ragionando così, devi dir necessario alla vigoria anche il delirio e la demenza, perché il furore rende spesso più forti. [4] E che? La paura non ha reso qualcuno audace per contrasto, ed il timore della morte non ha risvegliato a combattere anche i più indolenti? Ma l’ira, l’ebbrezza, la paura ed altre passioni simili sono stimoli vergognosi e momentanei, e non pongono in assetto di combattimento la virtù, che non ha nessun bisogno dei vizi, ma risvegliano per un attimo un animo altrimenti pigro e codardo. [5] Non diventa più forte con l’ira se non colui che, senza l’ira, non sarebbe stato forte. Così, essa non viene ad aiutare la virtù, ma a sostituirla. E non è vero che, se l’ira fosse un bene, accompagnerebbe tutti i più perfetti? Eppure i più irascibili sono i bambini, i vecchi ed i malati: tutti i deboli sono lagnosi per natura.
14. b) la comprensione e la correzione
[1] "Non può darsi" obietta Teofrasto "che l’uomo buono non s’adiri contro i cattivi".
Ragionando così, quanto più uno è buono, tanto più, per questo, dev’essere irascibile: vedi se, invece, non debba essere più calmo, libero da passioni ed incapace di odiare alcuno. [2] E che motivo dovrebbe avere di odiare i colpevoli, se è l’errore a spingerli ai loro delitti? Non è da uomo riflessivo odiare chi sbaglia, altrimenti diverrà odioso a se stesso. Si renda conto di quante azioni egli compie contro la retta norma morale, di quante, tra le sue azioni, domandano venia: a quel punto, dovrà adirarsi anche contro se stesso. Il giudice giusto non pronuncia una sentenza diversa in casa propria ed in casa altrui.
[3] Non si troverà nessuno, intendo dire, che sia in grado di assolvere se stesso, ed ognuno può dirsi innocente, se guarda al testimonio, non alla coscienza. Quanto è più degno di un uomo mostrarsi comprensivo e paterno con quelli che sono in colpa, e non punirli, ma dissuaderli. Uno che vaga per i campi perché non conosce la strada, è meglio indirizzarlo al sentiero cui tendeva, che cacciarlo via.
15. c) saper punire senza adirarsi
[1] Si deve dunque correggere chi è in colpa, sia con gli ammonimenti, sia con la forza e, con modi ora blandi ora duri, renderlo migliore per se stesso, e per gli altri, senza rinunciare al castigo, ma senza ira: quale medico, infatti, s’adira con il paziente?
"Ma sono incorreggibili, non c’è niente in loro che si lasci plasmare, che faccia sperar bene".
Siano eliminati dalla convivenza umana coloro che non possono che peggiorare quanto toccano, e smettano d’esser cattivi nel solo modo loro possibile; ma lo si faccia senza odio. [2] Che motivo ho, infatti, di odiare un essere al quale giovo solo quando lo sottraggo a se stesso? Forse qualcuno odia le sue membra, quando se le fa amputare? Quello non è odio: è una cura tormentosa. Abbattiamo i cani rabbiosi, uccidiamo il bue selvaggio e riottoso, trafiggiamo con il ferro le bestie malate perché non infettino il gregge, soffochiamo i feti mostruosi, ed anche i nostri figli, se sono venuti alla luce minorati e anormali, li anneghiamo, ma non è ira, è ragionevolezza separare gli esseri inutili dai sani.
[3] Nulla è meno opportuno dell’ira in chi punisce, tanto più che la pena giova ad emendare nella misura in cui è inflitta con giudizio. Da ciò deriva l’aver Socrate detto al suo schiavo: "Ti picchierei, se non fossi adirato". Rimandò la punizione dello schiavo ad un momento più sereno e, in quel momento, castigò se stesso. Chi presumerà di saper controllare le sue passioni, se un Socrate non ha osato affidarsi all’ira?
16. Non bisogna adirarsi, anche se sono molto gravi i delitti da punire
[1] Dunque, per reprimere chi commette errori e delitti, non è necessario un censore irato; infatti, essendo l’ira un delitto dell’animo, non ha senso che siano i peccati ad emendare il peccatore.
"Vuoi dire che non debbo adirarmi con un brigante? Vuoi dire che non debbo adirarmi con un avvelenatore?".
Non devi: e neppure io m’adiro con me stesso, quando mi pratico un salasso. Applico la pena, di qualunque genere sia, come una medicina. [2] "Tu sei ancora ai primi passi dell’errore e non commetti colpe gravi, ma frequenti: un rimprovero, dapprima privato, poi pubblico, cercherà di emendarti. Tu sei già andato troppo avanti, per poter essere guarito con le parole: sarai tenuto a freno con una nota di biasimo. Tu devi esser marchiato con qualcosa di più forte e che ti si faccia sentire: ti si manderà in esilio, in luoghi ignoti. La tua malvagità, ormai consolidata, esige rimedi più severi nei tuoi riguardi: finirai in catene, nel carcere pubblico. [3] La tua anima è inguaribile ed intesse delitti su delitti, e non hai più bisogno d’essere indotto al delitto da un movente concreto, che non può mai venir meno ad un malvagio, ma per te il peccare è già, in se stesso, motivo sufficiente per peccare. Sei impregnato di nequizia e l’hai talmente assimilata nelle viscere, che non può uscire da te se non in loro compagnia: sciagurato da tempo, desideri morire. Ci renderemo benemeriti di te, ti libereremo da questa follia che ti fa tormentatore degli altri ed è insieme il tuo tormento e, dopo che ti sei voltolato nei supplizi tuoi ed altrui, porremo in opera la sola cosa rimasta buona per te: la morte".
Perché devo essere adirato con uno cui do il massimo giovamento? Talvolta uccidere è un bellissimo atto di misericordia.
[4] Se, in qualità di medico esperto e dotto, entrassi in un ospedale o nella casa di un ricco, non darei la medesima, generica prescrizione a malati di malattie diverse. Vedo vizi diversi in tante anime, e sono stato incaricato di curare la città: la medicina deve esser cercata specificamente per le malattie di ciascuno: questo lo guarisca un biasimo, quest’altro un viaggio, questo un dolore, questo la povertà, questo il ferro. [5] Pertanto, se, come magistrato, devo rivestire l’abito scuro e convocare l’assemblea a suon di tromba, andrò al tribunale senza furore e senza ostilità, ma con il volto della legge, e pronuncerò le formule di rito con voce calma e grave, meglio che rabbiosa, e ordinerò l’esecuzione non irato, ma severo. E quando ordinerò che il delinquente sia decapitato o farò cucire nel sacco i parricidi, quando invierò qualcuno al supplizio militare o farò salire sulla rupe Tarpeia il traditore o il nemico dello Stato, io, senza ira, avrò quel volto e quei sentimenti che ho quando colpisco serpenti o bestie velenose.
[6] "È necessario irritarsi, per punire".
Che dici? Ti sembra che la legge si adiri contro individui che non conosce, che non ha visto, che spera non esisteranno mai? Bisogna assimilarne lo spirito; essa non si adira: sentenzia. Infatti, se è giusto che un uomo buono si adiri per le azioni cattive, sarà anche giusto che provi invidia per la prosperità degli uomini cattivi. Che c’è di più indegno che il fiorire di certuni ed il loro godere fino in fondo della benevolenza della fortuna, mentre non si saprebbe escogitare per loro una sorte abbastanza cattiva? Eppure, vedrà i loro profitti senza invidiarli, così come ne vedrà i delitti senza adirarsene: il buon giudice condanna gli atti riprovevoli, ma non odia.
[7] "E allora? Quando il saggio avrà tra mano un fatto del genere, non se ne sentirà toccato, non si commuoverà più del solito?".
Lo ammetto: sentirà una certa lieve emozione. Infatti, come dice Zenone, anche nell’animo del saggio, pur dopo che la ferita è rimarginata, resta la cicatrice. Avvertirà, perciò, dei sintomi e delle ombre di passione, ma sarà esente dalle passioni.
17. La ragione è coerente, l’ira è incostante
[1] Aristotele sostiene che certe passioni, se utilizzate a dovere, sono come delle armi. Questo sarebbe vero, se si potessero prendere e deporre, come gli strumenti di guerra, a piacimento di chi li deve portare. Ma queste armi, che Aristotele fornisce alla virtù, combattono da sole, non aspettano la mano, sono delle padrone, non degli strumenti.
[2] Non c’è nessun bisogno di strumenti accessori: la natura ci ha provveduti a sufficienza, dandoci la ragione. Essa è l’arma che ci ha dato, solida, duratura, docile, non pericolosa o tale da poter esser rilanciata contro il padrone. Non solo per prevedere, ma per gestire le cose, la ragione è sufficiente di per se stessa. Ed allora, che cosa c’è di più insensato che il mandarla a chiedere aiuto all’irascibilità, lei stabile ad una incostante, lei leale ad una perfida, lei sana ad una malata?
[3] Che dire poi se, anche nel limite di quelle azioni per le quali sembra necessaria la collaborazione dell’irascibilità, la ragione, di per se stessa, risulta molto più forte? Infatti, quando ha deciso che una cosa è da fare, persevera in quella: in realtà, non può trovare nulla di meglio di se stessa, se vuole far cambio: perciò sta salda su quanto ha deciso una volta per tutte.
[4] Spesso la compassione ha fatto arretrare l’ira: questa, infatti, non ha un nerbo robusto, ma un vuoto gonfiore e pratica la violenza inizialmente, come quei venti che si alzano dalla terra e, concepiti da fiumi e paludi, sono impetuosi, ma incostanti. [5] L’ira comincia con grande foga, poi suole venir meno, fiaccandosi prima del tempo e, dopo non aver progettato altro che crudeltà e supplizi inediti, quando si tratta di applicare la pena, si è già spezzata ed ammansita. La passione crolla subito, la ragione è coerente. [6] Del resto, anche quando l’ira è duratura, se sono parecchi quelli che hanno meritato la morte, talvolta, dopo due o tre esecuzioni, smette di uccidere. I suoi primi colpi sono penetranti: allo stesso modo, è nocivo il veleno dei serpenti, che stanno uscendo dai loro nidi, ma i loro denti diventano innocui, quando il ripetuto mordere li ha spossati. [7] Ed ecco che individui, che hanno commesso uguali delitti, non subiscono pene uguali e che, spesso, chi ha commesso minor male, subisce di più, perché s’imbatte in un’ira più fresca. Ed è incoerente in tutto: ora sconfina oltre il necessario, ora si ferma al di qua del dovuto, perché è condiscendente con se stessa, decide a capriccio, non vuole ascoltare, non concede spazio alla difesa, si tiene sul terreno che ha occupato e non permette che le si sottraggano le sue decisioni, nemmeno se sono ingiuste.
18. Si deve sempre preferire la ragione. Esempi di irragionevolezza
[1] La ragione concede tempo alle due parti, poi chiede una dilazione anche per se stessa, per aver modo di vagliare la verità: l’ira ha fretta. La ragione vuol prendere quella decisione che è giusta, l’ira vuole che sembri giusta la decisione già presa. [2] La ragione non può prendere in considerazione nulla che esca dal caso in esame, l’ira si lascia commuovere da dati inconsistenti, che divagano fuori dell’oggetto del dibattimento. La esasperano un atteggiamento troppo sicuro, una voce troppo ferma, un linguaggio troppo franco, un abbigliamento troppo raffinato, una avvocatura troppo fastosa ed il favore del popolo. Spesso condanna il reo per antipatia verso l’avvocato; anche se la verità balza agli occhi, ama e difende l’errore; non accetta confutazione e, dopo un errore iniziale, ritiene più onorevole l’ostinazione che il ripensamento.
[3] Gneo Pisone, uomo che ricordiamo, fu esente da molti vizi, ma fu un perverso che scambiava per costanza il rigore. Costui, avendo ordinato, in preda all’ira, la pena di morte per un soldato che era tornato da un permesso senza il commilitone, pensando che avesse ucciso colui che non era in grado di presentare, non aderì alla sua richiesta di un breve rinvio per una ricerca. Il condannato fu condotto fuori del recinto e ormai porgeva il collo, quando, all’improvviso, apparve quel commilitone che si pretendeva fosse stato assassinato. [4] Allora il centurione, responsabile dell’esecuzione, comanda all’ordinanza di riporre la spada e riconduce il condannato da Pisone, per restituire a Pisone l’innocenza: al soldato, l’aveva già restituita un colpo di fortuna. Circondati da tutti, vengono condotti, mentre s’abbracciano l’un l’altro tra l’esultanza dell’accampamento, i due compagni d’armi. Pisone, furibondo, sale sul tribunale ed ordina l’esecuzione di tutti e due, tanto del soldato che non aveva ucciso, quanto di quello che non era morto. [5] Poteva esserci iniquità peggiore? Perché uno s’era dimostrato innocente, ne dovevano morire due. Pisone aggiunse anche il terzo: ordinò infatti addirittura l’esecuzione del centurione che aveva condotto indietro il condannato. Così furono schierati per morire nello stesso posto tre uomini, a causa dell’innocenza di uno. [6] Oh, quanto è avveduta l’iracondia, nell’inventare cause di furore! "Ordino" disse "la tua esecuzione, perché sei stato condannato; la tua, perché sei stato la causa della condanna del tuo compagno; la tua, perché, ricevuto l’ordine di uccidere, non hai ubbidito al comandante supremo". Trovò il modo di commettere tre delitti, perché non ne aveva appurato nessuno.
19. Compostezza ed oculatezza della ragione
[1] Di male, direi, l’iracondia ha questo: non accetta d’esser governata; si adira anche contro la verità, se le si presenta contraria al suo volere; perseguita le sue vittime designate con grida, rumore, scomposti movimenti di tutto il corpo, ed aggiunge ingiurie ed insolenze.
[2] Questo, la ragione non lo fa ma, se così è necessario, in calma e silenzio, demolisce dalle fondamenta intere case e stermina famiglie funeste allo Stato, con mogli e figli, ne abbatte anche le case e le rade al suolo, ed estirpa i nomi dei nemici della libertà: tutto questo senza fremere né scuotere il capo, né fare alcunché di sconveniente al decoro di un giudice, il cui volto dev’essere calmo ed impassibile, soprattutto nel momento in cui pronuncia sentenze dure.
[3] "Quando vuoi percuotere qualcuno", dice Geronimo "che bisogno hai di morderti prima le labbra?".
E se avesse visto un proconsole saltare giù dal tribunale, portar via i fasci ai littori e strappare i propri vestiti, perché si indugiava a strappare quelli altrui? [4] Che bisogno c’è di rovesciare la tavola, infrangere i bicchieri, battere il capo nelle colonne, strapparsi i capelli, percuotersi la coscia ed il petto? Quanto stimi grande quell’ira che, siccome non s’abbatte sull’altro tanto presto quanto vorrebbe, rivolge i suoi sfoghi su se stessa? Perciò sono trattenuti dagli amici e pregati di rappacificarsi con se stessi.
[5] Di tutto questo, non fa nulla chiunque, libero dall’ira, ingiunge a ciascuno il meritato castigo. Spesso assolve colui che ha colto in flagrante delitto; se il pentimento dell’azione dà adito a sperar bene, se capisce che la malvagità non viene dal profondo. ma sfiora, come suol dirsi, la superficie dell’animo, concederà un’impunità che non può nuocere né a chi la riceve, né a chi la concede. [6] A volte, reprimerà i delitti gravi con più indulgenza che non i lievi, se quelli sono stati commessi per errore, non per crudeltà, mentre questi nascondono dentro di sé una malizia subdola e inveterata; non punirà con ugual pena il medesimo delitto in due colpevoli, se uno l’ha commesso per disattenzione, l’altro ha inteso nuocere. [7] Si atterrà, ogni volta che applicherà una sanzione, a questo criterio: rendersi conto che alcune sanzioni le adotta per emendare i cattivi, altre per eliminarli. Nei due casi, non terrà presente il passato, ma il futuro (così infatti dice Platone: "Nessun uomo prudente infligge una punizione perché c’è una colpa, ma perché non si commetta colpa: il passato non si può più revocare, il futuro lo si previene"), e farà uccidere in pubblico coloro che vorrà diventino esempio del cattivo esito del male, non solo perché quelli muoiano, ma anche perché, con la loro morte, dissuadano gli altri.
[8] È evidente che la persona, cui compete il soppesare e valutare queste situazioni, deve essere assolutamente libera da ogni turbamento, quando s’accinge a questo compito, che deve essere svolto con la massima diligenza: il decidere su vita e morte. È un errore affidare la spada ad un irato.
20. L’ira non è grandezza
[1] Non si deve affatto ritenere che l’ira contribuisca in qualche modo alla magnanimità: non si tratta di grandezza, ma di gonfiore: nemmeno per i corpi gonfi di liquido malefico, si può parlare di crescita, ma di sovrappiù pestifero. [2] Tutti coloro che l’incoscienza esalta oltre il pensare umano, si credono animati da qualcosa di elevato e sublime, ma sotto non c’è alcun fondamento, e tutto ciò che è cresciuto senza fondamento è destinato al crollo. L’ira non ha un punto d’appoggio. Non nasce su base stabile e duratura: è piena di vento e di nulla, ed è tanto lontana dalla magnanimità, quanto lo è la temerità dal coraggio, la presunzione dalla sicurezza, la taccagneria dalla parsimonia, la crudeltà dalla severità.
[3] C’è molta differenza, ripeto, tra superiorità ed orgoglio. L’iracondia non costruisce nulla di grande e dignitoso, anzi mi sembra che, rendendosi conto della debolezza d’un animo fatiscente ed insoddisfatto, se ne dolga in continuità, come i corpi, coperti di piaghe e malati, gemono al minimo tocco. Così l’ira è un vizio squisitamente femmineo e puerile.
"Ma colpisce anche gli uomini".
Infatti anche certi uomini hanno carattere femmineo e puerile. [4] Non è vero? Non vengono pronunciate dagli adirati parole che sembrano sgorgare da magnanimità a chi non conosce la vera magnanimità? Come quelle famose, crudeli ed abominevoli: "Mi odino, purché mi temano". Questa massima, ricordalo, è stata scritta ai tempi di Silla. Non so quale delle due cose che si augurava fosse la peggiore, essere odiato o temuto. "Mi odino". Gli si prospettano l’esecrazione, le insidie, l’annientamento. Che aggiunge? Lo puniscano gli dèi del rimedio tanto abominevole che ha trovato! "Mi odino, purché...". Che cosa? Purché mi obbediscano? No. Purché mi approvino? Neppure. Ed allora? "Purché mi temano". A questo prezzo, non vorrei neppure essere amato. [5] E credi che questo sia il detto di un animo grande? Sbagli: codesta non è grandezza, è mostruosità. Non ha senso il credere alle parole degli adirati: il loro schiamazzare è grande e minaccioso ma, dentro, il loro sentire è tutto paura. [6] E non ha senso il giudicare vera quell’espressione che si legge in Tito Livio, modello di eloquenza: "Uomo di ingegno più grande che buono". Non si può fare questa distinzione: o sarà anche buono, o non sarà neppure grande, perché la magnanimità la intendo come indivisibile, insieme solida all’interno ed equilibrata e stabile sulle sue basi, quale non può riscontrarsi nelle indoli malvagie.
[7] Costoro possono essere tremendi, turbolenti, esiziali, ma non avranno la magnanimità, che poggia e si fa forte sulla bontà. Peraltro, nel loro parlare, nelle loro iniziative ed in tutto l’apparato esteriore, daranno l’illusione della grandezza; [8] potranno anche pronunciare frasi che tu forse apprezzerai, come Caligola il quale, irato con il cielo perché disturbava con il tuono i pantomimi, che egli imitava con maggior impegno di quanto non mettesse a guardarli, e perché seminava spavento sulle sue gozzoviglie con i fulmini (certamente mal diretti), sfidò Giove a battaglia, ma all’ultimo sangue, gridando quel verso d’Omero: Toglimi di mezzo, o tolgo io di mezzo te.
[9] Quale follia fu! Credette che o neppure Giove fosse in grado di nuocergli, o d’essere lui in grado di nuocere anche a Giove. Penso che questa sua battuta abbia contribuito non poco a rafforzare le decisioni dei congiurati: sembrò, infatti, il colmo della pazienza sopportare un uomo che non sapeva sopportare Giove.
21. L’ira non produce grandezza
[1] Nell’ira, dunque, non c’è nulla di grande, nulla di nobile, neppure quando essa si mostra impetuosa e sprezzante degli dèi e degli uomini. Oppure, se si pensa che l’ira produca in qualcuno la magnanimità, si deve pensare che la produca anche il lusso: vuol coricarsi sull’avorio, vestirsi di porpora, coprirsi d’oro, spostare la terraferma, rinchiudere i mari, trasformare i fiumi in cascate, fare boschi pensili; [2] si deve pensare che anche l’avarizia produca magnanimità: si sdraia sui mucchi d’oro e d’argento e coltiva campi che hanno nomi di province e possiede terreni, amministrati ciascuno dal suo fattore, più estesi di quelli che i consoli tiravano a sorte; [3] si deve pensare che anche la libidine afferisca a magnanimità: attraversa a nuoto gli stretti, evira schiere di fanciulli, finisce sotto la spada del marito disprezzando la morte; si deve pensare che afferisca a magnanimità anche l’ambizione: non si accontenta di cariche annuali e, se potesse, vorrebbe riempire i fasti con un solo nome e disseminare epigrafi in tutto il mondo.
[4] Non importa fino a che punto avanzino e si estendano tutte queste passioni: sono piccine, misere ed avvilenti; solo la virtù è sublime ed eminente, e non c’è mai la grandezza dove non c’è anche la compostezza.
LIBRO II
1. L’ira è reazione all’ingiuria
[1] Il primo libro, o Novato, era d’argomento abbastanza accessibile: è facile scendere lungo la china dei vizi. Ora dobbiamo venire a questioni più sottili: ci chiediamo infatti se l’ira nasca da riflessione o da impulso, cioè se muova da volontà deliberata o sia come tanti altri fenomeni, che insorgono in noi a nostra insaputa. [2] È indispensabile far scendere la discussione su questo piano, per poterla poi elevare a più dignitoso livello: del resto, anche nel nostro corpo, prima si dispongono le ossa, i nervi e le articolazioni, per nulla attraenti a vedersi, che sostengono l’insieme e gli danno la vita, poi si forma ciò che conferisce tutto il decoro alla figura ed all’aspetto esteriore, per ultimo, dopo tutto questo, nel corpo già formato si diffonde il colore che appaga specificamente l’occhio.
[3] Non c’è dubbio che l’ira insorga alla percezione dell’ingiuria; ma il nostro quesito è se essa segua immediatamente quella percezione e prorompa senza la partecipazione dell’animo, o si muova con il suo assenso. [4] È mio parere che essa non osi nulla da sola, ma attenda l’approvazione dell’animo. Infatti, il percepire l’offesa ricevuta, il desiderarne la vendetta e l’associare le due sensazioni, che cioè non dovevamo essere offesi e che è necessaria la vendetta, costituiscono un insieme non contenibile in quell’impulso che sbotta senza la nostra volontà. [5] Quello è semplice, questo è complesso ed implica tanti fattori: la percezione del fatto, lo sdegno, la condanna, la vendetta: l’insieme non può verificarsi, se l’animo non ha dato il suo assenso ai fattori che lo hanno colpito.
2. L’ira è vizio volontario
[1] "A che cosa mira" mi chiedi "questa discussione?".
A sapere che cosa è l’ira. Infatti, se essa nasce senza il nostro assenso, non soccomberà mai alla ragione. Tutte le reazioni che insorgono fuori dell’area della volontà, sono invincibili ed inevitabili, come il brivido di chi è cosparso d’acqua fredda o la ripugnanza a certi contatti, il rizzarsi dei capelli alle notizie più brutte, l’effondersi del rossore alle parole sfacciate, la vertigine che coglie chi guarda i dirupi. Poiché nulla di tutto questo è in nostro potere, la ragione non può impedirne il verificarsi.
[2] L’ira è messa in fuga dai retti dettami: essa è infatti un vizio volontario dell’animo, non una di quelle reazioni che sono insite nello stato di condizione umana e perciò accadono anche ai più saggi; tra queste, è da annoverare anche quel primordiale impulso interiore che ci turba al pensiero dell’ingiuria. [3] Esso ci coglie anche quando assistiamo a spettacoli teatrali o leggiamo storie antiche. Spesso ci pare di adirarci contro Clodio che bandisce Cicerone o contro Antonio che lo uccide, e chi non si sdegna contro le armi di Mario o le proscrizioni di Silla? Chi non si sente nemico di Teodoto e di Achilla, ed anche del fanciullo che osa commettere un delitto non da fanciullo? [4] A volte ci eccitano un canto, una melodia ritmata o il suono marziale delle trombe. Ci commuovono una pittura spietata o la lugubre vista di supplizi anche giustissimi, [5] ed è per questo motivo che sorridiamo a chi ci sorride, ci rattristiamo davanti ad una folla in pianto e ci entusiasmiamo, guardando altri combattere. Ma questa non è ira; non la è, come non è tristezza il corrugare la fronte, quando il mimo rappresenta un naufragio, e non è paura quella che prende il lettore, quando Annibale, dopo Canne, assedia le mura.
Tutti questi sono moti dell’animo, che però non coinvolgono la volontà; e non sono nemmeno passioni, ma sintomi che preludono alle passioni. [6] Allo stesso modo, la tromba eccita le orecchie di un soldato che, in piena pace, ha già ripreso gli abiti civili, ed uno strepito d’armi ridesta i cavalli negli accampamenti. Dicono che Alessandro, udendo cantare Senofanto, abbia messo mano alle armi.
3. Accezione morale della passione
[1] Nessun impulso fortuito dell’animo deve essere chiamato passione: è più esatto dire che l’animo subisce, non produce, i fatti di questo genere. La passione non consiste dunque nella commozione che si prova nel percepire i fatti, ma nell’abbandonarsi ad essa e nell’assecondare questo impulso fortuito. [2] Dunque, il ritenere che il pallore, il cadere delle lacrime, l’eccitarsi degli umori del sesso, il sospirare profondo, il lampo improvviso degli occhi siano sintomi di passione e manifestazione di stato d’animo, è uno sbaglio, un non rendersi conto che si tratta di impulsi fisici. [3] Per questo, anche l’uomo più coraggioso impallidisce quando prende le armi ed il soldato più prode, al risuonare del segno di battaglia, avverte un leggero tremito alle ginocchia, il grande generale prova un tuffo al cuore quando gli eserciti stanno per scontrarsi, e l’oratore più eloquente, quando si concentra per parlare, sente irrigidirsi le estremità del corpo.
[4] L’ira non può limitarsi a mettersi in movimento, ma deve anche prorompere, perché è uno slancio; ma non ci possono mai essere slanci, senza l’assenso della mente; allora, non può nemmeno darsi che si discuta di vendetta e di punizione, all’insaputa dell’animo. Uno s’è ritenuto offeso, s’è proposto una vendetta ma, dissuaso da un qualunque motivo, si è placato; non posso chiamare ira questo movimento dell’animo, che obbedisce alla ragione; è ira quella che scavalca la ragione e se la trascina dietro.
[5] Dunque, quella prima reazione dell’animo che è provocata dalla percezione dell’ingiuria, non rientra nel concetto di ira più di quanto ci rientri la percezione dell’ingiuria; invece il successivo impulso, quello che non solo registra la percezione dell’ingiuria, ma la condivide, è l’ira, cioè l’eccitarsi dell’animo che si avvia alla vendetta con volontà deliberata. Non s’è mai messo in dubbio che il timore provochi la fuga, l’ira l’attacco: dimmi tu, ora, se pensi che si possa brigare per qualche cosa o guardarsene, senza l’assenso della mente.
4. Psicologia della passione
[1] Voglio renderti edotto del come le passioni incominciano, si sviluppano e giungono all’esasperazione. Il primo movimento è involontario ed è come un preparativo o una minaccia della passione; il secondo è accompagnato da volontà controllabile ed è il pensare che è necessaria la vendetta, dacché sono stato offeso, o che costui deve essere punito, dacché ha offeso; il terzo movimento è ormai tracotante, non vuole la vendetta perché è necessaria, ma perché la vuole, ed ha già sopraffatto la ragione.
[2] Al primo dei tre impulsi non possiamo sottrarci con la ragione, come non possiamo sottrarci a quelle reazioni fisiche di cui s’è detto, allo sbadiglio quando sbadigliano gli altri, al chiudere gli occhi quando ci puntano improvvisamente le dita contro: questi fatti non li può vincere la ragione; forse li attenua l’assuefazione o una circospezione costante. Ma il secondo movimento, quello che nasce da deliberazione, è anche annullabile con una deliberazione.
5. L’ira e la ferocia
[1] Dobbiamo ora chiederci questo: coloro che sono abitualmente crudeli e godono del versare sangue umano, sono in preda all’ira, quando uccidono persone dalle quali né hanno ricevuto ingiuria, né pensano d’averla ricevuta? Furono tali Apollodoro o Falaride.
[2] Questa non è ira, è ferocia: essa infatti non fa il male per vendicare l’ingiuria ricevuta, ma è addirittura disposta a riceverla, pur di poter fare il male, e non cerca le fustigazioni e lo strazio delle membra per vendicarsi, ma per goderne.
[3] "Come mai?". L’origine di questo male è nell’ira.
Quando essa, con l’esercizio continuo, spinto fino alla noia, arriva a dimenticare la clemenza ed a cancellare dall’animo ogni norma di convivenza umana, alla fine sfocia nella crudeltà; ridono dunque e godono, provano grande voluttà e sono ben lontani dal somigliare a persone adirate, questi crudeli a tempo perso.
[4] Dicono che Annibale, vedendo una fossa piena di sangue umano, abbia esclamato: "Che spettacolo meraviglioso!". Quanto gli sarebbe parso più elegante riempirne un fiume o un lago! C’è da stupirsi che ti lasci tanto affascinare da questo spettacolo tu, che sei nato nel sangue ed allevato, fin da fanciullo, in mezzo alle stragi? Per vent’anni la fortuna ti seguirà, favorendo la tua crudeltà, ed ovunque offrirà graditi spettacoli ai tuoi occhi: ne vedrai al Trasimeno ed a Canne e, infine, attorno alla tua Cartagine. [5] Recentemente, ai tempi del divino Augusto, Voleso, proconsole d’Asia, dopo aver fatto decapitare trecento persone in un sol giorno, camminando tra i cadaveri con cipiglio fiero, come se avesse compiuto un’impresa meravigliosa e spettacolare, esclamò in greco: "Che impresa da re!". Che cosa avrebbe fatto costui, se fosse stato re? Questa non era ira, ma un male più grave ed irrimediabile.
6. La virtù è incompatibile con l’ira
[1] "La virtù," si obietta "come deve esser favorevole alle imprese oneste, così deve essere adirata contro quelle turpi".
E se mi vengono a dire che la virtù dev’essere insieme abietta e nobile? Eppure dice questo chi la vuole vedere esaltarsi ed abbattersi, perché la gioia per un’impresa buona è nobiltà e gloria, l’ira per un peccato altrui è meschinità e grettezza. [2] La virtù non si comporterà mai in modo da imitare quei vizi che sta reprimendo; deve ridurre a ragione proprio l’ira, che non è per nulla migliore, anzi spesso è peggiore, dei delitti contro i quali si scaglia.
Costitutivo specifico e nativo della virtù è il godere e rallegrarsi; l’adirarsi non si conviene al suo decoro, come non gli si conviene il piangere: ebbene, la tristezza è compagna dell’iracondia, ed in essa va a sfociare ogni atto di ira, o dopo il pentimento o dopo l’insuccesso. [3] Poi, se è compito del saggio adirarsi contro i peccati, dovrà adirarsi di più contro i più gravi, ed adirarsi a ripetizione: ne segue che il saggio non è soltanto un adirato, ma un iracondo. Invece, se crediamo che nell’animo del saggio non trovino posto né un’ira grande, né una frequente, che motivo c’è di non liberarlo del tutto da questa passione? [4] In realtà, non si può più segnare un limite, se ci si deve adirare per le azioni di ciascuno; il saggio, infatti, o risulterà ingiusto, perché s’adirerà in ugual misura per delitti diversi, o estremamente iracondo, se si infiammerà ogni volta che un delitto merita ira.
7. La saggezza è compostezza
[1] C’è cosa più sconveniente che porre in un saggio una passione condizionata dalla malvagità altrui? Il famoso Socrate non sarà più in grado di rientrare in casa con il volto pacato che aveva quando ne era uscito; eppure, se il saggio deve adirarsi contro le azioni turpi, e deve anche spazientirsi e rattristarsi per i delitti, non esiste vivente più travagliato di lui: la sua vita trascorrerà tutta nell’ira e nella tristezza. [2] Ci sarà davvero un momento in cui non veda azioni da disapprovare? Ogni volta che uscirà di casa, dovrà camminare tra scellerati, avari, prodighi, spudorati, tutta gente felice dei propri vizi; non potrà mai girare l’occhio, senza trovare un motivo di indignazione; cadrà esausto, se si impegnerà ad adirarsi ogni volta che la situazione lo richiede.
[3] Tutte queste migliaia di persone che, all’alba, s’avviano in fretta verso il foro, quali vergognose liti hanno, quali avvocati ancor più vergognosi! Uno sottopone al giudice le disposizioni di suo padre, che avrebbe fatto meglio a cercare di meritare, un altro si costituisce in causa contro sua madre, un terzo viene ad accusare altri di un delitto di cui tutti sanno bene che è lui il colpevole, ed il giudice eletto deve condannare azioni che anche lui ha commesso: intanto il pubblico, sedotto dalle belle parole dell’avvocato, applaude la causa cattiva.
8. La folla degli sconsiderati
[1] Che sto ad elencare esempi? Quando vedrai il foro pieno di gente ed i recinti elettorali zeppi di tutto un afflusso di folla, e quel circo, dove il popolo si mette in mostra il più numeroso possibile, sappi questo: ivi ci sono tanti vizi quanti uomini. [2] Tra codesti individui, che vedi in toga, non c’è pace; ciascuno, per un utile da nulla, si lascia indurre a rovinare l’altro, nessuno ritiene di poter guadagnare se non ingiuriando gli altri, odiano chi è felice e disprezzano chi è infelice; sentono il peso di chi è più grande di loro e gravano sui più piccoli, agiscono sotto lo stimolo delle opposte cupidigie, desiderano il crollo di tutto, per un piacere o un bottino da nulla. Si vive come in una scuola di gladiatori, dove il vivere insieme è un combattersi.
[3] È un’accolta di belve codesta, a parte il fatto che quelle non lottano tra loro e non azzannano i loro simili, costoro si saziano sbranandosi vicendevolmente. Tra loro e gli animali privi di parola c’è questa sola differenza: le belve sono mansuete con chi le nutre, la rabbia di costoro divora chi la nutre.
9. L’ira comporta una ressa di passioni
[1] Il saggio, se appena comincerà ad adirarsi, non potrà più smettere: tutto è pieno di delitti e di vizi, e si commettono più misfatti di quanti se ne possano rimediare con i mezzi coercitivi. È una specie di grande gara di iniquità: ogni giorno aumenta la cupidigia di peccare e diminuisce il ritegno; spazzata via ogni valutazione del meglio e del più giusto, la libidine si slancia in qualunque direzione le pare, ed i delitti nemmeno più si nascondono: ti passano sotto gli occhi; la nequizia si è talmente diffusa in pubblico e talmente rinvigorita nel cuore di tutti, che l’innocenza non è più rara: è inesistente.
[2] Sono forse singoli individui o piccoli gruppi ad infrangere la legge? Da ogni parte, come allo squillare di un segnale, insorgono a mescolare il lecito con l’illecito:
dell’ospite, l’ospite più non si fida,
del genero dubita il suocero, ormai raramente tra loro
si vogliono bene i fratelli. Agogna bramoso il marito
che muoia la sposa: altrettanto desidera lei del marito;
immondi veleni ai figliastri propinano infami matrigne
e il figlio fa il conto anzitempo degli anni che restano al padre.
[3] Fino a che punto è completo questo elenco? Il poeta, qui, non ha descritto gli accampamenti contrapposti di gente della medesima bandiera, i genitori ed i figli che giurano per fazioni diverse, le fiamme appiccate alla patria per mano dei cittadini e gli squadroni minacciosi dei cavalieri che s’aggirano per frugare nei nascondigli dei proscritti, le fontane contaminate dai veleni, le pestilenze diffuse da mano d’uomo, le trincee scavate attorno ai genitori assediati, gli incendi che bruciano città intere, le tirannidi funeste, le congiure segrete per abbattere monarchie e Stati, il farsi vanto di azioni che, fino a quando si riesce a reprimerle, sono delitti, ed i rapimenti, e gli stupri, e le libidini dalle quali non è immune neppure la bocca. [4] Aggiungi ora gli spergiuri ufficiali dei popoli, le violazioni di alleanze, il saccheggio, da parte del più forte, ai danni di chiunque non poteva opporre resistenza, e soprusi, furti, frodi, negazioni del debito, delitti per i quali non basterebbero i tre Fori. Se vuoi che il saggio si adiri nella misura voluta dall’infamia dei delitti, quello non deve adirarsi: deve impazzire.
10. Non adirarsi contro gli errori
[1] È preferibile che tu rifletta che non ci si deve adirare contro gli errori. Che dire di chi si arrabbia con gente che, al buio, cammina con passo insicuro? O con dei sordi che non possono sentire gli ordini? O con dei fanciulli che, invece di pensare ai loro doveri, guardano i giochi ed i divertimenti di nessun conto dei loro coetanei? E se ti volessi adirare perché uno è malato, vecchio, spossato? Tra gli altri inconvenienti della condizione mortale, c’è anche questo: l’ottenebrarsi della mente, che non è soltanto inevitabilità dell’errore, ma amore di esso. [2] Se non vuoi adirarti con i singoli, devi perdonare a tutti, conceder venia all’umanità intera. Se ti adiri con i giovani o con i vecchi perché peccano, ti devi adirare anche con i bimbi: peccheranno. Ma ci si adira con i fanciulli, la cui età non sa ancora discernere le azioni? È motivo più grave e giusto, per essere scusati, l’essere uomini che l’essere fanciulli.
[3] Noi siamo nati in questa condizione di viventi soggetti a malattie dell’anima, non meno numerose di quelle del corpo, non perché siamo ottusi e tardi, ma perché non facciamo buon uso del nostro acume e siamo esempio di male l’uno all’altro; chiunque segue chi, prima di lui, s’è avviato sulla strada sbagliata, perché non deve essere scusato del percorrere la strada sbagliata che tutti percorrono? [4] La severità del generale si esplica sui singoli, ma egli deve necessariamente perdonare, quando diserta l’intero esercito. Che cosa dissipa l’ira del saggio? La folla di quelli che sbagliano: si rende conto di quanto sia ingiusto e rischioso adirarsi con un vizio di tutti.
[5] Eraclito, ogni volta che usciva di casa e si vedeva attorno tanti individui che vivevano male, anzi morivano male, piangeva ed aveva compassione di quanti gli si facevano incontro contenti e felici: era d’animo mite, ma troppo debole, era degno anche lui di compianto. Dicono invece che Democrito non sia mai comparso in pubblico senza scoppiare a ridere: fino a questo punto non gli pareva serio nulla di ciò che era stato fatto sul serio. C’è posto per l’ira, in questa situazione in cui tutto è da ridere o da piangere?
[6] Il saggio non s’adirerà con chi commette colpa: perché? Perché sa che saggi non si nasce, ma si diventa; sa che ben pochi, nell’intero arco della vita, riescono saggi, perché ha ben sondato la condizione del vivere umano, e nessuno, se è in senno, si adira con la natura. Che diresti, se volesse stupirsi che non pendano frutti dai cespugli selvatici? O che le spine ed i rovi non si caricano di nessun buon raccolto? Nessuno si adira, quando la natura rende ragione del difetto.
[7] Quindi il saggio, tranquillo e sereno con gli errori, non nemico, ma censore di chi sbaglia, esce ogni giorno di casa con queste disposizioni: "Incontrerò molti beoni, molti dissoluti, molti ingrati, molti avari, molti esagitati dalle furie dell’ambizione". E guarderà tutto questo con benevolenza, quanta ne ha il medico con i suoi pazienti.
[8] Quel tale la cui nave, all’aprirsi del fasciame, imbarca tanta acqua da ogni parte, si adira con i marinai o, addirittura, con la nave? Piuttosto ci rimedia, e un po’ d’acqua la chiude fuori, l’altra la scarica, tappa le falle visibili, resiste con fatica continua a quelle nascoste che gli allagano invisibilmente la stiva, e non smette solo perché, quanta ne ha tolta, tanta ne sgorga di sotto. Contro mali continui e fecondi, c’è bisogno di lunghi interventi, non perché si estinguano, ma perché non prevalgano.
11. L’ira non ha vera consistenza
[1] "L’ira è utile," si obietta "perché ci evita il disprezzo, perché atterrisce i cattivi".
In primo luogo, se l’ira è efficace in proporzione delle minacce che fa, proprio perché è terribile, è anche detestata; ora è più pericoloso essere temuti che disprezzati. Se invece è priva di forza, è ancor più esposta al disprezzo e non sfugge al ridicolo: c’è una cosa che lasci più indifferenti di un’ira che strepita a vuoto? [2] Inoltre, dal fatto che certe prospettive sono più temibili, non segue che siano preferibili, e non vorrei che s’affibbiasse al saggio la massima: "Il saggio e la belva dispongono della medesima arma: sono temuti". E che? Non temiamo la febbre, la gotta, la piaga in cancrena? E per questo, quei fatti hanno qualcosa di buono? Non sono invece spregevoli, disgustosi, vergognosi, e perciò stesso temuti? Così l’ira, per sua natura, è vergognosa e per nulla temibile, ma i più la temono, come i fanciulli temono una maschera turpe.
[3] E che dire del fatto che il timore si riversa sempre su chi l’ha provocato, e nessuno riesce a farsi temere, restando lui tranquillo? Ricorda, a questo punto, il noto verso di Laberio che, recitato in teatro in piena guerra civile, avvinse tutto il pubblico perché risuonò come una voce di popolo:
molti deve temere colui che da molti è temuto.
[4] La natura ha stabilito questo: ciò che si fa grande sul timore altrui, non è immune dal proprio. Il coraggio dei leoni si affievolisce ai rumori più leggeri! Un’ombra, un grido, un odore insolito turbano le belve più feroci: ogni essere capace di atterrire è soggetto a timore. Non vedo, dunque, per quale motivo un qualunque saggio debba desiderare d’essere temuto, o perché debba dare grande importanza all’ira, in quanto incute timore, dato che, in fondo, sono temute anche le cose spregevolissime, come i veleni, le ossa infette ed i morsi. [5] E questo non stupisce, poiché intere mandrie di belve si lasciano manovrare e spingere in trappola da una cordicella munita di penne, che è chiamata "spauracchio" per la passione che suscita: chi non ha senno, è atterrito da cose da nulla. Il movimento di un cocchio ed il vederne girare le ruote risospinge i leoni nella gabbia; il grugnito di un porco atterrisce gli elefanti. [6] Così, in conclusione, l’ira incute tanta paura, quanta ne incute un’ombra ai fanciulli oppure una penna tinta di rosso alle belve. Non ha in sé nulla di stabile o di forte, ma commuove i caratteri instabili.
12. Controllare l’ira è possibile
[1] "Se vuoi sopprimere l’ira," si obietta "devi sopprimere dal mondo anche la malvagità, ma non è possibile fare le due cose insieme".
Intanto è possibile che uno non senta il freddo, anche se natura vuole che sia inverno, o che non senta il caldo, nonostante si sia nei mesi estivi: o è al sicuro dalle offese della stagione per la favorevole situazione del luogo o, con la sua capacità fisica di sopportazione, controlla le due sensazioni. [2] Poi capovolgi il discorso: diventa necessario eliminare dall’anima la virtù, prima di accogliere l’ira, dato che non è pensabile che il vizio si combini con la virtù, e uno non può essere contemporaneamente uomo buono ed adirato, come non può essere insieme malato e sano.
[3] "Non è possibile" si obietta "eliminare completamente l’ira dall’animo: la natura umana non lo comporta".
Eppure non c’è impresa tanto difficile ed ardua, che la natura umana non possa affrontare con successo e che non sia resa abituale dall’esercizio continuo, e non esistono passioni tanto indomite ed autonome, che non vengano soggiogate da una retta educazione.
[4] Tutto quello che l’animo sa imporsi, lo ottiene; c’è chi è riuscito a non ridere mai; alcuni hanno negato al proprio corpo il vino, altri l’amore, altri ancora ogni bevanda; c’è chi, accontentandosi di un breve sonno, ha prolungato le sue veglie, senza cedere alla stanchezza; c’è chi ha imparato a correre su funi sottili e contro pendenza, o a portar pesi enormi quasi impossibili a forza umana, o a tuffarsi a profondità smisurate e sopportare il mare senza trarre respiro. [5] Ci sono mille altri casi in cui la pertinacia ha superato ogni ostacolo ed ha dimostrato che niente è difficile, quando la mente si è imposta di sopportare. Costoro, che ti ho appena citati, o non hanno ricevuto alcuna ricompensa dei loro sforzi tanto ostinati, o ne hanno avuto una inadeguata (quale ricompensa onorevole riceve infatti colui che s’è proposto di camminare su funi tese, di caricarsi sul collo pesi enormi, di non concedere il sonno ai suoi occhi, di immergersi nel mare in profondità?), e tuttavia la fatica è giunta a compiere l’impresa, anche con una ricompensa magra. [6] E noi non chiameremo in nostro aiuto la pazienza, se ci spetta un premio tanto grande, quanto lo è l’imperturbabile calma di un animo felice? Quanto è valida impresa fuggire il più grave dei mali, l’ira e, con essa, la rabbia, la ferocia, la crudeltà, il furore, e altri compagni di quella passione!
13. Vantaggi della tranquillità
[1] Non è il caso di cercare una giustificazione o un pretesto per permetterci il vizio, dicendo che esso è utile o inevitabile: quale vizio, in fin dei conti, s’è mai trovato privo d’avvocati? E non è neppure il caso di dire che è un vizio che non si può stroncare: soffriamo di malattie guaribili, e la natura stessa, che ci ha generati per la rettitudine, ci aiuta, se vogliamo emendarci. E non è vero che, come qualcuno ha sentenziato, il cammino verso la virtù sia ripido e scabroso: si giunge ad esso camminando in pianura.
[2] Non vengo a farvi un discorso infondato. La via della felicità è facile: soltanto, intraprendila sotto buoni auspici e con il sicuro aiuto degli dèi. È molto più difficile fare le azioni che fate. Che cosa è più riposante della tranquillità di spirito e più faticoso dell’ira? Che cosa è più distensivo della clemenza e più impegnativo della crudeltà? La pudicizia è libera, la libidine ha sempre mille impegni. Insomma, tutte le virtù sono facili da conservare, mentre coltivare i vizi costa caro.
[3] L’ira deve essere eliminata (in parte, lo riconoscono anche quelli che la vogliono tenuta sotto controllo): buttiamola via del tutto, non può servire a nulla. Senza di essa, si possono togliere di mezzo i delitti in modo più facile e giusto, si possono punire i cattivi ed indurli a propositi migliori. Il saggio adempirà tutti i suoi doveri, senza mai fare ricorso a nessuna cosa cattiva e senza frapporre nulla che debba poi preoccuparsi di controllare.
14. È meglio ragionare che reagire
[1] Così l’ira non deve mai essere ammessa: qualche volta però deve essere simulata, quando è il caso di pungolare l’inerzia di chi ascolta, così come eccitiamo i cavalli a spiccare la corsa con i pungoli o con le fiaccole al ventre. A volte bisogna incutere paura a quegli individui con i quali la ragione non fa profitto, ma l’adirarsi non è più utile del piangere o del temere.
[2] "Ed allora? Non si verificano situazioni che stimolano l’ira?".
Ma è soprattutto quello il momento di mettere le mani avanti. E non è difficile dominarsi, se anche gli atleti, impegnati nella parte più vile del loro essere, riescono a sopportare botte e dolore, pur di spossare chi li percuote, e non colpiscono quando lo vuole l’ira, ma al momento buono.
[3] Pirro, il più grande allenatore di lotta, dicono che fosse solito ordinare, a quelli che allenava, di non adirarsi; l’ira, infatti, sconvolge la tecnica e bada solo a come far male. Spesso dunque la ragione ci suggerisce di sopportare, l’ira di vendicarci, e noi, che eravamo in condizione di toglierci dai guai all’inizio, andiamo a rotoli nel peggio. [4] Alcuni sono stati cacciati in esilio, per non aver saputo sopportare serenamente una parola ingiuriosa e, dopo essersi rifiutati di sopportare in silenzio un’offesa lieve, sono stati sommersi da disgrazie gravissime: sdegnando una piccola diminuzione della loro più che assoluta libertà, si sono tirati sul collo il giogo della schiavitù.
15. Obiezione: la sana ira dei popoli primitivi
[1] "Se vuoi renderti conto" si obietta "che l’ira ha la sua parte di nobiltà, vai a vedere i popoli liberi, che sono i più iracondi, come i Germani e gli Sciti".
Questo accade perché i caratteri forti e tutti d’un pezzo per natura, se non sono ancora stati ammansiti dall’educazione, propendono all’ira. Certe tendenze però sono innate soltanto nei caratteri meglio dotati: anche la terra produce arbusti forti e rigogliosi, nonostante venga lasciata incolta, ed è lussureggiante la vegetazione dovuta alla sola fertilità del terreno. [2] Allo stesso modo, anche i caratteri forti comportano l’ira per natura, e non contengono nulla di delicato ed esile, tutti fuoco e bollore come sono, ma il loro vigore non è perfetto, come non lo è quello degli esseri che crescono senza il sussidio dell’arte, con il solo spontaneo beneficio della natura. Ma se non vengono domate subito, queste doti, che avrebbero dovuto produrre la fortezza, si abituano all’audacia ed alla temerità. [3] E che? Le indoli più miti non portano con sé vizi più blandi, come la compassione, l’amore, il ritegno? Certo, io ti farò scoprire più d’una volta un’indole buona attraverso i suoi difetti, ma essi non cessano d’essere vizi, solo perché sono indizi di un carattere migliore.
[4] Poi, tutti questi popoli, che sono liberi per la loro ferocia, alla stregua dei leoni e dei lupi, come non s’adattano al dominio altrui, così non sanno comandare; infatti non hanno la forza tipica del genio umano, ma la ferocia e l’intrattabilità del bruto; ora, non è capace di comandare chi non sa anche ubbidire. [5] Questo è il motivo per cui, in genere, furono dominatori quei popoli che vivono in climi temperati. Le genti esposte al freddo, a settentrione, hanno un carattere selvaggio come dice il poeta, che quanto mai somiglia al loro cielo.
16. Seconda obiezione: l’ira è forza e schiettezza
[1] "Tra gli animali," si obietta "sono ritenuti più nobili i più propensi all’ira".
È uno sbaglio l’addurre come esempio per gli uomini degli esseri nei quali l’istinto sostituisce la ragione: nell’uomo la ragione sostituisce l’istinto. Ma neppure in quegli esseri l’istinto che giova è sempre il medesimo: ai leoni giova l’ira, ai cervi la paura, allo sparviero lo slancio, alla colomba la fuga. [2] E se ti dico che non è neppure vero che gli animali migliori sono i più iracondi? Sì, le belve, dato che si nutrono di preda, sono tanto migliori quanto più iraconde; ma vorrei anche lodare la pazienza dei buoi e dei cavalli che ubbidiscono al morso. Ma che motivo c’è di indirizzare l’uomo ad esempi tanto infelici, quando hai davanti il cosmo e Dio che solo l’uomo, tra tutti gli esseri viventi, riesce a comprendere, per poterlo, lui solo, prendere a modello?
[3] "Gli iracondi" si obietta "sono ritenuti i più schietti di tutti".
Certo, a paragone dei frodatori e degli astuti, sembrano schietti, perché sono aperti. Io, però, non li direi schietti, ma incauti. È l’epiteto che diamo agli stolti, ai dissoluti, agli scialacquatori, ed a tutti i vizi che non comportano astuzia.
17. Terza obiezione: l’ira può dare buoni risultati
[1] "L’oratore irato," si obietta "di solito riesce migliore".
Meglio: quello che fa la parte dell’irato; infatti, anche gli attori, quando recitano, commuovono il pubblico, non perché sono irati, ma perché fanno bene la parte dell’irato. Allora, davanti ai giudici e nelle assemblee popolari e dovunque vogliamo manipolare a nostro piacimento i sentimenti altrui, noi simuleremo ora l’ira, ora il timore, ora la compassione, per incuterli negli altri, e spesso le passioni simulate hanno ottenuto quei risultati che le passioni vere non avrebbero ottenuti.
"Ma è fiacca" si dice "un’anima senza ira".
[2] È vero, se non dispone di nulla di più valido dell’ira. Ma non bisogna essere né ladroni né depredati, né compassionevoli né crudeli: quello ha un’anima troppo remissiva, questo, troppo dura. Il saggio deve essere moderato e deve impiegare, per trattare le cose con bastante energia, non l’ira, ma la forza.
18. I rimedi contro l’ira: premesse
[1] Ora che abbiamo trattato le questioni che riguardano l’ira, passiamo ai suoi rimedi. A mio parere, sono due: il non incorrere nell’ira ed il non sbagliare nell’ira. Come nell’arte medica le regole che riguardano la difesa della salute sono diverse da quelle che vertono sul suo ristabilimento, così c’è un procedimento per cacciare l’ira, un altro per tenerla sotto controllo. Per evitare l’ira, ci sono alcuni precetti che interessano l’intera vita: si suddividono in precetti per il periodo dell’educazione e precetti per l’età successiva.
[2] L’educazione esige la massima diligenza, per poter dare il frutto più abbondante. È facile, infatti, adattare le anime ancora tenere, è difficile recidere i vizi che sono cresciuti con noi.
19. Tipologia umana ed ira
[1] L’animo ribollente è, per natura, il più propizio all’ira. Infatti gli elementi sono quattro: fuoco, acqua, aria, terra, e quattro sono le forze che ad essi corrispondono: il bollore, il freddo, il secco e l’umido. La mescolanza degli elementi determina le differenze dei luoghi, dei viventi, dei corpi e dei comportamenti: pertanto i caratteri propendono maggiormente verso la direzione determinata dal prevalere di un elemento. Da ciò designiamo certe regioni come umide, aride, calde, fredde.
[2] Le medesime differenze si notano nei viventi e nell’uomo: importa quanto ciascuno abbia in sé di umido e di caldo: la quantità di elemento, che risulterà prevalente in lui, ne determinerà il comportamento. Un’anima naturalmente ribollente renderà iracondi, perché il fuoco è portato all’azione ed alla tenacia; un impasto di freddo renderà timidi, perché il freddo è inerte e chiuso in se stesso.
[3] Alcuni della nostra scuola sostengono che l’ira insorga nel nostro petto, quando il sangue ribolle attorno al cuore; il motivo, per cui si assegna all’ira questa sede, non è altro che questo: il petto è la parte più calda di tutto il corpo. [4] In coloro che hanno maggior quantità di umido, l’ira cresce a poco a poco, perché il calore non è già predisposto, ma si accumula con il movimento: perciò gli scatti d’ira dei fanciulli e delle donne sono più impetuosi che gravi, e più leggeri al momento iniziale. Chi è nell’età dell’asciuttezza, ha un’ira violenta e robusta, ma che non cresce e non può aggiungere nulla a se stessa, perché le succede subito il freddo che smorzerà il calore. I vecchi sono difficili e lagnosi, come gli ammalati, i convalescenti e tutti quelli il cui calore s’è esaurito per spossatezza o per perdite di sangue; [5] nella medesima situazione si trovano i rabidi di fame e di sete e, in genere, quelli il cui corpo è mal nutrito per mancanza di sangue, e viene meno. Il vino accende le ire perché aumenta il calore: a seconda dell’indole di ciascuno, c’è chi ribolle perché ubriaco e chi perché ferito. Non c’è nessun altro motivo per cui siano straordinariamente iracondi i biondi ed i rossi, se non l’avere per natura quel colore che negli altri si produce solitamente con l’ira: hanno infatti sangue mobile ed agitato.
20. Altre cause dell’ira e relative terapie
[1] Ma come la natura produce soggetti inclini all’ira, così sopravvengono molte cause che producono i medesimi effetti della natura: alcuni sono stati condotti a quel vizio da una malattia o da una menomazione fisica, altri dalla fatica, dalle veglie continue, dalle ansie notturne e dai desideri d’amore; ogni altro fattore, che risulti nocivo al corpo o all’anima, predispone la mente malata alle lamentele.
[2] Ma tutti questi fatti sono inizi e cause: moltissimo può l’assuefazione che, se fa sentire il suo peso, alimenta il vizio. Certo, è difficile cambiare la natura, e non è possibile reimpastare la mistura di elementi che s’è formata, una volta per tutte, al nostro nascere; ma anche a questo scopo, la scienza ha giovato e, ad esempio, si è negato ai caratteri caldi il vino, che Platone dice debba negarsi ai fanciulli, perché non si deve ravvivare il fuoco con altro fuoco. E nemmeno li si dovrebbero ingozzare di cibo, perché il corpo si dilata e, con il corpo, si gonfia l’animo. [3] Li tenga in esercizio un lavoro che non raggiunga il limite dell’affaticamento, perché il calore deve diminuire, non esser distrutto, e deve sfogarsi la spuma del bollore. Gioveranno anche i giochi: un piacere misurato rilassa e ritempra gli animi.
[4] I caratteri tendenti piuttosto all’umido o al secco e quelli freddi non corrono pericoli da parte dell’ira, ma, nel caso, sono da temere vizi più gravi, come la paura, l’intrattabilità, l’abbattimento, il sospetto. Caratteri così sono da blandire, scaldare e richiamare a letizia. E poiché i rimedi da usare contro l’ira e contro la tristezza non sono i medesimi, e i due vizi abbisognano di cure non soltanto diversissime, ma addirittura contrastanti, metteremo sempre rimedio al vizio più sviluppato.
21. I fanciulli e l’ira: precetti di sana pedagogia
[1] Sarà utilissimo, direi, che venga subito avviata una salutare educazione dei fanciulli; guidarli, però, è difficile, perché si deve far in modo di non nutrire in loro l’ira ed insieme di non smussarne il carattere. [2] È un impegno che presuppone una scrupolosa circospezione, perché sia ciò che dobbiamo sviluppare, sia ciò che dobbiamo reprimere si alimenta con mezzi simili, ed è facile che le cose simili inducano in errore anche chi fa attenzione.
[3] L’indisciplina provoca un aumento della baldanza, ma la repressione la annienta; questa si erge e sbocca nella fiducia in se stessi con le lodi, ma le medesime producono intolleranza ed irascibilità: perciò, per tenere il nostro allievo ugualmente lontano dai due eccessi, dobbiamo guidarlo usando ora il morso ora lo sprone.
[4] Non deve subire nulla di avvilente o di servile, non deve mai esser messo in condizione di chiedere e supplicare, mai deve ricavare vantaggio dall’insistenza nel chiedere: è meglio dare tenendo conto della situazione oggettiva, della condotta passata e dei buoni propositi per l’avvenire.
[5] Nelle gare con i coetanei, non gli dobbiamo permettere né di lasciarsi sconfiggere, né di adirarsi; facciamo in modo che frequenti coloro con i quali è solito gareggiare, perché si abitui a gareggiare per vincere, non per nuocere; quando vincerà o farà azioni degne di lode, permettiamogli d’esserne soddisfatto, ma non di vantarsene: la gioia, infatti, diventa esultanza e l’esultanza diventa arroganza ed eccessiva stima di sé.
[6] Gli concederemo anche momenti di riposo, ma non lo snerveremo nell’inazione e nell’ozio e lo terremo lontano dall’esperienza dei piaceri; non c’è nulla di più atto a produrre iracondi di un’educazione molle e blanda: è per questo che sono più corrotti d’animo i figli unici, che godono di maggior indulgenza, e gli orfani adottati, che ottengono tutti i permessi. Non saprà resistere ad una offesa colui che non s’è mai sentito dire un no, che ha sempre avuto una mammina che gli asciugava le lacrime, o che ha ottenuto soddisfazione ai danni del suo pedagogo. [7] Non vedi come ad una maggior agiatezza s’accompagna una maggiore irascibilità? La si nota soprattutto nei ricchi, nei nobili, nelle alte cariche, quando un infondato e vano capriccio ingrandisce per un soffio di vento favorevole.
La felicità nutre l’iracondia, quando una turba di piaggiatori assedia le orecchie dei presuntuosi: "Quello là ha il coraggio di rispondere a te? Non ti valuti quanto meriti, ti butti giù", ed altre espressioni alle quali difficilmente sanno resistere; in età giovanile, anche caratteri di buona stoffa. [8] I fanciulli devono quindi esser tenuti ben lontano dai piaggiatori: odano la verità.
Il fanciullo deve provare talvolta timore, essere sempre rispettoso, alzarsi davanti ai più anziani. Non deve ottenere nulla con l’ira: quello che gli si è negato quando piangeva, gli si offra quando è calmo. Abbia sotto gli occhi le ricchezze dei genitori, ma non possa disporne. Gli si rimproverino le sue malefatte.
[9] Allo scopo, sarà utile che gli vengano assegnati precettori e pedagoghi pacati: tutti, in tenera età, si adattano a quanti stanno loro vicini e crescono modellandosi su quelli; poi, nell’adolescenza, i fanciulli rispecchiano i costumi delle loro nutrici e dei pedagoghi.
[10] Un fanciullo, educato in casa di Platone, quando, restituito ai genitori, sentì il padre gridare: "Mai" disse "ho visto cose del genere in casa di Platone". Io però sono sicuro che passò ben presto dall’imitazione di Platone a quella del padre. [11] E, prima di tutto, il vitto sia misurato, i vestiti non siano costosi, il tenore di vita sia uguale a quello dei coetanei: non si adirerà d’essere paragonato con gli altri se, fin dall’inizio, lo avrai messo alla pari con molti.
22. Un suggerimento agli adulti: prendere tempo
[1] Ma tutto questo riguarda i nostri figli; in noi, ormai, la condizione di nascita e l’educazione non concedono più spazio a vizi o a regole: dobbiamo mettere in ordine quanto ci resta da vivere. [2] Perciò dobbiamo combattere contro le cause immediate. Causa dell’adirarsi è il ritenersi offesi ed è cosa che non dobbiamo essere propensi a credere. E neppure dobbiamo decidere su due piedi sulla base degli indizi più appariscenti e manifesti: ci sono cose false che hanno l’apparenza del vero.
[3] Bisogna sempre concedere un rinvio: il tempo mette in luce la verità. L’orecchio non deve essere a disposizione di chi accusa: dobbiamo essere ben consci e diffidare di quel difetto della natura umana, in forza del quale siamo disposti a prestar fede alle notizie che non ascoltiamo volentieri, e ad adirarci, prima d’aver formulato un giudizio. [4] Che dire poi del fatto che reagiamo impulsivamente non soltanto alle accuse, ma ai sospetti e che, interpretando male l’atteggiamento o il riso altrui, ci adiriamo con degli innocenti? Dobbiamo dunque dibattere contro noi stessi la causa dell’assente e tener sospesa l’ira: una punizione può essere inflitta anche in ritardo, ma, una volta inflitta, non può esser revocata.
23. Esempi d’ira e di moderazione
[1] È noto quell’aspirante tirannicida che, catturato senza aver portato a termine l’impresa e torturato da Ippia perché denunciasse i complici, fece i nomi degli amici del tiranno che gli stavano attorno ed ai quali sapeva esser soprattutto cara la di lui salvezza; il tiranno, quando li ebbe fatti uccidere ad uno ad uno, via via che venivano denunciati, gli chiese se ne restava qualcuno: "Solo tu," rispose "non ho lasciato nessun altro cui potessi esser caro". L’ira indusse il tiranno a prestare al tirannicida la sua mano e la sua spada, perché uccidesse gli uomini su cui contava. [2] Quanto più coraggioso fu Alessandro! Letta una lettera di sua madre, che lo avvertiva di guardarsi dal veleno del medico Filippo, prese la pozione e la bevve senza timore: si fidò maggiormente del suo giudizio sull’amico. [3] Fu degno di avere un amico innocente e di giudicarlo tale! Ed è cosa che trovo particolarmente lodevole in Alessandro, perché nessuno fu altrettanto soggetto all’ira: quanto più, infatti, è rara la moderazione nei re, tanto più è degna di lode.
[4] Altrettanto fece Gaio Cesare, quello che usò tanta clemenza dopo la vittoria nella guerra civile: venuto in possesso degli scrigni contenenti le lettere spedite a Gneo Pompeo da persone che sembravano esser state d’altro partito o neutrali, le fece bruciare. Nonostante fosse solito moderare la sua ira, preferì non aver motivo di farlo: ritenne che fosse il più gradito genere di perdono il non conoscere quale fosse la colpa di ciascuno.
24. Altri suggerimenti: non esser sospettosi
[1] Nella maggior parte dei casi, il male è prodotto dalla credulità. A volte non si deve nemmeno ascoltare, perché ci sono situazioni nelle quali è meglio sbagliare che diffidare.
Dobbiamo bandire dall’anima sospetti e congetture, che sono gli incentivi più ingannevoli: "Quello mi ha salutato con poca cortesia; quello non ha risposto al mio abbraccio; quello ha interrotto il mio discorso alle prime battute; quello non mi ha invitato a cena; quello mi ha mostrato un volto poco amichevole".
[2] Per sospettare, si trovano sempre buoni motivi: bisogna essere semplici e valutare i fatti con benevolenza. Non dobbiamo credere a nulla, tranne a quello che ci balza agli occhi e ben chiaro, e quando il nostro sospetto si dimostrerà infondato, rimproveriamoci di credulità. Questo castigo ci abituerà a non credere facilmente.
25. Essere longanimi
[1] A questo detto, segue questo: non lasciamoci esacerbare dai nonnulla e dalla meschinità. Lo schiavo non è sveglio, mi ha portato da bere acqua non fresca; il divano è in disordine, la mensa è apparecchiata sciattamente: è pazzia eccitarsi per cose del genere. È malato o di malferma salute chi risente d’uno spiffero, sono deboli gli occhi che provano fastidio davanti ad una veste candida, è depravato dalla mollezza chi sente male ai fianchi per la fatica altrui.
[2] Dicono che esistette un certo Mindride, un Sibarita, il quale, vedendo un uomo lavorare la terra ed alzare energicamente la zappa, si lamentò di provare stanchezza e proibì di fare quel lavoro in sua presenza; spesso si lamentò d’aver avuto un travaso di bile, per esser rimasto coricato su petali di rosa spiegazzati.
[3] Quando i piaceri hanno corrotto insieme animo e corpo, nulla sembra più sopportabile, non perché le situazioni siano dure, ma perché le sopporta un rammollito. Che motivo c’è infatti d’arrabbiarsi, perché uno tossisce o sternuta o non è pronto a cacciare una mosca, o perché ci gira attorno il cane o la chiave è caduta di mano allo schiavo disattento? [4] Potrà costui rimanere impassibile tra le ingiurie che volano in tribunale, gli epiteti che gli si gridano nelle assemblee popolari o in senato, se le sue orecchie si sentono offese dallo stridio d’uno sgabello che striscia? Sopporterà la fame, la sete in una spedizione estiva, se si arrabbia con lo schiavo che non gli scioglie a dovere la neve? Non c’è cosa che alimenti l’ira più del lusso smisurato ed intollerante: l’animo deve esser trattato con durezza, se si vuole che non senta altri colpi che quelli duri.
26. Non adirarsi con gli esseri irragionevoli
[1] Ci adiriamo o con esseri dai quali non era neppure possibile che ricevessimo ingiuria, o con esseri dai quali potevamo riceverla. [2] Tra i primi, ci sono certi esseri privi dei sensi, come il libro che talvolta buttiamo, perché è scritto in grafia troppo minuta, o facciamo a pezzi, perché zeppo di errori, così come strappiamo i vestiti che non ci piacciono: quanto è stolto adirarsi con questi oggetti che né hanno meritato né sentono la nostra ira!
[3] "Ma ci offendono, beninteso, coloro che hanno fatto quegli oggetti".
Prima di tutto, noi spesso ci adiriamo, prima d’aver modo di fare questa distinzione. Poi, forse, anche gli stessi artigiani potrebbero portare scusanti accettabili: uno non avrebbe potuto far meglio di come ha fatto e non è stato per offenderti, se ha imparato male il mestiere; un altro non ha lavorato così proprio per offendere te. Ma infine, che c’è di meno ragionevole che scaricare sulle cose la bile accumulata contro gli uomini? [4] Anzi, come è irragionevole adirarsi contro questi oggetti inanimati, così lo è adirarsi contro gli animali, che non ci fanno alcuna ingiuria, dato che sono incapaci di volerla: si sa che non può essere ingiuria ciò che non prende le mosse da una deliberazione. Possono quindi recarci un danno allo stesso modo di un ferro o di una pietra, ma non possono farci ingiuria. [5] Eppure alcuni si ritengono disprezzati se certi cavalli, docili ad un cavaliere, si rifiutano ad un altro, come se certi animali fossero più disposti ad assoggettarsi a certi uomini per volontà deliberata e non per abitudine o per la tecnica del maneggio.
[6] Allora, come è stolto adirarsi con questi esseri, così lo è adirarsi con i fanciulli e con coloro che non sono molto più assennati dei fanciulli: tutte queste colpe, al giudizio di un giudice giusto, hanno come scusante l’incapacità di riflessione.
27. L’ira contro gli dèi e contro l’autorità
[1] Ci sono degli esseri che non possono assolutamente nuocere e non hanno forza che non sia benefica e salutare, come gli dèi immortali, che non vogliono e non possono fare il male. Hanno, infatti, natura mite e placida, tanto immune dall’offesa altrui, quanto dalla propria. [2] Dunque, sono pazzi ed ignari del vero quelli che imputano loro la furia del mare, l’eccesso delle piogge, il perdurare dell’inverno, mentre, in realtà, nessuno di questi fatti, che ci danneggiano o ci giovano, prende di mira specificamente noi. Non siamo noi il motivo per cui il cielo alterna l’estate e l’inverno: questi fenomeni osservano le leggi specifiche che presiedono ai moti dei corpi celesti. Ci sopravvalutiamo, se ci riteniamo tali che fenomeni tanto grandi accadano per noi. Nulla, dunque, di tutto questo accade per offenderci, anzi, non c’è nulla che non accada per il nostro bene.
[3] Abbiamo detto che ci sono esseri che non possono nuocerci ed altri che non lo vogliono. Tra questi ultimi annovera i buoni magistrati, i genitori, gli educatori e i giudici, i provvedimenti dei quali debbono essere accettati come la lancetta del chirurgo, la dieta e le altre cose che ci fanno soffrire per darci giovamento.
[4] Siamo stati puniti: non pensiamo soltanto a ciò che stiamo soffrendo, ma anche a ciò che abbiamo fatto e chiamiamo noi stessi a rapporto per discutere della nostra vita: se appena vorremo confessarci, nel nostro intimo, la verità, emetteremo una sentenza più severa sulla nostra causa.
28. Anche noi abbiamo le nostre colpe
[1] Se vogliamo essere giudici giusti di tutte le situazioni, in primo luogo dobbiamo convincerci che nessuno di noi è senza colpa. Lo sdegno maggiore nasce da questa mentalità: "Non ho commesso colpa" e: "Non ho fatto niente". No: è che non confessi nulla! Ci sdegniamo se ci è stata inflitta una ammonizione o una pena e, nello stesso tempo, pecchiamo di nuovo, aggiungendo al male fatto l’arroganza e la ribellione.
[2] Chi è costui, che si professa innocente davanti a tutte le leggi? Ed ammesso che sia così, che innocenza striminzita è l’esser buoni a norma di legge! Quanto è più estesa la regola del dovere di quella della legge! Quanti obblighi impongono la pietà, l’umanità, la liberalità, la giustizia, la lealtà, tutti valori che non sono traducibili in leggi dello Stato! [3] Ma non riusciamo nemmeno ad esser fedeli a quella normativa ridotta all’osso: alcune cose abbiamo fatto, altre pensato, altre desiderato, altre favorito; di certe azioni, siamo innocenti perché non ci sono riuscite.
[4] Pensando a questo, siamo più giusti con chi sbaglia, abbiamo fiducia in chi ci rimprovera; non adiriamoci per nulla con i buoni (e con chi non dovremmo adirarci, se lo facciamo anche con i buoni?) e, soprattutto, non adiriamoci, con gli dèi: non è per legge loro, ma per la nostra condizione di mortali, che soffriamo i disagi che ci accadono.
"Ma ci piombano addosso malattie e dolori".
In un modo o nell’altro, dovremo pur lasciare questa casa fatiscente, che ci è toccata in sorte. Ti diranno che uno ha parlato male di te: pensa se non sei stato il primo tu, pensa di quante persone parli. [5] Riflettiamo, direi, che alcuni non ci fanno ingiuria, ma ce la ricambiano, che altri lo fanno per il nostro bene, altri sono costretti ad agire così: altri non se ne rendono conto, e che anche quelli che agiscono scienti e volenti, nell’offenderci non si propongono di offendere noi: uno s’è lasciato trascinare dalla piacevolezza d’una battuta, un altro ha fatto quel che ha fatto non per nuocere a noi, ma perché non poteva arrivare senza metterci da parte; accade che anche l’adulazione offenda, mentre cerca di blandire.
[6] Chiunque richiamerà alla memoria quante volte ha accolto sospetti infondati, quante volte il caso ha fatto somigliare ad ingiurie i suoi buoni uffici, quante persone ha cominciato ad amare dopo averle detestate, sarà in grado di trattenersi dagli scatti d’ira, soprattutto se, ad ogni fatto che l’offende, dirà tra sé e sé: "Questo lo ho commesso anch’io".
[7] Ma un giudice così giusto, dove lo troverai? Colui che non desidera una donna, se non è moglie di un altro, e ritiene che l’esser la donna altrui sia motivo sufficiente per innamorarsene, non permette a nessuno di guardare sua moglie; lo sleale è il più esigente nel pretendere la lealtà; il calunniatore non sopporta assolutamente che gli si faccia causa e colui che non ha alcun riguardo al proprio pudore, non vuole che s’attenti a quello dei suoi schiavetti. [8] I vizi degli altri li abbiamo davanti agli occhi, i nostri ci stanno dietro la schiena: ed ecco che un padre, più intemperante del figlio, ne rimprovera i banchetti troppo prolungati, che non perdona nulla all’altrui lussuria quel tizio che nulla nega alla propria, che il tiranno s’adira contro l’omicida ed il sacrilego punisce i furti.
Ci sono moltissimi uomini che s’adirano non contro i peccati, ma contro i peccatori. Diventeremo più moderati, se volteremo lo sguardo a noi stessi e ci chiederemo: "Non abbiamo fatto anche noi cose simili? Non abbiamo sbagliato allo stesso modo? Ci giova condannare queste azioni?".
29. Valutare i fatti, prima di decidere
[1] Il miglior rimedio dell’ira è il saper rinviare. All’inizio non chiederle di perdonare, ma di formulare un giudizio: i suoi primi impulsi sono pesanti, ma si placherà, se saprà aspettare. E non cercare di eliminarla in blocco: rimarrà sconfitta, se saprai ridurla in brandelli.
[2] Tra le cose che ci offendono, alcune ci vengono riferite, altre le udiamo o vediamo di persona. Non dobbiamo prestar subito fede al merito di quanto ci viene raccontato: molti mentiscono per ingannare, molti perché sono in inganno; c’è chi cerca di entrare nelle tue grazie facendosi portatore di accuse ed inventa l’ingiuria, per sembrare rammaricato che ti sia stata fatta; c’è chi opera per malvagità e vuol spezzare le tue amicizie più strette, e c’è chi vuol esser spettatore, come se si trattasse d’assistere a dei giochi, e sta a guardare, da lontano ed al sicuro, quelli che ha messo in urto.
[3] Se dovessi far da giudice su una somma anche insignificante, non accetteresti prove non testimoniate, non varrebbe una testimonianza non giurata, daresti la parola alle due parti, concederesti il rinvio, non ti accontenteresti di una sola udienza; la verità, infatti, viene meglio in luce, se la si maneggia più d’una volta: e tu condanni un amico, seduta stante? Prima d’aver potuto ascoltare, interrogare, prima che gli sia stato possibile conoscere il suo accusatore o l’accusa, tu ti adiri? Già dunque, già hai ascoltato quanto dicevano le due parti? [4] La persona stessa che è venuta a riferirti smetterà di parlare, se le verrà imposto di addurre prove. "Non è il caso" dice "che tu faccia il mio nome; se tiri in ballo me, negherò tutto; diversamente, io non ti riferirò più nulla". Mentre istiga te, si sottrae alla lotta, allo scontro. Chi non vuol riferire a te se non in segreto, è quasi come non riferisse: che c’è di più ingiusto del prestar fede in segreto, ed adirarsi in pubblico?
30. Valutare le situazioni
[1] A certi fatti, assistiamo di persona: in questi casi, vaglieremo l’indole e le intenzioni di chi li commette. È un fanciullo: l’età merita indulgenza, perché non si rende conto dello sbaglio. È un padre: o ti ha già fatto tanto bene che ha acquistato anche il diritto di offenderti o, forse, è un servizio che ti presta quello che tu stimi offesa. È una donna: sbaglia. È uno che esegue degli ordini: chi, se non è ingiusto, se la prende con gli stati di necessità? È uno che hai offeso: non è ingiuria subire quanto tu hai fatto per primo. È un giudice: devi dare più credito alla sua sentenza che alla tua. È un re: se punisce un colpevole, accetta la giustizia, se un innocente, accetta la mala sorte. [2] È un animale o è come un animale: diventi uguale a lui, se ti adiri. È una malattia o una disgrazia: passerà con minor danno, se la saprai sopportare. È Dio: è fatica tanto sprecata l’adirarsi con lui, quanto lo è l’invocare la sua ira su altri. È un uomo buono, colui che ti fa ingiuria? Non la devi prendere per tale. È un cattivo? Non fartene meraviglia. Pagherà ad altri il debito che ha con te: a se stesso, lo ha già pagato, mettendosi in colpa.
31. Di fronte all’ingiustizia
[1] Sono due, come ho detto, i moventi atti a suscitare l’ira: il primo è la convinzione di aver ricevuto ingiuria, e ne abbiamo già parlato abbastanza; il secondo, quella di averla ricevuta ingiustamente. Dobbiamo parlare di quest’ultimo. Certe cose, gli uomini le giudicano ingiuste, perché pensano che non avrebbero dovuto subirle; certe altre, perché non se le aspettavano: noi giudichiamo immeritato tutto l’inopinato. [2] Perciò ci commuovono soprattutto quei fatti che accadono contro le nostre speranze ed attese, e non abbiamo altro motivo di sentirci offesi da piccolezze delle persone di casa o di chiamare ingiuria la distrazione di un amico.
[3] "Ma allora," si obietta "in che modo ci turbano le ingiurie dei nemici?".
Perché non ce le aspettavamo, o certamente non ce le aspettavamo tanto gravi. Questo deriva dall’eccessivo amore di noi stessi: pensiamo di dover essere intangibili anche ai nostri nemici; ciascuno ha in sé sentimenti di re e vuole che a lui sia concessa la massima libertà, agli altri, contro se stesso, no. [4] Ed ecco che ci rende iracondi o la novità della cosa o il non sapere come va il mondo: perché, infatti, dobbiamo meravigliarci se i cattivi fanno azioni cattive? Che novità è un nemico che ti fa del male, un amico che ti offende, un figlio che sbaglia, uno schiavo in colpa? Fabio diceva che la peggior scusa per un generale era: "Non l’avrei mai pensato!": io la reputo la più vergognosa per un uomo. Pensa a tutto, aspettati tutto: anche dalle persone di buoni costumi avrai qualche difficoltà.
[5] La natura umana produce anime perfide e ne produce di ingrate, di cupide, di empie. Quando devi giudicare del comportamento di una persona, pensa a quello di tutti. Dove troverai più soddisfazione, troverai maggiori motivi per temere. Dove tutto ti sembra tranquillo, là non manca ciò che ti danneggerà, ma sta covando. Pensa sempre che sta per accadere qualcosa che ti farà male. Il pilota non ha mai spiegato a tutto vento le vele in tranquillità, senza tener pronti gli attrezzi necessari per ammainarle alla svelta.
[6] Ma, prima di tutto, pensa a questo: la capacità di nuocere è vergognosa, esecranda e del tutto disdicevole all’uomo che è capace, con le sue premure, anche di addomesticare le belve. Guarda i colli degli elefanti che subiscono il giogo, le schiene dei tori calpestate impunemente da bambini e donne che danzano, guarda i serpenti che strisciano innocui tra i bicchieri e sui petti, guarda, nelle case, leoni ed orsi che si lasciano tranquillamente accarezzare il muso e belve che blandiscono i loro padroni: ti vergognerai d’aver fatto cambio del tuo comportamento con quello degli animali.
[7] Nuocere alla patria è empietà: dunque, anche nuocere a un concittadino, che è parte della patria (le parti sono sacre, se l’insieme è venerando), dunque anche nuocere ad un uomo, che è tuo concittadino in una città più vasta. E se le mani volessero nuocere ai piedi, o gli occhi alle mani? Come tutte le membra sono in armonia reciproca, perché la salvezza di ciascuno giova al tutto, così gli uomini sono remissivi con i singoli, perché sono stati generati per vivere insieme, e una società non può reggersi se non sul rispetto e sull’amore reciproco. [8] Non schiacceremmo neppure le vipere o le nàtrici o gli altri animali che recano danno mordendo o cozzando, se li potessimo render mansueti nei riguardi degli altri viventi o far sì che non fossero pericolosi per noi o per gli altri. Dunque, neppure all’uomo dobbiamo far del male perché in colpa, ma perché non commetta colpa, e il castigo non deve mai essere riferito al passato, ma al futuro: non è uno sfogo d’ira, ma un prendere delle precauzioni. Se poi dovessimo punire tutte le indoli depravate e malefiche, alla pena non sfuggirebbe nessuno.
32. Non ricambiare l’ingiuria
[1] "Eppure l’ira dà le sue soddisfazioni e piace ricambiare dispiacere con dispiacere".
No: se si tratta di benefici, è onorevole ricambiare benemerenza con benemerenza, ma non lo è altrettanto il ricambiare ingiuria con ingiuria. In quel caso, è vergogna l’esser vinti, in questo, lo è il vincere. La parola "vendetta" è indegna dell’uomo, anche se è stata accolta nell’uso come giusta. E l’applicare il taglione non è far cosa molto diversa dall’ingiuria, ma ingiuriare in un momento successivo: colui che ricambia il male ricevuto è soltanto più scusato del suo errore.
[2] Un tizio, ai bagni, percosse Marco Catone senza conoscerlo (ma chi, conoscendolo, gli avrebbe recato ingiuria?). Quando poi si scusò, Catone gli disse: "Non ricordo d’esser stato colpito". [3] Ritenne cosa migliore non riconoscere l’ingiuria che vendicarla.
"Quel tizio," dici "non ha subìto alcun male, dopo tanta insolenza?".
Anzi, tanto bene: cominciò a conoscere Catone. È magnanimità il disprezzare l’ingiuria; il modulo più offensivo di vendetta è il dimostrare all’offensore che non val la pena di vendicarsi di lui. Molti, nel tentativo di vendicarsi, hanno reso più profonde le leggere ingiurie che avevano subìto; è grande e nobile quell’uomo che, come la belva di grossa taglia, sopporta imperterrito il latrare della canea.
33. Vantaggi della longanimità
[1] "Saremo meno disprezzati," si obietta, "se vendicheremo l’ingiuria".
Se adottiamo la vendetta come rimedio, adottiamola senza ira, non perché la vendetta sia piacevole, ma perché è utile: spesso, però, è risultato più conveniente dissimulare che vendicarsi. Le ingiurie dei più potenti dobbiamo sopportarle con volto lieto, non soltanto con pazienza: torneranno a farcene, se si convinceranno di esserci riusciti la prima volta. Gli animi resi insolenti dalla loro grande fortuna, hanno questo bruttissimo difetto: odiano quelli che hanno offeso. [2] È noto il detto di quel tale che era giunto alla vecchiaia dopo una vita passata a corte: avendogli chiesto un tizio come fosse riuscito a giungere a vecchiaia, cosa rarissima a corte, gli rispose: "Ricevendo ingiurie e ringraziando". A volte è così sconveniente vendicare l’ingiuria, che non è neppure il caso di confessarla.
[3] Gaio Cesare, avendo tenuto in carcere il figlio di Pastore, un cavaliere di tutto riguardo, perché non ne sopportava la raffinatezza e la chioma troppo ben curata, quando il padre gli chiese grazia per il figlio, ordinò che fosse subito messo a morte, come se gliene avesse sollecitato l’esecuzione, ma, per non essere del tutto scortese con il padre, lo invitò a cena per quel giorno. [4] Pastore venne, con la faccia di chi non rimprovera nulla. Cesare gli fece versare una emina e gli mise vicino un sorvegliante: quel misero ebbe la forza di bere, e gli pareva di bere il sangue di suo figlio. Gli fece portare profumo e corone, ed ordinò di osservare se ne prendeva: ne prese. Nel giorno del funerale del figlio, anzi, nel giorno in cui gli era stato proibito di farlo, si era coricato, ultimo tra cento invitati e, vecchio e malato di podagra, accettava dei brindisi che, forse, sarebbero stati ec